ROGER BOURGEON. VITTORIA SUL BUIO. Gli occhi. Finestre dell'anima, secondo quanto dicono i poeti, essi sono certamente la parte di noi alla quale attribuiamo maggior valore, perché l'uomo è fatto per la luce. Eppure, molti esseri umani vivono nella notte perpetua della cecità. Ciechi di nascita o privati della vista da un incidente, essi sono come scogli solitari in un mondo al quale sono collegati soltanto dai suoni, dagli odori, da contatti privi della certezza rassicurante dell'immagine. Da questo mondo di solitudine, in cui involontariamente anche noi li confiniamo, trattandoli con una compassione che li isola e li fa sentire diversi dagli altri, i ciechi cercano di uscire, perché anelano a vivere come gli altri e in mezzo agli altri. Per lo piú, essi riescono a costruirsi un'esistenza che, pur nei suoi limiti, è normale e non priva di soddisfazioni. Ma tutto ciò, a quale prezzo? La storia autentica di Arthur, un montanaro che perde la vista a vent'anni, in seguito a una esplosione, ce lo rivela: un prezzo impressionante, nel quale s'assommano una lotta violenta contro la disperazione, una tenacia instancabile, un coraggio ammirevole. Una storia che insegna quali incredibili riserve di energia e di fede possano celarsi in ogni individuo. LA VECCHIA Citroen "undici" arrancava su per la costa. Paulo schiacciò la frizione, innestando bruscamente la seconda; gli ingranaggi stridettero, poi la salita si fece piú regolare. Non c'era anima viva, quella domenica pomeriggio, su per la strada dei Prodains: infatti, l'estate era appena iniziata e le ferie non avevano ancora inviato sui monti il loro contingente di montanari dilettanti. Il centro di Morzine era deserto e André, il padrone de La Métropole, aveva dovuto deporre pennelli e secchi di vernice per andare a vendere i pacchetti di sigarette richiesti dagli invitati al banchetto di nozze. Fra quindici giorni disse Arthur, non sarà piú cosí tranquillo. Stanne pur certo rispose Paulo. Poi tacquero, un po' intorpiditi dal pasto appena terminato; l'automobile attraversò gli Udrezants: un gruppetto di vecchie fattorie dai balconi di legno sbiadito e dai pesanti tetti d'ardesia. Raggiunsero il ponte sul torrente e si avviarono per la lunga strada che serpeggiava sul fondo della valle delle Ardoisières. Arthur osservava il paesaggio, domandandosi quante volte l'aveva visto: duemila - diecimila volte, piuttosto - da quando, bambino, scendeva a scuola, fino a quel giorno, alla vigilia del servizio militare; e l'aveva visto sotto tutti gli aspetti: coperto dalla neve invernale, con i rigagnoli del disgelo, con le brume autunnali, o, come quel giorno, nella gran luce dell'estate. Adèle sembra contenta osservò Paulo. Sí convenne Arthur, è tanto, sai, che aspetta questo giorno. E rivide Adele, la maggiore delle sorelle, preparare la tavola con la mamma, o ridente, con qualche goccia d'acqua nei capelli, al ritorno dal lavatoio, con le braccia cariche di bucato. Sai soggiunse, vent'anni in una casa voglion dir tanto per la maggiore. Adesso è il suo turno di divertirsi un po'. Gérard è un bravo ragazzo osservò Paulo, la farà senz'altro felice. Passarono davanti al trampolino, quello che Alcie maestro di sci padrone dell'Hotel du Commerce e unico appassionato di salto con gli sci in tutto il paese, curava amorevolmente ogni inverno. Era ancora presto - le quattro e mezzo - ma il sole stava già calando e l'ombra avanzava rapidamente nella valle. La Citroen gemette sobbalzando sul canaletto di scolo che segnava l'entrata dei Prodains, la frazione di Morzine dove viveva Arthur: quattro case di contadini, basse e solide, disposte a due a due sui lati della strada; sulla destra, gli abeti salivano verso il massiccio degli Hauts-Forts; sulla sinistra, dopo il torrente Dranse, ricco di trote. s'innalzava l'alta parete della montagna, spaccata a intervalli regolari dalle imboccature delle cave d'ardesia. Paulo tirò bruscamente il freno a mano e la vecchia automobile sussultò prima di fermarsi. Si chinarono verso il fondo della macchina e raccolsero i pacchetti di sigarette sparsi sul sedile posteriore. Al di sopra del rumore della Dranse, si sentiva un brusio confuso provenire dall'ultima casa a destra, quella dei Pichard, quella di Arthur. Ci fu un gran chiasso, quando entrarono nella gran stanza dal soffitto basso; il fumo stagnava opaco. C'era la tipica atmosfera della fine di un pranzo di nozze: gli uomini vestiti di nero, la tavola ancora carica di bicchieri, la tovaglia macchiata, su cui troneggiava la torta nuziale a strati con in cima i due sposi di zucchero. Dalla adiacente cucina, proveniva il cicaleccio delle donne, tra l'acciottolio dei piatti che venivano rigovernati. Per chi sono le Craven? sinformò Paulo Per la sposa disse qualcuno. I baffoni bianchi del padre, seduto al posto d'onore, si rivolsero alla figuretta in bianco: Fumi, adesso? si stupí papà Pichard Papà, adesso è sposata osservò Arthur. vero, bisogna che mi ci abitui. Su, Francois, versaci un goccio. Francois - uno dei fratelli, diciottenne - prese la bottiglia di grappa e riempí con cura vari bicchieri che erano stati tesi verso di lui. To' disse Arthur, ecco le tue Lucky. Tese il pacchetto bianco e rosso a un giovanotto robusto, alto, dagli occhi azzurri in un volto già maturo. Era Albert Ronet, grande amico di Arthur: insieme a scuola, insieme nello sci, prima che Albert, divenuto membro della nazionale francese e campione di discesa, non si facesse vedere sempre piú di rado in paese. Le conversazioni ripresero. Paulo si era seduto vicino a Paulette, la sorella di Albert Ronet, una ragazza dolce, dai capelli di un biondo pallido, e si era dimenticato degli amici. Francois dovette tirarlo per la manica, ridendo. Allora? Andiamo? Uscirono in quattro, senza dare nell'occhio. Albert, Francois, Paulo e Arthur, e si misero a correre come bambini. Si fermarono ai piedi degli abeti, a cento metri dalla casa. Arthur si chinò e aprí un sacco che era stato nascosto dietro gli alberi. Quante ne hai? domandò Paulo. Sei rispose Arthur. Basteranno per svegliarli tutti. E tese loro, a una a una, sei cariche nere e rotonde. Sono davvero belle. Dove le mettiamo? a Proprio dietro alla Dranse, lungo le rocce. Lí non c'è pericolo per nessuno. Fecero solo qualche passo e trovarono subito il posto adatto, immediatamente oltre il ponte di legno. Arthur scavò una buca, vi depositò delicatamente l'esplosivo e srotolò la miccia. Non si domandava perché ai matrimoni si facessero esplodere cartucce d'esplosivo: l'aveva sempre visto fare, ecco tutto. L'unica regola era quella di eclissarsi senza farsi notare, per cogliere maggiormente di sorpresa gli invitati. I quattro si misero al riparo dietro le rocce, con le estremità delle sei micce davanti a loro; le accesero e abbassarono all'unisono la testa quando i sei piccoli sbuffi di fumo azzurro s'allontanarono, correndo lungo i fili. La prima carica scoppiò magnificamente, risvegliando un sordo rimbombo in tutta la valle; si udivano appena le prime esclamazioni nella casa dei Pichard, quando partí la seconda carica, ancor piú potente della prima; altre tre esplosero quasi simultaneamente, rnescolando suoni ed echi. Si udirono degli applausi provenire dalla fattoria: tutti gli invitati si erano riuniti sulla soglia come per assistere a un fuoco d'artificio. Poi ci fu silenzio. Ne manca una osservò Francois. la mia disse Arthur, forse s'è spenta la miccia; aspettate, vado a vedere. : Albert fece appena in tempo a dire: Attenzione, Arthur! che già il ragazzo correva verso il punto dove aveva sotterrato la carica. Arthur vide chiaramente davanti a sé la parete a picco, prima di chinarsi in avanti cercando con lo sguardo l'estremità della miccia. All'improvviso, tutto si squarciò, un immenso lampo rosso balenò davanti agli ocehi di Arthur e la terra tremò sotto di lui Istintivamente, portò le mani al viso per proteggerlo e, contemporaneamente, sentí una vampata e l'urto di numerose sehegge di pietra su di sé. Nell'eeo dell'esplosione, udí delle grida, un rumore di eorsa affannosa. Qualcuno gli posò una mano sul braccio e glielo strinse forte. Ti sei fatto male, Arthur? Al momento, non fu capace di rispondere, altre mani lo afferrarono per le spalle, lo fecero voltare, lo condussero via. S'è preso tutto in faccia... Bisogna portarlo in fretta dal dottore... Riconobbe la voce della madre, ansante, aceanto a sé. Povero ragazzo mio, non sarà niente, vedrai. :~ Non osava piú toeearsi la faeeia. Sentiva un forte ealore agli ocehi, stava perdendo sangue. Qualeuno portò un panno e Arthur se lo premette sul viso, lieto di naseondersi. Il motore di un'automobile era già in moto, qualeuno gli feee piegare la testa, altri lo aiutarono a sistemarsi sul sedile. Arthur eapí, dall'odore di sigarette amerieane, di essere nella maeehina di Albert e dai sobbalzi, ehe l'amieo guidava a tutta velocità. Riconobbe la voce di Paulette vicino a sé. Non prendertela, Arthur: il dottore sistemerà tutto. Dove siamo? domandò, eon il volto sempre naseosto nel panno. Stiamo entrando in Morzine. Tra un minuto siamo arrivati. Rieonobbe la piazza della ehiesa dallo stridore delle gomme sulla eurva. Di', Arthur, ti fa male? domandò Paulette. Fece segno di no con la testa. Era stupito di non sentire aleun dolore. Un po' intontito, eeeo, come dopo un gran ruzzolone con gli sci. Dopo una brusca frenata, la portiera di destra si aprí. Vieni, svelto disse Francois. Dietro di loro, altre automobili stavano fermandosi. Arthur eapí, allora, che tutti gli invitati erano venuti a Morzine. Con le mani sempre premute sul panno, si sentí spinto, quasi sollevato, su per gli scalini, poi in un atrio sonoro. 12 Udí la voce della signora Billet, la moglie del dottore: Chi è? Che cosa gli è successo? :~ iArthur rispose Francois. Un'esplosione... C'è il dottore? E la voce della signora Billet: Entrate qui... E, allontanandosi: Jacques! Jaeques! Svelto, vieni! Lo misero a sedere su una poltrona e il rumore attorno a lui si aequietò. Riconobbe il tono abitualmente ironico del dottore. E adesso che cosa ti è capitato, Arthur? Scosta quella roba e fammi vedere. Arthur allentò la stretta delle mani e il medico sollevò con delicatezza il panno. Una ragazza soffocò un'esclamazione di spavento. Apri gli occhi gli ordinò il dottore. Arthur cercò di obbedire, e gli parve che le palpebre rispondessero, ma non vide nulla e disse: Non posso, dottore . Qualcuno stava arrotolandogli una manica, gli strofinava un braccio; un ago lo punse. Le dita del dottore gli tastavano la faccia, ne era certo, ma le avvertiva appena. Qualcosa di umido gli fu versato sulle guance, sulle palpebre, e provò una viva sensazione di bruciore. Non è niente disse il dottore una semplice disinfezione. Arthur non lo aveva mai sentito usare un tono cosí dolce. Il dottore, di solito, strapazzava o prendeva in giro, ma non parlava mai con quella specie di tristezza. Quando Jacques Billet riprese: Bisognerà portarti a Thonon, mio caro Arthur; io, qui, non posso far molto provò paura per la prima volta. ... cosí grave? domandò. Bisognerà certamente operare. Se ne occuperà il dottor Lagrau. lntanto, gli vennero sistemate delle garze sugli occhi, quindi gli fasciarono la parte superi( re della testa con una benda, lasciandogli libero solo il nasc. stupido disse, ma non posso aprire gli occhi... Un'idea gli attraversò la mente, velocissima... Soggiunse a bassa voce: Dottore... forse... non vedrò mai piú? La mano magra del dottore si posc sulla sua. Non voglio nasconderti niente, Arthur; gli occhi sono colpiti... ~a spero che, operando subito... Poi, con tono piú fermo aggiunse: Per questo motivo non si può perdere un istante . Della discesa verso ThononArthur non avrebbe conservato che un ricordo confuso. L'avevano fatto stendere sul tassí-ambulanza di Hector Bachoud Lo aveva deciso il dottore, per evitare, aveva detto, il rischio di un'emorragia. Hectordi solito chiacchierone, non proferí parola. Arthur sapeva che, seduti accanto a lui, c'erano sua madre e Albert, il suo amico. Papà Pichard era stato dissuaso dall'andare, talmente era sconvoltoe gli avevano promesso di telefonargli immediatamente dalvlrroRlA SUL BUIO la clinica. Mamma Pichard parlò per quasi tutto il percorso. Le parole contavan pocoArthur, la cui testa bendata oscillava al ritmo della vettllraritrovò, in quella litania che sua madre aveva istintivamente ripreSle sensazioni della prima infanzia, quando aveva la febbre alta non riusciva a dormire, e la stessa voce susurrava nello stesso modo, per calmarlo. Dal rurllore d'altri motori, da come Hector rallentava, dalle imprecazioni di questi all'indirizzo degli svizzeri che rientravano dalla fine settimana, Arthur capí che stavano entrando in Thonon. La vettura si fermò, eIector si rivolse a qualcuno all'esterno. Un irlcidente a Morzine. . Una voce femminile lo interruppe Lo so. Ha telefonato il dottor Billet. Il dottor Lagrau è già qui. D Arthur sentí che la barella veniva fatta scivolare fuori, che lo trasportavano attraverso diverse sale- Prima d'allora, aveva respirato una sola volta l'odore d'ospedale, in occasione di una visita a un amico che si era fratturato una gamba sciando. Nessun~altra ferita? domandò una voce maschile. Meglio controllare, spogliatelo! > Arthur capí che si trattava del dottor Lagrau, il chirurgo, perché questi si presentò a sua madre e la pregò cortesemente di aspettare nella stanza accanto Si sentiva pieno di fiducia, affidato a quell'uomo. Era una figura familiare a Morzine, un buon discesista che veniva spesso a fare una pista; fuori stagione, avevano sciato insieme. Il chirurgo glielO ricordò, mentre finivano di spogliarlo. No, nesSun altro guaio. Sente niente? Mente rispose Arthur, neppure mal di testa. Allora, guardiamo un po' gli occhi... E il dOttore cominciò a disfare la fasciatura. La pressione è buona disse una voce Quando sentí l'aria sulla faccia, Arthur cercò di sollevare le palpebre, comc aveva fatto dal dottor Billet, ma non distinse nulla. Il chirurg palpava con precauzione le pinne nasali, gli zigomi, le sopracciglia, e intanto domandava: Le faccio male? Nona non vedo niente Non c'è da stupirsi: ha un enorme bozzo da entrambi i lati, grosso come un pugno; gli occhi sono completamente tappati. Arthur sentí le dita del dottor Lagrau posarglisi ai lati dell'occhio destro ed effettuare una leggera pressione come per scostare le palpebre, e gli parve che un pugnale gli fosse penetrato nella testa; urlò, e immedj~tamente le dita si ritirarono e il chirurgo disse: Inutile farla soffrire: l'addormenterò, cosí potrò esaminarla bene e senza dolore. Addormentarmi.~. completamente? Preferisco di no. Tenterò un'anestesia locale. Ho bisogno di lei, durante questo esame. Non si spaventi, le prometto che, se sente male, procederò diversamente. Quindi prese a parlare di sci, mentre venivano approntate le siringhe. Ad Arthur parve che il chirurgo si esprimesse in maniera un po' forzata, come qualcuno che tenta di evitare certi argomenti di conversazione. Le iniezioni fecero effetto rapidamente, e tutta la parte superiore del viso gli s'indurí: era la stessa impressione che si ha dal dentista, quando si deve estrarre un dente, e labbra e gengive divengono rigide e insensibili. Male qui? s'informò il dottore. No, niente rispose Arthur. Sentí le dita sulla pelle, e anche qualcosa.di piú duro, sicuramente degli strumenti chirurgici, ma che non provocavano alcuna sofferenza. Arthur si irrigidí leggermente quando il chirurgo cominciò ad armeggiare all'altezza degli occhi. Male? ripeté la voce. No disse Arthur. Vede qualcosa? Niente D rispose. Ma riesce a distinguere la luce? Affatto. E cosí? No, niente. lcA~dnesso; avvertiva qualcosa di freddo in fondo a uno degli occhi ma ,rpropriamen~e aolorosa. Dottore domandò Arthur, perché non vedo niente? rt;n;ll~, mio caro, I suoi occhl sono gravemente compromessl, nervi ottici sono stati colpiti. Ma... Iei crede che si possa far qualcosa? Senta, facciamo cosí: lei resterà qui qualche giorno a riposarsi, poi si affiderà a un oftalmologo, a Lione ce ne sono di ottimi... Il professor Paufigue è uno dei migliori del mondo. La visiterà e vedrà che cosa si può fare. Dopo qualche secondo aggiunse: Ha fatto miracoli, sa. Alla parola'miracolo", Arthur seppe di essere cieco. Strinse i pugni sul lettino operatorio. Fu l'unica manifestazione del terrore che lo aveva invaso, e la sua voce ebbe un timbro quasi normale quando riuscí a dire: Grazie, dottore. VITTORIA SUL 9UIO DA TRsettimane, ormai, Arthur era immerso nella notte. "La notte" è l'espressione di rito che si usa per i ciechi, ma per Arthur non era esatta. Per lui non era tutto nero: al contrario, vedeva un universo straordinariamente colorato e in perpetuo movimento. Ritrovava le stesse immagini di quando, bambino, si divertiva a premere le palpebre abbassate: scoppiavano scintille, si formavano cerchi dalle tinte strane- rosso vivo, verde violento, blu elettrico - si avvolgevano spirali, i cui colori si mescolavano. Unico legame tra quelle immagini era lo splendore, quasi insostenibile, della loro luce. C'erano momenti in cui Arthur sperava: gli capitava di pensare che "la notte" non sarebbe durata sempre, che avrebbe riacquistato la vista, forse non come prima, ma abbastanza per essere indipendente. E, tuttavia, lo specialista era stato esplicito: aveva parlato di nervi ottici recisi, di globi oculari totalmente distrutti. Gli aveva spiegato tutto ciò con parole molto semplici, e anche con molta dolcezza, ma non gli aveva lasciato alcuna speranza. Arthur apparteneva a quella razza di montanari solidi, riservati, che detestano rivelare agli altri i propri sentimenti Le infermiere lo trovavano gentile, educato, e tra di loro si stupivano di non aver mai udito, da quel ragazzo ventenne, una parola né di lamento né di rivolta L'assistente del professore andava a vederlo tutte le mattine. Credo sia inutile tenerla qui gli disse una mattina. Le ferite stanno cicatrizzandosi bene e non c'è rischio di complicazioni. La vita di ospedale non è molto allegra. Il medico tacque, aspettando una risposta che non venne. Mi permette un consiglio? Non credo sia un bene, per lei, tornare a casa immediatamente. In famiglia, non riuscirà ad adattarsi. La compiangeranno, vorranno evitarle ogni sforzo, vorranno proteggerla da tutto. E lei non imparerà a cavarsela. Perché si riesce a cavarsela, sa, anche senza la vista. La natura è fatta bene. Il tatto, l'odorato, il gusto sono pronti a svilupparsi maggiormente, ma bisogna educarli affinché rimpiazzino ciò che è venuto a mancare. Ci sono persone prive della vista che hanno fatto magnifiche carriere. :~ E lei cosa mi consiglia, dottore? Di entrare in un istituto specializzato: ne esistono di eccellenti, a Lione stesso. Ci si riadatta, si impara a vivere e a lavorare anche senza vederci. una cosa lunga? 16 Dipende dalle persone e dal mestiere che si sceglie, ma bisogna calcolare da uno a tre anni. Si è tra ciechi? domandò ancora Arthur. Sí, ed è molto meglio. Ci pensi. Se vuole, posso chiedere a qualcuno dell'istituto di venire a trovarla. Le giornate trascorrevano lentamente; Arthur pranzava, cercando a tentoni la forchetta, il pane, il bicchiere; i primi giorni, gli avevano versato l'acqua e il vino; ormai riusciva a farlo da solo, lentamente, meticolosamente, facendo bene attenzione a non spanderne una sola goccia. La camera gli era ormai familiare, conosceva le distanze tra il letto e la poltrona, tra il lavabo e il tavolino. Verso le due, un'infermiera lo prendeva per il braccio e lo conduceva nel parco. Diceva che l'estate era magnifica, ma Arthur, in quella grande città, respirava male Gli mancava l'ossigeno di Morzine. Una volta fu preso dal panico. L'infermierauna donna anziana un po' burbera, che tutti chiamavano signorina Hélène, era stata richiesta in un padiglione, durante la passeggiata. Resti qua gli aveva detto, torno fra cinque minuti. Arthur aveva udito i suoi passi allontanarsi sulla ghiaia; era rimasto immobile, prestando ascolto al canto degli uccelli e, piú lontano, al rombo delle automobili sul viale. Sapeva che l'ospedale era sulla destra, perché avevano piegato in quella direzione, uscendone. Le panchine sotto gli alberi, dove spesso si sedevano, dovevano dunque essere proprio di fronte a lui. Si mise a camminare cautamente, con la mano destra protesa, ma non trovò nulla dinanzi a sé. Allora si disse che era andato troppo a sinistra e corresse la direzione dei suoi passi. All'improvviso, urtò con la fronte contro qualcosa e si graffiò. Lanciò un'imprecazione, stupito che la sua mano non avesse scoperto l'ostacolo.. Tastando, scoprí uno spigolo di pietra e pensò di trovarsi all'angolo di un edificio. Si incamminò nella direzione opposta ed errò cosí per alcuni minuti. Poi, si sentí perduto. Aveva un bel tentare di ragionare: "Non sono uscito dal parco, l'ospedale non deve essere lontano". Nonostante ciò, una profonda angoscia s'impadroní di lui. Infine udí una voce, vicinissima, che gli domandava: Che cosa cerca? Il padiglione C, numero 144. Rientrato in camera, si sedette in poltrona: qualcosa di umido salí a quelli che erano stati i suoi occhi, sotto la medicazione che tuttora li ricopriva, e Arthur seppe che poteva ancora piangere. Aveva una voglia matta di tornare a Morzine, di ritrovare tutto ciò che era stata la sua vita fino allora; gli parve che lassú non sarebbe stato solo, che, anche se non li vedeva, avrebbe almeno potuto parlare a sua madre, a suo padre, ai fratelli, alle sorelle, ad Albert, a tutti i suoi amici. Ma le parole del dottore tornavano incessantemente alla sua mente, con tutto quello che avevano lasciato di sottinteso: lassú sarebbe stato il ~povero Arthur", colui che si doveva aiutare ad attraversare la strada, che sarebbe restato solo, mentre i suoi coetanei se ne sarebbero anda,ti a lavorare, a sciare, a ballare o al cinema. Che cosa avrebbe fatto? Non sarebbe stato che un peso, per i suoi genitori; dell'incidente non aveva colpa nessuno, se non lui, quindi non c'era alcuna speranza di ottenere un qualsiasi risarcimento. E che ne sarebbe stato di lui, una volta morti i suoi genitori? Accolto da una sorella o da un fratello, e in breve tempo di peso a tutti... Quella notte dormí male, e l'indomani, quando udí entrare il medie, disse soltanto: Ho riflettuto, dottore. Se la persona di cui mi ha parlato potesse venire. :~ DAL TIMsRo della voce, Arthur capí che si trattava di un uomo già m~turo Mi chiamo Denis Cochin si presentò lo sconosciuto, e dirigo un centro di rieducazione. Come le è accaduto? Arthur dovette raccontare la sua storia; dapprima si espresse eon eSitazionema alla fine si stupí di quanto aveva parlato. Già commentò il signor Cochin, è un colpo tremendo, certo. Ma vedi - permetti che ti dia del tu? - nel nostro caso ci sono due modi di comportarsi: o togliersi subito la vita, o continuare a vivere. E si può vivere, sai. A me è accaduto nel I916, allo Chemin des D~mes: una raffica di mitragliatrice. Quando mi sono accorto di ciò chè mi capitava, ho cercato dappertutto una rivoltella: preferivo tirarmi una pallottola piuttosto che vivere come un disgraziato. Per fortuna, i miei compagni avevano nascosto tutto. Sono tornato a Lione e all'inizio, è stato duro, perché a quell'epoca non esistevano molti mezzj per aiutarci. Ho dovuto imparare tutto daccapo con i bambini, all'Istituto per ragazzi ciechi... Ma per loro la cosa è diversa; la maggior parte di loro è cieca dalla nascita, non hanno mai visto. Ma noi, invececonosciamo gli oggetti, le forme, i colori. Sappiamo a ehe eosa serve la tal cosa o la tal altra. In ogni caso, è piú facile. L'altro giorno gli raccontò Arthur, mi sono perso nel parco. Sí, e ti succederà ancora; ti sarai reso conto di come si perda subito la testa tutta una questione di pazienza. Un giorno si fanno dieCi passi, il giorno seguente venti, e alla fine si attraversa la Place des Terreaux in pieno traffico senza aver piú paura di niente. < Insomma, è una questione d'allenamento. :~ Esattamente. E, come in ogni campo, ci sono quelli che si mettono d'impegno e quelli che si lasciano andare. Qualeosa mi diee ehe tu farai piuttosto parte del primo gruppo. D'altronde, sei savoiardo, basta dir questo. Ma :obiettò Arthur, ... e i miei genitori? Non preoccuparti per loro. Se decidi di venire da noi, glielo spiegherò io. Vedrai, ci sono dei ragazzi simpatici, adesso, al Centro, e molti hanno la tua età. :~ E... quanto costa? Anche da questo lato, non devi preoccuparti. Il Centro è sovvenonato dallo Stato. Allora, che cosa decidi? Vengo concluse Arthur, è meglio cosí! ALLORA, tu sei Arthur? La voce era grave, calda, il tono amichevole. Io, sono Olivier. Qui c'è Georges... Sono qui fece un'altra voce. Claude... Presente. Joseph... là. :~ E Manuel. Dove sei, Manuel? Dev'essere uscito disse qualcuno. Ma no! Sono qui. E Manuel soggiunse, borbottando: Non si può nemmeno piú leg,ere in pace... Leggere? si stupí Arthur. E c'era una tal meraviglia nella domanda, che quello presentatosi ome Olivier scoppiò a ridere. Ma certo! Abbiamo un bel numero di libri, qui. Non hai mai senito parlare del Braille? No rispose Arthur. Ma da dove vieni? Da Morzine, nell'Alta-Savoia. Mica molto evoluti, lassú commentò qualcuno. Il fatto è replicò Arthur, un po' offeso, che in paese non ci ono mai stati ciechi, tranne qualcuno molto vecchio. Spiegagli, Olivier incitò un'altra voce. semplice. Poiché noll possiamo piú leggere con gli occhi, leg~iamo con la punta delle dita. Dammi la mano. Manuel, dove sei? Qui disse Manuel. Arthur sentí che le sue dita venivano guidate e incontrò, su un foglio li cartoncino, dei piccoli rilievi a forma di punti e linee. Senti? domandò Olivier. Ci sono dei rilievi rispose Arthur. E quei rilievi formano le parole. Ti basterà imparare questo alfabeto e potrai leggere quasi altrettanto velocemente che se vedessi le lettere. Non dev'essere facile. Se hai disposizione, in tre mesi te la cavi. Quello fu il primo contatto di Arthur con il Centro situato sul Quai de Saone, il lungofiume. Si trattava di un'antica dimora, lascito di una ricca signora lionese all'istituzione; una striscia di terreno coltivato a prato la separava dal lungofiume, dove il traffico non era molto intenso; poiché lí si era ormai lontani dal centro della città. L'istituto di rieducazione era in grado di accogliere una cinquantina di ospiti; le ragazze abitavano nell'ala destra, i ragazzi nell'ala sinistra, mentre il corpo centrale ospitava le sale di studio, la sala da pranzo e gli alloggi del personale. Tranne che per le lezioni e i pasti, gli ospiti dell'istituto erano suddivisi in gruppi di sei. Denis Cochin, il direttore, che tutti chiamavano piú volentieri il Vecchio, aveva in effetti riscontrato che, per i cieehi, era molto staneante trovarsi eontinuamente in gruppi troppo numerosi: i suoni si meseolavano, era diffieile distinguere le voei e loealizzarle Aveva quindi suddiviso le due sezioni in "famiglie" di sei persone. Ogni famiglia disponeva di sei camerette e di un locale piú spazioso, arredato con tavoli, poltrone, una radio e un giradischi. Feeero tastare ad Arthur le indieazioni poste in rilievo nei corridoi all'altezza delle mani. In questo modo, lesse una "A", la lettera contrassegno della sua famiglia, e, su ogni porta, un numero. Dato che era arrivato per ultimo, ereditò il numero sei, e restò a lungo a giocherellare con le dita sulla rotondità della parte inferiore del numero. Gli furono indicati i segni di riferimento che l'ingegnosità degli ospiti del Centro aveva disseminato un po' dappertutto: le sottili strisce di gomma che il piede incontrava prima di ogni scala, il segno inciso nella ringhiera per indicare l'ultimo scalino, le frecce in rilievo, sotto i caratteri Braille per indicare la direzione di questa o quella sala di studio, della saia da pranzo, dei gabinetti o dell'uscita. Era un mondo strano, dove tutto era fatto su misura per i ciechi e nel quale Arthur si inserí senza difficoltà. Le prime lezioni, invece, furono meno facili. L'avevano avvisato: "Qui è come dappertutto; non si può imparare un mestiere senza saper leggere e scrivere". E bisognava ricominciare daccapo, imparare di nuovo una specie di ABC fatto di linee e punti, allenarsi a maneggiare il punteruolo che perforava il cartone. Talvolta ad Arthur, chino sul suo tavolo, sembrava di essere tornato indietro di dieci anni, nell'aula di Morzine; gli capitò persino di pensare che, sollevando la testa, avrebbe visto, attraverso la finestra, la cima di Nyons o quella del Pleney I1 momento piú penoso era proprio quando pensava alla vita del suo paese. L'autunno era arrivato, e bastava un odore di foglie bagnate o un profumo di fuoco di legna perché si risvegliassero in lui immagini che avrebbero occupato la sua mente per ore: l'oro e la porpora degli alberi sulla strada per Thonon, il sottobosco, la partenza dei cacciatori all'alba, le prime spirali di fumo sui tetti del villaggio, i primi fiocchi di neve. Eccolo in crisi commentava allora Olivier. E gli altri non l'importunavano, perché ognuno di loro, a turno, partiva per quel viaggio nel passato, verso tutto ciò che nessunO di loro non avrebbe rivisto mai piú. A poco a poco, Arthur aveva scoperto i membri della sua famiglia. Olivier ne era un po' il capo. Non aveva fatto nulla per diventarlo, e tuttavia gli altri l'avevano in breve tempo riconosciuto come tale, indotti a farlo, forse, dal passato di lui. Olivier era stato tenente in Algeria e là, nell'Aurès, una mina gli era esplosa vicino. Si diceva che appartenesse a una ricca famiglia lionese, ma che rifiutasse ogni contatto con i suoi finché non fosse tornato a essere un "uomo normale". Era allegro, simpatico, e i suoi suggerimenti erano seguiti dagli altri quasi fossero ordini. Georges era il piú allegro della compagnia. Parlava volentieri, ma mai di sé stesso. Si sapeva dalla segreteria che era stato nella Legione Straniera. Joseph era un ex radiotelegrafista di marina: l'esplosione accidentale di uno strumento di misura era stata la causa della sua cecità. Claude, piú anziano, aveva un carattere dolce e riservato: imbarcato per l'Indocina alla fine della guerra in Europa, era stato molti anni nel delta del Mekong dove, un giorno, una raffica di proiettili lo aveva colpito. I suoi genitori erano proprietari di una fattoria vicino a Bourg-en-Bresse e di conseguenza riceveva molti pacchi che divideva con la famiglia, sempre con la preoccupazione di mantenere la piú stretta eguaglianza. E infine c'era Manuel, la cui voce si sentiva meno di tutte le altre. Fatto curioso, Arthur si sentiva maggiormente attratto verso di lui, forse perché entrambi erano portati a una certa riservatezza. Di Manuel non si sapeva nulla: né ciò che era stato in passato, né le sue speranze all'uscita dal Centro. Manuel seguiva corsi di musica e d'organo, ma neppure a quel proposito parlava molto. Quella sera d'autunno, nella sala comune, dove i sei si erano riuniti dopo la cena, faceva caldo. Quando Arthur era entrato, gli altri stavano ascoltando un disco, e lui era andato a sedere in silenzio al suo solito posto. La musica non lo interessava in modo particolare, ma neppure lo infastidiva, mentre si esercitava a leggere il Braille, ripetendo instancabilmente la lezione del giorno. E, tuttavia, quella sera c'era un'atmosfera diversa: grandi volate del piano, crescendo di archi; era come un'ascensione, come quando, ancora piccolo, saliva con la funivia, e il villaggio rimpiccioliva, fino a che la vista spaziava sulle cime, fino al Monte Bianco, enorme massa luccicante nel sole. Tutti quegli orizzonti si ritrovavano in quella musica, e il lento cammino del bestiame, al tempo della transumanza, i sentieri del bosco con l'alternarsi di luci e ombre, le inebrianti discese d'inverno quando la neve 22 indurita scricchiola sotto gli sci, il rumore della sorgente che scorre nel tronco cavo di un albero, dove vanno ad abbeverarsi le bestie, e i carri di fieno, e le grandi frane degli abeti abbattuti. ,Quando la musica cessò, Arthur non poté trattenersi dall'esclamare: Che bello! Che cos'è? La Symphonie cévenole chiamata anche Symphonie sur un thème montagnard spiegò qualcuno. Di chi è? :~ Di Vincent d'Indy. Poi, dopo una breve pausa, Manuel il taciturno, Manuel il musicista, domandò: Hai visto qualcosa durante questa sinfonia? Tutto il mio paese rispose Arthur. E poiché gli altri tacevano, raccontò loro tutte le immagini che si erano composte davanti a lui; lo faceva con le parole di tutti i giorni, senza cercare di costruire le frasi, senza neppure sapere se stavano ascoltandolo. Quando tacque, Georges si schiarí la gola e disse: Ma, di' un po', ce l'avevi tenuto nascosto che eri un poeta, Arthur! Oh, un poeta protestò Arthur. Sí insistette Olivier, è cosí. I veri poeti sono sempre le persone piú vicine alla natura. Forse :fu il solo commento di Manuel. A quanto pare tu suoni l'organo, no, Manuel? domandò Arthur. A quanto pare. Non potresti farci sentire qualcosa, una volta? Non c'è organo, qui... Ma allora, dove lo suoni? Alla cattedrale di San Giovanni. Potremmo andarci s'arrischiò Georges. Vi piacciono cosí tanto le chiese? Si sarebbe detto che Manuel avesse voglia di offenderli. Perché, a te no? domandò Olivier. Oh, piantatela con questa storia! :sbottò Manuel in tono violento. Poi aggiunse: Vi saluto, me ne vado a letto. Uscí, e poco dopo udirono sbattere la porta della sua camera. Quando penso disse Claude, che per poco quello non si è fatto prete! Che cosa stai dicendo? domandò Olivier. Parola mia. stato il Vecchio a dirmelo. Era in seminario e stava per essere ordinato, a quanto pare. E soggiunse, con un profondo sospiro: Un'altra porcheria dell'AI- 23 geria! Ma se non va mai a messa! Stupefatto, Arthur ascoltava come se stesse scoprendo una cosa gravissima, contraria a ogni legge morale. chiaro che non ne avrà piú voglia osservò Joseph. Dev'essere terribile, per lui intervenne Arthur, cui sembrava d'aver scoperto un abisso. Se credi che per qualcuno di noi sia uno spasso! esclamò Georges. Su, ragazzi, l'ufficio pianti è chiuso! Olivier ritrovava il suo ruolo di capo, di rianimatordel gruppo. Hai ragione, Olivier disse Arthur con dolcezza, tuttavia ci sarà pur qualcuno per il quale è piú duro che per altri.edi io riuscirò sempre a fare zoccoli o oggettini di legno, riuscirò sempre a guadagnarmi il pane. Ma un prete cieco... è una cosa impossibile" E un fidanzato cieco, ti pare possibile? Claude, il tranquillo Claude, quasi urlò nel porre la domanda. Ecco, ecco che si ricomincia. Piantala, Olivier, e lasciaci in pace, eh! Era la huffa voce di Georges, ma non stava scherzando. In fondo, tu hai ragione: meglio non parlarne troppo. Ma credi che a non parlarne, di certe cose le si elimini? Io credo che sia peggio se ce le teniamo dentro. Si picchiava il petto, parlando; poi aggiunse, con tonO imbronciato: Dio mio! Siamo amici, no? E se non possiamo parlarne tra di noi, con chi possiamo farlo? Allora disse dolcemente Olivier, ne volete parlareEbbene Che cosa ne dite?... E siccome nessuno rispondeva, concluse: Vedete! " Be', io me ne vado a letto fece Joseph. Almenoquando si dorme... Nella confusione che seguí, mentre tutti si muovevanO, si udí distintamente la voce di Arthur... Un prete cieco... Ma ve ne rendete conto? DUE GIORNI dopo, Arthur trovò l'occasione che cercava dalla sera della SynZphonie cévenole. Manuel stava aspettando Pautomobile che lo avrebbe condotto alla cattedrale di San Giovanni. Erano seduti entrambi su una panchina davanti al Centro, e il sole alltunnale splendeva mite. ivero, Manuel domandò Arthur, che stavi per diventare Dre Chi te l'ha detto? scattò Manuel. Non ha importanza. vero? Senti un po' disse Manuel, non devo spiegazioni a nessuno. D'accordo rispose dolcemente Arthur. Capisco che un prete ehe non ci vede è una cosa impossibile. Non si tratta di questo; anche ciechi si può essere utili. Se non altro, in un posto come questo. E allora? Tu, Arthur, credi?ai ciò che si chiama fede? Sí, mi sembra. E allora, tientela disse secco Manuel. Allora, è cosí... mormorò Arthur. E poi, eon dolcezza, quasi con dolore, proseguí: Tu non credi piú, vero? Non lo so. Era tutto cosí semplice. Avevo sentito la vocazione fin da piccolo. Il seminario minore, poi quello maggiore: tutta una strada ben tracciata. E poi, l'Algeria, e quello che ho visto là. Lo sai ehe cos'è un paese che va arrosto con i bambini chiusi nelle tende? Sai che cosa significano la tortura, le fucilate, i feriti? No, ma sono tutte cose fatte dagli uomini. Dagli uomini, proprio, da credenti di entrambe le parti, musulmani e cristiani. Ciò prova soltanto che quegli uomini non ascoltano il loro Dio, eceo tutto! E che Dio lo tolleri, non ti sconvolge? Sai, io non credo che Dio si occupi molto di quello che facciamo. Dopo, forse... ma non adesso. E allora, non si può ritenerlo responsabile delle cretinerie degli uomini. Ci fu un silenzio. Sento la macchina. Vado. A stasera. A stasera rispose Arthur. E mentre i passi di Manuel si allontanavano, disse tra sé e sé: "Se quelli si arrendono, noi, allora, dove andremo a finire?" QUEL venerdí regnava una grande eccitazione. Di camera in camera, i eiechi si aiutavano a trovare i vestiti della domenica, a spazzolare le scarpe nuove, a farsi il nodo della cravatta. Georges seherzava: Chissà eosa sueeede dalle ragazze!... I quarantotto ospiti del Centro erano infatti invitati a una rappresentazione dell'Opera di Lione. La sera prima, Manuel, il piú qualifieato in eampo musieale, aveva parlato di Pelléas et Mélisan~e di Debussy, aeeompagnando il suo diseorso con dischi di brani dell'opera. Alle otto e venti della sera, un pullman, noleggiato per l'occasione, sostava sul lungofiume e il Vecchio, in piedi accanto alla portiera, contava i suoi ragazzi, che sfilavano davanti a lui dicendo il proprio nome. Arthur, salito fra gli ultimi, prese posto sul sedile anteriore, accanto all'autista. Si sarebbe potuto crederla la partenza di una colonia per le vacanze, con tutti quei richiami e quelle risate da un capo all'altro del veicolo. Eccoci arrivati annunciò l'autista, tirando il freno a mano. Non ci si può fermare qui. Ma, vigile, non posso farli scendere dall'altra parte della piazza: sono ciechi. "Sono ciechi": quella frase avrebbe perseguitato Arthur per tutta la serata. La udí mormorare quando entrarono nell'atrio, la udí ripetere dalla maschera che controllava i biglietti e da quella che vendeva i programmi. Arthur si sentí ridicolo quando toccò loro salire le scale in fila indiana, ciascuno tenendo in mano un lembo della giacca di chi lo precedeva per non perdersi. Evidentemente, anche i suoi compagni condividevano la medesima impressione perché, durante l'intervallo, restarono tutti seduti, scambiando soltanto qualche parola a bassa voce. Al termine dello spettacolo, le maschere attesero che la sala si fosse vuotata prima di aiutarli a uscire, e il ritorno in pullman fu molto piú tetro di quanto non lo fosse stata l'andata. I sei del gruppo al quale apparteneva Arthur si ritrovarono nella sala comune della famiglia. A detta di Georges, "spirava vento di tristezza". In fondo :disse Manuel, non vale poi tanto la pena di andare a teatro; ascoltare una buona registrazione di musica operistica dà press'a poco la stessa impressione. Ma nessuno osò parlare di ciò che li aveva maggiormente colpiti: la compassione della gente, la sensazione profonda della loro menomazione, una sensazione che, invece, finivano quasi per dimenticare vivendo tra di loro. NATALE si avvicinava, e quasi tutti, al Centro, preparavano le valigie. Dei sei che formavano la famiglia, soltanto Joseph non avrebbe lasciato l'edificio del Quai de Saone: aveva da lavorare, diceva. Infatti, da alcune settimane numerosi radiotecnici gli portavano le radio dei loro clienti da riparare e l'ex marconista di marina li stupiva per la rapidità con la quale scopriva l'origine dei guasti. Olivier avrebbe trascorso il Natale in famiglia, a Lione, Manuel si F F VITTORIA SUL BUIO rocava al Nord, Georges faceva il misterioso su dove sarebbe andato; ma da quando gli altri sapevano, grazie a una delle donne delle pulizie chiacchierona e dalla vista acuta, che la fotografia di una ragazza era perennemente sul suo comodino, il segreto di Georges era ormai diventato il segreto di Pulcinella. Claude e Arthur avevano deciso di fare insieme il tragitto in treno fino a Bourg-en-Bresse. Benedissero, senza dirglielo, l'autista del Centro che aveva insistito per accompagnarli alla stazione e per sistemarli sul treno per Bourg. Nell'attraversare sale e sottopassaggi, entrambi riportarono un'impressione di confusione estrema; tutte quelle voci impossibili a collocare, le indicazioni e gli avvertimenti diffusi dagli altoparlanti, il pigia pigia, i colpi dei bagagli nei polpacci, il rombo dei treni che entravano in stazione, tutto ciò creava un'atmosfera fanta`stica che, priva d'immagini, si trasformava in incubo. Partirono dalla Gare de Perrache alle 8.44, seduti l'uno accanto all'altro in uno scompartimento di seconda che puzzava di fumo e che sobbalzò sui molteplici scambi dell'uscita da Lione. a Sei già tornato a casa, da quando sei al Centro? domandò Arthur. Sí rispose Claude, l'estate scorsa ci sono restato per due mesi. :~ Poiché l'amico non accennava a dir nulla di ciò che aveva provato in quell'occasione, Arthur non osò fargli altre domande. Parlarono poco, con frasi brevi: del Centro, del tal professore o del tale compagno, mentre il rapido filava verso Bourg. Vi arrivò pochi minuti dopo le dieci. I miei genitori dovrebbero essere già qui lo informò Claude. In effetti c'erano, e Arthur indovinò, dalle loro voci, che avevano corso lungo il treno per raggiungere i due ciechi che aspettavano accanto al vagone. < Questo è Arthur presentò il figlio. Torna a casa sua, a Morzine; il suo treno parte soltanto alle dodici e cinquantaquattro. Arthur indovinò dalla breve pausa di silenzio che seguí, ciò che stava accadendo ii padre di Claude doveva essersi girato verso la madre, per interrogarla con lo sguardo. Poi, ormai sicuro della sua approvazionedichiarò: Bene! Benissimo! Allora, ragazzi, andiamo a bere un bicchiere al caffè della stazione. Qualche raro tintinnio di piattini, qualche conversazione appena mormorata: il caffè della stazione di Bourg era tetro, a quell'ora. Ordinarono tre birre e una limonata per la madre di Claude. Il tempo non passava mai, Arthur si sentiva a disagio. Capiva benissimo che quelle persone non avevano che un desiderio: portarsi il figlio all: fattoria, fuggire da quella città che per loro rappresentava solo u punto di arrivo e di partenza di treni. Riuscí a dirlo con calma, senz~ offenderli. Ma troverà il marciapiede? si preoccupò la madre di Claude Domanderò a un ferroviere :la rassicurò Arthur. Non se n~ faccia un cruccio, non potete star qui ad aspettare quasi due ore. 1 Quando se ne furono andati, Arthur restò seduto, ma sentiva troppi sguardi puntati su di sé. Avrebbe preferito l'aria aperta e la solitudine del marciapiedi, ma dovette attendere che qualcuno gli passasse accanto per essere condotto alla banchina numero tre, dove sarebbe pas sato 11 treno di Modane, che lui doveva prendere. Sulla banchina, un ferroviere si occupò di lui e lo fece sedere su una panca Il "Modane" si fermerà qui, proprio di fronte a lei, ha capito'~ Non salga dall'altra parte, altrimenti va dritto a Parigi. Dall'odore di grasso che emanava dalla mano dello sconosciuto Arthur capí che era un ferroviere addetto alla verifica degli assali delle fermate principali. Appoggiò il bagaglio contro la gamba destra e vi mise sopra il bastone bianco. Non poté fare a meno di sorridere, pensando a quest'ultimo. Per lungo tempo, a Lione, si era ribellato contro quel segno distintivo della sua infermità. C'erano volute le spiegazioni del Vecchio e le insistenze dei compagni, per farglielo accettare "Lo scopo del bastone bianco" gli avevano detto, "non è quello di impietosire la gente, ma di evitare di dover chiedere dei piaceri. Vedendolo, le automobili si fermano, i passanti ti fanno traversare la strada, i vigili ti aiutano. Senza il bastone, come vuoi che indovi Arthur si era arreso di malavoglia alle loro argomentazioni, e poi S; era abituato, come per tutto il resto. Un altoparlante annunciò gracidando l'arrivo del direttissimo Si avvertí un confuso brontolio, che divenne a poco a poco piú distinto, per sfociare in un frastuono apocalittico. Arthur si domandò se quel ~reno sarebbe mai riuscito a fermarsi: il cigolio acuto dei freni lo rassicurò. Appena si rifece silenzio una voce domandò: Dove va? A Culoz rispose Arthur. Allora, il treno è questo proseguí la voce. E una mano lo guidò. Arthur salí tre scalini, si inoltrò un po' nel ~orridoio, e poi si fermò, sempre con la valigia in mano, non sapendo se gli scompartimenti erano occupati oppure no. Si udirono dei colpi di fischietto, il rumore dell'aria compressa per liberare i freni, il convoglio si rimise in marcia. Arthur esitò, quindi, deposta la valigia, avanzò, guidandosi con la destra alle fredde sbarre di metallo che guarnivano i finestrini. Con la sinistra cercava le maniglie degli scompartimenti, ma all'improvviso incontrò il vuoto. Domandò: C'è posto, qui? Nessuno rispose, e allora proseguí nella sua esplorazione e trovò, all'altezza del ginocchio, la forma di un sedile. Tornato in corridoio, recuperò la valigia e finalmente riuscí a sedersi. Faceva caldo: appoggiò la testa contro lo schienale, sistemandosi comodamente. Provò un senso di pace, quasi di contentezza: era salito da solo, aveva trovato da solo un posto in un luogo a lui sconosciuto. Non dormiva, ma era in uno stato quasi di dormiveglia. Vedeva Morzine, la fattoria dei Prodains e la valle sotto la neve Una voce scacciò quelle immagini. Biglietto, per favore! Arthur cercò nella tasca della giacca e tese il biglietto al controllore. Ma lei sa che questa è una prima? esclamò il controllore. Una prima! si stupí lui. No! Mi hanno aiutato a salire e io non ne so nulla. Come! Lei non ne sa niente! Ma avrà pur visto dove andava. No rispose Arthur. Gli costò una grande fatica pronunciare le parole: Sono cieco... Ah! disse il controllore, mi scusi. Dove va? A Thonon. Bisogna che cambi a Culoz. Sí. E poi a Bellegarde. Capisco che non è colpa sua se si trova qui, ma io non posso lasciarla viaggiare in prima con un biglietto di seconda. Nel vagone di seconda qui vicino c'è posto, se vuole la conduco là. Arthur riprese la valigia, il bastone e uscí, guidato dal controllore. Attraversarono il mantice che univa le due carrozze e penetrarono in un vagone in cui i suoni erano piú metallici. Ecco! disse il controllore. Si sieda qui. Poi, rivolgendosi ad altre persone: Signore, una di loro potrebbe essere tanto gentile da indicare al signore quando saremo a Culoz? Deve cambiare treno, Ií. Certamente rispose una voce. Non abbia paura aggiunse, conosco benissimo la linea. Per un'ora e mezzo, Arthur dovette rispondere alle domande delle tre donne che occupavano lo scompartimento. Vollero sapere tutto: VITTORIA SUL BUIO che cosaìi era accaduto, dove andava, perché viaggiava solo, se alla stazlone c'era qualcuno ad aspettarlo. Per lui fu un sollievo, quando poco dopO le due del pomeriggio una delle viaggiatrici esclamò: Sl preparjstiamo per arrivare a Culoz~ L aiutarno a scendere, si informarono per lui, gli comunicarono che 11 trenO per Ginevra sarebbe passato sullo stesso binario e lo affidaronollc cure di un viaggiatore che non lo abbandonò finché non lo ebbe sistemato in uno scompartimento. Lí c era Silenzio, e Arthur non seppe mai se aveva avuto, o meno, dei CmPaglli di viaggio. Scese a Bellegarde verso le tre. L'automotrice per Thnn arrivò con un gran scoppiettio di motore diesel, una mano guldò Arth~lr verso una portiera, quindi verso un sedile. Faceva freddo e umldo Arthur, seduto vicino a un finestrino, s'immaginava un clelo basso e grigio, e la piccola automotrice color rosso e crema che correva in fondo alla valle. Si sforzava di ricostruirne il percorso: la golaprofondail ponte di ferro sul Rodano, la pianura divisa tra Francla e S~izzera. I freni stridettero, alcune voci su un marciapiede grldarono: " Saint-Julien... D e Arthur si sentí fiero, come uno scolaro che finalme~te giunge alla soluzione di un problema difficile, d'aver seguito con esattezza il percorso del treno. In seguito, vi fu Annemasse e i suoi "cinque minuti di sosta, chiosco turistico, Poi il diesel cambiò regime all'entrata di Thonon. Arthur tr0vò la portiera aperta e scese sul marciapiede. Ciao,rthur D disse una voce accanto a lui. Ciao, paul; sei venuto a prendermi? D Come Vedi rispose Paul. Si corresse: Cioè, voglio dire... Non fa niente D lo tranquillizzò Arthur. Istintivamentecome gli avevano insegnato, posò la destra sulla spalla del fratellO e lo sentí irrigidirsi. 1piú facjle cosí D spiegò. Paul era iì maggiore dei dieci tra fratelli e sorelle, già sposato e padre dl farl~iglia; lavoratore accanito, parlava poco, sempre a frasi brevl, dalle quali ci si aspettava un seguito che non arrivava mai. Sl mcamrninarOnol'uno guidando l'altro, verso l'uscita della stazione. La mamrna non è venuta? D s'informò Arthur. No D Sei venu~O con la corriera? D Ho CmPrato la macchina, quest'autunno. :~ h u r c A A t ;IIV 11 Ul~llellO ál ~V~lLlUllUI; selciato del Piazzale della stazione. e sentí sotto i piedi il Che macchina hai preso? D Una Peugeot 203 rispose Paul. Si allontanò e Arthur dovette cercare a tastoni la maniglia della portiera. Il sedile alla sua sinistra gemette sotto il peso di Paul, il motore si avviò al primo tentativo. Arthur, come aveva fatto in treno, cercava di indovinare, dalle curve, a che punto del percorso si trovavano; all'improvviso fu stanco del gioco e domandò: Che tempo c'è su da noi? Neve? D Trenta centimetri in paese. La prima è caduta in novembre. D Molta gente? D Sembra che sia tutto pieno, per le feste. D A ogni risposta seguiva un lungo silenzio, e Arthur trovava una specie di conforto in quella conversazione scucita. E a casa come va? Mica maie D disse Paul, qualche raffreddore, un po' d'influenza, ma niente di speciale. D E in casa tua? Blanche? I bambini? D in arrivo il terzo. D Bene! fece Arthur, non perdete tempo. D Dopo la frazione Jotty, Paul rallentò e Arthur capí che avevano trovato la neve sulla strada. Non parlavano piú, e nessuno dei due si chiedeva a che cosa pensasse l'altro. A POCO A POCO Arthur riscopriva la fattoria dei Pichard, la sua casa. La prima sera, non si diede pensiero di niente, troppo occupato a rispondere alle domande dei genitori, dei cinque tra fratelli e sorelle che c'erano ancora in casa, degli otto tra fratelli, sorelle, cognate e cognati che li raggiunsero dopo cena. Dovette raccontare della sua vita a Lione, che cosa faceva, che cosa imparava, e i piú piccoli vollero toccare il punteruolo per scrivere in Braille e l'orologio con i numeri in rilievo, che si era comperato facendo economie SUj VagIia della famiglia. Dormí bene, quella notte, nella cameretta dal balcone intagliato, immerso nel buon odore di legno dello chalet e nel caratteristico silenzio della neve. Per la prima volta, dopo tanto tempo, aveva la sensazione di respirare liberamente. Che strano: tutto ciò che proveniva dall'esterno, i rumori, gli odori, gli parevano familiari. Avrebbe potuto indicare il posto del tal albero, della tale svolta della strada, della tal pietra; e invece, nella grande cucina, esitava a trovare la credenza, i fornelli, la tavola, le seggiole. Come poteva essere diventato piú estraneo nella sua stessa casa di quanto non lo fosse nell'anonimato del Centro, a Lione? Si disse che non aveva mai veramente prestato attenzione a tutte quelle cose, che facevano parte del dominio femminile. Ne parlò con cautelà a sua madre e le rivolse una quantità di domande Senza mai stancarsi, la mamma gli guidava le mani verso le bottiglie, I bicchieri, verso i posti a tavola e i piatti, verso l'armadio della biancherla e il ripostiglio delle scope, e Arthur si sforzava di imprimersi ogni cosa nella mente. L'indomani sarebbe stato Natale, e dopo pranzo, quando i bambini se ne furono andati, Francois disse: Vieni, Arthur, andiamo a tagliare l'albero . L'idea ehe suo fratello avesse pensato di portare eon sé lui, il cieco, per trovare l'abete, sconvolse Arthur, ehe però non laseiò trapelare nulla. E Franeois non seppe mai quale felicità aveva arrecato al fratello con quelle semplici parole, indubbiamente le stesse dell'anno precedente, prima dell' "incidente". Attraversarono la strada, salirono verso i primi abeti. Cosa te ne pare di quello lí? D Arthur toccò i rami, la cima appuntita dell'alberello; le mille punture d'ago sulle mani gli facevano piacere. Forse potremmo trovarne un altro un po' piú Aspetta, ce n'è un altro un po' piú su. D Franeois segò l'albero alla base, mentre Arthur lo teneva; poi ridiscesero, trasemando l'abete, e Arthur immaginò la grande seia ehe l'albero lasciava dietro di sé, nella neve fresca. Mentre ornavano la sala con festoni e decorazioni scintillanti, una palla sfuggí dalle dita di Arthur e s'infranse con un rumore secco sul pavimento d'ardesia. Franeois disse: Non fa niente, succede tutti gli anni D, Ma Arthur smise di aiutare e si sedette poeo discosto. Si sentiva improvvisamente triste, provava una sensazione di sconfitta. Laseiarono i Prodains verso le undici e mezzo di sera e tutta la famiglia seese in gruppo verso il paese, mentre i passi risuonavano sulla strada gelata, quelli dei bambini piú frettolosi di quelli degli adulti, con iI concerto delle campane che si faceva sempre piú vicino Arthur camminava accanto al padre; questi l'aveva preso sottobracclo, e Arthur ne sentiva i muscoli duri attraverso il cappotto Di', papà D domandò a un tratto, non ce l'hai con me? D Ragazzo mio!... D esclamò il padre. C'era tanta tenerezza in quelle due parole, che Arthur sentí le lacrime salirgli agli oeehi, ed entrò in chiesa al braccio di suo padre a testa alta, quasi con fierezza. folto D osservò. Il parroco predicava e Arthur seduto allo stesso posto dal quale, bambino, avevo seguito il catechismo e la messa domenicale, sentiva ogni frase come indirizzata a sé. Il parroco mostrava il Bambino Gesu, miseramente vestito, nella stalla di Betlemme, il Dio nato sulla paglia nella notte fredda degli altipiani di Giudea, la stanchezza di Maria nonostante la sua gioia immensa e la certezza che aveva della parola di Dio Quale miseria è pari a questa? D esclamò il parroco. Noi stessi, per quanto sofferenti, infermi, eolpiti nel profondo del euore dall'angoseia e dal dolore, ritroveremo questa sera il ealore di un focolare, la dolcezza di una casa. Lui, nostro Dio, non ha nulla di tutto ciò, questa notte, e già gli albergano in euore tutta la sofferenza e tutta la miseria del mondo, quella sofferenza e quella miseria ehe lo eondurranno sulla eroee. D Quando il parroeeo ebbe pronunciato: "Buon Natale a tutti! Buon Natale di pace! Amen", Arthur si alzò in piedi con gli altri e ritrovò, per recitare il Credo, la serena fiducia del giorno della sua prima comunione. Lo ZIO AUGUSTE era stato di cattivo umore sin dall'inizio del pranzo; né il crepy, il bianco, secco vino locale, né il cosciotto d'agnello, e neppure il borgogna e le conversazioni dei ventidue commensali erano riusciti a rasserenarlo. Poiché la zia Anne, sua moglie, con la voce sommessa delle persone anziane, commiserava Arthur, gridò: Ma piantatela una buona volta con Arthur! Le conversazioni si interruppero e papà Pichard domandò: Ma cos'ha fatto, Arthur? D Ha... ha che mi asfissiate con questa storia. vero, siete tutti lí a lamentarvi, a compiangerlo, "quel povero Arthur". Non doveva far tanto l'imbecille da bambino, a fare il matto, a spaccare i vetri, a far scherzi alla gente. Se è cieco, è Dio che l'ha punito. D Un susurro scandalizzato corse attorno alla tavola. Mamma Pichard giunse le mani, timorosa di un violento scoppio d'ira del marito, ma questi disse soltanto, con voce spenta: Auguste, una famiglia è una cosa sola, oppure non è un bel niente. Bisogna essere ancora piú uniti nelle disgrazie che quando tutto fila liscio. Altrimenti, la famiglia non esiste. Vattene, e non mettere piú piede qui dentro D. Aveva parlato pacatamente, ma la tristezza di cui era piena la sua 33 voce valeva piú della collera. No, papà D intervenne Arthur, forse lo zio ha ragione. Può darsi veramente che io sia stato punito, ma Dio non ti toglie la vista perché da bambino rompevi i vetri. Zio, ritira questo. Per il resto, hai ragione, le geremiadi non servono a niente. E se qualcuno mi vuol bene, gli chiedo una cosa sola, e cioè di non compiangermi mai. D Va bene D bofonchiò lo zio, lo ritiro, d'accordo. D Ah no! :La magra zia Anne scoppiava. Sarebbe troppo facile: rovini il Natale a tutti, insulti tuo fratello, tuo nipote e poi dici "Ritiro" e tutto finisce lí... Prima di tutto, se qualcuno dovesse essere punito, non dovresti esserlo tu, di' un po', vecchio schifoso? Quanti bicchieri ti sei scolato in vita tua, tanto da non poter lavorare per due o tre giorni di fila e da obbligarmi ad andare a lavare i panni nella Dranse, in pieno inverno, per dar da mangiare ai bambini? E tutte le ragazze con eui ti sei divertito, per eui ho pianto, tante notti?... Magari era peggio di un vetro rotto, no? Se Arthur è eieeo, forse è eolpa dei tuoi peccati, e dovresti venerarlo come un santo. D Vuoi star zitta, sí o no? D urlò Auguste. Furono separati, mentre tutti si alzavano da tavola, parlando contemporaneamente. Arthur restò al suo posto e udí qualcuno accanto a lui tirar su col naso Sei tu, Eliane? domandò. Eliane era l'ultima delle sorelle, una bambina d'una decina d'anni, che Arthur ricordava minuta, con grandi occhi azzurri in un visetto coperto di lentiggini. Sí D rispose la bambina. E mise la sua manina sopra quella del cieco. Non prendertela, Eliane le disse Arthur, lo zio Auguste non è cattivo, avrà bevuto troppo, eeeo. D Ma se ne stette lí, immobile. Si sentiva tutto indolenzito, eome se avesse appena rieevuto una seariea di botte. A MORZINE, da Alcide, la sala era piena di fumo, tutti i tavolini erano oeeupati, e la gente parlava ad alta voee davanti a bicchieri di rollge limé (quel vino a buon mercato al quale si aggiunge una goceia di limonata). Il tono delle eonversazioni si abbassò, quando Albert Ronet entrò, guidando Arthur. To', eeeo Arthur! eselamò Mariette, la padrona. Si esprimeva con una lenta eantilena, eome avviene nella vicina Svizzera francese. Come va? 34 Grazie D rispose Arthur, a mica male. D Venite in sala da pranzo D proseguí Mariette, gli ospiti non sono ancora a tavola, e starete piú tranquilli. D s~F L'aiutò a salire due gradini e lo fece sedere a una tavola coperta da una tovaglia Cosa vi do? Offre la casa. E poiché Arthur abbozzava un gesto, insistette: Sí, sí! Con tutto il tempo che non t'abbiamo visto! D Arthur scelse un Ricard e Albert disse: Anche per me D, Ma tutto suonava falso. Vedi D disse Arthur all'amico, di quelli che sono di là, metà mi conosce da quando sono nato, e manco uno che venga a dirmi ciao. Devo fargli paura. D Paura no D ribatté Albert, ma li metti in imbarazzo, cerca di capire. Cosa dire? Si chiedono se devono parlarti dell'incidente oppure no. un po' come a un funerale, la gente non sa come eomportarsi. A un funerale, almeno, ci si stringe la mano. Certo, ma come spiegarti? Tutti si dicono: "Non può vedermi e quindi non mi riconoscerà". Pensa, poco fa, quando ti ho incontrato in piazza, per un momento ho esitato. Tu non sapevi che stavo passandoti vicino. Se non ti avessi rivolto la parola, non l'avresti mai saputo. D ben deprimente D disse Arthur. Lo so, ma cosa vuoi farci? iumano. Non puoi capire. D E tu? D domandò dolcemente Arthur, tu puoi capire quello che provo io? D No, certo, è difficile mettersi nei panni altrui. D Credi? ma se è cosí semplice! Non ci vedo piú, d'accordo. Ma io vorrei tanto che, a parte quello, tutto fosse come prima. Ci Sj incontra, ci si parla, di qualsiasi cosa, del tempo o dello sci, del foraggio o delle bestie. E invece... come se camminassi in mezzo a dei fantasmi. So che sono lí, ma quando mi avvicino, loro tacciono. D Ma non è per cattiveria insistette Albert. Oh, lo so... Ma tu, racconta un po', che cosa fai? Mi hanno detto che ti eri fatto male durante gli allenamenti, è una cosa grave? D No. Una brutta distorsione, ma quanto basta per sbattere all'aria tutta la stagione. Quest'anno non parteciperò alle gare, e penso che il mio posto nella nazionale sia andato a farsi friggere. D Come hai fatto? D Ho sbagliato l'angolatura dello sci e ho voluto correggerla. La neve era cattiva, c'era uno strato di ghiaccio, sottile però, che non ha retto Il ginocchio ha ceduto. Ma non tutti i mali vengono per nuocere. Sono andato al Sud, a passare qualche giorno al sole. Là ho conosciuto una ragazza. Se non fosse stato per quel volo, non ci saremmo mai incontrati. D E soggiunse, un po' imbarazzato: Ci sposiamo . Tu? D esclamò Arthur, ti sposi? Eh sí! Capita. D una di qui? D No, di laggiú. D Almeno sarà carina! D Per questo, sí. E poi è una ragazza in gamba. Verremo ad abitare qui, lei è d'accordo. Ho intenzione di mettere su un negozio di sci. Se ne noleggiano molti, sai; d'inverno la gente aumenta di anno in anno. Io farò il maestro di sci, ho già la licenza. E lei si occuperà del negozio. D E il matrimonio D domandò Arthur, è fissato per quando? D Per Pasqua, senz'altro. D Bene, allora! Ai tuoi amori! Ciao, devo rientrare, dev'essere ora di cena. D Aspetta, vado a prendere la macchina e ti accompagno. D No D rifiutò Arthur, ho voglia di camminare. D C'è un bel pezzo, fino ai Prodains. D Ma sai, l'ho fatto talmente tante volte in vita mia... D Ecco, pensava mentre risaliva verso casa, come andranno le cose. Gli amici si sposeranno, uno dopo l'altro. Avranno dei bambini. Avranno tutti una casa e una famiglia. E io, quando i miei genitori se ne saranno andati, resterò solo. Pensò ai poehi vecchi celibi del paese: fino ai quarant'anni, se la cavavano, ma poi era uno sfacelo. Per prima cosa trascuravano la casa, poi non si lavavano piú, non si facevano piú la barba, bevevano sempre di piú, diventavano selvatici, litigiosi, e finivano come barboni. E nessuno di loro era cieco. Il rumore di una porta sbattuta lo distolse dai suoi pensieri. Era davanti alla casa dei Rivoires. Quale membro della famiglia era entrato o uscito? Chiunque fosse stato, quella persona l'aveva visto, lo conosceva per forza, e neppure gli aveva rivolto la parola. Bisogna che impari a cavarmela, si disse Arthur affondando i pugni nelle tasche del giaccone, bisogna che impari un mestiere, bisogna! A POCO A POCO Arthur emergeva dal sonno. La cucina economica 36 che veniva rattizzata e l'aroma del caffè lo riportarono alla vita di ogni giorno. Ebbe voglia di sprofondare di nuovo in quel sogno, nel quale distingueva tutti i volti, le forme e i colori, ma sentí, da qualcosa di caldo sulla faccia, che c'era il sole, un pallido sole invernale, che però doveva esser bello sulla neve. Hai fatto una bella dormita, ragazzo mio D gli disse la mamma, baciandolo. Devi aver fame; vieni, svelto, c'è il caffè sul fuoco. D iuna bella giornata, eh? D domandò Arthur. Bellissima, ma come fai a saperlo? D Si stupí la mamma. Si sente benissimo il sole, sulla pelle. Franeois è uscito? D Non ancora, voleva fare una pista con Robert. Penso che stiano cercando gli sci nel fienile. D I due fratelli entrarono proprio in quel momento; a turno, andarono a dare un bacio al cieco. Salite al Pleney? D domandò Arthur. Non ne abbiamo voglia. Pensavamo invece di portarci dietro qualcosa da mangiare, salire con le pelli di foca verso Ressachaud e scendere poi giú dritti. D Sí D confermò Robert, sulle piste ci si diverte poco, e poi ci sarà una massa di gente sulla funivia, per via delle vacanze. D Verrei con voi. D Arthur l'aveva detto tranquillamente, come se si trattasse di una cosa abituale. Sei matto, ragazzo mio! D esclamò la mamma. No, mi farebbe piacere sciare di nuovo. Non è mica molto piú difficile che camminare, quando si ha l'abitudine. D Per l'andata, capisco: puoi restare vicino ai tuoi fratelli; ma, in discesa, si deve filare, e tu non potrai vedere né gli alberi né le cunette. Ti ammazzerai. D Ma no, mamma. Sai, il solo modo per tirarmene fuori, è di riuscire a far tutto quasi eome gli altri. Hai paura di portarmi con te, Franeois? D No, anzi, mi farebbe piacere. Ma anch'io, come la mamma, mi domando come farai in discesa. D Se non verrete giú troppo a razzo D disse Arthur, vedrete che ce la farò. D Per due ore salirono tra paseoli e boschi. L'aria si faceva sempre piú pungente. Franeois e Robert avevano piazzato Arthur tra di loro. Franeois apriva la marcia, annuneiando i eambiamenti di direzione: Saliamo a sealetta... prendiamo in diagonale... adesso avanti dritti . Arthur era pronto a eseguire i movimenti richiesti. Capiva ehe suo fratello sceglieva con eura il cammino, allontanandosi dalle radici ed 37 evitando le strette scorciatoie tra i pini. Grazie a tutto questo, non aveva incontrato aleun ostacolo, ma piú che mai sentiva la propria r~lità e riprovava la medesima angoscia dei suoi primi passi di cieco. Si CCoci arrivati D annunciò Francois. Mangiamo? I lsero gli sci e si sedettero al sole. Q te~npO è sempre bellissimo? D domandò Arthur. sal ul il cielo è ancora azzurro, ma ci sono parecchie nuvole che goIno dalla valle D rispose Robert t d I/entO è piuttosto forte D constatò Arthur; non dobbiamo atdura tci, potrebbe tornare la neve. iche ho paura di farvi rallentare Ma la discesa D concluse. vino bngiarOno rapidamente, bevendo a gran sorsi dalla bottiglia di anco ehe si erano portata dietro sj~ndiamo D disse Arthur. t j sentìva meglio, ma la paura lo riprese mentre era ehinato a metsci, eereando a tentoni i einturini di sieurezza. c. ' avanti tu, Franeois? D domandò. O Poi ci fu la visita del dottor Billet. Passavo D feee questi. Arthur sorrise, perehé la strada non eondueeva da nessuna parte oltre la loro fattoria. Parlarono di ciò che Arthur avrebbe potuto fare in futuro Mi hanno detto che adesso, a Lione, ei sono dei eorsi di massaggi, di chinesiterapia. Ecco che cosa dovresti fare. C'è una tal massa di gente che si procura storte e lussazioni, l'inverno, sciando, che ti faresb certo una clientela. D C'è già un massaggiatore, a Morzine D obiettò papà Pichard. da un pezzo che non basta piú. D Dev'essere molto difficile da imparare D fece Arthur. Lei sa, dottore, che ho soltanto la licenza media. D replicò Arthur, ma cosa vuol farci? Oh! Non lo so. A volte, mi dico che devo scioglierlo dal suo impegno, e allora sí che vedrò se mi vuole ancora bene come dice. Ma non sarebbe dargli un dolore inutile? Nei suoi panni, Nicole, g]i scriverei francamente tutto quel che mi ha detto adesso. I suoi studi continueranno per altri due anni, avrete quindi entrambi il tempo di decidervi. Ma lei sa che c'è un altro rischio: se lei lo lascia libero, e lui ne approfitta, sarà lei quella che soffrira. Lo so rispose Nicole. Gli scriverò domani. Arthur non seppe mai se Nicole l'aveva fatto, né quale era stata la risposta. La ragazza non accennò piú alla cosa e lui non se la sentiva di tornare sull'argomento... Nicole si recò a casa per Natale, per Pasqua, e si apprestava a tornarvi per le vacanze estive. Lui, Arthur, restava lí, nonostante le lettere della mamma che, tra due notizie del paese, gli diceva e gli ripeteva il suo dolore per non averlo rivisto. i deve abituarsi, non MA Dl' un po', caro il mio orbo, torni alle tue montagne per le vacanze estive? No, professore, resterò qui a lavorare. :~ Ormai Arthur si sentiva perfettamente a suo agio con il professor Langlois; ne riconosceva l'avvicinarsi dal passo pesante e anche dall'odore di pipa spenta che ne impregnava i vestiti. Il medico era una persona leale, cordiale e affettuosa. Per Arthur, aveva le qualità del vero maestro. Che cosa fai domenica? Niente di speciale? Vieni a pranzo da noi, ti aspettiamo per mezzogiorno e mezzo. E sii puntuale. Sai che non mi piace mangiare in ritardo. Alle dieci, Arthur, che indossava una camicia bianca e il migliore dei suoi vestiti, era già per strada. Aveva deciso di sbrigarsela da solo, in città. Con la punta del bastone bianco indovinò il palo della fermata dell'autobus, salí senza esitazione e consegnò al bigliettario i suoi tre biglietti; in centro, scese in Avenue de la République, di fronte all'edificio del giornale Le Progrès. Conosceva il posto perché, con alcuni compagni, aveva visitato la tipografia del quotidiano. Avanzava costeggiando le vetrine; si udivano in giro poche automobili, quella domenica mattina, il tempo era bello e caldo e spirava un venticello fresco dal profumo di montagna. Arthur non avvertiva piú attorno a sé quella curiosità, quella pietà della gente, che tanto l'avevano colpito alle sue prime uscite. Tuttavia, la gente era la stessa: era dunque lui che stava abituandosi. Il bastone di Arthur incontrò il vuoto; dallo stridore delle ruote sull'asfalto, capí d'essere giunto a un incrocio. Sapeva che, per obbligare i pedoni a rispettare i passaggi zebrati, erano state sistemate delle catenelle sostenute da colonnine; cercò l'ostacolo con la mano. Vuole attraversare? domandò una voce maschile. Molto gentile da parte sua rispose Arthur. Approfittiamone fece l'altro, è verde. E poiché lo sconosciuto gli prendeva il braccio, Arthur esclamò: No, no, basta che lei mi cammini davanti. Posò la mano sulla spalla dell'uomo e lo seguí. Attento! lo avvisò il passante, ecco il marciapiede. :~ Grazie disse Arthur, grazie mille. Non c'è di che. Va lontano? No, sono quasi arrivato. C'è una chiesa, da queste parti? Ce n'è una a cento metri. Io giro a destra; la lascio, arrivederla. Arthur fu tentato di richiamare lo sconosciuto che si allontanava dopo avergli stretto la mano. Avrebbe desiderato continuare a parlare con lui. Sorrise al pensiero dell'immaginario dialogo. "Vuol fare un gioco con me?" "Un gioco?" "Sí, le dirò chi è e lei mi dirà se ho indovinato. Ecco, lei è fra i trentacinque e i quarantacinque, pesa circa settanta chili, è alto un metro e settantacinque, è nato a Lione, ha un carattere gioviale, fuma sigarette di tabacco scuro, è mancino - oppure ha qualcosa al braccio destro - è sposato e fa l'operaio in un'industria metallurgica. Vero o falso?" "Verissimo, ma come ha fatto? Lei è o non è cieco?" "Semplicissimo: ho dedotto la sua età e il suo peso toccandole le ossa della spalla, l'altezza di questa mi ha indicato la sua statura; inoltre lei è lionese perché ne ha l'accento, allegro perché sorride mentre parla; infine, lei emana odore di tabacco e di limatura di ferro, mi ha stretto la mano con la sinistra, che è callosa e ha la vera." Peccato, pensò ancora Arthur, che non abbia osato eseguirgli il mio numero; sarebbe rimasto sbalordito, almeno tanto quanto le infermiere e i malati dell'ospedale. Perché era là che si era allenato prendendo nota di ogni minimo particolare, sforzandosi di tracciare il ritratto di un individuo grazie al tatto, all'udito e all'odorato. Arthur aveva egualmente notato che gli si stava sviluppando una memoria per le voci che stupiva lui stesso. Ormai riusciva a riconoscere e a chiamare per nome una persona che non incontrava da un mese, solo dal modo in cui questa lo salutava. Arthur entrò in chiesa; faceva fresco, rispetto al caldo dell'esterno, e l'unico rumore, ripetuto dall'eco sotto le volte, era quello delle seggiole spostate. Dal fruscio di un abito, capí che, accanto a lui, c'era una donna. Le domandò a voce bassa: A che ora è la prossima messa? Alle undici, fra pochi minuti. Seguí la funzione con animo sereno e, per la prima volta dopo lungo tempo, poté dire nelle preghiere un "grazie" spontaneo. Ritrovò l'odore della vecchia Lione, un po' umido, nell'atrio della casa in cui viveva il professor Langlois. La scala era di pietra, l'antica ringhiera, di ferro battuto Arthur contò due piani prima di suonare alla porta. Nell'appartamento regnava un odore di pulito, di pavimenti ben lucidati e di arrosto domenicale. La signora Langlois parlava con un lieve accento provenzale. Arthur se la imma~inava, piccola e rotondetta, sempre un po' ansiosa per il marito e i figli, amante della semplicità e della buona cucina. Mangiarono in tre attorno a un tavolo rotondo. Il cibo era succulento, lo Chateauneuf-du-pape generoso. Allora, non parti? domandò il medico ad Arthur. No, professore. :~ Non ha famiYIia? s'informò con simpatia la signora Langlois. Sí, signora, l'ho, e anche numerosa. Ma l'ultimo anno è il piú importante. Se me ne andassi lassú, mi lascerei riprendere dalla montagna, non lavorerei piú, e l'esame è l'anno venturo a giugno. Non prendertela troppo, caro il mio orbo gli disse il professore. Se continui come quest'anno, lo prenderai eccome il tuo diploma. Ma ho in mente qualcosa, per te. Tu non vuoi correre il VITTORIA SUL BUIO rischio di perdere la mano, e fai bene; vuoi continuare a sgobbare, e fai benissimo. Ma restare a Lione, con tutto il caldo che ci sarà quest'estate, non farà certo bene a un montanaro come te. Conosci il dottor Rémuzat, uno dei miei interni? Sí, professore. Mi sembra che andiate d'accordo. Bene! Lui ha trovato un posto per l'estate: è stato richiesto da un istituto a Berck. un posto per bambini disgraziati, per piccoli malati delle ossa. Rémuzat ha bisogno di un buon massaggiatore per i corsi di rieducazione. Lo stipendio non è male, e avanza il tempo per poltrire. Il clima è buono; inoltre, Ií troverai dei casi che noi non abbiamo, e ciò può tornarti utile piú avanti. Che cosa ne dici? Fu cosí che, otto giorni dopo, Arthur partí verso il Nord nell'automobile sportiva del dottor Rémuzat. Pranzarono in una trattoria dalle parti di Fontainebleau, e arrivaron~, la sera a Rerck. Arthur emerse dalla bassa vettura leggermente indolenzito; il m~dico aveva una guida decisa, e non risparmiava né le sterzate né le frenate brusche. Bisogna che ti descriva il posto disse Rémuzat. Ecco: si tratta di un vasto edificio, piuttosto cupo, con una grande terrazza, a tre piani e con finestre regolari; è un posto ordinato, pulito e non molto allegro. E il mare? domandò Arthur. Il mare? si stupí il medico. proprio là davanti. Com'è? Non hai mai visto il mare? Ma, sa rispose Arthur, a Morzine... Be', mio caro, è tutta un'altra cosa. Come spiegarti? C'è una spiaggia di sabbia dura, compatta, che in questo momento è scoperta perché c'è la bassa marea, cosparsa di conchiglie, di alghe, e poi, di fronte, in fondo, il mare... grigiastro, calmo, con dei riflessi verdi. Laggiú a destra c'è un faro. Cos'altro vuoi che ti dica? Niente rispose Arthur, grazie. Fece qualche passo e respirò a pieni polmoni un'aria nuova per lui, nella quale non v'era traccia di profumo d'alberi e d'erbe; provò una sensazione d'umido sulla pelle e rabbrividí. Su, entriamo disse il dottore. Furono ricevuti dalla direttrice e dalle terapiste, che li condussero nelle loro stanze. Arthur si ritrovò in una cameretta al terzo piano che, gli dissero, dava sul mare: un letto piuttosto stretto, un tavolo rettangolare ricoperto da una tovaglietta, due seggiole, un lavabo e di nel cluale appese i vestiti; tutto sembrava pulito, ma ricod SOttjle strato appiccicoso depostovi dall'aria marina. ArtPhur mise un m~glione e raggiunse il dottore sul pianerottolo per andsiare atCveanbn p' sperso e si sforzava di individuare le voci; quella d 11 dei I icella sua destra, era riconoscibile; una voce da zitella t lljca che stava spiegando: Come le ho già scritto, dottSoerCeCa~abmbeiamO C;llquantasette ragazzi e venticinque ragazze dai cinque dtni Qui prendo solo convalescenti; tuttavia, il lavoro è al I IcIOi ann~tj~o j corsi di rieducazione sono quotidiani e vanno d 11 P aglle undici e trenta e dalle quindici alle diciotto e trenta, inoltre ci son le cure per le affezioni benigne, Ha molto perSonale? s'informò Rémuzat S in Sette rispose la dlrettrice, quattro terapiste, due sor 54 ' moltO grata se vorrà anche evitare di farlo davanti ai ragaZMiaj~tentare il diavolo >disse ironicamcnte una voce di ragazza VITTORIA SUL BUIO Signorina Thérèse, la dispenso dai commenti. La signorina è infermiera? domandò Arthur. Sorvegliante rispose seccamente la direttrice. Sí, sorvegliante ribatté la ragazza, di notte e di giorno. Signorina, mi pare di averle già detto che se il posto non è di suo gradimento, è libera di tornarsene a Lilla. La signorina è di Lilla? proseguí Arthur sullo stesso tono innocente. Di Lilla, sí, e lei, signor Pichard? fece l'altra, prestandosi al gioco. Di Morzine, signorina. Morzine. E dov'è, Morzine? In Alta Savoia, signorina. Vi prego tagliò corto la direttrice, non passiamo in rivista tutti i dipartimenti francesi. Allora, dottore, siamo d'accordo, domani prima seduta alle nove? Certamente, signorina disse Rémuzat. Potrebbe darmi le cartelle cliniche? Il signor Pichard e io le guarderemmo questa sera. Sono in segreteria, e lei è libero di consultarle. Dubito tuttavia che il signor Pichard possa trovarvi gran che d'interessante. Non sono scritte in Braille. La voce di Rémuzat suonò alterata quando rispose: No, ma io so leggere e il signor Pichard sa ascoltare. Inoltre devo dirle proseguí la direttrice, che se avessi saputo della cecità del signor Pichard, non avrei mai accettato che venisse. Rispondo io della sua abilità professionale sbottò Rémuzat, e solo questo deve importarle! Domando scusa! Sta a me giudicare se sia positivo mettere un infermo accanto ad altri infermi. Signorina urlò il dottore, non le permetto... Lasci perdere, Paul intervenne Arthur, e si accorse di aver chiamato il dottore per nome per la prima volta. Gli infermi ci sono abituati. Signorina, qui lei è il datore di lavoro e il suo diritto è assoluto. Se lei lo desidera, prenderò il primo treno per Lione, ma mi permetta di dirle questo: il suo istituto è intitolato alla Madonna. Un nome tanto dolce non deve coprire della durezza. Senza dubbio, la compassione non serve a una persona menomata fisicamente, ma il vero affetto e la fiducia possono salvarla. Colui che non è capace d'amore è piú infermo di un infermo, e io lo compatisco. Arthur aveva parlato pacatamente, senza alzare la voce; tacque, aspettandosi uno scoppio d'ira. Tuttavia, non ci fu che un lungo silenzio, poi la voce spenta della direttrice disse: Allora, signori, vedrete i ragazzi alle nove . Buona notte, signorina augurò Arthur. E la sua voce era molto dolce. Paul Rémuzat condusse il cieco nella segreteria dell'istituto e chiuse la porta. Bravo, mio caro Arthur, hai salvato la situazione. Stavo per tirarle un piatto in faccia, a quella vecchia strega. Ah, devono star allegri, quei poveri bambini! E anche noi staremo allegri. Dottore, se volesse dare un'occhiata alle cartelle... gli rammentò Arthur. I:;ammi un favore, Arthur, continua a chiamarmi Paul. Paul Rémuzat enumerò in reiterate litanie tutti i termini medici usati per indicare affezioni delle ossa e delle articolazioni. Per lui, specialista già corazzato, essi rappresentavano puramente dei casi tecnici; per Arthur, essi significavano bambini stesi, immobili, bambini che s'annoiavano e guardavano dalla loro terrazza gli altri giocare davanti all'immensità del mare. E, infatti, il giorno seguente si trovò sotto le mani ogni sorta di infermità: cicatrici d'operazioni, muscoli atrofizzati, spesso doloranti, ossa decalcificate, callosità esuberanti. E sotto di lui, mentre rispondevano alle sue domande, vocette esitanti di bimbi o voci rauche di adolescenti. A poco a poco, si creò una specie di familiarità tra lui e i suoi giovanj pazienti. Verso le cinque, Arthur udí dietro di sé un bambino che diceva a un altro: in gamba, eh, il cieco? :~ Alla fine della giornata, Paul Rémuzat entrò nella camera di Arthur. lieni a cena? Se si può chiamarla cena. Che posto schifoso! Sai ho una voglia pazza di riprendere la macchina e di filarmela a Lione. Sí assentí Arthur, anch'io, ma ha visto i bambini, Paul? La cena fu cupa. La signorina Heurteaux, la direttrice, non disse parola, e cosí pure il dottor Rémuzat; soltanto Arthur avviò qualche tentatjvo di conversazione, ai quali la giovane voce ironica udita la sera prima, di fronte a lui, non fece eco. Si alzarono da tavola e si auguraronO la buona notte nella stessa atmosfera annoiata. Arthur non aveva voglia di salire in camera. Sentí il bisogno di trovarsi all'aria aperta, di cercare la pace della sera e il rumore del mare; le sue mani trovarono lo stipite di una porta-finestra: l'aprí Si trovò sulla terrazza, là dove venivano sistemate le barelle e le poltrone a rotelle dei bambini per la cura dell'aria; contò quindici passi prima di toccare una balaustra di legno, alla quale si appoggiò VITTORIA SUL BUIO coi gomiti dopo aver acceso una sigaretta. Nessun rumore attorno a lui, tranne il rumoreggiare sordo delle onde. Era lí da circa venti minuti, quando udí un pianoforte: una melodia dolce, nella quale vibravano dei trilli simili ad arpeggi; le mani gli parvero sicure, sensibili. Arthur rimase in ascolto per qualche minuto, poi gli venne la curiosità di sapere chi suonava, e si avvicinò alla casa, guidato dai suoni. Si addossò allo stipite, rivolto verso l'interno; la melodia si spense su una battuta che risuonò nella stanza vuota. Le piace la musica, signor Pichard? La voce era a pochi metri di distanza: Arthur riconobbe la signorina Heurteaux. Non sono un esperto, ma ho l'impressione che lei suoni molto bene. Non vuole continuare? Si accomodi lo invitò la direttrice. C'è una seggiola alla sua sinistra. Che cosa vuole ascoltare? Schubert, Mozart, Debussy? C'è un pezzo che un mio amico suonava spesso, a Lione rispose Arthur. Credo sia di Beethoven. Accennò esitando qualche nota. la sonata Appassionata disse la signorina Heurteaux, non so se la ricordo abbastanza. Cercò qualche nota sul piano, poi cominciò la sonata, e Arthur si ritrovò a Lione, quando la sera Manuel si metteva al piano. Manuel! Era sacerdote, ormai, e le lettere che gli scriveva regolarmente parlavano della sua pace ritrovata. La pianista terminò il pezzo, e Arthur disse: Bellissimo. Lei suona magnificamente, signorina. Poteva diventare una concertista . Stavo per diventarlo. Ci rinunciò? Non sempre i sogni si realizzano. No, certamente. Ci sono circostanze che... Arthur lasciò la frase in sospeso. Circostanze, sí proseguí la signorina Heurteaux. Per me, le circostanze furono un papà anziano che non potevo lasciare. La carriera di concertista non si concilia con cose del genere, come del resto quella di moglie e di madre. Era, dunque, una storia molto banale. Una fanciulla allevata con buoni principi, che resta sola col padre, e che vede svanire con gli anni ogni possibilità di dedicarsi a una carriera, di formarsi una famiglia. Perché non suona per gli altri'? le domandò Arthur. Quali altri? ribatté lei. Tutti! Anche qui. A quest'ora, immagino che ci siano dei ragazzi che non riescono a dormire, lassú, e che stanno ascoltando. :D Ma quei ragazzi se ne infischiano di Beethoven e di Ravel, non sanno neppure chi sono. Il loro mondo è quello delle canzonette alla moda. Vede, signorina, io non avevo ancora vent'anni, quando mi è capitato l'incidente. Avevo fatto solo gli studi obbligatori e basta, e le confesso che i piaceri intellettuali, dalle nostre parti, erano piuttosto scarsi. A Lione, ho trovato un direttore e dei compagni che mi hanno fatto conoscere cose nuove. Se non avessi perso la vista, non avrei letto che il giornale e non avrei ascoltato che la fisarmonica alla radio. Ora, non credo di essere un'eccezione: quando a un essere umano viene a mancare qualcosa, che sia la vista o la possibilità di muoversi, bisogna che qualcos'altro lo sostituisca, ma bisogna pure che qualcuno aiuti a effettuare questa sostituzione. Signorina proseguí Arthur, perché non tentare? Potremmo formare un piccolo club, si potrebbe parlare di musica, noi la ascolteremmo suonare. E poi ci sono le proiezioni, i racconti di viaggi, tutte scoperte che quei ragazzi non sono in grado di compiere da soli. Parola miaesclamò la signorina Heurteaux, e Arthur la udí ridere per la prima volta, lei parla come un prete da oratorio, signor Pichard! Ma quando vorrebbe organizzare tutto ciò? I nostri orari... Oh, signorina replicò Arthur, i ragazzi riposano due ore, nel pomeriggio. Non pensa che i piú grandi potrebbero star alzati un'ora di piú, la sera? Allora, tenti pure, ma intendiamoci bene, il rischio è tutto suo. L'autorizzo a riunire quelli che lei vorrà scegliere dalle venti alle ventuno, qui. Se la cosa degenerasse, se fosse un'occasione per far baccano, dovrà smettere. Mio povero Arthur esclamò Rémuzat il giorno dopo, quando apprese la novità, in che cosa ti sei imbarcato! Quei ragazzi ti prenderanno subito sottogamba. Accetta almeno che ti si venga a dare una mano a sorvegliarli. No si oppose Arthur, ho promesso che tenterò da solo, e lo farò. La prima riunione del club ebbe luogo la sera stessa, una delle terapiste aveva prestato un giradischi; un'altra era andata in città per comperare alcuni dischi, che Arthur aveva pagato con le sue magre 58 economie. Come primo argomento, Arthur aveva scelto quello che conosceva meglio, la montagna.ra convinto che alternando musiche dedicate alla montagna, la lettura di qualche bel brano e i propri ricordi, sarebbe stato in grado di interessare il suo giovane pubblico. Thérèse, la sorvegliante, aveva operato una scelta di brani in un'antologia e s'era incaricata di trovare due ragazze e due ragazzi che 1i avrebbero letti. Alle otto di sera, quaranta giovani malati erano riuniti; erano stati esclusi i piú piccoli, che dovevano dormire piú a lungo. Arthur chiese silenzio e si mise a parlare, sforzandosi di spiegare lo scopo delle riunioni, al tempo stesso occasione di distrazione e luogo d'incontri. All'inizio, le parole gli mancavano e udí qualche risolino. Si guardò bene dal reagire sgridando, abbreviò il suo discorso e fece ascoltare il primo disco; si trattava di una canzone e passò facilmente. Le cose cominciarono a guastarsi col primo brano, letto stentatamente da una ragazza quattordicenne; le risate si fecero piú frequenti e non furono risparmiate le battute sarcastiche. Arthur volle reagire. Non è giusto che alcuni prendano in giro coloro che stanno dando prova di buona volontà. Una voce propose: Mettici su un po' di jazz, invece. Un'altra ribatté: Non siamo mica a scuola! Arthur credette di trovare un terreno solido nella descrizione di ciò che conosceva molto bene: cominciò a parlare dello sci, della bellezza dei paesaggi coperti di neve, dei casolari abbandonati durante l'inverno. Ma, invece del silenzio, dell'attenzione sperata, udí attorno a sé continui bisbigli e risate. Non era una vera e propria cagnara organizzata, ma una serie di conversazioni separate. La cosa peggiorò quando mise sul giradischi quella Symphonie sur un thème montagnard che aveva tanto commosso lui a Lione. Solo i forte erano a malapena udibili, mentre i passaggi piú sommessi erano coperti dal cicaleccio e dalle risa dei quaranta ragazzi. Arthur volle insistere, pensò che se li avesse fatti parlare sarebbe riuscito a neutralizzare i piú scalmanati. Qualcuno vuol fare delle domande? Qualcuno di voi ha dei ricordi di montagna? Non provocò che lazzi. Di fronte a quel cieco incapace di individuare chi parlava, i meno sicuri presero coraggio e tutti si montarono l'un l'altro; proferivano a voce alta le piú grosse enormità, i giochi di parole piú scabrosi, le volgarità piú spinte, per provocare l'ilarità dei compagni e ottenere il proprio piccolo successo personale. Arthur sudava, sentendosi sperduto come mai gli era accaduto prima, immaginandosi le reazioni della direttrice, del dottor Rémuzat e delle terapiste, nella stanza accanto. Fu preso dall'ira: Bene, ho capito gridò, il club è finito. Credevo che riunirsi cosí, da amici, vi sarebbe piaciuto; mi sono sbagliato. Ci rifili del piano; quel che vogliamo sentire noi è Johnny Hallyday. Una voce acutissima di ragazzina s'intromise: Johnny! Johnny! E tutti gli altri si unirono a lei per scandire ritmicamente lo stesso nome. Filate tutti a letto! urlò Arthur. Si alzò e tentò di trovare la porta, andando a sbattere contro i braccioli delle poltrone a rotelle, strappando via le mani che gli si aggrappavan ai vestiti; pensò all'inferno, alle grida e agli abbracci dei dannati- Sudato, spettinato, giunse infine nell'atrio; immaginò dinanzi a sé la signorina Heurteaux, con le braeeia ineroeiate e un risolino ironiC sulle labbra, e tutto il personale raeeolto attorno a lei, eome tanti giudie; QualCuno lo prese per un braccio, e lui riconobbe la stretta energica di Rémuzat. Aveva ragione, signorina sospirò Arthur, le chiedo scusa. Ci occuperemO di questo piú tardi disse la direttrice. Andiamo, signorine, dobbiamo riprendere in pugno quei ragazzi. Ci volle un buon quarto d'ora per calmare il tumulto, e ci riuscirono soltant allontanando a una a una le poltrone a rotelle con il loro disgraziato carico umano Arthur si era seduto in un angolo della segreteria, con la testa fra le mani. Eeco cosa si guadagna a voler dar loro una mano, ma perché? Perché? Lascia perdere ripeteva Paul Rémuzat, che era rimasto con lui. Arthur udí, nell'edifieiO tornato silenzioso, un rumore di passi risuonare nell atrlo sonoro: la signorina Heurteaux e le sue eollaboratriei ridiseendeVan dopo aver distribuito eastighi a tutto spiano e senza dubbio qualehe scappellotto~ Allora? domandò la direttriee. Ha eapito, ora, signor Piehard? Sí, signorina rispose Arthur, ma penso ehe sia tutta eolpa mia. Ho scelto un argomento che non li interessava, e loro hanno avuto l~impressione di una lezione supplementare. Se anehe avesse parlato del jazz e degli idoli della canzone, avrebbero reagit allo stesso modo ribatté la signorina Heurteaux. La verità è che questi ragazzi sono perpetuamente frustrati dalla loro stessa immbilità; hanno bisogno di sfogarsi, come i loro coetanei fanno correndosaltando o ballando. Ogni occasione è buona. Domandi ai loro maestri, le diranno ehe non ei sono elassi piú diffieili. :~ 1: Ma si dovrebbe pur riuscire a far qualeosa insistette Arthur. No :intervenne Rémuzat. La signorina Heurteaux ha ragione. Tu giudiehi da adulto e, per di piú, da non vedente. I bambini eieehi sono buoni, estremamente rieettivi, perehé eereano di eompensare eon l'udito, eon l'immaginazione, eiò ehe manea loro. Ma le neeessità di ehi è inehiodato su una sedia a rotelle sono eompletamente diverse. Allora, bisogna tentare altre vie si ostinò Arthur, e offrire loro le oeeasioni per sfogarsi fisieamente; anehe seduti, si può gioeare al pallone e persino disputare delle gare. Mi aseolti, signor Piehard disse la direttriee, e con un tono che non ammetteva repliehe. L'ho laseiata tentare una volta, e ha potuto eonstatare di persona il risultato. D'ora in avanti, si limiti a seguire il regolamento dell'istituto. Arthur non riuseiva a prender sonno; eehi di grida, di risate lo riportavano eontinuamente a livello di eoseienza. Un rumore, questa volta reale, seaeeiò tutti quelli immaginari: i gradini della seala scricchiolavano come se qualcuno stesse salendo con precauzione, pOi Cl furono dei fruseii sul pianerottolo e una porta, vieinissima, stridette: quella della eamera di Paul Rémuzat. Strano, pensò Arthur, non l'avevo sentito seendere, e poi lui ha un passo pesante. Pereepí dei bisbigli, una voee femminile soffocata. Ah, si disse Arthur, il caro dottore ha trovato il modo di sfruttare il suo soggiorno qui. Mi domando chi può essere. A questa domanda, Paul Rémuzat doveva rispondere l'indomani, senza neppure che Arthur abbordasse l'argomento. Spero che non ti abbiamo impedito di dormire. Conosco il tuo udito. Capisei, ci sono delle ragazze che si annoiano, qui. Madeleine è venuta da me. Abbiamo chiacchierato, naturalmente; mi ha raccontato le confidenze delle sue amiche. Pare che la piccola Thérèse abbia un debole per te. Per me? Lei è matto, Paul. Perché? domandò ridendo Rémuzat. Per certe eose non e'è bisogno della vista. Rieordi, ehe fino a quel momento Arthur aveva ereduto dimenticati, gli tornarono alla mente, ricordi di "scappate" a Morzine con gli amici e ricordi di volti di ragazze. Stranamente, le notti di Arthur non erano state molto turbate dopo l'incidente. In quel campo era avvenuta come una frattura, dopo ehe era diventato eieeo. Ed eeco che il medico faeeva riaffiorare sensazioni sopite. Eeeo, le palme di Arthur erano madide e il euore gli pulsava piú forte. VITTORIA SUL BUIO Il pensiero di Thérèse non lo abbandonò piú, e dovette compiere uno sforzo per concentrare l'attenzione sulle cure da prestare ai piccoli malati. A pranzo, non pronunciò parola, troppo occupato a immaginare Thérèse seduta di fronte a lui. A un certo punto, la sua mano cercò meccanicamente qualcosa sul tavolo. Cosa vuole, signor Pichard? Il pane. x Thérèse avvicinò il cestino e le loro mani si sfiorarono. Il contatto durò piú del necessario. Arthur allungò una gamba sotto il tavolo e il suo ginocchio incontrò quello di Thérèse, che rispose con una lieve pressione; rimasero cosí sino alla fine del pasto. La sera, il gioco riprese. Alla fine della cena, approfittando del rumore delle seggiole smosse. Thérèse gli susurrò con voce sorda: Devo fare un giro nel dormitorio dei piccoli :~. E soggiunse, con perfetta naturalezza: Sali, ti raggiungerò. Arthur era in camera sua e aspettava. Come le altre sere, non aveva pensato a girare l'interruttore; a che gli sarebbe servita la luce? Si sedette sul letto, tendendo l'orecchio al minimo rumore. Udí gli scalini scricchiolare come la sera primama questa volta c'erano dei bisbigli. Thérèse e Madeleine stavano salendo insieme. Un leggero rumore di risa, di parole dette sottovoce, poi la porta si aprí e si richiuse. Dove sei? mormorò Thérèse. Sono qui disse Arthur alzandosi. LA FACCENDA andava avanti da quattro notti, e Arthur non si poneva domande, godendo beatamente della sua buona sorte. La quinta mattina, mentre sonnecchiava, Thérèse gli disse dolcemente. Mi domando che cosa pensi di me. Siccome Arthur non rispose, insistette. Allora? :~ Niente. Che sei simpatica, e basta. Ma che una ragazza ti venga tanto facilmente in stanza, non ti ha stupito? No rispose Arthur, mi sono semplicemente detto che ne avevi voglia. Sí, infatti confermò Thérèse; senti, Arthur, me ne torno a Lilla. 62 A Lilla? Ma perché? Perché è meglio. All'inizio, l'ho fatto per piacere. Ma adesso sta diventando una cosa seria. E non ci porta a niente, no, noi due? E dove vuoi che ci porti? domandò Arthur. Esattamente. Meglio smettere prima che sia troppo tardi. Hai ragione, Thérèse, io non posso offrirti nessun futuro. Tu, almeno, hai il merito della sincerità disse Thérèse. Cosa vuoi che ti dica?... mormorò Arthur. Niente, hai ragione. Thérèse si alzò; la porta si aprí e si richiuse. La ragazza dovette sistemare ogni cosa molto rapidamente: infatti, a pranzo, Arthur sentí che il posto di fronte a sé era vuoto. Constatò con stupore che la partenza di Thérèse non provocava in lui alcun dolore. Avrebbe presto ritrovato la sua serenità. Ma Thérèse gli aveva fornito la prova che, per quanto menomato, era ancora in grado di ispirare affetto, e di questo le era molto grato. Nel pomeriggio, Arthur si recò in città, acquistò da un orefice una spilla a forma di gabbiano, fece confezionare un pacchetto e lo spedí all'indirizzo che gli avevaro dato in segreteria. Vi uní un biglietto su cui scrisse a grossi caratteri, per evitare che le lettere si accavallassero: Tl CHIEDO SCUSA E TI AUGURO OGNI POSSIBILE FELICIT Non ricevette mai una risposta. Decisamente tutto gli andava storto: le sue esperienze di educatore e le sue speranze amorose. Arthur avrebbe detestato l'istituto se non ci fosse stato il vecchio Joos, un anziano artigiano di Berck, un ebanista dal parlare arguto. La signorina Heurteaux, allo scopo di occupare i ragazzi piú grandi, aveva fatto installare un laboratorio accanto allo stabile dell'istituto, e Joos Ryckelinck aveva accettato di recarvisi due ore il giorno per inculcare loro i primi rudimenti di falegnameria. Dopo la partenza di Thérèse, ogni pomeriggio verso il tardi, alla fine delle sedute, Arthur raggiungeva il vecchio Joos. Ritrovava il profumo del legno fresco, lo stesso del laboratorio di suo zio, a Morzine. Ma tu hai già fatto il falegname! esclamò Joos, quando vide Arthur carezzare le superfici levigate e toccare le pialle. Sí ammise Arthur, d'estate lavoravo nelle cave d'ardesia, ma d'inverno avevo cominciato a lavorare il legno. Il primo giorno si limitò a piallare, livellando un'asse, controllando uno spessore, grazie alla riga graduata a tacche che indica i millimetri. Non c'è male, per un tipo che non ci vede commentò Joos; l'asse è squadrata perfettamente. Giorno per giorno, Arthur prendeva coraggio; riuscí a segare con precisione, a servirsi delle sgorbie e delle saette. Il vecchio Joos aveva con lui una pazienza infinita, parlava poco, correggeva di tanto in tanto l'impugnatura di uno strumento, la posizione delle mani. Nel giro di dieci giorni, Arthur fu in grado di fabbricare uno sgabello rustico tipico della Savoia, che offrí alla signorina Heurteaux. Ormai, tutti i pomeriggi andava da solo al laboratorio; vi restava sino a mezzanotte, squadrando e piallando, riparando sedie e tavoli e costruendo scansie per i dormitori. In quel luogo era felice. Piú che da ogni altra cosa, il suo piacere traeva origine dall'odore; grazie a questo, era come se non avesse mai lasciato la sua valle. Cosí trascorse l'estate; venne settembre con le sue serate fresche e l'umidità del mare sempre piú forte. Il dottor Rémuzat decise che sarebbero partiti il ventisette per Lione, per poter avere qualche giorno di riposo prima dell'inizio dei corsi. L'ultima serata fu piuttosto cupa. A poco a poco, la signorina Heurteaux s'era addolcita e Arthur credette di indovinare in lei un certo dispiacere nel vederli partire. Tornerà l'anno venturo, signor Pichard? No, signorina rispose Arthur; se supererò l'esame a luglio tornerò al mio paese e tenterò di stabilirmici. E lei, dottore? In linea di massima, il mio tirocinio sarà finito replicò Rémuzat, e dovrò pensare anch'io alla clientela. Madeleine fu la sola ad accompagnarli all'automobile. Madeleine che aveva gli occhi umidi e tirava su col naso, mentre li salutava. Strano disse Arthur dopo che ebbero percorso alcuni chilometri, non mi fa alcun effetto andarmene da quel posto. Paul Rémuzat rispose con un borbottio che poteva passare per un assenso. Arthur soggiunse: Ai bambini ero pronto a voler bene. La faccenda del club ha mandato tutto a ramengo. Eppure, ce n'erano di simpatici. Non abbiamo niente da rimproverarci replicò Paul, li abbiamo curati bene. Prova ne è che alcuni sono quasi guariti. Sí disse Arthur, guariti... Ma basta? A LIONE, Arthur trovò una lettera in Braille da Nicole. Caro Arthur, spero che lei abbia trascorso un buon soggiorno a Berck. Quanto a me, ho trovato tutto uguale in casa e in paese. Tutti i miei stanno bene. Spero lo stesso per i suoi cari. Non tornerò a Lione. Stanno organizzando un Centro simile al nostro a Tarbes, e ho deciso di continuare lí i miei studi, data la vicinanza. La prego, dica al professor Langlois quanto gli sono grata per quello che ha fatto per me. Caro Arthur, mi farebbe tanto piacere avere sue notizie. Ho conservato un bellissimo ricordo delle nostre serate di studio. La sua sola presenza mi ha spesso ridato la serenità e, per questo, la ricordo con commozione. Con un pensiero molto affettuoso, Nicole Seguiva l'indirizzo del nuovo Centro nei Pirenei, al quale Arthur scrisse l'indomani. Rifece la lettera tre volte, giudicando la prima stesura troppo affettuosa e la seconda troppo impersonale. Infine, gli parve di aver trovato il tono giusto e imbucò la busta nella cassetta delle lettere vicino all'ospedale, mentre si recava alla prima lezione del nuovo anno scolastico. LA STORIA della visita di leva di Arthur fu per lungo tempo motivo di risate per gli ospiti del Centro. I Ina ma~.;n.un gendarme consegnò in segreteria un avviso nel quale si invitava Arthur a presentarsi : una delle caserme cittadine. Ve lo condusse l'autista dell'Istituto. Dev'essere lí disse l'uomo, c'è un cartello: "Visita di leva". Entrarono, con l'autista che guidava Arthúr, in un locale che puzzava di fumo. Avviso di convocazione? domandò una voce. Eccolo disse Arthur. cieco precisò l'autista. Io non ne ho mica colpa, vecchio mio replicò l'altro. Primo corridoio a destra, porta A. E siccome l'autista prendeva Arthur per il braccio, gli disse: Lei non può accompagnarlo. Piantone, vacci tu . Arthur mise la mano su una spalla ricoperta della ruvida stoffa di un'uniforme e seguí il piantone, che si voltava a ogni passo per chiedergli, con un magnifico accento lionese: Allora, come va, mi segui? Il piantone aprí una porta e una zaffata d'aria calda, impregnata d'odore di sudore come nello spogliatoio d'uno stadio, investí Arthur. Si udivano giovani voci maschili che si scambiavano battute scherzose. cieco, maresciallo annunciò il piantone. Bene rispose l'altro, spogliati, tu. Ma... cominciò Arthur. Ti ho detto di spogliarti. Arthur cercò a tastoni qualcosa su cui deporre la sua roba; trovò una panca e si mise all'opera per trasformarsi in un novello Adamo. vero che non ci vedi? domandò qualcuno accanto a lui. Altro che! Ma allora perché ti fanno passare la visita di leva? Non lo so proprio rispose Arthur. Sentí che altri ragazzi gli si erano fatti attorno. Vieni ,> gli disse qualcuno, stammi vicino. Silenzio, là dentro! urlò il maresciallo. In fila per uno. Qualcuno prese Arthur per una spalla e lo fece girare su sé stesso. Una mano lo spinse con garbo, e Arthur si accorse che erano entrati in un altro locale perché l'acustica era cambiata. Vieni avanti. Il tono era al tempo stesso staneo e impaziente. Toeea a te gli mormorò il suo vicino Arthur tese le mani dinnanzi a sé e fece qualche passo. Ma cosa ti prende, ragazzo?> Arthur, regolandosi sulla voce, raggiunse la scrivania del maggiore. Mi SCUSI disse, ma non posso fare diversamente. Cosa? esclamò l'ufficiale. Come ti chiami? Pichard Arthur. Dammi la pratica Pichard. Ma sei cieco? Sí rispose Arthur. Per Dio! inveí il maggiore, chi è la bestia che l'ha fatto metter nudo come un verme? Il maresciallo suggerí qualcuno. Non mi stupisco borbottò il medico. Senti, non so neanche perché sei stato convocato. Una tale... insomma, la cecità è un caso di riforma formalmente contemplato. Un altro scherzo della burocrazia. Infermiere! Signor maggiore! disse Arthur. Quest'inverno forse, mi sistemerò una stanza, per evitare di tornare ai Prodains tutte le sere. Se ci sarà lavoro, naturalmente!, Quanto a quello, ne avrai a iosa. Il paese sta trasformandosi in una vera e propria stazione invernale e le cadute con gli sci aumentano Una volta, erano tutte fratture; adesso, con gli attacchi di sicurezza, regnano sovrane le distorsioni. Aspetta solo la prima neve e vedrai!... Ma se prima d'allora incontrasse qualcuno che ha bisogno di cure... Sta' tranquillo lo rassicurò il dottore. Ho proprio un caso per le mani, ma te lo dico subito: non è un inizio incoraggiante. Di che cosa si tratta? una donna di Le Biot, trentadue anni, quattro bambini, colpita dalla polio sei anni fa... Molto colpita? Completamente immobilizzata. Dei massaggi di tanto in tanto la aiuterebbero; non le ridarebbero la possibilità di muoversi, ma la farebbero soffrire meno. Andrò a vederla :promise Arthur. Sai dov'è Le Biot, non è a due passi. Mi farò dare un passaggio. Laurent Méclaz, il proprietario dell'autGrimessa, doveva recarsi a L, Biot all'ufficio tributi. r Portami con te lo pregò Arthur, andrò a vedere la mia malata mentre tu discuterai delle tue tasse. Laurent parcheggiò l'automobile nell'unica piazza, e all'ufficio postale1iedero loro le indicazioni: la casa dei Duguet, dov'era diretto Arthul, era a poche decine di metri. Vengo con te disse Laurent, faccio sempre in tempo a sborsare i miei soldi. :~ La porta fu aperta da una bambina. Ciao. Vengo da parte del dottor Billet. Entri, entri lo invitò la bambina. Arthur si rivolse a Laurent: Vai dal tuo esattore, ci ritroviamo 78 alla macchina . Entrò in un corridoio angusto, quindi in una stanza che si trovava pure al pianterreno. Mamma, è il signore del dottore. :~ stato gentile a venire, si sieda, prego. :~ La voce era giovane, calda, si sentiva come un sorriso attraverso le parole, ma la pronuncia avveniva a scatti, come di una persona che a tratti rimanesse senza fiato. Arthur tese l'orecchio al ronzio della macchina, ne riconobbe il suono regolare, era quella che, a Lione, veniva posta accanto ai malati paralizzati al torace e che permetteva loro di respirare, immettendo regolarmente l'aria nei polmoni, grazie a una piccola sonda inserita sotto la gola, nella trachea... Grazie rispose Arthur, ma ho poco tempo. Un amico mi ha accompagnato fin qui, e non posso farlo aspettare. Se permette, mi metterei subito al lavoro. Non abbia paura :soggiunse, a Lione ho curato molte persone colpite dal suo stesso male. Mentre lavorava, Arthur chiacchierava; era il metodo ereditato dal professor Langlois: mettere sempre il malato a suo agio, affinché non s'irrigidisse, perché non pensasse a ciò che si stava facendo. Quella mattina, Arthur apprese tutta la storia della signora Duguet: quando la poliomielite l'aveva colpita, era sposata da sette anni; il minore dei bambini aveva allora un anno, il maggiore cinque e mezzo. Da un momento all'altro, si era trovata paralizzata, costretta all'immobilità. Le lunghe degenze in ospedale avevano inghiottito i loro magri risparmi. Attualmente, il marito lavorava a Evian, all'imbottigliamento dell'acqua; partiva alle sei e mezzo con la corriera degli operai e rientrava alle sette di sera. Prepara tutti e due i pasti. Marie l'aiuta come può, ma non ha ancora dodici anni. Il sabato e la domenica, li passa fuori: si occupa dell'orto, dei due campi che abbiamo... La cosa piú triste è questa, vede; pensare che quel pover'uomo non ha mai un momento di gioia, mai cinque minuti per sé. Arthur terminò il massaggio. Non posso fare altro, per oggi. Cercherò di venire abbastanza spesso, e questo dovrebbe permettere una normale circolazione. Dopo due o tre sedute, vedrà che starà meglio. a,Ma come farà a venire? domandò la giovane donna. Lei non può guidare. Mi arrangerò rispose lui. In ogni modo, sono sicuro di trovarla, no? Aveva voluto scherzare, e troppo tardi si accorse della crudeltà 79 deile sue parole; ma la signora Duguet parve non farci caso. Quanto le devo? gli domandò. Niente, ne riparleremo piú avanti. Per rassicurarla, soggiunse: In ogni caso, non le chiederò piú di quanto le rimborsa la mutua. Allora, a presto. Coraggio . Anche a lei gli augurò la giovane donna, coraggio. Arthur ritrovò l'automobile e si sedette al suo posto. Laurent lo raggiunse e mise in moto, imprecando contro il funzionario che gli aveva aumentato il contributo concordato. Ma ti rendi conto? Vuol dire almeno cinquecento franchi in piú. E, poiché Arthur restava muto, gli domandò: Che cosa c'è? Qualcosa che non va? Se torniamo ancora qui insieme, ti porto con me a vedere quella povera donna. Ti prometto che poi non penserai piú alle tasse. Durante tutta l'estate, accettando passaggi su ogni tipo di veicolo, Arthur andò due volte la settimana a Le Biot. Spesso, al ritorno, paragonando la propria situazione a quella della signora Duguet, gli capitava di giudicarsi fortunato. Ne parlò con Paul, il radiotecnico. L'avevi conosciuta, tu, Madeleine Duguet? Mi ha detto che aveva lavorato qui, da ragazza, all'Hotel des Sommets, e che eravate usciti insieme. La Madeleine di Le Biot? s'informò Paul. Proprio. Non sapevi nulla della sua malattia? Sí fece l'altro, imbarazzato. Me l'avevano detto, ma non me la sono mai sentita di andare a trovarla. Dovresti farlo gli disse Arthur. Vieni una volta con me. Paul ci andò e al ritorno, in automobile, Arthur lo sentí tirar su col naso, in grado solo di ripetere: Mio Dio, non è possibile, mio Dio, non è possibile! Quando Paul fermò l'automobile davanti alla casa di Arthur, il cieco gli domandò: E caro, un televisore? Abbastanza... Sui centocinquantamila vecchi franchi... E a te, cosa verrebbe? :~ Be', un po' meno. Penso che potrei averne uno buono per cento, centoventimila... Pensi che si potrebbero mettere insieme centomila franchi? Per far che? Non hai capito? gli domandò gentilmente Arthur. L'altro esitò un secondo, poi, come se avesse scoperto una cosa 80 evidente: Ma hai ragione, deve averne uno, certo! Nessuno ne ha piú bisogno di lei. Non preoccuparti, ce la faremo. Per lei, puoi ben lmmagilnartelO.,, D Andarono insieme da tutti quelli che avevano conosciuto Madeleine all'epoca del suo soggiorno a Morzine, dai ragazzi e dalle ragazze della sua età dai suoi vecchi padroni, dai negozianti presso i quali aveva fatto gli acquisti. La gente ascoltava, all'inizio un po' diffidente; poi, tutti, alla fine, si alzavano: Su, ragazzi, beviamo... Quando Paul e Arthur se ne andavano, facevano scivolar loro in mano una banconota. Una volta raggiunti i sessantamila franchi, Paul disse: Basta, al resto ci penso io. Dài, portiamoglielo domani. Quando Madeleine vide il televisore, non disse una parola. Arthur udiva Paul agitarsi, cercare la presa, svolgere il filo dell'antenna. Si stupí di quell'assenza di reazione. Poi ci fu il rumore di uno scatto e Paul annunciò: Ecco che si vede :~. E Arthur, seduto vicino al letto, udí Madeleine Duguet piangere a brevi singhiozzi, come una bambina che si vergogna. ARTHUR si era messo in mente di costruirsi un piccolo chalet di legno, sul bordo di un terreno che apparteneva al padre, sull'altro lato della strada dei Prodains. Pezzo per pezzo, foggiò nel laboratorio dello zio le assi, i parapetti, le intelaiature di porte e finestre e le imposte. Verso la fine d'agosto, la meta delle passeggiate di numerosi abitanti di Morzine divenne lo chalet di Arthur. Molti suoi coetanei gli avevano offerto aiuto ma Arthur aveva cortesemente rifiutato. Ne avrò bisogno soio per le travi del tetto e per il balcone del primo piano, perché lassú ho paura di spaccarmi la faccia diceva. Il primo giorno di caccia, mentre i colpi di fucile echeggiavano su per tutta la montagna, Arthur entrò nel suo chalet nuovo. Fece scorrere le mani sulle superfici perfettamente lisce, sulla grossa trave che sosteneva il camino. Si sedette su uno sgabello in mezzo al locale piú ampio e si mise a pensare intensamente a Nicole. Il pomeriggio stesso scrisse una lettera in Braille e pregò sua madre di scrivere l'indirizzo sulla busta. Mia cara Nicole, da diversi mesi sono senza tue notizie. vero che neppure io sono stato un corrispondente molto attivo. Ho passato l'esame a luglio. E tu? Adesso sono tornato a Morzine. Ho potuto affittare una casa e, facendomi prestare un po' di soldi dai miei, metter su un ambulatorio. Tutti mi dicono che avrò molto lavoro quando si aprirà la stagione invernale. E tu, pensi di metterti a esercitare da qualche parte? Come stai? Cosa fai? Ti sei sposata? Mi farebbe piacere ricevere tue notizie. Penso spesso alle nostre serate a Lione. Tu le hai dimenticate? Ti auguro tutta la felicità possibile e ti saluto, mia cara Nicole, con molto affetto. Sin dal lunedí, Arthur si sorprese ad attendere la risposta. Questa arrivò il giovedí: anche Nicole aveva terminato i suoi studi, ma il paese dei genitori si prestava poco all'attività di una chinesiterapista, e la sua famiglia non prendeva neppure in considerazione che lei potesse andare a stabilirsi altrove e vivere da sola. No, non era sposata, non si parlava pi~i della cosa, ed era indubbiamente meglio cosí. Anche il suo pensiero tornava spesso alle ore trascorse insieme a Lione. La sera, dopo cena, Arthur lesse la lettera ai genitori, e soggiunse: Sapete cosa ho pensato? Che sarebbe simpatico invitare qui Nicole per qualche giorno, intanto che fa ancora bello. Udí il respiro di sua madre arrestarsi per un attimo; capí che stava guardando il vecchio Claude, seduto nella poltrona accanto al fuoco. Arthur... suo padre parlò lentamente, credi che sia una cosa seria? troppo presto per dirlo, papà, ma posso assicurarti questo: con una ragazza come Nicole, è tutto o niente. La casa era tranquilla, gli unici rumori il tic-tac del grosso orologio e il crepitio del fuoco. Le cose erano semplici, chiare. Claude disse: Mi sembra davvero una buona idea . L'indomani mattina, alle otto, Arthur andò alla posta a spedire un telegramma p,er i Bassi-Pirenei. Claude Pichard, da parte sua, si dedicò a una lunga lettera indirizzata ai genitori di Nicole. Ben presto a Morzine si venne a sapere che una ragazza incontrata da Arthur a Lione sarebbe arrivata il 15 settembre. UN CAMPANELLO annunciò l'arrivo del treno. "Arriverò a Cluses nel pomeriggio; una nostra amica che deve andare a Parigi mi condurrà fin là e mi metterà sul direttissimo alla Gare de Lyon." Eccolo! esclamò Arthur. Ascolta Tendendo l'orecchio, Francois distinse in effetti un sordo b~ontolio iontano. Il rumore aumentò, ingigantí. Arthur avvertí lo spostamento d'aria causato dal treno, poi i freni stridettero a lungo La vedi? domandò Arthur. Aspetta. Sí, credo sia lei rispose Francois, vieni, svelto. Lo trascinò lungo i vagoni. Signorina :gridò Francois, signorina! :D Nicole! chiamò Arthur. Mi dia la valigia disse Francois. Francois, mio fratello lo presentò Arthur. Buon giorno, signor Pichard, ciao Arthur. Mentre l'ascoltava, Arthur fu felice di ritrovare la voce che ricordava. Hai fatto buon viaggio? domandò. Ottimo. Restavano là, un po' impacciati, l'uno di fronte all'altra. Intervenne Francois: Bisogna aspettare... Qui, si può attraversare solo quando il treno è ripartito . Finalmente il treno si mise in moto sferragliando rumorosamente. 83 Quando il passaggio fu libero, Francois prese la valigia e condusse i due ciechi verso l'automohile NICOLE era ospite dei Pichard da otto giorni Aveva seguito Arthur nelle sue passeggiate e scambiato qualche parola con la gente di Morzine. Tra di loro non avevano fatto che evocare ricordi. Quella sera, stavano risalendo insieme dal paese verso i Prodains. Com'è tranquillo, qui mormorò Nicole. Non per molto tempo ancora Stanno per costruire una funivia in cima alla valle. Lassú c'è un bell'altopiano e neve fino a primavera. Bisogna che domani prenoti il posto. La signora che mi riporta a casa mi aspetta a Parigi il ventisette. Nicole. Arthur si fermò e la ragazza fece altrettanto. Perché non ti sei sposata? Lo sai, no? Chi è stato, lui o tu? Lui e io. Ascolta, Nicole, ci ho pensato a lungo. Il nostro mondo non è lo stesso di quello degli altri. Neppure io mi immagino con una vedente. Ma noi due, nelle stesse condizioni. Riflettici su... Io so come sei e anche tu mi conosci... E poiché Nicole taceva, continuò: Potremmo lavorare insieme, vivere insieme.. un matrimonio di ragionamento che mi proponi? domandò Nicole. Non di ragionamento. Le parole gli venivano male, si sentiva ridicolo. Ho pensato tanto a te, Nicole, soprattutto ultimamente. Le domandò con voce strozzata: E tu? Sei un po' sciocco, Arthur. La voce di Nicole era dolce. Pensi che abbia fatto tutto questo viaggio solo per conoscere le Alpi? Davvero? esclamò Arthur. Vuoi? Nicole ripeté, con molta tenerezza: Come sei sciocco, Arthur... SONO MATTI! commentava la gente. Ma vi immaginate, due ciechi? :~ E perché no? Perché sono disgraziati, non dovrebbero sposarsi? E se hanno bambini? Il dottore dice che, quando si tratta di un incidente, i figli ci vedono. L'autunno ci si annoia, in una stazione turistica, e si chiacchiera piú che nelle altre stagioni. Il matrimonio di Arthur e di Nicole era 84 un ottimo argomento di conversazione. I genitori di lei sono d'accordo, la cerimonia verrà celebrata qui. Sí. Sapete, saranno in ottanta, al pranzo. Eppure... Se fossi nei panni di Claude, non sarei tranquillo. Il vecchio Pichard, invece, era tranquillissimo, e faceva i preparativi per il matrimonio esattamente come li aveva fatti per le nozze dei figli maggiori Nicole era ripartita come era stato prestabilito e Claude l'aveva accompagnata. Non aveva piú fatto un viaggio tanto lungo dal tempo del servizio militare e della prima guerra mondiale, ma riteneva che un padre dovesse conoscere la famiglia della futura nuora e chiederne personalmente la mano. Era rientrato dopo cinque giorni, reggendo Fcon reverenza una terrina di pdté fresco, e aveva rassicurato tutti con un unico commento: Brava gente! LA MATTINA dell'8 gennaio, le campane suonavano da cinque minuti. Le si sentiva da lontano nell'aria asciutta. Faceva molto freddo, ma il cielo era terso e c'erano estese chiazze di sole sulla piazza, tra la chiesa e il Municipio. Tutta Morzine aveva voluto assistere all'avvenimento; persino i maestri di sci avevano abbandonato i loro allievi e aspettavano, in maglione rosso, davanti al caffè di Alcide. Alcuni ragazzini, appostati sulla strada dei Prodains, gridarono che gli sposi stavano arrivando. Un corteo di automobili attraversò il ponticello, con le maniglie e le calandre ornate di tulle bianco. La guardia municipale le fece fermare una dopo l'altra davanti alla chiesa. Per prime scesero le damigelle d'onore, in cappotto azzurro chiaro, e alcuni giovanotti dall'aspetto impacciato nei loro abiti scuri. Le donne della famiglia aiutarono la sposa a scendere, le sistemarono il velo e controllarono gli abitini a balze di tre bambine e il nodo della cravatta di tre maschietti che avevano il compito di aprire il corteo. Infine, Arthur scese dalla Peugeot di Francois, e tutti i presenti applaudirono con gesto spontaneo. Le campane continuavano a suonare e l'organo preludiava nell'ombra della chiesa scintillante di candele. Mentre avanzava verso il coro, al braccio di sua madre, Arthur si stupí di non provare una speciale emozione. Lo guidarono davanti all'inginocchiatoio da cerimonia, decorato in velluto rosso, e Arthur sentí, a sinistra, la mano di Nicole cercare la sua. La prese, la strinse, e restarono cosí durante tutta la prima parte delle preghiere. Il parroco parlò, poi gli astanti smisero di muoversi e di tossire per meglio sentire i due "sí". Arthur infilò la vera al dito di Nicole e, a sua volta, ricevette la propria Poi l'organo esplose di nuovo, seguito da un festoso e pro- 85 lungato scampanio. Mentre Arthur e Nicole raggiungevano la porta l'una al braccio dell'altro, Francois li avvertí a bassa voce: I maestri vi fanno arco con le racchette. E Arthur si immaginò, nell'aria frizzante della piazza, i trenta giovanotti dal distintivo dorato, allineati su due file che delimitavano un passaggio, con le racchette incrociate al di sopra di questo. Vi furono degli evviva, degli applausi, voci allegre che s'interpellavano nella cadenza musicale della regione. Una turista s'intenerí: Tutti e due ciechi! Che pena! Non li compianga, signora intervenne qualcuno. Hanno certamente qualcosa piú di lei. CAPISCI, Nicole stava dicendo Arthur, questo è il punto! Diamo loro l'impressione di essere in grado di cavarcela da soli, e allora ci lasciano un po' perdere. :~ Erano seduti al primo piano della casa presa in affitto, sopra l'ambulatorio; attorno a loro, sulla credenza, nella cucinetta, tutto era in perfetto ordine. Quella era la regola fondamentale, imparata a Lione e da allora sempre scrupolosamente rispettata. L'unico modo per un cieco di ritrovare a colpo sicuro un dato oggetto è di metterlo sempre al medesimo posto. Cosí, Nicole era in grado di trovare una padella o un piatto senza alcuna esitazione, e cosí Arthur, se un amico veniva a trovarlo, poteva aprire la dispensa e prendere la bottiglia di Ricard e non un'altra. Mamma Pichard aveva tentato di persuaderli ad andare a vivere con lei e il papà, ma Arthur e Nicole avevano voluto vivere soli, e avevano trovato un alleato incondizionato e inaspettato nel vecchio Claude. Bisogna anehe sapere quello ehe si vuole :D disse Nicole, e cercare di mettersi nei panni della gente. Ci irritiamo se ci compassionano. Tu vuoi vivere come un vedente e ti stupisci se finiscono col dimenticare che sei cieco. :D Tuttavia replicò Arthur, loro hanno il loro mondo e in quel mondo lí, uno che non ci vede, dà fastidio. :D Noi abbiamo il nostro, di mondo. L'INVERNO passò. Tra le vittime dello sci, negli alberghi e nelle case, si era sparsa la voce dell'abilità di Arthur, e la stagione era stata buona. 86 Tornò la primavera, con i suoi colpi di vento ancora fresco, ma col profumo dell'erba che spuntava verde dopo il lungo sonno invernale sotto la neve. Ogni mese, Arthur portava la moglie dal dottor Billet; da marzo, infatti, Nicole aveva accusato leggeri malesseri e nausee, e al medico non era stata necessaria una visita prolungata per felicitarsi con Arthur. Per tutta l'estate, la gente poté vedere Nicole al braccio di suo marito fare ogni sera una passeggiata sulla strada della funivia, e c'era sempre qualche comare che domandava: E allora, la moglie di Arthur, quando partorisce? :~ Il paese si vuotò nuovamente: per primi partirono i villeggianti, con le automobili piene di faccini di bimbi, poi li seguirono gli abitanti di Morzine, che facevano le vacanze tra le due stagioni turistiche. I negozi chiudevano l'uno dopo l'altro; su sei macellai, uno solo restò aperto, e la gente aspettava di essere servita all'aperto, chiacchierando, circondata dallo scenario verde, giallo oro e ruggine della montagna autunnale. La notte dal 31 ottobre al 1 novembre, Arthur emerse dal sonno; accanto a lui, Nicole dormiva immobile. La memoria e l'attenzione di Arthur si concentrarono: quel silenzio profondo, quell'atmosfera ovattata tutt'attorno... ecco che cosa l'aveva svegliato. Provò la stessa emozione di quando, piccolino, chiedeva nelle preghiere della sera che cadesse la prima neve. Si alzò con cautela, andò alla finestra, l'aprí e protese le braccia all'esterno. Nella sua mano cadde un primo fiocco, poi un altro, piú spesso. Si immaginò il paese già tutto coperto di neve, e gli abeti ammantati di bianco sui pendii delle montagne. Restò a lungo cosí, finché Nicole, probabilmente disturbata dal freddo che entrava dalla finestra spalancata, mormorò nel sonno, soltanto allora Arthur tornò a letto, felice come un bambino. ARTHUR correva nella neve e, per la prima volta dopo molto tempo, aveva paura di perdere la strada. Che cosa succede, Arthur? Riconobbe la voce di Albert Ronet. Nicole rispose senza fiato, sto andando a chiamare il dottore. Ci siamo? s'informò l'amico. Arthur lo udí avvicinarsi a passi rapidi redo nror)rio di sí. cominciato a mezzanotte. Adesso le coce 88 stanno precipltando. Ci furono delle esclamazioni e la moglie di Albert, Sylvette, disse: Torno a casa con te, Arthur; non si può lasciare Nicole sola. E, rivolta al marito, soggiunse: Albert, vai a chiamare il dottore. ~` Farò in un attimo li rassicurò Albert. Mentre si allontanava con Sylvette, Arthur udí l'amico scusarsi con delle persone. Stavamo uscendo dal caffè gli spiegò Sylvette, dove alcuni F clienti di Albert ci avevano invitato a passare la serata. Ma non vorrei avervi... Ma no! lo interruppe Sylvette. Stavamo andando a casa. :~ Da quel momento, tutto avvenne rapidamente. A casa, trovarono . Nicole che si sforzava di non lamentarsi. Sylvette corse in cucina a ~- scaldare dell'acqua, poi arrivò il dottore, scuotendo le scarpe da ripo~- so piene di neve, e la sua prima cura fu di far uscire Arthur dalla stanza. Scusami, mio caro, ma non c'è molto spazio, qui dentro. Albert decise: Tiro fuori la macchina e porto qui tua madre; se ne intende ben piú di mia moglie e poi, se non l'avvertissi, non mi rivolgerebbe piú la parola. Arthur restò solo in sala da pranzo a tendere l'orecchio ai rumori provenienti dalla camera accanto. Il dottore uscí una volta: Manca ancora un po'. Non si può far niente? domandò Arthur. La natura se la cava benissimo. Ma può andare per le lunghe. Prepara il caffè. Dall'esterno, giunse un rumore di portiere sbattute e di voci. Mamma Pichard, dimentica dei suoi reumatismi, saliva le scale di gran corsa. Allora, ci siamo? Poverina! Baciò Arthur ed entrò nella camera di Nicole col dottore. Arrivò anche papà Claude, piú calmo, e posò affettuosamente la mano sulla spalla del figlio. Albert e sua moglie non vollero andarsene. Aspettarono quindi in quattrO, seduti attorno al tavolo della sala da pranzo, davanti alle tazzine del caffè e alla bottiglia di grappa. Verso le due, Arthur si assopí. Fu risvegliato da un grido. Si alzò di scatto. Tutto bene! gridò il dottore dalla stanza accanto. Ha detto: "Tutto bene" ripeté Claude. Si era avvicinato a suo figlio e gli stringeva il braccio con molta forza. -Attesero ancora, incapaci di parlare, e repressero un riso nervoso quando udirono i primi vagiti del neonato. Finalmente la porta si aprí e il dottore annunciò: un maschio, Arthur! Vai! gli susurrò Claude. Arthur avanzò. La voce di Nicole era sottile: Vieni, Arthur! Si avvicinò al letto. Guarda disse Nicole, guarda come è bello! fine. ROGER BOURGEON. ROGER BOURGeON, nato a Meudon, in Francia, nel 1924, studiò al liceo Hoche di Versailles, e in quella città cominciò a interessarsi con passione di teatro. Dopo aver sostenuto varie parti al Teatro Montansier, divenne allievo di Catherine Fonteney, che faceva parte della Comédie-Francaise. Dopo la Liberazione, Bourgeon entrò come annunciatore alla Radio francese, per la quale realizzò ben presto programmi come "Journées spéciales" e grandiose trasmissioni commemorative, quali "La vie de Beethoven" e "Le cinquième jour", storia della liberazione di Parigi, presentata dal generale Leclerc. Nel 1948, fu chiamato a Radio-Luxembourg, dove, dopo aver organizzato trasmissioni popolari come'Les chemins de la vie" e la famosa "Reine d'un jour", assunse, nel 1950, la responsabilità dei programmi esteri. Creò allora importanti trasmissioni radiofoniche: "Quitte ou double", "Radio Théatre" e "Radio Circus". A questo intenso lavoro svolto per la radio, Bourgeon uní una notevole attività di romanziere, scrivendo opere come Il figlio di Ben Hur che, tradotto in sei lingue, fu anche portato con successo sullo schermo. Per Vittoria sul buio, del 1970, Bourgeon si è ispirato a un fatto realmente accaduto. Assiduo frequentatore della stazione climatica di Morzine, in Alta Savoia, aveva sentito spesso vantare i meriti di un giovane del luogo, Arthur, il quale, divenuto cieco a vent'anni, non soltanto era riuscito a superare la propria infermità, a imparare un mestiere e a crearsi una vita normale, ma prestava anche il suo aiuto a molte persone bisognose. Bourgeon, conosciuto Arthur, si legò d'amicizia con lui, e dalle loro conversazioni è scaturita la storia toccante e autentica di Vittoria sul buio. FINE.