Alfredo Franchini Uomini e donne di Fabrizio De André › conversazioni ai margini ‹ Introduzione "Il problema non è che io gli volevo bene è che me ne voleva lui. Io posso continuare a volergliene ma lui non c'è più". Era il 1985 quando Fabrizio De André pensava in questo modo al suo rapporto con il padre appena morto: "Ho perso uno schienale cui appoggiarmi", ripeteva. È proprio quello che è capitato a tutti noi quando il nostro amico fragile s'è "assentato". Da quel giorno è cambiato tutto: ci siamo ritrovati un po' più soli mentre il Potere è stato più tranquillo. Poeti, musicisti, giornalisti hanno scritto di lui cose bellissime e tutti hanno sostenuto di avere perduto un pezzo di sé. Poi tantissime persone, da una parte all'altra dell'Italia, hanno ritenuto spontaneamente di dovergli fare un omaggio sia pure postumo. E si moltiplicano le iniziative: ci sono scuole in cui i ragazzi hanno messo in piedi un concerto basato sulle canzoni di De André e pittori che hanno allestito mostre di quadri ispirati sempre alle sue opere. Insomma: "Anche se non ci sei più, continui ad essere nel ricordo di quelli che ti hanno visto in quelli che so io, ai quali chiedo un'entrata attraverso i loro occhi, per potermi acquistare la tua presenza". Così recita la poesia di Manuel Altolaquirre che l'amico Alessandro Gennari, anch'egli morto poco meno di un anno dopo Fabrizio, aveva inserito in un'antologia. Furono davvero migliaia le persone che cercarono "un'entrata attraverso altri occhi per riacquistare la sua presenza" il 13 gennaio del 1999, il giorno del funerale, nella chiesa di Nostra Signora dell'Assunta a Genova. La basilica cinquecentesca era stata scelta per la possibilità di ospitare un maggior numero di persone ma era anche un luogo simbolico perché domina la collina di Carignano e si trova a due passi dai carruggi. Di fronte c'è il molo del Porto Antico dove Fabrizio aveva acquistato una casa e ora c'è una strada intitolata a lui. Quella mattina, a Genova, c'erano tutti: fuori della chiesa ragazzi che cantavano accompagnandosi con la chitarra vicino agli anarchici con le bandiere nere e la A cerchiata di rosso. Dentro la basilica ministri e politici di rango, (quelle autorità che detestava), cantanti famosi, balordi e prostitute; piangeva anche una barbona con tre gonne indossate una sopra l'altra per difendersi dal freddo. Tutti in chiesa, un luogo forse imbarazzante per la maggior parte di noi e per lo stesso Fabrizio. "Lui cercava cose grandi dove nessuno andava a scavare e dove gli altri erano pronti a giudicare", disse il teologo Antonio Balletto durante l'omelia. "Era pronto a capire, a cercare i valori ma anche a colpire le cose che non andavano bene". Ci ha insegnato l'alfabeto dell'amore, sostenne il sacerdote, "tocca a noi continuare ad impararlo". E infine auspicò "più che cieli sereni mari belli giacché Fabrizio amava la dimensione e l'orizzonte del mare". Da quel giorno s'è creato un meccanismo delicato di commemorazioni poetiche e riservate che si affiancano a decine e decine di siti Internet allestiti da "orfani" che vogliono solo comunicare ad altri "orfani" che cosa ha rappresentato Fabrizio per loro. Tutti tengono conto del proprio dolore ma lo fanno con molta riservatezza, compresi i signori della poesia, da Mario Luzi ad Alvaro Mutis, che si sono inchinati di fronte ad un uomo che non ha mai avuto la pretesa di insegnare nulla e che quindi, senza volerlo, è stato un maestro per tutti. Questo libro fu pubblicato, nella prima edizione, nel febbraio del 1997, poco prima che fosse dato alle stampe il bellissimo saggio "Accordi eretici" con l'introduzione del poeta Mario Luzi e quando Fabrizio stava varando la nuova tournée. Il mio scopo era di fermare molti ricordi e realizzare un ritratto, peraltro dichiaratamente di parte, ricostruendo a posteriori le tante "lezioni" di politica, economia, lingua e letteratura ricevute da Fabrizio. Alle conversazioni fa da sfondo il clima culturale e politico degli anni Settanta-Ottanta; in mezzo ci sono le opere di De André che, attraverso la magica fusione tra musica ed endecasillabi, hanno fatto conoscere la sopraffazione dei forti, le miserie umane, la solitudine, la guerra, la morte. Il filo conduttore della storia è rappresentato dai concerti: dalla prima apparizione in pubblico nel 1975 alle successive tournée del '78-'79, dell'´81-'82, dell'84, del '91-'92 e del '97-'98. Gli feci vedere il libro con il timore che può avere uno scolaro davanti al maestro. Dopo averlo letto mi telefonò per ringraziarmi: "Mi hai fatto un bel regalo, nel leggerlo ho rimesso ordine alla mia vita" e così dicendo mi fece un omaggio indimenticabile. A distanza di qualche anno mi è sembrato opportuno ritoccare il libro apportando un'opportuna revisione e un ampliamento dei racconti con episodi apparentemente marginali di un vero libertario da sempre convinto che la vita, fatta di sogni, passioni e slanci, non fosse poi così difficile da vivere, che sarebbe bastato non complicarla. Una convizione che naturalmente si scontrava con il suo carattere. Con la gioia di vivere e il sentimento di morte che si portava dietro, Fabrizio finiva, infatti, per precludersi ogni felicità. Era ateo Fabrizio ma con un'enorme spiritualità: vedeva un'anima in tutto quello che c'era sotto i suoi occhi, in tutto ciò che toccava. Come sosteneva Bacon "l'ateismo è più sulle labbra che nel cuore dell'uomo". Sognava un mondo magari più arcaico in cui l'uomo fosse spogliato delle pulsioni economiche; aveva un senso altissimo dell'amicizia, la sua curiosità per i luoghi e per le persone erano una delle tante forme d'amore di cui era capace. Odiava solo l'inciviltà e aveva dubbi e paura soltanto di ciò che non capiva. Con il passare degli anni s'era abbassata la soglia della conflittualità, da quella con il naturale al rapporto con gli altri e questo aveva fatto calare anche l'intensità dei litigi e il numero dei "belin" che usava come intercalare quando s'arrabbiava. Mentre aumentava il consenso attorno a sé aveva preferito isolarsi sempre consapevole che "ognuno di noi si porta dietro tutto il suo vissuto e tutti i suoi morti". La sua scomparsa, come ha scritto Michele Serra, ha donato ancora qualcosa a molti. Ha aggiunto qualche soffio d'amicizia, di comprensione e di memoria alle nostre parole: "E non ci ha solo inteneriti come sa fare la morte - ha scritto Serra - ci ha migliorati, come sa fare l'intelligenza". De André mancherà alla cultura italiana ma mancherà soprattutto a chi l'ha conosciuto sul piano umano perché sappiamo che tutto quello che abbiamo condiviso con lui è meno importante di quello che avremmo potuto fare e di quello che avrebbe potuto darci. Capitolo I Il camper e la barca a vela Il camper avanzava con un'andatura regolare e Fabrizio De André pensava alla barca a vela lasciata nel porto di Lavagna. La notte precedente non aveva chiuso occhio e ora, nel primo pomeriggio, si trovava a dover partire da Orbetello per giungere a Montalto di Castro. Un'estate di fuoco, quella del 1982: il 12 agosto aveva cantato allo stadio dei Pini di Viareggio, due giorni dopo avrebbe preso parte alla Festa dell'Unità di Montalto, il 15 doveva essere a Bormio; e poi tante altre date. La barca a vela avrebbe aspettato ancora un anno quando, spente sul palco le luci bianco-blu che riprendevano i colori del mare e quelle rosse, più adatte alle tante canzoni contro la guerra, Fabrizio avrebbe navigato davvero nel Mediterraneo. Quel giorno, a peggiorare lo stato d'animo, oltre al pessimo risveglio causato da coloro che nella piscina dell'albergo sollevavano rumorose colonne d'acqua, era intervenuta la lettura dei giornali. Uno dei tanti generali di cui De André ha raccontato le gesta aveva pensato bene di distruggere con il fuoco la città di Sidone: "È come se avessero bruciato mia madre", disse Fabrizio che due anni dopo avrebbe cantato quella tragedia immaginando Sidone come un arabo di mezza età, sporco, disperato, sicuramente povero, con in braccio il proprio figlio macinato dai cingoli di un carro armato. "Un grumo di sangue, orecchie e denti di latte" quando prima era stata l'unica ricchezza di sua madre. Insomma la fine civile e culturale di un piccolo Paese, il Libano, che nella sua discrezione era stato forse la maggiore nutrice della civiltà mediterranea. Come tutti i giorni in cui doveva cantare, De André aveva fissato per le 17 la prima prova (chitarra e voce) e un paio d'ore dopo quella con tutto il gruppo. Era una serata dolcissima e pertanto non avrebbe potuto sperare nemmeno nella pioggia che avrebbe fatto slittare il concerto... "Meno male che fai il giornalista", mi disse, "così nessuno stasera ti può gridare stronzo". Mi venne da ridere. Lui che era la nostra coscienza irrequieta, che aveva coperto di poesia il malessere di tanti giovani, di che poteva avere paura? Un giorno, Fernanda Pivano, scrittrice e ambasciatrice della cultura beat in Italia, amica di Ginsberg e dei poeti maledetti americani, mentre accompagnava Hemingway all'hotel Savoy di Nervi, ascoltò da un juke-box, "La guerra di Piero". Fu il suo impatto con il mondo di Fabrizio De André. Disse subito di essere rimasta incantata e di aver pensato: "Questo è un poeta". Gli endecasillabi di quella canzone sarebbero poi finiti sulle antologie delle medie: "Poveri ragazzi", ironizzava Fabrizio, "costretti a imparare a memoria i versi di un artigiano. Sino a diciotto anni tutti scrivono poesie; dopo lo fanno solo gli imbecilli e i poeti veri". E riteneva, evidentemente a torto nel suo caso, che col passare degli anni si perdesse in sintesi a vantaggio della verbosità. Il camper assecondava le curve della litoranea e Fabrizio spiegava quanto fosse faticosa una tournée. Non tanto per il fatto di dover cantare tutte le sere quanto per l'ineluttabile necessità di condurre una vita così sregolata; dovere aspettare l'inizio del concerto in mezzo alla polvere degli stadi, mangiare in un Autogrill, stare lontano dai propri interessi. Eppure il mare, dov'era nato, era tanto vicino e l'azienda agricola, che gli premeva quanto il concerto, era nelle ottime mani del fattore Filippo. Il mare e la campagna, dove aveva vissuto buona parte dell'infanzia, erano due amori destinati a convivere nei desideri e nella fantasia. È questa la spiegazione di una scelta di vita: la Sardegna dove terra e mare convivono cuciti da uno stesso destino. Uno dei motivi che, nel 1975, spinse De André a vincere la sua pigrizia e a fare concerti: "Non guadagnavo più abbastanza", disse a quell'epoca con la sincerità di sempre, "e poi volevo interrompere la routine con un gesto di libertà". Il gesto significava cercare un'alternativa alla musica, dedicarsi all'agricoltura per poi scoprire che quello era un mestiere vero, a tempo pieno, "almeno che tu non voglia far partorire le mucche nei week-end". Un mestiere cambiato; Fabrizio ricordava l'infanzia in campagna e il contadino che, nei primi anni Quaranta, intimava alla mucca di girare: "E quella girava davvero". L'avventura nel mondo agricolo s'iniziò sulla collina dell'Agnata, poco fuori da Tempio, e la storia si dipanò per un ventennio come un poema omerico, sino a trasformare l'azienda in un centro di agriturismo. Era l'altra faccia di Fabrizio. Non più l'intellettuale che a Milano viveva nella sua casa con le tapparelle abbassate giorno e notte per poter leggere ma l'agricoltore, in piedi all'alba e a letto al calare delle tenebre, pronto a soccorrere il vitellino appena nato ma sofferente o a raccogliere meravigliosi peperoni. Centocinquanta ettari di prati e boschi, una casa da costruire, i debiti da pagare, la voglia di cambiare vita furono motivi talmente forti da fargli superare la ritrosia a cantare in pubblico che qualche anno prima l'aveva portato a rifiutare una tournée con Mina; (per la cronaca fu Giorgio Gaber ad accompagnare la regina della canzone). Così, nella primavera del 1975, quasi spinto a forza sul palco della Bussola di Viareggio dal regista Marco Ferreri, Fabrizio si presentava per la prima volta in concerto. Sino a quel giorno aveva spiegato di non fare spettacoli perché cambiava continuamente: "Mi rinnovo ed è molto difficile che nel rieseguire una canzone riesca a provare il sentimento che l'ha ispirata". A rompere il silenzio sul palco della Bussola fu la fusione perfetta tra musica e parole della Canzone dell'amore perduto. Poi altri brani tratti da "Non al denaro, non all'amore né al cielo", dalla "Buona Novella" e soprattutto dal "Volume VIII": "Dove cantavo i fatti miei", dice Fabrizio riferendosi a due canzoni: Amico fragile e Giugno '73. La prima nacque a Portobello di Gallura dopo una serata trascorsa in compagnia di persone appena conosciute che gli chiedevano solo di imbracciare la chitarra. Fabrizio tentò la scappatoia: "Perché non parliamo di"... ma fallì. Allora insultò alcuni commensali e andò via, scarsamente sobrio, a rinchiudersi in un posto isolato della casa. La mattina dopo l'invettiva era pronta con immagini criptiche e giochi di parole carichi di sarcasmo. E poi sospeso tra i vostri :"Come sta"/ meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci / tipo "Come ti senti amico, amico fragile,/ se vuoi potrò occuparmi un'ora al mese di te... Giugno '73, invece, è la ricostruzione di un amore durato due anni, lo spazio di tempo che intercorre tra la fine del primo matrimonio e la conoscenza di Dori. "È la piccola storia di un grande amore, felicissimo", rivela Fabrizio De André. "Finché è durato è stato meraviglioso e quando poi si è incrinato ed è diventato, come diceva Flaubert, soprattutto una comunione di cattivi umori di giorno e di cattivi odori la notte, si è altrettanto felicemente concluso. Quindi un amore felice in tutti i sensi". A quella serata ne seguirono altre; prima nei locali alla moda nei quali Fabrizio pretendeva spesso di parlare d'anarchia piuttosto che cantare, e poi nei palasport. Il pubblico che, nelle successive tournée, sarebbe stato formato da tre generazioni, era all'inizio composto da giovanissimi (a parte quello dei locali "snob"). L'ambiente era decisamente caldo, si speculava sul concetto di sinistra, su cosa essa fosse realmente, sulla musica che doveva essere regalata alla gente, "perché non è un oggetto da consumare ma un fatto da vivere insieme". Il clima delle canzonette sanremesi era stato superato; il sonno mentale dell'italiano medio era stato interrotto da un colpo di pistola, come scrisse Salvatore Quasimodo nel febbraio del 1967 alludendo alla morte di Luigi Tenco. Nelle scuole una circolare del ministro Francesco Sullo aveva riconosciuto il diritto degli studenti a indire le assemblee. Tutto, anche il privato, era considerato "politica" piacevano le canzoni popolari, aveva successo il gruppo degli Inti Illimani, cileni espatriati dopo l'avvento al potere del generale Pinochet, sostenuti dalle prime radio private. "Il dovere" dell'impegno s'era diffuso nella società portando De André alla ribalta. Ma Fabrizio si staccava dagli altri suoi "colleghi" cantautori. Adoperava ironia, sarcasmo e rielaborava la tecnica del vituperium che qualche anno prima lo aveva portato a mettere in musica il più famoso sonetto di Cecco Angiolieri, S'i fosse foco, e che successivamente sarebbe stato alla base di altre ballate senza peraltro farlo ritornare una sola volta sui suoi passi. La politica era affianco del rock e le canzoni degli anni Settanta, da Claudio Lolli a Paolo Pietrangeli, avevano come oggetto la riflessione sulla lotta politica di quegli anni. Nel 1973 Fabrizio s'ispira ad un canto del maggio francese per scrivere "Storia di un impiegato" ma anche questo album monotematico finisce per raccontare uno dei tanti personaggi perdenti a cui Fabrizio ha dato un'anima. Certo le parole adoperate non lasciano dubbi; tra i termini usati nel disco prendiamo a caso: pantere (auto della polizia), granate, barricate, secondini, bomba. A differenza degli articoli di Lotta continua e Stella Rossa o delle canzoni di Pietrangeli, non ci sono invocazioni ai "compagni" ma la storia (molto umana) di un trentenne che vive le contraddizioni del Sessantotto e crede di sovvertire il potere confezionando una bomba. Inutile ricordare l'epilogo, (l'attentato fallisce, la bomba anziché colpire il parlamento fa esplodere un chiosco di giornali), e che il disco in quegli anni così manichei, non fu capito del tutto: "Oggi un giudice come me, lo chiede al potere se può giudicare. Tu sei il potere. Vuoi essere giudicato? Vuoi essere assolto o condannato"? Fabrizio, in quella prima tournée del 1975, accennava i primi accordi del Bombarolo e poi si fermava: "No, non faccio questa canzone perché, estrapolandola dall'album, si potrebbe equivocare. In Rodesia si potrebbe giustificare chi lancia la bomba contro il tiranno ma in Italia chissà quali reazioni potrebbe scatenare". Con lui suonavano due elementi dei New Trolls (Giorgio D'Adamo e Gianni Belleno) e due provenienti dalla Nuova Idea (Giorgio Usai e Ricky Belloni). In scaletta c'era anche La cattiva strada, Nancy, Il giudice, Oceano (scritta per eludere i vari tentativi del "gioco dei perché" da parte del figlio Cristiano, nato nel 1962), La guerra di Piero, Canzone per l'estate, La ballata del Miché, Il pescatore e il Testamento di Tito. Tra i bis Via della povertà, (traduzione di una ballata di Bob Dylan), che come sarebbe avvenuto anche nelle tournée del 1982, veniva riletta con i personaggi della cronaca: E bravo Leone mattacchione/ il Paese sta affondando nella merda Nelle scialuppe i posti letto sono tutti occupati /e gli anarchici tutti annegati / e Agnelli e Indro Montanelli fanno a pugni nella torre di comando... Era un concerto di accompagnamento puro ed erano rispettati gli arrangiamenti originali dei dischi. Eppure, lo citiamo per inquadrare l'epoca, c'era anche chi avrebbe preferito ascoltare le canzoni di De André senza l'intervento della chitarra elettrica. Nonostante il dogmatismo e l'atteggiamento integralisti di quegli anni l'industria discografica era più libera rispetto alla condizione in cui si sarebbe trovata negli anni Ottanta: "Uno entrava in sala e faceva quello che voleva", ricorda Eugenio Finardi, "con i musicisti che voleva e faceva uscire il disco quando voleva". (Successivamente, morto lo spirito del rock, ci sarebbero stati molti calcoli da fare prima di pubblicare un lavoro). Durante quei concerti ci furono i primi contatti dei giornalisti con Fabrizio. Alla fine d'ogni serata le domande si ripetevano in modo ingenuo, sempre uguali, come se si trattasse di un modulo fotocopiato: 1) Che influenza hanno avuto su di te i poeti francesi come Brassens? 2) Quanto hanno contato i folk singers americani nella musica di "Non al denaro, non all'amore né al cielo"? 3) Qual è il significato della Cattiva strada? 4) Cosa pensi di Guccini, Bennato e Sorrenti? 5) Qual è la canzone che canti con maggiore soddisfazione? 6) Come ti giudichi? E Fabrizio era sempre pronto a rispondere agli interrogativi banali di tutti i ragazzini delle primissime radio private, a dar loro fiducia, a cercare sempre il dialogo. Anche durante i concerti nei palasport presentava le canzoni e, qualche volta, se l'ambiente lo consentiva, introduceva un argomento per sollecitare la discussione... Ma intanto, in quel lontano 1975, c'era anche qualcuno che accusava Fabrizio di non essere come Jones, il suonatore da lui cantato in "Non al denaro, non all'amore né al cielo", pronto a esibirsi per un fruscio di ragazze al ballo o per un compagno ubriaco. Dimenticando che Jones poteva morire senza rimpianti perché non aveva mai avuto il bisogno di comprare nemmeno un paio di scarpe. E infatti non riusciva a capire come facesse il mercante di liquori a vendere il whisky: "Tu che lo vendi cosa ti compri di migliore"? Capitolo II La Pfm a Tempio In quel periodo, con la stessa passione con cui a diciotto anni aveva letto tutti i poeti francesi, s'era buttato sui testi d'agricoltura. Prima che la fattoria dell'Agnata fosse costruita era andato a vivere nel centro di Tempio in un'abitazione presa in affitto e capitava spesso che Fabrizio venisse ad aprire la porta con uno di quei trattati in mano. Ovviamente anche le conversazioni si spostarono tenendo conto di quel nuovo punto di riferimento. E davanti a un liquore giallo che Fabrizio aveva ritrovato in casa e che aveva definito "una puttanata", mi disse: "Stiamo perdendo molto della nostra animalità" e citò l'esempio dell'asino che casca un paio di volte e non di più mentre gira attorno ad una buca. "Bisogna imparare il comportamento del cervo maschio: quando ha sei mesi insegue la femmina sin qui", e con il dito percorse buona parte di un cerchio immaginario. "Quando ha un anno aspetta a metà strada e, dopo un anno e mezzo, si ferma: è la femmina che lo raggiunge". Poi, per sollevare il tono del discorso, citò Strindberg. "Lui scrive: perché devo emozionarmi per un'altra persona quando sono io a vivere? Perché devo pagare per un'altra persona? Certo, sono allucinazioni ma, per certi versi, non gli si può dare torto"... Allucinazioni, perché poi Fabrizio precisava: "Io, però, se non vivo di emozioni mi sento inutile". Nella casa di Tempio arrivavano molte persone e tutte venivano accolte con squisita ospitalità. Ad alcune bastava salutarlo, stringergli la mano, altri chiedevano che Fabrizio rivelasse chissà quali segreti sulle sue composizioni. E lui era sempre pronto, cordiale, disponibile: - Scusa Fabrizio, sto attraversando una crisi che forse tu hai vissuto e superato. "Ne ho attraversato talmente tante che forse coinciderà con una di loro". E poi le canzoni che diventavano un elemento unico con la vita di tutti i giorni. - Perché hai scritto la "Buona Novella", cioè la materia più complessa della storia occidentale, la vita di Gesù? "Ho scritto il disco sui Vangeli apocrifi", spiegava, "per liberarmi. Ritengo che tutte le Chiese siano organizzazioni di potere; non hanno mai unito i popoli ma anzi li hanno divisi". Così la "Buona Novella" iniziava con un "Laudate dominum", (nella prima parte del disco De André segue i Vangeli ufficiali), per finire con il "Laudate hominem". In mezzo c'erano le tappe psicologiche di una Via Crucis senza speranza, le voci delle madri che invidiavano Maria perché il figlio sarebbe tornato alla vita nel terzo giorno e il testamento del buon ladrone. Tito, secondo il Vangelo arabo, ha commesso tutti i peccati ma in realtà non poteva fare molto diversamente: "Certo", spiegava l'autore, "le leggi le ha sempre fatte il potere. Se le avesse scritte Barabba, non avrebbe mai sancito il non rubare". Quando il disco fu pubblicato erano in atto le lotte studentesche e in tanti considerarono "anacronistico" il lavoro di De André. "Mi dicevano: noi andiamo a lottare nelle Università contro abusi e soprusi e tu ci vieni a raccontare la storia che peraltro conosciamo della predicazione di Gesù Cristo. Non avevano capito che la "Buona Novella" voleva essere ed era un'allegoria che si precisava nel paragone tra le istanze migliori e più sensate della lotta del '68 e le proposte, dal punto di vista spirituale più elevate ma simili sul piano etico, che un signore, 1969 anni prima, aveva fatto contro gli abusi del potere e contro i soprusi dell'autorità, in nome di un egalitarismo e una fratellanza universale. Gesù è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi. Per questo ho preso spunto dagli evangelisti apocrifi; la Chiesa mal sopportava che fossero altre persone non di confessione cristiana ad occuparsi di Gesù. Si tratta di scrittori arabi, armeni, bizantini, greci che, nell'accostarsi all'argomento, l'hanno fatto con deferenza, con grande rispetto. Tanto è vero che ancora oggi proprio il mondo dell'Islam continua a considerare, subito dopo Maometto e prima ancora di Abramo, Gesù di Nazareth il più grande profeta mai esistito; laddove invece il mondo cattolico continua a considerare Maometto qualcosa di meno di un cialtrone". Fabrizio leggeva tutto quello che era stato pubblicato sulla Sardegna e la Sardegna soprattutto la viveva. Gli capitava anche di imbattersi nei "poeti estemporanei", quelli che, per intendersi, si trovavano nei bar di Calangianus o di Tempio e delle cui capacità era rimasto impressionato. C'era l'impatto con il canto "a tenore" caratterizzato da suoni gutturali e marcate scansioni ritmiche e con la musica di un trio folk sassarese (Giovanni Maria Santoni, Lionello Siddi e Tony del Dro). Qualche anno dopo, nel 1978, quando stava per pubblicare "Rimini", Fabrizio cambia casa editrice per via del fallimento della gloriosa Produttori associati che aveva pubblicato i suoi primi otto album. Paga di tasca propria gli orchestrali e, prima di firmare per la Ricordi, parte per un viaggio in Canada. La vita all'Agnata è una sorta di stato nascente che avrà ricadute in alcuni brani di "Rimini", l'album certamente più arioso e allegro dei precedenti; è il periodo in cui De André sogna di scrivere musiche per film (lo farà molti anni dopo, nell'´87, per l'amico Beppe Grillo in "Topo Galileo" e nel '96 quando "presterà" una sua canzone a Sergio Cabrera per "Ilona arriva con la pioggia"); è in quel clima che Faber - così come lo chiamano alcuni amici - raggiunge una delle fasi più originali adoperando il gioco dell'assurdo e punte di non-sense, esasperando le presenze simboliste di inizio carriera. Tutto questo anche grazie all'apporto di un giovane laureato in Lettere, Massimo Bubola, di cui parleremo più avanti. In "Rimini", Fabrizio inserisce anche due brani musicali uno dei quali, Folaghe, era rimasto nel cassetto per diversi anni. Ma un giorno, a cambiare la storia di Fabrizio dal punto di vista musicale, arrivarono a Tempio Franz Di Cioccio, Franco Mussida e Patrich Djivas, musicisti della Premiata Forneria Marconi cioè uno dei migliori gruppi italiani. Fabrizio, in realtà, aveva conosciuto Di Cioccio e gli altri quando questi lavoravano come session men, o meglio suonavano in sala di registrazione per conto di altri. Le strade erano rimaste poi rigorosamente separate: Fabrizio si era affermato come poeta per canzone e la Pfm aveva avuto successo in America; Franco Mussida, il chitarrista, era il compositore, Flavio Premoli, sette anni di studi sul pianoforte, "l'arrangiatore". E c'era ancora l'esuberante Di Cioccio, la certezza Djivas mentre l'istrione Mauro Pagani aveva appena lasciato la formazione dopo i trionfi all'estero per evitare di ritrovarsi un giorno "a commemorare pateticamente se stesso". (Pagani avrebbe rincontrato De André qualche anno dopo per una lunga collaborazione, due dischi e diverse tournée da polistrumentista). Nel '78, dunque, le cose erano cambiate: le case discografiche avevano puntato sulla musica americana ed era iniziata la grande crisi. Che fare? "Abbiamo un'idea favolosa", disse Di Cioccio a Fabrizio. "Perché non facciamo insieme un album dal vivo". De André che ha sempre avuto lo "spirito di Ulisse", ma è combattuto tra la voglia del nuovo e la pigrizia ribatte: "Suonate bene ma non siamo compatibili. Mi uccidereste"... Djivas interviene: "In Italia nessun cantautore ha mai fatto un album dal vivo solo per paura. Ma tu sei l'unico che può farlo". Buttarono giù alcune idee e cucirono un vestito nuovo alle canzoni "storiche". Ne uscirono vestite di nuovo e impreziosite Via del Campo, (la strada dell'angiporto genovese che faceva storcere il naso ai Catoni della società ma che è il simbolo d'una condizione umana); La canzone di Marinella (quando Mina la portò al successo fece intascare a Fabrizio che allora guadagnava 90 mila lire al mese dal suo impiego in una scuola di Genova ben 600 mila lire in un colpo solo); Bocca di Rosa; Il pescatore; Amico fragile e La guerra di Piero. Gli arrangiamenti della Pfm furono forse un po' forti per Il testamento di Tito e il Giudice, la storia del magistrato nano, incattivito e per questo felice di affidare al boia gli imputati. I concerti fecero registrare il pienone nelle trentacinque città in cui furono effettuati. Due camion percorsero 12.521 chilometri per quello storico matrimonio tra il primo cantautore e il primo gruppo italiano; (ospite di lusso un Davide Riondino ancora lontano dai fasti del talk show televisivo e incline allora a una canzone veramente satirica). Sin dalle prime note di Marinella, la dimensione abituale del cantautore risultava stravolta ma l'arrangiamento arricchiva i testi. Il doppio album fu un successo consistente nel mercato dei dischi live, (il primo del genere fu stampato nel 1974 ad opera del gruppo veneziano Le Orme). Il volume dei concerti del 1979 restò "in classifica" per trentotto settimane e aprì la strada alle grandi collaborazioni d'altri cantautori. E per questo l'anno successivo fu stampato anche il secondo volume. Il clima della tournée emerge chiaramente dalla "dedica" che Fabrizio riportò all'interno del primo dei due dischi live. Lo scritto è del 28 gennaio del 1979: "Noi siamo qui che aspettiamo che cominci, ragazza. Noi siamo qui che aspettiamo che incominci Le vedi tutte queste teste ragazza Le vedi tutte quelle palle da biliardo. Loro sono qui ad aspettare qualcosa, ragazza. Loro sono qui ad aspettare che "qualsiasi cosa" cominci. Ma tu chiudi il tuo balcone ragazza. Questa sera voleranno bombe molotov Mi hai capito, ragazza Questa sera voleranno bombe molotov e lacrimogeni Chiuditi, ragazza, dentro agli occhi e al balcone Se non vuoi piangere senza disperazione. Noi siamo qui stasera, ragazza. Noi siamo qui e aspettiamo che qualcosa cominci". Erano anni di piombo e anche in campo musicale era in corso la "guerra dei palasport" che vedeva fronteggiarsi la Polizia e gruppetti di giovani che gridavano lo slogan: "La musica si sente il biglietto non si paga". Così non mancò qualche fischio da parte di coloro che ritenevano che l'impegno politico di De André fosse finito per il semplice fatto di aver vestito diversamente alcuni pezzi importanti del suo repertorio. A Roma, ad esempio, il concerto fu disturbato da un gruppo di teppisti che qualche giorno prima, in occasione di un altro spettacolo, aveva provocato l'intervento della Polizia. Fabrizio invitò il pubblico del palasport alla calma: "State calmi e restate seduti". E fu così che, sulla parte alta delle gradinate, alla sinistra del palco, centinaia di giovani, restando al proprio posto, impedirono ai teppisti di completare l'opera di disturbo. Nulla a che vedere con le molotov lanciate sul palco a Milano durante un concerto di Santana o le scene contese da pubblico e musicisti al Festival del "proletariato giovanile" al Parco Lambro. Era il tempo di film come "Porci con le ali", del sequestro Moro e degli indiani metropolitani che Fabrizio aveva descritto magistralmente in Coda di lupo, un piccolo capolavoro giocato sui richiami agli anni di piombo e ai pellirosse. Come l'episodio della contestazione al leader della Cgil, Luciano Lama: Ed ero già vecchio quando vicino Roma/ a Little Big-Horn/ capelli corti generale ci parlò all'Università/ dei fratelli tute blu che seppellirono le asce/ ma non fumammo con lui non era venuto in pace. Proprio alla Pfm, del resto, non era andata meglio qualche anno prima del tour con Fabrizio. Accusati di "disimpegno" politico rispetto al gruppo degli Area, Pagani e soci ebbero... l'occasione di rifarsi con un concerto pro-palestinesi. Un importante giornale americano accusò apertamente la Pfm insinuando che i soldi del concerto sarebbero stati utilizzati per comprare armi. Risultato: il manager americano del gruppo cancellò dalla sua agenda l'indirizzo della Premiata Forneria Marconi. Capitolo III L'anarchia, il sardismo, Marx e Cicciolina In una domenica del maggio '82, due mesi prima di ripartire per una lunga tournée, Fabrizio aderì al movimento "Sardinna e libertade". Il modulo d'adesione circolò tra tutti i presenti all'assemblea che si tenne nella biblioteca Satta di Nuoro, e Fabrizio firmò. "In quanto anarchico", disse, "non posso che essere favorevole alla nascita di un movimento libertario". Quel giorno c'erano i rappresentanti di vari movimenti anticolonialisti (Su populu sardu, Sa Repubblica sarda, Sardigna emigrada, Ajò), ma fu anche l'ultima riunione cui partecipò Fabrizio. La sua ansia di giustizia - che lui preferiva definire "incazzatura" - lo portava a ricercare tutti i tentativi di costruire un'aggregazione di contropotere. "Questi movimenti", diceva, "sono portatori della coscienza che può rompere il condizionamento sociale. Do per scontato che la vera definitiva e completa liberazione sia possibile solo a una condizione: l'appropriazione del capitale, dei mezzi di produzione e di comunicazione sociale da parte dei lavoratori. Se i membri di Sardinna e libertade vogliono formare un autentico movimento di liberazione popolare, allora sono con loro. Ma è chiaro che la realtà e i fatti vanno verificati". E la verifica, evidentemente, non fu positiva. Amava citare Malatesta, Stirner, Bakunin, Kropotkin dei quali aveva letto tutto. Parlava a ruota libera della polemica tra comunisti autoritari e libertari, dello scontro Marx-Bakunin, delle persecuzioni dei bolscevichi in Russia dopo il 1917. Racconti che alternava alle storie di anarchici perfettamente sconosciuti come uno scrittore sardo o persone conosciute nelle trattorie di Genova. Da anarchico, per molti anni, aveva rifiutato la scheda elettorale. Poi quando la situazione politica stava precipitando, (Pasolini auspicava il processo al Palazzo), nel '75 valutò l'opportunità di votare per il Pci. La definì "un'autodifesa" perché "è meglio tirare avanti con una socialdemocrazia aspettando tempi migliori". In Sardegna fu conquistato da Mario Melis quando questi mandò a quel paese un paio di ministri. E quando Ciriaco De Mita definì il leader sardista "un mezzo terrorista" non ebbe più dubbi e alle regionali diede il suo voto al Psd'Az. Ma una volta gli capitò persino di votare a Tempio per un suo amico agricoltore candidatosi con la vecchia Dc. Fabrizio era convinto che il suo amico, un vero esperto, sarebbe stato un ottimo assessore all'agricoltura; non fu eletto. Riteneva e ritiene che i piccoli e i grandi giochi di potere siano innaturali e che la Regione Sardegna dovesse godere della massima autonomia, perché adesso, al contrario di quanto si potrebbe pensare di una Regione a Statuto speciale, non dispone di grandi poteri : "Ma occorre che sia il popolo a modificare le cose. La Sardegna, con una sua lingua, una sua storia, un suo territorio ha diritto a essere riconosciuta Nazione". La questione sarda - era la tesi di De André - non si può risolvere con un semplice cambio della guardia al Palazzo. Ma intanto cambiava per Fabrizio il concetto d'anarchia. Da Bakunin a Max Stirner. In precedenza aveva accettato le regole del collettivismo poi era diventato un anarchico individualista anche perché "ci vuole troppo tempo per trovare un gruppo di persone con cui vivere queste idee". Ma non era certo cambiato il modo di vivere. Per lui c'era sempre l'associazione dei beni, "a parte qualche compromesso cui devi sottostare per non morire di fame. Da un certo punto di vista penso che sia conciliabile l'anarco-individualismo steineriano con quello che si può identificare con certe pratiche Zen o con il controllo della propria centratura e, quindi, anche con le tecniche di meditazione. L'uomo si conforta nella solitudine per il contatto che può trovare con tutte le voci interiori ed esterne, con tutte quelle voci che gli arrivano dal subconscio, da quell'Anima universale di plotiniana memoria. Credo sia meglio che l'uomo viva il più possibile da solo e che non faccia parte di nessuna organizzazione costituita, se non occasionalmente. Le organizzazioni sono la morte dell'uomo perché nascondono in sé i germi della violenza". Sostenitore accanito del decentramento, "sarei favorevole anche ai comitati di condominio", diceva. Con il rimpianto per l'Italia dei Comuni, citava tra i suoi scrittori "politici" preferiti Henry Thoreau, un classico del pensiero libertario: "Il miglior governo è quello che non governa affatto". E perciò, quando il Partito radicale decise di candidare Cicciolina, cioè quella ragazza ungherese che negli anni Settanta aveva iniziato la pratica del sesso via radio che l'avrebbe portata dritta dritta a Montecitorio, De André non gridò allo scandalo come fece mezza Italia: "Bene, così con lei in Parlamento, ciascuno potrà dire basta alle deleghe, mi amministro da solo". Secondo quale principio? gli chiesi. E lui: "Ciascuno si autodetermina nella misura in cui è conveniente per tutti". La richiesta di autodeterminazione di un popolo - era la sua tesi - non porta necessariamente allo sgretolamento. "E poi lo sgretolamento di che cosa? Dello Stato? Ma lo Stato non è che l'involucro burocratico di una nazione, è l'organizzazione verticistica, con la divisione dei sudditi in classi sociali. C'è chi lo vorrebbe più grande come gli europeisti e chi lo vorrebbe più piccolo come i secessionisti. Per quanto mi riguarda mi accontenterei di sentirmi partecipe di un grande privilegio: l'appartenenza alla razza umana. Per il resto, facciano pure loro. Certo uno Stato europeo mi fa paura come me la farebbe uno Stato padano, come ci ha fatto paura lo Stato italiano, basti pensare alle ultime due guerre. E d'altra parte una nazione europea esiste già e questi miei connazionali li frequento da decenni. In realtà anche con la gente padana ho consuetudini pluridecennali, anche se mi riesce difficile individuarla come un'entità nazionale. Comunque, facciano come credono, io mi riconosco in ogni mio simile, ricco o povero che sia perché l'opera di sgretolamento o la statalizzazione seguono esclusivamente il ritmo delle pulsioni economiche". Intanto il Psd'Az, che mai aveva saputo d'avere un elettore in De André, nel 1983 fece uscire la notizia che il cantautore sarebbe stato candidato nelle liste dei Quattro Mori. La notizia arrivò in redazione quando la prima pagina stava per essere licenziata; cercai di bloccarla perché la ritenevo, e come si vedrà in seguito a ragione, del tutto infondata. Proposi di verificarla. Ma era ormai notte fonda e il meccanismo s'era messo in moto; la notizia della "candidatura" di De André era arrivata da "fonte attendibile" e il giornale doveva pubblicarla. Il giorno successivo sentii Fabrizio al telefono: "Avrebbero almeno potuto interpellarmi, non c'è niente di vero", disse furibondo. "Fammi un favore; chiama Mario Melis e digli che così non si fa". Assicurai che avrei parlato con il leader sardista e aggiunsi che non ritenevo possibile che avesse "sparato" lui la storia della candidatura. "Ho troppa stima di Mario Melis per pensare una cosa del genere", mi disse Fabrizio. Qualche tempo dopo parlai della questione con Mario Melis che rimase mortificato dai nuovi metodi introdotti in casa sardista. Era solo l'inizio: qualche anno dopo nel Psd'Az si sarebbe consumato il suicidio (politico) di un'intera classe dirigente che rimase persino fuori dal dibattito sul Federalismo proprio mentre la Lega Nord cavalcava questo tema. "Mi dispiace sarebbe stato più giusto che la sfida del Federalismo l'avesse vinta il Psd'Az visto anche che è l'unico partito d'azione sopravvissuto"... Da anarchico ha sempre individuato una priorità: abolire le classi sociali. E lui in questo c'è riuscito in pieno mentre si batteva per uno Stato migliore. "Quello che oggi t'impedisce di fare qualsiasi cosa", come canta in Monti di Mola, (così anticamente era chiamata la Costa Smeralda), la metafora di un amore tra un pastore e un'asina bianca. Un amore grande che però non trova sbocco nel matrimonio. Quando tutto è pronto, infatti, il pastore e l'asina risulteranno dai documenti cugini di primo grado. "A che serve protestare quando nessun onesto figlio del popolo può raggiungere traguardi al di fuori dell'immaginario collettivo? Il potere troverà sempre dei cavilli"... Un anarchico che alla fine del 1989 si trovò costretto "a difendere" persino Marx quando qualcuno citava la caduta del Muro di Berlino e sosteneva che il comunismo era morto. "È un insulto storico e culturale", non si stancava di ripetere Fabrizio, "Marx è un filosofo e un economista. Dire che c'è stato il crollo del marxismo è un'idiozia totale tanto più che certe teorie, come il plusvalore, non sono state superate". Ma intanto i problemi della "quadratura del cerchio", del benessere economico, la coesione sociale e la libertà politica diventano con il passare degli anni maggiori in tutto l'Occidente. Come sostiene Ralf Dahrendorf, le società del Duemila sono davanti a una sfida: combinare lo sviluppo con le libertà individuali è un po' come quadrare il cerchio. La tesi di De André è che non si possa inseguire "lo spiritello" economico spuntato in Oriente (magari abbassando il costo del lavoro): "Significherebbe licenziare e basta". Ma in Italia com'è la politica alle soglie del Duemila? Mentre dopo Tangentopoli, s'iniziavano a vedere le stelle ci si trova quasi stretti in una morsa: "La politica, in questo Occidente che ha scelto il capitalismo non solo come sistema economico ma anche come teorema filosofico e morale, non esiste più. Le decisioni vengono prese da chi muove i grandi capitali a scapito delle minoranze. Poi c'è Bossi che vorrebbe staccare dal Paese la parte più ricca per fare uno Stato a parte. Come se di uno non ce ne fosse abbastanza... E le istituzioni che, invece di realizzare il vero Federalismo, inventano le tasse regionali. Il risultato è che pagheremo di più". Insomma, diceva De André, viviamo questa fine di millennio in un periodo da Basso impero. E il nuovo millennio? "Sarà una società per lo più nomade, separata da due diverse fruizioni dell'economia. Da una parte coloro che riusciranno ancora a scambiare denaro contro merce e dall'altra un'economia che si potrebbe definire del dono, se non addirittura del mutuo soccorso. Penso che gli individui che utilizzeranno questa seconda forma di scambio saranno più numerosi degli altri e probabilmente migliori, più ricchi da un punto di vista spirituale". Per la sua proverbiale discrezione pochi hanno saputo del sostegno anche materiale che Fabrizio diede a giornali (alla rivista A e ancora a Re Nudo) oltre che ai movimenti anarchici. Erano invece pubbliche le sue dichiarazioni di adesione: "Non so se in questa città ci sia un gruppo anarchico", disse più volte dal palco durante alcuni concerti, "ma se ci fosse invito i suoi componenti a venirmi a trovare in camerino". Capitolo IV L'Indiano e i Tempi duri "L'Indiano" uscì nell'´81 e, fatto unico per Fabrizio, fu presentato in tournée, prima che il disco fosse stampato, il 19 agosto sotto la tenda della Bussoladomani di Viareggio. Stavolta il parallelismo fu tra gli emarginati della Sardegna e i pellerossa d'America. "Due culture lontanissime ma con un denominatore comune: entrambe autoctone nonostante le dominazioni esterne, legate a forti tradizioni, emarginate". Un parallelo che Fabrizio aveva fatto anche nei quattro mesi in cui fu ospite dei banditi all'Hotel Supramonte. Avrebbe detto in seguito: "Nei rapitori ho visto più una tribù d'indiani che un'organizzazione mafiosa". Insomma banditi pronti a dimostrare il coraggio esattamente come il giovane indiano, per "diventare uomo", era costretto a rubare un certo numero di cavalli. I tempi di preparazione della tournée estiva furono davvero ristretti ma poi i concerti ebbero una coda invernale, la scaletta fu ritoccata e ampliata, e si replicò per tutta l'estate dell'´82. Memorabile la serata al Teatro Tenda di Lampugnano a Milano, (i musicisti nelle grandi città danno sempre il meglio)... Il 1982 fu anche l'anno della liberazione dai discografici: Fabrizio e Dori Ghezzi, infatti, avevano fondato poco tempo prima un'etichetta, la Fado, per la quale incisero diversi giovani tra cui il complesso dei Tempi duri, nei quali militava il figlio Cristiano, e il cantautore Massimo Bubola. (L'etichetta avrebbe chiuso i battenti nel 1985). Altro risultato esatto, l'organizzazione di quella tournée, come delle successive, fu affidata a Bruno Sconocchia, un manager colto e raffinato, "affrancatosi" a sua volta dalla mega organizzazione di Bibi Ballandi il quale in quel periodo stava per trasformare una collina di Rimini in una maxi discoteca, "Bandiera gialla", capace di contenere settemila persone. Dori Ghezzi, accompagnava Fabrizio, in quel giro d'Italia in camper. Durante le prove che precedevano il concerto, Dori stava accanto al mixer e controllava il suono delle casse. Un episodio riduttivo questo perché, in realtà, Dori pensava a tutto. "Senza di lei", ha detto un amico, "è probabile che Fabrizio sarebbe andato a vivere in una soffitta a Genova". Dori aveva inciso qualche mese prima un album e ne stava progettando un altro sempre attenta, però, alla sua immagine professionale. Ecco un esempio: Fabrizio aveva tradotto una stupenda canzone di Leonard Cohen, "La famosa volpe azzurra", e l'aveva affidata ad Ornella Vanoni proprio perché Dori l'aveva ritenuta "non in linea con il suo repertorio". Eppure è una delle poche che sanno cantare, ripeteva De André. Ma Dori precisava: "Non voglio fare un passo troppo lungo. Sì, forse il pubblico accetterebbe qualcosa di più ma preferisco andare per gradi". La traduzione della poesia: "...Ti scrivo e non so se ci servirà a niente/ Milano è un po' fredda ma qui vivo bene/ Si fa musica all'Angolo quasi tutte le sere"... era considerata, con eccessiva modestia, troppo impegnativa. Una strada giusta, quella di Dori, perché l'anno successivo avrebbe trionfato a Sanremo e sarebbe tornata ai successi d'un tempo. (Solo due anni prima aveva registrato un bell'album, la prima produzione della Fado, con i testi scritti da Cristiano Minellono e un pezzo di Bubola, "Stringimi piano, stringimi forte"). Cristiano, dal Paganini a Sanremo Prima che l'Ave Maria cantata in sardo dall'americano Mark Harris (il quale aveva sposato una ragazza d'un paese vicino Cagliari), desse inizio al concerto, (una sorta di cerimonia religiosa dei nostri tempi), imperniato sugli otto brani de "L' Indiano" e poi sui pezzi classici, c'era l'esibizione dei Tempi duri . Cristiano aveva tredici anni quando il padre iniziò a dare concerti; poco più che bambino si metteva allora in fondo al palcoscenico, qualche volta suonava i bonghetti. Fabrizio asseriva di non avergli insegnato nemmeno a suonare la chitarra ma Cristiano la sapeva suonare, eccome! Era un musicista ispirato sin dall'esordio coi Tempi duri, un ragazzo insicuro: "Quando scrivo mi chiedo sempre chissà cosa penserà Fabrizio"? Eppure era già assennato: "Credo nelle tappe da conquistare", mi diceva in quell'agosto del 1982 mentre Bruno Sconocchia si lamentava bonariamente per le troppe corde di chitarra rotte dal giovane Cristiano. E le tappe, in effetti, le percorse tutte, dal Paganini di Genova dove aveva studiato violino al successo personale. Ha fatto ricerca di musica medievale e ha sviluppato una cultura classica di grande rilievo. "Sono nato con le canzoni di mio padre", dice con lo sguardo profondo e triste. Fabrizio lo considerava uno dei migliori polistrumentisti d'Europa. Gli anni di piombo erano alle spalle, l'impegno politico stava via via lasciando il posto alle mode americane; i disc-jockey ci bombardavano di musica elettrica per lo più fracassona e l'Italia era tornata a essere la mecca per gruppi stranieri di scarso valore. Un monotono pulsare ritmico accompagnava i successi delle portaerei reaganiane. S'avanzavano i tempi di Rambo che non piacevano certo al giovane Cristiano disturbato dalla competizione e dalla fretta. Una crescita continua quella che avrebbe portato il giovane De André alla maturazione definitiva qualche anno dopo; e all'ambìto e pubblico riconoscimento paterno: quando Cristiano trionfò a Sanremo, Fabrizio era in concerto con "Le Nuvole" al Teatro Turreno di Perugia. Il 3 marzo del 1993, Fabrizio, prima di eseguire Il pescatore, fece una dedica, (fatto inusuale per lui). Una dedica "per quel giovane amico entrato a Sanremo come figlio d'arte ed uscito adulto". Fu un tour molto lungo e impegnativo quello del 1982. Tra la prima e la seconda parte del concerto (che veniva preceduto da quattro canzoni dei Tempi duri) si esibiva Massimo Bubola. Quasi contemporaneamente al disco de "L'Indiano" era uscito il nuovo lavoro del cantautore veronese, "Tre rose": "Facevo cinque o sei pezzi insieme al gruppo di Fabrizio", ricorda Bubola, "ogni mio set cominciava insieme a lui con cui cantavo Una storia sbagliata". Per Doriano Fasoli, giornalista del Manifesto, autore di una biografia di De André, "L'Indiano" è un Lp "tutto girato in esterni" perché le canzoni sono legate tra loro da suoni in grado d'evocare i paesaggi, le praterie del West il maestrale della Sardegna. E c'è la caccia al cinghiale registrata in Gallura, con gli spari di fucile e l'abbaiare dei cani; il tam tam degli Indiani che risuona in lontananza: i cheyenne sono infatti troppo lontani, sulla pista del bisonte, mentre il colonnello Chevington irrompe nel villaggio uccidendo donne e bambini. A raccontarci il massacro del fiume Sand Creek è l'unico scampato alla strage che s'era illuso, durante l'eccidio, di vivere in un sogno per poi prendere coscienza, sanguinante, della realtà. Ne "L'Indiano" c'è anche il racconto di Franziska che anticipa - e non è l'unica volta per De André - un fatto di cronaca. È la storia di una ragazza stanca d'aspettare e di un uomo che le sorride: "Ma era certo un forestiero e non sapeva quel che costava". Qualche anno dopo un paio d'alpini, inviati nel Nuorese dal ministro della Difesa per un'esercitazione, finirono all'ospedale per avere corteggiato proprio una certa Franziska. "Ma qualcuno mi deve spiegare qual è il senso di inviare in Barbagia un battaglione di Alpini"? chiese De André. L'allora presidente del Senato, Giovanni Spadolini, si espresse alla stessa maniera e la definì un'operazione azzardata. Il disco suscitò alcune polemiche inutili e tediose da parte di alcuni tuttologi della Sardegna. In particolare si segnalò un sociologo-tuttologo che sul quotidiano di Cagliari ritenne di dover criticare la scelta di accostare due culture così diverse, salvando, a suo buon cuore, l'intuizione della caccia al cinghiale i cui suoni erano stati registrati in Gallura. Si scatenò anche la corsa alla primogenitura e la vinse Pietro Soddu, ex presidente della giunta regionale sarda, il quale rivendicò di essere stato il primo a mettere insieme sardi e indiani: "Lo dissi perché è legittimo parlare di Nazione sarda come i pellirossa parlano di Nazione indiana". In quella vigilia di ferragosto arrivammo con largo anticipo nel campo sportivo, sede del concerto. Ad accogliere Fabrizio c'era un assessore comunale del piccolo paese vicino Civitavecchia, un cantante che, nonostante fosse totalmente sconosciuto, si ostinava a dire di aver venduto, qualche anno prima, un milione di copie con il disco "Signorina, buonasera". E poi uno degli organizzatori locali che aveva portato un bottiglione del suo vino, e che aveva litigato con i responsabili della tournée per motivi facilmente intuibili. Fabrizio s'intratteneva con alcune persone. Tra queste un giovane che lo seguiva in molte serate e gli inviava a casa provini su provini. De André pensava: "Sarebbe bello se un giorno, a fine carriera, uno potesse cantare delle cose senza senso prese da uno sconosciuto". I musicisti arrivarono alla spicciolata mentre gli addetti al palco, come sempre, erano partiti molte ore prima. In un lato del campo sportivo alcuni ragazzi giocavano a pallone; Fabrizio aveva rifiutato di praticare qualsiasi attività ginnica così come gli avevano proposto alcuni organizzatori locali. "Giocare al calcio? No, caso mai avrei visto stasera Genoa-Milan. Ma a quell'ora devo cantare... Almeno che", e si rivolse a un cantante-organizzatore di serate, "non voglia cantare tu al posto mio". Quando venne l'ora di salire sul palco, Fabrizio portò con sé un handicappato che era andato a salutarlo nel retroscena e che tutti quanti scambiarono per il cantante Pierangelo Bertoli. L'ignoto assistette in ogni caso impassibile a tutto il concerto, immobile, accanto al cantautore che dal palco poteva vedere tutte quelle "palle da biliardo". Il concerto si dipanò tranquillamente tra gli applausi e il fischio d'un treno, (la stazione era a due passi), che passò proprio mentre Piero... rifletteva sulla possibilità di vedere gli occhi di un uomo che muore: "E se gli sparo in fronte o nel cuore/ soltanto il tempo avrà per morire/ ma il tempo a me resterà per vedere/ vedere gli occhi di un uomo che muore". Sul campo c'era il solito pubblico, pronto a scavare nei testi delle canzoni, convinto e speranzoso di trovare dentro la risposta ultima. I più giovani si accalcavano davanti alle casse, pronti a scandire le parole delle canzoni, a battere le mani. Alla fine del concerto, tra i bis, De André eseguiva una ballata dylaniana, Via della povertà, riscritta con i personaggi della cronaca (dell'´82): Al Quirinale sono disperati Sandro Pertini è diventato vecchio e Andreatta piange sconsolato vedendo Craxi che ride nello specchio Sofia è dietro la finestra tutti quanti le hanno detto che è bella ha solo 52 anni e nessuno l'ha chiamata zitella E ancora: Signorile sembra così facile ogni volta che sorride ti cattura... Infine: Se Bearzot ha rifatto l'Italia Garibaldi ha diviso l'Africa! I concerti ebbero un notevole successo di pubblico; la band, capeggiata da Mauro Pagani che s'era rotto una gamba in una delle prime serate a Lecce e quindi aveva dovuto suonare stando seduto (una tortura per lui abituato a suonare saltellando come un grillo), era come sempre di ottimo livello. De André nell'autunno dell'´82 tenne delle serate anche in Germania. La dimensione era quella teatrale e per la prima serata a Bochum, una città della Renania (nel bacino della Ruhr) vennero stampati dei libretti con le traduzioni in tedesco delle canzoni presentate: dalla Guerra di Piero al Fiume Sand Creek. Il pubblico, è bene precisarlo, non era certo composto da italiani emigrati. Fabrizio avrebbe voluto cantare anche in Unione Sovietica ma in quell'epoca non fu possibile perché il compenso per i musicisti non sarebbe stato pagato in dollari ma in moneta locale. Nelle serate, a parte i Tempi duri, non ci furono apporti esterni mentre resta da ricordare che il primo tour post-Pfm, quello partito nell'agosto del 1981, fu presentato alla Bussola di Viareggio da un Roberto Benigni ondeggiante e felice, pronto a "scambiare" per gioco De André con Guccini e ad annunciare al pubblico che la tale macchina era stata parcheggiata benissimo. "L'Indiano", disco base dei tour dell'´81 e dell'´82, non è l'unico omaggio alla Sardegna. La prima canzone in cui si parla espressamente dell'isola (tra l'altro in lingua,) è Zirichiltaggia, il racconto di un litigio tra due pastori per motivi di eredità: Di quello che babbo ci ha lasciato la parte migliore ti sei preso la collina rossa con il sughero, le vacche sorcine e il toro grande e m'hai lasciato pietre, cisto e lucertole... Zirichiltaggia, ovvero lucertolaio, faceva parte dell'album "Rimini". Inserita nella scaletta del concerto con la Pfm costrinse il povero Franco Mussida, che doveva fare la controvoce, ad imparare il sardo in quindici giorni. E con buoni risultati! Uno dei riferimenti indiretti alla Sardegna ma sicuramente più profondi è invece nella poesia Nuvole. Di Monti di Mola e Disamistade (faida) ne parliamo in altri capitoli. Capitolo V Da Gibilterra al Bosforo "A un certo punto provai vergogna nel vedermi quasi costretto a sfogliare le riviste specializzate per scrutare con occhio quasi da lumaca, fuori dalle orbite, quale posizione avesse ottenuto in classifica il mio ultimo cosiddetto "prodotto discografico". È questa la premessa - fatta con parole di De André nel 1984 - per ricostruire, con un minimo di attendibilità, quella che fu la svolta degli anni Ottanta: la pubblicazione di "Creuza de ma" riconosciuto dai critici come il miglior disco del decennio. "L'album che aprì nuovi orizzonti ai ritmi, suoni e colori della musica etnica", secondo gli artisti che hanno realizzato "Canti randagi" in omaggio alla svolta musicale di De André. Ma torniamo alla premessa: perché tanta avversione al "prodotto" discografico? Spiega l'autore: "Perché questo voleva dire che il disco in quanto funzione, oggetto di consumo, aveva assunto un'importanza superiore a quella delle canzoni per le quali viveva e nelle quali sicuramente mi sentivo di avere vissuto". Il progetto "Creuza de ma" fu condiviso da Mauro Pagani di cui abbiamo accennato i trascorsi con la Pfm; Pagani, in fatto di musica, la pensava come De André. Bisognava tentare di ricondurre la canzone alla sua funzione primaria: "È inutile ricordare come il canto abbia ancora oggi, in alcune etnie cosiddette primitive, il compito fondamentale di liberare dalle sofferenze, alleviare il dolore, esorcizzare il male". "Certo le canzoni furono comunque registrate", ricordava Fabrizio, "però penso che mai come nel caso di "Creuza de ma", di questa mulattiera di mare, il disco abbia assunto una funzione molto ridotta rispetto alle canzoni di cui vive. Diciamo pure le funzioni che può avere una stringa nei confronti di una scarpa o addirittura nei confronti di un mocassino". Creuza de ma, Jamina, Sidun, Sinan Capudan Pascià, A pittima, A dumenega e Da me riva furono registrate con ottimi risultati tecnici e il disco vinse le resistenze dei discografici più ottusi: "Bel disco, peccato che sia in genovese!" commentò uno dei responsabili della Ricordi del capoluogo ligure. Andò peggio con la distribuzione siciliana: "Ma per caso questo De André ci piglia per il culo"? chiese il discografico. Fabrizio non si curò di loro, deciso a sposare - per una volta - la tesi del Machiavelli secondo cui è meglio pentirsi di aver fatto qualcosa piuttosto che pentirsi per non averla fatta. Ma in realtà non si sarebbe certo pentito. Era stata compiuta da De André una scelta stilistica che avrebbe fatto sentire il peso della scelta stessa sul mercato discografico con una velocità impressionante. "Una volta individuati gli strumenti etnici che dovevano ricondurci all'atmosfera del Mediterraneo, dal Bosforo a Gibilterra, era necessario dotare i suoni che tali strumenti riproducevano di una lingua che gli scivolasse sopra" - è la spiegazione di De André - "che evocasse, attraverso fonemi cantati, le stesse atmosfere che gli strumenti evocavano. E la lingua più adatta mi è sembrata il genovese, con i suoi dittonghi, i suoi iati, la sua ricchezza di sostantivi e aggettivi tronchi che li puoi accorciare e allungare quasi come il grido di un gabbiano". Da quella scelta è scaturita una piccola Odissea che ha per protagonisti "ombre di facce, facce di marinaio cui la notte punta il coltello alla gola, emigranti della risata con i chiodi negli occhi", un'umanità, insomma, che susciterebbe la nostra ilarità - aveva commentato lo stesso Fabrizio - se dovessimo vederla esposta nella vetrina di una gioielleria nel centro di una metropoli. Un campionario umano, al contrario, che bisogna andare a cercare nella "rumenta" come si dice a Genova, cioè nella spazzatura. Dopo l'arrivo dei marinai, siamo al mercato del pesce e tra le grida dei lavoratori s'avanza Jamina in una canzone dal contenuto hard: "Lingua infuocata / lupa di pelle scura / con la bocca spalancata / morso di carne soda"... Non chiamatela prostituta, fareste adirare l'autore che l'ha scritta pensando a una belva del sesso. Chi è Jamina? "Non è un sogno di fronte a un possibile mare forza otto, o addirittura di fronte a un naufragio. Jamina è un'ipotesi d'avventura positiva, quella che in un angolo della fantasia del navigante trova sempre ovunque spazio e rifugio". Jamina è la compagna di un viaggio erotico che ogni marinaio spera, o meglio, pretende d'incontrare in ogni porto dopo le pericolose bordate subìte per colpa di un mare nemico o di un comandante malaccorto. A Genova c'è un detto popolare - ricorda Fabrizio - che riferito alla gente che naviga e tradotto in italiano, recita: "Cara moglie, passato il monte di Portofino torno libero e scapolo". Jamina è quindi il compenso che il marinaio pretende di ricevere per il proprio rischio, per la sua pericolosa ginnastica d'obbedienza di fronte all'avventura. "Ho detto che Jamina rappresenta più una pretesa che non un sogno da parte del navigante", spiega De André, "contrastato da quanto Gianni Granzotto ha saputo trarre dal suo libro su Cristoforo Colombo per la psicologia dell'ammiraglio. In effetti Colombo, uomo di gran genio, nel momento in cui la sua fantasia e la realtà dimostravano di non coincidere, si convinceva che fosse la realtà a sbagliare. Tanto è vero che Granzotto lo paragona, e a mio parere giustamente, ad una sorta di don Chisciotte. Colombo fu convinto fino alla morte di avere scoperto il Giappone e non l'America"... Tutto questo per spiegare che il povero marinaio se incontra una Jamina diversa da quella immaginata, si deve accontentare, "alla faccia dei sogni e del trionfo dei sensi". De André che ama il Gattopardo - l'ha letto tante volte - non dimentica quello che Tomasi di Lampedusa fa dire al suo Gattopardo: "Sono 40 anni che conosco mia moglie e non le ho mai visto l'ombelico". Ecco, con Jamina, un inconveniente del genere non sarebbe ipotizzabile. Navigando non si trovano solo "lupe di pelle scura" come Jamina. Ci si può trovare di fronte alla tragedia altrui, condivisa in quanto fratelli o figli della stessa cultura. È il caso di Sidone, di cui abbiamo già parlato nel primo capitolo, la città libanese che ci ha regalato, oltre che l'uso delle lettere dell'alfabeto anche l'invenzione del vetro e che è stata distrutta dalle truppe del generale Sharon nell'estate '82. Fabrizio racconta "del mio bambino diventato grumo di sangue, orecchie e denti di latte" essendo stato ucciso dai cingoli di un carro armato. "La piccola morte di cui parlo non va semplicemente confusa con la morte di un bambino piccolo bensì va metaforicamente intesa come la fine civile e culturale di un Paese". Bordesando, in pratica facendo bordi, si può arrivare alle isole Gerbe dove la storia ci ricorda che alla fine del Sedicesimo secolo, durante uno scontro tra le flotte della Repubblica di Genova e quella turca, fu catturato dai musulmani un marinaio genovese di nome Cicala. La canzone è una sorta di manuale, un vademecum dello scalatore sociale, ampiamente giustificato dall'autore date le condizioni dei tempi e la particolare durezza usata nei confronti dei prigionieri tanto più se professavano una religione diversa. A Cicala, che rifiuta di combattere contro le "teste fasciate," è dato un remo altrettanto turco da spingere fino al piede e da tirare fino al cuore finché la sua intraprendenza, all'inizio ripagata con una scodella di farro, gli consentirà di diventare Gran Visir e Serraschiere del sultano, ossequiato e riverito con il nome di Sinan Capudan Pascià. La filosofia di questo rinnegato sta forse raccolta in una massima popolare che lui ripete quasi come se fosse un ritornello: Intu mezu du ma gh'è 'n pesciu tundu che quandu u vedde e brutte u va 'n sciù fundu intu mezu de ma gh'è 'n pesciu palla che quandu u vedde e belle u vegne a galla Nella galleria di eroi al contrario compare la Pittima, sinonimo di persona fastidiosa, appiccicosa e implacabile nella sua determinazione. A questa, nell'antica Genova, si dava il compito di riscuotere dietro compenso i debiti dei creditori insolventi. Il personaggio è la risultante di un'emarginazione sociale dovuta principalmente alle sue carenze fisiche: "Cosa ci posso fare se non ho le braccia per fare il marinaio, se ho il torace largo un dito, giusto per nascondermi con il vestito dietro a filo"? Questo è il lamento di chi è stato costretto da una natura tutt'altro che benevola a scegliersi per sopravvivere un mestiere sicuramente impopolare tanto da esercitare quel lavoro anche umanamente. Una canzone bretone dice pressappoco: "Io non andrò mai a pescare perché sono un po' zoppo. Questo non mi impedisce di amare il mare e i mie becchi". E De André ha immaginato la pittima come "un uccello che non riesce ad aprire le ali ed è destinato a nutrirsi dei rifiuti dei volatili da cortile". Creuza de ma ci propone un altro aneddoto storico. Nella vecchia Genova le prostitute erano relegate in un quartiere della città. Il Comune dava in appalto le case di tolleranza e con i ricavi riusciva a coprire quasi per intero gli annuali lavori del porto. Tra i diritti riconosciuti alle prostitute quello della passeggiata domenicale; ma anche quello che doveva essere un momento diverso, una sorta di ora d'aria, diventa un calvario. E dai quartieri di Carignano, dalla Foce, da Pianderlino e Ponticello si levano gli insulti dei viandanti. E siamo di nuovo pronti ad affrontare il mare, anzi siamo al momento del distacco dalla sicurezza dalle certezze domestiche, dal talamo nuziale. "È un momento sottilmente drammatico", spiega Fabrizio, "un momento che si vive quasi come accecati da un controsole e che suscita la nostalgia nel momento stesso in cui è l'imbarcato a fare l'inventario del suo baule da marinaio preparatogli dalla moglie: tre camicie di velluto, due coperte, il mandolino e un calamaio di legno duro, caso mai gli venisse voglia di scrivere". Ma in mare c'è poco tempo per la nostalgia, c'è il pericolo sotto ogni soffio di maestrale, dietro ogni incresparsi di un'onda che arrivi da libeccio. E soprattutto, passato il monte di Portofino, riaffiora la speranza di una Jamina così diversa dalla compagna della vita di cui resta al marinaio solo una fotografia di quando lei era ragazza. Una foto sbiadita, in fondo a un berretto nero, che consente di baciare una bocca che Fabrizio definisce in naftalina. Il disco fu pubblicato nel marzo dell'84 mentre De André era assorbito dalla vita in campagna; alle prese con le stradine che crollavano per la pioggia, il laghetto da costruire, gli animali da accudire. Insomma le basi che avrebbero consentito all'azienda di diventare un modello di agriturismo curato nei particolari e nell'offerta abbondante di servizi. Fabrizio camminava nel bosco e individuava i piccoli sentieri da realizzare per l'agriturismo; un... allenamento, insomma, per la tournée che sarebbe durata tutta l'estate con l'apporto di Mauro Pagani, Ellade Bandini, Mario Arcari, Gilberto Martellieri, Sergio Portaluri, Maurizio Preti, Tony Soranno e Cristiano De André. Prima che il disco venisse pubblicato, andai all'Agnata per poterlo ascoltare sotto la supervisione di Fabrizio il quale mi avvisò: "Portati qualcosa, un walkman... io non ho nulla". Faber, infatti, aveva l'impianto stereo nella sua casa di Milano e nella vita di campagna aveva poco tempo libero. La televisione sarebbe comparsa nella fattoria qualche anno dopo "ma solo per ascoltare le previsioni del tempo", mi disse. Una partita a carte Quella sera, quando arrivai, aveva un gran mal di testa ma continuava a giocare a carte con il suocero. Ogni punto perso, un'imprecazione, una smorfia sul viso. Poi la fine della partita, la sconfitta quasi liberatoria dovuta all'ultima scopa dell'avversario, venuta a suggellare una giornata terribile: la pioggia aveva fatto crollare la stradina interna che portava alla casa costruita in mezzo ad una vallata. Con la jeep aveva sbandato finendo contro un albero e fortunatamente s'era rotto solo un faro; il vitellino era nato con un'evidente broncopolmonite. "Vorrei sbattere la testa al muro per provare se c'è ancora dolore", disse. Poi parlammo e la tensione si sciolse. Bevemmo il brodo e mangiammo il lesso; conosceva la mia pigrizia e per questo mi offrì un'arancia sbucciata. Uscimmo per andare nella stalla e cercare di far bere il vitellino con un biberon. "Sta piovendo, perché non dormi qui"? Accettai. Mi specificò che non aveva più i problemi di corrente elettrica che aveva avuto all'inizio dell'avventura in Sardegna quando era dovuto ricorrere al proprio generatore di corrente. Alla fine degli anni Settanta l'Enel era latitante e il generatore ogni tanto andava fuori servizio o meglio funzionava per poche ore. In quei casi, mi aveva raccontato in quegli anni, bisogna "sentire" la notte. Lui si muoveva completamente a suo agio, s'era allenato con alcuni pezzettini di carta bianca che aveva fissato nei punti strategici e che erano diventati un riferimento preciso. "Al buio ci vedo bene", mi disse, "e, cosa più importante per un musicista, ascolto la musica della notte, i piccoli rumori. Stando qui senza l'elettricità ho imparato a conoscere più cose di quante avrei potuto conoscere con la luce e ho cominciato a capire che tutti questi bisogni, certe necessità potrebbero essere solo la proiezione di bisogni indotti". Mentre parlava sembrava che il mal di testa stesse andando via. "Prima di Socrate erano riconosciuti solo quattro impulsi primari", mi spiegò parlando di bisogni indotti, "i primi due erano quello della nutrizione e della continuazione della specie. Il terzo era quello al saccheggio di cui negli anni Ottanta era stata fornita una bella prova e l'ultimo era l'impulso alla compassione, connaturato all'animo umano". Quest'ultimo impulso è stato rimosso per via della morale che ha costretto le persone a seguire un insieme di regole di cui non si è convinti. Impulso alla compassione: il termine ci dice chiaramente come l'uomo sia già solidale per impulso naturale". Qualche anno dopo avrebbe scritto in un Destino ridicolo: "Sei cresciuto in un mondo nel quale i soldi sono considerati la divinità suprema che può trasformare d'incanto la vita in un paradiso, la chiave per superare ogni difficoltà". E ancora, a proposito del sogno legato a ogni sorta di lotteria: "Alla gente non piace vivere. Sogna il colpo grosso come un'occasione per uscire dalla vita prima che finisca, con l'illusione di tagliare in un colpo solo tutti gli inconvenienti, le contrarietà e le fatiche. Ma è un inganno". L'estate del 1984 andò via, un concerto dietro l'altro. Quando tutte le luci erano state spente sul palco, la zampogna tracia aveva rotto il silenzio e quattro fasci di luce erano partiti da un unico punto del palco per salire verso il cielo. S'iniziava così, dal vivo, la piccola Odissea di cui abbiamo parlato; ma dopo Creuza de ma, Jamina e Sidun il basso introduceva Quello che non ho. "È incredibile", commentava Angelo Baiguera, un cantautore triestino che s'esibiva in quel tour prima di Fabrizio, "in questa canzone De André prende alcune note così basse che non esistono sul pentagramma". Seguivano il Fiume Sand Creek, la Guerra di Piero e tutti i pezzi classici, da Bocca di Rosa a Via del Campo, per poi riprendere gli strumenti etnici e proporre gli altri brani di "Creuza de ma". Una tournée di grande impatto che Fabrizio condusse con qualche sofferenza per via di un'infiammazione alla faringe. Forse un motivo di più per stare vicino all'amico che doveva sottoporsi ad una tonsillectomia: "Mi spiace", gli disse, "che quel giorno sarò in tour da qualche parte e non ti potrò telefonare. (I telefoni cellulari non erano ancora diffusi, Ndc). Ma ricordami il giorno in cui ti opereranno: ti penserò, certe volte un pensiero è molto importante". Capitolo VI La madre terra, il potere e il popolo Nell'Osteria dei Binari a Milano Fabrizio presenta, nel settembre del 1990, "Le Nuvole" che, nella prima parte (in italiano), è dedicato al potere e nella seconda (in genovese e in sardo) al popolo. Fabrizio parlava dei mali di una società di cui tutti percepiscono la stolidità anche se nessuno rinuncia poi a contribuire a questa sorta di cena di Trimalcione. L'indignazione ha sempre generato la reazione di De André che, all'inizio degli anni Novanta, ha preso la chitarra per rappresentarci "Le Nuvole" che non sono un fenomeno atmosferico ma quei personaggi ingombranti della nostra vita sociale politica ed economica. Il titolo e la chiave di lettura sono presi a prestito da una commedia di Aristofane anche se quest'ultimo si riferiva ai sofisti, vale a dire a quella corrente filosofica che, in qualche maniera, incrementava le contestazioni e faceva la parte della politica della sinistra di allora. In De André i personaggi che si frappongono tra noi e il cielo hanno come unico risultato quello di... non farci vedere il sole. Vanno vengono ritornano e magari si fermano tanti giorni che non vedi più il sole e le stelle e ti sembra di non conoscere più il posto dove stai La poesia è recitata da due donne con uno smaccato accento sardo. Lalla Pisano e Maria Mereu: "Due voci autentiche", spiegava Fabrizio, "perché mi servivano due voci pulite non solo sul piano lessicale ma che rappresentassero la madre terra". Due voci che vengono travolte da una baraonda di suoni e parolacce dei mostri che girano nella prima parte del disco. Come quel commerciante arricchito, accecato a tal punto dal denaro da confondere passioni, oggetti, organi vitali e affetti in un aberrante universo di beni vendibili e acquisibili. Perde un figlio ma questo non è sufficiente a fargli scoprire un sentimento, al contrario si sente tradito nel suo orgoglio di padre. Figlio figlio povero figlio eri bello bianco e vermiglio quale intruglio ti ha perduto nel Naviglio figlio figlio unico sbaglio annegato come un coniglio per ferirmi, pugnalarmi nell'orgoglio Per la prima volta Fabrizio fa l'interprete: presta a questo commerciante una voce impostata e subito dopo canta in napoletano Don Raffaé. Qui affiora il neorealismo e magari ci riporta alla memoria la videocassetta di Totò e Peppino vista prima di andare a letto; è la storia di una piccola nuvola carceraria che si rivolge a una grande nuvola "carcerata" per chiedergli favori altrettanto grandi e piccoli che lo Stato non riesce a risolvere. Dopo melodramma, jodel, una tarantella e due intermezzi di Chajkowsky ecco il pezzo manifesto di quegli anni: La domenica delle salme, una durissima invettiva sulla falsa pace sociale raggiunta subito dopo la caduta del Muro di Berlino. I Polacchi non morirono subito e inginocchiati agli ultimi semafori rifacevano il trucco alle troie di regime lanciate verso il mare i trafficanti di saponette mettevano pancia verso est chi si convertiva nel Novanta ne era dispensato nel Novantuno Nel pezzo, per inciso, Fabrizio ha una delle sue intuizioni citando la Baggina, così come viene chiamata a Milano la Casa di riposo per anziani "Pio Albergo Trivulzio". Due anni dopo, da lì, sarebbe esploso il caso di Tangentopoli che avrebbe spazzato i vecchi partiti. Perché quella scimmia del Quarto Reich che balla sopra il muro? "Sono molto preoccupato, in Germania Est ci sono state violazioni di tombe ebraiche", spiegava allora l'autore, "ed è una cosa che si sta diffondendo in tutta Europa; mi sembra un rigurgito nazista". Tra epica e lirica c'è anche la piramide di Cheope: "Un monumento aberrante e inutile, direi berlusconiano". Nella famosa domenica delle salme vengono inviati "fanti, cavalli, cani e un somaro ad annunciare l'amputazione della gamba di Renato Curcio, il carbonaro"... Dice De André: "Curcio non si è dissociato, non ha approfittato di questa regola non morale; e vedo circolare gente che ha tanti omicidi sulle spalle. Credo che a Tempio circoli il basista del mio sequestro... Curcio non ha ammazzato nessuno. E d'altra parte non vorrei che gli succedesse quanto accadde a Maroncelli nel carcere austriaco. Anche perché tengo a sottolineare l'aspetto sanitario delle carceri italiane"! Di chi è la colpa? De André si getta nel mucchio anche se non ha certo niente da spartire con i cantautori che hanno cantato "sui trampoli e in ginocchio/ coi pianoforti a tracolla/ vestiti da Pinocchio"; con chi ha cantato "per i longobardi, i centralisti, per l'Amazzonia, la pecunia nei palastilisti". Erano gli anni dell'edonismo reaganiano e, in Italia del craxismo. Al Palatrussardi alcuni luogotenenti socialisti intervenivano a tutti i grandi concerti in compagnia di "bambole fasciate di rosso". E c'è chi racconta di quella volta, a Milano, che gli attendenti socialisti, i quali avevano avuto il compito di andare a prendere in auto una bella da consegnare al luogotenente poco prima d'un concerto, giunti alla fermata del bus, caricarono a forza, sbagliando persona, una poveretta del tutto ignara. Fabrizio non frequentava i salotti buoni e tanto meno conosceva Craxi. Lo aveva incontrato per caso una volta sola. L'allora leader del Psi gli era andato incontro e subito gli aveva detto che mancava una legge per la musica assicurandogli che sarebbe stata fatta. "Le Nuvole" è un capolavoro la cui forma è cambiata in corso d'opera come spesso è accaduto a Fabrizio. Inizialmente avrebbe voluto fare un disco satirico ma poi s'era fermato a causa di alcuni avvenimenti dolorosi che lo colpirono negli affetti. La prima parte del disco si chiude, così come s'era aperto, con il canto delle cicale: "Con il coro di questo popolo", dice Fabrizio, "che non protesta più in maniera collettiva e il cui valore di protesta assume quello di un coro di cicale". E nella seconda parte i personaggi sono del tutto estraniati, è una vita che scorre parallela. Come l'Oblomov di provincia, terrorizzato dalle preoccupazioni e dalle responsabilità cui lo costringerebbe il contatto con il mondo esterno e così si limita a scagliarsi contro il proprio medico colpevole di invitarlo ad alzarsi dal letto; o il cuoco stregone che continua a rimestare nelle pentole della propria follia e la sua protesta finale ha il sapore di un'anatema biblico ma non quello di una seria contestazione sociale: "Mangiate, mangiate, non sapete chi vi mangerà". La tournée del 1991, (fu poi registrato un album doppio dal vivo), fu la più spettacolare. Sessantadue persone, un'organizzazione faraonica curata da Bruno Sconocchia per Cose di musica, persino un "vagone cucina". Il palco era coperto da un tendone, una bocca di balena per tutti, un "gondone" secondo Fabrizio. Sotto quella protezione venivano proiettate le stelle del Supramonte ma anche i volti degli indiani. Sui lati del palco i manichini di due donne in costume sardo, una vecchia vestita di nero e una giovane che lavora la lana. De André per la prima volta cede allo spettacolo: esordisce sulla scena in frac e poi, finito di cantare Ottocento, ritorna ai consueti jeans e camicia. Altra novità: suonava qualche canzone stando in piedi e lasciava spazio a due improbabili ballerine (in realtà due travestiti) che lanciavano verso il pubblico una manciata di dobloni d'oro o meglio soldi di cioccolato. Il concerto si snodava a blocchi per poter operare una scelta tra le centoventidue canzoni scritte (sino a quel momento) da De André per raccontare la fatica di vivere. Ma nei concerti doveva eseguire obbligatoriamente, come è comprensibile, alcuni pezzi classici: "Ci colleghiamo in diretta con il museo egizio di Torino", scherzava De André, "dove a scopo squisitamente scientifico verranno riesumate quattro famose mummie della quarta dinastia: Marinella, La guerra di Piero, Bocca di Rosa e il Pescatore". La battuta fece indispettire Fernanda Pivano: "Mi ero infuriata e gli avevo telefonato dicendogli che quelle canzoni erano gioielli da conservare in uno scrigno prezioso tra petali di rosa come lo erano i ricordi della nostra giovinezza. Aveva riso, mi aveva canzonata"... Sulla scena di quel tour tutti gli oggetti sembrano fatti artigianalmente: "Ci sembrava giusto usare dei materiali che fossero stati costruiti ancora dalla mano dell'uomo", ricordava Fabrizio, "il legno, i grandi fari che sembrano più opera di fabbriche che non di tecnologia avanzata". Insomma in linea con canzoni che erano storicizzate o di stampo etnico. Nei concerti del 1991 Fabrizio sembrava diverso dagli altri concerti. Finalmente rasserenato, tranquillo nel salire sul palco, pronto ad affrontare l'assalto di chi gli chiedeva di firmare un pezzo di carta, una borsa, una maglietta con la sovrimpressione delle Nuvole: "Ma, a proposito, chi le ha fatte"? chiedeva stupito Fabrizio. Pronto a concedere diversi bis (Il gorilla, la Canzone dell'amore perduto e nientemeno che il Testamento di Tito in una nuova versione che presentava una felice contaminazione musicale con un altro brano della "Buona Novella", Maria nella bottega del falegname). La versione, che fortunatamente è stata inserita nel disco dal vivo di quei concerti, però, non aveva convinto del tutto Fabrizio il quale avrebbe voluto realizzare un pezzo corale con una grande energia, tipo Fiume Sand Creek. E per questo il Testamento del buon ladrone spesso veniva cancellato dai bis. Alla mega tournée estiva seguirono una serie di concerti in teatro nei quali De André presentò la sua galleria di donne e uomini recuperando una delle sue prime canzoni, La ballata del Miché, ispirata a un fatto di cronaca, L'infanzia di Maria, arrangiata con un coro operistico, e sempre dal disco sui Vangeli, le Tre madri. Era quello il preludio, insomma, per la realizzazione di una suite tratta dal disco sui Vangeli che sarebbe stata presentata nei concerti del 1998, gli ultimi. Dietro le spalle del cantautore, (nel tour in teatro del '93), su un fondale che giocava con le luci, le riproduzioni di quadri di Dalí, Toulouse-Lautrec, Rousseau, Matisse quasi a commentare ogni canzone. A illuminare i quadri, le luci ideate da Pepe Morgia, lo stesso regista della mega tournée negli stadi. "Non m'era mai successo dal punto di vista commerciale di vendere tanti dischi così in poco tempo", dirà in seguito Fabrizio. "Non perché fossi dubbioso sulla sostanza, ma perché, a differenza di "Creuza de ma" che aveva una sua rotondità precisa, con "Le Nuvole" c'era un rischio: che dal punto di vista formale fosse preso per una collezione di vecchie e nuove canzoni di De André e non ci s'accorgesse che era un album concept come tanti altri". Perché? "Lo dimostrano le diverse maniere in cui canto; dalla falsa operetta al semi-napoletano e, nella seconda parte, quando mi esprimo con quella lingua sporca che sembra essere il genovese". Capitolo VII Genova, Colombo e la lingua Niente colombiane, dunque, indette per celebrare le caratteristiche dell'America: la libertà, la democrazia, le possibilità offerte da una terra nella quale, in teoria, c'era posto per tutti (tranne per gli Indiani che lo persero). De André girò al largo dalla sua Genova e in particolare dall'Expo. Tra l'altro, in quello stesso periodo alcune persone volevano creare una Fondazione Tenco e gli annunciavano che, per la presentazione, ci sarebbe stato anche Bob Dylan (sempre per le colombiane). Dylan, a suo tempo, aveva inviato a Fabrizio una lettera di complimenti per la traduzione di Via della Povertà ma, nonostante la presenza del grande cantautore americano, Fabrizio si rifiutò di andare all'Expo: "Credo che Dylan non sappia nemmeno dove dovrà cantare", disse. Mentre i giornali di Genova puntavano molto sulle manifestazioni del cinquecentenario, per De André era come se, al contrario, quelle feste togliessero qualcosa ai genovesi, tolleranti, non razzisti e non violenti. Compresi coloro che girano nelle viuzze dell'angiporto da lui cantate in tante occasioni. "A Genova nessuno ti urta un braccio", sosteneva. - Magari in Via del Campo... insinuai. "No, neanche lì", mi disse prontamente, "i carruggi e i vicoli sono abitati dalla parte più balorda, è un'area degli emarginati, puttane, contrabbandieri ma non ho mai visto una goccia di sangue né una manifestazione di intolleranza. E come potrebbe esserlo, del resto, un porto millenario? Prendi il genovese, non esiste nella nostra lingua la parola terrone". - Si può parlare di lingua genovese? "Una lingua decade a livello di dialetto o assurge a dignità di lingua solo per motivi storici e politici", spiega. "Prima che noi fossimo venduti ai Piemontesi, il genovese non era un dialetto. Facciamo un esempio, prendiamo il portoghese: sino a trecento anni fa era un idioma iberico. Poi quando papa Alessandro XII ha deciso che la Spagna e il Portogallo dovevano dividersi il mondo, i portoghesi sono andati in Angola, Mozambico e in Brasile: a questo punto si poteva ancora dire che i brasiliani parlavano il "dialetto" portoghese? Sono, in realtà, le imposizioni autoritarie a unire e a disunire all'interno di una nazione: molti secoli fa, a causa di un editto, i francesi furono obbligati ad adottare nelle scuole la lingua d'Oil rinunciando al provenzale. E oggi i cittadini del Sud della Francia, molto spesso, hanno posizioni politiche contrastanti col resto del Paese, votano per Le Pen, forse nel tentativo di mostrare quell'identità perduta quando tentarono di sopprimere la loro madre lingua". - Perché alcune traduzioni in italiano di tue canzoni in genovese diventano triviali? "Perché a differenza di Genova, che era una Repubblica libera e indipendente, l'Italia è bigotta e gli italiani sono stati venduti con i vari Concordati. Genova non ha avuto l'Inquisizione; e noi non abbiamo mai conosciuto la repressione. Quando il Papa ci serviva, l'abbiamo portato in terra santa, o meglio abbiamo portato i baroni francesi, ovviamente... a pagamento. Intanto, continuavamo a commerciare con gli arabi. Insomma, Genova è stata una piccola Repubblica che aveva una sua lingua e un suo vocabolario e questo era usato da tutti: dall'aristocratico più blasonato all'ultimo dei lustrascarpe. Una Repubblica popolare o aristocratica, mai borghese o bigotta". Una repubblica autonoma con una propria politica: i dogi venivano eletti e l'unica volta che si decise di avere un re, fu scelta una... regina: la Madonna. Una repubblica che non aveva nulla a che vedere con gli Stati confinanti considerati stranieri alla stessa stregua del re d'Inghilterra. Una terra in cui i Savoia non incontravano molta simpatia... Mentre parlava si avvertiva la passione per la città vecchia, per le calate dei vecchi moli dei quali Fabrizio aveva cantato "l'aria spessa, carica di sale, gonfia di odori", magari di quell'olezzo che fuoriusciva dalle bettole dell'angiporto. Genova incarnava già allora un'idea cosmopolita, gli dava l'impressione delle cose che stavano per incominciare. E forse nutriva la nostalgia di chi, nel primo dopoguerra, cresciuto in strada grazie a genitori illuminati, aveva conosciuto una Genova diversa nella quale aveva potuto creare, con gli occhi di un bambino, un'organizzazione a sostegno dei gatti randagi. Ma questa era diventata una leggenda di cui Fabrizio, legittimamente, non amava parlare più: "I gatti randagi? Sì li allevavo per venderli al circo", diceva scherzando per troncare l'argomento. Storie legate all'adolescenza; come quella dell'autobus che tutti i giorni lo portava da casa al ginnasio; i suoi amici scherzavano ma Fabrizio si soffermava a guardare e a studiare le persone che viaggiavano con loro. L'amore per Genova non s'è mai interrotto, nemmeno durante le lunghe assenze. Una città del Sud, visto che il ceppo ligure storico nasce da radici etrusche, fenici. Diceva De André: "Siamo mediterranei, imparentati con gli arabi, con i catalani e con i provenzali. Abbiamo ben poco da spartire con gli austriaci. Io poi mi sento più vicino a un turco che non a un triestino"... Mare e campagna cuciti assieme da uno stesso destino nella scelta della Sardegna che Faber vedeva come "il ritorno ad una Liguria più antica". E spiegava: "La Sardegna è come la Liguria alla fine degli anni Quaranta, quando c'erano ancora più alberi che case, più animali che uomini. La natura sarda è molto simile a quella ligure, o per meglio dire la ripropone com'era una volta con il vantaggio di essere un piccolo continente di 24.000 kmq, abitato da poco più di un milione e mezzo di persone. Un paradiso quasi disabitato dove non si riesce caso mai a capire come possa esistere un tasso così alto di disoccupazione". Per Fabrizio Genova era la città delle "prime volte": il primo whisky, la prima ragazza, la prima moglie, il primo figlio e i primi amici; è la città di Luigi Tenco: "Non doveva farlo nemmeno per noi amici" e di Riccardo Mannerini: "Uno di quei poeti veri che, quando scriveva, si trovava davvero nei posti di cui parlava". Mannerini aveva navigato sulle navi della Costa finché non gli scoppiò in faccia una caldaia. Genova era l'amore per i posti e per la gente di cui aveva raccontato e scritto. Genova, città della nostalgia perché s'inizia a rimpiangerla appena si è costretti ad andare via - e s'è costretti per motivi di lavoro che non c'è - era il rifugio, il posto delle fragole, cui Fabrizio sarebbe voluto tornare e per questo nel 1997 aveva acquistato una casa nel porto antico, poco distante da quella strada che oggi porta il suo nome. Allora, intervistato dal Tg1 sulla scelta di tornare a Genova, commentò: "È un avvicinamento alla tomba". A me tornano in mente i versi di una canzone scritta nel 1992 dal figlio Cristiano e da Massimo Bubola: Per quanto tempo ti penserò in quelle notti a Genova giù lungo il porto dentro quei bar sogni cambiati in spiccioli ... Bevevi troppo, fumavi un po' perso nella tua musica quale silenzio ci confonderà quale invisibile padrone Ci sentivamo invincibili Capitolo VIII In carcere Per i media sarebbe stata un'ottima storia da raccontare quella di un gruppo di ragazzi detenuti i quali avevano scoperto la libertà ascoltando le canzoni di De André. Ma Fabrizio, com'è nel suo stile, bussò alla porta del carcere di Is Arenas senza dire nulla a giornalisti e fotografi. Qualche tempo prima gli avevo inviato un periodico degli istituti penitenziari della Sardegna dal titolo efficace: "Ricominciare". Era un numero della rivista interamente dedicato a lui, "un uomo, un mito". Il messaggio di De André - si legge sulla rivista - era stato argomento di studio tra i ragazzi di Is Arenas. Fabrizio ne era rimasto colpito. Si sapeva che le sue canzoni erano "trasversali", cantate da tutti i ragazzi che hanno un po' di dimestichezza con il manuale degli accordi di chitarra. E che anche i cosiddetti emarginati spesso cantassero qualche sua canzone era risaputo; ma la ricerca letterario-musicale di questi ragazzi era davvero toccante. L'insegnante, Maria Pia Mura, aveva proposto uno studio sui testi del cantautore, convinta che in quel modo avrebbe alimentato il confronto tra i giovani. "La maggior parte dei ragazzi conosceva le canzoni di De André ma nessuno aveva approfondito l'esame dei testi". Commenta uno dei ragazzi, Berto: "La lettura di quelle parole mi ha dato modo di capire meglio le canzoni che avevo cantato a memoria ma spesso senza capirne il significato". Un altro giovane afferma: "Ascoltare criticamente i testi di De André significa addentrarsi nelle più svariate problematiche sociali, i personaggi che popolano le sue canzoni sono così vitali e così vicini alle comuni storie di molti di noi che si fanno portatori di messaggi di giustizia sociale, di uguaglianza e di amore verso la natura che Trattati o convegni di politica, di sociologia, di ambiente non riuscirebbero a trasmettere con la stessa forza ed efficacia soprattutto in un luogo come il carcere dove i valori morali fanno fatica a emergere e dove l'imposizione di questi dall'alto risulta vana e improduttiva". Maurizio dice di essere coinvolto dalle canzoni ma incuriosito dal personaggio: "Lo immagino come un vecchio indiano", si legge su Ricominciare, "e quando ho l'opportunità di vedere il suo volto, che sembra tagliato dal vento, ne ho quasi la certezza; o vorrei che fosse così. Le sue canzoni sono spesso tristi e girano, girano come il falco vola alto prima di scagliarsi sulla preda. Le sue esperienze vissute e quelle sentite da chi ha avuto la sincerità di raccontargliele, lo avvicinano a quel mondo così scuro che è la vita di chi ha sofferto e non ha avuto la possibilità di rialzarsi". Si legge sul giornale degli istituti penitenziari sardi: "In un luogo dove predomina la noia e l'apatia trovare stimoli che ravvivino la fantasia individuale non è cosa facile, ma anche in questo è riuscito De André. Ormai non sentivo più neanche il cigolare di quel legno umido, lo sguardo fisso all'albero maestro e alle sue vele così ristrette e sporche di quella cima così sporca che si intrecciava con la noia di bordo. M'incamminai verso la prua quando vidi un uomo fisso verso l'orizzonte. Niente di strano se non la mia crescente curiosità alla vista del suo viso così oceanico, fisicamente indiano. "Vedi com'è rotondo il mare", mi disse, ripeté e continuò: "Sto aspettando che gli sbuffi delle onde mi pettinino i capelli e il vento me li asciughi per poi farmi trovare bello quando arriveremo a terra, e sono giorni che sono qui ad aspettare e vi rimarrò ancora se sarà necessario". "Guardai la terra" - continua il racconto del giovane detenuto - "e non c'era laggiù l'orizzonte; poi lo salutai. Voltandomi e aprendo gli occhi, smisi di fare girare quel disco che per ultimo De André ha inciso, incamminandomi nell'orizzonte della mia vita che per ora rimane carcere, carcere, carcere". Un ragazzo sassarese, Pino Zorda, dice: "De André è un poeta sensibilissimo ai problemi dei nostri tempi come la droga, l'emarginazione dalla società dei drogati, delle prostitute e di tanti altri poveri diavoli che non riescono a trovare una soluzione ai loro problemi. Quello che mi ha colpito di più, facendomi provare ancora più ammirazione, è che pur appartenendo ad una famiglia nella quale non avrebbe mai avuto problemi economici, ha preferito rinunciare a tutto questo per potersi fare strada da solo, vivendo buona parte della sua vita accanto alla feccia della società, come la chiama qualcuno. Vicino a prostitute, alcolizzati e sfigati in genere. Ma ciò che mi colpisce alla fine è che con le sue canzoni è riuscito a dare ad un ambiente così "sporco" un'immagine così "pulita". Nella Città vecchia, un vecchissimo brano, canta di personaggi "diversi" che abitano nei vicoli di Genova: "Se li cercherai, se li capirai... son pur sempre figli vittime di questo mondo". Nell'analisi dei testi ha riscosso particolare interesse Don Raffaé, la nuvola carceraria che nulla ha da spartire con i ragazzi di Is Arenas i quali però non possono non riconoscersi in alcuni versi: "Prima pagina venti notizie/ ventuno ingiustizie e lo Stato che fa?/ si costerna, s'indigna, s'impegna/ poi getta la spugna con gran dignità"... Dice un giovane: "difficile accettare il fatto che delle persone anche se ricche e potenti, condannate alle pene detentive più alte, escano dopo pochi anni mentre molti, troppi, ragazzi, colpevoli di essere schiavi della droga debbano scontare per intero condanne consistenti". Tutti i giovani di Is Arenas riconoscono come sia veramente straordinario "che Fabrizio riesca a trasformare in poesia dei fatti così crudi che hanno tormentato intere generazioni. Come la droga cantata, in tempi "non sospetti", cioè quando non ne parlava nessuno, in Tutti morimmo a stento: "Ho licenziato Dio/ gettato via un amore/ per costruirmi il vuoto/ nell'anima e nel cuore/ le parole che dico/ non han più forma né accento/ si trasformano i suoni/ in un sordo lamento"... Le lettere dei banditi e quelle di Cutolo Dopo aver realizzato quello studio i ragazzi del carcere di Is Arenas avevano un obiettivo ambizioso: "Avere un incontro con l'autore di quei brani i cui contenuti avevano promosso vivaci discussioni", come si legge in un altro numero di Ricominciare. "Volevamo verificare quanto fosse vero il fatto che, al contrario dei romanzi, le canzoni si adoperano, si ripetono, si diffondono e con l'uso collettivo si trasformano". Così un giorno Fabrizio, senza scorta di giornalisti e fotografi, entrò in quel carcere. Il resoconto è trascritto sul giornale dell'istituto: "Timidezze, soggezioni, timori sono svaniti quando al posto della star, del cantautore intellettuale, ci siamo trovati di fronte a una persona sincera, piena di fascino, reale", scrive Maria Pia Mura. "L'incontro ha avuto quasi subito un tono amichevole e le fantasie linguistiche sfrenate e l'ironia di Fabrizio si sono mischiate alla semplicità dei ragazzi detenuti. Per questi ultimi, dopo che per diversi mesi avevano ricercato e discusso i valori dei suoi testi, incontrarlo è stato come rivedere un vecchio amico. Con la semplicità, la pazienza e la precisione che caratterizza il suo temperamento, De André ha risposto a tutte le domande. Risultato: per un momento il carcere ha perso la sua antica caratteristica di naturale luogo di pena e di istituzione più retriva del sistema e ci ha regalato un momento di intelligente alternativa alla rassegnazione". Quella che segue è l'intervista, fedele, un po' disordinata ma sincera, fatta dai ragazzi di Is Arenas. - In Hotel Supramonte vi è una sorta di accostamento tra il mondo degli Indiani delle praterie e il modo di vivere del popolo sardo. Cosa accomuna queste due realtà così distinte tra loro nello spazio e nel tempo? "La solidarietà come l'amore che hanno i sardi nei confronti dei bambini e il rispetto che hanno per i vecchi, queste stesse cose succedevano nelle società indiane. E poi episodi minuscoli ma dai quali si rileva una certa similitudine, come la "balentia" dell'interno, il ragazzo che da giovane, per diventare uomo, per dimostrarsi coraggioso va a rubare la pecora, o addirittura il sequestro di persona mi ricordava molto il ragazzo Cheyenne che a 14 anni, per diventare uomo e per avere l'insegna di guerriero, andava a rubare il cavallo dalla tribù avversaria rischiando addirittura la morte. Inoltre questo disco l'ho scritto dopo il sequestro e mi era sembrato di essere stato sequestrato più che per ottenere del guadagno, per dimostrare coraggio e, infatti, poi me l'hanno confessato: "Andare a prendere De André non è da tutti", mi hanno detto. Resto nell'isola principalmente per l'amore per la mia azienda agricola, amore per i sardi e amore per la Sardegna. Si parla di mal d'Africa, di mal di Sardegna, il mio, in effetti, è mal dei sardi e mal degli africani". - Ma in un'azienda agricola di 150 ettari ci vivrebbe bene chiunque, siamo sinceri! "Sì, però c'è della gente programmata in modo tale che per poterli far vivere in una foresta bisognerebbe programmarli anche per questo. C'è gente che ha paura delle zanzare"... - Saresti venuto a Is Arenas... se ci fosse stato uno dei tuoi sequestratori? "Sì, non ho nessun rancore. Caso mai mi dà fastidio notare in loro un senso di colpa e di imbarazzo perché non hanno preso me come Fabrizio De André ma perché pensavano che io fossi ricco, perché mio padre lavorava all'Eridania ed era un impiegato di lusso ma non era ricco. Commise l'errore di venirmi a trovare in Sardegna con l'aereo della società, il tam tam sardo ha ingigantito la notizia e ha detto "chi sun tanti li miliardi"; da lì era venuta fuori la storia che io sarei stato figlio di un miliardario. Infatti loro ci hanno detto chiaro: "Se fosse stato per voi due saremmo passati lontani a mille chilometri di distanza dall'Agnata perché sappiamo che voi artisti tanti ne guadagnate e tanti ne spendete. Non è proprio tutto vero ma si avvicina alla realtà. Siamo stati tenuti in ostaggio per quattro mesi perché la loro prima richiesta era di due miliardi che nel 1979 era una bella cifra, per scendere poi ai 550 milioni che si è riusciti a raccattare. Ci hanno trattato umanamente e quando mi hanno detto: "La cifra pattuita è di 600 milioni, suo padre non ne ha di più, lei una volta liberato li metta insieme e ce li faccia avere entro altri quattro mesi" ho detto va bene. Sì avrei detto va bene in qualsiasi caso ma così ho fatto: ogni promessa è un debito". - Perché rinunciasti a costituirti parte civile? "In primo luogo perché se uno perdona e fa finta che il fatto non sia successo deve perdonare in tutto. Secondo luogo perché la maggior parte di questi denari sarebbero finiti nelle tasche degli avvocati difensori. Non serbo rancore perché undici erano e undici lettere di scuse ho ricevuto, le conservo e sono belle dove dicono che praticamente hanno sbagliato persona e questo fatto mi ha anche inorgoglito". - Hai scritto più volte delle carceri, prima con La ballata del Miché, poi con l'album "Storia di un impiegato" e, infine, con Don Raffaé. È ispirata a Cutolo? "Sì e ho ricevuto da lui tre lettere e un libro di poesie. Le bande camorristiche e mafiose, chiamiamole ormai istituzioni antistatali, nascono dove lo Stato lascia i buchi e quindi danno loro il lavoro, lavoro sporco, fottuto a chi non ne ha. Arrivano quindi a gestire un potere e hanno la possibilità di fare dei favori, dei piaceri, anche se quello che chiedeva il brigadiere in Don Raffaé era un piacere ridicolo. Farsi prestare il cappotto è una burla che però fa capire le carenze dello Stato e i motivi per cui questi buchi vengono riempiti. Io considero istituzione mafiosa anche la chiesa o la massoneria. Qualsiasi organizzazione nel momento stesso in cui diventa tale, ha bisogno di militarizzarsi per difendere le proprie opinioni, le regole della stessa organizzazione e da qui direi che scaturiscono le guerre se parliamo di ampie organizzazioni come gli Stati. Ti sto parlando da libertario, sono un anarchico e così ti rispondo. Ma dalle grandi organizzazioni come appunto gli Stati si può scendere alle piccole organizzazioni fino addirittura alle famiglie. Mamoiada è un esempio di piccole organizzazioni che fanno le guerre tra di loro". - In "Creuza de ma" parli di una donna, Jamina. Ci sono similitudini con i personaggi femminili dello scrittore brasiliano Jorge Amado? "Sì, c'è qualcosa. Jamina è un'amica algerina. Tutti quanti ma soprattutto la stampa più retriva ha detto che era una prostituta ed è invece una splendida compagna di viaggio. Ce ne fossero di Jamine! Voglio dire: è una Bocca di Rosa vista attraverso un'esperienza personale. Ed è forse l'unica canzone erotica del mio repertorio". - In Amico fragile dici che parli dei fatti tuoi. "Sì e infatti certe cose non si capiscono perché sono cose mie personali. Evaporato in una nuvola rossa... è che, a quei tempi, io mi drogavo. La droga dei miei tempi era l'alcol: ho bevuto come una spugna sino a 45 anni". - È stato difficile smettere di bere? "No, non è stato difficile. Non ho più assaggiato un whisky un mese dopo la morte di mio padre. E non è un'imposizione, proprio non mi piace più". - Come giudichi dal punto di vista artistico tuo figlio Cristiano? "Musicalmente è molto più preparato di me perché ha fatto cinque anni di Conservatorio. Cristiano, come tutti i ragazzi attorno ai trent'anni, si sente già maturo come uomo, cosa che secondo me ancora non è, e invece si sente immaturo come artista e non è affatto così". - Come vivi il rapporto padre-figlio? "Comincia a migliorare da un paio d'anni a questa parte perché nel frattempo è diventato padre anche lui e allora sa cosa vuol dire". - Quando smetterai di cantare per dedicarti maggiormente alla tua tenuta agricola? "In parte lo sto già facendo. Smettere di cantare del tutto no, perché credevo di spendere una certa cifra per costruire un laghetto artificiale e invece la somma è raddoppiata. Credo che cantare non mi soddisfi più molto; neanche scrivere canzoni mi sembra più adatto. Cantare poi sempre la stessa canzone è una seccatura. È difficile immedesimarsi ancora una volta in Piero". - Le tue apparizioni televisive sono reperti da archivio. Come mai non apprezzi questo mezzo? "Perché credo che la canzone se è ben fatta sia soprattutto da ascoltare e non da vedere. La televisione poi va sempre a caccia dello scoop e dello spettacolo e invece di far sentire la canzone ti inquadrano le tonsille. Ho visto tanti colleghi cui hanno inquadrato addirittura la laringe o peggio le verruche". - Guccini e Dalla, cosa ci dici di loro? "Con Francesco Guccini abbiamo soprattutto rapporti di scopone. Lui gioca molto bene e appena ci incontriamo giochiamo. Non abbiamo mai lavorato insieme perché sono i manager che si mettono d'accordo tra di loro, ma sono sicuro che finiremo per farlo. Siamo coetanei, tutti e due del Quaranta, io di febbraio e lui di giugno. Ci telefoniamo spesso, siamo amici. Dalla è molto bravo, ogni tanto scivola sulla furbizia. Ha avuto un'educazione diversa perché quando si cresce in orfanotrofio si hanno delle esperienze strane. Proprio perché è nato povero il suo obiettivo è di diventare ricco e quindi di fare l'industriale della canzone. Rimane però uno dei migliori cantanti italiani". - Tua moglie, Dori Ghezzi, non canta più. Come mai? "Ha l'idiosincrasia del palcoscenico. Non può più vedere il palcoscenico perché si sente male". - Cosa si potrebbe fare per risolvere il problema della droga? "Ho visto della gente che è venuta fuori dalla droga grazie all'aiuto delle persone più vicine, come un padre, un amico, un fratello maggiore, certe volte una donna. Avendo capito ciò che mancava a questa persona hanno fatto in modo che non gli mancasse più. Certe volte è proprio il raggiungimento di qualcosa, di qualche obiettivo. È giusto che ciascuno faccia le proprie esperienze, probabilmente comprese anche quelle che avete fatto voi, l'importante è che poi rimanga un'esperienza perché continuando non si arriva da nessuna parte. Io ho impiegato molto tempo a uscire dall'alcol. Ho cominciato a bere a 18 anni e ho smesso a 45, fate il conto voi. Ne sono venuto fuori bene, non me ne frega più niente, un bicchiere di vino a tavola lo bevo, però vi assicuro che sono più contento di prima. E molto più contenta è anche mia moglie alla quale devo molto". - Come vengono le idee che generano una canzone? "Un vecchio psichiatra che si chiama Jung, dice che l'artista viene aggredito da quello che sarà poi l'oggetto del suo pensiero da forze esteriori che gli succhiano la volontà, la capacità di stare lì con la penna in mano, gli succhiano il suo certosismo nel cercare gli aggettivi adatti fino a quando ne vien fuori una cosa che con l'artista c'entra poco, e delle idee che sembra non ti appartengano. Succede raramente ma succede e accade più spesso quando si è giovani. È un po' come il sogno, si sogna più facilmente sino ai 30-35 anni, poi i sogni si ricordano". Indagando, ancora, tra gli eroi al contrario, Viviana di un paese vicino a Varese, rea di essersi "persa" in India, era una fan di Fabrizio e aveva ascoltato i suoi dischi in tutti i modi: "Una volta l'ho ascoltato sotto acido. Mi è sembrato un giustiziere, una specie di Zorro, quando sosteneva che la morte fosse quasi un regalo per gli umili e un supplizio per notai, prelati e conti". Viviana, che era laureata in Filosofia, non trovava nelle canzoni di Fabrizio il farmaco proposto da Epicuro: "Quando noi siamo non c'è la morte, e quando c'è la morte, noi allora non siamo". No, la catarsi veniva dal canto ma non c'era mai consolazione in quei pezzi; allora, per restare con Viviana: "È meglio dire come Sant'Agostino: la verità abita nell'interiorità dell'uomo". Viviana ricordava come la cultura della droga fosse iniziata blandamente in Italia negli anni Sessanta (nei movimenti giovanili) con la convinzione che si potessero trovare degli stati psichici straordinari. Mentre negli anni Cinquanta a nessuno sarebbe venuto in mente di bere una bottiglia di laudano che pure era facilmente reperibile allora e che è l'equivalente dell'oppio, a metà degli anni Settanta esplose la moda dei viaggi in India. La droga divenne allora lo strumento per realizzare quelle esperienze che, qualche tempo prima, erano proprie della religione e della mistica. E si diffuse nell'ambito del grande rock. Viviana a parte, la droga non è mai stata una componente della vita di coloro che partecipavano ai grandi concerti di De André; simili sì a cerimonie religiose moderne ma che poco avevano da spartire con i concerti delle grandi scenografie, luci e fumi (in tutti i sensi). La catarsi veniva dal canto, da quelle parole scandite che, se non potevano cambiare il mondo, (che ingenui a pensarlo), potevano però cambiare noi stessi. Capitolo IX Questa di Pulcinella... I concerti del 1991 sono immortalati da un doppio disco: il primo, in italiano, con le canzoni che non erano già state incise nel lavoro con la Pfm, il secondo, in genovese, con i brani di "Creuza" e delle "Nuvole". Nelle foto di copertina del doppio disco c'è la scelta sorprendente di Fabrizio, e tutta la band delle "Nuvole", di comparire con il volto coperto da maschere. Ma che ha da spartire Fabrizio con la maschera di Pulcinella? In realtà, nelle "Nuvole", De André castiga la società di fine millennio - prendete la Domenica delle salme e Ottocento - con una grande carica satirica. E Pulcinella che cosa faceva se non rappresentare l'antipotere? La maschera napoletana, infatti, è ricca di valori alternativi rispetto alle ragioni dominanti del potere proprio come tante canzoni di Fabrizio. Diderot ricorda in una lettera quanto avvenne nel diciottesimo secolo in piazza San Marco: da una parte Pulcinella catturava il popolo alla sua maniera; da un'altra i preti non sapevano che fare per trascinare la folla dalla loro parte. E allora i sacerdoti passarono al contrattacco: "Quel Pulcinella è uno sciocco", gridarono levando alto un Crocifisso e aggiungendo: "Questo è il vero, il grande, Pulcinella". Insomma, la maschera in questione ha dalla sua una gran tradizione che le conferisce attendibilità. Ed è il motivo principale per cui può mettere alla berlina il potere. Durante i concerti del 1991, De André faceva qualche parallelo con la politica nazionale e con i suoi grandi esternatori. I quali sono accettabili se possiedono il senso dell'ironia; altrimenti il potere politico passerebbe solo per le tristi, consuete, noiose liturgie. Ma il messaggio potrebbe essere persino un altro: forse qualche politico dei nostri giorni, così come i preti veneziani del diciottesimo secolo, intende rubare il mestiere al povero Pulcinella? La realtà non è evidentemente monocromatica, bisogna valutarne le sfumature. Del resto anche la maschera di Pulcinella rispecchia qualche caratteristica tutta italiana: è servo e padrone, maschio e femmina insieme. Insomma non è un antipotere in assoluto, (come la musica), e anche per questo è una scelta esatta per chi contesta con la chitarra "questo fottutissimo sistema". Per chi è convinto che la canzone, per quanto impegnata, non può che scalfire appena la coscienza di chi ascolta. Una satira al vetriolo, quella di Fabrizio, passata dalle nozze con il cantore dugentesco Cecco Angiolieri, e il suo sonetto più famoso, S'i fosse foco, all'acquisizione dell'humus culturale della civiltà cavalleresca medioevale (Carlo Martello); per arrivare ai personaggi dei giorni nostri di cui si parla in altri capitoli. Ma Pulcinella ha anche un altro significato. Quel sottile legame che lega De André a Napoli. E non solo per via di una ragazza conosciuta negli anni Sessanta... Più probabilmente per quella vis comica che accompagna la vita dei napoletani di qualsiasi condizione e ceto (amava il teatro di Eduardo de Filippo), quella commedia permanente che porta la gente a essere costantemente sul palcoscenico. E Fabrizio ha del meridionale l'ironia e l'autoironia. Così come i personaggi di Eduardo Scarpetta ridono nel ritrovarsi affamati e con le scarpe bucate, De André ironizza su tutte le situazioni e su tutto: quando firma una banconota da mille lire per volere di un fan: "Com'è svalutata la lira"! Quando parla dell'azienda agricola: "Se non la curo che cosa lascio ai miei figli, una ventina di Lp"? Una grande capacità umana... visto che le bestie non ridono. Un'abilità che consiste nel mettere a nudo i difetti della società: "Gli industriali sono tutti Arpagoni che piangono quando gli tolgono da sotto il naso il vassoio dei cioccolatini". Ci sarebbero mille episodi e mille immagini di Fabrizio; mille fotografie per lui che non aveva l'hobby della foto. E lo rivediamo ancora mettersi a posto i capelli con la mano aperta mentre sospinge il ciuffo sull'occhio sinistro che definiva, con autoironia, "alla zuava". Capitolo X I giovani Il settimanale Time paragonò il Sessantotto ad un rasoio "che separò il passato dal futuro". Anche attraverso la storia delle canzoni di De André si può cogliere il peso di quegli anni prima della "rasoiata": andate a vedere la copertina del "Volume I"(con canzoni come Via del Campo, La morte, Bocca di Rosa, Carlo Martello). L'editore non autorizzò la pubblicazione del testo di Carlo Martello, satira della civiltà cavalleresca medievale, ma forse troppo audace per quei tempi; altro fatto davvero incredibile riguarda la vicenda di Bocca di Rosa, la donna che non faceva l'amore per noia o per professione ma solo per passione e di cui non si conosce il nome proprio ma solo l'epiteto. Nel racconto di Fabrizio, Bocca di Rosa scese alla stazione di Sant'Ilario ma, per motivi davvero difficili da capire il posto non doveva essere riconoscibile. E così sulla busta del disco fu scritto San Vicario... (che non esiste). Non basta. Il testo fu ritenuto offensivo da una fantomatica associazione di genitori cattolici di Verona e De André fu processato e, fortunatamente, assolto. Fabrizio ricordava sempre i volti di coloro che l'avevano denunciato quando li incrociò all'uscita del tribunale. Ci volle, insomma, quel colpo di rasoio per avviare le cose su un altro corso; l'Italia cambiò gradatamente. In maniera più semplice per quei ragazzi che erano vissuti nell'antifascismo dei padri e che mettevano la Cultura su tutto che "gareggiavano", se così si potesse dire, a leggere quanti più libri possibile. Dallo slogan "Consuma e sarai felice" (valido per chi lo era) si passava ad altre tentazioni. Fabrizio ha sempre avuto un ottimo rapporto con i giovani. Al di là delle apparenze e dei primi dischi come "Tutti morimmo a stento", (ispirato alla poetica di Francois Villon), in cui cantava: e soprattutto chi/ e perché mi ha messo al mondo/ dove vivo la mia morte/ con un anticipo tremendo? Era forse un ottimista cui piaceva la vita. Con i giovani ha anche lavorato, e sicuramente con ottimi risultati anche se sono stati un po' lo "specchio" di cui aveva bisogno per sentirsi più sicuro. Nel 1975 collaborò con Francesco De Gregori alla stesura del "Volume VIII", tre anni dopo con Massimo Bubola per "Rimini" e in seguito per "L'Indiano". Qual è stata la loro impressione? Racconta Massimo Bubola: "Con Fabrizio non lavori ma vivi. Mi ha insegnato Botanica, Storia medievale, la gastronomia. Sapeva cucinare e anche in quel campo era un gran perfezionista. Io avevo ventitré anni e avevo tutto il tempo di offrirgli una disponibilità assoluta. La prima volta che mi chiamò era l'estate del 1976; ero molto giovane e avevo una gran voglia di scrivere canzoni, lui sembrava avesse molti altri interessi. Ricordo che il primo mese che ci frequentammo non combinammo nulla, passavamo molto tempo a parlare e a girare per la Sardegna". Eccezionale sul piano umano, dunque; ma Bubola ammette che "mi ha insegnato anche l'analisi sull'aspetto tecnico della scrittura". Francesco De Gregori, invece, incontrò De André all'epoca del Folk Studio; Fabrizio aveva ascoltato alcuni pezzi e gli erano piaciuti. Nel 1975 Faber mi spiegò così la decisione di collaborare con il giovane De Gregori: "Se tu devi fare un articolo sulla Beòzia hai due possibilità. O ci vai o ne parli con chi c'è stato. Io sentivo gli anni passare e volevo capire come la pensavano i giovani". (In quel tempo Fabrizio scriveva: Coi tuoi santi sempre pronti a benedire i tuoi sforzi per il pane/ con il tuo bambino biondo a cui hai donato una pistola per Natale... Com'è che non riesci più a volare?). L'esperimento fu realizzato in Sardegna. De Gregori ricorda la strana collaborazione: "Io scrivevo mezza canzone, poi andavo a mangiare e lui restava lì. Dopo un po' l'aveva finita e allora andava lui a mangiare. Nel frattempo attaccavo una musica, giungeva lui e la modificava. Così abbiamo scritto diverse canzoni oltre quelle che sono entrate nel disco". De Gregori è d'accordo con Bubola, dunque, sul concetto che con Fabrizio non si lavora ma si vive: "È necessario adeguarsi al suo ritmo di vita". Chi forse non s'è adeguato, perché non più giovanissimo, (non per età ma per carriera), è Ivano Fossati coautore di alcuni pezzi di "Anime salve". Fossati aveva un altro suo progetto da finire e forse non poteva dare a Fabrizio la disponibilità di tempo che egli richiede per poter realizzare un "prodotto a quattro mani". Poi "Anime salve" è stato pubblicato da De André, ed è un nuovo capolavoro; per Fossati è restata una stima incondizionata e un'amicizia ventennale. Prima che Ivano scrivesse i suoi grandi album-capolavoro ("La Pianta del tè", "Discanto" e "Lindberg"), quando insomma era conosciuto riduttivamente per "La mia banda suona il rock", Fabrizio mi disse di lui: "È un poeta. Se ti capita vai a sentirlo in concerto". Io conoscevo poco Fossati ma dissi a Fabrizio di una strana coincidenza; nell'´81 Ivano aveva scritto una canzone, "Stazione", in cui parlava di un "mister Franchini", un mio omonimo, dunque. Fabrizio non conosceva quel pezzo ma mi disse che c'era un impresario di musica leggera che si chiamava così. C'è anche una "collaborazione" importante con il figlio Cristiano con il quale, dopo qualche errore iniziale, c'è stata grande sintonia e s'è creato un meraviglioso rapporto. Oltre alle partecipazioni di Cristiano a una serie di concerti dal vivo (da "L'Indiano" a "Creuza de ma") i due hanno in comune una canzone struggente: Cose che dimentico. Racconta Cristiano che un amico suo e del padre morì a Tempio a causa dell'Aids e allora si chiese cosa fare? Cristiano fece ascoltare al padre una musica e la mattina dopo Fabrizio aveva già scritto il testo: "Qui nel reparto intoccabili dove la vita ci sembra enorme... qui nel girone invisibili per un capriccio del cielo... sono cose che dimentico". (La canzone è stata incisa da Cristiano nell'album "Sul Confine"). Diverse, ovviamente, le altre collaborazioni con professionisti come Gian Piero Reverberi o Mauro Pagani. Il primo, grande direttore d'orchestra, è stato il produttore di tutti i primi album di Fabrizio e ha legato il suo nome anche ai migliori lavori di Lucio Battisti, Gino Paoli, Luigi Tenco e persino di complessi come gli Alunni del Sole. Tra Fabrizio e Reverberi ci fu la "complicità" del primo concept-album realizzato da un gruppo, i New Trolls con "Senza orario e senza bandiera", un disco che univa, nei primi anni Settanta, la poesia di De André (e del poeta Riccardo Mannerini) con il grande rock. La collaborazione con Pagani nasce, oltre che dall'amicizia, dal comune interesse per la musica etnica e dai viaggi fatti in barca a vela; tutti e due curiosi, pronti ad affrontare il mare pur di poter conoscere uno strumento nuovo in qualsiasi parte del mondo. Fabrizio guarda ai giovani con l'ottimismo di chi sa che, se non lo fosse, potrebbe realizzare al massimo il suo pessimismo. Un ottimismo di chi s'è visto censurare le canzoni alla radio di Stato perché parlavano dei Vangeli apocrifi (la Radio Vaticana, invece, trasmise l'intero album); di chi ha subìto un processo per aver messo in musica la pur strana processione profana del parroco con la Madonna e, poco lontano, Bocca di Rosa. Ma Fabrizio era ed è un punto di riferimento per i giovani: "Forse perché io a mia volta ho avuto dei punti di riferimento culturale precisi; questi a loro volta avranno avuto altri riferimenti. Credo che l'uomo potrà anche conquistare le stelle ma le sue problematiche fondamentali sono destinate a rimanere le stesse per molto tempo se non addirittura per sempre". I giovani, anche grazie a queste tappe e al famoso colpo di rasoio, saranno più liberi. E visto che la società industriale è comunque più onesta e meno violenta di quella rurale è prevedibile che quella post-industriale sarà più onesta e meno violenta dell'attuale. Insomma nel 2020 o giù di lì potrebbe accadere che il pacifismo del non belligerante Piero diventi finalmente un fatto acquisito. Fabrizio aveva una speranza: che le nuove generazioni, più mature delle nostre, potessero vedere realizzata quell'assenza di Stato per la quale s'è sempre battuto. E aveva la speranza che le pulsioni economiche non condizionassero troppo i giovani: è facile cadere nell'errore di pensare che "la vita è solo di chi ha i soldi". Come in un film americano in cui il padre chiede al figlio: "Cosa vorrai fare da grande"? E il figlio risponde: "I soldi". Sì ma come? chiede il padre; "Con i soldi"! Capitolo XI Il computer, lo psichiatra e i papalagi Nello spazio di qualche notte le canzoni di De André finirono nel computer con la complicità di un amico che quelle canzoni aveva amato sin da quand'era giovanissimo. L'idea la prendemmo da un gruppo di ricercatori che aveva appena esaminato al computer il testo di Pinocchio; da quell'esperimento era risultato che tra le parole più adoperate dal burattino c'era, ad esempio, il termine "povero". Insomma il conto delle parole, pensammo, non era solo una curiosità aritmetica ma poteva darci risultati inaspettati. E poi, non è vero che un grande estimatore di Bob Dylan ha raccolto in due volumi tutti i termini usati dal grande autore americano? Facemmo lo stesso esperimento grazie a un programma ideato appositamente da Franco Saba, il quale oltre a essere un programmatore è, tra l'altro, un musicista: ad arricchire il suo curriculum una lunga collaborazione con una società, Tempo Reale, di Luciano Berio. Tutti i testi scritti da Fabrizio furono scomposti asetticamente dalla macchina e alla fine scoprimmo che anche il cantautore insisteva con la parola "amore", la più adoperata, ma sorprendentemente subito dopo si piazzavano termini in antitesi: vita-morte, le stagioni, il tempo che passa. Era solo un gioco che, alla fine, illustrammo a Fabrizio in un lunedì di Pasqua. Quel giorno all'Agnata c'era un via vai di gente. Tra una pasta al pesto e le lamentele di Fabrizio, costretto a bere solo acqua minerale anche se in tavola c'era un bianco superbo dell'Alto Adige, gli mostrammo i tabulati. "Certo anch'io ho abusato con l'amore", disse. E poi suggerì di mostrare quei risultati ad un esperto. Un linguista? chiesi. "Forse è meglio uno psichiatra", disse divertito. No, arrivammo alla conclusione che il computer non si addice ai testi di De André, perché certi brani di Fabrizio - come, ad esempio, le Nuvole, letto a due voci hanno una potenza, una compattezza stilistica e una poetica tali da farli funzionare anche senza musica: basterebbe il vento in sottofondo. Insomma non si possono scomporre. È certamente interessante il lessico di quelle canzoni così come la struttura metrica; e all'abilità versificatrice iniziale, quando con poche frasi dipingeva un personaggio ricorrendo al contrasto tra termini aulici e prosaici, si è aggiunta con il passare degli anni la pluridialettalità laddove la lingua ufficiale risulta essere l'idioma del potere e le altre l'espressione del popolo. L'ironia continua spesso ad essere legata a un effetto sorpresa come in Ottocento: figlio bello e audace /bronzo di Versace/ figlio sempre più capace di giocare in Borsa/ di stuprare in corsa... e alle metafore (usate spesso all'inizio di carriera) si aggiungono non più generici riferimenti ma precise citazioni letterarie, da Jacopone, Giusti, De Andrade, Alvaro Mutis. È anche per questo che un esame freddo sui testi di De André, come quello fatto dal computer può essere solo un gioco. Insomma, Fabrizio non si entusiasmò per quell'esperimento fatto con un mezzo così distante dai suoi metodi d'analisi e noi abbandonammo il campo. Altro che computer! In quel periodo, quando gli portammo l'esito della nostra ricerca, stava leggendo i poeti dell'Orinoco e lodava quei versi così semplici, quelle similitudini facili e spesso banali. E poi mi parlò di un libro apparentemente alla camomilla ma in realtà un tesoro di saggezza: "I Papalagi". Lo suggerì come lettura d'un momento rilassante, certo lontana dai suoi scrittori preferiti come Gesualdo Bufalino o Leonardo Sciascia. È quello dei Papalagi il racconto di un capo indigeno delle isole Samoa che, per caso, era stato in Europa venendo a conoscenza di usi e costumi degli occidentali, in altre parole i Papalagi. Il discorso è un invito ai polinesiani a stare lontani da coloro "che credono di portarci la luce e in realtà ci vogliono trascinare nell'oscurità"; insomma era interessante capire i nostri difetti attraverso le impressioni di una persona che viveva in simbiosi con la natura. E ci vidi molte somiglianza con il modo di pensare di De André. La prima critica è per il modo di vestire dell'uomo occidentale che considera la carne come un peccato. Il capo indigeno si chiede quale sia... il peso che ci portiamo sulle spalle, uomini e donne anche se queste ultime "lasciano scoperta più carne dei primi. Tuttavia è ben vista - afferma il polinesiano - una ragazza che si copre molto; a quel punto la gente dice con compiacimento: è casta, il che vuol dire s'attiene alle leggi della costumanza. Perciò non ho mai capito perché ai grandi ricevimenti e banchetti le donne e le ragazze possono mostrare liberamente la carne intorno al collo e la schiena senza che questo sia uno scandalo"... La critica colpisce poi il modo di vivere degli occidentali, come la conchiglia di mare, in un guscio sicuro: in pratica in un "cassone di pietra", con molti ripiani, tutto sforacchiato. Nel racconto l'occidentale è visto come un individuo con strane idee che fa molte cose senza senso ed è in preda ad una divinità: il metallo rotondo e la carta pesante. Un dio che si conquista con il lavoro, tagliando i capelli, raccogliendo l'immondizia, guidando una barca... ma non tutti quelli che hanno molto denaro lavorano molto. Ecco come vanno le cose secondo il protagonista del racconto: quando un bianco guadagna abbastanza da poter mangiare, avere la sua capanna e le stuoie e qualcosa di più, con il denaro che avanza fa immediatamente lavorare il suo fratello. Gli dà il lavoro che ha reso le sue mani sporche, gli fa portare via gli escrementi che lui stesso ha prodotto. Se è una donna prende per sé una fanciulla che lavori al suo posto. Deve pulire le stuoie, il vasellame per cucinare e non può fare niente che non sia utile alla sua padrona". Nessuno può rinunciare al denaro, chi non ama il denaro è deriso. Il saggio indigeno delle isole Samoa si augura che sia preservato al suo popolo la capacità del Papalagi di "essere felice e allegro anche se il fratello vicino a lui è triste e infelice". E per questo avverte: "Guardiamoci dal denaro che porta il cuore e tutto l'uomo in gran confusione". Nel leggere il racconto di Tuiavii di Tiavea sembra di sentir parlare Fabrizio. S'avverte la presunzione degli occidentali verso le cosiddette etnie primitive ritenute povere e infelici e per questo bisognose di aiuto e di compassione. Ma il saggio che ha conosciuto l'Occidente e ha visto le case colme di qualsiasi cosa non ha dubbi: "È segno di grande miseria che l'uomo abbia bisogno di tante cose: dimostra così di essere povero delle cose del grande spirito. Il Papalagi è povero perché brama tanto le cose. Senza le cose non riuscirebbe a vivere. In una capanna europea ci sono tante cose che anche se ogni uomo di un villaggio delle Samoa le caricasse con le sua braccia e le sue mani, non basterebbe tutto il villaggio per portarle via". In compenso se ha tutte queste cose, l'uomo occidentale non ha più tempo perché il Papalagi dedica tutte le sue forze a trovare il modo di rendere sempre più pieno il tempo. Il risultato è che alla fine è impoverito lo stesso concetto di Dio. Il gioco arriva ad una conclusione: pensare è una grave malattia e c'è da chiedersi, allora, se stupido è chi pensa molto - si chiede il capo indigeno - o chi pensa troppo. Il Papalagi pensa in continuazione. "La mia capanna è più piccola della palma. La palma si piega sotto la tempesta. La tempesta parla con voce grossa. Così pensa naturalmente a suo modo. Sono cresciuto poco", riferisce l'indigeno delle isole Samoa. "Il mio cuore è sempre felice alla vista di una fanciulla. Ciò che è divertente è buono e può essere che abbia anche qualche utilità nascosta per chi ama fare questo gioco nella sua testa. Ma il Papalagi pensa così tanto che pensare per lui è diventata un'abitudine". E allora non è, come mi diceva Fabrizio molti anni or sono, che "stiamo perdendo molto della nostra animalità"? Capitolo XII In prima pagina Faceva di tutto per non apparire sui giornali e doveva faticare. Ogni tanto i giornalisti lo chiamavano per fargli commentare fatti politici, eventi musicali, delitti. Dopo tre squilli arrivava la risposta di Fabrizio. Il giornalista, ad esempio: - C'è stato a Genova un episodio di intolleranza contro un senegalese. Pensi che i genovesi stiano diventando razzisti? - E Fabrizio, sempre cortese, rispondeva: "Escluso che siano genovesi", risponde Fabrizio, "la mia città non è mai stata razzista". Più frequenti le telefonate in occasioni di sequestri. De André s'era stancato di ripetere sempre le stesse cose per un delitto su cui, peraltro, erano stati scritti fiumi d'inchiostro. Gli chiesero anche se avesse esposto il lenzuolo bianco per mostrare, assieme all'Italia intera che lo faceva, l'indignazione per il rapimento di un bambino, Farouk Kassam. Ma Fabrizio era all'Agnata e per chi avrebbe dovuto esporre il lenzuolo: per i cinghiali? La notizia della liberazione del bambino, quella sì, meritava un commento: "Perché è come se in ogni giornata di quella prigionia ci fosse stato un posto vuoto alla nostra tavola", disse. (E qualche anno dopo avrebbe scritto in Disamistade: "Un'assenza apparecchiata per cena"). No, non è stato un rapporto facile, quello con i media. C'è sempre qualche fotografo delle grandi Agenzie nazionali pronto a sacrificare l'amicizia per due o trecentomila lire, magari con la complicità di qualche organizzatore di spettacoli. Si scatta una foto a tavola o in un posto informale e l'immagine è più quotata. (Ma Fabrizio non è mai cascato in queste piccole trappole). Ci sono poi i cronisti fantasiosi. Capita, infatti, relativamente spesso in questa fine di millennio, di leggere storie che, in realtà, potevano essere scritte negli anni Cinquanta: giovani donne, in Piemonte e in Sicilia, fatte cacciare dal paesino in cui s'erano stabilite per via della loro dubbia moralità. E il cronista automaticamente le battezza Bocca di Rosa e dà loro delle prostitute. In quei casi il telefono squillava automaticamente in casa De André e Fabrizio s'adombrava: "Che cosa c'entra Bocca di Rosa che mica lo faceva per soldi"? Un pregiudizio inaccettabile: "Tanto che l'altra notte - disse una volta - Bocca di Rosa è venuta a trovarmi in sogno e mi ha detto: hai visto che rischi corro a finire nelle mani di uno come te"? L'unica morale che si può trarre da questi episodi, è, invece, che "non c'è differenza tra Nord e Sud". Era solo un sogno ma in realtà Bocca di Rosa è esistita davvero: si chiamava Maritza. Era un'istriana bionda, piombata a Genova per togliersi "la voglia" di Fabrizio. La storia è raccontata nel romanzo Un destino ridicolo. Fabrizio era a casa, bussano alla porta: "Finalmente riesco a incontrarti", dice la bionda che ha trovato l'indirizzo su un settimanale di musica. Il resto, come si dice in Gallura, "tocca ponillo in canzone" (bisogna metterlo in musica), per quegli eventi eccezionali che è bene fissare in qualche modo per non perderne il ricordo. Fabrizio conosce bene i meccanismi dell'informazione anche perché suo padre, il professor Giuseppe, allievo di Benedetto Croce, fu amministratore delegato della società poligrafica editrice del Resto del Carlino e della Nazione. Insomma, dell'editrice del durissimo cavalier Attilio Monti, soprannominato Artiglio. Conosce quindi i difetti della stampa ma anche i pregi: "Alcuni giornalisti che si occupano di politica estera hanno il passo dello scrittore", diceva. Più spontaneo il rapporto con le radio private che l'assediavano alla fine d'ogni concerto: "Qual è la canzone che canti più volentieri"? chiedono i radiocronisti in erba. E Fabrizio, che forse avrebbe voluto ricordare qualche urlo lanciato dalla collina del Limbara, prendeva la strada delle perifrasi per non offendere il giovane interlocutore. O quella volta che, a causa di un raffreddore aveva dovuto annullare due concerti a Ravenna e a Terni, gli chiesero con insistenza se non fosse stata una malattia diplomatica. Fabrizio indispettito rispose: "Non si capisce perché uno che fa concerti non si possa ammalare. Il raffreddore è forse una prerogativa dei professori"? Dalle radio arrivavano, infine, le richieste di commenti su dischi appena usciti. Qualche volta con gran confusione: - Hai ascoltato il disco di...? - Eppure fa musica mediterranea. E Fabrizio, che aveva ascoltato senza provare interesse la prima parte del lavoro diceva garbatamente di non avere avuto il tempo. "In realtà non valeva la pena di girare il disco". Nei primi anni della sua "carriera", se così si potesse chiamare, i rapporti con i media erano scarsi ma si può affermare che, a partire dall'inizio degli anni Ottanta, le cose cambiarono. Certo non era presente sui giornali con grande frequenza ma quelle poche volte che i quotidiani si occupavano di lui lo facevano con grande attenzione. Inesistente, invece, il rapporto con la televisione e meno male che nel 1998 diede il consenso per la registrazione di uno degli ultimi concerti. Così le nuove immagini andarono a coprire le poche esistenti in Rai, relative a un concerto del 1982 a Sarzana: "Avevo firmato la liberatoria, credo da ubriaco", disse scherzando. "Ho sempre avuto il timore di essere protagonista e il terrore addirittura di essere invadente", spiegò, "ho sempre considerato i rapporti con i mass media e in particolare le interviste, uno stress evitabile". Al teatro Manzoni di Monza, l'11 maggio del 1995, Bocca di Rosa, per la prima volta, disse di essere scesa ad Avellino anziché nel paesino di Sant'Ilario. L'avvenimento accadde grazie alla traduzione in napoletano da parte di Peppe Barra del pezzo storico scritto da Fabrizio nel 1963. La versione di Barra piacque a Faber: "Ora la canzone è tua", gli disse. Peppe Barra spiega: "Non ricordo quando ho imparato il senso della parola recitare e la parola teatro ha per me significati lontanissimi legati alla mia infanzia. De André per me erano quelle parole che lui pronunciava così bene... Come il disco girava sul piatto potevi dire: questo è De André". Assieme al grande attore partenopeo, quella sera a Monza, c'era un gruppo di artisti provenienti da mezza Italia per rendere omaggio a Fabrizio. L'idea era stata della manager di sempre, Adele Di Palma, che, con la complicità di Dori Ghezzi, senza dire nulla a Fabrizio, aveva preso contatti con gli artisti e ideato un disco dal titolo efficace: "Canti randagi". Sulla locandina c'era scritto: "1984: pubblicazione di "Creuza de ma", l'album che aprì nuovi orizzonti ai ritmi, suoni e colori della musica etnica. Oggi un gruppo di artisti folk, grazie all'uso delle varie lingue minori in Italia e degli strumenti della tradizione popolare, ci offre un'appassionata rilettura di alcune delle più significative composizioni del cantautore genovese". Quel disco, presentato appunto con un concerto degli artisti che avevano reso omaggio a Fabrizio, celebra il viaggio compiuto nella musica etnica con "Creuza de ma", diventato il punto di riferimento di tutti i musicisti. Una piccola Odissea, come abbiamo già spiegato in un precedente capitolo, sette canzoni in genovese, sette viaggi nel tempo e nello spazio che un musicista come David Byrne ha inserito tra i dieci migliori album degli anni Ottanta. L'Utopia musicale degli anni Settanta, quella di realizzare un rock mediterraneo, era stata finalmente realizzata. Canti randagi non è un disco di cover, (che forse sarebbe stato più vendibile se fosse stato quello lo scopo principale), ma un'altra sfida da parte di artisti chiamati a cimentarsi con canzoni che poco avevano da spartire con la musica etnica: Bocca di Rosa, Coda di lupo, Rimini, S'i fosse foco, Le tre madri, Via del campo, la Canzone del maggio, Giugno '73. Secondo l'ideatrice, Adele di Palma, "Canti randagi" non doveva essere solo un omaggio (doveroso) alla figura di De André; era invece una sfida a tutti quei percorsi commerciali che sicuramente sarebbero stati più immediati ma che fanno perdere il piacere della conoscenza, caratteristico d'ogni viaggio. Tutti i gruppi che hanno partecipato a quel progetto in omaggio a De André, generalmente suonano e cantano attingendo al patrimonio culturale e musicale della loro regione di provenienza e partecipano ai più importanti festival di musica etnica e folk. Così nel disco che fu registrato dalla Ricordi si possono ascoltare vecchie canzoni di De André, entrando nel patrimonio culturale e linguistico regionale, in un mondo di sonorità creato con l'organetto diatonico, cornamusa, ghironda, launeddas, piffero. De André apprezzò quei canti in napoletano, occitano, nizzardo, toscano, friulano, sardo, calabrese, quella musica in cui "s'era perso" molti anni prima e sulla quale aveva costruito un magico realismo. Con la capacità di chi, per certi versi, vuole stare ai margini della cronaca e così riesce a vedere e capire meglio quanto succede, partecipare con più intelligenza di chi frequenta i "salotti romani". Quella sera, a Monza, Fabrizio lasciò il suo attico milanese per partecipare alla grande festa in suo onore. Confessò: "Questi gruppi sono bravissimi nel loro repertorio ed è evidente che quelle canzoni mie, da loro scelte, non nascono con la musica etnica". Il progetto "Canti Randagi"dà anche voce a una serie di minoranze e per questo non poteva certo dispiacere a Fabrizio. Anzi era soddisfatto dell'inaspettato omaggio e, come sempre in questi casi, aveva qualche imbarazzo. Non si sentiva un vincente, però gli faceva intimamente piacere ritrovarsi sulle antologie scolastiche anche se questa era la causa prima dell'imbarazzo stesso e aveva più timore dei riconoscimenti: "Non vorrei trovarmi come quelle statue nei giardini ricoperte dalla merda dei piccioni"... Capitolo XIV Uomini e donne Io dedico questa canzone ad ogni donna pensata come amore, in un attimo di libertà... Così inizia "Le passanti", una delle poesie più accorate per quanto riguarda i frammenti d'amore. Le donne, muse ispiratrici di Fabrizio: da quella appena conosciuta a una ragazza quasi da immaginare per la fretta con cui è stata vista attraverso un balcone, alla compagna di viaggio, a quelle che vivono "delle ore deluse con un uomo ormai troppo cambiato". Tutte "felicità intraviste" per chi ha davanti a sé un avvenire disperato, un rimpianto per quelle labbra che non si è riusciti a trattenere per le ragazze perdute. Non bisogna però equivocare: le donne di De André non sono mai passivi oggetti del desiderio. Sono persone "vive", vittime di tre grandissimi sacrifici: della maternità, della verginità, dell'egoismo maschile. Perché le donne di De André sono migliori dell'uomo con il quale hanno in comune un solo fattore: l'essere perdenti, quel filo rosso che congiunge tutti i personaggi nati dalla tastiera di Fabrizio. Ma non ci sono nelle figure femminili descritte da Faber la malvagità o la violenza che contraddistingue gli uomini. Per avvalorare la tesi De André citava persino i dati Istat: "Sapete che su mille omicidi solo cinquanta sono commessi da una donna? E nella vicenda di Tangentopoli - chiedeva - perché le donne dei partiti o delle amministrazioni pubbliche non hanno rubato nemmeno una lira"? Siamo, dunque, all'elogio delle donne, vittime dei tre grandi sacrifici appena descritti. Come l'umanissima Madonna portata al tempio all'età di tre anni e costretta a prendere marito quand'era ancora fanciulla e poi a piangere ciò che le veniva tolto vedendo il figlio morente: "Non fossi stato figlio di Dio" - è l'amorevole pensiero - "t'avrei ancora per figlio mio". Un privilegio, comunque, almeno secondo le madri dei due ladroni dei Vangeli che rivendicano il diritto di piangere... più forte visto che i loro figli non risorgeranno. E sono donne umiliate da un Credo inumano, curve, a testa bassa quelle che sfilano in Via delle croce; raccontate con un linguaggio aulico che accosta "anafore" come "Forse fu all'ora terza,/ forse alla nona" alla ripetizione di versi in sequenza e ad alcune sonorità nuove per l'epoca, (il disco è del 1970). Nella "Buona Novella", tra l'altro, c'è anche un accenno alla musica mediterranea, strada che come abbiamo visto sarebbe stata intrapresa nell'´84. Il segno è nella canzone Il ritorno di Giuseppe, dopo il viaggio di quattro anni fuori dalla Giudea, secondo il protovangelo di Giacomo. (Quel segnale lanciato nel 1970 sarebbe diventato un pezzo etnico con i concerti del 1998). Donne ricche di coraggio, si diceva, ma mai disposte a rinunciare alla propria femminilità. Come Giovanna d'Arco, la contadina analfabeta che sente le voci, difende il proprio Paese contro gli invasori ed è condannata al rogo dagli inglesi. De André la descrive nel momento fatale quando Giovanna, santa nel martirio e strega per aver firmato l'abiura, si concede all'estasi del fuoco. Ci sono poi quelle capaci d'implorare per il proprio uomo condannato all'impiccagione (Geordie) e altre vittime dell'egoismo maschile. Come Nancy, la prostituta canadese che tutti usavano credendola "libera" e che si ucciderà lasciando negli uomini che l'avevano conosciuta nel bordello un enorme rimpianto; e nella Leggenda di Natale si narra di un riccone che, volendo allontanare lo spettro della vecchiaia, ruba l'innocenza di una bambina che si trovava nell'età "che non porta dolori" e che "giocava con la luna". Ancora una bambina, come la "graziosa" di Via del campo ai cui piedi nascono i fiori dove cammina. Ma protagonista di questa canzone è forse l'illuso che, prima di andare via dal bordello, aspetta di vedere chiudere il balcone: "Dai diamanti non nasce niente/ dal letame nascono i fiori". Donne vittime della società; come la Nuorese Franziska che non ne può più di essere privata della propria libertà in una società, quella sarda, che, secondo Fabrizio, ha diversi punti in comune con gli Indiani d'America. (Fabrizio citava la "costante resistenziale" denunciata da Giovanni Lilliu). Al contrario, dispone di tutta la massima libertà, grazie al fatto di essere pazza o comunque di vivere in un'altra condizione, la canadese Suzanne. L'africana Jamina e Bocca di Rosa (di cui s'è parlato in precedenza) hanno un denominatore comune: sono due belve del sesso. Al contrario di Marinella, trasfigurazione dolce e fantastica di un'altra prostituta, che muore affogata proprio dopo avere incontrato il suo "re". In fondo, in questo panorama c'è solo un'eccezione ed è la spietata assassina dell'anziano, povero in bolletta, scambiato per un ricco taccagno in Delitto di paese. Un omicidio maturato in un ambiente di balordi, una traduzione da George Brassens. (Bisogna ricordare che Fabrizio teneva molto alle sue traduzioni che sono state preziose per divulgare culture diverse). In un cimitero di collina dormono un matto, un giudice, un blasfemo, un malato di cuore, un medico, un chimico, un ottico e il suonatore Jones. Una galleria di uomini ai quali finalmente, dopo la morte, è dato di parlare liberamente visto che in vita la competitività li aveva spinti a nascondersi e a vivere in modo innaturale. Così lo "scemo" del villaggio ricorda di avere studiato a memoria la Treccani per dimostrare la propria bravura ma è finito prima in manicomio e poi al cimitero; il giudice toccato dalla sorte nel proprio fisico - è un nano - confessa di essersi rifatto affidando al boia tutti gli imputati; il blasfemo è il prototipo dell'invidioso, fa risalire tutte le colpe a Dio e il potere lo perseguiterà con un pretesto. Da questo manipolo si staccano i tre appartenenti al mondo della scienza (il medico, l'ottico e il chimico), poi Jones e, infine, il malato di cuore. Quest'ultimo avrebbe più ragioni di altri di essere invidioso, magari di chi può correre o può bere da una coppa senza dover necessariamente tirare il fiato; ma il malato di cuore è diverso da loro perché è capace di grandi passioni. Le cose non vanno meglio per il medico il quale ha tentato di prendere la professione come una vocazione ma ha dovuto fare i conti con il sistema; per il chimico che preferisce avere come unico punto di riferimento la materia e non il sentimento e per l'ottico che tenta di manipolare la luce. Non resta che Jones pronto a suonare gratis per far danzare una ragazza e a mangiare qualche porcheria in strada. Ha scelto una libertà incondizionata, una solitudine senza amarezza. Ecco questa di "Non al denaro, non all'amore né al cielo", (il disco è del 1971) è la galleria umana che racchiude compiutamente i tanti ritratti fatti da Fabrizio. Uomini simili a piccoli Oblomov di provincia, come Megu Megun (dalle "Nuvole"), persona che si rivolge al proprio medico e gli chiede che tipo di contratto potrebbe fargli perché a lui convenisse abbandonare il proprio letto, (quando a star fuori di casa si corrono molti rischi tra cui quello di... innamorarsi e nell'amore, si sa, c'è sempre un prezzo da pagare). Come nella storia di Miché, omicida-suicida per amore, una delle prima canzoni scritte da Fabrizio ispiratosi a un articolo di cronaca nera, (riportato, credo, sulla Gazzetta del Mezzogiorno), e nella già accennata vicenda di Piero, obiettore di coscienza, che non sa e non vuole sparare al nemico temendo di doversi ritrovare a guardare gli occhi di un moribondo. È questo della guerra un tema caro a De André (gli endecasillabi di Piero sono del 1963) il quale in precedenza aveva già scritto la Ballata dell'eroe la cui moglie è ricompensata per la morte dell'amato da un'inutile medaglia d'oro. Episodi "somatizzati" da Fabrizio anche grazie ai racconti di uno zio che "s'era succhiato la guerra d'Albania". Episodi reali come l'eccidio del Fiume Sand Creek nel 1864: il terzo Reggimento si abbatté sui Cheyenne i quali avrebbero voluto trattare la pace. L'istanza non fu presa in considerazione e all'alba di un giorno invernale il colonnello Chivington fece circondare l'accampamento, peraltro privo di guerrieri impegnati a cacciare il bisonte. L'attacco colse di sorpresa i Nativi, donne e bambini, e fu un massacro. Ritorna spesso la mancanza di pietà che era stata al centro dell'album "Tutti morimmo a stento" del 1968: "Uomini, cui pietà non convien sempre/ mal accettando il destino comune/ andate nelle sere di novembre/ a spiar delle stelle al fioco lume/ la morte e il vento"... Uomini schiacciati dal proprio destino, come Giuseppe "falegname per forza e padre per professione"; come i ladri che non lasciano solo Gesù sul Calvario, il pastore sardo o l'agricoltore che mastica e sputa il miele. E come quell'impiegato che ascolta, cinque anni dopo, una canzone del maggio francese. Tanto gli basta per mettere in parallelo la sua vita "normale" a quella degli studenti che si erano ribellati. La vita l'ha condizionato e non gli resta che rifugiarsi nel sogno di liberarsi da coloro che gli hanno imposto scelte e comportamenti. È alla ricerca di un potere personale e per questo il Potere l'accoglie tra coloro che contano: il sogno finisce e la realtà è una bomba da scagliare. L'ebbrezza dell'impiegato bombarolo dura poco, giusto il tempo di distruggere per sbaglio un'edicola. Poi potrà iniziare a capire la realtà delle cose in carcere, in mezzo agli altri vestiti allo stesso modo, uguali nella condizione. Uomini anche di grande carisma, grandi trascinatori, di cui di conseguenza è bene diffidare: perché potrebbero essere come Gesù, e andrebbe bene, ma potrebbero essere anche come chi "trucca le stelle a un pilota, versa da bere a un diciottenne alcolizzato, bacia le bocche dei giurati" per farsi seguire sulla Cattiva strada. Uomini impauriti come gli stessi apostoli, confusi, sgomenti, timorosi di essere scoperti "cugini" di Dio. Uomini volgari come il commerciante che negli anni Ottanta pensava di realizzare profitti trafficando in pezzi di ricambio ma anche in organi vitali, fegati e polmoni. Uomini coraggiosi come il suicida "che all'odio e all'ignoranza preferì la morte", così recita Preghiera in gennaio. Sul disco non c'era alcun riferimento ma la canzone era stata scritta il giorno dopo la morte di Luigi Tenco; Fabrizio lo confidò a un amico giornalista impedendogli, ovviamente, di scriverlo. Uomini sempre soli; non tanto al momento della morte (come pure cantava nel Testamento) ma nella vita; in mano al destino, come il Servo pastore che misura le giornate con i segni impressi sulla sughera dai suoi coltelli e come le altre svariate solitudini. Uomini sognatori: "Se è vero che la vita è una lunga fuga dalla nascita più che una corsa verso la morte tanto vale trasformare l'angoscia in un sentimento positivo". E gli uomini purtroppo sono protagonisti di quattro grandi stragi degli innocenti su cui Fabrizio si sofferma: la strage di Erode (nella "Buona Novella"), quella compiuta in Libano agli inizi degli anni Ottanta (Sidun), il massacro di una tribù indiana sul fiume Sand Creek e le barbarie dei Paesi dell'Est (Khorakhané). Infine, stretti tra uomini e donne, troviamo i ritratti dei figli della luna, gli omosessuali, come Andrea che, nello spettacolo teatrale del 1992, Fabrizio cantava a luci accese: "Perché nessuno deve vergognarsi di essere così com'è". In realtà, Andrea nasceva anche dall'intento di smitizzare la prima guerra mondiale, una pagina di storia, su cui s'è fatta molta retorica. E allora, per dissacrare quella pagina, è stata scritta la storia di due soldati omosessuali. Una galleria, la nostra, percorsa in grande velocità e che chiudiamo con l'ultimo incontro: la Princesa, Fernanda Farias, nata Fernandinho e condannata sin dall'infanzia ai traumi, al dolore e alla scelta del bisturi. Una ballata tipica che si riallaccia alla "grande produzione" di Fabrizio, una storia vera di cui parliamo nel capitolo dedicato alle "Anime salve". A percorrere la galleria affollata di quei gatti randagi che Fabrizio aveva amato da piccolo, di personaggi "sbagliati", eroi al contrario simili ad animali che si nutrono di spazzatura, si potrebbe dire che non c'è speranza. Resta a illuminarci l'ultimo versetto del Testamento di Tito, scritto da Fabrizio nel 1967 e pubblicato tre anni dopo. Il buon ladrone che, dopo aver ricordato tutti i suoi inevitabili peccati, confessa: "... Io, nel vedere quest'uomo che muore/ madre, io provo dolore/ Nella pietà che non cede al rancore/ madre, ho imparato l'amore". Capitolo XV Spirito solitario Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria col suo marchio speciale di speciale disperazione e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi per consegnare alla morte una goccia di splendore Ci sono voluti sei anni ma le nuvole sono passate. Quel popolo la cui protesta era così simile al canto delle cicale, si è diviso all'ombra di maggioranze arroganti che ci impedivano di vedere il sole. E a Fabrizio, da sempre colpito da coloro che vivevano l'emarginazione "con splendore", non restava che osservare e descrivere le svariate solitudini. A cominciare, ovviamente, dalla propria, "di chi scrive e volontariamente s'apparta dal contesto sociale evitandone, per quanto possibile, i coinvolgimenti emotivi e gli aberranti schieramenti dettati da convenzioni o convenienze. Un estraniamento necessario per tentare una testimonianza, il più possibile equilibrata, di molte altre solitudini non vissute solo in funzione di un'originaria libera scelta o di un'originaria diversità ma, proprio a causa di quella scelta e di quella diversità, imposte da un mondo circostante e maggioritario che appartengono alle infinite minoranze, costringendole in uno status di isolamento più o meno tollerato". Come scriveva molti anni fa Brassens: "Il plurale non giova affatto all'uomo e appena si è più di quattro si è una manica di stronzi. Stare per conto proprio, accidenti! questa è la mia regola e ci tengo. Fra i nomi dei partenti non si vedrà il mio"... Vivere, dunque, fuori dal branco, scegliere la solitudine per coltivare il mondo delle idee: è questo che ci dice Fabrizio nel raccontarci le diseguali solitudini dei protagonisti di "Anime salve", il lavoro pubblicato a distanza di sei anni da "Nuvole". Il titolo, Anime salve, si rifà all'etimo delle due parole (anemos e olos) il cui significato originario è spirito solitario. Fabrizio prende in esame le vite di nuovi perdenti e dal suo isolamento: "Mi sono visto di spalle che partivo" osserva, stavolta con molto distacco, universi e comportamenti individuali che appartengono ad infinite minoranze. Una condizione privilegiata, quella della solitudine per scelta, giacché consente di non essere contaminati da passioni e soprattutto di non essere "marchiati". A cominciare dal primo segno che la società impartisce a ogni individuo: il sesso attribuito alla nascita senza tenere conto del "chiaroscuro" dove si nasce, dei malintesi che accompagnano la vita di tante Princesa. La canzone è tratta dal romanzo del brigatista rosso Maurizio Jannelli, in realtà un'intervista fatta nel carcere di Rebibbia alla protagonista Fernanda Farias, condannata a sei anni di reclusione per tentato omicidio. Una ballata, un tango-beguine, con il quale, per la prima volta De André si avvicina alla musica brasiliana. Un testo crudo che descrive con il massimo realismo i passaggi (dolorosi) della vita di Fernanda, nata come Fernandinho. Tra un vociare di strada, una motoretta, le risate dei viados, la forma della canzone si riallaccia al primo De André. Un tripudio di chitarre, mandolino e mandola, un andamento che è allo stesso tempo italiano e brasiliano prima di finire con un coro che legge un breve dizionario di parole portoghesi (così simili al genovese). Nella diversità si cerca un riscatto, un modo per "correggere la fortuna" di fronte alla barriera delle classificazioni sessuali e l'emarginazione è il prezzo da pagare, sostiene De André, "per assomigliare al proprio desiderio o alla cultura, laddove il potere ti impone fin dalla nascita le stigmate di una cittadinanza, dell'appartenenza a una nazione magari in vista di un tuo futuro apporto in difesa dei suoi confini o nell'offesa di quelli altrui". Il potere, al centro di tanti dischi di Fabrizio, è ineluttabilmente presente anche nei diversi brani di "Anime salve". Ne sanno qualcosa gli zingari "i quali girano il mondo da oltre venti secoli senza armi" tra mille pregiudizi risalenti alle invasioni dei barbari e alle guerre che si svilupparono attorno all'anno mille. In quel periodo, infatti, gli unici spostamenti di massa consentiti dal potere furono i pellegrinaggi e la guerra santa in difesa del Santo sepolcro. I nomadi, condizione necessaria per essere zingari, furono perciò considerati socialmente pericolosi. E si aggiunse a questo un motivo economico: i nomadi, specialisti nel lavorare ferro e rame, facevano concorrenza agli artigiani medioevali e bisognava fermarli. Ci pensarono le Bolle e gli editti di Papi e re. In altra epoca, accusati di tutto (portatori di peste, furto, ma anche cannibalismo), furono perseguitati, infine, da Hitler che fece uccidere mezzo milione di zingari. Fabrizio ci parla del nomadismo dei Khorakhané (una tribù Rom di provenienza serbo-montenegrina): "un'identità ridotta al nome, all'essenziale, intrisa di libertà, dove il controllo spetta soltanto alla famiglia: l'economia delle pulsioni, la riduzione delle cose a un principio unitario e assolutistico come lo Stato, nel movimento incessante, risulta impossibile". Ed è il paradigma proposto da De André per descrivere le ingiustizie patite da qualsiasi minoranza. Il brano si chiude con un pezzo struggente cantato nel disco da Dori Ghezzi in lingua romanés e dalla figlia Luvi nei concerti del 1998. Le diseguali solitudini si intrecciano con le disgrazie. Come l'alluvione che ha colpito Genova nel 1972 e che non impedisce al sognatore protagonista di pensare alla moglie di Anselmo. In Dolcenera c'è chi pensa a mettere in salvo le proprie cose, chi guarda l'acqua e chi spera nell'avventura impossibile. E, in lontananza, un coro di donne si esprime in genovese ma le assonanze sono simili all'arabo. Perché può anche esistere uno status di isolamento involontariamente vissuto o fortemente desiderato, a seconda di come si voglia leggere il messaggio lanciato con Dolcenera. In ognuno dei due casi, l'innamorato e il tiranno (se vogliamo prendere Dolcenera come metafora del poetere), escludono ogni cosa che non si accordi alla loro passione, vivono un sogno paranoico che elimina l'altro, lo fanno apparire o scomparire secondo i misteriosi percorsi della propria follia, chiunque o qualunque cosa sia (la moglie di Anselmo o l'alluvione di Genova). Quando l'altro è considerato come possibile ostacolo al conseguimento del proprio fine, viene rimosso; fosse anche un "tumulto del cielo. La solitudine o meglio l'autoemarginazione del protagonista di Dolcenera è forse la più difficile da sostenere come sinonimo di libertà. "Eppure è opinione non solo mia che l'apice della libertà stessa sia raggiungibile proprio attraverso la follia e ciò al di là di ogni valutazione di natura etica", spiegò Fabrizio. C'è ancora la solitudine del pescatore nel brano "Le acciughe fanno il pallone" che riprende un detto ligure per descrivere la fuga delle acciughe dal pesce azzurro; lui intanto sogna di catturare il mitico pesce d'oro per potersi sposare. È una solitudine, la sua, di cattiva coscienza collettiva: "Al desiderio del pescatore fa contrasto la povertà e la povertà è a volte la conseguenza del vivere in una comunità che impone regole sbagliate, che non lascia all'individuo neppure lo spazio per poter assomigliare a chi da quelle regole trae vantaggio. Il pescatore di acciughe le regole della società le accetta e si affida al sogno". Non tutti gli individui, però, sono disposti a trasformare il disagio in sogno. Laddove "la corsa del tempo spariglia destini e fortune" nasce l'invidia; la disamistade, disamicizia, quindi, faida in sardo, nasce dal desiderio, irrealizzabile, di fermare il tempo e di eliminarlo per riportare il mondo a una ipotetica condizione originaria. La faida consiste nel paradosso di ammazzare l'ultimo assassino. De André spiegò il paradosso durante i concerti del 1997: "Si può arrivare a chiedersi, come hanno fatto alcuni anarchici nel 1905 in Russia: è necessario uccidere? È necessario uccidere i nostri simili che vassano gli altri attraverso regole che li portano a morire di fame? Il delitto può essere un'arma di lotta? A questa domanda rispondevano: sì è necessario. Di pari passo si ponevano un altro interrogativo: esiste una giustificazione all'omicidio? No - si rispondevano - non è giustificabile perché come si potrà mai uscire da una prevedibile catena di odi e omicidi tra oppressi e oppressori? La faida porterebbe alla necessità di ammazzare l'ultimo assassino e come si fa a conciliare questo sì e l'opposto no? I nichilisti russi superarono questo problema in una maniera secondo me spiritualmente molto elevata: sacrificando se stessi. Dal momento che è giusto eliminare il tiranno ma non è comunque giustificato uccidere, chi uccide deve subirne le conseguenze, suicidandosi. Non si tratta tanto di morale ma di far sì che, attraverso il sentimento, sia il sentimento a decidere, anche un sentimento collettivo". È, dunque, la solitudine degli uomini che non possono sottrarsi al dramma annunciato; una violenza che anche le società più evolute continuano a tramandare. È proprio dall'antinomica Disamistade che traggono la propria origine quell'elogio della solitudine e quell'inno all'isolamento che sono il tema di tutte le altre canzoni di "Anime salve". "Solo nell'isolamento delle remote Province dell'Impero, dove i casolari sembrano naufragare nello sterminato concerto della natura, ci si può ancora mettere d'accordo. Lì l'autorità del controllo centrale non arriva, e fra gente semplice e comunque distante al punto che l'incontro viene vissuto con l'entusiasmo di un avvenimento, il contratto si può instaurare senza acrimonia seguendo la consuetudine di antichi rituali di rispetto e di grazie e quindi di poesia: la Cumba volerà al casolare del padre a quello dello sposo quasi di nascosto, senza lasciare segni di torti o di risentimenti". Il potere, che nelle "Nuvole" non apparteneva al popolo, ritorna nella storia di un contadino che, in contrasto con l'autorità e i desideri paterni, non ha che la scelta dell'isolamento. Eppure il suo desiderio non è altro che il tentativo di diventare adulto; un elemento che si scontra con l'autorità del padre e convince il giovane contadino a fuggire per poter godere dei propri diritti. Un desiderio che si risolve in un primo momento nella determinazione dell'adolescente di fuggire per recuperare il diritto a diventare adulto e, in seguito, si sublima in quella solitudine che lo mette a contatto con l'Assoluto nel contemplare il mistero della creazione. Dalla solitudine abbiamo, quindi, un'altra crescita, una maturazione spirituale. E siamo alla Smisurata preghiera, l'epitome del disco, la summa dei tracciati che percorrono le "Anime salve". È un affresco sulle minoranze, sulla necessità di difendersi da parte di chi non accetta le leggi del branco, su coloro che devono pagare per difendere la propria dignità: gli unici che attraversando l'emarginazione e la solitudine riescono ancora a "consegnare alla morte una goccia di splendore". Sul finire del 1996, De André presentò il suo lavoro a Milano nello spazio Guicciardini in genere utilizzato per dibattiti sulla condizione giovanile. Uno spazio informale, quello che serviva per ascoltare le nuove canzoni attorno allo stereo come se fosse il fuoco del camino nella cucina-soggiorno dell'Agnata. C'erano ospiti e amici, da Fernanda Pivano, capelli rossi, la scrittrice che vuole bene a Fabrizio e lo stima da sempre, a Beppe Grillo, reduce allora dalla partecipazione a un disco di Mina. Faber accennava anche alla tournée che sarebbe iniziata nei primi mesi del 1997 e che aveva nuovamente come "nocciolo duro" gli odiati palasport. Una scelta formale importante, la gente è più libera meno vincolata che nei teatri "dove devi sperare che chi si siede nella fila davanti si sia tagliato i capelli. La realtà - concluse Fabrizio - è che non ci sono dei veri teatri per canzone". Fabrizio indica Fernanda e dice: "Senza la sua traduzione dello Spoon River di Edgar Lee Masters, non avrei fatto un mio vecchio album". E si trattava di "Non al denaro, non all'amore né al cielo" laddove Fabrizio aveva dato la parola ad alcuni trapassati che così finalmente, senza le distorsioni prodotte dalla vita, avevano potuto parlare in libertà. Ma non erano diseguali solitudini anche quelle del matto, del malato di cuore, di Jones, del chimico, del medico? Qual è allora il percorso che può cambiare la vita? "Innanzitutto l'uomo deve superare i grandi disagi", indica Fabrizio, "il primo quando nasce e deve imparare a convivere con elementi a lui estranei; il secondo quando scopre la paura della morte e, infine, la solitudine per scelta. Accettandoli tutti e tre si arriva a una profonda maturazione spirituale. Soltanto chi è davvero solo è libero". Un giornalista chiede se si considera trasgressivo cantando le minoranze. Faber risponde: "Trasgressivo a ogni regola consuetudinaria, basti pensare alla sacralità dell'ospite in ogni civiltà arcaica. Sono semmai le maggioranze con la loro pessima abitudine di contarsi, di rilevarsi numerose e potenti e quindi con il consenso peloso delle autorità di sentirsi in diritto di vessare e umiliare chi abbia comportamenti divergenti dai loro". Il destino si chiamava Mina Il 1997 fu uno degli anni più intensi sul piano del lavoro. "Anime salve" era uscito da qualche mese quando Einaudi diede alle stampe Un destino ridicolo, scritto assieme ad Alessandro Gennari, psicanalista di Mantova che nel 1995 aveva vinto il premio Bagutta con il libro Le ragioni del sangue. Il libro ha per protagonisti un intellettuale marsigliese arruolato dalla malavita, un pappone sognatore e un pastore sardo scampato a una pesante condanna. Un libro che attraversa la memoria e i luoghi: dal treno in Sardegna a un locale notturno di Genova. Un lavoro in parte autobiografico. Faber e Alessandro Gennari si erano conosciuti nel 1975, durante la prima tournée. Il clima di quei concerti l'abbiamo descritto all'inizio ma quella sera a Mantova doveva suonare in una discoteca e si rischiò il peggio. Fabrizio dopo un'ora di concerto volle cercare il dialogo: "Non mi va più di stare su una macchina che stritola i più deboli e non ho intenzione di finire la mia vita avvitando canzoni su un palcoscenico...". Poi guardò il pubblico e indicò Gennari: "Tu, per favore, vieni sul palco". Dopo un breve dialogo con il pubblico Faber, inviperito, lasciò la chitarra e se ne andò via. L'episodio fu dimenticato dai due principali protagonisti che si sarebbero rincontrati solo vent'anni dopo. "Ho scritto un libro vero", mi disse Faber per farmi capire che aveva la struttura di un romanzo; un libro che racchiude molti dei temi cari a De André: "Forse la vita è un gioco", afferma uno dei protagonisti del romanzo, "e trasformarla in tragedia è da stupidi". Il testo di una canzone - mi aveva spiegato - si muove negli spazi che gli sono lasciati dalla musica: è quindi necessario raccontare in modo coinciso, adoperando un linguaggio simbolico. La prosa ti concede tutto lo spazio che vuoi, ma quello che può sembrare un vantaggio rischia di diventare una trappola, tanto più in una forma letteraria come il romanzo, dove, se non sei più che abile, nello spazio di una decina di pagine ti puoi mettere con le spalle al muro". E l'unione con Gennari? "È stato l'incontro tra un romanziere con disposizioni analitiche e un cantautore dotato di capacità di sintesi. Due orribili personaggi del romanzo descrivono il senso di una collaborazione tra differenti attitudini: ... dicevano di lavorare bene in coppia perché uno di loro sapeva inventare e l'altro sapeva mettere in ordine. Tra me e Gennari i ruoli si sono sovrapposti, si sono incrociati fino ad invertirsi. Anche per questo è stata un'esperienza sicuramente evolutiva". Si legge in Un destino ridicolo: "A cosa serve tutto questo? - gli chiesi. - Vivere, soffrire e tutto il resto..." "A niente - rispose - non a niente in assoluto ma a niente per quanto ci riguarda come individui che comprendono solo ciò che possono distruggere. E in questa infinita gratuità intravedo quello che ho sempre cercato nell'anarchia: una libertà assoluta, incomprensibile ed estranea alle nostre spiegazioni, qualcosa che mi viene spontaneo chiamare Dio". Nella terza di copertina di quel libro De André si definisce così: agricoltore genovese, esercita da tempo immemorabile e con alterne fortune le attività di padre, di concubino e di circense. "A parte gli scherzi quella storia dell'agricoltore è assolutamente vera. Mi piacciono le piante e ho imparato a conoscerne le specie, le varietà. Non so se tornerò al romanzo - diceva - e le storie preferisco raccontarle oralmente. Scrivere un romanzo è faticoso, non è meglio sedersi all'osteria con tre amici e passare la sera a raccontare storie? O con le canzoni". Dopo aver vinto il premio Tenco per il miglior album (Anime salve) e la miglior canzone (Princesa), s'iniziò la tournée infinita nel febbraio del '97 a Pesaro. I concerti si sarebbero protratti sino ad aprile per poi riprendere, in autunno, dopo una sospensione, nei teatri. Per le richieste del pubblico, infatti, Fabrizio aveva dovuto raddoppiare gli impegni. La prima parte del concerto era dedicata alla riflessione sulle storie degli emarginati protagonisti di "Anime salve"; nella seconda parte erano rivisitati i pezzi etnici di "Creuza de ma" e i classici. In mezzo una suite (cinque brani) dalla "Buona Novella". La scenografia tecnologica diventava un vascello e qualche mese dopo avrebbe lasciato il posto alle gigantesche carte dei tarocchi nel tour teatrale. Il posto di Mauro Pagani era stato preso in maniera ottimale da Cristiano De André, (stiamo parlando dei due più versatili polistrumentisti d'Europa). Il 2 e il 3 settembre del 1997 Fabrizio si recò a Lugano per registrate negli studi Gsu (ex Pdu) una canzone con Mina: "Se una voce miracolosa non avesse interpretato nel 1968 La canzone di Marinella", avrebbe commentato Fabrizio, "con tutta probabilità avrei fatto l'avvocato. Ringrazio Mina per aver truccato le carte a mio favore"... L'ex Tigre di Cremona aveva interpretato Marinella quando Fabrizio aveva già scritto una ventina di canzoni che sarebbero diventate famose ma che a quei tempi erano sconosciute. Quando stava per farsi prendere dallo sconforto fu così confortato dai proventi della Siae... "L'ho trovata in forma eccellente", commentò Fabrizio. Mina arrivò in studio, si sedette, cantò e, come accade nove volte su dieci, era già "buona" la prima registrazione. "Ha la musica nel Dna", diceva Faber, "è fantastica anche quando usa la voce semplicemente per parlare". Trent'anni dopo, quindi, prese forma una nuova versione di Marinella con un arrangiamento jazzistico fatto da Massimiliano Pani. Mina e Faber cantano un verso a testa, in quattro quarti lei e in tre quarti l'autore sino al finale in cui le voci non si uniscono. Il 2 novembre 1997, dal Regio di Parma, partì la tournée teatrale. "Ho scelto di tornare in teatro", spiegò Fabrizio, "perché me l'hanno chiesto tutti coloro che sono disgustati dall'acustica dei palasport". Era cambiato qualche musicista (sempre nell'ambito del meglio della scena italiana); diversa la scenografia, come detto, i musicisti erano circondati dalle carte più simboliche dei tarocchi: le stelle, la morte, il diavolo, il sole, la luna. L'ultima estate Sette concerti a luglio, nove ad agosto prima di arrivare a quel maledetto settembre quando scoprì d'essere malato. Fabrizio aveva deciso di affrontare per l'ennesima volta un'estate di lavoro in cui prese un paio di volte posizioni politiche piuttosto coraggiose. Come quando si schierò accanto agli squatter. Ricordò la poesia di Pierpaolo Pasolini a favore dei poliziotti, dopo gli scontri di Valle Giulia, e alla fine sintetizzò che sarebbe stato meglio avere il coraggio di puntare su chi esercita davvero il Potere: "Oggi quelli che stanno dall'altra parte sono gli squatter con il loro rifiuto del consumismo: ma è possibile che una guerra faccia salire le Borse"? Nel luglio del 1998 Fabrizio aveva giurato che sarebbe stata l'ultima estate di concerti così massacranti e lontani tra loro (con tappe che andavano dal porto di Palinuro a Spilimbergo, vicino Udine): "Il mal di schiena incombe come una minaccia", avvertiva, "e sono continuamente a rischio di ernia del disco". Purtroppo fu davvero l'ultima estate. Capitolo XVI Appunti e progetti Quando s'è ammalato, nell'estate del 1998, Fabrizio De André aveva molti progetti di lavoro. È bene però sgombrare il campo da ogni equivoco: non ci sono inediti da scoprire; ci sono solo delle bozze ma è risaputo che Faber era abituato a scrivere, limare, riporre i testi in un cassetto per poi riprenderli in mano e magari riscriverli di sana pianta. Addirittura gli stessi progetti di lavoro potevano essere presi in considerazione e gettati via dopo un po' di tempo, accadde così per un disco che aveva in mente sull'Islam, accadde anche per "Nuvole" che, in un primo tempo, era stato pensato come un lavoro satirico. "Chi volesse trovare inediti", ha detto l'amico Pepi Morgia, "dovrebbe leggere qualsiasi agenda di Faber o i suoi appunti. Troverebbe sempre nuovi spunti poetici". La premessa era necessaria per parlare dei progetti appena abbozzati. Chi prendesse in mano le sue opere si accorgerebbe che Fabrizio non è tornato una sola volta sui suoi passi: ogni disco è diverso da un altro. "L'unico problema è che ho poche idee ma fisse", scherzava De André per rimarcare come l'unico filo conduttore fossero i vinti, i diseredati. Prima che quel fastidioso mal di schiena che lo affliggeva sfociasse nella malattia, Fabrizio aveva in testa un disco sulla notte e per questo aveva ripreso in mano il De rerum natura di Tito Lucrezio Caro. (Lavorava sempre sui libri). La notte intesa come fenomeno fisico e come paura, quasi fobia, del giorno; ma anche come cecità del potere, una sorta di malattia contagiosa. Quella notte che gli piaceva tanto perché fa ritrovare se stessi. E forse, ammesso che il disco fosse stato registrato, ci sarebbe stata anche una canzone su un'altra prostituta (giacché il lavoro si svolge prevalentemente di notte). C'è da segnalare un'altra cosa: Fabrizio quando scriveva non guardava mai il calendario ma nel 1997 aveva preso l'impegno di fare uscire un nuovo album entro il Duemila. Una data troppo ravvicinata per lui, abituato a fare uscire un disco ogni sei anni (Creuza è dell'´84, Nuvole del '90, Anime salve del '96). Aveva parlato di questi progetti con alcuni amici musicisti, i soliti. "Fabrizio e io", ricorda Mauro Pagani, "abbiamo lavorato insieme per quattordici anni. Ci siamo presi una pausa ma ultimamente avevamo ripreso bene". Mark Harris, già citato nel capitolo de "L'Indiano", aggiunge che Fabrizio aveva in mente di realizzare un album composto da quattro lunghe suite. Un disco con molta musica "in più", come il brano classico che chiude la Smisurata preghiera di "Anime salve". "Ho diversi appunti sparsi nei miei quaderni", aveva detto Fabrizio, "niente di definitivo ma rispetto al solito mi sento avanti: ho le idee chiare". Un altro progetto era stato ideato assieme a Luciano Berio: si trattava di riscrivere l'inno nazionale. Berio scrisse la musica ma purtroppo Fabrizio non fece in tempo a elaborare il testo. "Volevamo dirvertirci a scrivere un inno nazionale che, tra l'altro, rendesse omaggio all'intervallo di quarta; il più antico e più presente nella musica di tutti i tempi". (Chi volesse ascoltare le note dell'inno mai nato può cercare il Cd-rom multimediale "Vicino alla Musica" realizzato da Luciano Berio e Tullio Regge). Dall'incontro con il compositore di Oneglia era nata una nuova amicizia; Faber e Berio si stimavano; tra l'altro, in quel periodo, De André che prediligeva la cosiddetta musica classica, era molto interessato ad alcune trascrizioni fatte da Berio di Boccherini e di Schubert. Infine, se avesse vinto la pigrizia, Faber sarebbe andato in Albania, in Mongolia, nella Terra del Fuoco per studiare la musica di quei Paesi. Era stato abbozzato anche un nuovo progetto letterario ma sempre a livello concettuale. De André e Alessandro Gennari avevano deciso di scrivere un saggio sull'anarchia o meglio sulla necessità di fare emergere una nuova anarchia considerando chiusa l'esperienza di quella ottocentesca. Alla base del lavoro ci sarebbe stata in ogni modo l'illegittimità di qualsiasi "arché", di qualsiasi ordine costituito sia che si faccia derivare da una divinità, sia da un contratto sociale. Il progetto era rimasto a livello di idee e quindi, anche in questo caso, non ci sono pagine da scoprire. Tutte opere che non vedremo mai e chissà cosa ci avrebbe riservato perché ogni lavoro ha sempre segnato un punto d'arrivo, la fine di determinate cose e l'annuncio di nuove. Quasi sicuramente, invece, vedremo il film tratto dal suo romanzo, Un destino ridicolo, prodotto da Graziella Lonardi Bontempo per la regia di Claudio Bonivento e la sceneggiatura di Franco Ferrini. Il film si chiamerà Bocca di Rosa; la prima scena si girerà a Genova, stazione Brignole: vedremo Fabrizio scendere dal treno e firmare autografi. Poi l'incontro con un vecchio amico: "Faber, dopo tanti anni... sono Carlo, fatti vedere, belin, non sei cambiato". E gli amici di una volta... "Tutti morti o finiti male. Quel mondo non c'è più". Epilogo "...Io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare". Samuel Bellamy (Pirata alle Antille nel XVIII secolo) Il concerto è finito. Dopo i bis di rito Fabrizio firma gli autografi nel backstage. Poi, quando lo stadio si è quasi svuotato esce accompagnato in auto da un ragazzo dell'organizzazione e da due amici. Si affaccia al finestrino della Mercedes e scherza con alcune persone che lo hanno riconosciuto e che vedono in lui un mediatore tra il mondo e ciò che ha senso. Due parole con Ellade Bandini, maestro di musica, sulla perfezione dei bassi dati da Fabrizio al batterista in Amico fragile durante il concerto. Anche Bandini è soddisfatto: "Fa caldo stanotte", dice, "e per suonare bene c'è bisogno del caldo. Guarda che musica fanno nei Paesi privi di sole"... Il camper si ferma in una piazzola dell'autostrada. Siamo vicini a Grosseto, è ora di cena. Fabrizio s'adombra perché, poco prima, qualcuno ha regalato una parte del "secondo" acquistato precedentemente in rosticceria: "Ma come, tu che sei capace di regalare anche il denaro te la prendi per un pollo"? Risposta immediata: "Già, ma di un milione a quest'ora sull'autostrada che ce ne facciamo? Il pollo, invece, avremmo potuto mangiarlo". Appendice I I padri Ho intervistato molte volte Fabrizio De André e molte altre avrei potuto farlo. Ma è difficile mettere nero su bianco certi pensieri, certe emozioni, fare conciliare gli aggettivi per chi, in genere, fa fatica a riconoscersi nei ritratti sui giornali. Così mi è capitato, ad esempio, ai tempi de "L'Indiano", di andargli dietro con il registratore per un paio di giorni consecutivi; nel frattempo, come dice Bubola, si vive e s'impara di tutto: come si fa la bruschetta o il vero pesto, come si crea un paesaggio con piante diventate piuttosto rare. Si parla di politica, di musica, di antiquariato, del barocchetto così lontano dalla controriforma del barocco. Al terzo giorno gli dico: "Quando facciamo l'intervista, sempre che t'interessi ancora"... Lui ha la risposta pronta: "Per me possiamo anche non farla. Ma il tuo direttore, poi, che cosa ti dice"? Alla fine decidiamo che, per quella volta, l'intervista non si farà: al diavolo il direttore. Un giorno mi raccontò dei suoi padri. Il maggiore, Georges Brassens, aveva preferito non incontrarlo mai perché a coloro che l'avevano conosciuto non aveva fatto una buon' impressione sul piano umano. Poi di lì a poco Brassens si "sarebbe assentato", così dicono gli amici per giustificarne la morte, lasciandoci un centinaio di perle che ci insegnano la tolleranza, l'impegno civile, il gusto della satira. Inutile dire che sarebbe stato divertente, anche se difficile, intervistare Brassens; e altrettanto interessante sarebbe stato farlo parlare accanto a Fabrizio. Così, nell'estate dell'´81, pochi mesi prima che Brassens morisse, feci l'intervista-immaginaria che vi ripropongo. Con un'avvertenza: l'intervista fu registrata mentre in lontananza si udiva un valzer francese e una chitarra solista diventava protagonista assoluta. - Come siete arrivati alla musica, siete stati aiutati da qualcuno della vostra famiglia? Brassens: "Mia madre proveniva da Napoli, mio padre era di Sète. Se penso a me bambino, a quattro o cinque anni, in casa sentivo cantare tutti, il nonno, mia sorella che mescolava arie d'opera con altri pezzi. Ma la maestra fu mia madre: non c'erano i mezzi di oggi e segnava le parole su un quaderno. Le mie prime musiche sono venute, chissà come, a quindici, sedici anni. De André: "I miei erano abbastanza illuminati da consentirmi di frequentare la strada. Così ho imparato bene il genovese (mentre a casa si parlava, oltre che in italiano, in francese), e ho conosciuto Tina, Alda, Marilina, gente generosa e aperta; figlie di mignotta nel senso autentico della parola giacché le madri facevano quello. La musica si ascoltava a casa ma non era riconosciuta come mestiere: nella vita si poteva fare l'avvocato, il medico, il bancario ma non si poteva cantare. Così presi delle lezioni di chitarra da un maestro argentino che ebbe l'intelligenza di farmi passare subito agli accordi. Ma per diversi anni non ho mai pensato che la musica potesse diventare una professione". - E siamo all'atto creativo... chi ascolta quello che scrivete, certe volte, rischia di commuoversi. Brassens: "All'inizio cominciavo dalle musiche; poi ho cambiato, qualche volta sono venute insieme. Non lavoro in base a schemi precisi: in pochi versi racconto una storia e allora non mi posso curare della musica lavorando su tre accordi come fanno in molti". De André: "L'atto creativo? Qualche volta mi sono commosso anch'io, è un fatto che ti può coinvolgere fisicamente. Un'intuizione ti porta sempre dei pezzetti di verità. Il guaio è che la creatività dei vent'anni non esiste più a cinquanta. Inoltre bisognerebbe fare come Paolo Conte che annota qualsiasi idea musicale su un pezzo di carta, dovunque dovesse trovarsi". - Vi ha aiutato molto la letteratura? Brassens: "Certamente, senza le letture che ho fatto non avrei scritto una riga". De André: "A me ha aiutato molto anche lui che oggettivamente è un grande maestro. I libri, e certuni li ho letti innumerevoli volte, sono un punto di riferimento". - Siete tutti e due anarchici e questo si percepisce dalle vostre canzoni. Brassens: "Meno male che te ne sei accorto. Hai capito solo adesso che siamo nemici dell'autorità, libertari"? - Ma Brassens, forse, non ha mai preteso di cambiare il mondo così come invece voleva fare Fabrizio? De André: "L'ansia di giustizia mi ha accompagnato sin da bambino. Poi, è vero, ho avuto anche quella pretesa che oggi non ho più". Brassens: "Rispondo che vorrei cambiare intervistatore: lo so che è difficile fare interviste ma bisogna essere più coraggiosi. Sono qua per rispondere, altrimenti ti avrei detto di non fare domande". - È che sono di fronte a due miti, chiedo scusa. Parliamo di una canzone che avete in comune: "Il gorilla". Brassens: "Maman! et qui pleure. Comme l'homme auquel, le jour meme, il avrait fait trancher le cou... Mi è venuta questa storia un po' buffa, volevo essere divertente. Poi non so perché mi venne quel finale dove ci scappava anche la morale. Così, dopo qualche risata, si cambia registro. Ma non provate a cambiare musica". De André avrebbe potuto dire qualche anno dopo: "Io l'ho fatto, ho cambiato l'arrangiamento perché dopo aver inciso il Gorilla negli anni Settanta, nei concerti del 1991 l'ho trasformato in una danza. Andate a sentirvi il disco dal vivo e non ci troverete un difetto; se non quell'accompagnamento fatto dal pubblico con le mani"... - Musicalmente Brassens non ha mai voluto un'orchestra alle spalle. Brassens: "Ho provato ma la mia voce confidenziale è stata schiacciata. Per me è meglio un tema melodico e la chitarra per dare vita magari a un valzer". De André: "Visto che la canzone è fatta da testo e musica ho sempre pensato che si dovesse raggiungere un perfetto equilibrio; il quale, ogni volta che riesce, è comunque un piccolo miracolo. E poi ho trovato interessante suonare con grandi gruppi, mi piace rivestire anche le vecchie canzoni con abiti nuovi". - Facciamo un piccolo gioco. Vediamo il vostro ritratto tracciato in un titolo di una canzone e in un verso... - Brassens: "Per il titolo scelgo la cattiva reputazione; il verso? No, dico solo che se volete ascoltarmi canto, se non lo volete ricaccio le canzoni nella chitarra". De André: "Se questo gioco l'ha fatto anche lui non posso sottrarmi. Prendiamo da Amico fragile il verso: è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra". (La chitarra che si sente in lontananza "strappa" le note del Concerto per Aranjuez). - Vi ricorda qualche passione lontana? Brassens: "No, siamo qui per fare un'intervista e non per ricordare". De André: "Io ho scritto una canzone sopra a quella musica. Si chiamava "Caro amore" ed è roba da antiquariato. Chiesi all'autore, Joacquin Rodrigo, il permesso e lui non me lo diede. Allora la incisi lo stesso in un 45 giri e poi fu inserita nell'album "Tutti morimmo a stento", perdendo i diritti. Credo fosse il 1967". - Un tema ricorrente nelle rispettive produzioni iniziali è quello della morte. Mi riferisco al Brassens della "Ballade de cimetière", al De André di "Tutti morimmo a stento", della Morte, di "Non al denaro non all'amore né al cielo". Brassens: "È una realtà dell'esistenza umana ed è per questo che l'abbiamo cantata. E poi io ho sempre preso la vita per quello che è. E la vita va verso la morte". De André: "Dice bene. Aggiungo che mi fa più paura lo scarso attaccamento alla vita che noto in molta gente". (La chitarra in sottofondo improvvisa un brano di Leonard Cohen; è Nancy). - Che cosa vi ricorda? Brassens: "Una mia amica". De André: "Che quando l'ho tradotta, ho esagerato con le metafore. Ad esempio laddove il casino, il bordello, è diventato il palazzo del mistero". - Brassens, a parte lei, qual'è un poeta da accostare a Fabrizio? "Un genio che fu scambiato per un cantastorie: Jacques Brel. Come Fabrizio anche lui scrisse di marinai, di donne abbandonate, di vecchi amanti traditi e ci spiegò la felicità della malinconia". Appendice II I fratelli In letteratura, oltre alla possibilità di scegliere i padri, c'è anche quella di adottare i fratelli ideali e tra questi metterei Bob Dylan. Così, in un alternarsi di canzoni in sottofondo con chitarre acustiche, armonica e in seguito un incedere di boozuki e tamburelli, ecco la prima intervista immaginaria ma sempre verosimile tra Dylan e De André, fratelli nella forza della poesia. - Una definizione che potrebbe accomunarvi è questa: poeti dei mass media. Dylan: "Io non ho mai voluto scrivere per la gente né tantomeno essere un portavoce di qualcuno. Si deve scrivere in modo naturale, come uno cammina e come parla. Però è vero: sono stato il primo cantante della mia generazione ad avere una coscienza sociale e ad utilizzare i media della cultura contemporanea". - Versi come "quante strade deve percorrere un uomo prima di poterlo chiamare un uomo"; oppure "quante morti ci vorranno prima che lui sappia che troppi sono morti"... sono dei grandi versi in assoluto. De André: "Soprattutto perché sono confortati dal significato che questo testo ha avuto per milioni di giovani in tutto il mondo. Uno dei meriti di Dylan è avere costretto tante persone a pensare, con le sue canzoni, in altre parole con il mezzo più diretto per arrivare al popolo. E da questo punto di vista è giusto parlare di poeta dei mass media. Non so se sia il caso mio, forse sì, d'altra parte oggi non riesco a immaginare come sarebbe sopravvissuto un Leopardi. Un poeta solitario? Dato che adesso c'è il Valium che ai suoi tempi non c'era forse non avrebbe scritto nulla"... - Torniamo alla metà degli anni Sessanta. L'America che ascoltava Dylan non faceva politica. De André: "No, però è allora che gli americani hanno incominciato a giudicare. Il caso Watergate non sarebbe scoppiato se l'America non fosse stata abituata a pensare certe cose che prima scartava a priori". - Dei maestri di De André ne abbiamo parlato. Dylan che maestri ebbe? Dylan: "Non è un mistero che il primo a cui mi ispirai fu Woodie Gutrie; vi ricordate quei pezzi che facevo all'inizio? Quelli basati su un accompagnamento scarno della chitarra e la storia che si dipanava tra canto e parlato". - Forse saranno state queste origini così diverse a far sì che Fabrizio s'accostasse a Dylan solo nel 1974 con una traduzione di Desolation row? De André: "Sicuramente avevamo pochi punti in comune e lui era troppo legato al movimento folk americano. Dico questo senza dimenticare che Bob ha attraversato il periodo della guerra del Vietnam sovrapposto al momento della rivoluzione della popolazione di colore e ha giocato un ruolo determinante". - Allora ci furono sessantamila sottufficiali di colore che avevano rinnovato la ferma perché la disoccupazione riguardava più la loro popolazione che i bianchi. Quei sottufficiali ottennero posti di comando e nacquero molte difficoltà che accompagnarono la nascita della contestazione americana. Dylan: "Diciamolo senza offesa: la nostra contestazione fu un fatto veramente serio, nulla da spartire con quello che accadde in Europa. La vostra, a conti fatti, fu solo una contestazione borghese". - Non facciamo paragoni, infatti. Sono cose diverse. Dylan: "Gli errori di quelle contestazioni andavano a colpire più delle bombe. La gente non era libera, questa è la verità comune sia all'America che all'Europa; la maggior parte delle persone era dentro a un meccanismo che le impediva di parlare. La contestazione del nostro Sessantotto fu ancorata alle rivendicazioni della popolazione di colore e contro la guerra del Vietnam: una guerra sbagliata diplomaticamente e militarmente. Una guerra idiota e lo dimostrarono, se ce ne fosse mai stato bisogno, i conflitti tra Cina, Vietnam e Cambogia che attestavano quanta varietà esistesse nell'area sudorientale". - L'America, insomma, avrebbe potuto avviare un gioco politico, ammesso che fosse stato giusto mettere un confine all'espansione del comunismo. De André: "Ma l'America non ha saputo fare altro che fare il gendarme del mondo". Dylan: "La verità è che Kennedy sperava di farcela con la Cia e i Berretti verdi mentre Johnson ha esagerato ulteriormente con la rozzezza, assieme al Pentagono che ha voluto prendere in mano il problema del Vietnam senza consentire alla diplomazia una possibilità d'intervento". - Da qui l'importanza della contestazione di Dylan e Joan Baez. De André: "Dylan s'inquadra bene in quel momento perché era uno di quelli che ha avuto ragione. Ha vinto lui mentre il popolo americano l'ha pagata cara". - Perché? De André: "L'ha pagata cara eleggendo Nixon che era l'unica alternativa al regime di Johnson. Una conseguenza davvero cattiva". - Dylan fu contestato nel passaggio dalla musica folk a quella rock. De André: "Detto così è difficile da capire perché allora si diceva che quanto perdeva il movimento folk nell'apporto stilistico lo guadagnava il movimento rock. Ma sono cose datate; è stato dimostrato che queste "barriere" sono davvero appannaggio di cervellini". Dylan: "Per me fu una cosa assurda che mi ha turbato i sogni molte notti. Quei fischi me li sento ancora negli orecchi: non mi perdonavano il fatto di passare al rock! Così subito dopo accettai un compromesso: nella prima parte del concerto eseguivo canzoni folk e nella seconda passavo al rock. Mi seguirono subito otto persone su dieci". - Due sole canzoni tradotte da Dylan (Via della povertà e Avventura a Durango). Secondo Dylan perché Fabrizio è stato così... avaro? Dylan: "Quando ha tradotto Desolation row, questo vicolo della desolazione, gli ho mandato una lettera per complimentarmi con lui che, tra l'altro, non mi ha nemmeno risposto. Così quando qualche anno dopo ha tradotto Avventura a Durango non gli ho detto nulla". - Che cosa avrebbe voluto dirgli? Dylan: "Che era stato ancora una volta geniale. In quel caso chi poteva introdurre quelle frasi in napoletano come fece lui"? - Sì ma tornando al fatto che Fabrizio ha tradotto solo queste due canzoni? Dylan: "Penso che non sia facile riportare in un'altra realtà i testi delle canzoni di protesta". De André: "Non è facile e poi quella protesta è stata espressa con un'energia tutta sua. Eviterei però di tornare sulle vecchie discussioni tra l'esistenza di arti maggiori e minori, di arte dotta e arte folk. Le canzoni sono arte laddove riusciamo a renderle grandi". Dylan: "Voglio aggiungere che mi fece un altro sgarbo. Nell'´84 venni a cantare a Milano e l'organizzatore di quel tour, David Zard, propose a Fabrizio di cantare con me. Lui rifiutò. In quell'occasione Zard mi fece ascoltare un disco, "La Buona Novella", che mi piacque moltissimo". (Intanto la musica cambia ritmo e melodia. Si sentono armonie ascetiche, poi un intrecciarsi di varie voci, canto e strumenti, canto o strumenti. Infine una musica accattivante, piacevole, che i sussiegosi definiscono "classica". Dylan dice che vorrebbe ascoltare il blues mentre De André che preferisce la cosiddetta "classica" e il jazz, suggerisce: "Perché non ascoltiamo un disco di Joe Zawinul. In "Stories of the Danube" affronta con uno spirito tutto suo la musica sinfonica. Oppure vi consiglio Jimmy Hall; ha settant'anni ma ha suonato a Umbria jazz per un'ora in piedi con la chitarra a tracolla". - Avete sicuramente un punto in comune: la campagna, cantata da Dylan e vissuta da Fabrizio. Dylan: "Nel periodo in cui ho cantato le canzoni della campagna mi sono trasferito lì, nei campi e ho apprezzato, in tutti i sensi, l'aria pura. In quel periodo, tra l'altro, i giovani puntavano sulle comunità agricole per combattere l'inquinamento e l'industria, vista allora come un mostro a tre teste". De André: "È superfluo ripetere che prediligo la campagna. Bob, se vuoi venire da me, a Tempio, sappi che per te ci sarà sempre un letto". Appendice III Grazie, mio capitano "E ora, miei adorati, imparerete di nuovo a pensare con la vostra testa. Imparerete ad assaporare parole e linguaggio; qualunque cosa si dica in giro parole e idee possono cambiare il mondo. C'è quello sguardo in uno di voi che sembra dire che la letteratura dell'Ottocento non c'entra con le Facoltà di Economia e di Medicina. Vero? Può darsi! Ho un segreto da confessarvi: non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino. Noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana e la razza umana è piena di passioni. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento. Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore... sono queste le cose che ci tengono in vita". L'affermazione è del protagonista del film "L'attimo fuggente" girato da Peter Weir nel 1989 e mi sembra di grande attualità oggi che la poesia vive in condizioni di emarginazione. Una situazione, questa, che si recepisce da molte parti della società ,"priva di valori", come si usa dire, e che è avvertita soprattutto da coloro che, per mestiere, si occupano di "altre cose": di economia, medicina, legge o raccontano i fatti della società attraverso le colonne d'un giornale. Ebbene i dischi di Fabrizio De André sono insieme poesia, canto e profezie, danno giudizi sulla società, misurandola con l'ambizione di poterla cambiare: insomma sono le canzoni che ci tengono in vita. Chi è stato adolescente come noi, prima che la società diventasse multimediale e quindi che i concerti potessero essere seguiti anche su un computer, ha scelto Fabrizio come maestro. La generazione di chi scrive è stata influenzata da libri e da giornali, un po' dalla radio, niente affatto dalla televisione. Sandokan l'aveva conosciuto attraverso Salgari e quindi l'immaginava diverso dall'attore che gli avrebbe dato un volto alla Tv molti anni dopo. E anche per questo capitava che molti scegliessero come padre o fratello Fabrizio De André, l'unico in grado di fare luce in quegli anni bui. C'è da dire che lui compariva poco in televisione, (era un "isolato"), per cui era difficile imitarlo sul piano fisico come succede in genere a chi fa di una persona un mito. Le canzoni passavano raramente alla radio, (anche perché la Rai badava a censurarle abbondantemente), ma nessuno perdeva l'uscita di un disco che tutti ascoltavano e riascoltavano, magari abbassando prudentemente il volume in corrispondenza di quello che, all'epoca, poteva essere giudicato un turpiloquio. Amare quei dischi ci ha migliorati: ci ha resi meno violenti facendoci conoscere la sopraffazione dei forti, le miserie umane racchiuse in quelle storie individuali di prostitute, soldati che non se la sentivano di sparare, malati di cuore, barboni, matti, condannati a morte per la mancanza di pietà. Con quella voce che, secondo un noto critico musicale, colpirebbe al cuore anche se recitasse l'elenco del telefono, sembrava sempre che Fabrizio cantasse per noi. Con il passare degli anni l'industria dei media forse ha conquistato noi ma non Fabrizio che ha continuato imperterrito sulla sua strada. Per quanto ci riguarda possiamo dire che ce la siamo scampata bene: se fossimo nati quindici anni dopo magari avremmo cercato un fratello in Vasco Rossi... A Fabrizio, che ci ha regalato l'impronta della sua anima, non possiamo che dirgli grazie. Discografia essenziale 1 - Volume I, Produttori Associati, 1970 2 - Tutti morimmo a stento, Produttori Associati, 1971 3 - Volume III, Produttori Associati, 1970 4 - La Buona Novella, Produttori Associati, 1970 5 - Non al denaro, non all'amore né al cielo, 1971 6 - Storia di un impiegato, Produttori Associati, 1973 7 - Canzoni, Produttori Associati, 1974 8 - Volume VIII, Produttori Associati, 1975 9 - Rimini, Ricordi, 1978 10 - In concerto con Pfm, Ricordi, 1979 11 - In concerto con Pfm volume 2, Ricordi, 1980 12 - L'Indiano, Ricordi, 1981 13 - Creuza de ma, Ricordi, 1984 14 - Le Nuvole, Fonit Cetra-Ricordi, 1990 15 - Concerti 1991, (voll. 2), Fonit Cetra, 1991 16 - Anime salve, Ricordi, 1996 17 - Mi innamoravo di tutto, Ricordi, 1997 18 - De André in concerto, Ricordi, 1999 Le canzoni Volume I: Preghiera in gennaio - Marcia nuziale - Spiritual - Si chiamava Gesù - Barbara - Via del campo - La stagione del tuo amore - La morte - Bocca di Rosa - Carlo Martello. Tutti morimmo a stento: Cantata in si minore per solo coro e orchestra - Cantico dei drogati - Primo intermezzo - Leggenda di Natale - Secondo intermezzo - Ballata degli impiccati - Inverno - Girotondo - Terzo intermezzo - Recitativo - Corale. Volume III: La canzone di Marinella - Il gorilla - La ballata dell'eroe - S'i fosse foco - Amore che vieni, amore che vai - La guerra di Piero - Il testamento - Nell'acqua della chiara fontana - La ballata del Miché - Il re fa rullare i tamburi. La Buona Novella: Laudate dominum - L'infanzia di Maria - Il ritorno di Giuseppe - Il sogno di Maria - Ave Maria - Maria nella bottega del falegname - Via della croce - Tre madri - Il testamento di Tito - Laudate hominem. Non al denaro, non all'amore né al cielo: Dormono sulla collina - Un matto - Un giudice - Un blasfemo - Un malato di cuore - Un medico - Un chimico - Un ottico - Il suonatore Jones. Storia di un impiegato: Introduzione - Canzone del maggio - La bomba in testa - Al ballo mascherato - Sogno numero due - La canzone del padre - Il bombarolo - Verranno a chiederti del nostro amore - Nella mia ora di libertà. Canzoni: Via della povertà - Le passanti - Fila la lana - Ballata dell'amore cieco - Suzanne - Morire per delle idee - Canzone dell'amore perduto - La città vecchia - Giovanna d'Arco - Delitto di paese - Valzer per un amore. Volume VIII: La cattiva strada - Oceano - Nancy - Le storie di ieri - Giugno '73 - Dolce luna - Canzone per l'estate - Amico fragile. Rimini: Rimini - Volta la carta - Coda di lupo - Andrea - Tema di Rimini (strumentale) - Avventura a Durango - Sally - Zirichiltaggia - Parlando del naufragio della London Valour - Folaghe (strumentale). L'Indiano: Quello che non ho - Canto del servo pastore - Fiume Sand Creek - Ave Maria - Hotel Supramonte - Franziska - Se ti tagliassero a pezzetti - Verdi pascoli. Creuza de ma: Creuza de ma - Jamina - Sidun - Sinan Capudan Pascià - A Pittima - A dumenega - Da me riva. Le Nuvole: Le nuvole - Ottocento - Don Raffaè - La domenica delle salme - Megu megun - La nova gelosia - A cimma - Monti di Mola - (Intermezzi da "Le Stagioni" di Chajkowskj). Anime salve: Princesa - Khorakhané - Anime salve - Dolcenera - Le acciughe fanno il pallone - Disamistade - A cùmba - Ho visto Nina volare - Smisurata preghiera. In concerto (con la Pfm): Bocca di Rosa - Andrea - Giugno '73 - Un giudice - La guerra di Piero - Il pescatore - Zirichiltaggia - La canzone di Marinella - Volta la carta - Amico fragile. In concerto (vol. 2): Avventura a Durango - Presentazione - Sally - Verranno a chiederti del nostro amore - Rimini - Via del Campo - Maria nella bottega del falegname - Il testamento di Tito. 1991 Concerti: Don Raffaè - La domenica delle salme - Fiume Sand Creek - Hotel Supramonte - Se ti tagliassero a pezzetti - Il gorilla - La canzone dell'amore perduto - Il testamento di Tito - La canzone di Marinella - Creuza de ma - Jamina - Sidun - Megu megun - A pittima - A dumenega - A cimma - Sinan Capudan Pascià - Le nuvole (solo musica). De André in concerto: Creuza de ma - Princesa - Khorakhané - Dolcenera - L'infanzia di Maria - Il ritorno di Giuseppe - Il sogno di Maria - Tre madri - Il testamento di Tito - La città vecchia - Amico fragile - Il pescatore - Geordie - Via del campo - Volta la carta. Bibliografia Aa.Vv., Accordi eretici, Euresis Edizioni, Milano, 1997 Aa.Vv., La lingua della canzone italiana, Ministero della Pubblica Istruzione Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, Rcs libri, 1994 Aa.Vv., L'Italia del Rock, Edizioni "La Repubblica", 1994 Borgna G., Storia della canzone italiana, Laterza, Roma-Bari, 1985 Capanna M., Formidabili quegli anni, Rizzoli, Milano, 1994 Cotroneo R., Come un'anomalia, Einaudi, Torino, 1999 Cotto M., Per niente facile, Arcana Editrice, Milano, 1994 Dahrendorf R., Quadrare il cerchio, Laterza, Roma-Bari, 1995 De André F. - Gennari A., Un destino ridicolo, Einaudi, 1996 De Grassi G., Mille papaveri rossi, Ed. FuoriThema, Bologna, 1991 De Luigi M. - Straniero M., Musica e parole, Gammalibri, Milano, 1978 De Mauro T., Guida all'uso delle parole, Editori Riuniti, 1980 De Mauro T., Storia linguistica dell'Italia unita, 2 voll., Laterza, Roma-Bari, 1976 Donadio F. - Giannotti M., Teddy-boys rockettari e cyberpunk, Editori Riuniti, Roma, 1996 Fasoli D., Da Marinella a Creuza de ma, Edizioni Associate, 1989 Giazzi G. - Vites P., I sognatori del giorno Massimo Bubola, Tarab, Firenze, 1996 Granetto L., Canzoni di Fabrizio De André, Lato Side, Roma, 1978 Jachia P., La canzone d'autore italiana 1958-1997, Feltrinelli, 1998 Jannelli M. - Farias F., Princesa, Sensibili alle Foglie, Roma Mutis A., Summa di Maqroll - Il gabbiere, Einaudi, Torino, 1993 Piferi R., Premiata Forneria Marconi, Lato Side, Roma, 1981 Pivano F., Beat Hippie Yippie, Ed. Bompiani, Milano, 1990 Romano M. - Giaggio P. - Piferi R., Francesco De Gregori un mito, Lato Side, Roma, 1980 Romana C., Amico fragile, Sperling e Kupfer Editori, 1991 Svampa N. - Mascioli M., Brassens, Muzzio, Padova, 1991 Thoreau H., La disobbedienza civile, Demetra, 1995 Tuiavii, Papalagi, Stampa Alternativa, 1994 Veltroni W., Il sogno degli anni Sessanta, Savelli, Roma, 1981 Viva L., Vita di Fabrizio De André, Feltrinelli, 2000