Giuseppe Fuca'. Un racconto per Chiara. ... i ciechi, che gente meravigliosa!. Presentare il libro di Giuseppe Fucà, "un racconto per Chiara" può apparire, per chi l'abbia letto, di estrema facilità. Può infatti essere definita opera avvincente, tale da trascinare l'entusiasmo anche del lettore più lontano dai problemi toccati dall'autore. Ma per me che in ogni riga di quel libro ho vissuto brevi attimi, o lunghi momenti di vita mia personale, o di corale partecipazione di gruppo, diventa estremamente difficile e assolutamente soggettivo esprimere ogni giudizio. Infatti non esprimerò giudizi, cercherò di riassumere brevemente un pensiero sui due aspetti dell'opera. quello formale e quello relativo ai contenuti. Il pensiero sull'aspetto formale mi appare più facile non coinvolgendo mie responsabilità: non sono un critico letterario, né intendo atteggiarmi come tale. Il libro vive di un respiro complessivo e di momenti autonomi, tanto che leggendolo se da un lato ciascun episodio si completa in se stesso, dall'altro la sequenza degli episodi configura un tutt'unico storicamente sviluppato. Il linguaggio appare secco e lucido, ma emotivamente carico, il pensiero che traspare dalle parole scevro da cedimenti retorici, ma ricco e coinvolgente. Nulla è superfluo: tutto è innanzitutto essenziale. I contenuti mi vincolano di più. Tuttavia la sofferenza dell'ambiente familiare, la pesantezza del passo di un fanciullo cieco che avanza tra mille ostacoli, il trionfo dell'individuo nella costruzione della comunità, i risultati nella crudezza delle elencazioni di provvedimenti, l'uomo mai sconfitto, mai piegato, mai umiliato, nemmeno dalla malattia, sono momenti di tale limpidezza da consentirmi approvazione appassionata e financo esclamazioni di entusiasmo. Una arrampicata talvolta dannosa, talaltra sorretta dalle ali di un'enfasi interiore, ci porta alla conclusione dell'opera, quale conclusione.. quella lettera a Dario che aspira ad essere non soltanto il compimento di un magnifico libro, ma soprattutto il coronamento della lunga marcia di un intero popolo di ciechi.gente meravigliosa . Altri libri nel passato hanno scavato nelle ferite della cecità ed hanno illuminato il cammino di questo popolo sofferente verso un futuro luminoso che intravediamo appena. Il libro di Fucà, tuttavia, rappresenterà per l'intero settore della emarginazione sensoriale, più che una pietra miliare, un macigno, una roccia che pesantemente schiaccia, sotto il peso della loro responsabilità, i pubblici poteri e che fortemente si pone, come tappa di quella lunga marcia, di cui mille passi compiuti rappresentano una base insopprimibile di avanzamento verso la nostra massima aspirazione. la più completa equivalenza ed integrazione sociale. Grazie Giuseppe, per questo tuo ulteriore contributo al trionfo dei nostri ideali, hai dimostrato conUn racconto per Chiara , che l'Uomo non può mai essere piegato, che ilGeniotrova forza e strumenti adeguati ad ogni momento della vita, ad ogni aspetto della propria battaglia. Roberto Kervin Prefazione dell'autore Nel titolo dato a questo lavoro è racchiusa l'ambizione di una fatica che, certamente, è eccessivo definire letteraria. si tratta, piuttosto, di un racconto che corre in ambienti diversi, ma collegati tra di loro. L'ambizione, dicevo, è racchiusa nel titolo e vuol significare che io penso di raccontare solo a Chiara la vita del nonno Giuseppe, vita che si intreccerà con quella del nonno Andrea e con tante altre esistenze di uomini e donne che, senza l'immenso dono della vista, hanno saputo scrivere ciascuno per proprio conto, e spesso tutti insieme un meraviglioso romanzo fatto di lacrime veramente versate, di incubi veramente sofferti, di impegno e di slanci interamente spesi, di gioie, di trionfi di felicità, assaporate lungo il faticoso cammino dell'esistenza. Anche se negli ultimi tempi sono stati in tanti a chiedermi di scrivere della mia vita, delle mie esperienze nel contesto di un piccolo mondo per il quale ho lavorato e sofferto, io scrivo non sognando folle di lettori, ma per il gusto di raccontare un fatto vero ad una stupenda creatura alla quale, tante volte, quando era piccola ho narrato favole inventate aspettando che la sua testina bionda si adagiasse sul mio petto, vinta dal sonno. La speranza che getto in queste pagine è una sola: possa questo racconto conquistare Chiara, la sua bella mente, il suo cuore sensibile, alla grande causa di vincere la cecità. E giacché, scorrendo queste pagine, spesso il lettore correrà sul filo di un'utopia innata fatta realtà, quando dico vincere la cecità , voglio dire odiarla e amarla per servirla e renderla compatibile con la vita, quando le sale operatorie delle cliniche oculistiche hanno perduto le loro battaglie e sul lettuccio che torna in corsia è coricato ancora un cieco. L'Organizzazione Mondiale della Sanità ci fa sapere che nel nostro Pianeta vivono quaranta milioni di ciechi. La prima necessità è quella di preparare tanti e tanti oculisti per prevenire e curare le malattie della vista; la seconda è di disporre di tanti e tanti giornalisti capaci di frustare le società e i Governi per non far dimenticare, per far conoscere un dramma che, se affrontato, potrebbe essere drasticamente ridotto di proporzione numerica, riservando a quella parte di popolo per la quale i colori dell'alba sono uguali a quelli del tramonto, ogni sostegno, ogni atto di giustizia, ogni mano tesa per attraversare in cordata i difficili incroci della vita. GIUSEPPE FUCA' EPPURE, QUELLA BARACCA ERA UN PARADISO. In una baracca di terremotati a Scilla, in provincia di Reggio Calabria, trovarono dimora mio padre, mia madre ed il primo dei miei fratelli, Natale, subito dopo il terribile cataclisma del 1908 che distrusse Reggio e Messina. I miei genitori erano proprietari di una casa a due piani nella parte alta del Paese: si salvarono per miracolo e, dopo durissime settimane e mesi di freddo e di fame ebbero la baracca dove nacqui io e, più tardi, Giorgio il più piccolo dei fratelli. Quando venni al mondo, nell'Ottobre del 1922, nella mia casa abitava già un fratello di latte, Antonio, che noi chiamavamo Totò: un ragazzo che passò l'infanzia con noi, che sapevamo essere nostro fratello, e come tale lo amavamo essendone ampiamente ricambiati. Una grande armonia regnava in quella baracca e la nostra famiglia Vi trascorreva una vita serena e posso dire felice perchè sia la mamma che il papà non ci facevano mai sentire l'ombra della sofferenza che li attanagliava a causa delle condizioni visive mie e di Natale. La cecità e le sue conseguenze erano il tormento delle ore tristi dei miei genitori, ma io non ricordo un solo attimo di disperazione, di insicurezza, manifestato in nostra presenza. Erano forti perché noi ragazzi si potesse vivere all'ombra della loro serenità. Già il nonno paterno, il nonno Natale, era nato con le cateratte congenite a causa della rosolia contratta in gravidanza dalla bisnonna. E così la tremenda catena iniziò colpendo, dopo mio nonno, mio padre, quindi mio fratello Natale e me. La vastissima parentela era tutta di origini contadine, tranne un ramo che abitava giù a Marina Grande e viveva di pesca e di commercio sul mare tra le due sponde dello Stretto. Il nonno, papà e mio fratEllo Natale non poterono fare né i contadini, né i pescatori per le loro condizioni visive e appresero la musica con molta tenacia e bravura. Il nonno suonava il violino in chiesa e veniva chiamato in occasione di matrimoni e ricorrenze da festeggiare. Papà frequenterà un istituto per ciechi a Napoli e, al ritorno in paese, si sposerà ed avvierà una trattoria che la bravura culinaria di mia madre rese famosa, tanto che, per i paesani, andare a mangiare da donna Maria era un piacere. Mio fratello Natale, molto più grande di me, fu un bravissimo musicista ed ebbe una sua orchestrina che gli dette fama ed opportunità di viaggiare molto. Il nonno paterno visse con grande dignità. Era un uomo che sopportò benissimo la sua totale cecità: una grande fede religiosa, l'arte del suonare, la sua presenza in tutte le case del paese in occasione di feste e ricorrenze varie che lui allietava col suo violino melodioso, lo resero un personaggio stimato e rispettato. La cecità totale fu conosciuta e vissuta solo dal nonno. Mio padre, mio fratello ed io siamo stati via via aiutati dal progredire dell'oculistica. Fummo operati ed acquistammo residui visivi di grado diverso, ma sufficienti per muoverci da soli e vivere meno duramente. Papà negli ultimi anni tornò alla cecità totale, ma salvo il primo periodo, riconquistò la sua abituale serenità. Io fui il più fortunato. Nacqui cieco, ma grazie a diversi interventi oculistici, uno dei quali effettuato da un grande chirurgo di Milano, il Prof. Vollaro, raggiunsi un decimo di capacità visiva al solo occhio sinistro che, parzialmente, ancora conservo. Il Prof. Vollaro veniva a Reggio a trascorrere le vacanze e questa occasione fu sfruttata da mio padre che riuscì, grazie alla mediazione di un senatore del Regno, a convincere il grande primario a lavorare anche duranTe le ferie. L'operazione costò a mio padre il valore del terreno della casa terremotata, ma in compenso acquistai un bel po' di vista ed i miei non rimpiansero mai quel grande sacrificio. Ricordo benissimo, avevo allora quattro anni, il momento in cui fui sbendato: l'infermiera pose per terra una moneta da cinque lire, io la vidi luccicare e, tra il grido di gioia di mia madre e la grande felicità di mio padre, mi mossi e la presi. Com'era bella mia madre! Com'era bello mio padre! Fino a quel giorno loro erano per me solo buoni e cari; da quel momento erano anche tanto belli. Con quel po' di vista incominciai a pretendere di correre per il paese con Natale, con Totò, con i loro ed i miei amici. Volli partecipare ai loro giochi ed in casa, oltre a toccare tutto, incominciai a vedere tutto. La mia casa era bella e pulita anche se era di legno. Nella prima stanza, dove le botti coprivano una lunga parete, erano sistemati i tavoli intorno ai quali i clienti mangiavano nelle ore dei pasti e dove, il pomeriggio e dopo cena, si trovavano sempre i fanatici del Tressette, del Padrone e del Sotto, un gioco. quest'ultimo che più avanti descriverò e che ha fatto diventare mia madre un'eroina per il coraggio e la prontezza con cui sventò un probabile omicidio di un avvinazzato. Da questa prima stanza si passava in un ambiente lungo e largo che ospitava la cucina ed un'immensa dispensa. Tre camere da letto ed una saletta dove si mangiava nei giorni di festa, o quando venivano i nonni materni e gli zii da Reggio, completavano l'abitazione. L'ospitalità di mio padre e la giovialità della mamma, oltre, ripeto, la sua grande bravura di cuoca, ci collocavano al centro del rispetto del paese. Papà era generoso, la mamma un po' parsimoniosa, ma entrambi sono stati ricordati per le mille volte in cui hanno apparecchiato la tavola per povera gente che, altrimenti, non sarebbe stata sfamata da alcuno. Mio fratello Giorgio nacque con gli occhi perfetti e fu festa grande. Questo ragazzo diventerà il riscatto, la fierezza di tutti noi, e di lui scriverò a lungo per l'amore che ha saputo ispirare e peR la brevità della sua vita, tanto ricca di sentimento, quanto avara di anni. Quando non c'era gente a mangiare o a giocare, o a bere, la mamma lavorava e cantava, papà fischiettava e, insieme, facevano progetti per il lavoro, per i figli. Don Giacomo, mio padre, e donna Mariuzza, la mamma, su una cosa discutevano animatamente: sùgli inviti di amici e parenti, perché papà voleva tavolate di invitati, mentre la mamma pensava con maggior prudenza e temeva. Nón che le pesasse la fatica di mettere a tavola tanta gente, oltre ai clienti, ma temeva la generosità di don Giacomo che, per quelle frequenti occasioni, prenotava capretti in campagna e i miglIori pesci giù a Marina. Tuttavia i miei genitori erano una coppia perfetta e noi figli siamo cresciuti in un paradiso di comprensione, di amore, di sorrisi. Fino a quando siamo stati a Scilla, la vita è stata un magnifico sogno, solo di tanto in tanto turbato da qualche episodio legato alla minorazione visiva che creava qualche problema. Uno di questi poteva essere, ad esempio, un bambino che giocandocu fannu , un pallone fatto di stracci, mi aveva gridato: Peppino, sei orbo?. E mio fratello Giorgio lo aveva preso a pugni perché, secondo lui, io ero il ragazzo più normale del mondo. SCILLA, CHE SOGNO!. Tutto è bellezza e povertà in questo mio paesetto posto in fondo al Tirreno ad un passo di mare dalla Sicilia. E uno scenario incomparabile di posizioni, di colori, di rocce che spuntano dal mare e vanno su a formare l'erta montagna. Omero colloca Scilla nel mito congiuntamente a Cariddi. Nella leggenda Scilla è mostro, è sirena, è ninfa; di lei si innamorano Dei capricciosi e per questo viene punita e trasformata in uccello marino detto Ciris. Ulisse ebbe qualche dispiacere da Scilla: infatti, evitato il vortice del mostro Cariddi, caDde in quello di Scilla perdendovi sei rematori. Come ninfa bellissima, fece innamorare di sé il dio Glauco, un dio marino il quale; non ricambiato, chiese ed ottenne vendetta per mezzo della maga Circe: così Scilla perdette le sue fattezze e fu trasformata in un mostro che presentava le sembianze di una donna dalla vita in su, mentre il resto del corpo era quello di un pesce con due code rivolte verso l'alto e sorrette dalla Sirena. Questa immagine, con una corona in testa e calata in una conchiglia, rappresenta lo stemma del ridente paese reggino. Secondo Strabone, l'origine di Scilla la troviamo fin dall'epoca di Anassilao, padrone e tiranno di Reggio nel V secolo a.C.. Questo signore sfruttò la posizione degli strapiombi sul mare delle gigantesche rocce che formano il paese e lo trasformò in un porto ed in un fortilizio contro i pirati del Tirreno. Ma secondo Polibio, l'esistenza di Scilla come comunità abitata è ancora più antica. Si troverebbero tracce della sua esistenza fin dal 1270 a.C., epoca della distruzione di Troia. Intorno al 400 a.C., Scilla venne annessa alla Repubblica Reggina. Fu città dei Tirreni, dei Greci, dei Tarantini, dei Romani. Nel 42 a.C. fu ricostruita e dette ospitalità a Ottaviano inseguito da Pompeo. San Girolamo, nel 385, in viaggio per la Palestina, racconta di essersi fermato a Scilla. I Vandali la distrussero durante le invasioni barbariche, ma i Normanni, nel 1000, la fecero rifiorire e fu sede del Magistrato che amministrava la giustizia. Il Castello di Scilla fu rifugio di greci e di normanni. Ospitò un tale Costa Condomicita che fu padrone della città: questo prepotente fu, in seguito, contestato e cacciato dalla popolazione che, per questa lotta, fu premiata dal Conte di Sicilia, Ruggero, che stabilì alcuni privilegi in favore della gente di Scilla, tra cui la scelta del Capitanio, giudice di zona. Nel 1255 sul castello di Scilla ebbe potere il Conte di Catanzaro, Manfredi Piero Ruffo. Più tardi, dopo gli Svevi, vi fu la dominazione degli Aragonesi e degli Angioini che durò circa due secoli. Nel 1421 Alfonso di Aragona fece dono del castello a Gutterra De Nava. Il 26 dicembre 1633, uno della famiglia dei De Nava, vendé per trentamila ducati il feudo di Scilla al proprio cognato, Paolo Ruffo, Conte di Sinopoli. Il 5 febbraio del 1783 Scilla fu sconvolta da un terribile cataclisma che causò 1450 morti. All'inizio del 1800 vi fu l'occupazione dei francesi e, subito dopo, quella degli inglesi che cacciarono i primi. La gente di Scilla prese viva parte alle imprese garibaldine aiutando l'eroe dei due mondi, con uomini e vettovaglie, nella sua impresa del 29 agosto 1862 sull'Aspromonte, ma già due anni prima aveva accolto e aiutato un uomo di Garibaldi, il generale Cosenz Questo meraviglioso angolo della terra ha suscitato l'attenzione di letterati e poeti nel corso dei secoli. Di Scilla hanno scritto Plinio, Strabone, Tucidite, Seneca, Apollonio Rodio, Tibullo ed altri ancora. Scrissero di Scilla l'ammiraglio inglese William Sidney Smith ed i conterranei Vitrioli, Giovanni Minasi e il Notaro Pietro Macrì. Tutto è bellezza e povertà in questo mio paesetto fatto di sole e di mare, di gente che sogna lavoro. Qui si ha solo la gioia di venire al mondo, di amare ogni colore, ogni sasso, ma come se ciò fosse abbastanza, come se fosse già tutto scritto qui sono poche le persone che hanno la fortuna di finire i loro giorni e morire dove sono nate. A Scilla si nasce e poi si parte in direzione del mondo, e da ogni dove si sognano Marina Grande, Chianalea, le mille scale tracciate nella roccia che, dal mare, vanno su alla piazza Matrice e più su a piazza S. Rocco. Questa è una terrazza sul mare dalla quale si vedono la Sicilia, le Isole Lipari, Stromboli e Capo Vaticano. Scilla ha la forma di una gigantesca aquila ad ali aperte sul mare, una in direzione dello Stretto verso Villa S. Giovanni e l'altra verso Bagnara. La testa dell'aquila è formata dal roccione che nasce dal mare e si erge in verticale fino al castello. Un'ala è costituita da Marina Grande, una dolce ed aperta insenatura con una spiaggia di rena grossa, dove io ricordo tante barche piccole e grandi. L'altra ala è sagomata da Chianalea, anch'essa leggermente insinuata, fatta di mille scogli su cui l'uomo, nel tempo, ha costruito casette basse, pronte a sopportare le furie del mare durante le tempeste. In queste occasioni, i fondi delle case vengono spalancati perché le mareggiate possano entrare e uscire senza far tanto danno, ma l'acqua raggiunge le terrazZe ed entra nelle stanze superiori. Il corpo dell'aquila, infine, è costituito, dal paese alto, il rione di S. Giorgio. Chi dal mare vede il paese, resta incantato da uno scenario posto su altezze diverse tra loro, collegate da scalinate che congiungono le cento viuzze della marina a quelle più alte delle diverse frazioni, fino su al campo sportivo ed al cimitero. Ma questa enorme pettata di monte prosegue fino a Milea e a vette ancora più alte. Dovunque case, giardini, aranci, ginestre, melograni, vigneti; la terra coltivata è costituita da tanti fazzoletti di campagna strappati alla roccia dalla fatica arcana dell'uomo prima di partire. Il mare di Scilla ha un colore blu e viola e io ne Ricordo il tepore nella buona stagione: ci stavo immerso per ore, e, quando ci penso, ne sento il profumo, così come ricordO il sapore delle patelle che staccavo dagli scogli per le mie colazioni mattutine. Mi piaceva fare una camminata da Marina Grande alla fine di Chianalea: mi fermavo accanto a tutte le barche, parlavo con tutti i pescatori, mi facevo raccontare le uscite più tristi e quelle più fortunate. Le donne e gli anziani accomodavano le reti strappate e anche con loro avevo da discutere. Ero straordinariamente curioso. Ad un vecChio chiesi quanto poteva durare una rete da pesca ed il vegliardo, paziente, mi rispose:Quanto vuole Dio e il mare. Odore di mare ed intensità di vita lungo tutta la marina, sempre speranze e attesa per quelle braccia che sospingevano in acqua enormi barche cariche di reti; trepidazione per quelle braccia che, legate ai remi, dovevano cercare la preda, vincere le correnti dello stretto e saper tornare. Ma qualche volta quelle braccia non vincevano la sfida e restavano sepolte in quella tomba crudele fatta di scogli e di mare, di venti tirati e di onde alte e amare. Quando una barca non tornava, un solo grido solcava il paese dalla riva al monte: era il pianto della mamma, della sposa, delle tante figlie che, per la vita, non avrebbero più indossato un abito a colori, con la sola eccezione del giorno delle nozze. Per fortuna spesso era festa quando tornavano le barche con le retate di pesci o con i carichi di cereali imbarcati in Sicilia; allora la Marina era un canto e una preghiera di ringraziamento. I barconi per la pesca del pesce spada, con l'albero altissimo per l'avvistatore, erano la mia attraZione preferita e io volevo conoscere il più bravo avvistatore, il più bravo fiocinatore. Mi sopportavano perché ero il figlio di Don Giacomo e perché io non potevo vedere con i miei occhi, ero orbo ed ero una creatura che voleva sapere, che voleva toccare le fiocine, le ancore, le reti, i remi, le nasse, le diverse qualità di pesci. Su in paese la vita offriva uno scenario tutto diverso con gli orti ricchissimi d'ogni verdura e frutta di ogni genere. Camminando per quei mille viuzzi, si poteva indovinare che cosa mangiava ciascuna famiglia: odore di funghi scesi dall'Aspromonte, profumo d'arrosto di uccellini cacciati su per le pettate prospicienti il mare, su per i castagneti e i querceti della montagna. Nelle diverse stagioni, le donne erano tutte impegnate con la lavorazione del bozzolo del baco da seta. Ricordo le caldaie fumanti e le donne che, col canto, accompagnavano la loro paziente fatica di filatura e poi di tessitura. In ogni casa un telaio per preparare la dote alle figlie: belle o brutte, spose o zitelle, tutte avevano la loro dote. E quei telai battevano regolari per ore ed ore, senza sosta, accompagnati dal canto ora triste, ora allegro, delle donne vestite di sottane lunghe fino ai piedi e con il fazzoletto che tratteneva i capelli. Nel mese di settembre, a Scilla, per ogni stradina era un via vai di muli che trasportavano uva ai cento parmenti dove si pestava per farne vino. Che profumo di mosto! Nei millenni, i figli di Scilla hanno dovuto lottare sempre con la violenza delle onde e la forza dei venti, con la prepotenza e la ferocia degli invasori, con l'esiguità delle strisce di terra ricavate sul petto del monte che, da Milea, scende fino alla spiaggia o agli scogli. Questa natura così forte, così dura, così violenta talvolta, ha rafforzato l'animo e lo spirito della gente che vive tutta la furia dei libecci, in attesa delle stupende calmerie che fanno toccare e vivere la pace di un panorama fatto di cielo che si tocca, di sole e di mare che entrano in casa con la povertà e con la speranza. Ricordo i pescatori e ricordo i braccianti. I braccianti di Scilla, poveri e silenziosi, a caccia di qualche ora di fatica per un pugno di fave o di fagioli. Dalle case più fortunate, ancor prima dell'alba, partivano i villani i contadini, con la zappa sulla spalla ed in mano un tovagliolo legato a sacchetto contenente pane e vino. E via, nel buio, passo dopo passo, per i mille sentieri in cerca del lembo di terra da coltivare, da irrigare con l'acqua misurata a ore e distribuita con severa disciplina. Tornavano aL buio per ritrovarsi in tanti intorno ad un desco, per consumare felici un piatto caldo e del pane, con l'olio o con una frittata o, quando ve n'era abbondanza, con il pesce che i pescatori vendevano passando di casa in casa. Nella storia, Scilla è sempre stata decimata dai grandi cataclismi e ancora, ma in maniera meno violenta e più continua, dalla disoccupazione e dall'emigrazione conseguente. La gente di Scilla vuole disperatamente trovare lavoro: lo cerca su ogni striscia di mare, fra una roccia e l'altra, su ogni quadrato di terra, scavando la collina e la montagna; lo cerca disperatamente sul mare di Scilla, sulla terra di Scilla, e passano anni prima che si arrenda, ma poi, stremati dall'invocazione di pane dei figli, gli uomini partono. La gente di marina si imbarca sui mercantili e icardoli , la gente della terra parte per il Canada, l'Australia, gli Stati Uniti; i più fortunati emigrano nell'Italia del Nord. E per le vie del mondo i figli di Scilla vivono con la malinconia di un distacco, con la grande speranza di un ritorno, con la visione di uno scenario fatto di mille colori che abbagliano, di Marina Grande, di Chianalea, di barche e di reti, di sciabicate festose che portano a riva la grazia di Dio. Anche da lontano il figlio di Scilla sente il profumo di zagara, di ginestra, di giglio e vede e vive le notti d'argento di Scilla immersa, in alto, nel suo verde perenne di aranci e limoni e, in basso, nel suo mare punteggiato di lampare che lente solcano l'acqua in attesa dell'alba. ... Chi vuole evitare Scilla, cade a Cariddi , dice un antico proverbio latino ed in questa espressione è racchiusa la forza ineluttabile di questo angolo di terra che appaga chi ci vive e fa sognare quanti, per amaro destino, l'hanno lasciata! LE PRIME AVVISAGLIE DEL NON ESSERE UGUALE AGLI ALTRI. Vivevo in pieno affiatamento con Totò e Giorgio e tanti altri coetanei. Totò, il fratello di latte, aveva un carattere dolce,era attento, buono e saggio; Giorgio era forte ed estremamente sensibile.Giocavamo insieme, insieme facevamo frequenti visite ai poderi dei nostri parenti i quali mandavano sempre qualcosa alla mamma e papà.I miei fratelli ed i nostri amici si arrampicavano sugli alberi, attraversavano il seminato per cogliere frutta e verdura e nessuno avevano da ridere; invece, appena io cercavo di imitarli, c'era sempre qualcuno pronto a dirmi:"tu no, Peppino, puoi farti male, puoi pestare ortaggi", oppure:"tu no, ti bagni le scarpe, abbiamo appena irrigato e ci sono pozzanghere".Molti gli inviti a no correre come gli altri, a no lanciare sassi come facevano gli altri; in mare, poi, ero un vigilato speciale: la mamma non mi affidava neanche ai miei fratelli: Per fare i bagni partivamo di casa quando ancora il sole non era caldo, cioè prima che incominciasse l'ora delle facende, e facevamo a piedi la strada e le scale che da S.Giorgio scendevano sulla nazionale,poi, attraversando un ponte sotto la ferrovia, arrivavamo all'estremo nord di Chianalea, dove la riva era formata da ciottoloni e scogli: Prima dell'operazione agli occhi, o subbito dopo, quanto ero ancora molto piccolo è stavo in casa o nelle immediate vicinanze, io non sentivo l'ombra e la pesantezza di tutte quelle attenzioni, ma crescendo sentivo il bisogno di spazi maggiori, volevo fare almeno quello che facevano i miei fratelli Totò e Giorgio, quasi coetanei. Con Natale, di sedici anni più grande di me, non ero in competizione: lui suonava già con grande bravura il violino, il mandolino e la chitarra. Il maestro della banda e il nonno, dal quale aveva preso nome e arte, lo curavano musicalmente e il giovanotto mostrava doti eccezionali. Natale frequentava ragazzi e ragazze delle migliori famiglie, era chiamato a suonare anche fuori paese e si ritirava quando noi eravamo già a letto da un pezzo. Ci parlavano di lui come di un prodigio. Vestiva elegantemente, mangiava con ricercatezza ed era, per la sua età, un professionista precoce. Nonostante la grave minorazione visiva, era sempre circondato da belle ragazze e questo era un miracolo, per quei tempi, in un piccolo paese del Sud dove i pregiudizi si sommavano in maniera spaventosa. Noi eravamo tutti fieri di lui e anche un po' invidiosi della libertà che la musica e qualche anno in più di noi fratelli gli consentivano. Tentarono più volte di convincere mio fratello Natale ad andare in Istituto a Napoli, per studiare musica. Da piccolo, quando appena si accennava all'eventualità della sua partenza in direzione Napoli e Istituto per ciechi, piangeva disperatamente straziando nonni e genitori che finirono con l'arrendersi. Ci provarono ancora quando era più grande, su consiglio dei parenti che spesso venivano da Reggio, ma Natale, ormai grandicello, opponeva la sua ribellione e continuò ad essere libero pensatore. e libero musicista ad orecchio, ma sempre più bravo e sempre più ricercato. Da bambino seguiva il nonno nelle sue frequenti prestazioni musicali in chiesa, ma poi accadde qualcosa che lo sviò decisamente dalla chiesa e dalla sacrestia: mentre suonava le campane, si staccò il battaglio che, cadendo al suolo, gli ammaccò un piede. Natale tribolò a lungo per quell'incidente e, ritenendolo un segnale divino, pensò che il nonno esagerasse nel condurlo così spesso a pregare e a suonare le campane. Conseguenza di tali riflessioni fu che egli chiuse definitivamente con quella frequenza e credo che rimettesse piede in chiesa solo quando si sposò, oltre i trent'anni Un po' tutti dicevano ai miei genitori che sbagliavano a non internare Natale in un apposito istituto per farlo studiare, ma Natale ebbe un grande alleato nella sua battaglia contro il collegio: il nonno Giuseppe, padre di mia madre, uomo del quale scriverò più avanti. Quest'ultimo reagiva sempre aspramente con chi suggeriva la partenza del nipote.Andate a chiudervi voi diceva. e vi aggiungeva qualche parola colorita del suo frasario libero e burlone. A distanza di anni, per i miei genitori il dilemma tornò per il mio futuro... Io non avevo alcuna inclinazione per la musica e, a sette anni non compiuti, nessuno sapeva cosa avrei potuto fare. Fu fatto il tentativo di mandarmi a frequentare l'asilo comunale appena inaugurato, ma fu un fallimento. La maestra aveva paura di tenermi fra tanti bambini sani e scatenati; i compagni qualche volta si accorgevano della differenza visiva e davano alla scoperta risposte diverse. Pietà, affetto, attenzione, scherno. Non ci vedi, sei orbo. Meno male che non c'era mio fratello Giorgio, altrimenti sareb bero state botte, e di quelle sode! L'asilo non fu una bella esperienza: ogni giorno mi misuravo con gli altri e la mia diversità incominciava ad essere frequentemente una nota amara. Inizialmente vi andavo con grande entusiasmo, ma col passare delle settimane, l'esperimento mostrava la corda, tanto che, spesso, l'uscita era una salvezza, una liberazione. Quando, con dolore, papà e mamma decisero di ritirarmi dall'asilo fu per me un gran bel giorno. Oltretutto, non avrei più dovuto ingoiare quella peste di olio di fegato di merluzzo che neppure la fettina di limone mi faceva sopportare. Dopo questo tentativo fallito, ricordo giornate di tristezza dei miei genitori. Per loro si riapriva il dilemma: Istituto sì, Istituto no. E se per mio fratello Natale erano stati aiutati dalle sue innate doti di musicista che, pur così giovane, già gli Creavano occasione di lavoro e di guadagno, per me le cose si complicavano un poco. Il nonno Giuseppe intervenne pesantemente contro tUtti coloro che insistevano sull'opportunità di farmi studiare in Collegio. Alla zia Pasqualina, sorella di mia madre, che ogni settimana veniva espressamente da Reggio per aiutare i miei a prendere questa decisione per il mio avvenire, il nonno disse parole dure: Tu Pasqualina devi farti i fattituoi, vai a chiuderti tu in un convento! . Il problema era diventato troppo attuale e assillante per sfuggire alla mia attenzione. Prestavo orecchio ad ogni accenno che mi riguardasse. Ricordo lo sforzo di papà e mamma, in quel periodo, per celare le discussioni, la velata e combattuta tristezza che per la prima volta turbava la nostra famiglia. Erano così cari, così premurosi per me, genitori e fratelli, che mi sembrava impossibile dover lasciare quel paradiso! Intanto, la vita scorreva in casa e nel paese. Da Donna Maria si mangiava e si beveva bene e Don Giacomo curava le buone relazioni con tutti: la sua passeggiata in piazza era occasione di strette di mano e di promesse dischiticchiate , cioè di succulente e abbondanti mangiate. Giorgio cresceva robusto e prepotente; era tondo e tarchiato con una predisposizione innata al pugilato. Spesso veniva a casa nostra qualche bambino, e anche qualche genitore, a riferire che il nostro picchiatoreaveva riempito di botte un compagno di giochi, ma quasi sempre l'argomento che lo faceva scattare era la mia condizione visiva: non accettava che qualcuno si accorgesse della mia minorazione e la parola orbo gli doveva suonare come una grande ingiuria. Non solo io, ma tutta la sua famiglia era intoccabile e quando, anche per scherzo, lo stuzzicavano, reagiva e scattava come una molla. Un giorno, il maresciallo dei carabinieri era seduto sul marciapiede di casa con papà e sorseggiava una birra per vincere la grande calura. Appena vide Giorgio che si avvicinava, disse a mio padre: Giacomo, faccio finta di volerti arrestare, vediamo come reagisce quel prepotente . Mio padre lo sconsigliò, conoscendo il suo pollo, ma il maresciallo dette inizio alla scena: Giacomo, devi venire in caserma. Ora ti metto le manette...Non aveva finito di pronunciare l'ultima parola, che Giorgio era già passato all'azione Afferrato un sasso, lo scagliò con forza contro il maresciallo gridando:Cornuto, lascia stare mio padre! . Tutti eravamo conquistati da quel piccolo camorrista fatto di pugni sempre pronti, ma anche di tamo cuore. La mamma era particolarmente tenera con lui: era il più piccolo e poi, finalmente era nato con gli occhi perfetti e le aveva fatto risparmiare tante lacrime. Papà non ci aveva mai sfiorati con uno schiaffo: ce li prometteva, faceva il gesto di darceli, ma rinviava sempre. Una volta in cui Giorgio ne aveva combinata una delle sue, papà, sfilatasi la cinghia, fece l'atto di alzarla per colpire, ma il piccolo si butto a terra e gridò:Mi mazzasti!(Mi hai ammazzato) La mamma, dalla cucina, a sua volta disperata, gridò:Mi mazzasti u' figghiu!(Mi hai ammazzato il figlio) ma, giunta accanto al marito, lo trovò ancora col braccio per aria, mentre Giorgio, in fretta, aveva tagliato la corda prevedendo complicazioni con la mamma, la quale non le prometteva, ma le dava davvero quando ce le meritavamo. Di fronte a noi abitava la famiglia della comare Annunziata una tipica famiglia di Scilla: marito e figlio in America, la comare e la figlia Peppina in casa. Quando da noi tirava aria di burrasca Giorgio scappava lì e vi trovava comprensione e pane. Sì, perché quando combinava qualche marachella, non aveva il coraggio di andare dalla mamma a chiedere la colazione. E poi, non so come quando si aspettava botte, Giorgio sviluppava un formidabile appetito Così la casa di comare Annunziata era proprio quello che ci voleva. Nel pomeriggio prendevamo un uovo a bere, fresco di pollaio, ma se io e Totò ÃÃÃÃÃ non avevamo problemi e tiravamo giù e via, GiorgiO, inVeCe, non sopportava l'albume, perciò qualcuno lo doveva bere l'asciando intatto il tuorlo. Dico intatto, perché altrimenti erano tragedie. Una volta toccò a me questo incarico, ma non mi rnai fermai a tempo e intaCCai il tuorlo. Giorgio vide il misfatto e fu buriana: prese l'uoVo e lo fece volare fuori dalla porta e, fino a quando non fu ripetuta tutta l'operazione, e questa volta con successo, non si dette pace. Comare Annunziata e Peppina spesso andavano a lavorare in campagna. Partivano quando ancora era buio e, per raggiungere la loro proprietà, dovevano attraversare tutto il paese alto, poi scendere fino alla nazionale e proseguire per qualche chilometro in direzione di Cannitello. Sulla destra si trovava la loro striscia di terra, fra la via asfaltata, gli scogli e il mare. Quando mi promettevano di svegliarmi al mattino per andare in campagna, non dormivo per la gioia e l'ansia. Camminavo silenzioso e felice nel buio, tenuto per mano da Peppina che era con me attenta e premurosa. Pacì, così si chiamava il posto, era una mèta sempre sognata. C'erano viti, frutta, ortaggi. Ad un passo, il mare lambiva la scogliera ed io vivevo la gioia di avere per me questi due volti della natura così vicini, così ricchi: la campagna e il mare. Facevamo coldzione accanto allagebbia , il pozzo. Una mattina, sempre a buio, e sempre con la stessa direzione, partii da casa con papà il quale mi teneva per mano e mi anticipava i gradini da scendere e ogni minimo particolare del percorso. Papà amava il suo paese, e le sue difficoltà visive non gli impedivano di percorrerlo in lungo ed in largo di giorno e di notte. A parte le viuzze, le scale quasi sempre in disordine, vi erano punti senza protezione e sbagliare un passo significava fare un volo di centinaia di metri da roccia a roccia. Ma quel buio e quei pericoli, per mano a mio padre non li avvertivo: ero sicuro e andavo avanti ignaro che mio padre, di lì a poco, avrebbe iniziato il colloquio più difficile della sua vita. Giunti sulla strada nazionale dovevamo camminare per quattro chilometri, raggiungere Cannitello e prendere un autobus che ci avrebbe portato a Reggio. Credevo si trattasse di una delle tante gite che papà faceva nel capoluogo percomprare qualcosa per la trattoria e quando mi aveva detto che mi avrebbe portato con sé i salti e la gioia erano stati tutt'uno. Andavo a Reggio con papà. Mi sarei alzato all'alba, sarei andato a piedi a Cannitello, avrei preso l'autobus, sarei andato a mangiare dalla zia Pasqualina, avrei visto i cugini: Rina, Ninì, Enzo. Tutto il paese sapeva del mio programma e della mia felicità. Una volta sulla nazionale, la strada era più facile. Sulla nostra sinistra il roccione della montagna e, a destra, la scogliera e pOi il mare. Passo dopo passo il buio si apriva lentamente, il mare batteva regolare sugli scogli e lontano si accendeva e si spegneva il faro del Porto di Messina. Era un susseguirsi regolare, in tutto quel nero, di un breve bagliore di luce, poi una pausa e ancora luce e così per tutta la notte e fino al giorno imminente. La via era una lunga, interminabile serie di curve e di dritte Papà procedeva sicuro e mi guidava. Mi parlava di cose allegre e spesso il discorso andava alla mamma che lavorava tanto per noi alla bontà di Totò, alla vivacità di Giorgio, alla bravura artistica di Natale, alle cattiverie del nonno Giuseppe, il nonno terribile Ad un certo punto la strada era a picco sul mare e un'onda, rom pendo chiassosa e temibile contro gli scogli a ridosso della carreggiata, mi procurò un attimo di spavento, tanto che mi strinsi al fianco di mio padre senza parlare e in cambio ne ebbi un abbraccio rassicurante.Quando sei con me non devi aver paura mi disse e tutto passò. Lentamente si faceva giorno e ormai si vedeva chiaramente la fascia del fondo stradale.Peppino, vorrei parlarti del tuo avvenire disse mio padree lo farò se mi prometti che non piangerai, che discuterai con me, come facciamo tanto spesso la mattina quando lasci il tuo letto e la tua stanza per venire in camera mia e nel letto grande . Al mattino, infatti, mi piaceva iniziare i nuovo giorno con una visita al papà che gradiva moltissimo parlare di cose più grandi di me, sollecitato dalle mie domande e dalle mie osservazioni. Spesso mi diceva che ero più grande della mia eta e che ero un vecchietto, troppo riflessivo per i miei sette anni. Un po' incuriosito, ma anche stimolato a dimostrare a mio padre che ero già grande e pronto a discutere con lui senza piangere gli dissi che ero pronto e che poteva dirmi tutto quello che voleva allentO il passo e con parole lente e dolci incominciò a d;rmi che; ne la nostra terra, un bambino che non vedeva bene non poteva studiare e non avrebbe poi trovato un'occupazione per essere indipendente. Mi ricordò che lui stesso era stato a Napoli e ne aveva tratto grande vantaggio: era diventato un uomo, Si era formato una discreta cultura che lo faceva stimare da tutti, aveva acquisito il coraggio di aprire la trattoria e di formarsi una famiglia. Aggiunse che ora i tempi erano cambiati e che tutti dovevano avere un titolo di studio ed aspirare ad una vita migliore.Noi andiamo a Reggio mi diceva a fare i documenti per andare a Napoli in un istituto moderno da dove si esce laureati, dove suore e frati sono molto bravi e capaci, dove si studia, si gioca e spesso Si può tornare a casa in vacanza, per Natale, per Pasqua e durante i tre mesi estivi. Spesso ci saranno gli zii di Reggio che verranno a trovarti, loro sono ferrovieri e hanno i biglietti gratis. Poi verrò anch'io continuò Mio fratello, la mamma, tutti ti aiuteremo a vincere la lontananza . Quando pronunciò la parola lontananza devo avergli stretto, inavvertitamente, la mano, perche mio padre fece una pausa e proseguì:Mi hai stretto la mano quando ho detto che ti avremmo tutti aiutato a vincere la lontananza, ma tu non andrai lontano, Napoli è vicina, c'è solo una notte di treno e quando ti prenderà un po' di malinconia scrivi e saremo da te. Vorrei che tu fossi un ometto e da te mi aspetto grandi cose perché hai tutte le capacità per dare alla mamma, a me, ai tuOi fratelli e ai parenti una bella risposta di serietà. Anzi, devi essere forte con la mamma che è tormentata da suo padre, dal nonno Giuseppe, che la fa soffrire per questo benedetto istituto. Tu hai sentito qualche discorso del nonno: lui pensa che tu potresti restare a casa come è rimasto a casa Natale. Lui in qualche modo già fa qualcosa, suona e guadagna, ma tu cosa faresti? Il nonno pensa che tutti possano vivere da analfabeti come è lui . In effetti, il nonno Giuseppe entrò in ferrovia analfabeta e si pensionò sapendo fare soltanto la sua firma. Papà continuò spiegandomi la differenza fra i tempi nostri e quelli precedenti e insisté nel chiedermi coraggio affinché, specialmente la mamma, non fosse tormentata dalla mia partenza. Giungemmo intanto a Cannitello, prendemmo il caffé, qualche bisCotto, e salimmo sull'autobus per Reggio. Con voce più bassa il discorso continuò e mio padre accennò al ruolo di Peppino studente, e pOi uomo, e poi combattente per una Calabria che sapesse dare scuola e lavoro ai ciechi suoi figli.Pensa mi diceva: a quanti sono sparsi per queste montagne senza istruzione e senza un avvenire, a carico di genitori poveri che un giorno mangiano e 1 altro digiunano . E il suo discorso terminò pressappoco con queste parole:Peppino, oggi noi facciamo i documenti, tu penserai alle cose che ti ho detto e se pensi di avere la forza di partire senza straziare tua madre, andrai a NaPoli, se non te la senti sarà la volontà di Dio . Quando scesi dall'autobus, a Reggio, ero cresciuto di vent'anni e il pensierO che dovevo essere forte per meritare la fiducia di mio padre e per non far soffrire mia madre mi fecero dire, come risposta al lungo, interminabile parlare di papà, che poteva fare i documenti perché sarei stato coraggioso e pronto ad andare a Napoli. Quella mattina entrai in un luminoso salotto di una delle fami glie più in vista dell'aristocrazia reggina, che era la rappresentante dell'Unione Italiana dei Ciechi della nostra città. Era la casa della Contessa Plutino, una donna eccezionale che, in seguito, si interesserà sempre dei miei studi e delle mie vicende fino alla mia affermazione nella vita. Quando seppe da mio padre che sarei andato a Napoli e che avevo promesso di aiutare la mamma con il mio coraggio, mi strinse forte a sé e mi baciò con tenerezza. Piu tardi, dalla zia Pasqualina dove pranzammo, papà annunciò la mia decisione e la cosa fece esultare i parenti lì convenuti La sorella della mamma era felice per la mia disposizione ad accet tare quella che era una sua idea fissa, sia per Natale che per me mi riempì di elogi, di baci, di solenni promesse, a cui tenne fedé con religiosa e convinta puntualità per tutta la sua vita. VERSO IL COLLEGIO, VERSO UNA MILIZIA. Come è duro essere grandi fin da piccoli! Ormai in casa si parlava apertamente della mia partenza e ogni qualvolta il discorso procurava tristezza ai miei fratelli, ero io stesso a riderci sopra, a ripetere che volevo studiare, volevo fare l'avvocato e difendere i poveri e la Calabria. Nonno Giuseppe si scatenò, se la prese principalmente con la zia Pasqualina, questa intrusa diceva lui che partiva da Reggio per venire a scompaginare l'armonia in casa della sorella. Il suo carattere burbero si inasprì ancora di più e neanche la morte della moglie, nonna Caterina, lo ammorbidì. La morte della nonna fu il primo dolore della mia vita; piansi lacrime disperate, e quella dolcissima figura di donna mite, piccola, accanto ad un uomo così alto, baffuto, forte e rude, mi accompagnò per i primi decenni, fino a quando altri lutti non ne presero il posto. Ricordo la sofferenza e la disperazione della nonna Caterina quando il marito mi invitava a pranzo. Il nonno sapeva che mi piaceva tanto il brodo e ogni qualvolta lo facevano, io ero da loro: mi cacciava nel piatto uno zenzero intero e, quando mangiavo, il volto era solcato da lacrime copiose. La nonna diceva al marito: Peppino, sei crudele! , ma lui era fiero del nipote che mangiava e aveva anche la forza di dire che gli piaceva tanto il brodo con il peperOncino. Ma questo non era il solo dispiacere che don Peppino procurava a quell'angelo di mia nonna. Ogni anno ammazzavano il maiale ed era buona abitudine mandare al medico un po' di salsicce. Una volta la nonna, come sempre, preparò il fagotto e lo consegnò al nonno per recapitarlo al bravo dottore che, a piedi, si faceva diversi chilometri per curare qualcuno della numerosa famiglia. I nonni e i loro cinque figli abitavano in un casello delle ferrovie tra Scilla e Favazzina in direzione di Bagnara. Il nonno, ogni pomeriggio, veniva in paese a farsi la partita e un bicchiere; quella volta, però, doveva prima andare a casa del medico e consegnare le salsicce. Così almeno sapeva la nonna, la quale, alla prima occasione di necessità, vedendo il medico, si scusò per le poche salsicce che gli aveva mandato per mezzo di Peppino. Il dottore, ridendo, chiese di quali salsicce stesse parlando, lui non ne aveva mai ricevute. Sulla via del ritorno, la povera nonna fece tre chilometri di lacrime e di vergogna per quelle salsicce. La sera furono parole grosse, ma il nonno, sicuro e anche ofEeso, disse:Io le ho portate, ma certamente la cameriera, 'na puttana, si mangiau(quella puttana se le è mangiate). Naturalmente non era vero, ed erano in tanti a saperlo in paese: don Peppino, quel giorno, andò tranquillamente in un'osteria e consumò le salsicce, arrostite, con gli amici di partita, per appoggiarci meglio qualche bicchiere di buon vino in più. Venne il maggio del 1929 e il giorno della mia partenza per Napoli. Fui forte nei giorni precedenti, passando di casa in casa a salutare i tanti parenti e i piccoli amici. Ebbi ancora forza quando mi staccai dalla comare Annunziata e dalla figlia Peppina, fu molto più dura quando abbracciai i miei fratelli in lacrime. Ma ero sereno e convinto del mio ruolo. Partivo con mamma, papà e lo zio Nino, fratello della mamma. Un'intera notte di viaggio in treno era una novità. Appena partiti, lo zio Nino disse alla sorella:Maria, guarda che abbiamo fame e sete , e la mamma provvide, sollecita, a tutti noi. Lo zio era un gran burlone e con lui non ci si annoiava. Narrò moltissime cose della vita che aveva condotto nel casello ferroviario prima di sposarsi e quei racconti mi rivelarono aprendosi nella mia mente sensibile in mille episodi le vere nature dei componenti della famiglia. Prima di addormentarmi feci a tempo a riflettere che il nonno Peppino era veramente terribile e più santa di quanto la ricordavo era la nonna Caterina, ormai in paradiso. Di buon mattino giungemmo a Napoli e la città così grande, così chiassosa, mi sbalordì. Lo zio Nino sottolineava, per me, tutto quello che notava con il suo linguaggio fiorito é allegro ed io facevo delle belle risate. Passammo davanti ad un chiosco che vendeva limoni, arance ed acqua, e lo zio mi fece notare che a Napoli non esistevano le belle fontane di Chianalea e di S. Giorgio di Scilla, qui chi aveva sete doveva spendere. Chiunque aveva qualcosa da vendere gridava e cantava. Nella mattinata andammo dall'oculista dell'Istituto per la visita di controllo. Con questa formalità e con le altre carte che papà aveva sistemato all'Ufficio della Provincia e del Comune di nascita tutto era pronto. Andammo a pranzo e poi con una carrozzella dal centro della città, ci avviammo verso la collina, in direzione del Vomero dove si trovava la sede dell'Istituto Principe di Napoli per i ciechi, in Via S. Domenico. Al cancello la carrozza si arrestò, scendemmo ed entrammo. Il portiere seppe da mio zio che ero un nuovo arrivato e prontamente chiamò un frate, indicando l'ingresso del palazzo dopo il viale e il piazzale. Un viale di alberi altissimi ed aiole ricche di fiori d'ogni specie. Un profumo di verde e di primavera Dopo pochi passi feci il mio primo incontro con la cecità vera, quella totale, quella che mi avrebbe fatto piangere e lottare, perché la temevo per il mio futuro, la odiavo per le limitazioni che imponeva a tanti fratelli. Francesco, un ragazzino biondissimo e napoletanissimo, ci sentì camminare e si fermò:Chi siete?domandò toccando un po' tutti. Mia madre, come me, aveva perso la parola. Papà prese la manO di Francesco e la guidò fino alla mia spalla.Mio figlio si chiama Peppino Fucà, oggi entra in Istituto per studiare con tutti VOi . Francesco mi abbracciò e pronunciò la più retorica delle frasi:Ecco un altro fratello di sventura . Io ero già in crisi. Non ascoltavo più l'esuberante zio Nino che, con cura, faceva notare alla mamma, anche lei ormai muta, la pulizia e la serenità dei ragazzi e delle ragazze che festosi parlavano, correvano, ridevano. Un frate ci accolse amabilmente e, con molto garbo, invitò i miei genitori a passare in ufficio mentre lo zio poteva restare con me. Mi accorsi che non avrei rivisto i miei cari e mi buttai al collo della mamma. Papà mi ricordò la promessa, ma non fui grande abbastanza e piansi e sentii il volto di mia madre bagnato come il mio. Loro andarono, ma io ero sconvolto e lo zio nulla poté per calmarmi. Un frate si affiancò a noi e ci fece visitare il giardino e poi la cappella, il refettorio, lo studio del Direttore. Chiesi di vedere ancora la mamma e il papà, ma lo zio e l'accompagnatore continuarono facendo finta di niente. Mi portarono in un grande salone dove erano riuniti tanti ragazzi, uno dei quali suonava il piano. Io piangevo disperatamente e lo zio, con le sue braccia robuste, mi sollevò e mi fece sedere sul pianoforte, invitandomi ad ascoltare il compagno che suonava. La mia crisi aumentava e presi a pestare quei tasti con i piedi, mettendo in fuga il malcapitato pianista che si buscò qualche ammaccatura sul dorso delle mani. A questo punto perdetti di vista anche mio zio e fui ingoiato dal nuovo regime e dalla sua istituzione. La sera, nella camerata con tanti lettini allineati, fra i quali il mio, mi chiusi sotto le lenzuola e piansi in attesa del sonno. Al mattino, il risveglio non più intimo e caldo fra le pareti della mia baracca e tra i miei fratelli, fu ancora occasione di disperazione e di pianto. Il giorno in qualche modo ero preso da una vita regolata a suon di campanelli: ogni impegno e ogni orario particolare erano contrassegnati dal suono di una campanella che significava qualcosa, che indicava qualcosa, e tutto era ordine, disciplina, pulizia. Fui assegnato all'asilo e incominciai l'apprendimento della scrittura braille. Mi affiatavo sempre più con i compagni e mi accorsi subito che ero più portato a fraternizzare con quelli che non vedevano affatto; la mia disponibilità verso di loro era totale e ne ricevevo comprensione e affetto. Ad avere qualche residuo visivo eravamo in pochi, ma purtroppo non tutti erano disposti ad accompagnare, ad essere utili a quanti non vedevano assolutamente Dopo pochi giorni ero assai cercato dai compagni per passeggiate e giochi e questo mi aiutò molto in quel difficilissimo periodo. Gli impegni convittuali erano ben distribuiti, e le settimane scorrevano veloci. I ragazzi più grandi già contavano i giorni che ci separavanO dalle vacanze, e il pensiero che a metà luglio sarei tornato a casa mi riempiva di felicità. La sera, prima di addormentarmi, e al mattino, appena sveglio, facevo il mio piantino riservato e segreto, e poi via di corsa per tutti gli impegni della giornata. Avevamo un giardino meraviglioso, viali lunghi e ampi, stradine serpeggianti fra cento aiole. Dal piazzale prospiciente il corpo centrale dell'Istituto, si aprivano tanti sentieri che portavano nelle diverse direzioni: via del mare, la montagnola, viale della cucina, ecc. Delle querci secolari assicuravano verde e frescura. Nelle aiole, rose, camelie, tulipani, fresie, viole d'ogni genere, margherite, gigli, ortensie, insomma, cento colori e altrettanti profumi In quel piccolo Eden si giocava, si passeggiava, si stringevano amicizie che avrebbero resistito a lungo e qualcuna per sempre. Naturalmente ci si selezionava per simpatie, per interessi di giochi, per affinità di carattere. Michele, Alfrédo, Arturo, Tommaso, furono i primi ragazzi con i quali legai: ci scambiavamo ogni informazione sulle nostre famiglie, sui nostri sogni, e si concertavano i programmi immediati della vita collegiale. Incominciammo a studiare la geografia dell'ambiente e i compagni, che erano tutti ciechi assoluti, mi chiedevano descrizioni e particolari su tutto ciò che percepivo Dopo poco riuscimmo a decifrare i confini del piccolo mondo in cui si viveva. L'istituto aveva il suo ingresso lungo Via S. Domenico; alla sinistra del fabbricato, si alzava il monte dei Camaldoli; a destra, il meraviglioso scenario del Golfo. Il palazzo era circondato dal giardino, sul lato ingresso, e sugli altri lati da una campagna fertilissima, ricca di tutti gli ortaggi, di vigne, di ogni qualità di frutta. Così, per ogni stagione, avevamo le nostre tentazioni. Oltre a noi piccoli, nell'istituto studiavano i ragazzi che ogni mattina uscivano in direzione del ginnasio, del liceo o del conservatorio. Nel pomeriggio, i giovanotti che studiavano musica, occupavano le diverse stanze dotate di pianoforte e le altre dove si studiava violino, violoncello, arpa, e il tutto creava un'atmosfera di grande impegno, di severo slancio verso la vita. C'era un aspetto della convivenza collegiale che, inizialmente, mi fece tremare e ci volle la pazienza di qualche compagno più, grande per allontanare da me una visione ossessionante. Spesso passeggiavano in giardino delle donne prive di vista, molto anziane, che mi si diceva fossero vecchie alunne ormai ricoverate da sempre. Pensando che quella poteva essere la mia fine, mi tormentai non poco e furono necessarie ore di discussione per capire che quelle antiche allieve erano la generazione sconfitta della vecchia èra, a cui si sapeva procurare solo un letto e un pasto per l'intera durata della vita, e per quei tempi non era poco, giacché tra di noi piccolini non erano pochi quelli abbandonati in brefotrofi, creature che non conoscevano né genitori, né fratelli o sorelle. né casa, né una carezza, tanto che alcuni erano dei piccoli selvaggi, incapaci di mangiare, di vestirsi, di usare i servizi igienici, e ribelli costituzionali. La maestra d'asilo era brava e paziente con tutti. Stimolava all'impegno e riusciva a tenerci fermi nei banchi non solo facendoci scrivere, leggere, disegnare col cordoncino, ma anche promettendoci giochi e passeggiate fuori dell'Istituto. Le ore di osservazione nel museo erano particolarmente gradite da tutti noi, perché ci offrivano l'occasione di soddisfare tante curiosità toccando i moltissimi animali imbalsamati e altre riproduzioni di oggetti vari. A metà mattinata, la maestra mi consegnava un uovo con l'incarico di portarlo a un insegnante che aveva l'aula al secondo piano; l'asilo, invece, era al piano terra. Il professore attendeva l'ovetto fresco e guai se tardavo: chiedeva spiegazioni e giustificazioni. Ricordando il sapore delle uova del mio pollaio, quella trasferta mattutina, su per quelle scale, rappresentava una vera tentazione Più volte pensai che una bugia, per un bambino della mia età, non sarebbe poi stata la fine del mondo, ma resistevo e rinViaVo ogni giorno il misfatto. L'operazione uovo si ripeteva ogni giorno con puntualità rigorosa. La maestra me lo consegnava con trepida gioia e il professore lo accoglieva con sempre maggiore entusiasmo Un giorno, su per quelle scale, la mia resistenza crollò. Mi fermai, picchiai contro il muro l'ovetto, succhiai con trasporto e assapOrai fino in fondo quel piccolo frutto di una gallina lontana Quel giorno il piccolo messaggio d'amore fra i due insegnanti non ci fu. Il professore, turbato, chiese subito spiegazioni ed io mi giustificai inventando che mi era caduto di mano e si era rotto. La maestra mi domandò dove mi fosse caduto e andò a verificare: non vide alcuna traccia per terra, e si scoprì subito che lo avevo bevuto. Piansi dalla vergogna e chiesi di avere ancora la loro fiducia. Con mia grande gioia me la restituirono e tutto riprese come prima. Abituarmi alla cucina delle suore, dopo quella di donna Maria, fu un'impresa mai compiuta negli anni e quindi, agli inizi, fu particolarmente dura. Le minestre e le pietanze che non mi piacevano le passavo ai compagni più affamati, ma non sempre la cosa riusciva senza che il frate che ci assisteva a tavola se ne accorgesse. E così avevo i miei rimproveri e la punizione di trovarmi, al pasto SUCCessivO, la pietanza in precedenza rifiutata. Un pomeriggio ebbi la sensazione che il mio mondo crollasse I frati ci radunarono sulla terrazza e incominciarono a lanciare fra di noi, noci, nocciole, mandorle. Tutti si tuffarono per prendere la maggior quantità possibile di frutta secca. Io rimasi in piedi e osservai atterrito quello spettacolo: compagni che si scontravano e si azzuffavano nell'atto di contendersi la preda, parecchie testate e spintoni, un'orribile scena che non poteva lasciarmi insensibile. Mi ribellai con il frate assistente, dicendogli che quella frutta potevanO darcela a tavola invece che procurarci quella squallida occasione di zuffa generale. Mi rispose che ero troppo piccolo per fare osservazioni e con una spinta mi invitò a prendere il largo. Quell'episodio mi rimase impresso, tanto che lo riferii a mio padre appena tornato a casa e, su suo suggerimento, ne parlai al Direttore all'inizio del nuovo anno scolastico. Quel barbaro spettacolo non fu più ripetuto. A Piazza Dante esisteva un'altra sede del nostro istituto. Raccoglieva i giovani universitari e, di tanto in tanto, ci giungevano notizie e informazioni delle loro battaglie scolastiche, di imprese sorprendenti, di risultati di esami e tesi di lauree che, per noi, erano messaggi di speranza e di impegno. Avanzava la primavera e l'estate era vicina. In noi vibrava l'ansia delle vacanze e del ritorno a casa. Le tiepide primavere napoletane erano veramente uno scenario che toccava l'anima e predisponeva alla gioia, al canto, alla speranza. Cantava tutta la natura. Migliaia di uccellini in coro ci facevano sentire trilli e cinguettii da ogni dove: dalle querci gigantesche del piazzale, dalle altissime magnolie, che sul viale d'ingresso del grande parco formavano un tunnel di verde e di ombra fittissima, da ogni alberello di camelie, dalla sconfìnata campagna di tutto il circondario. Sulle strade, dove si affacciava gran parte di tutta la villa, correvano i carretti trainati da somarelli o cavalli portando frutta e verdura verso la sottostante, immensa città. Lo stridere delle ruote di quei carretti, il tintinnio chiassoso dei campanelli al collo degli animali pazienti, il canto melodioso di uomini e donne in trasferta dalla silenziosa campagna alla rumorosa capitale del chiasso, trasmettevano alla vita di noi ragazzi un senso di collegamento, di partecipazione ad una vita più ricca, più completa, tale che l'istituto si faceva facilmente sopportare. I giorni che precedettero la prima partenza da Napoli per le vacanze estive diventarono improvvisamente lunghi e fastidiosi, ma come Dio volle, passarono e la zia Pasqualina con lo zio Antonio, suo marito, vennero a prendermi. Dopo gli abbracci e le domande affettuose che si accavallavano reciproche, come sempre avviene dopo una lunga separazione, uscimmo dall'istituto per andare al ristorante. Di comune accordo, per primo ordinammo dei maccheroni al ragù, ma per il secondo i gusti si divisero. Lo zio mi chiese che cosa avrei mangiato volentieri e mi incitò a scegliere qualcosa che in collegio non mangiavo. Senza esitazione dissi che volevo un'insalata di pomodori e i miei cari commensali fecero una sonora risata per l'inattesa e calorosa richiesta. Mi dissero che certamente mi avrebbero accontentato, ma dopo aver preso un vero secondo a CUi i pomodori avrebbero fatto da contorno La sera partimmo per Villa S. Giovanni, mi addormentai e il risveglio, al mattino, mentre ormai attraversavamo la mia cara terra di (Calabria, fu un risveglio felice, senza lacrime segrete e con tanta voglia di gridare a tutti la mia gioia di tornare a casa. Abbracciai forte prima la zia e poi lo zio e quel mio gesto esprimeva un grande affetto per due persone che occuperanno un posto determinante nella vita mia e della mia famiglia. Giunti a Villa S. Giovanni, prendemmo un locale per Scilla nella cui piccola stazione erano raccolti i miei fratelli con papà e mamma e questa volta piansi di felicità. LE PRIME VACANZE Dopo un assaggio di due mesi e qualche giorno di collegio ero di nuovo a casa. Il passaggio da un grande palazzo e una meravigliosa villa, alla mia baracca, dalla immensa e rumorosa Napoli, al piccolo gioiello di Scilla, fu molto agevole e spontaneo. Era passato così poco tempo e pure quel ritorno mutò molto della mia vita. La mattina continuavo a svegliarmi all'ora della campanella e per casa c'era solo mia madre. Spesso scendevo con papà alla marina per comprare il pesce per la trattoria e mi divertiva moltissimo il dialogo con i pescatori. In pochi giorni volli mangiare tutte quelle pietanze particolari preparate con tanta bravura dalla mamma: era tutto, nuovamente più di prima, tanto squisito, che trovavo assurda qualche rara lamentela di Natale, sul sapore del sugo, o sulla dose del sale. Ripresi il giro delle campagne dove lavoravano i cugini di mio padre, mezzadri laboriosi e bravissimi e ritrovai, con gioia, le nocipesche, i fichi, le pere, le lattughe da mangiare foglia dopo foglia, appena lavate e senza condire. Nel pomeriggio, spesso, andavo dalla cugina Grazia a prendere dei buoni bicchieri di amarena con la neve. Grazia era già vedova ed aveva un figlio, Rocco, che sarà poi il medico condotto del paese Un ragazzo col quale legherò moltissimo per tante affinità. Anche lui studierà in collegio e, come me sarà adulto precocemente. Quella casa sarà la preferita dai miei genitori, quando lasceranno il paese per trasferirsi a Reggio. Il mare e la marina di Chianalea avevano su di me un fascino sempre più prepotente. Chiedevo di fare i bagni con regolarità e ormai non si negava nulla al figlio che studiava a Napoli e aveva accettato di stare per anni fuori di casa. L'unica condizione posta dalla mamma era la sua presenza e la sua vigilanza. Come negli anni precedenti, la partenza era al mattino, prima che incominciasse il lavoro in bottega. Il bel sole del mezzogiorno era ancora proibito per me e per i miei fratelli, ma tutto era accettato con grande gioia, compreso il costume da bagno della mamma, un sottanone nero fino alla caviglia, e in alto severamente accollato. Totò e Gigi, così chiamavamo Giorgio, mi facevano gran festa e, sapendo che ero ghiotto di ricci e di patelle, mi aiutavano a trovarle e a pulirle. Oltre che crude, le patelle mi piacevano cotte con la salsetta di pomodoro e così, ogni mattina, tornavo con un bel sacchetto di gustosi frutti di mare che la mamma mi cuoceva volentieri. Natale era bravissimo nella ricerca dei frutti di mare: si calava sott'acqua a profondità ragguardevoli e portava su la grazia di Dio. Naturalmente ripresi l'abitudine di andare spesso nel lettone, al mattino, per le mie chilometriche chiacchierate con papà, tanto più che ora dovevamo parlare e analizzare ogni aspetto della vita del collegio. Mi diceva che ero maturato enormemente in due mesi di vita a Napoli, e crebbe ancora di più in lui la convinzione che avrei fatto tutto con grande serietà. Ascoltava con attenzione le mie critiche a certe cose che vivevo con sofferenza e che mal sopportavo. Naturalmente mi consigliava di tener conto che la vita in comune di oltre cento ragazzi non poteva soddisfare tutti, e che gli stessi superiori non erano divinità. Mi aiutò molto a tollerare certi comportamenti dei frati, ma condivise la mia severità di giudizio sulla brutta faccenda deLLe noci e noccioline buttate in terrazza, come il contadino butta le ghiande ai suini. Stimolava e incoraggiava il mio spirito di osservazione, era paziente col senso critico che andavo svilùppando, facendomi toccare con mano il rovescio di ogni mia considerazione. Con molta cura elencava le differenze tra la vita convittuale imposta dall'istituto che aveva frequentato lui, e la più moderna Convivenza con la quale io ero ora alle prese. Mio padre era entusiasta dei primi anni dell'Unione Italiana dei Ciechi, me ne parlava con grande rispetto, e spesso i suoi discorsi finivano con queste parole:Vedrai che tutto cambierà e i ciechi avranno un avvenire . Spesso era la mamma che interrompeva quei nostri colloqui e lo faceva, un po' per rimettere in marcia la nuova giornata, e un po' perché temeva che quel discutere di cose serie, mi togliesse il brio e la spensierateZZa dei miei anni, ed ora delle mie giornate di vacanza. Spesso ero invitato a pranzo dal fratello di papà, lo zio GiorgiO che gestiVa un Bar, e dal nonno Peppino che dopo la morte di nonna Caterina diventava sempre più dispettoso. Cucinava certamente bene e ci teneva ad avermi a tavola come prima: e così, nuovamente, il brodo e ancora tanto da zenzero da far lacrimare mancava solo la benedetta disperazione della nonna per le mie lacrime procurate dal cibo piccante. Ma quel bel vivere si avviava velocemente verso il settembre e i primi di ottobre di nuovo il treno e il ritorno a Napoli. Fu ancora abbastanza duro riprendere la vita di comunità lontano da casa. I momenti critici continuavano ad essere la sera prima di dormire e al risveglio, ma questo si ripeterà negli anni anche quando, ormai giovanetto, il ritorno in collegio coincideva con il rialacciarsi di qualche rapporto amoroso con ragazze che attenuavano il disstacco dai miei cari . Ormai avevo sette anni e fui assegnato alla prima elementare. Scuola, giochi, birichinate, alternavano impegno e distrazioni, mentre due figure andavano conquistando la mia ammirazione e il mio rispettO. Il Direttore Giannini e il maestro che noi chiamavamo pro essore, il Prof. Filice. Due privi di vista alti, dritti e robusti. la loro personalità era forte e decisa, ma entrambi erano ricchi di umanita sempre attenta e viva per tutti noi. Per me, poi, dovetterO aggiungere alle loro grandi doti, tanta pazienza per una vivacità e imprevedibilità che li portava alle carezze e agli sculaccioni con l'alternanza dei miei comportamenti. Il pomeriggio facevamo le lezioni con l'assistenza e l'aiuto della insegnante signorina Angiolillo, e anche lei, con me e con tutti, ha avuto un da fare e un impegno da conquistare il dono del Paradiso senza passare dal Purgatorio. Via via acquistavamo sempre più spigliatezza e incominciammo a organizzare le prime squadre di calcio. Il pallone lo confezionavamo con la carta appallottolata e ben stretta, poi legata dai più grandi che avevano più forza. Crescendo miglioreremo sia la tecnica di queste confezioni, sia la capacità di gioco e, negli anni, arriveremo al campo sportivo con le porte, al pallone con la camera d'aria, e ai campanelli. Questi campanelli saranno prima di latta opportunamente ridotta in piccoli ritagli, e poi, finalmente, sonagli da inserire nella camera d'aria. Quel suono faceva diventare calciatori anche i ciechi assoluti che componevano le squadre con un numero paritetico di semiciechi. Incominciammo a seguire il campionato di calcio, e Nicolò Carosio divenne presto il nostro idolo per la bravura con la quale, alla radio, ci facevavederele partite di calcio. Coi tifosi moltiplicarono anche le occasioni di pugilato tra opposti gruppi. Io ero tifoso del Napoli, ma la Juventus aveva anche tra di noi il maggior numero di seguaci. Spesso erano botte. Dallo stadio del Vomero, la domenica, sentivamo l'urlo della folla partenopea che seguiva il ciuccio e ci entusiasmavamo come se fossimo stati presenti alla partita. Ogni grido ci pareva un gol e ne sommavamo un po' troppi. Quando ssentivamo i risultati alla radio, i conti non tornavano mai. Ma oltre al calcio seguivamo anche il ciclismo. Girardengo, Binda, poi Guerra, accendevano la nostra fantasia. Per imitarli inventammo il nostro Giro d'Italia. Ci procurammo dei cerchioni di bicicletta, e con del fil di ferro facemmo dei ganci per sospingere i cerchi, correndo per i viali e le stradine fra le tante aiuole. Avevamo le nostre tappe, i giorni di riposo, le salite, le gare a cronometro. Incominciammo ad adoperare i pattini e a ricorrere alla signora Pompei, l'infermiera sempre pronta a medicarci le ferite che ci proCuravamo in tutte le occasioni di sfrenatezze In complesso si viveva al di sopra dei nostri anni, un po' perché erano con noi i più grandi che frequentavano le scuole ginnasiali e il Conservatorio, un po' per le notizie che ci giungevano da Piazza Dante, dove gli universitari incominciavano a dare filo da torcere ai dirigenti. Non eravamo contenti dei frati e delle suore e non ne facevamo mistero. Arrivava, e noi lo captavamo, unvento del nordche ci faceva vivere, prima inconsciamente, e poi in maniera molto sentita, una milizia che non era quella fascista, bensì quella che sentivamo dentro di noi, la milizia di categoria: problemi dei ciechi, risposte dei ciechi. Quando uscivamo la domenica, tutti in gruppo, si udiva il commento dei pasSanti, un commento espresso a voce alta, e non ne rimanevamo contenti.Poveri ciechi, poveri ragazzi , erano le espressioni meno amare che ci facevano intuire quanto lunga sarebbe stata la strada della nostra emancipazione. Avvertivamo anche l'enorme povertà della città, della sua gente, povertà che si aggiungeva a quella della quasi totalità delle nostre famiglie. Eravamo molto pochi a raccontare di una certa regolarità di vita familiare. Per la stragrande maggioranza, la continuità dei pasti, il vestire, la pulizia, un lettino proprio, erano già traguardi di tutto rispetto, perché quasi tutti avevamo qualche esempio di famiglie che non avevano capito l'importanza di fare studiare i propri figli non vedenti, i quali restavano a condividere con i propri cari, miseria, fame, disperazione. Ci sentivamo così dei fortunati e dei designati per una grande, esaltante, prova da vivere e da vincere per noi e per gli altri. A pranzo vivevo sempre ore difficili con le tante pietanze che non gradivo Non sopportavo il latte al mattino e non ci fu nulla da fare. Raccontai al Direttore un episodio che avevo appreso dai miei, e dovetti essere così chiaro e convincente, che quel brav'uomo ordinò che mi si desse una tazza di caffé per la prima colazione. Da poppante presi a rifiutare il latte materno e la mamma si disperò tanto finché il medico a cui si era rivolta le disse che non aveva pazienza e decise di insegnarle come doveva nutrirmi. Era d'estate e il dottore indossava un elegante vestito di lino candido: mi prese in collo e, in qualche modo, mi fece prendere un sorso di latte che la mamma dal suo seno aveva raccolto in una tazza. Appena in bocca, quel latte fu schizzato sul vestito del medico il quale irritato, offeso, con traddetto dal mio deciso rifiuto, mi lanciò sul letto ed esclamò:E allora crepa . Ma non crepai e anche senza latte, ancora vivo. Le suore mi andavano preparando alla grande missione del sacrestano. Incominciai a servire la messa, prima come aiutante di un compagno più grande, poi come attore principale. Non di rado, mentre preparavo il vino per il sacerdote, me ne facevo un sorsetto, raccontando poi ai compagni la vita di sacrestia e l'ottima qualità del vino prescelto. Un giorno venne ad officiare un frate tanto bassino che gli fu necessaria una pedanina di legno per operare comodamente all'altare. Per sua e nostra disgrazia gli sfuggì la pedana e batté il mento sull'altare molto violentemente. Lui dovette sentire un gran male, ma io e il compagno addetti a servire la messa scoppiammo in una barbara risata che non riuscimmo a contenere. Fummo sostituiti sul campo con enorme vergogna e tanta disperazione da parte nostra. Quella chiesina era un amore e vi si pregava proprio bene. Ci si raccoglieva con trasporto. Ricordo il dipinto della Madonna che spiccava sul fondo scuro: aveva il viso rosa e un velo azzurro. Era bellissima e mi destava amore e venerazione. Nel giardino della villa crescevano fiori di ogni colore e profumo e, spesso, ne coglievo qualcuno e lo portavo in gran segreto a quell'altare anche se era drasticamente proibito cogliere i fiori. Il giardiniere era severo e faceva immediatamente rapporto ai superiori. Non mi andò bene, un giorno. C'erano delle camelie stupende. Salii su due alberelli e ne colsi di color bianco e rosa, le nascosi sotto il grembiulino azzurro e, veloce, mi diressi verso la chiesa. Feci a tempo ad accomodarle in un vaso sull'altare, che una mano mi prese per il braccio e mi accompagnò dal Direttore. Era il giardiniere che mi stava seguendo da quando ero sceso dalle piante di camelie; aveva atteso che completassi la mia missione per poi consegnarmi alla punizione. Il Direttore mi spiegò che avevo commesso un furto, che i fiori erano del giardiniere che li coltivava e li vendeva per provvedere ai suoi figli. I fiori alla cappella li forniva gratuitarnente già lui e non c'era bisogno che i ragazzi diventassero dei ladruncoli per ornare l'altare Fui punito e messo a sedere in un corridoio della casa del Direttore. Su quella sedia pensai a lungo a quel furto e mi chiesi quale punizione avrei meritato se fossi stato scoperto qualche volta a rubare, non fiori per la Madonna, ma frutta, o finocchi, o ravanelli, come facevano i più grandi. Ero comunque molto afflitto per quella punizione e mi sollevò un gesto della moglie del :Direttore. Dopo un'oretta di solitudine sentii aprire una porta: era la signora che mi porgeva una fetta di pane spalmata con marmellata che mangiai molto volentieri. La Madonna, pensai, mi ricompensava delle camelie. GENNARIELLO , IL MESSAGGERO di UNA NUOVA ERA. I mesi di scuola scorrevano veloci e così fui promosso in seconda e poi in terza. Il profitto era molto buono, ma la condotta era un disastro. Ero diventato l'animatore di tutte le imprese fuori legge, braccio destro di Michele, un compagno totalmente privo di vista, ma un fenomeno autentico. Aveva un senso dell'orientamento spiccatissimo. Con lui ogni avventura in cerca di frutta, nell'immenso podere che circondava l'istituto, era un'impresa da poco. Giocava a pallone, a palla al cesto, o pattinava con una bravura da brividi. é' stato mio compagno di cella di punizione cento volte. Figlio di contadini, conosceva tutte le piante appena le toccava. Aveva la forza di un grande, due braccia robuste che a provocarle facevano fare dei voli paurosi. Incominciammo ad essere assidui lettori diGennariello , un giornale mensile per ragazzi che l'Unione Italiana dei Ciechi ci faceva pervenire puntualmente, aggiornandoci delle novità che via via andavano arricchendo la nostra storia. Avidi di sapere cosa cominciava a cambiare intorno a noi, le nostre dita scorrevano quelle pagine e quei puntini della scrittura in rilievo, cogliendo e commentando informazioni, suggerimenti, incitamenti. Quel giornale lo aspettavamO come il messaggero dei tempi nuovi, tempi che qualcuno tanto più grande di noi, opportunamente, stava forgiando per il nostro futuro Fra una birichinata e l'altra parlavamo a lungo dei personaggi che quel giornale ci faceva conoscere, rispettare, amare. Aurelio; Nicolodi, il fondatore dell'Unione Italiana Ciechi, Augusto Romagnoli, l'uomo che guidava il rinnovamento degli istituti. E di questo rinnovamento noi eravamo dei piccoli, attenti testimoni: infatti, tornando dalle vacanze estive, non trovammo più i frati e le suore Al loro posto vennero delle signorine diplomate alla Scuola di Metodo, diretta appunto da Romagnoli. Gennariellolentamente, ma concretamente, ci interessava e ci formava. Era una grande finestra sul mondo che ci circondava, e i più maturi tra noi avvertivano di essere conquistati e avviati verso una partecipazione ad una milizia fatta di entusiasmo, di crescita morale, di impegno per essere pronti a sopportare la cecità in modo nuovo e cioè come occasione per ribellarsi ad ogni schema che ci preordinava rassegnazione e fatalismo. Quel giornale ci faceva crescere mese per mese, e solo dopo diversi anni ho potuto ricostruire il bene che mi aveva procurato quella assidua lettura, quel vivere aggiornato sul mondo che cambiava, quel sentirmi beneficato e sorretto da una struttura che voleva formarmi e lanciarmi nella vita più preparato e più convinto dei miei doveri e dei miei diritti. L'istituto, in poco tempo, subì trasformazioni decisive e per noi la vita convittuale si trasformò in un'accettabile e piacevole gara di vita associata. Si studiava seriamente, e seriamente si organizzavano tutte le manifestazioni di emancipazione, di riscatto, di crescita individuale e collettiva. Le assistenti erano alle prese con una comunità di ragazzi e ragazze scatenati: volevamo essere uguali ai vedenti nei giochi, nelle aspirazioni, negli studi, nei sogni. Incominciava a farsi strada nel nostro vivere quotidiano i 1 superamento delle limitazioni individuali e si andava rafforzando, in ciascuno, il senso di unità e di coinvolgimento in un'impresa collettiva che ci avrebbe collocato, con connotati diversi e forza irresistibile, fra la gente, nella vita di tutti. L'orbo di Scilla, icecatidi Napoli, crescevano tutti insieme per superare ilmiracolo Romagnoliimpegnato nel campo della cultura, o ilmiracolo Nicolodiinsediatosi da gigante nel settore sociale; quella crescita di popolo escluso, relegato nel ghetto dellanon esistenZa , era l'inizio della marcia del dolore, il presupposto del miracolo di massa In quel nuovo clima, il Direttore Giannini contava molto di più. Era un cieco di una signorilità e di una bontà eccezionali. Aveva tanta pazienza con noi ! Bisogna riconoscere che proprio lo costringevamo a sculacciarci o a punirci. Da qualche piccolo selvaggio prendeva qualche calcio negli stinchi e anche qualche morso, ma gli volevamo tutti un gran bene. Gli chiedevamo ogni sorta di permessi e spesso lo mettevamo in difficoltà. Chiedemmo di andare allo stadio ad assistere personalmente alle partite di calcio. Nicolò Carosio non ci bastava più. Dalle gradinate non vedevamo alcunché, neanche noi con i residui visivi, ma insieme ai ciechi assoluti apprezzammo moltissimo la conquista del diritto allo stadio. Con un po' di resoconto degli accompagnatori, potevamo gridare anche noi:arbitro cornuto ! E scatenarci quando la nostra squadra segnava gol. E così, dopo lo stadio, conquistammo il San Carlo. La prima opera che ascoltai in quel meraviglioso teatro ricco di tappeti rossi, fu l'Arlesiana, con Tito Schipa. L'ambiente mi affascinò, l'orchestra, gli attori, il canto, il religioso silenzio di un pubblico figlio di tanto rumore, mi vinsero e mi scappò qualche lacrima di commozione e di gioia. Alle ore di sfrenatezza in giardino o nel cortile, si alternavano letture di libri per ragazzi, l'ascolto di musica e romanze famose attraverso un grammofono preistorico, ma efficiente. Naturalmente ci appassionava, il lunedì, l'ascolto della lettura di un famoso giornale sportivo. Avevamo formato, noi stessi, tante squadre di calcio: il Napoli, l'Ambrosiana, la Juventus, la Roma. I campanelli di latta che sporgevano a'l'esterno del pallone, ci segnavano delle vere carte geografiche sulle gambe, sulle braccia e qualche volta sul ViSO, L'amico Tommaso, ora insegnante, era dotato di una testa particolare: le sue testate aprivano delle discrete ferite e, cosa molto strana, la sua testa restava senza un graffio. Inserirlo in squadra era sempre un rischio e non sempre lo accettavamo. Le squadre, ho già detto, erano miste di semivedenti e ciechi assoluti. I due capitani sceglievano i propri compagni (questo era un rito molto importante perché da esso dipendeva non solo la vittoria o la sconfitta, ma l'avere questo o quel semivedente in squadra significava anche partecipare o non partecipare come collettivo alla gara. Per riconoscimento generale io ero un calciatore che amava passare la palla, far segnare, e impegnare molto i compagni ciechi assoluti. Così l'indice di gradimento in squadra per Peppino Fucà era altissimo. Michele, qualche volta, mi ha voluto a suon di pugni, e i suoi erano pesanti. Mi sentivo un piccolo Meazza, ma la gioia più grande non era segnare, era far segnare. Ero anche un buon portiere. Mi piaceva moltissimo passare la palla a Michele, ad Alfredo, a Tommaso, ad Arturo, a Gino, i quali sentivano l'arrivo della palla attraverso i campanelli e lanciavano a rete dei tiri con una precisione miracolosa. Michele era il più bravo: correva per il campo e da ogni pOSizione sparava a rete dei tiri fortissimi. Un giorno, ai bordi del campo, vidi fermo a guardarci un marinaio, ma ero troppo preso dalla partita e non gli prestai attenzione. Dopo un bel po di tempo sentii gridare:Peppino sono Ninì . Era il figlio di zia Pasqualina che, militare su una nave, aveva toccato il porto di Napoli ed era corso a trovarmi. Mi abbracciò, ma volle continuare a vedere giocare, chiedendomi:Ci vede quel ragazzo, e quello, e l'altro? . Restò incantato e la fama dei calciatori ciechi solcò i mari dall'America al Giappone, dalla Calabria alle trincee; della guerra di liberazione, dalle case di tolleranza ai campi di concentramento in Germania. Insomma dovunque Ninì Si dirigesse nella sua combattuta e meravigliosa vita di soldato, di patriota e di cittadino. Avevamo letto suGennarielloche i ragazzi ciechi potevano coltivare fiori e ortaggi e ci mettemmo all'opera con grande impegno. Chiedemmo al Direttore una parte del terreno della villa e incominciammo a zappare, vangare, concimare, seminare, irrigare sbarbare gramigne, curare l'orto in piena comunità agricola, divenne una nuova attrazione, un impegno aggiuntivo alle Cento cose che volevamo fare e che facevamo. Eravamo dei coltivatori irrequieti e impazienti. Trovammo il sistema della crescita precoce dei nostri prodotti, veri precursori della botamca d'avanguardia Il ciclo, decidemmo, era troppo lento, bisognava accorciare i tempi e giungere ai raccolti più velocemente. Costruuimmo dei carrettini che erano un capolavoro. Due assi, quattro ruote. Un cassone con un posto anteriore per il guidatore e, dietro, uno sportellone che non faceva vedere la merce trasportata. Effettuammo viaggi legali e viaggi illegali. I primi erano costituiti dal trasporto di terra, concime, recipienti d'acqua regolarmente ricevuti dal giardiniere su ordine del Direttore. Ma il Direttore non sapeva, e le assistenti ignoravano, che sul nostro piccolo trattore spinto dalle robuste braccia di Alfredo, o di Michele, o di Francesco, e guidato quasi sempre da me, portavamo chiuse nel cassone piante già grandi che poi trapiantavamo nel nostro piccolo podere coltivato ad orto e giardino. Fiori per la casa del Direttore, per la cappella, e anche, ahimè, per i primi amori: per le ragazze amate dai lavoratori della comunità agricola del Vomero, un'entità organizzata in concorrenza ideale con le rinomate strutture di Emilia e Romagna. Il furto delle piante ci dette grandi risultati e soddisfazioni. Non esisteva assenteismo, la capacità produttiva era alle stelle. La distribuzione del prodotto era regolata dai canoni di una società avanzata; una repubblica socialista in piena regola. Un giorno, il contorno di patate arrosto fu assicurato, per i due refettori di ragazzi e ragazze, dalla nostra raccolta. Il Direttore Giannini e noi, naturalmente, quel giorno ci sentimmo tutti più uniti e più grandi. Rubare le piante e trapiantarle, col tempo, non ci appagò più. Il barroccio, sospinto a turno dai compagni, venne utilizzato per il carico della frutta o degli ortaggi che rubavamo nel grande podere che circondava l'istituto e che nostre scorribande di pirati ciechi seminavano il terrore per quelle terre lavorate con tanta passione dalla numerosa famiglia del mezzadro. Ormai il nostro orto era solo la giustificazione di un gran consumo di fave, di ravanelli, di finocchi, di pomodori. Però la gioia del raccolto delle patate, e la festa dei due refettori che consumarono il vero frutto del nostro lavoro, non le rivivemmo più. Fare i pirati ci dava una gioia diversa, anche se qualche volta ombreggiata dal pentimento di fare del danno a don Antonio. Purtroppo ci capitava che per rubare un po' di ortaggi per il nostro sostentamento, pestavamo il doppio o il triplo di quello che portavamo via, mandando in bestia il povero autentico coltivatore il quale minacciava sempre di sparare a chi gli portava via la roba o gli sciupava gli orti. Ormai il nostro gruppo di malfattori aveva fatto la Prima Comunione e la confessione ci aiutò molto, almeno a pentirci di tanto in tanto di quello che facevamo. Pentirsi dei propri peccati, promettere di non farlo più e poi ripetere sistematicamente gli stessi sbagli, era cosa di cui non mi davo pace, perché mi sembrava di essere sincero quando promettevo, così come ero sinceramente pentito, ma per me e per gli altri pirati, la campagna, la natura, i suoi frutti, avevano un'attrazione irresistibile. La cella, quando ci pescavano, era un male sopportabile: era dotata di pianoforte e spesso poteva essere raggiunta da un secondo compagno e da un mazzo di carte, così la prigionia non ha mai fatto saltare i nervi a nessuno, specie al gruppetto di cui facevo parte. L'istituto ci consentiva di crescere in ogni campo e ci collegava con l'esterno attraverso mille occasioni. Passeggiate ai Camaldoli, su per quei boschi verdissimi e colazioni al sacco; gite in barca su un mare anch'esso chiassoso e solcato da imbarcazioni che vendevano un po' di tutto, dai gelati alla frutta, che ospitavano compagnie di gente allegra che suonava la chitarra e cantava le mille canzoni di Napoli. Ci raggiungeva così, e ci Conquistava, la Napoli sentimentale, la Napoli triste, ma Soprattutto, la Napoli che grida la sua gioia e il suo inno alla vita. Venivano a trovarci intere scolaresche e con loro organizzaVamo gite e partite di calcio. Il figlio del Prof. Filice, Ernestino, e il nipote del Direttore, Italo, si dimostreranno due ragazzi eccezionali, legati a noi per la pelle. Questi due ragazzi vedenti diventarono i nostri occhi per altre infinite mascalzonate; infatti quando non avevano impegni di scuola erano sempre tra di noi a combinarne di tutti i colori. Tra le tante trasformazioni subite dall'istituto in quel fecondo periodo di rinnovamento, avvennero il passaggio delle anziane in un'altra casa e il trasferimento dei ragazzi più grandi che frequentavano il ginnasio, il liceo e il Conservatorio alla sede di Piazza Dante, dove erano raccolti gli universitari. Al Vomero rimanemmo solo noi ragazzi delle elementari e tutto il reparto femminile. Al Vomero le ragazze potevano restare dall'asilo all'università. Anche loro, naturalmente, dopo le elementari, frequentavano il ginnasio, il liceo, l'università, e il Conservatorio, lasciando l'istituto ogni mattina per recarsi nei diversi centri scolastici normali per vedenti. Gennarielloci faceva sapere che studiare prima in istituto, e poi nelle scuole comuni, significava acquisire tutti gli strumenti necessari per affrontare l'avvenire, e ognuno di noi recitava la sua parte, come componente di una grande compagnia di attori posti al cospetto di un grande pubblico, esigente e attento. Il Direttore non vedente, alcuni insegnanti pure privi di vista, erano per noi allievi la prima e la più grande testimonianZa che, se ci fossimo impegnati, se decidevamo di studiare e realizzare in noi la volontà di un diploma o di una laurea, aVremmo potuto essere i futuri direttori, i futuri insegnanti. Avanti a noi avevamo degli uomini che avevano vinto per sé, per noi, per i ciechi del futuro, la più santa delle battaglie. Il loro esempiO ci nutriva lo spirito, ci ripagava di tanti sacrifici, Ci faceva sopportare il distacco schiudeva la visione di un domani ricco di quella fatica che sta e che fa vivere il cuore e lo spirito. Gennarielloci faceva leggere il nostro futuro e gli insegnanti ce lo costruivano giorno per giorno, calando nell'animo di ciascuno di noi un soffio di vita nuova, la certezza che dopo la fatica ci sarebbe stato il riposo, dopo la sofferenza la gioia: la gioia di vivere come gli altri. : Pedagogia, psicologia, didattica, furono modellate in un'unica scienza: la tiflologia che, illuminata e predicata da quel grande apostolo che fu Augusto Romagnoli, formò e arricchì la cultura. di Direttori, di insegnanti, di assistenti che frequentarono il corso per educatori dei ciechi, voluto e guidato dallo stesso Romagnoli. Questo santo non insegnò soltanto l'arte di educare i bambini, i giovani ciechi, insegnò anche l'arte di amarli, e così noi crescemmo al centro di un'attenzione particolare che ci conquistava e ci penetrava. Sentivamo che si stava chiamando a raccolta tanta gente figlia della miseria e dell'ignoranza, per purificarla del peccato oriGINALE, per educarla, per farla più forte, più sicura, più pronta ad un nuovo grande disegno di vita, capace di mobilitare e di impegnare, non solo i migliori, le eccezioni, i pochissimi figli di ricchi o i pochi protetti dai rari benefattori, ma tutti, i figli delle baracche di Scilla, i figli dei bassi di Napoli, i figli dei braccianti, dei contadini, i figli di nessuno. Venivano a trovarci delegazioni straniere, studiosi, ma le visite che mi sono rimaste più impresse sono state quelle dei dirigenti del nostro grande Movimento di categoria. Spesso veniva il Commissario del nostro istituto, il Comm. D'Alessio, un ispettore del Ministero della Pubblica Istruzione, un grande amministratore che anche noi piccoli imparammo ad apprezzare per le sue rare doti di gentiluomo e per la ricchezza di sentimenti e di bontà che elargiva a tutti gli allievi. Era tra noi durante i saggi ginnici, le recite, le feste; si incontrava spesso con il direttore, gli insegnanti, le assistenti; visitava le classi per seguire il rendimento scolastico degli alunni e nOi facevamo a gara per essere interrogatI in sua presenza In occasione di una sua visita notò che un ragazzo era particolarmente segnato di grafFI e, saputo che a provocarlI erano i peZZetti di latta che fUngevano da campanelli legati al pallone, ci regalò dei campanelli veri, piccoli, chiusi a sfera. poi li cacciavaMo dentro la camera d'aria, ottenendone un suono meno forte, ma un risultato più sano perché potevamo glocare senZa ferirci e graffiarci con la latta. Restava il grande pericolo della testa di Tommaso, ma a quel rischio ci abituammo, tanto c'era l'infermeria sempre aperta, e sempre pronta a soccorrerci c'era la brava e indimenticabile signora Pompei. VACANZE AMARE. La promozione in quarta, il ritorno in famiglia, i bagni, le belle conversazioni con papà al mattino, prima nel suo letto, poi durante la passeggiata verso Marina Grande, costituivano la ripetizione di un copione che si rinnovava e si arricchiva dei miei racconti sulle trasformazioni della vita collegiale. Avevo da raccontare tanti episodi e mio padre commentava, con accenni sempre più lieti, la mia crescita spirituale, la convinta e partecipata adesione a quel grande disegno di superamento dell'antica mentalità che voleva il cieco oggetto dell'impegno benefico di una minoranza, vogliosa di fare del bene, ma ignara di quanto potente poteva essere il traguardo di sentirsi soggetti sociali, artefici del proprio destino. Tutte le case che frequentavo a Scilla sapevano, dal racconto di mio padre, che per i ciechi si apriva un domani diverso e tutti mi accoglievano senza mestizia. Alla gioia di riabbracciarmi, Si aggiungeVa la certezza che stavo costruendo lentamente un aVvenire più concreto.Non avrai bisogno di vendere il vino e di vivere tra gli ubriachi , mi dicevano in tanti, e mi coprivano di baci e di benedizioni. Dai fratelli, dai genitori, dal nonno Giuseppe a mia volta esigevO il racconto di tutto quello che era accaduto durante la mia assenza, E a proposito di ubriachi, prima mi terrorizzò e poi mi riempì di fierezza, un racconto spaventoso che ebbe come protagonisti i miei genitori. Una delle tante sere, all'ora della chiusura della trattoria, papà invitò i pochi clienti rimasti a giocare a carte, a guardare l'oro logio e a regolarsi per lasciare il locale. Gli avventori stavano giocando apadrone e sotto . Questo gioco, attraverso i punti di primiera, crea un padrone e un sotto, i quali dispongono di un litro di vino, scegliendo chi deve bere e chi deve restare senza. Per ore si accaniscono e, litro dopo litro, può capitare che intorno al tavolo si trovino ubriachi e gente che è rimasta con una gran sete e con una grande voglia di menar le mani dalla rabbia. Sentirsi al centro delle punizioni della compagnia, vedersi passare sotto il naso i bicchieri che, ora il padrone, ora il sotto, offrono a destra e a manca, con il contorno di occhiate e sorrisi beffardi, è roba da duelli rusticani. Quella sera erano corsi troppi litri e, alla fine, uno dei sacrificati, affiitto dalla sete e distrutto dalla rabbia, ordinò un litro tutto per sé. Lo mandò giù tutto di un fiato e poi, fra una bestemmia e un'imprecazione, incominciò a minacciare i compagni di tavolo. Fra una parola e l'altra la situazione precipitò e l'avvinazzato furibondo estrasse la pistola. Mio padre gli si parò dinanzi, appena sentì il grido di mia madre che diceva:Giacomo, la pistola! . Mio padre a sua volta esclamò:Pensa ai tuoi figli! . Il pistolero ebbe un attimo di esitazione e questo bastò perché mia madre, con grande coraggio, gli fosse addosso e, bloccandogli il polso, lo disarmasse. Donna Maria non era nuova ad imprese risolute con chi alzava il gomito, ma quella sera fu veramente grande e in paese la sua fama di cuoca specializzata di mamma ammirevole, di donna laboriosa, passò in seconda valutazione; ormai di lei si diceva che aveva evitato un omicidio sicuro. Chi stava per sparare e il predestinato a ricevere' alcune pallottole, le furono grati per tutta la vita Per un pezzo non si giocò più apadrone e sotto nella bottega di don Giacomo. A riaprire le ostilità ci pensò la prepotenza di nonno Giuseppe che, ormai da anni pensionato delle ferrOVie, passava la mattinata fra orto e pollaio, ma per il quale al pomeriggio la partita e il bicchiere erano professione di religiosa Continuità Un pomeriggio il gioco delpadrone e sottogli andò male. Tutti si divertivano a lasciarlo all'asciutto e in lui aumentava la sete e la voglia di vendicarsi. Anche l'ultimo litro fu appannaggio di una coppia a lui ostile. Aspettò che il padrone decidesse chi doveva bere l'ultimo bicchiere e, quando apprese il nome del fortunato destinatario, alzò il bastone e con un colpo secco mandò in frantumi il boccale che per tutto il pomeriggio era stato riempito e svuotato ripetutamente, senza che don Peppino avesse assaggiato un solo sorso di vino. Per mesi non frequentò più la bottega della figlia, con grande sollievo di mio padre, ma poi tornò e, ancora risentito, si sedeva da solo ad un tavolo, ordinava il suo mezzo litro, tirava fuori il fagotto con salame o formaggio, si faceva servire pane e olive, e tutto solitario mangiava, sognando rivincite. Mi divertì moltissimo lo scherzo che i miei genitori avevano orchestrato per carnevale. Me lo raccontò la mamma, reggendosi i fianchi per le grandi risate sue e mie. Ad una certa ora del pomeriggio, quando il negozio era affollato di gente, papà mandò i miei fratelli presso un congiunto molto distante da casa nostra, poi scomparve. I clienti lo chiamavano per ordinare merende e vino, ma Giacomo non c'era più. La mamma lo chiamò ad alta voce, girò per le stanze e poi gridò disperata:Giacomo è morto! . Tutti si precipitarono in camera e lo trovarono immobile sul letto. La mamma riuscì a produrre lacrime vere e così la recita proseguì fra la costernazione generale. Donna Maria sistemò una Corona tra le dita del defunto e incominciò a rievocare le virtù del povero marito. Quando in Calabria moriva qualcuno, si ripeteva una scena patetica. La persona più cara piangeva e raccontava i fatti più salienti della vita trascorsa col morto. Spesso la rievocazione si accompagnava con una cantilena e col commento dei numerosi presenti che aggiungevano episodi, dall'infanzia alla fine. La vedova provvisoria recitò a perfezione la sua parte: co accorata melodia cantò la vita del marito, nato sfortunato, ma che poi, forte e capace, aveva saputo farsi una famiglia, aprire bottega, vivere dignitosamente. La casa traboccava di gente e ciascuno aveva da raccontare un favore ricevuto, una parola di conforto e un gesto di affetto del povero Don Giacomo. Mentrq la mamma proseguiva il racconto della vita del marito, i paesani rievocavano la più grande impresa di papà. Don Giacomo per la festa di S. Rocco, patrono di Scilla, un anno aveva fatto venire una banda eccezionale dalla città di Napoli, richiamando in paese una folla immensa proveniente da tutto il circondario e perfino da Reggio. Don Giacomo aveva convinto la banda dei 4 ciechi organizzata dal suo vecchio istituto, ilSan Giuseppe, a venire a Scilla. Tutti i musicisti erano ciechi e il paese li accolse con un rispetto e un entusiasmo che sono rimasti memorabili,. Mia madre aveva appena pronunciata con disperazione la frase:Giacomo come faranno i tuoi figli e come farò io senza di te , che il morto tornò a vivere, alzandosi lentamente dal letto. Sorridendo esclamò:Maria ho visto quanto affetto hanno per me i miei paesani, ora per farci perdonare questo brutto scherzo, dai da mangiare e bere a tutti gratis perché è festa. Finì in abbracci e baci, e tanti, tantissimi boccali di vino. Anche i miei fratelli avevano da raccontarmi tanti episodi. Totò ebbe una brutta avventura in mare. Uscirono con una barca in diversi amici e a metà dello stretto di Messina la corrente. non li faceva andare né avanti né indietro. Le remate di quei ragazzi non erano sufficienti per avere ragione del mare e se la videro dura, prima di uscire dal vortice e tornare verso Scilla.. Gigi, più piccolo, ancora non aveva conquistato il mare e passava le sue giornate a far danni nelle campagne dei nostri parenti contadini. Un giorno senza avvertire nessuno, lui e un cugino coetaneo, sul dorso di un asino, si spersero su per le salite che da Scilla vanno verso Milea. Quando all'ora di pranzo' i due dispersi risultarono assenti alle mense, fu ansia e sofferenza per mezzo paese. In tutte le direzioni partirono dei ricercatori, Ci vollero ore per ritrovarli. I due ragazzi, tranquilli, andavano col paziente asinello in cerca di spazi più grandi e alla conquista dei monti Mio fratello Natale sbalordiva sempre di più con la sua bravura di musicista ed era sempre molto occupato. Quando non aveva impegni di lavoro a matrimoni, battesimi, onomastici e feste varie, si ritrovava con i giovani della sua età ed erano mangiate e divertimenti. A farne le spese erano i pollai delle mamme alle quali, a turno, mancavano polli e conigli, o agnelli, o Capretti Una di queste feste fu celebrata in una casa isolata e non abitata dai proprietari. Di tanto in tanto un giovanotto andava in cantina a prendere un boccale di vino. Dopo tanti viaggi erano tutti un po' caldi e smemorati, e fu così che l'ultimo di essi lasciò socchiuso il rubinetto di una discreta botte. I commensali suonarono e cantarono, poi via per le strade del paese a fare serenate a questa o a quella ragazza, mentre la botte lentamente si svuotava. Il giorno dopo mancava qualche gallina, qualche salame, qualche provola, ma con desolazione di un padre, si era vuotata una botte e una cantina era allagata di ottimo vino. In quel periodo furono completate le palazzine costruite per i terremotati e così ai miei fu assegnata una bella casa sulla via del campo sportivo. Al piano terra fu sistemata la bottega con la cucina e al primo piano le camere. La nostra casa era sempre la mèta domenicale degli zii di Reggio, i quali cominciarono a far rilevare la ristrettezza degli ambienti di lavoro e le grandi possibilità di sviluppare l'attività commerciale con un trasferimento in città. A Reggio erano già pronti i grandi locali; bastava associarsi in affari con i proprietari di quegli ambienti e tutto era fatto. Totò aveva preso la licenza elementare e si era trasferito a Reggio dalla propria mamma con grande dolore per tutti noi. Natale e mia madre formarono il partito del trasferimento, papà e io volevamo restare a Scilla. Per Natale il paese era diventato piccolo, sosteneva che in città avrebbe messo su un'orchestrina e avrebbe avuto molto lavoro. La mamma aveva a Reggio la sorella e tutti i suoi fratelli. Anche il nonno caldeggiò questa soluzione chiedendo di venire ad abitare con noi. Tutto sommato quelle furono per me delle vacanze amare. La mamma rimproverava a papà di non vedere lontano, di sacrificare l'avvenire dei figli alla comodità di una vita paesana senza sviluppi adeguati. Per la prima volta sentivamo i nostri genitori discutere animatamente nella loro camera e ci parve che il sorriso che illuminava i loro volti sereni cedesse il posto ad un velo di malinconia e di incertezza. Con Gigi ed altri amici andavo ormai senza assistenza materna a fare i bagni. Da soli e senza controlli ci scatenavamo in quel bel mare. Sapevo stare a galla, ma restavo verso riva dove toccavo terra. Un giorno eravamo in barca, al largo, quando improvvisamente tutti si portarono su una sponda e la barca si rovesciò. Ebbi paura, ma il tranello fu escogitato proprio per me su suggerimento di mio fratello, per costringermi a nuotare ir alto mare. Mi rimasero tutti vicino e mi incoraggiavano dicenDomi che nuotavo benissimo, che ero proprio bravo. Qualcuno pensò alla barca mentre io e gli altri a nuoto raggiungemmo la riva. Avevo fatto una lunga, bella nuotata e ne fui felice. Ogni giorno andavo più lontano con al fianco Gigi che, se pure più, piccolo, nuotava benissimo e in mare faceva quello che gli pareva. Quando il mare era un po' grosso non sapevamo rinunciare al bagno e ci si divertiva a saltare i cavalloni che, rabbiosi, si infrangevano sulla riva. Seguendo i virtuosismi di mio fratello, imparai a tuffarmi, a toccare il fondo e portare su sassi come prova dell'immersione riuscita. Gigi sodisfatto raccontava a tutti, tranne che ai nostri genitori che ci raccomandavano prudenza, i miei progressi e la mia capacità di fare tutto quello che facevano gli altri. Quando tornai a Napoli non sapevo che quelle erano le ultime vacanze a Scilla, o comunque le ultime lunghe vacanze trascorse presso la mia famiglia residente in quel meraviglioso angolo della terra che per tutta la vita ho sognato e desiderato. LE PRIME DELUSIONI. Durante gli anni di quarta e di quinta ho dovuto registrare le prime serie avversità e di quel periodo ho portato i segni per il resto della mia vita. Sul fronte della famiglia, sul piano personale, in materia scolastica, si accavalleranno episodi che mi faranno ulteriormente maturare ad un ritmo forzato, molto superiore al progredire lento e regolare degli anni. Già la cecità in sé contiene gli stimoli per una galoppante spinta alla forzata maturazione del carattere, dello spirito, del volere individuale, del senso collettivo di vedere i problemi e ricercare le soluzioni. Parlo, naturalmente, della cecità come fenomenO sociale, assunto quale campo d'impegno da un pugno di uomini eccezionali, per i quali il tema assurge a battaglia di vita. La stragrande maggioranza di noi ragazzi avvertiva che essere ciechi, non significava più essere soli. Sentivamo di essere in cordata e non solo quando dovevamo sopportare le lunghe ore dei banchi di scuola al mattino e nel pomeriggio. La scelta dei giochi, le discussioni fra noi sul futuro, a capacità di critica sulle situazioni familiari, ci appassionavano e ci impegnavano giornalmente. Arturo fu il primo che incominciò a dubitare della nostra futura Compiuta parità con i vedenti. Sosteneva, con calore e sofferenza, che una donna vedente non avrebbe mai sposato un cieco, e il suo discutere appassionato gettava sgomento in molti compagni. Io replicavo che i nostri insegnanti, e soprattutto i Direttore, avevano delle belle e care sposine. Ma Arturo fermo e convinto; elencava gli insegnanti scapoli e concludeva che se nelle grandi città qualche matrimonio era possibile, nei piccoli centri ciò era impossibile. Il pessimismo di Arturo riu sciva a complicarci non poco i sogni di qualche primo rapporto d'amore con le figlie del giardiniere, le loro amiche e la sorella di qualche compagno napoletano, che frequentavano la comunità del Vomero. Io ero innamorato di un'amica delle figlie del giardiniere. La mia ragazza ci stava e ci incontravamo spesso dal calzolaio che occupava una stanza al piano terra dell'istituto. Per avere il permesso di andare dal calzolaio scucivo le scarpe o i sandali col punteruolo della scrittura braille. Lo scambio di un fiore, di una frase gentile di una stretta di mano, di un bacio, e poi via verso le normali occupazioni. Naturalmente fummo visti e l'idillio morì nelle prime sof ferenze di cuore. Poi mi innamorai di una compagna non vedente Questa fu una cotta in piena regola, il mio primo vero amore. Con il pensiero rivolto a lei, mi addormentavo e mi svegliavo. La sognavo molto spesso e costruivo il mio avvenire per me e per lei, insieme sognando una vita felice. Quando riuscivo a stringerle la mano, pa rèva che mi trasmettesse un messaggio profondo di speranza e di gioia. Nell'angolo, tra la Cappella e il parlatorio correva un tubo dell'acqua; lo feci diventare una pertica per arrampicarmi fino alla terrazza delle ragazze. Avevo colto una rosa, e, stringendo fra i denti lo stelo, mi arrampicai e consegnai il mio omaggio alla ragazza amata. Poi andai in cella, ma ero felice. La prima lettera dei miei genitori, che mi giunse spedita da Reggio, con la notizia che avevano aperto una trattoria in città in società con dei parenti, mi rattristò moltissimo. Sapevo che quel passo non piaceva a papà e, per la prima volta, temei veramente che fra i miei cari e amati genitori potesse incominciare una dolorOsa frattura Soffrivo moltissimo: ero certo che la decisione di aprire a Reggio un negozio, in società con altri, aveva fatto versare laCrime alla mamma per la dura opposizione di mio padre che non avrebbe mai voluto lasciare Scilla e il suo modesto, ma sicuro lavoro. Da Napoli, tutto quello che era successo in casa prima della deCisione di trasferirsi in città, mi si ingigantì e mi gettò in una frustrazione profonda Scrissi una serie di lettere col metodo stampatello che consentiva di fare tutto da soli. Parlai così senza intermediari a mio padre e mia madre con accenti accorati, però con una grande fede in loro, nella loro laboriosità, e con un grande ottimismo sul futuro della famiglia. Mio padre per tutta la vita mi ha ringraziato per quegli scritti ed e un vero peccato che andassero smarriti durante la fuga da Reggio, in occasione del bombardamento del maggio 1943. In quel periodo i rintocchi delle campane di S. Domenico a Vomero, all'ora dell'Ave Maria, mentre eravamo in classe per il dopo scuola, mi riunivano istintivamente alla mia famiglia. con la grande bontà di mio padre, con la dolcezza infinita di mia madre con il grande, smisurato, affetto di Gigi, con l'attenzione di Natale ormai quasi trentenne. Poggiavo le braccia piegate sul banco chinavo la testa e piangevo in silenzio per non disturbare. Pregavo intensamente per la mia famiglia lontana che non immaginavO più ricca di lavoro e di felicità. Mio padre fu avvertito della mia crisi e delle cure a cui il medico mi sottopose. Su iniziativa di mio padre incominciai a ricevere frequenti visite dagli zii a due suore cugine di zia Pasqualina. Una delle due, suor Gervasina, mi aiutò molto in quel periodo di crisi e dopo, fino a tutta la mia permanenza a Napoli. Con suor Gervasina mi aprivo, parlavo di tutto, confidavo a lei i miei timori sull'unità della mia famiglia gli raccontavo che papà non voleva lasciare Scilla e che la mamma e insistevano per il trasferimento. Raccontavo i miei sogni fatti in CUi vedevo mio padre che picchiava la mamma e Natale che aggrediva il papà. Suor Gervasina, con estrema dolcezza, mi prendeva le mani e con tanto affetto mi aiutava a ragionare. Quando lasciava l'istituto e io tornavo tra i compagni, avevo dentro speranza e fiducia. Come Dio volle l'anno scolastico finì e partii per le vacanze in direzione di Reggio, nella nuova casa. Avevamo due camere più cucina. La trattoria, contigua all'abitazione, era vasta e con un grande giardino. Ricordo il gioco delle bocce, tre stanze, un piazzale limitato da aranci, limoni, fichi. Una pergola, alta e folta, dava frescura e ottima uva bianca da tavola. I miei genitori e i coniugi soci e proprietari dei locali, erano molto impegnati. Il pomeriggio c'era molta gente a fare la partita, a consumare merende, a prenotare cene. Spesso Natale allietava con la sua orchestrina i numerosi commensali e quel fervore di lavoro, tutta quella gente, mi fecero ricredere e pensai che avevo pianto una tragedia inesistente Papà mi faceva notare la sua tranquillità, la sua soddisfazione, ribadiva giudizi entusiasti sui parenti soci e mi faceva notare che a diffferenza di Scilla, i nuovi locali erano ampi e la clientela molto più numerosa. Quello che vedevo, ma più ancora le osservazioni di don Giacomo, mi convinsero e tornai sereno. La zia Pasqualina aveva una cabina sulla spiaggia di Calamizz e lì ci ritrovammo in tanti, fra cugini e amici, per i bagni, per le partite a pallone e per i tornei di briscola e scopa. A metà agosto, per la festa di S. Rocco, patrono di Scilla, mio padre mi riportò al nostro paesello e fummo ospiti delle cugine Grazia e Maria. Ad ogni passo incontravamo parenti e amici, e tutti ripetevano un solo ritornello:Giacomo, ma che ti mancava Scilla, perché te ne sei andato da un paese dove anche le pietre ti rispettavano?Quell'affetto e quei rimproveri facevano male a noi che ascoltavamo, e mettevano in difficoltà mio padre che non avrebbe mai confessato che si era trasferito cedendo alle pressioni di Natale, sostenuto dalla mamma. Don Giacomo giustificava il trasferimento spiegando che tre figli non avrebbero trovato mai un pezzo di pane sicuro in un piccolo centro. Natale era un uomo, era un bravo professionista e in città avrebbe fatto fortuna. Aggiungeva che non passava giorno senza che la sua orchestra fosse chiamata per matrimoni e impegni vari. Proseguiva spiegando ancora che io avrei studiato e mi sarei sistemato meglio in una città. Le stesse cose ripeteva per Gigi, ma i nostri interlocutori non ne rimanevano Convinti e insistevanO sul grave errore di questa volontaria e non giustificata emigrazione. Particolarmente dure furono le parole di un paesano tornato dall'America:Giacomo, tanti scillesi come me sono scappati per fame, ma tu avevi pane e companatico in questO paese, tu non dovevi andartene . Quella festa non fu un'ocCasione di svago per me: sentivo rimproverare mio padre e ne soffrivo intensamente, sapevo che per primo egli condivideva le osservazioni ascoltate e avvertivo lo struggimento e la sofferenza che reprimeva in sé. Povero don Giacomo, per la buona pace della famiglia, aveva lasciato un paradiso, aveva voltato le spalle alla fortuna, si era allontanato da un piccolo mondo dove nessuno gli faceva pesare la sua grave minorazione visiva, e ora tutti gli rinfacciano il grave errore. Mi pentii amaramente di aver chiesto di andare a Scilla e chiesi scusa a papà per tutte le parole di rimprovero che, a pioggia, lo avevano investito in quei giorni. Per qualche anno non chiesi più di tornare in paese, e quella rinuncia mi procurava tormento. A Reggio entrai subito nel clan di Gigi, ormai famoso tra i ragazzi del rione Sbarre. Si alternavano partite a pallone e lunghe scorribande sul litorale ionico di Reggio: una spiaggia, questa, senza un sasso, tanto diversa da quella di Scilla. Bagni interminabili, e puntate ladresche negli agrumeti al confine con le magnifiche spiagge. VincenzinO, il figlio piccolo di zia Pasqualina e di zio Antonio mi portava con sé a pescare. Mi preparava la canna, mi innescava l'amo e lì inCominciai quella attività per la quale, da grande, avrei speso energie, soldi, tempo, bruciando e riducendo amicizie, in funzione di una passione che mi conquistava integralmente e che, da sola, e riuscita a guarirmi centinaia di crisi nervose. Gigi voleva che io facessi tanti passi quanti ne faceva lui. Dovevo essere al centro dell'attenzione di tutti i suoi amici e se non era così, volavano pugni e calci fino a quando non riuscivo a bloccarlo. Aveva distribuito tante botte, per non farmi considerare diverso dalla compagnia, che ormai nessuno si azzardava né a dire' né a pensare che io ci vedevo poco. Io dovevo giocare sempre come centro-avanti e tutti dovevano passarmi la palla per farmi tirare in porta. Naturalmente spesso calciavo a vuoto, non centravo la palla, o non indirizzavo a rete. Bene, nessuno doveva ridere o criticarmi. Qualche malcapitato imparò a sue spese come si convive con un quasi cieco in squadra. Una volta siamo arrivati in ritardo e la partita fra i nostri amici ci era già iniziata. Gigi pretendeva che ci facessero entrare tutti e due, ma la pretesa non fu accolta e lui per dispetto orinò lungo le due porte insultando e minacciando i contrari. Alla fine delle vacanze, papà mi accompagnò a Napoli. In treno, prima che prendessi sonno, parlammo per alcune ore. La vita a Reggio era cambiata per tutti, e le occasioni di conversare e di approfondire tanti aspetti della mia esperienza di ragazzo, impe gnato e ambizioso di conoscere gli avvenimenti che l'Unione Ita liana dei Ciechi andava influenzando e maturando, si erano fatte molto rare. Approfittammo di quel viaggio per parlare della grande speranza che ci veniva da Firenze, città dove sorgeva la sede centrale della nostra Unione. Da Firenze, Aurelio Nicolodi ci faceva giungere il suo messaggio di fede in una vita diversa, e mio padre che mi mostrava con orgoglio la sua tessera di socio del Sodalizio assecondava il mio ottimismo, mi incoraggiava a credere fermamente in un avvenire ricco di opere che ci avrebbero portato per le vie del mondo, con aspirazioni e dignità mai conosciute. La saggezza di mio padre mi anticipò che, durante l'ultimo anno delle elementari, i superiori avrebbero deciso che tipo di studi avrei dovuto continuare. Replicai che avrei voluto fare il ginnasio, poi il liceo e l'università per diventare avvocato. Con garbo papà mi precisava che alla mia età non potevo essere io a valutare le mie capacità e mi invitava a fare la mia parte studiando con volontà di riuscire nei miei propositi.I tuoi superiori hanno dimOstrato di volerti molto bene, quindi decideranno a seconda delle tue possibilità; queste osservazioni un po' mi turbavano, ma per me papà non poteva sbagliare. Venne il sonno e ci svegliammo a Napoli pronti all'ennesimo rientro in convitto AL VOMERO PER L'ULTIMO ANNO. Con gli amici che ho più volte nominato,formavamo un gruppetto che animava, nel bene e nel male, l'intera comunità.Una sera, dalle terrazze dove quintali di noci venivano distesi su stuoie e lasciati a prendere il sole provocammo una pioggia, anzi una grandinata, di questi duri frutti sul cortile sottostante e mettemmo in fuga il Direttore e tutti coloro che stavano passeggiando dopo cena. Senza essere visti salimmo su, sistemammo le stuoie a piano inclinato e ce la demmo a gambe per scale secondarie per non incontrare nessuno. In un attimo eravamo nel mucchio a commentare, sfiancati dalle risate, quella strana pioggia di noci che, a sacchi, le robuste braccia di Don Antonio e dei suoi figli avevano faticosamente portato su, senza ascensore, gradino dopo gradino Col permesso del Direttore costruimmo una casina, nella quale Si poteva stare in piedi comodamente, sul lato Camaldoli della villa, ad un metro dalla cancellata che separava il piazzale dalla campagna. Alla copertura, come si conviene in ogni opera muraria, con i soldi dell'assistente, festeggiammo con pizza e vino: i dirigenti parteCiparono vivamente alla nostra festa, ma furono sbigottiti e inCapaci di punirci quando si accorsero che quella casina era diVentata il deposito della frutta che rubavamo. Michele, puntando le sPalle e il ginocchio tra i ferri della recinzione, apriva dei varchi che ci consentivano di passare dal piazzale al vigneto. La casina ci copriva dalla vista dell'assistente e ci consentiva di dare da mangiare agli affamati. Un giorno Michele mi convinse che bisognava fare una sCorpacciata di fichi. Dalla solita uscita passammo il confine e, sotto braccio, con calma cominciammo il rastrellamento della campagna ,finché, finalmente, trovammo l'albero desiderato. Con un guizzo Michele fu sulla pianta, coglieva e buttava giù. Ne avevamo messi insieme due o tre chili, quando sentimmo una schioppettata. Ci sparano disse Michele che, con un salto, era già al mio fianco. Impauriti battemmo in ritirata, ma quando il silenzio circostante ci assicurò che quella fucilata non era per noi, ci accomodammo a sedere e consumammo felici il sudato frutto del nostro lavoro. Ricordandomi l'episodio che segue, Michele più di una volta, mi ha detto: Sei vivo per merito mio; per la mia esperienza e la mia compagnia . Accadde infatti che una volta, in un'ora proibita, spinti dalla fame, noi due andammo nel refettorio dove prendemmo un filone di pane e lo dividemmo a metà. Con un grido di gioia afferrai una bottiglia esclamando:Michele c'è anche l'olio . Stappai, stavo per condire il pane, quando Michele mi fermò il braccio e blocco' l'operazione. Il suo fiuto, la sua esperienza, mi salvarono da morte sicura; quella bottiglia conteneva acido muriatico! In campagna rubavamo vitamine, ma nel refettorio, col pane stavamo rubando anche gocce di morte. Durante una delle tante partite di calcio, ci capitò un'avventura veramente spiacevole, ma significativa di uno stato danimo particolare. Nella Napoli degli anni trenta, in quella villa del Vomero ricca di verde e di fiori, viveva una Comunità di ragazzi educaati a non sentirsi, né infermi, né infelici. Se qualcuno ci diceva cecati , e questo capitava quando uscivamo in gruppo per le solite passeggiate, ci sembrava che il mondo esterno non avvertisse il nostro sforzo per essere uguali a tutti .Sapevamo studiare come gli altri; come gli altri sapevamo pregare; ci riusciva anche d'imprecare e fare tante altre cose: coltivare, rubare, amare, discutere del presente e del futuro. Eravamo bravi nelle recite, sapevamo farci applaudire, attori rifiniti sul palco, attori in campo, durante le nostre partite a pallone. Stavamo appunto giocando, quando dei giOVani saliti sul muretto di confine dell'istituto, incominciarono a chiamare altri passanti gridando:Venite a vedere come i cecati gioCano a pallone . Quelcecatici disturbò e incominciammo a lanciare sassi colpendo duramente un cane. Uno degli spettatori, probabilmente il padrone della povera bestia colpita, saltò giù dal mUrO e minacciosO ci venne contro. Al mio grido: Compagni siamo assaliti! , mi furono al fianco Michele e Francesco, e poi altri. Quel poveraCCio fu bloccato e pestato di santa ragione. Corsero l'assistente, il Direttore, il portiere, e quel giovane fu minacciato di denunzia e rischiò la galera, ma intanto faceva sangue dal naso e dalla bocca, e certamente avrà raccontato con sgomento che sono veramente brutte lebotte da orbi . Il Direttore ci riunì e ci fece discutere l'eccezionale avvenimento. Ci rimproverò, ma tutti avvertimmo che stava facendo la sua parte con un pizzico di orgoglio, misto al sincero rammarico. Per i ragazzi di quinta, quello era l'ultimo anno di scuola al Vomero ed era un anno decisivo. I migliori, a metà anno, sarebbero stati avvertiti che avrebbero frequentato il ginnasio, gli altri sarebbero stati aVviati alle scuole industriali, e in questo caso avrebbero dovuto cambiare istituto. Gli apprezzamenti del professore non mi facevano nascere alcun dubbio sulla possibilità di proseguire gli studi nel nostro istituto. Quando parlavamo del futuro, equesto accadeva molto spesso, seguivo una prospettiva ben determinata: studi classici, università, impegno associativo per sollevare le sorti dei ciechi calabresi, vita di lavoro come avvocato, una mia famiglia Il vento del nord, giungeva sempre più spesso a rinfrescare le giovanissime menti di noi ragazzi. I periodici della Associazione, di categoria,le frequenti visite dei dirigenti dell'Unione Italiana dei Ciechi, i colloqui col direttore le belle lezioni dei nostri insegnanti sulla grande rivoluzione in atto sul problema della Cecità, ci facevano partecipidi un fervore di iniziative che ci appassionava. Mio padre mi raccontava la sua vita di collegio nella stessa Napoli, a cavallo del secolo, e mi diceva che ai suoi tempi i migliori facevano i musicisti, tutti gli altri i seggiolai. Mi faceva notare che nel capoluogo campano esistevano ben tre istituti per ciechi, in Calabria, nessuno. Ero talmente sensibile a questo problema, che con' i miei compagni ripetevo spesso che da grande mi sarei occupato dell'Unione in Calabria. Io ed i miei coetanei nati in quella regione dovevamo essere le ultime vittime, costrette per un boccone di cultura a lasciare la famiglia, il paese ed emigrare. Ci fu preannunciata, in quel periodo, la visita di alcune autorità ungheresi e, per quella occasione, vennero i muratori a rinfrescare gli ambienti. A mezzogiorno vedevo quei poveri lavoratori stanchi ed affamati, consumare il pasto quasi sempre composto di pane e formaggio, o di pane e un pomodoro col sale. Uno di loro, Salvatore, mi diceva che aveva tre figli che erano diavoletti come me. Mi affezionai a Salvatore e ai suoi ragazzi, anche senza conoscerli, ma non mi rassegnavo a vederlo mangiare tanta miseria. Il giovedì ci davano per secondo carne alla pizzaiola. Era una pietanza squisita. Pregai alcuni amici di darmi la loro razione di carne, spiegando il mio proposito. Quel giorno mangiammo tanto pane inzuppato nel sugo, però riuscii a imbottire di carne un bel filone da un chilo e lo portai a Salvatore. Il bravo muratore aprì il pane, ebb& un attimo di incertezza e di silenzio, poi con voce commossa disse:Questa sera i miei figli mangiano carne! . Una sera, per punizione, fui lasciato senza cena, e la cosa, più che colpire me, ferì Italo, il nipote del Direttore. Prima di andare a letto, la famiglia del capo dell'Istituto passeggiava lungamente con le assistenti nel cortile o in giardino. Italo ne approfittò e mi portò in casa dello zio dove mi preparò un piatto con acciughe burro e marmellata e mi invitò a nutrirmi a dovere. Mangiavo con appetito quella grazia di Dio, quando sentimmo il campanello della porta d'ingresso. Italo mi cacciò in un ripostiglio con il piatto in mano e, al buio, si diresse verso la porta, ma nell'oscurità inciampò in un tavolino e mandò in frantumi un grande vaso ornamentale. Era la Cameriera, una bella e forte ragazza friulana. Italo la pregò di addossarsi la responsabilità del vaso in frantumi, ma io uscii dallo sgabuzzino e feci presente che il Direttore poteva licenziarla. Italo allora chiese di tenere segreta solo la mia presenza e confessò agli zii quel disastro. Prese qualche scapaccione, ma tutto sommato portò a termine la sua missione col rispetto di uno dei precetti della Chiesa:dar da mangiare agli affamati . Ci entusiasmò moltissimo la lettura del libro:I ragazzi della Via Paal . Prendendo spunto da quella lettura, organizzammoLa battaglia della Montagnola . Al centro del nostro grande e meraviglioso giardino, sorgeva una leggera ondulazione del terreno che noi chiamavamo montagnola. Scavammo una trincea, la riempimmo d'acqua e ci schierammo a monte e a valle della buca Le due squadre furono formate con due criteri. Tanti semivedenti per parte e, i ragazzi robusti divisi esattamente nelle due formazioni. La lotta consisteva nel trascinare giù in trincea gli avversari i quali venivano dichiarati prigionieri e uscivano dalla mischia. Io ero con Michele, e fu un trionfo. Mentre urlavamo di gioia per la grande vittoria, arrivò l'assistente e ci fece notare che avevamo calzoncini e grembiuli infangati. Tutti eravamo conciati male, ma quei poveretti che erano finiti in buca erano irriconoscibili. In massa fummo condotti a lavarci, a cambiarci, ma per la punizione non c'erano celle a sufficienza e ce la cavammo con una cena senza Venne a farci visita il Cardinale di Napoli e ci fu una bella giornata di festa. Avevamo preparato la Cappella con tanta cura e noi ragazi avevamo dato anche la segatura al pavimento e spolverato le panche. Il Direttore ci presentò al Principe della Chiesa come dei bravi ragazzi, ma terribili. Uno dopo l'altro fummo benedetti. Io presi doppia razione, perchè fui particolarmente segnalato come animatore di tutte le birbanterie.E' un ragazzo vivacissimo, però tanto sensibile e generoso, , disse il Direttore al Cardinale. Dopo le sue benedizioni, fui baciato dal Presule e per qualche giorno vissi veramente in grazia di Dio. Si leggeva, sui nostri giornali in braille, che a Firenze stavano per sorgere delle fabbriche per i ciechi. La notizia ci entusiasmò. Aurelio Nicolodi, il Presidente Nazionale dell'Unione Ciechi, voleva che per tutti ci fosse una risposta di lavoro. I capaci, agli studi ed ; alle professioni; gli altri nelle fabbriche come operai. Noi figli del Sud, provenienti da famiglie proletarie e contadine nelle più fortunate delle ipotesi, ma più spesso figli della disperazione, della disoccupazione, della emigrazione, vedevamo un futuro capace di darci una risposta di vita. Non avremmo trascorso l'esistenza in ricoveri o in istituti, come le più anziane che avevamo conosciuto al nostro primo impatto con il collegio. L'èra di cui parlava spesso mio padre: o musicanti o seggiolai, stava tramontando. Certo, ancora, era tanta la strada da percorrere per vincere la negligenza di una società che non vedeva i ciechi e' non udiva i sordi, ma una macchina si era attrezzata di motore ed era in marcia. Ne sentivamo il rombo e ci entrava dentro un'ebrezza di forza, di liberazione. I giorni e le settimane volavano, finché giunse così l'ora decisiva in cui venne segnato il mio destino. Una mattina entrò in; classe il Preside Ferretti, che aveva casa e ufficio nella sede di Piazza Dante del nostro istituto, accompagnato dal Direttore Giannini. Il Prof. Filice, il nostro caro insegnante, ci spiegò che il Preside avrebbe detto a ciascuno di noi che cosa avremmo fatto nel futuro. Il dilemma era semplice: o scuole industriali, presso ur nuovo istituto, o scuole ginnasiali e musicali a Piazza Dante. Era emozionato, ma sicuro. Ferretti fece un lungo preambolo; accennò alla severità e alle difficoltà degli studi superiori. Il latino, la ma tematica, il greco, le scienze. Inoltre c'erano pochi librl in braill e pochi vedenti disponibili per leggere agli studenti privi di vista Il Preside martellava sui fattori negativi della carriera scolastica lunga e dura. Poi passò alle difficoltà di utilizzare le lauree e i diplomi magistrali e quelli del Conservatorio. Ci illustrò le grandi possibilità dei Corsi industriali e di Laboratorio, e poi cominciò a distribuire a ciascuno la proprio sentenza. Giuseppe Fucà potrebbe studiare benissimo, ma dato che ha un residuo visivo potrà fare nella vita quello che vuole: l'operaio l'artjgiano, l'insegnante di lavoro . Così sentenziò per me il Preside Ferretti. Mi sembrò di morire. Il cuore mi stava scoppiando avevo bisogno d'aria, volevo uscire e correre e gridare la mia disperazione. Il Professore che amavo, il Direttore che ammiravo, non mi avevano mai fatto sospettare quella sorte che mi sembrava ingiusta e amara, quanto inattesa e imprevedibile. Non potevo scappare, la funzione continuava e così come avevo fatto tante altre volte in momenti tristi di sofferenza e di solitudine, chinai la testa sul banco e piansi mordendo il fazzoletto per non farmi sentire. Piangere e disturbare è roba da ragazzi mi ripetevo e mio padre, in cento occasioni mi aveva detto che e maturo come un grande. naturalmente non fui il solo a rimanere scioccato per quella sentenza, e fu durissimo vivere al Vomero quella fine d'anno in attesa della licenza di quinta. decisi di non impegnarmi più e l'insegnante ne soffrì moltissimo. Provò a scuotermi con la sua dolcezza di padre, con qualche scapaccione, che mi dava, dopo avermi ricordato che aveva l'autorizzazione da mio padre, suo amico e corregionale. Sia il professor Filice che il direttore ebbero tanta pazienza e comprensione con me. di colpo presi a rifiutare il convitto e le sue regole. ora mi sembrava inutile stare lontano dalla famiglia, soffrire della mancanza degli affetti tanto vivi in me, affetti sacrificati sull'Altare di un duro e lungo impegno di emancipazione e di resurrezione spirituale.Volevo studiare e fare l'avvocato di una grande causa, la causa dei ciechi calabresi. Per questa meta ogni sacrificio era plausibile e spendibile, per tutto il resto non valeva la pena di vivere a Napoli o altrove. Avrei potuto vendere il vino come mio padre, avrei potuto fare il pescatore, o essere un meridionale come gli altri, e cioè uno dei tanti disoccupati e disperati permanenti. Il mio spirito si era arreso e i dirigenti del convitto non riuscivano a scuotermi, a rendermi credibile una strada diversa da quella che mi vedevo preclusa. Poi c'era la prospettiva di passare all'Istituto Paolo Colosimo, sempre in Napoli, per frequentare le scuole industriali e le notizie che avevamo di quell'ambiente erano tetre. Tutto mi spingeva al disimpegno. In quel periodo l'insegnante ci dette un tema sul re d'Italia. Mi limitai a scrivere su un foglio di carta il mio nome e cognome il titolo del tema, e come svolgimento poche righe:Il re d'Italia si chiama Vittorio Emanuele III, vive e regna per grazia di Dio e volontà della Nazione . Consegnai dopo pochi istanti, l'elaborato e il professor Filice lesse, capì, e soffrì moltissimo per quel mio stato d'animo di totale rifiuto. Mi chiamò alla cattedra, mi parlò con accenti umani e toccanti, mi disse che sbagliavo e che dovevo cercare di reagire al dolore che provavo per la decisione di non farmi intraprendere gli studi classici. Insisteva dicendomi che dovevo comunque impegnarmi perché avrei fatto bene ogni cosa che avessi deciso di fare.Da ogni posizione potrai essere utile a te e agli altri, non conta la laurea, conta la tua generosità e la tua sensibilità ; così mi diceva Filice, accarezzandomi e stringendomi a sé con paterno affetto. Quella sua bontà mi aiutò a superare gli ultimi mesi di scuola e gli esami di licenza elementare. Quell'ultimo periodo di vita al Vomero fu duro e ricco di ricordi e di rimpianti. DA RAGAZZO FELICE A RAGAZZO IMPEGNATO. Mio padre era stato informato del mio sbandamento e sottrasse gran tempo alle sue occupazioni di lavoro, per fare con me lunghissime passeggiate e discussioni interminabili. Sentiva nelle mie parole l'amarezza di un obiettivo mancato e mi spronava a immaginare altri interessi, altre strade, e spesso ogni suo discorso terminava con la considerazione che per l'Unione Italiana dei Ciechi, per la sua vittoria, ci volevano i laureati non vedenti, ma erano altrettanto necessari, artigiani, operai, commercianti. Lui trovava giusta la severità della selezione che veniva operata in tutti gli istituti per ciechi esistenti in Italia. Era convinto che la grande marcia ci avrebbe portati lontano solo se fossimo riusciti ad affermarci in tutte le professioni, in tutte le arti, in tutti i mestieri accessibili ai non vedenti. Il suo discorso mi convinceva, ma io pensavo alle centinaia di ragazzi che come me, alla fine del quinto anno di scuola, venivano lanciati verso una strada diversa da quella che avrebbero voluto percorrere. Dalle parole di mio padre, così saggio, e così convinto e disegno generale che da Firenze si irradiava in ogni città d'Italia, conquistando tanti apostoli pronti a capire e a seguire la grande rivoluzione incominciai a riflettere che l'ingiustizia subita non poteva farmi perdere l'entusiasmo per quello che leggevo e discutevo,e per i privi di vista della mia terra. Con la sola licenza di quinta, e con dodici anni di età, ero costretto ad accettare la via indicata dal Preside Ferretti, cioè ' scuole industriali da frequentare a Napoli presso ilPaolo Colosimo . Questa benedetta famiglia Colosimo, famiglia di ricchi calabresi che era andata ad impiantare un istituto a Napoli, invece di pensare alla propria terra natale, mi innervosiva alquanto. Come sarebbe stato utile, invece, un istituto nella nostra regione che avrebbe evitato a migliaia di ragazzi di allontanarsi dalle proprie famiglie! E poi già sapevo che sarei tornato fra monache e un di rettore sacerdote che godeva di brutta fama tra noi ragazzi. Un prete terribile, si diceva, che non permetteva il gioco del calcio o altri manifestazioni di libero sfogo dei ragazzi. Le libere uscite erano consentite ai più grandi, ma le guide erano dei vechietti del locale ricovero l Pensavo con nostalgia al mio direttore non vedente, alle as sistenti studentesse universitarie, o maestre, al mio caro insegnanti che mi aveva guidato per cinque anni; alla meravigliosa signorina Angiolillo che, nel pomeriggio, pilotava il doposcuola. Rivivevo un episodio che ce la fece amare senza riserve. Quando ci fu la famosissima partita di calcio Inghilterra-Italia a Londra, mi pare nel 1933, noi sportivi eravamo letteralmente impazziti. In classe gii una ’’’’’’ settimana prima cominciammo a parlare dell'incontro e a ii fastidire il Prof. Filice con mille domande e altrettante richiesti di permessi, i più strani e inconcepibili per la mentalità del nostro non sportivo e severissimo insegnante. Il giorno prima, un martedi chiedemmo di essere lasciati senza compiti per avere tutto il pomeriggio libero. Si vede che quel povero uomo era così esasperato dalla nostra insistenza, che sbottò, infliggendoci un problema d, geometria con trenta operazioni. Ci sarebbe voluta una vita per farlo e sarebbe saltata la partita. Eravamo distrutti, ma corremmo ai ripari. Chiedemmo alla Sig.na Angiolillo di venire con noi ii classe appena mangiato, saltando la ricreazione. Col suo decisivo aiuto lavorammo a cottimo e per l'ora X fummo pronti come le altre classi per l'ascolto. Anzi con una corsa sfrenata, distri buendo maligne gomitate e qualche sgambetto, riuscimmO a prendere ed occupare i posti d'onore accanto alla radio. Nicolò Carosio ci fece vivere quella partita con quel suo calore e quella sua arte di Cronista che ci sono rimaste nella mente in maniera indelebile Dopo tanti anni, sentii la sua voce in un ristorante di Cagliari, mentre pranZava con Gigi Riva. Lo feci chiamare e lo ringraziai per tutte le partite che era riuscito a farcivedere . Apprezzò le mie parole ed i miei sentimenti e, con la voce rotta dalla commozione, ci disse che era felice di averci allietate tante domeniche. Dopo poco il Cameriere ci portò una bottiglia di Champagne come dono di Carosio alla nostra comitiva Erano tanti i ricordi piacevoli di quel periodo della mia vita al Vomero, che il pensiero di cambiare, certamente in peggio, la sede dei miei studi, mi rovinava le vacanze. Oltretutto c'erano le pratiche presso la Provincia di Reggio per il passaggio dalPrincipe di NapolialPaolo Colosimo . Per tutta l'estate, quelle scale e quegli uffici dove i miei genitori e spesso io con loro, ci recavamo per chiedere alla Provincia l'assunzione del costo dela mia retta di mantenimento nel nuovo istituto divennero una mèta snervante e pressoché quotidiana. All'inizio dell'anno scolastico eravamo ancora sballottati fra promesse e dichiarazioni di mancanza di fondi. Quando si decisero a farmi partire era tanto tardi che persi l'anno. Io non avevo né fretta né entusiasmo per quella nuova esperienza, anche se il pensiero che avrei ritrovato nel nuovo istituto diversi dei miei più cari compagni del Vomero, attenuava la freddezza e la riluttanza dell'avventura. Così tornai a Napoli, ma questa volta niente villa con alberi secolari, con aiuole e fiori, con viali e montagnola. In via S. Teresa, un cancello, tanti gradini e l'ingresso in un enorme palazzo dove avrei vissuto per pochi ma durissimi anni. Mi portaronO dal Direttore, il famoso religioso, del quale sapevo già tutto: Don Catiello Castellani, un prete che non è mai riuSCito a farsi amare e stimare da alcuno, per la ruvidezza del carattere, per la volgarità dei modi nel trattare gli allievi ed il personale. Ero intimorito quando entrai nel suo uffiicio e l'incontro partì subito male. Mi chiese cosa volevo fare ed io risposi che avrei voluto frequentare il ginnasio. Fece una risata beffarda e mi spiegò che d Colosimo la mattina si frequentavano le scuole industriali e tecniche e nel pomeriggio si doveva lavorare nei laboratori. Quella risata; me l'ero proprio andata a cercare; io sapevo benissimo che in quèl convitto il ginnasio era un sogno, ma non riuscii a trattenere quella risposta che partiva da un subcosciente legato ad una speranza tradita e ferita. Il Direttore la sua domanda l'aveva fatta, io avevo sbagliato a rispondere ed avevo perduto il diritto alla scelta de laboratorio che volevo frequentare. Decise lui per me in forma brusca; e veloce.Hai un residuo visivo, andrai al reparto vimini. Mi assegnarono il letto e mi fecero salire e scendere per una prima ricognizione dell'ambiente. Trovavo le scale e le zone di ricreazione immerse nella penombra. Lo stesso giardino era un piazzale per i grandí, ed una striscia stretta e lunga era riservata a noi ragazzi. Mentre giravo misuravo la mia futura immobilità, e ne provai sgomento. Mi portarono in classe e lì ritrovai alcuni compagni del Vomero che esultarono appena l'assistente fece il mio nome. Durante la ricreazione conobbi nuovi alunni e, fra questi, un ragazzo di Messina, Santino, col quale legherò fraternamente creando un vincolo di amicizia che dura ancora. Santino mi elencò le regole di vita del nuovo istituto e ne rimasi sgomento. Il si lenzio a tavola, i trasferimenti in fila indiana per raggiungere i refettorio, la Cappella, le aule, i laboratori, i dormitori, la ricrea zione senza giochi, quel Direttore che si nascondeva al nostro pas saggio per punirci con pesanti scappellotti se ci vedeva conversare quando dovevamo star zitti, mi davano il senso di una vita di costrizione, che non avevo fin qui mai immaginato. Fui affidato a Suor Serafina, la responsabile del laboratorio dei lavori misti: vimini, malacca, ecc. Mi presentarono il mio maestro di lavoro, il Sig. Castro che, in pochi giorni, prese a volermi un gran bene. Le ore di laboratorio divennero subito le più intereSsanti della giornata convittuale, e soddisfazioni nell'apprendere sempre nuovi lavori furono il cemento spirituale che mi permise, di Combattere-- almeno parzialmente-- il rigetto di un ambiente che non riuscii mai a sopportare. Mi aggirai nel reparto e appresi come si confezionano gli stoini Come si rivestonO le sedie, come si confeziona lo scheletro di pOltroncine in canna d'India. In breve tempo mi furono assegnati il mio banco di lavoro e la mia dotazione di arnesi; la stessa scelta del posto, con una motivazione particolare, mi lanciò verso un impegnO a cui feci onore per tutta la mia permanenza al Colosimo. Il maestro Castro mi chiamò, mi disse parole di apprezzamento e mi assegnò un posto definitivo. Alla mia sinistra avevo un giovanettO cieco e sordomuto di nome Nino, alla mia destra un compagno più grande, privo di vista e senza una mano. Il Maestro mi disse che, poiché ero un ragazzo sensibile e generoso, certamente avrei saputo stare fra due persone alle quali sarebbe stato utile il mio residuo visivo. Avevo sentito dire altre volte che ero sensibile e generoso, ma questa volta cominciai a credere che forse lo ero se, proprio a me, veniva riservato un posto così impegnativo. Appresi rapidamente l'alfabetoMalossie fui in grado di comunicare con Nino. Egli scriveva sulla mia mano le sue necessità, ed io, prontamente, gli facevo avere quello che chiedeva. Quel laboratorio non era un centro scolastico. Per le capacità produttive sollecitate, per la qualità e quantità dei prodotti finiti, per le strutture commerciali alimentate dal nostro lavoro, sentivamo che tutti noi, più che studenti apprendisti, eravamo operai, avviati e stimolati ad una specializzazione di alto livello. C'era anche l'incentivo di una parvenza di retribuzione: infatti i lavoratori studenti del Colosimo ricevevano un compenso che andava dalle otto alle trentadue lire mensili. La metà ci veniva pagata e l'altra parte veniva versata su un libretto di risparmio per essere consegnata all'uscita definitiva dall'istituto. Il tipo di scuola non mi interessava. Mi applicavo quel tanto che bastava per non fare brutte figure. Si potevano frequentare le scuole elementari, tre anni di industriali, due di tecniche Gli insegnanti di lavoro erano tutti ex allievi che avevano atteso, lustri dOpo lustri, quella grande occasione. Io mi ero già messo in testa che non avrei atteso quell'opportunità, però in laboratorio lavoravo con grande impegno e, soprattutto, mi facevo in quattro per essere di aiuto ai miei compagni di destra e di sinistra. Le quattro ore giornaliere di laboratorio volavano, non perdevo un minuto, e i lavori che mi venivano assegnati li confezionavo sempre con maggior bravura e sveltezza. Il mio impegno era incoraggiato e premiato sia da Suor Serafina che dal maestro Castro. E per la verità, entrambi, non si limitavano ad apprezzamenti e segnalazioni al Preside, Comm. Pericle Roseo, ma spesso facevano proposte di aumento di retribuzione e così miglioravo rapidamente il compenso mensile. Dopo un solo anno raggiunsi il massimo di retribuzione suscitando meraviglia e gelosie: di solito ci volevano anni e anni per arrivare a quel tetto delle trentadue lire al mese. Mi piaceva impegnarmi in lavori artístici di grande precisione e ricordo che sbalordii il maestro quando chiesi di fare un portabiscotti in malacca, a forma ottagonale, che rappresentava il capolavoro degli operai studenti altamente specializzati Il Preside Roseo stava quasi sempre a Roma, aveva infatti qualche incarico a Casa Reale. Quando veniva a Napoli, in istituto si allentava la pesantezza della direzione di Don Castellani e noi ra gazzi prendevamo la palla al balzo per chiedere al Preside cose che al prete non avremmo mai osato domandare. Roseo era estremamente educato, un vero gentiluomo, e aveva una grande umanitàil peccato che stesse veramente poco tra noi. Per le segnalazioni che riceveva da Suor Serafina e dal mastro Castro, per le visite che faceva in laboratorio, il Preside seguiva volentieri i miei progressi. Portava molte ordinazioni di la' voro dal Quirinale e quando, personalmente, mi diceva:Fuca questo prodotto devi farlo tu, serve per Casa Reale , io mi impegnavo seriamente, ricevendone lodi e premi in danaro. Al Colosimo esisteva un reparto tessitura con telai a mano i dove lavoravano dei veri artisti. Ne usCiVano tovagliati di ogni genere. con disegni e colori che conquistavano un pubblico di acquirenti sempre più numeroso e sempre più disposto a lasciare, nel grande salone della mostra permanente, cifre da capogiro Nel repartO officina venivano confezionate macchine per la Scrittura braille. Il re di quel piccolo regno era Eugenio Ma, un cieco sordomuto su cui bisognerebbe scrivere a lungo per il grande esempio di vita che ha illuminato non solo i suoi fratelli di sventura, ma tutti noi che abbiamo avuto la grande fortuna di conoscerlo e di ricevere sprone, oltre che dalle sue Capacità nel superare quelle gravi minorazioni, da quel grande e impareggiabile genio che ha sorretto la sua esperienza terrena Gli operai studenti lavoravano e sudavano al Paolo Colosimo. Una perfetta regìa pubblicistica, ideata e guidata da Roseo, faceva arrivare nei nostri laboratori un fiume costante di visitatOri che sostavano incantati davanti ai nostri banchi di làvoro. Poi passavano nel salone della mostra e compravano senza risparmio ogni prodotto esposto. Bisognava sbrigarsi, produrre, vendere. La gente voleva comprare e i prezzi non venivano mai messi in discussione. Eravamo in tanti a trarre grande soddisfazione dal lavoro, ma il resto della vita convittuale era una sciagura. La rudezza el Direttore Ci inaspriva, e le sue manesche reazioni a qualche nostra disavventura ci offendevano a tal punto, che ben presto incominCiammo a far giungere alla sede di Piazza Dante delPrincipe di Napoli , dove studiavano i liceali e gli universitari primi messaggi di rivolta. Il corpo insegnante era validissimo, ma il vento del nord e teorie di Augusto Romagnoli, qui non facevano sosta. Già parlare dell'Unione Italiana Ciechi significava parlare di sovverrsione, di corpi estranei di assalto, in un mondo fatto di rigore, di immutabilità, di ordine intoccabile. Eppure quell'ordine volevamo toccarlo, volevamo intaccarlo volevamo rovesciarlo. La vita di convitto ci caricava di mille e diisgustosi, insopportabili, capaci di inasprirci sempre più, e nulla potevano i professori con i quali ci sfogavamo ricevendo esortazioni alla paZienZa e alla disciplina. IlPrincipe di Napoli , con i suoi moderni orientamenti, ci aveva arricchito spiritualmente, mentre qui, ogni giorno, ci pareva di perdere una fetta di dignità. Spesso, la domenica, quando ci facevano uscire, andavamo al Vomero per far visita al Direttore Giannini, alle assistenti, compagni e sentivamo apprezzamenti lusinghieri da tutti. Giannini ci diceva che avevamo lasciato un gran ricordo e gran rimpianto.Fucà, raccontami qualche marachella che combini al Colosimo , mi dicevano in tanti, ma io rispondevo che ormai avevo solo il tempo di lavorare e imprecare. L'Unione aveva dato vita alla Federazione delle Istituzioni pro Ciechi che raggruppava tutti gli istituti italiani per i non vedenti. Gli organismi federati seguivano una linea di impegno comune, di ferma e decisa moderazione di criteri didattici e di orientamenti pedagogici. Al Colosimo, invece, andavano per conto lori la grande bottega funzionava a dovere e tanto bastava; Nicolodi, Romagnoli, erano rivoluzionari che guastavano gli ingranaggi pe fetti di quella macchina, il cui motore era costituito dal genio e dalle posizioni romane del Preside Pericle Roseo. Il resto lo facevamo noi,un centinaio tra giovanetti e adulti, operai specializzati in diversi settori, con una produzione che non faceva tempo a sostare nei magazzini, tanto era velocemente venduta. ' La guerra d'Abissinia e l'Impero ci portarono maggiore lavoro. Nei diversi laboratori arrivavano le commesse più varj per i dominatori italiani che, in terra d'Africa, allestivano loro dimore. Per il Duca d'Aosta rivestii un salotto in paglia bianca e confezionai la rivestitura in cordella colorata di alcuni annaffiatoi da giardino. I compagni tessitori, e quelli della rilegatoria, furono altrettanto impegnati per mandare al nostro Governatore ad Addis Abeba, lavori finissimi eseguiti con cura é arte. Avevo preso una buona mano a rivestire di rafia le bottiglie di profumo: quei lavori delicati, e che richiedono tanta pazienza, mi riuscivano veramente bene e presto il Preside Roseo mi affidò la rivestitura delle bottiglie dell'ottimo profumo chE adOperava lui. Quando mi portava qualche lavoro suo, o per Casa Reale mi Comunicava il giorno del suo rientro a Roma ed io mi tuffavo in imprese di precisione e di velocità. Per accontentarlo, spesso, saltavo la ricreazione, però con me non ha mai lesinato incoraggiamenti morali e finanziari. Come ero cambiato al Colosimo! Il ragazzo scatenato, pieno di vita, di iniziative, degli anni precedenti, il ragazzo del Vomero, si era spento. Ora avevo due problemi: le accese discussioni sull'Unione Italiana dei Ciechi che sul Colosimo non riusciva ad influire, e il mio lavoro. Ogni tanto, però, qualche sprazzo di vitalità riemergeva e una volta, insieme ai compagni provenienti dal Vomero, organizzammo un dispetto per le suore. Queste poverette vivevano anche loro sotto l'austerità del prete direttore e con noi erano umane e attente, però ci dava fastidio passare davanti al loro refettorio, sentire dei profumini che aprivano o ingigantivano l'appetito e poi, seduti a tavola, trovarsi nei piatti minestre e pietanze immangiabili. Non avevamo frutta, ma sentivamo il profumo di arance, di mandarini o di altro, e prendemmo impegno di far visita alle poche piante da frutto che le suore curavano per la loro mensa. Armati di cestini buttacarte, facemmo una raccolta che ci consentì di distribuire agrumi alle tre classi industriali. Una specie di furto proletario, ma venne fuori una mezza inchiesta per il profumo di arance che si sentiva nelle tre classi, e la severità delle minacce ci fece capire che non era il caso di perseverare in simili iniziative. In un'altra occasione, mi passò per la mente di chiedere alla suora del reparto lavorazione cocco una corda per fare il tiro alla fune. Anche qui fui sfortunato: la squadra che vinse, arretrando Velocemente per la inesistente resistenza opposta dagli avversari, andò contro una vetrata mandando in frantumi i vetri di dimensioni enormi. Eravamo in tanti, ma il direttore schiaffeggiò e punì solo me, appena seppe che avevo preso la corda in laboratorio. Naturalmente mi ero guardato bene dal riferire che l'avevo chiesta alla suora, temevo che le facesse una scenata, e così la punizione fu severa perchè c'era l'aggravante del furto materiale da lavoro. Solo io fui condannato anche al pagamento dei vetri frantumati, ma a parte la solidarietà dei compagni che mi assicurarono il loro rimborso della loro parte, quei vetri non furono mai pagati graZie Suor Serafina che riferì al Preside la verità ed io fui amnistiato per meriti eccezionali sul lavoro. Talvolta, nel reparto, avevamo occasione di festeggiare, come e quando un bravissimo alunno, con alcuni decenni di permanenZa istituto e con una capacità e laboriosità incredibili, diventò maestro di lavoro. Romillo. da quel giorno fu il mio nuovo maestro e anche con lui mi trovai benissimo. Il Sig. Castro mi continuò a stimare e ad incoraggiare invitandomi a pranzo la domenica presso la casa ove era a pensione. Una famiglia che abitava in Via del Duomo, alla quale mi a fezionai attratto anche dalle attenzioni di una brava ragazza di nome Addolorata che tutti chiamavano Dora. Il maestro Romillo mi fece cambiare banco di lavoro, mi volle accanto a sé, alla sua destra. Dall'altra parte avevo il mio fraterno amico Nino sempre in amichevole gara con me col quale ormai, conversavo con estrema bravura. Ero felice di essere utile ad un compagno sordo e cieco. Un giorno Nino mi scrisse sulla mano che gli avevano detto che ero il più bravo del reparto,e quando di rimando gli scrissi sulla mano che il più bravo era lui, perché, in fondo, io vedevo, parlavo e sentivo mentre per lui tutto ciò era impossibile mi abbracciò commosso. Ogni lavoro difficile che mi affidavano, lo discutevo con lui Nino voleva che lo impostassi e gli consentissi di eseguirlo con la mia collaborazione; a sua volta, quando portava a termine il proprio compito lo sottoponeva al mio preventivo giudizio. Gli trasmettevo la mia gioia per l'esattezza della esecuzione e allora pregava di chiamare il maestro per la consegna. Ancora oggi, mentre commosso rievoco questo episodio, sento il suono gutturale della sua voce senza parola che voleva gridare la sua vittoria per aver lavorato con me. Quante volte ci siamo abbracciati in segno di trionfo ! Ricordo le lunghe conversazioni col maestro durante le piacevoli ore di laVoro Io ero ormai un giovanetto triste e pensoso dell'avvenire, mentre lui, con la recente gioia nel cuore della promozione da alunno ad insegnante, era pervaso di un ottimismo che voleva infondermi a tutti i costi. Mi diceva che la mia bravura mi avrebbe portatO al suo stesso traguardo, ma il discorso non mi convingeva Calcolavo che nel reparto vi erano già due insegnanti e che per me, sia pure dopo gli anni delle tecniche, non poteva esserci SistemazioneRoseo non vuole perderti , mi ripeteva spesso il maeStro ma l'allusione non mi convinceva e non mi entusiasmava. L'altro argomentO che ci appassionava era l'Unione Italiana dei Ciechi. Romillo condivideva le mie attese ed i miei giudizi sulle prospettive, ma era più cauto sui tempi che, sosteneva, sarebbero stati necessariamente lunghi prima di poter contare in una società arretrata e ignara del nostro duro e complesso dramma umano Romilo mi dirà solo dopo la guerra che era un antifascista e che non immaginava grandi successi dell'Unione durante il regime. Con i compagni, il discorso sull'Associazione si faceva sempre piu ricco di particolari. Eravamo ormai in grado di commentare le magnifiche leggi fondamentali che Nicolodi era riuscito a strappare con lungo e duro impegno ad un ambiente socialmente arretrato e restio ad ogni disegno che contemplasse il riconoscimento della dignità dell'uomo mortificato da minorazioni. Le minorazioni ciVili, quelle cioè derivanti da ogni e qualsiasi causa che non fosse la guerra, non avevano cittadinanza nei programmi e nelle attenzioni del regime fascista. Mentre i combattenti, e ancor più i mutilati di guerra, costituivano ilpane quotidiano della mistica e della retorica del partito el potere retorica affidata, oltre che alla reboante oratoria mussoliniana, all'arte della parola del plurimutilato Carlo Delcroix cieco e privo di entrambe le mani i figli della sventura non belliCa, non esistevano. Il Clero e la Casa Reale si interessavano come potevano di alcune realtà: ricoveri, istituti di istruzione, atti di carità che beneficiaavanO questo o quel caso eccezionale. Vi eranO però vette costituite da pèrsonalità tanto spiccate nel mondo della cultura che travolgevano, quasi spaventavanO,i pochi osservatori. In quei casi, e solo in quei casi, la cecità veniva dimenticata e si apprezzava l'uomo, la sua mente, il suo patrimonio di sapere, la sua volontà di servire l'umanità, la sua voglia di vivere. Così non poterono impedire ad Augusto Romagnoli di studiare nelle classi comuni fra i vedenti, non poterono escluderlo da un pubblico concorso e poi dall'insegnamento. In quegli anni nessuna legge lo tutelava, ma Romagnoli era un gigante. Per gli altri i normali diseredati, il popolo di esclusi, quanto tempo sarebbe passato prima di poter girare le spalle alla Rupe Tarpea? Ricordo un caso tipico di un uomo cieco, Gennaro Fabo che aveva vinto da solo tutte le battaglie. Aveva studiato musica si era imposto come concertista e come compositore.Suona cospetto del Re d'Italia , avevano scritto di lui i giornali. Era stato chiamato ad allietare le serate della Corte d'Austria, aveva viaggiato per l'Europa, ma noi ragazzi del Vomero lo trovammo ospite sopportato in una stanzetta del nostro istituto, ormai stanco, senza una lira di pensione, e con tante favole da raccontare a piccoli rappresentanti di un dramma umano che lentamente, ma inesorabilmente, stava per essere tolto dalle mani di pochi benefattori per una costruzione rivoluzionaria che voleva il cieco artefice del proprio destino. . Tutto era facile per i ciechi di guerra. Le provvidenze si articolavano in tutte le direzioni: l'istruzione, il collocamento, l'assistenza sanitaria, la garanzia economica attraverso pensioni dignitose. Aurelio Nicolodi, cieco di guerra e prestigioso volontario trentino, compagno d'armi di Cesare Battisti, sposò la causa dei ciechi civili, fondò l'Unione Italiana dei Ciechi nel 1920 a Genova, la Federazione delle Istituzioni pro Ciechi per armonizzare la riforma dell'istruzione scolastica subito dopo e, nel 1936, creò a Firenze l'Ente Nazionale di Lavoro per i Ciechi. Grazie a lui l'istruzione gratuita anche per i ciechi civili divenne un fatto acquisito. Le Province furono chiamate a pagare rette agli istituti, e così una massa di indigenti, figli della povertà e dell'ignoranZa, affollarono le scuole speciali per un riscatto di maSsa che darà frutti sorprendenti nell'immediato futuro. Ma la nostra rivoluzione culturale si scatenerà fuori degli istituti speciali, anche se per merito degli stessi istituti che, storicamente, deVono conservare il titolo d'onore del nostro risveglio sociale per aver obbedito ad una impostazione che partiva dal grande movimento di categoria, dall'Unione Italiana dei Ciechi, dai suoi uomini più rappresentativi ed incisivi. Aurelio Nicolodi presiedeva l'istituto professionale di Firenze, AUgUStO Romagnoli dirigeva la scuola di Metodo per gli Educatori di Ciechi, Paolo Bentivoglio era Direttore deil'Istituto Cavazza di Bologna, Gennaro Giannini dirigeva il Principe di Napoli nel capoluogo campano. Altri privi di vista erano alla guida degli istituti di Palermo, Lecce, Reggio Emilia. A Bologna e a Napoli gli istituti Cavazza e Principe di Napoli guidati da due direttori ciechi, Bentivoglio e Giannini, preparavano e guidavano centinaia di fanciulli e di giovani verso la conquista della scuola pubblica. Questi ragazzi al ginnasio, poi al liceo, al conservatorio, e infine all'università, costituiranno una splendida pagina di storia e di trionfo per le istituzioni e gli uomini che si erano comunque impegnati nella più bella e più incisiva svolta dei tempi. A Bologna e a Napoli, ogni mattina uscivano dagli istituti speciali decine di studenti maschi e femmine per andare a sedersi fra i compagni vedenti. Sedevano a testa alta, e rappresentavano con grinta e fermezza un popolo di esclusi che stava preparando la nuova classe dirigente. Nei corridoi con poca luce e poca aria del Paolo Colosimo discutevamo di tutti questi aspetti della vita dei privi di vista e ci pareVa che quell'ambiente non fosse il più idoneo a guidarci verso il Successo dei singoli, la partecipazione di tutti alla comune fatica di conquistare un'esistenza degna delle ambizioni plausibili e raggiungibili. OOrmai avevo quattordici anni e incominciai a protestare perché volevo la tessera dell'Unione Italiana dei Ciechi. Quella tessera azzurra, che avevo visto nelle mani di mio padre, mi sembrava un distintivo della mia speranza, della mia fede, dei miei sogni. Parlaì con i più grandi affiinché facessero giungere la richiesta alla sede partenopea dell'Associazione e, dopo qualche contrasto con i dirigenti del Colosimo, giunse il giorno del tesseramento di massa. Fra i grandi, qualcuno era già tesserato, ma la mia iniziativa conquistò quasi tutti e così avemmo la visita di Carlo Bussola, Presidente della Sezione Campana dell'Unione. Ci fu consegnata la tessera e da allora ci sentimmo mobilitati e partecipi di un tiro alla fune che non avrebbe sfondato vetrate, come ci era capitato giocando, ma avrebbe consentito di afferrare nelle nostre mani la comune cordata per andare insieme verso un avvenire di dignità. DALL'AGIATEZZA ALLA FAME. A metà degli anni trenta, in Calabria, una famiglia che potesse assicUrare ai suoi figli, colazione, pranzo e cena, unitamente alle scarpe e ai necessari capi di vestiario, era senza dubbio una famiglia agiata. Così considaravo il mio nucleo familiare in quegli anni, specie quando confrontavo la vita dei miei cari con le situazioni di centinaia di compagni di scuola. Quando arrivavo dal collegio con la mia divisa da cadetto di un'accademia, con abito blu, bottoni e fregi dorati, cappello con visiera e stemma, scarpe nere e lucide, avevo fin dalla stazione un brutto impatto con la realtà di allora. Ragazzi scalzi, denutriti, laceri, che chiedevano di portarmi la valigia per due o quattro soldi. Quella terribile visione mi sciupava la grande gioia di tornare a casa. Io ero uno studente lavoratore, con una paga mensile: mi piaceva risparmiare per tutto l'anno per portare a casa quei soldini e provvedere alle necessità mie e a quelle di Gigi, il fratello più piccolo Gigi veniva a prendermi alla stazione e restava colpito dal fatto che io davo dei soldi a due o tre ragazzi che volevano portarmi il bagaglio, senza peraltro che io glielo consegnassi, perché a valigia restava nelle mie mani o in quelle di mio fratello. Spiegavo che nessun ragazzo doveva fare quel mestiere, e poi rientravo nella mia felicità fatta di ritorno nella mia terra, fra la mia gente. Non immaginavo che di lì a poco, anch'io e mio fratello avremmo rischiato di andare alla stazione, scalzi e denutriti, in a tesa di qualche visitatore a cui portare i bagagli. Per brutte e tristissime storie di gelosia, la società che gestiva la nostra trattoria si sfasciò; per miracolo fu evitata una tragedia ma quello che i miei genitori non riuscirono ad evitare fu il disastro economico. Don Giacomo e Donna Maria, dopo tanti sudori, dopo tanto lavoro, dovettero chiudere il negozio e, dopo pochi mesi, restarono senza una lira e disoccupati. La casa che abitavamo era dei soci e mio padre la lasciò per tagliare ogni rapporto con gente che aveva procurato una sciagura immane ad un'intera famiglia. Mia madre, che aveva cucinato per migliaia di clienti, non ci cucinava più neanche per la sua famiglia. Mio padre, che ogni giorno metteva nella ghiacciaia carne, pesce, e tante altre ghiottonerie ora non comprava più nulla. La casa, che era sempre piena di gente ora era un angolo triste e solitario, in cui vivevano una donna in lacrime e un uomo lacerato dal tormento di avere lasciato il suo paese, il suo lavoro sicuro, per una sorte così ingrata e così amaara. Gigi ed io spesso eravamo a pranzo dalla zia Pasqualina, ma la sera ricordo quella casa con i fornelli spenti e il silenzio pesante dei miei genitori, feriti e umiliati da una sconfitta che non avevano previsto, che non avrebbero mai meritato La gelosia, questo serpente infame che avvince i più deboli; nella mente e nell'immaginazione della gente del Sud, può scatenare l'inferno, può trascinare nel sangue e rovinare più di una famiglia. Cosa era successo in quella trattoria gestita dai miei cari e da una famiglia di soci; con i quali correva un vincolo di parentela? La moglie del socio si era invaghita di mio fratello Natale di questo trentenne musicista, educato ed elegante, capace di conquistare l'ammirazione di quanti lo vedevano e lo sentivano suonare. La donna amava senza essere corrisposta e, pensando che l'ostacolo alla realizzazione del suo sogno fossero il marito ed i figli, candidamente propose al consorte la separazione, confessando i suoi sentimenti. L'uomo sospettò che Natale fosse complice di questo disegno e ci vollero la saggezza di mio padre e la disperazione di mia madre per evitare una conclusione tutta calabrese della faccenda. Fui presente alla discussione straziante fra papà e Natale su qUesto argomento Papà voleva sapere quale complicità avesse il figlio in questa storia e mio fratello, sconvolto dal dolore e dal pianto, giurava sulle cose più care della sua vita che lui era estraneO alle macchinazioni di quella donna. Natale gridava:Papà, io sono legato ad un'altra donna che sarà mia moglie; in questa faccenda non ho colpa; quella donna non ha mai parlato con me dei suoi sentimenti e dei suoi progetti . Natale era sincero e la prova l'ha data quando quella famiglia si sfasciò. La trattoria fu chiusa e lui, con molto sdegno, rifiutò le lusinghe di quella signora ormai libera: questa, proprietaria sia del negozio che della casa abitata da noi, addirittura promise di intestare tutto a Natale purché si unisse a lei. Noi lasciammo la casa e andammo ad abitare in un rione di pescatori, dove, come i pescatori, incominciammo a vivere miseramente, tremando per il libeccio che ci aveva investito, e sperando nella calmerla che segue ogni tempesta. In casa mia si cucinava solo quando Natale portava il frutto del suo lavoro, o quando zia Pasqualina arrivava con due borse piene di pasta e di altro. Ma quante volte ho sentito Gigi piangente esclamare:Mamma, io ho fame! . Eravamo tutti scioccati da quanto era successo, e naturalmente la piaga non era solo costituita da quelle fette di pane ed olio che spesso rappresentavano il primo ed il secondo dei nostri pranZi Il vero dramma era quello morale. Eravamo tutti in balìa della disperazione. La consueta dignità di mio padre toccò i suoi imiti, e ricordo delle brutte liti con la mamma alla quale rinfacCiaVa l'abbandono di Scilla, di quella vita modesta e serena che anCora per tutti noi era un sogno ed un riposo spirituale. La povera mamma si disperava e correva dalla sorella, da Pasqualina, per sfogare in lacrime di tormento di una situazione che sembrava senza uscita. Zia Pasqualina e zio Antonio furono meravigliosi in quel periodo: la mia famiglia ricorda sempre con commozione il loro affetto, la generosità spontanea e il loro aiuto. Nella casa degli zii,tutti incominciarono a stringere la cinghia per sfamarci,ma in quell'occasione Pasqualina non si limitò a comprare per noi cibovestiario; pretese che tornasse a vivere con noi il nonno Giuseppe il quale con la pensione delle ferrovie, avrebbe potuto aiutarci a sbarcare il lunario. Fra mille contrasti questo accadde realmente ma i miei genitori pagarono il ritorno del nonno con tante umiliazioni e sacrifici. Il carattere di Don Peppino, ormai quasi ottantenne, era peggiorato e faceva pesare l'aiuto che dava. Tornare in istituto e lasciare la mia famiglia in quella situazione mi appariva come una fuga verso un tetto e una mensa sicura. Avrei voluto restare con loro e soffrire con loro. In casa non avevamo l'acqua: la fontana era a duecento metri e la mamma era visibilmente stremata e distrutta da quella nuova situazione. Portava quei secchi d'acqua, ricurva dalla fatica, ed io non volevo. Quel lavoro dovevo farlo io, doveva farlo Gigi; la mamma non era più la Donna Maria di Scilla che, con un guizzo, strappava dalle mani di un avvina; zato, una pistola pronta a sparare e uccidere. Comunque partii per non ferire ulteriormente quei due genitori che da me si aspettavano grandi cose. Ma una volta a Napoli durante i frequenti silenzi imposti dalla disciplina del convitti misurai, con la mente e la riflessione, la durezza del dramma della mia famiglia. Ero anch'io ormai figlio di povera gente. I miei mangiavano il nonno allungava una parte della sua pensione. Papà, con un filo di vista che scemava anche a causa dello stato psichico, non poteva sperare in un lavoro, e poi era annientato dalla svolta che lo aveva portato dalla agiatezza alla fame, alla dipendenza di un suocero con un temperamento impossibile. E pensavo alla sofferenza della mamma che si sentiva in colpa per aver voluto il trasferimento da Scilla a Reggio. Avevo in mente Gigi, nell'età dello sviluppo spettatore di un disastro che gli faceva mancare il necessario. Natale mi dava meno pensieri, anche se la sua decisione di sposa rni sembraVa giusta per la sua età, ma foriera di altri problemi Le nostre Cateratte congenite, trasformavano l'attesa di un figlio in un autentico dramma umano Ce n'era abbastanza per soffrire e perdere il brio dei miei anni e di quella giovinezza che avanzava tra mille incertezze e tanto traVaglio Fu in questa solitudine dell'anima, in questa particolare debolezza! del mio spirito, che mi innamorai seriamente di una giovanetta mia coetanea che conobbi in casa del maestro Castro. Avevo tanto bisogno di affetto, avevo necessità di amare e di essere amato. I miei sedici anni gridavano dentro e reclamavano occasioni di letizia, di sorriso, di festa. E così fissavamo i nostri incontri, Uscivamo tenendoci per mano per le vie di Napoli, riuscivamo ad essere soli, a prometterci reciproco sostegno per quei viuzzi sempre troppo affollati e sempre troppo chiassosi. Elena mi aveva conquistato con la sua dolcezza, e poi era bellissima. Studiava e mi amava, e insieme sognavamo una vita di reciproco rispetto per difendere la nostra felicità. Rivestii di rafia una bottiglia di profumo che avevo fatto comprare per lei e una domenica gliela regalai. Fu colpita per il dono, anche se il maestro le aveva detto in tante occasioni che quello era il lavoro che spesso affidavano a me per la bravura con la quale lo eseguivo. Appoggiò sul mio viso la guancia solcata di lacrime e restammo uniti in un abbraccio che mi ripagava di tante sofferenze, sollecitando il mio spirito alla speranza e alla vita. Fece di tutto per farmi mvitare a pranzo dalla sua famiglia, e così entrai nella sua casa, un appartamento vasto e luminoso del centro di Napoli. Dai salotti, dal pianoforte, da tutto quello che vedevo e sentivo, Capivo che ero ospite di una famiglia benestante ed ebbi paura per ne e per Elena, per il nostro avvenire. Il padre era ufficiale deleSerCito e viveva a Tripoli, la mamma era un'insegnante colta e gentile, il fratello e la sorella di Elena erano con me attenti e affettuosi. La signora mi fece parlare molto dell'istituto, del lavoro dei miei progetti futuri. Per la prima volta affermai che sarei stato insegnante di lavoro del mio istituto, e rafforzai quella previsione con le assicurazioni dei miei insegnanti e la benevolenza del Preside. Passai una giornata meravigliosa, e quando la signora mi disse che sarebbe stata felice di riavermi ancora nella sua casa, una grande speranza mi riscaldò l'anima e mi parve che con Elena avrei potuto andare lontano verso il traguardo dei miei sogni. L'amore di Elena attenuava il dolore per la situazione del. mia famiglia. Pensavo a casa con tristezza, però ero certo che qua che strada si sarebbe aperta e che la miseria sarebbe stata un ricordo terribile di una stagione infernale della nostra vita. Anche l'ambiente del collegio era diventato sopportabile in quel meraviglioso clima di letizia, in cui si vive tra tanta gente, fra tanti problemi, ma si riesce a fabbricare la nostra solitudine, e in essa si sente e si vede la donna amata. Elena era con me, in quel palazzone che avevo dovuto accettare come sede di una dimora non gradita; con il pensiero rivolto a lei, potevo sopportare tutto. Ora incominciavo a pensare che un posto di insegnante di laboratorio mi avrebbe consentito di offrire alla mia ragazza un tetto, una famiglia, un avvenire. Non rischiavo più alcuna punizione. Restare privato della libera uscita, avrebbe significato non vedere Elena per quindici giorni e anche più. Ormai vivevo per lei, e quei sessanta minuti che ogni domenica potevamo vivere insieme significavano uno squarcio di luce nelle tenebre, l'occasione di un colloquio di anime che fìnalmente si toccavano. Ed era un toccarsi di anime e di corpi che vibravano di un sentimento di purezza, di rispetto, di felicità. Vivevo per quei sessanta minuti della domenica, per quella mano nella mia, per quella voce serena e limpida che mi entrava dentro come un'armonia di un canto soave. Spesso Elena rafforzava. espressioni di amore con un gesto che gradivo intensamente: avvicinava la sua guancia alla mia e parlava più piano. I La vedevo bellissima e, anche se la mia scarsa capacità visiva non mi aveva mai fatto dubitare di quella mia convinzione, certezza della grande bellezza di Elena mi veniva da quanti avevano l'occasione di conoscerci. Tornai nella sua casa diverse volte e il calore di quelle accoglienze mi faceva sperare, anche se mi tormentava il dubbio di una reaziOne negativa della famiglia quando i nostri rapporti sarebbero stati conosciuti. supplicavo Elena di tacere, con tutti, i nostri sentimentiSiamo gioVani, dobbiamo studiare, dobbiamo conquistare la nostra indipendenza e poi potremo parlare ai genitori . Elena fremeva dall'ansia di dire al mondo che amava e che era amata e, se anche finiva col promettermi il silenzio, discuteva a lungo sull'argomento Qualche ombra di tristezza la sfiorava quando insistevo sull'opportunità di tacere ai suoi genitori, al fratello e alla sorella, il nostro amore a causa delle mie condizioni visive. Io sostenevo che non le avrebbero mai consentito un rapporto affettivo con un giovane minorato della vista e incalzavo affermando che solo quando avrei potuto dimostrare di avere un posto di lavoro e la capacità di far fronte ai doveri di un capo famiglia, i suoi cari avrebbero potuto superare i gravissimi pregiudizi nei confronti miei e della gente nelle mie condizioni. Quella fanciulla, dal volto e dall'anima di una Madonna, non poteva sopportare i miei discorsi e solo in quelle occasioni la sua voce, sempre serena, sempre pacata, sempre armoniosa, si rafforzava per essere più convincente, più sicura di sé, più perentoria.Tu sei come gli altri, lo sei per me, e lo sarai anche per i miei genitori . Era tanto sicura e convinta, la mia cara ragazza, che parlò del suo amore per me con la sorella, e tutto finì nel dolore e nelle lacrime. La sorella di Elena volle vedermi e le sue parole mi raccontarono la fine di un sogno, del più bel sogno della mia vita. La ragaZZa in famiglia aveva difeso il suo diritto di amare un giovane che lei, ma purtroppo lei sola, sentiva uguale a tutti i ragazzi del mondO Le chiesero di non vedermi più e la sua ribellione fu totale, sdegnosa minacciosa. Il padre, da buon soldato, decise per tUtti, ed Elena partì per Tripoli per studiare sotto la vigilanza Di un uomo in divisa. LA CERTEZZA DI ESSERE CIECO. Vivere tra tanti ragazzi totalmente privi di vista, con una discreta capacità di muoversi, di evitare gli ostacoli, di vedere sia pure da vicino il viso della gente, mi aveva dato la convinzione di non essere cieco. Ma la motivazione della rottura del mio primo serio e sacro rapporto amoroso, mi aveva fatto riflettere che in fondo io avevo sì, un residuo di vista, ma che la gente non poteva non considerarmi un cieco. Avevo perduto Elena; addirittura il suo amore per un privo di vista le era costato l'esilio in Libia, lontana dalla mamma, dal fratello, dalla sorella, dalla sua Napoli, dalla sua Italia. La mia cecità era responsabile di tutto questo e mi parve che il cuore non potesse reggere a lungo. La sera il mio viso cercava angoli asciutti sul guanciale, girato e rigirato più volte. E anche il sonno, crudele, tardava a venire, nonostante le mie invocazioni a Dio. Volevo dormire per sfuggire a quel tormento, per trovare un po' di pace, per superare quel silenzio fatto di notte, di collegio, di cecità che strappa dalla famiglia e dall'amore. Ero solo con la mia disperazione, e per la prima volta pensavo alla durezza, alla particolarità, alla pericolosità del mio stato di giovane minorato della vista. Dopo una parentesi di circa sei mesi ripiombavo nel duro status dell'istituto che mi osPitava. Tre domande assillavano le mie giornate. Cosa faccio qui dentro? Che lavoro farò nel futuro? Riuscirò ad avere una famiglia, una sposa dei fìgli? Prima che mi investisse il dramma di Elena strappata al mio affetto non avevo dubbi sul mio avvenire, ma ora sapevo che la cecità avrebbe condizionato ogni mio passo, ogni mio pensiero, tutte le scelte avrebbero avuto un riferimento permanente con una situazione umana con la quale avrei dovuto fare i conti. Il maestro di lavoro, durante le ore di laboratorio, spese ogni energia per aiutarmi in quella crisi tremenda. Dava le sue risposte ai miei interrogativi e mi incitava a sperare. Mi ripete, che il Preside Roseo mi avrebbe assicurato un posto di insegnante e che, da quella posizione di uguaglianza con chi ha occhi per vedere e posto di lavoro per sfamarsi, io avrei potuto sposare una brava ragazza ed essere felice. Mi sembrava che tutto questo programma fosse irrealizzabile e inutile ora che Elena era perduta e lontana. E poi le cose che mi sembravano possibili fino a poco tempo prima, ora le vedevo come un sogno a cui segue un amaro risveglio. Ad appesantire la già grave situazione morale di quel periodo giunse un incontro occasionale con la sorella di Elena lungo Caracciolo. Ero sul lungo mare di Napoli, con lo sguardo fìsso immerso in quell'acqua azzurra dai confini immensi, quando fui fermato da una mano che mi prese il braccio e da una voce che mi sussurrò:Forse ti faccio del male, ma non ho potuto fare finta di non vederti . Risposi che la sua educazione era ammirevole e che incontrare un cieco e fingere di non vederlo era veramente una cosa riprovevole. Certo che quell'incontro mi feri ma ne approfittai per sapere di Elena. Appresi che era sempre a Tripoli e che il padre, da buon militare, non l'avrebbe fatl tornare fino a quando non la riteneva guarita dalla sua malattia di cuore. Decisi di scavare nella mia ferita e, facendo appello a tutte le mie forze, dissi alla ragazza di scrivere a Elena e di dirle che mi aveva visto sereno e lieto della conclusione del nostro rapporto Devi dire ad Elena che le chiedo scusa di averla ingannata e che le chiedo perdono per una fiammata di amore che si è già spenta e per la quale lei ha già pagato abbastanza. Devi dirle,, che le ho taciuto che, avendo io la certezza di mettere al mondo dei figli ciechi, ho da tempo deciso di non amare mai una donna con il proposito di sposarla. La verità di quanto affermo, tuo padre la potrà accertare con informazioni da passare ad Elena: io ho infatti il nonno, il padre ed un fratello privi di vista . Supplicai la sorella di Elena di spendere queste mie parole con tutta la famiglia e di aiutare quella creatura a tornare a casa, in quella bella casa dove avevo sognato e tremato, ma dove avevo conosCiuto amore e felicità. La sorella di Elena mi prese le mani e le strinse con forza, poi mi abbracciò e, con voce rotta dal pianto, mi disse che ero un giovane serio e generoso e che Dio mi avrebbe sempre aiutato Avevo fatto tutto quello che era nelle mie possibilità per facilitare il ritorno di Elena in famiglia e mi sentivo più sollevato, anche se sentirmi ripetere, in occasioni diverse, che ero un giovane sensibile, serio, generoso, incominciava a farmi riflettere che queste virtù portavano diritte diritte alla sofferenza, al sacrificio, al tormento interiore. Quel pomeriggio sentii il bisogno di una chiesa e di un altare. Vagai per le vie di Napoli ed entrai al Duomo; mi inginocchiai e piansi lungamente ripetendo:Dio aiutami, Dio non ce la faccio più . Che quadro di tristezza! La mia famiglia, sradicata dal paese di origine dove lavorava e viveva tranquilla, era in una città dove ora si trovava senza pane e senza futuro. Mio fratello Natale si era sposato e tutti tremavano al pensiero di un figlio che poteva nascere con le cateratte congenite. Infine io che incominciavo a soppesare la gravità della mia condizione di minorazione ViSiVa in rapportO agli studi, all'incerto avvenire di lavoro, al dramma di ogni futuro possibile rapporto sentimentale con una ragazza. Chi avrebbe potuto e saputo superare il pregiudizio sul matrimonio con un Cieco? E quale ragazza, vinto questo pregiudizio, avrebbe poi voluto superare il ben più grave ostacolo costituito dal dubbio, quasi certezza, di un figlio cieco? E quale mamma, quale padre di una ipotetica fidanzata, avrebbe lasciato la propria creatura libera di affrontare tante gravi incertez? Mesi e mesi di disperazione mi avvicinarono ad amici sij ceri che per tutta la vita hanno diviso con me gioie e dolori, soldi e vestiti, soprattutto conforto in una scelta che doveva portarmi ad una lotta spietata contro la vecchia società che non faceva nulla per evitare la nascita di bambini ciechi e che" in fondo, aveva tanto da imparare e tanto da organizzare per dare alla cecità le risposte di giustizia che questo grave fenomeno sociale meritava ed esigeva. LO SchiAFFo DI UN PRETE E UNA SvoLTA di VITA. Attraversavo un corridoio dell'istituto immerso nei miei pensieri e nei miei guai, con le mani in tasca e con le spalle ricurve per il peso delle mie sofferenze, quando il direttore, Don Catiello, alla testa di un gruppo di visitatori, mi scosse con un robusto schiaffo sul viso e col perentorio ordine di togliere le mani dalle tasche, di drizzare la schiena e camminare a testa alta. Il sangue mi ribollì in un impeto d'ira e per miracolo non mi scagliai contro quella tonaca nera, simbolo di un sacerdozio così male rappresentato e vissuto. Nelle ore successive, meditando sull'accaduto, decisi molte cose tutte insieme e sentii che le prove di dolore che in quel periodo mi avevano colpito e le contingenze di fatti ed occasioni diverse, mi avevano profondamente maturato, facendomi saltare a pie' pari la giovinezza e il brio degli anni migliori di un'esistenza normale. Per i problemi che mi scatenò dentro quello schiaffo del prete direttore, per le decisioni che presi, sentii che ero diventato uomo con anni di anticipo. Decisi di drizzare la schiena e camminare a testa alta, proPrio come quel prete mi aveva gridato dopo lo schiaffo, e cominCiai a Vivere da rivoluzionario. InCominciai a cercare alleati per un'azione clandestina che doveva portare all'occupazione dell'istituto e alla cacciata del prete. I giovani amiCI di Cui mi fidavo erano con me, ma avevamo bisogno dei compagni più grandi. Uno di loro, Luigi Festa, che sarà poi mio compagno di fabbrica e come me insegnante a Firenze, mi assicurò pieno appoggio e incominciò a cercare proseliti fra i suoi coetanei. Una sera della tarda primavera, dopo cena, in giardino, da una scintilla banale scoppiò una furibonda lite verbale tra il prete e Festa. Gli urli si sentirono per tutto circondario delle vie intorno all'istituto. Avvertii che era il momento decisivo e la notte giusta per occupare l'istituto e portare nudo, fuori dall'edificio, quel direttore non degno dell'abito talare e della responsabilità di guidare una comunità di non vedenti. Ma i coetanei di Festa rinviarono l'assalto e tutto finì nel nulla. Ci volle la fine del fascismo e una sonora cazzottata del prete da parte di un alunno anziano, più focoso di me, per chiudere quel brutto capitolo di quella direzione così malaccortamente scelta per una comunità di giovani e di uomini maturi come era il convitto del Colosimo di Napoli.. Fallita la rivolta, pensai di organizzare l'abbandono in massa dell'istituto, ma per questa azione scelsi alleati più forti e vie più sbrigative. Per passare da un istituto all'altro, ci voleva a quell'epoca il benestare del convitto che si voleva lasciare, e il Colosimo non avrebbe mai dato questo avallo. Chiesi e ottenni solidarietà e l'interessamento della Sezione di Napoli dell'Unione Italiana dei Ciechi. La mia ribellione serpeggiava con successo, e le iniziative per trasferirsi altrove prendevano consistenza. Nelle ore di ricreazione non si parlava che di un solo argomento: convincere il maggior numero possibile di compagni a lasciare il Colosimo. I L'Unione Italiana dei Ciechi, Aurelio Nicolodi, Presidente. Fondatore, l'istituto di Firenze, conquistavano le nostre coscienze, e si rafforzava in noi un sentimento ricco di valore morale carico di fascino e di volontà di lotta. 3, Non volevamo più essere strumenti di produzione in quei laboratori dove si creavano cento articoli di enorme pregio artistico e poi Venivano venduti a prezzi altissimi. C'erano compagni che lavoravano e producevano da vent'anni, col traguardo più alto delle famose 2 lire al mese, per metà riscosse e per metà destinate al risparmio forzato Con i Compagni più attivi predicavo e invocavo la liberazione di tUtte quelle entità umane, ridotte ad accontentarsi di qualche Sigaretta al giorno e di una visita mensile in una delle cento case di tolleranza a basso costo della città di Napoli. Volevamo essere liberati e vivere con il pieno riconoscimento della nostra personalità, volevamo partecipare a questa nostra liberaZione operando in massa nella direziore giusta, nel segno di una dignità che ci doveva portare lontano. Sapevamo che sarebbe giunto il momento della rottura con la Direzione e ci preparavamo allo scontro. Per andare a Firenze avevamo fatto, in massa, domanda di trasferimento alle amministrazioni provinciali di origine le quali, per consuetudine, deliberavano di passare la retta dall'istituto di Napoli a quello di Firenze, solo dopo il nulla osta del primo. Il Colosimo non rilasciava mai senza lotta, e senza interventi superiori ed esterni, questi permessi di espatrio Così, quando diecine e diecine di Province chiesero il benestare per il nostro passaggio all'istituto di Firenze, scoppiò il finimondo. Il prete direttore impazzì di collera, mentre il Preside Pericle Roseo dette fondo alle sue doti di gentiluomo, chiamandoci a colloquio uno ad uno. Quando venne il mio turno, Roseo mi disse che da rne non si aspettava quella insubordinazione così lesiva del preStigio dell'istituto presso le amministrazioni provinciali di mezza Italia Aggiunse che per me da tempo aveva pensato ad un posto da insegnante e che, per questo, non avrebbe mai firmato il nulla osta per il mio trasferimento a Fírenze. Risposi che io e gli altri lasciavamo il Colosimo per combattere quei metodi di sfruttamento e quella direZione di un prete che spesso sapeva essere un volgare provocatore. Uscii da quel colloquio sollevato e fiero. Ormai si combatteva a Viso apertO e senza esclusione di colpi. Una sera in chiesa, mentre si recitava il rosario mi prese il sonno. Fui svegliato da uno scapaccione del direttore: il mento urtò con forza sul petto e il risveglio fu brusco e duro. Scattai in piedi e mi trovai al fianco quell'energumeno. Lo presi per il braccio e scuotendolo gli dissi:Signore, ancora per poco, a Firenze drizzerò la schiena e camminerò a testa alta! . .S Lottavo con trasporto, i compagni mi ascoltavano e insieme eravamo sereni e felici per quello scontro che ormai non aveva pause. Ordinai al nostro poeta, il mio fraterno amico Santo Culleii una poesia da cantarsi sul motivo diFischia il sasso , che feci intitolare Inno della Redenzione. Ecco il testo: E' suonata finalmente l'ora della redenzione, Nicolodi il presidente della nostra Associazione, col suo fare da condottiere, pien di forza e di virtù, ha spezzato le barriere, della nostra schiavitù. Il morale alto abbiamo non possiamo più esitar, liberarci noi vogliam e vittoria poi gridar. Il passato nel presente ormai noi consacriamo, e col nostro Presidente le catene noi spezziamo. L'assistenza è già vicina la riscossa non lontano. la Unione già cammina col suo prode Capitano. Il morale alto abbiamo non possiamo più esitar, liberarci noi vogliamo e vittoria poi gridar. Oh! Aurelio Nicolodi che su noi tu vegli ognora, a te van le nostre lodi, tu che sei la nostra aurora. Padre nostro e non invano a te grida il nostro cuor, dacci il pane quotidiano, dacci gioia,pace onor, il morale alto abbiamo non possiamo più esitar, liberarci noi vogliamo e vittoria poi gridar. Cantavamo questo inno con forza e rabbia nei COrridoi del giardino del Colosimo. Gli assistenti ci raccomandavano prudenza, ma ormai non temevamo nessuno e niente. Venivamo puniti pe le minime cose e, talvolta, anche senza motivo. Io restai due mesi senza libera uscita, ma non sentii la necessità di andare a pietire la fine di quel castigo. La nostra rivoluzione fatta di coraggio, di determinazione, di slancio, si arricchiva di dibattito, di partecipazione, di collegamenti importanti e decisivi per noi, così giovani, ma così decisi e convinti. Il più caro dei miei insegnanti, Vincenzo Ventura, col quale mi ritroverò a Firenze, in comunione di lavoro e di lotte fino alla sua morte, era il mio saggio consigliere. Fu lui che per sbloccare una situazione che poteva prendere pieghe incontrollabili, mi suggerì di scrivere direttamente a Nicolodi. Cosa che feci, invocando aiuto e intervento sulle Province per ottenere il passaggio delle rette di mantenimento all'istituto di Firenze senza il prescrittO nulla osta del Colosimo. I PRIMI EROI DEL MIO PICCOLO MONDO. Nella prefazione di questo libro ho accennato al compito che mi prefiggevo: parlare di fatti e uomini che componevano il mosaico della mia esperienza di vita. Li definisco eroi del mio piccolo mondo, perché, esaminando la loro vita, l'abnegazione e il successo della loro autentica missione rapportata ad un'epoca in cui né leggi, né strutture garantivano ai ciechi pane e dignità, credo proprio che per me, e per chi ha sensibilità e cuore, questi personaggi siano veramente degli eroi. Carlo Bussola e Luigi Lamberti. Luigi Lamberti ha suscitato su di me un fascino e un rispetto particolari. Ero bambino e ascoltavo attento e interessato le gesta di Lamberti, studente prodigio dell'istituto Principe di Napoli. Nella sede di Piazza Dante del nostro glorioso istituto, Lamberti ha scritto pagine memorabili. Figlio di commercianti salernitani fu portato in collegio per un motivo tutto particolare. Un funzionario della prefettura di quella Città osservava col cuore in gola, dalla sua finestra, un ragazzetto CiecO assoluto che, carponi, passeggiava sul tetto della propria casa. Il bravo burocrate, di fronte al riPetersi di quello spettacolo, era costretto a soffrire in silenzio. Infatti non poteva urlare la sua paura e disperazione perché temeva che il suo grido potesse causare la caduta del ragazzo. Ma intervenne energicamente sul padre di Luigi affinché quello spettacolo cessasse. Naturalmente il rimedio fu la chiusura di Luigi in collegio, dove il ragazzo ebbe grandi occasioni: quella di studiare, primeggiando dal ginnasio alla laurea, e quella di rivelarsi un castigo di Dio per assistenti e direttore, nel campo della disciplina. Il giovane venne premiato di medaglia d'oro per meriti scolastici, in una delle manifestazioni pubbliche, alla presenza di personalità di Casa Reale e del mondo della cultura della città di Napoli. In occasione di un saggio ginnico l'istituto ebbe come ospiti di eccezione il Re d'Italia, Vittorio Emanuele III, e il generalissimo Armando Diaz. A Luigi Lamberti fu affidato un assolo di chiusura della manifestazione. Voglio riportare il ricordo di quella giornata con le stesse parole dell'amico Luigi che così scrive:In cima alla pertica più alta, iniziai gli esercizi più difficili. ma quando sospeso con la sinistra, piegai il corpo a squadra ad angolo retto salutando con la mano destra gli spettatori, il Re fece cenno che doveva bastare e il Generalissimo Diaz, a voce alta, comandò; Adesso scenda e venga qui . Io discesi rapidamente, traversai, corridoio a passi rapidi e andai a mettermi sull'attenti, proprio, fronte alla pedana del Re. Sentii la voce di Sua Maestà esclamare Quando sarà grande, Generale, che ne faremo di questo acrobata in erba?Il generale rispose:Sarà nel I Bersaglieri Aosta, Sire! Primo moschettiere di Sua Maestà!aggiunsi con fierezza, ma tutto rosso e sudato . Naturalmente quell'acrobata in erba, incominciò ad essere premiato con una bella medaglia che gli venne appuntata sul petto tra gli applausi scroscianti della folla. Lamberti racconta poi la visita di una commissione guidata dal grande riformatore delle scuole per ciechi, Augusto Romagnoli avvenuta nel 1924, ed elenca tutti i provvedimenti presi per modernizzare l'istituto che, da allora, divenne un centro specializzato. per studenti del Conservatorio musicale, nonché per gli studi del ginnasio, magistero e Università La Commissione Romagnoli era stata voluta dall'U.I.C. che, anche a Napoli, fin dal 1921, aveva creato una sua Sezione. Luigi e suo padre ebbero l'incarico di fondare anche a Salerno una rappresentanza della nuova Associazione, e questa iniziativa impegnò uomini illustri della politica e della cultura. Tra essi vanno ricordati: l'On. Giovanni Cuomo che fu anche Ministro della Pubblica Istruzione, le insegnanti Anna e Maria Cacciatore, sorelle di Luigi Cacciatore che fu poi Ministro delle Poste e Telegrafi. Anche Lamberti da ragazzo seguì con entusiasmo la nuova AssoCiazione Quando sorsero le inevitabili e accese discussioni tra il gruppo unionista e i primi fanatici fascisti, Lamberti fu con i seguaci dell'Unione e volarono botte. Luigi studiò con la consapevolezza che il suo futuro stava proprio nella serietà del suo impegno. Insieme ai coetanei poté avvalersi di insegnanti eccezionali: Giannini ed altri che, nelle classi elementari, daranno loro una preparazione che consentirà a Lamberti di superare le cinque classi ginnasiali senza alcuna difficoltà. Luigi divenne un topo di biblioteca e in breve, per lui, non ci fu più nulla di nuovo: dalle opere di Dante all'Ariosto integrale, dai libri di fiabe al Decamerone, sino agli autori contemporanei dellepoca. Ma oltre ai testi in braille, direttamente letti, Lamberti fu assiduo ascoltatore delle letture in nero dei quotidiani, del Nuovo e Vecchio Testamento, delle Lettere di S. Paolo, dei libri di pensieri e massime cristiane. In quinta superò le difficoltà incontrate nello studio dell'algebra e del greco, poiché l'istituto aveva fatto dI qUei ragazzi dei veri lottatori, alieni dal dichiararsi sconfitti nelle Cassi normali per vedenti. E pensare che in mancanza di testi e diSpense, di registratori e di altri sussidi didattici, gran parte del sapere dei professori di allora doveva essere trascritto in braille, tino su puntino, con le macchine tascabili che gli alunni ciechi portaVano con sé in classe. La caparbietà e i risultati dell'impegno scolastico di quei primi ragaZZi, immeSSi a Napoli nella scuola superiore comune, aprirono un'epoca su cui tornerò più avanti; intanto ricorderò che con Lamberti studiarono brillantemente Di Giorgio, Ventura, De Vincentis e Conte, nonché Lavornia, annavina, Lilla e Sica. Finalmente anche tra le donne si ebbe il primo risveglio: si laurearono Lidia Ghilardi e Adele Mormile, mentre si diplomavano maestre Elsa Ghilardi, Maria De Rosa e Giuseppina Angiolillo. Più numerosi furono i diplomati in pianoforte al Conservatorio San Pietro a Maiella: non mancarono diplomati in organo, violino e violoncello. Lamberti ricorda il contrasto fra le glorie scolastiche dei giovani studenti, e la scadenza della vita convittuale. Fra gli anni 1925 e 1926 il Consiglio di Amministrazione dell'istituto acquistò la magnifica villa del Vomero che diventerà sede dei piccoli e delle, ragazze, villa che fu il mio piccolo paradiso per cinque anni. In quel periodo l'istituto venne affidato ad un gruppo di frati che, per l'ignoranza dei singoli e le direttive generali, inasprirono la comunità. Cibi guasti, e in particolare una pietanza di pesce avariato, scatenarono la rivoluzione. Lamberti fu capo di un commando di sei studenti ribelli, essi reclamarono vibratamente, chiedendo del cibo più commestibile ed igienico in sostituzione del pesce avariato. Poiché mancavano capi che potessero decidere, le dispense furono chiuse. I sei restarono fino a notte inoltrata ad attendere il ritorno di frate Vittorio, direttore di fatto, finché lo sentirono arrivare col caratteristico passo cadenzato dal tacco ferrato delle scarpe. Lamberti direttamente: racconta:Fra' Vittorio, dopo un attacco di isterismo, dopo il racconto dei fatti, ci mandò a letto con minacce e insulti. Immaginando quel che sarebbe accaduto, noi sei restammo svegli. Così, quando qualche ora dopo venne prelevato dalla camerata trascinato in direzione il più debole dei sei, tutti ci precipitammo al suo fianco. Ne nacque una chiassata, dopo la quale si andò a letto, senza però lasciare ostaggi. La mattina seguente, al posto della colazione ci vennero erogati tre giorni di digiuno, poi mitigati a pane e acqua per l'intervento della madre superiora. Il Comando veniva nutrito clandestinamente e così potemmo evitare di chiedere perdono, come ci veniva suggerito. Fra' Vittorio chiamò due di noi e con molte minacce, voleva sapere chi ci alimentava. Non seppe nUlla e, per paura di altre ritorsioni, chiudemmo a chiave la nOstra Camerata,proclamando il regno della repubblica dei sei . Ma la conclusione di quella battaglia fu un meraviglioso capitolo di maturità sociale di Lamberti e compagni che riuscironO a chiamare la folla in loro aiuto Lamberti era un libertario che amava le altitudini, i tetti, e in questa occasione il vano campanario della chiesa di Caravaggio. La cella campanaria era ad un metro dalla terrazza dell'istituto. In mezzo, l'abisso, ma Lamberti non vedendolo e non curandolo, lo saltò e legò tre corde alle tre campane, i cui capi erano assicurati sulla terrazza del convitto. La mattina, all'alba, Luigi era nuovamente in terrazza con i suoi uomini. Le campane suonarono a stormo, chiamando la gente del rione che accorse e guardò in alto. Ci fu chi gridò al miracolo, e in effetti di miracoli ce ne furono tanti in uno. I ciechi cominciavano a saper ribellarsi, a saper chiamare la gente al loro fianco. Mentre le campane suonavano, piovevano sulla folla i volantini dei rivoltosi che chiedevano di essere liberati dai frati aifamatori. Giù in piazza, intanto, Egidio De Rosa semiconvittore universitario, uso ad ogni ribellione come d'accordo, era lì ad aizzare la folla con la sua voce possente. La gente si lanciò contro il portone dellistituto e ci volle la forza pubblica per chiudere quella bella giornata di lotta e di parità sociale. La vittoria fu piena: i frati lasciarono l'istituto e tutta la vita convittuale migliorò. Noi ragazzi del Vomero sentivamo parlare di queste gesta e con l'aiuto di Giannini, ormai Direttore de Vomero, potemmo denunciare con successo la brutta storia e e noccioline gettate in terrazza ai ragazzi, come ghiande ai maiali..E così anche dal Vomero i frati andarono via, come ho g a ricordato nelle prime pagine del libro. UniCa amarezza di Lamberti, in quel periodo, fu l'estraneità ella Sezione U.I.C. di Napoli che, almeno apparentemente,non si immischiò nella disputa tra allievi e direzione. Lamberti perdonò all'Unione quella incertezza, e la perdonò servendola per tuttà la vita. Raggiunto l'insegnamento con scrupolo seguì per quarant'anni, vinta la tentazione di dedicarsi all'avvocatura per la quale si era pure abilitato, divenne un avvocato dei suoi fratelli d'ombra. Da studente fu socio focoso e vivo, dal 1935 fu dirigente a Salerno, in Campania poi di livello nazionale. I Alla fine della carriera scolastica ricevè la medaglia d'oro per i benemeriti della pubblica istruzione. Ma egli merita ben altra e più alta riconoscenza dai suoi allievi che ha preparato con scrupolo, e dai ciechi d'Italia per i quali ha lottato come gigante. Ricordo che al Congresso nazionale del 1948, celebrato a Roma, a Palazzo Barberini, io pronunciai un discorso sulla condizione operaia dei ciechi lavoratori delle fabbriche fiorentj del nostro Ente di Lavoro; alla fine egli corse ad abbracciarmi e mi presentò al Congresso come una speranza dei futuri quadri associativi. E per tutti gli anni della mia presidenza, Lamberti è stato un fraterno amico, un instancabile collaboratore, sempre pronto sempre capace di spendere cuore e fatica. Alla sua figura si lega quella di Carlo Bussola, del quale sposato la figlia Elena, la dolce compagna della sua vita. 1 donna che, al fianco del padre, e poi sposa di Luigi, ha donato alla cecità i suoi occhi e il suo cuore. La figura di Carlo Bussola, presidente dell'Unione di Napoli la ricordiamo in tanti per la sua umanità, la sua paZienZa accogliere e soccorrere i poveri. Io presi a frequentare il suo ufficio in Sezione per chiedere aiuto per me e per i miei compagni che volevano lasciare il Colosimo per essere trasferiti all'Istituto di Firenze. Il primo impatto fu brusco. Ricordando le lamentele degli studenti che nel 1928 non furono ascoltati dall'Unione, durante la rivolta per il pesce guasto, dissi a Bussola che noi del Colosimo non volevamo essere traditi come i nostri compagni di piazza Dante. Ricordo ancora la voce dolce di quel galantuomo rispondermi pacata e seria:Sei troppo giovane per sentenziare sugli atti di tradimento; l'Unione dei ciechi non potrà mai tradire i suoi figli. Sono passati dieci anni dai fatti che tu ricordi e ora noi contiamo di più e ti prometto che sarete aiutati e accontentati. Carlo Bussola veniva da una gloriosa famiglia partenopea; il nonno, del quale portava il nome, fu grande giurista. Un libro intitolatO:Arringhe e Aneddoti della vita di Carlo Bussolafarebbe ancora gioire i cultori dell'arte giuridica. Superfluo sarebbe riportare qui tutte le orazioni pronunciate dal 1855 al 1890 mirabilmente costruite e zeppe di dottrina giuridica, delle quali impressiOna la logica stringente, la vivezza dei concetti, la consequenzialità della richiesta della pena o dell'assoluzione La vita di quel grande magistrato ha lasciato, oltre a luce dottrinale aneddoti significativi. Eccone uno:Capuzziello sì, ma galantomm , esclamò rivolto a lui Ferdinando III, dinanzi a chi gli aveva sussurrato di Carlo Bussola, magistrato, che aveva osato dar torto a Sua Maestà, sentenziando in una causa che il Re doveva restituire un terreno usurpato a un suddito che ne era il legittimo proprietario. Ed ancora un episodio; Carlo Bussola chiese la condanna all'ergastolo per un matricida e il delinquente in lacrime replicò:Ora sì che mi pento, mi ha fatto rivedere marnma mia; vorrei essere condannato un'altra volta pur di risentire il discorso che ha fatto! Carlo Bussola, nipote e purtroppo cieco, portò nell'Unione suo tratto gentile e colto, il calore tutto napoletano di ascoltare e rendersi utile. La sua personalità era molto quotata a livello nazionale, tanto che Nicolodi gli chiese di prestarsi per arriVare ad essere ricevuti da Mussolini per sottoporre al Duce l'esigenza della fondazione dell'Ente Nazionale di Lavoro per i ciechi. Carlo Bussola sapeva che il fratello di Luigi Lamberti, Pietro, intimo dell'On Mario Jannelli, Sottosegretario alle Comuni, e a questi venne chiesto l'incontro col Duce. Così di lì a poco, Nicolodi, Bentivoglio, Bussola, Pietro e Luigi Lamberti accompagnati dall'On. Jannelli, furono ricevuti a Palazzo Venezia. Nell'accomiatarsi Mussolini disse:Alla luce del lavoro,i ciechi d'Italia daranno il raggio più luminoso . Nel gergo del regime questo voleva significare che la richiesta di far sorgere l'Ente di Lavoro per i Ciechi aveva ricevuto l'assenso del Capo del Governo. Per la storia, si deve sapere che Nicolodi fu molto contrastato nella sua originale idea di creare fabbriche per operai ciechi e vedenti. Lo contrastò moltissimo Carlo Delcroix, ma infine Nicolodi la spuntò. Sempre l'On. Jannelli concesse la riduzione ferroviaria ai ciechi italiani. Al Congresso Nazionale dell'Unione, svoltosi a Palermo 1936, Anzoino, Bussola e Lamberti, dirigenti in Campania, vennero pubblicamente elogiati per la loro attività. Carlo Bussola trascurò tutto per la sua Sezione dove trascoreva oltre dieci ore al giorno. I fondi sezionali erano esigui, i poveri frequentatori erano tanti e le casse non riuscivano ad accontentare tutti. Era così preso da questa sua milizia a favore della povertà, che non si accorgeva della terribile crisi economica generale e delle necessità dei suoi sei figli, per i quali da avvocato vedente, aveva pure costruito una solida fortuna patrimoniale. roprio a questa fortuna attinse, con successive vendite nelle ore dure che lo investirono. Allo scoppio della guerra, Sezione non si sapeva proprio come fare, molti andavano a chi dere sussidi perché danneggiati dalla disoccupazione dilagante dai bombardamenti. Grazie alle numerose conoscenze influenti Bussola, col pretesto che la maggioranza dei ciechi poteva ritenersi ammalata, riuscì ad ottenere e a distribuire, sino al 1943 scatole di caffè, cioccolato, zucchero ed altro. Non c'era una lira nelle casse sezionali, durante e dopo la guerra. Bussola incaricò Lamberti di una strana iniziativa, quel di sorteggiare bambole in chioschi quasi ambulanti piazzati, periodi stabiliti, nei diversi rioni. Una sera del 1940 Lamberti lavOrava Come propagandista a Porta Capuana e fu avvicinato da Un gruppetto di giovanotti che, vedendolo con in braccio ora una pupa bionda, ora una pupa mora, scoppiarono in fragorose riSate Quei giovani erano allievi del severo professore improvvisatosi venditore di bambole. Ma tutto si chiarì il giorno dopo quando, all'Istituto Tecnico Diaz, il Prof. Lamberti fece una lezione sul valore dell'assistenza e della solidarietà sociale a quei suoi allievi, ora non più chiassosi e burloni, ma pensosi e richiamati alla serietà della condizione umana che suggerisce, anche ad un severo insegnante, di fare il venditore ambulante a favore dei suoi fratelli più sfortunati. E questa lezione fu capita, perché la sera quei giovani corsero in massa per dare incremento alle entrate in favore dell'Unione. I bombardamenti e le atrocità della guerra resero tutto più pericoloso e difficile, ma la Sezione, grazie a Bussola, a Lamberti, e ad altri, rimase aperta anche dopo 1'8 settembre e durante le storiche 4 giornate . Carlo Bussola non si fece spaventare dai ben 105 bombardamenti a tappeto che distrussero la bella Napoli dei miei ricordi. Egli a piedi, accompagnato dalla sua cara Elena, ogni giorno andava in ufficio; l'Unione e il suo presidente non potevano sfollare, come non poteva sfollare la massa indigente e disperata dei soci napoletani. Dopo la guerra Bussola fu eletto membro della Giunta Esecutiva e, insieme a Nicolodi e Bentivoglio da poco eletto Presidente Nazionale dell'Unione Italiana dei Ciechi entrò nello studio di Enrico De Nicola, Capo Provvisorio dello Stato. De nicola rivoltosi a Bussola, suo compagno di studi, disse: ene Carlo, oggi i ciechi aprono una nuova strada alla solidarieta sociale mediante una norma di diritto Da quell'incontro nacque il diritto dell'Unione Italiana dei Ciechi di rappresentare gli interessi morali e materiali dei non vedenti italiani, e nelle parole del grande De Nicola, noi dobbiamo leggere un eccezionale messaggio laico: De Nicola non parlò di assistenza ma di solidarietà sociale. Su questo tracciato storico l'Unione ha scritto pagine meravigliose, contrastando tutti i seguaci o i rappresentanti della conservazione dura morire nel nostro Paese. Nel 1954 si spense la luminosa vita di Carlo Bussola a Costantinopoli, sede della Sezione U.I.C., era stipata di ciechi di cittadini, di autorità; era morto un apostolo del bene. De Nicola, Porzio e Ruiz inviarono il loro sentito cordoglio, ma i ciechi italiani non dimenticheranno questo raro costruttore delle loro odierne fortune. LA MIA PRIMA VITTORIA. Nell'estate del 1939, per la prima volta le mie vacanze mi parvero lunghe. Due appuntamenti importanti e decisivi per il mio futuro dovevano maturare, ed io avevo fretta che le scadenze giungessero al più presto. Mio fratello Natale e mia cognata Cornelia attendevano il loro primogenito, e tutti noi in famiglia, con loro, eravamo in ansia. Questa creatura sarebbe nata con gli occhi perfetti o con le cateratte congenite? Questo tormento durò esattamente nove mesi, ed ormai eravamo stanchi di pregare e di tremare. L'altra scadenza era l'ultimo anno di scuola al Colosimo. Contavo di prendere la licenza della terza classe di avviamento per passare a Firenze a frequentare la scuola di fisioterapia. Non pensavo di utilizzare il diploma in una carriera ospedaliera. Sognavo la libera professione. Tornare a Napoli e perfezionare l'auspicata sortita in massa dal Colosimo per raggiungere Firenze, senza il benestare del prete, mi entusiasmava. Tanto per cominciare, quando a fine settembre ricevetti l'invito di partire per l'iniZio del nuovo anno scolastico, risposi che sarei rimasto a CaSa per qualche giorno in attesa della nascita del mio primo nipotino Per me, quell'evento significava tante cose e volevo essere presente. E La notte tra il 27 e il 28 ottobre del 1939, in casa Fucà, tre generazioni erano in sussulto: quella di mio padre che voleva il primo nipote con gli occhi buoni, quella di Natale e la mia che attendevamo da Dio una grazia compensatrice degli affanni che ancora pagavamo a piene mani, e la terza, quella del nascituro che si era stufato di star chiuso e voleva uscire per gridare la sua voglia di vivere.E un maschio!strillò la levatrice.E nato Giacomo , disse Natale, abbracciando nostro padre che piangeva e tremava dalla commozione. Di lì a poco il grido di mia madre: U'fìgghiolu è cull'occhii! boni!. Il figlioletto era con gli occhi buoni. Ci abbracciammo tutti in una sola stretta. Mentre tutti entrarono nella Camera, di mia cognata, io piombai in ginocchio e baciai per terra piangendo e pregando:Grazie mio Dio, grazie mio Dio . Entrai anch'io da mia cognata e la baciai con trasporto e ringraziai, anche lei. Ero sicuro della sentenza di mia madre: nelle braccia aveva tenuto per anni Natale e me, e i suoi occhi avevano imparato a penetrare i nostri e leggervi la macchia maledetta. I giorni successivi ci confermarono la sentenza positiva mamma Maria e, finalmente, nella nostra casa tornò il sorriso tornò il canto. Prima di partire per l'istituto chiesi e ottenni Natale una festa in casa. Invitai amici e amiche e ballai felice perché dentro di me una voce mi sussurrava:Alla tua futura Elena, potrai mostrare Giacomo, anche per te c'è un domani Natale suonò il violino, poi la mandola, poi il mandolino. felice e i suoi compagni d'orchestra lo seguivano a stento. Partii per Napoli col cuore rigonfio di gioia. Fui severamente ripreso per il ritardo e punito con la privazione della libera uscita ma non sentii il peso di quel castigo al quale ormai eravamo tutti più che abituati. Quell'anno scrivevo a casa ogni settimana, e mio fratello Gigi il delegato alla corrispondenza, ebbe il suo da fare. Chiedevo ogni lettera le stesse cose:Giacomo orina? Fa popò regolarmente?Gigi rispondeva con pazienza, ma un bel giornO, pregò di smetterla di parlare sempre di cacca e di pipì. . Gigi cresceva robusto e tenace di carattere. Marinava spesso la scuola per intrUpparsi con qualche ciurma di marinai, lavorava ai remi e tirava le reti come un grande I guadagni gli servivano per COmprare scarpe per il gioco del calcio che, ormai, lo aveva appassionato Scorrevano i mesi di quel terribile 1940 mentre la radio preparaVa tuttO il popolo italiano a quella guerra lampo che, secondo la megalomane parola del Duce, doveva portare il Paese alla spartizione di non so mai quali e quante terre, in Europa, in Africa, in Asia Nelle aule, nei laboratori, nei corridoi del Colosimo, ormai si parlava di due soli argomenti: l'imminente guerra mondiale e l'evasione in massa di quasi tutti i giovani alunni dell'istituto. I più grandi ci ripetevano che la nostra ribellione sarebbe fallita.La direzione non vi darà il nulla osta e le province non pagheranno le rette del trasferimento a Firenzeera diventato il ritornello per scoraggiarci, ma noi non mollavamo e segretamente io martellavo su Carlo Bussola, su Aurelio Nicolodi, insomma sull'Unione Italiana dei Ciechi di Napoli e di Firenze. Un giovedì del maggio di quell'anno, Bussola mi disse che Nicolodi gli aveva assicurato che le province avrebbero deciso il passaggio delle rette dal Colosimo al Vittorio Emanuele II di Firenze. Mi raccomandò discrezione, avvertendomi che ogni mossa sbagliata avrebbe pregiudicato l'operazione.Ricordati che il Preside Roseo conta molto a Roma , mi disse quel saggio presidente dell'Unione di Napoli. Ero felice, esultante. Avrei voluto gridare la mia felicità per le vie di Napoli, salire in cima ad un campanile e suonare le campane a festa, ripetendo il gesto di Luigi Lamberti, ma questa volta per invitare il popolo a gioire con noi. Questa volta l'Unione si era mossa e la vittoria era assicurata La sentivo come una mia prima vittoria, concepita per liberare me e tanti giovani compagni per i quali si apriva la Via del lavoro, la via della parità sociale, la vita in una città civile dove tutto sarebbe stato più facile, più umano. CuStodii gelosamente l'informazione di Carlo Bussola, ma continuai a rafforzare nell'animo dei compagni la volontà e la decisione di scappare da Napoli. il prete direttore diventò più calmo e il Preside Roseo continuò a chiamarci, separatamente, per chiedere a Ciascuno di scrivere nuovamente alle province per manifestare l'intenzione di restare nel suo istituto. Il fronte resse alla perfezione grazie ad una mia trovata. Suggerii di non dire drasticamente che non avremmo scritto alle Province.Potrei anche scrivere , di qualcuno,forse lo farò , dissero altri, e così passavano le time settimane di un'esperienza di lotta che non ho mai dimenticato : Ero così sicuro che Bussola mi avesse detto il vero e Nicolodi avesse già deciso di aprirci le porte di Firenze, che convinsi Santo Culletta a comporre una poesia di ringraziamento al Presidente Nazionale della nostra Unione. Eccola: AD AURELIO NICOLODI. Come un padre che con grande amore consacra ai figli tutta la sua vita, tal Nicolodi con lo stesso ardore, a noi suoi figli l'avvenire addita. A colui che soffre, che sospira e prega, un raggio di speranza in cuor ravviva, la santa libertade ei non gli nega, grida giustizia che ben presto arriva. Giorno e notte, ma con santo orgoglio veglia su lui, e ognor per lui lavora, lenire ei vuole ogni fatal cordoglio e dar la pace che da tempo implora. Come l'augel col dolce cinguettio, nnunzia che ritorna primavera, sì Nicolodi con sorriso pio, mette nei cuori gioia grande e vera. Oh! Nicolodi! o nostro salvatore! ognun di noi, per te prega e lavora, tu ci hai donato dignità e onore, sparì la notte, ed ora appar l'aurora. L'inno della redenzioneche cantavamo con sempre maggior trasporto e questa poesia a Nicolodi, che ormai recitavamo in massa, mandavano in bestia il prete direttore, ma ormai eravamo Vaccinati e nulla poteva distoglierci dal proposito di dimostrare la nostra decisione di contestare una situazione che non accettavamo più Quel nostro entusiasmo contrastava soltanto, ma non era poca cosa, con l'aria pesante che si respirava per l'approssimarsi della dichiarazione di guerra. Il giardino dell'istituto sovrastava una collinetta al centro della Napoli popolare. Di lassù sentimmo l'eco di un lungo urlo di folla. La propaganda per mesi e mesi aveva lavato i cervelli incitando ad odiare i francesi e gli inglesi, e quell'urlo era la risposta positiva alla più negativa delle scelte che il regime aveva orchestrato; l'Italia era in guerra Prima di partire per le vacanze, avemmo il primo allarme aereo di notte e fu grande paura e confusione Gli ultimi giorni al Colosimo furono da me vissuti nel contrasto tra le gioia di una partenza che segnava la mia prima vittoria (infatti ero certo di andare a Firenze e di essere seguito da diecine di compagni) e l'amarezza di lasciare alcuni insegnanti, i maestri di laboratorio, alcuni alunni, e particolarmente Nino il compagnO sordo-cieco, al quale scrissi sulla mano la mia intenZione di non tornare più. Nino sorrise e a sua volta scrisse sulla mia mano che scherzavo e che mi avrebbe aspettato come sempre. FIRENzE: LA CITTA DEL RISCATTO. I soldati volontari non piangono quando lasciano la propria famiglia, la propria città, e così per la prima volta giungevo in istituto senza versare una lacrima. Avevo tanto lottato per scappare dal Colosimo, che il mio arrivo a Firenze lo vivevo come un trionfo, come il raggiungimento del mio posto di battaglia. Il 13 ottobre del 1940 entrai nel magnifico istitutoVittorio Emanuele IIi di Firenze, un edificio tutto luce, voluto da Nicolodi, e costruito per accogliere i ciechi, figli di una rivoluzione che promettevala dignità del lavoro . La domenica c'è la messa, gli alunni sono liberi di andare in chiesa . E ancora:Si sconsiglia il fumo, però gli alunni hanno libertà di fumare .Il sabato sera tutti devono frequentare il teatro dell'istituto. Ciascuno potrà essere accompagnato da un amico o da un'amica vedenti . Queste e tante regole, a noi che venivamo dal Colosimo o da qualche altro istituto del Sud, e non solo del Sud, parvero la conferma di un'autentica liberazione. Il sabato e la domenica uscivamo senza vecchietti tabaccosi al fianco, quelle guide che, con mille artifici e qualche sigaro, doveVamo seminare per le strade di Napoli per essere liberi, almeno per qualche ora. A Firenze si usciva da soli e si andava dovùnque Il sabato e la domenica era festa: venivano a prenderciJ accompagnarci in giro per la città, i primi operai non vedenti già occupati nelle fabbriche dell'Ente Nazionale di Lavoro per i Ciechi. Dal 1936 erano sorti in Firenze: un calzaturificio, una tessitura, un cinghificio, un sacchettificio, oltre ad un maglificio per le ragazze non vedenti. Ricordo quelle centinaia di operai ciechi, fieri, allegri, impegnati, sempre in gara con i compagni di lavoro vedenti per uguagliare la loro produzione, per strappare e conquistare il posto alle macchine più pericolose. Quelle centinaia di operai privi di vista erano stati formati e addestrati nei laboratori dell'istituto professionale di Firenze che, tra l'altro, preparava anche i massaggiatori, in una scuola molto rinomata. Dopo aver superato l'esame di selezione, venni assegnato -appunto- alla scuola di massaggio: studiavo con grande impegno e tutto mi sembrava facile e importante. Ricordo il maestro Orciari che con grande perizia, giorno dopo giorno ci faceva acquistare la conoscenza anatomica e il grande operoso funzionamento del corpo umano, così come addestrava le nostre mani nell'arte di trattare i diversi tessuti e segmenti del corpo, nelle infinite indicazioni della massoterapia, della ginnastica medica della fisioterapia. Il camice bianco, che indossavamo nelle ore di pratica in ambulatorio, ci conferiva una dignità particolare, un fascino che presso tanti altri compagni d'istituto suscitava ammirazione e, quaLche volta, invidia. Fra tutte le altre insegnanti, tutte care e ricche di un'umanità degna di un centro che ha inciso profondamente nella storia della cecità del nostro paese storia che ha visto l'utopia trasformata in realtà ricordo la giovanissima e bellissima insegnante di francese, la signora Marta Ulivi nei Giachi. La sua dolcezza, e il religioso rispetto che aveva per i suoi allievi, conquistavano tutti noi. La bella signora Marta ed il marito, il Sign Luigi Giachi, il più caro amico e il più fedele collaboratore di migliaia e migliaia di ciechi italiani, sono due vedenti che hanno dedicato a noi: cuore, intelligenza, rispetto, intensità di impegno Entrambi non Si sono mai limitati a darci le ore di lavoro per le quali eranO retribuiti. Ricordo le magnifiche letture di romanzi, di giornali, nelle ore dopo cena, nelle giornate di festa. RiCordo il caro Luigi, a Firenze e in giro per l'Italia, dovunque al nostro fianco, a combattere con noi la nostra dura fatica di presenza sui nostri non facili problemi Ma tutta la città di Firenze era stata conquistata da studenti e operai ciechi che liberamente frequentavano teatri, cinema, campi sportivi, bar, ristoranti, sale da ballo. Il tramViere inventava una fermata per favorire un non vedente, il passante prestava la sua attenzione e offriva il suo braccio, all'incrocio di ogni strada, per facilitare il cieco che, tutto solo, se ne andava per le strade di questa meravigliosa e civilissima città. Ma la pagina più bella a Firenze, l'ha scritta la famiglia fiorentina. Centinaia e centinaia di queste famiglie, d'ogni ceto e cultura, davano ospitalità ai non vedenti impegnati nelle moderne strutture. Dalle fabbriche dell'Ente di Lavoro, dagli uffici dell'Unione, dalla Stamperia Nazionale Braille, erano sorte occasioni di lavoro, mai progettate e realizzate. Queste famiglie fiorentine facevano a gara per facilitare l'inserimentO al lavoro dei ciechi, offrendo camere ammobiliate, pensione completa, disponibilità ad accompagnare e a leggere. Nonostante la guerra, a Firenze, noi vivevamo un riscatto di massa che aveva del miracoloso e poiché il fenomeno era tutto ideato e realizzato da una grande mente, quella di Aurelio Nicolodi, e sostenuto da un'Organizzazione associativa che già da tempO ci aveva conquistati, l'Unione Italiana dei Ciechi noi riuscivamo a vivere l'importanza delle trasformazioni in atto trasformazioni che ci davano certezze e felicità mai sognate. Solo i bollettini di guerra turbavano le nostre speranze. Ma già filtravanO tra di noi le mezze parole, le battute sul regime e i suoi errori, la tragedia di un popolo, la rovina di un Paese trascinato in un'impresa bellica così assurda e fatale. Nella scuola di massaggio parlavamo ormai liberamente di fascismo e di antifascismo, di bollettini bellicí bugiardi. Avevamo in classe tre convinti antifascisti: Paríde Marri, maestro che da vedente aveva insegnato nelle scuole elementari ma che, a furia di botte e persecuzioni, era stato spedito nel mondo dei ciechi, Italo Foglizzo, figlio di un operaio della Fiat e Rocco Gambino che non perdonava al regime la guerra d'Africa, dove aveva perduto un carissimo fratello. Paride era il più grande della scuola di massaggio e lo chiamavamo nonno. Ma non era solo la differenza d'età che ce lo faceva chiamare così: la sua vita difficile e combattuta, la sua saggezza, la prontezza d'intervento per farci capire e perdonaare dai superiori, in ogni occasione di nostre intemperanze giovanili, ce lo facevano sentire più alto e degno della nostra ammirazione. Confidai a questo nonno, di appena una diecina d'anni più grande di me, che mio padre era socialista e che mio fratello Gigi, scappato da un campo Dux e ribelle ai raduni studenteschi del sabato fascista, era tormentato dai periodici richiami d responsabili del rione dove abitava la mia famiglia. Paride Marri, mi ascoltò e poi mi disse testualmente:Non confidare a ne suno queste cose, metteresti nei guai tuo padre; raccomanda. tuo fratello di avere pazienza, tanto queste belve ne avranno per poco . IL mio PRIMO INCONTRO CON AURELIO NICOLODI. Quando chiesi di essere ricevuto da Nicolodi, l'amico Luigi Giachi, allora assistente del Vittorio Emanuele II, mi disse che avrei dovuto aspettare qualche tempo; mi spiegò la dura giornata di lavoro del Presidente dell'Istituto, sulle cui spalle gravava anche la presidenza dell'Unione Italiana dei Ciechi e quella dell'Ente Nazionale di Lavoro per i Ciechi. Dopo qualche settimana, Giachi stesso mi introdusse nello studio del Presidente. Con il mio residuo visivo e a così stretta vicinanza dall'uomo che avevo conosciuto e imparato ad amare leggendoGennariello , quand'ero ancora bambino, vedevo finalmente il bel viso, la testa bionda, il portamento elegante e sicuro di un grande uomo, alla vita del quale ero legato da affetto, da ammirazione e da gratitudine senza limiti. sO che la tua famiglia è stata particolarmente ferita dalla CeCità, ma so anche che le difficoltà economiche che vi attanagliano sarannO riscattate dal tuo lavoro quando ti diplomerai e incomincerai a lavorare , così prese a dire Nicolodi in quel primo nostrO incontro. Replicai che ero lì per ringraziarlo per avernni liberatO da una situazione insopportabile e per avermi aperto la porta del suo istituto. Parlai del mio entusiasmo per 1 Unione e vidi il suo sorriso aperto e fiero. Ero commosso per quella grande opportunità, ma riuscivo ad esprimermi, a portare all'esterno le speranze e le certezze che vivevano in me. Nicolodi mi trattenne a lungo nel suo ufficio e parlò di tutto: della mia famiglia, dei miei studi, dell'Unione, dei primi Operai ciechii, dei suoi progetti per il futuro, della guerra e delle rovine che ci attendevano. Ma da ogni frase, su tutti gli argomenti, traspariva fiducia e sicurezza nel domani. Sul finire di quell'indimenticabile incontro, gli dissi che seguivo e lo sentivo come il capo di una grande rivoluzione; una rivoluzione che avrebbe spostato i ciechi italiani, dai gradini delle chiese, nelle scuole, nelle fabbriche e nella società. Nicolodi si alzò e mi abbracciò, e per la prima volta nella mia vita ebbi la sensazione di essere anch'io un giovane forte e pronto alla durezza dei tempi e delle prove che attendevano i ciechi italiani. Quel discorrere di tante cose con un giovanotto, quella voce serena e sicura, quella fronte alta, quel sorriso, quella conoscenza delle mie difficoltà, quella prontezza nel dichiararsi al servizio degli affanni dei suoi fratelli d'ombra, mi confermarono la grandEzza del Capo che avevo sempre immaginato e apprezzato. Mentre, rinfrancato e felice, lasciavo quello studio per tor nare tra i compagni, pensai che giurare fedeltà ad un uomo alla sua causa, fosse il meno che io potessi fare. E nel silenzio del mio spirito giurai, promettendo a me stesso che ogni Oca sione sarebbe stata cercata per gridare la mia fedeltà e per essere degno di un abbraccio che mi aveva fatto più forte. Parlai di quell'incontro con i compagni di classe e con gli amici operai dell'Ente. Con tutti esternavo ammirazione e fiducia per il nostro Presidente. Feci circolare le poesie che Sa tirlo Culletta aveva fatto a Napoli per sottolineare la gratitudine di noi giovani al Presidente dell'Unione, e cominciò così la mia attività di unionista nella città di Firenze. Ma un'altra eccezionale occasione mi rafforzò l'entusiasmo del resto già vivo, per la nostra Associazione: nel 1940 a Fi renze fu celebrato il ventennale della fondazione dell'Unione con manifestazioni pubbliche nel Salone dei Duecento nel Palazzo della Signoria e, successivamente, nell'immensa e stupenda palestra del nostro istituto RiCordo di aver vissuto quella giornata con intensa partecipazione. Ascoltai i discorsi di Nicolodi, di Bentivoglio e di Delcroix: le parole pronunciate dai primi due mi scendevano nell'animo e mi conquistavano totalmente. Erano parole comprensibili, cariche di umanità, di slancio e di operosità. Quel linguaggio era fatto di cose già realizzate e di altre da conquistare; parlavanO di temi nostri, di ansie nostre, ripetevano quei problemi che cento volte erano stati oggetto delle discussioni fatte tra noi ragazzi, tra noi ormai giovanotti. La loro, era insomma, la voce autentica dei ciechi civili, di quella massa di diseredati a cui la letteratura e la retorica dedicavano, solo saltuariamente, qualche pagina di pietà, qualche frase armoniosa di rispetto e di incitamento. Mai come quel giorno sentii l'inutilità delle passate sofferenze per non essere stato avviato agli studi superiori. Avvertivo che Firenze, la città dei ciechi in tuta, la città dei ciechi in camice bianco, era per me, per il mio spirito, la trincea ideale nella quale avrei formato il carattere, la tempra, la preparazione, per una milizia di fede che avrebbe arricchito la mia vita. IL MIO LAVORO IN OSPEDALE. Cominciai a odiare seriamente la guerra quando entrai, come tirocinante, nelle corsie dell'Istituto Ortopedico Toscano, diretto dal grande Prof. Piero Palagi. Fu un impatto terribile, perché l'ospedale traboccava di feriti provenienti dai diversi fronti di battaglia. Erano giovani straziati nelle carni e nel morale che raccontavano episodi di inefficienza, descrivevano l'eroismo del soldato italiano lanciato senza mezzi e senza preparazione contro quella montagna di armamenti messi in campo dalle potenze che volevamo piegare in pochi mesi di guerra lampo. I medici dei vari reparti ci affidavano i casi più disparati e ci raccomandavano i trattamenti da eseguire; il lavoro era interessante ma straziava il lamento di feriti gravi, la disperazione di giovani a cui venivano amputati arti e bloccate per sempre articolazioni vitali. Un giorno fui accompagnato al reparto dei bambini colpiti da poliomielite, con la spiegazione che il mio residuo visivo e la prOva già data di attenzione e pazienza, avevano suggerito la mia utilizzazione in quel delicato settore. In un primo momento fUi lusingato di quella destinazione, ma quando entrai nei locali e vidi quelle creature sistemate in lettucci con i quattro lati Protetti da chiusure, a mo' di cestoni contenenti tre o quattro bambini quasi immobili, fui preso da scoramento e desolazione. Massaggiai due piccoli pazienti, ma quando mi accorsi che Stavo lacrimando, mi alzai, mi tolsi il camice e dissi che non avrei più fatto il massaggiatore. Mentre mi avviavo verso lo spogliatoio, fui raggiunto dal medico del reparto e accompagnato dal Prof. Palagi il quale, parlò lentamente, con estrema cortesia, ma con parole che lasciavano il segno.Cosa credevi di trovare in ospedale, figlio mio?! E se tutti facessero come te, quelle creature chi le curerebbe? . Queste poche parole del Direttore dell'ospedale, bastarono per farmi arrossire e sentire una profonda mortificazione per quel brutto episodio. Rìvidi il Prof. Palagi durante la prova di esami, mi riconobbe e mi chiese dove avevo COmpletato il tirocinio. Quando gli dissi che avevo lavorato nell'ospedale di Reggio Calabria, mi prese la mano, me la strinse e commentò:Hai lavorato nonostante i bombardamenti, e il camice bianco non l'hai buttato via . Nella mia vita professionale mi capiterà con frequenza di curare bambini poliomielitici e, tranne un caso di un ragazzo figlio di gente ricca, gli altri li ho sempre curati senza compenso e per periodi di tempo assai lunghi, come del resto il tipo di malattia richiedeva. Le esperienze che facevamo nell'ospedale fiorentino ci arricchivano sia professionalmente che sotto il profilo umano. Ricordo, fra l'altro, che curavo una giovane signora a cui il marito aveva rotto un braccio con una seggiolata. L'ultimo giOrno di prestazioni, la paziente mi mise in tasca qualcosa che io subito pensai fosse una mancia o un pacchetto di sigarette, come del resto avveniva spesso. Si trattava invece di una busta contenente una bella letterina amorosa, con tanto di invito a frequentare la sua casa dopo la degenza in ospedale. Con l'amico che mi lesse quel messaggio ci divertimmo moltissimo. La signora mi diceva che aveva sentito nel massaggio delle mie mani una dolcezza e una sensibilità che il marito non le aveva saputo dare. Certo la differenza fra una seggiolata e il trattamento massoterapico è evidente, ma non credevo proprio che ciò bastasse ad aUtorizzare una mia adesione al suo invito! Inoltre il compOrtamento del marito mi faceva ritenere più prudente stare ala larga, e poi, presto sarei partito per Reggio per completare il tirocinio Nel giugno del 1942 gli alunni della classe di massaggio preSero le vie diverse della loro carriera professionale. Finiva la vita convittuale, iniziava l'anno di pratica nell'ospedale dove CiaScuno di noi sperava di essere assunto e retribuito Tentai di restare a Firenze per lavorare e vivere in questa grande città, scuola di umanità e di civiltà, ma fui richiamato al dovere dalle realtà della condizione economica della mia famiglia. I miei genitori e mio fratello Gigi vivevano ancora della pensione di mio nonno, ormai vecchio, e su di me si appuntavano le speranze e il riscatto di mio padre e di mia madre. Fu così che mi presentai all'ospedale di Reggio Calabria fin dal luglio del '42, senza aspettare l'ottobre, mese concordato per l'inizio del tirocinio. Solo i paganti conoscevano le pratiche fisioterapiche prima del mio arrivo a Reggio. Una capo sala continuò a curare i ricchi, io fui destinato ai reparti dei poveri e la cosa non mi dispiacque per niente. Feci un giro di propaganda presentandomi presso gli studi professionali di molti medici, ma ne ricavai più mortificazione che promesse di lavoro. I più cortesi mi dicevano che avevo sbagliato città:Nel Sud queste pratiche non sono conosciute e a stento Si chiama il medico . Dal Rione Pescatori, cioè dalla zona sud della città, a piedi raggiungevo l'ospedale ubicato dalla parte opposta, ogni mattina con sempre maggiore entusiasmo. Anche nell'ospedale di Reggio arrivavano centinaia di feriti; la guerra ormai, con i bombardamenti a tappeto su tante città, era un solo fronte e le vittime non Si contavano più. I miei malati mi attendevano con spiccata simpatia ed io rni dedicavO alle loro infermità con passione e tenacia. I primi risultati positivi delle mie tecniche terapeu tiche mi fecero apprezare sia dai medici che dai pazienti. Alla fine di luglio del '42, si fermò una carrozza alla mia porta, mentre stavamo mangiando. La mamma si alzò da tavola uscì e sentì chiedere se abitava lì un giovane massaggiatore venuto da Firenze.Sono il Dott. Catalano, vorrei parlare Con Fucà . La mamma mi chiamò ed uscii ansioso. Il medico el uno dei tanti che avevo visitato per farmi conoscere ed era venuto per darmi l'indirizzo di un malato che abitava nei pressi in una villa tanto nota nella zona.Ti raccomando, il Baron Mantica ha una paralisi progressiva, ha bisogno di cure attente a prolungate . Quando rientrai in casa non avevo più fame, ero raggiante per quel primo medico venuto a trovarmi per affidarmi un suo paziente. Nel pomeriggio mi presentai alla villa di quella illUstre famiglia così conosciuta fra tutti i poveri del mio rione: nella borgata dei pescatori, dove abitavo, il Barone Mantica era i fatti il padre degli affamati. Proprietario terriero, distribuì l'olio, farina, fagioli, contro ogni regola di quel tempo dominato dalle famose tessere per il pane, la pasta, la carne, ecc. Dopo la prima prestazione di massaggio e di ginnastica medica, il Barone si complimentò per la buona scuola e in pochi giorni, in quella casa, ero atteso con ansia dal malato e con grande rispetto dai familiari e dal personale di servizio Fu quella la mia prima prestazione retribuita e, oltre al conpenso economico, la mia famiglia era regolarmente provvista di ogni genere alimentare proveniente dalla campagna del Barone. Ero felice perché Gigi, finalmente, poteva sfamare i suoi 17 anni di giocatore di calcio, di nuotatore accanito, di robusto uomo di mare legato ai remi, indifferentemente, nelle ore di bonaccia come nelle paurose occasioni di tempesta. Una mattina trovai il Barone sconvolto: aveva ricevuto la notizia che un suo figliolo, ufficiale in Albania, era disperso. Sfogò liberamente con me la sua fede socialista, il suo disprezzo per Mussolini che aveva personalmente conosciuto in Svizzera; mi rac- contò che durante la prima guerra mondiale era stato obiettore di coscienza e condannato. Lo salvò la vittoria e quindi l'amnistiia, Il Barone Mantica parlava senza alcuna precauzione del suo Odio ContrO la guerra e il regime. Ormai io entravo in quella caSa non solo per curare quel grande galantuomo, ma soprattutto per ricevere lezioni di storia sul socialismo Mantica aveva vissuto al fianco di tutti i grandi esuli Turati, Nenni, Pertini, e conosceva ogni particolare di quel tratto di storia allora segreto perché scritto e vissuto nella clandestinità. Mantica si confidava e Si fidava di me e questo mi inorgogliva. A mio padre dissi soltanto che Mantica era socialista e lui mi rispose che tutti lo conoscevano e lo apprezzavano per queste sue idee, ma raccomandò di non parlare di queste cose con alcuno perché era pericoloso Reggio era ormai piena di tedeschi e un giorno dovetti assistere ad un episodio che mi fece tremare. Si fermò davanti ad una fontana un camion militare pieno di prigionieri inglesi. L'autista scese e si dissetò. Nella breve sosta, un prigioniero fece cenno di voler fumare e un giovanotto del nostro gruppo gli accese una sigaretta e gliela porse. I militari di guardia incominciarono a sbraitare infuriati e uno di loro strappò di bocca la sigaretta offerta e la lanciò, con disprezzo, sul nostro compagno A questo punto mio fratello Gigi prese un pacchetto di sigarette, una scatola di fiammiferi, e li lanciò sul camion fra i prigionieri. Un tedesco saltò giù e col calcio del fucile colpì mio fratello allo stomaco. Mi lanciai su Gigi e feci finta di inveire contro di lui; lo stesso fecero gli amici e il gruppo si frappose, così, fra mio fratello e il militare armato. A spintoni allontanammO il ribelle e respirammo solo quando sentimmo ripartire il camion. Quella sera discussi seriamente in casa le prospettive di Gigi sottO il profilo del servizio militare e, poiché mi diceva che tanto lui la guerra non l'avrebbe fatta, io incominciai a temere che potesse rovinarsi. Il suo ragionamento non faceva una grinza: Sono l'unico con gli occhi buoni in una famiglia così sfortunata, O mi lasciano a casa o scappo e faccio il disertore . Per noi sarebbe stato comunque un dramma e io lanciai l'idea di fargli fare il volontario nei vigili del fuoco: avrebbe freqúentato la scuola a Tirrenia e poi sarebbe tornato a Reggio in famiglia. La cosa prese corpo e Gigi fece la domanda, ma l'istanza fu rigettata con frasi di sdegno per i suoi precedenti. Risultò che era scappato da un campo Dux e che non aveva frequentato con assiduità e profitto il premilitare nei famosi raduni del sabato fascista. , Mi consigliai col Barone Mantica il quale mi suggerì di interessare un capo fascista della città che gli risultava essere un uomo dotato di certa umanità e comprensione. Mi recai da questo gerarca e spiegai la situazione della mia famiglia. Prese informazioni su di me all'ospedale e il Direttore gli riempì alcune cartelle di lodi e di segnalazioni positive dalle quali risultai un volontario che, gratuitamente, lavorava per i feriti di guerra in qualità di massaggiatore. Come Dio volle, Gigi partì per Tirrenia e dopo la scuola tornò a Reggio in divisa. Il giovane pompiere poté stare tranquillo per poco tempo nel maggio del 1943 ci fu il primo bombardamento sulla città e incominciò l'inferno. Decidemmo di sfollare a Scilla e papà fu felice della decisione. Ci fu assegnato un locale prima adibito a forno e l'accampammo alla meglio. La mattina, in treno, mi recavo a Reggio per continuare la mia frequenza all'ospedale, mentre diversi pazienti che curavo a domicilio erano tutti scappati verso l'interno. L'anno di pratica volgeva al termine e mi recai dal Direttore del centro ospedaliero per sapere se avevano intenzione assicurarmi un posto di lavoro. Mi fu risposto che mi erano grati per il servizio svolto con tanto slancio, ma che non potevano promettermi nulla.Ci mancano i medici, come possiamo assumere i massaggiatori?fu la risposta. Nel giugno tornai a Firenze per gli esami e tutto andò bene ma ero un bravo disoccupato. Incontrai il Presidente Nicolodi e gli esposi la mia situaziOne Chiesi di entrare come operaio in una fabbrica dell'Ente di lavoro per i Ciechi, in attesa della fine della guerra e di qualche Sistemazione idonea agli studi e al diploma conseguito. Nicolodi mi disse di tornare a Reggio e di insistere ancora con la direZione dell'ospedale, pur dichiarandosi pronto a riesaminare il mio caso. Quando rientrai in famiglia appresi che l'ospedale era stato deCentrato e i vari reparti trasferiti in sedi diverse e in paesi diVersi. I bombardamenti martellavano le linee ferroviarie e io rischiavo di rimanere bloccato a Scilla, disoccupato, a carico del nonno ormai alla fine della sua vita. Affrontai con papà la triste realtà della situazione e, con dolore, convenimmo che per alcuni anni io a Reggio non avrei potuto sperare né in una sistemazione in ospedale, né affrontare la libera professione.Papà, mi sembra di scappare, ma non posso essere di peso a nessuno . Fui capito e approvato dai miei genitori, ma mio fratello si disperò molto per la mia decisione di tornare a Firenze.Ci sono io, che guadagno , diceva Gigi,non partire . Ma fu proprio lui ad accompagnarmi a prendere uno degli ultimi convogli che riuscì a lasciare l'estremo lembo di quella terra straziata dai bombardamenti americani e inglesi. Quel treno era stracarico di gente che andava al nord, non Si riusciva a salire e fino all'ultimo Gigi mi implorava di desistere Mi feci alzare di peso sul vagone postale e feci appena a tempo a gridare a mio fratello:Stai attento ai bombardamenti quando sei in servizio, salvati la vita: aiuta papà e mamma!che il treno partì bucando le centó gallerie e il buio della notte più lunga della mia vita. Durante l'anno di pratica all'ospedale di Reggio avevo conOsCiuto il sapore del successo professionale, la speranza di una pOssibile occupazione definitiva; avevo già qualche cliente pagante ed ero stato il sostegno della mia famiglia. Ero riuscito ad evitare il servizio militare a Gigi, anche se fare il vigile del fuoco in quel periodo era pericoloso e a volte terribile; era già tantO, però, che fosse a Reggio e nelle ore di libertà potesse raggiungere Scilla e stare con i nostri genitori. L'altro fratello era a Locri con la famiglia e presto avrebbe raggiunto Scilla che, con le sue gallerie, offriva maggiore protezione duranteì bombardamenti. Quando avrei riabbracciato i miei cari ? Li avrei ritrovati tutti in vita? E se non mi avessero assunto in una fabbrica dell'Ente, chi mi avrebbe sfamato, una volta esauriti i pochi risparmi che portavo con me ? Questi erano gli interrogativi che mi tormentavano. ., Giunsi a Firenze sveglio come ero partito, nonostante la lunga notte, vi giunsi carico di sofferenza per gli affetti la sciati sul fronte di guerra, speravo nella vita dei miei cari e in un avvenire di lavoro per me. DOPO IL CAMICE BIANCO ECCOMI IN TUTA. Per far durare il più a lungo possibile i miei limitati risparmi, mangiavo una volta al giorno. Dormivo nela camera di Santino Culletta che abitava in Via Dei Ginori e frequentavo gli uffici della Sede Centrale dell'Unione Italiana dei Ciechi, in attesa del rientro da Roma del Presidente Nicolodi, dal quale attendevo aiuto e sollievo. Incominciai a saltare anche l'unico pasto, e quando Santino che già lavorava mi domandava, prima di addormentarci, dove avevo mangiato quel giorno, inventavo il nome di una trattoria e di una strada. Ma poi crollai e dovetti dire al fraterno amico che ero digiuno e senza una lira. Santo mi dette dei soldi e mi fece superare quei giorni terribili. In Via Fibonacci al numero 5, in quello stesso portone dove io oggi entro come Presidente Nazionale della nostra Unione, per raggiungere il mio ufficio e lavorare nella speranza di essere anCora utìle ai miei compagni d'ombra, i primi giorni di luglio del 1943 appresi che dovevo presentarmi al lavoro presso il Cinghificio dell'Ente in Via Giampaolo Orsini. Aurelio Nicolodi, ancora una volta, mi liberava da un dramma pauroso, questa volta dalla fame e dalla disperazione.Figliolo ricordati che questo non è il tuo posto definitivo, cerca di non perdere l'esercizio delle tecniche fisioterapiche e se avrai bisogno di qualche libertà per curare eventuali clienti, sarai aiutato con permessi particolari ; queste parole del Presidente mi fecero sentire Capo e padre nello stesso tempo. La sua umanità verso i figli del dolore e della miseria, era ormai una Costantid consolidata. Le strutture che aveva ideato, lo slancio con il quale le guidava, i risultati eccezionali che si imponevano aq rispetto di tutto un mondo di scettici che lo credevano apostolo di una grande utopia, me lo facevano amare veramente come il capo della mia seconda religione. Nicolodi per me era il Profeta che additava ai ciechi italiani la terra promessa: 3 quellaparità umana ? scritta nel Vangelo e non ancora raggiunta dopo circa due millenni; additata dal socialismo e non conseguita, nonostante i morti e il sangue del proletariato in lotta su ogni angolo della terra. Ero dunque operaio addetto ad un telaio a mano che tesseva cinghie di canapa per civili e militari. Lavoravo seduto pigiando due pedali che alternativamente sollevavano l'ordito mentre le mani azionavano una navetta e il battente per formare il tessuto, trama dopo trama. I primi giorni furono durissimi. I muscoli degli arti e de dorso mi dolevano, facevo delle sudate abbondanti, ma ero contento perché raggiunsi subito la produzione dei compagni più allenati. Le operaie vedenti, che avevano mansioni di controllare, e di assistenza, mi chiamavano il dottorino e all'inizio ridacchiavano del mio impegno e delle mie fatiche. Andai a trovare in Via Scialoia l'amico Sergio Paganelli, un compagno di scuola che fortunatamente era già stato assunto come massaggiatore dall'ospedale militare di Firenze. I genitori di Sergio mi offrirono una camera e il vitto e ritrovai in quella indimenticabile unità familiare, il calore, il rispetto, l'affetto, una casa lontana, laggiù, in fondo all'Italia, da dove ormai non ricevevO più corrispondenza. Solo i bollettini di guerra mi rammentavano la mia terra, i paesi a me cari, giornalmente bombardati e devastati. Dopo il primo periodo al Cinghificio, fui premiato e trasferito in Tessitura, un opificio con dei moderni telai elettrici; qui ritrOvai diVersi compagni di scuola di Napoli: Festa, Abbatiello Lolli ed altri. Con le operaie vedenti eravamo fraternamente uniti e spesso la domenica ci invitavano a pranzo nelle loro case. RicOrdo la magnifica posizione panoramica dell'abitazione della gentile e cara Vienna che stava su al Galluzzo. I suoi erano contadini e la loro mensa, in quei tempi di guerra, offriva cibi e vino eccellenti. In Tessitura non si sudava, eravamo felici e orgogliosi del nOstro lavoro. Malgrado la guerra, la lontananza dai nostri congiunti, vibrava in noi la fierezza di essere occupati, di saper produrre, di poter pagare il nostro mantenimento, di essere già in grado di mettere da parte qualche soldo da mandare, appena possibbile, ai nostri cari lontani. Ho sentito sempre in maniera viva la fierezza di indossare la tuta fra le centinaia di privi di vista occupati all'Ente di Lavoro. I versamenti alla Cassa Mutua, all'INPS, ci davano i diritti che molti vedenti a quell'epoca sognavano. Fui eletto nella Commissione Interna e incominciai un'esperienza, amara nel periodo fascista, ma esaltante e ricca di insegnamenti subito dopo il passaggio del fronte e la Liberazione I ciechi operai che si riunivano, parlavano di produzione, di cottimi, di utilizzazione degli impianti sotto due aspetti: quello di una maggior efficienza e quello legato al nostro desiderio di occupare i posti che, per pericolosità e destrezza, venivano riservati ai compagni operai vedenti. Ero un protagonista di quel miracolo e di quell'utopia che aVevano fatto di Aurelio Nicolodi un grande sociologo, il realizzatore del sogno segreto di una nuova classe che, dal tormento di un domani senza sorriso, viveva il trionfo della dignità del lavoro. Ci ScontrammO con la direzione, volevamo il servizio mensa gli aSsegni familiari. Facemmo uno sciopero, ma vennero i sindacati del regime a metterci la museruola. INtanto incominciai ad avere qualche cliente bisognoso di cure massoterapiche e, dopo la tuta, indossavo il camice bianco ma senza chiedere permessi in fabbrica. Andavo dai miei malati alla fine del lavoro. Il 15 agosto del 1943 fui chiamato a curare la Signora Tina Giannini, proprietaria di una pasticceria in Via Borgo La ( Una brutta emiplegia aveva colpito quella bellissima donna il cui viso aveva la dolcezza del sorriso di mia madre. Presi a curarla con testardaggine, volevo vincere la mia battaglia con quel letto e con quella carozzella. Mi chiedeva ogni giorno della mia famiglia e riceveva le mie amarezze per la lontananza e il pericolo che minacciavano i miei cari. Era caldo, sudavo, la signora chiamava la fìglia Milena per farmi portare un'aranciata. Quella ragazza, con i suoi 17 anni e con quella sua faccia pulita e fresca, richiamava il mio sguardo, ma una dote mi lasciò incantato: l'amore, la dedizione, la prontezza con cui seguiva, serviva, adorava sua madre. AMORE E CIVILTA'. Milena conquistava i miei sentimenti e mi parve che dopo tanti anni io provassi nuovamente quel dolce calore che riscalda l'anima. Ormai entravo nella sua casa per curare la madre e per rivedere lei, per sentire quel suo parlare corretto e gentile, per misurare l'intensità del fascino che esercitava su di me. Sì, ero proprio nuovamente innamorato e dopo la brutta lezione di Napoli tremavo pensando al doPo. Nell'ottobre del '43 affidai ad una lettera sentimenti ed ansie e, come risposta, ebbi un invito a discutere della questione con Ferruccio, il babbo di Milena. Giuseppe disse Ferrucciomia figlia ha chiesto il mio parere sui vostri sentimenti e il vostro futuro, io ho risposto che la vista è una cosa molto seria, ma lascio libera Milena di decidere; siete due ragazzi seri e saprete affrontare la vita . In quella casa trovavo amore e civiltà, e un possente raggio di sole prese a illuminare il mio cammino. Non fu tutto facile. alCuni parenti fecero di tutto per sciupare quel vincolo che si andava rafforzandO intorno alla costruzione di un sogno tanto SemPliCe e bello. Ma Milena sapeva quello che voleva e il povero oPeraio calabrese con un filo di vista se lo difese in ogni occaSione, lasciando per lei e solo per lei quella libertà che il padre le aveVa donato con tanta serietà e civismo. Milena era bellissima, bionda, col suo viso bianco e rosso come un pomo appena, colto. L'amavo ed ero felice.Le fui teneramente al fianco quando, dopo pochi mesi, morì la sua mamma. Ci recavamo insieme al Cimitero di Ponte e me la guardavo ammirato per la dolcezza che metteva sistemare i fiori a quella tomba adorata. Spesso la mia ragazza mi veniva a prendere in fabbrica alla fine della giornata di di lavoro e a piedi facevamo la nostra bella passeggiata. Per lei intrecciavo fiori di campo, colti sull'argine dell'Arno durante i bombardamenti, e Milena ancora li conserva, così come io conservo stima e ammirazione per questa donna che al mio fianco ha vissuto trentacinque anni, partecipando ad ogni mio dolore, ogni gioia, con quella sua bella fede in Dio e nelle persone care che la Provvidenza le ha fatto vivere accanto. A Ferruccio, un suocero che ho amato e stimato per aver lasciato piena libertà alla figlia, ho voluto un bene dell'anima. Molte volte nella vita ho dovuto intervenire, chiamato dalle diverse circostanze, a dire una parola su questo scabroso argomento dei rapporti tra un cieco e i genitori della donna amata. Sempre ho citato come esempio quel Signore Ferruccio Giannini che non si è opposto a che l'unica sua figlia, proprietaria di una pasticceria, amasse e sposasse un operaio tessile, calabrese minorato della vista. Amore e civiltà hanno trovato a Firenze centinaia di operai ciechi, creando famiglie meravigliose e guidando figli stupendi verso gli studi, il lavoro, la vita. PER ESSERE UGUALI, SOLDATI E PARTIGIANI. La lunga marcia della parità sociale era appena incominciata quando scoppiò la seconda guerra mondiale. Certo, strutture fondamentali e diritti sacrosanti erano già stati conquistati per il riscatto sociale dei non vedenti italiani, ma la guerra bloccava ogni slancio ed ore terribili si avvicinavano per tutti A Napoli, a Bologna e Milano, per merito dei tre istituti, i ciechi scrivevano, dalle elementari all'università, la storia della rivincita attraverso la scuola e a Firenze, grazie all'istitutoVittorio Emanuele II , i non vedenti incominciavano a conquistare le corsie degli ospedali, non come pazienti, bensì come operatori di terapie di avanguardia. E sempre da quest'ultimo centro professionale, uscivano in massa i quadri operai per le fabbriche dell'Ente Nazionale di Lavoro per i Ciechi. Per essere uguali, dunque, i ciechi ormai studiavano tra i vedenti, dopo essersi fortificati e preparati negli istituti speciali. Così come dopo un periodo di addestramento in istituto indossavanO la tuta e gareggiavano in fabbrica con gli operai vedenti. Il calvario della scuola e della fabbrica, come il calvario e 1 ospedale per i massaggiatori, erano già il campo di prova oVe Si combatteva la battaglia per la parità sociale dei non vedenti. Prima che l'Unione Italiana dei Ciechi lanciasse a Genova il grido della nostrarivoluzione , i privi di vista potevano anche studiare e conseguire qualche titolo, ma non insegnare nelle scuole pubbliche. Qualche rarissima eccezione confermava la regola della generale esclusione. Così i privi di vista potevano apprendere qualche mestiere, ma solo per combattere la noia, per riempire le giornate, o per ricevere, come al Colosimo, poche lire al mese. Negli ospedali i primi massaggiatori lavoravano gratuitamente per anni, prima che la direzione si muovesse a pietà e decidesse di inventare un compenso che risultava sempre inferiore alle retribuzioni del personale di servizio, nonostante un diploma che a quell'epoca solo i ciechi avevano la pazienza di conseguire. La prima guerra mondiale e i primi ciechi di guerra riuscirono a riscattare almeno la mutilazione visiva incontrata in trIncea. Nacque così la cecità eroica e fu un grande bene, una grande occasione di incontro con una più vecchia e drammatica realtà: la cecità civile. Il primo merito di Aurelio Nicolodi fu quello di abbracciare con impeto le sorti dei diseredati che avevano incontrato la cecità nei mille agguati del destino, primo tra tutti l'agguato della denutrizione, delle condizioni genetiche e del'igiene personale. Questa cecità senza nome e senza voce era sopportata da eroi chiusi in casa o,se scoperti dalla pietà dei benefatttori, chiusi negli antichi ricoveri. Per essere uguali, i non vedenti, avevano finalmente uomini e strutture e la guerra ci trovò impegnati in una svolta senza precedenti. I primi figli di contadini, e comunque di pOveri che frequentavano l'università negli anni quaranta, erano ciechi; i primi lavoratori che entrarono in fabbrica con la licenza della terza classe industriale o delle scuole tecniche erano nonvedenti. E per essere uguali, i privi di vista vollero servire la patria in un settore particolare: i ciechi aerofonisti, addetti ai mezzi di ascolto per dare l'allarme alle popolazioni civili in caso di attacco aereo, erano circa un migliaio Questi soldati volontari, partirOno per scrivere una pagina di parità sociale, disseminati sulle coste e SUi mOnti, in centinaia di postazioni, dove incontreranno altre mutilazioni, disagi, ma anche la consapeVOleZZa che l'Italia, lo Stato, hanno il dovere di accoglierli con la dignità riservata a uomini veri. Un mio caro amico, oggi insegnante in Campania, era aerofonista in una batteria costiera, quando alcuni caccia inglesi incominciarono a mitragliare. I commilitoni vedenti dissero al cieco di scappare con loro, ma il soldato ascoltatore si attardava a Comunicare i dati che ricavava dall'aerofono. Sopraggiunsero i bombardieri e incominciarono a sganciare i loro involucri di morte e di distruzione. A questo punto lo spostamento d'aria di una bomba scoppiata molto vicino, convinse il cieco a scappare.Viva l'Italia!gridò e prese a correre chiamando i compagni, i quali, nel frattempo, avevano già fatto qualche chilometro. Il povero eroe restato solo, decise di sdraiarsi bocconi e di stare alla sorte. Gli andò bene. Meno eroe un mio compagno veneto conosciuto in istituto a Firenze. Per una delusione amorosa chiese di fare l'aerofonista e di essere destinato in Sicilia, allora zona d'operazioni perché gli americani e gli inglesi preparavano lo sbarco con bombardamenti quotidiani e notturni. E appunto durante lo sbarco fu fatto prigioniero e trasportato in Africa settentrionale. Quando Si accorse che nel campo non aveva testimoni della sua vera posizione militare, incominciò a reclamare il trattamento da ufficiale e da cieco di guerra, inventando che aveva perduto la Vista nella guerra d'Abissinia. In Abissinia, in realtà, era stato ferito un suo fratello e lui ricostruiva date, nominava lUOghi, come se fosse stato il protagonista al posto del congiunto. Nella confusione generale di quel campo e di quelle contingenze, fu creduto e rimpatriato. Visse a Messina con un attendente a a disposizione e un acconto di pensione di cieco di guerra. Questo fino a quando fu liberata Firenze, città dove la sua pOSizione poteva essere scoperta. Liberata la nostra città, si sottrasse alla protezione dell'amministrazione militare alleata, riprese il suo nome e cognome e dopo un po' di tempo tornò a fare il cieco civile senza accompagnatore e senZa pensione. La sua Emi, intanto, si era sposata, e a lui, sottO ogni aspetto, andò veramente male. . Tanto i ciechi inglesi sotto i bombardamenti tedeschi, tanto quelli italiani sotto i bombardamenti anglo-americani hanno scritto pagine stupende di coraggio, di dignità, di uguaglianza. I ciechi inglesi rientreranno negli ingranaggi di una società pronta a premiarli con la capacità di recepire la lezione; partita da uomini in divisa che avevano servito la patria anche senza il dono della vista. I ciechi italiani, dopo la seconda guerra mondiale, dunque dopo 27 anni dalla lezione dei fratelli inglesi, lasciata la divisa, rientrarono in una società mortificata da una sconfitta cocente, e arretrata socialmente per un ventennio di demagogia populista che aveva bloccato le lancette dell'orologio della storia e del progresso. Così gli aerofonisti non avranno alcun riconoscimento. E pensare che chiedevano solo un posto di lavoro per continuare a testimoniare la loro serietà, la loro disciplina, la loro Parità sociale! Più compattute e drammatiche le pagine di storia scritte ddai ciechi partigiani. Le caserme o le batterie che ospitavano gli aerofonisti, per i partigiani ciechi erano la montagna, la clandestinità, il movimento da un luogo ad un altro fidandosi degli accompagnatori come strumento di guida, ma rimanendo soli col proprio coraggio, con la propria volontà di ferro, in una scelta di campo che non ha precedenti. Andavano con serena fierezza sulle linee del fronte, mostravano i loro documenti ad un nemico sospettoso e spietato,chiedendo di passare per raggiungere la famiglia, dei congiunti, o un istituto per ciechi. Passavano e con loro passava un comandante partigiano che era lì in veste di accompagnatore. O passava un messaggio ad altre formazioni per un attacco. per uno spostamento. Si muovevano sorretti dalla certezza di servire un grande ideale di libertà e forti di un patrimonio inestimabile di valori spirituali, giOcando con la morte la loro grande partita di uguaglianza. come nelle scuole, nelle fabbriche, negli ospedali, cOSì agli aerOfoni o nella clandestinità partigiana, i ciechi scrivevano i connotati della loro nuova e moderna identità. Un'identità di uguaglianza, di parità sociale scritta e consacrata, anche se non sempre riCOnosciuta nelle risposte che il potere e la nuova classe dirigente del Paese, hanno dato ai nostri appelli di giustizia. Sulle figure di alcuni ciechi partigiani e aerofonisti tornerò, ma per chiudere questo primo accenno alla più originale espressione e prova di uguaglianza con gli altri cittadini, ormai inculcata dall'Unione Italiana dei Ciechi in tutti noi, figli e beneficiari del grande risveglio, ho scelto due significativi documenti: una poesia e un attestato partigiano. POESIA DI ANTONIO SFORZA, AEROFONISTA. INVOCAZIONE E PROMESSA. Signore, ai cui voleri m'inchinai senza lamenti e subito m'apristi orizzonti da l'anima mai visti e mondi nuovi scorsi e mi placai nell'ombra e non mi apparvero sì tristi uomini e cose, come un dì guardai; Signore Iddio che ciò che vuoi tu fai, proteggi tutti i ciechi aerofonisti. La nostra fede rendi più tenace, nell'oscura fatica per salvare il patrio suol da le nemiche ire. Non paghi d'aver dato in guerra e in pace, vogliamo ancora in umiltà donare vogliamo ancora in umiltà servire. ATTESTATO di BENEMERENZA. DELLA DIVISIONE PARTIGIANA POTENTE ASSOCIAZIONE PARTIGIANI D'ITALIA SEZIONE DI FIRENzE. Firenze, lì 27.10.1944. COMANDO DIVISIONE D'ASSALTO GARIBALDI POTENTE. ATTESTATo DI BENEMERENZA. Si dichiara che il Comm. NICOLODI AURELIO ha collaborato strettamente con la Divisione Potente sin dall'inizio della Costituzione, fornendo indumenti vestiario generi di vettovagliamento, armamento e medicinali di qualsiasi genere. Ben diverse volte ha ospitato in misura abbastanza rilevante i partigiani, mettendo a loro disposizione il suo personale di servizio per la confezione del rancio e quanto più gli fosse possibile per la quantità. Nel complesso il Comm. Nicolodi è stato di grande aiuto, sollievo e consolazione per tutti i partigiani di qualsiasi formazionE. Si è recato volontariamente per ben diverse volte nelle località da noi occupate visitando le nostre formazioni e spesso veniva inContro alle esigenze e bisogni dei partigiani. In Conseguenza del suo ottimo operato per la causa della Liberazione Nazionale questo Comando sente il dovere di inviarne attestatO di benemerenza. IL COMANDO DELLA DIVISIONE. GLI opERAI CIECHI DIFENDONO LE LORO FABBRICHE. La maggioranza degli operai esultò il 25 luglio del 1943. Finiva un regime e i nostri cuori si aprirono alla speranza. Ma la realtà ci apparve ben presto drammatica quando l'otto settembre Firenze fu occupata dai tedeschi. Lo sbarco in Sicilia delle forze anglo-americane e ancor prima i duri rovesci militari avevano già diviso gli italiani. Il 25 luglio e 1'8 settembre avevano fatto il resto. Ma c'è una data storica per gli operai fiorentini ed è il 12 novembre del 1943. Quel giorno il Maggiore Carità, Capo delle SS italiane, aveva imposto ad Aurelio Nicolodi le dímissioni da tutti gli incarichi ricoperti nelle istituZioni dei ciechi. Nicolodi non era più Presidente, né dell'Unione, né del nostro Ente di Lavoro Quando appresi la verità, e fui tra i primi, rimasi come incredulo, ma quando mi spiegarono che il nostro Presidente era stato convocato e minacciato nelle stanze del terrore di una villa di Via Trieste, poi passata alla storia col significativo nome diVilla Triste , l'incredulità lasciò il posto all'esasperazione, alla rabbia, alla reazione. Volevo organizzare una risposta, andare in Via Trieste con un grUppO di operai, dire, gridare, protestare. Nicolodi era amato dai ciechi italiani e un pazzo, alla fine dei suoi giorni, non poteva privare le nostre organizzazioni di una guida tanto prestigiosa e capace. Fui prontamente chiamato a casa di Nicolodi in Via Gustavo Modena e in quel salotto, dove tornerò spessissimo, trovai ;iL Presidente Fondatore delle istituzioni dei ciechi, distrutto dal dolore. Prese a parlare con voce commossa e mi disse: Mi riferiscono che vorresti reagire alle imposizioni del Maggiore Carità. Figliolo, ogni vostra mossa metterebbe in pericolo, oltre alla vostra vita, anche la mia e quella della mia famiglia. Penserebbero che sono stato io a chiedervi solidarietà. Bisogna far finta di niente. La stessa voce grave e rassegnata, rotta da una commozione a stento trattenuta, mi paralizzò. Chiesi come mai era potuto avvenire tutto questo e Nicolodi attribuì l'accaduto al fatto che negli ultimi tempi la sua risaputa posizione antitedesca lo aveva messo in difficoltà col regime, ma aggiunse che la goccia che aveva fatto traboccare il vaso, era stata la partenza clandestina del figlio Fulvio in direzion dei reparti dell'esercito di liberazione. Quel giorno Nicolodi mi nascose una verità: la terribile verità che tre ciechi si erano fatti ricevere dal Maggiore Carità per denunziarlo di attività antifascista. Il suo silenzio su questo episodio voleva evitare, ed in effetti evitò, che nelle fabbriche ci si scannasse tra ciechi. I nomi dei tre operai traditori li conosceremo solo dopo la liberazione di Firenze e fu l'inizio di una tristissima divisione fra di noi. I collaboratori di Nicolodi rimasti ai loro posti ci facevano giungere ordini e consigli sul modo di difendere le nostre macchine e la stessa produzione. Specie la Tessitura, ubicata in Via Aretina, via di transito di forze militari, era più esposta alle visite dei tedeschi. Le macchine le difendemmo con rabbia e determinazione nelle ultime giornate prima di chiuderci in casa per il passaggio delle ultime formazioni tedesche. Le materie prime furono nascoste i prodotti finiti venduti agli operai e ai loro conoscenti per evitare che fossero caricati e trasferiti al Nord. . Ogni giorno si rischiava la vita ma eravamo in fabbrica.Ricordo il caro amico Luigi Lolli che, per il coraggio che aveva, un tedesco se lo sarebbe mangiato vivo, ma le sirene che annunciavano i bombardamenti non le poteva proprio sopportare. Noi ci accorgevamo che eravamo in allarme, vedendo Lolli scappare e ascoltando il suo grido:Fermi, fermi, l'allarme! . I telai meccanici non ci facevano udire le sirene, ma lui le sentiva con puntuale prontezza e bloccava il telaio per pOi scappare. In quel periodo, una sera Camminavo in strada dopo l'inizio del coprifuoco. Me ne andavo tranquillo nel silenzio della notte, quando sentii un grido: Altolà, in alto le mani . Rimasi impietrito e senza capacità di alcuna reazione Avevo in mano la borsa che conteneva il camice bianco: l'ultimo lavoro della giornata, infatti, era stato un massaggio. Sentii ripetere con più forza l'ordine di alzare le mani e, questa volta riUscii ad agire facendo cadere in terra la borsa e a tirar su le braccia. Non vedevo, nel buio, quanti erano, ma sentivo parlare in tedesco e in italiano. Mentre qualcuno mi perquisiva, raccattando la borsa e vedendo il camice bianco, mi chiesero se lavoravo in ospedale. Ne nacque una bella confusione: nel portafoglio trovarono la mia carta d'identità rilasciata a Reggio Calabria e da me appresero che lavoravo nella tessitura dell'Ente Nazionale di Lavoro per i Ciechi. Spiegai con calma che ero un cieco, operaio, col diploma di massaggiatore e che ero stato a curare un malato. Quando mi chiesero dove abitavo risposi:In Via Scialoia; mi presero per un braccio e incominciarono a scuotermi minacciandomi:Nel tuo palazzo c'è un negozio di frutta e verdura, l'ortolano è scappato in montagna dopo aver ferito un camerata, tu sai dove si trova? . Risposi che non conoscevo quell'uomo, perché non andavo mai a fare la spesa, e cercai di spiegare che chi scappa non lascia indirizzi a nessuno. Successivamente ebbi l'opportunità di rendermi utile ad una famiglia di ebrei e la cosa mi fece immenso piacere. MIio SuoCero -- sia, per la casa, sia per la pasticceria-- era inqUilino di Ubaldo Servi di razza ebraica. Quest'ultimo, perseguidato, sCappO da Firenze pregando mio suocero di affidarmi le chiavi del suo appartamento per evitare ruberie e perquisizioni. Io accettai qUelle chiavi e, presto, sempre al mattino, ricevevo la visita della polizia e della milizia che volevano sapere da me il nascondigLio Ubaldo Servi; anche a loro dovevo spiegare che quel pOVeretto non aveva alcun interesse di dire a me o ad altri dove aveva trovato rifugio. Rovistavano la casa, minacciavano e promettevano di tornare presto. Nicolodi sapeva che occupavo la casa di un ebreo ed avevà prezzato quella mia decisione. Lui stesso con frequenza mi affidava olio ed altri generi alimentari da portare a famiglie ebraiche. Il fatto che si fidasse di me in tempi così drammatici e pericolosi, minorgogliva e mi faceva sentire il valore di quella fiducia. Fra le maestranze non vedenti incominciò a serpeggiare un brusio sempre più consistente contro i collaboratori di Nicolodi e, in particolare, contro i direttori del Calzaturificio e del Sacchettificio Fummo tutti convocati in assemblea nel teatro dell'Istituto e ci fu una carrellata di interventi animati. Nicolodi difese i suoi funzionari e disse, molto duramente, che si sentiva tradito dai compagni non vedenti. Non mi piaceva il clima che si stava creando in quella occasione. Il Presidente stava coprendo, con quella sua coerenza trentina, uomini che gli erano certamente fedeli e in fondo si erano fatta una esperienza aziendale, ma era anche vero che all'ombra della sua autorità, in alcuni reparti venivano consumati soprusi e abusi di potere. Sentivo chiaramente che Nicolodi, in quella difesa, perdeva la fiducia della totalità delle maestranze. Sussurrai questo pericolo a Lolli che mi sedeva accanto e questi mi disse risoluto:Chiedi la parola, parla, parla tu . Non avevo mai parlato in pubblico e tutta quella gente mi intimoriva, tanto più che erano presenti Nicolodi e molti altri dirigenti dell'Unione e dell'Ente. Avevo letteralmente paura di quel primo discorso davanti a tanta gente, ma mi alzai e presi con calma a sviluppare il mio pensiero. Avevo poco più di vent'anni e dovevo conciliare il mio affetto filiale e la grande devozione per il Presiden con l'adesione ad alcune critiche fatte alla totale fiducia che Nicolodi aveva espresso per alcuni collaboratori. Dovevo poi fugare ogni ombra di tradimento da parte degli operai ciechi verso il loro benefattore, il quale, fondando l'Ente e le fabbriche, aveva inventato in Italia il ruolo dell'operaio non vedente. Credo di aver fatto uno dei miei discorsi più sentiti e più belli perché alla fine gli operai applaudirono a lungo, mentre Nicolodi vOlle che quella sera lo raggiungessi a casa. Mi abbracciò, mi ringraziò e per quel mio intervento si disse ripagato di tante amarezzeFigliolo, hai salvato un'assemblea che si metteva male. Mi sembraVa che tutti gli intervenuti non tenessero conto della grande noVità sociale e industriale dell'Ente, tu hai fotografato questa realtà e mi hai chiaramente detto che criticarmi non significa tradirmi . Il fronte si avvicinava a Firenze e la vita si faceva sempre più drammatica. Come Dio volle arrivarono le truppe alleate e la città fu libera. Un gruppo di noi operai meridionali, alcuni dei quali già con famiglia, chiese a Nicolodi di farci avere un camion militare per andare al Sud in cerca delle nostre famiglie. Fummo accontentati e partimmo per un viaggio che fu un'avventura. La prima notte in tenda fu una tragedia, ma una tragedia vissuta tra barzellette e risate incontenibili. Avevamo mangiato carne in scatola e tutti fummo assaliti da una diarrea tenacissima: a turno, e per tutta la notte, i pochi della nostra carovana che vedevano dovevano accompagnarci nel buio a trovare nei campi un luogo adatto ai nostri disturbi. Arrivammo a Roma e fummo alloggiati in una caserma, precedentemente occupata dai Granatieri, dove ci assegnarono uno stanzone e tanta paglia per confezionarci i giacigli. Ogni mattina partiVamo in cerca di autorità capaci di procurarci un mezzo di traSporto per proseguire Ricordo che dopo aver bussato a tutte le porte delle autorità romane (quelle militari non si occupavano dei Civili) ripiegammo sul Vaticano. Una mattina uno di noi sparò una beStemmia in faccia ad un altro prelato e mi toccò fare la parte del diPlomatico per alleggerire la brutta atmosfera che si stava creando. Un pomeriggio dell'agosto del 1944 si partì da Roma con un camion mandatoci dalla Santa Sede e si raggiunse Salerno, dove si potevano prendere i treni per la Calabria e le Puglie. Senza l'aiuto della polizia, Santino Culletta ed io non saremmo mai saliti su quel treno diretto al Sud: la gente si pestava per prendere un posto e i più sfortunati viaggiavano sui predellini e quindi all'esterno. Sotto le gallerie ci furono due morti. A Villa San Giovanni accompagnai Santino sul Traghetto e poi ripartii per Regggio. Per tutta la notte il mio pensiero era fisso al Rione Pescatore, La casa è rimasta in piedi? Troverò i miei cari tutti vivi? I miei fratelli lavorano? Gli ultimi chilometri di quel tragiCo viaggio non finivano mai. Ero sfinito, ma ormai viaggiavo in piedi da tempo con il naso appiccicato al vetro del finestrino e lo sguardo fisso sul mare della mia terra. Le gallerie interrompevano il mio colloquio col mare limpidissimo e la mente andava alle rocce, ai monti selvaggi che erano parte dominante della Calabria che amavo. Giunsi alla stazione di Reggio al mattino presto. Nessun portabagagli, nessuna carrozza. La piazza Garibaldi era morta e a piedi incominciai ad andare verso casa. La prima visione di macerie mi arrestò di colpo, mi fermai ed ebbi paura. E se fosse ridotta così la mia casa? E se i miei fossero ancora a Scilla? Ripresi ad andare, ma ormai avevo l'amaro in bocca e il volto solcato di lacrime. QUANDO LA MISERIA CI SEMBRA RICCHEZzA. Quel chilometro tra la stazione di Reggio e la mia casa si allungava sempre più e più pesante si faceva quella valigia che mi trascinavo col cuore in gola. Andavo avanti nel silenzioso mattino che intanto si andava schiarendo e vedevo meglio la strada e le case. Più mi avvicinavo alla mia abitazione e più la speranza mi vinceva. Così giunsi a quella strada e a quella porta. Bussai con forza, non rispose nessuno. Bussai più forte e urlai:mamma! papà! . In un attimo risposero tutti e fu un solo grido. Peppino, Peppino! . Dormivano al piano superiore, spalancarono la finestra e continuarono a gridare di gioia. Gigi saltò le scale, spalancò la porta e mi strinse da farmi male in quelle braccia che sentiVo più robuste del solito. Non mi lasciava, pronunciava i mio nome e piangeva. Scesero tutti e fu un solo abbraccio e un solo singhiozzare di felicità. Mancava il nonno Giuseppe, il sostegno della famiglia. Era morto a Scilla serenamente, quasi toccando i novant'anni. Chiesi come ViVeVano e NaTale mi rispose:Fratello, siamo tutti vivi, ma io e Gigi siamo stati licenziati; facciamo la fame, ma siamo tutti vivi . Era un vero dramma, ma mai la miseria mi parve ricchezza come in quella occasione. Erano tutti vivi e non era poco. Natale era stato licenziato dal Consorzio Agrario dove faceva il magazziniere e Giorgio, subito dopo il passaggio del fronte, era stato smobilitato dal Comando dei Vigili del Fuoco. Ora gioCava nelle riserve della Dominante, una squadra locale di calcio, ma il tutto era a livello di dilettanti. Natale aveva rimesso su la sua orchestrina, ma la gente aveva poca voglia di festeggiare qualcosa in tutte le famiglie qualcuno era assente, e tristezza e miseria erano presenti in ogni casa. Mi accorsi subito che papà aveva perduto gran parte del suo residuo visivo e su questo argomento egli stesso volle raccontarmi un episodio per non farmi rattristare troppo per quella mia constatazione. Don Giacomo, una sera, aveva fatto tardi a casa di ami ci e durante la strada del ritorno l'aveva colto il buio. Il suo misero residuo visivo non gli consentì di scansare un palo di ferro, sostegno di una indicazione stradale, contro il quale picchiò la testa procurandosi uno spacco profondo ed un'emorragia che allarmò l'intera famiglia. Tutti si preoccuparono della ferita,.ma Giorgio si diresse verso quel palo e con la sua forza paurosa lo sradicò e lo depose lontano, scrivendo sull'insegna:Ricordatevi che i ciechi hanno diritto di camminare senza rompersi la testa . Quella miseria mi spaventava, eppure la mia famiglia, come la maggioranza della gente di Calabria, viveva così. Quando si vedevano mille lire si comprava un po' di pasta e del pane e si andav avanti sperando, sperando non so in che cosa. Papà metteva tutto in barzelletta per farmi godere quel ritorno a casa e mi spiegava che la sera lui cenava con pane e olio.Tua madre è diventata bravissima, riesce a bagnare la mia razione di pane con tanto olio quanto basta per non farmi ungere le dita, sai c'è anche poco sa!pone . Così mi raccontava la scarsità di olio per condire e la miseria di tutto nelle case di tanta povera gente. Naturalmente io avevo con me diversi risparmi portati da Firenze e li consegnai alla mamma perché provvedesse a spenderli come meglio riteneva. Papà chiedeva qualche sigaro e la mamma rispondeva che era un lusso, ma poi quel mio adorato genitOre aveva i suoitoscanie poteva farsi una beata fumata senza rimpiangerne il costo. Mi recai a casa di zia Pasqualina e ritrovai Zio Antonio e i cugini Rina e Vincenzino. Mancava Ninì che era stato dato prima per diSperso, pOi ufficialmente morto, e infine ritrovato nel fondo di un ospedale in fin di vita. Mio cugino Ninì, dopo 1'8 settembre si era arruolato nell'esercito di liberazione chiedendo di essere assegnato al battaglione S MarCO che era già in prima linea. Ninì, tornato miracolosamente a Casa, raccontava che quella scelta non l'aveva fatta per atteggiarsi ad eroe, ma semplicemente per avere l'opportunità di raggiungere piU velocemente la Lombardia e riunirsi con la sposa, Lina, la quale SU SUO consiglio aveva lasciato il Sud, troppo martellato dai bombardamenti, per recarsi a Novara dai genitori e dal caro e bravo fratello Giuseppe. Il volontario della libertà per amore fu inviato al fronte e nelle Marche, venne in contatto col nemico. Ci fu una battaglia sanguinosa e Ninì restò sul campo ferito e svenuto. Quel suo stato lo salvò perché i tedeschi, che davano il colpo di grazia a tutti i feriti gravi, lo ritennero già morto. Dopo fu fatto prigioniero e Incomincio il suo calvario nei vari ospedali dove i tedeschi decidevano di trasferirlo. Ninì, nell'ospedale di Mantova, vide una massaggiatrice priva di vista, la mia cara amiCa America Vasta e la chiamò. Le disse dií essere mio Cugino e quella ragazza si fece in quattro per aiutarlo: accorgendosi che Ninì tremava dal freddo andò nello spogliatoio, Si tolse le maglie che indossava e le portò al malato. Ninì poi mi raccontava questo episodio riservando sempre qualche lacrima di Commozione per il gesto di quella mia amica cieca. America Vasta per mezzO del Vescovo di Mantova, riuscì a far avere un permesso a mio cugino per riabbracciare la moglie e i congiunti di Novara, ma non pote' evitare il trasferimento in Germania del prigioniero ferito. Tutto questo peregrinare del povero Ninì costò alla sua famiglia a Reggio lacrime amare per le notizie che arrivavano laggiù. Via via lo piansero come morto, come disperso, come ferito, come Prigioniero in Germania. E quando tornò e poté ricongiungersi con la sua Lma, scrisse con lei, fino alla morte, la parte più bella di ur romanZo d'amore di due anime che, separate dalla guerra, avevano sfidato la guerra per ricongiungersi. Dopo qualche giorno che ero giunto a Reggio, il Barone Mantica lo seppe e mi mandò a chiamare. Mi chiese di curarlo, ma intanto era peggiorato e mi supplicò di assisterlo durante le notti. Nella notte, infatti, i suoi muscoli si irrigidivano e dei crampi dolorosissimi lo facevano urlare dal dolore. Mi Mi consigliai col suo medico e accettai il compito. Dormivo in un lettuccio al suo fianco e prontamente mi rendevo utile durante gli attacchi di spasmi e contratture muscolari. Con massaggi e ginnastica medica tutto tornava a posto e quel caro paziente poteva riprendere il sonno. Era così sollevato, quei poveretto, che ricambiava le mie attenzioni e il sacrificio delle notti con generose donazioni di ogni sorta di prodotti delle sue campagne. L'olio ormai non mancava e la mamma poteva condire pietanze senza ricevere le battute di burla di mio padre il quale quando mangiava pane e olio, doveva poi lavarsi le mani perchè finalmente gli rimanevano unte. Ma quell'abbondanza non poteva continuare all'infinito, io avevo come mèta il ritorno a Firenze e un pomeriggio facemmo una riunione con tutta la famiglia per discutere di tutto. Papà voleva che ritentassi con l'ospedale per vedere se c'era la possibilità di un lavoro a Reggio. Giustamente ci teneva a vedermi sistemato nella nostra città; anch'io mi rendevo conto che, se ciò fosse accaduto avrei potuto aiutare, più direttamente, la mia famiglia e questo era il mio primo desiderio, un orgoglio fin qui non soddisfatto.Ma all'ospedale mi risposero ancora che mancavano i medici e che nè presto, né poi, avrebbero potuto pagare un massaggiatore.Ridiscutemmo tutto tra noi e decidemmo che io sarei ritornato a Firenze, per avere almeno un occupato in tutta la famiglia. . Papà sapeva che, insieme a me, gli partiva un pezzo di cuore, ma si rendeva conto che a Firenze era il mio avvenire di lavoro, mi attendeva la mia fidanzata, lavorava Nicolodi che mi aveVa raccomandato di tornare dicendomi:L'Unione e l'Ente hanno b sogno di giovani col tuo entusiasmo . Il Barone Mantica era disperato per quella mia decisione e, prOprio in quello stato di disperazione, accettò il mio consiglio di addeStrare mio fratello Giorgio per quell'assistenza notturna tanto indiSpensabile per i sUoi malanni. Giorgio veniva ogni sera con me, si Cenava in casa del Barone e poi si iniziava la nottata di lavoro. Il malato chiamava spesso e Giorgio apprendeva da me le pratiche d'interVento. L'età giovanissima di mio fratello e il sonno pesante non lo rendevano scattante, ma meglio di nulla anche un assistente sonnacchioso ! Prima di partire raccomandai a Giorgio di essere prontO e solerte ad ogni richiamo del Barone per lenire le sue sofferenze. E così ripartii per Firenze e fu un secondo viaggio disastroso. Fino a Roma in qualche modo tutto andò liscio, ma dopo tutto diVenne arduo. Per il Nord funzionavano solo treni militari e un soldato di Reggio, che andava ad Arezzo, mi promise protezione e aiuto. Salii con lui su una tradotta e partimmo. Ad una stazione in piena notte, venne un'ispezione di ufficiali e mi fecero scendere. Appena quei controllori passarono alla vettura successiva, il mio bravo paesano in collaborazione con altri soldati, mi prese di peso e mi fece entrare dal finestrino. Giunsi così ad Arezzo. Era appena l'alba di un giorno freddissimo di febbraio ed io ero vestito leggero: tremavo di freddo e di febbre, cercavo l'uscita e dopo un paio di ruzzoloni tra i binari fui fuori, sulla strada. Prima un automezzo militare, poi un camion di legna e carbone, mi consentirono di giungere in Piazza Beccaria a Firenze, a due passi dalla casa della mia fidanzata. Ero ridotto uno straccio, mi vergognavo di presentarmi in quelle condizioni, ma avevo anche l'ansia di rivederla e di rimettere a fuoco il nostro rapporto. Devo aver fatto una gran pena alla mia ragazza e a mio suocero, ma ormai ero a Firenze. A Reggio avevo lasciato tanta miseria, ma a Firenze mi attendevano prove dolorose. Per onestà raccontai a Milena che, dopo Giacomino-- il figlioletto con gli occhi perfetti-- mio fratello Natale aveva avuto una seconda figlia nata con le cateratte Congenite. Invitai la mia ragazza ad un riesame dei nostri progetti e dissi che se non sapeva o poteva rinunciare alla maternità, avrem mo potuto avere dei figli non vedenti. Discutemmo sul parere di tanti mediCi consultati., i quali davano per certo che una fortissima percentuale di primogeniti poteva nascere con gli occhi perfetti, ma che per gli eventuali altri figli le prospettiVe erano certamente più critiche. Ci lasciammo e fu un duro colpo per i miei sentimenti così ricchi di Speranze ora fruStrate, Ma come se questo non bastasse, le cose dell'Ente e dell'Unione andavano di male in peggio.Nicolodi era in difficoltà, alcuni suoi collaboratori lo avevano letteralmentetradito; le maestranze ridotte erano fortemente divise. Nella Sezione fiorentina dell'Unione la politica incominciava a spaccare l'antica unità, quell'unità che ci unità, quella unita che ci aveva fatto superare il faScismo senza drammi. Io ripresi il mio posto in tessitura e fu subito scontro, fu subito battaglia. VERSO LA PREPARAZIONE DEL SESTO CONGRESSO NAZIONALE DELL'U.I.C. Appena tornato a Firenze provvidi a regolarizzare la mia scelta di campo iscrivendomi al Partito Socialista Italiano e alla C.G.I.L. Ricordo che andai a ritirare la tessera del Partito in Via della Vigna ecchia insieme al mio caro amico d'infanzia e compagno di fabbrica Gennaro Abbatiello. Fu un'iscrizione che presto mi costò impegno e slancio, come del resto impegno e slancio mi costava ormai la tessera dell'Unione Italiana dei Ciechi. Ogni sera partecipavo a dibattiti al Circolo Pucci in Via Marconi, ambiente di ispirazione comunista, o alla Sezione del P.S.I. in Via Duprè. Spesso venivamo convocati per discutere delle istituzioni dei ciechi e iniziarono le prime divisioni all'interno degli iscritti dei due partiti della sinistra: non vedenti comunisti pro o contro l'Unione, socialisti pro o contro la nostra Associazione di Categoria. Nacque così il gruppo degli unionisti che venivano definiti nicolodiani . Qualche fabbrica dell'Ente di Lavoro chiuse i battenti, sia per la mancata riconverSione industriale, sia per l'inettitudine dei nuOví dirigenti voluti dal Ministero degli Interni sotto la cui egida lEnte stesso veniva amministrato. Gli stessi reparti in attività perdeVano colpi e così conoscemmo periodi di disoccupazione. Senza lavoro, e quindi senza paga, le cose peggiorarono su tutti i piani nei rapporti tra le nostre Organizzazioni e le maestranze più fragili incominciarono a cedere ad una propaganda sottilé e subdola che accusava i dirigenti dell'Unione di aver ripostO tutta la redenzione dei non vedenti italiani nell'istruzione e nel lavoro. incominciò a farsi strada la tesi assurda che la cecità non doveva sopportare la fatica della aule universitarie o la stressante monotonia delle ore di fabbrica. Questi nuovi profeti sostenevano che ogni soluzione dei nostri problemi andava ricercata in una pensione dello Stato, capace di farci vivere tranquillamente. La stragrande maggioranza dei ciechi di guerra viveva di sola pensione e così volevano vivere i ciechi civili vittime della più a surda e nefasta impostazione sociale Salvate almeno l'Unione Italiana dei Ciechi , così mi disse Aurelio Nicolodi, nei primi mesi del 1945, nel bel mezzo di polemiche e divisioni tra di noi a causa dell'aspra disputa che si faceva sulla sorte delle nostre istituzioni. In uno scritto del Presidente dell'Unione si legge: ...Nella vita dei Sodalizi come in quella degli individui e dei popoli, basta un periodo di rilassamento per ricascare indietro di secoli e ritrovarsi allo stesso punto da cui occorsero i più gravi sacrifici per sollevarsi . Parole lapidarie quelle che ho riportato e infatti, fra il 1944 e il 1945, i ciechi italiani stavano tornando indietro di secoli. In quel periodo terribile le strutture create: l'Unione Italiana dei Ciechi (nata prima dell'avvento del fascismo), la Federazione delle Istituzioni pro Ciechi che raggruppava tutti gli istituti di istruzione, l'Ente Nazionale di Lavoro per i Ciechi, la Stamperia Nazionale Braille, la Biblioteca Nazionale Regina Margherita, venivano condannate in blocco come simboli del regime fascista aggredite con l'intento di smantellarle. Alcuni vedenti, iscritti ai partiti della sinistra, riuscirono a far gruppo con privi di vista iscritti al partito comunista e al partito socialista e le divisioni tra di noi furono amare e brucianti. Le tesi più aberranti furono inculcate nell'animo dei deboli di spirito i quali, poi, erano i più accaniti gridatori nelle assemblee e nelle riunioni di gruppi. Una delle tesi più stravaganti era questa: Nicolodi non ha voluto chiedere la pensione perché ha scelto di Condannare i ciechi nelle fabbriche dell'Ente . E ancora:Fino a quando l'Ente darà lavoro alle maestranze non vedenti, i ciechi non aVranno mai la pensione . Nacque così lo sloganvendete le macchine, basta col lavoro, vogliamo la pensione . NoiNicolodi eravamo in minoranza nelle fabbriche e nell'Unione, ma ci battevamo con ardore e sofEerenza perché sapevamo di essere dalla parte della verità e della ragione. La verità dei fatti ci diceva che Aurelio Nicolodi e la nostra Unione avevanO chiesto da sempre il sostegno della collettività attraVerso la concessione di un assegno vitalizio. La famosa legge del 1943, che assegnava all'Unione una percentuale sui biglietti degli spettacoli, era il coronamento di una battaglia durata tre lustri e significava il fondo permanente per l'assegno vitalizio. La guerra e lo scompiglio che accompagnò la tragedia post-bellica, vanificarono i risultati ottenuti anche nel campo pensionistico. La ragione divenne il patrimonio ideale deiNicolodiania Firenze e in Toscana e contro la visione dei nostri avversari che vedevano già i ciechi protetti da una pensione statale, dopo essere stati ricacciati nell'oscurità dell'ignoranza e nella morte fisica di una vita senza lavoro opponemmo una resistenza assidua, fatta di fede, di passione, di lacerazioni. All'Ente di Lavoro si susseguivano commissari ministeriali e direttori di fabbrica che fomentavano le nostre divisioni e così tutto · si complicava enormemente. Si creò spontaneamente un gruppo di attivisti formati da elementi di ogni reparto dell'Ente di Lavoro e a questo gruppo l'Unione e l'Ente stesso devono molto. I più attivi e instancabili, da allora fino ai nostri giorni in cui scrivo questa magnifica storia di impegno e di volontà, furono quelli che poi risulteranno anche sul piano personale dei veri fratelli di spirito con i quali ho diviso prima fischi e insulti, poi la gioia di vedere trionfare le noStre tesi e di consacrarle nell'azione e nelle opere spese al fianco del Successore del primo Presidente, il Prof. Paolo Bentivoglio, luminosa figura di uomo e di guida che andava raccogliendo una pesante eredità in una delle più terribili ore della nostra èra. Enzo, Zaniboni, Gino Baragli, Luigi Borrani, Giuseppe D'Amore, Dino Viacava, Luigi Festa, con me e tanti altri, formavano il gruppo deiNicolodiani più accaniti. Eravamo presenti in tutte le assemblee dove si discutevano problemi riguardanti i ciechi Ogni riunione mirava a fare approvare un documento di condanna di qualche particolare settore delle nostre attività associative delle strutture create per il nostro riscatto. Questi documenti dovevano servire per influenzare il Ministro degli Interni e farlo intervenire nelle nostre cose. Lo scopo principale era quello di impedire la celebrazione del VI Congresso nazionale dell'Unione; forze esterne e gruppi interni alla nostra Associazione volevano impedire il primo Congresso della ripresa e miravano alla nomina di un commissario straordinario anche all'U.I.c. Le riunioni finivano all'alba e spesso cominciavano le botte Avevamo, nel gruppo, due formidabili volontari del pugilato ideologico, cioè del pugilato praticato come autodifesa contro energumeri che parlavano e minacciavano. Questi due compagni si godono ora la pensione di lavoratori, maturata dopo una vita di laborioso contributo alla nostra vittoria di operai che seppero veder giusto in opposizione a deputati, sindacalisti, professori e gente varia, ai quali impedimmo di conquistare le nostre Organizzazioni Questi due compagni sono Giovanni Faeti e Luigi Lolli. Li ricordo non per esaltare i pugni che hanno distribuito, ma per ricordare la sofferenza nostra e loro quando le animate discussioni finivano così male. Un certo Sig. Crudi, allora comunista, era il vedente più accanito e il vero responsabile delle nostre divisioni. Nella tarda estate del 1945, questo seminatore di discordie organizzò una riunione alla Federazione comunista in Via dell'Anguillara: invitò i ciechi iscritti ai due partiti della sinistra, ma alla porta d'ingresso si volle impedire a me e al gruppo deiNicolodianidi entrare. In queSto gruppo ormai coesistevano socialisti e comunisti non vedenti ed entrammo a furor di tessere. La riunione mirava a impedire la celebraziOne del Congresso con l'invio di un telegramma in tal senso al Ministro degli interni. Ci fu uno scontro serrato e di altissimo valore morale. Eravamo per la maggior parte operai non vedenti, ma c'erano anche il CrUdi e qualche altro estraneo al nostro ambiente. Parlarono Zaniboni, D'Amore, Abbatiello, Festa, mentre io chiusi gli interventi degli unionisti La nostra tesi trionfò. Accusammo duramente il crudi e altri vedenti di tentare di spezzare quella fraternità nata fra i banchi di scuola e maturata nelle fabbriche e nella vita. Io rinfacciai agli intrusi di non sapere dove stesse di casa la democrazia, perché non volere un Congresso significava calpestare la dignità dei ciechi italiani, i quali tutti, al posto di un commissario di governo, preferivano un presidente liberamente eletto. Impedita la partenza del telegramma, ci fu proposto di scegliere quattro nomi tanti erano i delegati della Toscana al Congresso nomi che, scelti in quella occasione, dovevano poi essere votati nell'assemblea precongressuale della Sezione Toscana dell'U.I.C. Furono fatti quattro nomi tutti appartenenti al gruppo notoriamente contrario alla politica associativa di allora. Ingaggiammo una battaglia anche su questo aspetto di quella riunione e ne uscimmo inaspettatamente vittoriosi. I nomi che ottennero il maggior numero di consensi furono quelli di Zaniboni, D'Amore, Dina De Licio e Fucà. Quella riunione fu un vero trionfo Avemmo soddisfazione nel dibattere le nostre tesi e vincemmO anche sul piano personale attraverso un confronto fra i rappresentanti di due linee ben diverse e in contrasto tra di loro. Quei risultati sbalordirono e mandarono in bestia i promotori. Uno di loro, irato, sbatté un pugno sul tavolo e gridò:A Firenze ci sono troppi nicolodiani tra i ciechi . Quel pugno e quel grido furono un segnale di lotta aspra e senza esclusioni di colpi, lotta che durerà oltre un lustro con alterne vicende Poco dopo ebbe luogo l'assemblea della Sezione Toscana dell'U.I.C. e i quattro operai, designati in quella tempestosa riunione in sede politica, furono ampiamente votati in sede associativa. Dimostrammo che la Firenze operaia non aveva sbattuto la porta in faccia alla storia, alla gratitudine, alla fede verso gli.uomini e verso le istituzioni che durante il ventennio fascista, e malgrado il regime, avevano con dignità operato al servizio di una rivoluzione senza inni e senza sangue, una rivoluzione che aveva, già inciso nell'animo nostro il diritto all'autogoverno, il dovere di batterci per non farci strappare dalle nostre mani la direzione delle nostre Organizzazioni, le faticose conquiste già raggiunte, gli obbiettivi che la riconquistata democrazia avrebbe dovuto facilitare. La guerra era finita da poco e il popolo andava prendendo posizione, al fianco dei diversi e troppi partiti politici, con quella passionalità propria della gente latina. A Firenze i partiti della sinistra vennero investiti, da ambasciatori settari, del problema della cecità e delle Organizzazioni dei non vedenti e ci vollero tempo e tanta pazienza per rovesciare una tendenza tutta negativa e dolorosa sa nei rapporti fra l'Unione e i partiti comunista e socialista. Gli avversari di Nicolodi, di Bentivoglio e del nostro Sodalizio, puntarono tutte le loro insistenze su Firenze, sugli operai ciechi Nella nostra città erano infatti la Sede Centrale dell'Unione, l'Ente con le sue sei fabbriche, l'Istituto professionale per giovani privi di vista, la stamperia Braille; insomma qui era il cuore, e colpire il cuore significava vincere una grande battaglia, quella decisiva. PAOLO BENTIVOGLIO. IL PIù GRANDE DEI CIECHI PARTIGIANI. Quando Aurelio Nicolodi fu costretto a rassegnare le dimissioni da ogni incarico riCoperto nelle istituzioni dei Ciechi per imposizione del Maggiore Carità capo delle SS italiane, l'Unione fu guidata da un triUmvirato composto da Paolo Bentivoglio, Gian Emilio Canesi e Teubaldo Daffra. Le maggiori responsabilità, il lavoro vero di capo dell'organizzazione, caddero sulle spalle di Paolo Bentivoglio. Tra il 1944 e il 1945 Bentivoglio era spessissimo a Firenze. TUtti immaginaVamo che i suoi spostamenti da Bologna, dove dirigeva con grande prestigio il locale istituto per ciechi, avessero per scopo il contatto con il capo spirituale delnostro Movimento, con .Aurelio Nicolodi. BentiVoglio veniva si a Firenze per incontrareNicolodi, ma più spesso per le sue attività clandestine di partigiano. Nell'autunno del '45 mi trovai, insieme a un gruppo di non vedenti divisi tra favorevoli e contrari all'Unione, nel negozio del barbiere Armando in Via Marconi.In attesa di farci i capelli discutevamo con passione, e su Bentivoglio furono fatti appreZZamenti da parte di sprovveduti: io reagii con durezza e mi rivolsi ad un compagnO particolarmente accanito, affermando che non aveva il dirittO di parlare così di un uomo che era un grande socialista, prima ancora che un grande cieco.Armando finì di servire un cliente che ci aveva ascoltati senza interloquire. Quel signore vedente Si alzo, mi venne accanto e con voce alta e seVera mi disse:Tenetevelo caro, quel Bentivoglio, è un grande uomo, è un eroe ! Io sono un ufficiale partigiano e tante volte mi ha fatto passare le linee rischiando la vita . Restammo tutti in silenzio e fu per il nostro gruppo di unionisti un'ennesima vittoria. Avevo visto Bentivoglio a casa di Nicolodi e tantissime volte negli uffici dell'Unione, o dell'Ente, o dell'istituto, sempre mi colpirono la sua semplicità, la sua umanità, la grande volontà di esserci utile. Ci ascoltava per ore e ore senza mai togliere la parola ad alcuno, senza infastidirsi, commentandoogni proposta, accettando ogni critica, impegnandosi sempre a tornare per riprendere il dialogo. . Arrivava con i mezzi di trasporto più impensati: una volta: aveva viaggiato su di un camion militare che trasportava farina e i suoi abiti, mal spazzolati dalla sua guida, ancora facevano notare la polvere bianca sparsa un po' dovunque. Lo finimmo di pulire noi e dopo la guerra, commentando quell'episodio stando il suo sigaro, ci raccontò che l'accompagnatore ell ufficiale polacco che aveva lasciato le formazioni tedesche per passare nelle formazioni partigiane e nell'esercito di liberazione. Bentivoglio aveva il socialismo nel sangue, ce ne parlava con trasporto. Amava la lotta, non curava il rischio, era un fi dabile oratore, uno scrittore eccezionale, un uomo che nella polemica smarriva quell'educazione, quella signorilità, quel tratto elegante di galantuomo di fine ottocento che lo facevano sintire a suo agio in ogni salotto della borghesia, senza perdere mai i suoi connotati di progressista. Gli avversari delle nostre istituzioni intuirono che l'eredità di Aurelio Nicolodi stava passando sulle sue spalle e lo investirono di critiche pungenti e di attacchi selvaggi. Ma l'uomo era un colosso e contro di lui nulla poté la meschinità vociante di una minoranza ignara del suo passatO e del suo valore. Paolo Bentivoglio nacque a Modena il 26 giugno 1894 e studiò presso l'istituto dei ciechi di Milano. A 16 anni si iscrisse al Partito Socialista Italiano:un anno dopo era già delegato della sua città al Congresso Nazionale del partito e, successivamente,fu eletto al Consiglio Comunale e poi al Consiglio provinciale di Modena. Nel 1926 i fascisti gli bruciarono lo studiO. Fu segretariO della Camera del Lavoro ddi modena fino fino alla sua chiusura per intervento fascista. Del 1931 fu Direttore dell'IStitutOFrancesco Cavazza di Bologna e con lui i giovani ciechi conosCeranno una guida aperta, innovatrice e severa. Nella sua casa bolognese si riunì il C.N.L. dell'Emilia e ROmagna, mentre nell'istituto vennero protetti partigiani e perSegUitati politici. Partigiano combattente, ottenne la Croce al Merito di guerra; inoltre ebbe il riconoscimento della Medaglia d'argentO al valore civile per aver portato in salvo --accompagnato dalla sua cara consorte Signora Teresa da Biancanigo --sul Senio a Bologna, nel gennaio 1945, un gruppo di donne cieche. La prima lezione che quel grande maestro impartiva a noi giovani in quel difficile periodo riguardava il nostro rapporto col partito e con la nostra Associazione. Io vorrei che tutti i ciechi fossero iscritti ad un partito ma non consentirei ad alcuno di portare il partito nella nostra associazione . Così parlava Bentivoglio a noi giovani operai assetati di fare politica e di lavorare per la nostra Unione. Ci confermava che il nostro duplice impegno era compatibile e ripeteva che, nonostante il fascismo, Nicolodi aveva guidato il Sodalizio lasciando nelle mani dei ciechi le sorti del Movimento. Ricordatevi che nel ventennio abbiamo sempre votato per sceglierci i dirigenti , ci diceva con fierezza Paolo Bentivoglio. Con lui commentai a lungo la battaglia, sostenuta a propoSito dei delegati al Congresso Nazionale dell'U.I.C., svoltasi nella sede della Federazione comunista e ricordo la sua visibile gioia le sue parole piene di compiacimento per quel risultato. Egli sapeva che i quattro designati erano comunisti e socialisti, ma lo rendevano felice le motivazioni con le quali avevamo vinto sUl gruppetto di vedenti e di privi di vista contrari alla convocazione della nostra Assise nazionale, e si complimentò con noi per avere fatto tutto da soli.Siete maturi per i tempi difficili che verranno e l'Unione anche con voi operai fiorentini andrà avanti . Queste affermazioni di un uomo di quel valore ci servivano di sprone e agivano sul nostro morale come spinta a non mollare. Quando sapemmo da Nicolodi, direttamente e ufficialmente che Bentivoglio doveva essere il suo successore, comprendemmo il valore dell'imminente Congresso e partimmo per Roma sicuri di portare il nostro contributo ad una grande svolta. Doveva nascere l'Unione del dopo guerra, lUnione che dovevà irradiarsi oltre le strutture esistenti per prepararsi al confronto con una società pluralista e ricca di spinte e controspinte per le quali erano necessarie saldezza morale e certezza di comportamenti. SPERI GASTALDO BRAC. Il primo sindaco cieco in Italia. Il Prof. Speri Gastaldo Brac è nato a Chiaverano (Torino) il 14 dicembre 1909. Ha perduto la vista all'età di 12 anni mentre aiutava il padre nella sua piccola azienda agricola. Nel 1929 è entrato all'Istituto Configliachi di Padova per imparare il Braille ed ha frequentato l'Istituto Magistrale con i vedenti. Nel 1939 si è laureato in Pedagogia presso la facoltà di Magistero di Torino. La sua carriera di docente si è svolta presso il Liceo classico di Aosta, di Ivrea e presso il Liceo scientifico di Ivrea dove ha insegnato filosofia e storia. Dal 1943 al 1945 ha partecipato alla Resistenza, svolgendo un ruolo importante nel Comitato di Liberazione di Chiaverano, tanto che dopo il 25 aprile 1945 è stato designato Sindaco del paese per preparare le elezioni amministratiVe del 1946. E' stato sindaco di Chiaverano dal 1946 al 1951 e poi dal 56 al 1964. Egli è stato il primo sindaco cieco in Italia. Subito dopo la liberazione il Prof. Brac ha fatto parte del CentrO ComunitarioAdriano Olivetti,del quale è stato PresIdente per il Comune di Chiaverano. Il CentrO ebbe il Compito di riorganizzare l'economia del CanaveSe soprattutto in relazione alla situazione industriale, con particolare rappOrtO con la Ditta Olivetti. LA RELAZIONE di NICOLODI AL SESTO CONGRESSO DELL'U.I.C. Il trionfo di Paolo Bentivoglio nuovo Presidente. Mi piace riportare due documenti significativi di quel primo Congresso della ripresa post-bellica. Presentando le sue dimissioni da Presidente Nazionale dell'U.I.C. Aurelio Nicolodi ricevé dal Congresso il tributo di affetto e di stima raccolto nei due ordini del giorno qui riportati: UNIONE ITALIANA CIECHI VI CONGRESSO NAZIONALE ROMA. 13 14 Novembre 1945. Il VI Congresso dell'Unione Italiana Ciechi, udita l'ampia relazione del Presidente sulla venticinquennale opera del Sodalizio, VOlge il suo pensiero al vasto lavoro compiuto il quale ha condotto i ciechi d'Italia dallo squallore del crepuscolo della beneficienza elemosiniera, della generale incomprensione, al fervore del lavoro collettivo ed alla luce della fraterna solidarietà e della dignitosa valorizzazione del loro lavoro nel consorzio nazionale, TRIBUTA AD aurelio nICOLODI, geniale artefice e condottiero di QUESTA opera di umana rivalsa, il plauso e l'imperitura graTitudINE DI tutti i ciechi italiani. AFFERMA: che nel consolidamento organizzativo ed economico del ' sODAlizio egli ha dato alla categoria l'arma più sicura per la DIFESA ed il perfezionamento delle sue conquiste. CONSTATA: che con l'attuazione della organizzazione scolastica, con la CREAzione dell'Ente Nazionale di Lavoro per i Ciechi, con la SOLUzione già apprestata del problema della previdenza, con l'atTIVITà data a tutte le altre soluzioni che costituiscono lo sforzo, L'ORGOglio e l'aspirazione del movimento e che dovranno trovARE IL loro coronamento nella Costituzione dell'Opera Nazionale di aSsistenza per i ciechi, egli ha dimostrato le sue impareggiABBILI doti di costruttore e di capo; TRAENDO: da questi alti precedenti la convinzione profonda che soltanto Aurelio Nicolodi possa guidare i figli dell'ombra verso le nuove tappe della loro valorizzazione sociale; DICHIARA: di non poter accogliere le sue dimissioni e sicuro interprete del sentimento e dei bisogni dei ciechi italiani, lo invita a restare il vessillifero della loro marcia verso le mète che egli ha così luminosamente additato . Dopo che Nicolodi ribadì la decisione irrevocabile di mantenere .... le dimissioni: UNIONE ITALIANA CIECHI VI CONGRESSO NAZIONALE ROMA. 13 14 novembre 1945 Il VI Congresso dell'Unione Italiana Ciechi nell'acclamare Aurelio NiColodi quale Presidente Fondatore del Sodalizio FA VOTI: che il suo impareggiabile apporto di consiglio e di opera sia costantemente mantenutO per la difesa delle realizzazioni già conseguite e per il raggiUngimentO delle mète da lui stesso segnate, ed a tale effetto DELIBERA: di conferirgli il diiritto di partecipare alla vita del Sodalizio intervenendo alle adunanze di Giunta, del Consiglio Nazionale e del Congresso, nella certezza che egli continuerà ad essere lo strenuo difensore di ogni conquista raggiunta ed il fervido animatore di ogni nuova iniziativa. Voglio rilevare la grande forza di Nicolodi in quelle giornate congressuali. La sua bella relazione sui venticinque anni di lavoro appassionato Ci aveva fatto rivivere le condizioni dei portatori di CeCità in Italia, prima e dopo la fondazione dell'Unione. Del resto noi tutti, congressisti giovanissimi e anziani, avevamo vissuto sulle noStre carni tutte le tappe di quel quarto di secolo ora rievocato. NiColodi resisté al nostro affetto, al nostro entusiasmo, e decisamente volle che un uomo nuovo guidasse le sorti dei ciechi italiani in quel periodo che già si annunciava foriero di vaste trasformazioni politiche e sociali. COme tutti i veri capi che sanno guidare un popolo, costruire Presente e influenzare l'avvenire, Aurelio Nicolodi in quelle giornate romane passò a noi due imperativi: l'impegno all'unità, l'indicazione di Paolo Bentivoglio quale suo successore. La delegazione operaia che rappresentava la Toscana fu attivissima. Io parlai al Congresso, fui ascoltato e applaudito, e finalmente fu raggiunto un grande risultato: riuscimmo a far eleggere uno dei nostri nella Giunta Nazionale. Enzo Zaniboni fu il primooperaio ad entrare in Giunta; a distanza di anni lo seguirannO. Baragli, il sottoscritto e Luigi Borrani, tutti e quattro provenienti dalle file delle maestranze dell'Ente di Lavoro. Paolo Bentivoglio fu eletto secondo Presidente Nazionale della nostra Unione e quel Congresso, che doveva essere evitato per mano di ingerenze politiche e governative, che doveva dividere i ciechi italiani, fu invece il trionfo dell'unità, la riconferma della sensibilità e della gratitudine dei non vedenti italiani per Nicolodi, autentico gigante del risveglio sociale, fu la vittoria di Paolo Bentivoglio, voce nuova di una battaglia originale che si apprestava a chiamare a raccolta tutte le energie per la difficile ripresa. I VENTICINQUE ANNI di ATTIVITA LEGISLATIVA DELLA PRESIDENZA NICOLODI. 1923 R.D. 29 luglio, n. 1789 Costituzione in Ente morale dell'Unione italiana dei ciechi di Firenze R.D. 11 novembre, n. 2395 Ordinamento gerarchico delle Amministrazioni dello stato. R.D. 30 dicembre, n. 2841 Riforma della legge 17 luglio 1890 n. 6972, sulle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza. R.D 31 dicembre, n. 3126 Disposizioni sull'obbligo della istruzione. 1924 R.dL.. 24 gennaio, n. 179 - Istruzione professionale nelle scuole annesse agli istituti di ricovero e di Patronato dei ciechi. O.M. 27 giugno - Istruzione elementare dei ciechi. R.D. 13 novembre n. 2349 - Riordinamento della Regia scuola Professionale per ciechi adulti, in Firenze. R.D. 13 novembre n. 2350 - Riordinamento della Regia scuola professionale Pro ciechi Paolo Colosimo in Napoli. 1925 T.U. 22 gennaio, n. 432 - Approvazione del Testo unico delle leggi sulla istruzione elementare, post-elementare e sulle sue opere di integrazione. R.D. 4 maggio, n. 653 - Regolamento sugli alunni, gli esami e le tasse degli istituti medi di istruzione. R.D. 30 agosto, n. 2568 - Passaggio dell'Istituto dei Ciechi di Cagliari alla diretta dipendenza del Ministero della Istruzione. R.D. 30 agosto, n. 2569 Passaggio dell'Istituto Vittorio Emanuele II per i fanciulli ciechi in Firenze alla diretta dipendenza del Ministero della Istruzione. R.D. 30 agosto, n. 2570 - Passaggio dell'Istituto provinciale ciechi di Lecce, alla diretta dipendenza del Ministero della Istruzione. R.D. 15 novembre, n. 2483 Istituzione in Roma di una REgia scuola di metodo per insegnanti e maestri istitutori per ciechi. 1926 R.D. 14 marzo, n. 786 Passaggio dell'Istituto dei ciechi Bologna alla diretta dipendenza del Ministero dell'Istruzione. .. R.D. 14 marzo, n. 830 - Passaggio dell'Istituto dei ciechi d Torino alla diretta dipendenza del Ministero dell'Istruzione. R.D. 15 aprile, n. 1012 - Passaggio dell'Istituto regionaleGiuseppe Garibaldiper ciechi in Reggio nell'Emilia alla diretta dipendenza del Ministero dell'Istruzione. R.D. 16 agosto, n. 1780 - Passaggio dell'Istituto Principe di Napoli per i giovani ciechi d'ambo i sessi, in Napoli, alla diretta dipendenza del Ministero dell'Istruzione. R.D. 16 agosto, n. 1781 - Passaggio dell'Istituto dei ciechi in Milano alla dipendenza del Ministero dell'Istruzione. R.D. 27 ottobre, n. 2263 - Passaggio alla dipendenza del Ministro dell'Istruzione dell'Istituto dei ciechi Florio e Salamone. in Palermo, che viene dichiarato istituto scolastico. R.D. 16 dicembre, n. 2470 - Passaggio alla dipendenza del MiniStero dell Istruzione dell'Asilo Rittmayer per i ciechi poveri, in Trieste, che viene dichiarato istituto scolastico 1927 R.D 28 aprile, n. 801 - Disposizioni concernenti la carriera dei professori dei Regi istituti di istruzione artistica, dei Reali educandati femminili e della Regia scuola magistrale per l'educazione dei ciechi. 1928 R.D. 5 febbraio, n. 577 - Approvazione del Testo unico delle leggi e delle norme giuridiche emanate in virtù dell'art. 1, n. 3, della legge 31 gennaio 1926, n. 100 sulla istruzione elementare, e sulle sue opere di integrazione. R.D. 26 aprile, n. 1297 - Approvazione del Regolamento generale sui servizi della istruzione elementare. R.D. 31 maggio, n. 1334 - Regolamento per l'esecuzione della legge 31 giugno 1927, n. 1264 sulla disciplina delle arti ausiliarie delle professioni sanitarie. R.D. 8 novembre, n. 3291 - Aumento dei contributi degli Enti locali a favore délla Regia scuola professionale per ciechi di Firenze. 1930 R.D 23 gennaio, n. 119 - Erezione in Ente morale della Federazione nazionale delle istituzioni pro ciechi, in Firenze. Legge 1o maggio, n. 566 - Fusione della Società nazionale Margherita di Patronato per i ciechi nella Unione italiana dei ciechi con sede in Firenze. 1931 R.D 12 marzo, n. 243 - Fusione di due istituti per ciechi di Firenze in unicO Ente denominato Istituto nazionale dei ciechi Vittorio Emanuele II . 1932 Legge 19 maggio, n. 591 - Aumento del contributo del Ministero dell' Educazione Nazionale a favore della Regia scuola professionale annessa all'Istituto Pro ciechi Paolo Colosimo in Napoli. 1934 R.D. 3 marzo, n. 383 - Approvazione del Testo unico della legge Comunale e Provinciale. R.D. 11 ottobre, n. 1844 - Istituzione, con sede in Firenze, di un Ente morale denominato Ente lavoro per i ciechi . 1935 Legge 18 aprile, n. 961 - Conversione in legge del Regio decreto legge 11 ottobre 1934, concernente la istituzione, con sede a Firenze, di un Ente denominato Ente Nazionale di Lavoro per i ciechi . R.D. 7 novembre, n. 2529- Approvazione del regolamento per l'esecuzione del regio decreto-legge 11 ottobre 1934, n. 1844, convertito nella legge 19 aprile 1935, n. 961, istitutivo dell'Ente nazionale di lavoro per i ciechi. 1936 R.D.L. 17 settembre, n. 1932 - Istituzione e trasformazione di corsi, scuole ed Istituti di istruzione tecnica. R.D. 25 maggio, n. 1255 - Fusione dell'Opera Pia Faro d'Italia con sede in Roma con l'Ente nazionale di lavoro per i ciechi, avente sede in Firenze. 1937 D.M. 20 aprile - Istituzione a favore dell'Ente nazionale di lavoro per i ciechi della Concessione speciale ferroviaria LII. 1939 Legge 20 novembre n. 1827 - Impiego dei ciechi nei reparti della milizia Contraerea ed artiglieria marittima, per la ricezione aerofonica. D.M. 8 dicembre - Approvazione degli orari, programmi di insegnamento e di esame e i raggruppamenti per materie per le scuole seCondarie di avviamento di tipo industriale maschile e femminile per i ciechi. 1940 R.D. 1 luglio, n 1378 - Istituzione di un Regio istituto professionale per i ciechi in Firenze. R.D. 16 ottobre - Istituzione, registrazione e soppressione di scuole e corsi secondari di avviamento professionale a decorrere dal 16 ottobre 1939. R.D. 2 dicembre, n. 2033 - Approvazione del Regolamento per l'esecuzione del regio decreto-legge 11 ottobre 1934, n. 1844 convertito nella legge 18 aprile 1935, n. 961 istitutiva dell'Ente nazionale di lavoro per i ciechi. 1941 DM 26 febbraio - Autorizzazione all'Istituto nazionale dei ciechi Vittorio Emanuele II di Firenze ad istituire una scuola per il rilascio della licenza di abilitazione all'esercizio dell'arte ausiliaria e massaggiO. D.M. 25 agosto - Autorizzazione al funzionamento dell'Istituto dei ciechi S. Alessio di Roma, composto dei corsi di organo, pianoforte, armonia, canto gregoriano e canto corale, dal 1 maggio 1941. R.D. 29 agosto, n.1449 - Riordinamento dell'istituto professionale per i ciechi. 1942 Legge 14 dicembre, n. 1664 - Approvazione delle materie di insegnamento per le scuole professionali per i ciechi. 1943 R.D.L. 11 gennaio n. 65 - Provvedimenti in materia di finanza locale. D.M. 21 aprile - Orari e programmi di insegnamento per le scuole di istruzione professionale per i ciechi. D.M. 15 giugno - Autorizzazione al funzionamento della scuola musicale annessa all'istituto per i ciechi Configliachi di Padova. 1945 D.I. 31 luglio - Tabella organica dei posti di ruolo e di quelli da conferirsi per incarico presso il regio istituto d'istruzione professionale per i ciechi di Firenze dell'anno scolastico 1942'43. D.I. 2 settemlbre - Tabella organica dei posti di ruolo e di quelli da conferirsi per incarico presso il Regio Istituto d'istruzione professionale per i ciechi Paolo Colosimo di Napoli. Il lettore attento noterà, scorrendo l'elencazione di leggi, ordinanze ministeriali, decreti ministeriali e altre provvidenze, l' imane fatica spesa dal Presidente nei diversi Ministeri. Appare gigantesca l'opera di costruzione di moderne strutture scolastiche attraverso le quali passeranno migliaia di ciechi avviati verso la redenzione. L'azione legislativa fisssa le prime tappe delle utilizzazioni di lauree, diplomi e specializzazioni professionali. Notiamo la fondazione di strutture e il riferimento di particolari provvidenze per il loro funzionamento. La creazione dell' Ente Nazionale di Lavoro per i Ciechi è una geniale rIisposta alle necessità di collocamento per qUanti non sono stati avviati agli sstudi, e l'opera di organizzazione delle prime sei fabbriche palesa il genio del Presidente fondatore. Due aspetti preminenti saltano all'attenzione di ogni studioso del fenomeno sociale che qui si esamina: il primo ci porta a ribadire che in Italia i primi figli del proletariato che, a totale carico dello Stato, hanno percorso la carriera scolastica, dalle elementari alle uniVerSità, sono i ciechi Quindi, figli di contadini, di operai, di povera gente del Sud, hanno potutO portare la loro cecità in ogni impegno scolastico, conquistando poi le prime cattedre nell'insegnamento della musica e delle materie che non comportavano elaborati scritti. Il secondo aspetto si riferisce al grado di preparazione degli operai non vedenti Che entravano nelle fabbriche dell'Ente: eravamo maestranze: con la con la licenza delle scuole industriali o tecniche, quindi per quegli anni eravamo i soli operai dotati di una capacità culturale propria delle società avanzate e questo, tengo a ribadirlo, non era certo merito del regime fascista, ma piuttosto, di questa nostra grande organizzazione che aveva saputo cogliere traguardi e primati di avanguardia. Per verità storica va ribadita la grande volontà di Nicolodi di far conseguire ai ciechi italiani, insieme al diritto alla scuola, il diritto al lavoro nonché ad una pensione dello Stato. Col Regio decreto Legislativo 11 gennaio 1943, concernente disposizioni di finanza locale, veniva conquistato un fondo ricavato dagli introiti sugli spettacoli, fondo che doveva consentire la prima tappa per l'erogazione di un assegno vitalizio ai ciechi indigenti. Nel 1942 l'Unione raggiunse un traguardo particolarmente importante che valeva molto più di una legge: L'articolo 340 del vecchio codice civile del 1865 recitava: Il sordomuto ed il cieco dalla nascita, giunti all'età maggiore, si reputerannO inabilitati di diritto, eccetto che il tribunale li abbia dichiarati abili a provvedere alle cose proprie . L'inabilitazione di diritto, che privava il cieco della capacità di diSporre dei propri beni e di provvedere a molti atti della vita quotidiana, era la regola per il cieco nato e poteva venire cancellata solo con un atto esplicito del Tribunale. La posizione venne capovolta per opera dell'Unione Italiana Ciechi con la pubblicazione del nuovo codice civile del 1942. All'articolo 415 ultimo comma, che legifera sulle persone che possano essere inabilitate, si legge:Possono infine essere inabilitati il sordomuto e il cieco dalla nascita o dalla prima infanzia, se hanno ricevuto un'educazione sufiiciente . Anche il cieco nato quindi ha la piena capacità giuridica alla sola condizione che abbia ricevuto un'adeguata educazione; di qui la conferma della priorità data dall'Unione Italiana Ciechi alla risoluzione dei problemi educativi. LA CENA AL PASSETTO - UNA GRANDE LEZIONE. Durante le giornate congressuali furono molti i tentativi per influenzare le nostre decisioni. Gli attacchi che venivano dall'esterno avevano due obiettivi e due origini diverse. Si tentava di incrinare il rapporto di fìducia tra i congressisti e Nicolodi e l'operazione muoveva sia da Firenze, sia da ambienti dei mutilati di guerra della capitale i cui componenti, mossi da nostalgie del passato regime e da elementi di una destra in via di riorganizzazione, non perdonavano a Nicolodi stesso i rapporti con la Resistenza e il suo immutato prestigio in un'Italia diversa. Si sperava, inoltre, di colpire il nuovo astro nascente Paolo Bentivoglio, per impedirne l'elezione a presidente. Questo secondo tentativo veniva dal Ministero degli Interni, influenzato dal Commissario Straordinario dell'Ente di lavoro, il socialista Ing. Imburnona. Imburnona sapeva benissimo di quale grinta eravamo dotati noi Operai fedeli all'Unione e tentò tutte le sue carte in occasione di una cena in un lussuoso e rinomato ristorante romano, il Passetto.Era la prima volta che mettevamo piede in un ambiente così chic e certamente superiore alle nostre condizioni e immaginazioni, ma l'invito ci veniva da un uomo che chiamava i suoi dipendenti nel locale più fastoso di Roma, nel tentativo di staccarli dal carrO unitario già profìlatosi al CongreSSo Quel pover'uomo pagò un conto salatissimo, ma non ebbe fortuna: i suoi operai, i suoi dipendenti, andarono a cena con la decisa volontà di non vendersi, di non tradire. Tuttavia quella cena fu una grande lezione, non solo per noi, ma per l'intera Unione negli anni seguenti. Imburnona temeva Bentivoglio alla guida dei ciechi; pensava di poter esser cacciato dalla poltrona dell'Ente e, per evitare la propria defenestrazione, riuscì a trovare anche nel partito socialista qualche aiuto. Impariamo così, che un socialista cieco, poteva meno di un socialista vedente. La lezione fu amara e vedremo, negli anni e nei decenni successivi, che quella non sarà l'unica dolorosa occasione per soffrire di valutazioni sbagliate e frettolose del partito socialista, come del partito comunista o democristiano, presso gli apparati nei quali basterà sempre un solo mestatore per mandare in crisi rapporti curati per anni e anni. Per troppo tempo, chi ha tentato di colpire l'Unione si è mosso dalle fabbriche dell'Ente: su Firenze, infatti, si concentravano gli sforzi degli assalitori. Ricordo l'ostilità con la quale fu accolto Bentivoglio nella prima assemblea post-congressuale a Firenze. Fu una vera battaglia. A complicare le cose venne l'abrogazione della famosa Deca ,la legge che attraverso una parte degli introiti sui biglietti degli spettacoli, doveva dar vita al fondo speciale per l'assistenza ai non vedenti. Con questa abrogazione fu praticamente cancellato lo strumento di finanziamento dell'assistenza statale. Il Ministero delle Finanze dell'epoca, l'On. Scoccimarro, fu investito della responsabilità di quella abrogazione e a questo proposito nacque una polemica durissima tra Bentivoglio e alcuni ambienti comunisti. Da allora incominciò ad essere definito socialdemocratico dai suoi a versari di sinistra, mentre quelli di destra lo chiamavano socialcomunista: da notare che, a quell'epoca, i due termini quasi etichette con cui si voleva bollare un individuo nascevano da criteri settari e avevano un significato discriminante. L'abrogazione della Deca avvenne col Regio DecretO ; legislativo 30 maggio 1946 n. 538 e fu una doccia fredda per il nuovo Presidente e per l'inizio duro e faticoso del suo mandato. per la pensioniStica le lancette dell'orologio tornavano a zero e fu duro il compito di Bentivoglio per ricostruire le condizioni di partenZa per una battaglia che si rivelerà lunga, faticosa, snervante e ricca di trabocchetti. Il primo tentativo di scissione fu tentato prOprio sul problema pensionistico ad opera di un gruppetto di non vedenti fiorentini, umbri ed emiliani. Inizialmente ebbero qualche appoggio politico, ma poi l'operazione fallì miseramente. UNA COMPAGNA, UN FIGLIO. Dopo un breve periodo di rottura del nostro fidanzamento, io e Milena ci rappacificammo e il 10 maggio del 1945 ci sposammo in una piccola cappella. del Rione Santa Croce a Firenze. All'Armonium Pietro De Filippo che accompagnava la cantante Antonietta Guarino, due compagni d'istituto. La La giornata era ricca di sole e tutto prometteva. Letizia. Dopo pochi mesi di matrimonio eravamo in attesa di un figlio, uniti nella speranza e nel timore. Nonostante il rischio delle cateratte congenite, la vita familiare scorreva serena. I medici, ripetutamente interpelati, continuavano a ripetere che il primogenito, quasi certamente, avrebbe ;aVutO gli occhi perfetti e noi amavamo pensare che sarebbe stato così. Quanto abbiamo pregato in quei nove mesi in attesa di Gianni! Insieme a Milena chiedevo a Dio di risparmiarci la prova e soprattUtto di risparmiarla alla nostra creatura. Milena era felice per quella vita che le pulsava dentro e mi trasmetteva la sua gioia d'es sere madre. La vedevo così piena di entusiasmo che cento volte, SolO in religiosO raccoglimento, mi recavo presso l'altare della Madonna nella Chiesa della Santissima Annunziata per pregare e implorare salute per la sposa, occhi ricchi di luce per il nascituro. Avevo chiesto alla mia compagna, prima di sposarci, di rimanere senZa figli per quattro o cinque anni . Stiamo senza pensieri e senza timori per un po' di tempo dicevo e Milena consentiva, ma la maternità, i suoi rischi, il suo fascino, vinserO in lei e non volle aspettare Fu quello il periodo più bello del nostro matrimonio. Io fortemente impegnato per l'Unione, l'Ente di Lavoro, il Partito, il Sindacato, ma trovavo il tempo di stare con Milena, aiutarla, ricordo che davo lo straccio in casa per evitarle fatiche) accompagnarla al cinema, a teatro, allo stadio, dovunque manifestasse la volontà di andare. Vivevo una vita esaltante sotto ogni aspetto. Mio suocero gestiva ancora la sua pasticceria, ma io lasciavo riposare Milena. e mi alzavo alle quattro del mattino per preparare il forno e gli impasti. Quante migliaia di uova ho sbattuto in quel laboratorio la mattina presto! Alle sei, poi, in fabbrica fino alle due. Nel pomeriggio andavo a lavorare come massaggiatore presso la palestra Pastorini e a domicilio. Una volata presso gli uffici delle nostre organizzazioni e poi a casa a sentire, palpando, i progressi del figlioletto che faceva la rivoluzione nel seno benedetto della mamma. Col passare dei mesi aumentava la mia ansia, mio figlio stava per nascere ed io ora temevo, ero meno lieto, meno ottimista.I primi di giugno del 1946, pochi giorni prima dell'evento, mi recai per l'ultima volta alla Santissima Annunziata e stetti a lungo in ginocchio, raccolto ai piedi di quel quadro meraviglioso che io non vedevo, ma col quale mi sentivo in contatto. Pregai, implorai piansi. Chiedevo occhi senza macchie per mio figlio, un figlio sano, per la mia Milena; per me chiedevo di non essere punito per avere sognato una sposa e un figlio come ogni mortale. Il 9 giugno nacque Gianni. Era bellissimo. Una testina nera di capelli finissimi, un volto colorito e gioioso come quello di sua madre. Una voce possente ci diceva che non eravamo più soli, c'era lui, il baronetto bianco e rosa sempre voglioso di poppare. Milena, con quella testina fra i seni, con quella boccuccia assetata di latte, mi appariva una mamma meravigliosa. Tutta la nostra casa era costituita da una camera e da un cucinotto: Ogni sera Milena, Gianni ed io ci raccoglivamo qui, felici e pensoSi in una unità meraVigliosa avrei voluto chiedere alla mia compagna di scrutare in fondo quei grandi occhi neri per leggere e dirmi la verità, ma Milena non era mamma Maria ormai bravissima a cercare nelle pupille dei neonati la risposta di un'ansia lunga quanto una gravidanza Così pensavO, e ogni giorno rinviavo di parlare di questo argomento con quella giovane mamma che adorava una creatura che aVeVa fortemente voluto. Quando gli faceva il bagnetto, trastullava il bimbo come se non avesse fatto altro per tutta la sua giovanissima vita: aveva, infatti, superato da poco i vent'anni. Un giorno tornai a casa e vidi Milena triste, come spenta in viso. Non ebbe la forza di nascondere il suo tormento e non oppose alcuna resistenza alle mie domande.Milena hai portato il piccolo da un oculista?chiesi trepidante e tremante.Sì Giuseppe, rispose con un filo di voce quella povera mamma. Presi fra le braccia la creaturina ignara e me la strinsi sul cuore promettendole ogni sacrificio. Abbracciai Milena e confondemmo e unimmo tante lacrime. Mi investì una brutta crisi e passai mesi durissimi di tormento. Pensavo alla Via Crucis che fra poco sarebbe ricominciata: cliniche oculistiche, operazioni, visite dai primari più rinomati. Certo ora ci volevano i grandi nomi, ora io lavoravo e Milena lavorava nella pasticceria di suo padre e il nostro obiettivo era uno solo: dare a Gianni più vista che fosse possibile! Quel bel viso paffuto, quelle carni sempre fresche, sempre pulite e profumate, quelle braccia e quelle gambette sempre in movimento, riempivano la vita di tutti noi in casa. I suoi sorrisi meravigliosi qualche volta ci facevano dimenticare la pena che ci struggeva, pena che a tutti aveva tolto qualcosa. LA DEMOCRAZIA, VIA DIFFICILE. La grande speranza di vedere risolti i nostri problemi di categoria, con pronta e risoluta volontà politica della nuova Italia risorta dalle melme della dittatura e dalle rovine di una guerra perduta, incominciò a misurarsi con le infinite difficoltà di vita di una democrazia che doveva fare i conti con la presenza di una miriade di partiti e di una burocrazia che obbediva a leggi e nostalgie del passato. Bentivoglio ci spronava a farci vedere, a farci sentire da tutti e a Firenze ci organizzammo per assediare tutti i capi storici dei partiti in lizza per le elezioni dei deputati costituenti. In quel periodo credo di non aver perduto un solo discorso dei capi partito. Il più assiduo compagno d'ascolto era Luigi Borrani. Ero diventato bravo messaggero delle nostre istanze portate sul palco dei grandi oratori ai quali veniva consegnato un promemoria e illustrato telegraficamente il problema; il tutto naturalmente veniva accompagnato dalla precisazione che aspettavamo riSpOste ben chiare e impegno. Non di rado chiedevamo all'oratore stesso di anticiparci qualche tematica del discorso imminente e spesso venivamo aCcontentati Una volta un Commissario di polizia, addetto al servizio d'ordine di Piazza Signoria, sede dei più famosi comizi dei Segretari dei partiti e del capo del Governo o dei ministri, ci disse:Ma voi siete presenti per tutti i partiti e non vi stancate mai! Sì, eravamo presenti sempre e non ci stancavamo mai di portare avanti le nostre isstanze che in quel periodo erano due: la pensione e la salvezza dell'Ente Nazionale di Lavoro per i Ciechi, in crisi gravissima. Spesso capitava che, fatti salire sul palco per consegnare le nostre petizioni, venivamo invitati a restare e così io socialista e Borrani repubblicano, fínivano con l'ascoltarci un bel discorso democristiano o liberale ) o comunista. Quando c'era qualche grande oratore comunista io col patto d'unità d'azione ero in famiglia, ma Borrani fremeva in silenzio e con rispetto. Lo stesso facevJ quando l'oratore era democristiano; in questi casi Luigi soffriva meno.. Ma qualche volta SU quel palco mi son trovato a disagio. Parlava a Firenze in Piazza della Signoria Alcide De Gasperi. Ci volle un po' di pazienza per vincere gli ostacoli per arrivare sulla tribuna dell'oratore, ma poi fummo su. Il capo del Governo fu gentilissimo, ci ascoltò e ci promise attenzione. Eravamo raggianti di gioia per aver portato a termine la missione. Saremmo scesi per non disturbare, fummo invitati a restare lì. Ho imparato poi, facendo politica attiva, cke quel posto sul palco, accanto al grande oratore, era riservatissimo e molto conteso. La stampa, i cronisti della radio, più tardi la televisione, immortalano i più vicini al gran capo che parla, i quali di solito sono i più diretti responsabili delle strutture locali del partito. Restammo sul palco e ascoltammo De Gasperi. Per cortesia ogni tanto ci univamo agli applausi generali, ma in un'occasiOne mi dispiacque davvero unirmi al consenso pronto ed entusiàsta della folla immensa che gremiva la piazza e le strade adiacenti. Alcide De Gasperi parlava con foga della forza della Democrazia Cristiana, quando una raffica di vento fece scuotere i grandi cartelli col simbolo del suo partito che sventolavano sulla sua testa Sul palco si ebbe paura che quei cartelli potessero colpire l'oratore, il quale fu avvertito con un cenno del probabile pericolo. De Gasperi prese lo spunto per dire con forza che la Democrazia Cristiana non era in pericolo:La D.C. di carta è mossa dal vento, quella che siete voi non c'e vento che possa sradicarla dal Paese. Queste parole mandarono in estasi la folla che lo acclamò a lungo e applaudì freneticamente. Io mi associai all'applauso e mi parve di non poter fare altrimenti in quella contingenza, ma mentre battevo le mani. mi auguravo proprio che non il vento, ma il socialiSmo, potesse sradicare la D.C. dall'Italia Palmiro Togliatti parlava nella stessa piazza per il partito comUnista e mi capitò di applaudire una sua frase, anche qui trascinato dalla buona educazione e dal particolare momento di emozione pOpolare. Anche in quell'occasione eravamo rimasti sul palco vicino al potente oratore.Solo il comunismo può assicurare le fortune della classe operaia , disse Togliatti, e l'immensa folla consentì col suo applauso. Togliatti non diceva il vero, ma io lo applaudii come fecero tutti su quel palco e in quella piazza. Più avanti negli anni ci capitò un episodio veramente divertente con Pacciardi, allora ministro della difesa. Ero con Borrani e avevamo la solita busta da consegnare. Prima del discorso non fu possibile parlare all'oratore, ma questi ci fece sapere che ci avrebbe ricevuti in albergo. Puntualmente eravamo all'appuntamento. Il Ministro si era messo a nuovo, aveva lasciato gli abiti da tribuno e scese nella hall in doppio petto blu. Ci fece accomodare al suo fianco e ci invitò ad esporre le nostre esigenze. Volevamo che il ministerO della Difesa rispettasse la Legge per le forniture di lavoro all'Ente per procurare commesse militari alle nostre fabbriche e pOi volevamo che insieme con gli altri ministri pensasse alle pensioni dei ciechi, un'istanza, questa, che stentava a prendere corpo nella immaginazione e risoluzione della nuova classe politica. Pacciardi, con l'aria di chi ha già fatto tutto, ci rispose che il ConSiglio dei Ministri aveva appena approvato una sostanziale rivalutazione delle pensioni per i ciechi. Ci consigliò di far passare qualche annO e poi, se mai, tornare alla carica. Borrani lo voleva interonnpere, dava segni di impazienza, ma io lo calmavo toccandogli a sCarpa con la mia. Lo esortavo alla calma, con quel gesto, perché saPevo bene che Borrani ogni tanto sbottava con la sincerità e rudezza del contadino Era infatti figlio della terra, i suoi genitori e tutti i fratelli erano mezzadri umbri. Luigi fremeva e non sopportava più il Ministro che spiegava con enfasi il suo merito quello del Governo per avere accettato le nostre istanze di miglioramento delle pensioni. Quando Pacciardi finì il suo discorso, Borrani ebbe uno sCatto d'ira e d'impazienza:Guardi che lei sta parlando delle pensioni di guerra, per noi ancora non avete fatto nulla; noi siamo ciechi civili e lei mi deve spiegare perché fate vivere alcuni ciechi in maniera dignitosa ed altri nella miseria e nella fame . Luigi, a quell'epoca, quando si emozionava o perdeva le staffe attaccava un po' nel parlare. La sua balbuzie era emotiva e spesso rinunciava alla discussione lasciando a me il compito, ma quel giorno volle fare tutto da sé e disse di getto tutto quello che aveva dentro. Il Ministro restò di stucco e per tagliare corto promise che ci avrebbe passato le nostre istanze al ministro competente, cioe al collega degli Interni. Ogni tanto calavamo a Roma in delegazioni e qualche volta in massa. Lavoro e pensione erano i temi delle nostre insistenze. Le fabbriche dell'Ente chiusero per oltre sette mesi e noi occupammo gli stabilimenti. Fu una lotta dura. I turni di notte erano partiColarmente pesanti, ma l'occupazione di giorno e di notte fu grande prova di unità e di serietà delle maestranze. Ci spostammo a Roma e occupammo la sede centrale dell'Ente. Ottenemmo il cambio dell'amministrazione, la riapertura di alcuni reparti e lo stanziamento di 50 milioni per comprare materie prime e per creare un fondo per i periodi di disoccupazione e per le competenze arretrate. Avevamo nel gruppo degli unionisti convinti un caro amico compagno, Fiore Castellacci. Lo volevamo sempre con noi in quei incontri romani. Il suo parlare lento e fìorito, sempre toscanissimo ci allietava la durezza degli argomenti trattati. eravamo spesso al Ministero degli Interni, impegnati a far riprendere quota al concetto dell'intervento dello Stato per un sostegno finanziario permanente in favore dei ciechi. Le nostre azioni erano di appoggio alle insistenze della presidenza nazionale ed erano impegnati con trasporto in quelle giornate romane. Viaggiavamo di notte, in terza classe, spesso in piedi, e nella capitale quando dovevamo pernottare Bentivoglio ci procurava un lettO presso strutture ecclesiastiche, le sole che avessero posti disponibili a poco prezzO. In questi luoghi sacri la maggior sofferenza dei toscani erano le bestemmie a bassa voce. Diceva Castellacci che non c'era pegiore sofferenza per i suoi corregionali che quella di bestemmiare senza farsi sentire:Un moccolo che ti scappa di dentro si deve Sentire, te lo devi sentire, i moccoli masticati fanno male al cuore , Commentava Fiore in quelle camerate di conventi che ci ospitavano in tali occasioni. Ci ricevette in quel periodo il Dr. Valente, Direttore Generale del Ministero degli Interni. A turno prendemmo la parola per spiegare i motivi della nostra ennesima venuta a Roma.Vogliamo la pensione, vogliamo il lavoro , ripetevamo con forza e convinzione. L'interlocutore ci ascoltava, poi si spazientiva e tagliava corto:Voi non siete mutilati di guerra, le invalidità civili non possono essere pensionate, non vi sono supporti giuridici, lo Stato non deve risarcirvi di nulla e poi non si può dare la pensione ai ciechi e agli altri invalidi. Inoltre non ci sono soldi . Così terminava la sua predica il buon burocrate dell'ottocento che resisteva al suo posto anche dopo la Liberazione nell'Italia dei partiti democratici e popolari. Castellacci ascoltò il Dr. Valenti e poi, rosso in viso, si alzò per farsi sentire meglio e prese a dire:Direttore, lei la deve capire che noi non vogliamo le chiacchiere di sempre, vogliamo fatti e subito Che crede, che i soldi che chiediamo li vogliamo mettere in banca o portarli all'estero? La pensione ci serve per vivere; il laVorO ce lo date e ce lo togliete e poi noi operai siamo pochi, mentre i ;nostri compagni senza lavoro sono migliaia e migliaia. Per tutti ci Vuole la pensione. I soldi ci servono per vivere, ha capito? per vivere! Lei la deve sapere che ai ciechi piace mangiare, piace bere, ai cieChi piacciono le donne. Perciò stia tranquillo che noi i soldi li rimettiamO in circolo . Dopo questa tirata, Fiore si rimise a sedere soddisfatto Sempre in una delle calate a Roma avemmo un incontro Senatore Bitossi, vice di Di Vittorio alla C.G.I.L. La nostra delegazione protestava per l'appoggio che il sindacato dava a certi personaggi che, attraverso l'Ente di Lavoro, seminavano tra gli operai discordie e divisioni. Bitossi cercò di allontanare la patata bollente e ci invitò a riportare le nostre lagnanze ai partiti di sinistra. 1 Viacava scattò e disse:Senatore, la un confonda l' culo coiL quarant'ore, se siamo venuti qui è qui che ci dovete ascoltare. Erano tempi di amare divisioni a Firenze, sia nellambiente dell'Ente che nell'Unione, ma c'era un folto gruppo di soci e di operatori che vivevano intensamente i nostri problemi. I dirigenti dell'Ente, sempre in opposizione con l'Unione, cominciarono a minacciare licenziamenti, ma non ci fermarono nella nostra azione. Sapemmo che stavano vendendo i macchinari di un reparto e prontamente facemmo giungere un telegramma ai compratori, invitandoli a non firmare il contratto perché gli operatori non avrebbero consentito l'uscita delle macchine dallo stabilimento. IL telegramma fu firmato a nome nostro dall'amico Luigi Festa che passò i suoi guai col Commissario dell'Ente, ma nessuno riuscì ad impaurirlo ed egli continuò a battersi con coraggio per le sue idee e per i nostri interessi. A CASA DI DE GASPERI. L'Italia democratica ci dette la sua prima risposta nel settembre del 1947, dopo una brillante operazione di Nicolodi e Bentivoglio su Enrico De Nicola, Capo provvisorio dello Stato. Il primo Presidente della Repubblica aveva in precedenza ricevuto i dirigenti massimi dell'organizzazione ed aveva convenuto che, per consentire al Paese la presa di coscienza del problema della cecità, bisognava dare all'Unione uno strumento giuridico che sancisse la sua presenza in ogni struttura dove la cecità stessa era discussa e affrontata. Ed ecco il Decreto Legislativo del Capo Provvisorio dello Stato del 26 settembre 1947 n1047 . Mi piace qui riportare e commentare gli articoli di questa Legge fondamentale che ha fissato un costume di comportamenti in un Paese arretrato socialmente, un Paese che aveva fatto qualcosa di serio solo per le mutilazioni di guerra e che, grazie all'azione di Nicolodi, aveva impostato le prime risposte di giustizia per i soli ciechi civili. Il Capo provvisorio dello Stato Visto il R.D 29 luglio 1923, n. 1789, concernente l'erezione in Ente morale dell'Unione Italiana dei Ciechi; visto l'Art 4 del D.L. Luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151; Visto il D.L. Luogotenenziale 16 marzo 1946, n. 98; Vista la deliberazione del Consiglio) dei Ministri; sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, primo Ministro Segretario di Stato, di concerto con i Ministri per l'Interno, per le Finanze, per il Tesoro, per la Pubblica Istruzione, per le Poste e Telecomunicazioni e per il Lavoro e la Previdenza Sociale; ha sanzionato e promulga: Art. 1 All'Unione Italiana dei Ciechi, erettta in Ente morale con R.D. . 29 luglio 1923, n. 1789, è riconosciuta la rappresentanza e la tutela degli interessi morali e materiali dei minorati della vista presso le pubbliche amministrazioni e presso tutti gli enti ed istituti che hanno per scopo l'assistenza, l'educazione ed il lavoro dei ciechi Art. 2 L'Unione Italiana dei Ciechi collabora con le competenti amministrazioni dello Stato nello studio dei problemi della cecità e delle provvidenze a favore dei ciechi. Ad essa spetta la designazione del rappresentante dei ciechi nelle amministrazioni degli istituti che abbiano per fine l'assistenza, l'educazione e l'istruzione dei ciechi, nei casi previsti dall'art. 4, secondo comma della legge del 17 luglio 1890, n. 6972, modificato : dall'Art. 4 del R.D. 30 dicembre 1923, n. 2841, e in tutti gli altri casi in cui le norme statutarie di enti ed istituti prevedono una rappresentanza dei ciechi nella propria amministrazione. Art. 3 L'Unione Italiana dei Ciechi è posta sotto la vigilanza della Presidenza del Consiglio dei Ministri che ne approva i bilanci. L'Unione non è soggetta alle leggi e regolamenti che disciplinano le istituzioni di assistenza e beneficienza. Sono però estese ad essa tutte le disposizioni di favore, generali o speciali, Vigenti per dette istituzioni. Agli effetti fiscali l'Unione e equiparata alle amministrazioni dello Stato Sono tuttavia da essa dovute le imposte di consumo e l'imposta sul valore globale dei trasferimenti a titolo gratuito, quest'ultima nella misura della metà del contributo ordinario. Il presente decreto munito del sigillo dello Stato, sarà inserito nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti della Repubblica italiana E fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare. Dato a Roma, addì 26 settembre 1947. De Nicola Nicolodi e Bentivoglio videro lontano e fin da quel tempo pensarono alle forze centrifughe che avrebbero potuto operare nelle istituzioni, nelle strutture speciali e nella società. Fissando per legge la rappresentanza e la tutela degli interessi morali e materiali dell'Unione Italiana dei Ciechi, consacrarono in una legge dello Stato una situazione di fatto conquistata sul campo fin dalla fondazione della nostra Associazione. La legge decretò quello che l'Unione aveva conquistato presso le amministrazioni pubbliche, presso gli istituti, nella società. L'Unione con la sua azione e le risposte di civiltà nei campi dell'istruzione, del lavoro e dell'assistenza, aveva imposto la sua presenza così come i sindacati in rappresentanza del mondo del lavoro. Negli anni difficili in cui il potere centrale, o quello periferico, hanno mostrato negligenza e arroganza, spesso ci ha salvato l'Articolo uno della presente legge. E le stesse organizzazioni scolastiche e gli enti specifici come l'Ente di Lavoro, e in seguito la Federazione delle Istituzioni Pro Ciechi e l'Opera Nazionale Ciechi Civili, in tempi diversi si sono trovate in contrasto con l'Unione, ma sempre è stata assicurata la rappreSentanza dei ciechi italiani. Particolare significato assume, all'Art. 3, la disposizione che pone l'Unione sotto la vigilanza della Presidenza del Consiglio. Qui Nicolodi si prese una bella rivincita con i tempi andati in cui ognj sua rivendicazione per i ciechi indisponeva gli ambienti dell'Opera Nazionale Invalidi di Guerra e dell'Associazione Mutilati e Invalidi di Guerra. Con questa legge l'Unione raggiunse il prestigio deLle prime due organizzazioni che, da sempre, sono sotto la vigilanza della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Negli anni nasceranno numerose associazioni di invalidi che verranno poste sotto la vigilanza del Ministero degli Interni, solo l'Unione resterà alla Presidenza del Consiglio insieme alle consorelle del mondo dei mutilati di guerra e per servizio. Ogni legislatura ha visto presentare alle Camere un Disegno di Legge per far passare l'Unione dalla Presidenza agli Interni e, sempre, prima Bentivoglio, poi io stesso, abbiamo evitato il trasferimento di competenze in omaggio a Nicolodi anche se, con gli anni, il Ministero degli Interni ha cessato di essere solo il ministero della polizia. Ormai le sinistre erano fuori dal Governo e nei ministeri si parlava una sola lingua, quella democristiana. L'Unione riusciva ad agganciare qualche bella mente di quel partito, ma la tendenza generale era negativa. Ci consideravano dei disturbatori della quiete pubblica e poiquel Bentivoglio socialcomunista mandava in bestia troppa gente. Il mondo politico bolognese, che conosceva e apprezzava l'uo mo e il suo impegno sociale, si è sempre distinto per un'alta superiorità morale e per un civismo degno di ogni rispetto. Né Bentivoglio finché visse, né l'Unione fino agli anni settanta, hanno avuto problemi dai bolognesi impegnati in politica. Anzi bisogna dare atto sia all'On. Salizzoni, sia all'On. Elkan, entrambi democristiani, di una continuità di battaglia al nostro fianco su ogni aspetto della tematica rivendicativa dei ciechi italiani. -. Ma in generale eravamo considerati degli intrusi negli istituti, nei consigli di amministrazione dell'Ente di Lavoro e dell'opera Nazionale Ciechi Civili sorta successivamente. Su gli uomini che contavano spingevamo a fondo le nostre insistenze. Particolarmente su Alcide De Gasperi e il suo giovane Sottosegretario, l'On. Giulio Andreotti che da giovanetto spesso accompagnava gli studenti ciechi dell'istituto S. Alessio di Roma. Naturalmente era estremamente difficile fermare l'attenzione dei governanti sui nostri problemi. Il Paese era tutto da ricostruire, dalle campagne alle città, dall'agricoltura alle industrie, dalle finanze locali al Tesoro nazionale ormai senza un grammo d'oro e con una dipendenza dall'estero di tutta l'economia. Eravamo un Paese povero, sfiduciato, mortificato da una sconfitta che andavamo pagando anche con la perdita dei territori sui nostri confini. Per questo, come ho detto, fermare l'attenzione di chi governava sui nostri guai non era impresa facile. Bentivoglio lavorò moltissimo e in condizioni difficilissime durante la Costituente, influenzando la stesura di alcuni fondamentali articoli della nostra Magna Charta, ma di questo suo lavoro da certosino dirò più avanti. Io intanto ero diventato il caporale delle fanterie fiorentine in continuo movimento su Roma in appoggio al quartier generale presso il quale Bentivoglio operava con rara bravura. Spesso trovavamo alla sede centrale, ormai passata da Firenze alla capitale fin dal 1945, Bentivoglio e Nicolodi e quel tandem ci dava coraggio e fiducia. Le due croci del momento erano sempre la richiesta dei fondi per l'assistenza continuativa e la crisi dell'Ente di Lavoro. Eravamo giunti ad una svolta decisiva specie sul primo argomento. Nicolodi era elettrizzato da questo problema, lo vedeva come una rivincita sull'abrogazione della Deca che ci aveva fatto mancare i coSpicui gettiti su una parte dei biglietti degli spettacoli, quei fondi che dovevano far partire l'erogazione di un assegno vitalizio ai ciechi CiVili. Per Bentivoglio era la prima clamorosa conquista della sua presidenza e ci lavorava con tenacia e fede profonda. Io ascoltavo quei due grandi ed ero sicuro del successo, ma una volta, ad un tratto, chiesi:Facciamo male o bene se portiamo Un'istanza alla casa di De Gasperi?I capi ci dissero che potevamo farlo e le truPpe si mossero prontamente. Il Presidente del Consiglio abitava nei pressi del Vaticano e il gruppo di operai fiorentini prese posizione all'ingresso del palazzo. Parlamentai a lungo con gli agenti di servizio che naturalmente non potevano consentirci di disturbare il capo del governo, ma fra meridionali specie fra calabresi scatta spesso tanto solidarietà e anche quel giorno andò bene. ,. Quando scende il Presidente io ti avverto, tu lo chiami e, se ti risponde, gli dai la lettera; se non ti risponde non vi possiamo far bloccare un uomo che dobbiamo proteggere . Queste parole sagge del poliziotto mi convinsero ad attendere fiducioso, finché. Eccolo , disse piano il calabrese in divisa, ed io a voce alta chia mai:Signor Presidente . De Gasperi si fermò, venne tra di noi, prese la lettera e ci ascoltò a lungo.Ho già promesso ai vostri diri genti che stanzieremo i fondi per un'assistenza continuativa in vostro favore e poi cercheremo di salvare le vostre fabbriche, questo lo faremo presto . Così ci disse De Gasperi e ci salutò stringendo la mano ad ognuno di noi. Felici Tornammo in Via Quattro Fontane alla Sede Centrale e riferimmo a Bentivoglio e a Nicolodi la riuscita della nostra missione. Que due grandi, che pure avevano già ottenuto quello che noi avevamo chiesto a De Gasperi, festeggiarono con noi attribuendoci meriti che erano solo loro. Apprezzammo molto quel loro comportamento e li sentimmo come sempre tanto, tanto vicini. Quella giornata di euforia si concluse in Via dei Serpenti al ristorante Da Guerra , gestito dal caro Adriano, dove brindammo al primo grande successo del dopoguerra. Dopo poco venne la Legge 28 luglio 1950 n. 626 che assegnava all'Unione Italiana dei Ciechi un contributo ordinario di lire 480 milioni annui, da destinarsi all'assistenza continuativa dei ciechi in condizione di maggior bisogno. Con la stessa Legge il contributo di funzionamento in favore del Sodalizio passava da 15 a 20 milioni . annui. Era la prima vittoria di una serie di lotte dure che ci vedranno lungamente impegnati. IL TERRIBILE AUTUNNO DEL 1950 L'entusiasmo col quale vivevo la vita dell'Ente di Lavoro e dell'Unione mi procurarono qualche amarezza. L'alta burocrazia della Sede Centrale dell'U.I.C. tentò una manovra per staccarmi da Firenze: col pretesto di trovarmi una sistemazione diversa dalla fabbrica mi si chiese di andare a Genova ad assumere l'incarico di segretario di quella Sezione. Nicolodi reagì duramente:Ti vogliono staccare dalle maestranze e da memi disse, e fece sapere a Bentivoglio la sua decisa contrarietà al progetto finché tutto rientrò. Da alcuni anni ero nel Consiglio di Amministrazione dell'Ente di Lavoro grazie ad una scelta che mi riempì di gioia. Avevamo ottenuto l'ingresso in quel Consiglio di due rappresentanti degli operai e questi mi elessero insieme al compagno Giuseppe Bagni. Ma anche nell'Unione ricevevo il riconoscimento dei soci toscani: fui infatti eletto quale delegato al VII Congresso Nazionale che si svolse a Roma a Palazzo Barberini, nel 1948. In quella occasione tenni un discorso sulla situazione delle maestranze dell'Ente che incontrò l'attenzione e il plauso del CongresSo Nicolodi mi abbracciò commosso e mi disse:Hai capito tutto il valore di questa mia opera, bravo, andrai lontano con questa tua fede . Nel settembre del 1950 fui nominato Commissario della Sezione Toscana dell'U.I.C. e ricordo che troncai ogni rapporto di lavoro professionale per buttarmi con tutte le mie energie nell'organizzazione di quella che io ritenevo essere una delle più impor tanti strutture dell'Associazione Nazionale dei non vedenti italiani. Mi era capitato anche in precedenza di lasciare per brevi periodi il mio lavoro di fisioterapista, ma questa volta passai, in via definitiva, la mia clientela ad altri colleghi di categoria e in quel periodo la famiglia viveva del lavoro di Milena. L'attività professionale mi aveva dato grandi soddisfazioni, specie nei periodi estivi. Avevo una stanza al Centro Medico di Via reggio e lavoravo per i tre mesi della stagione. A Montecatini nell'estate del 1949 toccai l'apice del successo. professionale e guadagnai tanti soldi. Fui assunto alle Terme dii quel gioiello della Val di Nievole, con un contratto che mi garan-. tiva 3500 lire al giorno più una percentuale sul lavoro. In più avev o una mia clientela che servivo in albergo. Fu un'estate stupenda; riuscivo a guadagnare ottomila lire al giorno. Prima di me avevalavorato a Montecatini il maestro della scuola di massaggio del nostro istituto di Firenze, Galatolo, e dopo di me la cara Ottavina Cappelli. Quei guadagni erano davvero favolosi. All'Ente, quando si lavorava e quando c'erano i soldi per riscuotere, si prendevano trentamila lire al mese. Un medico fiorentino, che aveva lavorato alle Terme, aveva riferito a Nicolodi il mio successo per la stagione 1949 e il Presidente si congratulò con me, aggiungendo:Sono felice per te, ma ti raccomando di non affezionarti ai soldi perché l'Unione e l'Ente di Lavoro hanno bisogno di te . Mio padre fu felice del mio incarico di dirigente della Sezione Toscana dell'U.I.C., seguiva con entusiasmo le mie affermazioni e quando ci si incontrava mi ricordava le sue profezie. Gli avevO spedito il mio primo articolo pubblicato dalCorriere dei Ciechie ne fu entusiasta. La mamma mi raccontava che quell'articolo se lo fece leggere cento volte dai parenti e dagli amici che andavano a trovarlo. Teneva il giornale di categoria sul comodino e un giornO un bicchiere di limonata lo inzuppò. Papà lo fece stendere al sole per rimetterlo al suo posto Ormai anche Gigi era un personaggio e papà e mamma erano felici. Gigi era ala sinistra della squadra di calcio di serie CArsenal Messina . La stampa ogni lunedì lo doveva citare per i goals segnati e per il grande agonismo col quale onorava la sua profesSione. Si era sposato con una stupenda ragazza di Villa S. Giovanni, Lina, ed ebbero nel 1950 i primi due figli: Lucia e Giacomo, ragazzi con occhi perfetti e visi meravigliosi Dio ha voluto dare a Don Giacomo gli ultimi anni di vita serena. Ha potuto vedere i tre figli sistemati e tutti impegnati. Era diventato anche assiduo sportivo, tanto che ogni lunedì aveva bisogno di un lettore per seguire il calcio e. le imprese domenicali del figlio calciatore. Era preoccupato solo quando il' Arsenal Messina gioCava a Reggio. Gigi non aveva perdonato alla sua città di averlo fatto emigrare in un'altra squadra e quando giocava contro laRegginasi scatenava, faceva delle partite punitive per gli avversari e il suo goal non mancava mai. Il pubblico non gli perdonava quell'impeto agonistico speso contro la sua città e lo riempiva di insulti, ma lui usciva soddisfatto da quei confronti. Ci eravamo trovati, noi due fratelli con le rispettive spose, in una vacanza meravigliosa e avevamo festeggiato la nostra riunione a Ganzirri, un ridente paese della provincia di Messina, caratteristico per il panorama e l'abbondanza di frutti di mare. Passammo una giornata stupenda. Papa e mamma non vollero venire, ormai la cecità totale spingeva il mio caro genitore a poche uscite. Milena ricorda spesso la sua prima visita a Reggio. I miei non conoscevano né mia moglie, né mio figlio Gialini che aveva poco più di un anno. Non avevo avvisato del nostro arrivo e alla stazione, naturalmente, nessuno ci aspettava. Prendemmo una carrozza e ci avviammo verso il Rione Pescatori: lungo il tragitto un ragazzo che mi conosceva mi vide e, in bicicletta, portò con anticipo la notiZia che stavamo arrivando. Trovammo sulla porta di casa tanta gente e fu una festa. Dopo pochi minuti incominciarono ad arrivare vassoi di pesci e cesti di frutta dalle case vicine e Milena rimase sbalordita da tanta ospitalita. In quella occasione partecipammo alle nozze di una cugina, e Natale con la sua orchestra allietò la giornata. Dopo un pomeriggio di balli io e Milena ci ritirammo e andammo a dormire. La notte mia moglie mi svegliò e mi disse con la voce ancora impastata di sonno Giuseppe, sento suonare Firenze sogna . Capii subito che, dalla strada, Natale con l'orchestra mandava la serenata alla Cognata Fiorentina. Ci portammo sul balcone e Milena pianse di commozione Ma poi giunse l'autunno del 1950 e una nuova ferita squarciO il cuore dei Fucà. Il 17 ottobre morì mio padre. In pochi secondi un infarto lo fulminò, ed io giunsi a Reggio per accompagnarlo alla sepoltura fra tanta gente che lo aveva amato e rispettato e mi colpi rono, tra tante, le parole di un pescatore:Peppino, vostro padre era un grande signore . Tornato a Firenze dopo i funerali del babbo, appresi che Aurelio Nicolodi era stato ricoverato d'urgenza in una clinica dove, il 27 ottobre, spirò fra le braccia dei suoi cari. LA MORTE DI AURELIO NICOLODI In due settimane avevo perduto mio padre e il capo spirituale della mia seconda religione. Mi sentivo due volte orfano e piansi lacrime amare, mentre su di me incombeva il peso di gran parte dell'organizzazione dei funerali. Quale dirigente della Sezione Toscana dell'Unione, in stretta collaborazione col Presidente Bentivoglio e la famiglia, misi a punto i funerali. Ci fu una partecipazione imponente. Firenze si raccolse intorno a quella bara e da ogni parte d'Italia giunsero delegazioni di mutilati di Guerra e di ciechi civili. Toccante fu la sepoltura al piccolo cimitero deiBusini , una collina dove Nicolodi possedeva un terreno, nei pressi della Rufina. Bentivoglio pronunziò un discorso di saluto ed io, quando la bara scendeva lentamente nella fossa, vi appoggiai sopra la bandiera tricolore della nostra Unione e fra le lacrime promisi al grande Maestro che quella bandiera l'avrei difesa fino all'ultimo giorno della mia vita. Quando mi congedai da Bentivoglio, questi mi abbracciò e mi disse:Figliolo, ora tutto è più difficile, conto molto sul tuo affetto e sulla tua collaborazione . Io capivo benissimo lo stato d'animo del Presidente. Bentivoglio non era entusiasta della sede centrale dell'Unione; Roma lo infastidiva lo imbrigliava, lo condizionava. La sua enorme carica vitale, la sua immensa umanità, il suo dinamismo emiliano si scontravano col clima della capitale, dove nulla è urgente, tutto è rinviabile. . La situazione politica non aiutava il nostro Presidente.Nel Paese, isocialcomunistierano discriminati e fortemente combattuti. Ricordo che quando De Gasperi sbarcò dal governo le si nistre, Bentivoglio, in una riunione riservata, a Firenze, alla quale partecipammo Borrani, Baragli, Ventura ed io, ci fece presenti le difficoltà d'ordine politico alle quali saremmo andati incóntro.Le sinistre resteranno fuori gioco per tre o quattro lustri e le rivendicazioni della categoria non troveranno facile ascolto in questo Paese socialmente tanto arretrato . Così disse il Presidente e com pletò il suo pensiero affermando che era necessario che alcuni dinoi si iscrivessero nei piccoli partiti laici, ormai unici interlocutori della Democrazia Cristiana.Dovete diventare gli ambasciatori dei ciechi italiani in questi partiti, tu Fucà devi iscriverti al partito socialdemocratico, tu Ventura al partito liberale . Bentivoglio era venuto apposta da Bologna e non voleva fallire il suo scopo. Borrani lo vedeva già collocato: infatti era da sempre repubblicano. Io per qualche mese resistetti, ma ogni volta che mi scriveva, o telefonava, o ci si incontrava, mi chiedeva se avevo fatto il gran passo. Mi resi conto che dovevo aiutarlo, assecondando il suo disegno di penetrazione nei gangli vitali della politica italiana di allora, e con tanta fatica obbedii. Quando seppe che ero tesserato incominciò a stimolarmi per conquistare amicizie e collaborazioni nel partito di Saragat. Una sincera amicizia prese corpo con l'On. Bianca Bianchi che, per anni, fu preziosa amica di Bentivoglio, dell'Unione, dell'Ente e dei problemi dei ciechi. LAVORO E ASSISTENZA I due temi, le due rivendicazioni degli anni '50 erano il lavoro e l'assistenza. Il Presidente Bentivoglio si batté con ardore e scrisse articoli che ancora oggi, ad una rilettura, toccano l'anima. Il suo linguaggio, alto e possente, si tradusse in un costante appello al Paese. Ogni settimana, da Bologna, egli scendeva a Roma, visitava ministeri incontrando uomini politici, scavando nelle loro coscienze, sollecitando quelle risposte di giustizia nelle quali credeva fermamente. Attraverso i giornali di categoria parlava ai Soci e permetteva la continuità del suo impegno. Ed ecco, infatti, il conseguimento di un risultato decisivo nel campo del lavoro. La Legge 15 giugno 1950 n. 376 istituì negli organici degli ospedali e degli istituti fisioterapici un posto di massaggiatore, da conferirsi agli abilitati da scuole autorizzate di massaggio, con preferenza ai ciechi. Fu, questo, il primo bagliore di luce sulla dura strada del collocamento obbligatorio e fu certamente un grande SucceSSo per quei tempi, soprattutto tenendo conto degli ostacoli e delle resistenze che questo primo risultato aveva dovuto superare prima di poter divenire realtà operante. Nel febbraio del 1951 Bentivoglio mi pregò di assumere la responsabilità della segreteria della Sezione Toscana dell'U.I.C. e Come sempre ritenni di dover obbedire. Luigi Borrani fu nominato Commissario Straordinario della stessa Sezione e con lui formai tandem affiatato che dette frutti insperati, sia sul piano organiZzativo che su quello economico, per la nostra organizzazione. La Legge 7 dicembre 1951 n. 1371, disponeva l'aumento da 480 milioni a 960 milioni del contributo annuo per l'assistenza continuativa a favore dei ciechi civili in condizioni di maggior bisogno. Intanto sopraggiunsero le elezioni amministrative del 1952 e, se queste ci dettero modo di ottenere un'enorme soddisfazione, furono anche un'ulteriore occasione per renderci invisi al ministero degli Interni. Ma vediamo più da vicino i fatti: la Democrazia Cristiana, per strappare il Comune di Bologna alle sinistre, aveva portato come capolista il Professor Dossetti e si era alleata con le forze laiche, abbastanza sicura di conseguire l'obiettivo che si era prefissa. Senonché l'operazione fallì per pochi voti e fu Bentivoglio ad essere eletto consiglieré al Comune. Questa affermazione personale del nostro Presidente suscitò disappunto se non addirittura scandalo in certi ambienti facilmente intuibili e non mancò chi volle scaricare sulle sue spalle la responsabilità del fallimento dei piani tanto accuratamente stesi. Ilcervello elettronicodi questi calcoli diabolici fu un sottosegretario agli Interni della D.C. e per la nostra categoria il clima si fece più pesante. Io intanto avevo rafforzato i miei legami nel partito socialde mocratico grazie alla sensibilità e all'amicizia dell'On. Bianca Bianchi, sempre disponibile e preziosa. Ascoltava Bentivoglio con ammirazione e mai dimostrò di condividere quell'acredine fra socialisti e socialdemocratici che in quel periodo correva tra i due partiti. Bianca Bianchi ci accompagnava da Saragat, da Paolo Rossi e l'intervento di questi autentici democratici fu decisivo per allentare una pressione pericolosa degli Interni sulla nostra associazione. Bisogna ricordare che a quei tempi i Prefetti disponevano di autorità e di mezzi economici considerevoli e che le nostre povere Sezioni avevano tanto bisogno delle Prefetture. In quel periodo Paolo Bentivoglio regalò un orologio braille ad uso dei ciechi all'On. Giuseppe Pella ministro del Tesoro, Con l'invito a seguire le lancette che su quel quadrante segnavano già il ritardo del Paese sulla via della solidarietà sociale. Il Presidente ci parlava di Pella con molto rispetto e ci diceva che presto avremmo avUtO un sensibile aumento del fondo per l'assistenza, ma l'incontro col ministro tardava a venire e la piazza si mosse. Ci incontrammo con gli amici milanesi e romani e organizZammo una manifestazione di pressione sul Tesoro. Ci raccogliemmo in piazza della stazione a Roma ingannando inizialmente la polizia. Ci chiedevano dove volevamo andare e si rispondeva:In piazza S. Pietro dal Papa . Naturalmente gli accertamenti Ci smentirono perche il Papa non ci aspettava davvero così in poco tempo c'erano più poliziotti che ciechi. Si formò il corteo e partimmo in direzione del Tesoro. I vedenti che ci accompagnavano videro l'enorme portone serrarsi e noi prendemmo a gridare:Aprite il portone, vogliamo la pensione! . Un Maresciallo di Pubblica Sicurezza parlamentò con noi e seppe che volevamo incontrare il Ministro Pella per ricordargli che l'orologio del nostro Presidente scoccava l'ora e non c'era da perdere tempo. Mentre attendevamo la risposta, un grido ci scosse:Compagni, la polizia mi porta via! . Era la voce di Renato Santoncini impiegato alla Camera del Lavoro di Montecatini e nostro collaboratore. Renato era un comunista che viveva la sua vita al sindacato, all'Unione e in famiglia, era lì come nostro accompagnatore e non potevamo permettere che lo portassero via. In un attimo gli fummo al fianco, ci aggrappammo al suo corpo e cominciammo a far capire che per portarlo via bisognava spostare di peso un folto grappolo umanO Spiegammo che era una guida e non potevano toccarlo. Portate via noi, lui non c'entra , affermammo con forza. Lo lasciarono in pace ma per tutto il giorno e sul treno che ci riportava a casa, scortammo Renato per non correre altri rischi. Era già molto calda quella primavera romana del 1953 e l'anticamera all'aperto ci costava sudore. Finalmente ci ricevette un alto funzionario del Ministero per dirci che il ministro stava parlando col nostro Presidente che era stato chiamato durgenza. Questo volevamo e ne rimanemmo soddisfatti. Bentivoglio ci parlò in un salone del grande palazzo e ,ci andicipò che Pella aveva assicurato la copertura finanziaria per un provvedimento parlamentare sull'assistenza. ; Il risultato si concretizzò con la Legge 4 novembre 1953 n,39, che portò il fondo per l'assistenza da 960 milioni a un miliardo e 440 milioni. Ormai Pella era alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e le insistenze di Paolo Bentivoglio avevano fatto fare ancora un scatto in avanti alle lancette di quell'orologio regalato al bravo,parlamentare piemontese. PRIMAVERA 1954, LA MARCIA DEL DOLORE All'inizio del 1954 i ciechi italiani in particolari condizioni di bisogno, ricevevano come assegno alimentare 4.000 lire mensili. Il primo ad essere spazientito dei piccoli passi era proprio il Presidente Nazionale il quale, ritenendo che bisognasse pigiare l'acceleratore, dette il via ad una campagna serrata che mobilitò le Sezioni e interessò la stampa e la radio. In tutte le città d'Italia si svolsero manifestazioni a cui parteciparono uomini politici dei diversi partiti. I Consigli Comunali e Provinciali approvarono ordini del giorno che presero la via di Roma e costituirono l'allarme di una situazione che andava crescendo in tensione rivendicativa. L'istanza era la pensione giuridicamente ed economicamente collegata al minimo vitale. In Parlamento erano ferme diverse proposte di Legge, ma per nessuna il Tesoro si mostrava disposto ad assicurare la necessaria copertura finanziaria. Ma non si trattava solo di mancanza di soldi. L'Italia di allora, la sua classe dirigente, particolari personaggi di spicco nella struttura del partito democristiano, ancora non avevano maturato in sé il concetto dell'intervento dello Stato in favore dei mutilati civili. Infatti i soli ciechi, in quel periodo ricevevano le 4.000 lire rnensili. Pochi soldi, ma ancor più misero il supporto giuridico del concetto erogativo. Assistenza alimentare voleva dire un pezzo di pane senza companatico e solo per i ciechi perché la loro grave mutilazione e la grande dignità con la quale veniva sopportata destavano rispetto e pietà. Lo scontro con le forze e gli uomini che rappresentavano l'ottocento assistenziale fu durissimo. La pensione poteva essere solo un atto risarcitorio di un danno procurato dallo Stato a cittadini chiamati a svolgere un servizio particolare. Le altre invalidità, dalle più gravi alle sopportabili, dovevano restare un mezzo per elevarsi spiritualmente e avvicinarsi a Dio Misericordioso. La rappresentante accanita e fastidiosa di questa religione statale fu l'On. Maria Pia Dal Canton, responsabile del settore problemi assistenziali del partito al potere. Da allora, e per molti anni ancora, noi e gli stessi uomini del suo partito pronti a recepire le nostre istanze abbiamo dovuto fare i conti con la' testardaggina di questa deputata veneta, per la quale ogni avanzamento giuridico ed economico sancito da un intervento statale, significava una crepa irreparabile della costruzione di quello Stato assistenziale da lei difeso. Se si considera poi che eravamo ai tempi post De Gasperi, con Scelba alla Presidenza del Consiglio, e che la Dal Canton era una pupilla del grande siciliano, il quadro è completo. Ma Bentivoglio voleva sfondare e cercò alleanze in ogni dove.A Firenze i comunisti mobilitarono l'On. Barbieri che presentò una sua proposta di pensione per i ciechi. Sempre a Firenze, Giovanni Pieraccini per i socialisti e Bianca Bianchi per socialdemocratici, fecero altrettanto. L'On. Bianca Bianchi e Bentivoglio andarono dal ministro del Tesoro On. Gava. La risposta non lasciò margini di speranza:Non ci sono soldi, inoltre lo Stato non può accettare una visione che stravolge il concetto assistenziale vigente . Queste le parole del ministro. Bianca Bianchi pianse per tanta durezza e determinazione, ma Bentivoglio non pianse e non tremò. Il Presidente mi telefonò convocandomi alla stazione per un breve colloquio. Veniva da Roma e dopo l'incontro doveva proseguire subito per Bologna. Ci incontrammo e in pochi minuti mi riferì del colloquio negativo col ministro e mi chiese di mobilitare Firenze e di passare all'azione. La sera stessa feci venire a cena da me Borrani e Baragli. Cenammo nel retrobottega del negozio di Milena che ci aveva preparato uno sformato di patate, cipolle e pomodori al forno. Annaffiammo a dovere la cena e buttammo giù il programma per la più dura e incisiva rivolta che i ciechi italiani avevano mai concepito e attuato. Rifacendoci ad una marcia di Londra dei ciechi inglesi, progettammO lamarcia del doloresulla capitale. Baragli doveva guidare le truppe e tenere i collegamenti con l'Unione, Borrani doveva trovare soldi ed io dovevo fare la spola fra i rivoltosi in marcia e Bentivoglio. Facemmo a piedi i pochi chilometri che separavano la mia casa da S. Gervasio per rifinire i particolari dell'operazione. Stavamo andando a casa del Prof. Vincenzo Ventura, Presidente della Sezione Toscana dell'U.I.C., uomo di grande cultura ed equilibrio. Gli spiegammo tutto ed egli prontamente aggiunse al nostro entusiasmo il suo cuore e la sua grande fede nell'azione dell'Unione.Ci vogliono soldi , diceva Borrani ormai pienamente integrato nel suo compito di ministro del tesoro della rivoluzione. Il giorno dopo andai da Roberto Martini assessore all'assistenza dell'Amministrazione Provinciale di Firenze, un partigiano comunista col quale avevo avviato una collaborazione che era sfociata in un'amicizia fraterna.Che hai di caldo, Pisello, stamattina? Ti vedo teso , mi disse Roberto. I socialdemocratici venivano chiamatipisellistendendo la sigla P.S.L.I. Ed io di rimando: Ascoltami stalinista, noi vogliamo fare la rivoluzione con una marcia Su Roma, abbiamo bisogno del tuo aiuto . Martini si mise serio ad ascoltarmi, capì che volevamo fare le cose in grande e commentò: Credo proprio che il mio ruolo di assessore non basti, dobbiamo andare dal Presidente Fabiani . Mario Martini era la bandiera del partito comunista fiorentino. Maartini mi condusse nell'ufficio del Presidente della Provincia e gli riferì tutti i particolari appresi da me Roberto, aiutali e mettiti in contatto con tutti i sindaci dei paesi che vogliono attraversare, suggerirei però di mettersi in contatto con il Presidente Nazionale Bentivoglio . Queste furono le parole del grande combattente comunista e dopo pochi giorni ci incontrammo in un ristorante fiorentino con Bentivoglio e Martini e l'operazione era pronta. Bentivoglio raccomandò di tenere l'Unione ufficialmente fuori dall'operazione per tutto il primo periodo per evitare qualche colpo di testa del ministero degli Interni o, addirittura, la nomina di un commissario straordinario all'Associazione. Questo pericolo lo discutemmo con i più seri compagni di un gruppo di soci ai quali affidammo particolari incombenze operative, Dante Ferrini e Giuseppe Lauria, due operai dell'Ente di Lavoro, furono incaricati di far tirare al ciclostile della C.G.I.L. di Firenze gli inviti ai non vedenti che dovevano partire a piedi alla volta di Roma. La scelta dei componenti il gruppo che doveva partire per la Capitale, fu fatta in Sezione e ci costò qualche fatica. A Firenze esisteva un discreto numero di privi di vista che erano in aperto.contrasto con l'associazione e, in un primo momento, si pensava di tenerli fuori dall'iniziativa, tuttavia prevalse la tesi che questa era l'occasione per riavvicinare tanti critici ai quali si poteva finalmente dare una prova di fratellanza e di unità. Gli inviti partirono e la mattina del 10 maggio del 1954 ci trovammo tutti in Piazza Brunelleschi. Baragli alla testa dei marciatori si diresse verso Roma, mentre Ventura, Borrani ed io ci dirigemmo in Prefettura e presso le autorità cittadine per iniziarel'opera di affiancamento della marcia. In Provincia incontrammo il Presidente Mario Fabiani e Ro berto Martini ai quali chiedemmo solidarietà lungo tutto il viaggio dei nostri compagni. Loro erano al corrente di tutte le segrete cosé e il colloquio fu rapido e incisivo. Giorgio La Pira, Sindaco di Firenze, e Eugenio Artom consigliere comunale, rimasero fortemente impressionati dalla notizia della partenza della marcia e ci promisero telegrammi al Governo e al Presiderte della Camera Giovanni Gronchi per ottenere l'immediata discussione e approvazione della legge di pensione a faVore dei ciechi. La Pira mi strinse entrambe le mani e mi disse Andate dai vostri compagni, raggiungeteli con una macchina e riferite di aver parlato con me. Dite che La Pira si scatenerà per loro, ma vuole che questo sacrificio della marcia non avvenga Artorn telefonò al Vice Presidente del Consiglio dei Ministri On. De Caro, líberale come lui, pregandolo di riCeverci a Roma e l'incontro fu fissato per il . giorno seguente. Uscendo dal Comune decidemmo di fare quello che il Sindaco ci aveva chiesto e con una macchina raggiungemmo la colonna in marcia che a passo lento aveva già superata la periferia di Firenze ed era quasi alle Sieci, nel Comune di Pontassieve. Fermammo il corteo e Ventura con voce rotta dalla commozione riferì dei nostri colloqui del mattino:Ci manda La Pira, il Sindaco di Firenze promette di scatenarsi per noi, ma vi prega ri risparmiarVi questo duro sacrificio . Così parlò Ventura, ma i rivoluzionari sapevano che a Roma erano insediati altre teste ed altri cuori e ci invitarono a non insistere. La polizia, che già seguiva con una propria macchina, ci invitò a tentare ancora e Ventura ripeté l'invito, ma Baragli e i responsabili della marcia sapevano che bisognava fermarsi solo a Roma e cortesemente pregarono il buon Ventura di dire a La Pira che la colonna attendeva una legge del Parlamento ed era sul Parlamento che bisognava agire. La mattina seguente eravamo al Viminale, allora sede della Presidenza del Consiglio, dove incontrammo l'On. De Caro che poi Ci accompagnò da Saragat, pure Vice Presidente del Consiglio. Furono due colloqui che si riveleranno particolarmente decisivi per l'atteggiamento dei liberali e dei socialdemocratici in un voto alla Camera, dal quale dipese la nostra vittoria. Stavamo tessendo, su preciSe disposizioni di Bentivoglio, una tela che ci doveva far costruire una maggioranza parlamentare per battere la Democrazia Cristiana decisamente contraria alla pensione o all'assegno vitalizio in favore dei ciechi. Il partito di maggioranza relativa voleva Continuare con l'assegno alimentare ai più bisognosi, noi volevamo inaugurare l'èra della solidarietà sociale. 10 MAGGIO 1954, DATA STORICA Da Piazza Brunelleschi a Firenze, il 10 maggio del 1954 partì dunque laMarcia del Dolore . I responsabili della Colonna sapevano che ci sarebbero stati tentativi di Bentivoglio per invitarci a desistere e sapevano anche che, per influenzare i lavori parlamentari, bisognava richiamare l'attenzione popolare e di tutti i partiti intorno al nostro dramma sociale. Mentre i compagni marciavano, tutte le Sezioni d'Italia dell'U.I.C. si mobilitavano. Conferenze stampa, piogge di telegrammi dagli Enti Locali sul Governo e sul Parlamento. Giovanni Pieraccini, che aveva presentato un suo progetto di Legge per la pensione ai ciechi, si rivelò l'amico insostituibile per la categoria dei non vedenti italiani e si mosse con caparbia e decisiva determinazione. Con Bentivoglio conquistò alla nostra causa il Presidente della Camera, il quale fece pervenire una lettera ai Sindaci di Toscana, Umbria e Lazio con l'invito ad appoggiare la marcia del Dolore . Giovanni Gronchi era in minoranza nel suo partito, ma quelle forze che si rifacevano al suo indirizzo politico furono determinanti per battere il Governo al momento opportuno. Gronchi in quel periodo iniZiO quella lunga marcia che doveva portare i socialisti nellarea di maggioranza e di governo e certamente la nostra battaglia fu un campo di prova per il più grande e decisivo disegno politico. Bentivoglio e tutti noi sapevamo benissimo che con i soli VOtI dei socialisti e dei comunisti la pensione non sarebbe arrivata mai. La Democrazia Cristiana ci aveva fatto sapere che il principio assistenziale vigente non sarebbe saltato e noi puntammo tutte le nostre forze per convincere gli alleati della D.C. - Il quadripartito era una formula di ferro a quei tempi, ma noi tentammo il miracolo. Ventura liberale, io socialdemocratico in prestito, Borrani repubblicano storico, eravamo quasi ogni giorno nelle stanze di Saragat e di De Caro, mentre Bentivoglio, attraverso Franco Infantino e Carlo Delcroix due deputati ciechi, rispettivamente dell'M.S.I. e del partito monarchico, tentava di spaccare le destre le quali, in quel periodo, erano particolarmente corteggiate dalla Democrazia Cristiana. Si dibattevano in quei giorni il problema di Trieste e quello della C.E.D. La colonna in marcia guadagnava l'affetto e la solidarietà delle popolazioni dei paesi attraversati. I Sindaci procuravano un tetto per far riposare e le mense per rifocillare i privi di vista che Con sempre maggior determinazione andavano avanti. La stampa, la radio, la televisione, con inviati speciali italiani ed esteri, seguivano con sempre maggior partecipazione questa durissima prova. Nei primi giorni piccoli titoli nelle pagine interne dei giornali, ma poi, via via che la colonna avanzava e aumentava di numero per i rincalzi che procuravamo da Firenze e da altre città, la nostra ribellione passava verso le pagine più importanti fino ai grandi titoli di prima pagina. Trascrivo integralmente ilmanifesto della marcia del dolore scritto da me e corretto da Vincenzo Ventura, manifesto che venne distribuito alla gente, da Piazza Brunelleschi a Firenze a Piazza Montecitorio a Roma. ' APPELLO DEI CIECHI CIVILI AI CITTADINI, AI LAVORATORI ED ALLE AUTORITA' I ciechi civili iniziano la marcia del dolore, diretti a Roma dove il loro problema è compreso da tutti i settori del Parlamento, ma trova l'opposizione costante del ministero del Tesoro. Siateci .vicini. Protestiamo per il pane che ci manca, per la dignità lesa dal tormentO delle privazioni, per la serenità cui avremmo diritto. Cittadini! Unitevi alla nostra colonna, siamo i figli del dolore ai quali il ministero del Tesoro nega da dieci anni il diritto alla vita. Nel 1943 fu fatta una Legge la cui entrata doveva garantire il minimo vitale a tutti noi, ma nel 1946 lo Stato destinò quei fondi ad altro scopo e così oggi si risponde alle nostre lacrime con la freddezza dei forti: si dice che non vi sono fondi. Lavoratori di ogni tendenza! L'appello più vibrante lo indirizziamo a Voi perché sappiate che il nostro buon diritto sancito dallart. 38 della Costituzione è calpestato, procurando a noi l'umiliazione di una esistenza impossibile, fatta di ricoveri, di ripieghi degradanti, di miserie e sofferenze che spesso restano nell'ombra delle nostre pupille. Italiani! I ciechi civili in moltissime nazioni godono già da anni di una sufficiente pensione di Stato; nel nostro Paese questa civile e cristiana urgenZa non trova risoluzione e la colpa è un po di tutti. In Inghilterra i ciechi marciarono verso Londra, e la Nazione si sollevò, andò loro incontro, ed il Parlamento votò una pensione degna di un paese civile. Italiani! Per l'amore che ci lega alle tradizioni di umanità della nostra storia, facciamo sentire tutti la nostra protesta, affinché il parlamento che ha già manifestato la propria sensibilità, indistintamente in ogni settore, modifichi l'atteggiamento del ministero del Tesoro. SeMtano gli uomini responsabili del nostro Paese, la necessità di compiere questo atto di giustizia verso coloro che sono i più indifeSi dalle avversità della vita. Riporto ora le testate di alcuni giornali che si interessaronO, della marcia, attingendo da una raccolta parziale. In effetti tutta la stampa si occupò di noi, ma io conservo i ritagli di giornali di alcuni partiti e i ritagli dei più diffusi quotidiani dell'Italia centrale. 12 maggio 1954 LA PATRIA Continua verso Roma la marcia dei ciechi IL TEMPO Ciechi civili protestano venendo a Roma a piedi LA NUOVA STAMPA La colonna dei ciechi continua la sua marcia L' UNITA' Un centinaio di ciechi civili si sono messi in marcia ieri l'altro mattina alla volta di Roma 13 maggio 1954 AVANTI Per la pensione ai ciechi civili IL GIORNALE D'ITALIA Ripresa la marcia del dolore Sebbene decimati dalla fatica gli sventurati si sono rimessi in cammino verso Roma. Le commoventi assistenze delle popolazioni . IL NUOVO CORRIERE - LA GAZZETTA I cento ciechi fiorentini fraternamente accolti ad Arezzo L' UNITA' L'impressionante ' Marcia del Dolore ' di settantadue ciechi da Firenze a Roma . Sono arrivati ieri sera ad Arezzo, piedi sanguinanti. Il testo di un automobilista. - Quando la camera discuterà il progetto Barbieri e Pieraccini?. LA NAZIONE La marcia dei ciechi ha raggiunto Arezzo 1 maggio 1954 AVANTI Mentre prosegue la marcia del dolore Fiorisce ad ogni passo la solidarietà con i ciechi L' UNITA' Lungo la strada ciechi di altre città ingrossano la marcia del dolore NAZIONE SERA La marcia del dolore A metà strada i -ciechi verso Roma LA GIUSTIZIA I ciechi civili sono giunti ad Arezzo IL GIORNALE D' ITALIA Si ingrossa la colonna dei ciechi che procede a piedi verso Roma INIZIATIVA SOCIALE Da Firenze a Roma la marcia del dolore compiuta dai ciechi civili 15 maggio 1954 AVANTI Oggi la marcia del dolore riprende verso Città della Pieve Cinquanta ciechi emiliani si uniranno ai colleghi fiorentini. La Provincia di Firenze stanzia 300.000 lire per i marciatori. IL MES SAGGERO I veRi termini di una protesta E per chiedere una pensione allo Stato che i ciechi marciano alla volta di Roma . IL NUOVO CORRIERE La marcia del dolore dei ciechi fiorentini 16 maggio 1954 IL GIORNALE D'ITALIA I ciechi civili in marcia verso Roma hanno dormito nelle coperte dei carabinieri L'UNITA' Nè stanchezza nè pioggia arestano la marcia del dolore 17 maggio 1954 L'UNITA' Si ingrossa la marcia dei 'Viandanti dell'Ombra' 18 maggio 1954 LA NAZIONE I ciechi e noi PAESE SERA La commovente marcia dei ciechi civili 19 maggio 1954 IL MES SAGGERO Si è conclusa a Montecitorio la drammatica marcia dei ciechi IL TEMPO Gronchi dà assicuraZioni ai ciechi che oggi si disputeranno i loro problemi IL PAESE L'ultima tappa della impressionante ' marcia delle tenebre ' I ciechi a Montecitorio e al viminale dopo una silenziosa sfilata LA GIUSTIZIA La marcia dei ciechi si è chiusa a Roma ' Vogliamo che la gente ci veda ' essi non hanno visto nulla della grande Roma ma hanno sentito per le strade d'Italia e della capitale l'affetto del popolo . AVANTI Conclusa la marcia del dolore a Montecitorio e al Viminale Gronchi promette ai ciechi di accelerare la discussione della Legge per la pensione LA NAZIONE I delegati dei ciechi ricevuti dal Presidente Gronchi e da Saragat . IL GIORNALE D' ITALIA A mezzogiorno da Pontemilvio a Montecitorio la silenziosa sfilata dei ciechi ha stupito e addolorato i romani L' UNITA' Centinaia di ciechi hanno sfilato per le vie di Roma fra la profonda commozione di tutta la cittadinanza . IL SECOLO D' ITALIA Turbata la Capitale assiste al silenzioso passare dei ciechi . 20 maggio 1954 L' UNITA' Successo dell'opposizione in Parlamento a favore dei ciechi IL TEMPO I deputati sono favorevoli alle richieste dei ciechi civili . PAESE SERA Alla Commissione Finanza e Tesoro di Montecitorio la pensione ai ciechi decisa dalla Camera. Il Governo chiede tempo e fa votare il rinvio della Legge. Ma contro i D C e con l'astensione dei Liberali i Deputati Comunisti Socialisti Monarchici Missini e Socialdemocratici impongono la discussione immediata . AVANTI . La pensione a vita per i ciechi approvata ieri a Montecitorio IL SECOLO I Quattro Moschettieri di Scelba sono rimasti in due e mezzo. Battuto il Governo e rotto il Quadripartito nel voto in cOmmissione. Finanze per la pensione ai ciechi civili . AVANTI- 21 luglio 1954. PIERACCINI CONCLUDE ALLA CAMERA LA BATTAGLIA PER I CIECHI CIVILI. L'intervento del nostro compagno, che ha svelato l'inconsistenza della proposta governativa e ha raccolto le adesioni di molti deputati di maggioranza. Nella seduta di ieri mattina alla Camera si è giunti alla conclusione della discussione generale della legge Pieraccini per una pensione ai ciechi civili. Hanno infatti parlato i presentatori degli ordini del giorno Delcroix (PNM) e Infantino (MSI) chiedendo che l'Unione Italiana Ciechi non sia praticamente svuotata dalla progettata Opera Nazionale Pro-Ciechi di parte governativa e che si dia ai ciechi un assegno e non una assistenza. Essi si sono così affiancati alla tesi del nostro compagno. Cogli interventi di ieri si ha la sensazione che il governo non appaia molto forte nelle sue posizioni di rigida intransigenza. Dopo i presentatori degli ordini del, giorno hanno parlato i due relatori PIERACCINI e CAVALLARO (DC). Il compagno Pieraccini in un serrato, logico e talora ironico intervento, che doveva alla fine raccogliere le adesioni e le congratulazioni anche di molti deputati della maggioranza governativa, ha svelato la superficialità e l'inconsistenza della proposta governativa. Egli ha rifatto la storia della lunga battaglia iniziata cinque o sei anni fa, quando il sussidio concesso dallo Stato ai ciechi, era di appena 80 milioni complessivi. Oggi siamo a cifre che sorpassano anche nelle proposte governative i quattrO miliardi, ma non se ne faccia un vanto il governo ha escla mato l'on. Pieraccini perché ogni passo in avanti è stato strappato con dure lotte e con battaglie parlamentari tenaci. Ma se il governo ha dovuto cedere sul terreno finanziario, non ha mai voluto cedere sul terreno giuridico: ha sempre voluto che si trattasse di sussidi , mai di una pensione o di un assegnO vitalizio. Anche oggi il dissidio non è più sulle cifre, ma sul terreno del diritto. L'art. 38 della Costituzione parla di due forme assistenziali alle quali ha diritto il cittadino inabile al lavoro e sprovvisto di mezzi per vivere: il mantenimento e l'assistenza. E evidente che se la Costituzione parla di assistenza e si riferisce alle varie forme assistenziali del resto già in atto (scuole, rieducazione al lavoro, ecc.) e se parla di un diritto al mantenimento , vuol riferirsi a quei cittadini che assolutamente inabili al lavoro, non possono più essere recuperati alle attività produttive e che la collettività, nello spirito della solidarietà sociale, si assume di mantenere. Si è cercato di opporci che la Costituzione non può volere unpopolo di pensionati , ma di lavoratori e Vanoni ci ha detto che si deve scegliere fra questa alternativa: o spendere per l'assistenza o investire sul terreno produttivo per aumentare il reddito e il lavoro nazionali. Questo dilemma è falso, non esiste. Nessuno più di noi vuole una politica produttiva, ma un sistema di sicurezza sociale, di assistenze e previdenze efficienti, è una delle condizioni per una moderna politica di piena occupazione. Più alto è il livello di salute pubblica, di sicurezza sociale, più alte saranno le possibilità produttive. In realtà si tratta qui soltanto di garantire coloro che lavorare non potranno mai e le loro famiglie: questo è il preciso dettato dell'art. 38 della Costituzione. E quando si dice che se si riconosce undirittovero e proprio al mantenimento dei ciechi bisognerà domani riconoscerlo per gli inabili sordo-muti O di altre categorie, si dice la verità, ma è proprio questo che ci impone la Costituzione, senza ammettere alternative o dubbi di sorta. Del resto il peso che lo Stato dovrà sopportare non sarà così grande come si cerca di far credere. Forse una diecina di miliardi perché si tratta di assistere solo gli inabili assoluti: si potrà comunque studiare una applicazione graduale, scaglionata nel tempo, dell'art. 38, ma non si potrà ignorare l'art. 38 e non applicarlo. Intanto occupiamoci dei ciechi, come primo passo per attuarlo. La Commissione Finanze e Tesoro della Camera ha accettato questa tesi votando un ordine del giorno nel quale si riconosce il diritto dei ciechi ad unassegno a vita . Il governo non ha voluto accettare la sua sconfitta ed ha allora cercato di mutare strada proponendoci la creazione di un'Opera Nazionale Pro Ciechi. Ma donde nasce quest'Opera, simile ad una Minerva adulta ed armata di futuri Presidenti, Consiglieri di Amministrazione, funzionari, impiegati? Nasce solo dall'interesse di alcuni e dal tentativo di evasione del governo dalle strette in cui era giunto. E un duplicato della Unione Italiana Ciechi ripetendone tutte le funzioni. Si dice che è un Ente di coordinamento fra le varie attività pro-ciechi. Ma anche questo fa l'Unione. Chi ci proporrà un giorno di creare un'altra Opera coordinatrice dei due coordinatori? E parliamo sottovoce ha detto Pieraccini perché se ci sente Sturzo colla sua Commissione incaricata di sfrondare la selva degli Enti inutili che cosa ci dirà? Strano governo: insedia commissioni per diminuire gli enti superflui, poi nello stesso tempo ce ne propone di nuovi. Se si vuole creare un Ente sia un Ente erogatore dell'assegno a vita e niente altro: allora avrebbe un compito logico e accettabile. Altrimenti non è altro che la facciata di una meschina manovra. Occorre avere il coraggio d'ascoltare il voto della Commissione Finanze e Te-soro, entrare sul terreno nuovo del diritto ed abbandonare i concetti di assistenza ha concluso fra gli applausi Pieraccini per fare dell'Italia un paese moderno e civile. . L'On. Cavallaro (D.C.) ha ribadito la tesi governativa, senza poter replicare nulla all'On. Pieraccini. Ha detto che non si vuole negare il diritto all'assistenza, ma che questa assistenza non deve; assumere il titolo didiritto . Così si è difeso! Il Ministro parlerà domani pomeriggio e subito dopo si arriverà ai voti . L'UNITà'- 22 luglio 1954. NUMEROSI DEPUTATI D.C. HANNO VOTATO CON LE SINISTRE. IL GOVERNO BATTUTO ALLA CAMERA. I CIECHI HANNO DIRITTO ALLA PENSIONE. Approvato con 259 sì e 251 no un emendamento PieracciniBarbieri che stabilisce un assegno a vita ai ciechi civili inabili al lavoro o senza mezzi. I ciechi civili hanno ottenuto ieri alla Camera il riconoscimento del loro diritto ad una pensione. Molti di essi seguivano con ansia dalle tribune le sorti della legge Pieraccini e quando il Presidente ha dato l'annuncio che la proposta delle sinistre, testardamente contrastata dal governo e dai democristiani, era stata accolta è avvenuto Ciò che a Montecitorio accade di rado. Dalle tribune i ciechi hanno gridato:Bene, Bravi! . Gli sguardi di tutti i deputati si sono rivolti in alto, verso i volti sofferenti e Senza luce che apparivano sorridenti ed emozionati. La violazione della rigida norma regolamentare che impone al pubblico di non esprimere alcun cenno di approvazione o di disapprovazione non ha avuto, come era ovvio per un caso così eccezionale, nessuna conseguenza. I commessi delle tribune si sono limitati a rickiamare cortesemente i ciechi al silenzio. Nell'aula intanto le sinistre prorompevano in un applauso lungo e caloroso. Di Vittorio ha commentato: I ciechi civili cominciano a vedere, i ciechi politici no . E qui nuovi applausi. L'emendamento approvato era stato presentato dal socialista Pieraccini e dal comunista Barbieri; esso suona così: E stabilito un assegno a vita a favore dei cittadini di ambo i sessi affetti dacecità congenita o contratta che siano inabili al lavoro e sprovvisti dei mezzi necessari per vivere . L'esito del voto è stato il seguente: Votanti 510 Magg. necess. 256 Favorevoli 259 Contrari 251 A favore dell'emendamento Pieraccini hanno votato i comunisti, i socialisti, i socialdemocratici, i liberali, i repubblicani ed una parte dei democristiani. I monarchici e i missini, che pure ufficialmente si erano pronunciati a favore delle rivendicazioni dei ciechi, al momento del voto hanno assunto un atteggiamento che è bene far conoscere ai ciechi. Su 29 missini ben 14 non hanno votato e tra questi, i principali gerarcki: Almirante, De Marsanich, Michelini, Mieville, Romualdi, Spampanato, De Felice, Endrich, Filosa, Marino, Colognatti, Latanza, Pozzo e Sponziello. Su 40 monarchici ben 13 non hanno partecipato alla votazione, nonostante fossero in gran parte presenti a Montecitorio. Tra gli assenti figurano Covelli, segretario del PNM, Lucifero, Basile, Sciaudone, Alliata, Greco, Di Bella, Caramia ed altri. La diserzione delle destre, che nei giorni scorsi avevano aVutO pubblici contatti con il ministro Gava ed alle quali anche ieri, ilministro di Castellamarenon ha risparmiato espressioni di benevolenza, dimostra che il numero dei democristiani ribelli alle direttive del governo è piuttosto elevato. Appena comunicato l'esito del voto, il Presidente della Commissione Finanze, onorevole Castelli Avollo (DC), ha sostenuto che occorreva riportare la legge in Commissione per elaborare un nuovo testo non poche proteste si sono levate dalla sinistra di fronte ad una proposta che appariva ispirata a propositi dilatorii. Ne è nata una piccola discussione e le sinistre per bocca di Dugoni, Pieraccini e Cavallari, hanno avanzato una proposta conciliativa: si rinvii la legge alla Commissione, ma questa si riunisca d'urgenza, nella Stessa serata, in modo che per le 11,30 di stamane possa riprendere il dibattito in aula . LA NAZIONE - 22 luglio 1954. APPROVATO IL DIRITTO DEI CIECHI AD UN ASSEGNO VITALIZIO DELLO STATO La proposta del socialista Pieraccini ha ottenuto alla Camera 259 voti contro 251. Le due sedute tenute oggi dalla Camera hanno avuto diversi argomenti. Nella riunione del mattino è proseguita la discussione sul bilancio del lavoro con interventi di vari oratori. Nel pomeriggio invece l'assemblea ha esaminato a lungo le diverse votazioni di progetto di una pensione ai ciechi civili. Il Ministro del Tesoro Gava ha espresso gli avvisi del Governo sulla proposta Pieraccini, rilevando come in questa legge si propone la prima interpretazione autentica dell'articolo 38 della Costituzione e si pone il dilemma se tale norma stabilisce un diritto soggettivo a favore dei minorati inabili al lavoro e privi di mezzi di sussistenza a essere assistiti oppure, come sostiene il Governo, soltanto il principio dell'assistenza giuridicamente tutelata. La prima soluzione raccoglierebbe, naturalmente, l'unanime adesione ma la nostra situazione economica e quella dei disoccupati ncide sulla possibilità di attuare oggi nel nostro Paese un sistema di piena sicurezza sociale. E vero che bisogna rompere il cerchio rappresentato dalle difficoltà economiche in rapporto al modesto reddito nazionale ed alla necessità di realizzare il programma di assistenza sempre più vasto; ma a tale scopo tutti debbono puntare sull'unico mezzo possibile l'aumento del reddito nazionale. Intanto occorre aiutare l'iniziativa privata della solidarietà e della carità cristiana. L'onorevole Gava, dopo aver osservato che tutti hanno accolto il principio della gradualità nella soluzione di questi problemi gradualità che è concettualmente e moralmente incompatibile con iil diritto soggettivo che taluni sostengono, ha proseguito dicendo, che in realtà la Costituzione sancisce il Diritto all'assistenza... Di Vittorio:Questa è una disquisizione priva di umanità, Gava: Io; è una disquisizione logica che non prescinde affatto da un profondo senso di umanità. Dall'estrema sinistra si è voluto costruire un dilemma: o diritto soggettivo o concessione paternalistica. Ma questa alternativa può essere sostenuta dall'onorevole Di Vittorio che ha una vivacissima intelligenza ma non una adeguata preparazione giuridica... . Di Vittorio:Come la sua che non vorrei avere). Gava:Il dilemma in realtà non esiste, perché il progetto del governo si pone sul piano dell'interesse giuridicamente tutelato, il quale se non crea diritti per l'individuo crea però norme di condotta che la pubblica amministrazione deve osservare nei lirniti delle sue possibilità, e che gli interessati possono far valere presso le autorità competenti. Il ministro ha quindi illustrato il concetto su cui si basa la creazione di un'opera per i ciechi civili con le caratteristiche proposte dal governo, ha affermato che il governo stesso accetta non solo la vigilanza ma anche il controllo sull'attività di essa, e ha detto che i mezzi messi a disposizione dell'opera sono sufficienti, specialmente se si tiene conto che il numero degli assistibili non è di 30.000 ma al massimo di circa 24.000: il che significa che se anche l'assegno fosse di dodicimila lire mensili la spesa globale ammonterebbe a 3.456.000.000, minore dunque dei 4.200 milioni messi a disposizione dell'opera. Il ministro ha concluso rivendicando al governo la ferma volontà di corrispondere alle istanze sociali del popolo italiano tenendo sempre presente, però, la necessità di risolvere i problemi di fondo. Terminata l'esposizione del ministro, l'assemblea è passata all'esame degli ordini del giorno e degli emendamenti. Attraverso Una complicata procedura si è giunti alla prima votazione a scrutiniO segreto, ma con la quale la camera doveva stabilire sulla base di una proposta del socialista Pieraccini se dovesse o meno riconoscersi ildirittoper i ciechi civili a vedersi riconosciuto dallo Stato un assegno vitalizio. La proposta è risultata approvata con duecentocinquantanove voti contro duecentocinquantuno. Essa è del seguente tenore:E stabilito un assegno a vita a favore dei cittadini di ambo i sessi affetti da cecità congenita che siano inabili al lavoro e sprovvisti dei mezzi necessari per vivere . L'esito della votazione, quando è stato annunciato dal vice Presidente Leone, è stato accolto dagli applausi delle sinistre, e Di Vittorio ha gridato:I ciechi civili cominciano a vedere, mentre quelli politici ancora no . Dato l'esito della votazione, l'assemblea ha deciso di rinviare alla commissione competente l'esame e il coordinamento degli altri articoli della legge. Domani nel pomeriggio, il progetto tornerà in aula e si riprenderà la discussione, ferma restando l'accettazione da parte delle sinistre del principio della costituzione dell'Opera, cosa compatibile, ha detto il comunista Cavallari, con le altre norme del progetto della commissione (vale a díre quello proposto dal governo) anche per quanto riguarda la copertura della spesa. Le sinistre si riservano di discutere sul congegno e sul funzionamento dell'opera. In conclusione resta da stabilire la misura dell'assegno a vita che deve essere corrisposto ai ciechi civili . I CIECHI CONQUISTANO ROMA. Ot E IL POTERE SI OFFENDE Più volte avevo preso contatto con la colonna in marcia sia per portare soldi, sia per preparare l'arrivo a Roma. I compagni dovevano giungere nella capitale il 18 maggio e per quel mattino sarebbero giunti da ogni parte d'Italia gruppi organizzati dalle varie Sezioni dell'Unione. L'appuntamento era fissato a Pontemilvio. Nelle prime ore della notte del 17 maggio partimmo da Roma in macchina; guidava il cognato di Bentivoglio, il fedele e caro Alberto Anzolla. Dovevamo raggiungere Viterbo, io sarei rimasto con i compagni per armonizzare le ultime mosse fra la colonna e i gruppi già in viaggio per l'appuntamento a Pontemilvio il giorno seguente. Con Alberto quella notte da Roma a Viterbo rischiammo moltissimo. Eravamo stanchi e tesi e più volte Alberto inchiodò la macchina con frenate paurose per i colpi di sonno che lo tormentavano. Come Dio volle giungemmo a destinazione e i compagni mi accolsero con grande entusiasmo. Alcuni già dormivanO e Baragli, dopo avere ascoltato le ultime notizie per il giorno seguente, mi assegnò un letto in un grande camerone dove erano accampati. Con qualche coperta per vincere il freddo della notte attesi il sonno e all'alba ci svegliammo per prendere il treno fino alla stazione di MonteMario. dirigemmo poi a Pontemilvio e l'incontro con le delegazioni provenienti dalle diverse città fu toccante. I fiorentini furono acclamati, applauditi, festeggiati. Ci furono abbracci e tantE lacrime per una commozione generale. Paolo Bentivoglio, col comitato della colonna fiorentina, apriva il corteo e fra due ali di popolo che applaudiva e piangevagiungemmo in Piazza Montecitorio. Una delegazione fu ricevuta dal Presidente della Camera Giovanni Gronchi e poi tornò tra di noi per riferire. Sandro Pertini era al fianco di Paolo Bentivoglio e noi li accogliemmo con un caldo applauso. Bentivoglio parlò e ci trasmise le assicurazioni date da Gronchi: la Commissione Finanza e Tesoro della Camera dei Deputati nella stessa giornata avrebbe preso a discutere la proposta di legge sulla pensione ai ciechi; sull'accoglimento della nostra istanza si erano già pronunciati quasi tutti i gruppi politici. Le giornate seguenti furono molto dure. In commissione il Governo tentò il rinvio e fu posto in minoranza. Il Tesoro resisteva non tanto sul piano finanziario, quanto sulla novità giuridica. Per alcuni giorni fummo in prima pagina su tutti i giornali. Le opposizioni di sinistra e di destra sparavano titoli brucianti contro il Governo. I socialdemocratici e i liberali erano con noi e i democristiani rimasero soli a difendere l'èra dell'assistenza elemosiniera. Quando parlo di democristiani mi riferisco alle posizioni ufficiali del partito della D.C. ma ho già detto, e ripeto, che con. quella Democrazia Cristiana, almeno sulla nostra battaglia, non erano allineati né Gronchi, né La Pira, né, più tardi, quelle decine di deputati D.C. che uniti ai socialdemocratici, ai liberali, a tutta la sinistra e ad una parte delle destre, metteranno in minoranza il Governo e faranno passare nell'aula di Montecitorio il primo riconoscimento per un assegno a vita ai ciechi italiani. Con l'Emendamento di GioVanni Pieraccini fu stabilito il diritto azionabile dei ciechi civili attraverso un assegno vitalizio. Questa vittoria di portata storica non solo per i ciechi, ma per tutti i mutilati civili, fu pagata amaramente sia da BentiVogliO, sia da noi fedelissimi che dall'Unione Italiana dei Ciechi. Il Potere restò offeso per il clamore suscitato lungo le strade d'Italia dai ciechi in marcia, per i titoli dei giornali, per le disavventure parlamentari del Governo sul nostro problema, per queldiritto azionabile del nostro assegno vitalizio, che sconvolgeva lo stagno assistenziale gestito dal potere con il cUore e la mente fermi al Medio Evo. Quando dico pagammo amaramente quella vittoria, mi riferisco a due conseguenze legate allamarcia del dolore . La prima si concretizzò in una manovra orchestrata dalla destra democristiana, guidata da Maria Pia Dal Canton, che ottenne la nostra punizione con il progetto poi realizzato di creare l'Opera Nazionale Ciechi Civili, un Ente a cui vennero affidate l'erogazione dell'assegno vitalizio e una infiinità di compiti con il proposito politico di conquistare l'attenzione e l'interesse spicciolo dei ciechi italiani. L'Ente avrà poi un presidente cieco e una organizzazione centrale e periferica che opererà spesso in contrasto con l'Unione Italiana dei Ciechi. La seconda conseguenza riguarderà più direttamente la vita interna della nostra associazione. Bentivoglio sarà abbandonato da alcuni non vedenti legati alla Democrazia Cristiana che gli rimproveravano di aver avallato le irrequietezze rivoluzionarie di noi fiorentini e di aver assunto la guida ufficiale dellamarcia del dolore , con la conseguente battaglia parlamentare che tanto fastidio aveva dato al Governo. Mi piace pubblicare alcuni significativi documenti per riportare il lettore al clima di quei giorni e alla importanza delle innovazioni giuridiche destinate a rivoluzionare, nel nostro Paese, il concetto tradizionale dell'intervento statale a favore degli invalidi civili. FINALMENTE L'ASSEGNO A VITA AI CIECHI ITALIANI. CON LA LEGGE 9 AGOSTO 1954 N. 632, Con la definitiva approvazione della legge 9 agosto 1954 n. 632, i primi invalidi civili in Italia, cioè i privi di vista, ottengono un assegno a vita da parte dello Stato. La marcia del doloreaveva trionfato e vittoriosi risultarono tutti coloro che seppero utilizzare quella clamorosa protesta per creare nel Paese una maggioranza di popolo interpretata in Parlamento da una maggioranza diversa da quella che governava il Paese. Oltre due mesi di scontro durissimo in Parlamento avevano offeso e irritato non pochi ministri e tanti, tanti burocrati legati al carro degli uomini che contavano in quel periodo. Questa schiera di conservatori sconfitti si rifece con due provvedimenti estremamenti reazionari: la creazione nell'Opera Nazionale Ciechi Civili, e l'emanazione del regolamento esecutivo dell'Opera stessa. Con l'Opera si tentò di spezzare il legame tra i non vedenti e l'Unione Itàliana dei Ciechi e con le norme regolamentari si provvide a svuotare il contenuto umano e sociale del voto parlamentare. Ci fu un nostro tentativo fallito di portare Bentivoglio alla presidenza dell'Opera. Fu una battaglia ingenua;il poterenon poteva premiare il grande artefice della sua cocente sconfitta e così nacque l'Ente col quale incominciò una guerra aperta su tutti i fronti. Il ritardo delle erogazioni. il criterio restrittivo delle applicazioni delle norme concessive dell'assegno a vita, il criterio di re clutamento del personale centrale e periferico, una guerra sorda alla nostra associazione che continuava ad interpretare il suo ruolo in forma dinamica e combattiva, fecero soffrire moltissimo Paolo Bentivoglio. Ci furono alcuni dell'ambiente romano che fecero pe- sare sul nostro Presidente la responsabilità della rottura col mondo politico dominante e la conseguente reazione dell'Opera che, a loro :. dire, avrebbe fatto morire la nostra Unione. Questi poveretti andavano affermando che i ciechi italiani, col tempo, avrebbero dimen ticato la loro associazione e sarebbero rimasti legati all'Ente dístributore di danaro. Una telefonata da Roma mi avvertì che Paolo Bentivoglio aveva lasciato gli uffici della sede centrale in preda ad un'amarezza indici bile. Il mio informatore riteneva che il Presidente avrebbe potuto anche decidere di dimettersi, in quanto combattuto dal dubbio che la sua posizione politica potesse nuocere al Movimento di categoria. Scappai alla stazione e partii per Bologna. Giunsi all'Istituto Cavazza e la cara e preziosa signora Teresa Bentivoglio, compagna adorata del nostro Presidente, mi accolse con vero entusiasmo. Fucà ha fatto bene a venire, Paolo soffre moltissimo per questa situazione e mai come in questi giorni si è sentito solo . Mentre la signora Teresa pronunciava queste parole, svelta come sempre mi faceva attraversare il corridoio che portava al suo appartamentO. Paolo era sprofondato in una poltrona, solo con la sua sofferenza, ed io con slancio lo abbracciai festoso e chiassoso:Sono venuto a prendere ordini dal mio generale; quando ha deciso di partire 'per fare sciogliere l'Opera Nazionale Ciechi Civili? Riuscii così a farlo sorridere, ma poi con la sua immensa intelligenza egli prese ad analizzare la situazione e a prevedere anni duri per l'Unione nonché una catena di interferenze politiche tese a strapparci la considerazione e l'affetto dei ciechi italiani. Mi misi a contraddirlo.Lei parla così perché a Roma qualcunO. le dà la responsabilità della creazione di questo baraccone senz'ani- . ma. Lei è solo il responsabile della più grande vittoria di un popolo di affamati che fin qui ha sopportato la cecità senza far chiasso E continuai convinto:Questo popolo è suo, nessuno potrà mai portarglielo via, perché lei lo ama e lo serve e i quattro danari che l'Opera riuscirà ad erogare non accecheranno la mente di nessuno . E infine aggiunsi:Si ricordi che oggi i ciechi ricevono come assegno vitalizio più di quanto riceve come pensione un lavoratore che ha lavorato più di trent'anni . Mi riferivo alle pensioni INPS di quei tempi. Bentivoglio alzò il braccio e con la mano mi accarezzò i capelli dicendomi: Figliolo che bella fede che hai, grazie di essere venuto . Cenammo insieme e facemmo mille progetti. Bentivoglio si augurava fermamente che il disegno politico di Gronchi di portare i socialisti nell'area di governo si avverasse con rapidità. Era convinto che la sinistra avesse un potenziale culturale ed umano che ancora non riusciva ad incidere sulle attese trasformazioni del Paese e vivamente attendeva tempi migliori per la collettività nazionale. Più volte mi disse quella sera che il Paese aveva bisogno di un socialismo operoso nellestanze dei bottoni . Come capo della nostra organizzazione, aggiungeva che i ciechi italiani avrebbero avuto molte risposte di giustizia ai loro problemi, in un contesto politico diverso e più aperto alla socialità, in un Paese diversamente governato. Ripartii per Firenze la mattina dopo e per molto tempo quella scoperta del mio grande Maestro, sprofondato in una poltrona e solo con i suoi affanni, mi ha fatto riflettere e soffrire. Ho paragonato quelle ore di Bentivoglio a quelle più lontane pure tanto amare di Nicolodi, nell'autunno del 1943, quando il Maggiore Carità, delle SS, lo costrinse ad abbandonare le cariche ricoperte nelle istituzioni dei ciechi. FRANCO INFANTINO, EUGENIO ARTOM. I ciechi italiani dovranno ricordare due figure di galantuomini tanto diverse tra loro, ma tanto decisive per la battaglia per il trionfo del nostro diritto alla pensione. Franco Infantino, cieco e privo delle mani, mutilazioni causate dalla sua fede fascista, fu un uomo che, a parte le sue idee, suscitò stima, affetto, rispetto da parte di tutti coloro che lo conobbero. Era deputato del Movimento Sociale Italiano e tutti sappiamo con quale calore sostenne la battaglia di Paolo Bentivoglio e dei privi di vista italiani. Picchiando i moncherini sul banco di Deputato, spaccò il gruppo del suo partito e al momento del voto la maggior parte dei suoi colleghi votò a favore delle sinistre e dei gruppi laici per far passare il principio dell'assegno vitalizio per i ciechi. Il suo atteggiamento trascinò al voto favorevole anche la maggiOr parte dei monarchici e il Governo fu battuto. Eugenio Artom, un vero eroe del pensiero liberale, un uomo che aveva combattuto il fascismo anche come figlio di quel popolo ebraico tanto ingiustamente perseguitato, amava da sempre la causa dei ciechi. Animo sensibile e concreto operatore del bene, si occupava della vita del nostro istituto di Firenze del quale, poi, fu Presidente. Durante il periodo dellamarcia del doloreci fu preziosissimo. Lavorò a Firenze e a Roma per convincere i liberali a darci una mano e ci aprì la porta del Vice Presidente del Consiglio dei Ministri, On. De Caro. Eugenio Artom combatté con noi una dura partita per evitare che la nostra agitazione fosse considerata una chiassata all'oppOSizione socialista e comunista, sostenne con altissimo senso morale il principio sociale delle nostre rivendicazioni e i liberali votarono con le opposizioni, nonóstante fossero al governo. Questa coerenza fu un punto fermo della sua vita in tutti settori in cui fu impegnato, ma i ciechi italiani gli devono profonda riconoscenza e lo ricordano sempre Signore e paladino dei loro diritti. Quando conquistò il seggio al Senato della Repubblica, spesso ci rivolgemmo a lui con la certezza di parlare e chiedere ad un: grande amico della povera gente e di quanti soffrivano la prepotenza dei più. UNA CATTEDRA, CHE ONORE ! Alla fine del 1955, l'istituto professionale per ciechi di Firenze mi chiamò ad insegnare materie tecniche alla Scuola di Massaggio in sostituzione del mio maestro Orciari dimissionario. Fu una grande svolta per la mia vita. Ritornavo nella stessa classe, ma non più in un banco da studente, bensì in cattedra e quell'impegno fu onorato con intensità di scrupolo e fecondità di studi. Non ho mai studiato tanto in vita mia come in quel periodo. I giovani alunni incominciarono a pretendere da me un salto di qualità dei corsi e del diploma e mi convinsero che l'antica scuola di massaggio, dopo tanti anni, poteva pure fare un balzo in avanti e trasformarsi in scuola di fisioterapia. Incoraggiato e sorretto da quei bravi ragazzi, aiutato da Bentivoglio, riuscii a convincere il Preside che l'operazione era possibile. Fui mandato a Parigi e a Londra a frequentare quelle scuole per ciechi e tornai in Italia più convinto che mai del buon diritto dei non vedenti italiani ad avere una loro scuola per massofisioterapisti. Il Preside Parri mi fece stendere il testo della proposta di legge e la relativa relazione illustrativa per ottenere il riconoscimento del nuovo tipo di scuola e, dopo qualche anno, dall'Istituto di Firenze uscirono i primi diplomati ciechi in massofisioterapia. La scuola fu statizzata e la carriera ospedaliera dei nostri professionisti fu riqualificata con soddisfazione per tutti. Rituffato nel mondo dei camici bianchi e impegnato per le Sole ore di cattedra, mi pareva di essere un quasi disoccupato. Pensai di aprire un ambulatorio di cure fisiche e così, dopo tanti anni realizzai il mio primo sogno fiorentino. A Napoli sognai la toga, a Firenze uno studio professionale per esercitare un'attività che mi aveva interamente preso durante i tre anni di corso. L'ambulatorio mi darà negli anni grandi soddisfazioni e mi le gherà ad una clientela assidua e generosa. In pochi anni aCquistai un grande appartamento nel centro di Firenze, per disporre di uno studio più ampio, e un angolo di paradiso nella pineta di Castagneto Carducci, Marina di Donoratico. I miei trenta o quaranta clienti al giorno mi procuravano tanta stanchezza fisica, ma anche mezzi economici mai sognati. Quel passaggio dalle 40.000 lire al mese dello stipendio di segretario della Sezione Toscana dell'U.I.C., allo stipendio di in segnante, a cui aggiungevo le entrate della mia libera professione e il lavoro di mia moglie che continuava a gestire il suo bel negozio, mi sembrarono il premio della Provvidenza per avere avuto la forza di trascurare in più occasioni il mio lavoro e le mie entrate, per obbedire alla mia Organizzazione che disponeva di me a seconda delle sue necessità. Del resto, non mi aveva detto Nicolodi, dopo la favolosa stagione di lavoro presso le Terme di Montecatini nel 1949, che non dovevo affezionarmi ai soldi perché l'Unione e l'Ente di Lavoro avevano bisogno del mio entusiasmo? Bentivoglio era duramente impegnato con l'Opera Nazionale Ciechi Civili, con l'Ente Nazionale di Lavoro dei Ciechi, con la Federazione delle Istituzioni pro Ciechi, con i diversi istituti, ma soprattutto col primo serio tentativo di scissione operato da un gruppo di non vedenti bolognesi, appoggiato da elementi dell'opera Nazionale Ciechi Civili e da qualche settore politico. Erano necessarie grandi doti diplomatiche e io non ero in grado di aiutare il Presidente. La diplomazía non la conoscevo a quei tempi. Ero un tenente, certamente non più caporale, ma sempre un tenente specie dopo la riuscita dellamarcia del dolore . L'Unione doveva recuperare l'attenzione della Democrazia CriStiana e il nostro Presidente sapeva benissimo che i fiorentini non erano i più idonei alla bisogna. La mia promozione a dirigente nazionale, cioè a membro della Giunta Esecutiva Nazionale dell'Unione Italiana dei Ciechi, avvenne in occasione del IX Congresso dell'U.I.C. svoltosi a Roma nel 1957. Ormai Bentivoglio mi diceva sempre più spesso che dovevo trasferirmi a Roma per aiutarlo, ed io resistevo facendogli osservare che finalmente stavo concretamente lavorando per la mia famiglia, famiglia molto più numerosa dei conviventi sotto il tetto della bella casa di Via Fibonacci a Firenze. La segreteria della Sezione Toscana dell'U.I.C. era stata data a Gino Baragli e questo fraterno amico non ha mai fatto rimpiangere il suo predecessore. Attivo, efficace, concreto, sempre stimato dai soci e lealmente legato a Vincenzo Ventura e Luigi Borrani, rispettivamente Presidente e Vice Presidente dell'importante struttura della nostra Associazione, ha sempre dimostrato impegno e fermezza di propositi. Il passaggio dalla fabbrica all'ufficio, per Gino Baragli fu un bel trauma. Il cavallo sfrenato che avevamo conosciuto e temuto per tanti anni, ora era in colletto bianco e cravatta, sempre severo e pensoso I cento episodi delle sue scorribande passavano lentamente nell'album dei ricordi. La sua cara compagna, la bella e brava Pina, se lo vedeva cambiare sotto gli occhi e un po' temeva per lui: non le sembrava più il suo Gino tempestoso e imprevedibile. Gino era il più convinto tifoso di Bartali e dellaFiorentina : Quando era in fabbrica aveva scommesso ettolitri di vino, calcolando i fiaschi puntati sulle corse del ciclista toscano o sui Viola. Il suo antagonista più agguerrito era Giovanni Faeti, tifoso di Coppi. Poi c'era il rivale di briscola Gino Ganozzi. Gli episodi degni di tenere banco in una conversazione capace di ricacciarci in un'epoca tanto combattuta, ma pure tanto esaltante, sarebbero tanti. IL CENTRALINISMO TELEFONICO. DECISIVO SBOCCO OCCUPAZIONALE PER I CIECHI Ci si avviava verso gli anni sessanta e la pressione dei giovani che uscivano dagli istituti con diplomi di avviamento al lavoro che poi non portavano ad una vera occupazione, incominciava ad essere un fenomeno pressante e doloroso. Era faticoso conquistare una cattedra per i laureati, e lunga e dura era la via per entrare nelle corsie degli ospedali come massaggiatori prima e come fisioterapisti dopo. L'Ente di Lavoro non assumeva più, anzi cacciava in disoccupazione gli operai in forza. Bentivoglio ebbe un'idea geniale. Fece venire in Italia un ingegnere tedesco e insieme si recarono in diverse città, proiettando e commentando un film che mostrava i ciechi tedeschi impegnati in attività di centralinisti. Con l'innesto sui centralini di appositi segnalatori tattili, strumenti elettronici che trasformavano le indicazioni luminose in stimoli di rilievo, in Germania avevano fatto il miracolo di occupare oltre novecento privi di vista. Il Presidente convinse Vigorelli, allora Ministro del Lavoro, a farci gestire dei corsi di qualificazione e la grande opera incominciò. La Regione siciliana ha il merito di aver aperto in Italia la strada al collocamento dei primi telefonisti ciechi. Nei primi mesi del 1957, infatti, avemmo la prima legge speciale che apriva nell'isola una importante via di lavoro. Sempre nel 1957 il Parlamento nazionale varò la legge che consentiva l'occupazione dei ciechi su tutto il territorio della Repub blica e così un grande e decisivo sbocco fu conquistato, anche se per ogni singolo posto, nonostante il diritto sancito dalla legge, fu indispensabile una lotta accanita, dura, lunga. In un Paese socialmente arretrato, è difficile convincere i più che un cieco può manovrare un centralino di una banca, di un ministero, della Fiat, di un ospedale. Amministratori e burocrati teme vano che le banche non potessero più vendere denaro, che i ministeri non funzionassero più, che la grande casa torinese dovesse fermare la produzione e che gli ospedali ormai non avrebbero più potuto curare nessuno. Tutte le insistenze vittoriose ci facevano registrare la piena soddisfazione dei dirigenti degli enti che avevano finito con l'assumere un cieco. Quante lettere ha ricevuto l'Unione per segnalare la bravura dei nostri operatori! E tanti duri avversari ci han no chiesto scusa per le resistenze opposte. Per onestà di ricordi voglio segnalare l'Assessore alla Provincia di Firenze, il già citato Roberto Martini, il quale, prima ancora che fosse emanata la legge per il collocamento obbligatorio dei centralinisti ciechi, fece assumere dalla sua amministrazione un privo di vista.Non mi mandare un socialdemocratico come te , mi disse Roberto, ma io lo servii a dovere, gli segnalai Giuseppe Lauria, il più comunista, il più laborioso, il più corretto dei nostri compagni di fabbrica, da tempo disoccupato. Lo stesso miracolo fú ripetuto dalle OfficineGalileo ) del capoluogo toscano e con simili assunzioni verificatesi in altre città, potemmo far toccare con mano ai parlamentari e al Ministero del Lavoro la serietà della nostra aspirazione; avemmo così la legge in Sicilia, e ben due leggi nazionali in pochi anni: nel 1957 come ho già detto e nel 1960. ANCHE PER I MASSOFISIOTERAPISTI CIECHI IL COLLOCAMENTO OBBLIGATORIO. Con la Legge 5 luglio 1961 n. 570, ottenemmo l'istituzione della Scuola nazionale professionale per massofisioterapisti ciechi. Con perfetta sintonia, nello stesso mese, il Parlamento varò la legge per il collocamento obbligatorio per i massofisioterapisti ciechi: la legge 21 luglio 1961 n. 686, infatti, fa obbligo agli ospedali con un certo numero di posti letto, di assumere un massofisioterapista cieco. Come per i centralinisti diplomati, la legge istituì un albo professionale anche per i massofisioterapisti Migliorarono, nel contempo, la preparazione scolastica di queSti giovani e la loro utilizzazione nei diversi centri di cura. Si chiuse un periodo eroico e si aprì un'èra socialmente diversa e più umana per le centinaia di occupati e per le migliaia di studenti che usciranno dalle diverse scuole italiane del ramo. Quanti di noi sono rimasti anni e anni negli ospedali a lavorare senza compenso, aspettando che il medico di reparto, o il direttore sanitario, o il Presidente dell'amministrazione ospedaliera si decidessero a provocare un'assunzione? A Grosseto l'amico Sisinnio Pittau, un autentico eroe, prestò regolare servizio per oltre dieci anni nell'ospedale di quella citta, i suo compenso era rappresentato dal pasto gratuito. Poi per fortuna si ammalò la moglie di un dirigente del centro ospedaliero, Pittau la curò, non volle compenso (tanto, era abituatO) e la cosa passò all'attenzione di quella signora. A lei soltanto, Pittau deve un po' di umanità giunta con tanto ritardo. A questo caso limite si affiancava un metodo di sfruttamento quasi generalizzato. E in questa situazione si Venivano a. trovare i diplomati del Nord e del Sud, tutti alle prese con ambienti ostinati e retrivi. Un altro, tipo di sfruttamento era connesso alle mansioni espletate dai nostri diplomati: questi venivano assunti come massaggiatori, pagati quando erano pagati come infermieri generici nonostante svolgessero, in realtà, il lavoro di il lavoro di fisioterapista. Con il riconoscimento della nuova scuola e del diverso titolo professionale, con la la legge del collocamento obbligatorio anche in questo settore, raggiungemmo una più alta dignità di lavoro e il rispetto retributivo delle mansioni veramente svolte. Ci costo fatica questo balzo in avanti. Le prime serie difficoltà le incontrai presso gli amministratori dell'Istituto Fiorentino. Si sosteneva che i ciechi avevano sfondato con la pratica del massaggio, ma non potevano pretendere di adoperare apparecchi sofisticati come: la marconiterapia, i forni Bier , gli ultrasuoni, gli strumenti di elettroterapia, ecc. Io ricordavo di aver trascorso e vissuto tutte le esperienze professionali di questo settore paramedico. Col diploma di massaggio ero entrato in palestre, in centri medici, alle Terme di Montecatini, e ovunque avevo praticato massaggio, ma non solo quello perché mi appassionavano la ginnastica medica e l'uso dei più ricercati apparecchi di fisioterapia. L'importante era studiare continuamente, seguire da vicino ogni ricerca e pubblicazione del settore. , E come me, e meglio di me, professionista ambulante tra gli incarichi nel mondo dei ciechi, facevano i miei colleghi negli ospedali, negli ambulatori, nei centri termali. Altra durissima resistenza la incontrammo in Parlamento e presso la FIARO. Qualche onorevole medico e i rappreSentanti degli ospedali, proprio quei signori che spesso non si aCcorgevano di avere nei reparti un cieco che lavorava gratis da anni, ci fecero penare prima di giungere in porto con le due leggi, quella del riconoscimento della scuola di massofisioterapia e quella del collogamentO di questi diplomati. Ricordo che convinsi Ettore Corbò, un prestigioso cronista della radio, a visitarci nel laboratorio della scuola per un servizio. Gli studenti brillarono nell'arte del fare e del dire le cose che faCeVano e ne risultò una bella trasmissione. Da una ripresa televisiva avemmo un risultato veramente importante. Io avevo pregato un giovane allievo di Bergamo di ripetere dUrante la ripresa delle telecamere una sola operazione: accendere e poi spengere lo stoppino imbevuto di spirito del forno Bier. Nel forno c'era l'arto di un paziente. Quando distribuivo i compiti per la ripresa, quel giovane mi disse che gli avevo riservato un lavoro veramente modesto. Per me, insegnante e collocatore al lavoro di giovani diplomati, era importante far vedere e rivedere un cieco assoluto che consumava una scatola di fiammiferi nell'atto di accendere e poi spengere uno stoppino di un forno a spirito. Il paziente, per l'occasione era un compagno di corso, prese a dirmi:Professore e se questo disgraziato procura una vampata e mi brucia, che figura facciamo tutti? . Ero sicuro dei miei ragazzi e tutto andò perfettamente, anzi quei - fiammiferi e quello stoppino procurarono un posto di lavoro. Quando quel mio alunno, il bravo Tommasoni, si presentò dal Direttore dell'ospedale di Bergamo per chiedere di essere assunto, si sentì dire che il primario aveva visto la ripresa televisiva e che lo riconOsceva nello studente che con molta sicurezza scherzava col fuoco. Tomasoni fu prontamente assunto e assegnato al reparto di fisioterapia. Queste soddisfazioni hanno accompagnato tutta la mia carriera di insegnante e di amico dei miei alunni, con i quali studiavo le Possibili vie del collocamento. Quanti di loro sono poi tornati con le Proprie Sposine, con i meravigliosi figlioletti, ormai signori nella profeSSione, nei modi, nei mezzi economici. Ma la gioia più grande i miei alunni me l'hanno data quando, da Presidente Nazionale dell'Unione, li ho trovati nella veste di lavoratori e di dirigenti della nostra Associazione. Infatti, nelle lunghe ore di laboratorio, quando passavo nelle loro mani l'arte di curare, avevo premura di insistere sulla loro formazione civica e parlavo spesso del nostro Movimento di categoria che aVeva bisogno di giovani, di cuori e di menti per affermarsi nella società. Tanti di quei giovani mi hanno ripagato largamente di quanto,modestamente, ma francamente, ho potuto e saputo dare a tutti loro. UN PRIMATO NEL MONDO I laureati ciechi nella scuola pubblica. Fino dai primi decenni del secolo, diplomati e laureati ciechi di varie discipline avevano affrontato vincendo gravi resistenze, difficoltà e pregiudizi la difficile carriera dell'insegnamento, sia nelle scuole speciali per ciechi, sia nelle comuni scuole medie superiori, dedicandosi, per queste ultime, soprattutto alla musica, alla filosofia e alle materie giuridiche. Non esisteva però alcuna tutela giuridica di questi insegnanti e nessuna disposizione che ne favorisse il collocamento o, quanto meno, che sancisse il loro diritto ad esercitare questa professione, nelle comuni scuole. Ai diplomati ciechi degli istituti magistrali era e rimane ancora aperta soltanto la via dell'insegnamento nelle scuole speciali per ciechi, sia per la limitazione a tale àmbito contenuta nel loro titolo di studio, sia per la reale ed oggettiva impossibilità per l'insegnante privo di vista di svolgere la propria opera nella comune scuola elementare. Le scuole per ciechi erano scuole parificate, scuole cioè di seConda classe, perché lo Stato che pure aveva stabilito l'estensionedellobbligO scolastico ai ciechi fino dal 1923 ne aveva lasciata la Cura agli istituti magistrali limitandosi a sostenere, mediante Il SiStema del rimborso, le spese per gli stipendi degli insegnanti e addossando agli istituti tutti i rimanenti oneri. La posizione giuridica stessa degli insegnanti era ambigua, comunque non pari alla dignità e all'impegno del loro lavoro. Finalmente con la legge 26 ottobre 1952 n. 1463 le scuole speciali per ciechi diventarono a tutti gli effetti scuole elementari di Stato ed il relativo personale insegnante ottenne, con l'immissione nei ruoli statali speciali, il giusto riconoscimento del lavoro prestato e della specificità della preparazione. Le scuole elementari statali per ciechi assunsero il loro assetto definitivo però soltanto otto anni dopo; quando vennero istituiti i posti di ruolo per gli insegnanti di musica, riservati ai diplomati ciechi. Tanto infatti ci volle perché lo Stato riconoscesse la necessità di provvedere a questo insegnamento che pure era riconosciuto da tutti i pedagogisti come fondamentale allo sviluppo del senso estetico dei fanciulli non vedenti e come base di preparazione professionale per quelli fra essi che fossero particolarmente dotati per la musica. Le prime disposizioni legislative riguardanti l'ammissione dei laureati ciechi a concorsi a cattedre risalgono al 1955. L'ammissione era limitata ai concorsi a cattedre per l'insegnamento per le materie giuridiche ed economiche, la storia, la filosofia, la musica e il canto e per tutte quelle altre materie che non comportavano la correzione di elaborati di classe, esperienze di laboratorio ed esercitazioni grafiche. La legge, cioè, prendeva atto di quanto si verificava nella pratica da anni con piena soddisfazione delle autorità scolastiche poiché gli insegnanti privi della vista avevano saputo, a prezzo di gravi sacrifici e di indefesso lavoro, farsi rispettare e stimare e avevanO dimostrato come l'impegno costante e la volontà possono far superare difficoltà apparentemente insormontabili. Le possibilità occupazionali dei laureati ciechi vennero ulteriormente ampliate con una legge del 1962 che consentiva ai medesirni di partecipare a concorsi a cattedre e quindi di insegnare anche italiano e storia negli istituti tecnici, lingue straniere in qualsiasi tipo di scuoLa. Era un notevole passo avanti sul terreno delle possibilità occupazionali e un giusto riconoscimento della professionalità dei nOstri laureati che ponevano l'Italia all'avanguardia nel mondo in qUesto specifico settore. Se a ciò si aggiunge il fatto che negli stessi anni veniva data ;sistemazione iin ruolo a tutto il personale delle scuole di avviamentO, degli istituti professionali e della scuola nazionale per massaggiatori e massofisioterapisti ciechi di Firenze, si può ben dire che l'Unione Italiana Ciechi aveva risolto in maniera pressoché totale il problema di offrire uno sbocco lavorativo e dignitoso a coloro che, avendone le qualità e la volontà, avessero dovuto dedicarsi alla professione di insegnante. La creazione della nuova scuola media, avvenuta nel 1962, porrà nuovi problemi e offrirà nuove opportunità di lavoro che formeranno oggetto dell'attività dell'Unione Italiana Ciechi negli anni successivi. IL CENTRO NAZIONALE DONATORI DEGLI OCCHI DON CARLO GNOCCHI E L'IsTITUTO NAZIONALE CASE POPOLARI PER I CIECHI. La donazione dei suoi occhi a due ciechi da parte del grande sacerdote Don Carlo Gnocchi, direttore e animatore del centro per i mutilati di guerra in Roma, ispirò Paolo Bentivoglio e l'Unione dette vita ad una vera e propria banca degli occhi. Mentre, in sede legislativa, venne strappata la prima disposizione che rendeva possibile l'estrazione di parte del cadavere a scopo terapeutico, un preciso riferimento riguardava l'asportazione della cornea e del bulbo oculare. Tutte le strutture periferiche dell'Unione si impegnavano in una toccante gara di umanità, creando in sede provinciale gli schedari per la raccolta dei donatori degli occhi. Alla morte dei donatori scattava una commovente lotta con il tempo e con le pastoie burocratiche per rendere possibili i trapianti. Molti occhi spenti furono ricondotti alla luce e mai attività associativa fu tanto altamente seguita e valorizzata. Quando i trapianti, per più avanzate disposizioni legislative e per una più diffusa conoscenza del problema, diverranno un fatto di costume e di comportamento di una massa di cittadini più numerosa e convinta, l'Unione allenterà il suo slancio sul piano della raccolta delle donazioni, mentre concentrerà ogni energia sul fronte della profilassi visiva. Dal 1951 al 1975. anno in cui fu sciolto. ha oPerato in Italia l'Istituto Nazionale Case Popolari per i Ciechi. In moltissime città sono state costruite case, per la maggior parte poi cedute in Proprietà ai non vedenti. Torello Abati e Michele Coppola, rispettivamente Presidente e Direttore di questo imponente settore, hanno lasciato un patrimonio considerevole ai ciechi italiani. Questi due vedenti, da noi premiati con medaglia d'oro, sono stati precursori di uno stile e di una scuola alla quale ogni persona che vede può apprendere l'arte di affiancare i ciechi, di aiutarli di integrarli, di viverne la fede e la volontà di costruire un destino più degno di una comunità civile. Entrambi questi nostri benefattori si sono occurati di altre tività in favore della categoria e ovunque hanno profuso intelligenza, cuore e amore vivissimo per la sorte delle istituzioni e per bene dei privi di vista. , L'Avv. Michele Coppola partecipò con Nicolodi alla fondazione dell'Ente Nazionale di Lavoro per i Ciechi e fu il braccio destro del Presidente durante gli anni più difficili dell'affermazione delle di verse strutture che imporranno al Paese, prima e dopo la seconda guerra mondiale, il grave problema della cecità come tema sociale. UN PERIODO D'INFERNO: TRE BARE IN POCHI ANNI Dal novembre 1961 all'aprile 1964, in 27 mesi, persi nell'ordine mio fratello Natale, la mamma e Gigi, il fratello minore. Nello stesso periodo mio fìglio, che grazie a una lunga serie di interventi oculistici aveva acquistato un buon residuo visivo in entrambi gli occhi, veniva colpito all'occhio destro mentre nuotava in piscina e tornava al buio per un distacco di retina inutilmente operato. La mamma con i suoi ottant'anni, ma con tanto spirito e tanta voglia di vivere, ci aveva abituati a pensare alla sua eternità. Ormai viveva con me; era felice di tutto, di tutti. Le sue antiche e dure sofferenze ormai non le rammentava più. Le piaceva parlare del presente ed il presente le suscitava gioia, canto e sorriso. L'ultima Pasqua della sua vita la trascorse con noi in un albergO del litorale toscano. Una mattina, appena svegliati, MiLena ed io la sentimmo parlare in giardino. Ci affacciammo e la trOvammo immersa in una serrata conversazione con una signora tedesCa. Si facevano cullare da una poltrona a dondolo e fra mille gesti noi sentivamo i tanti sì di mia madre e i tanti ja della interlocutrice straniera. Quando la chiamammo per fare colazione mi disse tutta compunta:Oh, figlio, hai interrotto la nostra Conversazione LO sai che stavo imparando il tedesco? . In un pomeriggio del giugno del 1962, mentre cantava liTAnie religiose nella sua lingua calabrese al caro e adorato nipOTE Gianni, appoggiò il capo sulle braccia conserte e si addormentò per sempre con il suo bel sorriso sulle labbra. Se ne aVessi la forza la farei riconoscere Santa . Un'emorragia cerebrale, qualche mese prima, aveva colpito ;Natale che da anni viveva a Firenze. Povero Natale! Doveva gOdersi i due figli ormai al lavoro; voleva vivere a Firenze, Vicino a me, e tutto questo fu stroncato alla soglia dei suoi sessant'anNi. E come se tutto questo non bastasse, nel fiore della sua giOventù matura, a trentasette anni, nell'aprile del 1964 si spense. anche Gigi. Tre bare in meno di tre anni, ma per la terza, che mi strappò quel ragazzone tutto cuore, forte e vivo dei suoi anni, tanto pochi per la sua belLIssima sposa Lina, tanto pochi per quei quattro figli uno più bello dell altro, così pochi per me che lo sentivo parte delle mie carni e che mi dava fierezza e certezza solo a ricordarlo, per quella terza bara crudele e ladra, non avevo più lacrime eppure piansi, non avevo più forza di soFFrire eppurè mi tormentai e sperai, per la prima volta nella mia vita, di raggiungere presto quelle anime ormai a passeggio tra le stelle. Da quando è morto mio fratello Gigi nel ricordarlo con mia cognata, con i cari nipoti, con tutti, l'ho sempre chiamato con il suo nome, Giorgio. Da quando non c'è più, non mi riesce di chiamarlo Gigi. I vezzeggiativi sono frivolezze da vivi. Giorgio morì per un infarto post-operatorio. Subì un'operazione di raschiamento sull'estremità inferiore della tibia e tornò in corsia come se nulla fosse accaduto. Io ero lì, naturalmente, e dopo poco prese a scherzare per la mia fifa.Peppino, dimmi la verità che avevi paura che non uscissi vivo dalla sala operatoria!mi disse sorridendo. Giorgio si era trasferito ad Ancona da alcuni anni ed io lo avevo raggiunto appena seppi che doveva operarsi. Dopo una bella chiacchierata uscii per fumarmi una sigaretta e lui pronto: Accendila qui, faccio una tirata sola .Sei matto , gli risposi, e mi allontanai. Rientrato nella sua camera mi prese la mano e cominciò a dirmi:Ricordi quAndo lavoravi all'ospedale di Reggio e cominCiasti a guadagnare dei soldi e li nascondevi tra le pagine dei tuoi libri braille e te li scovavo anche lì? . Rideva sodDIsfatto, ma io avevo paura che si stancasse e lo pregavo di parlare poco e di non ridere.Voi medici siete sempre miracolosi , mi rispose. Per lui io ero più di un medico. Quando veniva a trovarmi a Firenze, gioiva nel mio ambulatorio per tutta quella gente così legata a me. Mi invidiava le clienti giovani e belle e mi chiedeva sempre se gli potevo insegnare l'arte per mettersi il camice bianco e lavorare al mio fianco. Mi trattenni fino a tardi con lui ricordando mille cose liete della nostra infanzia e della nostra giovinezza, né io né lui accennammo minimamente a qualcosa di triste che pure avevamo dentro. Quella sera, più volte, ci dicemmo che dovevamo vederci più spesso per goderci la vita. La mattina dopo mi pregò di rientrare a Firenze:Tu hai le tue belle clienti, non le devi lasciare: io non le lascerei mai, neanche per un fratello . Giorgio scherzava, vivo e sereno, ed io abbracciandolo gli dissi che sarei rientrato a casa, ma che il sabato successivo sarei tornato da lui. Giunsi a Firenze nel pomeriggio, ma fui preceduto da una telefonata che avvertì Milena che GioRgio era morto. Tornai ad Ancona per piangerlo e per stare accanto a Lina, mia cognata, per dire ai miei quattro nipoti Lucia, Giacomo, Filippo e Maria, che lo Zio era lì con loro in quell'ora terribile e per sempre. Quanto dovrei scrivere, quanto potrei scrivere di Giorgio se il cuore, ormai stanco, non me lo impedisse, se l'affollarsi dei ricordi lieti ed amari, non mi provocasse un dolore lancinante in questO povero petto non più idoneo a prove così dure come quella di un colloquio di anime fra due fratelli che si sono adorati e integrati in vita, e che neanche la morte ha diviso. Ed ora tu, mio caro Giorgio, vagando tra le stelle vedi E senti il faticoso andare di noi tutti. E certo ricordi quale turbINE di sentimenti scatenò in me la tua morte e il lungo colloquiO che ebbi con te durante le durissime e lunghe ore di treno trA Ancona e Firenze, dopo quei funerali che ti strinsero al fiancO mezza città. Quanta gente ti conosceva già in quella tua nuova residenza! Come avevano fatto presto a stimarti e quanta gente ancora ti ricorda e rispetta la tua sposa, i tuoi figli! Ricordi, Giorgio, le tue lacrime e la tua disperazione quando ti dissi che il Prof. Bencini di Siena aveva predetto che Gianni sarebbe presto sprofondato nella cecità assoluta per quel glaucoma che si era aggiunto alle cateratte congenite? Non ti tran quillizzò neanche la mia decisione di portarlo in Svizzera dal Prof. Goldman, oculista di fama mondiale. Con le tue mani robuste mi afferrasti le braccia e stringendo da farmi male quasi mi urlasti:Tu devi portarlo in capo al . mondo, ma devi trovare chi è disposto a togliere un occhio a me e uno a mia figlia Lucia perché voglio che mio nipote Gianni abbia due occhi perfetti come gli altri! . Come eri bravo, in campo, nel tuo ruolo di ala sinistra! Che tiro potente avevi: Levratto, il tuo allenatore, mi diceva di te cose meravigliose ed io lo ascoltavo con trasporto e fierezza. Ricordi Giorgio, quando ti facevi squalificare per avere un po' di libertà per venire a Firenze e stare qualche giorno con me ? Quanti ricordi mi affollano la mente e come parlo volentieri con i tuoi figli e con la tua fedelissima sposa di tutti i particolari vissuti con te, nei pochi, pochissimi anni della tua-vita terrena! E ogni qualvolta ti ricordo mi pare di raccogliere un fiore e di lanciarlo, con tutta la mia forza, verso i cieli azzurri della tua nuova dimora. SULL'AEREO DA ROMA A NEW YORK. Stavamo volando verso gli Stati Uniti per partecipare al Consiglio MonDiale dei Ciechi, un organismo che vive sotto l'egida dell'O.N.U. e che raccoglie tutte le istiTuzioni che operano per la promozione sociale dei non vedenti. Mentre attraversavamo l'Atlantico, il Gen. Ammannato, Vice Presidente Nazionale dell'Unione, chiese a mio figlio di lasciargli il posto per un breve colloquio con me. Giuseppe, tu sai che Bentivoglio, specie dopo l'infarto che lo ha colpito, parla sempre più spesso della sua successione alla Presidenza della nostra Associazione. Voglio che tu sappia che anche io non vedo persona più indicata di te per un compito così duro e iMpegnativo. Bentivoglio ed io pensiamo proprio che tu debba accollarti questo onere, certamente grave per te e la tua famiglia . Risposi ad Ammannato che quanto mi diceva poteva inorgoglirmi, ma viceversa mi spaventava e mi tormentava, in quanto già prevedevo il turbine di problemi che quella eventualità avrebbe scatenato. Avrei dovuto chiudere l'ambulatorio, e MiLena -- di cui avrei avuto bisogno per la mia permanenza a Roma e in Giro per l'Italia e per il mondo -- avrebbe dovuto abbandonare il padre malato e il figlio di cui era, tra l'altro, lettrice di giorno e di nOtte; Gianni infatti studiava meglio di notte. Quando mio figlio riprese il suo posto al mio fianco, si accorse che ero più pensoso e mi chiese perché il precedente colloquio MI aveva turbato. Gianni per me, oltre ad essere figlio, era già UN amico col quale parlavo di tutto; inoltre, in quel periodo, mi eRA amorosamente vicino. La morte dei miei cari, e specialmente quELla di Giorgio, mi avevano provocato una ferita che sanguinaVA ancora e lui sentiva che stentavo a riprendere il passo. -. E così mi confidai con mio figlio. Gli raccontai che quando BeNtivoglio fu colpito dall'infarto, appena poté ricevere visite, mI chiamò e mi avvertì che lui avrebbe comunque lasciato la preSidenza e che io dovevo sbrigare le mie cose personali e preparanni al trasferimento a Roma. Dissi a Gianni chE anche il Vice Presidente, poco primA, aveva ribadito la necessità che io accettassi la candidatura di Presidente Nazionale dell'U.I.C. Gianni mi rispose prontamente:L'anno scOrso stavi diven tando deputato, molto meglio essere deputato dei ciechi italiani. Infatti, nelle elezioni politiche del 1963 entrai nelle liste pER LA Camera, quale candidato della sinistra del PSDI e risultai i} primo dei non eletti. Fu un'esperienza divertente il battersi fra LE MAFIE di quell'ambiente a me estraneo e dal quale, dopo il rapporto con Bianca Bianchi, ormai ritiratasi, io non vedevo l'ora di uscire. Il motivo per il quale vi ero entrato era venuto a cadere, eravamo alle prime esperienze del centro sinistra. Ormai restavo nel P.S.D.I. per lavorare al progetto di unificazione socialista. Nel P.S.D.I. non avevo mai accettato cariche, anzi, eletto consigliere nel Comune di Borgo San Lorenzo qualche anno prima, rinunciai facendo felice chi mi seguiva a ruota, e più tardi, nel 1965, nominato Presidente dell'E.C.A. su unanime designazione dei partiTi, della città di Firenze, ma in rappresentanza del partito socialista democratico, scrissi al Prefetto della mia città per ringraziare e, rinunciare. Io vivevo per i probLemi dei ciechi e solo la cecità mi spronava alla lotta e al sacrificio. Fu proprio mentre facevo un comizio a San Casciano, nei pressi di Firenze, che conobbi la ragazza di Gianni. Dopo il discorso venne a complimentarsi e notai che Gianni se la teneva tenera mente al fianco cingendole le spalle. Poi seppi che quella bella bionda educata e gentile era la mia futura nuora, la futura mamma di Chiara In America Gianni mi fu molto utile, era il mio interprete personale Parlava molto bene il francese e l'inglese e, a soli diCiotto anni, ebbe l'opportunità Dii parlare in mia vece nel Parlamento delle Nazioni Unite direttamente in inglese suscitando GEnerale ammirazione. Bentivoglio e La Signora Teresa vennero ad abbracciarlo. In quel Congresso Bentivoglio fu eletto Vice Presidente delL'orGanizzazione mondiale dei ciechi e la delegazione itaLiana operò perché tutti i Paesi dell'Est esclusi dal consesso, vi entrassero in blocco. Infatti negli anni successivi i Paesi comunisti saranno tutti ammeSSi e il bravo Zimin, russo, perverrà alla Presidenza mondiale nel Congresso successivo a S. Paolo. Nel 1959, questa importante manifestazione si svolse a Roma e in quell'occasione fummo ricevuti dal Grande Papa Giovanni VENTITREESIMO. Ricordo la sua voce calda, vicina, umana. Tutti ne rimanemmo conquistati. IL 22 DICEMBRE DEL 1965 MUORE PAOLO BENTIVOGLIO. Ero nel mio ambulatorio quel giorno e mi avvertirono che al telefono c'era un signore di Roma.Pronto, Giuseppe, sono Piero Bigini, parti subito, è morto Paolo Bentivoglio . Pochi giorni prima il nostro Presidente, contro ogni indicazione dei medici, aveva partecipato ad una riunione del Consiglio di Amministrazione dell'Istituto di Firenze ed aveva avuto duri contrasti sulla nomina di un cieco al posto di Preside. Il candidato dell'Unione era Vincenzo Ventura, vice Presidente da quindici anni, ma il Ministero della Pubblica Istruzione aveva affermato ufficialmente che la cecità era ostativa per quell'incarico. Bentivoglio si batté da par suo e in quella riunione trascinò il Consiglio contro il Ministero. Ebbe però durissimi scontri e ne uscì stanco, amareggiato anche il colore del viso ci faceva paura. Venne a casa mia e si riposò prima di partire per Roma; dopo qualche giorno un secondo infarto lo stroncò. Naturalmente partii subito per Roma e la Signora Teresa mi accolse con tanto affetto. Mi fermai accanto a quella salma col CUore straziato dal dolore. Rivivevo i vent'anni di stima, di affetto, di paterna attenzione che Paolo mi aveva donato, mentre sentiVo inalterate la devozione e l'ammirazione che avevo sempre nUtrito per quel grande Maestro che ormai non parlava più. Dopo poco arrivò da Milano Dario Formigoni e piangemmo insieme, stretti in un abbraccio fraterno. Giunse la notte e fu: veglia tormentata. Piero Bigini mi disse che era indispensabile far circolare la voce che Bentivoglio aveva fatto un'indicazione per la sua successione, allo scopo di evitare il diffondersi di voci che attribuivano al Ministero degli Interni l'intenzione di caldeggiare la nomina di un Presidente democristiano. Circolava già un nome. Dissi a Piero Bigini che volevo vivere quelle ore in pieno raccoglimento al fianco di Paolo. Per il resto stesse pure tranquillo il candidato del Ministero degli Interni non sarebbe stato Presidente dei ciechi italiani. Fui costretto a molti incontri e ad uno particolarmente i pegnativo. Dario Formigoni mi disse di riflettere sulle osservazioni di Bigini:Tu devi autorizzarci subito a parlare in termini precisi della tua accettazione della candidatura, e questo in ossequio alla volontà di Bentivoglio . Dario e Piero avevano paura di una coalizione fra il Ministero degli Interni, l'Opera Nazionale Ciechi Civili, la Federazione delle Istituzioni Pro Ciechi e l'ENte Nazionale di Lavoro per i Ciechi, tutti organismi in mano a esponenti D.C. che, apertamente o sotterraneamente, contrastavano l'Unione. A quei due fraterni amici dissi che potevano rendere nota la mia candidatura, ma solo a scopo di sbarramento contro manovre esterne. Ribadii che la morte improvvisa di Paolo mi creava enormi difficoltà. La mia famiglia ha ancora bisogno di me, e poi ho quelle quattro creature orfane di mio fratelo per le quali voglio assumere il ruolo di padre; vi supplico, lasciatemi lavorare a Firenze per qualche anno ancora. Io sarò al fianco del futuro Presidente con lo stesso affetto e con la stessa obbedienza che ho dato a Nicolodi e a Bentivoglio . E conclusi:Tu Dario potresti accettare la candidatura e stai certo che io sarò il tuo grande elettore. Dario, secco, rispose:Bentivoglio in questo ultimo anno mi ha detto più volte che affidava sopratutto a me il compito di far sapere la sua indicazione, io non voglio tradire la sua memoria, il Presidente devi farlo tu . stabilimmo che la mia candidatura poteva circolare, ma che mi riServavo di decidere nei giorni successivi. Fra il giorno della morte del nOstro amato Presidente e il 29 dicembre, data di convocazione del Consiglio Nazionale dell'U.I.C. che doveva eleggere il successore di Paolo Bentivoglio, io vissi i giorni più tormentati della mia vita. Avevo affiancato i due Grandi Presidenti e continuare l'opera mi dava il capogiro. Avevo letteralmente paura. I funerali a Roma e la sepoltura al cimitero di Borgo Panicale a Bologna, furono occasioni eccezionali di adunanza di popolo. C'era la classe politica, la gente di cultura, il popolo di Paolo, i ciechi, proVenienti da ogni parte d'Italia. Mi chiesero di parlare alla sua tomba e fu il primo amaro compito di un nuovo ruolo della mia vita, vissuto con tanta tensione morale e tanto poco sorriso sulle labbra. I VENTI ANNI di ATTIVITA LEGISLATIVA DELLA PRESIDENZA BENTIvOGLIO. 1946 R.D.L. 30 maggio, n. 538 - Nuove norme dei diritti erariali sui pubblici spettacoli. D.M. 12 novembre - Intitolazione della scuola Governativa di metodo per insegnanti istitutori dei ciechi in Roma al nome di Augusto Romagnoli . 1947 D.L.C.P.S. 3 settembre, n. 1002 - Adeguamento dei compensi, dei premi e delle indennità dovuti agli insegnanti elementari per prestaziOni post-scolastiche ed in opere integrative della scuola e delle retribuzioni ed assegni al personale non di ruolo delle scuole magistrali. D.C.P S. - 20 settembre, n. 1843 - Modificazione della tabella organica dell'Istituto di istruzione professionale per i ciechi di Firenze. D L.C p S - 26 settembre, n. 1047 - Attribuzioni dell'Unione Italiana dei ciechi . D.M 8 ottobre - Facilitazioni ferroviarie a favore dei ciechi civili. D.C.P.S.15 ottobre, n. 1300 - Integrazione della tabella organica dell'istituto di istruzione professionale per i ciechi Paolo Colosimo di Napoli. 1949 D.M. 13 gennaio - Cambiamento della denominazione dell'Istituto Principe di Napoli per ciechi giovani d'ambo i sessi di Napoli in quella di Istituto Domenico Martuscelli per i giovani d'ambo i sessi. D.M. 24 febbraio - Intitolazione dell'Istituto dei ciechi di Lecce al nome di Anna Antonacci . Legge 27 maggio, n. 280 - Assegnazione a decorrere dall'esercizio finanziario 1948-49, di un contributo a carattere continuativo di lire quindici milioni annui a favore dell'Unione Italiana dei Ciechi. 1950 D.M. 2 marzo - Modificazione della tabella organica dell'Istituto tuto di Istruzione professionale per i ciechi di Firenze. Legge 15 giugno, n. 376 - Istituzione negli organici degli ospedali e degli istituti fisioterapici di un posto di massaggiatore, da conferire agli abilitati da scuole autorizzate di massaggio con preferenza ai ciechi. Legge 28 luglio, n. 626 - Assegnazione, a decorrere dall'esercizio finanziario 1950-51, di un contributo ordinario di lire 480 milioni annui a favore dell'Unione Italiana dei Ciechi, da destinarsi all'assistenza continuativa dei ciechi in condizioni di maggior bisogno e per l'aumento del contributo ordinario di funzionamento da lire 15 milioni a lire 20 milioni annui, a decorrere dallo stesso esercizio. 1951 D.P.R. 25 gennaio, n. 344 - Riconoscimento della personalità giuridica dell'Istituto nazionale case popolari, con sede in Roma. Legge 29 gennaio, n. 37 - Inclusione dell'Unione Italiana ciechi, a decorrere dall'esercizio finanziario 1950-51 e per la somma annua di Lire 25.000.000, fra gli enti beneficiari dei concessi con 'art. 6 del regio decreto legislativo 30 maggio 1946, n. 538 Legge 22 febbraio, n. 149 - Miglioramenti di carriera al personale degli Istituti governativi dei sordomuti e della Scuola governativa di metodo per educazione dei ciechi. D.P.R. 5 marzo, n. 974 - Erezione in Ente morale della biblioteca italiana per ciechiRegina Margheritacon sede in Monza e apprOVazione del relativo statuto. Legge 7 dicembre, n. 1317 - Aumento da lire 480 milioni a lire 960 milioni del contributo annuale a favore dell'Unione Italiana dei Ciechi per l'assistenza alimentare dei ciechi civili in condizioni di maggior bisogno. 1952 Legge 4 aprile, n. 218 - Riordinamento delle pensioni dell'asSiCuraZiOne obbligatoria per l'invalidità, la vecchiaia ai superstiti. Legge 23 aprile, n. 528 - Attribuzione delle indennità di studio e di lavoro straordinario al personale della Scuola statale di metodo A. Romagnoli per gli educatori dei ciechi in Roma. Legge 26 ottobre, n. 1463 - Statizzazione delle scuole elementari per ciechi. 1953 D.M. 3 aprile - Norme per l'importazione in esenzione dei diritti di confine del materiale fuori commercio esclusivamente destinato all'uso dei ciechi importato da Enti nazionali per l'assistenza e la rieducazione dei ciechi o da Istituti da essi dipendenti. D.M 10 maggio - Situazione dei posti di ruolo del personale direttivo e insegnante e degli insegnanti tecnico-pratici delle scuole e dei corsi secondari di avviamento professionale, a decorrere dal 15 ottobre 1952. Legge 4 novembre, n. 839 - Aumento del contributo a favore dell'Unione italiana dei ciechi per l'assistenza elementare dei ciechi civili in condizioni di maggior bisogno. D.P.R. 17 dicembre, n. 1256 - Pareggiamento della sCuola interna di musica della Opera Pia Configliachi per i ciechi di Padova. 1954 L.R. 3 luglio, n. 17 - Ordinamento dell'istruzione professionale dei ciechi in Sicilia. , Legge 6 agosto, n. 815 - Modifiche alla legge 26 ottobre 195 n. 1463 per la statizzazione delle scuole elementari per ciechi. Legge 9 agosto, n. 632 - Istituzioni e compiti dell'Opera Nazionale ciechi civili e concessione ai medesimi di un assegno a vita. Legge 9 agosto, n. 645 - Provvidenze straordinarie a favore dell'edilizia scolastica nonché nuove misure delle tasse per gli istituti di istruzione media, classica e scientifica, magistrale e tecnica e disposizioni sugli esoneri dal pagamento delle tasse stesse e istituzioni di borse di studio. , D.M. 22 settembre - Concessioni speciali per determinati trasporti di persone, di bagagli e di altre cose sulle Ferrovie dello Stato. 1955 Legge 5 gennaio, n. 12 - Norme per l'ammissione dei laureati e diplomati ciechi agli esami di abilitazione all'insegnamento ed a concorsi a cattedre. D.M. 27 luglio - Riconoscimento dell'idoneità all'istituto per ciechi Ardizzone Gioeni n di Catania ad assolvere l'obbligo scolastico . Legge 14 dicembre, n. 1293 - Norme sull'istruzione professionale dei ciechi. ! 1956 DP.R. 11 gennaio, n. 19 - Conglobamento totale del trattamento economico del personale statale. D P.R. 15 gennaio, n. 32 - Regolamento dell' Opera Nazionale ciechi civili ed altre norme per l'esecuzione e l'attuazione della legge 9 agosto 1954, n. 632. Legge 27 dicembre, n. 1449 - Modificazioni della legge 18 dicembre 1951, n. 1551 concernente aumenti dei contributi statali a favore delle Università e degli istituti superiori e dei contributi per l'assistenza degli studenti, adeguamento delle tasse e sopratasse universitarie. 1957 L.R. 2 marzo, n. 21 - Collocamento obbligatorio di centralinisti ciechi negli uffici della Regione e presso aziende pubbliche e private. Legge 3 aprile, n. 235 - Prelievo di parte del cadavere a scopo di trapianto terapeutico. S.C.C. 8 aprile - Pubblicazione disposta dal Presidente della Corte Costituzionale dela sentenza pronunciata nel giudizio di legittimità costituzionale della legge approvata dall'assemblea regionale siciliana il 27 gennaio 1957 concernente ilcollocamento obbligatorio di centralinisti ciechi negli uffici della Regione e presso aziende pubbliche e private promosso con ricorso (del quale è stata data notizia nella G.U. n. 37 del 9 febbraio 1957) del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Commissario dello Stato per la Regione Siciliana. D.P R 2 maggio, n. 389 - Modificazioni dell'art. 23 del RegolarnentO dell'Opera Nazionale per i ciechi civili, approvato con decreto del Presideente della Repubblica 15 gennaio 1956, n. 594. Legge 14 luglio, n. 594 - Norme sul collocamento obbligatorio dei centralinisti telefonici ciechi. 1958 D.P.R.S. 20 febbraio, n. 1 - Approvazione del Regolamento per l'attuazione della legge 2 marzo 1957, n. 21 concernente:Col locamento obbligatorio dei centralinisti ciechi negli uffici della Regione e presso aziende pubbliche . Legge 20 febbraio, n. 103 - Aumento del contributo dello Sta to a favore dell'Opera nazionale per i ciechi civili. Legge 13 marzo, n. 165 - Ordinamento delle carriere e trattamento economico del personale insegnante e direttivo degli istituti di istruzione elementare secondaria ed artistica e disposizioni sul la carriera degli ispettori centrali del Ministero della pubblica istruzione . Legge 2 aprile, n. 321 - Modifica dell'art. 3 del decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 22 settembre 1947, n. 1331 concernente esoneri delle tasse per gli allievi dei Conservatori di musica, della Accademia di Belle Arti e licei artistici governativi. 1959 L.R. 31 marzo, n. 11 - Contributo annuo in favore dell'Ospizio dei ciechi Ardizzone Gioeni in Catania per il funzionamento dell'Istituto professionale per ciechi e scuole annesse. D.P.R. 15 giugno, n. 432 - Testo unico delle norme sulla disciplina della circolazione stradale. 1960 Legge 3 marzo, n. 190 - Provvidenze a favore degli insegnanti delle scuole elementari per ciechi. Legge 28 luglio, n. 778 - Modifiche alla legge 14 luglio 1957, n. 594- sul collocamento obbligatorio dei centralinisti ciechi. Legge 14 ottobre, n. 1216 - Aumento da Lire 20.000.000 a lire 50.000.000 del contributo ordinario a favore dell'Unione Italiana dei ciechi. Legge 29 ottobre, n. 1396 - Istituzione del ruolo speciale nazionale di direttori delle scuole elementari statali per ciechi. Legge 30 dicembre, n. 1734 - Ordinamento dell'Istituto statale Augusto Romagnoli di specializzazioni per gli educatori dei minorati della vista. 1961 Legge 14 marzo, n. 204 - Modificazione alla legge 26 ottobre 1952, sulla statizzazione delle scuole per ciechi. Legge 5 luglio, n. 570 - Istituzione della Scuola nazionale professionale per massofisioterapisti ciechi dell'Istituto nazionale dei ciechi V. Emanuele II di Firenze. Legge 21 luglio, n. 686 - Collocamento obbligatorio dei massaggiatori e massofisioterapisti ciechi. Legge 28 luglio, n. 831 - Provvidenze a favore del personale direttivo ed insegnante delle scuole elementari, secondarie ed artistiche, dei provveditori agli studi e degli ispettori centrali e del personale ausiliario delle scuole e degli Istituti di istruzione secondaria ed artistica. 1962 Legge 10 febbraio, n. 66 - Nuove disposizioni relative all'Opera nazionale per i ciechi civili. Legge 4 giugno, n. 601 - Modifiche alla legge 5 gennaio 1955, n. 12 sulla partecipazione dei ciechi ai concorsi a cattedre. Legge 24 luglio,. n 1073 - Provvedimenti per lo sviluppo della scuola nel triennio dal 1962 al 1965. Legge 27 luglio, n. 1113 - Modifiche alla legge 14 dicembre 1955, n. 1293, sulla istruzione professionale dei ciechi. Legge 31 dicembre, n. 1859 - Istituzione e ordinamento della scuola media statale. 1963 Legge 18 febbraio, n. 243 - Provvidenze in favore della biblioteca italiana per i ciechi Regina Margherita e del centro nazionale del libro parlato. D.I. 22 marzo - Modifica delle cattedre e dei posti di ruolo di, i insegnanti tecnico pratici nelle scuole di avviamento professionale per ciechi D.I. 22 marZo, n. 3551 - Applicazione della tariffa n. 6 in luogo della n. 5 per i viaggi dei ciechi civili e loro accompagnatori in base alla-concessione speciale III. D.M.30 ottobre - Orari, programmi di insegnamento e prove di esamenella scuola media per ciechi. 1964 Legge 9 marzo, n. 121 - Concessione di edicole a favore dei ciechi. D.P.R. 4 maggio, n. 519 - Autorizzazione all'Unione Italiana dei ciechi ad accettare un legato. Legge 5 luglio, n. 549 - Utilizzazione, da parte dell'U.I.C. del residuo del fondo di cui alla legge 4 novembre 1953, n. 839. D.P.R. 1o ottobre, n1617 - Attuazione della legge 31 dicembre 1962, n. 1859 scuola media per i ciechi. L.R 31 dicembre, n. 34 - Assegnazione di un contributo annuo all'U.I.C. operante in Sicilia per i propri fini istituzionali 1965 Legge 5 marzo, n. 155 - Modifiche e integrazioni delle norme sul collocamento obbligatorio dei centralinisti ciechi. Legge 14 maggio, n. 496 - Provvidenze a favore della Scuola Nazionale Cani Guida per i Ciechi. D.M. 24 maggio - Approvazione dei programmi del COrSO annuale ,di specializzazione per l'insegnamento della musica e del canto e dell'educazione musicale nelle scuole per i ciechi. Legge 26 maggio, n. 589 - Trattenuta sulle pensioni dei ciechi a favore deel'U.I.C. D.P.R. 14 agosto - Scioglimento del Consiglio di Amministrazione e nomina del Commissario straordinario dell'O.N.C.C. lEGGE 6 DICEMBRE, N. 1373 - aPPLICAZIONE DELL'ART. 20 DELLA LEGGE 28 LUGLIO 1961, N. 831, AL FINE DEL COLLOCAMENTO IN RUOLO SPECIALE TRANSITORIO DEGLI INSEGNANTI CIECHI DI MUSICA E CANTO. lEGGE 6 DICEMBRE, N. 1374 - pROROGA DELLE AGEVOLAZIONI TRIBUTARIE E FFINANZIARIE IN FAVORE DELL'eNTE NAZIONALE DI lAVORO PER cIECHI. D.P.R. 15 dicembre, - Intitolazionedell'Istituto Professionale per Ciechi di Firenze ad Aurelio Nicolodi . D.M. 18 dicembre - Conferma del Consiglio di Amministrazione dell'Istituto Case Popolari per i Ciechi. VITA E VITTORIA AL TERZO PRESIDENTE DELL'UNIONE Questo capitolo l'ho intitolato con le parole precise del testo del telegramma che l'Avv. Fulvio Nicolodi, figlio del Presidente Fondatore, mi inviò dopo la mia elezione. Non fu tutto semplice. La sera prima delle votazioni ero a casa di Bigini dove giunse una telefonata che mi tenne all'apparecchio trenta minuti. Piero seguiva la conversazione e dalle mie parole capiva il nome e il tono del discorso dell'interlocutore. Passeggiava nervoso accendendo una sigaretta dopo l'altra.Sai Giuseppe, ho cambiato idea, domani io scenderò in lizza per la Presidenza perché questo è il desiderio del Ministro degli Interni e delle diverse istituzioni dei ciechi. Ti prenderei volentieri come Vice Presidente, ma devo accettare alcune pressioni che mi indicano Vincenzo Caracciolo, ma credimi che tu mi sei più simpatico . Quella voce telefonica, corrispondente ad un uomo che avevo giudicato leale e serio, non riuscì neanche a innervosirmi. Gli risposi che i ciechi italiani neanche sotto il fascismo avevano avuto un Presidente indicato dal Ministero degli Interni o dalla Federazione delle Istituzioni pro Ciechi, o da altri ambienti.Se domani mi batterai al Consiglio Nazionale, fra un anno ci sarà il congresso che farà pulizia . Dissi queste parole e chiusi la conversazione per andare a dormire. Piero era furibondo, lo calmai e andammo a riposare in una cameretta a due letti. Conversammo ancora per qualche minuto poi mi prese il sonno. La mattina Piero mi disse che aVeVO la stoffa del Presidente.Dopo quel po' po' di telefonata, ti sei bUttato a letto e hai preso a dormire come se nulla fosse, io ho continuato a fumare e passeggiare e non ho chiuso occhio . Queste parole di Bigini mi fecero fare una bella risata. Alla sede di Via Quattro Fontane quel mattino si avvertivano chiaramente animazione e commozione. Il Vice Presidente riferì che Paolo Bentivoglio più volte aveva espresso il parere che Giuseppe Fucà possedeva le doti per assumere la Presidenza Nazionale dell'Unione. Nicola Castellucci confermava il pensiero di Bentivoglio e aggiungeva che anche i soci della sua città, in occasione di un'assemblea da me presieduta, avevano pronosticato: Fucà sarà il futuro Presidente . Nicola parlava a nome di Napoli e della Campania. Dopo molti interventi si votò ed io fui eletto Presidente. Mi trovai fra le braccia di tanti, in una commozione indicibile. Ricordo l'affetto dell'avv. Michele Coppola, legale dell'Associazione, dell'avv. Ferruccio Miniucchi Presidente dell'Umbria e della sua brava e cara segretaria Lubiana. Ferruccio mi disse: Vai Beppe, l'Unione è salva! . L'ultimo abbraccio fu quello di Milena, la mia sposa che gioiva per l'onore che ricevevo, ma tremava e piangeva per il mio futuro. Più di ogni altra persona Milena sapeva che la causa della cecità mi bruciava dentro e che per quella causa avrei dato tutto me stesso. Rientrai a Firenze e alla stazione mi attendevano i miei compagni di fabbrica che volevano salutare e festeggiare il Presidente operaio. Borrani era commosso, il suo abituale velo di pessimiSmo gli faceva dire soddisfatto: Sì, è andata bene; doveva andare così . Baragli era esultante: Dobbiamo stare insieme l'ultimo dell'anno, voglio bere alla salute del mio Presidente e se sarò altO di canna, pace . Mi giunsero telegrammi e telefonate da ogni città e mi sbalordì la Consonanza tra il voto del Consiglio Nazionale e l'entusiasmo delle Sezioni del Nord, del Sud e del Centro Italia. Le prime lettere che scrissi e firmai da Presidente furono indiriZZate a Gino Gianfale e a Teresa Bentivoglio per affidare loro la Stesura del libroUna vita per una mèta , il libro che doveva raccogliere gli scritti e le opere del grande Maestro scomparso. Le Sezioni furono invitate a ricordare Paolo Bentivoglio e a chiedere ai Comuni più importanti di intitolare a Lui una strada. RISPETTO E GRATITUDINE PER IL PASSATO, SFIDA ALL'AVVENIRE. Questo titolo riassume il programma a cui improntai il mio impegno di Presidente e che indicai a tutte le strutture dell'Organizzazione e fu poi, alla fine del '66, lo slogan e lo stile del dibattito dell'XI Congresso Nazionale che si celebrò a Roma dal 13 al 15 dicembre, dopo il primo anno della mia presidenza. Fu durissimo l'inizio, e sempre più duro il compito di corrispondere alle attese di chi aveva prepotentemente voluto la mia elezione. Gli avversari non erano pochi ed erano ben collegati attraverso un filo che univa alcuni personaggi impegnati nelle diverse istituzioni dei ciechi, il Ministero degli Interni, il Ministero del Tesoro e la sempre attiva On. Maria Pia Dal Canton. Mi costò molta fatica staccarmi dall'ambiente fiorentino. Fu doloroso il distacco dai miei alunni. Quella cattedra, che mi aveva dato tanto onore e che mi aveva fatto vivere da protagonista un momento esaltante dell'impegno sociale che mi appassionava, cioè la formazione dei nostri giovani e il loro collocamento nel lavoro e nella Vita, la lasciai con sofferenza. Sofferenza acuita dalle espresSioni di quei ragazzoni che ebbero per me, per il mio lavoro e per la reciproca fraternità, parole toccanti che non dimenticherò mai. E fu triste non poter seguire più da vicino la vita e lo svilupPo della Scuola Nazionale Cani Guida per Ciechi, un meraviglioso serViZio Sociale che Bentivoglio aveva affidato a me e che mi aveva consentito di trasformare positivamente in pochi anni. Fu acquistata un'ampia sede, e l'addestramento di cani guida passò da dieci a oltre cento l'anno. Altro distacco penoso fu la vendita del mio ambulatorio, non solo perché la professione mi dava agiatezza economica, ma anche e soprattutto ricchezza di contatti umani. Ma gli enormi problemi che mi stavano dinanzi non mi davano il tempo di indugiare con riflessioni e calcoli. Mi lanciai verso la grande avventura romana con la ferma determinazione di spendere tutte le mie energie per continuare l'opera dei due uomini che in cento occasioni mi avevano insegnato a vivere e a battermi per i problemi dei miei compagni più sfortunati. Bentivoglio era morto lottando per far riconoscere il diritto di Vincenzo Ventura di essere nominato Preside del nostro Istituto di Firenze, quindi io dovevo riuscire a convincere il Ministero della Pubblica Istruzione a rimangiarsi la sentenza già scritta, secondo la quale la cecità era ostativa all'incarico di Preside di una scuola Professionale per ciechi. E la battaglia fu vinta e Ventura occupò il posto che Bentivoglio voleva per lui. Bentivoglio, sfidando i medici e il gelo, aveva guidato il corteo bolognese che protestava perché il Ministero del Tesoro non manteneva l'impegno preso di aumentare le pensioni, ora io do vevo aprire con quel dicastero un negoziato che risulterà contenzioso, caparbio, duro, in qualche momento cattivo, ma che alla fine vedrà l'Unione trionfare su tutto e su tutti Non solo l'aumento delle pensioni, ma anche lo scioglimento di quell'opera.,.. Nazionale Ciechi Civili che nel 1954 aveva sprofondato il Gran Presidente nella solitudine e nella sofferenza. I frequenti viaggi, le lunghe ore di treno in tutte le direzioni del Paese, mi consentivano meditazioni, esami di coscienza, programmi di incontri e di lavoro. . Fra le riflessioni più ricorrenti, tornava in me la valutazione della situazione politica. Ho già detto che la politica dei piccoli passi aveva finito con l'infastidire lo stesso mio predecessore: nel 1965, ad esempio, avevamo finito con l'accettare un aumento delle pensioni di duemila lire al mese, ma neanche quelle briciole arriVarono perchè c'era chi premeva sulla segreteria del Ministro colombo, contro le tesi dell'Unione Bentivoglio, con la sua pazienza, aveva da tempo superato il periodo più critico dei rapporti fra il potere e l'Unione e qui sento lobbligo di dare atto alla On. Angela Gotelli di avere fatto trionfare nella Democrazia Cristiana la nobiltà della figura di Paolo Bentivoglio e di aver fatto rivalutare l'azione dell'Unione Italiana dei Ciechi.Angela Gotelli deve essere ricordata dai non vedenti come una figura nobilissima di donna e come personaggio politico per la sua elevata sensibilità di autentica cristiana. L'Unione, per vincere e sfondare, aveva bisogno di sconfiggere l'On. Maria Pia Dal Canton, le sue tesi assistenziali, il suo metodo di collegare i diversi ambienti politici contro le nostre battaglie, il suo sordo intrallazzare con gli uomini disseminati nelle diverse istituzioni dei ciechi. Nacque in me un disegno preciso: il centro sinistra doveva costituire per i ciechi una svolta storica nei fatti e non nelle parole. L'Unione doveva conquistare l'attenzione di Aldo Moro, di Pietro Nenni, di Flaminio Piccoli, di Giulio Andreotti. Doveva mirare ad una più ampia possibilità di occupazione dei laureati, alla conquista di strumenti legislativi che procurassero più numerosi posti negli ospedali per i fisioterapisti, più posti ai centralini per la valanga dei ,disoccupati in attesa. Sul fronte delle pensioni, bisognava conquistare i miliardi necessari per pagare gli arretrati di aumenti stabiliti da una legge del 1962 ben 14 miliardi-ma soprattutto bisognava rivoluzionare il concetto dell'intervento dello Stato in materia di redditi, di accertamenti, di misura economica di validità dell'Opera Nazionale Ciechi Civiili. Per questa battaglia, che com'è intuibile si profilava complessa e difficile, occorreva sia tessere opportune alleanze politiche, Sia giocando di diplomazia intrecciare relazioni interperSonali con i burocrati disseminati nei punti chiave. Io decisi di allearmi anche col diavolo, pur di realizzare per i ciechi italiani quella nuova frontiera che si andava delineando nei miei frequenti incontri con la base in tutte le città d'Italia. Il Congresso del dicembre '66 mi dette più forza e più co. raggio. Incominciai ad esercitarmi con la pazienza, con la diplo. mazia, col tempismo e presi a tessere, filo dopo filo, il panno della mia fatica di terzo Presidente della nostra Unione. Nella primavera precedente il Congresso vidi accolta una ri chiesta che avevo avanzato da tempo, insistentemente: fui rice. vuto, insieme a mia moglie e a mio figlio, dal Pontefice. L'incon tro con Paolo VI fu toccante e durante l'udienza il Papa fu molto umano, ebbe parole affettuose per la mia famiglia e per il mio lavoro di Presidente dell'Unione Italiana Ciechi. IL 1967, ANNO DI FUOCO. Giuseppe Saragat alla Presidenza della Repubblica, Aldo Moro alla Presidenza del Consiglio, Pietro Nenni alla Vice Presidenza, Giovanni Pieraccini al Bilancio, Luigi Mariotti alla Sanità, Luigi Preti alle Finanze, Angelo Salizzoni Sottosegretario con Moro e Giovanni Elkan Sottosegretario alla Pubblica Istruzione, mi spronavano a calcare il piede sull'acceleratore e presi a frequentare gli uffici di tutte queste personalità, giorno dopo giorno, senza stanchezze o impazienze. Già nel 1966 avevamo portato a casa i primi tre miliardi per competenze arretrate di pensioni non pagate dal 1962. Nel '67 altri tre miliardi per lo stesso scopo, più di un miliardo di aumento per il bilancio corrente dell'Opera. Questo Ente era presieduto, a partire dal 1966, dal Dr. Vincenzo Caracciolo, un non vedente legato alla destra democristiana. Io ero nel Consiglio dell'Opera con altri tre dirigenti nazionali dell'Unione: il Prof. Angelo Bonvino, il Prof. Luigi Lamberti, il Prof. Carmelo Lo Cicero. I rapporti tra l'opera e l'Unione andavano deteriorandosi per una serie di problemi da noi messi sul tappeto con serietà di propositi. Chiedevamo al Tesoro sia gli arretrati, sia l'aumento delle penSioni, aumento promesso da un comunicato governativo del 3 dicembre 1965. Perché Emilio Colombo si ostinava a non mantenere un imPegno sottoscritto col collega Pieraccini? Il motivo principale era questo: la sua segreteria era bombardata dai dirigenti dell'opera i quali sostenevano che non si dovevano concedere aumenti delle pensioni per due motivi: innanzitutto l'Opera non aveva mai fatto una severa revisione delle pratiche di pensione come stabilito dal regolamento; in secondo luogo ogni accettazione delle richieste del Presidente dell'Unione avrebbe rafforzato l'uomo e fatto il gioco del Partito Socialista. Per farsi belli col Ministro del Tesoro sostenevano che le eco nomie realizzate dalla revisione avrebbero consentito un aumento sensibile dell'entità della pensione. Si voleva, insomma, togliere la pensione ad alcune migliaia di ciechi per aumentarla ad altri. Io feci finta di non credere ai miei informatori, ma incominciai a prepararmi contro un disegno tanto infame. Perché definisco infame quel disegno? Per ottenere la pensione bisognava essere ciechi assoluti o con un residuo visivo di un ventesimo con la correzione degli occhiali. Contro qualche debolezza degli oculisti, addirittura avevamo fatto escludere dal diritto i minorati con un residuo di un decimo, riducendo così il numero dei beneficiari. Unico esempio questo, in Italia, di categorie che lavorano per la riduzione dei loro assistiti. Quindi, per essere pensionati, si doveva certificare una gravissima minorazione. Ma ecco il dramma: oltre ad essere dei grandi invalidi bisognava essere poveri, ma poveri poveri. Se un cieco viveva solo e il suo reddito toccava 18.000 lire mensili, non aveva alcun contributo. Se vi erano familiari tenuti agli alimenti, in base 21 Codice, fossero essi conviventi o meno, il loro reddito non doveva superare le 15.000 lire mensili pro capite. Per esempio, una famiglia composta da tre persone, una delle quali cieca, che avesse disposto di un reddito di 30.000 lire dei due vedenti, aggiun gendo le eventuali 18 .000 lire di pensione del non vedente avrebbe conseguito un reddito complessivo di 48.000 lire mensili. Ebbene, questo totale... iperbolico provocava automaticamente íl rigetto della domanda di pensione, avanzata dal cieco. E come se non bastasse si muovevano carabinieri e polizia per accertare il reddito, calcolando reddito la casa abitata, le uova del pollaio, le rimesse degli emigrati, la pensione del nonno gli alimenti dovuti per legge e non concessi di un marito separato Facevo parte della Commissione dei ricorsi e ogni mattina alle otto ero in seduta all'Opera, prendendo un consistente gettone di presenza. Quel gettone mi bruciava tra le mani e un giorno scoppiai Si discuteva il ricorso di un cieco settantenne che viveva con la moglie. Gli avevano respinto la pensione perché possedeva un ettaro di terra e si stimava che l'olio prodotto valesse più del reddito consentito. Difesi il cieco sostenendo che gli ulivi vanno coltivati, le olive raccolte, il frantoio pagato, le annate alternano ora produzione, ora scarsità con conseguente assenza di introiti. Invitai i colleghi della Commissione a tener conto che tutte quelle operazioni non le potevano fare i due vecchi, né il marito cieco, né la moglie, quindi il costo di quell'olio non era reddito. Un funzionario che rappresentava il Tesoro mi rispose che non ero un avvocato convincente per la causa di quel cieco: Presidente, lei deve sapere che chi raccoglie le olive prende in cambio le potature degli alberi per procurarsi la legna e il fuoco per l'inverno . Quel grande economista riuscì a mandarmi in bestia. Ricordando che i miei parenti contadini davano un terzo di olio a chi raccoglieva le olive, scattai con tutta la mia rabbia contro la legge, il regolamento, l'Opera, e attaccai con veemenza chi sosteneva quel carrozzone che amministrava con tanta arretratezza e durezza, le esigenze di solidarietà dei miei fratelli d'ombra. Mi alzai e dissi:Sono stanco di tormentarmi l'anima ogni mattina in questa Commissione che dovrebbe essere il tribunale di appello dei ciechi contro le sentenze negative subíte. Io speravo che offrendo lealtà al Presidente e all'Opera si potesse umaniZzare questo baraccone nato contro i ciechi e contro l'Unione. Tornerò in Commissione, ma solo per raccogliere documenti, non prenderò più la parola e non voglio più i gettoni di presenza: quei soldi offendono la mia coscienza. Qui non riesco a difendere gli interessi dei ciechi, ma siatene certi che altrove li difenderò. Me ne andai provocando il finimondo Dalle diverse città giungevano, intanto, le prime notizie dei provvedimenti con i quali l'Opera toglieva le pensioni per deste cifre che superavano il reddito previsto e la situazione precipitava. Presi a lavorare diciotto ore al giorno, in lotta col tempo. Dovevo stringere tutte le alleanze possibili per non far trovare l'Unione isolata dai centri del potere. L'Opera dipendeva dal Ministero degli Interni, dovevo sfondare in quella direzione altrimenti la battaglia era perduta. Per entrare nelle simpatie di numerosi funzionari del Ministero degli Interni mi aiutò molto il Comm. Mariano Aprea mio concittadino. Aprea era stato Direttore Generale degli Interni e conosceva tutti. Per i collegamenti politici mi fu di grande aiuto, invece, Guido Guainazzo, non vedente di Genova, Sindaco di un paesette ligure, uomo di grande intelligenza e capacità. Guainazzo ci fece incontrare Paolo Emilio Taviani col quale concordammo di trovarci in una grande manifestazione a La Spezia per inaugurare due strade da intitolare a Paolo Bentivoglio e Rodolfo Grassi. Al Presidente Aldo Moro avevo già chiesto di aiutarmi convincere il Tesoro a finanziare, un progetto di legge di iniziativa governativa per la concessione di un'indennità di accompagnamento di 10.000 lire mensili ai ciechi assoluti, e il grande statista mi disse che potevo contare sul suo appoggio, ma aggiunse: Presidente, si ricordi che i Ministri del Tesoro sono più affezionati ai loro bilanci che ai Presidenti del consiglio. Moro con quelle parole confermava una prassi di comportamento, ma sottintendeva un contrasto politico con Colombo infatti, girando per le tante segreterie dei Ministeri e nei corridoi del Parlamento, coglievo disegni politici e lotte di corrente miranti a sostituire Moro a Palazzo Chigi. AnChe queste notizie mi facevano correre con più ansia verso i traguardi prefissati Frequentavo le anticamere di Nenni, di Pieraccini, di MariOtti, di Mancini, e quando incontravo personalmente questi 5pigolosi combattenti del quadro politico generale, essi manifestavano insoferenza per i ritardi che subiva il loro piano rifOrmatore Mi permettevo di suggerire pazienza e costanza. Al caro Luigi Mariotti, il più esposto di tutti per la durezza del ruolo e le avversità incontrate sulla riforma sanitaria, più volte dissi di sopportare e di lottare perché il centro sinistra stava cambiando l'Italia. Io ero un modesto osservatore, un umile artigiano impegnato in un piccolo settore, ma sentivo il cambiamento, lo palpavo. L'Italia degli anni cinquanta e sessanta stava lavandosi faccia e coscienza. Il Paese mutava lentamente, ma mutava. Avvertivo che la vecchia arroganza del potere si apriva nelle possibilita di dialogo, la burocrazia, serva della protervia dello stesso potere e chiusa nel suo ruolo determinante a difesa del vecchio stato, incominciava a capire che con Nenni e la sua gente bisognava fare i conti. In questo clima, sempre nel 1967, conquistammo altri sei miliardi per pagare tutte le competenze arretrate nate dagli aumenti decisi dal Parlamento fin dal 1962 ed avemmo lo stanziamento, nel bilancio del '68, di due miliardi e mezzo per l'indennita di accompagnamento. Giovanni Pieraccini, dalla sua posizione di Ministro del Bilancio, fu prezioso, determinante e buon paciere fra il Ministro Colombo e me Pregammo molti ambienti politici di consigliare i dirigenti dell'Opera di sospendere le revoche di pensione che piovevano nelle case dei ciechi italiani e per tutta risposta, come ricatto, l'Ente erogatore fece sapere che non aveva i mezzi burocratici per distribuire l'indennità di accompagnamento che le Camere avrebbero esaminato di lì a poco. Dissi al Ministero degli Interni che se l'Opera non aveva la forZa o la voglia di erogare l'indennità di accompagnamentO l'avremmo fatta sciogliere con qualche anno di anticipo, ma intanto convinsi gli amici che con me rappresentavano l'Unione nel Consiglio di Amministrazione dell'O.N.C.C. di rassegnare le dimissioni. Mai un'azione degli organi centrali fu così gradita e salutata con tanto entusiasmo come quelle dimissioni. Una valanga di attestaziOni di solidarietà, di compiacimento, di plauso, investirono la presidenza ed io provvidi a trasmettere il tutto ai Ministeri rappresentati nel Consiglio dal quale ce ne eravamo andati. Con i rappresentanti dell'Unione, per solidarietà, si dimise anche il rappresentante del Ministero della Sanità per inizia tiva del Ministro Mariotti e la Dr.ssa Elena Romagnoli che nel consiglio dell'Opera rappresentava la Federazione delle Isti tuzioni pro Ciechi. Quando avemmo assicurazioni che le revoche delle pensioni venivano bloccate in attesa di un migliore regolamento della ma teria, rientrammo, ma questa volta nel Consiglio dell'Opera era vamo più forti. Luigi Mariotti aveva nominato come rappresen tante della Sanità l'avv. Fulvio Nicolodi. GIOVANNI ELKAN. ARTEFICE DEL NOSTRO DIRITTO AD INSEGNARE NELLE SCUOLE MEDIE PER VEDENTI. Sempre nel '67 l'Unione realizzò un nuovo decisivo sbocco professionale con la conquista del diritto di insegnare nelle Scuole medie per vedenti. Il prezioso amico Senatore Baldini, un santo al quale i ciechi italiani devono stima e gratitudine perenni, aveva presentato la proposta di legge che è passata alla storia col n. 946 e col nome del caro Senatore modenese. La legge 29 settembre 1967, n. 946 concerne l'ammissione di diplomati e laureati ciechi a taluni concorsi a cattedre e la possibilità di accedere, per gli insegnanti abilitati, nei ruoli della scuola media normale. Gli insegnanti vincitori di concorso a cattedre per materie letterarie e non nominati in ruolo, in quanto privi della vista possono chiedere la stabilizzazione e la ricostituzione di carriera nei ruoli della scuola media. I diplomati ciechi sono ammessi ai concorsi per l'insegnamento di moltissime materie nei Conservatori e Licei statali o parificati. Contro le manovre di quanti si opponevano alla direzione o all'insegnamentO affidati a non vedenti nelle scuole per ciechi, Ottenemmo l'art. 7 che suona così: Per dirigere e per insegnare negli istituti e nelle scuole statali o pareggiate per ciechi è è neceSSariO, oltre ai titoli prescritti per gli istituti e scuole comuni, il solo titolo di specializzazione rilasciato dall'Istituto sta tale Augusto Romagnoli per gli Educatori dei Ciechi, mentre il requisito di cecità dà diritto a precedenza assoluta . Questa legge fu il capolavoro dell'intelligenza e della passione di Piero Bigini, il mio collaboratore più amato e stimato da me e dai ciechi italiani. Era responsabile del settore Istruzione e: della sede centrale dell'Unione, uno dei giganti che ho avutO l'onore di conoscere e col quale ho avuto.l'immensa fortuna di lavorare. Piero sapeva che mi bruciavano dentro la situazione dei pensionati e l'inefficienza dell'Opera e mi diceva con timore de gli appuntamenti che aveva preso per me al Ministero o alle Camere per spingere la sua legge sull'istruzione . Io sorridevo felice di quei suoi timori e andavo dovunque lui riteneva necessario andare per vincere quella battaglia. Al Senato trovammo una resistenza accanita. Stavamo fuori dell'aula e sentivamo tutto. Piero esultava quando c'erano interventi a favore, vibrava di sdegno per le parole dei contrari. Sentì un parlamentare affermare: Se avessi un figlio in una scuola media affidata ad un cieco ritirerei il ragazzo . Piero, con tutta la sua ira innocente, esclamò:Infame! . Ma in quell'áula due democristiani insegnarono a tutti civiltà, coraggio, giustizia, cristianità, quella vera che parte dalle coscienze e si irradia nella vita. Quei due democristiani eranO Baldini e il Sottosegretario Giovanni Elkan. Quest'uomo fu meraviglioso, come del resto meraviglioso era stato in tutte le occasioni in cui la vita lo aveva portato al fianco dei ciechi. Insegnante del LiceoGalvanidi Bologna è stato professore di ciechi per tanti anni, poi Presidente dell'IstitutoCavazza . Bene, i ciechi italiani devono a lui moltissimo. Egli stimava Paolo Bentivoglio e si adoperò sempre per non farlo considerare un politicante alla Presidenza di un'associazione affiliata a questo O quel partito. La stessa signorilità spese per evitare a me l'etichettatura di una sigla politica. Elkan sapeva che sia Bentivoglio che io eravamo socialisti, ma conosceva e diceva in giro quello che avevamo dentro e il motivo che ci muoveva nell'azione di ogni giorno. Con questa Legge tanti diplomati e laureati privi di vista ottennero la loro occupazione dignitosa. Altri provvedimenti dello stesso periodo avevano stabilizzato in ruolo gli insegnanti di musica nelle sezioni staccate di conservatorio presso alcuni istituti per ciechi ALDO MORO AL NOSTRO CONSIGLIO NAZIONALE. Le giornate del Consiglio Nazionale dell'Unione dell'ottobre del 1967 ci fecero toccare con mano quanto l'Italia stesse cambiando e maturando per merito dell'incontro storico fra cattolici e socialisti. I ciechi italiani avevano scatenato l'assalto al baraccone creato nel 1954 con l'intento di far perdere alla nostra Associazione prestigio e capacità di rappresentanza. L'O.N.C.C. era sotto processo e ogni giorno subiva colpi irreparabili. Eppure, proprio mentre dall'Opera partivano insulti, insinuazioni, slogans (ci definivano i Vietcong ), proprio mentre stavamo demolendo l'ultima fortezza dell'ottocento assistenziale, l'Unione trionfava con il suo Consiglio Nazionale che inaugurava la nuova sede sociale che da Via Quattro Fontane si trasferiva in Via BorgognOna. Avemmo la visita del sottosegretario alla Presidenza del ConsigliO On. Angelo Salizzoni che ci portò un riconoscimento per tUtta l'azione svolta e per la dignità della nostra presenza nella Costruzione dell'edificio sociale del Paese. Venne anche il Direttore Generale per l'assistenza del Ministero degli Interni, il Dr. Paolo Bellisario, ed anche lui pronunciò un discorso di grande rISpettO per la nostra fatica nel campo del rinnovamento e per la costruzione della siCureZZa sociale. Il 20 ottobre del 1967, proprio quando stavamo chiudendo i lavori di quel fervido e caldo Consiglio Nazionale, nel pome riggio, Lina Moriconi, una delle più care e fedeli impiegate, corse da me ansimante e commossa dicendomi:C'è il Presidente Moro . Era la prima volta che un capo del Governo veniva tra noi: ne rimanemmo colpiti e commossi. Moro entrò nella sala e tutti, in piedi, lo applaudimmo con calore, con amicizia, con fraternità, con rispetto. Era venuto in una sala senza addobbi, non c'era una folla preparata al clamore. In quella sala erano riuniti i rappresen tanti dei ciechi italiani che avevano conseguito dei risultati po sitivi, che avevano programmato lotte e fatiche per portare più avanti la loro nuova frontiera verso il traguardo della parità . sociale. Moro era venuto in punta di piedi, con la sua immensa dignità, con la sua impareggiabile umanità. Io parlai per rappresentargli i quadri dirigenti della nostra Unione e lui rispose con questo breve discorso che riporto integralmente. IL DISCORSO DI ALDO MORO Caro Presidente, cari amici del Consiglio Nazionale, io sono molto rammaricato per non essere potuto intervenire ieri, come avrei desiderato, secondo il loro gentile invito: e ciò è dovuto ai vari impegni della mia giornata. Allora ho colto la prima occasione che mi si è presentata, un momento di disponibilità del mio tempO, per venire qui, nella loro casa, ad esprimere tutta l'affettuosa solidarietà del Governo e mia personale nei confronti dei ciechi d'Italia e della loro benemerita organizzazione così degnamente presieduta. Lei, signor Presidente, ha voluto ricordare alcune leggi, alcune iniziative che sono state condotte innanzi in questi anni. Io la ringrazio per la cortesia di questo riconoscimento, come ringrazio tutti i presenti per l'applauso caloroso e commovente che hanno voluto tributarmi in occasione della mia visita. Fucà consegna al Presidente del Consiglio Aldo Moro un artistico Crocifisso. Le parole che ella ha detto, e questo rinnovato affettuoso applauso, mi dicono quanto grande sia la sensibilità umana e cristiana dell'organizzazione e dei ciechi che ad essa fanno capo. Di questa manifestazione di solidarietà, di cordialità, di amicizia, io vi ringrazio dal profondo del cuore e vorrei dire che io penso che altre cose ancora debbano essere fatte a vostro favore. Noi siamo stretti, naturalmente e voi lo sapete nella vostra intelligenza e sensibilità da molteplici esigenze, e la disponibilità della ricchezza nazionale è limitata. Ma, per fortuna, attraverso l'opera concorde degli italiani, essa, superato un momento di difficoltà, ha ricominciato a crescere e io penso che una congrua parte della nuova ricchezza che speriamo si andrà accumulando nei prossimi mesi e nei prossimi anni, deve essere, per ragioni di elementare giustizia, devoluta per rendere più agevole la vita dei ciechi italiani. Quindi io vi prometto in questo momento che vigilerò perché dele nuove disponibilità che, come ci auguriamo, dovessero venire in evidenza, una congrua parte spetti a voi che ne avete diritto più di qualsiasi altro. Ma credo che non debba dire soltanto queste cose. Voi siete giustamente preoccupati a che lo Stato, lo Stato democratico, dia a voi l'assistenza che è giusto dare e che vi metta in condizione di partecipare degnamente e fecondamente alla vita generale del Paese. E questo voi già fate e dovrete fare sempre di più: sentirvi parte attiva del Paese, capaci cioè di superare il limite costituito da questa infermità con le forze dello spirito e della intelligenza, le quali valgono a supplire sia per il conforto personale, sia per l'apporto dato alla collettività le limitatezze derivanti da questa situazione. Sono venuto qui per dirvi la mia personale solidarietà umana e cristiana e, insieme con la mia, quella dell'intero Governo che ho l'onore di presiedere. Vorrei dirvi quanto vi siamo vicini, come comprendiamo la Vostra particolare condizione, come sentiamo la ricchezza spirituale grandissima che è nella vostra personalità. Vi sono quindi vicino fraternamente, oggi in questa vostra Sede e domani anche lontano vi sarò vicino nello spirito. Potete essere certi, sempre essere certi, che non vi mancherà quindi la comprensione, l'aiuto, il rispetto, l'affetto del Governo e mio personale. E con questo, l'augurio che nella vostra vita, nele vostre opere, nelle vostre famiglie, vi arrida il successo delle cose più belle e più gradite per voi . Dopo il discorso, Moro si trattenne affabilmente con ciascun consigliere, poi gli consegnammo un artistico crocifisso, opera di uno scultore cieco. Mentre lo accompagnavo verso l'uscita mi ringraziò per quel raro pomeriggio, diverso da quelli delle sue giornate di lavoro, e mi chiese se avevo da raccomandargli qualche problema particolare. Oggi è festa, Presidente, i problemi ci sono, ma avremo tempo per vederli Moro insisté ancora ed io gli dissi un po' emozionato: Presidente, se lo ritiene importante e possibile, esprimo un desiderio: sappiano i ministri della D.C. che Fucà da quando è Presidente dell'Unione Italiana dei Ciechi non è più socialista, è solo il Presidente di tutti i ciechi italiani. Vorrei lo sapesse specialmente il Ministro Colombo . Moro sorrise e mi spronò a continuare il mio lavoro senza preoccupazioni. L'anno 1967 finì in bellezza a Firenze. In un teatro gremito di gente consegnammo a Giovanni Pieraccini, Ministro del Bilancio, una medaglia d'oro per la sua feconda attività di parlamentare e di ministro sempre attento e sensibile per il riscatto sociale dei ciechi. Pieraccini ci aveva sbloccato infinite difficoltà, inoltre era l'artefice del famoso emendamento col quale conquistammo il diritto all'assegno vitalizio. In quella occasione l'Unione consegnò una medaglia d'oro ad un centralinista cieco dipendente del Genio Civile, Giovanni Data, il quale, durante l'alluvione di Firenze, consapevole della primaria funzione del suo ufficio, attraversò nel fango la città e raggiunse il suo posto di lavoro. Si fece sistemare una branda e restò attacCato ai telefoni servendo con civismo la città, questa Firenze, che a lui sardo, aveva dato lavoro e dignità. In questo capitolo ho ricordato due grandi amici dei ciechi italiani due politici d'eccezione che non ci hanno mai dato il loro pegno in funzione della loro posizione di partito. Pieraccini continua ad essere un fraterno amico e in ogni occasioni ci dà il meglio della sua anima. Aldo Moro, purtroppo, non è più. Lo hanno barbaramente assassinato nel tentativo di gettare il Paese nel dramma della guerra civile. Uno degli uomini migliori ha pagato con la vita i suoi ideali, e sulle istituzioni aggredite da destra e da sinistra da feroci fanatici incombe un pericolo mortale per tutti noi e per la democrazia del nostrO Paese. LO SCIOGLIMENTO DELL'OPERA NAZIONALE CIECHI CIVILI UNA RIVINCITA LIBERATRICE Anche nel 1968 continuai a lavorare instancabilmente per tessere incontri e conquistare amicizie o, quanto meno, per riuscire a fermare l'attenzione di quegli uomini che dovevano facilitare il raggiungimento della mèta agognata. Nel marzo pronunciai a La Spezia un significativo discorso alla presenza del Ministro Taviani e devo al suo accompagnatore, il Dr. Ligotti, poi Prefetto, una relazione così entusiasta di quella giornata, che tutto il Ministero fu conquistato alla buona causa della nostra Unione. A maggio, per la fervida, appassionata, ineguagliabile tenacia di Francesco Schiavone, presidente dell'U.I.C. di Potenza, ci fu una manifestazione che ci consentì un incontro col Ministro del Tesoro Emilio Colombo fu umano, attento, sensibile, e quel giorno avemmO la riprova che senza il duro e arcigno diaframma dell'apparato della sua segreteria, i rapporti, a volte di duro scontro, potevano essere molto diversi e molto migliori. A settembre, sempre del '68, l'On. Flaminio Piccoli ci accompagnO dal nuovo Ministro degli Interni, Franco Restivo. Quel pomeriggio, le documentate denunce contro l'inefficienza del'O.N.C.C. crearono per quell'Ente una crepa irreparabile. Flaminio Piccoli restò colpito dall'esposizione analitica dello stato economico e giuridico del trattamento pensionistíco goduto dai ciechi in quel periodo, e lo sbalordì la grettezza con la quale l'Ente erogatore distribuiva gli assegni. Con ben altra sensibilità, con tanto migliore spirito di solidarietà, i suoi amici personali e di partito, nella sua Regione, avevano approntato leggi e serVizi in favore dei ciechi trentini. Mi fu facile entrare nel cuore di questo grande galantuomo che scriverà pagine di autentica rivoluzione nei raapporti tra il suo partito e l'Unione Italiana dei Ciechi, e cosa ancora più impOrtante che riuscirà ad incidere concretamente negli atti e nelle deliberazioni della Democrazia Cristiana in favore della svolta assistenziale che egli ha seguito passo per passo, asscoltandoci, assecondando le nostre battaglie, influenzando decisioni che ci hanno. aperto la strada verso traguardi di livello europeo Chiesi a Piccoli di designare un suo collaboratore di fiducia per studiare con noi una legge che superasse l'Opera, i criteri assistenziali vigenti e conquistasse un nuovo traguardo economico di sostegno per i ciechi italiani. Fummo accontentati, e lo studio di una nuova normativa fu completato e presentato al gruppo parlamentare deel partito di maggioranza relativa. In questa prima stesura non si parlò di scioglimento dell'O.N.C.C. Vi erano però concetti così innovativi che l'ottocento assistenziale si scatenò. Nel veneto, l'On. Maria Pia Dal Canton disse in una manifestazione pubblica che quella proposta bisognava bloccarla altrimenti il concetto dell'assistenza in Italia ne sarebbe uscito stravolto. Eh sì! era proprio quello che noi volevamo e- incominciammo la serie dei mille colloqui. Il cammino della speranza si dirigeva dovunque, mentre nel frattempo l'On. Piccoli era perVenutO alla Segreteria della D.C. Piero Bigini fu l'unico dei miei collaboratori romani che credette pienamente alla mia azione. Il disegno che gli avevo svelato era semplice e ambizioso. Volevo una battaglia in due tempi innanzitutto una legge che migliorasse la pensione con l'aggancio ad un parametro di reddito rapportato alla quota esente della complementare, ma riferito al solo reddito del cieco; in un secondo mOmento acquisiti questi presupposti, avremmo scatenato l'offenSiVa con un emendamento da affidare ai socialisti per chiedere lo scioglimento dell'O.N.C.C. e decentrare alle Prefetture le istruttorie delle domande. L'erogazione delle pensioni volevamo demandarla ai Comuni. Tutto doveva puntare in direzione dei cittadini non vedenti e questo disegno anticiperà nei fatti quel decentramento che parzialmente fu ottenuto con la legge n. 382 e i decreti applicativi varati nel 1978. Piero Bigini, commovente e meraviglioso, mi procurava gli appuntamenti e mi accompagnava ovunque.Presidente ce la farai, sarà una vittoria meravigliosa; Bentivoglio sarà vendicato, i ciechi saranno liberati dalla schiavitù instaurata dall'Opera . Così mi diceva Piero alla fine di ogni colloquio -riuscito. Avevo intorno anche l'altra faccia della medaglia. Il pessimismo che temeva reazioni, che prevedeva altri isolamenti come quelli seguiti alla marcia del dolore .Ma credi davvero di riuscire a smantellare l'O.N.C.C...?mi dicevano altri. Io sapevo che dovevo liberare i ciechi italiani dalle visite di carabinieri e polizia in cerca di notizie sul loro reddito e su quello eventuale della loro settima generazione. Sapevo che nell'Opera si annidavano i soli e veri nemici dell'Unione Italiana dei Ciechi e dei privi di vista. Sapevo che nel 1954 l'Opera era stata concepita per punire Bentivogliosocialcomunistache aveva osato sfidare il potere con una manifestazione clamorosa. Mi sentivo uno dei principali responsabili di quellamarcia del doloree la nuova Situazione politica doveva, tra l'altro, cancellare un baraccone nato per affossare la volontà del Parlamento. Bigini fremeva perché il progetto concordato con Piccoli non VeniVa presentatO alla Camera ed io sospettai che qualcosa si fosse inceppato a livello dell'Ufficio del Presidente del Gruppo democristiano On. Giulio Andreotti. Piero prese a dimorare in quegli uffici mattina e sera, fino a qUando, tormentato e distrutto, poté riferirmi che il Presidente Andreotti aveva mandato il testo della Legge Piccoli ai dirigenti dell'Opera per riceverne il parere. Corremmo ai ripari. Don Fosco Ferrini, sacerdote a cui l'Unione aveva affidato il compito di assistere i ciechi pluriminorati e convinto combattente per la causa dei poveri e dei deboli, ci disse che ci avrebbe procurato un incontro chiarificatore con Andreotti Don Fosco ci acccompagnò ed ebbe parole toccanti per la nostra fatica. Fu duro e severo per il comportamento delle strutture dell'O.N.C.C.: Presidente Andreotti, l'O.N.C.C. è odiata nelle case dei ciechi e Leii non avrà mai il benestare da un ente per far presentare una legge destinata ad affossarne indirizzi e metodi.Così disse Don Fosco e il colloquio prese un avvio ricco di prospettive. Presidente Fucà, è contento se firmo anch'io la legge per le vostre pensioni? concluse Andreotti. Io e Piero eravamo felici, Don Fosco, esaltante, rispose per noi. Certo che il Presidente Fucà e tutti i ciechi italiani sono contenti di avere la sua firma al progetto! . Andreotti sii alzò, prese il telefono, chiamò Piccoli e lo avvertì che sarebbe stata sua intenzione firmare la proposta di legge. Dopo pochi giorni l'iniziativa parlamentare fu illustrata e le fu assegnato il n. 979, firmatari: Andreotti, Piccoli, Ruffini. Il :3 febbraio del 1969, data di presentazione della proposta legge n. 979, segnò l'inizio della grande generale mobilitazione delle strutture rappresentative dei ciechi italiani. Da una parte l'Opera e un gruppetto di funzionari del Ministero del Tesoro in rappresentanza della conservazione che li spingeva a far quadrato in difesa dell'C).N.C.C. e dei suoi metodi e visioni assistenziali, dall'altra parte uomini sensibilizzati dalla nostra fatica e decisi ad andare fino in fondo. Il duello fu senza esclusione di colpi. Si apriì la discussione in seno alla Commissione Interni della Camera. Angelo Salizzoni, Sottosegretario al Minisstero degli Interni,l'amico delle mille prove, portò il parere favorevoledel suo dicastero. Ma la legge si arenò alla Commissione Bilancio, dove il Tesoro fece mancare il suo assenso per la copertura.Questa Commissione era presieduta da un altro galantuomo, l'On. Flavio Orlandi, socialdemocratico,un gentiluomo che si mise a disposizione della buona causa iscrivendo ripetutamente la nostra legge all'ordine del giorno e costringendo il tesoro a scoprirsi senza alcun velo. Più il Tesoro resisteva e più la Categoria stringeva i tempi dell'assalto all'Opera. Ormai l'Unione affondava i suoi colpi e decise di creare l'ultima crisi del Consiglio di Amministrazione dell'Opera Nazionale Ciechi Civili. Ci dimettemmo e fummo puntualmente seguiti da FUlvio Nicolodi, che rappresentava la Sánità, e da Elena Romagnoli alla quale, per questo gesto significativo e decisivo in favore della Causa portata avanti dalla nostra organizzazione, resterò grato per tutta la vita. Il Consiglio non esisteva più, ma non è tutto. Avevo instaurato col sindacato interno dei dipendenti dell'Opera un rapporto assiduo di contatti e di reciproca comprensione e già potevo assicurare loro il passaggio al Ministero degli Interni col rispetto del rapporto di lavoro pregresso. La casa di Giorgio Morelli, un autentico eroe formatosi nelle file dei comunisti cattolici e militante partigiano fin dalla giovanissima età, divenne il mio quartier generale per smantellare l'Opera. Giorgio e la carissima Ferni, la sua compagna, mi sono stati preziosi amici e collaboratori in tutte le ore liete e amare della mia avventura romana, donandomi cuore e intelletto, entusiasmo e fede. In quella casa svelai ai dipendenti dell'Opera che ci sarebbe stato un commissario ministeriale che avrebbe portato loro la garanzia del posto di lavoro nella città di Roma e avrebbe provveduto a smantellare la fabbrica dei no contro i ciechi . Piccoli, Mariotti e Restivo scesero in camPo, mentre l'On. Corona, socialista, Presidente della Commissione Interni della Camera, aveva già nelle sue mani l'emendamento per lo scioglimento dell'opera preparato in gran segreto da Piero Bigini e da me. Nel dicembre del 1969 il Governo tentò una drastica riduzione delle provvidenze previste dalla legge n. 979, ma il 1954 era passato da un pezzo e tutto rientrò. Sempre nel dicembre di quell'anno il Ministro Restivo e il suo preZioso Sottosegretario Salizzoni, mantenendo una segreta PromeSsa fattami alcuni mesi prima, scelsero il Commissario straordinariO per l'Opera nella ,persona del Prefetto Francesco Dente. Ebbi con lui un colloquio per precisare l'arretratezza sociale e le disfunzioni operative di un organismo morente a cui non avremmo mai più consentito di risollevare la testa. Il Prefetto Dente deve rimanere nel cuore dei ciechi italiani per aver contribuito con tutta la sua rara e indiscutibile onestà a denunciare la paralisi dell'O.N.C.C., aggiungendo al nostro inpeto la pacata, severa, incontestabile testimonianza di uno dei più preparati funzionari dello Stato. Il Prefetto Dente, dopo lo scioglimento dell'Opera, sarà acclamato dal nostro Congresso Nazionale del Cinquantenario dell'Unione con lo stesso calore riservato ai nostri uomini di categoria più amati e più applauditi. IL 4 GIUGNO DEL 1969 LA GIORNATA DELLA PAZIENZA SETTE ORE DI ANTICAMERA. Per la copertura finanziaria il Tesoro non mollava e decisi di assediare Colombo. Ogni volta che scendeva da un aereo durante i suoi spostamenti, trovava puntualmente presenti i dirigenti locali dell'Unione. In quel periodo venne a Montecatini per un convegno precongressuale e lì mi ero già spostato io. Sempre il solito problema: la copertura finanziaria del Progetto di legge Andreotti, Piccoli, Ruffini. Questo braccio di ferro innervosì Emilio Colombo che andava assumendo la parte del duro. Proclamammo una manifestazione nazionale per il luglio e per scongiurarla, la segretaria di Piccoli mi procurò un incontro alla Camilluccia in occasione del Consiglio Nazionale della DemoCrazia Cristiana il 4 giugno. L'appuntamento era per le nove, prima dell'inizio dei lavori. Ero lì con Don Fosco Ferrini e il mio autista, il fedelissimo, il CarO e fraterno amico Benedetto, il depositario di tutti i miei segreti, il più autentico testimone delle mie fatiche e delle mie sofferenze La Sede del Consiglio della Democrazia Cristiana alla CamilluCCia è un locale infelice. Se si sosta nel corridoio a lato della grande sala, si sente tutto ciò che viene detto e io, per buona eduCazione, non potevo ascoltare. Ero un ospite e poi un socialista in Casa altrui, quindi stavo fuori in giardino. VerSO le undici uscì dalla riunione la Senatrice Falcucci che già sapeva della mia presenza poiché c'eravamo visti e salutati al mattino.Ancora qui Presidente? . La sua voce seccata era un rimprovero a chi mi teneva lì fuori ad attendere. La gentile amica rientrò per sollecitare e mi assicurò che presto Colombo sarebbe uscito per ricevermi. Alle tre del pomeriggio, sempre la Senatrice Falcucci mi trovò al solito posto e questa volta perse lei la calma: Ma insomma che storia è questa?. Mi fece accomodare, mi chiese scusa per non potermi offrire una colazione, ma ordinò per me e per i miei accompagnatori un un buon caffè. Non avevo fame, ero teso, ma volevo vivere fino in fondo quella scena pietosa. La Falcucci deve essersi molto inquietata perché verso le quattro spuntò Colombo il quale fece un po' di scena.Ma io non sapevo che lei era qui da stamani; io l'ho ascoltato pochi giorni fa a Montecatini e non ho nulla di nuovo da dirle . Quella insolenza mi scatenò una vampata d'ira che, per un attimo, mi ottenebrò la mente. Stavo scattando, ma mi ripresi prontamente e dissi secco: Don Fosco, andiamo via. Questo signore vuole ventimila ciechi a Roma, non ha nulla da dire a me . Don Fosco intervenne per riallacciare il dialogo e mi pregò di avere ancora pazienza.Signor Ministro specie con i ciechi c vuole umiltà, essi ci guardano dentro fino in fondo disse Don Fosco e continuò:io le ho dato delle coperte per riscaldarsi quando venne giovane ufficiale dopo la guerra, ora lei deve dare la copertura ad una legge che i ciechi attendono da anni . Precisai al Ministro che eravamo disposti ad attendere pochi giorni, poi avrebbe avuto come interlocutore la piazza. Colombo disse che, dovevo aver pazienza per una quindicina di giorni. Il giorno dopo l'On. Flaminio Piccoli, Segretario della Demo- crazia Cristiana, mi chiamò nel suo ufficio per scusarsi di quello che era accaduto alla Camilluccia. Imparai in quei corridoi e per bocca di collaboratori del parlamentare trentino, che fra Colombo e Piccoli correva una grande cordiale inimicizia e compresi tutto molto meglio di sempre. I quindici giorni passarono e il Tesoro non si mosse. Il pome riggio presi a dimorare instancabilmente nell'anticamera di colombo. Volevo vederlo per avere la risposta.Il Ministro non c'è , mi dicevano i suoi segretari. E Benedetto, pronto, rispondeva: Guardi che ho preso il numero della targa della macchina del Ministro: la macchina è giù e l'autista mi ha detto che Colombo è in sede . Ormai non mi irritavo neanche più. Sapevo che la mia era una professione di pazienza, di fede, di speranza, di pressione. BABBO, SONO LAUREATO, 110 E, LODE. Il pomeriggio del 26 giugno del 1969, mentre ero sprofondato e pensoso nella solita poltrona del solito salotto del Ministero del Tesoro, mi raggiunse una telefonata di mio figlio.Babbo ho discusso la tesi Tutto bene, sono laureato con 110 e lode . Gianni era raggiante, la sua voce limpida e serena. Balbettavo, ero commosso, ero felice, piangevo di fierezza.Scusami Gianni, non so dirti quello che ho nel cuore, bravo, bravo, bravo ragazzo. Grazie Gianni . E aggiunsi:Vai all'ospedale dalla mamma, abbracciala per me e dille che in questo momento di immensa gioia penso a lei e la ringraZiO per tutte le notti passate sui tuoi libri a leggere e incidere sul registratore per facilitarti gli studi . Milena aveva subìto una lieve operazione ed era in clinica; Gianni aveva discusso la tesi ed io ero bloccato in quel palazzo dove ormai passavo le mie giornate in attesa della copertura finanziaria di una legge presentata da tre autorevoli personaggi della Democrazia Cristiana. Figuriamoci se fosse stata presentata dai Comunisti Poveri ciechi italiani! Da sempre avevo sperato di essere presente alla discussione della tesi di mio figlio, ma la sorte mi aveva negato anche questo e pensai quanto era duro il calvario di coloro che vivono per qualche ideale dove la socialità è sogno, la giustizia è un bene lontano tutto da conquistare a costo di sacrifici che spesso spezzano il cuore. Il Ministro, forse, la vedrà domani -- mi disse il solito segretario ed io tornai a casa amareggiato per il fatto che non avevo concluso nulla e che, neanche il giorno dopo, mi sarebbe stato possibile correre da Milena in clinica a Firenze. Non avrei potuto abbracciare mio figlio laureato e questo mi dava sofferenza. Ritornai a casa e sentii la necessità di scrivere a Milena e Gianni le due lettere che voglio raccogliere in questo racconto della mia vita inserita in una storia, nella storia lunga e meravigliosa dell'Unione Italiana dei Ciechi. Lettera a Milena Roma, 26 giugno 1969 Mia cara Miléna Come non mai mi sento colpevole con te per non esserti vicino in questa nuova prova di sofferenza. Né la tua forza attenua questo mio stato d'animo e se in altre occasioni hai superato ogni prova, questa volta sento maggiormente il disagio interiore che mi opprime. In questi giorni così difficili e decisivi per l'Unione e per me (mentre combatto una delle più impegnative battaglie della storia di categoria, ogni giorno ho qualche prova di tradimento) mi sono chiesto se potevo concedermi la libertà di lasciarti così sola in una clinica e in una sala operatoria. Mi son chiesto se potrai comprendermi e giustificare questa febbre di azione e di lotta che ormai dura da quando ci siamo conosciuti e amati. Spero proprio che la tua bella fede, pura come l'acqua delle fonti più alte di montagna, saprà scorgere nella mia fatica Un pegno di sacrificio da donare a Dio, e in questo mi pare di rassomigliarti, in tutte le tue opere religiosamente sentite e realizzate nel dare del tuo a parenti.ed estranei, nel correre al capezzale di quanti soffrono, nel frequentare le tombe di quanti hai amatO e conosciuto, per portare un fiore e accendere una lampada. Milena mia carissimá, da martedì scorso, ad ogni comunicaziOne delle tue condizioni di salute, della febbre, delle tue difficoltà di respirazione, del ricovero e dell'atto chirurgico, sentivo di doVer partire immediatamente, ma ero frenato dal dovere imperioso di stare a disposizione, minuto per minuto, alle costole di questi Sjgnori che vanno sfuggendomi o promettendomi, di ora in ora, l'incontro decisivo Ma io ti sto parlando del mio lavoro e invece volevo parlarti di noi, di nostro figlio che oggi ha realizzato il traguardo più bello per lui e soprattutto per te e per me, genitori partiti dal nulla e ora fieri per un traguardo che possiamo sentire anche nostro. Volevo parlarti di noi per ripeterti quanto io ti amo e ti adoro sentendoti sempre più fortemente parte essenziale e insostituibile della mia vita, di questa mia vita così dura e faticosa eppure tanto illuminata dal tuo affetto e dal tuo conforto. Alle mie preghiere ho legato i sentimenti più cari per te; alle poche rose ho affidato la ricchezza delle espressioni che vorrei saperti esprimere scrivendoti, o parlandoti. E spero che tu questi miei sentimenti possa sentirli vivi e intensi al di là delle parole perché ti sorreggano in ogni ora del tuo non facile vivere al fianco di un uomo che, per amare la giustizia e trarre dalla sofferenza tante creature umane, finisce per non avere il tempo di soccorrere la creatura più cara a cui deve tanto e per la quale invoca da Dio lunghissimi anni di vita e di unione serena con me e nostro figlio. Milena mia, dunque Gianni è laureato, è dottore in giurisprudenza Vedo tuttá la sua lunga fatica e spesso al suo fianco vedo te. Vedo te premurosa, nutrice di latte abbondante, madre preoccupata e poi madre eroina, forte di un amore sbalorditivo, ogni giorno più attento e più vivo. Le cliniche oculistiche, le sale Operatorie, le visite di controllo, la vigilanza per le cure di ogni giorno da quando è nato ad oggi. Quante prove hai affrontato, quante lacrime ci hai nascosto, eppure la tua fierezza di mamma è cresciuta nella sofferenza e nella gioia di essere mamma. E al suo fianco ti vedo nell'atto di svegliarlo alle quattro, alle cinque del mattino per studiare, ti vedo lettrice di materie per te difficili, e ti vedo sempre felice d'essergli utile, sempre pronta a nuovi sacrifici, pur di vederlo contento e uguale agli altri. Ora lo hai dottore in legge, lo abbiamo laureato, come volevamo, come ha fortemente voluto lui stesso. Ero nell'anticamera del Ministro Colombo, mi ha chiamato ed ha gridato trionfante:Babbo, 110 e lode! . Lo sapevo già, me lo aspettavo, eppure mi son commosso, non sapevo dii nullla. Continuavo a dire:Ti abbraccio, bravo, ti abbraccio Ora rifletto, sono felice e spero che dopo questa lettera a te, saprò dirgli qualcosa di più in un biglietto che spedirò insieme a questo scritto, Ti stringo al cuore mia cara, e spero che lunedì giunga presto. Io conto di partire domenica notte e la mattina sarò.u biito da te. Un abbraccio infinito e sentimi tuo per la vita. Giuseppe Lettera a Giovanni Roma, 26 Giugno 1969 I Mio caro figlio: Vita e vittoria anche a te per oggi e per tutte le giornate del tuo avvenire, caro Gianni. 110 e lode per una laurea, tutto previsto e tutto già scontato e saputo, eppure quando con trionfo mi hai gridato:Babbo, 110 e lode! , m'è parso di scoprirti innprovvisamente bravo, improvvisamente laureato. Ero nella stanza d'attesa del Ministro Colombo a mendicare questo colloquio che dovrebbe chiudere la fase finanziaria di delle più dure battaglie della nostra storia di Categoria colloquio che non c'è poi stato, come avviene ormai da una settimana, con rinvii dal mattino al pomeriggio e dal pomeriggio al mattino seguente. Ma oggi sono più sereno, sia per la salute della mamma, sia per il tuo risultato. Dunque, sei dottore in legge. Hai coronato una lunga fatica pOrtata avanti con disperata tenacia e conclusa con fierezza e Successo. E una vittoria a cui guardarono con certezza fiduciosa i tuoi nonni, i tuoi zii scomparsi e, con i vivi, hai fatto felici tutti. Quando sei andato in ospedale e hai abbracciato la mamma comunicandole il risultato, certamente nella sua felicità tutto era presente: il passato e il presente, l'oggi e il domani. così anche per me, caro Gianni, questo mi aspettavo da te e te ne ringrazio con tutto l'amore di padre. Quante volte ho finto d'essere parzialmente soddisfatto per non darti il segno della certezza e pér spronarti ad un cimento con te stesso, capace di crearti la coscienza di un lungo dovere da compiere, e quante volte fra una carezza, un premio e una sgridata, ti ho visto crescere nel senso desiderato, verso una consapevolezza e una maturità che è divenuta fierezza per te, per la mamma, per me e, più tardi, anche per la tua ragazza, per Franca. Vado agli anni di Pietrapiana, delle Medie, del contestato Ginnasio, del trionfale Liceo, dei faticosi anni universitari; ricordo con angoscia le mie ansie dei tempi del tuo fidanzamento con Franca e i timori che la tua sensibilità e delicatezza affettiva potessero farti rompere in corsa e sciupare i tuoi stùdi. Timori di un genitore che, per altri motivi, alla laurea non poté giungere e che alla laurea del figlio guardava come ad una rivincita di se stesso. Per tutte le notti insonni, per tutte le albe salutate sui libri e sui registratori per tutti i divertimenti sacrificati a questo giorno di raccolta dopo la lunghissima semina, io ti stringo al cuore, e con te, con la mamma, con Franca, e sono sicuro che da qUesta tappa fondamentale della tua vita ripartirai con fiducia verso il domani. Sono le una di notte e sono sveglissimo; ho qui davantí un brandy che sorseggio alla tua salute e alla tua vittoria contro tante prove superate e sofferte e ti auguro che la tensione ideale,la certezza morale, sempre presenti nell'impegno così lungo e così positivamente costante della tua vita di studi, possano flettersi e rinnovarsi nel futuro del tuo domani di professionista, di sposo, di padre, di cittadino. Guarda al passato e trarrai le energie per l'avvenire. Ricorda i tuoi successi e non dimenticare le prove di umiltà di cui dobbiamo pure saper elargire esempio a chi ci vive accanto. E, soprattutto, non avere fretta nella vita. Quando si corre, spesso non si vede la strada giusta e talvolta si calpesta qualcosa che per altri può essere prezioso. ;, . Resta onesto come sei sempre stato, nel dolore, e quanto: ne hai provato! nella fatica, e quanta ne hai sòpportata! nell'amicizie, negli affetti. Mio Gianni, ancora bravo, ancora felicitazioni, ancora auguri e tutto con l'amore di un padre che si faceva dare pugni nelle nostre lotte scherzose perché ti voleva forte; ti esercitava alla discussione perché ti voleva saggio; ti mostrava lo sforzo del suo lavoro perché ti voleva laborioso. Dio ti benedica e ti accompagni con Franca verso la più lunga e la più serena delle primavere. tuo babbo IL 2 LUGLIO DEL 1969 LA PAZIENZA SALTO'. Non avevo potuto assistere mia moglie in clinica, non avevo potuto ascoltare mio figlio discutere la sua tesi di laurea e questo per i rinvii sistematici dell'incontro col Ministro del Tesoro, promesso e rinviato di giorno in giorno.Forse domani ,Credo nel pomeriggio ,Domani mattina è probabile . Questa era la ginnastica del frasario di quelle facce di bronzo dei segretari del Ministro Colombo. Persi la pazienza e presi le mie decisioni. Per l'otto luglio era già approntata una grande manifestazione di protesta a Roma, ma io la volevo evitare ad ogni costo. Nel 1954 si diceva no alla pensione e il responsabile del Tesoro fu punito con laMarcia del Dolore , ma i protagonisti di quella istanza erano i ciechi italiani, era ilsocialcomunista Bentivoglio . I maggiori paladini erano Pieraccini e una maggioranza fatta di comunisti, socialisti, socialdemocratici, liberali, repubblicani, metà della destra e un gruppo di democristiani in opposizione alle posizioni ufficiali del partito di maggioranza relativa. Nel luglio del 1969 c'era ancora un Ministro del Tesoro che resisteva e recalcitrava, ma Contro chi? contro che cosa? Contro Piccoli, Andreotti e Ruffini, proponenti di una legge tutta democristiana? Il pomeriggio del 2 luglio del '69 chiesi a Piero Bigini di accompagnarmi al Tesoro.Piero oggi la facciamo finita, vieni con me, oggi non chiederò di essere ricevuto dal Ministro, Chiederò che vengano spediti dei telegrammi con l'assicurazione della copertura finanziaria alla nostra legge e preciserò che in mancanza di quei telegrammi proclamo, in quel maledetto salotto che visitiamo inutilmente da quindici giorni mattina e sera, uno sciopero della fame . Piero si rabbuiò e rispose:Presidente fallo fare a me lo sciopero della fame, tu guida i ciechi italiani nell'agitazione che hai già approntata . Dissi a Piero che quella protesta la dovevo fare io e partimmo col bravo Benedetto Il Ministro era in sede, la sua macchina era nel cortile del grande palazzo di Via XX Settembre, Benedetto aveva controllato la targa e salimmo spediti. E com'è duro calle lo scendere e salir per l'altrui scale , mormorai a Piero. I commessi gentili e ormai amici ci fecero accomodare. Venne un addetto della segreteria e io gli dissi con molta serenità: Oggi io non chiedo più di essere ricevuto dal Ministro; sono qui per pregarla di riferire a Colombo che da questo momento io proclamo lo sciopero della fame e di qui me ne andrò soltanto dopo che lui si sarà deciso a telegrafare al Presidente del Consiglio, al Ministro degli Interni, al Ministro della Sanità e al Presidente Nazionale dell'Unione Italiana dei Ciechi, comunicando che è stata reperita la copertura finanziaria per la legge sulle pensioni dei ciechi . Il mio interlocutore si agitò e mi rispose che se il Ministro avesse appreso il mio intendimento si sarebbe irritato e mal di sposto Gli replicai seccamente che lui aveva solo il compito di riferire, il resto riguardava la competenza del Ministro. Tra una sigaretta e l'altra concordammo con Piero ogni parti colare su quanto bisognava fare per proseguire la lotta in caso di rigidità del Tesoro. Benedetto era fuori della saletta e conversava con i com messi. Dopo un paio d'ore, il nostro caro e fidato autista rientra per dirmi che aveva visto entrare nella sala di Colombo il Prof. Stammati, Ragioniere Generale dello Stato.Piero dissi questa sera andiamo a dormire a casa con i soldi sul telegramma, Stammati è stato chiamato per precisare la copertura finanziaria . Dopo un po, infatti, venne il segretario del Ministro e ci lesse il testo del telegramma. La copertura era assicurata. Rientrammo in sede e verso la mezzanotte brindammo in cinque: Bigini, la signora Nora Arnaud, Mario Merendino, Benedetto ed io. Un'altra tappa del lungo calvario era superata, ora restava il difficile cammino attraverso le numerose Commissioni parlamentari, ma il più era fatto. ANCORA UN EROE, PIERO BIGINI - MARTIRE DELLA CECITA'. Dal Corriere dei Ciechi del marzo 1970. Pasqua 1970, giorno di morte per Piero Bigini. Perché scrivo queste poche disadorne parole per il fratello scomparso? Forse per ricordarlo? Certamente no; lo ricordano e lo ricorderanno tutti i ciechi d'Italia. Per farlo amare, ora, dopo la sua scomparsa? Sicuramente no; lo hanno amato e lo ameranno tutti i suoi compagni d'ombra, legati da un indissolubile vincolo di gratitudine per la giovane vita tutta spesa al servizio di un presupposto evangelico e sociale che tarda a configurarsi nel costume, nel sentimento, nelle leggi, nella volontà dei potenti e dei semplici: il presupposto che la cecità non deve escludere dal contesto civile del Paese quanti percorrono il calvario dell'esistenza avvolti nel buio delle pupille. Per questo presupposto Piero Bigini ha lottato dalla culla alla bara, giacché nacque cieco e morì a causa della minorazione. Ma dalla culla alla bara corre una vita di prove stupende, di meraviglioso slancio, di atti impareggiabili di fede nelle possibilità dell'uomo provato e segnato dalla sorte, di impegno negli studi, nell'insegnamento, nella direzione di uffici importanti e delicati, nella guida della sua cara ed eccezionale famiglia, al fianco della sua compagna amata, signora Virginia, accanto all'adorato figlio Fulvio, del quale seguiva ogni respiro. Colpiva la sua serietà; impressionava la sua laboriosità, e la puntualità col dovere sconcertava tutti coloro che lo avvicinavano. Sarà un fatto edificante raccogliere in un opuscolo la sua vita, e questo sarà un impegno a cui ci accingeremo appena lo sgomento per la sua drammatica dipartita prenderà forma irl un colloquio tra sentimenti ed anime uguali, pur dislocati al di qua e al di là della vita terrena. Il grande compagno non è più, ma resta la sua fatica impressa nelle coscienze di uomini buoni e uomini duri, portata dovunque fosse un ostacolo da sormontare. Voleva lavorare e non aveva limiti di orario. Chiedeva di essere l'ambasciatore della nostra causa presso tutti quegli uffici dove un'istanza dei ciechi italiani veniva insabbiata, boicottata, dispersa, inascoltata. I compiti più duri, più faticosi, li voleva lui; ed era insita, in questo:incessante scontro con l'eccezionale realtà dei tempi nostri, una consapevole predisposizione all'olocausto. L'anno scorso, dopo un periodo di lotte serrate, il suo fisico risultò particolarmente provato; era afflitto da disturbi preoccupanti.Piero, ti devi riposare gli dicemmo, ma la sua risposta fu sdegnosa e rassegnata: Se non vi riposate voi, perché dovrei farlo io? E poi... non diciamo che, tanto, moriremo di un infarto?. L'animo suo vibrava di amore per i problemi che in maniera cocente umiliavano l'esistenza della povera gente impegnata a lottare con l'indigenza, la sofferenza, l'ignoranza, la mancanza di libertà. Era un rivoluzionario che odiava la violenza e cre deva fermissimamente nella possibilità di riscattare l'umanità frodata dei suoi diritti attraverso la ribellione civile di quanti avevano i mezzi intellettivi e spirituali per associarsi alla liberazione degli esclusi. E per la liberazione degli esclusi ha lavorato e operato oltre il limite della resistenza fisica, attingendo alla volontà, alla fonte inesauribile del suo credo purissimo nella giustizia, tutte quelle energie che lo hanno fatto grande nell'arte di donare agli altri la ricchezza dei suoi intendimenti e sentimenti. La cecità, che pure aveva piegato alla sua forte volontà di studente, di laureato, di dirigente del nostro movimento di categoria, di responsabile del settore più duro del nostro impegno, di cittadino in prima fila per dare alla società un volto nuovo e più umano, rappresentava per Piero Bigini un dramma sempre più cocente a causa dei ritardi attraverso i quali la società stessa mostrava i suoi limiti, i suoi infingimenti, le sue contraddizioni e, talvolta, i suoi inganni. Il bimbo cieco che non riceve prontamente la retta della propria Provincia per iniziare gli studi all'età giusta, una scuola speciale che non aggiorna i suoi metodi per preparare adeguatamente gli alunni, un giovane privo di vista che all'atto del suo ingresso nella vita non trova il suo posto di lavoro, l'anziano non vedente cacciato in un ricovero perché sprovvisto dei mezzi economici per vivere, ogni ingiustizia tendente all'esclusione perpetrata con dolo o per pregiudizio, costituivano la sua viva e sentita sofferenza. Era un lottatore di eccezionale altezza morale. Quando, qualche anno fa, creammo le condizioni per dare la presidenza di una scuola ad un privo di vista, gli offrimmo quell'incarico. Senza esitazione scelse il compito più duro e meno remunerato. Disse con fierezza:Se vado a fare il Preside di una scuola per ciechi mi pagheranno meglio, ma lavorerò solo per un centinaio di miei Compagni d'ombra. Lasciatemi tra voi qui all'Unione perché così potrò lavorare per i settantamila ciechi d'Italia . La battaglia per la riforma pensionistica lo ha visto al mio fiancO ora per ora. Ogni passo avanti dell'annoso problema lo faceva gioire di un entusiasmo da ventenne, mentre gli agguati e ne ha Vissuti tanti accompagnandomi da politici e buroCrati gli toglievano il sonno e lo ferivano profondamente. Portami con te, Presidente; non mi risparmiare neanche nelle ore di riposo o di festa. La battaglia che conduci per la pensione vorrei che fosse anche la mìa battaglia . Questo mi ripeteva ogni qualvolta facevo un programma di iincontri e d scontriE mi è stato vicinissimo in tante ore amare di questa vicenda. Ma la sua collaborazione è stata tutta un aatto di fede di bontà, frutto di una educazione finissima. Un giovane contestatore, dopo uno scontro Conn lui sui temi della riforma scolastica e degli istituti per ciechi, ni disse che Bigini aveva una purezza tale di sentimenti che riusciva a scuotere ogni interlocutore. E in effetti parlava ai nostri compagni d'ombra da fratello a fratello, con una carica umana sofferta e incisiva, capace di far sentire la voce della verità e, quindii, dellla credibilità. A questo grande campione della sofferenza trasformata iin bene per i suoi fratelli d'ombra, un saluto, un fiore, una preghiera nella certezza che la nostra trincea continuerà ad essere illuminata dal suo esempio, dal suo slancio, dalla sua fede nei. diritti dell'Uomo . Giuseppe Fucà . Questo articolo lo dedicai al fratello scomparso,, ma devo confessare che la morte di Piero Bigini mi fece prendere la decisione di portare a termine la battaglia per la pensione, ,guidare il Congresso del cinquantenario, ormai imminente, e poi lasciare la Presidenza dell'Unione. La fatica romana senza Piero mi sembrava un compito impossibile. Piero era stato testimone al matrimonio di miio figlio, Gianni che con me pianse e soffrì quella scomparsa. Mi piaCe qui riportare alcuni versi che Gianni scrisse in quella occasione. Lirica di Pasqua Sia fatta la Tua volontà. Così parlavi al mio fianco a settembre, quel giorno di piogga felice e di bianco. Sia fatta la Tua volontà. Così la preghiera di Pasqua saliva, quando, con le braccia conserte, la tua giornata, per te, per noi, finiva. Dopo tre giorni Cristo è risorto; Dopo tre giorni, più freddo che mai ti abbiamo accompagnato là. Ora conosci se risorgeremo, se risorgerai Noi no. Noi affidiamo alla speranza che lenisce, eterna, il nostro andare, il desiderio di vederti, di parlarti ancora di riempire quel gran vuoto da colmare. Muore un professore: che peccato! Muore un cieco: è silenzio di stima. Muore un uomo: che dolore! Muore un amico: siam più soli di prima. Muore un valente: son così pochi che da oggi, senza te, sarà maggior fatica. Ma nel tuo nome, nella tua memoria, Piero, lotteremo per la battaglia antica. sì DEL PARLAMENTO ALLA LEGGE SOCIALE PIU AVANZATA DEL NOSTRO PAESE. LA SOFFERENZA HA VINTO LA SUA LOTTA. Con questo titolo uscì il numero di maggio 1970 del nostro giornale Il Corriere dei Ciechi . La legge fu approvata alla Camera il 6 maggio con tutti gli emendamenti preparati dall'Unione, primo tra tutti quello che prevedeva lo scioglimento dell'Opera Nazionale Ciechi Civili. Quel pomeriggio montavamo la sentinella alla legge nella sala del Presidente della Commissione Bilancio On. Orlandi e ripetutamente venivano da noi a chiarire qualche aspetto del provvedimento i diversi membri della Commissione Interni, presso la quale era in corso la battaglia. A discussione finita vennero a chiamarmi gli On. Iacazzi comunista e Zamberletti democristiano i quali si complimentarono con tutta l'Unione per quella dura e stupenda vittoria. Uscì dal'aula il Ministro Restivo, ci abbracciammo. Mi disse parole affettUOse che non dimenticherò mai. Presidente complimenti, i ciechi italiani oggi possono dirle grazie e grazie le diciamo anche noi politiCi per la sua forza morale, per questo bel risultato. Restivo era stato un protagonista di quella battaglia ed io risPosi con parole sentite: Signor Ministro, la sua parte politica nel 1954 fece il grande errore di punire i ciechi italiani con la Creazione di un Ente che li ha irritati e perseguitati per oltre tre lustri, lei ha avuto la grande onestà di cancellare quell'errore e di assecondare un decentramento assistenziale che per essere il primo in Italia ha il merito di costituire un grande esempio. il 19 maggio anche il Senato liberò il provvedimento e la grande avventura si concluse con un trionfo che fu immediatamente sentito nel suo giusto valore da tutta la struttura periferica che rovesciò su Roma, e presso la mia abitazione di Firenze, affetto e gratitudine. Mentre rivivo quella fatica e quel dovere compiuto, sento ancora oggi l'amarezza di non aver avuto al mio fianco Piero Bigini, per gioire di un risultato tanto combattuto e tanto sofferto. Tra i protagonisti di questo successo, oltre a quelli più volte ! nominati, voglio ricordare- alcuni parlamentari che con la loro se rietà e prontezza resero possibile quella vittoria, schivando insidie, insabbiamenti, concetti riduttivi, propositi di rivincita dei nemici della legge. Tra i comunisti attivi e determinanti gli On.li Paucci, Iacazzi e il Sen. Mario Fabiani. Ammirevole il mio concittadino, Sindaco di Scilla, ON. Rocco Minasi, membro della Commissione Interni della Camera. L'On. Raffaele Di Primo fu il relatore della Commissione Affari Costituzionali, n socialista preparato e convincente, Fra i democristiani ricordo l'On. Giuseppe Zamberletti e il Sen.Antonio Murmura che fu relatore. Il SEnatore Murmura Sindaco di Vibo Valentia, un ridente paese calabrese, alle mie insistenze per incontrarlo rispose con un invito a pranzo. Ci trovammo in un ristorante nei pressi di piazza del Popolo e, prima di iniziare a parlare della nostra legge, egli mi chiese se ero parente di Giorgio Fucà. Era mio fratello, caro Senatore risposi. Perchè era? continuò Murmura. Quando dissi che era morto all'età di 37 anni, ad Ancona, il Senatore restò.colpito. Mi raccontò che l'aveva avuto nella squadra di calcio della sua cittadina e che gli era particolarmente legato. Mi renderò utile per la vostra leggee anche in omaggio alla memoria di suo fratello , mi disse quel brav'uomo, e così fu. TESTIMONIANZE DA TUTTA ITALIA. Il valore sociale della legge sulle pensioni fu recepito da dirigenti e soci del sodalizio e per quei tempi si trattò del primo vero inizio di sicurezza sociale e di decentramento dell'assistenza da Roma alle Prefetture, da Roma ai Comuni. La pensione passò da 18.000 a 32.000 lire mensili e il criterio di assegnazione non fu più legato alla pregiudiziale del reddito dei familiari, bensì al calcolo delle entrate del solo privo di vista richiedente. Il diritto alla pensione fu stabilito per tutti coloro che non risultavano iscritti nell'imposta complementare sui redditi. Questa fu una normativa rivoluzionaria: infatti, prendendo in esame il solo reddito del cieco con un parametro, quindi, tanto superiore a quello precedente i beneficiari passarono da 60.000 a oltre 100.000. La fabbrica dei no, era veramente crollata. L'indennità di accompagnamento fu concessa con criteri di larga Visione solidaristica, tanto che da quelle premesse si giunse presto alla concessione al solo titolo della minorazione. Fu conquistata, fra l'altro, l'assistenza sanitaria per tutti i cieChi attraverso convenzioni con le Mutue esistenti, ma il capolavoro di quel provvedimento legislativo fu lo scioglimento di un baracCone che teneva inevase le domande anche per sette e più anni. I Il valoroso Prefetto Dente, Commissario straordinario dell'O.N.C.C., impacchettò i fascicoli giacenti presso i suoi uffici e con camions militari li spedì alle Prefetture di ciascuna Provincia italiana. La legge prevedeva, infatti, che competenti a decidere sulle domande fossero i Comitati Provinciali di Assistenza e Beneficienza Pubblica, di cui facevano parte due rappresentanti della Sezione Provinciale dell'Unione Italiana dei Ciechi, creando da quel momento un rapporto diretto fra i ciechi e i loro rappresentanti zona per zona. Tra le centinaia di telegrammi, lettere, articoli di consenSO, ho raccolto qui alcune testimonianze perché il lettore possa avere la prova della sensibilità dei ciechi italiani. Da Cosenza - Assemblea regionale soci calabresi esprime grato riconoscimento tua instancabile opera at favore categoria et esulta per grande straordinario successo legge pensione. Lamberti Zicarelli . Da Palermo -Occasione approvazione definitiva legge pensione ciechi civili pregoti gradire unitamente tuoi collaboratori congratulazioni vivissime et partecipazione gioiosa compagni siciliani brillanti nuova conquista sociale. Gino Di Trapani . Da Trieste -Per definitiva approvazione legge miglioramento pensioni ciechi civili dirigenti collaboratori soci Sezione Giuliana esternano vivo compiacimento sentiti ringraziamenti per tua opera appassionata et instancabile. Risultato conseguito autorizza ciechi celebrare degnamente cinquantesimo annuale fondazione U.II.C. Presidente Kervin. Da Firenze -Vivamente compiaciuti per risultati raggiunti a nome ciechi fiorentini esprimiamo profonda gratitudine. Presidente Vincenzo Ventura . Da Grosseto -Consiglio Nazionale Giunta Esecutiva ed amato Presidente Fucà artefici nuova grande vittoria categoria giunga braccio fraterno e devoto Assemblea ciechi Maremma. Presidente Pittau . Maestranze non vedenti Ente Lavoro Ciechi, vivamente soddiSfatte esprimono loro gratitudine sua costante fattiva insostituibile Opera. Angelina. Grezzi Appresa notizia conseguimento splendida vittoria sociale nostra Categoria ringrazioti sentitamente tua tenace laboriosa opera. Cordialmente Guido Fanetti centralinista Ufficio Telegrafico Siena . Lettera da Campobasso Esimio Presidente, Sappiamo benissimo che in questi giorni sarà enorme il mucchio di lettere che affluiranno sui tavoli della Sede Centrale per congratularsi con lei personalmente e con i suoi collaboratori per l'ultimo successo ottenuto in seno al Parlamento. Ad esse si aggiunga l'umile nostra riconoscenza. Che il cielo benedica l'opera sua e i suoi immani sforzi per il raggiungimento di queste grandi mète. Noi scriventi abbiamo lafortuna di lavorare; ma tanti non sono stati toccati dalla buona sorte, ed è soprattutto per essi, oltre, s'intende, per la categoria tutta, che ci sentiamo in dovere di esprimere la nostra più sincera gratitudine. Che le sue fatiche siano coronate da sempre maggiori successi che il suo disinteressato spirito di abnegazione continui a guidare E con rinnovato entusiasmo che le diciamo: grazie. Il solito semplice grazie serva a dirle tutto quanto di inesprimibile sentiamo nel cuore. Distintamente Mascia, Di Cristofaro, Benvenuto, Coccaro. Pinto . Da Gioia del Colle Caro Fucà, La fiducia che mi ispirava la tua tenacia è stata confermata in questo istante apprendendo dalla radio l'approvazione da parte del Senato della nuova legge per la pensione ai ciechi civili. Con l'anima esultante di gioia ti esprimo le mie vive congratulazioni. Non riuscendo a dirti altro ti abbraccio. L'amico di trent'anni fa Vito De Jure . Lettera da Trento Caro Presidente Questa volta non vogliamo ricorrere ad un semplice telegramma per esprimerle tutta la nostra soddisfazione per il grande successo ottenuto dall'Unione sotto la sua guida. La nuova legge sulla pensione ci sembra realizzare il massimo che noi si potesse pensare o sperare. Essa ha, oltre a tutti gli altri, il pregio di non avere bisogno di un regolamento di applicazione, e la cosa ha una sua grande ed innegabile importanza. L'aumento è veramente notevole specie per i ciechi assoluti, così come era giusto. L'innalzamento dei limiti di reddito concesso è fortunatamente quello stesso accolto nella 979 presentata dall'On. Piccoli. L'indennità di accompagnamento è completa praticamente per tutti i ciechi assoluti. Le limitazioni dei temuti articoli 2 e 9 sono cadute. Il decentramento dell'erogazione della pensione assicura tra l'altro un più snello e veloce meccanismo di concessione. Speriamo che anche i controlli visivi previsti dalla legge abbiano più efficacia di quelli del passato e che le Sezioni responsabili zate intervengano localmente ad evitare abusi di quel genere. Non sappiamo come ringraziarla per quanto lei ed i suoi cari e bravi collaboratori hanno fatto per questa grande realizzazione per i ciechi italiani Abbiamo un unico dolore in questo giorno di festa: di non avere con noi Piero Bigini a festeggiare insieme ciò che tanto aveva desiderato. Ma siamo convinti che lui lo sa meglio di noi. Voglia gradire con le più vive felicitazioni per la vittoria conseguita i ringraZiamenti di cuore di tutti i ciechi trentini e personali miei e dei miei collaboratori. Peccato non poterla avere tra noi all'Assemblea Sezionale! Sperando di vederla presto per felicitarci personalmente, le porgiamo i saluti più cordiali. suo Candido Giacomelli . Lettera del Prefetto Dente Al Presidente dell'Unione Italiana Ciechi Opera Nazionale Ciechi Civili Il Commissario Roma 8 maggio 1970 Caro Presidente, mentre l'eco della grande e nobile battaglia recentemente sostenuta per l'approvazione, da parte della Camera dei Deputati, delle norme sulle nuove pensioni ai ciechi civili si va ormai attenuando e mentre i non vedenti assaporano finalmente la gioia di una vittoria che, in precedenza, era stata a lungo ed invano sognata ed inseguita, desidero ringraziarla per le cortesi espressioni con le quali ella ha avuto la amabilità di chiamarmi a partecipare all'esultanza di tutti i ciechi italiani. Felice anch'io per il successo, ascrivo a particolare mio privilegio la circostanza che ilcammino della speranza come ella ebbe, a suo tempo, a definire la somma delle aspirazioni dei non vedenti e l'azione dell'Unione Italiana dei Ciechi abbia toccato l'agognato traguardo proprio nel corso della mia gestione commissariale dell'O.N.C.C. Ai settantamila ciechi della cui soddisfazione ella si è re interprete ed ai quali, per il cortese suo tramite, invio i ringraziamenti più vivi e ricambio i saluti più cordiali, vorrei soltanto, dire (e l'ho già detto a chiare lettere ai Presidenti delle Sezioni Regionali dell'Unione che mi hanno scritto in ConComitanZa con l'approvazione delle norme sulle nuove pensioni) che essi deb bono tutto alla sensibilità, alla perseveranza, alla chiarezza di idee, all'entusiasmo, al coraggio, all'ardore combattivo ed all infaticabile attività del loro Presidente Nazionale. Un uomo della sua tempra, infatti, caro Presidente, non poteva non raggiungere brillantemente la mèta. Di ciò ebbi la certezza fin dal nostro primo colloquio e da allora non ho mai dubitato che i non vedenti avevano trovato in lei un formidabile assertore e difensore della loro causa. E' pertanto con sentimenti di viva e sincera ammirazione che invio all'Unione che non poteva celebrare il suo cinquantenario più degnamente ed a lei che ne impersona l'attività, le più vive e sincere felicitazioni. Con un cordialissimo ed affettuoso saluto Francesco Dente DIscoRso DEL MINISTRO FLAMINIO PICCOLI pRoNUNcIATo IN OCCASIONE DEL 20ESIMO ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI AURELIO NICOLODI. Trento, 10 ottobre 1970. io non ho certo molte cose da dire. Pensavo, per un attimo, mentre il Presidente Fucà rievocava questa lunga vostra vicenda, che forse qui sarebbe stato bene che ci fosse la classe dirigente della politica italiana, non per le persone che egli ha nominato alcune illustri, altre modeste. ma per la tenacia, la fede nella vita, la straordinaria esaltazione di alcuni valori autentici, oggi discussi e calpestati, lo spirito di sacrificio, la gioia della vita, la fedeltà, l'amore alla famiglia, la costanza., che voi avete manifestato in un lungo itinerario, splendido di s"acrifici e splendido di risultati tenacemente sofferti. Quando io guardo alla situazione del nostro Paese non sono né ottimiSta né pessimista, ma credo che possiamo ancora trovare un arcobaleno innanzi a noi; e lo possiamo trovare certamente soltanto se ci rifacciamo a queste vostre testimonianze, che non sono testimonianze e valore di ciechi, ma di veggenti, di uomini che hanno saputo guardare nel profondo della vita, che non si sono lasciati portare alla deriva del successo immediato e facile, che hanno creduto alla serietà di fronte alla superficialità, che hanno ancora affermato nella propria esistenza che prima dei diritti vengono i doveri, in un Paese che non fa che richiamare i diritti e dimentica i propri doveri, in una società che spesse volte sembra andare allo sbaraglio perché ha dimenticato alcuni punti di direzione fondamentale. Bisogna, caro Presidente, che la vostra esperienza la portiate fuori di qui, non per un'esaltazione della vostra categoria così sacrificata, ma perché da voi noi possiamo attenderci molto per la società italiana. Non abbiamo bisogno, oggi, di beni di Consumo, perché ne abbiamo già moltissimi. Abbiamo sempre menO bisogno di automobili, perché ne abbiamo dieci milioni sulle strade d'Italia. Abbiamo bisogno, certo, di posti di occupazione ma ne abbiamo meno bisogno di dieci o quindici anni fa. Ma in confronto a dieci, quindici anni fa, abbiamo bisogno urgente, immediato, di questa esaltazione, di questa affermazione, di questa penetrazione di valori, se vogliamo salvare in un momento così difficile la società italiana. Ecco perché io vi devo dire, come uomo politico, una parola di gratitudine per l'esempio che ci avete dato, per il modo civile con cui avete fatto le vostre conquiste, per la testimonianza, che ogni giorno date, di un lavoro serio e appassionato. Un amico trentino mi ha scritto dicendomi che aveva scoper to che io avevo celebrato venticinque anni di vita politica e di vita familiare. E quindi, ritenendo che, passando gli anni, noi abbiamo bisogno di momenti di celebrazione, mi diceva che voleva,raccogliere alcuni amici per ricordare il giornale, la vita po litica, la vita familiare, in una giornata festosa. Allora io oggi diQo a quell'amico che non c'è bisogno di celebrare niente, perché le cose che lei, caro Presidente, ha detto generosamente e dimenticando, come dirò tra poco, i veri protagonisti, sono state per me un'immeritata immensa celebrazione di un quarto di secolo di vita politica. Lei ha dimenticato i protagonisti, Presidente. E i protagonisti io li ho visti: siete stati voi; è stato lei, assiduo, tenaCe, insistente, che non ha mai perso la fiducia in quel mondo romano per cui la fiducia si può perdere ad ogni minuto secondo, che ha percorso tutte le strade di Roma, che è salito dal Ministero degli Interno al Ministero del Tesoro, dalla sede della Democrazia Cristiana alla sede di altri partiti, tenacemente, credendo sempre, non perdendosi di coraggio; lei che ha combattuto una battaglia con l'Opera, dura, aspra, in cui la sua stessa personalità è stata denigrata, è stata classificata e qualificata con atteggiamenti e modi estranei all'impostazione della sua vita, per mortificare il lavoro che ella stava facendo. E allora, la testimonianza che non le ho mai dato prima gliela do io, adesso, perché noi fummo Insidiati anche su questo, per stroncare il lavoro di quest'ultima legge che voi stavate facendo. Ed ora consentitemi, caro Presidente e caro Vice Presidente, di ricordare anche per un attimo quale è stata la mia esperienza a contatto dei vostri dirigenti periferici: questo nostro Presidente di Trento, questo nostro Bonvicini, che hanno salito infinite volte le scale dell' Adige , che hanno combinato appuntamenti tra il Presidente Fucà e me, che mi hanno assediato di un assedio tenace, implacabile, con lettere, con discorsi, che hanno sempre avuto fiducia anche quando noi eravamo distratti da mille occupazioni, che ci hanno richiamato costantemente a seguire questo filone che andava svolgendosi. E allora lasci che le dica, caro Presidente, che lei ha dei quadri validi, positivi sui quali le ho detto già e non solo per le vostre rivendicazioni, ma anche per portare fuori questo impeto di fede, questa capacità di credere in un mondo che non crede. Noi non siamo tanto qui, oggi, come uomini politici a ricordare i due uomini che ha rievocato il Presidente Fucà. Noi siamo qui, Presidente, col cappello in mano, a chiedervi di assisterci di portarci la vostra esperienza, di darci una mano per illuminare spiritualmente la società. E non do uno sguardo pessimiStiCo, ma realistico. Bisogna immettere, giorno per giorno, alcuni valori dello spirito senza i quali noi saremo irrimediabilmente travoltí senza i quali la libertà è in pericolo nel nostro Paese perché non riusciamo ad immettere questa carica di spiritualità ne la soCietà italiana. Ecco perché avrei voluto che qui fosse la classe politica; ma persino, Presidente, avrei voluto che qui fosse il mondo cattolico italiano che ha un'eredità di valori, di ideali da portare avanti; che non ha il compito, come leggiamo ogni tanto su alcuni nostri settimanali, di contestare, che non ha il compito di dividere e di recare odio sul fuoco delle divisioni, ma ha il Compito di portare carità, solidarietà, unità; il compito di afferrare tutto quello che di esemplare è venuto fuori da voi e da tanti altri umili che nel nostro Paese hanno sofferto. Quando giro questo nostro Paese e guardo questo nostro popolo, dico sempre che noi arriviamo sull'orlo dell'abisso e c salviamo non per noi, ma per le mille e mille sofferenze deLle classi popolari italiane che dal Nord al Sud hanno sempre pagato duramente gli errori dei loro dirigenti e che hanno sempre avuto la fede e la capacità di trattenere i loro Paesi dagli ultimi passi sbagliati. Vorrei che il mondo cattolico potesse ritrovare, recuperare, il senso di quello che va immesso nel nostro Paese per salvaguardarlo. Nemmeno la situazione economica è esente da allarmi. Quan do ci preoccupiamo di alcuni dei suoi aspetti che pure sono im portanti e vistosi e vediamo certe categorie imprenditoriali che ci raccomandano soltanto di fare comunque un Governo al più presto, perché altrimenti non vengono i prestiti dalle banche, perché altrimenti non si arriva ad irrorare il credito per salvaguardare le aziende, constatiamo che esse non chiedono altro alla situazione economica del nostro Paese che riprende, recupera, che può ritrovare il suo enorme ritmo alla condizione che si recuperino, si ritrovino, i cittadini e la classe dirigente su questi valori di cui voi siete portatori e testimoni nel vostro quotidiano lavoro. Ecco perché, caro Fucà, cancellando le cose che lei ha detto a mio riguardo, resta importante e valida la testimonianza che da questa Assemblea si è levata nella nostra città. Resta una data questo vostro incontro coi trentini; una data che porteremo nel cuore, nella vita, in ciò che ci rimane ancora di forte da riservare al nOstro Paese, malgrado i nostri difetti che sono immensi, i noStri contraSti e le nostre contraddizioni Il lavoro è luce che torna. Io direi che la cecità questa volta va dimostrando di raccoglierci nella verità, nella riflessione, nella meditazione Sta dimostrando che soltanto chiudendo gli occhi e ritrovandoci dentro noi stessi possiamo ritrovare la strada per andare avanti, per recuperare questo nostro Paese che ha un così grande destino, che ha un popolo così straordinario, un patrimonio di bellezze, di intelligenze e di intuizioni così profonde che a nessunO, per ambizioni personali o per sbagli, è consentito di distruggere o di intaccare. Caro Presidente, sia lunga la strada sua e dell'Unione. E quando ella potrà avere ancora bisogno di noi, stia sicuro che oltre ai piccoli parlamentari trentini ne troverà degli altri al suo fianco, perché tutto ciò che è venuto dal vostro esempio non può che tradursi in solidarietà attiva, fraterna e costante. Grazie di quello che lei ha fatto. Grazie agli amici trentini di quello che hanno fatto. E andiamo avanti sapendo che voi, che mi sentite e non mi vedete, siete gente che noi dobbiamo assistere; siete gente che ha diritto alla nostra completa fraternità e solidarietà, perché quel che ci date è infinitamente di più di quel che vi può dare la comunità nazionale . FESTA DI MARE. Gli amici fiorentini vollero festeggiare quella dura, estenuante fatica finalmente felicemente conclusa. Ci ritrovammo tutti sulla magnifica spiaggia di Castagneto Carducci a Donoratico. Nel mio angolo di pineta acquistato dai Conti Della Gherardesca nel 1962 avevo realizzato una casetta prefabbricata per soddisfare la mia fame di mare, l'innata passione di pescatore. Prima che mi consegnassero la casa, avevo già la barca, i tramagli, la sciabica, le nasse, il palamito, le lenze per le diverse pesche. Quella zona di litorale toscano, per me, era un pezzo di Scilla senza scogli, ma con un suo figlio capace di stare in mare una giornata intera e, quando trovava la guida giusta, anche la notte. Un anno ebbi un po' di febbre e il medico sentenziò sicuro: Febbre da stanchezza . Quanti cari amici ho avuto con me, pronti a sistemarmi le reti, ad aiutarmi a praticare ogni tipo di pesca, facendomi partecipare a tutte le fasi del comune lavoro! Il più caro compagno delle mie uscite in mare, sempre prontO ad alzarsi alle quattro del mattino, fu Paolo Barbieri, di Bologna, Scomparso tanto prematuramente. Paolo aveva una dolcezza di Carattere e una signorilità di modi che suscitavano affetto, e rispetto. Sembrava che per tutta la sua vita non avesse fatto altro che stare con gente che vedeva poco o nulla. Altro prezioso amico era, ed è, Bruno Della Santina, maestro di pesca alla Mormora, un pesce che, per la sua combattività, procura un'indescrivibile gioia a pescarlo. Bruno non mi ha ancora perdonato unosgarbo . Mi ospitò sulla sua barca, mi prestò la sua canna, mi innescò fraternamente l'amo, fece il lancio e, dopo una mezz'ora di religioso raccoglimento, tirai su una molmora eccezionale. Bruno la pesò e gli risultò superiore ad ogni esemplare riportato dall'enciclopedia appositamente consultata. Al carissimo Francesco, figlio di Bruno, chiesi se poteVa aiutarmi per un'impresa eccezionale.Vorrei invitare a fare una giornata di pesca dei miei amici di Firenze, potremmo fare una sciabicata dalle cinque a mezzogiorno, poi le nostre mogli cucinano il pesce sulla spiaggia e si mangia tutti insieme . Francesco mi ascoltò e si fece una bella risata: Beppone io sono pronto, ma dove sta l'impresa eccezionale? .I miei ospiti sono tutti ciechi precisai ma il meraviglioso giovane non si scosse per nulla e quel giorno fu impareggiabile. Calavamo la rete in mare con la barca disegnando un'immensa U. La ciurma divisa in due squadre tirava a riva lentamente la rete per vedere cosa era rimasto nel sacco. Fummo fortunati. Si pescava, ci si accaniva e si ricalava. Le mani delicate di noi tutti incominciavano a bruciare. Non si salvavano neanche le palme di Borrani o di Baragli che eranO. certamente più resistenti delle nostre. Claudio Martone, che aveva preso il mio posto di insegnante alla Scuola di Fisioterapia, ogni tanto le rinfrescava in mare, ma soffriva e si divertiva. Quando smettemmo eravamo distrutti e affamati. Le brave spose erano giunte all'appuntamento con padelle e griglie pe l'arrosto e incominciò l'avventura. Si alzò un vento di scirocco e i fornelli non volevano prendere. Ci salvò Francesco. Trovò un bidone, lo sezionò a dovere e lo fece diventare una cucina da campo. Come Dio volle incominciammo a sfamarci. Martone prese il suo piatto colmo di frittura e andò a mangiare lontano da Baragli per paura di scherzi maligni. A quell'ora, e con quella fame, non era proprio il caso di offrire il fianco ad un Compagno così pericoloso e imprevedibile come Gino. Claudio non aveva finito di dire che quei pesciolini erano squisiti, che garagli giunto inavvertito alle sue spalle gli urlò improvviSamente nell'orecchio provocandogli un sussulto tale, che il piatto gli sfuggì di mano rovesciando miseramente sulla sabbia il tanto faticato contenuto.Gino t'ammazzo, ti affogo in mare se ti prendO , gridò Martone, ma rimediò a tutto la brava Pina, la moglie di Gino, procurando al malcapitato, un nuovo piatto di frittura. Passammo una giornata meravigliosa e indimenticabile. Francesco Della Santina è rimasto l'amico di tutti noi e lo ricordiamo sempre come il jolly di quella straordinaria festa di mare. Altre belle giornate di mare me le hanno fatte vivere i nipoti di Firenze: Giacomo e Maria figli di Natale e i quattro figli di Giorgio che vivono ad Ancona: Lucia, Giacomo, Filippo e Maria La prematura morte di Giorgio ha stretto al mio affetto questi quattro ragazzi e l'eccezionale loro mamma, la bravissima Lina. Sulle cime dei monti marchigiani, Giacomino mi accompagna passo passo con gli occhi puntati in terra per scoprire i funghi e per passarmi la gioia di raccoglierli. Suo fratello Filippo e Alvio, marito di Maria, sono sempre pronti a passare con me le loro vacanze per appagare la mia innata esigenza di stare in mare Filippo, ritratto di viso e di carattere di mio fratello, come mio fratello mi fa vivere e godere il mare. Si immerge sui fondali oltre i dieci metri per cogliermi i frutti di mare. Sfida le onde e mi fa uscire a pescare quando tutti restano a terra. Con lui ho fatto pescate eccezionali. Un giorno eravamo in barca, tirava le reti; si fermò e urlò:Zio abbiamo pescato un'Aragosta . Per quel mare era un miracolo. Ci abbracciammo felici. Altre giornate stupende me le ha fatte trascorrere lo scomparSo carissimo amico Pellegrino Pellegrini, il più fenomenale CieCo pescatore. Nella sua baracca e alla sua bilancia, sugli scogli tra S. Vincenzo e Populonia, con lui, molti di noi-non vedenti hanno dimenticato la cecità e gli affanni. NASCE CHIARA E LUCE ALL'ORIZZONTE. Nei primi giorni di settembre del 1970 ero già a Roma per preparare il grande Congresso del cinquantenario ormai imminente. Ero solo nella casetta romana e il telefono mi svegliò sul fare del giorno. Milena mi comunicava che nostra nuora era in clinica per il parto. Tutta la gravidanza di Franca era stata vissuta come da circa cento anni si vivevano le attese di un figlio in casa Fucà. Speranza, sofferenza, preghiere. Io ero ormai nel turbine di vita che non consente un solo cruccio e una sola idea fissa, così l'attesa di essere nonno veniva attenuata da mille problemi: l'attività legislativa, le prime contestazioni studentesche dei ciechi, il fervore organizzativo e il Congresso del cinquantenario di fondazione dell'Unione. Ma nelle lunghe ore di insonnia e purtroppo, ormai, non riusciVo più a riposare come un tempo il pensiero correva a quella nascita imminente. Dio mio, libera almeno Gianni, la sua Franca, questa nuova creatura che nasce, dal tormento antico, dal calvario delle sale operatorie! . Questa era la mia preghiera ed era invocazione di ogni notte. Aspettai che si facesse giorno e poi partii per Firenze, non riuscivo ad immaginare una giornata di lavoro a Roma, aspettando notizie. Ero in ansia per una vita che stava per sbocciare, per due occhi che sognavo puliti. E poi in tante occasioni ero mancato all'appello della mia famiglia per ragioni del mio lavoro, questa volta non potevo, non volevo mancare. La macchina volava verso Firenze ed io silenzioso, riflettevo che quel parto imminente poteva spalancarci tutto il bene e tutto il male. Franca sarebbe stata forte come mia madre? Come Milena? E Gianni, come avrebbe reagito? Questi due giovani spoSi, tanto uniti, tanto cari, vivevano la stessa trepidazione che aVevano tolto gaiezza a mia madre e a Milena in attesa del parto. Con per cento altri motivi, le ansie e le sofferenze dei figli fanno più male. Ci sembra che la loro forza non sia sufficiente per SOpportare le contrarietà, li crediamo troppo giovani, troppo fragili, anche se ci hanno dato mille prove inconfutabili di maturità Questo mi correva dalla mente al cuore mentre la macchina mi avvicinava al grande impatto con la verità di una nuova piccola vita pronta a sbocciare. -Dopo Arezzo mi fermai per prendere un caffè e improvvisamente mi venne l'idea di chiamare la clinica. Mi passarono Franca, La sua voce era stanca e serena: Giuseppe è nata Chiara! Come, già tutto fatto?replicai.Sì, sì, tutto bene! .Come tutto bene, dimmi, cosa vuoi dire?incalzavo ansioso. E Franca- mi precisò con calma e con un filo di voce dolce e felice:Si Giuseppe, Dio ci ha aiutati; Chiara è nata con gli occhi pe fetti. Milena aveva già visto gli occhini puliti e poi ha fatto venire l'oculista e tutto è stato confermato .Grazie Franca,: grazie cara, grazie; grazie! A presto, arrivo presto . Mi riuscì di dire queste parole, ma stavo scoppiando. Il mio cuore l'avevo alla gola. Corsi in màcchina e piansi lacrime di felicità. Chiara era meravigliosa e quando l'ebbi tra le braccia, anch'io le fissai intensamente gli occhi, quàsi con la pretesa di leggervi dentro tutta la luce e tutto il sole che quelle merav gliose pupille avevano portato tra di noi. i Quei due occhietti erano due stelle ed io che non ne avevo mai viste su nell'infinito dei cieli, ora le avevo lì, vicine, visibili, pronte ad illuminarmi la vita. E tutta la mia vita è stata illuminata da questa creatura divina, nata al momento giusto per far felici i suoi genitori, per arricchire l'esistenza di nonna Milena, per donare a nonno Giuseppe, nelle ore più dure della sua fatica terrena, la gioia più vera, il successo più autentico. IL CONGRESSO DEL CINQUANTENARIO. Da inabilitati dal codice ad artefici del nostro destino Dal 26 al 29 ottobre del 1970, a Roma, si svolse il XII Congresso Nazionale della nostra Associazione, Congresso che celebrava nel contempo il cinquantenario dell'U.I.C. Questa grande, indimenticabile, manifestazione concludeva un anno iniziative propagandistiche organizzate in tutte le città d'Italia. Firenze, ad esempio, fu intitolata una strada ad Aurelio Nicolodi e fu tenuto un convegno di soci veterani. A Bologna fu ricordato Paolo Bentivoglio e così ovunque Il Comitato d'onore delle celebrazioni di questa importante ricorrenza Si apriva col nome del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, e comprendeva il Presidente del Consiglio dei Ministri, Emilio Colombo, nonché i Ministri Moro, Piccoli, MaOtti e molti altri. Sandro Pertini e Amintore Fanfani aderirono in rappreSentanza della Camera dei Deputati e del Senato e poi ieraccini, Ingrao e tutti i Presidenti dei gruppi parlamentari. Avernmo l'adesione di Luciano Lama, Bruno Storti e Raffaele Vanni del mondo sindacale e quella di altre numerose personalita in rappresentanza dei settori più vari della società italiana Fu Presidente del Congresso il giovane Avv. Roberto Kervin PreSidente di Trieste e della Regione Friulí-Venezia Giulia. Furono consegnate quattro medaglie d'oro in memoria di Nicolodi, Bentivoglio, Romagnoli e Bigini, rispettivamente a Fulvio Nicolodi, a Teresa Bentivoglio, alla Dott.ssa Elena Romagnoli e alla Sig.ra Virginia Bigini. Il Sindaco di Roma, On. Clelio Darida, ci fece omaggio di una medaglia d'oro a nome dell'amministrazione che guidava la capitale. I congressisti del cinquantenario toccarono con mano quanto prestigio aveva raccolto intorno a sé la loro Associazione neì cinquant'anni di lotte e di successi. Il consuntivo, del resto, era ben riassunto nella scritta che campeggiava sul palco: DA INABILITATI DAL CODICE, AD ARTEFICI DEL NOSTRO DESTINO . In quelle giornate, i nuovi rappresentanti del vecchio e triste dramma che un tempo toglieva la voglia di vivere, si presentarono alla società con tante diverse carte d'identità. Si succedevano alla tribuna ciechi con esperienze diverse: Sindaci, Assessori, Presidi, Direttori, insegnanti universitari, docenti in ogni ordine di scuole, sia speciali che comuni. E ancora: avvocati, fisioterapisti, commercianti, artigiani, centralinisti, operai, interpreti, musicisti. Ebbi il grandissimo onore di presentare questa nuova forza sociale ai numerosi invitati e particolarmente al Ministro della Sanità, l'On. Luigi Mariotti, che pronunciò per noi il più bel discorso che io gli abbia mai sentito fare. Mariotti avvertì subito, dal calore della nostra accoglienza, che gli eravamo grati per l'immenso contributo dato alla nostra battaglia d'ogni giorno e ci fece ascoltare un vibrante atto di riconoscimento per la cinquantenaria fatica del Movimento dei ciechi italiani. Anche il Prefetto Francesco Dente fu acclamato: il Congresso gli tributò affetto e riconoscenza per avere assecondato l'Unione nella lotta per lo scioglimento dell'Opera. Ermete Cerza e Fausto Montani, rispettivamente Commissario e Direttore dell'Ente Nazionale di Lavoro per i Ciechi, furono premiati dal nostro calore per avere dimostrato la possibilità di vita degli stabilimenti. Due anni prima eravamo dovuti intervenire per scongiurare una manovra tesa a far sciogliere l'Ente stesso. Grazie all'abnegazione di questi due nostri infatiCabili collaboratori, gli operai non perdevano più alcuna giornata di lavoro Particolarmente festeggiati furono il Comm. Torello Abati e l'AVV Michele Coppola, Presidente e Direttore dell'Istituto Case pOpolari per i Ciechi, e la Dott.ssa Romagnoli Presidente della Federazione delle Istituzioni Pro Ciechi, alla quale i congressisti tributarono una particolare accoglienza, ricordando la determinante solidarietà da lei offertaci nella battaglia contro l'Opera. In quel Congresso io raccolsi, sul piano personale, il premio di tre particolari fatiche spese senza risparmio di energie: la fatica per la riforma pensionistica, il miglioramento delle prospettive occupazionali con leggi nei due settori dell'insegnamento la telefonia e la fisioterapia il grande sforzo organizzativo per dare nuova dignità e piena autonomia alle strutture periferiche. I nostri laureati, diplomati e specializzati, ormai raggiungevano il loro posto di lavoro in breve tempo e la disoccupazione non era più, almeno per noi, il secondo dramma della nostra esistenza Una serie di provvidenze legislative e una più martellante azione su soggetti tenuti alle assunzioni, ci permettevano di accrescere sensibilmente il numero degli occupati. Per i fisioterapisti la già rilevante normativa esistente sarà Superata di lì a poco con la Legge Mariotti che centuplicherà le occasioni di collocamento. Eravamo lanciati verso una vera Ocupazione di massa. Per l'organizzazione raccoglievo i risultati di un impegno speso dalla Sicilia al Trentino: finalmente erano presenti al Congresso tUtte le Città d'Italia, con la nuova dignità di Sezioni Provinciali, grazie ad un nuovo Statuto Sociale che aveva prefigurato con molto anticipo l'assetto regionalistico che il Paese si dava in quel periodo. Fu anche molto apprezzato lo sforzo di rovesciare una tendenza nata con l'Unione. Avevamo fatto cancellare dallo Statuto i contributi economici della periferia alla Sede Centrale, inauurando la prassi del sostegno centrale a favore delle Sezioni. La sensibilità dei Congressisti ripagava ogni professione di fede in questa grande causa e nell'Associazione che la riassumeva. LA CONTESTAZIONE STUDENTESCA INVESTE LE SCUOLE PER CIECHI. La contestazione, che dilagava nel Paese a partire dal '68, non poteva risparmiare le scuole per ciechi. Partì dal Cavazza di Bologna, l'Istituto più avanzato e più ricco di libertà e di rispetto per la personalità del non vedente. Bentivoglio vi aveva speso una vita e l'inserimento era una conquista antica di tre decenni e oltre. IlCavazzaera presieduto in quegli anni da Giovanni Elkan, un paladino di quella dignità conquistata sui banchi di liceo e di università dai nostri bravi studenti. Ma come in tutte le fasi prerivoluzionarie, anche in quel periodo la storia era un ingombro; il valore degli uomini, un mito mistificante da spazzare via con urgenza. Eravamo stati uguali ai vedenti indossando il grigioverde durante la guerra, avevamo avuto i nostri partigiani, molti di noi Si eranO battuti per tutelare la vita e i beni di perseguitati politici e di ebrei, ma come potevamo impedire nelle nostre scuole un fenomeno che, come un'irruente mareggiata, prese ad abbattersi sui cinque continenti, spazzando via tutto il male e tutto il bene che la scuola, come istituzione, ancora rappresentava? Tentammo un atto di onestà. Cercammo di impedire che I gioVani ciechi si lasciassero convincere in massa ad asservire le loro libere coscienze al volere dei predicatori di violenza e di demagogia. Con la contestazione ci misurammo col solo intentO di salvare nei giovani la loro indipendenza, la loro capacità di analisi, l'antica disposizione all'impegno scolastico, al profitto, alla crescita culturale, che erano state le carte vincenti del primO mezzo secolo di impegno sociale dei ciechi italiani nella soCietà. Due ostacoli furono da noi immediatamente avvertiti e il dialogo con gli studenti non vedenti fu subito difficile e amaro. Da un lato ci scontrammo con i nuovi profeti del mondo extraparlamentare che gareggiava con settori della sinistra storica in nome di un progresso astratto nel chiedere la chiusura degli istituti per ciechi. Dall'altro, questi ultimi, in grave ritardo con l'opera di ammodernamento che Bentivoglio ed io stesso andavamo chiedendo da anni, si difendevano con risposte sbagliate. con chiusure ingiustificate, con concessioni di disimpegno sul piano educativo e di studio. Fra gli extraparlamentari, i cattolici del dissenso facevanó furore. Incominciammo ad avere cognizione di un vocabolario tutto da apprendere, intessuto di clichés di facile effetto. Noi che eravamo stati educati in scuole per ciechi, o che ci occupavamo della nostra Associazione, eravamo considerati alienati, sfruttati, esclusi, repressi: in una parola, a suo tempo, eravamo stati ghettizzati e ancora ne portavamo i segni. Le prove fornite alla società nelle scuole di tutti, nelle fabbriche con i vedenti, nelle lotte partigiane, nel sindacato, nei partiti, tutta zavorra da stracciavendolo. Eravamo stati in scuole speciali, ci occupavamo di una categoria e tanto bastava per essere bollati. Le scuole speciali esistono in Cina, in Russia, in America, nel nord e nel sud d'Europa; ci affannavamo a documentare tutto questo, ma nulla serviva ad evitare insulti, aggressioni morali, minacce personali. Non poteva fermarci quella bufera: noi lavoratori avremmo anche potuto chiudere il conto con la società, avevamO le nostre famiglie che vivevano dignitosamente del lavoro finalmente conquistato, ma non potevamo abbandonare i giovani nella tempeSta che andava devastando gli istituti fondamentali su cui una Comunità basa il presente e l'avvenire. Operammo su due fronti difficili e duri: l'inserimento scolastico su basi scientifiche e il rinnovamento degli istituti per ciechi. Quando le grandi opere di umanità passano nelle mani dei medíocri, le nuove generazioni hanno di che tremare. E così gente senza scrupoli, per il solo gusto di scavalcarci, di apparire sUbito più progressista, incominciò a chiudere scuole o a svuo tarle depositando i nostri ragazzi nelle classi comuni, sostenendo che il sistema di scrittura Braille era superfluo, che non occorrevano insegnanti specializzati o di appoggio. Quella scuola comune che questi nuovi profeti volevano bruciare perché inidonea a formare per la vita le nuove generazioni, fu immediatamente promossa a formare i ciechi.La scolarizzazione non è un problema , affermavano senza sapere l'eresia che diffondevano; per loro era bastante la socializzazione. Tutti noi, usciti dagli istituti, per questa nuova congregazione di predicatori, eravamo degli asociali. Più volte ho detto a questi tenaci difensori della loro ignoranza sulle nostre cose, che per decidere sul nostro avvenire dovevano avere la pazienza e l'umiltà di imparare dai maestri che avevanO speso la vita per insegnare alla società come si ama e come si serve la cecità e chi ne è colpito. Ma difficile era anche il discorso con gli amministratori degli istituti. Per loro Bentivoglio, io stesso, tutta la struttura dell'Unione, eravamo rivoluzionari da tenere a freno. Il mio predecessore uomo di scuola, educatore d'avanguardia, il primo realizzatore del precetto di Romagnoli sull'inserimento dei ciechi nella scuola di tutti, ebbe dure lotte e polemiche con i diversi istituti. Ben tivoglio ed io non riuscimmo a convincere questi benedetti ammistratori che un primo ammodernamento si poteva realizzare con la statizazione dei convitti. Gli istituti, per far quadrare i bilanCi, tenevano personale precario e spesso le contestazioni si ammantaVano di rivendicazioni legittime passate ai ragazzi che generosamente si battevano per i vedenti loro inserVienti e assistenti. Ma il problema dei problemi era costituito dalla popolazione scolastica di questi istituti. Ormai i ciechi assoluti, o i minorati gravi della vista, erano una sparuta minoranza. La stragrande maggioranza aveva residui visivi ragguardevoli e non sentiva più l'istituto come un passaggio indispensabile per la propria formazione. La necessità di rette giocava brutti scherzi e tutto contribuiva a scardinare l'ingranaggio. Creammo sull'argomento un movimento di opinione, dopo aver raccolto il pensiero di studiosi che per mesi meditarono con saggezza sulla materia e stilarono un documento che noi, per brevità, chiamiamo ilDocumento Banchetti . Silvestro Banchetti, valoroso pedagogista, insegnante presso l'Università di Bologna, ha presieduto a suo tempo una commissione che lanciò un duro avvertimento agli improvvisatori. Molti istituti e non pochi operatori scolastici si sono pubblicamente pentiti di non avere preso sul serio quel nostro richiamo alla scienza, all'onestà, alla severità, per il compito non facile di educare e socializzare i bambini e i giovani ciechi. Eravamo pienamente d'accordo sull'inserimento dei ragazzi nella scuola di tutti a partire dalle medie del resto il lettore ha potuto seguire dalle prime pagine di questo racconto, i ragazzi ciechi di Napoli impegnati dal ginnasio all'università tra i compagni vedenti ma eravamo e siamo preoccupati della leggerezza con la quale si avviano i fanciulli, dalla scuola materna alle elementari, senza le necessarie garanzie di supporti umani e didattici capaci di scolarizzare e socializzare a dovere il privO di vista. E poi l'inserimento politico, ideologico, non ci piace; vogliamo che la società sia pronta con scuole speciali moderne e con strutture normali a disposizione delle famiglie che, sole, e non il primo assessore falegname , devono poter scegliere, Se in tutto il mondo si fa così, non possiamo regalare alla società italiana un primato che per ora non ha dimostrato di saper meritare in alcun campo, tranne in quello della superficialità, TULLIA BRESIN. L'angelo biondo dell'Unione Italiana dei Ciechi. Tullia, la più combattiva donna non vedente, da anni è la reginetta di Pordenone. Laureata, insegnante, Presidente della SeZione Provinciale dell'U.I.C. della sua città, Presidente Regionale del Friuli-Venezia Giulia, rappresentante italiana in organismi internazionali dei ciechi, vive per gli altri, come la maggior parte delle donne non vedenti. Un marito, dei figli? Sì è possibile, ve ne sono che guidano famiglie modello, che tengono case da sbalordire chi vede. Fatevi invitare a pranzo da Carla Gilli a Milano e vedrete di quale miracolo sono capaci la volontà amore, la saggezza di una donna non vedente al fianco del suo sposo, al centro della propria casa! a Tullia, pure bellissima e dolce, ha scelto il ruolo della lotta, della costruzione sociale attraverso la redenzione dei deboli tutta la sua città, dai rappresentanti parlamentari, al Prefetto alle amministrazioni locali, alla cittadinanza, sono con lei, per i problemi che prospetta, per i programmi che lancia, per le grandi battaglie di Cui e portatrice e vessillo vivente. Un'enorme costanza soretta da una grande e immensa volontà di vivere tra la gente per conquistarla al problema di lenire la piaga della cecità del nostro Paese, ha sempre animato questa donna esemplare. Dal salotto di Zanussi alla casetta sperduta dove vive un cieco, alla tenda o baracca dei non vedenti terremotati, lei è sempre stata presente dovunque con la sua spiritualità e con la forza rea. lizzatrice di una missionaria: quindici operai ciechi assunti alla } REX, dopo aver convinto Lino Zanussi proprietario. Tutti i cieChi in possesso di specializzazioni al lavoro, tutti gli aventi diritti alla pensione, in pochi mesi soddisfatti. Dal 29 settembre al 2 ottobre del 1972, il suo trionfo. Or- ganizzò a Pordenone il primo Convegno Internazionale dei Paesi della Comunità Economica Europea sui problemi dei ciechi. Tutto perfetto. Servizio di traduzione impeccabile e tutta la città con i ciechi stranieri e italiani per un incontro che non dimentiche remo mai. Un grande esempio per illuminare la vita di quante e di quanti dalla solitudine possono trarre la forza e la volontà di fare, delle proprie giornate di lavoro, un costante atto di donazione per il bene altrui. Come Tullia Bresin a Pordenone, Vanda Dignani a Macerata, Bruna Mainati a Varese, Ebe Montini a Rovigo, Anna Campochiari a Livorno, Livia Morandi a Pistoia e tante altre che hanno coperto o che coprono ancora la presidenza di nostre sezioni o incarichi presso altre strutture. A Milano hanno scritto pagine meravigliose, nei diversi campi della solidarietà umana, la compianta Eugenia Corno, Clelia De Gaudenzi e Iride Giussani. A Firenze operarono, attivissime in campo sindacale, Lina De Licio e Margherita Carli operaie del Maglificio dell'Ente Ciechi. Una compagna mi piace qui ricordare per la sua coerenza di militante comunista, di socia appassionata dell'Unione, per il gran da fare che mi ha procurato per sistemarla a lavoro. Angela Pasqui mi scrisse da Arezzo e mi disse che era stufa di stare segregata in famiglia: voleva un posto al Maglificio di FirenzE. Ero nel Consiglio dell'Ente di Lavoro e mi adoperai per l'assun zione. Il Presidente era un democristiano il quale, alle mie insistenze, mi fece ascoltare una lettera della Pasqui piena di insulti e di imprecazioni contro la D.C. e tutti i votanti e i simpatizzanti di quel partito. Ogni qualvolta io tornavo alla carica, C'era sempre una letteraccia spedita dall'interessata che prediSponeva male il mio difficile interlocutore e l'assunzione non veniVa mai. Angela prese a mandare al diavolo anche me e sudai sette camiCie per convincerla che se non la smetteva di scrivere a Roma, io non potevo far nulla. Finalmente fu assunta e da allora fu un'ottima operaia e poi una brava centralinista. A tutte le manifestazioni era in prima fila. A Roma, una volta, aveva preso posto davanti al portone di Montecitorio col suo cartello Arrivarono le femministe a favore del libero aborto e le si piaz zarono dinanzi. Volle parlare con le responsabili di quella manifestazione e col suo toscano si espresse così:O bimbe, qui c'ero prima io, fatemi il piacere andate ad abortire un po' più in là!. SABINA SANTILLI. La donna cieco-sorda che ha visto, ha sentito, ha parlato con l'anima. Uno degli atti della mia presidenza che in nessun momento mi ha fatto dubitare della bontà della decisione presa, è stata l'assunzione di Sabina Santilli quale nostra collaboratrice presso il Centro Pluriminorati della Sede Centrale dell'U.I.C. Conoscendo e stimando Sabina si può parlare di una donna che non vede, non sente e non parla, senza cadere nel vortice della retorica. Sabina ha vissuto per sé solo gli anni necessari per studiare e prepararsi alla lotta, la lotta meravigliosa ed esaltante per strappare dall'ignoranza e dall'inerzia chi, come lei, aveva lasciato sull'altare del sacrificio, un patrimonio così immenso di beni. Non vedere, non sentire, non parlare. Che si vive a fare? si chiederanno in tanti. Ma Sabina ha risposto per sé e per i suoi Compagni di cordata che è possibile vivere e santificare la vita a pattO che i ricchi di vista, di udito, di parola, spendano un po' di cuore e un po' di anima ricordandosi che queste creature vogliono studiare e lavorare come hanno dimostrato di saper fare in America Elena Keller, in Italia Sabina Santilli. Se si parla di pluriminorati in Italia il merito è di Sabina. Ambasciatrice del silenzio, ha parlato per tutta la sua classe ed ha suscitato interesse e le prime risposte. Oltre a tenere vivo il problema nell'Unione, girando le di verse Sezioni, incontrando genitori di pluriminorati, consigliando piani d'intervento, scrivendo appelli nobilissimi per Suscitare interesse ed azione, ha concretamente dato inizio ad una catena della bontà per essere al fianco di tutti coloro che col recuperO sociale possono vincere la solitudine. Non ho mai sognato per la nostra Unione grandi somme di denaro, oltre all'indispensabile per le necessità di tenere aperti gli uffici di tutta Italia, ma quando girando il mondo ho visitato strutture associative potentissime sul piano finanziario, le ho invidiate solo per i mezzi che potevano destinare all'istruzione, al lavoro, all'assistenza dei cieco-sordi, dei pluriminorati in genere. All'estero sono stati creati servizi sociali veramente funzionanti in questo settore; in Italia si spendono solo fiumi di parole. Ma all'estero, oltre all'intervento statale, si registra una lodevole partecipazione dei privati che mettono a disposizione delle associazioni mezzi economici imponenti. Se negli atti testamentari gli italiani si ricordassero delle associazioni serie che operano in campo sociale, potremmo avere il rifiorire di mille iniziative di bontà. In Inghilterra, la sola Scuola Cani Guida riceve dai privati due miliardi l'anno. Lo Stato italiano dava all'Unione per il suo funzionamento, come contributo ordinario, soltanto duecento milioni; solo dopo il passaggio negli enti del parastato ha parzialmente pagato il costo del personale. Ora è tutto a carico dei soci Sabina, purtroppo, vive in Italia e spesso si è sentita sola Si sente sola. Io spero che possa concludere la sua fatica raggiungendo i traguardi che ha nel cuore e le opere per le quali vive e prega. VINCENZO VENTURA ONORA ANCHE NOI. Gli è stata conferita la medaglia d'oro del Ministero della Pubblica Istruzione per i benemeriti della scuola, della cultura e dell'arte. Dal Corriere dei Ciechi - N. 5, Maggio 1974 Centinaia e centinaia di ciechi italiani potrebbero scrivere queste note di commento, ed io ritengo un grande onore ed un privilegio il compito affidatomi dagli amici più vicini al premiato. Sono migliaia i privi di vista che hanno conosciuto Vincenzo Ventura come insegnante, preside, dirigente dell'Unione Italiana dei Ciechi a livello provinciale, regionale, nazionale, come uomo, come maestro di vita. Io sono uno dei tanti e tra i più fortunati perché dal 1937 ho vissuto al suo fianco beneficiando del suo insegnamento e del suo esempío. Vincenzo VenturA, è un galantuomo di stampo antico, con cuore, anima, sentimenti e mani pulite, capace di conquistare l'attenzione e l'affetto dell'interlocutore con un solo mezzo, del resto spontaneo: la semplicità. Semplicità genuina, ricchissima di vibrazioni umane, di forza e coraggio rarissimi. Una tenacia mai spavalda e pur sempre combattiva e consapevole, ha accompagnato e accompagna Vincenzo Ventura dall'infanzia alla maturità. La sua è una maturità precoce che prende sostanza quando da bambino, a Salvitelle nel salernitano, un or digno esplode privandolo della vista e di alcune dita di una mano. Siamo nel'èra dei ciechi accattoni, e la prima ribellione del bam bino Ventura già mostra un segno preciso: Voglio studiare E come ha studiato! Tre lauree conquistate a pieni voti in tempi difficili in cui i .sussidi didattici per i ciechi erano costituiti d una tavoletta braille e da un punteruolo. I testi in nero, letti da giovani amici, passavano nella mente di Ventura e vi restavano inchiodati in un patrimonio culturale dai confini immensi. Lo ricordo giovane insegnante prima della guerra a Napoli Cieco assoluto, dinamico, sempre padrone di sé, elegante nel vestire, nei movimenti, nel linguaggio. Egli era tra i pochi inse,gnanti che non ci predicavano fascismo e guerra negli anni '37, '38, '39, '40. Il professore Ventura ci passava la sua cultura con dignità e con la purezza di un liberale convinto. Ci siamo ritrovati a Firenze durante e dopo la guerra legati da un vincolo di fede nell'azione dell'Unione Italiana Ciechi ed insieme abbiamo lottato, sofferto, indicibilmente sofferto non per noi, ormai pervenuti al successo personale attraverso il rispettivo posto di lavoro, bensì per le difficoltà della nostra Unione e il difficile compito di Nicolodi e di Bentivoglio nei primi anni del dopoguerra. Raramente un intellettuale riesce a conquistare la fiducia e il rispetto dell'ambiente operaio col solo strumento della semplicità. Eppure Ventura ci conquistò solo con la sua semplicità, una semplicità umana con cui per oltre vent'anni ci ha guidati senza mai far pesare le sue lauree, la sua cultura, il suo credo liberale. Egli amava e serviva l'Unione, perché amava e serviva la causa dei ciechi italiani. Quanti giovani ha strappato dalla disperazione, quanti uomini improvvisamente piombati nella cecità sono stati ricondotti prima alla speranza e poi alla salvezza; per quanti privi di vista ha studiato e realizzato il pieno recupero sociale dalla scuola al posto di lavoro. Come Bentivoglio, Bigini e pochi altri, Vincenzo Ventura ha tOccato le vette più alte della nobiltà umana nell'arte del donare. Abnegazione, disinteresse, prontezza al sacrificio sono la sua religione, il suo credo, un credo profondo vissuto senza pause e senza stanchezze Le battaglie per la pensione lo hanno sempre elettrizzato e nella serenità del suo temperamento le azioni compiute erano come vampate di fuoco. Nel 1954, dalla preparazione della marcia del dolore che personalmente finanziò, all'approvazione della legge pensionistica, dal maggio all'agosto di quell'anno indimenticabile, Ventura, abitualmente sofferente d'insonia, non dormì mai, teso com'era per la sorte di una legge così decisiva per i ciechi italiani e per l'evoluzione della sicurezza sociale nel nostro Paese. Tra gli impegni più esaltanti della vita di Ventura spicca quello profuso alla presidenza dell'Istituto per ciechi di Firenze. Una comunità di 250 giovani: ragazze e ragazzi privi di vista alla ricerca di una specializzazione professionale in vista di una occupazione per l'esistenza. Solo pochi sappiamo il retroscena di questa presidenza. Ventura, coerente con i suoi princípi, non vi aspirava; anzi, quando Bentivoglio lo pregò di entrare in lizza per quell'incarico, soffrì intensamente, e la sua accettazione fu un atto di vera obbedienza all'Unione, la quale, tramite il Presidente Nazionale, gli chiedeva di offrire il suo nome, la sua dignità, la sua preparazione per una battaglia di principio mai combattuta fino a quel momento, Dal Ministero della Pubblica Istruzione all'ambiente fiorentino si opposero in motti alla presidenza di un cieco e nella durezza dello scontro Bentivoglio si procurò il secondo e letale infarto e non poté celebrare con noi la sucessiva vittoria. Ventura rinnovò l'Istituto. Lo ricondusse alle sue tradizioni e ai fini istituzionali per i quali Nicolodi lo aveva fondato. Si era ridotto a parcheggio inutile per la quasi totalità degli allievi e solo una diecina di massaggiatori ogni anno usciva con la certezza del pOsto di lavoro. Ventura, dando tutto se stesso al destino dei suoi alunni, ha creato nuove scuole, ha moltiplicato le sezioni per massofisioterapisti, tanto che da quando ha lasciato la presidenza a . causa dell'infame paralisi che lo ha colpito, quasi il cento per cento dei giovani che terminano gli studi a Firenze escono con una specializzazione idonea a garantire loro un posto sicuro e in breve tempo. Curava la formazione dei giovani con amore profondo. La loro salute, il vitto, l'avvenire, il contatto con le loro famiglie, con le province d'origine, erano l'assillo costante della sua giornata di lavoro, una giornata lunga, estremamente lunga ed impegnata a tutto cuore, a tutta coscienza. Caro Maestro, oggi non corri e non parli più, eppure ti sentiamo tra noi come sempre, perché la tua mente ancora favilla di lucidità e di consigli come le grandi fonti inesauribili di bene Abbiamo ancora bisogno della tua saldezza morale come insegnamento, della tua forza, del tuo coraggio, della tua fede, della tua pazienza, come esempio. E non ci fare mancare (a te abbiamo sempre chiesto tanto), il tuo sorriso, la tua felicità. Quel sorriso, quella felicità che ti elettrizzava quando sapevi che un tuo alunno aveva colto cento arance per distribuirle ai compagni senza frutta, facendola in barba alle suore sentinelle; quel sorriso, quella felicità che ti elettrizzava quando pescavamo con la sciabica sulla riva di Donoratico, o alla bilancia sullo scoglio di Pellegrino; quel sorriso e quella felicità che ti elettrizzava per ogni posto di lavoro procurato ad un compagno d'ombra, o per ogni vittoria, e sono tante, della tua Unione Italiana Ciechi per la quale hai dato tutto te stesso in uno slancio meraviglioso di nobiltà che resterà luce perenne . Ecco perché una medaglia d'oro si è appuntata sul tuo petto,, ecco perché la bandiera della tua Unione s'inchina per onorare un suo figlio tra i figli migliori. E questo onore che tu meriti si estende a tutti noi che da te abbiamo imparato e impariamo, giorno dopo giorno, a servire fedelmente, in umiltà, la nostra Organizzazione. Giuseppe Fucà. OTTOBRE 1974 IL 13ESIMO CONGRESSO NAZIONALE DELL'UNIONE ITALIANA DEI CIECHI. Eravamo a Roma nuovamente riuniti per il consuntivo di un nuovo quadriennio di lotte, di slanci, di viva resistenza contro un fenomeno nuovo: una contestazione di una parte del personale della Sede Centrale dell'U.I.C., piccolo vespaio nel più grande e generale contesto di crisi delle Istituzioni, dei partiti, del Paese. Negli ultimi anni ci era voluta più fatica per muoversi in quella Roma sonnolenta e violenta ad un tempo. Anche gli amici più disposti ad ascoltarci erano presi dal dramma stringente che dal Paese calava sulla capitale, togliendo respiro, offuscando le menti, minando la limpidezza delle decisioni. Ciò nonostante il Congresso celebrò tre giornate di fraternità, di studi profondi, di deliberazioni sagge, orientate in direzione dei due settori più esposti dei nostri tempi: i fanciulli e gli anziani privi di vista. Fu chiamato a presiedere il Congresso l'Avv. Giuseppe Castronovo, dinamico personaggio della generosa isola siciliana, dove piu tardi, sarà eletto Presidente Regionale e guiderà i ciechi dell'iSola verso la Conquista di leggi eccezionalmente favorevoli alla vita e al progresso dei nostri fratelli della zona. Vice Presidenti furono il Prof. Carlo Bassi di Torino e Sisinnio Pittau di Grosseto. Nel quadriennio in esame ci era capitato di tutto. Di che gioire e di che soffrire. Nel 1971 ancora un Presidente del Consiglio, questa volta l'On. Colombo, venne a farci visita durante i lavori del Consiglio Nazionale. E ancora, Leggi importanti per allargare sempre più le occasioni di collocamento di fisioterapisti e centralinisti. Sostegno all'occupazione e alla stabilizzazione in ruolo di insegnanti, sia nella scuola pubblica che in quella speciale; lotta per il riconoscimento della firma del cieco; sostegno all'attività legislativa in nostro fa vore nelle diverse Regioni. Il Congresso apprezzò moltissimo lo slancio impresso alla no stra attività nel campo della profilassi visiva. Il nuovo responsabile del settore, Roberto Kervin, aveva ottenuto risultati eccezionali Quattro convegni nazionali riuscitissimi nelle città di Trieste, Mes sina, Rapallo e Padova, un vincolo di fervida collaborazione con la Società Oftalmologica Italiana, organismo che raccoglie tutti gli oculisti del Paese, ci hanno portati a risultati veramente insperati Il grande clinico Prof. Bietti, fino alla morte, ci ha onorato della sua amicizia e della sua collaborazione. Dopo di lui con il Prof Maione e il Prof. Esente, il comune impegno è continuato e si è concretizzato, più recentemente, con la creazione della Agenzia Internazionale per la Prevenzione contro la Cecità. E ancora: convegni, dibattiti alla televisione, alla radio, pubblicazioni ricche d scienza e di consigli pratici sulla tutela della vista nella casa, nei giochi, sul lavoro, mentre in Parlamento conquistavamo nuovi spazi operativi per il prelievo di parti del cadavere a scopo terapeutico. Nell'aprile del 1972 conseguimmo un risultato lungamente atteso. Vincemmo la battaglia per l'ammissione dei nostri insegnanti nei concorsi a capo di istituto nelle scuole comuni. Il Prof. Gastone De Vincentis, non vedente, si presentò ad un concorso per Presidi: appena si accorsero delle sue condizioni visive, lo allontanarono dalle prove. Scattammo come punti dalle vespe e finanziammo il suo ricorso al Consiglio di Stato. Fu una bella vittoria Nel 1973 iniziarono le fatiche per una convergenza degli inva lidi civili, i sordomuti e i ciechi, in una struttura unitaria. Si perVenne ad un Consiglio Federativo delle Associazioni Nazionali dei sordomuti, degli Invalidi Civili e dei Ciechi ed io ne fui il primo Presidente Nel gennaio del 1974 organizzammo una grande manifestazione a Grosseto alla presenza del Ministro del Lavoro, Gino Bertoldi. Bertoldi ci aiutò molto in quel periodo. I Sindacati, approfittando della sua grande apertura sociale, chiesero ed ottennero un Decreto Legge per un sensibile aumento delle pensioni I.N.P.S. Il Ministro mi vedeva quasi ogni giorno, gli chiesi alcuni emendamenti per aumentare le pensioni di tutti gli invalidi. Ci fu guerra di competenze tra il Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale e il Ministero degli Interni, erogatore delle nostre pensioni, ma la spuntammo noi. Volevamo, e ottenemmo, che quel Decreto Legge costituisse un principio per quella occasione e per il futuro e COSi fu. Ci furono gli aumenti richiesti e il tetto del reddito per ottenere la pensione fu elevato sensibilmente. In altra precedente occasione avevamo finalmente superato le difficoltà nell'erogazione delle nostre provvidenze. I Comuni avevano fallito il compito del pagamento dei nostri assegni, i ritardi erano spaventosi. Inoltre il Tesoro ci faceva passare da anni le feste di Natale in piazza a chiedere gli stanziamenti per le pensioni. Ottenemmo che le somme per l'assistenza ai ciechi fossero incluse nei ruoli fissi delle spese dello Stato, il libretto come tutti gli altri pensionati e il pagamento presso gli uffici postali più vicini ai domicili dei non vedenti. Un'altra grande conquista fu sottolineata dal Congresso: l'indennità di accompagnamento più che raddoppiata e concessa al solo titolo della minorazione, cioè sganciata da ogni reddito. Per la prima volta nel nostro Paese un'invalidità civile veniva erogata a prescindere dal reddito personale o familiare. Il MInistro Bertoldi tenne un discorso applaudito e seguito con interesse dai congressisti. Nelle parole dèll'uomo di Governo avvertimmo la crisi imminente dell'èra del centro-sinistra e per noi le difficoltà da mettere in conto alla nostra fatica si centuplicavano. Dopo il Congresso Roberto Kervin venne eletto Vice Presidente ed io mi troverò al fianco, nel periodo più terribile della vita dell'U.I.C., un uomo di eccezionale valore e di una purissima fede nel destino dei ciechi italiani. UNA INUTILE FERITA La lotta che si sviluppò tra il 1974 e il 1977 contro tutte le associazioni che raggruppavano minorati fisici e sensoriali sia per cause di guerra, che di servizio, o civili fu per tanti di noi che dirigevano gloriose e antiche associazioni, un'inutile sanguinante ferita. Volevamo rimanere nelle Associazioni private e ci furono lanciate contro rappresentanze sindacali che chiedevano, invece, il riconoscimento di Ente Pubblico dei nostri organismi associativi al fine di conseguire i trattamenti economici del parastato. Ottenuto il parastato, ancora guerra per il passaggio alle Regioni delle competenze assistenziali, dei contributi, del patrimonio, del personale. Il disegno regionalistico lo abbiamo sempre vissuto come un grande evento di rinnovamento e decentramento dello Stato decrepito che a Roma ci mostrava ogni giorno la sua arroganza, il suo fallimento. Ma quella gazzarra contro di noi era assurda, ingiusta. Un giornalista, fra i più miserabili uomini che io abbia mai conoSCiuto, arrivò a scrivere che le nostre associaZioni erano contro il decentramento dell'assistenza perché i minorati erano i clienti sfruttati del nostro corporativismo. Il corporativismo dei giornalisti, evidentemente, non dava ombra a quel signore, mentre la volontà dei ciechi italiani di restare uniti per non farsi calpestare da una società a volte ignara, a volte crudele, era settorialismo difeso ostinatamente per fini ignobili. I ciechi italiani, in quegli anni, si sono battuti per far trasferíre alle Regioni ciò che la Costituzione prevedeva ed hanno impedito tutto il resto, con dignità di combattenti, riuscendo a farsi capire dagli uomini politici più attenti e più rappresentativi. Pubblicherò più avanti, su questo argomento, una lettera di Giorgio Amendola che, da sola, fa giustizia di tante amarezze, di tante cattiverie, di tante aggressioni. Con la Legge 20 marzo 1975, n. 70 che disponeva il riordino degli Enti Pubblici e del rapporto di lavoro del personale dipen dente, l'U.I.C. fu collocata, appunto, fra gli Enti Pubblici e dopo poco tempo, col Decreto del Presidente della Repubblica 24 luglio 1977, n. 616 fu inclusa nell'elenco degli Enti da trasformare e, infine, col D.P.R. 23 dicembre 1978, fra il giubilo dei ciechi italiani, l'Unione perse la personalità giuridica di Ente Pubblico e riconquistò la personalità giuridica di diritto privato. Il ritorno alle origini era un fatto compiuto, anche se per raggiungere questa mèta, furono necessari cinque anni di indicibili sofferenze. Solo un flash per ricordare il clima di quei tempi: nell'autunno del 1977 convocammo il Consiglio Nazionale della nostra Unione e il gruppetto di ribelli del personale dipendente ci fece sapere che avrebbe impedito i lavori se non ci fossimo piegati alle loro richieste. La sera precedente la riunione, la Sede Centrale era già occupata e tutelata da un picchettaggio di dirigenti e soci che ci consentì di svolgere tutto il lavoro in programma. Ci fu un momento di grave tensione quando un'impiegata venne a dirmi:Presidente, ho ricevuto or ora una telefonata che avverte di sgombrare la sala perché c'è una bomba . Quella poveretta piangeva dalla paura. Passai la comunicazione sia ai consiglieri riuniti, sia ai compagni che operavano il picchettaggio democratico, ma nessuno si mosse dal proprio posto e quell'azione vile fu punita con la noncuranza e cadde nel ridicolo. UN DOLOROSO DUELLO CON FRANCO EVANGELISTI. Il Paese stava già andando alla deriva in un quadro di violenza, di droga, di disoccupazione, di crisi della scuola, della famiglia, della giustizia, dei partiti, dei sindacati e noi tutti, dirigenti centrali e periferici dell'Unione, ci stringemmo fraternamente in convegni regionali e provinciali per fronteggiare il difficile presente, per attrezzarci per l'incerto avvenire. Le difficoltà ci fecero centuplicare gli sforzi e quando le leggi ci ricondussero alla libertà delle nostre origini di associazione privata, noi tutti sentimmo l'inizio della seconda primavera della gloriosa Unione Italiana dei Ciechi. Mentre eravamo inchiodati a Roma per parare i colpi di chi voleva affossare le associazioni esistenti nel nostro Paese, mentre correvamo da Milano a Ragusa per tenere uniti i ciechi italiani, eravamO riusciti a conquistare un aumento della pensione e della indennità di accompagnamento e, fatto rilevante, l'agganciamento alla scala mobile di tutto il sistema assistenziale in nostro favore. Ad Assisi, nel gennaio del '75 demmo vita ad un decisivo convegno per il recupero dei pluriminorati e in diverse città celebrammo il 150° anniversario dell'invenzione della scrittura braille. Nel gennaio del '76, a Bologna, l'On. Salizzoni ed io ricordammo Paolo Bentivoglio nel decimo anniversario della morte. L'Emilia si raccolse intorno al suo corregionale, i ciechi italiani onorarOnO il loro grande maestro. A Milano gli venne intitolata una strada. Le tre organizzazioni degli invalidi confederate, U.I.C., E.N.S I., A.N.M.I.C., avevano inviato al Presidente del Consiglio On. An dreotti un importante documento per chiedere una seria riforma sulle pensioni civili. La richiesta era di pensionare i soli andicap pati gravi, ma con interventi economici degni di un Paese membro della Comunità Europea. L'Unione lanciò una battaglia di mora lizzazione del settore e le associazioni consorelle aderirono. I certi ficati medici facili stavano dilagando, quindi noi volevamo essere paladini dei veri e dei soli minorati gravi. Per i meno gravi pre vedevamo solo il lavoro. Per sei mesi chiesi invano un colloquio per i tre rappresentanti del Consiglio Federativo. I collaboratori del Presidente Andreotti come noi, erano ciechi, sordi, muti e pieni di malanni. Decisi d svegliarli. Il 9 dicembre del '76 dovevo registrare al GR1 il radio messaggio per la giornata nazionale del cieco che ricorreva il 13, giorno dedicato a S. Lucia. Nessuno dei miei collaboratori era al corrente quando la brava e gentile giornalista Milla Pastorino mi dette il via per registrare, dissi brevemente:Da questo momento io pro clamo qui lo sciopero della fame che avrà termine solo quando il Presidente del Consiglio mi farà comunicare la data e l'ora di un colloquio con una delegazione dell'Unione. Misi nei guai la direzione della RAI e tutto il personale della rete che fu con me stupendo. Dettero la notizia nel giornale radio delle 11 e cominciò un'infinita serie di telefonate da tutta Italia Un centralinista mi disse di non affrontare quel sacrificio, ma di fare un cenno e tutti sarebbero venuti a Roma, come nel 1954 per laMarcia del dolore . .. Molte autorità e numerosi parlamentari vollero parlarmi per scongiurare la prosecuzione del mio gesto. Io ero sereno e deciso Ebbi una cordiale e gentile conversazione col Capo Gabinetto alla Presidenza il Dr. Milazzo, Ragioniere Generale dello Stato, un uomo che aveva sempre apprezzato e assecondato le mie fatiche per il reperimento delle coperture finanziarie delle leggi a favore della Categoria MI chiamò l'On. Franco Evangelisti, Sottosegretario alla Presidenza e braccio destro di Andreotti. Fu inizialmente cortese: Fuca ma c'era bisogno?... lascia la RAI, vieni da me, ci penso io posso darti del tu? Voglio che mi dia del tu, io sono Franco per tutti, anche per te .Onorevole -- replicai -- da sei mesi chiedo di vedere il Presidente e certamente lui non sa neanche della richiesta; Andreotti con i ciechi e con l'Unione si è sempre comportato da signore . Fucà ti mando una macchina. vieni da me , insisté Evangelisti. Onorevole non posso, mi muoverò di qui solo quando mi sarà comunicata la data del colloquio . Evangelisti Si spazientì. Insomma, io non ti basto? , e attaccò. Verso sera venne un Commissario di Pubblica Sicurezza e mi parlo con calma e molto tatto. Mi avvertiva che la RAI era un servizio fondamentale e che di notte non potevano consentire a nessuno degli estranei di restare nel palazzo. Risposi che loro potevano fare di me quello che credevano, ma io di lì non sarei uscito. Quel brav'uomo incominciò a sudare.Non ci costringerà mica ad accompagnarla in un Comando di polizia?mi disse sconcertato. Gli amici della rete radiotelevisiva temevano guai per la notte e incominciarono a tempestare la Presidenza per l'appuntamento. Alle 22 mi passarono ancora Evangelisti che, con voce dura e seccata, mi avvertiva che Andreotti mi avrebbe ricevuto il 15 dicembre alle 9. I giornalisti del GR1 avevano vinto per me una prima battaglia. Vennero a prendermi, sia Milena, molto commossa e stanca per quella giornata d'ansia, che gli amici dell'Unione con in testa Roberto Kervin che aveva retto la regìa dalla Sede Centrale. Il 15 dicembre Andreotti ci ricevette e gli chiedemmo la pensione al titolo della cecità per i non vedenti, salvo ad estendere il benefiicio anche agli altri invalidi appena quelle categorie si sarebbero autoridotte come avevano fatto i ciechi fin dal 1962 Il principio veniva ribadito; pensioni al titolo della minorazione ma per soli Casi gravi. Andreotti accolse le nostre istanze e ci assicurò che con la riunione del Consiglio dei Ministri del 23 dello stesso mese avrebbe emanato un Decreto Legge per aCcontentarci. Il 23 dicembre fu emanato un provvedimento assolutamente inadeguato che si limitava a concedere un modesto aumento del tetto di reddito entro il quale scattava il diritto alla pensione. Questo veniva previsto solo per i ciechi assoluti e per i sordomuti, irritando così gli invalidi civili. Il 27 gennaio organizzammo una manifestazione unitaria Con due rivendicazioni: l'aumento delle pensioni e la concessione al SOlo titolo della minorazione come per ogni forma d'intervento a favore di tutte le altre categorie. Quando gli invalidi civili ebbero l'assicurazione che i loro limiti di reddito sarebbero stati parificati ai nostri casi, abbandonarono la piazza lasciando soli i ciechi e i sordomuti. Vedemmo quel giorno il Sottosegretario Evangelisti il quale, dopo aver ricevuto una commissione di Invalidi civili e dopo aver promesso quel niente previsto per noi da quel famigerato De creto Legge, era visibilmente soddisfatto per la rottura dell'unità fra le associazioni. Evangelisti, indisponente, sicuro di sé, prese a dirmi: Fucà, tu fai tutto questo casino perché alle prossime elezioni vuoi diventare Senatore per i socialisti. I tuoi in piazza gridano: 'Andreotti assassino'... bravo Fucà, vi comportate come Lotta Continua? . Quell'arrogante non aveva capito nulla e con calma gli risposi: Evangelisti, tu non sai che dall'età di diciotto anni non ho vissuto in una sezione di partito, bensì nelle sezioni dell'Unione, e gli incarichi che il partito socialista mi ha proposto li ho sempre rifiutati. Io sono già Deputato, ma dei ciechi, e mi basta .Ci promisero ancora un emendamento al decreto legge per concederci la pensione al titolo della minorazione ed io convinsi i manifestanti a lasciare la piazza. Con forza condannai la frase Andreotti assassino , affermando:Una frase del genere non può averla pronunziata un cieco, perché a Palazzo Chigi non esistono assassini e attualmente è Presidente del Consiglio un uomo che non ha mai ingannato i ciechi, anche se i suoi collaboratori ci Costringono a qUeste manifestazioni per non saper realizzare quanto il Presidente ci ha promeSSo Il 2 febbraio successivo nuovamente eravamo al cospetto del potente Sottosegretario. Lo scontro fu duro, tuttavia pensammo di aver trovato una Via di uscita; breve illusione, perché il giorno dopo prima in commissione e poi in aula, l'emendamento promesso da Evangelisti non venne presentato dal Governo e noi fummo Costretti ad accusare una cocente sconfitta Come nel 1954 il potere non perdonò. Per onestà va detto che Evangelisti ebbe gioco facile. I comunisti erano contro il concetto della pensiOne al titolo della minorazione e i socialisti non insisterono abbastanza. I democristiani in quel periodo di idillio con il P.C.I. erano due soli: Andreotti per la grande politica, Evangelisti per le fregature da distribuire. Quelle giornate le pagammo amaramente, sia nei rapporti fra la nostra Unione e la Presidenza del Consiglio, sia sul piano personale. La salute, la fibra nervosa ne rimasero scosse. Tutta la rabbia di quei mesi e lo squallore della riunione parlamentare del 3 febbraio 1977, quando tutte le parti politiche ci promisero che entro tre mesi avrebbero riordinato tutto il nostro sistema assistenziale senza mantenere l'impegno ci fecero preparare ad una grande e storica rivincita. Il 13 dicembre del 1979 conquistammo l'indennità di accompagnamento parificata a quella del ciechi di guerra con un balzo economico da 65.000 a 288.000 lire al mese e col grande valore giuridico di una parificazione sempre negataci. vero, fra la tristezza del 3 febbraio '77 e la gioia del 13 dicembre del '79, c'è scappato il mio infarto, ma i signori del no facile sono sempre serviti a dovere dall'orologio della giustizia. 1978, UN CONGRESSO DIFFICILE.. Come se tutto questo non bastasse, in vista del nostro XIV Congresso furono messe in atto manovre politiche per inquinarlo. Fummo avvertiti che presso il P.S.I. uomini di una determinata corrente volevano raggiungere certi risultati. Di lì a poco la manovra fu tentata anche da parte di alcuni democristiani che scelsero come interlocutore l'On. Gasco, uomo di fiducia degli invalidi civili. Un giovanotto socialista mi telefonò e, in nome dell'incarico che ricopriva, mi invitava a Roma per discutere con lui lo Statuto dell'Unione. Risposi con calma che chi lo sollecitava a intromettersi nella vita interna dell'Unione aspirava a ben altro e conclusi: Da cinquantacinque anni i ciechi si fanno il loro statuto senza il sussidio delle intelligenze altrui; né Nenni, né De Martino, né Mancini, né Craxi, mi hanno mai chiesto come si autogovernano i ciechi italiani, essi hanno sempre saputo che c'è una organizzazione unitaria dei ciechi italiani e l'hanno sempre rispettata . Anche i congressisti comunisti, come i democristiani, furono chiamati ai rispettivi partiti, ma i non vedenti risposero che il Congresso si svolgeva all'Hotel Midas e così, ancora una volta, furono salve l'unità e l'indipendenza dei privi di vista del nostro Paese. Ma queste manovre di retroguardia resero i lavori più vivaci del solito e ci costarono qualche amareZZa. Alla seduta inaugurale intervennero il Presidente del Consiglio (giulio Andreotti, il Presidente della D.C. Flaminio Piccoli, i Senatori Manente e Grazioli, i deputati Aniasi e Vizzini. Sandro Pertini ricevette una delegazione e come sempre fu affettuoso e ammirevole. Oltre a sancire la mia riconferma alla Presidenza nazionale, il Congresso apprezzò moltissimo la grande fatica e l'abnegaziOne spese dal nuovo Vice Presidente, Roberto Kervin, che dal 1974 aveva profuso nel comune lavoro intelligenza, dinamismo, decisione, passione. Al mio fianco aveva corso per Roma in ogni dove per scongiurare minacce e orJentare soluzioni. Roberto fu premiato per la sua fede e il suo slancio, spesi nel periodo più duro e pericoloso della vita associativa dell'Unione, da un Congresso attento, scrupoloso, vigile. Due temi dominarono quei lavori:l'Unione al fianco di Ogni cieco inserito nella scuola di tutti e la pensionistica, con precedenza all'indennità di accompagnamento che doveva essere uguale a quella erogata a favore dei ciechi di guerra. Desidero riportare la parte conclusiva della relazione al XIV Congresso per alcune novità rilevanti che impegnano ancora e impegneranno i futuri dirigenti di una Associazione che, come dirà Giorgio Amendola, sa aggiornarsi e rinnovarsi. Conclusioni: Amici Congressisti, per la prima volta nella storia della nostra Associazione la relazione congressuale è il mosaico di una vasta consultazione che, partita da Convegni interregionali svoltisi in tutta Italia, è proseguita nelle 97 Assemblee precongressuali in ciascuna Sezione, si è arricchita nei Convegni nazionali degli insegnanti, delle donne, dei centralinisti, dei fisioterapisti e di tutte le Commissioni di studio che, al termine di un'intensa attività, hanno fornito i pezzi di questo quadro il cui insieme è al vaglio del vostro esame. GeneraZioni diverse, diverse esperienze, temi e confronti che costituiscono ricchezza morale, prova di una capacità programmatoria di uomini per nulla mortificati dall'esempio che ci viene dall'estero, dove crisi Chiama crisi, divisione suscita divisione, rinvio giustifica rinvio. Quanto ci circonda avrebbe potuto fiaccare ogni più salda volontà, infrangere le più tenaci resistenze, ma questa grande Scuola di vita, questa meravigliosa palestra che è l'Unione Italiana dei ciechi, ha rinnovato in noi il miracolo della speranza anche nelle ore più tristi per l'animo umano. Il terrorismo che uccide Aldo Moro e decine di altri innocenti; la delinquenza che strappa bambini e donne in stato interessantte per l'infame mercato di miliardi la droga che mette fuori gioco giovanissime vite umane che hanno perduto la capacità di soffrire e di vincere le avversità della vita; le giovani generazioni senza lavoro che bruciano ideali e fanno tremare quelle istituzioni democ ratiche e repubblicane per le quali tanto sangue generoso fu versato da chi sperò di morire o di soffrire per un bene da non mettere più né in discussione né in pericolo; la crisì economica che ogni giorno ci toglie qualche posto di lavoro o Ci riduce una mensa già grama; tutto questo desolante e devastante quadro politico, sociale, economico, ci ha serrato la gola. Anche a noi ha procurato tormento, ma non ci ha paralizzato in attesa del crollo finale. La stessa disgregazione sociale che ha coinvolto la scuola, la fabbrica, la giustizia, la famiglia., il costume, ha persino messo ín discussione quei valori associatiivi sempre citati come esempi di autogovernO, di autogestione dei problemi, come fatti partecipativi come strumenti di stimolo. Improvvisamente, e solo in Italia, abbJiamo dovuto sopportare un'aggressione violenta, cattiva, da parte di pseudo-rivoluzionari, i quali avrebbero volentieri bruciato tribunali e strutture statali, ma non sii sono vergognati di ricorrere alla Carta da bollo contro di noi che eraVamo e siamo dei lavoratori non vedenti al servizio di problemi che non sfiorano le nostre persone. Vi è stato un periodo, tra l'ultimo Congresso e quello che oggi celebriamo, in cui difendere il diritto costituzionale di essere assoCiati significava segnalarsi quali reazionari e nemici del progresso. queSti improVVisati innovatori, che non accettavano nulla della SOcietà e che dichiaravano che twtto andava bruciato perché nulla del vecchio dovesse sopravvivere, pretendevano da noi, molto prima della grande fiammata, che ci si autosciogliesse, che non si chiedessero più soldi allo Stato, senza pensare che lo Stato non ha mai coperto neanche il costo degli stipendi dei nostri collaboratori vedenti. Altra favola da raccontare a veglia a chi ha tempo da perdere, sarebbe la nostra avversione alla Legge n. 382. Questa gente in malafede sa benissimo chi avversò e chi frena la 382 e i Decreti conseguenti, ma fa comodo prefigurare avversari per sfogare queltanto veleno che le congestioni biliari non sanno smaltire Vi sono dei topi di partito che, senza precise disposizioni e perciò in maniera assolutamente autonoma, tentano di imbrigliare uomini ed indirizzi all'interno delle Associazioni. Ora, è bene ribadire la piena, l'assoluta indipendenza dai partiti. Ciascuno di noi può essere, e si auspica che sia, militante di un partito, però, se ciascuno di noi vivesse liberamente all'interno dell'Associazione, noi faremmo la fine di tante altre formazioni sindacali e sociali. Ci valga l'ammonimento del nostro passato. I migliori tra noi hanno seminato nei partiti il seme dei nostri diritti civili, consentendo non poche vittorie. Ma solenne valga per tutti il severo insegnarnento del Presidente della Camera, on. Piero Ingrao, quando ricorda che il partito non è tutto e che vi sono nella società forme e strutture di aggregazione che hanno valore e voce. Ebbene, noi siamo una delle tante forme di aggregazione ed abbiamo valore e voce, ed ha perso il suo tempo chi ha tentato di cancellarci dalla storia delle forze vive che operano nel nostro Paese. Prima, grande schiamazzo per inserirci nel parastato e tuttO per quattro denari in più di stipendio. E queste non erano Spinte corporative: corporativi eravamo noi che, come i ciechi di ogni Paese del mondo, volevamo restare uniti e combattivi. Chi Si bat teva per i quattro denari in più, aveva altre mire. Lo scioglimento dell'Unione ed il passaggio alle Regioni che pagano ancora meglio. La violenza anti-associativa non si limitava al sacrosanto rispetto dell'art. 117 della Costituzione ed al pieno rispetto del disegno regionalistico, che è e rimane l'ultima spiaggia per salvare lo Stato centralizzato ormai in rovina. Le Associazioni, che per volontà governativa erano pervenute alla configurazione giuridica dell'Ente Pubblico ed inserite nel parastato con la Legge n. 70 del 1975, dovevano essere considerate estinte; il patrimonio, i contributi, le funzioni, dovevano passare alle Regioni. Amici Congressisti; accettammo il parastato, perché era l'unico mezzo per uguagliare il trattamento del personale periferico a quello della Sede Centrale. Mai avemmo potuto ricompensare il personale periferico di tanta appassionata collaborazione spesa al nostrO fianco quando aprivamo le nostre sedi sezionali senza una lira e contando solo sulle nostre forze e sulla pazienza e speranza dei vedenti che ci affiancavano. Solo per ricompensare quella loro fiducia ci facemmo mettere le manette dell'Ente pubblico e non certo per i professionisti dell'assenteismo e per quanti hanno tenuto il lavoro dell'Unione come seconda sponda. Ora ci accusano di voler mandare il nostro personale al ruolo unico e non alle Regioni. Altra esplosione di malafede. Questi signori leggono solo nel modesto libretto dei propri interessi personali. Noi dobbiamo ricordare agli smemorati la famosa intervista stampa del Presidente della Regione Emilia-Romagna, il quale chiedeva poteri e soldi, ma rifiutava il personale. E, per concludere, dobbiamo ribadire che non alle Associazioni compete il discorso del personale, ma tutto va ricondottO alla Legge n. 70, alla Legge delega n. 382, ai D.P.R. 616, 617, 618, compromesso politico tra Governo, sindacati e maggioranza parlamentare, quella maggioranza senza opposizione che da tempo governa il Paese. Le Associazioni e l'Unione hanno dunque vinto la loro battaglia, nello spirito della Costituzione, della storia scritta giorno per giornO sul campo della redenzione umana, operata al fianco di CiaSCuno dei ciechi italiani e noi tutti qui, Congressisti giovani e menO giOVani, siamo testimoni viventi. Andare all'esterno per conoscere e farsi conoscere, per dare e Cercare solidarietà. C'è tra di noi chi gioca tutte le carte del rinnovamento in pochi o molti articoli del nostro Statuto. Il rinnovamento, invece, passa nelle coscienze, nel costume, nella vita sezionale, nel contatto umano con i soci, nella disponibl'ità di tempo e di spirito per parlare ed assecondare le urgenze degli associati. I Presidenti sezionali che vanno una volta alla settimana in Sezione, che distribuiscono incarichi come i portatori di pacchetti maggioritari di aZioni di soCietà e restano in troppe faccende affaccendati, non possono essere le pedine del rinnovamento. Tutta la società reclama rinnovamento ed anche la nostra Associazione, finalmente liberata dalle pastoie dell'Ente pubblico,. deve andare all'esterno e cogliere tutti i mutamenti in atto. Tutti i partiti avvertono una stanchezza di fiducia e di credi bilità. Nella Democrazia Cristiana si parla di rifondazione del partito. Nel Partito Socialista si accenna alla scoperta di una terza via. Il Condirettore de L'Unità scrive su La Repubblica del 27 settembre 1978:Il P.C.I. è troppo chiuso: dobbiamo cambiarlo . Sempre suLa Repubblicadel 5 ottobre 1978, Giorgio Benvenuto, segretario generale della U.I.L., così commenta le difficoltà del mondo sindacale:C'è un grandissimo stato di disagio tra i lavoratori, un grosso rischio di scollamento tra i sindacati e la base. Qualche esempio? Le vertenze nei trasporti, nel settore ospedaliero; il pubblico impiego che ribolle, molte assemblee disertate dai lavoratori, le dimissioni dal sindacato. Su un problema come l'orario di lavoro, la base assiste ad una specie di torneo tra i vertici confederali. E sulle pensioni, quali assemblee abbiamo fatto nelle fabbriche? . Amici Congressisti: sentiamo ora cosa scrive sullo stato degli Enti Locali un illustre docente universitario, il Prof. Franco Bassanini su Il Messaggero : I controlli sono tanto fiscali da far rimpiangere la vecchia tutela prefettizia; le procedure tanto macchinose da trasformare ogni iniziativa in una defatigante gimkana tra leggi, regolamenti, circolari, timbri, approvazioni, nulla-osta (e così proliferano i residui passivi); continua intanto, in Spregio a qualunque disposizione legislativa (da ultimo la Legge 382), il veCchio sistema di attribuire alle Amministrazioni locali nuovi compiti e nuove responsabilità senza i mezzi e le risorse per farvi fronte E sempre sulle riforme, che in Italia o si fanno a metà o si emanano con la speranza di non vederle mai applicate, sentimo cosa sCrive La Repubblica del 21 ottobre 1978: Va precisato però osserva Gianrr&nco Bartolini, Vice Presidente della Regione Toscana che si è arrivati a questo punto per colpa di una riforma aVviata, ma non conclusa. Basta pensare che le Mutue sopravvivono pur non prestando più alcun servizio, per cui ogni analisi, anche la più elementare, deve essere fatta in ospedale. E il personale paramedico, per la mancata riforma sanitaria, è oggi subordinato a due gerarchie: quella medica e quella amministrativa . Queste citazioni servono per smentire la malafede di chi fa ricadere sui dirigenti dell'Unione del Veneto e della Calabria, su Tizio o Caio, responsabilità che stanno fuori del nostro piccolo mondo. E auguriamoci che parimenti si chiuda la stolta polemica sulla categoria intesa come forma corporativa. Non abbiamo un solo privilegio. La società ci deve dare ancora moltissimo per garantirci la salute, la cultura, il lavoro, la partecipazione paritaria alla vita di tutti, i serViZi sociali comuni e quelli specialistici, le pensioni e - l'indennità di accompagnamento ragguagliati all'area europea e - non a quella africana. I nostri sforzi, quindi, orientiamoli a stimolare il nuovo! E qui è doveroso riportare un brano della lettera circolare con la quale la Presidenza nazionale salutò l'avvento dei decreti derivanti dalla Legge 382, lettera inviata a tutti i quadri periferici: Per i poteri passati alle Regioni non siamo in lacrime come alcuni Ministri e tanti orfani del regime che traevano incarichi e fienO da padrini del comando. Voi in periferia e noi al centro, siamo stati eletti dalla base associativa per Compiti che non aprono carriere e non pagano faiC e. Per noi tutti la Legge n. 382 è una liberazione. La 382 è una liberazione perché ci porta fuori dal terreno equivoco degli Enti Inutili, degli Enti da sciogliere, degli Enti burocratici. Finalmente siamo quello che volevamo essere: una libera Associazione, fatta di uomini liberi, capaci di donare il meglio di se stessi ai problemi degli altri. Abbiamo dovuto inventare e gestire servizi a cui nessuno aveva pensato, con fondi statali che non coprivano neanche il COsto del personale e se migliaia e migliaia di ciechi italiani hanno ricevuto istruzione, specializzazione professionale, posto di lavoro, assistenza individuale, pensione statale, strumenti di autonomia, interventi sanitari, profilassi, assistenza prematrimoniale, casa, organizzazione del tempo libero e mille altri interventi individuali e collettivi, questo è stato possibile solo perché duemila lavoratori ciechi, conquistata la propria indipendenza economica, grazie alle leggi strappate dall'Unione Italiana dei Ciechi, hanno riversato nell'attivismo sezionale la propria gioia di vivere, di donare, di lottare per una causa che non era l'ansia di dignità e di pane di ciascuno di loro, bensì la speranza di vita dei propri fratelli rimasti isolati dall'altra parte del fiume e in attesa del miracolo. Avete ed abbiamo bussato a tutte le case dove c'era stato segnalato un cieco. Abbiamo incontrato uomini spenti nel drarnma, fratelli bruciati interiormente dalla disperazione. Li abbiamo abbracciati e portati all'aperto, verso il calore delle lotte, l'ansia dell'attesa di una giornata più viva e più vera. A testa alta per il nuovo cammino . La società vi deve essere grata per quanto avete fatto qui .Queste sono le parole pronunciate dall'On. Fanti, Presidente della Commissione Interparlamentare per il decentramento regionale, nel pomeriggio del 25 maggio 1977, alla presenza dei Presidenti Nazionali delle Associazioni di categoria. L'on.le Fanti, ex-Presidente della Regione Emilia-Romagna, con queste parole ci ripagava di tante inutili polemiche e di tanti equivoci su presunte nostre resistenze contro il decentramento regionale. Conservazione e provocazione volevano cambiare i nostri connotati. Da una parte c'era chi voleva spingerci a fare il polverone contro la 382 e, dall'altra, c'era chi si adoperava per farci passare per incalliti sostenitori di uno stato giuridico della nostra Unione, stato che gioVava solo al parassitismo di chi vive di assenteismo e di tracotanza. Con l'umiltà dei combattenti, possiamo affermare che ha vinto la verità e siamo pronti al nuovo cammino. Quando si lasciano professioni lucrose per servire l'Unione, quando il proprio tempo libèro lo si vive in una Sezione e si rifiuta il secondo lavoro; quando si sacrifica la pace familiare per essere al fianco di un privo di vista che chiede solidarietà ed aiuto; quando si vivono a Roma o altrove giornate di vita associativa senza ricevere l'intero rimborso delle spese sostenute; quando non è la gloria o la carriera a muoverci verso gli altri, bensì l'educazione al sacrificio, il ricordo di sofferenze patite, l'ansia di trasformare un dramma umano in occasione di prova e di rivincita dello spirito; quando alla quiete individuale, si preferisce la lotta di una collettività di cui ci sentimo parte più fortunata, è segno che la croce volontariamente abbracciata può andare ancora lontano, lungo tutte le vette del cammino che da oggi ci si schiude dinnanzi , Le relazioni al Congresso hanno sempre raccolto parole e giudizi di uomini politici e la storia della nostra Unione è costellata di mille apprezzamenti positivi. Ricordiamo quelli di De Gasperi, Nenni, Pertini, Togliatti, Di Vittorio, Moro, Piccoli, Saragat. Ma c'è un documento recente, che è stato scritto dopo la diffusione della lettera del presidente Nazionale in parte sopra riportata. E' un apprezzamento sull'Unione di oggi che si accinge a costruire il proprio futuro, e la fonte è tanto autorevole che va raccolta dalla presente rassegna. E' una lettera di Giorgio Amendola a Giorgio Morelli. La trascriviamo integralmente: Caro Morelli, rispondO in ritardo alla tua lettera a causa delle frequenti assenZe da Roma per gli impegni politici nazionali e del Parlamento euroPeo La lettera circolare inviata dal Presidente Fucà ai dirigenti periferici dell'Unione Italiana dei Ciechi esprime una giusta posizione su una legge tanto importante ed innovativa come la 382. I meriti dell'Unione sono numerosi e non posso essere certo io a valutare appieno il valore del grande impegno profusO, della volontà combattiva, del lavoro paziente per evitare a migliaia di cittadini l'abbandono e la rassegnazione morale, trovando, tra uguali, un ruolo costruttivo nella società. Costruttiva è la stessa posizione di chi, avendo accumulato grandi meriti, sa evitare l'arroccamento a difesa delle posizioni acquisite per mettere le proprie capacità ed il proprio patrimonio di esperienza al servizio degli associati nella continua battaglia di trasformazione dell intera SOcietà. Saper cogliere il nuovo che emerge, sapersi rinnovare per adeguarsi alle nuove esigenze, significa essere vivi e collegati strettamente alla realtà in cui si opera. Questa consapevolezza mi sembra chiaramente presente alla vostra Organizzazione e della 382 avete saputo cogliere l'importanza, che da essa deriva, di una nuova vostra funzione di elaborazione con il Parlamento, le Regioni e le altre assemblee elettive. Ciò rafforzerà e valorizzerà ancora di più la vostra opera, che dovrà esplicarsi in ogni forma decentrata dello Stato e delle istituzioni, con accresciuto impegno e dinamismo, Come richiede, alle Associazioni ed ai singoli cittadini, una democrazia estesa e partecipata quale quella prefigurata dalla nostra Costituzione repubblicana. Cordiali saluti. firmato Giorgio Amendola. Amici Congressisti, come notate chi ha il tempo di conoscerci e ce ne sono in tutti i partiti, in tutti i sindacati, in ogni strato sociale sa benissimo che la società ci deve essere grata per quello che abbiamo fatto fin qui e sa che, senza il miracolo dello slancio che parte dall'Unione Italiana dei Ciechi, non solo non Si va avanti, ma tutte le conquiste sarebbero cancellate da una società che è degradata verso l'individualismo, la violenza, la droga, l'appagamento dei beni materiali come risposta ad un esistenzialismo che vuole tutto e subito, che non sa soffrire, non sa sperare, non sa Costruire. Amici Congressisti, perdonate ad un uomo che avete scelto da anni per una fatica così dura ed in tempi tanto drammatici, nell'atto di rassegnare, insieme agli amici della Giunta Esecutiva, le dimissioni, di segnalarvi il trionfo della nostra Unione che nel 1978 celebra la sua unità con il rinnovato spirito della sua gloriosa origine del 1920 a Genova. Ogni giorno la cronaca ci parla delle Correnti nei partiti, di tre sindacati e di mille formazioni sindacali autonome Nel Conclave ormai si scontrano le tendenze di destra e di centro. Al Congresso dei ciechi italiani si scontrano le idee per scegliere il programma di lavoro. Scegliete, amici, anche gli uomini e non farete loro un regalo perché l'altissimo onore d'essere i vostri rappresentanti si paga sulle proprie carni, sugli affetti da trascurare, nelle notti insonni per la durezza delle giornate di lavoro che troppe volte lasciano il segno di scontri e sofferenze indicibili Ma quel che conta, specie oggi, è costruire il nostro futuro con la mente aperta verso quelle strutture territoriali che sono appena accennate e che, senza di noi, almeno per i ciechi, non avrebbero ne idee né risposte. Mi diceva un Assessore regionale:Senza di VOi non Si fa sicurezza sociale che vi tocchi e vi aiuti Bene, giacché sono fermamente convinto di questo, io vi sprono a rinnoVare il patto di Genova, a tenere sempre viva in ogni Sezione, in ogni Rappresentanza, quella fiamma di fede che conquistò noi ragazzi di un tempo, guidandoci alla conquista delle cose più belle che la vita può offrire e che, generaZione dopo generazione, riscalda ed attrae giovani sempre più numerosi. Nelle Sezioni c'è il nostro presente, c'è il nostro futuro. Nelle Sezioni Si costruisce la nuova frontiera, si dà vita e si arricchisce la nostra Costituente. Una socia di Milano mi disse che avevo il grande dono di parlare direttamente al cuore della gente semplice e mai apprezzamento più alto mi ha ripagato di tante fatiche. Ma io oggi devo dire e confessare al Congresso che il mio colloquio con la gente è possibile perché mi sono formato in una Sezione e nelle Sezioni ho visto crescere e rinnovarsi l'Unione. Le Sezioni sono ringiovanite; c'è vita nuova a Reggio Calabria, a Catanzaro, a Ragusa, a Oristano, a Lecce, a Caserta, a Chieti, a Macerata, in tutta l'Emilia che ha: saputo resjstere ad un'aggressione distruttiva senza precedenti. C'è vita nuova in Toscana, in Liguria, in Piemonte, in Lombardia, nel Triveneto, in Umbria. Nelle regioni a statuto speciale si avanza e si mantengono le posizioni e particolarmente in Sicilia si colgono risultati fino a qualche anno fa insperati. La povertà della Campania non impedisce un fervore di attivismo alle nostre Sezioni nella Regione; e nel Lazio vi sono le premesse di un rilancio che vede mobilitati giovanissimi nuovi quadri. E così in Basilicata e nel Molise. Consentitemi di dire, concludendo, che sono potuto restare al mio posto in un'epoca che fiacca i più forti, perché ho avuto al mio fianco un uomo eccezionale: il Vice-Presidente Nazionale Roberto Kervin che ha abbandonato professione e famiglia per córrere ovunque a difendere l'Unione. Sono certo che alla mia gratitudine si aggiungerà quella dell'intero Congresso. E un ringraziamento sentitissimo va a chi, con poche altre persone, ha consentito l'organizzazione del Congresso e mi riferisco all'amico Mario Merendino, il quale ha dimostrato che la Centrale potrà veramente essere letteralmente sburocratizzata. Al Dr. Musmeci, Segretario Generale, e al Dr. Loppini, collaboratore del settore amministrativo, ed ai loro pochi disponibili veri lavoratori, il mio grazie sincero. Siamo, o compagni, alla soglia di un nuovo giorno; l'Associazione è matura, ha uominì e fermenti ideali per un domani legato alle durissime dispute che si agitano nella società. . La nostra parola d'ordine deve essere: costruire mentre gli altri distruggono . Questo abbiamo fatto quando ci negavano la scuola, il lavoro, la famiglia, la pensione, la partecipazione. Vinceremo tutte le difficoltà se non ci faremo contagiare dal pessimismo che uccide; ma io sono certo del trionfo dell'Unione, perché in essa e con essa i ciechi hanno sempre santificato la vita nelle lotte ed in tante vittorie. FLAMINIO PICCOLI A ROMA COME A TRENTO AL FIANCO DEI CIECHI ITALIANI. IL SUO INTERVENTO AL XIV CONGRESSO Cari amici, non volevo aggiungere neanche mezza parolá alle splendide cose che ha detto il vostro Presidente e a quelle che ha detto, soprattutto per noi politici, il Presidente del Consiglio. Parole che mi trovano assolutamente concorde, alle quali io voglio aggiungere una parola di ringraziamento ad Andreotti, che ha scelto fior da fiore nelle mille richieste che gli vengono come Presidente del Consiglio, anche in tempi così drammatici, di partecipare ad assemblee Egli ha scelto questa vostra assemblea, questo vostro Congresso, con una sensibilità che è al di sopra di ogni elogio e che dimostra come la sua lunga esperienza politica senta che qui si tocca nel vivo uno degli ambienti più fervidi e più seri che ci insegna ogni giorno una lezione esemplare nella vita italiana. Vorrei che qui fossero stati oggi molti politici e molti sindacalisti italiani a sentire ed a vedere, perché anche noi che vi conosciamo, che conosciamo i vostri dirigenti, noi che siamo nel mondo di quelli che vedono, non entriamo mai e noi siamo mai nel mondO dei veggenti. Quando si vede, quando si ha questo immenso dono, spesse volte ci si accorge che la riflessione, la meditazione, Il senSO del limite, il senso del dovere, lo spirito di sacrificio non si accompagnano con questo immenso dono, mentre il sacrificio che portate in voi vi porta ad una intimità, ad una visione limpida e Profonda della vita; vi porta a saper considerare, attraverso il vostro sforzo, lo sforzo di tutti. E questo è un fatto che per noi rappresenta un motivo, credetelo, di grandissimo conforto. Il Presidente Andreotti ha detto che gli uomini politici possono avere in qualche momento, in questi tempi, un angolo di di. sperazione di fronte alle difficoltà. Ma voi le disperdete con la vostra fede, con la vostra fiducia, con il vostro senso di responsabilità. E poi, lasciate che vi dica una cosa per cui, in fondo, aggiungO qualche modestissima parola a quelle di Andreotti. Se il mondo politico di Roma vi ha accompagnati in questi anni, vi ha ascoltati, vi ha seguiti e vi seguirà, è perché avete avuto alla testa della vostra Organizzazione un uomo come questo vostro Presidente. E io, che sono stato súbito dopo Andreotti Presidente del Gruppo Parlamentare per sei anni (Andreotti lo è stato un po' meno, ma lo è stato), vi posso testimoniare che egli ha salito le scale della Camera e del Senato con puntualità, con rispetto, ma anche con insistenza, con un alto senso dei vostri diritti; con pacatezza ma anche, in certi momenti con violenza morale per difendere i vostri interessi. E lo ha fatto essendo rispettato da tutte le parti politiche. E' andato da tutti. E lo ha fatto sempre con quell'impegno, con quella cordialità, con quell'amore e con quel senso di responsabilità che di lui hanno fatto uno dei protagonisti dei mille settori della vita italiana più significativi, più importanti e più rispettati che si rivolgono al Parlamento. Ho preso la parola per esprimere gratitudine al vostro Presidente, per segnalarlo a voi per le capacità, per la dignità, per la prudenza che ha dimostrato in tutti questi anni e per dirvi, alla fine, che noi siamo qui lo ha detto il Presidente Andreotti, ma io ve lo dico da non impegnato nel Governo, non a nome soltantO del mio partito, ma anche di tutte le forze politiche per dirvi che ci impegniamo a seguire il vostro lavoro, il vostro sforzo, a seguire i vostri diritti perché di diritti si tratta col massimo impegno, con la massima volontà, facendo a fianco del Presidente del Consiglio e del Governo, tutto ciò che è possibile a favore di voi che siete dei veggenti nella vita italiana . Le più grandi conquiste dei ciechi italiani degli ultimi quindici anni portano la firma della sensibilità e della cristianità di questo grande democratico. Piccoli, come Moro, ha trovato il tempo di seguirci, di assecondare le nostre ansie di giustizia, senza sentirsi offeso per le cose dure che a volte abbiamo detto e per l'irrurenza del nostro operare per strappare risposte che tardavano A questo Signore della politica italiana e questa volta Signore vuol dire gentiluomo, vuol dire portatore di sensibilità in un mondo di lupi i ciechi italiani e la mia personale fatica devono tanti successi e tante risposte di bene da una classe politica che spesso nel suo insieme sa ascoltare solo i forti dimenticando i più deboli. NICOLA CASTELLUCCI. Una vita per i migliori ideali sul fronte più difficile. Come educatore ha combattuto per la libertà dall'ignoranza; come dirigente dell'Unione ha operato per la libertà dalla miseria. E tutto questo in una trincea particolare ed estremamente difficile, nella città di Napoli, nella Campania, nella capitale della miseria, nel retroterra più desolato d'Italia. Per oltre trent'anni a contatto quotidiano con la fame, con la miseria spirituale, con la gente che ha bisogno di tutto. Per trent'anni e oltre, amato, stimato, eletto a rappresentare tutte le ansie di liberazione di un piccolo popolo di esclusi che da lui si attendeva amore, opere di riscatto, abnegazione, guida verso il banchetto della vita. Nicola Castellucci, sesto figlio di una numerosa famiglia del foggiano, studiò a Napoli, prima da vedente, e poi da minorato della Vista. A dodici anni prese a frequentare la sede di Piazza Dante del Principe di Napoli , proprio negli anni in cui io ero al Vomero. Nicola ricorda con grande affetto e riconoscenza i compagni più grandi che lo avviarono all'apprendimento del Braille e delle nota· zioni musicali. Parla spesso di Alberto Verrocchio e di Serafino Di Giorgio, valoroso musicista e tra i più qualificati studenti liceali. DI Giorgio, per il piccolo Nicola, sarà il primo maestro. Castellucci frequentò gli studi musicali e quelli classici conseguendo il diploma di pianoforte e l'abilitazione magistrale. Nel 1939 passò a Roma per frequentare un corso di specializzazione presso la Scuola di Metodo per Educatori: qui ebbe l'opportunità di avvalersí degli insegnamenti di Augusto Romagnoli e dei docen ti di tirocinio ai quali, giovane diplomato, deve la sua impostaZiOne sul piano didattico e padagogico. Scoppiata la guerra, con Napoli giornalmente bombardata, Nicola seguì la famiglia a Cutigliano, un paesetto del pistoiese Si iscrisse all'università di Firenze e dal 1941 al 1944 seguì gli studi filosofici ed ebbe come insegnanti Ernesto Codignola, Nicolò Rodolico, Terzaghi e Barbadoro. Così scrive dei suoi maestri l'amico Castellucci: Tutti illustri docenti ai quali devo la mia più profonda gratitudine per la serietà degli studi, per la severità degli esami e soprattutto per l'assiduità nelle lezioni nonostante il periodo bellico, tutte cose che mi hanno dato la possibilità, súccessivamente, di superare insieme ad altri colleghi non vedenti il concorso a cattedre di filosofia e storia nei licei e istituti magistrali. E stato il periodo più fecondo di esperienze positive della mia vita universitaria anche, e soprattutto, per la convivenza diuturna con un gruppo di partigiani che operava con grande sprezzo del pericolo sia in provincia di Pistoia, dove passava la linea gotica, sia in Garfagnana in provincia di Lucca . Il giovane Nicola dette finalmente sfogo ai suoi sentimenti antifascisti e seguì la vita e la sorte di tanti compagni nell'attività partigiana. Fu chiamato ad effettuare il lavoro di porta ordini e plichi segreti tra Cutigliano e Firenze, tra Piteglio e Firenze dove, a giorni alterni, frequentava l'università. A Cutigliano conobbe ed aiutò confinati-politici stranieri e strinse amicizia col comandante partigiano del gruppo Valanga il cui nome di battaglia era Pippo . Nicola così scrive di quei tempi: A distanza di anni, anche se attenuati, permangono nella mia mente i tristi e dolorosi ricordi delle fucilazioni di autentici patrioti o sospettati tali, fucilati sotto gli occhi delle mogli, dei figli o dei genitori . Nicola ricorda i corpi dei partigiani fucilati e lasciatiin triste mostra, per giorni, nei pressi delle Cappelle Medicee a Firenze, le continue perquisizioni effettuate dalla Gestapo su a Cutigliano, dove lui viveva la sua vita di sfollato e di partigiano, di amiCo dei confinati e di studente universitario. Ma l'esperienza più drammatica era già in agguato e fu un miracolo che Nicola ne uscisse vivo. Il 23 settembre 1944 a Cutigliano i tedeschi operarono una retata di sospetti, e il mio amiCo fu preso e trasferito in Austria, in un campo di concentramento presso Innsbruck. Nicola ricorda: La vita del campo era durissima e a stento Si riusciva a sopravvivere a quel regime. Feci amicizia con Mario Formicola, meridionale anch'egli e studente universitario, che Grazie ad un medico del campo, che aveva preso atto delle mie condizioni visive, fui prima ricoverato in ospedale per gli accertamenti e poi rimpatriato, accompagnato da Mario. Il viaggio di ritorno con mezzi di fortuna fu un'avventura paurosa perché funestato da continue minacce di incursioni aeree e bombardamenti . Nel 1945, a Napoli, finalmente Nicola poté laurearsi in filosofia e storia e conseguire il diploma di pianoforte principale presso il Conservatorio di S. Pietro a Majella del capoluogo campano, nonché l'abilitazione alla vigilanza scolastica. Furono tempi di studi e di risultati fecondi conseguiti con i vecchi amici delMartuscelli , giàPrincipe di Napoli : Tommaso Sica, Salvatore Cannavina, Antonio Grimaldi. Compagni questi che, come nicola, Si avviarono ad una brillante carriera di insegnanti e di dirigenti della loro Unione nella Regione Campana, impegnandosi a sollevare le sorti dei loro fratelli di sventura nelle zone piu depresse d'Italia. Castellucci era già insegnante e già sposato con la sua bellissima e cara Bianca, quando la vita gli chiese ancora sacrifici, ancora impegno appassionato per una causa che non porta a casa nè serenità, nè trionfi. Venne eletto nel Consiglio della Sezione Campana e lavorò al fianco di Carlo Bussola, conobbe Aurelio Nicolodi, poi per oltre trent'anni fu la guida della più difficile Sezione della nostra Organizzazione. Solo chi conosce il Sud, la sua gente, la disperazione dei giovani senza lavoro, la brutale miseria di famiglie numerose accatastate in una stanza e bisognose di aria, di sole, di vestiti, di pane, può giudicare la fatica, la passione, la fede nell'Unione di Nicola Castellucci. Sezioni senza una lira, senza un posto di lavoro da donare, oppure affollate da ciechi che vogliono sapere dal loro Presidente se possono sperare in un domani meno crudele. E il domani meno crudele per i suoi concittadini, Nicola l'ha costruito lottando in prima linea al fianco di Paolo Bentivoglio e poi, fraternamente, intensamente al mio fianco. Bentivoglio lo chiamò a far parte del Consiglio di Amministrazione della Federazione delle Istituzioni Pro. Ciechi e più tardi, in questo organismo, tornerà a coprire il mio posto dopo le mie dimissioni. Fu presente in tutte le Commissioni di studio per i problemi dell'istruzione e dell'organizzazione, poi Consigliere Nazionale per molti anni, e l'ultimo Congresso lo ha eletto componente della Giunta Nazionale del Sodalizio al quale ha dato il meglio di sè per una vita intera. A lato di questa intensa esistenza di uomo di organizzazione, Nicola Castellucci ha vissuto un altro impegno ricco di eccezionali risultati. Nel 1953 vinse il concorso a Preside-Rettore dell'Istituto Martuscelli e lasciò la cattedra al G.B. Vico per lanciarsi con grande generosità alla salvezza di quel glorioso nostro Istituto realizzando il suo antico sogno di giovanissimo studente. Nicola aveva sofferto nei corridoi senza luce del vecchio convitto locato nel convento di Caravaggio e volle per i suoi alunni e fratelli non vedenti tanto verde, tanto sole, tanta aria fresca portata dalle brezze marine e dalle correnti dei Camaldoli. Trovò i finanziamenti e fece costruire al Vomero un'unica sede, bella, accogliente, ridente, ricca di umanità, riuscendo a dar vita e slancio ad una comunità che, dal corpo insegnante agli allievi, ha raccolto successi e onori in Italia e all'estero. E nè in Italia, nè all'estero, ho visitato un centro scolastico così curato, tanto seguito, così circondato dal calore che parte dall'anima del Preside per irradiarsi verso tutti gli alunni, le loro necessità, la loro formazione, in direzione del grande traguardo. la conquista della parità sociale dei ciechi nella vita DI TUTTI. GIORGIO MORELLI COMUNISTA A 18 ANNI, CONOSCE IL CARCERE E LE SEVIZIE DELLA BANDA KoCK. Non so se in Paradiso ci sono dei santi comunisti, ma certo Giorgio vi potrebbe aspirare, quando, speriamo fra cento anni, dovrà presentarsi al giudizio sulla sua vita terrena. Comunista cattolico, impegnato nella brigataRidolfi , fu arrestato il 18 aprile del 1944 a Roma, poi rinchiuso e seviziato nella pensione D'Oltre Mare in via Principe Amedeo. Durante le torture gli chiedevano i nomi degli insegnanti organizzatori dei giovani resistenti, ma Giorgio, straziato, perdeva i sensi ma non parlava, non voleva, non poteva tradire. Lo trasferirono a Regina Coeli e per molte mattine, dalla cella, ha sentito il suo nome fra i tanti destinati alla fucilazione. Quando lo prelevavano erano ancora torture e questo per giorni e giorni, fino a che fu ricoverato e piantonato presso la clinica Parco delle Rose . La Liberazione gli salvò la vita, ma queI giovane diverrà cieco per le sofferenze patite e abbraccerà una causa che lo vedrà combattente e santo, generoso e nobile donatore di tutto ciò che possiede un grande, eccezionale, animo umano. Come tanti di noi, militanti della sinistra italiana, Giorgio ha preferito la vita attiva nelle Sezioni dell'Unione alla vita militante di partito e così divenne subito dirigente della Sezione laziale. Poi passò ad operare nelle Marche, organizzando la rappresentanza di S. Benedetto del Tronto e dei Comuni limitrofi. Avviò anche dei corsi per ciechi artigiani impegnati nella confezione di reti da pesca. Il suo lavoro si è guadagnato la stima di tutti. Le consorti delle autorità e degli uomini di affari costituirono un comitato di appoggio per collaborare con lui appena venne eletto Presidente della Sezione di Ascoli Piceno Nel 1965 l'Opera Nazionale Ciechi Civili gli affidò la Segreteria Regionale del Lazio e questa fu una delle poche infil trazioni di uomini dell'Unione nell'apparato dell' Ente elefante che poi scioglieremo. Morelli, ancora oggi, dal suo posto di lavoro aiuta tutti, le pratiche nelle sue mani non ammuffiscono, le segue passo passo, aiutato anche da quella meravigliosa sua compagna di pensiero e di vita che è Ferni. Attraverso Giorgio Morelli, ho già detto, io riuscii a convincere i sindacati interni dell'O.N.C.C. che lo scioglimento di quell'Ente sarebbe stato la fortuna dei ciechi italiani e la salvezza di tutto il personale dipendente per il quale avevamo previsto dignitosi trasferimenti. Aiutati dal Prefetto Dente, riuscimmo a mantenere la parola data e nessuno si è pentito di averci dato fiducia. I dipendenti romani passarono al Ministero degli Interni, i funzionari regionali, alle Prefetture. Per tutti fu previsto uno sviluppo di carriera ed oggi abbiamo la gioia di vedere tutti soddisfatti e qualche cieco a posti mai sognati, come Raimondo Botticelli, privo di vista, ex dipendente del l'Opera, che è oggi Vice Prefetto della città di Grosseto, mentre procedono in carriera altri valorosi non vedenti come Alberto Ceni alla Prefettura di Firenze, Franco Zicarelli alla Prefettura di Cosenza, Vincenzo De Maio a quella di Napoli. Il lavoro di Giorgio in quel periodo fu estremamente prezioso. La sua casa era, come ho già scritto, il quartier generale per gli incontri più decisivi e riservati. Lui stesso fu assegnato al Ministero degli Interni, ma riuscimmo a farlo distaccare all'Unione ed io ebbi la gioia di averlo al mio fianco in un compito a cui tenevo in maniera particolare: il recupero dei casi più difficili. Vi sono situazioni di non vedenti così drammatiche, che né il (Comune, né la Provincia, né le strutture pubbliche nel loro insieme, riescono a districare. Solo una grande passione e una severa abnegazione riescono a fare il miracolo di conquistare alla vita creature altrimenti perdute. Giorgio e Ferni si lanciarono in quella impresa scrivendo pagine d'oro in questo settore. La loro casa ha ospitato, per settimane e mesi, ciechi provenienti da ogni parte d'Italia: che fossero in attesa di un diploma o di un posto di lavoro, oppure bisognosi di essere accompagnati da un grande specialista per una visita o una cura, erano comunque compagni e compagne presi dalla disperazione e, quindi, da salvare. Il capolavoro di Giorgio è stato il recupero di un bambino di 9 anni cieco e sordomuto. Lo scoprì durante una delle sue tante visite conoscitive al S. Camillo, un grande ospedale romano che frequentava per portare aiuto e conforto a ciechi ricoverati. Il bimbo, F.M.B., doveva essere trasferito all'Istituto Psichiatrico S. Maria della Pietàdi Roma in quanto i clinici lo avevano definito irrecuperabile sensoriale e psichico ed impedito negli arti inferiori . Giorgio, da vedente e da cieco, è stato sempre un atleta e si rese conto che quel piccolo corpo era stato nutrito e basta, ma non curato. Si convinse che l'immobilità aveva bloccato movimenti e psiche e decise di sottrarlo al manicomio. Se lo portò a casa, poi lo mise in macchina e lo accompagnò a Osimo, dove Sabina Santilli aveva fatto sorgere un piccolo centro per l'educazione dei ciechi sordomuti. Il caso era veramente difficile e non lo volevano accettare, ma con Giorgio era assai difficile resistere e il piccolo poté iniziare il suo miracoloso recupero. Ferni lo aveva provvisto di ogni indumento e di una carrozzella per i movimenti. Giorgio e Ferni sono ritornati a Osimo ripetutamente e hanno visto rifiorire la creatura che avevano salvato. Il piccolo, seguito con scrupolo e scienza, aveva conquistato la piena capacità motoria degli arti, aveva imparato i metodi di comunicazione e faceva miracoli nell'apprendimento e nelle capacità lavorative. Un giovane muratore venne accecato dalla moglie con il lancio di acidi. La donna se ne andò in galera, il malcapitato all'ospedale lasciando tanti figli da sistemare. Giorgio, come sempre, si prodigò e con tanta pazienza si mise all'opera. Vinse la disperazione del nuovo cieco, lo avviò al braille, lo fece studiare per prepararlo ad un corso per centralinista e, una volta diplomato, gli trovò un lavoro. Un agente di P.S. perse la vista in un incidente di macchina, fuori servizio. Aveva moglie e diversi figli; Giorgio è stato al suo fianco per insegnargli come si può ancora vivere e lavorare senza gli occhi e anche per lui è avvenuto il ritorno alla vita attraverso un nuovo lavoro. P.I. ha perso la vista in età matura. La disperazione è acuita dall'esigenza di provvedere a due figli. Giorgio le ha insegnato il braille e l'ha aiutata a partecipare a un corso per centralinisti. Per sei mesi è stata prelevata ogni mattina con la macchina, accompagnata a scuola e riportata a casa. Oggi è impiegata e felice. B.T. perse la vista mentre commetteva un omicidio. Ormai cieco, prese a girare i diversi penitenziari per scontare la lunga pena inflittagli. Giorgio scoprì questo giovanissimo disperato, il quale affermava di non essere certo di essere stato lui ad uccidere, e fece celebrare.un nuovo processo. La pena fu fortemente ridotta, e la carcerazione già scontata ritenuta sufficiente. B.T. è di nuovo libero per rifarsi una vita. S.T., priva di vista, costretta a interrompere gli studi, non poteva più restare in famiglia; Giorgio e Ferni l'hanno ospitata per tre anni finché è divenuta centralinista e ha avuto il suo posto. Ora è sposa felice nella propria casa ed ha potuto costruirsi una nuova esistenza. Giorgio, divenuto Presidente della Sezione romana e della Regione Lazio, all'ultimo Congresso è stato eletto nella Giunta Nazionale. La cara Signora Matilde, il grande gentiluomo Sig. Lamberto, impareggiabili genitori di Giorgio, Giorgio stesso e la sua Ferni, hanno alleggerito la mia dura fatica romana offrendomi un'amicizia sincera a cui devo gratitudine, rispetto e affetto. IL CUORE SI SPEZZA NELLA NOTTE PIU LUNGA DELLA MIA VITA. Fra il 5 e il 6 dicembre del 1978, alle due di notte, fui svegliato da un irresistibile dolore al petto. Ero solo nella casa di Roma e non potevo neanche muovermi per telefonare e chiedere aiuto. Mi feci il segno della croce e raccomandai a Dio i miei cari. Sentivo che la vita lentamente mi lasciava e sussurrai a me stesso che dovevo essere bravo, dovevo saper morire. Per due ore quei terribili dolori mi assalirono e mi lasciarono tanto che incominciai a convincermi che poteva anche non trattarsi di un infarto. Verso le quattro chiamai Angiolino Ferrini, un cugino di Milena che abitava nei pressi e che con la cara moglie Jole mi aveva aperto la propria casa per tanti anni donandomi l'affetto e l'amorosa assistenza con la quale ho saputo superare tante ore difficili. Dopo pochi minuti furono da me Angelo e il fratello sacerdote, Don Fosco, del quale ho già parlato. Fosco telefonò ad un medico, passò tutte le comunicazioni e ne venne fuori la raccomandazione di farsi controllare il cuore con un elettrocardiogramma. Presi la decisione più sbagliata della mia vita. Dissi ai miei cugini:Se ho un infarto mi ricoverano a Roma e qui io non voglio ricoverarmi; parto col primo treno per Firenze e lì farò tutti gli accertamenti . Angelo e Fosco mi supplicarono di non commettere un errore così pericoloso, ma io ormai detestavo Roma per mille motivi e volevo scappare. Passai dall'ufficio e tutti si accorsero che stavo male, presi dei documenti e poi via alla stazione sul rapido per Firemze. In viag gio mi ripresero gli attacchi al petto e almeno tre volte mi parve di andarmene.Ma lei si sente male , mi disse un signore, compa gno di viaggio.Sì ho dei dolori, ma spero che non sia nulla di grave , risposi. Quando arrivai a casa, Milena ammalata di bronchite chiamò il cardiologo il quale, dopo aver proceduto all'elettrocardiogramma, ordinò l'immediato ricovero nel reparto specializzato per la terapia degli infarti, dove fui trasportato in autoambulanza. Il ritardato ricovero, il viaggiare in quello stato, mi avevanO procurato pericardite, pleurite e diaframmite. Il torace era una fiamma e i dolori lancinanti e irresistibili. Avevo conosciuto nella mia vita i dolori morali, ora tutti insieme mi aggredivano i più terribili dolori fisici. Il primario Prof. Fazzini e la sua impareggiabile équipe, assecondati da un gruppo di selezionati e meravigliosi infermieri che notte e giorno si prodigavano con tenace e scrupolosa assistenza, mi fecero uscire vivo da quella avventura. I medici, ormai a conoscenza della mia vita, del mio lavoro, delle mie ansie, furono perentori per il mio avvenire.Lei ha superato uno dei peggiori infarti (infarto del miocardio anteriore ed esteso), ora deve vivere senza affanni e senza ansie, avendo cura del cuore debiilitato e degli organi toracici tutti fortemente colpiti . Tornai a casa per la lunga, dura convalescenza, ma dopo pochi giorni uno svenimento e ancora dolori atroci al torace mi ricondussero in clinica dove mi scoprirono una pleurite. Tornerò ancora in ospedale per una terza volta, dopo pochi mesi, per una diaframmi te. Purtroppo la grande volontà di guarire urtava con ogni piccolo scoglio: un po' di vento, un po' di sole in più, qualche affannO morale. Quanta attenzione mi ha dedicato il mio cardiiologo Dott. Castrucci! Di quanto amore mi hanno circondato i miei cari! Milena, Franca, Chiara, Gianni, tutti meravigliosi e Commoventi. E la cara famiglia Vignali? I Vignali hanno due non vedenti in famiglia e abitano a due passi da noi. Tanti anni fa avemmo l'opportunita di occuparci della sistemazione di Angelo come centralinista, il destino ha voluto che vivessimo così vicini. Caterina, la seconda non vedente della famiglia, mi ha sempre sbalordito per le mille cose che sa fare in casa e in campagna, ma ha saputo anche pregare per il suo Presidente. E poi Domenico, Romano, Adele, Adriana e il gioVanissimo Massimo che faceva a gara con Chiara nel tenermi compagnia in qualità di lettore. A turno sostituivano i miei per non lasciarmi mai solo. L'ULTIMA BATTAGLIA: L'INDENNITA' di ACCOMPAGNAMENTO PER I CIECHI CIVILI PARIFICATA A QUELLA DEI CIECHI di GUERRA. Nelle cliniche e a casa ho avuto le graditissime visite di Roberto Kervin e della cara Edda, due sposi che hanno pagato il loro amore alla causa della cecità con una rivoluzione violenta della loro vita triestina, vita di intenso lavoro, ma serena e ricca di relazioni umane, interessi artistici, impegni culturali. Su Roberto sono piombate tutte le responsabilità e la fatica di riorganizzare al centro e alla periferia la nuova Unione, finalmente libera Associazione dopo il travagliato ritorno alle nostre origini. Giuseppe aspettiamo te per la battaglia sull'indennità di accompagnamento; ricordati che questa lotta l'hai promessa al Congresso . Queste parole di Roberto erano per me una frusta e un balsamo ma non avevo le forze fisiche capaci di sorreggere quelle spirituali, tuttavia Roberto incalzava:Vedrai che solidarietà troverai al tuo fianco e che successo! . Uguale fraterno stimolo portava Mario Merendino, funzionario della Sede Centrale, allievo di Piero Bigini e come Piero instancabile, votato al sacrificio, al massacro delle sue forze, pur di riuscire. Mario sarà poi giustamente premiato con la nomina a Segretario Generale della nuova Unione, per la quale, a Torino e in seguito a Roma, da giovanissimo, aveva imparato a soffrire ed attendere l'ora della verità e della giustizia. Nel settembre del 1979 il piano era pronto. Incominciammo a esporre con estrema lealtà e determinazione al Capo dello Stato le nostre vere intenzioni. Nel '54 puntammo tutto su Roma; ora la capitale non aveva né sensibilità né tempo da distrarre al terrori smo e allo sfascio generale. Documentammo a Sandro Pertini la negligenza di chi continuava a trattare le minorazioni a seconda delle cause e non in rapporto all'incidenza che la minorazione fa pagare ai portatori dell'handicap. Con l'appello al Capo dello Stato domandavamo spiegazioni su come il legislatore avesse potuto ingannare i ciechi italiani, il 3 febbraio del '77, promettendo una revisione generale delle pensioni civili entro novanta giorni per poi dimenticare il problema. Non solo, ma nel frattempo erano state aumentate sensibilmente le già avvantaggiate pensioni di guerra; basti pensare che contro le 65.000 lire mensili di indennità d'accompagnamento del cieco civile, stavano le 288.000 del cieco di guerra. Le differenze sull'ammontare delle pensioni erano ancor più macroscopiche. Avevamo dentro tutta la rabbia delle sfortunate giornate del dicembre '76 e del febbraio '77 ed ora eravamo alla resa dei conti. Avvertimmo Sandro Pertini che in ventimila avremmo lasciato l'Italia e chiesto asilo assistenziale nei Paesi confinanti. Ai responsabili dell'inganno del 3 febbraio del '77 annunciammo che questa volta non avremmo consentito ad alcuno di sacrificarsi sull'altare della solidarietà nazionale. Prendemmo le nostre precauzioni anche nei confronti dei parassiti sociali, cioè quei signori che dormono sonni tranquilli e non si muovono mai, salvo a gridare l'invocazione dei problemi globali quando i ciechi dicono basta alla sonnolenza. Se noi agitiamo un problema, riusciamo anche a procurare la copertura finanziaria, non possiamo consentirci di aspettare per anni chi vive più nel suo partito che nelle associazioni. I ciechi ai loro partiti hanno sempre chiesto leggi e non carriere, e chi si pone in ritardo con la sicurezza sociale non può pretendere di bloccare le leggi dei non vedenti in nome della globalità. La globalità noi l'abbiamo servita sempre, conquistando nuovi traguardi poi raggiunti da altri settori e con nostra viva soddisfazione. Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini riceve i coniugi Fucà e Kervin ed Enzo Tomatis, dopo la vittoriosa battaglia sulla indennità di accompagnamento ai ciechi Avvertimmo che il gioco del massacro non lo avremmo consentito anche a costo di estremi sacrifici. Quando i ciechi sono violenti per svegliare la società, la violenza la impongono a se stessi: la marcia del dolore era lì a dimostrare che sappiamo scuotere la collettività senza il mitra, ma solo col diretto sacrificio di chi chiede giustizia . Questa violenza morale entrò in tutti i palazzi del potere e furono in molti a capire che volevamo la nostra rivincita su tutte le amarezze e i ricatti patiti. L'umanità di Sandro Pertini fu determinante; il Ministro del Tesoro Pandolfi promise e mantenne, le due Camere seppero ritrovare agilità e concretezza in breve tempo. Il 13 dicembre '79 eravamo nella segreteria dell'On. Romita, Vice Presidente della Camera, in attesa dell'esito del voto definitivo della 1° Commissione. Eravamo tesi, però fiduciosi. La brava Sig.ra Tricarico, eccezionale funzionaria del Parlamento, antica amica delle nostre attività legislative, ci faceva da telefonista. Insieme a Roberto e a me erano Milena, Edda e l'amico Enzo Tomatis Presidente dèll'U.I.C. in Piemonte. Giù nel parlatoio, al completo, il Consiglio Nazionale. Ogni qualvolta squillava il telefono, Tomatis scattava e ansioso si portava accanto alla Tricarico: le toccava i capelli e le spalle mentre questa brava amica rispondeva alla chiamata. La scena si ripeté più volte e ad un certo momento la Tricarico sorridente e paziente disse:Tomatis, con questo tuo sistema braille mi stai spettinando tutta . Facemmo una bella risata, mentre finalmente il telefono squillò per noi. La legge era passata col voto unanime in sede legislativa presso la Commissione Interni e tutto era a posto. Agli amici che ci attendevano ebbi la forza di dire poche parole, ero commosso, il cuore mi batteva e la gola era serrata. Per la prima volta si stabiliva un'equiparazione fra i trattamenti dei ciechi di guerra e dei ciechi civili. In poco tempo l'indennità dei miei Compagni d'ombra, dalle 65.000 lire mensili, sarebbe passata alle 288.000, ma il risultato giuridico di più grande rilevanza era la piena parità conquistata con i trattamenti a favore dei ciechi di guerra. Il Natale del 1979 riscattò quello del 1976. La dolorosa beffa di allora era stata ampiamente vendicata e l'ultima battaglia del terzo Presidente dell'Unione, combattuta con i commoventi compagni del'76, del '77 e del fortunato '79, era già in tutte le case dei ciechi italiani ad arricchire di serenità e di giustizia tante famiglie . Per loro e solo per loro i dirigenti di Sezione, il Vice Presidente Kervin, il Segretario Generale Merendino ed il sottoscritto, avevano saputo salire e scendere dalla croce per ben tre anni, ma finalmente la giustizia, anche questa volta, aveva trionfato. Sull'onda di questo importante successo, anche tutto il sistema pensionistico nei primi mesi del 1980 vedrà un netto miglioramento. Circa il cinquanta per cento in più per i privi di vista meno gravi e, per tutti, criteri erogativi meglio ,adeguati ai redditi tollerati per le concessioni. Per questi successi ho ricevuto affettuose attestazioni da ogni parte d'Italia, ma gli amici di Reggio Calabriia sono stati commoventi. Il 29 marzo del 1980, nella sala consiliare del Comune di Scilla, il Sindaco prof. Giuseppe Vita mi consegnava una medaglia d'oro, accompagnando il dono con parole toccanti. Scilla festeggiava uno dei tanti suoi figli che per le vie del mondo avevano fatto il proprio dovere onorando la propria terra. Tanti decenni prima, mio padre aveva portato in Paese una banda di ciechi, ora, accanto a me, erano i quadri della nuova Unione: Presidi di liceo, funzionari di Prefèttura, insegnanti, fisioterapisti, centralinisti, giornalisti, tutti non vedenti, riuniti col popolo di Scilla. In quella sala eranO presenti anche i miei parenti: contadini, pescatori, professionisti. La serata la concludemmo al ristorante di mio cugino,Angelo e Nicolina , con chitarre e stornelli della mia Calabria. IL PRATO VERDISSIMO E I SUOI MILLE FIORI. Ecco l'Unione dal 1920 al 1980. Sessant'anni di storia e una rivoluzione che ha raccolto gli esclusi e li ha fatti diventare un popolo. Quante lotte, quanti successi! Quanta strada dalle stanze sbarrate per nascondere la vergogna di un dramma alla pienezza della vita! Quanto cammino dalla professione di mendìchi alle vette più alte della dignità e della parità sociale! Ecco l'Unione, il prato verdissimo che ha resistito alle cocenti calure di sessanta stagioni di estati assolate, così come ha retto alle guazze e alle gelate di sessanta lunghissimi inverni. E passata attraverso regimi, guerre, furia devastatrice di uomini impazziti dall'arroganza del potere; ha subìto e superato colpi che le venivano inferti da società lanciate nell'ebrezza dei piaceri da possedere e consumare senza uno sguardo per chi stentava a nutrirsi, per chi invocava un banco di scuola, un posto di lavoro, un attimo di solidarietà. Ecco il prato verdissimo che vive e si rinnova nel corso dei decenni, irrorato a volte di lacrime e più spesso dalla fonte perenne del genio dei grandi Maestri la cui vita è anche luce vivissima che riscalda e illumina i mille fiori. Ed ecco i mille fiori rappresentati dalle mille esistenze di uomini che in ogni città d'Italia, ieri, oggi, domani, disegnano operando, soffrendo, lottando la nuova vita dei singoli, la grande nuova cordata del bene, l'impareggiabile gara di chi dona di più ai fratelli, alle sorelle vittime della cecità. Ed ecco i mille dirigenti che nelle Sezioni vivono il dramma dei ciechi senza speranza e delle loro famiglie portate a nascondere il lutto d'una sventura per la quale non vedono avvenire. E inComincia l'opera, l'opera santa e lenta del ritorno alla vita di tutti, attraverso la scuola, il lavoro, la famiglia, le lotte nella società. Vorrei poterli nominare tutti questi mille fiori che con la loro vita difficile, nei decenni, hanno esaltato la bontà e onorato le migliori virtù di cui gli uomini eccezionali sono dotati. Vita di Sezione, vita di trincea, vita con la gente e contatto diretto con la disperazione del trentenne che fino a ieri aveva occhi, lavoro, sposa, figli e che ora, senza più vista né lavoro, per questo immenso bene perduto, sente in sé tanta, tanta voglia di procurarsi la morte. Ed ecco il primo grande miracolo: nei sessant'anni di vita dell'Unione, nessun cieco a contatto con l'Organizzazione ha preferito la morte all'esistenza fatta di lotte, di rinunce, di contrasti e di successi . Percorriamo insieme l'Italia e vediamolo al lavoro qualcuno di questi mille fiori che sono vanto e sorriso dell'intera collettività nazionale. A Biella la rappresentante dell'Unione, la non vedente Signora Franchino, riceve una mamma disperata che porta in un cesto un neonato cieco.Che ne faccio di un figlio che non vede?domanda fuori di sé. E la risposta, serena:Signora, cosa ha fatto mia madre di me, figlia cieca. Se proprio non sa cosa farne, me la lasci qui questa creatura e vedrà che un giorno sarà un cittadino come gli altri . A Palermo, la capitale dell'isola che ha il più doloroso dei primati, il maggior numero dei ciechi e i più poveri, sono al lavoro Giacomo Murana, Franco Incorvaia, Gino Di Trapani, Rocco Gambino; esistenze meravigliose che strappano dal deserto acqua e ossigeno per garantire la vita ai loro fratelli. Giacomo Murana riuscì a fare l'Assessore all'Urbanistica al Comune di Palermo, facendo toccare con mano come altri dal loro posto di direttori e di insegnanti che anche nell'isola i privi di vista avevano un ruolo e una speranza. Così a Udíne, il Presidente Carino Tissino già in Sezione dopo poche ore dalla prima tremenda scossa del terremoto del Friuli. E un fisioterapista, la moglie potrebbe lavorare come in tante faniiglie d'oggi, ma non in questo caso: quella compagna è l'autista della macchina familiare al servizio del marito Presidente e dei SOCi che ne hanno bisogno. Su per i monti e via in tutte le direzioni per essere al fianco dei soci in ogni evenienza. Il terremoto colpisce una meravigliosa Casa di Riposo per i ciechi anziani,Villa Masieri , ed ecco il miracolo della ricostruzione in tempi di record. Tissino, Pinto, Luppi, affiancati dal personale vedente della casa e dalla generosità di amici della categoria, ricompongono la comunita entro breve tempo. A Reggio Calabria Giuseppe Rognetta, impiegato alle poste con moglie e due figli, perde la vista e pensa al suicidio, ma poi incontra l'Unione, si rimette a studiare, è centralinista dell'Opera Sila e dopo il lavoro c'è la Sezione di cui ora è Presidente. Tutta la sua vita è spesa per far studiare gli altri, per conquistare posti di lavoro; con lui operano Casella, Iacopino e tanti altri giovani stupendi. A Reggio non esistono giovani ciechi disoccupati e la Citta, finalmente, conosce il problema dei non vedenti. A Modena, Giovanni Piani, Angela Lugli e, ancora, giovani che conquistato il loro posto di lavoro vivono in Sezione l'impegno più bello operando nel sociale. Convegni per insegnanti vedenti che dovranno accogliere nelle loro classi bambini ciechi tavole rotonde per discutere il problema della cecità, propaganda per istruire chi vede a preservare la vista giocando, studiando, lavorando, corsi per la donna non vedente per renderla idonea al cucito, alla cucina, alla vita di relazione. A Torino Enzo Tomatis, dinamico, instancabile, promotore di una collaborazione con gli Enti Locali alla luce del nuovo dettato regionalistico e del conseguente decentramento istituzionale. Enzo sa che i servizi non piovono dal cielo e li reclama, li inventa, perché vuole l'Unione stimolatrice e realizzatrice del bene e del concreto. A Catanzaro una perla: Ezio Galiano, Preside non vedente di un grande liceo. Non lo hanno portato a quel posto né la mafia, né la politica. Ezio è cieco e vuole dimostrare che gli occhi non contano. Si presenta al concorso e lo vince. La moglie ha da badare al marito non vedente, ha anche quattro figli, è maestra, ma vuole gareggiare in bravura con Ezio e allora trova il tempo per laurearsi. Ezio è Presidente dell'U.I.C. di Catanzaro e della sua Regione. E così a Cosenza dov'è Presidente della locale sezione Vito Romagno valoroso insegnante che, con Franco Zicarelli, alto funzionario della Prefettura, è l'instancabile costruttore di una realtà nuova per i ciechi nella Regione. Da ragazzo sognavo di essere l'avvocato dei miei concittadini e con grande gioia vedo che nella mia terra gli avvocati della nostra causa sono tanti e tanto valorosi. A Milano il Presidente Mario Censabella, Giuseppe Gieli e tanti altri, con l'amico Enzo Zaniboni, sono alla guida di un'eccezionale Sezione che gestisce servizi di sostegno per tutti i ciechi italiani come il Centro Tiflotecnico e la Stamperia Braille. Operosi continuatori di uomini meravigliosi. Eccezionale anche l'amico Lino Cavicchini presidente di Mantova e del Consiglio regionale lombardo. A Enna il Prof. Giunta, filosofo, scrittore, docente universitario, Presidente della sua Sezione, è con alto prestigio al fianco di tutti i ciechi della sua provincia per debellare, almeno tra i ciechi, l'ignoranza e la fame. A Terni Ferruccio Miniucchi, partigiano, avvocato, consigliere comunale ma, soprattutto, grande e nobile tempra di combattente per la presenza del cieco nella società senza il marchio del pecCato originale che, nella storia, lo ha fatto passare dalla Rupe Tarpea all'emarginazione, dall'inabilitazione al ricovero. Ferruccio, nella sua città, nella sua Regione e in sede nazionale attraverso l'impe gno di legale del nostro Movimento, ha lottato con la grinta del partigiano, con la serietà dei suoi studi, con la vivezza della sua intelligenza, con la generosità della sua formazione civile A Lucca Dino Roberti, un cieco di guerra che ha rifiutato un posto di lavoro per essere a tempo pieno al servizio dei fratelli più colpiti. Una vita intera passata visitando le case dei soci, le sedi dei Comuni e quelle di tutti gli uffici interessati per chiedere interventi ed elargire solidarietà. Una vita intera spesa per una causa che non era la sua, ma che ha sentito vivissima e pressante e che ha servito con umiltà e nobiltà. in Puglia Vito Antonio Zito, Tassulis, La Stilla, Cudazzo Quinio Scodditi guidano il riscatto umano e sociale dei numerosi priVi di vista nella loro Regione, riuscendo a scuotere le comunità locali e a suscitare rispetto per la loro Organizzazione. A Sassari si fa onore Luigi Tola, Preside, più volte assessore Comunale, membro della Giunta Nazionale e così pure Cherchi Presidente della Sardegna, insieme ottimi capi fila dei quadri dirigenti di Cagliari, Oristano, Nuoro e Sassari. Tutta eccezionale la gente di Sardegna; uomini di cultura, telefonisti, fisioterapisti, lavorano per la loro Unione con umiltà e intensità di sentimenti. E COSi in Toscana dove spendono intelligenza e costanza il Prof. Matteo Allocco, il Prof. Carlo Monti, mio figlio Gianni, Borrani, Baragli, il meraviglioso Presidente di Grosseto e della Regione, Sisinnio Pittau, Paolo Recce, Rolando Donnini, Attilio Borelli e tanti altri. E Francesco Schiavone, un lottatore di rarissima tempra, un vero missionario nella difficile terra di Lucania, dove tutto è difficile, tutto è da conquistare più volte, perché basta lo spostamento i un uomo politico da un posto chiave e bisogna ricominciare da capo Quanto ha lavorato Francesco per ammorbidire la segreteria di Colombo durante le Cento battaglie per strappare le coperture finanziarie ai nostri provvedimenti sulle pensioni! Solo la dolcezza del carattere di Francesco poteva piegare quei mastini alla guardia del Tesoro nazionale. E i grandi del Veneto: Ferruccio Gumirato, Francesco Barause, Enzo Tioli, un giovane quest'ultimo che al recente Congresso è stato eletto membro della Giunta Nazionale. E Presidente della Biblioteca per CiechiRegina Margheritae responsabile del settore Cultura e Istruzione dell'Unione. Nelle Marche operano con grande prestigio, fra gli altri, Aldo Gralssini e Claudio Conti. Tenacissimi i bravi Emiliani: Bruno Albertazzi Presidente di Bologna e della Regione, Sante Lambertini, Gino Ballardini, Ezio Maletto e l'ottimo Amerigo Canosi, altro cieco di guerra che non ha voluto un posto di lavoro per servire a tempo pieno la causa dei ciechi civili. Nell'Abruzzo e nel Molise operano giovani capaci e forti come le difficoltà di quelle terre, e l'Unione è presente al fianco dei figli delle tenebre di queste due regioni povere e generose. Spicca tra di loro Augusto D'Achille per una lunga consuetudine di lotta e di risultati. Giacomelli e Stohner a Trento e Bolzano, afiiancati dall'impareggiabile segretario Ernesto Bonvicini, hanno guidato battaglie memorabili per la legislazione delle Regioni a Statuto Speciale, gareggiando con le consorelle in un impegno che, spesso, ha fatto arrossire il Parlamento Nazionale. Tutti i dirigenti della Sicilia, della Sardegna, del Trentino-Alto Adige, della Val D'Aosta e del Friuli Venezia Giulia, sono stati cornmoventi per la fede e la passione spese nelle aule dei rispettiVi Parlamenti dove hanno conquistato, per i ciechi rappresentati, leggi di enorme valore giuridico, sociale, economico e morale. Giuseppe Castronovo, Antonio Cherchi, Candido Giacomelli, Emi lio Alliod e Tullia Bresin sono i costruttori della grande realtà regionalistica . Sono certo che guardando a questo luminoso esempio, le altre Regioni, col tempo, daranno una risposta positiva alla nostra grande attesa di vedere realizzato il sogno di un'Italia decentrata che sa costruire risposte di civiltà per i figli più deboli. Nel Lazio, le più recenti strutture sezionali vedono al lavoro quadri collaudati da lotte memorabili e quadri in via di formazione. Carlo Carletti, Leucio Fortini, Gian Piero Notari, Sergio Durini, guidano la nostra presenza nella Regione e rispondono con generoso slancio alle ansie dei soci. E nella difficile Campania, l'Unione vede al lavoro tutti i miei compagni di collegio: Sica a Salerno, Sarno ad Avellino, Grimaldí a Benevento, Daniele a Caserta e nel duro, durissimo impegno rnella città di Napoli, l'instancabile amico Coppola, affiancato da Avolio ed altri. E per chiudere questo capitolo la Liguria, la terra delle nostre origini dove lavorano, con rara efficacia, il Prof. Enrico Poggi Presidente regionale, Toffan a Genova, Vaglini a Savona, Lertore a La Spezia. Grandi combattenti, e per l'intera esistenza, furono l'illustre matematico non vedente prof. Angelo Bonvino e il fisioterapista Ugo Manera. Ancora attivo e tenace è poi l'instancabile Guldo Guainazzo, un uomo che, da ogni ruolo ricoperto, ha procurato prestigio per l'Unione. Il compito che mi è stato affidato nello scrivere questo libro e quello del racconto della mia vita inserita nella storia dell'Unione quindi mi sono limitato a nominare solo pochi operatori delle nostre Sezioni, ma ritengo che la schiera sarebbe tanto più lunga se parlando di grandi ciechi si entrasse nel mondo della cultura e delle professioni. Il cammino dei ciechi, ad esempio, è stato illuminato dalla vita e dagli scritti di Nino Salvaneschi, Enrico Ceppi, Silvestro Banchetti, Achille Norsa e altri. Ma non avremmo scritto la stupenda storia dei ciechi e delle loro forti strutture organizzative, se non si fossero posti al nostro fianco uomini e donne dotati di occhi per guidarci, pronti a percorrere con noi animati da fede nella giustizia e da responsabiita sociale tutte le impervie salite della nostra umana fatica che doveva condurci alla mèta della dignità e del riscatto agognati. Nora Arnaud, Benedetto Tortorella, Adriana Baracchi, che occhi che anime! Hanno visto tutto per noi, hanno trepidato di gioia per i nostri successi, il loro viso si è sbiancato col nostro ogni qualvOlta le avversità Ci hanno fatto tremare. In questi tre nomi, cari e indimenticabili, il pensiero e la gratitudine dei ciechi italiani raccolgono quelle Centinaia di nostri collaboratori e collaboratrici che in ogni parte d'Italia hanno speso la vita al nostro fianco, costruendo silenziosamente e umilmente la catena della bontà e della solidarietà umana. PROFILO DELLA PERSONA E DELL'OPERA DELLA SIGNORA ANGIOLA MARIA MIGLIAVACCA Un angelo per i ciechi italiani In una villa sulle colline della Brianza la Signora Angiola Maria Migliavacca (Presidente Onorario della Ditta Campari) trascorre giorni di sereno riposo dopo una lunga e molteplice attività consacrata all'insegnamento ed al lavoro, all'aiuto dei bisognosi, al sostegno delle arti e delle iniziative a scopo sociale ed umanitario. Figlia di un notaio e di un'insegnante, brillantemente diplomatasi in pedagogia e magistero, iniziò giovanissima la carriera dell'insegnamento alla quale la predisponevano doti innate, l'educazione e l'ambiente familiare, nonché una vocazione sicura. Insegnò per oltre 30 anni pedagogia, letteratura e morale ponendo la sua fine intelligenza e la sua passione per gli ideali umanistici al servizio della gioventù e della scuola; 30 anni di vita quotidianamente vissuta con i giovani, cercando di trasfondere in essi gli ideali di laboriosità, d'integrità, di cultura, d'impegno morale e di perfezione della persona che ella stessa perseguiva ogni giorno per sé. Questo pluridecennale contatto col mondo giovanile, coi problemi esistenziali che si pongono molteplici ed assillanti alle generazioni che si affacciano alla vita, costituì un'esperienza fondamentale che arricchì in maniera straordinaria la sua personalità facendone una profonda conoscitrice dell'animo ed una raffinata psicologia. A 60 anni compiuti, quando la stragrande maggioranza delle donne che hanno svolto una professione si ritira dall'attività per un meritato riposo, le vicende familiari le imposero una nuova e per lei inedita attività che segnò l'inizio di una nuova non meno intensa ed ancor più impegnativa fase della sua vita: alla morte del marito ella fu chiamata a sostituirlo ai vertici della Ditta Campari di cui divenne Presidente e della quale resse le sorti e guidò le fortune per un ventennio (dal 1955 al 1975) mettendo a profitto in un settore a lei completamente sconosciuto la sagacia, la cultura, la sensibilità, la saggezza, lo spirito di comprensione, in una parola tutte le doti così lungamente coltivate ed affinate nella prima parte della sua vita. Queste doti umane, sorrette da una volontà e da una fedeltà all'impegno assunto con dedizione senza compromessi, costituiscono la chiave per spiegare e comprendere il grande successo con cui la Signora Angiola Maria Migliavacca ha svolto i compiti di alta professionalità e di sicura visione che vengono richiesti alle Presidenza di un'azienda d'importanza, di diffusione e di rinomanza mondiali. Giunta ai vertici della notorietà con il conseguimento di numerose onorificenze, tra cui spicca il titolo di Cavaliere del Lavoro al merito della Repubblica, la Signora Migliavacca si è sempre più dedicata ad un'ampia attività di mecenatismo e di solidarietà umana mediante generose elargizioni, continuando così la nobile tradizione instaurata dai suoi predecessori. Fra le tante sue iniziative un particolare significato assume il costante aiuto dato nel tempo alla Unione Italiana Ciechi mediante un consistente contributo per la realizzazione della Casa di Riposo Vacanze in Tirrenia, aiuti finanziari all'Ente Nazionale di Lavoro per l'attività dello stesso svolta nella Sede di Firenze ed infine la donazione di Villa Letizia dotata di un ampio parco sita a Caravate (Varese) ammobiliata ed attrezzata affinché le persone non vedenti potessero trovarvi confortevole soggiorno. In questa villa aveva trascorso molte ore della giovine za suo marito Antonio Migliavacca, assieme al padre cieco. ROBERTO KERVin. Metalmeccanico, Penalista, Dirigente dell'U.I.C. Da vedente era metalmeccanico, poi un residuato bellico gli spense per sempre le pupille e lo cacciò nella cecità totale. Era già impegnato nella vita politica e sindacale e la nuova condizione lo chiamò a scelte mai pensate. Farò l'avvocato , disse ai suoi cari e ai tanti amici più disperati di lui nell'affrontare la nuova situazione . All'Istituto Cavazza di Bologna, condensando più volte anni di studio in un medesimo corso scolastico, conseguì la laurea in legge. Loperaio vedente si era trasformato in un professionista cieco. Nel suo studio a Trieste la gente cominciò a trovare un penalista attento e capace e in città la sua fama crebbe rapidamente. Conobbi Roberto Kervin quando a Trieste aveva consolidato definitivamente la sua professione ed era già consigliere comunale, vice segretario del suo partito e presidente regionale dell'Unione. ViVeva una giornata intensissima. Al suo fianco una sposa eccezionale, la brava e bella Edda, guida, lettrice,,, autista, segretaria, ma soprattutto compagna eccellente. Nel 1970 Roberto fu il Presidente del Congresso del cinqUantenario e colpi per la prontezza del pensiero e la concretezza degli interventi. Guidò con grande prestigio il rilancio dell'azione del Sodalizio nel campo della profilassi visiva e nel 1974 fu eletto Vice Presidente Nazionale dell'Unione. Ricordo le parole dei soci triestini in una riunione per festeggiare quella promozione. Tutti manifestarono rammarico per il passaggio di Kervin da Trieste a Roma: nella Regione aveva operato con grinta e risultati brillanti e temevano di perderlo Al mio fianco Roberto ha lavorato con intensità di azione e completa abnegazione. La durezza dei tempi lo teneva a Roma per settimane intere e lo studio a Trieste era trascurato sistematicamente. Con grande senso di responsabilità, Kervin rispose alla fiducia dei suoi compagni d'ombra staccandosi da tutti gli impegni politici e professionali di Trieste e lanciandosi nell'impresa romana per aiutarmi a difendere l'Unione e la causa dei ciechi italiani. Tutte le Associazioni vissero dal 1974 al 1978 tempi difficilissimi. Un bel numero di sindacalisti di posizione intermedia pensava che la società non avesse bisogno di misurarsi con le associazioni che raccolgono interessi e rappresentanza di mutilati di guerra o civili. Si sosteneva che bastavano per tutti i sindacati e si ignorava che il pluralismo, dove non esiste, è invocato come unica salvezza per evitare le società monolitiche e totalizzanti. Ma in Italia tutto è possibile e stava accadendo anche quello che in Russia o in Germania, o in Cina, nessuno ha mai sognato. Kervin, al mio fianco, ha percorso tutte le strade di Roma, ha salito le scale di tutti i Ministeri, ha incontrato amici e avversari per scongiurare la cancellazione per legge delle diverse entità associative. E' stato il grande avvocato della nostra ferma decisione di rimanere liberi membri di una minoranza sociale che, attraversO l'Unione, voleva e vuole richiamare la collettività nazionale ai suoi doveri di solidarietà. L'Organizzazione dei ciechi italiani, da lui rappresentata nelle diverse sedi internazionali, riconquistò prestigio e in breve tempo Kervin si vide affidare la Presidenza europea della Federazione Internazionale dei Ciechi. E' inoltre Presidente della Sezione Italiana dell'Agenzia Internazionalè per la prevenzione della cecità, in stretto contatto con prestigiosi oculisti italiani e stranieri che operano sotto l'egida del Consiglio Mondiale della Sanità e di tutte le strutture comunitarie Durante la mia lunga malattia è rimasto solo al timone della nostra barca e tutto ha funzionato benissimo I compiti affrontati sono stati molti e gravi e a lui siamo in tanti a dovere gratitudine. Ha operato con una grande fede, prima per difendere l'associazione, pOi per rinnovarla e darle la grinta di combattività che ha portato alla bella battaglia e alla significativa vittoria che ci ha fatto conquistare l'indennità di accompagnamento per i ciechi civili parificata a quella erogata ai ciechi di guerra. In officina il giovane metalmeccanico plasmava i metallí con l'aiuto del fuoco, poi con la ricchezza dei suoi studi e la forza della sua grande volontà ha preso a plasmare il diritto in favore dei ciechi d'Italia, col calore dei suoi ideali. ATTIVITA LEGISLATIVA DELLA PRESIDENZA FUCA'. 1966 D.M. 20 gennaio - Concorso per titoli ad esami al posto di Preside nell'Istituto StataleAugusto Romagnolidi specializzazione per gli educatori dei minorati della vista in Roma. C.M.P.I. 12 febbraio n. 77 Assunzione di ciechi abilitati all'esercizio di centralinista telefonico. D.P.R. 15 marzo - Costituzione del Consiglio di Amministrazione dell'Opera Nazionale Ciechi Civili. O.M. 5 maggio - Collocamento dei professori ciechi di Canto corale e di educazione musicale nel ruolo speciale transitorio della scuola media, ai sensi della legge 6 dicembre 1975 n. 1373. D.M. 13 maggio, n. 2613 - Conferma del Presidente dell'Istituto Nazionale per le Case Popolari per i Ciechi. Legge 14 maggio, n. 358 - Contributo annuo per il funzionamento del Centro Nazionale dei Donatori degli OcchiDon Carlo Gnoccki . D.M. 31 maggio - Concorso al posto di direttore delle Scuole elementari per ciechi funzionanti presso l'Istituto Regionale di Torino Legge 1 luglio, n. 515 - Concessione di un contributo straordinario di Lire 3 miliardi a favore dell'Opera Nazionale Ciechi civili. D.P.C.M 5 luglio - Determinazione della quota riservata all'Ente Nazionale di Lavoro per i Ciechi nelle forniture da appaltarsi dalle Amministrazioni dello Stato per il biennio 1 luglio 1966 - 30 giugno 1968. D.M. 29 luglio - Approvazione del programma di esami del concorso al posto di Preside dell'Istituto StataleAugusto Romagnoli di specializzazione per gli educatori dei minorati della vista e riapertura dei termini per la partecipazione al concorso. 1967 D.P.R. 25 febbraio, n. 905 - Trasformazione della Scuola di musica per ciechi S. Alessio in Sezione staccata del Conservatorio di musica S. Cecilia di Roma. D.P.R. 25 febbraio, n. 906 - Trasformazione della Scuola di musica per ciechi F. Cavazza in Sezione staccata del Conservatorio di musica G. Martini di Bologna. Legge 11 aprile, n. 221 - Norma integrativa dell'articolo 1 della legge 5 marzo 1965, n. 155, sul collocamento dei centralinisti ciechi. D.M. 20 aprile - Immissione di insegnanti abilitati nei ruoli della scuola media per ciechi, ai sensi della legge 25 luglio 1966, n. 603. D.I. 2 maggio, n. 8480 - Modificazioni alleConcessioni Speciali per determinati trasporti di persone, di bagagli e di altre cose sulle Ferrovie dello Stato . D.P.R. 10 maggio n. 1449 - Trasformazione dell'Istituto musicale per ciechi L. Configliachi di Padova, in Sezione staccata del Conservatorio di musica di Venezia. Legge 11 maggio, n. 366 - Dichiarazione di inesigibilità di alcuni crediti dell'Opera Nazionale Ciechi Civili. D.P.R. 24 maggio, n. 1107 - Trasformazione della scuola di musica presso l'Istituto per ciechi D. Martuscelli di Napoli in Sezione staccata del locale Conservatorio di musica. Legge 13 luglio, n. 576 - Aumento del contributo annuo dello Stato e concessione del contributo straordinario a favore dell'opera Nazionale per i ciechi civili. D.P.R. 25 luglio, n. 889 - Regolamento per l'attuazione della legge 26 ottobre 1952, n. 1463, concernente i concorsi per titoli ed esami a pOsti di maestro elementare e di insegnante di musica e canto nelle scuole per ciechi. L.R. 29 luglio, n. 19 - Modificazioni alla legge regionale 11 maggio 1965, n. 4, concernente l'assistenza integrativa regionale a favore dei ciechi civili. L.R. 14 agosto, n. 17 - Modifiche alla legge regionale 25 agosto 1962, n. 14, e successive modificazioni, concernente norme di integrazione alle provvidenze statali ai ciechi civili. Legge 29 settembre, n. 946 - Ammissione dei diplomati e laureati ciechi a taluni concorsi a cattedre ed ammissione degli insegnanti ciechi abilitati nei ruoli delle scuole medie. 1968 D.M. 2 gennaio - Concorso al posto di Direttore nelle scuole elementari per ciechi funzionanti presso l'Istituto regionale di Lecce D.M. 2 gennaio - Concorso a posto di Direttore nelle scuole elementari per ciechi funzionanti presso l'Istituto Florio e Salamone di Palermo. L.R. 23 febbraio, n. 14 - Contributi alle sezioni sarde dell'Unione Italiana dei Ciechi per funzionamento e organizzazione. D.P.R. 1 marzo, n. 1080 - Trasformazione della scuola di musica per ciechi di Milano in Sezione staccata del Conservatorio di musica. Legge 12 marzo, n. 271 - Norme per la concessione di un contributo straordinario a favore dell'Opera Nazionale per Ciechi Civili. Legge 18 marzo, n. 444 - Ordinamento della scuola materna statale. Legge 28 marzo, n. 406 - Norme per la concessione di una indennità di accompagnamento ai ciechi assoluti assistiti dall'Opera Nazionale Ciechi Civili. Legge 2 aprile, n. 455 - Modifica alla legge 18 febbraio 1963, n. 243, concernente provvidenze in favore della bibioteca italiana per i ciechi Regina Margherita e del Centro nazionale del libro parlato . Legge 2 aprile, n. 466 - Provvidenze economiche per gli insegnanti elementari delle scuole speciali statali. Legge 2 aprile, n. 471 - Contributo a favore dell'Istituto Nazionale dei ciechi Vittorio Emanuele II di Firenze. Legge 2 aprile, n. 519 - Modifiche alla legge 3 aprile 1957, n. 235, relativa ai prelievi di parti di cadaveri a scopo di trapianto terapeutico. D.P.R. 9 maggio, n. 1406 - Regolamento, programmi ed orari di insegnamento della scuola nazionale professionale per massofisio terapisti ciechi di Firenze. D.P.C.M. 20 giugno - Determinazione della quota riservata all'Ente nazionale di lavoro per i ciechi nelle forniture da appaltare dalle amministrazioni dello Stato per il periodo 1 luglio 1968 - 31 dicembre 1969. O.M. 10 agosto, n. 352 - Assegnazione di direttori didattici ad attività di sperimentazione didattica, riferita alla educazione dei minorati della vista. L.R. 2 settembre, n. 32 - Modifiche alla legge regionale 14 agosto 1968, n. 17 contenente norme di integrazione alle provvidenze statali per i ciechi civili. D.P.R. 7 settembre, n. 1542 - Modificazioni al decreto del Presidente della Repubblica 10 maggio 1967, n. 1449, concernente la trasformazione della scuola musicale per ciechi L. Configliachi , di Padova, in sezione staccata del Conservatorio di musica di Venezia. 1969 D.P.R. 27 marzo, n. 130 - Stato giuridico dei dípendenti ospedalieri. D.M. 22 maggio, n. 8361 - Costituzione del consiglio d; amministrazione dell'Istituto case popolari per cíechi. D.M. 11 agosto - Modalità concernenti l'applicazione dell'articolo 5 della legge 3 aprile 1957, n. 235, sul prelievo di parti di cadaveri a scopo di trapianto terapeutico. L.R. 14 agosto, n. 28 - Provvidenze a favore dei ciechi civili e dei sordomuti della regione Friuli Venezia Giulia D.P.C.M. 24 settembre - Determinazione della quota riservata all'Ente nazionale di lavoro per i ciechi delle forniture da appaltare dalle amministrazioni dello Stato. Legge 21 novembre, n. 928 - Aumento del contributo annuo dello Stato a favore dell'Unione Italiana Ciechi. O.M. 18 dicembre, n. 7595 - Concorso magistrale per esami e titoli per posti del ruolo speciale nelle scuole elementari per ciechi. 1970 D.P.R. 23 marzo - Scioglimento del Consiglio di amministrazione e nomina del commissario straordinario dell'Opera Nazionale Ciechi Civili. Legge 27 maggio, n. 382 - Disposizioni in materia di assistenza ai ciechi civili. D.P.R. 1 giugno, n. 1399 - Riordinamento dell'Istituto di istruzione professionale per ciechi di Napoli. D.P.R. 1 giugno, n. 1400 - Riordinamento dell'Istituto di istruzione professionale per ciechi di Firenze. D.L. 19 giugno, n. 370 - Riconoscimento del servizio prestato prima della nomina a ruolo dal personale insegnante e non insegnante delle scuole di istruzione elementare, secondaria ed artistica. Legge 26 luglio, n. 576 - Conversione in legge con modificazioni del decreto legge 19 giugno 1970, n. 370, concernente il riconoscimento del servizio prestato prima della nomina a ruolo dal personale insegnante e non insegnante delle scuole di istruzione elementare, secondaria ed artistica. L.R. 30 luglio, n. 13 - Modificazioni alle leggi regionali 11 maggio 1965, n. 4, e 29 luglio 1967, n. 19, concernenti l'assistenza integrativa regionale a favore dei ciechi civili. Legge 20 novembre, n. 962 - Disposizioni relative ai brevetti di invenzioni destinate esclusivamente ai non vedenti. L.R. 27 novembre, n. 44 - Provvidenze integrative a favore dei ciechi CiVili e dei sordomuti. L.R. 18 dicembre, n. 33 - Estensione dell'assistenza farmaceutica ai titolari della rendita di cui alla legge regionale 11 settembre 1971, n. 8, e dell'assegno mensile di cui alla legge regionale 25 agosto 1962, n. 14, iscritti presso le casse mutue provinciali di malattia per i coltivatori diretti, per gli artigiani e per gli esercenti attività commerciali di Trento e di Bolzano. Legge 23 dicembre, n. 1091 - Proroga delle agevolazioni tributarie e finanziarie in favore dell'Ente nazionale di lavoro per i ciechi 1971 Legge 20 aprile, n. 320 - Facoltà dei ciechi civili che svolgono un cospicuo lavoro e che sono ex titolari della pensione di reversibilità di cui all'articolo 12 della legge 15 febbraio 1958, n. 46, di optare al termine dell'attività lavorativa, per tale pensione di reversibilità. Legge 8 maggio, n. 303 - Modifica dell'articolo 11 della legge 27 maggio 1970, n. 382 recante disposizioni in materia di assistenza ai ciechi civili. Legge 19 maggio, n. 403 - Nuove norme sulla professione e sul collocamento dei massaggiatori e massofisioterapisti ciechi. Legge 3 giugno, n. 397 - Norme a favore dei centralinisti ciechi. Legge 6 dicembre, n. 1035 - Proroga delle agevolazioni tributarie e finanziarie in favore dell'Ente nazionale di lavoro per i ciechi. Legge 6 dicembre, n. 1074 - Norme per il conseguimento dell'abilitazione all'insegnamento nelle scuole secondarie e per l'ammissione nei ruoli del personale insegnante e non insegnante. 1972 D.P.R. 6 ottobre, n. 996 - Approvazione del regolamento per l'esecuzione e l'attuazione delle disposizioni contenute negli ultimi due commi dell'articolo 9 della legge 27 maggio 1970, n. 382, concernenti l'assistenza sanitaria a favore dei ciechi civili (G.U. 22.2.73, n. 49) D.P.R. 30 dicembre, n. 1036 - Norme per la riorganizzazione delle amministrazioni e degli enti pubblici operanti nel settore della edilizia residenziale pubblica (G.U. 3.3.73, n. 58). Sopprime l'Istituto Nazionale case popolari per i ciechi. 1973 D M. 30 gennaio - Formazione di graduatorie permanenti per l'immissione di insegnanti nei ruoli delle scuole di istruzione secondaria, artistica e professionale ai sensi dell'articolo 7 della legge 6 dicembre 1971, n. 1074 (Suppl. ord. G.U. 15.3, n. 69). Il titolo IV del decreto disciplina l'inclusione nelle graduatorie della scuola media per ciechi e degli Istituti professionali per ciechi. Legge 14 giugno, n. 353 - Aumento del contributo dello Stato in favore della biblioteca italiana per i ciechi Regina Margherita e del Centro Nazionale del libro parlato (G.U. 4.7., n. 168). D.P.R. 29 settembre, n. 601 - Disciplina delle agevolazioni tributarie (Suppl. ord. G.U. 16.10. n. 268). Sono esenti dall'imposta sul reddito: la pensione, indennità di accompagnamento, ecc. dei CieChi civili, le pensioni di guerra e privilegiate; i sussidi assistenziali e assegni di studio (art. 34). Legge 18 dicembre 1973, n. 854 - Modalità di erogazione degli assegni, delle pensioni ed indennità di accompagnamento a favore dei sordomuti, dei ciechi civili e dei mutilati ed invalidi civili (G.U. 2.1.74, n.1). 1974 D.P.R. 28 gennaio - Determinazione della quota percentuale mensile sul trattamento pensionistico fruito da corrispondersi da parte dei ciechi civili per l'anno 1973 (G.U. 4.5., n. 115). Trattenuta per assistenza sanitaria. Legge 14 febbraio, n. 37 - Gratuità del trasporto dei cani guida dei ciechi sui mezzi di trasporto pubblico (G.U. 6.3., n. 61). D.L. 2 marzo, n. 30 - Norme per il miglioramento di alcuni trat tamenti previdenziali ed assistenziali (G.U. 4.3., n. 59). CompreSi i trattamenti dei ciechi civili (art. 5-6). Legge 16 aprile, n. 114 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 2 marzo 1974, n. 30, concernente norme per il miglioramento di alcuni trattamenti previdenziali ed assistenziali (G.U. 2.5., n. 113). Stabilisce la corresponsione dell'assegno di accompagnamento al solo titolo della cecità. D.M. 22 maggio - Determinazione della data di erogazione degli assegni a favore dei sordomuti, dei ciechi civili e degli invalidi civili (G.U. 16.8., n. 214). 1975 Legge 3 febbraio, n. 18 - Provvedimenti a favore dei ciechi (G.U. 19.2., n. 47). Stabilisce il valore legale della firma. Legge 20 marzo, n. 70 - Disposizioni sul riordinamento degli enti pubblici e del rapporto di lavoro del personale dipendente (G.U. 2.4., n. 87). Colloca l'U.I.C. fra gli enti pubblici. Legge 3 giugno, n. 160 - Norme per il miglioramento dei trattamenti pensionistici e per il collegamento alla dinamica salariale (G.U. 5.6., n. 146). Compresi i trattamenti dei ciechi civili (art. 4-7). Legge 6 ottobre, n. 522 - Provvidenze per le iniziative assistenziali dell'Unione Italiana Ciechi (G.U. 7.11., n. 295). D.P.R. 31 ottobre, n. 970 - Norme in materia di scuole aventi particolari finalità (G.U. 2.4., n. 103). Adatta le norme dei decreti delegati alle scuole speciali, comprese quelle per ciechi; disciplina il reclutamento del personale ed i titoli di specializzazione. Legge 2 dicembre, n. 644 - Disciplina dei prelievi di parti di cadavere a scopo di trapianto terapeutico e norme sul prelievo dell'ipOfisi da cadavere a scopo di produzione di estratti per uso terapeutico (G.U. 19.12., n. 334). Comprende íl prelievo della cornea. 1976 Legge 10 maggio, n. 317 - Nomina in ruolo del personale docente incaricato a tempo indeterminato nelle scuole elementari statali nonché disposizioni per il personale docente ed assistente con incarico a tempo indeterminato negli istituti statali per sordomuti (G.U. 29.5, n. 141). Gli articoli 3 5 comprendono nel provvedimento gli insegnanti delle scuole elementari per ciechi, compresi gli insegnanti di materie speciali Legge 11 maggio, n. 360 - Modifica dell'articolo 1 della legge 26 ottobre 1952, n. 1463: Statizzazione delle scuole elementari per ciechi . (G.U. 5.6., n. 147). Consente l'adempimento dell'obblIgo scolastico nelle scuole normali D.M. 7 settembre - Orari e programmi d'insegnamento relativi alle sezioni di qualifica per massofisioterapisti e per centralimsti telefonici funzionanti presso gli istituti professionali per ciechi nicolodi di Firenze e Colosimo di Napoli (G.U. 23.2.78, n. 54). D.L. 23 dicembre, n.850 - Norme relative al trattamento assistenziale dei ciechi civili e dei sordomuti (G.U. 24.12., n. 342). 1977 Legge 21 febbraio, n. 29 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto legge 23 dicembre 1976, n. 850, concernente norme relative al trattamento assistenziale dei ciechi civili, dei sordomuti e degli invalidi civili. (G.U. 22.2., n. 49). D.M. 3 giugno - Approvazione dei programmi dei corsi di specializzazione per il personale direttivo, docente ed educativo da proporre alle scuole ed istituti che perseguono particolari finalità (G.U. 15. 7., n. 192). Sostituisce i programmi del '65 per l'Istituto Romagnoli . D.P.R. 16 giugno, n. 409 - Regolamento di esecuzione della legge 2 dicembre 1975, n. 644, recante la disciplina dei prelievi di parti di cadavere a scopo di trapianto terapeutico (G.U. 23.7., n. 201). D.P.R. 24 luglio, n. 616 - Attuazione della delega di cui all'articolo 1 della legge 22 luglio 1975, n. 382. (Suppl. ord. G.U. 29.8., n. 234). Comprende l'U.I.C. fra gli enti da trasformare; attribuisce alle regioni e ai comuni le competenze assistenziali. 1978 D.P.R. 27 aprile, n. 384 - Regolamento di attuazione dell'articolo 27 della legge 30 marzo 1971, n. 118, a favore dei mutilati e invalidi civili, in materia di barriere architettoniche e trasporti pubblici (G.U. 22.7., n. 204). L'articolo 18 comprende ilmateriale Braillefra gli arredi e i sussidi didattici di cui le scuole devono essere dotate. D.P.R. 23 dicembre - Perdita della personalità giuridica di diritto pubblico dell'Unione Italiana Ciechi, che continua a sussistere come persona giuridica di diritto privato (G.U. 3.3., 1979, n. 62). Legge 23 dicembre, n. 833 - Istituzione del servizio sanitario nazionale (Suppl. ord. G.U. 28.12., n. 360). L'articolo 81 rende operativo dal 1 luglio 1979 il trasferimento alle USL dell'assistenza sanitaria protesica e specifìca ai ciechi civili, agli invalidi e ai sordomuti. 1979 D.M. 9 febbraio - Orari di insegnamento e prove di esame per le scuole medie annesse agli istituti d'arte e ai conservatori di musica e per le scuole medie per ciechi (Suppl. ord. G.U. 2.2., n. 50). D.P.R. 9 marzo - Trasferimento alla Regione Toscana dei beni e del personale del soppressoIstituto Nazionale dei ciechi Vittorio Emanuele IIdi Firenze. (G.U. 31.3., n. 90). D.P.R. 31 marzo - Trasferimento alla Regione Campania dei beni e del personale del soppresso Patronato Regina Margherita pro ciechi istitutoPaolo Colosimodi Napoli (G.U. 23.5., n. 139). D.P.C.M. 9 novembre - Determinazione della quota da riservare all'Ente Nazionale di lavoro per i ciechi, per il biennio 1980-81 (G.U. 11.2.80, n. 40). Legge 22 dicembre, n. 682 - Aumento della indennità di accon gnamento a favore dei ciechi civili assoluti (G.U. 8.1.80 n 6) Equipara l'Indennità di accompagnamento dei ciechi civili a quella percepita dai ciechi di guerra. 1980 Legge 29 febbraio 1980. n.33 - Conversione in legge, con modifìcazioni, del decreto legge 30 diCembre 1979, n.663, concernente provvedimenti per il finanziamento del Servizio sanitario nazionale, per la previdenza, per il contenimento del costo del lavoro e per la proroga dei contratti stipulati dalle pubbliche amministrazioni in base alla legge 1 giugno 1977, n. 285, sull'occupazione giovanile (G U 29 2, n. 59). L'articOlo 14 septies reca un aumento della pensione dei ciechi civili e ne estende il beneficio ai minori di 18 anni. A DARIO FORMIGONI. Lettera ad un fratello che passeggia fra le stelle. Mio caro Dario, ho scelto il mezzo del colloquio fra le nostre anime per averti presente nel mio racconto, per inserirti in questa storia di cui sei stato grande artefice e illustre protagonista. Mi hai visto stamani, prima di raccogliermi con te su queste pagine, ho colto tante rose e le ho accomodate in un vaso; lo sai, sono per te. Mi sono punto, ma sono contento. Quelle rose e queste povere righe non diranno tutti i sentimenti che provo e la riconoscenza che ti devo per la fraterna amicizia, per la preziosa solidarietà con cui sostenesti la mia fatica di Presidente della nostra Unione, in tante ore terribili di sofferenza e di solitudine. La fede e lo slancio per la nostra Organizzazione e il duro impegno che ti portarono in prima fila a Milano, in Lombardia, in Italia, ricoprendo con grande onore tanti prestigiosi incarichi, avevano fatto di te un personaggio della storia dei ciechi italiani. La tua vita al fianco di ogni sofferente in attesa di una risposta di dignità e di giustizia, ti aveva portato a vivere la nostra vicenda umana con l'impareggiabile umiltà e la ricchezza di tante virtù da annoverati, da vivo, nell'albo d'oro degli uomini migliori. Con la serietà dei tuoi studi conquistasti una cattedra di insegnante di musica e passasti ad una folta schiera di alunni la tua scienza e la tua arte. Servisti l'arte e la cultura e fosti poeta, poeta di versi, poeta di vita. Con la tua bontà conquistasti alla tua Unione anime generose che ci fecero dono della loro ricchezza e ci fecero Costruire Case di Riposo e Case-Vacanze. Piegasti l'attenzione dei politici immersi in mille problemi e li avemmo al nostro fianco in cento occasioni decisive, lungo le tappe del nostro non breve calvario. Animasti e portasti a nuova vita l'Unione a Milano e in Lombardia, creando servizi per l'intera comunità dei ciechi italiani. E più tardi, prima come Direttore, poi come Presidente, rilanciasti la Biblioteca e la Stamperia di Monza che operano su scala nazionale . Ma il tuo capolavoro lo hai scritto e lasciato nelle coscienze dei tuoi alunni, dei tuoi soci, di quanti la tua sensibilità di Maestro ha voluto avvicinare e formare al duro compito di vivere sereni, malgrado la cecità. Tu, mio caro Dario, riuscivi con la parola dolce, con l'esempio luminoso del tuo impegno, a cancellare la durezza dell'essere cieco, del vivere da cieco. Tu sei stato un uomo felice perché riuscivi ad insegnare ai tuoi fratelli d'ombra come si doveva servire la vita e gioirne per onorare Dio, eterno suo donatore. Ricordi, Dario, le nostre passeggiate sulla spiaggia? Insieme amavamo il mare, la sua immensità, il suo profumo, la dolcezza del battere lento dell'onda nelle giornate di calmeria, ma ci piaceva anche quando, prepotente, ci schizzava con la forza dei libecci. Sognavamo due case vicine su qualche scoglio per pescare insieme, per stare insieme dopo la comune fatica al servizio dell'Unione, ma non abbiamo fatto in tempo. Ricordi, mio grande amico, la notte di veglia accanto alla bara di Paolo Bentivoglio? Il dolore per tanta perdita, l'assillo per le scelte drammatiche che incombevano su di noi, la paura di portare avanti un'Organizzazione dopo un tratto di storia così fecondo e dopo l'impegno di un uomo eccezionale? E la tua certezza, la certezza di Piero Bigini:Giuseppe, devi accettare la candidatura. Giuseppe tu ce la farai , affermavi convinto. Le tue insistenze e queIle del carissimo Piero mi fecero soffrire e dopo una settimana di tormento mi arresi. Ora, mio Dario, è giunto un grande momento per me. Nel dicembre del 1965 avevo paura di cominciare, oggi ho paura di continuare. L'infarto e il quadro organico che ne è derivato, mi tengono prigioniero in un regime di vita che non mi consente di fare Lutto i mio dovere e ne soffro, scatenando nuove ansie e sofferenze che aggravano la mia vita già tanto difficile. Un impegno così duro e vissuto, come quello con cui noi vogliamo vivere le prove che ci toccano, non si può portare avanti con un cuore ferito e i condizionamenti che ne seguono. Le stagioni, o troppo calde o troppo fredde, gli stati di ansietà, le amarezze, le lotte, tutte occasioni di pericolo che spesso mi hanno fatto misurare il limite fra la vita e la morte riportandomi in clinica per l'ennesimo salvataggio Dario, mi capiranno Nicolodi e Bentivoglio? Mi capirai tu? Mi giustificheranno i ciechi italiani? Dal 1943 mi hanno onorato della loro scelta votando per me nei diversi incarichi fino alla Presidenza Nazionale ed io ho sempre obbedito all'Organizzazione. sono andato ad ogni incontro con i soci con la serietà e l'ansia di espormi ad un esame difficile e ogni riunione, ogni discorso in assemblee, erano per la mia fibra di uomo una grande, una dura prova, un colloquio con gente che rispettavo e amavo. Dario, tu sai che non scappo per paura della morte che, anzi mi libererebbe da una vita frastagliata da troppe rinunce, lascio il mio posto per mancanza di energie: sento di non averne abbastanza Ma ti prometto, mio fraterno amico, che questa volta sarò io a chiedere un ruolo, un posto di lavoro, per il futuro Voglio finire la mia vita lavorando per la nostra Unione e chiederò ai ciechi italiani di affidarmi il compito di guardare le spalle del quarto Presidente Nazionale della nostra gloriosa Associazione. In un Congresso, Bentivoglio disse:Con le mie forze mi difenderò dagli avversari che incontro, le spalle me le guarderà Giuseppe Fucà . Bene, riprenderò quel ruolo e lo porterò a termine con tutta la fede e la gioia del mio credo nell'Unione. Al quarto Presidente Nazionale io auguroVita e Vittoria , cioè lo stesso voto augurale che fra mille io gradii di più perché me lo spediva Fulvio Nicolodi, figlio del Presidente fondatore, il giorno della mia elezione. Vita e vittoria per l'uomo che sarà la guida dei ciechi d'Italia e, a loro, grazie per avermi sorretto in tante occasioni e per avermi donato il più serio, il più vero motivo di vivere. LETTERA A CHIARA. Mia cara, mia adorata nipote, ecco le ultime righe del mio lungo racconto, del racconto di nonno Giuseppe, ma tu, carissima Chiara, hai un altro nonno che può e deve scriverti il suo racconto. Un giorno, nonno Andrea lasciò la sua casa, la sua sposa, i suoi cari, la vita serena e partì per la montagna per la più grande impresa a cui l'uomo poteva mettere mano e mente. Nonno Andrea partì per lottare contro il nazismo, per cacciare il tedesco inferocito dalle nostre città, dai nostri Paesi. Partì per sconfiggere definitivamente il fascismo e conquistare per me, per te, la democrazia e la libertà. Sottotenente di una formazione partigiana, operò con grande coraggio ed era pronto ad offrire la vita per i suoi ideali, per l'avvenire delle generazioni future. Cento volte si spinse contro il nemico e un giorno cadde ferito tornando con un arto in meno. Ecco Chiara, nonno Giuseppe e tutti coloro che hanno lavorato per la povera gente, per leggi e provvidenze sociali, hanno avuto successo perché gli eroi come nonno Andrea, col loro sangue, hanno scritto la parolaGIUSTIZIAnella Costituzione. Certo quel sangue meritava tanto di più, ma ricordati che il tuo Paese è cambiato per quel sacrificio e nella libertà, nella democrazia, ha camminato la giustizia. La Repubblica, il Parlamento, il voto, la possibilità di operare entro questi grandi istituti di civiltà, sono doni che gli uomini grandi come nonno Andrea, hanno lasciato a noi, a te, piccola e adorata Chiara. A nonno Andrea l'arto l'hanno stroncato i tedeschi; non immaginare quei volti crudeli, offri loro il perdono. Ma non dimenticare mai gli ideali che portarono tanti eroi alla morte e al sacrificio. Il cuore di nonno Giuseppe è stato spezzato dalla durezza di vita degli ultimi anni. Chi ha ucciso Aldo Moro e tanti altri innocenti, chi ha venduto la droga ad un giovane studente, figlio di un caro congiunto, sono i colpevoli del mio come di altri mille infarti, ma dimentica i volti e i nomi, mia Chiara; per tutti abbi pietà e perdono. Lavora per migliorare una società così in pericolo e tanto vicina al precipizio. ringraziamento ed un invito. Grazie per le bellissime favole che mi leggevi e per le attenzioni amorose durante la mia malattia. L'invito, che raccoglierai appena sarai più grande, è un compito importante e delicato. Quando nonno Andrea partì, nonna Giovanna pianse e non capì il valore di quell'abbandono e così nonna Milena, quando mi lanciai nell'avventura romana della Presidenza dell'Unione, pianse e non mi ha perdonato quella partenza. A te, cara Chiara, l'invito di farci perdonare le nostre scelte di allora, da due donne che ci volevano soltanto al loro fianco. Abbiamo amato le nostre spose, ma anche l'umanità di cui facevamo parte ed abbiamo lasciato la vita comoda per essere più degni degli ideali che portavamo nel cuore e nel sangue. Possa almeno tu, Chiara, compensare quelle lacrime e ripagare nonna Giovanna e nonna Milena, col tuo affetto, col tuo onore di cittadina modello, con la tua laboriosità, col tuo meraviglioso sorriso.