Giuseppe Fiori... VITA DI ENRICO BERLINGUER... l'Unità/Laterza... Da San Sebastiano a Salerno... I Berlinguer La prima formazione... Funzionario Alla guida dei giovani L'esperienza internazionale la crisi, la lotta interna, In parcheggio... L'ascesa... Missione a Mosca ( I ) La retrocessione... Missione in Vietnam... Il Sessantotto... Missione a Mosca (2) Vicesegretario... Missione a Mosca (3). Tre compagni. Gli amici... «Il manifesto« Bombe nere... Il rettore, il motociclista, Fanfani, Moro... Segretario... Il «compromesso storico« 1974, la disfatta di Fanfani... 1975, l'anno del trionfo... PREFAZIONE... Dalla morte di Enrico Berlinguer sono passati otto anni: po- liticamente un'era geologica. Eppure, riascoltandolo, I'impressione è di sentire parole fre- sche, dette oggi, con riferimento anche a fatti di queste set- timane, di questi giorni. Dunque ascoltiamolo: «I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società, della gente; idee, ideali, programmi, pochi o vaghi; sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi. Non sono più orga- nizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la ma- turazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di cor- renti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sottoboss"... Hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospe- dali, le università, la RAI-TV, alcuni grandi giornali« (28 lu- glio 1981, intervista a Eugenio Scalfari). Altre parole fresche: «Tutto è già lottizzato e spartito o si vor- rebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali diri- genti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica; un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fe- deltà al partito che procura quei vantaggi«. Quale la replica degli antagonisti? Ne davano un'immagine sfigurata: un Savonarola, un predicatore astratto e moralistico avversario della "modernità" e del "progresso", persino della gioia di vivere. E Berlinguer: «I giornali ci dipingono come fustigatori dei costumi, come se noi volessimo ridurre il Paese a una confraternita di frati zoccolanti. Ma la questione morale noi l'abbiamo posta e la poniamo non sulla base di velleità puramente moralistiche, né la poniamo per mettere in difrl- coltà gli altri partiti. La poniamo perche siamo convinti che si tratti della questione decisiva per il risanamento dello Stato e per il risana- merlto dei partili che si stanno mangiando lo Stato, che stanno divi- dendoselo a brani. Il risanamento dello Stato è essenziale ed è quindi un problema deci.sivo per la salvezza e per l'avvenire della democrazia in Italia«. (XVI Congresso del Pci, Milano, 1983). «La questione morale decisiva per il risanamento dello Stato e per il risanamento dei partiti che si stanno man~iando lo Stato«. Non siamo nell'oggi? Hanno dileggiato Berlinguer specialmente perché egli voleva il Pci non omologato a quelle altre fòrze politiche. «Diverso«. Ma non diverso biologicamente--come i critici finsero di ca- pire -- non diverso perché toccato in fronte da chissà quale unguento divino. Lo voleva diverso politicamente: una diversità politica da chi praticava lo svaligiamento del pubblico erario, I'occupazione parassitaria dello Stato, I'uso privato del bene pubblico. Agli avversari che chiedevano al Pci di mutare na- tura, rispondeva: «Il nostro partito dovrebbe finirla di essere diverso, dovrebbe cioè, come si ama dire oggi, "omologarsi" agli altri partiti... Veti e sospetti cadrebbero, riceveremmo an- zi consensi e plausi strepitosi se divenissimo "uguali agli altri", se decidessimo di "recidere le nostre radici pensando di fiorire meglio" (ciò che sarebbe, come ha scritto di recente Francois Mitterrand, "il gesto suicida di un idiota"). Non ci può essere inventiva, fantasia, creazione del nuovo, se si comincia dal seppellire se stessi, la propria storia e realtà. Dunque, noi re- stiamo convinti che per rinnovare noi stessi e spingere gli altri a rinnovarsi, dobbiamo mantenere ben netti e riaffermare i ca- ratteri che ci contraddistinguono e cifanno diversi«. Parole di un conservatore? D'un vetero-kominternista? Di un comunista asiatico? Di un dogmatico? Di un politico attardato in una visione del mondo rigida, mineralizzata? (Sono tutte espressioni che ricavo dalla polemica giornalistica dell'epoca). Più semplicemente Berlinguer s'interrogava sui fini reali dei partiti che al Pci intimavano abiure, spettacolari, rotture sbri- gative con Togliatti e tutt'un passato. Ed eccoli i partiti «esa- minatori« del tasso di democraticità del Pci. Erano (e sono rimasti) partiti dentro i quali si annidavano e rigogliavano e lussureggiavano viluppi di politica e affari, di af~ari e crimi- nalità. Partiti inquinati dal suf~ragio mafioso. Partiti che si sbranavano la cosa pubblica e fornivano leve e quadri alla congrega delinquenziale chiamata P2. Partiti di governo alleati in nome non di valori comuni, ma di un anticomunismo che un socialista, Emilio Lussu. amava defìnire -- piuttosto che «vi- scerale~> -- «epilettico~. Ed a questi partiti risolutamente con- trari a ridiscutere--ancll'essi--il proprio passato e il proprio presente; a questi partiti interessati non alla redenzione clel Pci dal vizio ori~inale dello stalinismo, ma solo alla sua estinzione pcr spartirsene le spoglie; a questi partiti cl~e nemmeno un po' pensavano davvero a un Pci non del tutto dcmocratico (figu- riamoci se C~raxi e ~orlani hanno nlai realmente credut-) a un rischio di dittatura comunista in Italia); a questi partiti Ber- lingller, pure dinamico e capace di revisioni ardite~ chiese di bonificarsi prima di erigersi a «esaminatori~>. Il fondo del suo ra~ionamento era che il Pci poteva e doveva cambiare adeguan- dosi ai tempi nuovi, ma le revisioni (che cosa rivedere e quando) spettava ai comunisti italiani deciderle, mai in ogni ceso ai loro nemlcl . Personalmente egli spinse, e spinse fortemente, verso il cam- biamento: primo dei comunisti occidentali a superare la dot- trina e la pratica dei due campi, il campo socialista (lì tutti i valori) e il campo capitalistico (qui tutti i disvalori); netto nel definire il Pci, già il 2 marzo 1983, «parte integrante del mo- vimento operaio dell'Europa occidentale«. Ci si interroga sempre sull'attualità di chi ha pensato e agito in altri contesti (nel caso di Berlinguer, «prima del Muro«). Mi fermo qui a un tema oggi dirompente, la questione dei dannati della terra. Gramsci non si stancava di ripetere che nessuna politica economica è valida in Italia; nessun rinno- vamento è possibile se resta irrisolta la questione meridionale. Allargando con originalità quel discorso alla dimensione pla- netaria, alle aree "meridionali" della terra, Berlinguer ha scrit- to: «Nessuna politica è valida, nessun avanzamento e rinno- vamento è possibile in Occidente se non contiene in se la soluzione dei problemi del Terzo Mondo«. In questo libro, uscito nel 1989, ho delineato la figura di un rinnovatore, di straordinaria attualità oggi per la questione morale, ma non solo. Giuseppe Fiori, giugno 1992 '~TT~ DI ENRICO BERLING~J~;K DA SAN SEBASTIANO A SALERNO 1. Tumulti pf~r fame. Sassari, sera ventosa di mercoledì 12 gen- naio 1944. Al numero 4 di vicolo San Sisto, un budello fradicio con odore di cavoli e lardo a spina sul Corso, ha da poco la sede, una stanza spoglia, il movimento giovanile comunista. Nella lu- ce rossiccia d'una lampadina debole, una ventina di ragazzi dei rioni popolari--Sant'Apollinare, San Donato, le Conce--ascol- tano il segretario, uno studente di ventidue anni prossimo alla laurea in legge, non alto, dimagrito dentro l'abito di sempre, che gli casca largo, le orecchie ad alettoni, i capelli neri corti, a spaz- zola, la fronte corrugata in faccia liscia: Enrico Berlinguer, d'u- na famiglia della piccola nobiltà agraria e professionale, avvocato repubblicano legato a Garibaldi il nonno, deputato dell'Unione amendoliana nel '24 il padre, Mario, ora leader del Partito d'A- zione. Discutono animatamente d'una manifestazione in piazza per l'indomani giovedì 13 gennaiol. E un inverno di fame dura. Ogni mattina, torme di popolane escono dalle città e dai villaggi per raccogliere erbe selvatiche, mangiate senza condimento, companatico di soli centocinquanta I Questa narrazione è basata sui rapporti di Marina La Maddalena nume- ro 51 379 del 13 gennaio 1944, della comyagnia dei Carabinieri di Sassari nu- mero 58/2 div. 3 del 13 gennaio 1944e numero 58/5 div. 3 del 14 gennaio 1944, del prefetto di Sassari in data 30 marzo 1944 e del questore di Sassari in data 19 aprile 1944, rapporti integralmente pubblicati da (~, parole di Mario Berlinguer, cinquantatré anni, pe- nalista di buona cultura il cui prestigio di oppositore s'è accre- sciuto a partire dalla breve esperienza dell'Aventino. «Vi è il pericolo--ammonisce sul quotidiano di Cagliari "L'Unione Sar- da"--che dalla crisi possano sorgere (sia pure sporadiche) ma- nifestazioni incomposte di malcontento o pretese assurde da parte di qualche nucleo di popolazione o inconsapevole o egoista che ha la singolare sensazione che la guerra sia finita e si sia tornati alla normalità ed all'abbondanza~. Attenti, perché «I'inconsulto vociare in qualche piazza [. . . ] non risolverebbe alcun problema". E allora «bisogna reagire subito, dire al popolo parole chiare, fre- nare ogni demagogia [...]. E se occorre--ecco la conclusione severa--bisognerà reprimere le euentuali agitazioni inconsulte * e sem- pre colpire prontamente, inesorabilmente, quei fascisti, palesi o travestiti, che tentano di alimentarle aggravando così la crisi di cui essi sono i primi corresponsabili per la loro politica rovinosa e per la guerra che essi solo hanno voluto ed esaltato"3. Fascisti «palesi o travestiti~ tutti gli «insofferenti~ pronti al tumul- to? Non i giovani operai e manovali riuniti nella stanza nuda di vi- colo San Sisto, sicuramente. Il fatto è che essi, meno attenti degli antifascisti anziani al quadro politico generale, sentono in modo più acuto, per l'esperienza di vita in famiglie povere o per slancio generazionale, una contraddizione non risolta: giacché le priva- zioni sono estreme nei tuguri, dove ci si vende per fame, e la mal- nutrizione stronca i vecchi, e la tubercolosi ha terreno di propaga- zione, e cresce la mortalità nella prima infanzia; quando altrove si incetta con la tolleranza o la distrazione delle questure, e nel giro alto-borghese le provviste non scarseggiano, e c'è, alimentato da scorte abusive, tutt'un mercato nero infrequentabile da chi non ab- bia mezzi cospicui. Sarà tempo di carestia; ma soprattutto per le classi strumentali, chiamate, esse molto più dei ceti benestanti, a sacrificarsi... Che fare? I giovani comunisti scenderanno in piazza... Il compito di indurre alla mobilitazione le donne delle Conce, un rione con tanfo di miseria, è affidato da Enrico a uno scaricatore di carbone, Cicito Mura. Uno dei presenti, I'aiutante autista France- sco Spanu, vent'anni, è un infiltrato al servizio della questura... ' Ora e nel resto del libro i corsivi nelle citazioni sono dell'Autore. 3 M. Berlinguer, L~isciplina, «L'Unione Sarda«, 17 diccmbre 1943. Vita di Enrieo Bolinguer Così l'indomani, in un mattino chiaro dopo una nottata d'ac- qua, i dimostranti, cinquecento tra donne e ragazzi scalcagnati che innalzano stracci rossi attaccati a bastoni, sono fronteggiati in piazza d'Italia, davanti al Palazzo del Governo, da un nutrito schieramento di carabinieri a cavallo, con un rinforzo di auto- blindo dell'artiglieria. Succede poco: grida ostili all'indirizzo del prefetto, ne chiedono la cacciata (fascista, gridano), la risposta alle cariche della forza pubblica è qualche sassata. Poi tutti, En- rico in testa, davanti agli uffici della Commissione Alleata per chiedere a gran voce la distribuzione di pane, pasta e zucchero. Nessun incidente. Uno ha in tasca bombe a mano, ma non le usa. La manifestazione è sciolta anche qui senza difficoltà. Solo più tardi piccoli gruppi si riformano in punti diversi della città e la percorrono puntando al Municipio, al Mercato civico, ai forni. Donne infuriate assaltano e saccheggiano il pastificio Arru-Fadda ed è il solo momento di violenza. Già nel primo pomeriggio, i tono in glro è di normalità... Arriva alla sezione giovanile di vicolo San Sisto il segretario dei comunisti adulti, Andrea Lentini, sessantun'anni, gallurese di Luras, organizzatore dei minatori nel Sulcis, sindaco di Gon- nesa nel 1920, un passato di arresti, deportazioni alle isole e con- danne al carcere, e nei momenti di libertà mestieri precari, custode al sanatorio e pOi affittacamere. E contrariato. I giovani comuni- sti--dlce--non possono dimenticare che l'Italia liberata e gli alleati anglo-americani sono ancora impegnati duramente nella guerra per liberare dall'oppressione tedesca i compagni e i fratel- li dell'Italia occupata. I giovani comunisti, ripete, debbono tirarsi fuori da questi torbidi che fanno solo il gioco dei fascisti... Esor- tazione ben motivata. Solo che, nei tristi accampamenti di peri- feria e nei vicoli del centro, I'inasprimento degli animi per la troppa fame spinge al subbuglio come sfogo necessario: ormai il malcon- tento rifiuta guida e freno. Il primo mattino dell'indomani venerdì 14 gennaio 1944, al- le 7.30, due commessi di panificio che portano alle rivendite ce- sti con ottanta chili di pane sono assaliti e depredati da popolane esasperate. Un'ora più tardi, alle 8.30, in Porta Sant'Antonio nella città vecchia, insieme alle donne tumultuano uomini matu- ri, non più soltanto i ragazzi, e c'è la bandiera rossa con falce e martello, e sono in molti, cresciuti dai cinquecento di ieri a due- mila. Il programma è di assalire e saccheggiare case, forni, nego- I Da San Sebastiano a Salerno zi. Urlano. La forza pubblica, dislocata a presidio dei palazzi pub- blici, è altrove. In corteo i dimostranti si muovono, tempestosi, verso Sant'Apollinare. Un ciclone con risonanze di schianti. As- saltano il mulino Farbo-Naseddu, irrompono nel magazzino Fa- ra e nel Mercato civico. Il poco che trovano, semola, pasta, zucchero, carbone, è immediatamente distribuito. Ecco i carabi- nieri e gli artiglieri. Ci sono scontri: cariche, sassaiole. La massa cenciosa preme sui portoni dei frantoi, rompe vetri, devasta. Da San Giacomo al Duomo a piazza Tola non un magazzino di gra- no, di farina, di pasta è risparmiato. Solo a distribuzione termi- nata (ma è stato magro il bottino), i dimostranti lasciano il campo... In serata, secca è la sconfessione del comitato provinciale di Concentrazione antifascista, che naturalmente rappresenta anche il partito di Enrico Berlinguer e il Partito d'Azione, dove il vec- chio parlamentare Mario Berlinguer è in assoluto il dirigente più ascoltato. ~I disordini ed i torbidi--leggiamo nel documento uni- tario subito diffuso--non rispondono ad alcuna iniziativa né fi- nalità di partiti politici, che apertamente li sconfessano". Poi qualche parola sugli istigatori, (, come scriverà due giorni appresso, il 19 gennaio, un funzionario proveniente dall'Ovra, il questore Dino Fabris Al quale dobbiamo un ritratto di Enrico a spigoli: «Co- munista convinto, studioso delle teorie leniniste, dopo la caduta del fascio fu uno dei promotori e fondatore del Partito Comunista a Sassari. Nominato segretario della sezione giovanile, si assunse il compito di spiegare le nuove idealità alla massa impartendo 4 Ordinc dcl giorno dclla Conccntro7ionc antifascista, «L'lsola~, 15 gennaio 1944. 8 Kta di Enrico BalingL~r periodiche lezioni di comunismo ad un certo numero di gregari, spiegando le finalità che si proponevano, organizzando cellule ec- cetera. Fanatico dell'idea, credette giunto il momento di appli- care alla pratica le teorie più spinte del partito, quantunque ne fosse sconsigliato dai compagni più anziani facenti parte del di- rettorio. Approfittando del generale disagio economico, volle pro- muovere moti di piazza allo scopo di mostrare la forza del partito, di eccitare disordini, di far compiere violenze, sabotaggi e van- dalismi, e quindi, qualora la forza pubblica non fosse riuscita a dominare la situazione, di impadronirsi degli uffici pubblici e per primo del Palazzo del Governo, facendo gettare dalla finestra il Prefetto stesso~u Esagerazioni calcolate, conseguenti a un'intenzione persecu- toria. La denuncia al Tribunale militare di guerra è, per il suo impianto, piuttosto che un doveroso atto di giustizia, il segnale delle persistenze in questura d'abitudini del tempo fascista, un episodio di rappresaglia politica, con bordate d'imputazioni in parte anacronistiche in stagione di libertà e per il resto gravissi- me, da sentenza capitale: manifestazione sediziosa, violenza e re- sistenza a pubblici ufficiali, devastazione e saccheggio, insurrezione armata contro i poteri dello Stato. Come dire, stanti le pene vi- genti, la consegna di Enrico non in mani del carceriere, bensì ai moschetti del plotone d'esecuzione... 2. Zio Fanuccio. E in galera, a Regina Coeli, braccio tedesco (il terzo), anche uno zio di Enrico, I'avvocato Stefano Siglienti, Fa- nuccio per gli amici, quarantasei anni, vice direttore generale del Credito Fondiario Sardo, a Roma da una ventina d'anni, quat- tro figliS. E una figura di spicco del Partito d'Azione. Ha spo- sato una sorella di Mario Berlinguer. Discende da un Pietro Sillent che nel 1468 è stato magnifico governatore di Sassari e del Capo di Logudoro. D'origine spagnola al pari dei Berlinguer, i Siglienti, signori di Thiesi, nel sassarese, sono agrari solidi, medici, monsignori, avvocati, docenti di Sacra Scrittura, ingegneri, artigiani, gene- 5 Le notizie qui di seguito riferite sono tratte da due testi inediti di Ines Siglienti Berlinguer, Così, come scmprc, hno al~hne, 1971, e Ai nipoti, Natale 198?; con m più tcstimonianze all'autore (d'ora in poi T~) della stessa Siglienti Berlmguer. 1. Da San Sebastiano a Salano rali, un capo della polizia, artisti. Fanuccio nasce nel 1898 a Sas- sari da un avvocato che è anche suonatore di violino, verseggia- tore trasognato, favolista, floricultore, cavalleggero, allevatore di colombi e di cani da caccia, un debole per le carrozze eleganti. Un'infanzia felice. Ma il padre è portato a una dissipazione in- nocente, e per rovesci familiari il ragazzo Siglienti deve impie- garsi, nel ' 14, ancora liceale, al Comune, in biblioteca, e in seguito alla Provincia. Un'estate ha conosciuto a Stintino, breve insenatura d'acque turchesi tra spiaggiole coralline e dune bianche nell'estremità nord- ovest della Sardegna, dirimpetto all'isola dell'Asinara (colonia pe- nale), I'ultima figlia dell'avvocato Enrico Berlinguer senior, Ines, una bambina. La corteggia, ricambiato (le loro prime lettere ri- salgono al giugno del 1913) . Va in guerra, ufficiale d'artiglieria. E schierato sull'altopia- no d'Asiago e sul Montello. Torna in Sardegna soltanto nel febbraio del 1920. Si laurea in legge con la lode. Poi l'esame d'avvocato, I'assunzione al Credito Fondiario Sardo (ufficio le- gale), il matrimonio. E il 4 settembre 1924. A Ines, che intanto s'è diplomata maestra, fa da paggetto il nipotino Bibì Berlinguer, figlio di due anni del fratello Mario. In tutina di seta bianca con jabot plissettato e merletto, il futuro leader comunista l'accom- pagna all'altare contegnoso, senza inciampare né pestare il lun- go strascico. E Cagliari la prima sede di Stefano Siglienti; quindi Sassari e nel 1925 Roma. Abitano per otto anni al 102 di via Ripetta, Palazzo Valdam- brini, accanto all'Augusteo. Nel 1933, il trasferimento in casa pro- pria, con giardino, al 2 di via Carlo Poma, quartiere Prati. Di grande finezza intellettuale (giurista ed economista), Fanuccio vive in una cerchia di oppositori dell'area sardista, liberaldemocrati- ca e repubblicana. Non s'iscriverà mai al fascio, a dispetto delle pressioni. Anzi, per tutti gli anni Trenta e durante la guerra, il Credito Fondiario Sardo, in via in Arcione, è .(il centro quasi quo- tidiano del conforto e della resistenza morale~>6 e la casa di via Carlo Poma luogo di cospirazione, punto di riferimento degli an- tifascisti di Giustizia e Libertà, e dopo il 25 luglio 1943 approdo sicuro di quelli che mano a mano lasciano le carceri e le isole o tornano dall'esilio: Emilio eJoyce Lussu, Francesco Fancello, Pier 6 B. Visentini, Un ricordo di Siglicnti, «La Stampa~, 9 aprile 1971. Vita di Enrico Berlinguer Felice Stangoni, Bruno Visentini, Ernesto Rossi, Vincenzo Ca- lace, Federico Comandini, Riccardo Bauer. Da lui, la sera dell'8 settembre 1943, trovano un primo rifugio l'ex ministro della Guer- ra e primo ministro Ivanhoe Bonomi ed i più giovani Ugo La Malfa, Bruno Visentini e Giorgio Amendola. L'occupazione na- zista spinge subito tutti alla clandestinità. Vita dura, di rischio continuo . La mattina buia del 19 novembre 1943 I'avvocato Siglienti è arrestato dalla Gestapo. .(Entravo per andare da lui in via in Arcione--racconterà Bruno Visentini--nel momento in cui egli scendeva le scale fra le SS che lo portavano a via Tasso. Mi guardò con sguardo affettuoso e fermo, che esprimeva il ramma- rico del distacco ma insieme la virile accettazione di una conclu- sione e di una fine (per fortuna non fu tale) la cui eventualità e probabilità egli non aveva mai nascosto a se stesso ed a ciascuno di noi~7. E trascinato alle stanze di tortura. Scriverà Antonello Trombadori: <~I tedeschi dovettero desistere dal tentare di farlo parlare, poiché al primo cenno di violenza egli era balzato in pie- di brandendo la seggiola sulla quale era seduto e con presenza di spirito pari all'acutezza dell'intuizione psicologica aveva am- monito: "Sapete che non parlerò mai! Ve lo dico da ufficiale a ufficiale!"«8. Trasferito a Regina Coeli, vi incontra figure alte dell'antifascismo, Leone Ginzburg, Sandro Pertini, Giuseppe Sa- ragat, Manlio e Gastone Rossi Doria, Carlo Muscetta. Il 2 mar- zo 1944 arriva Trombadori. La prigionia si prolunga. Un'estenuazione di mesi. Tormen- ta Fanuccio anche il pensiero dei due figli, Sergio, diciottenne e Laura, tredicenne, andati a studiare nella più quieta Sassari in casa dei cugini Enrico e Giovanni Berlinguer. Non ne ha notizie da tempo. Nemmeno sa che il nipote più caro, Enrico, è anch'e- gli, pur in un pezzo dell'Italia liberata, prigioniero politico... 3. M~ssione a Ba~. L'aeroplano sul quale mercoledì 26 gennaio 1944, nove giorni dopo l'arresto di Enrico, Mario Berlinguer vo- la da Cagliari a Bari, passando per Palermo, è un trabiccolo mi- litare instabile, vecchiotto, tutto scricchiolii, ululii da fessure e 7 Ibid A. Trombadon, In una cclla con Siglicn~i, «Paes~ Sera«, 3 gennaio 1981. I Da San Sebas~iano a Salerno beccheggi. Normalmente adibito al trasporto d'armi, non ha po- sti a sedere. Dunque, una traversata di tre ore non precisamente confortevole. Per non sbattere contro le fiancate, i rappresentan- ti sardi dei partiti antifascisti (Antonio Segni, Dc, Francesco Cocco Ortu, Pli, Gonario Pinna, Pri, Salvatore Sale, Partito Sardo d'A- zione, Giuseppe Tamponi, Pci, Angelo Corsi, Psi, Mario Ber- linguer, Partito d'Azione) debbono starsene seduti a terra, ammanigliati a traversoni di ferro laterali. Gli hanno dato l'ae- reo di malavoglia all'ultimo momento, dopo incertezze9. Due giorni appresso, venerdì 28 gennaio 1944, s'apre a Bari --al ~(Niccolò Piccinni", un teatro bomboniera di stile borbonico al centro della città--il primo convegno nazionale dei partiti ri- sorti dopo il fascismo nelle quindici province finora liberate (e tutti rimasti fuori dal governo)'°. C'è tensione. Se gli anglo- americani guardano all'assise diffidenti, manifesta è l'ostilità del re e di Badoglio, ancora imboscati a Brindisi. Arriveranno figure quali Benedetto Croce, Carlo Sforza, Vincenzo Arangio Ruiz, Giulio Di Rodinò. Ma il clima è come di vigilia di una marcia su Bari di sovversivi capaci di ribalderie. Forse a Brindisi, allar- mati dalla lettura di qualche mozione radicale, temono che i cen- toventisei delegati dei Comitati di liberazione, attribuendosi a sorpresa i poteri d'una assemblea costituente, facciano il colpo di proclamare la repubblica. Un'insensatezza, nell'Italia sotto il comando alleato. Nondimeno Vittorio Emanuele III è sospetto- so, e i suoi pretoriani esagerano in zelo poliziesco. A un generale d'armata, Pietro Gàzzera, sono affidati i pieni poteri per l'ordine pubblico. Bari ha le sembianze d'una città in stato d'assedio. Dap- pertutto ~densi plotoni armatissimi«ll; intorno al teatro, mezzi corazzati La cittadinanza--traumatizzata ancora dall'eccidio di sei mesi prima, quando, il 28 luglio '43, caduto Mussolini da tre giorni, la truppa aveva sparato su dimostranti festosi, ucci- dendone venti--se ne sta rinchiusa in casa o s'è rifugiata da pa- renti in campagna. I partecipanti alla prima grande assemblea dell'Italia liberata (tra essi Adolfo Omodeo, Tommaso Fiore, Giu- seppe Laterza, Vincenzo Calace, Velio Spano, Alberto Cianca, Silvio Gava) sono pedinati; la polizia li fotografa per schedature. 9 TAA di Gonario Pinna. 10 M. Cifarelli, 11 1° congrcsso dci Gmitati di Libcrazionc Nazionalc, Molfetta 1964; vedi ar che, di Agostino degli Espinosa, n Rcgno dcl Sud, Roma 1946, p. 249. Il M. Cifarelli, n lo congrcsso..., cit., p. 18. Vi~a di EnTuo Bcrlinguc~ Alle 10.21 di venerdì 28 gennaio, in un teatro gremito, apre i lavori un magistrato barese di trentun anni, Michele Cifarelli, azionista, liberato dal carcere dopo il 25 luglio. Dalla platea, gri- da ripetutem(Abbasso il re«, «Via i traditori«. I molti striscioni dicono: .~, ..W il conte Sforza«, ..W la Repubblica«. Ai liberals inglesi e americani curio- si della inanifestazione ~ufficiali e soldatij era stato proibito, an- che su pressione dei badogliani, d'assistervi. Si sono procurati, come hanno potuto, vestiti borghesi, ed ora è facile distinguerli m mezzo al pubblico, dentro abiti striminziti o troppo abbondan- ti... 12, SU] tavolo della presidenza, un drappo tricolore non stem- mato. Ci sono anche i microfoni per la diretta radiofonica. Ma le autorità l'hanno vietata. Ecco infine tutti in piedi, acclamanti. L'uomo chiamato a parla- re, patriarca severo, è Benedetto Croce, settantotto anni. Si fa un silenzio carico d'attesa. Il discorso è pacato, ma non accomodante. Al passaggio saliente, un'ovazione. Croce ha detto: ..Fin tanto che rimane a capo dello Stato la persona del presente re, noi sentiamo che il fascismo non è finito, che esso ci rimane attaccato, che con- tinua a corroderci e a infiacchirci, che risorgerà più o meno ca- muffato e, insomma, che così non possiamo respirare e vivere ~ Momenti e sensazioni in qualche modo memorabili. Per l'ex deputato Berlinguer, è una reimmersione ristoratrice nella gran- de politica. Vive queste giornate di resurrezione appassionata- mente; ma un pensiero spesso lo trafigge: Enrico e i compagni trattenuti in prigione. Sa di poter incontrare a Lecce un avvoca- to di Potenza intimo del Nitti, già deputato sino al '24, nomina- to il 16 novembre 1943 sottosegretario ..tecnico>, all'Interno, Vito Reale, uno di quei ..semiministri, sottosegretari di ministri inesi- stenti~ di cui ha parlato Croce nel suo discorso (il potere ministe- riale è di Badoglio, presidente d'un gabinetto di sottosegretari). Facendosi accompagnare da altri della delegazione sarda, lo va a trovare. Dei fatti di Sassari, il sottosegretario sa poco. Mario gli parla della rappresaglia sproporzionata dopo le ..chiassate" ir- résponsabili ma non canagliesche di masse affamate; e la risposta è l'impegno a un intervento immediato per la chiusura del caso. ..AI ritorno a Sassari--dice rassicurante--troverai Enrico a casa~>. ~2 TA~ di Michele Cifarelli. 3 M. Cifarelli, n l o congrcsso. . ., cit., p. 29. 1. Da San Sfóas~iam! a Salano Niente di vero. A Sassari Mario Berlinguer trova che nessu- no s'è mosso: c'è contro i «sovversivi" animosità, non s'intrave- dono spiragli. Amareggiato, scrive al sottosegretario: ..All'arrivo in Sardegna, contavo di trovare a casa mio figlio Enrico, scarce- rato. Ricorderai che ti parlammo di un gruppo di giovanissimi comunisti di Sassari arrestati tra il 15 e il 17 corrente. Tu ci assi- curasti che avresti subito telegrafato a S.E. Magli, comandante delle forze armate della Sardegna, per tale scarcerazione. Ti sa- rei infinitamente grato se volessi insistere con un nuovo marco- nigramma. Credi pure che non dimenticherò questo gesto di amicizia e di giustizia~ 14, Scrive anche, il 2 febbraio 1944, all'in- gegner Calace, dirigente del Partito d'Azione: ..Io ho trovato a Sassari una nuova amarezza. Mio figlio Enrico, laureando in legge, di salute cagionevole, è ancora in carcere. A Lecce il Comitato di Liberazione sardo aveva protestato col governo per l'assurdo procedimento contro un gruppo di giovani comunisti ingiusta- mente accusati di aver fomentato una delle solite spontanee di- mostrazioni per le note restrizioni alimentari [ . . . ] . Le rappresaglie colpiscono specialmente i comunisti, ma indignano tutti i partiti liberi [...]. Mostra pure a Tedeschi [Velio Spano] questa lettera [...]. Pensa che io, durante il fascismo, ebbi persecuzioni ma non fui mai arrestato (se non nel '25 a Bari); dopo il 25 luglio fui ar- restato due volte, e ora è in carcere mio figlio perché, senza che io abbia voluto oppormi ai suoi ideali, è comunista!,>'5. 4. Roma, marzo '44. A Regina Coeli, tristi entrate e qualche usci- ta. Dagli ultimi di gennaio (1944), Siglienti non ha più compa- gni di cella due socialisti colti, il coetaneo Giuseppe Saragat quarantasei anni, mezzo conterraneo (sardo di Sanluri il padre; una Garau la nonna paterna) e Sandro Pertini, quarantotto an- ni, in carcere dal 15 ottobre 1943. Sono tornati in libertà. Fuggi- ti, a dirla tutta: messi fuori con fogli di scarcerazione falsificati. Era stata un'idea di due giovani ufficiali e giuristi, Giuliano Vas- salli e Massimo Severo Giannini, capi dell'organizzazione mili- tare clandestina socialista. S'erano procurati, trafugandoli da un ufficio di via degli Acquasparta, i moduli originali dei fogli di A. Lanucara, Bcrliy~ucr sgrcto, cit., p. 86. U. Badud, Una vih, in Enrico ~crlinguo, Roma 1985, p. 28. 14 Vi~a di BeTlingueT scarcerazione e i timbri. Bel colpo. Il mattino di martedì 25 gennaio 1944 cinque prigionieri, Pertini, Saragat, il medico Luigi Andreoni e due socialisti di Piombino, Lunedei e Allori, escono di cella. So- no venuti ad annunziargli la liberazione. Non sanno--meno Sa- ragat e Pertini--che in realtà si tratta d'una fuga. Lunedei fa storie: non vuole uscirsene di prigione senza che prima gli abbia- no restituito i polsini d'oro; e Pertini, teso e spazientito, gli deve scalciare sullo stinco per spingerlo finalmente fuori dall'ufficio ma- tricola. Passeranno la prima notte di libertà in una casa di Vassal- li a, numero 5 di via degli Avignonesi, dietro il «Messaggero~... 16, L'altro che non c'è più, ma per fine tragica, è l'amico più caro di Siglienti, Leone Ginzburg, trentacinque anni, ebreo rus- so di Odessa, studioso di letterature contemporanee, già in gale- ra nel '34, al confino in Abruzzo durante la guerra, direttore de «L'Italia Libera« all'indomani del 25 luglio 1943, nuovamente arrestato, con Siglienti, in novembre. I pestaggi (una mascella spezzata) e la mancanza di cure l'hanno ucciso. E morto nell'in- fermeria del carcere la sera di sabato 5 febbraio 1944. Dieci gior- ni dopo, il 15 febbraio, Ines scriverà a Siglienti: «Non ho mai potuto dirti che a suo tempo avevo consegnato a Natalia il testa- mento spirituale di Leone e, data la terribile notizia, ci siamo ab- bracciate. Lei è molto forte. Sono poi dovuta andare dalla zia di Leone per dare anche a lei questa mazzata. Povera gente!«... 17, Passa un mese, e il 18 marzo 1944 arriva a Siglienti una co- municazione che l'inquieta non poco: i tedeschi l'hanno precetta- to per lavori forzati. Gli altri della squadra sono un ragazzo romano di diciotto anni, Aristide Iaccatuni, un parmense di quarantun anni, Guglielmo Parmigiani, due professori, Valentino Marafini, tren- tasette anni, messinese, e Carlo Muscetta, trentadue anni, avelli- nese, critico letterario studioso del De Sanctis e dei quattrocentisti, il dottor Vindice Cavallera, trentatré anni, figlio del primo socia- lista eletto in Sardegna a Montecitorio, e una donna di quaranta- cinque anni, la genovese Ada Pivetta. Li caricano, incatenati, su un camion. Li rinchiudono alla Cecchignola, fuori Roma. Dovran- no scavare trincee sul fronte di Anzio. Una fatica da bestie. Tor- nano tutti i giorni al dormitorio sfiniti e infangati. Non possono immaginare che a questo lavoro forse debbono la vita... 16 T~A di Giuliano Vassalli e di Sandro Pertini. 17 I. Siglienti Berlinguer, Gsì, cornc sc~pre"~Zno alla fine. I Da San Sehas~ano a Sale~n~ ...Il pomeriggio di giovedì 23 marzo 1944, assolato, caldo per scirocco, un po' di foschia sospesa nell'aria, si mescolano ai pas- santi, tra piazza Barberini, il Tritone e via del Traforo, ragazzi ben vestiti, d'aspetto fine, guardinghi, un po' tesi, non in grup- po, ognuno per sé, tutti comunisti. Bighellonano o fingono di mo- strare interesse alle vetrine o s'intrattengono a leggere i giornali esposti all'edicola del «Messaggero>,. Vicina c'è un strada stret- ta, via Rasella, che sale, parallela al Tritone, dall'uscita del Tra- foro Umberto I a Palazzo Barberini, in via Quattro Fontane. Ci passano tutti i giorni in assetto di guerra (mitraglia sul ventre, elmetti d'acciaio), provenienti dal Flaminio e diretti al Viminale e a via Tasso, gli uomini della Feldpolizei, centosessanta SS del battaglione «Bozen~. Perché non attaccarli? La giunta militare del C,ln (Amendola, Pertini e Bauer; De Gasperi è tenuto al cor- rente nel suo rifugio di «Propaganda Fide«, in piazza di Spagna) ha dato la direttiva di colpire il nemico con ogni mezzo e OVUII- que. Ai Gap (Gruppi d'azione patriottica) il compimento degli atti di guerra. Un reparto partigiano è ora sul punto di muover- si. Sfiderà questa potente formazione tedesca preceduta sempre da una pattuglia di SS con mitra spianati e seguita da una mitra- gliatrice pesante su un carretto. E l'anniversario della fondazio- ne dei Fasci. C'è rischio, e tanto, nella sfida. Ma non pochi italiani di carattere pensano di non doversi ritirare davanti al rischio. Nel tratto solitamente percorso dai tedeschi, i «gappisti>, s'aggirano in apparenza svagati, in realtà ben vigili e risoluti. Sono tre gio- vani studiosi di letteratura italiana, Carlo Salinari, venticinque anni, lucano di Montescaglioso, il figlio di Piero Calamandrei, Franco, ventisette anni, fiorentino, e il romano Franco Ferri, ven- tidue anni, normalista a Pisa. Con essi, ma separati per non dare nell'occhio, due sardi, Francesco Curreli, quarant'anni, ex pa- store di Austis, ex muratore fuoruscito in Algeria, sergente «ga- ribaldino" in Spagna, nel maquis in Francia, e lo studente cagliaritano Silvio Serra, vent'anni, poeta. Poi un taxista roma- no, Raul Francioni, e una ragazzina bionda, sottile, bella, Carla Capponi, ventidue anni, studentessa in legge, d'una famiglia alto- borghese, la casa nel Palazzo Roccagiovine, con finestre sulla co- lonna Traiana. Infine, intento a spingere in via Rasella un car- retto per la spazzatura, un «netturbino" in camice blu-scuro di tela grezza, il berretto alto a visiera. Un travestimento riuscito: lo studente in medicina Rosario Bentivegna (prossimo marito di Vita di ~nrico Berlinguer Carla Capponi), ventidue anni, romano, ha l'aria giusta. Ferma il carretto dell'immondizia all'altezza di Palazzo Tittoni, sede del prlmo governo Mussolini, e non l'ha fatto a caso: il posto e il gior- no, annuale dei Fasci, significano pur qualcosa. Dentro il carret- to, c'è una cassetta di ferro, preparata dall'artificiere dei Gap Giulio Cortini. Dentro la cassetta, l'esplosivo, diciotto chili, un detonatore al fulminato di mercurio e una miccia di mezzo me- tro, tempo per l'esplosione 50 secondi. Non resta ora che aspet- tare la truppa nemica. Ognuno dei patrioti ha un ruolo. Il capo è Salinari. Tra il Babuino, piazza di Spagna e il Tritone, funzio- nano punti d'avvistamento. Ed ecco la testa della colonna. Man- cano pochi minuti alle quattro. Calamandrei si toglie il berretto. E il segnale convenuto. Calmo, lo «spazzino" Bentivegna accen- de con la brace d'un mozzicone di sigaretta la miccia e al profi- larsi delle SS all'imbocco di via Rasella scaglia il carretto nella discesa. Un uragano di schegge, vampate di fuoco, fumo denso. E altre esplosioni. Scattati da via del Boccaccio, traversa di via Rasella, Ferri, Curreli, Serra e Francioni proseguono l'azione lan- ciando sul contingente d'occupazione bombe di mortaio «Brixia~ modificate in bombe a mano. Azione di guerra, confronto mili- tare. L'unità nemica ne esce schiantata, trentatré morti e settan- ta feriti... 18, ... Violenta è la ripercussione a Regina Coeli (Siglienti, co- mandato per sua fortuna alla Cecchignola, non c'è da cinque giorni): un frenetico andirivieni d'ufficiali tedeschi, invettive, trasferimenti di cella, un'agitazione prolungata, botte, intensificata la vigilan- za. I carcerati non sanno ancora che è stata decisa una rappresa- glia feroce: la fucilazione di dieci «criminali comunisti e badogliani~> per ogni tedesco caduto, trecentotrenta da scegliere a Regina Coeli e nelle stanze di tortura di via Tasso. Ricorderà Trombadorim~II 24 marzo, quando cominciò la furibonda chiamata delle Fosse Ar- deatine e le celle si aprirono (e io tentai persino di accodarmi ai chiamati, convinto che fossero condotti ai lavori forzati, e per- ciò a possibile salvamento), cercai Fanuccio, chiesi se era stato chiamato anche lui, mi fu risposto di no« ~9. La s.era di venerdì 24 18 R. Bentivegna, Achtung Banditcnl, Milano 1983; Giorgio Caputo, La Resi- stcnza rotnana, in La Res~stcnza di Rorna, Roma 1970, Giorgio Amendola, Lettcre a Milano, Roma 1973. ~9 A. Trombadori, In una cclla con S~glicnti, cit. I Da San Scbastiano a Salcrno escono in colonna dalla Lungara furgoni chiusi, scortati da auto- blinde. Trasportano uomini stivati come bestie, le mani legate dietro la schiena. Sono trecentotrentacinque: nella fretta, ne hanno presi cinque in più. Destinazione l'Ardeatina, alle porte di Ro- ma. Esistono lì, fra le catacombe di Domitilla e San Callisto, ca- ve abbandonate di arenaria. I furgoni si fermano. Gli ostaggi scendono a gruppi di cinque, ed è subito l'inizio d'una mattanza di molte ore. Li trascinano in fondo alle fosse, li spingono in gi- nocchio, li abbattono sparandogli a bruciapelo sulla nuca. Spara anche Kappler... ... L'indomani, ad Anzio, Siglienti e il professor Muscetta sca- vano trincee. Improvvisa, un'incursione aerea alleata. Fumo e scompiglio, nel campo tedesco. I guardiani fuggono. El il matti- no di sabato 25 marzo 1944. Rimasti soli, i coatti capiscono dl potersela battere, liberi. Già in serata Siglienti e Muscetta rive- dono, a Roma, i familiari... 5. Il riforno di Togliatfi. A conclusione d'un viaggio che si pro- lunga ormai da cinque settimane (il 18 febbraio 1944 la partenza da Mosca, soste forzate a Baku, Teheran, Il Cairo e Algeri), Correnti-Ercoli-Togliatti, cinquantun anni, fuoruscito dal '26, per- sonalità di rilievo del Komintern, arriva con la nave da carico inglese <~Tuscaniao in vista della costa di Napoli. E il pomeriggio di lunedì 27 marzo 1944, tre giorni dopo il massacro delle Fosse Ardeatine. oGià da molte ore--ricorderà--una enorme massa di fumo che si addensava sul mare per decine di chilometri an- nunciava l'Italia e il Vesuvio. Questo era in eruzione, e una pioggia di cenere sottile vagava sul golfo, copriva i campi e le strade. La notte i bombardieri tedeschi si facevano guidare dai bagliori di fuoco del cratere. Il volto della patria, di nuovo raggiunta dopo diciotto anni di esilio, aveva qualcosa di apocalittico«2°. Gli si presenta un paese dove «i corpi e gli animi--dirà-- erano malati, come per una febbre in cui si mescolavano la stan- chezza, I'affanno per il presente e per il futuro, la ricerca ansiosa del necessario per Vivere>>2l. C'è la guerra, I'Italia è tagliata in 20 M. e M. Ferrara, Conucrsando con Togliatti, Roma 1953, p. 312. I Da San Sehastiano a Sakrno due, e un'anomalia segna l'Italia liberata: da una parte «un'au- torltà senza potere>" la Giunta esecutiva del CLN, dall'altra «un potere senza autoritàn, il gaverno Badoglio22. E una contraddizione che il leader comunista--mosso a una politica di unità nazionale, la sola efficace, egli pensa, per la libe- razione e la ricostruzione del paese--si propone fin da subito di risolvere. Due i cardini del ragionamento. 1°: la lotta di libe- razione richiede un govemo che soltanto l'adesione dei grandi par- titi di massa può rendere forte e autorevole, quale occorre. 2° I'opera di ricostruzione richiede l'ampliamento delle basi del go verno Badoglio in senso democratico. Ovvia la conseguenza: il rinvio della questione istituzionale (che non significa definitivo accantonamento). A guerra vinta e a nazione riunificata, sarà il popolo intero a decidere liberamente, con plebiscito ed elezione a suffragio universale diretto e segreto di un'Assemblea costituente la forma istituzionale dello Stato. Al momento urge che i comu- msti, non trattenuti dalla giusta posizione antimonarchica, par- tecipino al potere (del resto, il governo Badoglio è stato riconosciuto il 14 marzo anche dall'Urss). Una linea nuova: di svolta, rispetto agli atti compiuti fin qui dai comunisti (il 20 gennaio 1944 Velio Spano ed Eugenio Rea- le, in un mcontro con Badoglio a Villa Taiani, a Vietri sul Mare, avevano opposto un rifiuto fermo al suo invito a entrare nel go- verno). Una correzione di linea (e una ripresa di movimento nel paesaggio politico bloccato dal rifiuto dei partiti di collaborare col re) che Benedetto Croce intende subito con precisione: «E ve- nuto il Morelli a informarmi di un improvviso cambiamento di scena politica, perché un comunista italiano, giunto dalla Rus- sia, che ha il nome convenzionale di Ercoli, ma è un Togliatti, ha convocato i comunisti, ha esortato essi e gli altri partiti a col- laborare col governo Badoglio, saltando la questione dell'abdica- zione del re, per intendere unicamente alla guerra contro i tede- schi, e ha dichiarato che i comunisti avrebbero senz'altro colla- borato~ 23, Le consultazioni sono rapide. L'iniziativa di Togliatti ha in- dotto anche gli altri partiti ad accantonare la questione monar- 22 lvi, p. 316- 23 B. Croce, Quando l'ltalta ~a tagliata in duc, Bari 1948, p. 98. chica ed a partecipare a un governo transitorio. Sabato 22 aprile 1944 Badoglio può annunziare a Salerno, dove s'era trasferito da Brindisi già a metà febbraio, la nascita (dopo i governi di «tec- nici~) del primo governo dei partiti. Vi hanno un ministero sen- za portafoglio, con prevalente funzione di rappresentanza po- litica, oltre a Togliatti, il democristiano Giulio Di Rodinò, il so- cialista Pietro Mancini, Benedetto Croce e Carlo Sforza. Signifi- cativa anche l'assegnazione della Giustizia al professor Vincenzo Arangio Ruiz, azionista. Dirà uno studioso: «In fondo alla città, il Quartier generale della Commissione alleata di controllo, allo- gato nel nuovo Palazzo di Giustizia, cinto da reticolati di filo spi- nato, sotto la guardia di robusti Mp, vigilava su quel governo minorenne>~ 24, 6. 1 cento giorni a San Sebastiano. Enrico Berlinguer e i suoi com- pagni hanno passato in galera anche il 9 aprile 1944, domenica di Pasqua. Nel mondo grande e terribile si susseguono con velo- cità accelerata eventi memorabili. Qui una piccola istruttoria è trascinata con lentezza esasperante e ristagna. A nulla sono valse le pressioni dei partiti, il tono mutato, ora incline all'indulgenza, dei due quotidiani sardi, «L'Isola" e «L'Unione Sarda«, il rilievo nazionale dato alla vicenda in febbraio da «I'Unità«, edizione me- ridionale (Repressione fascista in Sardegna: ed è la prima volta che il nome di Enrico compare sull'organo del Pci, un foglietto di due pagine)25, il prestigio del collegio difensivo, nove tra i migliori avvocati dell'isola, e il gran brigare di Mario. Quale che sia stato il suo grado di partecipazione ai moti di gennaio, Enrico non si discosta dalla linea probabilmente sugge- ritagli dal padre. Detta a verbale: «Dichiaro di professare teorie comUniste e di essere iscritto al partito comunista di Sassari; ri- copro la carica di segretario della sezione giovanile, con sede in 24 A. Degli Espinosa, n Rcgno d~l Sud, cit., p. 297. 25 , li carica in furgoni olivastri. Ai membri del governo e familiari è data Villa Guariglia, un palazzo barocco in vista del mare, a Raito, frazione di Vietri. Sta in mezzo al verde, e per la circostanza ha un'impronta di casa- albergo: a ognuno le camere da letto necessarie, il refettorio in comune. C'è in un punto del parco una dependance a forma di tor- retta, al pianoterra un soggiorno che ha l'aria di una galleria di alabarde e trofei di guerra e, in cima a una scala con molte armi antiche appese a una parete, le stanze per dormire. Ci vengono a vivere i Siglienti ed Enrico (Mario no, ha casa altrove). Il falansterio-Guariglia. Dalle verande pendono robe stese ad asciugare. L'angustia dei tempi ha una sua fisicità anche in questo che pure è luogo popolato da governanti: robe povere, ai balconi dei Ruini, dei Tarchiani, degli Sforza, dei Soleri, dei De Gasperi (è venuto con la figlia Maria Romana). Il vento muove mutando- ni pieni di rattoppi, carnicie con rammendi sopra rammendi, bran- delli d'ogni cosa, d'asciugamani, di lenzuola, di vestaglie. Al refettorio, la tavolata dei ministri è unica. Se la cucina passa polpette, il cameriere alza le dita, per indicare quante ne spetta- no a ognuno, due o tre. Capita a volte che facciano cucina anche la signora Soleri, Ines Berlinguer, Maria Romana De Gasperi. Il conte Sforza arriva con fragole da dividere fra tutti: porzioni di due-tre, come per le polpette. Un governo a dieta. Vita di Enruo B~rlingu~r Fuori Villa Guariglia, gode fama non usurpata di minore fru- galità, se non proprio di trimalcionica opulenza, la caserma della Guardia dl Finanza, alla mensa ufficiali. Siglienti, in quanto mi- nistro delle Finanze, vi è ammesso con i suoi e con ospiti, e uno che sempre l'accompagna volentieri è Croce, d'appetito robusto: curvo su piatti seducenti, si tinge i baffi di sugo. Cicci, sette an- ni, I'osserva, tocca il braccio di Enrico: «Ma guarda questo, co- me mangiab>. Il cugino sorride, le sussurra: «Zitta, non lo sai che è l'uomo più intelligente del mondo?~>77. Il personaggio che tuttavia l'attrae più di ogni altro e vorreb- be incontrare è Togliatti, non residente a Villa Guariglia, pen- dolare da Napoli, dove ha preso casa (in via Broggia, dietro il Museo). Mario lo conosce fin da quando, ragazzi, frequentava- no lo stesso liceo «Azuni~" negli anni in cui Palmiro e la sorella Maria Cristina, figli dell'economo del convitto nazionale Cano- poleno, vivevano a Sassari, fra il 1908 e il 1911. Può, senza disa- gio, parlargli di Enrico e presentarglielo. Ma lo farà con amarezza. Non ha mai minimamente tentato di dissuadere i figli dall'iscri- zlone al Pci. Ciò che gli pare inspiegabile e l'aMigge è la rinun- zia di Enrico a farsi avvocato nello studio che fu d'un altro Enrico ed ora è suo. Dirà a Togliatti il desiderio del ragazzo d'essere ri- cevuto, ma con qualche pena... 8. Ilpartito nuovo. Il 1944, ha scritto efficacemente Paolo Spria- no, è «I'anno I del "partito nuovo"~>28. Togliatti sa quel che vuole. E tornato da Mosca ed ha ripreso in mano la direzione del partito avendo iri mente un processo al termine del quale sia non la dittatura del proletariato, non una variante all'italiana del modello sovietico, ma niente di più (e non è dir poco) d'un regi- me democratico e progressivo, una buona repubblica parlamen- tare. Lo ha detto senza giri di parole al «Modernissimo~ di Napoli 1'11 aprile 1944, appena dopo lo sbarco, ai quadri del partito che forse, almeno nella componente più radicale, s'aspettavano discorsi diversi: «L'obiettivo che noi proporremo al popolo ita- llano di realizzare, finita la guerra, sarà quello di creare in Italia 27 lAA di Ines Siglienti Berlinguer. 28 p Spriano, Storia o~l PCI. La Rcristcnza. Togliatti c il partito nZ~ovo, Torino I Da San S~ba~)iano a Sakrno un regime democratico e progressivo. Questo vuol dire che noi non proporremo affatto un regime il quale si basi sull'esistenza e sul dominio di un solo partito. In una parola, nell'Italia democratica e progressiva vi dovranno essere e vi saranno diversi partiti corri- spondenti alle diverse correnti ideali e di interessi esistenti nella popolazione italiana"~9. Altro che scatto insurrezionale e repub- blica dei Soviet. In un modo, se possibile, ancora più esplicito, Togliatti ha aggiunto: «Oggi non si pone agli operai italiani il pro- blema di fare ciò che è stato fatto in Russia~3'). Anche uno svilup- po della riflessione avviata già da Gramsci (la guerra di posizione in luogo della guerra di movimento); ma non soltanto questo. Le cose del mondo vanno in un senso prevedibile, e realismo coman- da di tenerne conto. Scriverà Gastone Manacorda: «Togliatti era troppo abituato ad esaminare le situazioni da un osservatorio in- ternazionale come il Comintern, per non tener conto di ciò che cominciava ad apparire ormai chiaro ad ogni osservatore politico: che, cioè, I'Italia non era semplicemente un paese temporaneamente occupato dalle truppe anglo-americane, ma anche un paese vinto assegnato alla zona d'influenza occidentale. Il che portava alcune decisive conseguenze politiche per quanto riguardava la nazione italiana e il suo avvenire e per quanto riguardava la posizione che avrebbe assunto in essa il Pci. Si doveva scartare infatti, anzi atti- vamente impedire, la trasformazione della rivoluzione antifascista in rivoluzione socialista e mantenere invece la prospettiva di una repubblica democratica parlamentare~3l. Ma per questo fine occorre che il Pci muti composizione e cul- tura, divenga partito di massa e di governo, dunque iiuovo, mol- to cambiato da com'era (piccola avanguardia chiusa). Togliatti vi insisterà in tutte le occasioni. 24 settembre 1944: «Prima di tUtto, e questo è l'essenziale, partito nuovo è un partito della classe operaia e del popolo il quale non si limita più soltanto alla critica e alla propaganda, ma interviene nella vita del paese con una at- tività positiva e costruttiva [ . . . ] . La classe operaia, abbandonata la posizione unicamente d'opposizione e di critica che tenne nel passato, intende oggi assumere essa stessa, accanto alle a tre forze 29 p Togliatti, ~a politica di unità nazionale dci comunisti, in Opere, a cura di Luciano Gruppi, 1944-4S, Roma 1984, p. 5. 3° Ibid 31 G. Manacorda, n socialismo nella storia d'ltalia, Bari 1966, p. 740. conseguentemente democratiche, una funzione dirigente nella lotta per la liberazione del paese e per la costruzione di un regime de- mocratico"32. 3 ottobre 194~: «Ecco perché noi diciamo ai vec- chi compagni, i quali avrebbero la tendenza a rimanere un piccolo gruppo, il gruppo di coloro che sono rimasti puri, fedeli agli ideali ed al pensiero, noi diciamo loro: voi sbagliate, voi sarete un gruppo dirigente a misura che sarete capaci di fare del nostro partito un grande partito di massa, una grande organizzazione la quale ab- bia nelle proprie file tutti gli elementi necessari per stabilire dei contatti con tutte le categorie del popolo italiano~ 33 . Maggio 1945: ~~: Garibaldi, avendone ricevuto un numero, gli ha scritto incoraggiandolo. La lettera è del 30 gennaio 1872. Vi si raffigura il papato come .(un monticello di limo e di sangue". Poche altre parole: <~Vi ringrazio per la Giovane Sardegna, nuovo robusto campione del vero e della giustizia, di cui saluto l'alba con entusiasmo". Alto uno e ottanta, magro, I'andatura dinoccolata, i grandi occhi sognanti, la barba da cospiratore, sempre un po' trasanda- to, fissa in bocca la pipa di terracotta, Enrico ha successo. Fre- quenta una coetanea di Ploaghe, donna Antonietta Ferrà, e nel 1878, a ventotto anni, la sposa; ma è felicità breve: lei muore di morte improvvisa, resta vedovo che non ha trent'anni, il dram- ma ne marcherà il carattere. Incupisce. Estraniato a qualsivoglia svago nei salotti, al Circolo sassarese, in teatro, si scarica febbril- mente nella professione e nell'impegno politico. In quest'era di transizione dal primato della Destra alle sta- gioni del Depretis e di Crispi, Sassari è sui 40.000 abitanti, I'a- gricoltura base portante della sua economia, qualche industria molitaria del grano e pastifici, oleifici, saponifici, e in cima per importanza le concerie di pellami. Si dividono la città due <~parti- ti", monarchico-moderato l'uno, repubblicano-progressista l'av- versario. Alla leadership del blocco progressista è emerso, negli anni Ottanta, un piccolo gruppo di giovani agguerriti ed omogenei, tutt'e quattro discepoli del capo storico repubblicano Pietro Soro Pirino, amico personale di Mazzini, e tutt'e quattro avvocati: Fi- lippo Garavetti, anche professore universitario, docente di dirit- to commerciale e di statistica, nato nel 1846, Enrico Berlinguer, 1850, Pietro Moro, 1860, e Pietro Satta-Branca, 1861. Il mag- giore, Garavetti, aspira alla rappresentanza nazionale ed è eletto deputato nel 1887. Ai «triunviri", legati da «profonda amicizia e stretta concordanza di idee«3, resta (e basta) il potere locale (saranno assessori in più giunte comunali, e il più giovane, Pie- tro Satta-Branca, intraprendente, duro, incorruttibile, anche Sin- daco). La cultura politica del gruppo è nulla più «dell'ideale cavallottiano di democrazia avanzata, con punte di umanitari- smo sociale«~. 3 M. Brigaglia, La ci'assc dirigenic a Sassarri o'a Gioli#i a Mussolini, Sassari 1979, 1~ ~ Ivi, p. 32. 3. Ramo Giovanni Berlinguer. Nasce da don Giovanni nel 1791 Gerolamo. Come per vendicare il nonno assassinato, don Gero- lamo sceglie di gettarsi a combattere il malandrinaggio. E milita- re di carriera, faccia lunga d'aspetto fine, folti baffi a manubrio all'ingiù e bel pizzo a punta. Nel 1811, a vent'anni, fa la sua vi- gilia d'armi, da luogotenente, nella Milizia Barraccellaria, una polizia campestre locale creata dalla monarchia sabauda. Più avanti è capitano dei Cavalleggeri di Sardegna, un reggimento che ri- flulrà nei Reali Carabinieri quando l'Arma sarà istituita. Infe- stano le campagne bande di grassatori e assassini. Il capitano Berlinguer «conosce in questi anni l'insidia della macchia, le feb- bri palustri per i prolungati addiacci, I'orrore della sanguinosa guerriglia«S. Nella notte tra il 24 e il 25 giugno del 1835, a qua- rantacinque anni, I'impresa epica. Terrorizza l'isola ed ha fama d'imprendibilità un predone, Battista Canu, inseguito per un'in- finità di delitti, il più efferato dei quali l'assassinio d'un mite vian- dante in calesse, il dottor Felice Sini-Corda. Don Gerolamo ha un'idea, sfidarlo pubblicamente a duello. La proposta, fatta cir- colare perché in qualche modo arrivi al bandito, è d'un combat- timento a due, con pistola e coltello. Gli uomini di scorta dell'uno e dell'altro dovranno tenersi distanti dal luogo dello scontro al- meno un chilometro. Al vincitore è data certezza che tornerà tra i SUOI senza molestie. Punto nella sua vanità, il latitante accetta. Ed eccoli infine farsi incontro nella notte di prima estate. A un segnale, si gettano a terra, I'occhio che trapassa il buio, I'orec- chio esercitato a distinguere il fruscio delle foglie per vento e il cespuglio smosso dall'uomo. Echeggiano gli spari; i riQessi dei falo accesi dalle scorte per fare luce non sono più che lampi. Il combattimento è selvaggio, ma leale. Feriti entrambi (tre volte il capitano Berlinguer), Canu è il più stremato. S'accascia, l'uf- ficiale gli è svelto sopra, lo disarma, I'ammanetta, se lo carica sulle spalle e lasciando lungo il tragitto la traccia del loro sangue perduto a fiotti torna fra le pattuglie in trepida attesa. All'arrivo, cade svenuto. Il bandito Canu è issato sul dorso di un cavallo... La medaglia d'oro per questa impresa, ricevuta (in presenza del reggimento di guarnigione) dal Governatore Grotti il 16 gennaio 1836, è il momento felice d'un seguito con anche risvolti amari, 5 Da un opuscolo in onore di Gerolamo Berlinguer stampato a Sassari nel perché le tre ferite hanno lasciato un segno, e il 1° aprile 1843, a cinquantatré anni, don Gerolamo deve rassegnarsi a passare nel Battaglione degli Invalidi, paga annua lire 1.500. Ha una figlia nata nel 1815, Giovannica, ispettrice delle scuole normali e scrittrice (~(Fin dalla prima giovinezza--dirà di lei Enri- co Costa--dimostrò inclinazione alla poesia e scrisse versi affettuo- si, specialmente d'occasione")6. Non ha fortuna. Sposata a Fran- cesco Segni (prozio del futuro presidente della Repubblica Anto- nio Segni), resta vedova molto giovane con cinque figli da crescere. L'ultima, donna Marietta Segni, nata nel 1839, s'unisce gio- vanissima a un ufficiale garibaldino esuberante e buontempone, Giuseppe Falco, classe 1841, pugliese di Ischitella. Eccoli, dopo il congedo, questi bisnonni di Enrico (per un intreccio che sarà più facilmente comprensibile tra qualche pagina), nella loro casa di Sassari, con il cane Flik e gatti, canarini, tartarughe, e alle pa- reti tutt'un repertorio di cimeli militari, spade, pistole, fucili, bos- soli, speroni e trofei di guerra e di caccia, e in bell'evidenza la camicia rossa di garibaldino. Lei tabaccona, f;utatrice di tabacco in polvere, il colonnello caffeinomane. Se lo tosta e lo miscela se- condo regole fisse: per sé e per gli ospiti di riguardo caffe-caffe; per gli usi comuni di casa metà caffe, un quarto d'orzo, un quar- to di polverina nera; per le serve orzo e basta. Ha il pianoforte e lo suona. L'accompagna una figlia, la bellissima Caterina, na- ta a Foggia l'anno di Porta Pia, 1870, bionda, gli occhi azzurri. 4. I nonni paterni. Una sera di carnevale del 1889, il vedovo En- rico Berlinguer, vicino ai trentanove anni, penalista alla voga e assessore comunale, è trascinato al Civico, dove le famiglie del notabilato cittadino si sono date convegno per un veglione in ma- schera. C'è una banda-orchestra fracassona, dai palchetti sfrec- ciano coriandoli, movimentano la serata maschere spiritose. Enrico ne è stordito. Se ne sta solitario in un palco. Osserva. Non sa divertirsi Quand'ecco, presenza improvvisa, una figurina minuta che gli si rivolge dicendo ~ciao, Enrì«. La maschera di raso, bor- data di merletto, le lascia scoperti solo la bocca e gli occhi, azzur- ri. Dice ancora ~ciao, Enrì«, e ride, ride... Lui è preso dal gioco. 6 E. Costa, Sassan, 1885, vol. 2°, tomo 4°, p. t7. Ristampato a Sassari nel 1972. V~a di ERneo Berlingl~er I Curioso, I'ha spiata. Inutilmente, il mistero resta. Allora, inca- pace di riconoscerla, prende lui l'iniziativa: ~Bene, deliziosa ma- sc erma. Arreso. Se ti scopri il viso, t'accompagno al buffet e prenderai cioccolatini e paste a piacimento«. L'esca rende, si to- g ie la maschera, è Caterina Falco, I'incantevole figlia di Mariet- ta Segni. Stanno ancora a lungo insieme, ora don Enrico non s annola. Ripenserà intensamente, nei giorni successivi, alla serata fe- lice. Ha scoperto d'essersi innamorato, ed è un guaio. Intanto a parentela: e cugino di donna Giovannica, la nonna di lei Poi a orte differenza d'età: Caterina ha diciannove anni, la rnetà ei SUOI In effettl, qualche perplessità, a dir poco, il colonnello alco, dl Soli nove anni più d d I f Alle 9.20 del 1° maggio 1890, testimoni don Alberto Manca dell'Asinara e ll deputato Garavetti, il sindaco Giuseppe Basso unisce in matrimonio don Enrico Berlinguer, di anni trentanove (ma ne compira quaranta in agosto), e donna Caterina Falco- egm, di anni venti, e all'uscita li saluta una pioggia di gran e petali di rosa. Avranno otto figli: Mario I ' 11 marzo 1891, J nel 1892, Ennio nel '93, Lidia nel '96, Sergio nel '97, Aldo nel 98, Ines nel '99, Ettore nel 1903. Il che vuol dire che la bella Caterina è madre già di sette figli a ventinove anni, e le nascerà ottavo a trentatre. L'assistono tre domestiche e un'istitutrice ( atta venire dalla Germania una prima, svizzera la seconda) La nuova responsabilità di marito e padre non distoglie Enri- co dalla politica, alla quale continua a dedicare, spinto da passio- ne clvlle, parte del suo tempo. Due i fatti salienti. Nell'agosto e 1, cmque mesl dopo la nascita di Mario, la fondazione (con un gruppo di professionisti: Pietro Satta-Branca e Pietro Moro ra essi) d un settimanale, ~La Nuova Sardegna« (quotidiano dal marzo 1892). Nel dicembre del 1899 la fondazione (con il cal- zo aio Federico Mioni e il contadino Filippo Pinna) dell'Unione opolare, istituita per promuovere l'apertura della Camera del Lavoro, del Segretariato del Popolo, di scuole serali per adulti e di un ricreatorio popolare. Iniziative fruttuose. L'avvento nel ella prlma giunta comunale interamente progressista (sin- aco ietro Satta-Branca; Berlinguer e Moro assessori) si deve anc e alle nuove associazioni ed al giornale. Spensierata è la vita della borghesia sassarese nell'età giolit- 11. I Bcrlinguer tiana. Balli al Circolo, concerti e prosa al Civico e al Teatro Ver- di. L'agosto a Stintino (o ad Alghero e Portotorres). Il resto del- I'estate in gita alle ville dei signori. E dopo 1'8 settembre (festa della Marie), il giro dei ricevimenti: dai Cugia di Sant'Orsola il sabato, dai conti Ledà d'Ittiri la domenica, in casa Roth il lu- nedì, martedì con i Sorcinelli, venerdì in via Cavour, dai Berlin- guer: dove la gioiosa, imperturbabile Caterina è l'anima, e ognuno dei figli, i grandicelli, ha un ruolo preciso... All'ora canonica, splendente, I'abito nero lungo dal cui centro parte a raggiera una cascata di pailletles, gli orecchini di turchese (il colore dei suoi oc- chi), lei scende nell'atrio a ricevere gli ospiti, professionisti, la no- biltà, ufficialetti, i Segni, i Falco, i Pilo, lo scrittore Enrico Costa, il poeta Sebastiano Satta (che a Enrico ha dedicato versi dialetta- li, chiamandolo ~Bellingherra«, prode in guerra), il composltore Luigi C~nepa, il prefetto, il sindaco, il generale comandante del distretto e il comandante dei carabinieri. Soli esclusi, per volontà di Enrico, il questore e i commissari di polizia. Circolano in sala cameriere in vestina. nera, la crestina e il grembiule con pizzi, bianco. A mezza serata, la musica. Pianista è la zia Carmelia, e Mario, l'abito fresco di stiro, le siede accanto, per voltare, a un segno, le pagine dello spartito. Arriva, chiuso lo studio, don Enrico. E il momento della politica: conversazioni accese, dispu- te... Nascosti dietro le tende, i piccoli Berlinguer ascoltano, scher- zano. Un loro gioco è mettere nelle tasche degli ospiti fichi secchi appiccicosi. Un altro, lasciare nelle scale palline di vetro. Le ri- sate, quella volta che il solenne generale ci mise un piede sopra e fece tutta la rampa ruzzolando... E una famiglia rispettata. Ha scritto, dell'avvocato Berlinguer, la polizia, in un suo rapporto del 10 settembre 1902: ~Riscuote ottima fama sul pubblico. E di carattere buono e di squisita edu- cazione, di ingegno assai svegliato, e di coltura profonda. [...] E un assiduo lavoratore, e per sé e la famiglia, che mantiene con decoro, trae i mezzi di sussistenza dalla professione, essendo tenuto in conto di ottimo avvocato. Egli mena vita piuttosto riti- rata, dedicando molte ore della giornata allo studio e alla compo- Sizione di articoli che pubblica sul giornale locale "La Nuova Sardegna" Frequenta però più specialmente la compagnia di di- Stinte persone appartenenti al partito repubblicano, fra i quali l'on. Filippo Garavetti. [.,.] E dai suoi giovani anni iscritto al partito repubblicano~ sul quale esercita moltissima influenza [...]. Ha Vi~a di En~tfo B~rlingu~r la parola facile e un forbito e insinuante fraseggiare [...]. Verso le autorltà tiene contegno deferente~. E il 4 maggio 1910: «E sem- pre uno del plU influenti capi del partito repubblicano di Sassari. Ma m tutte le sue manifestazioni si è comportato in modo corret- to ed anche conciliante«. Il rafforzamento (~Sempre più tempe- rato e conciliante«) è dell'anno dopo, 3 luglio 19117. 5. I nonni ma~erni. Lo scienziato Giovanni Lòriga è d'una fami- glia dl proprietari terrieri benestanti. Nato i primi giorni dell'l- talia unita, i118 aprile 1861, ha studiato, con profitto, medicina ma non rinchiudendosi poi dentro interessi esclusivi. Geniale, cu- rioso del mondo, socialistoide, fra gli anni Ottanta e Novanta ha frequentato all'Università di Roma le lezioni di filosofia teoreti- ca e di filosofia della storia di Antonio Labriola. Ed è forse dal- I'lnvestigazione della realtà e dall'intreccio di interessi per la medlcma e per il socialismo che gli è venuta la spinta a pensare e fondare una disciplina nuova, I'igiene del lavoro. L'insegna al- I'Università di Roma. Nel suo campo, è una celebrità. Ha sco- perto una vibropatia, I'alterazione delle arterie in mani e braccia per l'uso del martello pneumatico. Gira il mondo, invitato a con- gressi. Al caffè Aragno, punto di convegno dell'intellettualità pro- gressista, I'ascoltano con rispetto. Ma è colpito presto da una sventura. Ha sposato una sorella del leader repubblicano Pietro Satta-Branca, Giuseppina, avendone il 4 novembre 1894 una fi- glia, Maria Anatolia (Mariuccia in famiglia) molto bella, diligente a scuola, sensibile, timida. Abitano al numero 24 di via Genova non distante dal Viminale. Giuseppina ha una malattia di cuore (ed e il professor Lòriga a diagnosticargliela). Se ne va prima dei quarant'anni. . . Alla sofferenza per la perdita d'una compagna tenera, s'ag- giunge il problema di Mariuccia, che nel 1912 ha diciotto anni e non può crescere sola. Andrà a Sassari, dalle zie Gavina e Ge- rolama Satta-Branca. La sua migliore amica è una compagna di scuola, Lidia Berlinguer, quarta dei figli di don Enrico. Serve a completare il quadro delle parentele quest'altro dato. Il professor Lòriga ha un fratellastro di nove anni più grande, Archivio centraie deJlo Stato (ACS), Casellario politico centralc (cPc) ad 11 I Bc~lingr~r Antonio Zanfarino, nato nel i852, medico oculista, massone ve- nerabile della Loggia di Sassari, esponente del «partito" mode- rato, più volte consigliere comunale. Da una figlia del dottor Zanfarino, Mariuccia, nascerà il 26 luglio 1928 il presidente del- la Repubblica Francesco Cossiga: imparentato dunque a Enrico e Giovanni Berlinguer per linea materna (i nonni fratellastri). 6. Igeni~ori. Una domenica d'inquietudine, in casa Berlinguer, il giorno che (28 giugno 1914) a Sarajevo è assassinato l'arciduca d'Austria-Ungheria Francesco Ferdinando. A dirci il clima dl quel giorno e degli anni seguenti, restano le lettere di Ines all'inna- morato Siglienti. 30 giugno 1914: ~.Figurati, papà ha parlato del regicidio per tutto il pranzo--discussioni con Mario ed Ennio e tutti noi che dicevamo i nostri pareri. Papà è molto pessimi- sta.. .~. 28 luglio 1914: ~Oggi papà ha detto che ha l'impressione che cominci un'era di tragedia per l'Europa e che ll cerchlo 5i allarghi fino a comprendere tutti gli Stati europei. Papà è molto preoccupato e spera che l'Italia non si schieri mai con i vecchi alleati~,. 7 maggio 1915: ~A pranzo s'è parlato molto del discorso di D'Annunzio. Papà anche lui è interventista, anche se dovrà avere lo strazio, in caso di guerra, di vedere partire parecchi dei figli. Intanto Mario sta seguendo il corso di ufficiale a Modena, Ennio è imbarcato, e così ognuno segue la sua sorte«. Nel 1915, Mario ha ventiquattro anni. Uscito nel 1909 dal liceo classico «Domenico Alberto Azuni« con la media dell'otto (frequentavano l'«Azuni~, in quegli stessi anni, Palmiro e Maria Cristina Togliatti, figli dell'economo del Convitto nazionale Ca- nopoleno), s'è laureato in legge, nel '13, svolgendo una tesi di filosofia del diritto e nel ' 14 ha superato a Cagliari l'esame d'av- vocato. Non alto come il padre, castano d'occhi e di capelli, lenti tonde apince-nez sul naso piatto, un principio di calvizie, ricorda, per molti lati del carattere, nonno Falco. Gioviale. Ricercato nel vestire. Assiduo a balli e convivi. Corteggiatore discreto. Di buona CUlturamusicale. Argutalaconversazione. Combattivo. Nel 1911, a vent'anni, s'è battuto a duello con un Ulderico Rossi, e il 30 di- cembre il pretore lo ha condannato a cinque giorni di prigione. Al- tra condanna (a 50 lire) due anni dopo, nel 1913, per una scazzot- tata dalla quale un Giovanni Masala è uscito con lesioni. Ha una scrittura spigliata e manda aUa aNuova Sardegna." diretta da Me- dardo Riccio, note politiche, soggetti di letteratura, novelle. Fa pratica legale. Amoreggia (sguardi durante il passeggio, telefo- nate furtive, lettere) con una ragazza di quattro anni più giovane appena giunta da Roma, compagna e amica della sorella Lidia Mariuccia Lòriga, di bellezza fine, un viso che incanta, d'artista di cinedrammi. E stato scelto fra più corteggiatori, ed uno era il figlio dell'avvocato Celestino Segni, Antonio, anche lui del 1891 anche lui licenziato dall"~Azuni~>, ma con la media del nove (fa la carriera universitaria, allievo prediletto di Giuseppe Chiovenda). Crescono rumori di guerra. Gli studenti s'agitano. Su «La Nuova Sardegna« del 16-17 marzo 1915 Mario ha scritto: ~'Si va Tutto l'elemento giovane e intelligente è concorde, tutta la gene razione nuova, non oppressa da pregiudizi di setta o di torna- conto elettorale, non bacata, non pusillanime, ha sicura coscienza della via da percorrere«. Due mesi dopo, il mattino del 21 mag- gio 1915, dalle finestre della ~Nuova Sardegna~, sono il direttore Medardo Riccio e l'anziano Enrico Berlinguer a infiammare i ma- nifestanti dicendo: ~Un solo proposito: alla frontiera! Un solo gri- do: Italia!«. Ancora dalle lettere di Ines Berlinguer. 25 maggio 1915: ~Fi- nalmente la dichiarazione di guerra. In casa siamo tutti euforici per quanto ognuno per conto proprio abbia il suo problema inti- mo e la sua pena. Papà e mamma pensano di certo ai figli, Jole al fidanzato, io al mio innamorato. Sarà una guerra breve, e au- guriamoci che finisca con la vittoria nostra e dei nostri alleati~ 1° ottobre 1915. «A giorni verrà Ennio, per salutarci prima del I imbarco. Mario è sempre alla scuola di Modena e poi andrà al fronte. Verrà anche Guido, il fidanzato diJole, che è lontano da oltre sette mesi! Quando finirà, questa orribile guerra?«. 14 no- vembre 1915: ~Siamo tutti occupatissimi ad ultimare gli indumenti Invernali per Mario, che parte domani per il fronte. Cerchiamo di apparire indifferenti per papà e mamma che, pur non dimo- strandolo, sono, io credo, disperati. Mario è contentissimo, e pen- sare che ha l'innamorata anche lui. Ennio è già imbarcato, ma per ora è a Taranto. Così, anche la nostra bella felice famiglia comincia a dividersi~. 16 novembre 1915m~E stata una giornata terribile e indlmenticabile. Abbiamo lasciato a casa mamma di- sperata, che s'è abbracciata Mario come può solo una madre che vede il figlio partire per la guerra [...]. Alla stazione un'infinità dl volontari [...]. Mario sorrideva, ma credo con molta commo- zione. Papà ad un certo momento stava per crollare, forse ha avuto un leggero capogiro. Poi s'è ripreso, ci ha sorriso ed ha pure scher- zato per consolare gli altri padri e madri [...]. Papà non è più lo stesso, a tavola non riesce a guardarci con il suo solito sguardo sicuro e sereno, i due posti vuoti gli pesano~. Donna Caterina è ancora giovane e fresca, quarantacinque anni vissuti serenamente. Ora tutto le accade di colpo. Ennio, ufficiale di marina mercantile, va per mare e non dà notizie. Lunedì 15 novembre è partito Mario. Un vuoto. Metteva in casa allegria. Passano soltanto cinque giorni, all'alba di sabato vengono a chia- marla: il padre, il colonnello Falco, le dicono, s'è aggravato. Lo trova morto. L'indomani domenica 21 novembre il funerale. Rin- casa: Enrico è a letto, gli cede il cuore. Una notte agitata. Non resiste. Muore a sessantacinque anni lunedì 22 novembre 1915, alle dieci (~La partenza di Mario di certo gli aveva minato il cuo- re>" annota Ines il 18 dicembre). In una famiglia che era stata giolo- sa. entra la disperazione. Parte anche Sergio, il quinto dei figli, e un giorno arriva l'agghiacciante notizia: il 24 maggio 1917, alle 13.30, a Cagliari per un esame d'ammissione al corso allievi sot- tufficiali dei carabinieri, Sergio si è tolta la vita. Non aveva che vent'anni. (~Mamma è completamente annientata", scrlve Ines ll 26 maggio). Parte infine Aldo. Da una lettera di Ines del 16 ago- StO l9i7: ~.Mamma, ammalata di malaria con febbri altissime, non fa che delirare, e nel delirio cerca disperatamente chi non c'è più. Di Mario ed Ennio nessuna notizia~. Mario ha avuto da Cadorna un permesso speciale dopo la mor- te del padre. S'è trovato sulle spalle a ventiquattro anni il peso d'una famiglia numerosa. Ha esercitato. Era un cercatore di sva- ghi. S'è rinchiuso tra studio e casa, senz'altro interesse che la cu- ra della famiglia (Mariuccia Lòriga non c'è più, tornata a Roma dal padre). Il permesso speciale scade, non è congedo illimitato: nel giugno 1917 deve ripartire. Potrà dedicarsi alla professione con regolarità solo a metà del 1919. Riprendiamolo giovedì 30 giugno 1921, quando, a trent'an- - ni, nella chiesa parrocchiale di San Giuseppe, sposa Mariuccia Lòriga (imparentandosi ai Satta-Branca). Non ha abbastanza soldi per trasferirsi in casa di proprietà (ancora gli sta a carico la fami- glia d'origine). Ha affittato un alloggio in aperta periferia, al nu- mero 7 di viale Dante, le finestre su uno stradone che scende ai giardini pubblici, e l'ha arredato con gusto, poltroncine in vimi- Vi~a di Enri~o B~rling~ ni nel salottino, la sala da pranzo in mogano comprata a Roma da Ducrot, in camera da letto i mobili antichi che erano stati di Giuseppina Satta-Branca, la madre di Mariuccia. Una vita sen- za affanni, in partenza. L'anno dopo le nozze, alle 3 del 25 mag- gio 1922 nasce il primogenito. Lo battezzano il 9 luglio a San Giuseppe, dandogli il nome del nonno repubblicano, Enrico. Il vezzeggiativo è Bibì. Fra nonna Caterina Falco-Segni, che a cin- quantadue anni conserva un po' dell'esuberanza di un tempo, la mamma e le molte ziette, gli sta sempre attorno, a fargli coc- coli, una piccola folla di donne. L'estate, tutti a Stintino, il villaggio di pescatori dove s'arri- va solo con un barcone. Vi si ritrovano, a far vita comune, uo- mini di correnti politiche diverse: con i Berlinguer, i Segni, i Satta-Branca, i Siglienti, i Lòriga, i Pilo: una specie di famiglia allargata, dentro la quale l'animatore nuovo è l'ultimo dei Ber- linguer, Ettorino, vent'anni, un bel ragazzo alto, corporatura d'a- tleta, ribelle, bizzarro, brillante, studi chiusi alla quinta ginnasiale, giornalista alla ~.Nuova Sardegnao, il poker la sua inclinazione, velista dominatore di venti, organizzatore di tornei di calcio (gioca e si fa chiamare, alla maniera del tempo, Berlinguer V), voce in- tonata e suonatore di chitarra: è lui che ha lanciato le canzoni più canticchiate quest'anno a Stintino, la Violetta di Parma, Ivon- ne, Salomè... Ma l'aria invelenita che è in Italia entra ormai an- che in questo fiordo. Tensioni, poca voglia di far festa. Dalle lettere di Ines a Fanuccio: 3 agosto 1923: <~Quest'anno Stintino offre poco. In famiglia poi, chi più chi meno, siamo tutti nervosi. La grande gioia di tutti è Bibì che cresce bene e si fa sempre più bellino~,. 27 agosto 1923: (