Cesare Cremonini Le ali sotto i piedi Alzi la mano chi, da adolescente, non è mai stato costretto da un amico con la passione della musica ad ascoltare centinaia di volte un suo pezzo inedito o ad assistere a ogni sua esibizione pubblica: alla fine non c'era passaggio di accordi che non conosceste a memoria, imprevisto che non foste in grado di prevedere. E voi sempre lì, sotto il palco. Con uno sguardo complice rivolto all'insù e la convinzione che se lui ce l'avesse fatta, per un indefinibile riflesso, parte di quella vittoria sarebbe stata anche vostra. Cesare Cremonini, bolognese fino al midollo, è sempre stato "quello sul palco" sin da quando, undici anni e tanta voglia di libertà, era costretto a esibirsi al pianoforte di casa davanti agli amici dei genitori. In questo libro sincero, ironico e commovente, ci racconta il suo percorso, che ha il sapore di una piccola fiaba moderna, con tutte le sue magie. La scoperta della musica grazie a due miti baffuti - suor Ignazia e Freddie Mercuri, la nascita quasi miracolosa delle canzoni, la lotta per realizzare i propri sogni quando tutti spingono perché il ragazzo metta la testa a posto. E poi i momenti difficili, i guai, le sofferenze. Fino all'incontro importante, quello che darà una svolta alla storia. E il ragazzo bolognese, incredulo ma più determinato che mai, a soli diciannove anni si ritroverà a volare in vetta alle classifiche, con ai piedi le stesse ali che, in sella a una Vespa, lo continuano a portare sui colli della sua città. Proprietà letteraria riservata © 2009 RCS LibriS.p.A., Milano ISBN 978-88-17-03228-5 Prima edizione: maggio 2009 Le ali sotto ai piedi Nota di scansione. Nella prima pagina di questo libro, vi è riprodotto un articolo, leggibile solo in parte anche dall’occhio umano. Per tanto, poiché neanche l’OCR è stato in grado di riconoscere in toto il testo, si è deciso di eliminarlo del tutto. 1. L'incontro con il pianoforte Quella mattina la ricordo bene perché mia madre mi vestì di tutto punto: mocassino color miele con tanto di campanellini ciondolanti, pantaloncini di lana grigia che grattavano i polpacci, camicetta azzurra chiusa fino all'ultimo bottone, e per finire gilet rosso cangiante di marca italiana. Capelli freschi di taglio del barbiere Gino di piazza Santo Stefano, in pieno centro a Bologna. Una stretta allo sciarpino di lana scozzese sopra al cappotto in panno pesante, et voilà! Pronto per la scuola. Ci mancava solo il papillon ed ero Pupo. Invece ero il piccolo Cesare, nato settimino il 27 marzo del 1980 dal matrimonio tra "Occhi gialli e stanchi", un medico dietologo con tre specializzazioni appese alle pareti, e "Butta i panni", giovane insegnante laureata in lettere, con un carattere spigliato e l'hobby della pittura. Un fratellino venuto al mondo due anni prima di me aveva preso dal nonno paterno il nome di Vittorio, mentre a me era toccato quello del padre di mia mamma, un commerciante dal nome simpatico: Cesarino. Alla nascita i miei avevano fortunatamente deciso di troncare l'ingombrante diminutivo, favorendo non di poco il mio inserimento nella società. Avevo vissuto i miei primi sei anni a Colunga, quattro case in mezzo ai campi arati e nonna Pina sempre ai fornelli a sfornare ogni ben di Dio. Tagliatelle alla cipolla, lasagne al forno, faraone, bolliti, crescentine, torte, tortine, gelati erano il mio pane quotidiano. Facevamo pure il vino. E anche le ciliegie che si mangiavano d'estate erano nostre. Il mio passatempo preferito di allora era dare una mano al nonno a mettere le cipolle buone nelle cassette, pronte per la mattina, quando lui si alzava all'alba e andava al mercato con il camion. Credevo ancora a Babbo Natale, e la strada che portava alla chiesa di San Sebastiano, dove avevo cominciato a prendere lezioni di catechismo, era ciò che di più urbano avessi incontrato, una sorta di confine del mondo. Fino a quando i miei avevano deciso di trasferirsi in pieno centro. Così addio balle di fieno, tramonti infuocati, galline permalose e corse in bicicletta. Colunga rimase la mia Strawberry Fields (senza forever), dove avrei comunque trascorso tutte le estati della mia infanzia. Faceva freddo a Bologna quell'inverno. Il signore con la barba e i baffi alla tv diceva sempre che la neve era in arrivo, ma le giornate di quel gennaio erano luminose e serene come poche. L'asfalto rifletteva i chiari raggi del sole abbagliandomi, mentre mia madre al volante si destreggiava nel traffico tra le macchine arrabbiate, cercando traiettorie sempre nuove per raggiungere la scuola. «Perché andiamo così di fretta oggi?» le chiesi appannando con l'alito il finestrino posteriore della sua Volvo nuova. «Andiamo a conoscere suor Ignazia!» fu la sua risposta entusiasta. Continuai a disegnare sul vetro i contorni delle cose, lasciando una scia trasparente nella condensa mentre mi dicevo che sarebbe stata una mattina normale. L'idea di conoscere un'altra suora non mi sembrava nulla di così eccezionale. Frequentavo da qualche mese la prima elementare dell'Istituto Figlie del Sacro Cuore di Gesù, e ne vedevo già così tante tutti i giorni! Il Sacro Cuore non era un austero collegio svizzero, ma nemmeno una di quelle scuole private in cui per far promuovere i figli si pagano rette stratosferiche. Docenti preparati, due palestre, un doposcuola all'avanguardia, corsi pomeridiani di ogni tipo e, per l'appunto, tante, tante suore. L'edificio della scuola si ergeva candido e lucente tra i palazzi antichi e sgretolati di via Orfeo, a un passo dai viali di circonvallazione. Alla porta d'ingresso attendeva lo sguardo perennemente commosso di suor Giovanna, la portinaia zoppa. Un essere ruminante e confortevole. Aveva la silhouette di una campana e i movimenti pesanti di una tartaruga. Era sempre lei ad aprirci la porta al mattino, lei a chiuderla alle nostre spalle quando ce ne andavamo all'ora di pranzo. Aveva un piede destro enorme, mentre il sinistro era piccolissimo. Camminava tutta storta, e ora mi viene da sorridere realizzando che all'epoca in noi ragazzini quel suo difetto non destava né stupore, né pietà, né tantomeno repulsione o disagio: semplicemente suor Giovanna era così, era un dato di fatto, e nessuno pensava che sarebbe potuta essere diversa. Al Sacro Cuore il potere era nelle mani della preside, suor Natalia, che avrei conosciuto meglio qualche anno più tardi, alle scuole medie, quando sarebbe diventata la mia insegnante di religione. Il ruolo di preside le calzava a pennello, perché riusciva a incutere una paura particolare in tutti noi e, nonostante la corporatura minuta, emanava un'autorità che nessuno osava mettere in discussione. Pareva possedere il dono dell'ubiquità: bastava che qualcosa di anomalo accadesse anche nell'angolo più remoto della scuola, e lei si materializzava sul posto emergendo dall'oscurità come uno spirito, il braccio destro alzato e l'indice puntato verso il cielo. Ti afferrava il polso stringendo forte e, insensibile a pianti e suppliche, ti trascinava in presidenza. Lì, come una vera matriarca, si sedeva alla scrivania scrutandoti per misurare dall'espressione del tuo viso l'effetto dei suoi rimproveri. Se ti prendeva con sé eri spacciato, perché un faccia a faccia con suor Natalia aveva un'unica, inevitabile conseguenza: botte da orbi a casa la sera stessa. Il cortile era invece affidato alla vigilanza di suor Germana, una specie di metal detector vivente, lo sguardo allenato a individuare chiunque sgarrasse. La classica spia, una mosca tra le siepi del giardino. Guardandola si aveva l'impressione di fissare una foto in bianco e nero, a causa dell'espressione immobile e inespressiva, a tratti animalesca, del suo viso, gli occhi sepolti sotto i lineamenti marcati. All'ultimo piano, infine, suor Lucia, cieca e vecchissima. Nessuno sapeva quale fosse la sua età, ma girava voce avesse superato abbondantemente il secolo di vita. Non scendeva mai le scale, ed era trattata da tutti come una specie di oracolo. Nel mio ricordo assomiglia moltissimo a Igor, il personaggio gobbo e stralunato di Frankenstein Junior. Io ne ero terrorizzato. Mia madre parcheggiò alla meglio davanti all'ingresso della scuola, mi prelevò dal sedile posteriore ed entrando salutò suor Giovanna che sorrideva dalla guardiola. Il mio orologio con barometro, costruito collezionando i pezzi allegati a numeri e numeri di Topolino, segnava le otto in punto. Attraversammo il corridoio vetrato che conduceva alla palestra. Mia madre andava così veloce che mi pareva di volare mentre tentavo disperatamente di starle dietro (perché i genitori quando camminano tenendoti per mano non capiscono che le tue gambe sono corte come due carote?). Sulla mia destra il giardino dove avevo imparato a pattinare, dove qualche anno dopo avrei detto la mia prima parolaccia, e dove in quel momento suor Germana, piegata su se stessa, raccoglieva qualcosa da terra - o parlava con gli alieni? Ci fermammo davanti a una porta su cui campeggiava la scritta "Sala Musica". L'avevo già vista, nelle mattinate trascorse a scuola, ma era come se non avessi mai pensato al fatto che dietro quella porta potesse esserci una stanza. La mano di mia madre, luccicante di gioielli e pietre colorate come un albero di Natale, mi passò tra i capelli per poi scendere a darmi un buffetto di incoraggiamento su una spalla. Varcai la porta della "Sala Musica" ed eccola lì, davanti a me. A figura intera, se così si può dire. Chiusa nel suo vestito nero, alta quanto un cespuglio, pallida e scarna da far paura a un fantasma, suor Ignazia era poco più di un'ombra in controluce. Mi guardava nascosta dietro ai suoi occhiali spessi, mostrandomi un dolcissimo sorriso baffuto. Non ho mai capito se quel ghigno fosse un segno d'affetto o l'accenno di una paralisi, ma lo trovai piuttosto rassicurante, nonostante degli orrendi peli grigiastri le pendessero fin giù sulle labbra e le coprissero buona parte del mento. Parevano i baffi di un vecchio pescatore giapponese, come quelli di certi cartoni animati che guardavo il pomeriggio dopo i compiti. Era Sampei o la carpa gigante? Alzai lo sguardo verso gli occhi scintillanti di mamma, che mi teneva ancora per mano, poi mi voltai nuovamente verso il mio curioso e baffuto destino. Lasciai la presa, e fui per la prima volta da solo. Il mio iniziale approccio alla musica risaliva a un paio di anni prima, e si era concretizzato grazie alla fissazione per i cori di suor Teresa, la mia maestra d'asilo. L'asilo della mia scuola aveva un coro tutto suo. I bambini con il loro grembiulino bianco si schieravano sulle scale del cortile, e lì provavano i pezzi che hanno fatto la storia di ogni coro che si rispetti. «Il Signore è il mio pastore, nulla manca ad ogni attesa; in verdissimi prati mi pasce...» Ricordo che un giorno stavamo cantando tutti insieme questo brano quando un grido improvviso interruppe il suono mite dell'organetto da chiesa. «Che succede?» ci chiedemmo tutti sgranando gli occhi. Ci guardammo in preda all'angoscia. Forse un terremoto? Non poteva essere. Eravamo ancora tutti lì in fila uno accanto all'altro, e la terra non era mai stata così salda sotto i nostri piedi. Mi voltai verso la maestra. Quel ruggito feroce era la voce di suor Teresa, imbufalita. «Mi abbassi il coro!» gridava indicandomi. Allungai il collo appoggiando il palmo della mano destra sul petto, con lo sguardo, un misto di meraviglia e vergogna, che chiedeva ciò che non osavo domandare ad alta voce: «Io?». «Si, tu!» faceva lei puntandomi contro il crocifisso del suo rosario d'argento. Insomma, si era messa in testa che io fossi calante, cioè che cantassi una tonalità sotto gli altri, distruggendo così l'armonizzazione tra le voci dei miei compagni. Non saprei dire se fosse vero o no. Diciamo che cantavo a modo mio. Un po' come adesso. Non seguivo le melodie prestabilite, e mi divertivo a cercarne delle mie. Forse perché la perfezione mi annoiava, o perché ero nato con una particolare tendenza a distrarmi. Come quando andavo a pescare con il babbo e mi rifiutavo di restare ore e ore sullo stesso laghetto. Prendevo canna ed esche e me ne andavo in giro a cercare un laghetto che fosse tutto per me. Sta di fatto che suor Teresa si era convinta che io fossi la classica voce "fuori dal coro", e per tenermi occupato e salvaguardare il suo, di coro, mi diede in mano un triangolo: «Fai finta, muovi la bocca, gira la testa, suona il triangolo, fai qualunque cosa. Ma non cantare!». Avevo quattro anni e le obbedii. Alla festa di fine anno scolastico il pubblico, composto per lo più da genitori esaltati e maniaci in preda ad attacchi di isteria di fronte alle performance artistiche dei rispettivi figli, assistette ignaro al mio primo playback, e forse anche al primo playback nella storia della scuola materna. Quanto a me, tornai a casa felice, perché comunque avevo imparato a suonare il triangolo, e perché per una volta nessuno se l'era presa con me. Probabilmente mia madre, sempre pronta a giustificare le mie défaillance, si limitò a commentare: «Che vuoi che sia! Vuol dire che non farà il cantante». Se anche mi avesse confidato questa sua riflessione, non credo che mi sarei preoccupato. Cantare non mi interessava: il mio sogno era quello di fare il comico. Più di una volta avevo costretto l'asilo intero a disporsi come il pubblico di un teatro sui gradini del cortile, cercando di far ridere anche le suore con le mie buffonate. Fantozzi era già un mito, ed era il periodo di massimo splendore del Drive In di Ezio Greggio e di "Pippo Pippo Pippo". La porta si chiuse dietro di me. La "Sala Musica" era un parallelepipedo grande quanto un salottino, pieno di sedie di legno disposte una accanto all'altra a formare un semicerchio. Sulla parete di fondo, una finestra da cui filtrava pochissima luce e un pianoforte a muro piuttosto malconcio, che sembrava non collassare su se stesso soltanto perché indeciso sul da farsi. Sopra lo strumento, appeso alla parete, l'immancabile crocifisso. Suor Ignazia camminava con il passo silenzioso di una geisha, facendomi con la mano cenno di seguirla. Nonostante le mie esibizioni di giovane talento comico davanti ai compagni di scuola, ero ancora molto timido, soprattutto di fronte ad adulti che non conoscevo. Ogni cosa nuova mi emozionava, togliendomi il respiro. Mi avvicinai al pianoforte a occhi bassi, grattandomi il polpaccio. Dentro il petto il cuore mi si stava per rompere dalla paura. Cosa devo fare?, mi chiedevo. Continuavo a domandarmi perché quella stanza fosse così buia e triste e perché la mia mamma mi avesse lasciato solo. Sentivo il bottone della camicia strozzarmi il magone. Avevo una gran voglia di piangere. Fu suor Ignazia a interrompere il flusso caotico dei miei pensieri. Per la prima volta la sentii parlare. Disse soltanto «Siediti», accarezzandomi la testa e sorridendo. Le brillavano gli occhi nel guardarmi, lo ricordo bene. La sua voce ancora oggi mi risuona in testa, come un ricordo lontanissimo ma prezioso. Era come se in qualche modo la conoscessi da sempre, come se l'avessi già sentita. Suor Ignazia parlava con il tono calmo e pacato di chi vive nell'equilibrio e nella serenità che vengono dalla fede. Quella voce gentile mi calmò, e mi parve che il bottone che premeva sul collo mollasse la presa. «Avanti, aprilo!» Aprii il pianoforte, sentendo cigolare la vecchia cerniera che fissava il coperchio. Suor Ignazia fece scivolare via il tappetino viola che proteggeva l'avorio dei tasti, scoprendo una schiera infinita di legnetti bianchi e neri che si disponevano tutti in fila proprio sotto il mio naso. È prezioso!, pensai. Sentivo che quel che succedeva stava accadendo soltanto per me, che era tutto mio, come un regalo, come un compleanno speciale. Sul pianoforte erano posati uno sopra l'altro una decina di libri sottili, ingialliti dal tempo. Io sedevo sullo sgabello, ma le mie gambette erano troppo corte e non toccavano a terra. Suor Ignazia mi appoggiò le scarpe su un poggiapiedi fatto apposta per i piccoletti come me. Poi prese posto al mio fianco su una sedia diversa da quelle che riempivano la sala, più preziosa e imponente. Alzò lo sguardo e, facendo scivolare sul leggio uno degli spartiti, lo aprì lentamente. Davanti ai miei occhi comparvero centinaia e centinaia di simboli neri incomprensibili, disposti disordinatamente su quello che avrei imparato a chiamare pentagramma musicale, ma che allora per me non era altro che uno scarabocchio informe. La suora mi guardò per assicurarsi di avere la mia attenzione, avvicinò le mani ai tasti bianchi, e cominciò a suonare, piano. Accompagnava la melodia con ampi movimenti del corpo, aprendo e chiudendo le spalle. Io la guardavo senza battere ciglio. Quella che sentivo era una musica allegra, che poco a poco si fece più triste. Poi di nuovo vivace, spumeggiante, fantasiosa, infine sublime. Qualcosa di molto orecchiabile e soave. Armonioso. Tutte parole che non conoscevo, tutte emozioni che non avevo mai provato, fino ad allora. La musica nasce dal silenzio. Riempie il vuoto. Richiama in superficie le sirene che, spaventate dalla tempesta e dalla burrasca notturna, si rifugiano sul fondo del mare, protette da infiniti cunicoli di corallo e sabbia. Avrei voluto che quel fluttuare di suoni e melodie non si interrompesse mai. Aveva qualcosa di ipnotico, e che mi faceva star fermo, ritto sulla schiena con le mani appoggiate alle ginocchia. Tutto intorno il vuoto e il nulla. Il suono del pianoforte si spandeva nella stanza, le onde sonore rimbalzavano contro le pareti, di seggiola in seggiola, come biglie intrappolate in un flipper: istintivamente mi voltai all'indietro convinto che ci fosse qualcuno dietro di me. Pareva che ogni cosa fosse disposta al servizio di quei suoni, era come se gli oggetti mi sorridessero e fossero parte di una scenografia prestabilita. Avevo già assistito a una scena simile, ma non ricordavo di averla già vissuta. Ma certo! Era Fantasia di Walt Disney. Quando l'avevo visto con lo zio Paolo, a Natale, mi aveva colpito ma non ci avevo capito niente. Tutte quelle scope che al ritmo di musica si animavano, il caos che si riordinava solo quando ritornava il silenzio. Ero dentro a quel mondo, mi stava accadendo la stessa cosa, ed era tutto così magico! Suor Ignazia aveva voluto solo farmi sentire la dolcezza di una melodia suonata dal vivo, per la prima volta. La pace che donava l'intreccio fra le note, nonostante l'immagine disastrosa che quel pianoforte dava di sé, è la prima cosa che ricordo della musica. Finita la lezione, mia madre volle sapere cosa avevo provato. Le dissi che mi ero divertito. Che suor Ignazia era brava, e che volevo imparare a suonare come lei. Ma in un certo senso dimenticai in fretta la magia di sensazioni risvegliate dal suono del pianoforte. Rimanevo un bambino come tutti gli altri. Pensavo a giocare, a fare i compiti, a guardare i cartoni animati, a litigare con mio fratello. Da quella mattina però cominciai a suonare quasi tutti i giorni, prendendo lezioni su lezioni, giorno dopo giorno, anno dopo anno. E a casa in breve tempo fece la sua comparsa un pianoforte a muro identico a quello che c'era a scuola, solo un po' più grande. Sotto al leggio di quel nuovo ingombrante ospite troneggiava una scritta dorata: "Blùthner". Era uno strumento di marca tedesca, figlio della Seconda guerra mondiale. I miei genitori lo avevano acquistato dagli eredi di un vecchio cieco che lo aveva suonato per quarant'anni, prima di morire. Su quel pianoforte, nei dieci anni successivi, scrissi la maggior parte delle mie canzoni, ed è ancora quel pianoforte che oggi regna sovrano nel salotto di casa mia. 2. Carla! «Che cos'è il tritolo?» dovette chiedere qualcuno in classe pochi mesi più tardi, il 25 maggio 1992. Il silenzio carico di inquietudine della professoressa, la sua esitazione nel cominciare a spiegare come tutti i giorni lasciava intendere che quella non era una mattina come le altre. «E un magistrato?» «E la mafia?» Non erano tanto le voci isolate di uno o due ragazzini curiosi. Erano piuttosto le domande che da un paio di giorni rimbalzavano nelle teste di tutti noi e che nessuno, forse, aveva osato tirare fuori davanti ai genitori, increduli e muti davanti all'edizione straordinaria del telegiornale che raccontava l'attentato a Giovanni Falcone. «Il tritolo è un materiale esplosivo, serve per fabbricare bombe potentissime.» «Un magistrato è un uomo che combatte i criminali per conto dello Stato.» «La mafia è...» Io avevo capito che un uomo importante era stato ucciso con una bomba, come in un film che non era un film ma una tragedia che, in un modo e per un motivo che mi sfuggivano, aveva colpito non solo le vittime. E mentre la prof cercava di rispondere alle domande sempre più stringenti e precise che le venivano rivolte, rivedevo nella mia mente le immagini del Tg: il pezzo di autostrada sventrato, le macchine ribaltate con pezzi sparsi ovunque e il cartello verde con l'indicazione di quel luogo, "Capaci", che da allora avrebbe tristemente evocato uno dei giorni più bui della storia d'Italia. «E il tritolo può distruggere le autostrade?» «Quindi un magistrato è tipo un commissario?» «Non ho capito che cos'è la mafia...» «Sì.» «No, non esattamente...» «La mafia è...» In realtà qualche vaga idea di cosa fosse la mafia ce l'avevo. Risaliva all'epoca delle elementari. Anche di quello infatti avevamo parlato in un capitolo del Quaderno d'oro, una specie di diario in cui raccoglievamo pensieri e lezioni sulla vita. L'amore per la natura, il rispetto delle diversità, l'orgoglio per la Patria, così come il valore dell'amicizia, dell'educazione civica e della famiglia, erano tutti argomenti trattati con passione in quel quaderno, appuntamento fisso di ogni mattina, prima delle addizioni, delle spiegazioni di geografia e delle temibili tabelline. L'insegnante che ci aveva accompagnato per mano attraverso i cinque anni di scuola elementare si chiamava Elda Mantinovi. Gli alunni dovevano chiamarla signora Mantinovi, obbligatoriamente. Per lei eravamo qualcosa di più che non semplici allievi. Eravamo come figli. Quando qualcuno si ammalava, anche per una banale influenza, recitavamo una preghiera in più al mattino dedicandola al compagno o alla compagna di classe assente, che probabilmente nello stesso momento stava riscaldando il termometro con la lampadina dell'abat-jour. Era stata la signora Mantinovi, quando ancora ero in prima, a consigliare a mia madre di farmi prendere lezioni di pianoforte con suor Ignazia. E fu sempre lei, quello stesso anno, a consigliarmi un buon oculista. Un giorno infatti la maestra disegnò alla lavagna dieci palline che, a suo dire, erano blu. Io ci vedevo benissimo, ma tutti si misero a ridere quando protestai a gran voce sostenendo che le palline erano gialle. «Sono blu!» ribatterono i miei compagni sghignazzando. Pensai alle risate finte che interrompevano le battute dei comici del Drive In. «Macché blu, sono gialle!» insistetti allungandomi verso la lavagna. Ancora risate. Risate su risate su risate. Fui spedito ad ammirare per mezz'ora il lato b della lavagna, mentre espiavo le mie colpe disegnando palline blu che per me in realtà erano gialle. La mattina dopo mia madre mi annunciò che per quel giorno non sarei andato a scuola. «Nulla di grave, suo figlio soffre di un leggero daltonismo passeggero, dovuto al fatto che affatica molto la vista. Gli prescriverei delle lenti riposanti» disse un signore con i baffi vestito di bianco. Prima di pronunciare solennemente questa frase mi aveva fatto guardare dentro a un cannocchiale gigante che sicuramente costava un sacco di soldi, e che mi sarei volentieri portato a casa. Io pensai: daltonismo? Wow! Mia madre sospirò come quando guardava i telefilm del pomeriggio: «Porterai gli occhiali!» mi disse. Feci spallucce. Nessun problema per me. Gli occhiali li portava anche il mio babbo, e mi sembrava fossero una cosa da grandi. Le cose da grandi non erano mai un problema. Anzi. Quello stesso pomeriggio lo passammo nel negozio di un amico di mia mamma in piazza Cavour, a scegliere una montatura che mi piacesse. La vista di tutti quegli occhiali mi accese immediatamente una smania incontenibile di provarne il maggior numero possibile. Sembravo un trasformista impegnato in uno spettacolo frenetico e delirante. Giravo su me stesso davanti agli specchi, cercando di osservarmi da dietro, mentre non mi guardavo. Passavo da uno specchio all'altro, facevo smorfie, arricciavo il naso, mi voltavo ad ascoltare il parere di mia madre che cercava di porre fine a quel turbinio di lenti e montature. Ma qualunque cosa dicesse non ne avevo mai abbastanza, c'erano occhiali che ancora non avevo indossato, e che sarebbero potuti essere quelli perfetti per me. Dovevo vedere anche quelli. Assolutamente. A fine giornata mia madre e il suo amico erano esausti: avevo provato tutti gli occhiali per bambini, e anche tutti quelli per adulti, per poi scegliere il modello che mi sembrava più simpatico: montatura rossa con lenti tonde e stanghette elastiche. Le palline blu tornarono blu. Anche suor Ignazia tornò a essere suor Ignazia. Sembrava sollevata, forse perché lei prima di tutti si era accorta del mio problema, notando come non riuscissi a leggere bene gli spartiti di pianoforte. In effetti da un po' di tempo le note sul pentagramma musicale si univano fra loro, mischiandosi senza motivo, affaticandomi la vista più del necessario. Con i nuovi occhiali anche gli spartiti tornarono in ordine, le note ridivennero chiare e ben definite, come i suoni che con crescente sicurezza imparavo a far sgorgare dal pianoforte. Le lezioni con suor Ignazia comunque terminarono con la fine delle scuole elementari. Ricordo ancora l'esame di quinta, e quanto mia madre ci tenesse a che facessi bella figura. Avevamo studiato insieme, tutti i santi giorni. Lei in piedi dietro di me. «Prima leggiamo a voce alta, poi ripetiamo.» Questa era la regola. «Prima leggiamo a voce alta, poi ripetiamo!» ribadivo io, convinto fosse anche quella una frase da ripetere. «Mi raccomando!» disse mia madre la mattina dell'esame, prima di lasciarmi all'ingresso del corridoio ben illuminato che portava alle classi. Quanto a me, ero agitatissimo: un misto di eccitazione e di paura, che mi dava l'impressione di avere delle farfalle che si agitavano impazzite in cerca di una via d'uscita nel chiuso del mio stomaco. Avevo già provato quella stessa sensazione, il giorno in cui ero stato operato alle tonsille: ma l'esame di quinta elementare non si affronta sotto anestesia, e io ero troppo emozionato per esaudire i desideri di mia madre. Ero li, in classe, davanti alla cattedra, e quando la maestra cominciò a interrogarmi mi resi conto di non riuscire nemmeno a comprendere il significato delle domande. Sentivo la sua voce rimbombarmi dentro alle orecchie, come se qualcuno mi stesse parlando da dentro un imbuto, mentre le lenti dei miei occhiali si appannavano per il sudore. Dopo una penosa ventina di minuti, come ultima domanda, la signora Mantinovi mi chiese di recitare a memoria la poesia che avevo preparato. Sapevo che era la domanda più facile, quella di riserva, e, convinto come non mai, andai a caccia della risposta tuffandomi nel mare oscuro della memoria. Mi ricordavo a malapena il titolo. «L'infinito» annunciai con voce tremante, aggiustandomi gli occhiali sul naso. Il buio totale. Non mi uscì di bocca nient'altro. Non un solo verso. Avevo scelto una poesia di Giacomo Leopardi, preferendola a quelle più gettonate di Pascoli o di Carducci, perché leggerla mi riempiva il cuore di una buona malinconia, simile a quella che provavo ogni estate quando al calar del sole mi rifugiavo sopra le balle di fieno, in piena campagna, ad ammirare il tramonto e fare due chiacchiere con gli usignoli. Ma in quel momento mi trovavo da tutt'altra parte. Guardai per terra con aria mortificata. «Eppure la sapevo!» continuavo a ripetermi. Poi alzai lo sguardo verso il crocifisso, pregando il buon Dio di aiutarmi. Gesù, appeso alla croce di legno sul muro di fronte a me, sembrava dormire beatamente. Non era certo affar suo il mio esame di quinta elementare. «Sempre caro mi fu quest'ermo colle, e questa siepe...» cominciò imboccandomi la signora Mantinovi. Ripetei come un pappagallo ogni sillaba, e così feci fino alla fine della poesia. Nel frattempo aprivo e chiudevo frettolosamente tutti i cassetti che avevo in testa, cercando nel disordine generale le parole mancanti, nascoste in qualche cartella che avevo inavvertitamente cestinato. Al posto déll’infinito mi venivano in mente un mucchio di cose: le partite di calcio con i miei compagni di classe, Hulk Hogan che si strappava la maglietta salendo sul ring del Royal Rumble, le interminabili sfide a Kick Off, un gioco di calcio per Amiga 500 (un computer che ha fatto la storia degli anni Ottanta), in compagnia di mio fratello. A metà poesia mi trovai di fronte, come in un sogno, l'espressione delusa e malinconica del poeta di Recanati. Provai persino a imitarla, aggrottando le sopracciglia e alzando il braccio destro come un attore di teatro, in cerca dell'ispirazione. Ancora niente. Pensai al sorriso di Chiara, la ragazzina della scuola per cui mi ero preso una gran cotta. Pensai alla geografia, alla matematica, a tutto quel che sapevo. C'era veramente di tutto in quella libreria disordinata che era il mio cervello, tranne i versi che stavo cercando. Uscii dall'aula trattenendo le lacrime, fingendo di aver fatto il mio dovere per non sfigurare di fronte ai compagni sorridenti. Dissi a mia madre che era andato tutto bene. Mi guardò negli occhi per un lungo istante, e si mise a piangere. Nonostante la misera prova fui promosso con un accettabile "buono", e passai l'intera estate a caccia di farfalle nel giardino infinito della mia campagna. Quanto alla poesia di Leopardi, mi risuona ancora oggi in testa, come una preghiera impressa a fuoco nella memoria. La prima media, come una nuova primavera, svestì gli alunni del Sacro Cuore di quel fastidioso grambiule obbligatorio che ci aveva resi indistinguibili l'uno dall'altro fin dall'asilo. Una nuova regola ci permise di abbandonarlo e venne il momento di uscire allo scoperto, di mostrarci per quello che eravamo. Io ero totalmente impreparato all'evento. Il primo giorno di scuola fu mia madre a decidere come vestirmi. Anche stavolta mi aveva infiocchettato come un piccolo lord inglese. Quando entrai in classe rimasi sconvolto notando che alcuni fra i miei compagni indossavano jeans stinti o addirittura strappati, felpe larghissime con tanto di cappuccio e persino bracciali ed anelli. Per non parlare delle scarpe da ginnastica di ultima generazione, quelle che si gonfiavano tramite una pompetta applicata sulla linguetta. Le famose Reebok Pump. Ma dove ero vissuto fino ad allora? Cominciai a rompere le scatole ai miei genitori per assomigliare il più possibile agli altri ragazzi in quella che divenne una vera e propria lotta all'ultimo sangue per l'acquisto di nuovi abiti alla moda. Nonostante tutti gli sforzi, le decisioni riguardanti l'abbigliamento rimasero saldamente in mano a mia madre: il guardaroba continuò a non ospitare vestiti stravaganti, e le scarpe gonfiabili, con lucine ed effetti speciali, girarono alla larga da casa nostra. L'unica concessione arrivò a Natale, quando i miei mi regalarono il primo bomber, un giubbotto che andava per la maggiore fra i giovanissimi dei primi anni Novanta. Oltre a questa scoperta, i miei undici anni portarono molte altre ingombranti novità: un professore sconosciuto per ogni materia scolastica, due ore settimanali di lezioni di inglese al Modern English Study Center in via Borgonuovo, l'iscrizione ai corsi serali di nuoto alla piscina Sterlino di via Murri, le ripetizioni di matematica del lunedì e del venerdì. E anche lui: Marco, il mio nuovo maestro di pianoforte. Moro, un'espressione tormentata che lo faceva assomigliare a Beethoven, le dita delle mani lunghe e affusolate, Marco si presentò a casa nostra in un nuvoloso pomeriggio di novembre per fare la mia conoscenza e discutere con mia madre su come impostare l'insegnamento. Poco dopo l'inizio dell'anno cominciai a prendere lezioni private con lui, e fui costretto ad abbandonare per sempre i comprensivi baffetti di suor Ignazia. Il pianoforte, che fino ad allora non era stato molto diverso da qualunque altro passatempo, divenne in pochi mesi un compito tanto serio quanto odiato. Non era l'oggetto delle lezioni in sé a rendermi la vita difficile: i pomeriggi a studiare Mozart o i complessi esercizi di solfeggio erano impegnativi, ma comunque sempre misurati sulle possibilità di un ragazzino della mia età. Non posso nemmeno dire che il metodo del mio nuovo maestro fosse eccezionalmente duro: Marco era senza dubbio molto qualificato, come dichiarava anche il suo diploma di conservatorio conseguito a pieni voti. Tuttavia è innegabile che il passaggio dall'approccio materno di suor Ignazia all'atteggiamento più professionale e distaccato del mio nuovo insegnante fu, per il bambino che ero allora, uno choc. Mentre suor Ignazia mi sorrideva entusiasta e mi accarezzava la testa ogni volta che eseguivo correttamente un brano o portavo a termine con successo un esercizio, Marco, da vero professore, manteneva un'espressione impassibile. Capitava, anzi, mentre mi ascoltava, che la concentrazione lo portasse ad aggrottare le sopracciglia e prendere quella che a me pareva un'espressione contrariata. Allora io mi interrompevo bruscamente e alzavo verso di lui uno sguardo avvilito, attribuendo il suo volto corrucciato alla mia prova, evidentemente penosa. «Ma no» interveniva lui, «non interromperti. Continua.» In realtà, come capii solo anni dopo, mi sbagliavo. Marco non era affatto deluso o irritato: anzi, spesso parlava a mia madre di come me la cavassi bene, dei progressi a volte sorprendenti che facevo. Ma tutto quel che vedevo allora erano le sue sopracciglia aggrottate, e per me potevano solo avere un significato negativo. A esasperare l'insofferenza ci si metteva poi anche l'esuberanza educativa dei miei genitori, che in certi casi raggiungeva livelli inimmaginabili. Le mie giornate di allora sembravano un calendario di partite di calcio concepito da un folle deciso a concentrare un intero campionato nello spazio di una settimana. Sulla scrivania dove studiavo mio padre aveva appeso un foglietto giallo che indicava la lista dei miei impegni pomeridiani. Tornavo da scuola all'una, pronto per il pranzo. Alle tre Marco entrava in casa. Dopo la lezione di pianoforte mangiavo di corsa un toast col salame preparato dalle amorevoli mani di Silvia, la mia tata. Trangugiavo l'amarissima spremuta d'arancia delle quattro e correvo per strada, stringendo in mano una cartelletta piena di libri, diretto come un missile terra-aria al Modern English Study Center. L'inglese mi piaceva, ma Julia Hill, la professoressa del corso per principianti, mi detestava. Il motivo era semplice: arrivavo sempre in ritardo. La punizione era restare in piedi per tutta la durata della lezione. Uscivo da lì con le gambe doloranti, e venivo subito intercettato da mia madre che mi aspettava in strada, mi prelevava e si tuffava in macchina nel traffico dell'ora di punta in direzione della piscina. Io detesto le piscine - e le detestavo già allora: il freddo, le cuffie di plastica obbligatorie, i colpi di fon bollente sui capelli bagnati, gli starnuti, i raffreddori. E poi non avevo già allenato abbastanza le gambe durante la lezione di inglese? Ero perennemente di fretta, e pochissimo di quel che facevo mi riusciva bene. Tornavo a casa verso le sette e mezza e in certi casi dovevo ancora iniziare i compiti per il giorno dopo. Poi la cena e a letto. Non prima di aver passato mezz'ora sugli esercizi al pianoforte. Insomma, avevo due belle spalle da nuotatore, una discreta pronuncia inglese e delle mani agili sui tasti del pianoforte. Ma sorridevo pochissimo. Smisi di studiare con regolarità, cominciando lentamente a detestare le ore passate sui tasti bianchi e neri di quello che mi convincevo sempre di più essere il vero responsabile del mio caos mentale. Chiesi con insistenza a mia madre di farmi smettere con le lezioni di pianoforte, sapendo che con quelle di inglese o, peggio ancora, con gli allenamenti in piscina, non avrei avuto alcuna speranza. La pregai per tutto l'anno, piangendo e implorando di fronte al suo strapotere. «Per favore!» e «Ti prego!» furono le frasi che pronunciai più spesso durante quel periodo, ma lei fu irremovibile. A forza di ascoltare i miei continui lamenti, mia madre aveva adottato una tattica comune fra le giovani mamme assillate dai richiami eccessivi dei loro pargoli. Smetteva di rispondere, fingendo di essere completamente sorda. La «tecnica del silenzio». Poi, sul più bello, quando i nervi non reggevano più, faceva parlare i ceffoni. Mia nonna sarebbe stata entusiasta. Le mie guance lo erano molto meno. Una domenica pomeriggio, frustrato dalla sua ostinata indifferenza, decisi di chiamarla con il suo nome di battesimo. Sarà costretta a rispondermi, pensai, orgoglioso di me stesso per quella idea geniale. «Carla!» gridai. Ottenni più considerazione in quel momento di quanta me ne avesse mai concessa in tutta la sua vita. Pareva si sentisse in colpa, pur non avendone ragione, per avermi costretto a rinunciare alla sacralità della parola mamma. Questa brillante trovata non servì comunque a farle cambiare idea rispetto alle lezioni di pianoforte. Sembrava fosse una priorità in famiglia, e non tanto per il mio presunto talento. Tanta ostinazione era piuttosto legata a motivi di tipo mondano, o almeno di questo ero convinto all'epoca. Una volta al mese a casa c'erano ospiti per cena. Amici e conoscenti dei miei genitori, la cui presenza costringeva mia madre e la Dina, una simpatica signora che le dava una mano nelle faccende domestiche, a un vero e proprio tour de force in cucina, alla ricerca di ricette inedite ed elaborate, i cui risultati venivano introdotti agli ospiti con la stessa inevitabile frase: «Ho preparato due cosine» diceva mamma, «niente di speciale». Poi giù con teglie di pasta fatta in casa, cannelloni ripieni, arrosti sugosi e prelibati, contorni sublimi, torte mozzafiato, il tutto adagiato su piatti d'argento e accompagnato da vini d'annata, il più delle volte omaggio di qualche paziente di mio padre grato per i chili di troppo finalmente persi. Durante le cene interminabili, casa nostra si trasformava in un circolo privato. Era quella che mia madre chiamava orgogliosamente «la nostra vita sociale», un modo come un altro per allargare le proprie amicizie, farsi conoscere e apprezzare da amici e colleghi. Per me l'intera faccenda si riduceva a un unico momento da incubo: all'ora del caffè mia madre, sempre lei, mi chiamava in mezzo a un tripudio di applausi e gridolini, costringendomi a esibirmi in una performance improvvisata al pianoforte. La Dina mi appoggiava la mano sulla fronte, dandomi una carezza sulla testa come a dire: «Ti capisco... ma ora vai». Ero spacciato. «Facci sentire quel brano che ci piace tanto!» diceva mamma accompagnando l'esclamazione entusiasta con un sorriso carico di silenziose "minacce" rivolte a me. Se le piaceva tanto ascoltare Al chiaro di luna, pensavo, perché non c'era una volta che se ne ricordasse il titolo? Mi sarei gettato giù dalla finestra per l'imbarazzo, ma non potevo rifiutarmi. Aprivo Il mio primo Beethoven e portavo a termine il compito. Poi gli applausi, un fugace inchino, e mi rifugiavo nuovamente in camera mia, imbarazzato come qualsiasi bambino di fronte a tutti quegli schiamazzi e sorrisi di cortesia. Dopo l'esibizione mia madre si alzava in piedi invitando gli ospiti ad accomodarsi sui divani. In casa nostra la sala da pranzo era anche il salotto, e il salotto era la sala da pranzo. Tutto era concentrato in un'unica stanza, affollata di mobilio. «Venite, spostiamoci di là in salotto!» diceva mia madre, mostrando con la mano i dolcetti apparecchiati lì a due passi, fingendo che la distanza fra il tavolo e i divani non fosse inferiore a un metro. Mio padre interveniva sempre e, con le stesse parole che gli ho sentito pronunciare centinaia di volte, le faceva il verso imitando simpaticamente la sua voce: «Zpoztiamoci in zalotto!». Poi aggiungeva sarcastico: «Di là dove? Voi per caso vedete un salotto?». L'effetto del vino faceva sì che tutti quanti ridessero divertiti. Tutti tranne mia madre. E tranne me che, in camera mia, ero perfettamente sobrio e pensavo al significato dello spettacolo di cui ero appena stato protagonista. Fu proprio contro il pianoforte e contro quelle esibizioni forzate che composi la mia prima poesia. Iniziai a scrivere parole in rima come sfogo, come reazione a quel supplizio. «Al mio padrone di legno scuro, ostile nemico appoggiato al muro...» Fu la mia prima vera presa di posizione di fronte al mondo che mi circondava. E fu per me una piccola rivoluzione. Cominciai a scrivere con regolarità, affidando a quei versi incerti e cantilenanti tutte le ansie e i moti di rivolta. Tempo dopo, ero già in seconda media, ne parlai con mia madre. Le mostrai la mia prima mediocre composizione. «Lo vedi, Carla?» le dissi con l'espressione più tormentata di cui fossi capace. «Io soffro!» Ne rimase colpita. Era bastato metterle sotto il naso il quaderno per farle comprendere che le proteste e le suppliche con cui la tormentavo quotidianamente non erano solo capricci. È pazzesco. Un bambino spreca tempo e lacrime per esprimersi, cercando le parole giuste, per poi scoprire che per avere attenzione bastano poche rime scritte di getto. Mia madre si convinse così a rivedere le regole. Sebbene in termini di impegni extrascolastici non cambiasse nulla, mi concesse di abbandonare il nuoto per uno sport a mia scelta. Finalmente! Scelsi il calcio, iscrivendomi alla Fortitudo S.G., una storica società sportiva bolognese. E, nel tentativo di farmi andare a genio il pianoforte, i miei cambiarono l'insegnante che dava lezioni: chiesero alla fidanzata di Marco di sostituirlo per l'anno successivo. Così, un lunedì come tanti altri, mi apparve, inaspettato come la fata di Pinocchio, un angelo con i capelli rossi, folti e ricci, una creatura leggera e sublime dal sorriso luminoso. Anche il suo nome emanava una delicatezza tutta particolare: si chiamava Gea. Nei suoi movimenti c'era una grazia materna, e nella voce un timbro soave e pacato che mi ricordava quello di suor Ignazia. Poche lezioni bastarono a farmi fare la pace con Chopin e Beethoven, e Mozart tornò a suonarmi brioso e cristallino. Persino le cene di mia madre mi divennero più sopportabili e ogni sera mio padre, avvolto nella sua vestaglia verde e blu, si sdraiava sul divano di quello che secondo lui non era un vero salotto, e ascoltava le mie esercitazioni mentre io mi calavo divertito nella parte di un consumato concertista. Cominciai ad apprezzare il valore della musica suonata dal vivo, il significato profondo dei gesti ispirati e dei movimenti che accompagnano ogni esecuzione al pianoforte. Non importava che fossero insegnanti accigliati, suore baffute o amici di famiglia, a starmi di fronte. Intrattenere le persone intorno a me era come ipnotizzarle, significava porsi al di sopra delle parti, prendere il comando e trascinarmi dietro in turbini di giocosa allegria o in abissi di struggente malinconia chiunque mi ascoltasse, ovunque mi trovassi. Suonare per gli altri e non per se stessi voleva dire farsi mago e pagliaccio insieme. Era un destino decisamente più affascinante di quello del comico. Mi faceva sentire unico e speciale. Mi dava un ruolo, un posto nel mondo. Cominciai a ricevere da quel "legno scuro" molto più di quel che gli dessi in cambio. Si stava realizzando ciò che Gea era solita ripetermi a fine lezione: «Prenditi cura della musica, e la musica si prenderà cura di te». 3. Freddie Mercury Ci sono artisti che raccontano orgogliosamente di aver scoperto la musica dei Beatles ancora in braccio a mamma e papà, magari come sottofondo al loro primo ruttino. Oppure di essersi addormentati nella culla grazie a Hey Joe di Jimi Hendrix cantata a ninnananna dallo zio. E c'è chi millanta di aver incontrato il jazz di Miles Davis ancor prima di venire al mondo! Una volta ho sentito un mio collega parlare di sé dicendo: «Mio padre mi faceva ascoltare vecchie canzoni anni Trenta mentre ero nella pancia di mamma. Per questo ho la musica nel sangue!». Per me non fu così. In casa mia non si era mai ascoltata musica, nemmeno a basso volume. Mia madre si concedeva ancora qualche concerto di lirica, e mi costringeva a guardare I tre tenori durante le dirette televisive su Rai Uno. Tra i suoi miti c'era Ruggero Raimondi, che era anche amico di famiglia, e ovviamente Big Luciano. Ma la musica leggera non la ascoltava quasi nessuno. Solo mio zio Paolo, lo stesso grazie al quale avevo scoperto il cinema, era ed è tuttora un grande appassionato di Mina. Ma lo vedevo solo una volta a settimana: troppo poco perché potesse trasmettermi il suo amore per i grandi autori degli anni Sessanta. La prima tappa di quella che sarebbe stata la mia scoperta autonoma della musica coincise con il ritrovamento di una raccolta di vecchi vinili abbandonati in uno scaffale della sala da biliardo, in campagna. Li avevo trovati nel corso di una di quelle giornate estive infinite, in cui non sapevo più cosa inventare per passare il pomeriggio. Coperti di polvere, infilati lassù in alto dove era facile dimenticare la loro esistenza, giacevano alcuni 33 giri di musica leggera, tra cui qualche LP di Gino Paoli e di Mina, di Francesco Guccini e di Lucio Dalla, insieme a una quantità di registrazioni di musica classica e operistica: Aida, Nabucco, Turandot, colonne sonore di Ennio Morricone, l'Inno di Mameli. Li ascoltavo su un vecchio giradischi enorme, di quelli con radio e tv incorporati tipici degli anni Sessanta, spesso di nascosto, a occhi chiusi. Capitava poi che mi procurassi, rubandola alla collezione di mia madre, una bacchetta cinese d'avorio che usavo per dirigere un'orchestra immaginaria mentre il disco girava. Ma da quando ci eravamo trasferiti a vivere in centro i miei esercizi da direttore d'orchestra erano terminati, così come gli ascolti clandestini, dal momento che quelle registrazioni non erano più a portata di mano. Fu quindi grazie alla radio che mi trovai faccia a faccia con la forza emotiva delle canzoni. La prima che mi colpì furiosamente fu Great Balls of Fire di Jerry Lee Lewis, sentita per caso in macchina una domenica mentre andavamo in campagna. Ma che... Wow!, pensai. Imparai a strimpellarla al pianoforte la sera stessa. Poche settimane dopo riuscivo a suonare anche Barbara Ann dei Beach Boys, che avevo sentito tempo prima con mio zio. Il rock'n'roll mi faceva impazzire, come una trottola. A otto anni avevo una grande passione per le canzoni di Lucio Battisti. In particolare ascoltavo a ripetizione Acqua azzurra, acqua chiara, che mi faceva ridere e piangere insieme, Fiori rosa, fiori di pesco e, ovviamente, La canzone del sole. Anche Massimo Ranieri mi piaceva, aveva vinto Sanremo con Perdere l'amore, che ovviamente parlava di me e della mia non-storia con la mia non-ragazzina che non mi amava. A nove anni, come tutti i miei amichetti, cominciai a scimmiottare Jovanotti che cantava Gimme Five e La mia moto; ed ero ossessionato da Michael Jackson, perché il video di Thriller mi aveva terrorizzato: lo avevo visto per caso in tv ed ero scappato via dalla paura. Lo stesso anno ricevetti in regalo il primo lettore cd, un AIWA superaccessoriato, il disco del Festivalbar e una raccolta con le più belle canzoni di Francesco De Gregori. Mi piaceva da morire Pezzi di vetro, e imparai a suonare al piano Rimmel. Verso quell'età avevo iniziato a passare il sabato pomeriggio con gli amici. Con il mio compagno di giochi di allora, Lorenzo, curiosavamo tra i dischi nascosti nella libreria, ascoltando i Beatles (i nostri pezzi preferiti erano Lady Madonna e Twist and Shout), e ballando sulle note di Banana Boat Song di Harry Belafonte. Ma tra gli oggetti che trovavamo in casa di Lorenzo ce n'erano anche di più affascinanti: suo padre possedeva infatti un registratore professionale grazie al quale incidevamo finte trasmissioni radiofoniche, con tanto di lancio dei pezzi che avremmo ascoltato e pause pubblicitarie: «Per un uomo affascinante, bevi Cinzano Spumante». All'inizio delle scuole medie la mia cultura in materia di musica leggera finiva lì. Ne sapevo certamente più di classica che di pop. Un giorno però Matteo, un compagno di scuola con cui ogni tanto facevo i compiti, mi parlò del gruppo musicale destinato a cambiarmi la vita: i Queen di Freddie Mercury. Suo fratello maggiore gli aveva trasmesso questa passione, e lui di lì a poco l'avrebbe trasmessa a me. Mi parlò delle doti vocali e della personalità eccentrica di Freddie e mi portò in camera sua, mostrandomi alcune foto del cantante con baffi e capelli corti, poi col viso pulito e i capelli cotonati: «Qui era giovane, coi capelli lunghi» spiegava. «Questo è il suo chitarrista, Brian May»: dal poster mi guardava un personaggio con un cespuglio indefinibile al posto dei capelli. Matteo spiegava ogni cosa. Io non sapevo nulla dei Queen, avevo solo sentito per caso alla tv una loro canzone, che passava continuamente come colonna sonora dello spot pubblicitario di un'automobile. Quel pezzo mi era piaciuto al primo ascolto, ma non avevo mai visto la faccia di Freddie Mercury prima di allora, e non sapevo nulla di lui. «Quella canzone si chiama I Want It All» mi disse Matteo. La ascoltammo a tutto volume. Ricordo di essermi sentito a dir poco esaltato. «Ora ti faccio ascoltare il loro brano più famoso, si chiama We Are the Champions.» Divenne in pochi giorni la mia canzone preferita, e i Queen l'argomento più discusso con i compagni di scuola. C'era qualcosa, nelle foto di Freddie Mercury, che mi incuriosiva. La sua voce mi emozionava, conquistandomi. Gli assoli alla chitarra di Brian May mi entravano in testa e non se ne andavano più. Le melodie erano travolgenti. Ma la cosa che mi colpì fu un'altra. L'uso del pianoforte. Ascoltando le canzoni dei Queen mi resi subito conto che i loro pezzi affondavano le radici proprio nella musica classica che avevo studiato in tutti quegli anni. Solo che tra le mani di Mercury e soci questa si fondeva ed esplodeva con la forza emotiva del rock. Mi sembrava assurdo che prima di allora nessuno mi avesse spiegato che la musica classica non fosse solo patrimonio del passato, ma potesse invece rivivere nell'assolo potente di una chitarra elettrica. Pensai al viso di suor Ignazia e ai baffi di Freddie Mercury, e mi sorpresi a constatare che alla fine questi due personaggi avevano qualcosa in comune, oltre ai peli sopra il labbro. Quell'accostamento, che pure ancora adesso mi pare azzeccato, mi fece sorridere. Mercury fu la prima vera rock star incontrata nella mia vita - dopo suor Ignazia, ovviamente. In lui trovai qualcosa di nuovo, che divenne ben presto irrinunciabile. Era passato solo un mese dalla mia entusiasta scoperta dei Queen quando, un pomeriggio di fine novembre, al Tg Uno sentii parlare proprio di quel Freddie Mercury che era già diventato la mia personale ossessione. La voce della giornalista aveva il tono grave tipico delle circostanze più tristi: «È morto questa notte nella sua casa di Londra il cantante Freddie Mercury, la regina del rock...». Strappai il telecomando dalle mani di mio padre, che mi guardò stranito cercando di capire cosa mi stesse accadendo, e alzai il volume. «Questo è...» non riuscivo a parlare, le parole mi si rompevano in bocca. «Carla!» quasi gridai chiamando mia madre. «È lui, è il cantante di cui ti avevo parlato!» Mio padre si alzò dalla sedia e si accese una Muratti: «Aveva una gran voce!» confermò, sospirando con aria malinconica. Poi scomparve dietro la porta della cucina, in una nuvola di fumo. Era la prima volta in vita mia in cui lo sentivo parlare di musica rock. Il servizio continuava dilungandosi sui grandi meriti artistici di Freddie e sulle ragioni della sua scomparsa. «I fan piangono il loro beniamino, morto per una polmonite cagionata dall'Aids.» Fine. Chiamai Matteo. Ci vedemmo nel pomeriggio. Ascoltammo Bohemian Rhapsody, con gli occhi lucidi. Lo massacrai di domande. Volevo sapere tutto sui Queen, su Freddie Mercury e sul motivo per cui era morto. Passammo il pomeriggio a guardare uno speciale sulla vita di Freddie. E fu in quell'occasione che sentii per la prima volta la parola "gay" senza, sul momento, comprenderne appieno il significato. Gay voleva dire andare in giro vestito da donna o essere una rock star dalla voce formidabile, come lui? Probabilmente entrambe le cose allo stesso tempo: per il momento mi dissi che essere gay voleva dire vivere da star, vestendoti come più ti piaceva. Questo pensai. Il giorno del mio dodicesimo compleanno mio padre, senza alcun preavviso, mi mise fra le mani un disco dei Queen: si trattava del loro ultimo Greatest Hits. Lo ringraziai mettendomi in ginocchio, abbracciandogli le gambe. Un regalo così gradito non me lo sarei mai aspettato da lui. Non era certo un tacito invito a diventare gay, almeno per il momento, ma fu la sua prima esplicita apertura al mondo del rock. Che entrò ufficialmente in casa nostra quel pomeriggio: e lo fece dalla porta principale, attraverso le grandi e autorevoli mani di mio padre. Da allora spesi tutte le mie paghette settimanali in dischi, spartiti, biografie, traduzioni dei testi, calendari, poster dei Queen, e - va detto - anche in lucidalabbra, smalto nero e rimmel per gli occhi. Tutto questo nonostante continuasse a piacermi Chiara, la ragazzina che veniva a scuola con me. 4. D'istinto Il mondo della scuola è il primo banco di prova della vita reale. Sei costretto a fare delle scelte. O stai con i buoni, o stai con i cattivi. Da una parte o dall'altra. Nella mia classe, come in tutte, credo, le alleanze erano queste. Da una parte i discoli e i disobbedienti. Dall'altra i disciplinati e le facce d'angelo: i classici secchioni, quelli bravi e intelligenti con le lentiggini e la "evve" moscia, per intenderci. Ma c'era anche un terzo gruppo, composto da certi compagni silenziosi presi di mira soltanto perché un po' strani, o vagamente "difettosi". Erano troppo alti o troppo bassi. Troppo magri o troppo in carne. Qualsiasi variante scatenava una presa in giro rigidamente codificata. I tuoi genitori sono divorziati? «Sei stato adottato!» Hai la pelle olivastra? «Sei figlio di un vu cumprà» (era l'inizio degli anni Novanta, e l'italiano medio cominciava a confrontarsi con l'immigrazione proprio così: trattando sulle spiagge romagnole con i primi venditori ambulanti nordafricani). Hai i jeans stretti? «Sei una femmina!» Porti gli occhiali? «Quattrocchi!» Poi scoprivi che gli scalmanati con la linguaccia biforcuta a casa erano i più tranquilli: composti a tavola, obbedienti ai genitori e ligi agli ordini degli adulti come piccoli operai cinesi davanti ai loro superiori. Mentre gli sfigati con i denti storti, l'orgoglio dei professori, costruivano bombe molotov in cantina e progettavano di far saltare in aria la scuola per Natale. Insomma, una gran confusione. Complicata dal fatto che prima o poi tutti litigavano con tutti, barricati dietro sacchi di sabbia pieni di invidie e gelosie, tramando alle spalle di questo o di quel compagno, tessendo a tempo di record intrighi e complotti degni della peggiore tradizione borbonica. Benvenuti nel far west dell'adolescenza! E io che non sapevo mai da che parte stare, perché, a dire il vero, mi divertivo un mondo sia con gli uni sia con gli altri. Non avevo preferenze, e non era questione di opportunismo. Con i "cattivi" ci tornavo da scuola ogni giorno, suonando a tutti i campanelli dispari lungo la via, nascondendo miccette sotto le gonne delle signore con le braccia cariche di borse della spesa, oppure sfogliando i primi giornaletti con le donne nude, acquistati di nascosto e con grande imbarazzo dal giornalaio all'angolo. «Vai tu!» «No! Vai tu!» «Per favore, vai tu!» «Ah no? Se non vai tu sei gay!» Con i "buoni" ci giocavo a calcio il sabato pomeriggio, nel giardinetto sotto casa o nei campetti di cemento poco fuori città. Ci studiavo prima di una verifica, ci passavo qualche ora parlottando di giochi del computer e di televisione, di musica e di sport. La persona più simile a me in questo, l'altro che si trovava bene più o meno con tutti, era Gabriele. Moro con gli occhi verdi, simpatico e disponibile, forse un po' timido ma sensibile e sincero, era stato scelto dai professori come mio compagno di banco, nella speranza che sotto la sua benefica influenza tornassi il ragazzino silenzioso e discreto dei primi anni di scuola al Sacro Cuore. Fino a quel momento, discolo o secchione che fosse, nessuno dei ragazzi che mi erano capitati accanto era riuscito nell'impresa di "disinnescarmi". E, allo scopo di continuare indisturbato giochi e conversazioni, avevo inventato insieme a Lorenzo il famoso (almeno per noi) Alfabeto X. Era un metodo grazie al quale riuscivamo a chiacchierare in modo "silenzioso" durante le lezioni, usando una semplice penna Bic e dei piccoli colpi di tosse. Si basava su una moltiplicazione matematica dei segni, e se conoscevi le tabelline potevi entrare nel club. Ogni lettera dell'alfabeto corrispondeva a un movimento circolare della penna nell'aria, seguito da un piccolo colpo di tosse che indicava la fine della parola e l'inizio di quella successiva. Più difficile a dirsi che a farsi, bastava esercitarsi un paio di giorni per impararlo. Quando i professori lo scoprirono (per colpa di Lorenzo, che abusò varie volte dei colpi di tosse a sua disposizione), fui spedito a meditare in banco con Gabriele, che mi accolse a braccia aperte. «Non vorrei che tu peggiorassi, vicino a me!» mi disse ironico, facendomi spazio al suo fianco. Eravamo entrambi figli di medici, fratelli minori di una nuova generazione creativa e appassionata di musica rock. Avevamo molto in comune, ci assomigliavamo e, abitando non troppo lontani l'uno dall'altro, non ci fu difficile passare del tempo insieme diventando, nel giro di qualche mese, inseparabili. Gabriele mi piaceva perché non prestava alcuna attenzione alla superficialità delle dicerie e delle cattiverie di cui l'adolescenza spesso si nutre, forse perché, avendone sofferto in prima persona qualche volta, aveva imparato a farsele scivolare addosso; o forse, più semplicemente, perché il suo animo era buono. Venivo invitato spesso a pranzo dai suoi genitori, sempre molto gentili con me, e i miei ricambiavano durante l'estate ospitando Gabriele per qualche giorno nella nostra casa di campagna, quella in cui avevo vissuto i miei primi anni. Lì trascorrevamo intere giornate insieme a parlare di presenze aliene nascoste in giardino, di tracce di fantasmi intrappolati dentro alle case diroccate in collina, godendoci l'aria pulita e fresca della campagna al calar del sole. Poi, con un vecchio registratore a cassetta che mio padre utilizzava durante le sue convention mediche in giro per l'Italia, registravamo le nostre voci improvvisando interviste assurde o indagini giornalistiche su storie inventate al momento. Tutto il nostro mondo era legato al volere e al potere della fantasia. La realtà contava poco o niente. Gabriele prendeva lezioni di chitarra classica, e questo rappresentava per me un piccolo miracolo che si avverava. Era dai tempi delle elementari che nutrivo segretamente la speranza di incontrare qualcuno disposto a suonare con me, con cui poter parlare di note e di accordi: di musica vera, per l'appunto. Così, quando veniva da noi in campagna, Gabriele portava sempre la sua chitarra, un po' sgangherata ma efficace, mentre io tenevo a portata di mano la tastiera elettronica. Ci riunivamo intorno al tavolo della cucina e aprivamo le danze, cominciando a strimpellare qualche nota a casaccio, tanto per passare il tempo. Dopo un paio di minuti, quando uno di noi trovava un giro di accordi divertente, iniziavamo a cantarci sopra in inglese maccheronico, in modo del tutto istintivo, pronunciando frasi prive di senso compiuto. L'importante era che suonassero bene. Nascevano così delle rudimentali canzoni che, a forza di essere cantate e ricantate per tutto il pomeriggio fino allo sfinimento, si imprimevano anche nella memoria delle galline sparse per il cortile, vecchie signore piumate perennemente in fuga dalla nostra musica. Gabriele suonava la sua chitarra accordata da destro nonostante fosse indiscutibilmente mancino, perché i suoi genitori gli avevano regalato quella per cominciare e, non potendo fare altrimenti, lui si era abituato a suonare al contrario. «Anche Jimi Hendrix la usava così!» scherzavamo. Io pestavo con tutta la forza che avevo in corpo sulla tastiera, seguendo in modo molto ritmico gli accordi base delle canzoni e cercando in questo modo di supplire con un solo gesto alla mancanza di basso e batteria. Poi, in base a quante volte una parola veniva ripetuta nel testo, assegnavamo i titoli ai brani. Il nostro pezzo preferito si chiamava The Light, e dava il nome anche al nostro primo album (immaginario). La canzone più romantica era una strana ballata, intitolata LoveLoveLove, che imitava in certi passaggi un famosissimo pezzo dei Beatles. Un'altra ancora si chiamava Goodbye ed era il brano di chiusura di quei piccoli concerti pomeridiani in cui eravamo protagonisti di immensi eventi rock (immaginari), con folle oceaniche (immaginarie) che gridavano estasiate i nostri nomi. E noi allora rispondevamo cantando commossi «Gudbaaai, gudbaaai, beibi pliiis doon craiii!», salutando il pubblico (immaginario) con la mano al cielo. I pezzi erano un misto fra il Celentano di Prisencolinensinainciusol e certi stralunati gorgheggi di Enzo Jannacci: per noi erano dei piccoli capolavori. Procedemmo in quella direzione per un anno circa, divertendoci come matti, poi qualcosa cambiò. Cercai di convincere Gabriele di un'idea che mi girava in testa da qualche tempo: dovevamo riuscire a scrivere una canzone in italiano. «Che senso ha scrivere in una lingua che nessuno può capire?» gli domandavo. «Chi potrà mai ascoltarle, delle canzoni così?» mi chiedevo. Gabriele non si aspettava che mi impuntassi su una stupidaggine del genere. Avevamo dodici anni, che bisogno c'era di complicare le cose? Invece litigammo aspramente, mandandoci cordialmente a quel paese per qualche giorno. Fu la prima volta in vita mia che mi misi contro un amico, ma ne valse la pena. Vedendomi più che mai deciso, Gabriele finì per convincersi e accettò la mia proposta. Credo che quella discussione abbia cambiato il corso delle cose, perché da allora in poi passammo ogni minuto libero cercando di dare un significato meno banale alle nostre rudimentali creazioni. Quando fu il momento di affrontare l'esame orale di terza media, d'accordo con tutti i professori io e Gabriele portammo in aula i nostri strumenti prediletti. Lui con la sua chitarra e io con la mia tastiera cantammo in coro quelle strane filastrocche senza grande significato ma, a detta di tutti, molto orecchiabili. Fui promosso con il voto "Distinto", che non era ancora "Ottimo", ma, per quanto mi riguardava, rappresentava il miglior complimento che avessi ricevuto. «Io sono di-stin-to!» dicevo vantandomi. E mia madre allora si convinse a iscrivermi al liceo scientifico Albert Sabin, in via Santo Stefano, sperando che quel risultato fosse di buon auspicio per la mia futura carriera scolastica (condotta compresa). 5. La prima Vespa non si scorda mai «Chiudi gli occhi ed esprimi un desiderio!» mi esortò mamma con la vecchia Polaroid grigia stretta fra le mani, pronta a immortalare la mia ultima espressione da tredicenne. Quelle candeline blu, conficcate nella glassa croccante di una torta come tante bandierine piantate sulla superficie della luna, erano lì a dimostrare che il tempo passava anche per me, che stavo cambiando anche io. Ero felice di sapere che il mutamento non aveva investito solo la televisione, da qualche tempo infarcita di quegli spot azzurri in cui un signore abbronzato dalla faccia simpatica giurava solennemente di tifare per l'Italia (si riferiva agli imminenti mondiali americani?), promettendo di scendere in campo personalmente... Per tutta l'infanzia avevo osservato Vittorio crescere accanto a me, sempre un passo avanti, irraggiungibile. Negli anni lo avevo spiato mentre prendeva lentamente il largo dalle nostre abitudini di sempre, quelle che ci avevano fatto condividere fin dalla nascita ogni singola esperienza. Era stato lui a farmi cadere con uno spintone sulla rampa del garage quando avevo tre anni e ancora giravo sul triciclo, procurandomi una cicatrice sul mento. Lui a incoraggiarmi il primo giorno di scuola, quando, spaventatissimo, non ne volevo sapere di infilarmi in macchina. Sempre lui a farmi bere il primo whisky e cola a dodici anni, una sera che i nostri genitori avevano fatto tardi a una cena di amici. Mia madre mi aveva trovato svenuto nella vasca da bagno, completamente vestito. Ora che eravamo più grandi vedevo la distanza fra noi ridursi progressivamente, come succede a quei piloti destinati all'inseguimento durante un lungo Gran Premio di motociclismo. Io ero quello con la moto più lenta, essendo il più piccolo della famiglia, e dovevo tirare fuori le unghie per giocarmela alla pari con Vittorio, ma poco a poco stavo recuperando terreno. La vita di un fratello minore è così: un eterno inseguimento, sempre inevitabilmente in ritardo. Anche se, come diceva Paul McCartney a proposito della gerarchia all'interno dei Beatles, «a volte nella vita è meglio arrivare secondi, trovando la porta già aperta». E Vittorio, da buon fratello maggiore, aveva lottato e conquistato prima di me la sua libertà, senza mai chiudere dietro sé le porte che riusciva ad aprire o - in alcuni casi - a sfondare. Quando ebbero inizio le accese discussioni familiari sull'acquisto del suo primo motorino, Vittorio aveva all'incirca quindici anni. Non so bene a cosa porteranno tutte queste sfuriate, pensai immediatamente, ma quel che ottiene lui ora sarà anche mio in futuro. Mio padre si fece in quattro per opporsi. «È pericoloso!» sbraitava battendo i pugni sul tavolo, col tono più deciso e categorico di cui era capace. Ma non convinse nessuno. Mia madre si prese la responsabilità della decisione: Vittorio andava benissimo a scuola, era già uno dei migliori alunni del liceo Galvani, e un premio se lo meritava. Mio padre invece, nonostante la passione per le corse -non si perdeva mai il Gran Premio di Formula Uno di Imola, e noi figli lo accompagnavamo ogni volta - considerava le moto da strada il pericolo dei pericoli. Erano il suo incubo peggiore. Va anche detto che, da bravo medico, ne aveva visti tanti di ragazzini scorticati dopo un incidente, o di famiglie distrutte per un incrocio affrontato con poca attenzione. Quando, nonostante le sue incessanti quanto inutili proteste, venne il momento dell'acquisto, presi parte anche io alla spedizione familiare verso il mega concessionario Yamaha di San Lazzaro di Savena. Dal sedile posteriore vedevo riflesso nello specchietto il volto teso di mio padre, e riuscivo a scorgere le sue mani che stringevano il volante con tanta forza da far sbiancare le nocche. Vittorio, seduto accanto a me, faticava a tenere sotto controllo l'eccitazione, ma si sforzava comunque di conservare calma e compostezza per non infierire sul nostro genitore benevolo. Alla fine, pur controvoglia, quell'assegno fu strappato dal libretto, e Vittorio mise in moto i suoi sogni celebrando l'evento con un gioioso colpo di clacson. Durante il viaggio di ritorno, i sedili posteriori mi sembrarono d'un tratto vuoti e tristemente spaziosi senza lui seduto di fianco. Al mattino vedevo mio fratello uscire dal garage in sella allo scooter, lo zaino stretto fra le gambe, mentre io contavo tristemente le monetine necessarie per acquistare il biglietto dell'autobus con cui sarei tornato a casa dall'allenamento di calcio, dopo la scuola. La sera, mentre mi infilavo il pigiama, lo sentivo uscire di casa per raggiungere i suoi amici alle feste. Ormai era "grande", e poteva andarsene dove voleva, quando voleva, finalmente libero. Era chiaro che la chiave di tutta quella libertà era il suo nuovo SH fiammante. Pensando a quanto avevo atteso il mio quattordicesimo compleanno, chiusi gli occhi e mi concentrai cercando di visualizzare l'oggetto dei sogni: il motorino! Poi soffiai forte sulle fiammelle tremolanti. Le candeline si spensero tutte insieme, al primo colpo. L'applauso degli amici riuniti attorno al tavolo mi regalò l'esaltazione necessaria per il duro lavoro che mi aspettava. In casa nostra, infatti, niente veniva concesso per niente, e ogni regalo arrivava a ricompensa di un sacrificio, o di un risultato scolastico particolarmente brillante. Così, sebbene la conquista di Vittorio un paio di anni prima rendesse l'impresa meno ardua, anch'io dovetti sudare sangue prima di convincere i miei dell'opportunità di quell'acquisto. Per la seconda volta, fu soprattutto mio padre a fare di tutto per evitarlo. Arrivò a promettermi qualunque cosa pur di farmi cambiare idea: una macchina, un treno, un autobus, un aereo privato. Sull'autobus un pensiero lo feci: poteva essere divertente. Ma il mio cuore batteva per le due ruote, e non ero nemmeno il solo ad avere quella fissazione! Era come un'epidemia incurabile che ogni anno colpiva tutti i maschi quattordicenni della scuola. Me e Gabriele compresi. Insieme trascorremmo tutto il primo anno del liceo cercando di capire quale fosse lo scooter migliore per noi, passando in rassegna il parco moto dei nostri amici più grandi. Tra i più fighetti andavano di gran moda lo Zip Piaggio e lo Scarabeo Aprilia. Il primo era piuttosto piacevole da vedere ma molto lento, mentre il secondo era più veloce ma con le ruote alte - tradotto per chi non se ne intende, non si poteva guardare tanto era brutto. E comunque costavano entrambi un mucchio di soldi: troppi per quello che i nostri genitori erano disposti a spendere. Chi era cresciuto nei quartieri di periferia, invece, portava alta la bandiera del Fifty Top 50, il cosiddetto "tubone" a quattro marce della Malaguti, veloce e allo stesso tempo maneggevole, oppure si aggirava zigzagando per i viali di circonvallazione in sella al Booster MBK, uno scooter facile da guidare, perfetto per l'asfalto ma anche per le strade più dissestate, grazie alle gomme molto larghe. Quelli che venivano dalla campagna fuori città, infine, giravano con l'Apecar Piaggio del nonno, un motofurgone a tre ruote derivato da uno scooter, bellissimo e perfetto per ripararsi dal freddo, ma decisamente eccessivo. Gabriele era indeciso, e io, se possibile, peggio di lui. Mi scappa ancora da ridere se ci penso, perché, più che scegliere una moto, sembrava dovessimo decidere cosa avremmo fatto da grandi, o quale dovesse essere la donna della nostra vita. Mille volte fummo sul punto di prendere una decisione, e mille volte ci ripensammo nel giro di una notte, tornando sui nostri passi il mattino seguente. Fu questa perenne indecisione che alla fine ci spinse a puntare sull'unico modello a due ruote che nessuno dei nostri coetanei poteva vantare. Fu Jack Frusciante è uscito dal gruppo, il romanzo di Enrico Brizzi, a indicarci la via. Quel libro, uscito a metà degli anni Novanta, era popolarissimo tra i ragazzi della mia età. Ci specchiavamo perfettamente nelle vicende e nelle emozioni di Alex, il diciassettenne liceale bolognese protagonista del romanzo. I suoi compagni di scuola sembravano estratti a sorte dalla mia compagnia di amici. La sua adorata Adelaide era indecisa e sognatrice come ogni nostra amata. La storia di quei ragazzi bolognesi appassionati di musica, il loro linguaggio, le loro ingenue ma stravaganti riflessioni sull'esistenza, declinate in un caratteristico accento emiliano, erano lo specchio della nostra vita di tutti i giorni, in tutto e per tutto. Le citazioni musicali che punteggiavano il libro, dai Sex Pistols ai Clash, dai R.E.M. ai Beatles, passando per Queen, Dire Straits e Ramones, avevano fatto da colonna sonora alla mia prima estate di vacanze riccionesi, passata a mangiare piadine e aspettare l'alba in gruppo sotto gli ombrelloni del Bagno 64. Fu proprio tra le pagine di Jack Frusciante che trovai la soluzione al mio dilemma di aspirante motociclista. Sì, perché Adelaide, la ragazza di cui Alex era innamorato, guidava una splendida 50 Special bianca. Eccola!, pensai, immaginandomi appoggiato al manubrio di una Vespa. Il mio bisogno di distinguermi a qualunque costo, di "uscire dal gruppo" per l'appunto, di ribellarmi alle convenzioni imposte dall'ambiente in cui stavo crescendo, avevano trovato il mezzo di locomozione ideale. Fu così che Gabriele e io eleggemmo la 50 Special a simbolo dei nostri sentimenti, delle nostre idee, di ciò che volevamo essere nell'immediato futuro. Quella moto prometteva a chiunque, anche a due sbarbati come noi, un punto di vista sul mondo originale e fuori dagli schemi. In più eravamo nel pieno degli anni Novanta, e il brit-pop degli Suede, dei Blur e degli Oasis era a un solo passo dall'esplodere definitivamente, riaccendendo i riflettori su un certo stile che sembrava dimenticato, ispirato agli anni Sessanta, ai Beatles e alle bande giovanili dei Mods del film Quadrophenia. Quello stile, di cui la Vespa era un'incarnazione perfetta, divenne il nostro punto di riferimento, cambiando le nostre abitudini, il nostro linguaggio, il nostro modo di vestire, i nostri ascolti musicali. Infine, dettaglio da non sottovalutare, il vespino costava davvero poco! Nei primi mesi dell'inverno lessi su un giornale gratuito trovato fuori da scuola l'annuncio che stavo cercando. «50 Special, cilindrata 140. Colore blu. Condizioni perfette. Telefonare ore pasti.» «Grande!» esclamai ripiegando il foglio di giornale e infilandolo nella tasca dei jeans. Presi appuntamento quello stesso pomeriggio e mi feci accompagnare da mio padre. Durante il tragitto cercavo di addolcirgli la pillola, spiegando quanto fossi convinto della mia scelta e cercando di rassicurarlo: «Sono un ragazzo prudente, lo sai». Ma non sembrava ci fosse molto bisogno di placarlo: era decisamente più tranquillo rispetto alla volta in cui, solo pochi anni prima, si era trattato di comprare uno scooter a Vittorio. All'inizio faticai a comprendere il motivo di un atteggiamento così diverso. Poi capii: in cuor suo era convinto che la Vespa andasse molto più lenta. Per lui non era minimamente paragonabile a quegli arnesi infernali che si incrociavano nel traffico del mattino mettendo a repentaglio la vita di migliaia di ciclisti addormentati. In più il marchio della Vespa apparteneva ai grandi miti del passato italiano, non si trattava di un oggetto alieno, sconosciuto e perciò temibile come tutti quei nuovi modelli giapponesi dalle forme bizzarre. Certo, mio padre non poteva sapere che la cilindrata della Vespa che stavo comprando era stata truccata dal proprietario manco fosse una drag queen e trasformata da innocuo cinquantino in uno scattante 140: una cilindrata tre volte superiore a quella che, per legge, ero autorizzato a guidare. Il venditore, un ragazzo simpatico anche se di poche parole, era un vero appassionato di Vespe, e nel suo garage si era preso cura di quel gioiello come di un figlio. Fanale rettangolare, sellino lungo, marmitta Polini che sbucava dalla carena, cilindrata potenziata al massimo. Quella Vespa andava a palla di cannone. «Fantastica!» esclamai dando gas in terza. Aveva un'accelerazione che toglieva il respiro. Mentre tornavo a casa a bordo del mezzo, con mio padre che mi seguiva in macchina a distanza pericolosamente ridotta, mi sembrava davvero di avere le ali ai piedi. A ogni incrocio lui mi sfanalava con gli abbaglianti cercando di farmi rallentare: il mio entusiasmo lo terrorizzava. Credo che mi avrebbe investito lui stesso, se avesse avuto la certezza che così mi avrebbe convinto a riportare immediatamente al proprietario quell'inferno di bulloni e lamiera. Era una Vespa, sì, ma le mie prime incerte manovre bastarono a far temere il peggio a mio padre. In tutto ciò, però, non avevo fatto i conti con il fiuto femminile, quel sesto senso che ogni donna acquisisce automaticamente fin dalla nascita del primo figlio. Mia mamma cominciò a sentire puzza di bruciato non appena mi vide sfrecciare senza paura davanti al portone di casa a una velocità impressionante, accompagnato da un rombo degno di un Boeing. Wuuuuooooooooooommmmm! «Fermati, deficiente!» urlò alzando le braccia. Fui costretto a spiegarle il motivo di tanto rumore, cercando di tranquillizzarla con le prime parole che mi venivano in mente, mentre mio padre seguiva la scena a braccia conserte, imbacuccato nel suo loden verde. «Va più veloce del normale, ma è nettamente più sicura!» ebbi il coraggio di dire, sfoderando la più clamorosa delle mie facce da schiaffi. «In che senso è più sicura?» - Domanda il cui vero significato era: «Mi prendi per scema?». Mamma si era già girata l'anello, il che indicava che un ceffone sarebbe potuto partire come un missile terra aria in qualsiasi momento. «Al semaforo... le macchine dietro di te... non ti arrivano addosso!» Ricordando questo dialogo non posso fare a meno di ammettere che all'epoca arrampicarmi sugli specchi era una delle specialità in cui mi cimentavo più spesso. Le discussioni durarono qualche settimana, ma non mi impedirono di tenere in garage quel bolide a due ruote e di ottenere il titolo di più veloce fra i miei amici quando il sabato pomeriggio, di nascosto dai nostri genitori, attraversavamo in fila indiana tutta la città per raggiungere l'Euforia, una discoteca pomeridiana in gran voga fra noi ragazzini. Mia madre, la cui ansia aumentava di giorno in giorno, arrivò a sequestrarmi le chiavi della Vespa. Non sapeva però che ne tenevo una copia nascosta nel cassetto della scrivania. Ogni pomeriggio, mentre lei si concedeva un pisolino e mio padre era al lavoro, scendevo in garage e passavo mezz'ora ad accarezzare e lucidare la mia due ruote. A volte le parlavo persino. Quando però mamma prese possesso dell'assicurazione del mezzo minacciando di denunciarmi ai carabinieri se avessi provato a circolare senza documenti, fui costretto a dire addio alla Vespa. Non ci fu altra scelta. Un paziente di mio padre si assunse il compito di rivenderla, e in un pomeriggio piovoso di novembre se la portò via su un camioncino. Ero di nuovo a piedi, ma ormai avevo provato l'ebbrezza della libertà ed ero pronto a lottare per riuscire a riassaporare quella sensazione meravigliosa. Passarono alcuni mesi in cui non feci altro che cercare un'altra Vespa, più "normale" e meno aggressiva, fino a quando, sullo stesso giornale gratuito della prima volta, trovai un nuovo annuncio interessante. Si trattava di una 50 Special rossa degli anni Settanta, in buone condizioni, venduta a un prezzo più che accessibile: seicentomila lire. Lessi quell'annuncio a voce alta davanti a tutta la famiglia, dopo aver piazzato in bella vista sul tavolo della cucina la copia di un tema in classe che la professoressa di italiano ci aveva consegnato quella stessa mattina: sulla prima pagina spiccava un gigantesco "8" scritto a penna rossa. Sapevo bene come vendermi, questo era sicuro. D'altra parte erano proprio i miei genitori a ripeterlo di continuo: «Se vai bene a scuola puoi chiedere quello che vuoi». Mio padre si arrese, rigirandosi tra le mani la copia del tema, e il giorno dopo ci presentammo dal nuovo venditore. Questa volta però venne con noi anche mamma, per assicurarsi che il nuovo oggetto dei miei desideri non fosse un altro missile. Era una Vespa Special 50, truccata a 75. Un classico, niente di preoccupante. Dopo un centinaio di raccomandazioni mia madre mi lasciò partire, senza seguirmi. Quella splendida Vespa divenne all'istante la mia nuova compagna di avventure, un'insostituibile amica con cui oltrepassare una volta per tutte i confini della libertà -e con cui mettere a repentaglio la mia vita, ovviamente. Credo che chiunque tra i quindici e i diciotto anni abbia guidato una moto possa "vantare", nel suo personalissimo palmarès di rischi affrontati sulle due ruote, come minimo una decina di incidenti stradali, almeno tre dei quali sul confine sottile che separa un rischio da un pericolo mortale. A me successe tutto in una volta sola. Erano le sei di pomeriggio e mi ero appena lasciato alle spalle la porta di casa dell'insegnante che mi dava ripetizioni di matematica. Abitava in una piccola via fra le tante che si aprono come affluenti su quel fiume enorme di macchine e autobus che prende il nome di via Murri. Questi piccoli rami stradali in salita raggiungono in poche centinaia di metri la prima collina. Sono zone molto tranquille, silenziose e immerse nel verde, ma comunque poco distanti dal rumoroso traffico cittadino. Capitava spesso che durante le sere d'inverno, anche quando il sole aveva brillato per tutto il giorno, la Pianura Padana si trasformasse in una moderna palude nebbiosa, la cui leggera foschia arrivava fin dentro le mura della città. Questo rendeva le strade di Bologna viscide e insidiose come piste di pattinaggio, ma ciò non bastava a convincere mia madre a risparmiarmi la fatica di quelle due ore di matematica. Io dalle ripetizioni uscivo piuttosto avvilito, e appena finivano mi fiondavo giù per le vie alberate, per lasciarmele alle spalle il più rapidamente possibile. Mettevo in folle la marcia della mia Vespa e scivolavo silenzioso lungo le discese che riportano in pianura. Accendevo il motore solo a metà strada, inserendo la seconda in corsa. Poi la terza e la quarta, dando gas fino all'incrocio con via Murri, che in lontananza brillava di fanali che si incrociavano sotto una leggera pioggerellina. Quella volta, però, al momento di rallentare qualcosa andò storto. Fu una questione di attimi. La chiusura di plastica dello zaino che tenevo appoggiato tra le gambe si andò a incastrare proprio sotto il pedale del freno, bloccandolo (attenzione: sconsigliamo di ripetere l'esperimento a casa). Provai a spingere più forte, ma, invece che diminuire, la velocità cresceva sempre più. E via Murri era a un passo. Forse avrei potuto scalare la marcia cercando di rallentare la corsa con il freno motore, ma non c'era davvero tempo. Frenai istintivamente con la ruota anteriore, usando la mano destra. In questo modo le ruote lisce e consumate del mio mezzo persero aderenza sull'asfalto. La Vespa schizzò via piegandosi su se stessa, e io fui scaraventato a terra nel tempo di un respiro. Quando riaprii gli occhi la prima cosa che pensai fu: sono in paradiso? Ero sdraiato per terra in mezzo alla strada, tra le due corsie, con le ruote di una vecchia Golf a un passo dal mio naso. Il paradiso non poteva assomigliare a un luogo come quello! Un vecchio signore mi aiutò ad alzarmi chiedendomi come stavo. «Bene, sto bene» risposi tremando, cercando di capire se mi mancava qualche arto. Non mi ero fatto niente, a parte qualche graffio che bruciava sulle mani. Ciò che mi preoccupava di più era piuttosto capire dove fosse la Vespa. Non la vedevo. Fu il vecchio a indicarmela. «È laggiù, ha fatto un bel volo!» Era finita dall'altra parte della strada, attraversando entrambe le corsie intasate di macchine e motorini, fortunatamente senza investire nessuno. Vergognandomi non poco per la figuraccia, ma ringraziando il cielo per esserne uscito integro, recuperai la Vespa ammaccata, e tornai molto lentamente verso casa. Non dissi niente ai miei dell'accaduto, per evitare ripicche o inutili preoccupazioni. Ma da quel momento mi decisi a comprare uno zaino con la chiusura a zip. 6. Mi Sol, Mi Do Dopo aver chiuso tutte le imposte, in piedi fra ingombranti valigie, sacchetti di plastica stipati di provviste, pinne, fucile ed occhiali, ancora sulla porta di casa mio padre ci faceva fare il segno della croce, e insieme recitavamo un rassicurante Padre Nostro. Per me e mio fratello tutto questo significava soltanto una cosa: vacanze! Molti anni prima che io nascessi mio padre aveva acquistato una villetta bianca immersa tra i limoni e le profumate bouganville di Fiumicello, una piccola frazione di Maratea, in Basilicata. Questa era la meta prediletta di ogni nostra estate. Venti giorni di pace e tranquillità che mio padre si concedeva dal lavoro, dando sfoggio delle sue rinomate abilità di marinaio (avevamo un piccolo gommone che imbarcava acqua ormeggiato al porto), pescatore (la sua fiocina a tre punte era la più temuta dei Sette Mari), e medico (ancor prima di conoscere mia madre aveva già curato mezza Fiumicello). Tutto il paese lo rispettava e, per tutti, mio fratello e io eravamo "i figli del dottore". Partivamo alle undici di sera da Bologna. Alla stazione mia madre si allontanava per ritirare i biglietti e assicurarsi che il treno non fosse in ritardo, raccomandandoci più volte di prestare attenzione alle valigie appoggiate per terra una accanto all'altra. Mio padre, impegnato a contarle, si accendeva una Muratti Ambassador. Cominciava dalla più piccola - «Una, due, tre, quattro...» borbottava sbuffando nuvolette di fumo a ogni parola -, poi perdeva il segno ed era costretto a ripetere tutto da capo. Io facevo del mio meglio per distrarlo, pregustando il lungo viaggio in compagnia di mio fratello. Nello zaino il walkman carico di canzoni dei Queen riversate in una musicassetta, un paio di libri di scuola e una gran voglia di tuffarmi in mare. A bordo del treno io e Vittorio occupavamo per tradizione le cuccette di destra, mia madre e mio padre quelle di sinistra. Facevamo a gara a chi rimaneva sveglio più a lungo. Mio padre era il primo a crollare, dopo aver letto qualche pagina di un nuovo libro sulla storia di Roma antica, o sulle abitudini culinarie dei Sumeri. Leggere lo appassionava, era più che un passatempo. Io lo spiavo mentre, concentratissimo, annotava le frasi più significative, i concetti più interessanti, il nome di un re o di un imperatore da ricordare. Per mia madre invece, il viaggio era una specie di veglia funebre. Non chiudeva occhio, terrorizzata dai famigerati ladri di valigie che, lo ripeteva in continuazione, «entrano mentre dormi, non ti accorgi di nulla, e quando ti svegli non trovi più niente!». Tra me e mio fratello si accendeva una crudele sfida all'ultimo sangue, anzi, all'ultima stazione. Era una prova di resistenza. Vinceva chi teneva gli occhi aperti più a lungo, opponendosi al battere ritmato del treno sulle rotaie, il cui suono per me era una ninnananna micidiale. Vittorio era praticamente imbattibile. Io alla stazione di Firenze già dormivo. A dire il vero cominciavo a perdere lucidità alla seconda galleria, dopo aver visto passare, veloce come un lampo nel buio, una piccola e sonnolenta stazione a due passi da Bologna, quella di Pianoro. «Qui ci abita Simona!» bisbigliavo a mio fratello, mentre il treno si tuffava nell'Appennino Tosco-Emiliano. Avevo da poco compiuto quindici anni e Simona era la mia ragazza. Prima di lei avevo baciato le morbide guance di mia mamma, una figurina Panini di Roberto Baggio che inseguivo da mesi, la foto di Freddie Mercury vestito da regina, e tutti gli armadi di camera mia. Limonare con gli armadi non era per me una trasgressione erotica, ma una specie di prova generale in vista di quell'evento straordinario che sarebbe stato il primo bacio. Dato a Margherita, una ragazza per cui mi ero preso una gran cotta in prima liceo: l'evento ebbe luogo al cinema, un sabato pomeriggio in cui eravamo andati a vedere The Mask, un film che quell'anno andava fortissimo. Nonostante - o forse proprio per - le grandi aspettative che lo avevano preceduto, quel bacio fu molto improvvisato. Sono morbide, pensai al primo contatto con le sue labbra. Certo lo erano più delle ante dei miei armadi, ma io non ci sapevo ancora fare. Il primo bacio tra me e Simona ebbe diverso esito. Fu qualcosa di nuovo, intenso e struggente, mai provato prima. Ogni pomeriggio dopo la scuola correvo a prendere l'autobus 96, che mi portava a Pianoro, dove la mia amata abitava con sua mamma. La scusa era sempre la stessa: «Carla, vado a fare i compiti da un amico!» gridavo sbattendomi alle spalle la porta di casa. Quei lunghi pomeriggi di grande attesa li consumavamo a forza di baci, e carezze da manuale. Facemmo l'amore per la prima volta dopo cinque mesi di astinenza durissima. Il discorso di Simona rifletteva il più classico tra i pensieri femminili: «Accadrà quando sarà Amore con la A maiuscola!» diceva, negandosi sul più bello. Poi, sospirando, ribadiva il concetto: «Non mi fido ancora». Questa mancanza di fiducia era un'eredità delle delusioni vissute con il suo ex ragazzo, un bestione prepotente che passava le giornate a impennare davanti a casa sua in sella a un Ciao. Non so dire se il mio amore per lei fosse "quello con la A maiuscola", ma un bel giorno di primavera, finalmente, Simona mi accolse dentro sé, e in cinque secondi netti diventai un ometto anche io. Da allora in poi ogni incontro con una donna divenne una scoperta, ogni saluto un improbabile addio. Anche la partenza per le vacanze era motivo di discussioni infinite e giuramenti solenni. Durante quei giorni lontani e insicuri sprecai litri di inchiostro tracciando su carta da lettere centinaia di promesse d'amore. Il telefono cellulare all'epoca era ancora un oggetto raro, ingombrante e costosissimo, sconosciuto ai più. Soltanto qualche manager esibizionista ne possedeva uno, e se lo incontravi mentre lo sfoggiava in pubblico non potevi fare a meno di scoppiare a ridere, tanto era buffo. I pensieri degli adolescenti innamorati erano obbligati a viaggiare per posta. Sì, perché i telefoni fissi non garantivano nulla di lontanamente paragonabile al contatto diretto e intimo che con il cellulare sembra tanto scontato. Anche quando si erano raggranellate monete sufficienti per mezz'ora di conversazione da un apparecchio pubblico, anche quando il telefono di casa diventava raggiungibile perché finalmente fuori dalla portata dello sguardo (e dell'orecchio) attento dei genitori, la missione era tutt'altro che sicura. Restava l'incognita di chi avrebbe risposto: cosa balbettare se il "pronto" dall'altra parte del filo fosse stato quello di una madre sospettosa? O se ci fosse stato il vocione di un padre severo e geloso deciso a sottoporre a interrogatorio approfondito ogni essere umano di sesso maschile intenzionato a scambiare due chiacchiere con la figlia? Ricordo ore trascorse a fissare il telefono prima di trovare il coraggio per alzare la cornetta e comporre il numero della ragazza di cui ero innamorato. Insomma, la via di comunicazione più sicura e che permetteva maggiore libertà di espressione era la buona vecchia lettera: da consegnare di persona, da affidare alle mani di un amico investito della missione di messaggero, o da lasciare in un luogo concordato. Era più complicato, rispetto alla facilità di comunicazione dell'era dei cellulari, ma in questo modo tutto aveva più fascino, soprattutto l'Amore con la A maiuscola. Il treno sfrecciava velocissimo sulle rotaie sferragliando rumorosamente, mentre l'annuncio del capotreno avvertiva i passeggeri a bordo: «Informiamo i signori viaggiatori che il servizio bar riprenderà alle ore sette e trenta di domani». Il mattino dopo mi svegliava la luce che filtrava nello scompartimento. Mi sporgevo verso il finestrino e tiravo le tende. Un mare luccicante di un intenso blu cobalto mi abbagliava riflettendo il sole d'agosto: i suoi raggi si facevano strada anche sul mio volto, disegnandovi un luminoso sorriso. «Buongiorno!» esclamava mia madre, colma di entusiasmo, con un'albicocca aperta fra le mani. Mio padre in corridoio a fumare. Mio fratello impegnato da mezz'ora a raccontargli quanto straordinaria fosse la visione notturna della stazione di Napoli. Arrivati a Maratea trovavamo ad attenderci gli amici di ogni estate. Scorgendoli, il mio pensiero correva immediatamente alle accese partite di calcetto che avremmo organizzato in spiaggia, alle sfide in sala giochi, e alle botte da orbi che ci saremmo inflitti ai go-kart. Nonostante fossimo in vacanza, però, mia madre non perdeva l'abitudine di organizzarmi la vita. Credo fosse ossessionata dall'idea di tenermi impegnato, forse nel tentativo di ritagliarsi un po' di tranquillità. Così, ad esempio, fin da piccolo le mie lezioni estive di nuoto furono seguite da un caro amico di famiglia, il professor Santoro, esperto cacciatore di polpi - «Dal greco JtoXijg (polùs), "molto", e itovg (poùs), "piede": "dai molti piedi"» - e allevatore di api da miele. Persona squisita, almeno quanto i suoi spaghetti al sugo, appuntamento fisso di ogni nostra vacanza. Grazie a lui avevo imparato a fare il morto a galla ancor prima di saper nuotare. «Se incontri un pescecane fai così e non ti muovere!» mi ripeteva quando ero più piccolo. Un pescecane io lo avevo visto soltanto una volta, appeso a un amo grande quanto una bottiglia in una vecchia fotografia scattata al porto di Maratea. Accanto al pesce, il volto fiero e sorridente del maresciallo Vincenzo Limongi, nostro vicino di casa e anch'egli amico di vecchia data dei miei genitori. Quando era in buona ci portava a pescare al largo sulla sua barca, intrattenendoci con storie fantastiche e leggende marinare. Dall'acqua, man mano che gli ami tornavano in superficie, affioravano barracuda, pesci palla e merluzzi giganti. Era fantastico. Anche i miei genitori se la spassavano durante quei giorni, e vederli felici e di buon umore portava serenità e spensieratezza anche a me e Vittorio. Ma poi succedeva. All'improvviso, dopo qualche giorno di calma apparente, mi accorgevo della sua mancanza. Era un vuoto incolmabile, che avvertivo fin dal risveglio pur senza esserne del tutto consapevole. Mi sentivo derubato, solo, disorientato da un'assenza inspiegabile. «Hai perso la lingua?» chiedeva mia madre mettendomi una mano sulla fronte. Io non rispondevo, incapace di spiegarmi quella sensazione. Allacciavo le scarpe e correvo a perdermi nella pineta che portava al mare, cercando riparo tra i grandi carrubi e il continuo frinire delle cicale. Il distacco dal pianoforte si faceva sentire così, all'improvviso, quando le prime scottature cominciavano a calmarsi, quando, come un vero e proprio bisogno fisico, l'impulso di appoggiare le mani sull'avorio tornava a farsi vivo. Fu così che imparai, per compensare l'assenza del mio strumento, a "suonarmi nella testa". Aspettavo che mio padre, subito dopo pranzo, si mettesse a letto per schiacciare il suo consueto pisolino pomeridiano. Prendevo la seggiola di paglia intrecciata su cui mia madre amava fare colazione al mattino e mi sedevo all'ombra dei limoni, sul terrazzo di casa circondato dal verde. Aprivo con cautela un pianoforte invisibile, immaginando di essere un grande musicista nel giorno della sua prima alla Scala. Un respiro profondo e il mio concerto aveva inizio. Mi chinavo sui tasti a occhi chiusi, ripassando mentalmente gli spartiti che avevo studiato durante le lezioni prese in città. Da pochi mesi Gea si era trasferita a Roma per intraprendere la carriera di direttrice del coro dell'Opera, ed era entrata nella mia vita una nuova insegnante di pianoforte: Paola, altrettanto preparata e capace, molto disponibile nei miei confronti. Era stata lei a rivoluzionare il mio percorso di studi, inserendo autori più moderni rispetto ai classici che già studiavo, con il fine di rendere più stimolanti le sue lezioni. Questo aveva stravolto la mia concezione della musica classica, rendendomi estremamente curioso e creativo. Nel silenzio afoso di quei pomeriggi d'estate, mentre tutta Fiumicello si rifugiava sotto gli ombrelloni o tra le fresche mura di casa, la fantasia la faceva da padrona. Prima un Rondò di Beethoven, tutto d'un fiato, poi il Preludio op. 28 n. 15 di Chopin, con i polpastrelli delle dita che saltellavano sulle mie ginocchia scoperte. Grazie a Paola avevo imparato da poco a suonare anche The Entertainer, un pezzo famosissimo di Scott Joplin, alcuni brani di qualche compositore russo, e molte tra le hit più famose dei Queen. Senza la mia nuova insegnante non avrei mai immaginato di poter accostare agli autori classici e romantici del XVIII e del XIX secolo compositori e brani così diversi fra loro. Suonarmi nella testa era facile e divertente, perché non c'era rischio di errore. Canticchiavo in falsetto la melodia dei brani, spingendo con la punta del piede un pedale che non c'era. Fra un brano e l'altro ricreavo anche gli applausi festanti di un pubblico sempre entusiasta: le standing ovation si sprecavano, così come i fiori lanciati sul palco, o le grida di approvazione provenienti dagli scalmanati seduti in galleria. Regolarmente mi alzavo e facevo un ampio inchino, prima di tornare a sedermi, compiaciuto. Questi concerti immaginari erano il mio passatempo preferito, e fu grazie a loro che durante quella vacanza scrissi la mia prima vera canzone. Il giorno prima c'era stata la festa di San Biagio, patrono di Maratea, e per le strade di Fiumicello era passata la banda del paese. Io e mio fratello avevamo seguito l'evento affacciati al portichetto che dava sulla strada principale, godendoci lo spettacolo. Quei suoni familiari e i colori festosi mi avevano trasmesso ancor più forte la nostalgia per la musica suonata dal vivo. Avrei dato qualsiasi cosa pur di far parte di quel gruppo di musicisti in abiti tradizionali. Purtroppo, per ovvie ragioni di spazio, il mio strumento prediletto non faceva parte della banda. Così, quella mattina me ne stavo rintanato a letto, immerso nell'ascolto di qualche consolatoria canzone dei Queen. Stavo sentendo Pain Is So Close to Pleasure, un pezzo scritto da John Deacon, il bassista del gruppo, lasciandomi cullare dalla voce in falsetto di Freddie Mercury, quando accadde la tragedia, l'incubo di ogni ascoltatore di musica nell'era analogica: il nastro della cassetta si impigliò malamente negli ingranaggi del walkman, annodandosi in un garbuglio indecifrabile. Incidenti del genere mi capitavano spesso in città ma, quella che in condizioni normali era solo una scocciatura, lontano da casa poteva mettere a rischio l'intera vacanza. Occorreva un trasporto immediato al pronto soccorso - il tavolo della cucina - dove, con l'aiuto di un cacciavite e di una biro Bic, avrei cercato di salvare il salvabile. Mezz'ora sotto i ferri, con la speranza appesa a un filo. Ce la misi tutta, ma ogni tentativo si rivelò vano, e alla fine fui costretto ad abbandonare l'impresa. La cassetta era persa, andata, morta per sempre, e così anche la possibilità di ascoltare musica per il resto della giornata. Pensai alla banda, al fatto che se tutto questo mi fosse successo a Bologna avrei risolto il problema aggrappandomi al pianoforte, o facendo visita al negozio di dischi più vicino. A Fiumicello vendevano gelati, frutta e verdura, canne da pesca, maschere da sub, teli da bagno e tutto quel che serve per organizzare una splendida giornata di mare in compagnia degli amici. Ovviamente il negozio di dischi più vicino era irraggiungibile a piedi. Riposi quel che restava della mia cassetta e del walkman sul comodino vicino al letto, lasciandomi tentare da una crisi di nervi prima di farmi forza e uscire in terrazza, cercando di distrarmi all'ombra dei limoni. Trascorsi un'altra mezz'ora ad ascoltare la voce metallica e insistente dell'arrotino che, girando per le vie di Fiumicello, richiamava le signore di ritorno dalla spesa. Guardarle chiacchierare fra loro, in un rituale scambio di battute e sorrisi, mi ripuliva dall'irritazione per aver sciupato l'unica cassetta dei Queen in mio possesso. Un pensiero raggiunse Simona, la sua casa, e ogni luogo in cui avevo trascorso dei momenti con lei. Cominciò a materializzarsi davanti a me, come in un sogno, il solito pianoforte magico, quello dei concerti di fantasia. Un nuovo sorriso tornò a farsi strada sul mio volto. A occhi chiusi appoggiai le mani sulla tastiera invisibile, sfiorando con la punta del piede un pedale immaginario. Un brivido inedito mi percorse la schiena. Mi ero calato nella parte. Lasciai libere le mani, che disegnarono una precisa melodia sui tasti davanti a me. Mi Sooool, Mi Dooooo. Erano le prime note di una nuova canzone. Mi piacquero. Corsi a strappare un foglio dal mio quaderno dei compiti le cui pagine giacevano ancora immacolate, e cominciai ad annotare in fretta le parole che, insieme a quelle note, mi uscivano dal cuore. Vorrei, vorrei... esaudire tutti i sogni tuoi vorrei, vorrei... cancellare ciò che tu non vuoi però lo sai che io vivo attraverso gli occhi tuoi! Vorrei, vorrei... che tu fossi felice in ogni istante vorrei, vorrei... stare insieme a te così per sempre però lo sai che io vivo attraverso gli occhi tuoi! Io vorrei poterti amare fino a quando tu ci sarai sono nato per regalarti quel che ancora tu non hai così se vuoi portarmi dentro al cuore tuo con te... io ti [prego e sai perché Vorrei, vorrei... esaudire tutti i sogni tuoi vorrei, vorrei... cancellare ciò che tu non vuoi però lo sai che io vivo attraverso gli occhi tuoi! Una canzone assomiglia a un rebus, in una specie di tragitto invisibile e intricato da portare a termine. In certi casi è matematica, e segue determinate leggi o convenzioni. In altri è soltanto magia, mistero, evocazione. È proprio come sbrogliare il nastro di una musicassetta che si è intrecciato in mille nodi e grovigli inestricabili. È necessario seguire il proprio istinto, ma allo stesso tempo occorre applicare una logica ferrea. Una canzone è come il relitto di una nave, tenuto nascosto dal mare per millenni. Portarlo in superficie, ripulirlo dalle incrostazioni che si sono formate e l'hanno ricoperto nel corso del tempo è il lavoro di un artista. Scrivere è questo. Vorrei è la prima vera canzone che ho scritto: mentre la scoprivo avevo la netta sensazione di non esserne io l'autore. Era una ricezione, non una creazione. In pochi minuti, senza un pianoforte su cui provarla, scrissi nota per nota quella melodia che fluiva veloce e indisturbata dalla mia testa al foglio. Continuai a canticchiarmela per tutta la vacanza, senza sosta, terrorizzato all'idea di risvegliarmi da quel sogno una volta tornato a casa. Le vacanze finirono. Appena rientrato a Bologna, prima di aprire le valigie gonfie di vestiti e costumi ancora bagnati, mi gettai sul pianoforte. Non avevo nemmeno bisogno di andarmi a cercare il foglio su cui avevo annotato quella melodia: a forza di ripetermela nella testa avevo imparato a memoria le successione di note che la componevano. Tutto combaciava alla perfezione. Dal vivo suonava ancora più coinvolgente e romantica di come mi era sembrata suonandomela nella mente. Avevo ricevuto un regalo, era così che mi sentivo. Non posso spiegare la felicità che provai, mi sembrava di essere nato una seconda volta. Chiamai al telefono Gabriele chiedendogli di raggiungermi il prima possibile. Dovevo fargliela ascoltare, sebbene fosse molto diversa dalle canzoni che avevamo scritto fino a quel momento. Il giorno dopo mi presentai alla porta di Simona, convinto di avere fra le mani la chiave del suo cuore. Ascoltammo la canzone abbracciati sul letto, in religioso silenzio. «Bella» disse lei. «Ma non parla di me!» Mi lasciò di stucco. Quando mi ripresi non potei fare a meno di pensare al testo di una canzone di Vasco, che già allora era tra le mie preferite: «Una canzone per te, come non è vero, sei te!». 7. Annus terribilis Sto per entrare all'inferno, e non me lo merito. Mia madre, sconvolta, piange seduta sull'unica sedia libera di una spoglia sala d'aspetto del Tribunale minorile di Bologna. La guardo pietrificato mentre con una mano si asciuga le lacrime e con l'altra fruga nervosamente nella sua borsetta in cerca dell'ennesimo fazzoletto di carta. Il mio avvocato è in piedi di fronte a me, a un passo dalla porta di ingresso dell'ufficio del Pubblico Ministero. «Sei pronto?» chiede con voce ferma. Annuisco, senza respirare. Un uomo in divisa è appena uscito dal bagno e con un gesto ci invita a seguirlo. Mia madre si alza di scatto, pronta a difendermi con il suo corpo, se necessario, ma all'avvocato basta uno sguardo per fermarla e pregarla di restare seduta mantenendo la calma. Entriamo nella piccola sala dove sarò interrogato. Oltre all'avvocato e al carabiniere che ha preso posto davanti a una macchina da scrivere, ci siamo solo io e il Pubblico Ministero, pronto a stringermi nella trappola delle sue domande insidiose. Il motivo per cui mi trovo qui non lo so spiegare. A dire il vero non ne ho proprio idea. Tutto era iniziato un giorno di scuola come tanti, nei primi mesi dell'anno, durante una lezione di disegno tecnico. Erano passate da poco le dieci e la professoressa Veneziano si aggirava tra i banchi consumati da generazioni di alunni scrutando con sguardo scettico i nostri fogli A3 messi timidamente in mostra. Li correggeva uno a uno, senza dare il minimo segno di impazienza di fronte alle nostre evidenti difficoltà di apprendimento. Io mi facevo aiutare da Simona, la mia ragazza, il cui destino sarebbe stato quello di diventare architetto e i cui suggerimenti erano fondamentali per farmi raggiungere la sufficienza alla fine dell'anno. Il disegno tecnico proprio non faceva per me. Preferivo dedicarmi a scrivere a ripetizione il mio nome sul bordo del banco, come in preda a un folle rito maniacale. In questo modo finivo per consumare la punta delle matite, tutte inservibili per i disegni puliti e impeccabili che la Veneziano voleva da noi. Non sarei mai diventato un ingegnere. Consapevole di questo mio limite, vivevo con estrema tranquillità le due ore alla settimana in cui potevo distrarmi creando forme psichedeliche con il compasso e la squadra. Stavo giusto creando una serie infinita di cerchi perfetti, cavandomela piuttosto bene, quando il preside piombò in aula ragliando come un asino: «Dov'è Cremonini? Dov'è, che lo ammazzo!». Urlava come un forsennato. Lo sentimmo persino imprecare, qualche secondo prima dell'irruzione. Se un giorno avrò un infarto, la causa di quel malore sarà da ricercare nei danni provocati al mio sistema cardiocircolatorio dalla sua comparsa furibonda. Lo spavento fu tale che feci un balzo sulla sedia e il compasso mi si conficcò in un dito, proprio sopra l'unghia, dove ora campeggia, a ricordo di quella giornata, una bella cicatrice. «Dov'è Cremonini? Non è a scuola nemmeno lui, vero?» gridava quello. Come no, ero li seduto all'ultimo banco, come sempre, ma non riuscivo proprio a muovermi. Prima di allora non avevo mai parlato con il preside, anzi, nemmeno avevo idea di che faccia avesse. Questo perché nella mia scuola la figura del preside cambiava continuamente, e nessuno si fermava mai abbastanza da farsi conoscere dagli alunni. Quell'anno comunque ci era toccato un tipo piuttosto inquietante: gonfio come un bufalo, con gli occhiali ingialliti e le labbra perennemente screpolate. Sbavando una schiuma bianchiccia dagli angoli della bocca, gridava il mio nome senza smettere di gesticolare in mezzo all'aula, mentre i miei compagni si facevano piccoli fingendo di cercare chissà cosa sul fondo degli astucci o nelle profondità inesplorate dei loro zaini. In risposta alla domanda del preside la professoressa puntò il dito verso di me. Nonostante mi sentissi inchiodato alla sedia, mi alzai. «Aaaah! Sei tu!» esclamò trionfante lui, vedendomi. «Cosa è successo?» riuscii a domandare con un filo di voce. Un ruggito squarciò l'aria. «In presidenza! Subito!» Iniziavo a preoccuparmi. Era capitato che rubassi delle merendine dal cartone pieno di preconfezionati che il bar faceva arrivare a scuola, le volte in cui all'intervallo morivo di fame e non avevo una lira in tasca. Non mi era mai parso chissà che crimine. Ma chi poteva aver fatto la spia? Seguii il preside verso il suo ufficio. Mentre io non riuscivo a spiccicare una sola parola, lui non smise un solo istante di gridare, attirando l'attenzione di tutte le classi del primo, e forse anche del secondo e terzo piano. Ovunque arrivasse l'eco delle sue urla cadeva un silenzio di tomba, e i corridoi si svuotavano. Entrammo in presidenza. Ad attenderci, in piedi uno vicino all'altro, i componenti di un'intera famiglia. Padre, madre e un bambino pallido e magro, tenuto per mano dai genitori. In realtà quello che a me pareva un bambino era un ragazzino di quattordici anni che dimostrava molto meno della sua età. Mai visti prima di allora. Nessuno dei tre. Il padre aveva il viso rugoso, i capelli grigi che spiccavano su uno sgargiante maglioncino rosso e l'aria da eiaculatore precoce. Si agitava come un criceto impazzito. La madre... oddio, la madre era indescrivibile. Sulla fronte abbronzata troneggiava un'enorme chioma giallo canarino, in stridente contrasto con il rossetto viola che disegnava due labbra lucide e sottili. I suoi occhi, impiastricciati dal trucco eccessivo, mi puntavano fissi. Entrambi i genitori erano furibondi e la causa della loro furia ero io: sembrava volessero fulminarmi con lo sguardo. Il bambino, spaventatissimo, tremava come una foglia stretto fra loro due, e quando lo guardai abbassò gli occhi. Il padre mi rivolse la parola per primo. «Tu!» sbottò indicandomi. «Non ti vergogni?» «Di cosa?» ribattei prontamente. Il preside aveva finalmente smesso di gridare, e si era seduto sulla sua poltrona di pelle asciugandosi con un fazzoletto di seta bianco il sudore che gli colava sulla fronte mentre si godeva lo spettacolo. Intervenne la madre: «È lui, vero?» chiese al bambino, che intanto si era nascosto tra le gambe del padre coprendosi il viso con le mani. Il bambino annuì, senza dire una parola. Io, incredulo, non sapevo che dire. Cercavo di comprendere cosa mi stesse accadendo, ma senza risultati. Sembrava una di quelle puntate di Scherzi a parte con gli attori e le comparse che si muovono seguendo schemi e logiche incomprensibili per le ignare vittime dello scherzo. Era tutto così fuori dalla realtà. L'unica cosa che riuscii a pensare era che le merendine non c'entravano proprio nulla. La faccenda era molto, molto più seria. Il padre allora strinse il pugno della mano destra allungando il braccio verso il cielo e si alzò sulla punta dei piedi digrignando i denti, come per colpirmi sulla testa in un folle atto d'ira. Io mi misi in guardia, pronto a incassare il colpo. Il tempo sembrò fermarsi, immobile. L'uomo si trattenne. Aprì la bocca portandosi le mani alla testa. Poi, chinandosi sul pargolo, lo abbracciò con affetto, costringendolo ad avanzare verso di me. Anche la madre si chinò. Ora erano entrambi in ginocchio, a un passo dalle mie gambe. «Marco» chiese il padre con voce suadente, «è lui che ti ha picchiato?» Finalmente conoscevo il nome del ragazzino. «Sì, è lui!» esclamò il figlio. Era la prima volta che udivo la sua voce. Pareva quella di un bambino di dieci anni. Ecco di nuovo il preside: «Tu!» sbraitò puntandomi l'indice contro. «Come hai potuto, verme!» La madre a questo punto era in lacrime. Stop. Ma che razza di gente c'è al mondo? E chi ero io, Jack lo Squartatore? Pensai per un istante ai grandi fogli da disegno sui quali pochi minuti prima stavo beatamente tracciando una serie di circonferenze perfette. Alle matite consumate dal mio stesso nome, appoggiate lì sul banco. E alla vita che, all'improvviso, mi si rivoltava contro. «Io?» domandai esterrefatto. Ero bravissimo a fare quella faccia. «Sono io che ho fatto cosa?» gridai rivolto verso il bambino che, da parte sua, continuava a non guardarmi negli occhi. «Non ci provare, non toccare mio figlio!» attaccò suo padre cercando di proteggerlo. «Sporgeremo denuncia, per furto e violenza su minore» minacciò, furioso. Udendo queste parole la madre chiuse gli occhi come a chiedere al Signore di perdonarmi per quel che avevo fatto. Peccato che io non avessi fatto proprio niente. Fui rispedito in aula. Il preside mi accompagnò in classe interrompendo per la seconda volta la lezione di disegno. «Cremonini, insieme a un compagno» comunicò all'insegnante che lo ascoltava con le braccia conserte, «ha derubato, ferito, umiliato un innocente ragazzo di prima. Simili atti di violenza non sono tollerati in questa scuola.» Ciò detto, uscì dall'aula. Nel corso della mattinata scoprii che l'altro alunno coinvolto in quella brutta faccenda era il mio amico Fabio, che non si era presentato a scuola. Fabio era un ragazzo più grande ma, essendo ripetente, frequentava il mio stesso anno. Più o meno tutti, compresi i compagni di scuola, lo consideravano il classico bulletto, forse per la sicurezza che ostentava, la quale, unita al fatto che non studiava mai e saltava regolarmente le lezioni del sabato e del lunedì, gli aveva fatto guadagnare l'eterna ostilità dei professori. Per me, invece, Fabio era un genio. Il suo modo di fare presuntuoso e strafottente era solo una maschera che nascondeva una personalità timida e discreta. Sotto la coppola che portava sempre, estate o inverno, si aprivano due occhi color liquirizia che brillavano di una luce buona e gentile. Mi sembrava così evidente: Com'era possibile che gli altri non se ne accorgessero? A Fabio e a me era bastato un solo sguardo per capire di esserci trovati: diventammo inseparabili fin dal primo istante, in classe e fuori. Io amavo la sua vitalità, il suo essere sempre in movimento, le origini calabresi di cui andava molto fiero. Lo seguivo ovunque, al punto da diventare per lui quasi un angelo custode, e lo ascoltavo quando parlava delle sue passioni: in primo luogo le ragazze, e poi la palestra, i vestiti, i disegni. Insieme ci divertivamo a imitare i compagni, a inventare scherzi e battutacce, a percorrere per ore Bologna e i colli in motorino. Anche Fabio, da parte sua, si era affezionato molto a me nonostante fossimo uno l'opposto dell'altro. Forse era proprio questo a rendere forte la nostra amicizia: la diversità. Con lui io - che pure ero fidanzato - dovevo passare per quello che con le ragazze non aveva speranze, di modo che lui potesse mettere in mostra tutta la sua virilità. Io - che per certi versi ero più maturo di lui - ero quello che aveva tutto da imparare, così che lui potesse sentirsi importante. Ero il "fighetto figlio di un dottore", sempre vissuto nella bambagia, cosa che gli permetteva di recitare la parte del balordo cresciuto in strada. Ma in realtà Fabio aveva una famiglia splendida che lo riempiva di affetto e di cure. Questi erano i ruoli che, di comune accordo, avevamo deciso di interpretare: e la segreta alleanza che ci univa di fronte al mondo ci faceva sentire speciali e invincibili. In ogni caso, quali che fossero i nostri pregi e i nostri difetti, qualunque fosse la forza che cementava la nostra amicizia, una cosa era certa: né io né lui avremmo mai potuto fare ciò di cui il preside e quella strana famiglia ci stavano incolpando. Tornai a casa terrorizzato. Il guaio mi sembrava piuttosto complicato da risolvere. Un bambino che non avevo mai visto accusava me e il mio migliore amico di averlo picchiato e derubato nei bagni della scuola. I suoi genitori avevano minacciato di denunciarci per furto e violenza su minore. Niente di meno. Il preside si era infuriato e mancavano poco più di quattro mesi alla fine dell'anno scolastico. Rischiavo seriamente di venire bocciato. «Peggio di così...» mi dissi sprofondando in un mare di domande senza risposta. Durante il pomeriggio chiamai di nascosto Fabio per avvisarlo dell'accaduto, ma mi sembrò non capire la gravità della situazione: si limitò a informarmi che l'indomani non sarebbe comunque venuto a scuola perché impegnato in una sfida a biliardo con i suoi amici del quartiere. Ero solo. Ma il peggio doveva ancora venire. Il giorno seguente il preside chiamò mia madre, raccontandole tutto quanto. Lei, sotto choc, inscenò una vera e propria tragedia, a cui seguì una improvvisata riunione familiare. A casa si creò un clima di tensione fortissima. La testa mi scoppiava, troppa pressione. Io continuavo a proclamare a gran voce la mia innocenza, ma solo mio fratello sembrava credermi. Due settimane dopo, ciò che più temevo si avverò come nel peggiore degli incubi. La vicenda finì su tutti i giornali. «La Repubblica» la sbatté, con tanto di foto a colori dell'ingresso della scuola, sulla prima pagina della cronaca di Bologna, facendone un caso sociologico. Il titolo: Bullismo al liceo, denunciati due minorenni. Sotto, in un articolo di tre colonne, il parere dell'esperto, un noto psicologo infantile. La questura aprì un'indagine e cominciarono a presentarsi a scuola, a giorni alterni, degli strani personaggi dall'aria poco rassicurante. Tutta la mia classe e buona parte del personale scolastico, compresi i bidelli, furono interrogati in presenza del Pubblico Ministero. Mi bastò poco, però, per capire che l'argomento di maggior interesse non era la vicenda per la quale il preside si era tanto infuriato, né ciò di cui parlavano i giornali. Simona e i miei compagni di classe mi confidarono che chi li aveva messi sotto torchio in una saletta del Tribunale minorile di Bologna non faceva altro che chiedere se qualcuno mi avesse mai visto fumare delle canne a scuola, cosa che non avrei fatto nemmeno sotto ipnosi, o se mi avessero mai visto entrare in classe con la faccia stravolta (be', questo poteva succedere ogni giorno, visto il mio pessimo rapporto con la sveglia!). E se mi avessero mai sentito nominare, anche solo scherzando, la parola "marijuana". Io quella parola la conoscevo, certo. Non tanto perché fossi un accanito fumatore, quanto perché proprio durante quell'anno scolastico avevo dato il mio primo tiro a una canna. Era stata un'esperienza comica. L'estate prima, a Riccione, avevo conosciuto dei ragazzi di Bologna e con loro avevo immediatamente legato, al punto da continuare a frequentarli anche quando, finite le vacanze, eravamo tutti rientrati in città. L'Harry's Pub in Vicolo Vinazzetti, a due passi dalla zona universitaria, era stato scelto come nostro punto di ritrovo. Nel locale la birra alla spina la faceva da padrona, e un pianoforte di legno a muro, microfonato a dovere, regnava al centro della sala principale, accanto al bancone del bar. Tra le mura di quel pub accogliente e confortevole ci sentivamo come a casa nostra, e passavamo intere serate raccolti attorno a uno spartito, sorvegliati a vista da Pino, un simpatico pianista e cantante di pianobar che si pagava gli studi interpretando ogni sera le canzoni dei nostri autori preferiti. Antonello Venditti, Francesco De Gregori e Vasco Rossi erano tra i più gettonati, ma anche Fabrizio De André, Francesco Guccini, e l'immancabile Lucio Battisti erano molto richiesti. Gianni, il cotonatissimo proprietario del pub, era così contento di averci sempre attorno che spesso mi concedeva il lusso di suonare qualche mio brano. Io mi sedevo al pianoforte e strimpellavo qualche canzone scelta fra quelle che io e Gabriele già conoscevamo a memoria. Furono le nostre primissime esibizioni pubbliche, confortate dall'entusiasmo rassicurante degli amici, che sembravano apprezzarle molto. Se un sabato sera qualunque, per qualche motivo, arrivavo in ritardo, dopo aver parcheggiato malamente la mia Vespa sotto il portico entravo di soppiatto nel locale senza farmi vedere, poi mi sedevo al pianoforte e intonavo sottovoce Vorrei. Mi Sol, Mi Do... e qualcuno fra i miei amici là sopra, sentendo quella melodia farsi strada in mezzo alla confusione del locale, gridava: «E arrivato Ce!». Se eravamo in buona concludevamo la serata sfogliando il canzoniere e cantando, abbracciati fino a notte fonda. In quei mesi avevo legato in modo particolare con Guido, un ricciolone che mi era sembrato il più inquadrato fra tutti e che incontravo spesso durante l'intervallo nei bagni della mia scuola; France, la simpatia fatta a persona, che spesso ci ospitava nella sua taverna sui colli e ci toglieva il fiato con una serie interminabile di gag da cabaret; e infine Manfre e Malippo, due ragazzi lunatici e intraprendenti con cui era impossibile non divertirsi e con i quali avevo condiviso la prima serata al Cocoricò, la discoteca mito della riviera romagnola. A questi si aggiungevano una decina di ragazze sveglie, simpatiche, ognuna con una personalità molto spiccata, che ci seguivano dovunque andassimo stimolando in noi quel po' di esibizionismo maschile che non guasta mai. Una sera, inaspettatamente, uno tra i ragazzi più grandi che ogni tanto si univa al nostro gruppo, e che io salutavo con garbo più per il timore di essere preso in mezzo e torturato nel vicoletto dietro l'angolo che per simpatia, allungò la sua mano verso di noi. «Oplà!» disse. «Questa è per voi!» Era la prima volta che vedevo una canna in vita mia. La maggior parte dei nostri amici, Gabriele compreso, non era minimamente interessata a quell'esperienza, e se ne restò al calduccio fra le mura dell'Harry's, mentre una piccola minoranza, che includeva il sottoscritto, fu invece molto incuriosita da quella strana sigaretta paffuta che profumava d'oriente. E poi era un regalo, no? Mica potevamo rifiutare. Formammo velocemente un gruppetto di tre, quattro persone, tra cui Guido e Malippo, e in gran segreto, manco fossimo i partecipanti a una riunione massonica, ci dirigemmo in motorino verso i Giardini Margherita, una versione bolognese e mignon di Central Park, con tanto di laghetto con paperette e campi da tennis. Erano le dieci di sera. Una volta sgattaiolati nel parco attraverso un buco nella recinzione, trovata la postazione ideale tra gli alberi che costeggiano gli scivoli per bambini, il più grande fra noi accese l'oggetto della nostra curiosità. Fece due tiri ben calibrati, poi ne diede un terzo più lento, come ad assaporare a fondo ciò che stava inspirando. Lo trovai un gesto coraggioso. Io e gli altri ragazzi lo guardavamo ansiosi di conoscere le sue impressioni. «Com'è?» chiedemmo in coro. «È buona!» disse lui, tossicchiando. Allungammo le mani in tre, come piccoli di falco che spalancano la bocca per essere nutriti. Quando la canna arrivò fra le mie mani la presi con due dita, imitando la disinvoltura con cui l'avevano tenuta gli altri fino a quel momento. La guardai più da vicino, soffiando con delicatezza sulla brace, poi la misi in bocca stringendola bene fra le labbra. Fine delle trasmissioni. Il giorno seguente Guido mi raccontò che dopo qualche tiro avevo cominciato a ridere come un pazzo, provando ad arrampicarmi su una panchina per raggiungere il ramo più alto di un albero che vedevo solo io! Dal canto mio ricordavo soltanto di essere tornato a casa cantando a squarciagola Strangers in the Night, zigzagando in sella alla Vespa per le strade vuote del centro, felice come una pasqua. Esaltati da quella strana esperienza, vissuta con la stessa ingenuità con cui avevamo bevuto il nostro primo bicchiere di vino, o preso la nostra prima sbronza di gruppo, iniziammo a ripeterla saltuariamente. Capitava, durante il fine settimana, di trovarsi a casa di Malippo mentre i suoi erano via. Lì, guardando registrazioni di concerti trasmesse da MTV, stravaccati sul divano, ci spartivamo la gioia striminzita di quella trasgressione. L'esaltazione che quei gesti ci regalavano aveva su di noi molto più effetto di quanto - chimicamente - il fumo dello spinello ne avesse sui nostri cervelli. Un giorno Malippo piombò in lacrime a casa di Guido. Io ero già lì da un paio d'ore, nello stereo acceso un nastro su cui avevo registrato alcune nuove canzoni. Malippo entrò di corsa, sembrava sconvolto. Non riusciva nemmeno a parlare, ci volle una buona mezz'ora per calmarlo. «Sanno tutto!» continuava a ripetere. Sembrava come impazzito. «Che cosa sanno?» chiedevamo noi, preoccupati. Andò avanti così per un po', e non ci fu chiaro di cosa stesse parlando fino a quando non alzò lo sguardo e si accese una sigaretta, raccontandoci con più calma tutto quanto. «Mi è arrivata una lettera. A casa. Mia madre l'ha fatta vedere al suo avvocato.» «E allora?» dissi. «È una denuncia.» Un'altra? Quella parola mi stava perseguitando. Sentii le ginocchia che mi cedevano. Smisi di respirare. La salivazione si azzerò all'istante. «Come, una denuncia?» chiese Guido prendendosi la testa fra le mani. «Hanno messo sotto controllo i nostri telefoni.» Guido sbiancò. Io avevo perso la voce. Malippo aveva gli occhi lucidi. Ci fu un minuto di silenzio, durante il quale il solo rumore udibile fu quello leggero ma angoscioso dei denti impegnati a rosicchiare quanto rimaneva delle nostre unghie già consumate. Ecco spiegato perché, durante gli interrogatori con i miei compagni di classe, il Pubblico Ministero che seguiva la vicenda delle denunce per estorsione aveva continuato a fare domande sulle mie abitudini e su quelle di Fabio. Quelle denunce erano solo un pretesto! Chi seguiva le indagini aveva messo sotto controllo il telefono di casa mia, probabilmente conscio del fatto che la vita di un adolescente qualsiasi non poteva che essere costellata delle solite cazzate da adolescenti, appunto, cannette comprese. Ora sì che ero nei guai fino al collo. Altro che violenza immaginaria! E, nonostante quella nuova accusa fosse del tutto ingiustificata, la verità era che per telefono, durante le lunghe chiacchierate infrasettimanali che facevamo in vista del sabato sera, io e i miei amici avevamo parlato spessissimo e a lungo di erba, esagerando come sempre nei contenuti e nei toni. Giocavamo a fare gli stupidi, gli esaltati, e a risentirle, quelle telefonate potevano davvero passare per scambi di battute fra bande di trafficanti internazionali. Ovviamente non era così. Eravamo soltanto un gruppo di amici molto giovani che recitavano la parte di quelli che la sanno lunga. Un classico. Mi si gelò il sangue. Una notizia del genere avrebbe fatto venire un infarto a mia madre. Mio padre non poteva sentir parlare di droga, di nessun tipo, e mi avrebbe torturato a colpi di domande - e forse anche di sberle. Per non parlare del fatto che rischiavamo di mettere nei guai un mucchio di persone. E per giunta io avevo già un processo in corso. Questa volta tornai a casa e raccontai tutto, d'istinto. Non ci fu bisogno di alcuna ulteriore spiegazione. Quando arrivò la lettera di avviso a casa, mia madre, stranamente, mantenne la calma. Era la prima volta che la vedevo collaborativa. Forse perché la faccenda era talmente seria che meritava un approccio meno emotivo, o forse perché, come racconta oggi, aveva «finito le lacrime». Eravamo già in contatto con un bravo avvocato, amico dei miei genitori, per risolvere la questione legata alla prima denuncia. Lo chiamammo nuovamente per raccontargli della seconda, e lo raggiungemmo nel suo studio dopo cena, in un giorno da dimenticare. L'ufficio era una specie di grande biblioteca, zeppa di libri dai titoli per me incomprensibili. L'avvocato sedeva dietro una scrivania in mogano ricoperta di carte e fogli sparsi ovunque. Fu lui a prendere in mano la situazione, con molta professionalità. Mi spiegò tutto quanto guardandomi dritto negli occhi, trasmettendomi una serenità e una fiducia che non posso dimenticare, nonostante siano passati ormai tredici anni da quel momento. «Chissà cosa sperano di trovare, facendo il pelo a cinque ragazzini?...» disse. Poi aggiunse che presto o tardi ci sarebbe stato un interrogatorio, e un altro processo a cui io, in quanto minorenne, non ero obbligato a presenziare. Nel giro di qualche mese avrei però dovuto decidere se fare i nomi degli amici con cui mi trovavo saltuariamente per i nostri "esperimenti", o avvalermi della facoltà di non rispondere. Il tutto di fronte al Pubblico Ministero. Fortunatamente non ero indagato per spaccio, ma per consumo, e questo mi permetteva di scegliere se parlarne o meno. Le sue parole mi tranquillizzarono, anche se mia madre non potè trattenersi dal versare qualche nuova lacrima: evidentemente non erano del tutto finite. Davanti all'avvocato e ai miei genitori ammisi nuovamente di aver fumato qualche canna in compagnia, ma dissi subito che non avrei fatto nessun nome, in nessun caso. Quasi tutti i miei amici, purtroppo, furono coinvolti nelle indagini, anche se a dire il vero molti non c'entravano proprio nulla. Io mi sentivo malissimo, e a farmi stare peggio c'era il fatto che, negli angoscianti e interminabili pomeriggi in cui teoricamente avrei dovuto studiare, non potevo parlare con nessuno, perché i nostri telefoni di casa erano stati messi sotto sorveglianza. Era una sensazione orrenda, passavo la maggior parte del tempo immerso in un'angoscia pesantissima. Non avevo modo di confidarmi liberamente nemmeno con Fabio, che pure non era coinvolto in quella storia. Ma lo vedevo molto poco, perché, come per protesta contro l'assurda denuncia del "bambino", aveva smesso del tutto di presentarsi a scuola. Con l'estate, tuttavia, le acque si calmarono, e sembrò quasi che la vita fosse tornata quella di sempre. Per volere dei miei non mi mossi da Bologna per tutte le vacanze, durante le quali avrei dovuto studiare in vista del nuovo anno scolastico. Ero ancora molto preoccupato, ma le disavventure con la giustizia, seppur non ancora concluse, mi avevano dato una bella calmata. Mi ero angosciato così tanto che ora mi sentivo come svuotato e, in un certo senso, alleggerito. A settembre, poi, mi aspettava l'interrogatorio davanti al Pubblico Ministero, che era ormai diventato un'ossessione per me e i miei amici. Fabio aveva lasciato il Sabin prima della fine dell'anno, e si era iscritto a una scuola privata. Era rimasto a Bologna con me, e avevamo ripreso a vederci molto spesso. Insieme passammo alcune serate memorabili, in giro per la periferia, lui con il suo scooter, io con la mia Vespa rossa. Sembravamo tornati quelli di sempre. Di tutto il gruppo eravamo gli unici a essere rimasti intrappolati fra le mura di Bologna nell'afa di agosto e, per passare il tempo, ci eravamo inventati alcuni dei nostri soliti scherzi cretini. Nonostante il mio telefono di casa fosse ancora a rischio intercettazione, prendevamo l'elenco telefonico e lo aprivamo a caso. Poi sceglievamo un numero, magari ispirati da un cognome buffo, o da una particolare combinazione di cifre, e lo chiamavamo. Se rispondeva qualcuno, allora partivamo all'attacco: «Salve, posso parlare con sua figlia?». Molto spesso la risposta era deludente: «Mia figlia è in vacanza, chi parla?». Allora ci inventavamo un nome qualunque e chiudevamo la telefonata in tutta fretta. Oppure: «Ma quale figlia, scusi?». In quel caso rispondevamo «Be', quella più grande!» per poi scoppiare a ridere e mettere giù. Capitava però che qualcuno ci rispondesse, per nulla insospettito: «Un attimo, gliela passo subito!». A quel punto cominciava l'intorto. La scommessa era riuscire a procurarsi un appuntamento con la ragazza partendo da zero. Sembrava impossibile, ma Fabio ci riuscì più di una volta. Agosto non era ancora finito e io stavo studiando latino nel salotto di casa, cercando sul vocabolario una parola incomprensibile. Avevo avuto tre insufficienze in pagella, e a fine agosto avrei dovuto affrontare i corsi di recupero, geniale invenzione del primo governo Berlusconi: una presa in giro, in confronto ai vecchi esami di riparazione. A un certo punto, stufo di studiare, decisi di fare una pausa e chiamare Fabio per sentire come era andata a finire con la ragazza con cui era uscito la sera precedente. Ci eravamo visti poco prima del suo appuntamento e, al momento di separarci, ero rimasto a guardarlo mentre si allontanava dando gas, pensando a quanto fosse buffo il suo cappello. Alla mia chiamata, quel pomeriggio, rispose il padre. Strano, perché non mi era mai capitato di trovare lui al telefono. Non riuscivo a capire quello che mi diceva, le sue parole erano soffocate dai singhiozzi. Compresi solo che stava piangendo. Poi fece un respiro profondo e disse: «Vai al Maggiore». Buttai giù il telefono subito dopo aver sentito quella frase. Ancora non mi spiego perché reagii in quel modo. Forse perché non volevo saperlo. O forse perché non avevo mai sentito un uomo adulto piangere. Chiamai mio fratello, chiedendogli di vestirsi e accompagnarmi all'ospedale: era successo qualcosa a Fabio. «Non so bene cosa, ma suo padre mi ha detto di andare al Maggiore.» Vittorio balzò in piedi, e si mise le prime cose che trovò nell'armadio. Attraversammo la città, uniti come forse non lo eravamo mai stati, fino al parcheggio dell'ospedale. Fabio era un eroe per me, non poteva essergli successo nulla di grave. Era la persona più forte che io conoscessi. «No, non può essere successo nulla» continuavo a ripetere a Vittorio. Mio fratello sembrava più preoccupato di me: non aprì bocca per tutto il tragitto, occupato solo a dare più gas possibile al suo lentissimo SH. Entrammo in ospedale di corsa, chiedendo informazioni alla prima persona che ci trovammo di fronte. Era un infermiere, e ci disse di salire al terzo piano, reparto rianimazione. Quell'indicazione non lasciava immaginare niente di buono, ma Vittorio e io continuammo a tenerci aggrappati a un filo sempre più sottile di speranza. Salimmo le scale quattro gradini alla volta, fino al terzo piano, il cuore in gola per l'angoscia. All'ingresso del reparto incontrammo lo zio di Fabio. Ci guardò senza vederci. Bastarono quegli occhi vuoti e assenti per farci capire tutto. Fabio era morto in un incidente. «Non è possibile. Dev'esserci un modo per salvarlo, sono sicuro che non è così!» gridavo, piangendo. È vero che le lacrime non finiscono, mai. Alcuni parenti si radunarono intorno a me e a Vittorio. «Non c'è più» ci dissero. «Fabio non c'è più.» È una luminosa mattina di settembre. Sono seduto in una saletta bianca del Tribunale minorile di Bologna. Ho di fronte a me il Pubblico Ministero. Mia madre è rimasta fuori ad attenderci. Nonostante le parole rassicuranti dell'avvocato, seduto dietro di me, me la faccio sotto dalla paura. L'uomo che sta per interrogarmi è in piedi, e si muove a piccoli passi intorno alla sua scrivania, minaccioso come uno squalo, mentre pulisce le lenti tonde degli occhiali con un piccolo panno di camoscio. La sera prima l'ho passata in giro per la città, con una bomboletta spray in mano. Ho disegnato una piccola faccia triste sui muri di ogni posto caro a me e a Fabio. Anche davanti alla scuola. «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.» All'ingresso dell'Euforia. «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.» Sulla cabina telefonica dalla quale lo chiamavo durante l'intervallo, quando non si presentava a scuola. «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.» Sotto casa sua. «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.» All'uscita del mio garage. «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.» Sulla carena della mia Vespa. «Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.» Due anni più tardi, poche settimane prima dell'esame di maturità, il mio avvocato chiamò a casa e ci comunicò che entrambi i processi che mi riguardavano si erano conclusi con un'assoluzione. Il primo perché il fatto non sussisteva. Quel ragazzino era stato dichiarato debole mentalmente, e fu dimostrato che si era inventato tutta quella storia dei furti e delle violenze subite per attirare l'attenzione dei genitori, che lo trascuravano perché troppo impegnati con il lavoro. Era stato lui stesso ad ammetterlo nel segreto delle pagine del suo diario (evidentemente c'era un motivo, se non avevo mai sopportato le persone che tenevano un diario). Il secondo processo si era risolto in nulla per mancanza di prove. Nessuno dei miei amici fu condannato. Fabio non fece in tempo a vedere il sorriso tornare a splendere sul mio volto. Avevo appena superato una montagna di problemi. Di lì a poco avrei realizzato tutti i miei sogni. 8. Il nome di un fiore Al mio risveglio mi capitava di restare per qualche minuto abbracciato al cuscino, mentre sorridevo confortato da una magica illusione. Poi però il suono della sveglia e i freddi muri della stanza mi riportavano alla dura realtà: Fabio non sarebbe mai più tornato. Dovevo in qualche modo farmene una ragione. Sì, ma come? Mancavano pochi giorni all'inizio del nuovo anno scolastico, e il pensiero di ritornare fra i banchi di scuola si faceva sempre più insopportabile. C'erano troppi ricordi ancora nascosti fra quei corridoi spogli, lungo le strade che mi portavano in via Santo Stefano, e avevo avuto troppo poco tempo a disposizione per rimuoverli dalla mia mente. D'altra parte sarebbe stato impensabile chiedere agli insegnanti di interrompere le lezioni ogni volta che mi fossi sentito perso o nuovamente incompreso. Tutto ciò non mi impediva però di provare una grande rabbia nei confronti di coloro che consideravo corresponsabili di quel che era successo al mio amico. Se qualcuno lo avesse realmente difeso quando il mondo gli remava contro, forse ora... Era questo che pensavo. I miei sentimenti per Simona, nel frattempo, si erano mischiati al dolore provato, e il nostro rapporto non procedeva più sereno come un tempo. Qualcosa dentro di me si ribellava a qualsiasi legame col passato, e i miei lunghi silenzi non aiutavano a superare le incomprensioni che sempre più spesso si mettevano tra di noi. Era evidente che avevo bisogno di cambiare aria. Mia madre colse al volo l'occasione iscrivendomi alla sezione C della succursale del liceo Sabin, con sede in un edificio che sorgeva a qualche isolato dalla sede centrale di via Santo Stefano. Avrei cambiato classe, insegnanti e compagni di scuola: tutto in una volta sola. Dopo un frenetico scambio di telefonate tra i miei genitori e i loro, Gabriele e Guido decisero di seguirmi nel trasferimento, e insieme cominciammo quella che doveva essere per forza, nel bene o nel male, la nostra nuova vita. Il primo giorno di scuola io e Gabriele ci presentammo con i capelli rasati a zero, un po' per adeguarci alla moda, che quell'anno imponeva anche di indossare polo Fred Perry e calzare scarpe Adidas, un po' a simboleggiare il fatto che le difficoltà del passato, in qualche modo, dovevano essere superate. Entrai in classe in punta di piedi, curioso di vedere le facce dei miei nuovi compagni. Ero pronto a rendermi antipatico a tutti, ma prima di riuscire a mettere insieme la prima frase irriverente fui costretto a trattenere il fiato. Mi trovai di fronte la creatura più bella che avessi mai visto. Dei lunghi boccoli neri le scendevano sulla fronte, nascondendo le sopracciglia sottili, che come piccoli archi sostenevano una fronte ampia, tonda e luminosa. Due grandi occhi scuri, scintillanti e un po' assonnati, le illuminavano il viso. «Sono scuri come quelli di Fabio» mi dissi, mentre mi sfilavo a fatica lo zaino dalle spalle. Mi avvicinai, senza riprendere fiato. «Piacere, Erica. Come ti chiami?» chiese lei tendendomi la mano, in anticipo su ogni mia mossa. «Ce... Cesare» balbettai, faticando persino a pronunciare correttamente il mio nome. Dopo averle stretto la mano, terrorizzato all'idea che la mia potesse essere sudata per l'emozione, cercai con lo sguardo Gabriele che, intanto, aveva preso posto nel banco più lontano dalla cattedra. Chiamandomi affinché mi andassi a sedere accanto a lui, mi tolse dall'imbarazzo. Da lì, in fondo all'aula, cercai la posizione ideale per continuare a contemplare in santa pace, senza essere visto, quell'apparizione meravigliosa, ma subito la nuova professoressa di filosofia entrò in classe per la prima lezione dell'anno e fui costretto a sedermi. «Buongiorno!» salutò l'insegnante, cercando di attirare la nostra attenzione. Per quanto mi riguardava, non aveva speranze: durante quegli interminabili minuti continuai con la coda dell'occhio a sbirciare Erica. Era bellissima. Un sorriso contagioso, disegnato da labbra che parevano tracciate da un pittore, eclissava qualsiasi oggetto o essere vivente le si trovasse vicino, concentrando in sé tutta la luce del mondo. Sembrava un angelo caduto dal cielo, per chissà quale motivo tenuto lontano da me fino a quel momento. «È pazzesca!» dissi sottovoce, voltandomi verso Gabriele, che annuì senza fare troppo caso a quello che dicevo. La osservai più attentamente. Era piccola di statura, ma morbida nelle forme, e la sua pelle, all'altezza delle guance, si colorava di splendide sfumature color pesca matura. «La vedo soltanto io?» mi chiesi stropicciandomi gli occhi. A quanto pareva sì, perché, escluso il sottoscritto, nessuno le prestava troppa attenzione: sembrava una specie di miraggio apparso nel deserto del mio cuore. Era vestita in modo molto particolare, con colori tenui che, abbinati a capi piuttosto stravaganti, creavano un mix irresistibile di forme e colori allegri. Dalla minigonna di jeans spuntavano due gambe perfette accavallate sotto al banco, scoperte fino al ginocchio e fasciate in un paio di calze nere. Era un'opera d'arte. In un attimo tutte le ragazze che avevano fatto parte della mia vita passata diventarono delle perfette sconosciute. Tornando da scuola in un temporale di emozioni, pensai che avrei voluto chiamare Fabio per costringerlo a starmi a sentire, per raccontargli di come avevo appena perso la testa per una ragazza bellissima, e poi stare ad ascoltare le sue riflessioni e i suoi consigli stralunati su come conquistarla. Mi convinsi che fosse stato proprio lui, dall'alto dei cieli, il responsabile di tanta irraggiungibile bellezza. Erica era un suo regalo per me, ne ero certo, e lo ringraziai guardando dritto verso le nuvole che si muovevano veloci sopra i tetti rossi della mia città. Così, dopo tanto tempo, tornai finalmente a svegliarmi volentieri al mattino, pensando al momento in cui avrei rivisto Erica entrando in classe, o a ciò che mi sarei inventato nell'intervallo per strapparle un sorriso. Non riuscivo a pensare ad altro, ero disposto a fare l'impossibile pur di ricevere l'attenzione di un suo sguardo, o di una sua parola. Il buonumore tornò così a farsi vivo nelle mie giornate, come un vecchio amico reduce da un lungo e avventuroso viaggio. Passavo ore e ore a fissare il profilo di Erica durante le lezioni, mentre i professori si alternavano alla cattedra parlando, spiegando, e interrogando. Chissà che cosa avevano da dire di così importante, che non fosse il suo nome. Semplicemente, Erica. «Senti come suona bene» dicevo a Gabriele che mi ascoltava nauseato. «È il nome di un fiore» gli spiegavo serio. Nella mia testa, ovviamente, Erica e io eravamo i protagonisti di una infuocata e travolgente storia d'amore, ma nella realtà mi accontentavo di ben poco: lei infatti era già fidanzata con un ragazzo molto più grande di me, alto quanto un cipresso e con la faccia da canguro. Ogni giorno la veniva a prendere all'uscita di scuola, in sella alla sua moto da strada. Io lo fissavo con lo sguardo più minaccioso che riuscissi a produrre, ma senza risultati. Lui, fermo nel parcheggio dove ogni mattina lasciavo la mia Vespa, aspettava imperturbabile lo scoccare dell'una e, alla fine delle lezioni, portava Erica via con sé, scomparendo all'orizzonte. Ma questo non aveva alcuna importanza. Quel che contava era il modo in cui Erica aveva riacceso il motore del mio spirito. Ero finalmente pronto a ricominciare. Squillò il telefono di casa. Mia madre già dormiva in camera sua. Mio fratello era impegnato a studiare per un'interrogazione importante. Mio padre era uscito da poco. In quei casi il regolamento diceva che sarebbe toccato a me rispondere. Mi alzai dalla scrivania. «Pronto!» «Cesare, sei tu?» Era la voce di Erica. «Erica! Come stai?» «Uh! Come hai fatto?» «Come ho fatto cosa?» «A riconoscermi. Sono malata!» disse ridendo. «Lo so, oggi non eri a scuola.» «Già...» «Stai male?» «Sì, ho la febbre.» A quel punto mi resi conto che era la prima volta in cui ci sentivamo per telefono, ed era stata lei a chiamarmi. «... tu sai quante pagine nuove ha dato da studiare la prof di storia oggi?» chiese. «Ho provato a chiamare Giulia, ma non è in casa...» Prof di storia? Oggi? C'era stata storia oggi a scuola? Be', se c'era stata io non lo sapevo, e se anche lo avessi saputo non avrei certo scritto sul diario i compiti assegnati. Avrei chiamato Gabriele, più tardi, per farmeli passare. Come sempre. Ma ora lei mi aveva chiesto quello, voleva sapere una cosa precisa, i compiti di storia, la storia. Cazzo! Perché non scrivo mai i compiti? Perché? «Un attimo. Adesso guardo...» dissi per prendere tempo. Mi allontanai dal telefono con una smorfia di sofferenza sul viso. Non sapevo che fare. Iniziai a frugare nella memoria in cerca di quelle pagine ma non trovai nulla, soltanto qualche immagine sfocata della lavagna con sopra scritto qualcosa... ma cosa? Mi sforzai di ricordare. Sì, c'era scritto "Lottiamo per la settimana da tre giorni". L'avevo scritto io. A quel punto la fuga sarebbe stata la soluzione migliore. Mi venne in mente Chicco, lo studente modello dei Ragazzi della terza C: lui avrebbe saputo cosa fare. Buttare giù il telefono, poi chiamare alla velocità .della luce Gabriele, farsi dare i compiti e richiamarla scusandosi per i problemi alla linea? No. Sparare dieci pagine a caso, poi informarsi con calma e richiamarla per correggere l'informazione? No. Mi venne in mente di tutto in quei pochi secondi. Poi scelsi quella che mi parve la strada migliore. La verità. «Erica, sai che non le ho segnate?» Si mise a ridere. «Che scemo!» Lo presi come il più bel complimento che avessi mai ricevuto. «Se chiami qualcuno tu, poi me le passi?» le chiesi. Rise di nuovo. «Ok!» «Grazie.» «Allora ti richiamo io!» E da quel giorno diventammo prima amici, poi qualcosa di più, lentamente, come se fosse cosa buona e giusta. Ci sentivamo per parlare dei compiti di scuola, ma anche per chiacchierare d'altro, dei nostri sogni, delle nostre piccole vicende quotidiane, delle nostre avventure con la vita. Continuava a essere fidanzata con il canguro, ma ogni tanto veniva a vedermi giocare a calcio, quando le partite della mia squadra si giocavano di sabato. Oppure ero io a passare da lei, e insieme trascorrevamo ore bellissime ad ascoltare musica circondati dai poster di camera sua. Ne aveva uno di Jim Morrison a petto nudo, e di fianco alla scrivania sulla quale tentavamo di studiare si alzava una corposa pila di cd. I Doors erano il suo gruppo preferito, insieme ai Pearl Jam, gli Skunk Anansie, i Radiohead. Ma anche Erika Badu, i Red Hot Chili Peppers e gli U2. Mi fece scoprire un mucchio di canzoni, raccontandomi finalmente di un mondo poco lontano dal mio, ma che mai prima di allora avevo incontrato. Mi presentavo a casa sua nel primo pomeriggio, incontrando spesso i suoi genitori, che con me erano sempre gentili e disponibili. Erica assomigliava molto alla madre, nel carattere e nell'aspetto, ma possedeva la dolcezza e la calma del padre, che in quel periodo lavorava in una piccola oreficeria in via Rialto. Io mi affezionai a entrambi, perché erano tra i pochi adulti che non mi facevano sentire a disagio. Erano persone molto aperte, quasi freak, almeno rispetto ai miei, e questo per me non faceva altro che aumentare il fascino che Erica emanava. Una sera in cui si era fatto un po' tardi, prima di uscire le chiesi di regalarmi una sua foto. L'unica in bianco e nero che avevo visto, quella che poggiava sulla nostra "scrivania dei compiti". «Quella in cui hai gli occhi tristi» le dissi. Per me era semplicemente la foto in cui mostrava tutta la sua bellezza con una sola espressione del viso. Me la diede di nascosto dai suoi, facendomi promettere che l'avrei conservata con cura. Una volta a casa la appoggiai sul mio comodino, di fianco al letto. Passai la notte a pensare ad Erica, nuotare dentro Erica, innamorarmi di Erica. 9. Senza Filtro Folti riccioli mori a ricoprire la testa rotonda, una Marlboro rossa di quelle morbide sempre accesa in bocca, e la faccia paffuta ricoperta da un sottile strato di barba foltissima. Alessandro, detto Lillo, era il migliore amico di Guido. Un tipo strano, molto riservato e geloso delle sue abitudini, dei suoi spazi, delle sue amicizie. Non so quanto fosse stato contento del fatto che io e Gabriele qualche anno prima fossimo entrati a far parte della compagnia: per un lungo periodo era stato proprio lui il più freddo nei nostri confronti, mantenendosi, se così si può dire, a distanza di sicurezza. Con il tempo, però, trovammo nella musica un fortissimo interesse comune che ci rese simpatici a vicenda. Lillo era un grande appassionato dei Beatles, io e Gabriele ascoltavamo soprattutto i Queen. Tutti e tre avevamo una smisurata adorazione per la musica inglese e per il cantautorato italiano degli anni Settanta. Fu proprio la musica l'argomento di tante nostre discussioni durante quei sabati sera passati a divorare patatine fritte ricoperte di maionese e annaffiate da birrette gelate. Il freddo mi divorava le mani mentre scaldavo il motore della Vespa appena accesa. Gabriele era già in sella, pronto per la consueta gara all'ultima curva nel tragitto di ritorno verso casa. Mio padre mi stava aspettando sveglio a casa, e teoricamente sarei già dovuto essere a letto quando Lillo uscì dalla porta di legno scuro del pub e, proteggendo la fiamma dell'accendino con entrambe le mani, ci venne incontro accendendosi una Marlboro. «Potremmo suonare insieme!» propose così, di punto in bianco. Poi aggiunse: «Anche io suono la chitarra, e le tue canzoni mi piacciono molto». Ebbi la sensazione che si fosse tenuto per sé quel pensiero per parecchio tempo, prima di parlarne, perché sembrava molto convinto di quel che diceva. «Potremmo scriverne altre, se ti va» concluse, soffiandomi in faccia una nuvola di fumo grigio che si mischiò a quello puzzolente della mia Vespa togliendomi la vista - e il respiro. Nessuno mi aveva mai detto una cosa simile prima di allora. Semmai era successo il contrario. Accennai un sorriso meravigliato, poi mi voltai verso Gabriele, che intanto era sceso dalla sua Vespa bordò e aspettava che io rispondessi. «Come no!» dissi sgranando gli occhi. Ero onorato da quella proposta. «Altroché se possiamo!» esclamai. Lasciai che la mia 50 Special si spegnesse da sola, e la riposizionai sul cavalletto facendo leva con il piede. Mio padre poteva aspettare ancora dieci minuti. «Dammi una paglia, Lillo» dissi. Un paio di colpetti ben assestati sul fondo e due sigarette spuntarono dal pacchetto di Marlboro rosse. Ci sedemmo a un tavolino un po' nascosto vicino all'ingresso del locale e, davanti a tre birre medie, cominciammo un'appassionata discussione. Lillo mi fece un mucchio di complimenti sulle canzoni che avevo scritto. Sembrava sincero, e la cosa che mi piacque di più fu proprio l'entusiasmo con il quale dimostrò di volersi unire a me e a Gabriele in quella passione. Ci parlò a lungo dei suoi amatissimi Beatles, proclamò la sua venerazione per And I Love Her, una canzone del disco A Hard Day's Night, narrò aneddoti a noi sconosciuti sull'amicizia che legava John e Paul, «i più grandi compositori del secolo». Gabriele gli raccontò della nostra passione per i Queen, io di quanto considerassi importante scrivere le mie canzoni. «Dobbiamo trovare alla svelta un nome per il gruppo!» dichiarai, come se improvvisamente tutto il resto non contasse più nulla. Scoppiammo a ridere, esaltati da quell'idea, e ci salutammo con un lungo abbraccio e la promessa di sentirci al più presto con le nostre proposte per il nome della band. La decisione era già stata presa, almeno per quanto mi riguardava: avevamo fondato un gruppo. Ero fatto così. O tutto o niente. Dentro o fuori. Era il mio peggior limite ma anche il mio vero e forse unico pregio. Avrei passato la notte in bianco, orgoglioso e incredulo, ripetendomi quelle due parole magiche: «Una band!». Le giornate passarono veloci e il sabato successivo, al solito Harry's Pub, Lillo avanzò la prima e unica proposta per il nome del nostro gruppo. «Senza Filtro, come le paglie!» Guido, che era arrivato con lui ed era già stato informato del nostro progetto, annuì sorridendo. A me bastò percepire il loro entusiasmo per lasciarmi conquistare da quel buffo nome. «Mi piace.» Lillo approfittò della mia reazione positiva per spiegarmi le ragioni filosofiche della sua proposta: «La nostra musica sarà così: semplice, diretta, senza...». «... Senza Filtro!» concluse Guido inserendosi nel discorso. Scoppiammo tutti a ridere. «Mi piace!» «Anche a me.» Quando più tardi ci raggiunse Gabriele, ne parlammo anche a lui: travolto dalla nostra foga, non potè tirarsi indietro. Sarà che quella sera eravamo tutti un po' brilli, ma alle nostre orecchie Senza Filtro suonava bene sul serio. A me sembrava divertente perché era spiritoso e poteva essere interpretato in diversi modi: esaltava la mia (la nostra) passione per le sigarette e allo stesso tempo caricava di un nuovo significato i miei sforzi compositivi. In fondo era vero ciò che Lillo aveva detto a proposito delle canzoni: erano molto semplici, dirette, ma non per questo prive di contenuto. Senza Filtro era un nome perfetto per un gruppo come il nostro. Eravamo tre adolescenti invasati di musica, d'amore, e di serate alcoliche. Eravamo pronti a conquistare il mondo intero: io, Gabriele e Lillo, una band chiamata Senza Filtro. In quei mesi, il mio rapporto con la scrittura era cambiato profondamente. In passato avevo scritto canzoni nei ritagli di tempo, per puro divertimento, condividendo la passione per la musica solo con Gabriele. Dopo la morte di Fabio, però, mi ero ritrovato a passare intere giornate rintanato in camera a riempire fogli di carta con le mie poesie, fingendo di studiare in preparazione al nuovo anno scolastico. Nascondevo il quaderno di musica sotto un libro di testo. Poi, guardando il cielo attraverso la finestra, mi lasciavo andare all'immaginazione e scrivevo canzoni molto romantiche. Non appena sentivo i passi svelti di mia madre avvicinarsi alla mia stanza lungo il corridoio che la separava dal resto della casa, nascondevo tutto e mi facevo trovare immerso nella lettura di qualche noioso libro di scuola. Scrivevo meglio da solo, nel silenzio della mia camera, o seduto al pianoforte del salotto quando i miei non erano in casa. Ogni altra occupazione mi sembrava inutile e dolorosa. Con una penna in mano anche i pensieri più neri sembravano allontanarsi dalla mente, anestetizzati dal potere ipnotico della musica. Iniziai lentamente a concepire la scrittura delle canzoni come una vera e propria cura ai miei problemi quotidiani. Tenevo persino un secondo quaderno nascosto sotto il cuscino del letto, nel caso mi fosse venuta l'ispirazione per qualche rima durante la notte. Su quel quaderno nel giro di un anno avevo scritto una decina di nuove canzoni: alcune più malinconiche, dedicate a Fabio, altre di pura rabbia contro i protagonisti di quel film dell'orrore legato alle mie denunce. La fiera dei sogni, nata durante le vacanze estive sul terrazzo di un piccolo albergo di Riccione, fu una di queste, e da lì iniziai a stilare un elenco di brani adatti a essere suonati con Gabriele e Lillo. Per qualche settimana ci trovammo a casa dell'uno o dell'altro con la chitarra in mano, iniziando lentamente a prendere confidenza fra di noi. Lillo aveva un modo tutto suo di concepire la scrittura. Cantava sottovoce, su un registro vocale molto più basso del mio. Aveva un approccio creativo che mi sembrava interessante, ma a dire il vero faticavo parecchio a comporre insieme a lui. Ci provai per qualche tempo, poi mi accorsi di avere ancora bisogno della mia solitudine, e ci limitammo a vederci quando un brano era già completo, per parlarne e, se necessario, rifinirlo. Andò avanti così per qualche mese. Quando fummo certi di avere un numero abbastanza consistente di canzoni decidemmo di presentarle ai nostri amici organizzando un piccolo concerto, il primo della nostra vita, al Joker Bar, il luogo in cui passavamo la maggior parte del nostro tempo quando facevamo fuga da scuola, o quando avevamo voglia di fare due chiacchiere davanti a un caffè durante il pomeriggio. Il proprietario del bar, un personaggio soprannominato il Patata, ci aveva promesso che, se fossimo riusciti a riempire il locale con tutti i nostri amici, avremmo ottenuto un compenso di cinquantamila lire a testa. Una cifra che era quasi il doppio di una paghetta settimanale dei nostri genitori e, una volta finito il concerto, mentre le stringevamo fra le mani mezzi ubriachi, quelle cinquantamila lire ci sembrarono un sacco di soldi. In realtà era un compenso misero, ma niente di tutto questo ci interessava: qualcuno ci aveva appena pagato per suonare le nostre canzoni ed era una cosa straordinaria! Lillo teneva con una mano la sua unica banconota, guardandola come se fosse il biglietto vincente della lotteria di capodanno, mentre con l'altra alzava al cielo una piccola tanica di birra annacquata, gridando: «Questi sono i nostri fottuti soldi!». Sembrava un misto fra Maradona, per via della folta capigliatura, e Liam Gallagher. Gabriele si intortava qualche ragazza in un angolo del bar. Io ridevo, felice come non mai. Degli Oasis, una rock band emergente di Manchester, avevo già sentito parlare all'epoca del loro disco d'esordio, Definitely Maybe, che aveva riscosso un grande successo in Inghilterra. Ma a quei tempi ero ancora troppo piccolo per prestare la giusta attenzione a qualcosa di così diverso dai miei amatissimi Queen. Persino i Beatles tanto amati da Lillo mi erano sembrati piuttosto strani al primo ascolto, assuefatto com'ero alla voce calda e suadente di Freddie Mercury e agli arrangiamenti complessi e graffianti di Brian May. Quando, nel 1995, uscì {What's the Story) Morning Glory?, il secondo disco dei fratelli Gallagher, gli Oasis esplosero letteralmente, riportando la musica inglese sulla bocca di tutti ed esaltando l'immaginario musicale di un'intera generazione. Quel disco cambiò la vita di milioni di ragazzini in tutto il mondo, compresa la mia. Lillo mi fece sentire Hello, la prima traccia dell'album, avvicinandomi la cuffietta del walkman alle orecchie mentre camminavamo sotto i portici di via D'Azeglio in un sabato pomeriggio d'autunno. Booooom! Quel sound eccessivo di chitarre distorte, la voce aspra e presuntuosa di Liam, le astute melodie che richiamavano gli anni Sessanta mi conquistarono immediatamente. Gli Oasis presero in dieci minuti il posto che spettava loro nel pantheon delle mie personali divinità. In più le vicende umane dei due fratelli Gallagher, figli della classe operaia britannica, non facevano che aumentare il loro fascino ai miei occhi, sebbene le dichiarazioni rilasciate alla stampa fossero per lo più una straordinaria mossa di marketing montata a dovere per vendere più dischi possibili in una continua competizione con i loro rivali designati, i Blur. Cercando di emulare in tutto e per tutto i nostri nuovi idoli, io, Lillo e Gabriele decidemmo di allargare la formazione. Servivano una sala prove dove poter dar sfogo alla nostra voglia di suonare, un batterista che desse ritmo alle nuove canzoni, e un bassista per arrotondare il nostro sound ancora acerbo. Bussammo alla porta di Filippo Melloni, detto "il Pollo" (più precisamente "ohi, c'è anche il Pollo"), un amico di vecchia data, chiedendogli di farci da batterista. Grazie al Pollo trovammo anche una temporanea soluzione al problema di dove incontrarci a suonare. Suo fratello infatti aveva assemblato una piccola sala prove nel garage di casa, e per un po' ci riunimmo fra quelle mura umide cercando di buttare giù qualche nuova idea, senza ottenere grandi risultati. Filippo suonava la batteria piuttosto male, ma possedeva una faccia da schiaffi tra le più espressive del pianeta. E questo, mi dicevo, per un batterista alle prime armi era già qualcosa. Lillo e Gabriele si davano da fare alle chitarre, cercando di sentire la mia voce in quel gran chiasso di volumi sballati. Io cantavo, accompagnandoli al pianoforte. Dopo qualche settimana di prove confuse nel garage del Pollo ci spostammo in una saletta di proprietà del Comune vicino allo stadio Dall'Ara, tempio del calcio bolognese. La primavera si stava avvicinando, e l'aria già tiepida ci accarezzava i pensieri mentre, chitarre in spalla, scorrazzavamo con le nostre Vespe per le strade alberate del quartiere Saragozza. Eravamo felici come non mai, ma nonostante questo non riuscimmo a ottenere un bel niente nemmeno in quei pomeriggi assordanti. Avevamo le mani, la voce, e il cuore concentrati sugli strumenti, ma suonare con impegno non bastava. Arrangiare a dovere le canzoni è cosa ben difficile per chi si approccia per la prima volta al lavoro di gruppo. C'era bisogno di più costanza, maggiore determinazione, e della giusta dose di umiltà per ottenere qualcosa di importante. Soprattutto c'era bisogno di tenere basso il volume degli amplificatori, ma per il momento era chiedere troppo: ciò che sopra ogni cosa ci esaltava della sala prove era l'assenza di madri a imporre un limite ai decibel emessi dalle casse - per cui ci davamo dentro senza riserve. Inoltre non era facile né scontato trasformare le canzoni che avevo scritto al pianoforte in brani adattabili al sound di un gruppo, anche perché non tutti si dimostravano disponibili a sacrificare il loro tempo per quella causa. C'era chi, come Lillo, era scoglionato per via di vicende sentimentali andate male, chi, come Gabriele, ancora stava imparando a suonare, e chi, come il Pollo, non si faceva proprio vedere per mesi. Ben presto i nodi vennero al pettine, e la formazione cambiò ancor prima che il gruppo potesse dirsi ufficialmente nato. Il Pollo smise definitivamente di presentarsi alle prove: così, per rimediare, Lillo decise di abbandonare la chitarra e mettersi alla batteria. A questo punto occorreva completare la sezione ritmica, e trovare qualcuno che suonasse il basso. Il mio amico Lorenzo, quello con cui da bambino ascoltavo dischi e registravo finti programmi radiofonici, strimpellava un po' la chitarra ma di basso non sapeva nulla. Tuttavia non dovetti faticare molto per convincerlo a mettersi alla prova con un nuovo strumento: «Non sarà difficile, devi solo metterti di impegno» lo rassicurai. «Dopotutto il basso non è che una chitarra che ha solo le prime quattro corde, no?» Gabriele rimase fedele alla sua Epiphone mancina, il più delle volte terribilmente scordata, ma pur sempre una chitarra ritmica con cui possedeva già una grande confidenza. Oltre a questo, di buono in quel momento c'era soltanto che avevamo una ventina di canzoni originali pronte per essere suonate. Ciononostante sentivamo che il meglio per noi doveva ancora arrivare. E infatti di lì a poco trovammo il luogo ideale in cui metterci nuovamente al lavoro. Era in Zona Roveri, un'area industriale a qualche chilometro da porta San Vitale, tra i capannoni di aziende e magazzini e l'intreccio disordinato di quelle vie che costeggiano i campi arati della prima campagna bolognese. Un ricciolone alto più o meno due metri detto Pier (da pronunciarsi con la erre moscia) affittava ai gruppi felsinei salette musicali molto confortevoli, con amplificatori Marshall e batterie Pearl in ottimo stato, e dotate soprattutto di comodi divani e posacenere giganti che invitavano a fumare pacchetti su pacchetti di sigarette. Ogni giovedì pomeriggio verso le sei di sera, quindi, mia madre accompagnava laggiù Lorenzo, Lillo, Gabriele e me stipati nella Volvo fra tastiere e chitarre incastrate in posizioni scomodissime tra i nostri corpi. «Mamma! Siamo in ritardo mostruoso!» gridavo salendo in macchina, la portiera ancora aperta. A ogni semaforo la incalzavo, esortandola ad accelerare e scatenando le risate irrefrenabili degli altri. Ero un gran rompiscatole, ma se le mettevo tutta quella fretta era solo per poter suonare il più a lungo possibile, dopo una giornata passata sui compiti di scuola. Da parte sua, mia madre faceva quel che poteva, ma ogni volta dimenticava il percorso e finiva per perdersi girando su se stessa. Va detto, a sua discolpa, che la toponomastica del quartiere non l'aiutava: come distinguere via del Fresatore da via del Vetraio o via del Tappezziere? Quelle due ore in sala prove erano i momenti più felici delle mie settimane: sebbene dal punto di vista tecnico fossimo ancora molto immaturi (difficile non esserlo, visto che il più grande aveva appena sedici anni), ciò che per noi contava di più era l'atmosfera che si creava durante quei pomeriggi, il divertimento di suonare insieme e la possibilità di trasmettere quel divertimento a chi ci ascoltava. Tra la primavera e l'estate di quell'anno scrissi diverse canzoni nuove, ispirandomi al sound dei nostri gruppi preferiti: i Queen e i Beatles in primis, ma anche gli Oasis, i Radiohead, i Blur e i Verve. Per quanto riguarda i temi, alcune nuove canzoni esaltavano le propietà terapeutiche dell'alcol, e anche in questo l'ispirazione britpop era evidente. La maggior parte erano dedicate alle mie piccole vicende quotidiane, tra una serata romantica e una birra al pub con gli amici. Anche le canzoni d'amore si sprecavano, sempre grazie alla presenza di Erica, ormai diventata la mia musa ispiratrice. Il nostro primo concerto ufficiale lo tenemmo in Vicolo Bolognetti, dietro casa mia, il giorno in cui uscì l'attesissimo terzo disco degli Oasis, Be Here Now, approfittando di un piccolo evento estivo organizzato da Gianni, il proprietario dell'Harry's Pub. Una sera, mentre stavamo provando alcune canzoni nuove al pianoforte, ci chiamò da parte e ci chiese, calcando il suo già marcato accento bolognese: «Volete suonare per me?». Non riuscì a finire la frase che già lo stavamo sommergendo di abbracci, entusiasti per quella inaspettata proposta. La sera stessa cominciammo a studiare la scaletta più adatta per il nostro primo concerto. Per prepararci ci organizzammo come possibile: eravamo in pieno agosto e, come ogni altro pubblico esercizio in città, anche la sala prove era chiusa. Pier se ne stava probabilmente a rosolare al sole sulle "esclusive" e sassose spiagge del fiume Savena, mentre noi cercavamo di farci venire in mente delle location alternative dove rifugiarci a preparare l'esibizione. Alla fine, in mancanza di meglio, Lillo mise a disposizione casa sua e là ci trasferimmo, strumenti al seguito. Per quei dieci giorni la batteria troneggiò nel salotto, circondata dagli altri strumenti e, ovviamente, dagli amplificatori. Tutti i pomeriggi, incuranti di qualsiasi legge contro il disturbo della quiete pubblica, fracassavamo le orecchie dei vicini, per lo più pensionati che, esasperati dai decibel che facevano tremare i muri delle loro abitazioni, tempestarono di telefonate i carabinieri. La sera del concerto tutto andò a meraviglia, e sebbene oltre al solito gruppo dei nostri amici il pubblico comprendesse una cinquantina di persone di mezza età più interessate al generoso buffet che alla nostra esibizione, per noi fu un grande successo. Tanto che alla fine, per festeggiare, ci riunimmo a casa di un amico che abitava in centro e lì ci ubriacammo di canzoni oltre ogni limite conosciuto: chi non finì la nottata abbracciato alla tazza del water perse conoscenza accasciandosi dove capitava, avvinghiato a qualche ragazza. 10. Walter Mameli Producer Sveglia maleducata delle sette. Il babbo già in piedi che si fa il nodo alla cravatta. Il lavandino ancora macchiato dalla schiuma da barba. Mia madre in vestaglia che prepara il caffè e sbuffa che è tardi. La tele in cucina che applaude. Uno Mattina aleggia in sottofondo con la voce di Luca Giurato. Eccola lì la vita che ti aspetti. Già pronta, come una ricca colazione che non hai ordinato. Questo ricordo del risveglio che cambiò la mia vita. Non avevo ancora diciassette anni. L'aria fredda del mattino si fece strada sotto al piumone. Coraggio!, pensai. Mi diedi una spinta e mi misi seduto sul letto poggiando i piedi sul pavimento gelato, ennesima conferma del fatto che la mia camera, quella che una volta mio padre chiamava il suo studio, era la più fredda della casa. Dormivo tra libri di medicina, enciclopedie mediche e armadi bianchi fatti su misura. Questo da quando mio fratello Vittorio si era accorto che Colpo Grosso, un programma che davano su Italia 7 la sera tardi, andava visto in rigorosa solitudine. Fu un ottimo motivo per farmi sloggiare da camera sua. Dodici anni di più o meno armoniosa convivenza spazzati via dal faccione di Umberto Smaila. Questa separazione, comunque, ebbe anche per me i suoi vantaggi. Un telefono tutto mio, e un piccolo televisore Sony con cui guardare ogni sera Beverly Hills 90210, Melrose Place e, ovviamente, Colpo Grosso. Quella fu la prima occasione in cui ebbi a completa disposizione un telecomando, libero di scegliere un programma senza dover discutere con Vittorio o protestare (inutilmente) con mio padre. Acqua gelida sulle guance. Calzini di lana, jeans, camicia o maglietta? Maglietta. Sotto la felpa ci sta meglio. Scarpe Adidas, rigorosamente slacciate. E poi i capelli: la riga da una parte. Sulla sinistra, il mio profilo migliore. No, facciamo sulla destra. Magari oggi all'indietro? Niente, tutto da rifare. Fuori un tempo da cani. Mentre cercavo di valutare l'intensità del freddo scrutando dalla finestra la pesantezza dei cappotti dei passanti, vidi Vittorio uscire dal portone di casa e scomparire all'orizzonte in sella al suo cavallo cromato. Beato lui. Io di nuovo a piedi, la Vespa dal meccanico da una settimana con la frizione fuori uso. Lo zaino Invicta pesava come un sacco di cemento. «Eppure ci ho messo dentro la metà dei libri che servirebbero oggi...» Biologia, chimica e fisica, materie detestabili dal peso specifico insopportabile, erano rimaste fuori, e giacevano tra gli scaffali di camera mia. Un ultimo sguardo carico di desiderio verso il letto ancora caldo, poi un respiro profondo e via! Di corsa giù in strada. Mentre percorrevo veloce i portici, Strada Maggiore scivolava sotto le mie suole come un tapis roulant di marmo, mentre dai palazzi colorati che fiancheggiavano via Broccaindosso mi piovevano addosso finestre, colori, suoni del mattino. Eccomi a destinazione. Mi guardai indietro un'ultima volta. La campanella era già suonata: sarei stato l'ultimo a entrare, come sempre. Esitai ancora un minuto, lo sguardo fisso sul portone e le spalle piegate in avanti. Già li sentivo, i miei passi che rimbombavano lungo i corridoi, superando porte chiuse su aule calde di termosifoni regolati male e dei respiri di troppi adolescenti. La solita storia, il solito panorama. Quelli di quinta stipati in bagno a fumare. I secchioni seduti con il libro aperto, la schiena dritta, la faccia da merluzzo. Ovunque ragazzi stralunati con la camicia sporca di cappuccino e i baffi indecisi e tristi. Alcuni appoggiati al muro, lo sguardo perso e le cuffiette del walkman con il volume a manetta. Il bullo della scuola che bisticcia con il distributore di merende pensando di essere Rambo. Un'altra campanella. Il solito coglione che rimane chiuso in ascensore. E in classe il sospetto, presto certezza, che qualcuno si sia dimenticato il deodorante. Man mano che quelle immagini prendevano forma nella mia mente, cresceva la voglia di scappare a gambe levate, come in quei cartoni di Hannah e Barbera con il protagonista che va di fretta e durante lo scatto emette il suono di uno sparo e sparisce lasciando a terra le scarpe in una nuvola di fumo. Ma ormai ero lì, proprio dove sarei dovuto essere. Ingranaggio di un meccanismo imperfetto in cui i professori erano creature mitologiche, alcune vegetariane e tutto sommato benevole, altre carnivore, viscide, spietate. In pochi mi avrebbero salvato a fine anno. Alle riunioni di classe mia madre mi portava spesso con sé. «Devi sapere anche tu!» diceva. I docenti tutti schierati a semicerchio come in una orrenda ultima cena, seri e composti ma con il ghigno di chi ha già decretato il tuo destino. E io, che mi sentivo la vittima designata, pensavo: a fine anno ognuno di voi mi tradirà! Pochi parlavano bene di me. Anche gli insegnanti di italiano e filosofia, materie nelle quali avevo sempre ottimi voti, mi descrivevano come una presenza fastidiosa. «Ma come mai?» mi chiedevo fingendo un'aria smarrita. Mia madre si infuriava, sbraitava, piangeva. Lacrime facili, le sue. «È davvero così importante tutto questo?» le domandavo stupito per la sua reazione, che mi sembrava eccessiva. Non ce l'aveva con me però. Le sue lacrime parlavano di mio padre che la incolpava, per chissà quale motivo, dei miei risultati scolastici non sempre brillanti - «Ok». Delle mie rispostacce - «Ci sta». Dei miei silenzi - «Eh, no!» gridavo. «Questo proprio no. Ma come? Io sono in piena adolescenza! Ho quindici anni. Non ci capisco un cavolo e non posso nemmeno chiudermi in me stesso come in un cesso?» Tutti si lamentavano perché mi comportavo come un ragazzino, senza rendersi conto che in fondo non ero altro che quello! Uno come tanti. Ancora senza vere qualità da dimostrare. Rachitico e sottosviluppato. A quindici anni sei ancora uno sputo d'uomo. Non sai nemmeno tu se ci sei o ci fai. Ascolti musica dura per dimostrare che sei grande, ma non hai nemmeno i peli sul petto. A dire il vero qualche tuo amico ne ha già fin troppi. Anche qualche tua amica, se è per questo. Pensi e parli continuamente di ragazze, ma non ne hai mai vista una nuda per intero. Cerchi di vestirti come David Bowie ma il tuo guardaroba è un misto fra quello di Topolino e quello di Che Guevara. Ti colori e decolori i capelli mille volte, percorrendo ogni sfumatura dell'arcobaleno pur di assomigliare vagamente a qualcosa. E ti sei fatto l'orecchino: appena se ne è accorto, tuo padre te ne ha date così tante che per reazione il lobo dell'orecchio si è subito infettato. Allora hai tolto l'orecchino e ti sei fatto un altro buco, più grande, sopra quello vecchio. Ora sogni il piercing al sopracciglio. Come David, di Beverly Hills. O come Robbie Williams dei Take That. Intendiamoci: tu li odi i Take That. Ma le ragazze parlano solo di loro. Magari parlassero di te! Saresti pronto a scappare di casa per difenderlo, il tuo nuovo piercing. Ma anche a tornarci la sera nel caso faccia buio troppo in fretta. Rivoluzione dolce! Rubi caramelle. Ti spari almeno quattro seghe al giorno, ma solo Dio sa quanto ti senti in colpa per questo. «Stavolta resisto fino a martedì...» ti prometti. Ma non resisterai. La Barale è su tutti i giornali, anche su «Famiglia Cristiana». E sfogherai anche quello, in un bagno di dolore. Sei tu che hai insegnato al tuo migliore amico a masturbarsi. E questo è uno dei tuoi pochi vanti. Sei pronto a qualsiasi cosa, pur di essere qualcosa. Poi un soffio di vento gelido ti risveglia. Il trillo di una bicicletta sotto i portici, qualcuno che grida «Attento!», e ritorni sulla terra. È bello osservare la vita che non puoi vedere mai. Le signore con la spesa e i tassinari che si fumano la terza MS del mattino chiacchierando davanti al giornalaio mentre i negozianti si avviano al lavoro divorando la strada con ampie falcate. Già le otto e un quarto. Dietro la vetrina del bar di fronte a scuola le ragazze dell'università facevano colazione con calma. Il sole spuntava timidamente fra le nuvole. Un raggio tiepido investì il mio viso semicoperto dal cappuccio del parka. Fu allora che voltai per l'ennesima volta le spalle alla scuola, e passo dopo passo, ormai deciso, mi allontanai dal suono di quella campanella stridula, dall'odore acre dell'adolescenza, dal sapore della sconfitta. Cuffie alle orecchie. Dietro front. Ritirata! Lo facevo quando non mi sentivo all'altezza. Quando avevo troppa sete o fame, e quando non avevo dormito. Quando ero felice, o abbastanza triste da tenere il broncio fino a sera. Quando litigavo aspramente con mia madre, di prima mattina. Quando la vedevo piangere. Quando dimenticavo di mettermi il deodorante. Quando non avevo fatto i compiti. Quando c'era matematica nelle prime due ore. Quando volevo perdermi, ubriacarmi di canzoni del juke-box e soprattutto quando non volevo esistere. Il Joker Bar era la meta fissa di ogni mia fuga da scuola. A qualsiasi ora del giorno, appoggiato al bancone o barcollante in cerca del bagno, potevi incontrare ogni genere di uomo o donna. Questo rendeva quella tavola calda il luogo più democratico che io conoscessi. Potevi ascoltare gli operai che facevano colazione col frizzantino alle nove in punto parlare con il manager in giacca e cravatta che leggeva «Il Sole 24 Ore». Vedere il marocchino schiavo del videopoker offrire il caffè alla prostituta che non era ancora andata a dormire. Incrociare il professore universitario che leggeva «il Manifesto» sbriciolando una brioche fra le labbra screpolate della sua bambina, o sentire il figlio di papà, che per pagare un caffè tirava fuori dal taschino il libretto degli assegni, farsi due risate con l'amante di suo padre. E in mezzo a questa varia umanità c'ero anche io, con la mia cartella piena di libri intonsi, a consumare il tasto PLAY del juke-box. Entravamo con facce differenti, ma per lo stesso identico motivo. Far passare il tempo. Perderlo. Ognuno dei personaggi che popolavano il bar si muoveva sulla scena recitando la parte che qualche regista visionario gli aveva assegnato. I discorsi in fondo erano sempre gli stessi. Le battute sempre quelle, e le risate di cortesia si sprecavano. La cortesia era "la regola del bar" del Patata, il proprietario. C'era scritto pure su un cartellino appeso alla cassa. Anche quando qualcuno si incazzava, o alzava la voce, era tutta una recita. Il Patata era un pizzetto su due guance molli dietro al bancone: teneva in mano una spugna perennemente sudicia, e parlava per lo più con se stesso. Dallo sguardo lo si sarebbe detto una brava persona, ma in realtà aveva l'animo di un tritacarne arrugginito: falso come Giuda, avido come pochi, aveva aperto il bar per pagare i debiti accumulati in passato. Almeno questo era quello che si diceva in giro di lui. Qualcuno sosteneva persino che fosse stato in carcere, e che avesse il vizio di cacciarsi nei guai facilmente. Non lo posso confermare né smentire. Quello che so io è che il suo caffè era inutile e lasciava in bocca un saporaccio acido. Ciononostante il Patata te lo porgeva con tutta la solennità di cui era capace, convinto che fosse il migliore di Bologna. Mentre lo sorseggiavi ti faceva una domanda a caso, presumo allo scopo di distrarti dall'ondata di liquido bruciacchiato che ti violentava il palato: «Come ti va?», «Che fai?», «Stai bene?». Qualche mese prima di quel mattino avevo chiesto al Patata di inserire nel suo juke-box le mie nuove canzoni, registrate su un demo-cd. Ne fu entusiasta, evidentemente immaginando la montagna di monetine che avrei inserito nella macchina per ascoltarle e riascoltarle fino allo sfinimento. A me invece pareva un sogno. Il mio nome accanto a quello degli Eagles, degli Oasis, di Michael Jackson! E allo stesso prezzo! Così ogni sera alle sei portavo qualche ragazza lì davanti e le dicevo: «Ascolta! Questa è Un giorno migliore!», oppure «Guarda, c'è anche il nostro disco!». Camminai con la cartella che penzolava dalla spalla destra fino al garage di Eddy, il ragazzo che si prendeva cura della mia Vespa rossa quando il motore si inceppava. Me lo diceva di continuo: «Bisogna che stai più attento al filo della frizione, è la terza volta che te la aggiusto in sei mesi!». Avevo sempre problemi col cambio, forse perché ci smanettavo troppo nelle gare che io e i miei amici improvvisavamo al ritorno da scuola. Pregai Eddy di non dire a mia madre che ero passato a ritirare il motorino nel bel mezzo dell'orario scolastico. Poi mi allontanai guizzando come un'anguilla nel traffico senza badare alle raccomandazioni che il meccanico mi gridava dietro. Nel giro di pochi minuti mi trovai di fronte alla vetrina del Joker Bar. Parcheggiai dietro i bidoni dell'immondizia, in modo da nascondere al meglio il colore acceso della Vespa. Entrai sentendomi finalmente al sicuro, lontano dalla scuola, dalle interrogazioni, e dal fiuto infallibile delle amiche di mia madre, vere mine antiuomo in giro per la città. Mentre, tolta la giacca, mi avvicinavo al bancone,mi accorsi di una figura conosciuta che sulla mia destra alzava un braccio in segno di saluto. «Luca!» Mi strinse la mano mentre avvicinava alla bocca la sua eterna bottiglia di Ceres. Luca aveva qualche anno più di me, e mi capitava di incontrarlo spesso in giro per locali o a qualche festa. Era sempre vestito uguale. Giacca di pelle nera lunga fino al ginocchio, camicia bianca e jeans. Portava gli occhiali da sole anche di notte, e aveva fatto centinaia di lavori, dal tabaccaio al barista, dall'agente segreto al portinaio. Era, non solo ai miei occhi, un personaggio mitologico, e su di lui giravano varie leggende metropolitane. Il Nano, un suo amico d'infanzia, le aveva raccolte in una lista che suonava come una sorta di litania religiosa e che era stata appesa da qualcuno alla parete del bar, accanto al listino dei prezzi. Luca Pia lavora per vivere. Luca Piha abita da solo da quando aveva 15 anni. Luca Piha ha vissuto 5 generazioni. Luca Piha veste principalmente di nero. Luca Piha legge libri di "cucina afrodisiaca". Luca Piha è un "sex turist". Luca Piha tiene per la Roma. Luca Piha è fascista. Luca Piha crede nella politica. Luca Piha guarda il Maurizio Costanzo Show. Luca Piha conosce tutte le ragazze di età inferiore ai 16 anni di Bologna. Luca Piha ha conosciuto più gente che il papa. Luca Piha va all'uscita delle Tambroni. Luca Piha ha un grande successo con le bariste. Luca Piha cambia 3 discoteche a sera. Luca Piha è un arrampicatore sociale. Luca Piha è un lacchè dei potenti. Luca Piha è in società con i più grossi truffatori del Paese. Luca Piha se fosse in galera sarebbe uno di quei tipici personaggi che "ti rimediano di tutto". Luca Piha è stato in galera. Luca Piha beve più birra di un tedesco depresso. Luca Piha è tenebroso senza volerlo. Luca Piha ha giocato due derby Rastignano Vs. Pianorese, uno nel Rastignano e uno nella Pianorese (ha avuto entrambe le cittadinanze). Luca Piha si mantiene con il gioco d'azzardo. Luca Piha ogni tanto va a giocare a carte al Bar Posta. Luca Piha ha frequentato tutti i bar di via Toscana. Luca Piha quando giocava per il Bar Direttissima ha vinto il torneo di tressette dei bar di via Toscana. Luca Piha ha fatto il barista in tutti i bar di Bologna e L'Avana. Luca Piha farà il barista. Luca Piha ha moglie e figli a Cuba. Luca Piha progetta sistemi per vincere al casinò. Luca Piha è stato rapito dagli extra-terrestri. Luca Piha è entrato nell'affare che ha portato la bomba atomica all'India. Luca Piha è egiziano. Luca Piha frequenta tutti i locali in della città. Luca Piha non ha la patente, ma ha la terza media! Luca Piha beve per dimenticare. Luca Piha è la cosa più temuta dalle assicurazioni. Luca Piha ogni ora ingoia misteriose pasticche. Luca Piha è una razza. Luca Piha ha l'orecchino, anzi due! Luca Piha si reputa affascinante. Luca Piha ha lo Zip di Ghedini. Luca Piha ha accompagnato per anni Franco a cagare da Mario il sabato sera. Luca Piha è il migliore amico di circa 176 persone. Luca Piha si addormenta subito. Luca Piha in preda alla gelosia può diventare pericoloso. Luca Piha è fortunatissimo al gioco d'azzardo. Luca Piha potrebbe fare il baro di professione. Luca Piha legge libri di magia. Luca Piha crede che suo fratello sia un tipo giusto. Luca Piha ha il pizzetto. Luca Piha è iscritto ad alcune sette segrete. Luca Piha è un massone. Luca Piha crede in Satana. Luca Piha è basso. Luca Piha tira di tabella. Luca Piha crede di tirare bene i calci di punizione. Luca Piha va all'eliporto. «Che fai?» mi chiese Luca, evidentemente felice di vedermi. Il bar era vuoto. Il Patata, assonnato, farciva i suoi panini con salse scadute. «Non ho voglia di andare a scuola oggi» gli risposi avvicinandomi al juke-box. «Sono belle le vostre canzoni, le ho ascoltate. Ma le scrivi tu?» Luca sembrava sobrio, ancora. Conosceva, come diceva il suo decalogo, alcune mie amiche. Era grazie a loro che aveva sentito qualche brano, ma gli bastò pronunciare quelle tre paroline magiche, «le tue canzoni», per farmi brillare gli occhi. «Certo! Sto cercando un produttore che le ascolti» dissi. La figura del produttore è, nell'immaginario collettivo, quella di un arraffone senza scrupoli a caccia di giovani talenti da spremere. Non era certo quello che cercavo io, ma ammetto che avrei accettato qualsiasi cosa in quel periodo pur di trovare un paio di orecchie pronte ad ascoltarmi. «Prova con Walter Mameli» disse Luca, «mi hanno parlato bene di lui.» «Walter Mameli...» ripetei mentre fra me e me pensavo: questo nome non mi dice assolutamente niente. «È di Bologna. Un mio amico lo ha contattato e mi ha detto che lavora con gente importante.» Mi sembrò la solita frase buttata lì, del tipo: «Conosco uno che conosce un altro che conosce questo o quello...». Ringraziai Luca, fedele alla regola della cortesia che vigeva nel bar, ma mi affrettai a cambiare discorso, dimenticando all'istante il nome che mi aveva fatto. La mia attenzione era dedicata unicamente al juke-box del Patata. Verso le dieci, dopo aver bevuto l'ennesimo cappuccino e aver ascoltato per l'ennesima volta {What's the Story) Morning Glory? degli Oasis, decisi che era ora di muovermi. Luca se ne era andato da un pezzo, e mi stavo annoiando. La meta successiva, come voleva la tradizione, sarebbe stata Ricordi, il negozio di strumenti musicali di via Goito. Da qualche mese teneva in vetrina una chitarra bella e luccicante al punto di ipnotizzarmi. Era una Gibson Lucille nera. Dovevo rivederla. Passavo davanti a quel negozio quasi ogni giorno per ammirarla, appannando il vetro che ci separava sognando di poterla suonare. «Con quella scriverei canzoni memorabili!» mi ripetevo. Ed era un ritornello che andava avanti da qualche mese. La mia carriera da chitarrista autodidatta era cominciata con una chitarra classica sgangherata che mio padre teneva in un armadio a Colunga, chiusa in una custodia di cuoio finto, da cui non la toglieva mai. Durante le mie estati in campagna, quando pioveva, la tiravo fuori e mi divertivo a imitare Elvis davanti allo specchio, o facevo finta di suonarla mentre ascoltavo i vinili di mio padre. Poi, quando si formarono i Senza Filtro, mia madre mi regalò per Natale una chitarra elettrica. Una Washburn usata ma tenuta bene. Con quella scrissi le prime canzoni alla chitarra. Il passo verso una Gibson sembrava ormai vicino, ma il prezzo di quella meraviglia era troppo alto anche per Babbo Natale e la Befana messi insieme. Entrai comunque nel negozio per cercare spartiti dei Queen, leggiucchiare qualche biografia e ripararmi dal freddo. Non avevo un soldo in tasca, avendo speso al bar quanto rimaneva della paghetta di trentamila lire che mio padre mi aveva consegnato alle quindici del sabato precedente. Ma già solo respirare l'odore unico del negozio di strumenti, essere circondato dai poster delle rock star e sentire i musicisti che provavano le loro chitarre prima dell'acquisto mi pareva qualcosa di sublime. Certo meglio di qualsiasi lezione di chimica. Percorrevo lentamente gli scaffali sfiorando con le dita tutto quel ben di Dio. L'occhio mi cadde su un libriccino giallo che spuntava tra la biografia dei Duran Duran e gli spartiti per orchestra degli U2. La faccia di Bono in copertina sembrava dirmi: «Ciao Ce! Come te la passi?». Avrei volentieri risposto: «Che vuoi, lurido nano irlandese? Fatti da parte, io sto con gli inglesi!». Ed era vero, anche e soprattutto musicalmente parlando. Presi in mano il libro giallo, snobbando quello degli U2. Sulla copertina c'era scritto: Pagine gialle musicali dell'Emilia Romagna. Toh! Un libro che parla di noi. Bono Vox, spazientito, volse lo sguardo altrove, mentre io aprivo quello strano libretto. Dopo averlo sfogliato e studiato per qualche minuto capii che si trattava di una serie di indirizzi e numeri telefonici utili relativi al mondo della musica - produttori compresi. Ebbi un sussulto di gioia. Era ciò di cui avevo bisogno! Quello di cui avevo parlato a Luca poche ore prima! Sembrava che il libretto facesse al caso mio. Problema numero uno. Non avevo soldi con me. Problema numero due. Mia madre quel mattino non era uscita perché malata. Non potevo certo tornare a casa, rompere il salvadanaio e scomparire di nuovo senza che se ne accorgesse. Sarei dovuto essere a scuola! Problema numero tre. Ero in un negozio, e il commesso era a pochi metri da me. C'era un'unica possibile soluzione. Mi voltai verso il commesso, che sistemava di malavoglia spartiti già ordinati mille volte. Muovendomi lentamente mi voltai con le spalle alla cassa. Poi, mentre fingevo di consultare un breviario sulla teoria della musica classica, mi feci scivolare il librino giallo tra le mani, presi un respiro profondo e straaap! Bastò un colpo di tosse e la pagina che mi interessava, quella dedicata a Bologna, fu mia. Un secondo dopo ero di nuovo fuori, in sella alla mia Vespa. Il traffico in giro si era calmato. Le strade, i vicoli e i portici si erano finalmente svuotati della fretta mattutina. Ormai la maggior parte della gente aveva raggiunto il posto di lavoro. A occupare il centro storico erano rimasti soltanto alcuni turisti, qualche signora a caccia di idee per il menu di mezzogiorno e un vero e proprio esercito di vigili urbani armati di blocchetto delle multe. Mancava un quarto d'ora alle undici e cominciavo a sentire il fiato di mia madre soffiarmi sul collo. Poco più di due ore dopo sarei dovuto tornare a casa per il pranzo. All'una, massimo una e mezza. Fossi arrivato più tardi, sarei stato sottoposto a un vero e proprio interrogatorio. Ma ormai ero troppo coinvolto, troppo esaltato per le possibilità che la pagina strappata mi apriva, per frenare la mia corsa. Sentivo che tutto ciò che era successo quella mattina aveva avuto un significato preciso, e mi sembrava ingiusto fermarmi, a questo punto. Il foglio che era appartenuto al libro giallo del negozio indicava un po' di indirizzi di enti che in qualche modo avevano a che fare con la musica, con relativo numero di telefono. Decisi che avrei tentato il tutto per tutto, cominciando dal primo. Decisi che quel giorno qualcuno avrebbe ascoltato il mio demo di canzoni, a qualunque costo. Città di Bologna Sound&Sound. ViaTibaldi, 43. Tel. 051/3452... Public Notes. Via Padova, 12. Tel. 051/54637... Classic Time. Via Porrettana, 3. Tel 051/2727... Double-Face. Via Montegrappa, 18. Tel 051/4837. Sound&Sound, in via Tibaldi, fu il mio primo obiettivo. Se non ricordo male dev'essere vicino alla stazione, pensai. Mi bastò percorrere via Indipendenza, oltrepassare il ponte di Galliera, e in pochi minuti mi trovai di fronte a una palazzina malmessa che con la musica sembrava azzeccarci ben poco. Avevo cercato il numero civico zigzagando avanti e indietro per tutta la via, e una volta individuato il numero 43 mi ero fermato con una rumorosa sgommata proprio davanti al portone. La facciata dimessa dell'edificio non influì minimamente sul mio entusiasmo. Mi sentivo bene, pieno di energie. Scendendo dalla Vespa mi resi conto che per la prima volta in vita mia stavo facendo qualcosa soltanto per me, senza chiedere permesso o aiuto a nessuno. Non mi capitava spesso di trovarmi in situazioni del genere. Parlare con gli estranei mi metteva a disagio, e non mi sarei mai permesso di suonare a un campanello sconosciuto senza sapere chi ci fosse dall'altra parte - a meno che non si trattasse di uno scherzo, naturalmente. Ero fiero di me stesso. Suonai. Aspettai qualche minuto senza ottenere risposta. Suonai ancora, e poi ancora quel maledetto campanello, cercando incoraggiamento nello sguardo delle persone che mi passavano accanto sul marciapiede. Nulla. «Che sfiga!» esclamai voltandomi a guardare il manubrio della mia Vespa come se lei mi potesse sentire. Tornai in sella con la pagina strappata in mano e decisi di tentare subito con il secondo indirizzo. Nel frattempo una strana sensazione di vuoto cominciò ad aleggiarmi nello stomaco. Ero partito troppo ottimista, come al solito. Public Notes, in via Padova, aveva un nome promettente, ma trovarla richiese un bel po' di tempo perché «la zona in cui tutte le vie hanno nomi di città è lontana da qui», come mi rivelò la signora a cui chiesi di indicarmi gentilmente dove si trovasse la mia seconda chance. La cosa non mi turbò, se non per il fatto che il tempo a disposizione si stava lentamente accorciando. Certo, avrei potuto fare ritorno al bar e organizzarmi diversamente, magari rimandando la ricerca al pomeriggio. Ma la pazienza non era mai stata il mio forte. Tutto doveva essere compiuto il prima possibile. Volevo una risposta. Dopo venti minuti di assidue ricerche suonai al campanello di via Padova numero 12, e finalmente questa risposta arrivò. Fu così immediata che mi sembrò quasi mi aspettassero. La voce apparteneva a una donna di mezza età, e filtrata attraverso il citofono gracchiava come la musica di una vecchia radio. «Chi è?» Ero pronto a qualsiasi domanda, ma a quella proprio no. Chi ero al momento mi sfuggiva. Balbettai qualcosa: «Salve, ho trovato il nome della vostra... etichetta in un... giornale, cioè in un libro. Sì, a dire il vero...». Non riuscii a finire la frase che la voce mi interruppe decisa. «Sono spiacente, ma la nostra non è propriamente una etichetta discografica.» Lo disse scandendo l'ultima parola. «Io vorrei consegnarvi il mio demo» insistetti. «Noi ci occupiamo di tutt'altro» ammise la voce con più franchezza. Forse avevo sbagliato indirizzo, ma sul foglio c'era scritto proprio Public Notes. Con un nome del genere non credo vendano marmitte, pensai. «Posso lasciarvelo lo stesso? Sono canzoni che ho scritto io.» Sentii borbottare qualcosa che non capii, poi la voce femminile si tramutò in un vocione maschile. Non ne fui per nulla contento, ma intuii con una punta di paura che la nuova voce era più importante della prima. Secondo round. «Mi dica.» Il tono era decisamente spazientito, il che non fece che accrescere la mia confusione. L'uomo non sembrava ansioso di ascoltare la musica di un gruppo emergente. Sembrava piuttosto qualcuno che aveva appena interrotto la sua occupazione per rispondere a un rompicoglioni. Non avevo ancora finito di spiegare le mie intenzioni che il portone ebbe un sussulto, e, con mia enorme sorpresa, si aprì. «Al terzo piano» fu tutto ciò che mi rispose la voce. Strinsi il pugno in segno di vittoria. Mentre salivo i tre piani di scale due gradini alla volta avevo un sorriso gigante stampato sul volto. Che faccia avrebbe avuto la nuova voce? Cosa mi avrebbe detto incontrandomi? Chi si celava dietro alla Public Notes? Quanti i dischi di platino appesi alle pareti? Arrivai a destinazione col fiatone, il mio cd in mano, il braccio già teso, pronto a stringere mani. Mi avessero dato una penna avrei firmato qualsiasi cosa all'istante. La porta era socchiusa. Nessuno ad accogliermi. Che fare? Bussai educatamente e poi, facendomi coraggio, aprii da solo quella che sarebbe dovuta essere la porta più importante della mia vita, la porta del paradiso. Piuttosto malconcio come paradiso: davanti a me c'erano due scrivanie ricoperte di libri e, seduti, anzi, sepolti sotto quei libri, due individui, un uomo e una donna anziani, vestiti in modo terribile e immersi in una nuvola di fumo grigiastro. Dietro di loro una libreria a muro anch'essa stipata di volumi ammucchiati disordinatamente. Scrutai attentamente le pareti. Nessun disco di platino, solo qualche stampa antica messa in cornice. Sembrava la sala d'attesa di una fumeria d'oppio. «Buongiorno, mi chiamo...» Ancora una volta l'idea di presentarmi mi metteva in difficoltà. «... Sono il ragazzo del cd» dissi, cercando di essere il più educato possibile. Sentivo che c'era qualcosa di stonato. Cosa c'entravano tutti quei libri con il mio destino? Cosa ci azzeccavano quei due individui tristi con il mio futuro? Fu la donna a dare una risposta alle mie domande. «Ragazzo» (chi mai chiamava un ragazzo "ragazzo", a parte i doppiatori dei film americani?), «noi traduciamo e stampiamo libri di musica folk per conto del governo irlandese. Per promuovere la nostra cultura all'estero.» La guardai incredulo. «E lo fate... a Bologna?» balbettai. Questa volta fu l'uomo a rispondermi: «A Bologna, certo. Più di duecento irlandesi». In quel preciso istante l'occhio mi cadde sull'unica foto a colori presente nella stanza. Era un primo piano di Bono Vox con la lingua di fuori. Avevo già visto quello stesso scatto su «Rock Star», un magazine musicale, ma in quel momento l'immagine assunse un significato particolare. Era la vendetta personale di Bono nei miei confronti. Per averlo snobbato al negozio. Mi limitai ad annuire, tenendo la delusione tappata fra le labbra. Me ne andai, scusandomi. Ero davvero incazzato - con me stesso, con il libro giallo, e con tutti quei fottuti irlandesi. Ma che razza di libro avevo trovato al negozio? C'era scritto "Etichette e Produttori Discografici" oppure me l'ero sognato? Dovevano esserci per forza! Invece no, al loro posto soltanto pazzi che stampavano inutili libri di musica folk irlandese! Scesi mestamente i tre piani, fino a ritrovarmi di nuovo in strada. Accesi la Vespa e mi riavvicinai al centro. Le lancette dell'orologio segnavano mezzogiorno in punto. Tentai ancora, questa volta meno convinto, con il terzo improbabile indirizzo. La via Porrettana, manco a farlo apposta, era lontanissima. Per raggiungerla avrei dovuto attraversare tutta la città fino alle porte di Casalecchio. Una volta arrivato, mi sembrò di sognare quando una signora dall'aspetto molto curato mi confermò che la Classic Time era una vera e propria etichetta discografica. «Sì, di musica classica però» aggiunse. Magnifico! Fui rispedito al tappeto con una carezza leggera sulla guancia e la peggiore delle raccomandazioni: «Non dovresti essere a scuola tu?». Già. Non dovevo essere a scuola? Avevo appena buttato un'intera mattinata a caccia di case discografiche fantasma. Se mia madre mi avesse scoperto le avrei prese di santa ragione. Ormai erano le dodici e mezza. Scoraggiato, rimontai in sella alla mia Vespa e mi diressi di nuovo verso il Joker Bar, procedendo a passo d'uomo, confuso e frastornato. Nel corso della mattinata mi ero convinto che l'incontro con Luca, la faccia scocciata di Bono Vox sulla copertina degli spartiti, il libro giallo e la pagina strappata, le persone incontrate fino a quel momento, avessero avuto un senso. Avevo pensato sì, è così, sono tutti segni, chiarissimi: finalmente il destino sta girando, i miei segni si possono realizzare. Invece il destino sembrava prendersi gioco di me. Piazza Malpighi si stava ripopolando di studenti affamati, l'ora di pranzo era imminente. Presi nuovamente in mano la pagina strappata, pronto a farne una pallottola da buttare via. La guardai un'ultima volta, desolato. Mi mancava soltanto un indirizzo, ma ero troppo stanco per lanciarmi all'inseguimento di questa estrema speranza. Era quasi l'una, sarei arrivato in ritardo a casa. E poi a quell'ora gli uffici erano sicuramente già chiusi per la pausa pranzo. Guardai la pagina, poi l'orologio, poi la pagina, poi di nuovo l'orologio. Non ero pronto a subire un interrogatorio di mia madre, e avevo esaurito le riserve di fiducia. Mi sentivo piccolo e insignificante, una completa nullità. Ma forse era proprio quello che ci voleva, era proprio così che dovevo sentirmi, perché così piccolo e insignificante dissi a me stesso: «Non ho nulla da perdere». Via Montegrappa 18 era in pieno centro, a poche centinaia di metri da dove mi trovavo. E se avessi tardato un po' avrei potuto dire a mia madre che mi ero fermato a parlare con la professoressa di latino, anche se non ci avrebbe mai creduto. Il semaforo si fece verde. Mi piegai sul manubrio dando gas. Qualcosa si riaccese anche dentro me. Parcheggiai la Vespa proprio in via Montegrappa, davanti al parrucchiere dove andavo a colorarmi e decolorarmi i capelli. Il numero 18 era lì di fianco. Pigiai il campanello con forza. Due volte. «Sì, chi è?» chiese qualcuno dall'altra parte. Adesso sapevo bene chi ero. «Mi chiamo Cesare Cremonini, dovrei essere a scuola, ma è tutta la mattina che giro a vuoto. Vorrei lasciarvi un mio demo di canzoni.» «Ok. Le dispiace passare verso le tre del pomeriggio? In questo momento il titolare è in riunione.» Insistetti che era urgente: avrei preferito chiudere subito la mia ricerca. Ma evidentemente la riunione non poteva proprio essere interrotta. E poi non c'era più tempo per discutere. Era ora di rientrare. Presi appuntamento per le tre in punto e me ne andai. Arrivai in orario a casa, non dovetti spiegare nulla. Mia madre aveva preparato l'arrosto col rosmarino, Vittorio era già seduto a tavola, mio padre si stava togliendo la cravatta. La tv era accesa, le ultime note della sigla del Tg Uno accompagnarono il mio ingresso in sala da pranzo. Tutto normalissimo. Come al mio risveglio. Sembrava non fosse successo nulla. Mio padre mi rivolse la solita domanda: «Com'è andata a scuola?». Cosa potevo rispondere se non «Tutto bene!»? Dopo pranzo chiamai Manfredi, un amico che abitava a due passi da via Montegrappa, chiedendogli di accompagnarmi nell'impresa che mi attendeva per il pomeriggio. Avevo bisogno di lui per farmi coraggio. «Devo andare a consegnare il mio demo al titolare di un'etichetta discografica in via Montegrappa.» «Eh?» Fu tutto ciò che riuscì a rispondere. «Oggi pomeriggio, ora non posso spiegarti, ci sono i miei che ascoltano, mi accompagni?» Manfredi era sempre pronto a dare una mano, disponibile a prendere parte a qualsiasi iniziativa, e abbastanza folle da seguirmi nell'avventura in cui mi ero cacciato. Ci demmo appuntamento per le tre in punto sotto casa sua. Io dovevo portare il mio cd, lui una gran faccia di bronzo, perfetta per il nostro scopo. Non ci eravamo messi d'accordo, ma sta di fatto che, incontrandoci, scoprimmo di essere vestiti nello stesso identico modo. Camicia, jeans e occhiali da sole Diesel, quelli con i tondini sulle stanghette. Più l'immancabile parka con il cappuccio calato sulla testa. Raccontai a Manfredi l'avventura della mattina, gli parlai di tutta la strada fatta e gli spiegai quanto fosse importante essere convincenti, determinati e sicuri di sé. Quella era davvero la mia ultima occasione. Manfre entrò subito nella parte. Anzi, mentre suonavo il campanello sembrava addirittura più convinto di me. Io adoro quest'uomo, pensai. Il portone si aprì, senza che nessuno mi chiedesse chi fossi. Evidentemente il citofono aveva una videocamera grazie alla quale mi avevano riconosciuto come la stessa persona di poche ore prima. Salimmo in silenzio fino all'ultimo piano. Fu un uomo, anzi, un omino ad aprirci. Ce lo trovammo di fronte, anche se la sua bassa statura ci costringeva a piegare la testa per guardarlo in faccia. Sorrideva e se ne stava appoggiato allo stipite della porta come per proteggere l'ingresso del suo ufficio. Da come ci osservava sembrava sapesse tutto di noi: chi eravamo, da dove venivamo e perché eravamo lì. Mi colpì il suo abbigliamento: portava una stranissima salopette di velluto marrone a righe sopra un maglione nero a collo alto; ai piedi delle scarpe inguardabili, tipo anfibi, con un tacco piuttosto alto. Approfittai dei miei venti centimetri di altezza in più per sbirciare all'interno. Morivo dalla curiosità. Notai decine di dischi di platino appesi alle pareti. Manfre e io ci guardammo senza toglierci gli occhiali per non permettere al nostro interlocutore di leggerci negli occhi quanto fossimo emozionati. Questa era la situazione: quel tizio immerso nella sua salopette, noi pietrificati sul pianerottolo. Manfre con le mani in tasca, io col mio demo in mano. «Allora?» incalzò l'omino. Manfre fece finta di far parte del mio gruppo per risultare più credibile. «Noi siamo di Bologna, ci chiamiamo Senza Filtro. Possiamo farle ascoltare il nostro demo?» «Senza Filtro? Che nome è?» ci chiese senza riuscire a trattenere un sorriso divertito. Panico. Lillo mi aveva ripetuto migliaia di volte il motivo di quel nome, e io stesso fino a un secondo prima ricordavo perfettamente tutta la spiegazione. Ma in quel momento non uscivano le parole. Cercai di improvvisare un discorso sensato. «Senza Filtro perché... la nostra musica arriva... senza filtro.» Che spiegazione! Manfre annuì più volte come se avessi recitato a memoria un intero trattato filosofico carico di profonda saggezza. «Lo può ascoltare per favore?» «Se me lo lasciate vi farò sapere qualcosa» ci rispose con l'aria annoiata di chi si sente fare questa richiesta ogni tre minuti. Sembrava più interessato ai nostri occhiali da sole che al demo. Eppure nel suo sguardo una scintilla di curiosità c'era. Certo che avrei voluto lasciargli il demo, altroché se avrei voluto. Era per sentirmi dire una frase del genere che avevo scorrazzato tutta la mattina con la Vespa. Ma possedevo una sola copia del cd. L'altra era nel juke-box del Patata, e non l'avrei tolta da là per nulla al mondo. «Non posso lasciarglielo, è l'unica copia che ho» confessai. Poi aggiunsi: «Le canzoni sono comunque tutte registrate alla S.I.A.E.». Non era vero, ma faceva figo. «Non hai una copia del tuo demo?!» mi chiese lui incredulo. «No signore, è l'unica copia. Potrebbe ascoltarla con noi?» «No. Se me lo lasciate, bene, altrimenti tornate quando avete una nuova copia.» Sembrava categorico, vicino a perdere la pazienza. Io e Manfre a quel punto eravamo in netta difficoltà, ma, non so come, decisi di non dare retta alle mani sudate e alle gambe che minacciavano di non reggermi più: insistetti, cercando di prendere l'omino per sfinimento, come facevo con mia madre. Volevo che Mr Salopette ascoltasse le mie canzoni, di fronte a me, e volevo che mi dicesse cosa ne pensava. Lo volevo con tutto me stesso. «Non posso farne una copia» ribattei. «Per favore, le rubiamo solo cinque minuti.» Il tizio tolse le mani dalle tasche e si arrese sbuffando: «Ok! Va bene, cinque minuti!». Spalancò la porta lasciandoci entrare, sul viso un'espressione che diceva senza possibilità di fraintesi: «Mi avete rotto. Ascoltiamo 'sta roba, ma poi fuori di qui!». Entrai in quello che sembrava un attico più che un ufficio. Al centro della stanza troneggiavano due divani rossi. Le pareti erano completamente ricoperte di gigantografie di cantanti più o meno famosi, alternate a una quantità spropositata di dischi di platino: ce n'erano di Lucio Dalla, dei Nomadi, di Samuele Bersani, di Claudio Baglioni. Sulla sinistra un'enorme libreria. Non credevo ai miei occhi. Ma dove siamo?, pensai voltandomi verso Manfre, che intanto si era tolto gli occhiali scoprendo un'espressione identica a quella di Al Pacino nel film Il Padrino. Consegnai il cd al tizio con la salopette. Lui lo prese e lo tolse in fretta dalla custodia, inserendolo nel lettore cd. Non avevo mai visto un impianto stereo così bello. C'erano piccole casse ovunque. Era la prima volta che mi capitava di far ascoltare le mie canzoni a qualcuno che non fosse un amico o un conoscente, ed era la prima volta che il giudizio di questo qualcuno poteva davvero fare la differenza. La prima canzone che ascoltammo fu Zapping. Dall'inizio alla fine. «L'ho scritta per la mia ex fidanzata!» esclamai entusiasta. Mi uscì una voce stridula ed effeminata. Già mi vedevo, nel giro di pochi secondi, cacciato fuori a calci in culo. Invece l'omino non fece commenti, ma volle sentire anche il brano successivo, Vorrei. «Anche questa l'ho scritta per la mia ex.» E poi quello dopo ancora, Un giorno migliore. «Questa è la migliore!» dichiarai, ormai deciso a vincere il premio per la dichiarazione più cretina. Lui non pronunciò una sola parola fino alla fine. Ascoltava con attenzione, guardando verso la libreria. Io e Manfre invece guardavamo alternativamente i suoi occhi e la libreria, in cerca di un segnale. Quando si fu spenta l'ultima nota del cd si voltò verso di me e mi chiese chi fosse l'autore dei pezzi. «Sono io! Le ho scritte io!» quasi gridai, battendomi la mano sul petto. Manfre annuiva con grande slancio e ampi movimenti del capo. Eravamo davvero affiatati, niente da dire. Ascoltammo di nuovo le canzoni, da capo. Io, Manfre e Mr Salopette non ci eravamo nemmeno presentati, ma stavamo seduti sullo stesso divano ad ascoltare la mia musica. Incredibile. «Cosa ne pensa?» continuavo a chiedergli. Lui continuava a non rispondere, limitandosi a riascoltare i brani più volte. Infine si girò ancora verso di me e senza tanti preamboli disse che alcune cose gli erano piaciute. Disse che in certi passaggi ero stonato. Ma aggiunse anche che ormai i gruppi emergenti sembravano tutti uguali, si limitavano a scimmiottare gli U2; le mie canzoni erano diverse, qualcosa di nuovo in mezzo a una quantità di melodie già ascoltate mille volte. Un'ondata di felicità e di orgoglio mi invase, facendomi spuntare un sorriso sulle labbra, mentre mi tornava in mente la faccia di Bono intrappolata in quel libro. Mr Salopette disse che c'era molto lavoro da fare e mi chiese se avevo già qualche contatto. Poi aggiunse, alzandosi, che doveva tornare in una riunione importante. Capii che era una scusa, ma non opposi resistenza. Quello che mi stava succedendo era già di per sé indescrivibile. Ma ciò che mi fece schizzare definitivamente al settimo cielo fu il gesto del tizio che, mentre ci congedava, allungò la mano verso la mia consegnandomi il suo biglietto da visita e dicendo: «Tieni, meglio se mi richiamate voi. Ora non ho tempo, ma posso darvi dei consigli, se vi fa piacere». Questa fu la botta finale. Non solo qualcuno aveva appena sentito le mie canzoni giudicandole interessanti, ma mi aveva persino lasciato un suo biglietto da visita senza che fossi io a pregarlo. E voleva darmi dei consigli! Io avevo un bisogno assoluto di consigli! Manfre e io ci lanciammo giù per le scale in preda a convulsioni da sovreccitazione. «È fatta, Ce!» gridava Manfre, «Lo abbiamo steso!» Io ridevo come un pazzo. Una volta per strada, ancora fuori di me, abbassai lo sguardo verso quel biglietto, leggendo a voce alta il nome di Mr Salopette. Non credetti ai miei occhi. «Walter Mameli.» Mi voltai verso la mia Vespa rossa pensando a Luca. Era il nome che mi aveva indicato quella stessa mattina. «Incredibile!» Fu questa l'unica parola che mi uscì. Da quel giorno Walter Mameli si dedicò alla mia carriera, incessantemente. È grazie a lui se ora sto scrivendo questo libro, e nonostante la sua salopette fosse davvero ridicola, sotto quel velluto si celava il cuore di un raffinato produttore musicale, oltre che di un grande amico. 11. Febbre da concerto "Incontro" e "scoperta". Erano queste le parole chiave dei sogni di ogni musicista in erba. Il successo di un gruppo, così come quello di ogni cantante di talento, passava inevitabilmente attraverso l'incontro con un produttore artistico (essere umano predisposto al rischio) o la scoperta da parte di un discografico (essere umano che il rischio cerca di evitarlo): le sole figure in grado di aprirti le porte del paradiso, prima dell'avvento di programmi televisivi pensati per creare una pop star dal nulla. Nei pomeriggi trascorsi consumando le pagine delle biografie di tutti i miei gruppi preferiti avevo imparato che fin dagli anni Sessanta il punto di svolta per un cantante coincideva con questa tappa. Certo, può sembrare che allora conquistare il successo fosse più difficile rispetto a oggi, ma di certo aveva anche un fascino tutto diverso. Il primo passo prevedeva che uno di questi personaggi misteriosi assistesse casualmente a un tuo concerto, o apprezzasse il tuo demo fra i centinaia che gli piovevano ogni giorno sulla scrivania. Ma non bastava. La determinazione, oltre alla fortuna, era l'altro elemento fondamentale per poter uscire dalle cantine buie e umide e affacciarsi finalmente al soleggiato mondo della discografia. Per tutte queste ragioni l'incontro con Mr Salopette, che avevo cercato e voluto con tutte le forze, ma che non si sarebbe potuto verificare senza la necessaria dose di fortuna, aveva per me un significato così fondamentale. Sapevo che non sarebbe stato facile descrivere agli altri della band quel che mi era successo quella strana mattina. L'improvvisata fuga da scuola. L'incontro con Luca al bar. La pagina strappata al negozio di musica. Tutti quei tentativi a vuoto, e poi Manfre, via Montegrappa 18 e Mr Salopette seduto di fronte a noi che ascoltava in silenzio il demo. Certe sensazioni sono difficili da far comprendere a chi non le ha provate in prima persona. La mattina seguente mi diedi appuntamento con Lillo e Lorenzo per la fine delle lezioni. All'una mi fiondai fuori dalla loro scuola, il Collegio San Luigi, insieme a Gabriele, al quale avevo già accennato con grande entusiasmo di avere una notizia bollente fra le mani. Quando fummo tutti e quattro riuniti intorno alla mia Vespa, nel piazzale in cui ricche signore ingioiellate parcheggiano in tripla fila i loro macchinoni in attesa di raccattare le figlie, diedi il grande annuncio. «Ragazzi» dissi col fiatone, «mi è successa una cosa che ha dell'incredibile.» Con lo sguardo cercavo in particolare l'attenzione di Lillo. «Ieri ho fatto fuga e ho passato la mattina in giro per la città, a caccia di un produttore.» «Quindi?» risposero loro in coro. Lillo sembrava piuttosto scoglionato, e sbuffava il fumo di una delle sue solite Marlboro grattandosi la barba. «All'ultimo tentativo, quando ormai avevo perso le speranze, ho suonato al campanello giusto. Un produttore mi ha lasciato il suo numero di telefono!» Estrassi dal portafogli il biglietto da visita che mi aveva consegnato Mr Salopette, tenendolo fra le mani come se si trattasse di una preziosa reliquia. La notizia non sembrò destare particolare interesse in nessuno di loro. «Come si chiama questo tizio?» chiese Gabriele. Sapeva quanto ci tenessi e voleva darmi un segno di partecipazione. «Si chiama Walter Mameli.» «E chi è?» sbottò Lillo. «È un produttore, piuttosto importante. Me ne aveva già parlato Luca...» Non riuscii a finire la frase che la faccia annoiata di Lillo si fece ancora più scura. Le sue folte sopracciglia si aggrottarono, come sotto il peso di un ragionamento complicato. Eppure a me sembrava tutto così semplice! Certo, era una mia caratteristica quella di esagerare i contorni di qualsiasi cosa accadesse, questo era vero. Nei miei racconti, ogni piccola novità si trasformava in pochi minuti nella più incredibile delle esperienze. Ne colorivo i particolari, a volte fino all'eccesso, e i ragazzi lo sapevano bene. Se, ad esempio, una sera incontravo una bella ragazza e lei mi rivolgeva la parola, la mattina seguente ne parlavo come della donna della mia vita. Ma in questo caso l'entusiasmo era più che giustificato. «Cosa ti ha detto?» domandò Lillo abbozzando un sorriso scettico fra le labbra. In effetti Mr Salopette non mi aveva promesso nulla. Semplicemente aveva dichiarato che alcune canzoni gli erano piaciute. Poi mi aveva dato il suo numero telefonico, ed era questa la grande notizia. Mi leccai le labbra in cerca di una risposta che suonasse convincente. «Mi ha dato il suo numero, dicendomi di chiamarlo!» Lorenzo, vivace e di ottimo umore come al solito, emise uno strano grido di approvazione, cercando di tirarmi su di morale. Gabriele, dopo un primo tentativo di dimostrare un po' di interesse, aveva smesso di ascoltarmi ed era passato a concentrare la sua attenzione sulle ragazze del San Luigi che uscivano dalla scuola come api dall'alveare. Ciononostante si sforzò di sorridermi con aria benevola. Lillo invece gettò a terra la sua sigaretta, mi lanciò un ultimo sguardo di sufficienza e lanciò un sarcastico «Grande!» mentre accendeva la Vespa per poi sparire verso casa. Non so se avesse avuto una brutta giornata a scuola o se qualcos'altro gli fosse andato storto quella mattina, ma non mi preoccupai più di tanto di quella reazione. Ero abituato al suo fare pigro e diffidente, poco incline all'entusiasmo. Sapevo però che nel caso il numero telefonico si fosse rivelato utile sarebbe stato lui il primo a riconoscerne l'importanza. Nel frattempo l'interesse per i concerti dei Senza Filtro si era fatto ogni giorno più grande. Tra i gestori di diversi locali della città si era sparsa la voce che dovunque suonassimo una schiera di ragazzini e ragazzine tra i quindici e i vent'anni avrebbe svuotato le riserve del bar. Per i nostri amici un concerto era un'occasione per stare insieme, divertirsi e fare serate. Questo era un bel vantaggio perché ci permise fin dall'inizio di imporre una scaletta di canzoni originali, tutte scritte da noi. Quando era proprio necessario, magari ogni tre o quattro brani, spezzavamo il ritmo eseguendo alcune cover dei Beatles (I Wanna Hold Your Hand e Twist and Shout), un pezzo che amavo degli Oasis {Live Forever), una canzone che piaceva da morire a Erica (Creep dei Radiohead) e qualcosa dei Verve (Lucky Man e The Drugs Don't Work, quest'ultima in versione acustica). Per il resto suonavamo già Qualcosa di grande, Il pagliaccio, Vorrei, Un giorno migliore, Zapping e La fiera dei sogni. Con un po' di fortuna riuscimmo a organizzare un nuovo concerto in un posto in cui nessuno di noi immaginava potessimo suonare. Si trattava dell'Euforia, la discoteca del sabato pomeriggio tanto cara a me e a Fabio. Pasca, il mitico direttore artistico del locale, un personaggio fuori dal comune perennemente fasciato in attillatissimi jeans anni Ottanta, mi promise che avrebbe stampato il nome del nostro gruppo sui cartoncini promozionali distribuiti all'uscita di tutte le scuole di Bologna. Per noi fu una notizia straordinaria. Ma la cosa che più mi rendeva felice era che avrei potuto invitare Walter, facendogli ascoltare live le nostre canzoni. Lo chiamai il giorno dopo aver chiuso l'accordo con Pasca dal telefono pubblico del bar in cui facevo colazione al mattino, in Strada Maggiore. Era la prima volta che trovavo il coraggio di estrarre quel biglietto dal portafogli per telefonargli. Avevo atteso il più a lungo possibile, terrorizzato dall'idea che Mr Salopette si fosse già dimenticato di me, ma questa volta non potevo non provarci. «... Pronto, Double-Face, chi parla?» «... Walter?» chiesi timidamente. «Un attimo, te lo passo» disse una voce a me sconosciuta. «Chi devo dire, scusa?» Pur nell'agitazione che si era impadronita di me, ricordo che ebbi la lucidità per raccomandare a me stesso di essere il più gentile ed educato possibile. Mi sentivo meno di una nullità di fronte a Mr Salopette e al suo mondo, e avevo tutto da guadagnare comportandomi in maniera rispettosa. «Sono Cesare Cremonini, il ragazzo che è salito nel vostro ufficio qualche settimana fa...» Dopo dieci lunghissimi secondi la musichetta di attesa si interruppe bruscamente. «Pronto!» disse la voce squillante di Mr Salopette. Non c'erano dubbi, questa volta era davvero lui. «Buongiorno... Walter.» Per fortuna non lo chiamai Mr Salopette. Sarebbe stata la fine! «Sono Cesare, il ragazzo dell'altro pomeriggio... Si ricorda di me?» «Cesare! Certo che mi ricordo, come stai?» La sua risposta mi tranquillizzò, dandomi un po' di fiducia. Di fianco a me, nel bar, gli assonnati studenti del Sabin finivano i loro cappuccini e, uno dopo l'altro, uscivano in strada per recarsi a scuola. Il cielo fuori era ancora scuro, come se il sole quella mattina si fosse dimenticato di fare il suo dovere. La voce di Mr Salopette, invece, pareva provenire da un posto caldo e lontano, soleggiato, vacanziero, nonostante fossimo solo a qualche isolato di distanza l'uno dall'altro. Finiti i convenevoli, passai all'attacco. «La disturbo perché volevo invitarla al nostro prossimo concerto» dissi. Nel pronunciare quella frase mi ricordai che il giorno del nostro incontro Manfre si era spacciato per uno dei componenti del gruppo per risultare più convincente e dare un senso alla sua presenza. Il pensiero di portarlo con noi sul palco solo per evitare una figuraccia con Mr Salopette mi fece tremare i polsi. Scossi la testa e cercai di concentrarmi per chiudere la telefonata senza intoppi. Spiegai a Walter dove si sarebbe tenuto il concerto, e lui sembrò felice di venire. «Allora ci vediamo sabato prossimo all'Euforia, in via di Ravone, ok?» disse. «Perfetto, grazie di cuore.» «Grazie a te!» «A sabato, allora.» Feci cadere la cornetta sul bancone del bar, lasciandomi scappare un lungo sospiro di sollievo, e mi precipitai alla Vespa, diretto verso la scuola. Ero fuori tempo massimo, ma felice. Entrai in classe alla seconda ora, verso le nove di mattina. Raggiunsi il mio banco passando davanti al sorriso di Erica, che mi disse sottovoce: «Ero preoccupata per te. Per fortuna che ci sei!». Mentre scivolavo nel banco accanto a Gabriele gli dissi che il sabato successivo avremmo avuto come ospite al nostro concerto Walter Mameli in persona. Durante il pomeriggio avvisai anche gli altri componenti della band. Tutto sembrava compiersi alla velocità della luce. Dovevamo fare in fretta! Quella settimana provammo quasi tutti i giorni in vista del grande evento, cercando di individuare le canzoni migliori da proporre, cambiando e ricambiando mille volte la scaletta, spargendo la notizia fra tutti i nostri amici. Per l'occasione alcune amiche prepararono persino una piccola coreografia con tanto di magliette che, messe una accanto all'altra, componevano la scritta "SENZA FILTRO". Cercammo di accumulare più presenze possibili. Doveva essere tutto perfetto, l'aspettativa era molto alta. Se anche non ci fosse stata in programma la presenza di Mr Salopette, per noi suonare all'Euforia era un piccolo grande sogno che si realizzava. Il giorno del concerto, durante un frenetico sound-check pomeridiano, decisi di chiamare Walter per assicurarmi della sua presenza. Non l'avessi mai fatto! «Ho la febbre, non posso venire.» La peggiore doccia fredda del mondo mi si rovesciò addosso. «Ho aspettato fino all'ultimo per vedere se mi riprendevo, ma...» Mandai giù il boccone amaro, restandomene un attimo zitto per darmi il tempo di incassare il colpo. Poi, cercando di non far trapelare la mia profonda delusione, tentai un timido contrattacco: «È un vero peccato! Non ce la fa proprio a venire, anche solo per un po'?». «No, davvero. Spero di raggiungervi la prossima volta, comunque.» La prossima volta. Chissà quando ci sarebbe stata una prossima volta! «Allora a presto... Grazie comunque.» Riagganciai. Ero molto triste. Non sapevo nemmeno come dirlo ai ragazzi. Accennai un semplice «Non può venire, sta male», ma non ci fu il tempo per discuterne, e non sarebbe comunque servito a nulla. Forse però il destino aveva deciso per il meglio anche in quell'occasione, perché la serata fu un mezzo disastro. La scaletta, a forza di essere cambiata e ricambiata, non funzionava più. Ci furono problemi tecnici per tutta la durata del concerto, tra microfoni che non funzionavano e corde di chitarra che saltavano a metà canzone. L'unica nota positiva fu che il pubblico, composto per lo più da amici, cantò a squarciagola tutti i nostri pezzi, scaldando l'atmosfera. «La prossima volta», come l'aveva chiamata Walter, cominciò a prendere forma quando scoprimmo che il Circolo dei Marinai, una nostalgica associazione di amanti del mare in crisi economica, metteva a disposizione il proprio spazio per feste private e piccoli concerti. Organizzammo tutto in poche settimane. Il prezzo del biglietto di ingresso, indispensabile per pagare l'affitto del locale, fu fissato intorno alle diecimila lire. Luca, l'amico che per primo mi aveva parlato di Walter, si propose come barman. Il Patata, il proprietario del Joker Bar, si sarebbe occupato del beveraggio e dell'incasso (grazie al primo concertino organizzato l'estate precedente di fronte al juke-box del suo bar, aveva raggranellato un bel po' di soldi e non si sarebbe certo lasciato scappare l'occasione di bissare il colpo). I nostri amici sembrarono entusiasti all'idea. Questa volta decidemmo di presentare una scaletta classica, rodata e poco rischiosa. Chiamai Walter il giorno del concerto, quasi all'ultimo, senza dire niente a nessuno, per non dare false illusioni rischiando la solita figura dello sparacazzate. Non credetti alle mie orecchie quando, per la seconda volta in due mesi, Mr Salopette dichiarò di essere malato. Ancora? !, esclamai dentro me. «Lo so, può sembrare assurdo. Ma ho l'influenza.» Sembrava molto imbarazzato. «Non ci credo ! » mi lasciai sfuggire. «Sul serio, ho la febbre e non posso alzarmi dal letto.» Era chiaro che le sue erano solo scuse. «Ma... Di nuovo l'influenza?» «Sì, non so che dire...» Neanche io sapevo che dire, mi sembrava assurdo. Come potevo credere che per ben due volte nel giro di così poco tempo, e sempre in contemporanea con un nostro concerto, Mr Salopette si fosse preso l'influenza? Manco un neonato aveva una salute tanto cagionevole! Incassai per la seconda volta il colpo e mi concentrai sul concerto, che fu fantastico. C'erano tutti i nostri amici in gran festa, e l'atmosfera dentro a quel buffo Circolo dei Marinai pareva proprio quella di un locale degli anni Sessanta, con un piccolo rumoroso palco di legno separato tramite un cordoncino rosso dal pavimento piastrellato della pista da ballo. Sarebbe stata davvero l'occasione perfetta per presentare il nostro gruppo a Walter. Peccato! Durante le settimane che seguirono provai più volte a chiamare e richiamare Walter dal cellulare, il primo della mia vita. Avevo bisogno di rassicurazioni dopo il suo secondo forfait, ma non ottenni alcuna risposta. Mr Salopette sembrava sparito. Lo chiamai la mattina presto prima di andare a scuola, appena dopo pranzo dal telefono di casa, prima e dopo cena, a notte fonda. Era diventata una specie di ossessione. Ma niente. Sempre e soltanto la gracchiante segreteria che invitava a lasciare un messaggio dopo il segnale acustico. Abbattuto e ormai rassegnato a chiudere quel capitolo, una sera decisi di lasciargli il mio ultimo saluto, una specie di addio doloroso ma cosciente. Impostai la voce in modalità "orgoglio ferito". «Buonasera Walter. (Pausa). Sono Cesare Cremonini. (Pausa). Ho provato a chiamarla tante volte in questi giorni ma... (Sospiro). Volevo dirle che l'ultimo concerto dei Senza Filtro è stato fantastico e che mi dispiace non sia potuto venire. (Pausa). Comunque grazie. Grazie di cuore per aver ascoltato le mie canzoni, e per i consigli che mi ha dato. Non lo dimenticherò. Se per caso avesse bisogno di me, questo è il mio numero. Grazie ancora.» Sapevo di aver fatto il massimo per ottenere la sua attenzione, e non avevo rimpianti. Ero convinto che non lo avrei mai più sentito. Del resto non era la prima volta che mi capitava: già in passato avevo consegnato il mio demo a persone del mondo della musica senza ottenere nessuna considerazione. Era soltanto l'ennesima piccola sconfitta di un ragazzino che sognava, e nei suoi sogni si spingeva oltre il limite del possibile. Ma era stato bello provarci. Passarono tre giorni molto sereni. Di quelli in cui l'amore per una ragazza e l'affetto degli amici di sempre si mischiano al sapore amaro di una sconfitta producendo ciò che i più chiamano vita. In fondo l'altalena di emozioni che l'incontro con Walter aveva prodotto mi era servita a comprendere quanto a volte sia più importante apprezzare quel che si ha piuttosto che affannarsi dietro all'impossibile. E poi ero molto orgoglioso del messaggio lasciato in segreteria. Ringraziare Walter per me significava dare un senso a quell'incontro, rendere omaggio al mio impegno e al destino che, per qualche motivo, mi aveva portato per la prima volta di fronte a un estraneo che aveva apprezzato qualcosa del mio lavoro. L'educazione prima di tutto. Mi sentivo la coscienza pulita. Una sensazione a cui non ero molto abituato. Non so se fu un premio per la maturità che avevo dimostrato: fatto sta che Walter mi chiamò il sabato sera successivo. «Pronto, Cesare? Sono Walter.» Stavo camminando nel cortile di casa mia. Era mezzanotte, e avevo passato la serata all'Harry's Pub. A momenti mi prendeva un colpo! «Walter!» gridai fermandomi. «Ciao!» «Ho sentito il tuo messaggio. L'ho apprezzato molto. Volevo dirti che mi dispiace non essere ancora venuto ai tuoi concerti. Ti prometto che al prossimo ci sarò di sicuro.» Feci un salto di tre metri lanciando per aria le chiavi di casa. «Davvero?» Non mi ero mai sentito così felice in vita mia. «Ma sì!» confermò lui ridendo. Avrei voluto abbracciarlo. Iniziai a correre per il giardino come un matto, tenendo le braccia alzate in segno di vittoria. Probabilmente Walter si stava chiedendo se fossi impazzito. Era chiaro comunque che il mio messaggio aveva fatto centro. «Il prossimo concerto è quello della festa di fine anno scolastico.» «Dove lo fate?» «Al Covo, non so se lo conosce: è un locale molto frequentato dai gruppi giovani.» «Allora verrò al Covo.» Non smettevo più di ringraziarlo. Salii in casa e mi fiondai in camera, per godermi in piena solitudine quella soddisfazione. Me lo sentivo: non era ancora finita! Le feste di fine anno del liceo Albert Sabin, come quelle di tutte le altre scuole di Bologna, avevano un paio di tratti fondamentali: quasi tutti i partecipanti suonavano meglio di noi e la maggior parte dei gruppi presenti eseguivano cover indiavolate dai repertori dei gruppi più importanti della scena punk, hardrock e metal. I Metallica, gli Iron Maiden, i Queen, i Nirvana, i NOFX, i Rage Against the Machine erano tra i più imitati, ma anche Bob Marley, Sex Pistols e Green Day avevano il loro spazio. Immaginatevi il pubblico! Noi eravamo l'unico gruppo che presentava canzoni cantautorali rivisitate sotto l'influenza del britpop inglese, dei Beatles, o del beat italiano degli anni Sessanta. In più quasi nessuno tra i gruppi presenti avrebbe usato il pianoforte come elemento che facesse da collante al sound. In questo eravamo piuttosto unici. Ci preparammo a dovere per non fare brutta figura, sapendo che per una volta il pubblico non sarebbe stato esclusivamente quello dei nostri amici. La scaletta doveva essere più breve ed energica. «Soltanto pezzi carichi!» ripetevo a me stesso mentre cercavo di scegliere le canzoni scrivendo uno dietro l'altro i titoli sul quaderno di appunti di scuola. Ma, se anche li avessi caricati a non finire, i nostri brani sarebbero stati delle ninnenanne in confronto al repertorio presentato dalle altre band. Ciononostante, ero molto fiero di cantare canzoni che io stesso avevo scritto. Questa era la nostra arma vincente! Il giorno del concerto Walter si presentò con la sua solita salopette marrone. Lo vidi seduto al bancone del bar con una birra in mano. Impossibile non riconoscerlo: era senza dubbio la persona più adulta all'interno del locale. Lo salutai entusiasta, orgoglioso di presentarlo alla mia band. «Finalmente ce l'ho fatta!» mi disse ridacchiando. In quel momento lo perdonai per essere mancato agli altri concerti. Probabilmente era vero, era stato male. E comunque ormai non contava più. L'importante era che fosse lì quella sera. Dopo una mezz'oretta salimmo sul palco, tutti con in testa un cappello da pescatore, e suonammo per quasi venti minuti le nostre canzoni, a cominciare da Ultima da star, una canzone scritta da Lillo. Poi Live Forever degli Oasis, tanto per renderci un po' più antipatici alle orecchie dei metallari che, sotto il palco, ci guardavano in cagnesco a braccia conserte. Quindi Qualcosa di grande, che ottenne un piccolo boato da parte dei nostri amici, seguita da Un giorno migliore e, per finire, Alcohol, il pezzo di chiusura di tutti i nostri concerti. «Grazie mille!» Nonostante (o proprio perché) fossimo geneticamente molto diversi da coloro che ci avevano preceduto e che avrebbero suonato dopo di noi, avevamo ottenuto un discreto successo. Era chiaro che proporre canzoni originali a quell'età era qualcosa di insolito, che lasciava meravigliati anche i più scettici, a eccezione dei metallari che ci fischiarono per partito preso. Scendemmo dal palco con il sorriso sulle labbra, precipitandoci da Walter, che aveva ascoltato tutto dal fondo della sala. «Pensavo peggio!» disse. Non male come complimento. «Fra tutti i gruppi che ho sentito gli unici con un minimo di originalità nel proporsi eravate voi, quelli col cantante trombettista... Come si chiamano?» «Le Braghe Corte.» «... e quelli col bassista che si è lanciato sul pubblico.» «I Venti Barrato.» «Esatto... loro.» Insieme a noi e alle Braghe Corte, i Venti Barrato erano gli unici ad aver presentato qualche canzone originale scritta dai componenti della band. Di tutt'altro genere rispetto al nostro, ma pur sempre materiale originale. Il nome di quel gruppo non mi era nuovo perché il bassista, un certo Nicola Balestri detto Ballo, era "famoso" per aver preso qualche lezione di contrabbasso al conservatorio. A quell'età anche un'informazione del genere poteva passare per una notizia. In più, bisognava ammettere che dare al proprio gruppo il nome dell'autobus che percorreva la strada per la scuola in direzione opposta era una bella idea. «Dovete crescere molto, ma se non altro portate le vostre cose, e nel farlo sembrate più spontanei degli altri gruppi.» Presi anche questo come un grande complimento, anche se non capivo bene cosa intendesse con quelle parole. Ordinammo un paio di birre continuando a parlare con grande foga. Era fantastico. Mi sembrava di essere finito in una delle biografie di cantanti lette tante volte prima di dormire. La mia band e un produttore con cui scambiare due chiacchiere tra una birra e l'altra, dopo un concerto, con la musica alta in sottofondo e gli amici intorno. Walter pareva incuriosito dalla nostra faccia tosta, dalla voglia di coinvolgerlo in quel che facevamo. Inoltre ci aveva appena detto che la BMG, con cui collaborava, gli aveva chiesto di andare in giro per locali a cercare nuovi talenti, e noi saremmo stati i primi a essere visionati. Io e Lillo, sentendo parlare di case discografiche come la BMG, ci guardammo senza riuscire a trattenere l'emozione. A fine serata, prima di lasciarci, decidemmo di organizzare un piccolo concerto privato soltanto per lui, per fargli sentire tutte le altre canzoni del nostro repertorio. Walter disse che era una buona idea. A me sembrava l'idea del secolo. Qualche giorno dopo, al consueto appuntamento, Lorenzo arrivò con il giornalino scolastico del liceo scientifico Copernico. Un lungo articolo era dedicato al concerto di fine anno, e alcune band avevano avuto l'onore di una recensione ad hoc. Tra queste c'erano anche i Senza Filtro. Incredibile. La nostra prima recensione! Era la consacrazione che ci mancava: se gente che non ci conosceva (o che ci conosceva a malapena) parlava di noi, voleva dire che "esistevamo" davvero, al di là della cerchia ristretta dei nostri amici. Inutile dire che la recensione era una stroncatura senza appello, scritta con tutto l'odio di cui gli autori - gli stessi metallari che ci avevano guardato in cagnesco durante l'esibizione - erano stati capaci. Ma, nell'esaltazione di leggere il nostro nome su un giornale, questo non aveva nessuna rilevanza. Era stata una lunga battaglia quella per scovare Mr Salopette e riuscire a portarlo a un nostro concerto, ma finalmente ce l'avevo fatta. Continuavo a pensare che quel messaggio lasciato in segreteria quando tutte le speranze si stavano per spegnere fosse stato il punto di svolta. Ancora oggi, quando ci ripenso, non posso fare a meno di dirmi che la presunzione è il primo nemico di ogni musicista, tutta un'altra cosa rispetto a credere in se stessi. Molti aspiranti artisti pensano che tutto sia loro dovuto, a cominciare dall'attenzione di chi li giudica. Non ho mai avuto questa pretesa. Credo che Walter l'avesse capito, prima ancora di giudicare me e i miei compagni come autori o musicisti. Credo che, fin dall'inizio, si fosse chiesto: «È possibile lavorare con questo ragazzo? Che persona è?». Io ero ancora molto giovane, ma imparavo a conoscere sulla mia pelle il primo segreto del lavoro di ogni cantante. L'unico vero portafortuna da non dimenticare mai quando si sale su un palco. Il rispetto per chi ti ascolta. BOLOGNA Estate 1997 in concerto Giovedì 17 luglio 1997 ore 20,15 Proiezione del film Jack Frusciante è uscito dal gruppo" Esibizione dal vivo dei Senza Filtro Ingresso lire 10.000 12. La cantina di Vasco Rossi «Vasco? Be', Vasco si sedeva proprio là in fondo, su quella sedia» raccontava Johnny, indicando un angolo della sua taverna con il mignolo della mano destra. «Suonava la chitarra acustica, hai capito, e già allora tutte le ragazze gli ronzavano intorno» ricordava poi con gli occhi lucidi, abbozzando un sorriso trasognato. «Tuo nonno una sera gli suggerì persino il titolo di una canzone!» esclamò rivolto verso France, che lo ascoltava orgoglioso. Mentre rievocava con passione quei ricordi noi lo stavamo a sentire estasiati, rapiti dal fascino del suo accento, a tratti molto simile a quello del Blasco: una serie infinita di «hai capito» e parole balbettate simpaticamente, che si inserivano in discorsi traboccanti di emozione sincera. «Quale canzone, Johnny?» chiedevamo in coro. Lui allora si faceva più serio: «Questa!» rispondeva imbracciando la sua chitarra, «Dillo alla luna». Poi iniziava a cantarla, senza freni, con la spontaneità di un ragazzino cresciuto in un'epoca in cui la musica era ancora una passione forte, capace di unire le persone e soprattutto i giovani. Una forma di divertimento sana e sincera, di cui non doversi mai vergognare. Lo Zio Johnny, come lo chiamava France, era il medico personale di Vasco, e si comportava ancora come un ventenne, seppur intrappolato nel corpo di un quarantenne: tutto motocicletta, belle ragazze e chitarra. Alla fine degli anni Settanta, in una Bologna che ora purtroppo non c'è più, aveva ospitato tra le mura della sua taverna la "meglio gioventù" di quella generazione, organizzando ogni mercoledì sera piccole feste molto suggestive. «L'entrata era libera» ci diceva, «chiunque poteva venire e andarsene come e quando voleva.» Tra i suoi tanti e favolosi racconti, i cui protagonisti erano spesso i nomi più noti della vita pubblica bolognese, quelli che più ci affascinavano descrivevano un giovanissimo Vasco Rossi ancora agli esordi, indeciso se lanciarsi in quella che sarebbe diventata la sua straordinaria carriera di cantante o continuare a lavorare come dj in una piccola radio privata. «Una volta Guido Elmi, lo storico produttore di Vasco, venne qui a fare le prove, perché gli avevano rubato tutti gli strumenti.» Quando Johnny raccontava questi aneddoti straripanti di vita vissuta noi pendevamo dalle sue labbra. «Ma tra queste mura sono passati anche i Nomadi, la Bertè, persino Paolo Conte!» Quel luogo, oltre all'odore ammuffito delle botti di vino che aveva custodito in passato, possedeva una storia particolarissima che a tratti profumava di eternità. Io cercavo di percepirne l'energia, annusando l'aria e toccando ogni oggetto. La taverna di France!, pensai. È il posto che fa per noi. Un luogo più magico di quello non lo conoscevo. Era il posto giusto per il super concerto privato che avevamo promesso a Walter la sera della nostra esibizione al Covo. La location, davvero speciale, avrebbe rafforzato l'idea che un giorno o l'altro, con un po' di fortuna, anch'io avrei potuto finalmente dire la mia nell'irraggiungibile mondo della musica. Chiamai France al telefono, chiedendogli di ospitare me e il gruppo per quell'occasione così importante. «Devo far sentire le mie canzoni a un produttore» spiegai, e lui ovviamente fu più che entusiasta dell'idea. Già molte volte gli avevo confidato i miei sogni, nel corso delle eterne nottate riccionesi trascorse insieme agli amici in spiaggia, ad aspettare un'alba che sembrava non arrivare mai. «Sono contento di aiutarti!» mi disse un po' commosso. Avrebbe fatto di tutto per darmi una mano. Organizzai ogni cosa nel minimo dettaglio. «Ti passo a prendere io!» comunicai a Walter per telefono la sera stessa del concerto. Poi chiesi a Ghedo, un amico più grande che possedeva una monovolume da sette posti, di scarrozzarci fin lassù, perché nessuno di noi aveva ancora la patente, e la villa in cui France abitava con la sua famiglia era arroccata sulla cima di un colle piuttosto lontano dalla città. Nonostante questo, e nonostante avessi promesso a Walter l'esatto contrario, decisi di chiamare anche un gruppetto di amici e amiche per rendere l'atmosfera meno seriosa. Li passammo a prendere uno a uno, finché non rimase libero soltanto il sedile davanti, destinato a Walter. «Mi raccomando, ragazzi!» continuavo a ripetere a tutti durante il tragitto verso casa sua, «alla fine di ogni canzone dovete applaudire. Sempre!» L'atmosfera che si creò in quel viaggio in macchina fu fantastica. Le ragazze si scaldavano cantando le mie canzoni tra un semaforo e l'altro e in generale tutti sembravano molto esaltati, felici di esserci. Anche Lillo, Gabriele e Lorenzo, che fino ad allora si erano dimostrati piuttosto scettici nei confronti di Walter, si presentarono più carichi che mai all'appuntamento. «Abbiamo una scaletta pazzesca!» dicevo loro. E Lillo mi sorrideva, confermandomi che anche per lui quella era una serata più che speciale. Passammo a prendere Walter a casa sua, in via Dei Gombruti, accogliendolo in macchina con un saluto corale. «Salveeeeeee!» «Come mai tanta gente?» chiese subito, meravigliato. «L'avevo detto, io, di non venire» risposi, «ma... sa com'è!» La mia tattica non aveva ancora ottenuto l'effetto desiderato, ma ero sicuro che giocare in casa sarebbe stato fondamentale. Ci dirigemmo verso le colline, nello stereo girava a ripetizione lo stesso demo che avevo portato a Walter il giorno del nostro primo incontro in via Montegrappa. Mentre ascoltavamo Un giorno migliore sparata a tutto volume, Walter disse: «Mi piace molto questo pezzo, perché non cade mai». Io, seduto nel sedile posteriore, esultavo già, in silenzio. «È vero! È bellissima!» confermarono in coro le mie amiche. Erano entrate alla perfezione nel loro ruolo. «E questa è la taverna di France!» dissi precedendo Walter in quel luogo mitico. «Mah! Veramente io qua ci sono già stato» rispose. Probabilmente anche lui aveva partecipato ad alcuni di quei mercoledì sera di cui ci aveva parlato lo zio Johnny, e anche questo mi sembrò un piccolo segno del destino. Walter prese posto al centro della sala, su una normalissima sedia di legno. Magari è proprio quella di Vasco!, pensai. Sul fondo si piazzarono tutti i miei amici, pronti a influenzare il suo giudizio con ogni mezzo. Io, seduto davanti alla tastiera su un piccolo palco di legno, osservavo la scena asciugandomi il sudore dalla fronte. Ero molto emozionato. Aspettavo quel momento da una vita. Dietro di me, composto e apparentemente tranquillo, Lillo sedeva alla batteria. Poi Lorenzo e Gabriele, rispettivamente al basso e alla chitarra, in piedi al mio fianco. Tutto era pronto per lo scontro finale. Senza Filtro vs Mr Salopette. Ai posti di partenza! Pronti? Via! Ogni canzone, eseguita con precisione maniacale, veniva preceduta da un mio piccolo discorso introduttivo. Walter si segnava il titolo e qualche nota di riferimento. Mentre cantavo sforzandomi di tenere sotto controllo l'emozione, fingevo di non interessarmi al suo giudizio, alle espressioni e alle smorfie che faceva, cercando di apparire il più possibile sicuro di me. Ciononostante non potevo fare a meno di notare, di tanto in tanto, uno dei miei amici che si alzava e, con la scusa di andare in bagno, si avvicinava a Walter da dietro, approfittandone per dare una sbirciatina al suo taccuino. Che situazione surreale! Una dopo l'altra eseguimmo tutte le nostre canzoni, una trentina circa, dalle prime scritte quando avevo appena quindici anni fino alle ultime, composte poche settimane prima. La presenza delle nostre amiche si rivelò fondamentale. Applaudirono ogni singola nota, senza mollare mai. «Questa è bellissima!» gridavano non appena individuavano un brano conosciuto. Ma anche quando attaccavamo un pezzo nuovo fingevano di conoscerlo a menadito, quasi fosse l'evergreen della loro esistenza, un pezzo della loro vita, qualcosa che aveva già fatto la storia. Credo che Walter trovasse molto buffa la situazione, perché a ogni nuovo coro di grida entusiaste si voltava verso di loro sorridendo. A fine concerto ci alzammo in piedi, facemmo un piccolo inchino e scendemmo per raggiungere Walter tra gli applausi dei presenti. Aveva scritto un commento per ogni canzone ascoltata, un po' più lungo per quelle che lo avevano colpito o incuriosito maggiormente. Alcuni appunti riguardavano il testo delle canzoni, altri soltanto la musica. Ci spiegò di aver trovato poco originali certi passaggi, mentre altri gli erano sembrati molto buoni. «C'è un mucchio di materiale!» disse, per poi cominciare immediatamente a sottolineare gli aspetti che non funzionavano. «Tu, Cesare, devi migliorare molto nell'intonazione, e il gruppo deve essere più preciso, più sicuro di sé.» Ascoltavamo ogni parola in silenzio, senza interromperlo. Non avevamo certo bisogno di complimenti gratuiti. Quel che volevamo era ricevere, per una volta da una persona esterna e disinteressata, un giudizio obiettivo e concreto su quel che eravamo. «E poi vi serve una chitarra elettrica in più. Assolutamente.» «Mmm... Lorenzo, e se ti ci mettessi tu? Dopotutto la chitarra è il tuo strumento» proposi. «Magari! Però come facciamo con il basso?» «Forse ho la soluzione» intervenne Lillo. «Possiamo chiedere ad Andrea di unirsi al gruppo. Secondo me ci sta.» «Sì, fantastico!» Era l'idea giusta. Andrea era un amico, suonava da diverso tempo e aveva anche preso lezioni di basso, il che ci rassicurava sulle sue capacità tecniche. «Ottimo» commentò Walter. Poi proseguì nella sua analisi: «Alcune cose mi sono piaciute. Ad esempio Vorrei, Niente di più, Un giorno migliore, e... come si chiama quell'altra? Qualcosa di grande? Sì, il crescendo al pianoforte è molto bello. Chi l'ha scritta questa?» «Io, l'ho scritta!» esclamai orgoglioso come un bambino a cui era appena stato dato un premio. Walter era molto severo, ma sembrava anche fiducioso di poter ottenere dei risultati. Pareva volesse metterci alla prova. «Secondo me c'è molto da fare, ma si può lavorare.» Non capivo cosa volesse dire quella frase. «Si può lavorare...» Lavorare dove? «In che senso?» gli chiesi, grattandomi la testa. I nostri amici, alle spalle di Walter, si erano fatti silenziosi e attenti, e lo ascoltavano bisbigliando. «Nel senso che ancora non posso dire di avere di fronte nulla di che, ma dobbiamo darci un periodo di tempo per ottenere dei risultati. Un anno ti va bene?» «Un anno?» A me sarebbe bastato un giorno, un'ora. Anche un minuto! «Certo!» esclamai. «Sarebbe... meraviglioso!» Guardai negli occhi gli altri ragazzi della band, incredulo, per assicurarmi che avessero sentito anche loro. Era così. Lorenzo, Gabriele e Lillo erano stupiti quanto me. «Ok, allora un anno!» Un anno di cosa?, sembrava domandare con lo sguardo ognuno di noi. «Proviamo a vederci, quando potete, per dare forma a un vero progetto.» «Un progetto?» A me quella parola ricordava le lezioni di disegno tecnico con la professoressa Veneziano. «Vediamo se continui a scrivere bene, e se queste canzoni possono migliorare ancora. Poi ne parliamo.» Passai il resto della serata a chiedermi se quanto stava succedendo fosse sogno o realtà: mi sentivo come se stessi galleggiando in una bolla sospesa nell'aria. Non dimenticai però, a fine serata, di andare a cercare France. Aveva passato con noi tutta la serata, osservando con grande partecipazione ciò che stava succedendo nella sua cantina, la cantina di Vasco e dello zio Johnny. Salutandolo prima di partire alla volta di casa lo abbracciai e gli dissi uno dei grazie più veri e sentiti che abbia pronunciato in vita mia. Sulla via del ritorno, l'allegra brigata che solo poche ore prima occupava gli stessi sedili cantando e chiacchierando in preda all'eccitazione, se ne stava insolitamente composta e silenziosa. Ciascuno di noi, immerso nei suoi pensieri, riviveva dal proprio punto di vista la serata appena trascorsa. Io guardavo fuori dal finestrino e vedevo scene di quello strano concerto e della conversazione che ne era seguita scorrere davanti ai miei occhi come gli alberi che passavano lungo la strada, oltre il vetro. Non riuscivo a crederci. Walter Mameli, alias Mr Salopette anche se per una volta non si era vestito con la salopette ma con un normale paio di pantaloni scuri e una maglietta, mi proponeva di seguire il mio gruppo da vicino, per almeno un anno, cercando di dare forma a un progetto. Era più di un sogno. Era un miracolo che si avverava. Qualcuno disposto a credere in me e nella mia musica. Era la prima volta in vita mia che questo accadeva. 13. La promessa Da piccolo, quando il Campetto da calcio in cui giocavo era impraticabile, l'allenatore della mia squadra, il mitico Mister Bianconi, ci portava a correre per le scalinate che dal centro di Bologna portano fin su alla basilica di San Luca. «Forza ragazzi! Non mollate!» gridava con la voce spezzata dal fiatone. Allora, gradino dopo gradino, nella terribile fatica di quella corsa, guardavo con estrema curiosità il mondo che mi circondava; e le stelle ferme nel cielo, le macchine che ci superavano in salita, gli abitanti delle cascine sparse lungo la Pianura Padana che si apriva sconfinata all'orizzonte non mi facevano alcuna paura. Adesso invece, proprio quando iniziavo a intravedere la meta agognata, chiudevo gli occhi chiedendomi: ce la farò ad arrivare fin lassù? Mi ponevo questa domanda ogni volta che mi ritrovavo a fare i conti con me stesso, con gli errori e le vittorie che cominciavo ad accumulare. In quelle occasioni non potevo non pensare a mio padre, che era l'esempio del successo fatto persona. Lui ce l'aveva fatta. Era nato nella povertà, in una famiglia contadina di otto fratelli, ed era riuscito con le sue sole forze a realizzare tutto ciò che sognava. Io mi ero sempre sforzato di fare lo stesso, ma sentivo che era venuto il momento di prendere una decisione. Da una parte c'era la vita che conoscevo, che amavo e a cui ero affezionato. Quella della mia famiglia, della scuola, degli amici e di tutto il resto. La rassicurante normalità di un ragazzo come tanti. Se anche fossi stato diverso dagli altri, se avessi avuto un dono speciale, chi se ne sarebbe accorto? A renderla un po' più luminosa, quella vita, erano state le piccole grandi storie d'amore che mi avevano fatto battere il cuore, l'emozionante normalità del "fare e disfare" quotidiano. Il futuro, poi, poteva considerarsi già scritto. L'università, un buon lavoro e la macchina, una station wagon da lavare la domenica. Sarei potuto diventare un avvocato di grido, certo, o un medico affermato, o un puntiglioso ingegnere. No, l'ingegnere no, troppa matematica! Ma il medico... sì, quello mi sarebbe piaciuto. Avrei potuto anche scegliere di restare nell'ombra, magari sprofondato in un ufficio comunale, davanti a un malandato pc, sempre a cazzeggiare su Internet, ci pensi? «Ho un aperitivo alle sei.» «Un caffè con un'amica.» L'estate al mare, la settimana bianca. Una fidanzata per bene. Di quelle che «No, lei non mi tradirebbe mai!». Un'amante di fuoco, però. Quella non poteva mancare. Una vera porca, sì, un'assassina coi guanti di pelle. Sarei diventato un gran bugiardo anch'io. E a Natale tutti alla Messa di mezzanotte, prima del brindisi. «Cin cin! Salute! All'anno prossimo...» Dall'altra parte, lontano da tutto ciò, c'era una strada sconosciuta e infinita, che si perdeva verso luoghi che sembravano irraggiungibili. Dimenticarsi di sé. Ricominciare da capo. Questo diceva il cartello luminoso acceso davanti al bivio. Avessi chiesto a chiunque di scegliere per me, avrei commesso l'errore più grande. Ma non lo feci. Non volevo essere interpretato, né essere capito, o spinto verso la direzione più conveniente. Sentivo una sola cosa dentro: il vento tirava verso la direzione sconosciuta, e spingeva forte alle mie spalle. Allora scelsi lei. Era l'unica strada in cui mi riconoscessi davvero, e la scelsi, decidendo di amarla come una moglie, e proteggerla come una figlia, perché senza amore quell'impresa sarebbe stata impossibile. Scelsi me stesso, perché non avevo più paura di capire chi ero veramente. Scelsi di crederci. Giurai che avrei fatto quello nella vita. La musica. E mi ci sarei dedicato con tutta l'anima. Walter divenne in quei giorni, umanamente ancor prima che professionalmente, l'unica vera figura di riferimento per me. Fosse sparito lui, tutte le mie speranze sarebbero andate in fumo, ma non sarei certamente più tornato sui miei passi. Mai più. Era il momento di lasciarsi trasportare dalla corrente. Avevo così tanto da imparare! Sapevo una cosa sola di mia madre: odiava non capire quello che mi accadeva. Una mattina mi feci coraggio e le spiegai che avevo incontrato un produttore discografico. «Un produ ché?» chiese, sgranando i suoi bellissimi occhi castani. «È una persona per bene, mamma» la rassicurai. «Lavora nel mondo della musica da anni, e mi ha chiesto di...» «Non se ne parla neanche!» sbottò interrompendomi. La sentii mugugnare qualche frase incomprensibile, tipo «Mannaggia a me che...» mentre fuggiva da quel discorso e dalla mia vista con le braccia cariche di panni da lavare. La inseguii cercando di farle capire, con la voce più dolce e persuasiva che avevo, che non c'era motivo di preoccuparsi. «Devi fidarti di me, per una volta» le dissi. Aggiunsi poi, mentendo, che non avrei sacrificato un solo minuto del mio tempo per quella causa, e che l'avrei ripagata con buoni voti a scuola se mi avesse permesso di passare qualche pomeriggio con Walter. «Prima devi diplomarti!» sentenziò con tono definitivo. «Poi farai quel che ti pare. Chiuso.» Molto bene, mi dissi, capendo che riuscire a convincerla era un'impresa disperata. Lo vedrò di nascosto! Verso la fine di quella lunga estate caldissima, a poche settimane dall'inizio dell'anno scolastico che mi avrebbe portato al temuto esame di maturità, cominciò la mia collaborazione con Walter. Ci incontrammo per la prima volta un pomeriggio negli ultimi giorni di agosto, quando le giornate erano ancora lunghe e fuori dalle gelaterie i bolognesi si accalcavano cercando ristoro dall'afa. Raggiunsi via Montegrappa in Vespa, e salendo le scale non potei fare a meno di tornare col pensiero al pomeriggio in cui insieme a Manfre mi ero presentato in quello studio per la prima volta. E adesso eccomi di nuovo qui ! Entrai in punta di piedi, timoroso di disturbare qualcuno. Walter mi aspettava in piedi accanto al suo ventilatore gigante, distrutto dal caldo. «Che vuoi fare oggi? Io ho un caldo!» mi disse, tendendo la maglietta zuppa di sudore. Eravamo in un ufficio che la volta precedente non avevo visto, situato al piano superiore rispetto alla stanza in cui avevamo ascoltato insieme il mio demo. «Potremmo registrare una canzone!» proposi con entusiasmo. «Quale?» chiese lui tamponandosi la fronte. Alle sue spalle intravedevo una scrivania marrone sulla quale troneggiava un enorme computer Macintosh: guardandolo mi sentivo come se fossi stato in gita al centro operativo della NASA. «Mi piacerebbe cominciare da Vorrei: è la prima che ho scritto.» Prima di accettare l'invito, Walter mi domandò se avessi raccontato a mia madre del nostro incontro. Non voleva che passassi tempo con lui di nascosto, anzi, mi aveva chiesto ripetutamente di mettere in chiaro fin da subito con i miei genitori che lui non aveva alcuna intenzione di rovinarmi, né di farmi perdere tempo prezioso. «Voglio che sappiano che ci stiamo semplicemente dando un'opportunità» diceva. «Se vuoi li chiamo io.» Lo rassicurai, sostenendo che non ce n'era bisogno, che i miei non avrebbero creato alcun problema. «Non ti preoccupare, lo sanno dove sono» risposi spudorato. Non era vero: se l'avessero saputo mi avrebbero certamente tempestato di domande. E non era quello che volevo. «Bene, allora si comincia!» Walter scrisse su un foglio bianco il nome del brano che avevo scelto, come fosse il titolo del primo capitolo di un libro da scrivere insieme. Fu un'emozione indimenticabile. Quel giorno ebbe inizio il nostro sodalizio. Durante i primi incontri seguimmo sempre lo stesso metodo di lavoro. Per prima cosa, suonando una piccola tastierina a due ottave appoggiata sul piano da lavoro accanto allo schermo del computer, registravo una traccia base di pianoforte, quella che in gergo viene chiamata traccia fantasma: su quella avremmo poi agganciato tutte le altre parti. Poi aggiungevo una traccia di chitarra acustica, cercando di essere il più preciso possibile. Se le due registrazioni sovrapposte andavano bene, allora mi mettevo in piedi davanti al microfono, posizionato al centro della sala, e aspettavo che Walter mi desse il via per cantare. Erano le mie prime volte di fronte a un microfono professionale. Cantare con le orecchie avvolte dalle cuffie giganti, poi, mi permetteva un ascolto della mia voce molto più suggestivo rispetto al suono confuso e gracchiante cui ero abituato con le cuffiette di casa. Walter mi ascoltava a occhi chiusi esprimendo i suoi pareri senza mezzi termini. «Cerca di cantare più forte fin dall'inizio» mi diceva, «e con più sicurezza.» Io eseguivo gli ordini con enorme scrupolo. «Prova a fare una variazione qui, prima del secondo ritornello, se riesci» proponeva. Ce la mettevo tutta. Mi avesse chiesto di cantare al contrario, be', giuro che ci avrei provato. Dovetti rifare Vorrei almeno trecento volte. C'era sempre qualcosa che, a detta di Walter, poteva essere migliorato. E dire che io lo consideravo il più semplice fra tutti i pezzi che avevo scritto. Dopo due ore passate solo e soltanto su quella melodia, mi fermò: «Ok, ci siamo quasi». Dopo il canto veniva la parte più divertente e creativa, quella dell'arrangiamento generale del brano. Iniziavamo a buttare giù qualche idea insieme, cercando di capire quale fosse la ritmica più adatta, o registrando le parti di basso, quelle degli archi e della chitarra elettrica. Quindi Walter aggiungeva a suo gusto qualche effetto speciale, per rendere il tutto più moderno, e il gioco era fatto. Lavorava con un software di nuova generazione (il CUBASE), che gli consentiva di gestire l'esecuzione e la registrazione di più tracce musicali contemporaneamente e in vari formati. Era una specie di multitracce digitale, con il quale si poteva modificare ogni suono registrato, dando facilmente l'idea di quello che sarebbe stato il disco finito. Per me, che fino a quel momento avevo messo le mani soltanto su rudimentali registratori analogici, avere a disposizione tutta quella tecnologia aveva dell'incredibile. Ascoltare le mie canzoni così "dopate" mi faceva un effetto stranissimo. Il risultato finale era molto affascinante, certamente migliore dei vecchi demo di un tempo. Capitava che a fine giornata fossi così soddisfatto del lavoro svolto da costringere Walter a farmene immediatamente una copia su cd, per poterla ascoltare a casa la sera stessa. Lui cedeva malvolentieri, pregandomi in continuazione di non portare quel materiale in giro, di non farlo sentire a nessuno, di non perderlo. «Stai attento!» si raccomandava aprendo la porta per farmi uscire dal suo studio. Io, ovviamente, non appena sgattaiolavo fuori mi precipitavo a casa di qualche amico per fargli ascoltare il nuovo cd. Era tutto troppo bello per essere tenuto nascosto. Durante quei primi mesi di studio io e Walter fummo sempre soli. Questo ci permise di mantenere un ritmo molto serrato, grazie al quale registrammo la maggior parte delle canzoni in pochissimo tempo. In tre mesi avevamo già una decina di pezzi pronti. Dopo Vorrei fu la volta di Qualcosa di grande e Zapping, diventata in fretta la preferita di Walter, che se la ascoltava in macchina per vedere che effetto gli faceva. Poi registrammo Un giorno migliore, Questo pianoforte e Il Pagliaccio. Più canzoni aggiungevamo alla nostra lista e più ci sembrava di aver trovato il metodo giusto per lavorare. Walter pareva colpito quanto me dall'impatto emotivo di quelle prime canzoni, e io non stavo già nella pelle dalla felicità. Se ci sarai, Niente di più e Silvia stai dormendo furono gli ultimi pezzi incisi. A quel punto c'era abbastanza materiale per concedersi una pausa. Con l'inizio dell'anno scolastico Walter propose al gruppo di trasferirsi a provare nel suo studio. «Per voi sarebbe un costo in meno, e a me darebbe la possibilità di seguirvi di persona.» Accettammo al volo. Suonare a due passi da casa piuttosto che in una zona periferica della città sarebbe stato un bel vantaggio per tutti. Personalmente mi lusingava l'idea che Walter mettesse a disposizione i suoi preziosi strumenti di lavoro per le nostre prove. «L'importante è che li trattiate con cura. E occhio alla cenere!» si raccomandava. Noi non potevamo nemmeno immaginare quanto costassero quegli arnesi infernali. Tutto ci sembrava ancora un gioco, e come uno splendido gioco le cose andarono avanti per tutti i primi mesi dell'inverno. Due volte a settimana ci trovavamo per suonare. A questo punto Andrea, che Lillo aveva proposto di coinvolgere nella band la sera del concerto nella cantina di France, era già dei nostri. Era davvero un bassista preparato, che portava un contributo prezioso al sound del gruppo. Sembrava che qualcuno ci avesse adottato, tanta era l'attenzione con la quale venivamo seguiti. Passammo da una situazione di totale abbandono a noi stessi all'esatto opposto. Mentre continuava a lavorare all'arrangiamento delle canzoni, Walter acquistò a sue spese alcuni strumenti musicali, tra cui una batteria elettronica Yamaha per far suonare Lillo in cuffia durante le prove, e li mise a nostra completa disposizione. Consigliò a tutti di prendere lezioni, mettendoci in contatto con i musicisti che collaboravano con lui da tempo, o che conosceva per via del suo lavoro. Nel frattempo ci raccontava storie incredibili e aneddoti affascinanti vissuti in prima persona, parlando di questo o di quel cantante famoso, e mettendoci in guardia dai rischi che inevitabilmente si corrono entrando nel mondo della musica. Io mi incontravo con Walter quasi tutti i giorni, dalle quattro di pomeriggio in poi. Prima dovevo studiare o comunque dare questa impressione a mia madre, che mi stava alle costole come un mastino. A volte però capitava che decidessi di fare un salto in studio anche di mattina, magari per presentare a Walter una nuova canzone, qualcosa che avevo scritto o pensato. Così finivo per saltare parecchie ore di scuola. Ero ancora minorenne allora, e falsificare le giustificazioni non era facile, ma a forza di esercitarmi avevo imparato a imitare alla perfezione la firma di mia madre sul libretto. Lei stessa a volte scambiava i miei falsi per firme sue! Nel giro di poche settimane dimenticai completamente che prima di essere un cantante ero ancora uno studente liceale, al punto che nei primi tre mesi di scuola avevo già accumulato una ventina di assenze: quasi un record. Ovviamente mamma venne a sapere quel che stava accadendo grazie alla "tempestiva" telefonata di un professore che, insospettito, la chiamò proprio una mattina in cui avevo preferito le protettive mura dello studio a quelle austere della scuola. Quella fu la prima occasione in cui mia madre chiese di poter parlare a Walter. La prima di una lunga serie. Sapevo che il suo intervento avrebbe potuto rovinarmi la festa e ne ero terrorizzato. Molto, comunque, sarebbe dipeso dall'atteggiamento e dalle risposte del suo interlocutore. D'altronde erano già tre anni che andavo avanti con la storia del «Voglio fare il cantante», e mi sembrava giunto il momento di farle capire che quei discorsi non erano uno scherzo. Avevo scelto una strada e non sarei più tornato indietro. Le consegnai il biglietto da visita di Walter e lasciai che facesse ciò che voleva. Mia madre chiamò all'ora di cena, poco prima della sigla del telegiornale, e lui rispose dopo un paio di squilli. Io mi asciugavo il sudore dalle mani ascoltando clandestinamente la conversazione dal telefono di camera mia, con il cuore in gola per l'emozione. «Pronto?» «Pronto, signor Mameli, sono la mamma di Cesare.» «Buonasera signora!» A quel punto la mia tachicardia toccò livelli inesplorati, e dovetti sedermi sul letto. Walter cercò per prima cosa di spiegarle che nelle sue intenzioni non c'era nulla di malvagio. Era quello che ripeteva anche a me ogni giorno: «Cesare deve studiare, sono d'accordo con lei, signora». Ottimo inizio. Minuto dopo minuto, però, la conversazione si fece sempre più calda, in un crescendo rossiniano di domande, con mia madre che cercava in ogni modo di esprimere la sua preoccupazione infinita per me, per il mio rendimento scolastico, per il mio futuro incerto. Citando aneddoti via via più personali. «Sa, una mattina la mia amica mi ha chiamato al telefono dicendomi di aver notato la Vespa di Cesare parcheggiata sul ciglio della strada, dalle parti di Monte Donato. Era con una ragazza!» «Signora, che le devo dire?» rispose Walter sghignazzando. «Beato lui!» Applausi. Con quella risposta conquistò la mia stima definitiva. Anche mamma non potè fare a meno di ridere. Uno a zero per noi!, pensai di là in camera, tappandomi la bocca. Ma non era finita qui. Non contenta, lei sferrò l'affondo finale, la domanda che temevo dall'inizio della telefonata. «Ma Cesare...» - pausa -, «ha talento secondo lei?» Un rumore assordante, qualcosa di simile al rombo provocato da un tuono, fece tremare l'aria. Le finestre vibrarono, e tutti i pupazzi della mia infanzia, immobili da secoli, si voltarono di scatto a guardarmi. Il mio futuro era nelle mani di Walter, ora più che mai. Poi un raggio di sole si fece spazio fra le nuvole. «Se lei mi chiede se Cesare avrà successo con la musica, be', questo io non lo so» rispose. «Non dipende né da me, né da lei. Ma credo che suo figlio abbia delle capacità. E credo, seriamente, che valga la pena approfondirle.» Fuochi d'artificio. Boato del pubblico in delirio. Lacrime di gioia. Io commosso. Mia madre allora salutò Walter, facendosi promettere solennemente che mi avrebbe spronato a studiare. Era la prima volta che un adulto parlava bene di me con lei. Era la prima volta che lei parlava di me con un adulto senza versare qualche lacrima di dispiacere o delusione. Io invece ero sdraiato sul letto, più morto che vivo, con la bocca semiaperta, a godermi, ancora incredulo, quell'enorme soddisfazione. Ciò che l'incontro con Walter mi aveva trasmesso fino a quel momento aveva a che fare con la complicata questione della fiducia in se stessi. Walter mi parlava come fossi un adulto, legittimandomi come essere pensante. Era quella fiducia a tenere acceso il motore della mia creatività, mentre la passione per la musica continuava a rappresentare il nostro sogno comune, ciò che univa due vite apparentemente così diverse e lontane. 14. Semplicemente, 50 Special Un giro di chitarra e un foglio di carta. Questo era la musica, in fin dei conti: il mestiere più economico al mondo. Scrivere mi costava pochissimo, non più di cinquemila lire al mese. Bastava una Bic, un quaderno a righe, e le mie mani sul pianoforte facevano il resto. Fin da piccolo avevo indossato, seppur mal volentieri, i panni del brutto anatroccolo che aspettava pazientemente di trasformarsi in cigno. Non a caso imitavo alla perfezione la voce di Calimero, uno dei miei cartoni preferiti di quando ero bambino. Di notte sognavo continuamente di disegnare finestre aperte sui muri di casa, e di fuggire calandomi giù con un lenzuolo, un po' come in quei film che raccontano di carcerati ed evasioni rocambolesche. E, di fatto, prigioniero mi sentivo anche io: certo, la mia non era la prigione di un orfano abbandonato nei campi nomadi alla periferia di Bologna, ma di sicuro la gabbia dorata in cui ero cresciuto non poteva chiamarsi libertà. Anche io, come gli eroi dei film, cercavo continuamente di evadere, e ciò a cui mi ribellavo era il ricatto che secondo me teneva al guinzaglio ogni essere umano: il pregiudizio. In primo luogo quello dei miei genitori, poi quello degli insegnanti, quindi quello con cui il mondo dei media e degli adulti in generale parlava dei giovani. L'espediente che mi permetteva di forzare le barriere di una vita vissuta a metà era, ancora una volta, la musica. Una canzone, scritta in risposta a un dolore, stabiliva un distacco immediato tra me e il resto del mondo, una sorta di schermo protettivo capace di difendermi dalle ferite che mi procuravo vivendo. Era come nascere nuovamente, cambiarsi d'abito. A patto di trovare il coraggio di raccontarsi senza tabù, guardandosi dentro e facendosi anche a pezzi, a volte. Non era sempre facile, ma affrontavo con grande determinazione questa sfida che era diventata una specie di abitudine, una sorta di autoanalisi a fini terapeutici grazie alla quale riuscivo a esorcizzare le mie nevrosi quotidiane, grandi o piccole che fossero. Più di tutto, a darmi forza era l'incrollabile convinzione - rafforzatasi dopo l'incontro con Walter - che sì, un giorno ce l'avrei fatta. Ma la mia ambizione non si esauriva nella ricerca del successo. Quello era un argomento più che divertente da affrontare con gli amici, durante le prove con la mia band, o nelle serate trascorse al pub davanti a un paio di Guinness. In realtà, però, non avevo mai pensato alla musica come all'unica strada da percorrere, la sola forma di felicità possibile per me. Se non avessi incontrato lei, probabilmente, avrei cercato altri percorsi per raggiungere il mio obiettivo, quello per cui davvero mi davo tanto da fare: riappropriarmi della mia vita, che tutto mi era sembrata fino ad allora, tranne che mia, mia veramente. E pensare che da piccolo l'idea di crescere mi spaventava a morte, forse a causa dei racconti di mio fratello, che si divertiva come un matto a terrorizzarmi non appena se ne presentava l'occasione. Dormivamo ancora nella stessa stanza quando una sera mi disse: «Lo sai che da grande ti portano in un collegio e ti tagliano i capelli?». Io mi alzai di scatto accendendo la luce. «Cosa?» Non capivo di che stesse parlando. «E quanto tempo stai via?» gli domandai preoccupato. Ero ancora un bambino, e non avevo mai sentito parlare del servizio di leva. «Un anno» rispose, «e durante quel periodo, se c'è una guerra, devi partire anche tu!» Poi si girò dall'altra parte cercando la posizione più comoda per dormire. Quel pensiero mi fece venire una gran voglia di piangere. Avevo nove anni, e il mondo stava per essere sconvolto dalle notizie che giungevano dal Medio Oriente. Era appena cominciata la Guerra del Golfo. Per mesi i giornali e la tv non parlarono d'altro, fu la prima vera forma di spettacolarizzazione mediatica di un evento bellico, e io per tutto quel periodo non riuscivo a prendere sonno, immaginandomi prigioniero di quel furbone di Saddam Hussein, o torturato vivo dietro una duna del suo maledetto deserto. Mia madre, più o meno ogni sera, dopo aver sparecchiato la tavola e lavato i piatti si dirigeva in camera sua dicendo: «Vado a vedere la Guerra». Cos'era, un film d'azione, La Guerra? Rimpiangevo i tempi in cui ci accalcavamo tutti nel lettone per guardare insieme i film della Disney. Era tanta la paura di finire militare che mi sorprendevo a invidiare le mie amiche, che erano nate femmine. Anche se il parto non è che mi attirasse più di tanto... Insomma, l'avevo capito: la vita, uomo o donna che fossi, era un bel pacco. Ed era un bel pacco anche l'amore. Dopo la fine della mia storia con Simona, legata irrimediabilmente alla morte di Fabio, mi ero preso la cotta del secolo. Erica era stata un appiglio al quale aggrapparmi nel momento più difficile della mia vita, e anche qualcosa di più. Questo però non era bastato a farla innamorare di me. Con il tempo ero diventato per lei una specie di "migliore amico" e, dopo aver sofferto inutilmente le pene dell'inferno, dopo essermi cullato nell'illusione di vivere una storia d'amore quando lei mi aveva concesso un bacio e poco di più - insomma, dopo un lungo periodo di tira e molla, di lacrime di coccodrillo, di «ti amo ma non posso», mi ero rassegnato a interpretare quel ruolo. Era un po' ridicolo visto che tenevo la sua foto appesa in camera, ma non avevo altra scelta. Ogni sforzo veniva vanificato all'inizio del periodo estivo, quando Erica partiva per Bali, in Indonesia. Le conseguenze di quella separazione erano disastrose: per tre mesi non l'avrei più vista, e in quel periodo lei avrebbe conosciuto altri ragazzi, azzerando alla velocità della luce i progressi che il nostro rapporto aveva faticosamente compiuto durante l'anno. Nel frattempo anche io avevo vissuto alcuni amori platonici, qualche breve storia senza capo né coda, e una serie di cotte passeggere che comunque avevano arricchito la lista di canzoni d'amore a disposizione dei Senza Filtro, oltre a quella, già lunga, dei miei fallimenti sentimentali. E che certo non contribuivano a darmi lo slancio necessario per migliorare i miei risultati scolastici. A scuola infatti non brillavo particolarmente, anche perché ero molto preso, in termini di tempo e di energie, dal lavoro con Walter. Il mio andamento assomigliava al tracciato stampato sul foglio di carta millimetrata dopo un elettrocardiogramma da sforzo. Solo che il cuore della mia pagella sembrava quello di un arteriosclerotico in fin di vita. I miei voti erano un alternarsi di risultati positivi, anche eccellenti nelle materie che preferivo, e di altri piuttosto scarsi: questa situazione, che mi rendeva tranquillo rispetto alla promozione di fine anno, non accontentava certo le aspirazioni di mia madre, che avrebbe voluto un altro studente modello, come Vittorio. «Come farai ad affrontare la vita?» mi chiedeva al mattino mentre mi preparavo a uscire, notando con quanta "cura" riempissi la mia cartella. «Temo per il tuo futuro, Cesare!» Quello era il suo buongiorno. Una sferzata di ottimismo, non c'è che dire. Il futuro... Da bambino, quando pensavo al futuro, me lo immaginavo non molto diverso da quello rappresentato in Blade Runner di Ridley Scott. Ero convinto che il mondo, nel giro di pochi decenni, si sarebbe trasformato radicalmente sotto i nostri occhi. Lo vedevo attraversato in lungo e in largo da centinaia di macchine volanti, motorini subacquei e cyber-studenti impegnati a portare cani-robot a spasso per giardini botanici che si sviluppavano verso l'alto come immensi grattacieli vegetali. Pensavo anche che le malattie di cui sentivo parlare continuamente in televisione o a scuola, come l'Aids o il cancro, sarebbero state finalmente sconfitte, e speravo che molti dei problemi che impensierivano quotidianamente i miei genitori si sarebbero trasformati in ricordi lontani. Invece mi trovavo a un passo da quella data storica, il Duemila, e stavo per compiere diciotto anni tondi tondi, senza che nulla fosse realmente cambiato. L'unica vera rivoluzione tecnologica che aveva investito il pianeta sembrava essere quella dei telefoni cellulari, che da un paio d'anni avevano cominciato a diffondersi, oltre che nei negozi del centro storico e nelle borsette di pelle delle signore benestanti, anche nelle tasche degli adolescenti come me. Per il resto avevo cominciato a farmi la barba tutti i giorni, John Frusciante era ritornato con i Red Hot Chili Peppers dopo essersi disintossicato dall'eroina, ma di macchine volanti in giro neanche l'ombra. Per i miei diciotto anni gli amici organizzarono una piccola festa a sorpresa al Circolo dei Marinai di Via dei Poeti, lo stesso locale in cui avevo già suonato con i Senza Filtro qualche anno prima. Il giorno dopo, nonostante un terribile mal di testa causato dal "mischione" di superalcolici ingurgitati dopo lo spumante, mi presentai, fiero e orgoglioso come non mai, all'autoscuola di via Indipendenza, accompagnato dalla mia fedele Vespa rossa. Il conto alla rovescia poteva iniziare. Pochi mesi più tardi avrei stretto fra le mani un nuovo lasciapassare per la libertà: la patente di guida. Anche la strada verso la patente, però, non filò liscia come avrebbe potuto, perché come al solito non mi dimostrai capace di dare il giusto peso alle cose. Vivevo le novità con un entusiasmo esagerato, che mi faceva perdere completamente la bussola su tutto il resto. Volevo la patente? Bene, non avrei fatto altro finché non avessi raggiunto l'obiettivo. Una filosofia di vita che si contrapponeva inevitabilmente a quella più razionale ed equilibrata di mia madre. «Studia, delinquente!» era solita ripetermi in quel periodo. Io invece trascuravo i libri di testo per imparare a memoria il Codice della Strada in vista dell'esame. Usando la stessa tecnica di cui mi avvalevo anche per scrivere canzoni durante il pomeriggio, nascondevo il libro di scuola guida sotto quello di filosofia, che era il più grande fra tutti quelli a mia disposizione. Poi con la matita facevo finta di sottolineare le frasi più importanti di un capitolo a caso, mentre in realtà ero concentratissimo a compilare i questionari preparatori per l'esame scritto. 8 - È vietato in quanto costituisce pericolo o intralcio per la circolazione A) - sostare sui binari tranviari V F B) - regolare la velocità in relazione alle caratteristiche e condizioni delle strade V F C) - tenersi sul margine sinistro della carreggiata per svoltare in un'altra strada a destra V F «Eh?» Mia madre in un primo momento fu piacevolmente stupita dalla diligenza che dimostravo nello studio. Sembrava quasi avessi messo la testa a posto! In effetti non mi aveva mai visto passare così tanto tempo su un libro di scuola, ma la novità poteva anche sembrare plausibile, dal momento che mancavano pochi mesi alla fine dell'anno scolastico e dovevo recuperare tre materie in cui ero in bilico fra l'insufficienza e il sei. Con il passare dei giorni, però, insospettita da tanto impegno silenzioso, iniziò a spiare le mie mosse, cercando di cogliere con la coda dell'occhio l'indizio che mi avrebbe finalmente smascherato. Il giorno in cui mi sorprese alle spalle, scoprendo l'inganno, fu uno tra i più spiacevoli che la mia schiena ricordi. «Cosa stai facendo?» mi gridò contro, imbestialita. «Sto studiando, perché?» risposi con la mia solita faccia da schiaffi. Era vero. Solo che, invece di affannarmi su impossibili dimostrazioni matematiche, stavo studiando per la patente. Sentendosi beffata, con la furia di una regina tradita dall'ultimo dei suoi sudditi, brandì la prima arma che le capitò sotto mano e la abbatté con violenza sulle mie giovani vertebre. Peccato che l'arma in questione fosse la mia chitarra acustica, che si spezzò irrimediabilmente in due. «Sei un buono a nulla!» gridò mia madre scoppiando a piangere. Nelle sue lacrime si mescolavano la frustrazione per i continui inutili tentativi di fare di me il "figlio perfetto" e il dispetto per essersi lasciata raggirare da un ragazzino. Per quel che mi riguardava, non sapevo se ridere per quella scena degna di una tragedia greca, o preoccuparmi per la chitarra ferita a morte. O vantarmi pubblicamente per quell'episodio che creava un legame tra me e Lucio Battisti, anche lui preso a chitarrate da un genitore la cui rabbia era stata fatale per lo strumento. La mia schiena, fortunatamente, aveva retto all'impatto. Fu anche grazie a quello scontro fisico e verbale che in un pomeriggio di primavera inoltrata, quando le giornate traboccanti di sole profumano di fiori appena sbocciati e le stradine e i vicoli del centro storico sembrano cambiare colore seguendo i movimenti delle nuvole, iniziai a lavorare a una nuova canzone che mi girava in testa da qualche tempo. Con l'avvicinarsi delle vacanze, i miei personali campanelli d'allarme avevano cominciato a suonare: mancava una manciata di settimane alla fine della scuola e quelle tre materie non pienamente sufficienti preoccupavano ormai anche me. Se infatti la promozione era salva, chiudere l'anno con tre corsi di recupero mi avrebbe impedito di godermi fino in fondo l'estate. Mia madre avrebbe messo il veto su qualunque spostamento da Bologna, e allora addio gite in macchina a Riccione, programmate con mesi di anticipo il giorno stesso in cui mi ero iscritto a scuola guida. Dovevo darmi da fare, tuffarmi nei libri fino a quando non avessi portato la media sopra "quota salvezza" in tutte le materie. Pensare che fuori c'era il sole, e un vento tiepido ti invitava a scendere per strada, accendere la Vespa e fiondarti sui colli a respirare un po' di aria pulita... Avevo una gran voglia di uscire e lasciarmi andare, chiamare un amico, sparare un paio di cazzate in compagnia - ma dovevo restare blindato in casa a studiare. Mia madre sarebbe rientrata nel giro di qualche ora e, da regolamento, dovevo farmi trovare a testa china sui libri. Ma potevo ancora concedermi una mezzoretta di musica, per sfogarmi un po' prima di mettermi a studiare. Nelle settimane precedenti avevo passato intere giornate a strimpellare un giro di chitarra che mi piaceva un sacco. Era molto semplice, e sembrava non stancarmi mai. Sol, Do, Mi minore, Re, Do, Sol, Re. Quattro accordi che si intrecciavano e inseguivano a vicenda come in un mantra dalle chiare influenze beat. Sarei andato avanti ancora per chissà quanto tempo a suonare e risuonare quel giro alla chitarra senza trovarne il senso, se mia madre non me l'avesse distrutta qualche giorno prima sulla schiena. Così, in un normalissimo pomeriggio di fine aprile, mentre il sole fuori dalla finestra mostrava a tutti di cosa era capace quando si impegnava, mi sedetti al pianoforte cercando una strada alternativa a quella che mi aveva tenuto fermo per tanto tempo su quegli accordi. Fu proprio la necessità di trasporre dalla chitarra al piano il motivo che mi girava in testa a segnare la svolta. Anche in questo caso, come per Vorrei, un incidente, un imprevisto che mi aveva messo in difficoltà fu la chiave per aprire la porta dietro cui mi aspettava una canzone. Per Vorrei era stata la cassetta dei Queen rovinata, per 50 Special fu la chitarra devastata dall'ira funesta di mia madre. Scrissi su un foglio le prime parole che mi vennero in mente: mi ricordai di alcuni brani di Jack Frusciante, il libro di Enrico Brizzi, e dell'idea che mi era venuta, leggendolo, di scrivere una canzone dedicata al mio amore per le Vespe. Cercai di tirarmi su di morale pensando a quando finalmente la scuola sarebbe finita e sarei potuto uscire di casa. Ovviamente le Vespe di cui parlavo erano le nostre, quelle con cui io e Gabriele ci sfidavamo in continuazione per le vie del centro, fin da quando avevamo quindici anni. La mia era tutta rossa, e per questo mi venne in mente il fuoco. La prima immagine che visualizzai per descrivere le nostre scorribande stradali fu quella di una danza tribale di frecce colorate, in giro per le vie del centro. Cominciai a canticchiare quei primi versi mentre battevo i tasti del pianoforte cercando di imitare il suono ritmato della chitarra che non avevo più. Nel frattempo le parole continuavano a uscire liberamente. Il resto della canzone era già lì da qualche parte, nascosto da chissà quanto tempo fra i miei pensieri, o nell'aria di quella primavera che preannunciava un'estate bollente. Bastava dare un'occhiata al cielo azzurro che brillava oltre il vetro della finestra alle mie spalle per finire il pezzo. Quale simbolo migliore dei colli della mia città per descrivere la voglia di fuggire lontano, il bisogno di lanciarmi a rotta di collo giù per discese immerse nel verde? Il ritornello di 50 Special sbucò fuori quasi dal nulla, sospinto da una lucida, inequivocabile e sincera convinzione: quel giorno mi sarebbe bastato salire sulla mia Vespa per gettarmi alle spalle ogni problema! Poi il bridge, che riassumeva la mia condizione, in poche lapidarie parole. In un attimo, e senza troppi sforzi, la canzone fu pronta. Diciotto anni per trovarla e cinque minuti per scriverla! Questo era la musica. Un giro di accordi, un foglio di carta. Il giorno seguente sottoposi quello stesso foglio, con il testo e gli accordi, al giudizio di Walter, dopo aver spiegato ai ragazzi della band come suonare la canzone. A tutti quanti piacque molto, solo Walter, quando la sentì, si limitò a un misero «Carina». Immaginai che un testo così didascalico a lui sembrasse scontato, a tratti persino imbarazzante, tanto era diretto. Ma quello era il mio mondo, la mia vita, ciò che di più sincero avessi scritto fino a quel momento. Che ci potevo fare? Pur senza manifestare l'entusiasmo che mi sarei aspettato, Walter mi chiese di registrare il pezzo il prima possibile, appena mi fossi ripresentato nel suo studio (lo feci la mattina seguente). Questa richiesta mi insospettì: non è che gli piace ma non me lo vuole dire?, mi domandai. In fondo, se non gli piaceva una nuova canzone, Walter te lo diceva all'istante, senza troppi giri di parole. Invece, dopo aver sentito la prima versione di 50 Special, mi aveva chiesto di risuonarla almeno un paio di volte. Strano. Molto strano. In ogni caso, qualunque fosse la sua opinione, per quel che mi riguardava il nuovo brano era fantastico. Finalmente avevo fra le mani un pezzo solare e divertente, in mezzo a tutte le canzoni sofferte che avevo scritto durante l'inverno. Quando, qualche mese più tardi, l'esaminatore dall'alito pesante mi consegnò il documento che mi autorizzava a scorrazzare incontrastato al volante di un'auto, la scuola era già finita ed ero stato promosso: nessun debito, nessun corso di recupero a settembre. Mi precipitai a casa e sequestrai a mio fratello le chiavi della macchina. Vittorio aveva guidato per i due anni precedenti una 500 blu del 1964, con tettuccio apribile e sedili in pelle rossa, una macchina stupenda che i nostri genitori avevano acquistato dai Bartolini, amici di famiglia. Era stata la prima macchina di mio fratello e sapevo che durante l'estate sarebbe toccata a me. Stringendo in pugno le chiavi, presi lo stereo portatile che avevo in camera e lo piazzai sui sedili posteriori. Uscii dal garage con il tettuccio aperto e il volume a palla di cannone. Roll With It degli Oasis a manetta, e via! A tutto gas. Direzione, ovviamente, colli. Ora avevo una Vespa Special tutta rossa e una vecchia 500 blu a disposizione. Più anni Sessanta di così! Sì, quella che sentivo scorrermi nelle vene era proprio l'eccitazione e la fiducia nel futuro che probabilmente un'intera generazione aveva vissuto quasi quarantanni prima. La patente in mano mi dava una sensazione di indipendenza mai provata. L'estate, con i suoi colori, i suoi profumi, le giornate lunghe e le gite al mare, era dietro l'angolo. Avevo scritto una canzone allegra e spensierata, che invogliava a riunirsi intorno a un falò e suonare aspettando l'alba. Ero stato il primo fra i miei amici a prendere la patente, e questo mi permise di guidare le prime macchinate di gruppo. Il sabato sera salivamo in auto in quattro, a volte anche in cinque, e, stretti come gli elefanti di quella famosa barzelletta sulla 500, passavamo la serata in giro per la città divertendoci come pazzi. Durante l'estate provai l'ebbrezza di raggiungere Riccione guidando per la prima volta in autostrada da solo, con il manico della chitarra nuova che sbucava dal tettuccio, anche se la mia 500 andava così lenta che ci sarebbe voluta una quarta corsia soltanto per me, visto che ogni due minuti anche i camion più pesanti sfanalavano nervosamente cercando di sorpassarmi. Il tutto succedeva ovviamente all'oscuro di mia madre, che mi pensava in giro per la città a fare pratica tra le vie deserte di una Bologna ormai vuota, o sulle tranquille stradine che si intrecciano per i colli. Tutto, intorno a me, diceva soltanto una cosa: quelli che mi aspettavano sarebbero stati i miei anni Sessanta. 15. Parola di Walter Era da poco iniziato l'autunno del 1997, e di fatto mi ritrovavo a tirare le somme dei miei primi vent'anni da professionista della musica. Di questi, i primi dieci erano volati via facendo praticamente di tutto: da videomaker a fotografo, da gestore di locali di musica alternativa a curatore di improbabili fanzine, da esperto di informatica per manager pigri a grafico; fino ad approdare, nel 1987, alla libera professione come direttore artistico di un'etichetta indipendente. L'esperienza era durata alcuni anni e, ripensandoci, ancora oggi ricordo quanto fosse difficile negli anni Ottanta trovare talenti, o anche solo buoni interpreti. Occorreva inventarseli di sana pianta, come il buon Cecchetto aveva insegnato a tutti. Ma, nonostante le difficoltà, il periodo da direttore artistico fu utile per approfondire, affinare, cercare di conoscere sempre meglio ogni sfaccettatura del mondo della musica e del sistema discografico italiano. Alla fine di quella esperienza, da una costola dell'etichetta (affettuosamente chiamata Rose Rosse, in onore della tradizione musicale italiana) diedi vita a una nuova società che, lasciata da parte ogni velleità di indipendenza, optò per un molto più realistico lavoro di supporto alle major. A dire il vero, nel mezzo avevo avuto due bellissimi anni di passaggio dedicati alla musica... house. Anni decisamente "notturni", passati a dormire di giorno e a lavorare di notte, durante i quali imparai davvero tantissimo, in primo luogo un approccio creativo molto particolare che ancora oggi mi porto dietro e che mi regalò splendide soddisfazioni, sia in Italia sia in quell'Inghilterra che da sempre avevo adorato. Ma con il tempo constatai che fare il produttore di musica da discoteca "non faceva curriculum", mentre intorno a me vedevo dare credito a gente che, per una botta di fortuna a un Sanremo di vent'anni prima, passava ancora per professionista credibile. Decisi quindi di dedicarmi esclusivamente alla musica italiana. Oddio, non che fossi proprio un'amante del genere, o perlomeno non amavo quella del periodo, ma ero convinto che anche in Italia si potesse coniugare un po' di presente con la tradizione, e magari un pizzico di spirito internazionale con certe peculiarità nostrane: era già successo con l'equipe 84 negli anni Sessanta. Era stato proprio producendo l'ultimo disco dell'Equipe 84, quello realizzato prima della dipartita dell'indimenticabile Victor Sogliani, che mi ero reso conto di quanto fosse necessario assimilare il linguaggio tecnico della comunicazione fra artista, musicista, arrangiatore, fonico. Se non l'avessi fatto sarei sempre rimasto una macchietta da prendere in giro appena voltate le spalle. Come quasi tutti i direttori artistici delle major. Passai così gli anni dal 1993 al 1996 a studiare le diverse tecniche di registrazione, di arrangiamento, di missaggio, continuando nel frattempo a mantenere rapporti con la grande discografia ufficiale e producendo per conto di questa vari artisti, che non sempre incidevano dischi in virtù delle loro qualità musicali. Qualcuno produceva l'amante, altri l'amico, altri ancora facevano solo contenti certi cantanti bizzosi che in quel periodo vendevano cifre a sei zeri. In breve la mia azienda diventò una delle poche società di servizi che lavoravano principalmente per le major, dedicandosi alla realizzazione di copertine dei dischi, video, progetti promozionali, piccole produzioni e via dicendo. Nonostante tutte queste attività mi impegnassero moltissimo, non rinunciavo a guardarmi intorno e dedicare un po' di tempo alle audizioni e ai provini in cerca di un progetto con un reale potenziale di sviluppo da proporre al mercato. Di aspiranti cantanti ne arrivavano ogni giorno e c'era davvero di tutto: dalle lolite tutte pepe ai capelloni che facevano blues padano, dal gruppo reggae salentino alla Celine Dion marchigiana dall'inglese maccheronico, fino a certi dj stagionati che proponevano la vecchia dance italiana ormai snobbata persino dai giapponesi. Insomma, il 99,9 percento del materiale era improponibile. Per quanto li invitassi a cercare altrove, quasi tutti insistevano nel voler lavorare con me, alludendo alle mie (vere o presunte) "conoscenze" nel mondo della discografia e dello spettacolo. Nessuno che sprecasse mai una parola su produzione, arrangiamento, costruzione e ottimizzazione di un progetto - nessuno che approfondisse questioni legate al lavoro, quello vero. Venivo considerato un intrallazzone, interessato solo ai soldi, al business, alle percentuali. Qualche cantante partiva dal presupposto che fossi interessato anche ad altro - il che non era del tutto sbagliato, ma non certo come base su cui costruire un rapporto di lavoro. Avevo anche smesso di spiegare a chi mi sottoponeva il proprio lavoro il mio punto di vista, non motivavo più i rifiuti, perché sapevo che il mio giudizio poteva in qualsiasi momento essere smentito dal primo pazzo disposto a investire soldi senza conoscere il mercato e i meccanismi della discografia. Non che le etichette potessero vantare una gran coerenza: anzi, proprio in quegli anni iniziarono le produzioni di massa, quelle per cui si pubblicavano i dischi di venti esordienti sperando che tra questi qualcosa venisse fuori. Un po' come fanno i pescatori di frodo, che raccolgono pesce lanciando bombe nei laghetti. Fu a questo punto che avvenne l'incontro con Cesare. Si presentò improvvisamente alla mia porta, accompagnato da un amico, in perfetto stile "fighetto bolognese": un po' abbronzato, occhiale all'ultima moda, capello ossigenato come iniziava ad andare in quel periodo e andatura spavalda di chi sa destreggiarsi benissimo tra spregiudicatezza e simpatia. Aveva un cd da farmi ascoltare. Ero impegnato con altre persone, e lo pregai di lasciarmelo: se mi fosse piaciuto lo avrei contattato io. Ma non ero destinato a cavarmela così facilmente: iniziò una tiritera che negli anni ho imparato a conoscere bene, quel tira e molla che esaspera al punto da indurre a concedere qualunque cosa. Come succede con i bambini. Oddio: che stesse emergendo un latente spirito paterno? Non che non sentissi i miei quarantun anni, ma, diamine, non ero certo un impiegato del catasto con gli occhialini a mezzaluna e i capelli bianchi! Nel frattempo Cesare chiacchierava come una mitraglia e, sì, devo dire che era molto simpatico: probabilmente riuscì anche a farmi sorridere, cosa molto difficile visto il continuo mal di testa che non mi dava tregua e che in quegli anni aveva pesantemente compromesso il mio umore. Così, mentre il suo amico decantava lo straordinario valore dei brani, decisi di ascoltare il demo lì, insieme a loro, sul momento. In ogni caso me la sarei sbrigata in meno di cinque minuti. Misi il cd nel lettore e partì il primo pezzo. Oh, finalmente una cosa che non era l'odioso rock italiota, stracopiato dagli americani e infarcito di testi da sottoletteratura epica liceale! finalmente qualcosa di fresco, in apparenza semplice ma con passaggi poco prevedibili, con vaghi riferimenti in alcuni casi ai Beatles, in altri al mondo del surf californiano dei Beach Boys che avevo tanto amato! Beatles? Beach Boys? Fermi tutti: quelli erano gli anni del rap, e le case discografiche facevano a gara per accaparrarsi ragazzi con testa rasata, pantaloni dal cavallo basso, scarpe slacciate, tatuaggi ovunque e movimenti gorilleschi! Eppure... eppure il ragazzone altissimo con occhiali da sole ultimo grido proponeva davvero un bel mix. Ascoltai tutti i brani dall'inizio alla fine, alcuni anche due volte. Decisi che tutto ciò meritava almeno un approfondimento, che forse potevamo darci una possibilità. Consegnai a Cesare il mio biglietto da visita, invitandolo a chiamarmi, se avesse avuto bisogno di consigli. Era un bel po' che non mi capitava di fare una cosa del genere: manifestavo la mia disponibilità a un musicista solo quando, come in questo caso, ero davvero convinto che ne valesse la pena. Perché quella mossa significava rassegnarsi a essere tampinati di continuo, a tutte le ore del giorno e della notte. Accadde anche con Cesare, che da allora mi chiamò a più riprese per invitarmi ad assistere ad alcune esibizioni della band. Tuttavia non bastarono né la sua intraprendenza, né la mia curiosità a rendere più facile organizzare un secondo incontro. Già, perché ogni volta venivo colpito da febbri improvvise, tonsilliti, calcoli renali e quant'altro, tanto che non sapevo davvero più come giustificarmi: a quel punto smentire l'impressione del tirapacchi diventò per me una questione d'onore. Finalmente riuscii a presentarmi al concerto di fine anno organizzato dalle scuole superiori di Bologna. Fu lì che vidi per la prima volta la band al completo, i Senza Filtro - nome orribile. Nel frastuono di volumi sballati e ragazzini esagitati di quella sera non potei capire un granché della qualità del repertorio, né della preparazione dei ragazzi. Ciò che fu subito chiaro, però, fu che i Senza Filtro (nome orribile, l'ho già detto?) erano, fra quelli presenti, uno dei pochissimi gruppi con una personalità: che si manifestava anche nella scelta - decisamente insolita e controcorrente - di cantare in italiano brani pop che spesso parlavano d'amore. Per permettermi di capirci qualcosa di più, i ragazzi organizzarono una piccola esibizione privata nella taverna messa a disposizione da un loro amico. Anche in quell'occasione "esclusiva" la band non si fece mancare la presenza di un piccolo gruppo di sostenitori, la cui componente femminile si dimostrò molto agguerrita. Il gruppo risuonò tutti i brani che avevo già sentito nel cd che Cesare mi aveva portato, e anche molti altri che non conoscevo. Il livello tecnico era difficile da valutare, dal momento che i ragazzi erano davvero tutti giovanissimi, ma le canzoni c'erano e confermai il mio interesse. Proposi alla band di provare a fare qualche passo insieme, ma prima misi le mani avanti: se avevano altri contatti o trattative in corso con qualcuno già interessato... be', provassero prima con loro. Non sopportavo l'idea di essere scelto solo perché l'ultimo della lista. Se qualcuno voleva lavorare con me doveva prendere una decisione consapevole: decidere di affidarsi a me perché ero io, con il mio carattere, il mio approccio, il mio modo di operare. E così avvenne: di fatto fui scelto. Da allora io e Cesare cominciammo a lavorare insieme. All'inizio si rivolgeva a me dandomi del lei e, nonostante insistessi imbarazzato e stizzito per un più amichevole tu (nella discografia ci si da sempre del tu, quasi a volersi sentire eternamente giovani), lui continuava a subire la mia età, proprio come un ragazzino intimidito davanti a un adulto. A parte la sua naturale simpatia (condita da una sostanziosa ma efficace dose di paraculismo adolescenziale), mi colpì subito la lucida ricerca della figura del produttore, che probabilmente aveva scoperto leggendo le biografie dei Queen e dei Beatles: la ricerca, cioè, di una persona che sapesse mettere le mani dentro la musica, la sua musica, con la stessa sua passione ma con la giusta lucidità. Cesare si presentava spesso in studio attorno alle nove e mezza del mattino, e allora capivo che aveva saltato la scuola. Ovviamente si inventava drammatiche occupazioni, scioperi selvaggi, malattie improvvise di professori e supplenti. Finivamo ogni volta al bar a fare abbondanti colazioni a base di cappuccini e paste, durante le quali lui mi costringeva a raccontare tutto ciò che sapevo sul mondo della musica -quello passato, quello presente e pure quello futuro. Quanto a me, in quel periodo dovevo dividermi fra Cesare e i tanti lavori e lavoretti che consentivano alla mia struttura di sopravvivere, e spesso solo durante le ore serali avevo la calma e la concentrazione necessarie per dedicarmi al nostro progetto, ma lo facevo con passione perché credevo profondamente in ciò cui ci stavamo dedicando e vedevo nella persona che avevo di fronte una gran voglia di imparare e di migliorarsi. Certo, come era normale aspettarsi vista la giovane età di Cesare, mi trovai a fare i conti con le periodiche telefonate allarmate di sua madre. Ricordo la prima, quando lei si lamentò di aver scoperto una fuga da scuola: una sua amica lo aveva visto rotolarsi su un prato con una ragazza (Beato lui!, pensai). In più era molto preoccupata per il fatto che Cesare continuava a dire, a casa e fuori, che avrebbe voluto fare l'artista. Rimase un po' perplessa quando le diedi il mio parere, vale a dire che il ragazzo qualche dote reale l'aveva, e che poteva svilupparla anche parallelamente allo studio. Iniziammo a lavorare sui brani più semplici, come Vorrei, cui man mano seguirono altri pezzi. Lavorammo per oltre un anno su quello che sarebbe diventato ...Squérez?, un disco da un milione e mezzo di copie, l’avessimo saputo, di certo non ci saremmo potuti permettere tutta la serenità e la libertà che ancora ricordo se penso a quel periodo. Nel corso del 1998, quando ormai il novanta percento dei brani era stato registrato, pensai fosse giunto il momento di iniziare a muoversi e fare le prime proposte ai discografici che conoscevo. Ma, a questo scopo, mancavano alcuni elementi. Primo fra tutti un bel servizio fotografico. Contattai un amico di Milano, Alberto Clementi, fotografo bravo e poliedrico: ero certo che lui avrebbe capito meglio di altri il sapore che volevo ottenere negli scatti. Il giorno dello shooting molto buffo: i ragazzi erano da una parte eccitati ed esaltati perché si sentivano un po' star, dall'altra intimiditi. Scattammo le foto in Vespa (in quel periodo non erano ancora obbligatori i caschi) lungo le strade di una Bologna domenicale. Ognuno caricò la propria ragazza o presunta tale: l'unico che si presentò senza nessuna fu proprio lui, Cesare. Il servizio che ne risultò era carino, allegro, spensierato, fresco e divertito. Peccato che Cesare risultasse il meno fotogenico di tutti. Sul momento mi sembrò un problema enorme, ma, con una buona impaginazione e un uso accorto di Photoshop, riuscii a confezionare un ottimo dépliant che minimizzava certe "imperfezioni". Comunque, realizzato il servizio fotografico, predisposto il look, confezionato il cd con i brani, iniziai ad affrontare i primi incontri. Avevo preferito non informare Cesare sui dettagli perché sapevo che le risposte negative sarebbero state superiori a quelle positive, e l'ultima cosa che volevo era spegnere l'entusiasmo che sorreggeva lui e che ormai aveva iniziato a sorreggere anche me. Al primissimo appuntamento mandai un mio collaboratore. Ero troppo coinvolto nel progetto e non volevo correre il rischio, davanti a una possibile critica, di inalberarmi e compromettere il rapporto. Invece questo primo contatto fu incoraggiante. Il prodotto non dispiaceva, e questo era un buon inizio, ma... ma purtroppo il nostro interlocutore era perplesso rispetto alla produzione. O forse a frenarlo era il fatto che la proposta prevedeva un'autonomia che avrebbe tenuto la casa discografica fuori da ogni leva di controllo. Preoccupazione facilmente intuibile dalla proposta che avanzò: contratto pluriennale con la band e buonuscita di un paio di milioni per il sottoscritto. Il tutto senza troppi giri di parole e ancora meno spiegazioni. Ci rimasi davvero male: non capivo perché mi si volesse far fuori ancora prima di iniziare. In fin dei conti c'era molto del mio lavoro in quello che avevamo proposto. Rifiutammo e, smaltita la prima delusione, pensammo agli altri incontri: i referenti erano ancora tanti, no? E poi, poco dopo quel primo incontro, un pomeriggio Cesare si presentò con un nuovo pezzo che diceva aver scritto la sera prima. Era 50 Special. Mentre l'ascoltavo trattenevo a stento l'eccitazione: quando il brano finì ebbi più forte che mai la certezza di avere tutto il necessario per affrontare alla grande il nostro esordio discografico. Ma, di nuovo, non volevo generare aspettative esagerate che avrebbero rischiato di andare deluse. Per cui mi limitai a commentare con un misurato ed essenziale «Carina». Riconfezionai il cd promozionale con nuovo entusiasmo e passai alla fase due. Ero amico da anni del direttore generale della Sony, persona garbata e per bene, che purtroppo oggi non c'è più. Mi diede appuntamento nel suo mega ufficio milanese e lì lui, il suo direttore artistico e io ascoltammo insieme tutto l'album, dal primo all'ultimo brano. Alla fine del disco il direttore generale sentenziò che fra tutti i pezzi sentiti non aveva trovato nulla che avesse la forza di un singolo. Mi chiese però altri quindici giorni per riascoltarlo. Dopo due settimane di (mio) discreto ottimismo mi chiamò ribadendo la sua prima impressione. E così un'altra importante chance si era dissolta come una bolla di sapone. Purtroppo anche questa volta ci rimasi male: 50 Special, Qualcosa di grande o Un giorno migliore non sarebbero potuti essere dei singoli? Ero io che non ci capivo più nulla o cosa? I brani mi sembravano talmente orecchiabili che solo un sordo non poteva accorgersi del loro straordinario potenziale. Mi ci vollero tre settimane abbondanti per metabolizzare il nuovo rifiuto. E per fortuna avevo tenuto Cesare all'oscuro di tutto! Oddio, di fatto sapeva che mi sarei mosso per far sentire in giro il cd, ma avevamo pattuito che non mi avrebbe mai chiesto nulla: sarei stato io a parlare nel momento in cui ci fosse stato qualcosa di concreto. Fu una decisione molto saggia, e lui rispettò il patto fino alla fine. Al terzo incontro, stavolta con il direttore artistico della Universal, decisi di nuovo di affidare le trattative a un mio collaboratore. L'appuntamento fu fissato nei nostri uffici di Bologna e questo mi permise di ascoltare la conversazione in un'altra sala, sfruttando un microfono che avevo precedentemente nascosto nella stanza dell'incontro. Sentivo tutto: la band era carina, ma non andava bene in quanto «... si sente che questi ragazzi non hanno sofferto abbastanza...». Era solo una delle tante motivazioni assurde che raccogliemmo. Un'altra fu quella della BMG, il cui responsabile si tirò fuori dicendo che non credeva al fatto che la band fosse formata da soli diciottenni. Altro giro, altra corsa, ma con il fiato sempre più corto e la paura di un grosso equivoco. Gli incontri con EMI, Sugar e Virgin erano saltati definitivamente dopo infinite telefonate e appuntamenti rimandati in eterno. Chi fa questo lavoro sa interpretare certi comportamenti. Passai quindi alla Warner, dove l'allora direttore artistico si dimostrò interessato, salvo poi comunicarmi dopo una settimana che il direttore generale aveva detto di no. Panico. Alla V2, neonata etichetta di Richard Branson, mi dissero che il progetto sarebbe potuto interessare a patto... che io mi fossi fatto da parte. Ancora? Quando da Edel mi dissero che non avevano soldi da spendere (e chi aveva chiesto nulla?), ebbi la sensazione di vivere un incubo: stavo già organizzando le sessioni in studio per la registrazione di 50 Special e avevo ricevuto picche da tutti! A quel punto il mio legale di allora mi disse che poteva esserci un'altra chance, ma che sarebbe dovuta essere tassativamente scelta come ultima spiaggia. Ultima spiaggia? Qui ormai eravamo alla totale deriva. Ero disposto a tutto. 16. Lùnapop Tu sei nuda accanto a me. Guido dorme beatamente, raggomitolato nel suo piccolo nido a castello. Cerco di non guardare in su. Mai. «Se facciamo piano non si accorgerà di nulla» mi hai sussurrato, muovendoti lentamente su di me. Io mi sono coperto la bocca per trattenere una risata. È notte fonda, e appena fuori dalla finestra di questa orribile camera d'albergo il cielo di Napoli brulica di stelle. Dev'esserci luna piena stanotte, e un mare calmo che ne riflette la luce anche qui dentro, perché le nostre ombre ci seguono sul muro mentre facciamo l'amore per la prima volta, abbracciati. «È una vita che ti aspetto.» L'albergo dove dormiamo tutti, professori compresi, è il più brutto che abbia mai visto. Sembra una casa diroccata in mezzo al deserto. Il materasso in cui siamo distesi, nudi uno sull'altra, è scomodo e sottile. I muri scrostati. Le porte traballanti. Una ventola immobile sorveglia le nostre schiene dall'alto. Il silenzio è spezzato a tratti dagli schiamazzi dei ragazzini per strada. Eppure nessun luogo, nessun posto, mai, è stato più accogliente delle tue braccia intorno a me. Ci diciamo cose meravigliose sottovoce, promettendoci l'uno all'altra per sempre. E Guido, ignaro di tutto, ronfa come un bambino a due passi da noi. Evidentemente un angelo lo tiene a bada, cullandolo nei sogni perché non si svegli. Niente potrà rovinare questo momento. Niente e nessuno potrà mai cancellare questa promessa. Ti addormenti su di me, mentre guardo le ombre intorno. Trattengo il respiro per non turbare il tuo sonno, vegliando sul tuo corpo caldo e profumato. Sei mia. Lo sarai per sempre. Potranno rapire il nostro futuro e farne poltiglia, o bruciare il nostro passato e prendersi gioco di noi, ma niente potrà cancellarci, mai. Fu così che ebbe inizio la storia d'amore più importante. Fu così che ebbe inizio la storia con Erica, "lei che ha il nome di un fiore". In uno squallido albergo sul lungomare alla periferia di Napoli, durante una gita scolastica affrontata al risparmio. Un libro intero non basterebbe per raccontarla. Erica pensava che in qualche modo ce l'avrei fatta con la musica. «Anch'io diventerò una star» le promettevo, «come Jim Morrison!» La sua passione sfrenata per i Doors mi faceva friggere di gelosia. «Certo che ce la farai! Poi però mi porti con te ai concerti.» «E facciamo mattina ballando come pazzi agli after show\» «Già! Ma tu non mi abbandonerai per qualche stronza groupie?» Le groupies erano il mio sogno (neppure tanto) nascosto. Ragazze che seguono i cantanti in giro per alberghi, durante i tour. Vestite con stile, bellissime, e a "completa disposizione" degli artisti. Avrei dato un occhio della testa per poter vivere quell'esperienza! «Le groupies? No, figurati, non ci penso nemmeno» dicevo prendendola in giro. «Guarda che non le voglio intorno!» minacciava lei. «Sai cosa? Appena sono famoso ti presento a MTV, mi seguirai per lavoro, e sarai tu la mia unica groupie!» Erica abbassava gli occhi e sorrideva. Il futuro era ancora una scommessa aperta. In cui tuffarsi a capofitto. «Poi andiamo in giro e ci facciamo fotografare insieme. Ci pensi?» Parlavamo spesso di sogni, ci faceva sentire vicini e meno soli di fronte al mondo. Ma rimanevamo con i piedi ben piantati per terra, consapevoli che, se si fossero avverati, quei sogni avrebbero cambiato tutto: anche quello che c'era tra noi. Avrebbero richiesto dei sacrifici, prima o poi. Ma insieme, guardandoci negli occhi, Erica e io riuscivamo a fermare il tempo. Completamente diversa era la sensazione che provavo quando guardavo negli occhi i miei professori, sapendo che nel giro di qualche mese avrei affrontato l'esame di maturità da normale e non troppo scrupoloso studente. Già, perché allo studio continuavo a dedicare pochissimo tempo, la maggior parte lo riservavo al lavoro con Walter e alle prove con la band. In quei mesi cambiarono molte cose. Lorenzo aveva preso lentamente le distanze dai Senza Filtro, lasciando il posto a Mike, un mio compagno di classe che sembrava più preparato musicalmente. Fu un peccato. Con Lorenzo eravamo e siamo tutt'ora grandi amici, ma di fronte agli impegni presi con Walter non ci fu il tempo di ragionare con calma sulle cose. Serviva un chitarrista solista, e Mike sapeva il fatto suo. Tutto qua. Walter nel frattempo aveva preso coscienza del fatto che, dopo aver registrato 50 Special, avevamo raggiunto un punto di non ritorno. Il repertorio era completo, ricco e articolato. Era finalmente giunto il momento di provarci sul serio. Il nostro produttore avrebbe portato personalmente il cd con le nostre canzoni sulle scrivanie dei direttori artistici di tutte le case discografiche italiane, per cercare di vincere quella che era ormai diventata la sua scommessa: coinvolgerci in un progetto discografico. Promisi solennemente che non avrei chiesto nulla, lasciando che fosse Walter a parlare se qualcosa si fosse mosso sul serio. Nonostante questo patto, alcuni echi delle sue avventure riuscivano ad arrivarmi. Il mio produttore era ed è una persona molto emotiva, che nasconde con grande difficoltà il suo umore, positivo o negativo che sia. Mi bastava farci due chiacchiere generiche al bar per tastare il polso della situazione e farmi un'idea dell'andamento generale degli incontri con i discografici. E, a dire il vero, da questi sondaggi non emergeva nulla di incoraggiante: più il tempo passava più il viso di Walter si faceva cupo e pensieroso. Sembrava che nessuno fra i grandi dirigenti delle major volesse darci una possibilità. Chi per un motivo, chi per l'altro, tutti ci davano buca. Alcuni sostenevano che la mia musica, dai chiari riferimenti beat, non potesse raggiungere il successo di pubblico. Altri accampavano obiezioni inconsistenti, tipo «Non credo abbiano diciotto anni!». Altri ancora cercavano di escludere Walter dalle trattative, sapendo che ogni figura esterna alla band avrebbe potuto intralciare il loro unico obiettivo: prendere il controllo del gruppo e plasmarlo a piacimento. Insomma, mancavano due settimane al mio diciannovesimo compleanno e la situazione era ancora ferma al punto di partenza. Una mattina Walter mi prese da parte e mi parlò chiaramente. «Nessuno vuole pubblicare il nostro disco» confessò. Sembrava molto amareggiato, e qualcosa mi fece pensare che si sentisse anche in colpa nei miei confronti. Tutto il lavoro svolto insieme lo aveva convinto a tal punto delle nostre potenzialità che un fallimento avrebbe significato per lui mettere in discussione le sue capacità e il suo fiuto di produttore. Ma, per conto mio, non avevo nessun dubbio. Sentivo - più che sapere - che agiva con una professionalità straordinaria, che poteva venirgli solo da una conoscenza approfondita del mondo della musica. E se i discografici respingevano la sua proposta, evidentemente il problema era dei discografici. Certo non di Walter. Ero convinto di questo nonostante lui stesso mi avesse spiegato che il vero successo come produttore non lo aveva ancora vissuto. Quando, a sedici anni, mi ero presentato nel suo studio per la prima volta, mi ero esaltato alla vista dei numerosi dischi di platino appesi alle pareti. Ma non si trattava di ricordi dei successi discografici di Walter: erano semplicemente copertine di album il cui progetto grafico era stato commissionato - dagli artisti o, più spesso, dalle major - alla Double-Face. Mi ero affidato a Walter Mameli con la stessa fiducia con cui un musicista oggi si affiderebbe a Brian Eno. Per me non aveva nulla da invidiargli. Avevo incontrato lui. Mi aveva dato fiducia. Questo voleva dire che saremmo andati fino in fondo insieme. Tra il dire e il fare, comunque, c'era di mezzo lo sconfinato mare di «No» accumulati in quei mesi dal mio Brian Eno bolognese. «L'unica carta che ci è rimasta è il Festival di San Marino» mi disse Walter picchiettando nervosamente la sua penna sul tavolo bianco dell'ufficio. Era una giornata fluorescente, tanta era la luce che filtrava dalle finestre spalancate sui tetti di Bologna. Stavo per rispondere «Ok! Perfetto! Facciamolo», ma mi fermai appena in tempo, quando già avevo aperto la bocca per parlare. Non sapevo nemmeno cos'era il Festival di San Marino! «Che festival è?» «È un festival musicale piuttosto importante. Alla gara finale, quella che va in diretta tv, saranno presenti tutti i discografici e la stampa nazionale.» Per me andava bene così. Tv. Stampa nazionale. Discografici. «Le groupies no?» avrei chiesto volentieri, ma mi trattenni ancora una volta. «Lo voglio fare» dissi convinto. Walter alzò lo sguardo, un po' meravigliato. «Lo voglio fare perché sono sicuro che vinciamo» aggiunsi. . «Se vincessimo sarebbe un bel colpo. Stiamo trattando con un'etichetta indipendente di Roma che sarà presente all'evento.» «Lo voglio fare» ripetei. «Occorre trovare un nome nuovo alla band.» «Nessun problema.» «E con che canzone andiamo?» Ne parlammo per tutto il pomeriggio, e da quella discussione infinita uscimmo con due decisioni. Primo. Il gruppo si sarebbe chiamato Lùnapop. Fu Walter a proporre di utilizzare la parola "luna": io me ne innamorai, perché adoravo l'idea di proporre canzoni romantiche, perché la luna aveva un posto importante nelle opere di Leopardi, e perché sarebbe stato semplice formare, partendo da quella, una parola composta, come quella che dava il titolo a BackBeat, un film che raccontava gli anni pre-Beatles dei quattro eroi di Liverpool, che avevo visto poco tempo prima in compagnia di un esaltatissimo Lillo. Dopo innumerevoli tentativi andati a vuoto, spesso abortiti a causa del telefono di Walter che squillava di continuo, mi venne in mente la parola che cercavo. "Pop." Era semplice, chiara, e.... ci stava bene. Lùnapop. Mi piaceva. Anche Walter ne fu immediatamente convinto. Secondo. Avremmo partecipato al X Festival di San Marino cantando per la prima volta fuori dalle mura di Bologna Qualcosa di grande. Ci sembrava la più adatta al nostro scopo. Vincere. Parlava d'amore, ma in un modo del tutto personale. Non era mielosa e sanremese nonostante fosse, a suo modo, molto romantica. C'era il pianoforte, ma anche l'energia delle chitarre elettriche. Era triste, ma allo stesso tempo rabbiosa. Ne discussi con i ragazzi della band. E fummo tutti d'accordo. Dissi a Erica che avrei partecipato a un concorso canoro con la mia band, i Lùnapop, cantando Qualcosa di grande. A quella notizia lei lanciò un grido tanto forte da spaventarmi e mi saltò al collo, abbracciandomi. Poi il suo sguardo si fece più serio, gli occhi si smarrirono in un pensiero lontano, e una lacrima, leggera, le scivolò sulla guancia. «Vincerai.» 17. Il Festival di San Marino Decisi che sarebbe stata la mia vecchia 500 blu a portarci a San Marino. Quella macchina era diventata una specie di mascotte per me e i miei amici, e pensai che mi avrebbe portato fortuna anche per la gara. Stretti su quei piccoli sedili di pelle, io ed Erica avevamo attraversato l'inverno tra serate folli in giro per la città e domeniche a perdere tempo sul molo di Cervia, con una piadina in mano e il vento che ci scompigliava i capelli. Passai a prenderla sotto casa appena dopo pranzo, cercando di nascondere l'emozione che già mi gonfiava lo stomaco e mi tendeva i tratti del viso. Erica scese le scale di corsa, saltellando come una cavalletta fino alla macchina. Era felice di essere al mio fianco in quella trasferta così speciale. Maggio consumava tutte le sue rose sotto un sole sempre più caldo, e sulle colline bolognesi, così come per le strade tranquille dei quartieri residenziali, gli alberi avevano preso il verde più scuro che precede l'arrivo dell'estate, mentre tra le foglie si cominciavano a intravedere i primi frutti acerbi. I tavolini dei ristoranti all'aperto occupavano già i marciapiedi del centro storico, invitando i pochi turisti stranieri a presentarsi puntuali all'appuntamento, e da qualche settimana i terreni arati che si estendevano oltre il confine urbano si erano trasformati in rigogliosi campi di grano, le cui spighe ancora verdastre crescevano a vista d'occhio immergendomi nella vasta pianura dei ricordi d'infanzia. Viaggiammo su un'autostrada deserta che non faceva che accrescere la mia sensazione di irrealtà, mentre, nonostante fosse da poco passato mezzogiorno, una pacifica luna piena giganteggiava nel cielo sereno, proprio là davanti a noi. Quella palla tonda ed enigmatica mi era sempre parsa irraggiungibile, fin da quando ero bambino, ma mai come in quel momento ne avvertivo la distanza. I miei pensieri correvano veloci, mille volte più della mia 500, e quella luna era sempre là, immobile, che mi osservava dall'alto senza farsi toccare. Al mio fianco, Erica mi guardava orgogliosa mentre mi sforzavo, con scarsi risultati, di tenere in piedi una conversazione e di scaricare nelle chiacchiere un po' di tensione. «Ti ricordi la prima volta che ti ho portata al mare?» «Lo ricordo bene, c'era una luna simile a questa» rispose sorridendo. «No, come oggi no.» «Hai paura, vero?» Non le risposi. Mi vergognavo. «Devi sempre fare tutto quello che ti spaventa» mi disse, accarezzandomi la testa. Respirai profondamente, e una piccola smorfia guizzò sulle mie labbra tese. Avrei voluto che quella strada non finisse mai. Invece arrivammo a destinazione con largo anticipo. Parcheggiammo davanti al Teatro Nuovo di Dogana, il primo centro abitato che si incontra entrando a San Marino. Era lì che si sarebbe tenuta la serata finale del Festival e, quando mi ci trovai di fronte, mi parve di non aver mai visto un teatro così grande. Dopo mezz'ora di attesa vedemmo spuntare la macchina di Walter, che viaggiava con gli altri ragazzi della band. «Andiamo a mangiare» proposero abbassando il finestrino. «Le prove iniziano alle quattro. C'è ancora tempo!» Andava a finire sempre così. Le poche volte che arrivavo in anticipo non serviva a nulla. Ci concedemmo un boccone insieme nell'ufficio della San Marino Performance, la società che organizzava l'evento. Scambiai qualche parola con Walter, che sembrava rilassato e divertito all'idea della nuova sfida che ci aspettava. Grazie a lui e agli altri ragazzi della band la paura e la tensione provate fino a quel momento si trasformarono in eccitazione, e lo spirito di gruppo riuscì a sgonfiare qualsiasi mia preoccupazione. Approfittando del tempo a disposizione cercai di distrarmi un po' scherzando con Gabriele, Lillo e Andrea, che quel giorno erano in gran forma. Mike, invece, più schivo e taciturno, se ne stava un po' sulle sue: era facile percepire in lui, che in brevissimo tempo era entrato in sintonia col vecchio nucleo del gruppo, l'emozione di trovarsi così all'improvviso in una realtà nuova e inesplorata. Dopo qualche ora di relax, durante le quali quasi ci dimenticammo dei nostri impegni, fummo chiamati dalla produzione del Festival per raggiungere il teatro. Facemmo il nostro ingresso in fila indiana dalla porta principale. Mi fu subito chiara una cosa: non avevo mai visto niente di simile. Il palco, incorniciato da scenografie coloratissime, era il più grande e meglio illuminato in cui fossi stato ed era percorso da un continuo via vai di persone che lavoravano senza sosta per preparare lo spettacolo. La platea era enorme, divisa in quattro settori molto ampi, e delle piccole lucine a intermittenza brillavano ovunque intorno a noi. Ero finito in mezzo a un cielo stellato! Mi dovetti sedere, ed Erica fece lo stesso, stupita quanto me. Respirai a lungo, profondamente, cercando di prendere confidenza con l'ambiente. Avevo - e ho tuttora - la tendenza a considerare sacro tutto ciò che ammiro. Restammo immobili per qualche minuto, godendoci la vista degli artisti che si alternavano sul palco per le prime prove del pomeriggio. I più importanti, quelli che non erano lì per partecipare alla gara ma per promuovere il loro disco o ricevere un premio, salivano a turno. Io li guardavo con attenzione, studiando le loro mosse in ogni dettaglio. Incrociai lo sguardo stralunato di una giovanissima Carmen Consoli che sembrava davvero "confusa e felice" come nella sua canzone; poi il riflesso accecante degli occhiali da sole di Edoardo Bennato, le cui prove durarono un'eternità. «Con lui è sempre così!» disse sarcastico uno dei tecnici. Quindi fui abbagliato dal sorriso luminoso di Rosaria Renna, una donna splendida e solare che avrebbe presentato la serata: incontrandola non ebbi nemmeno il coraggio di guardarla negli occhi, tanto ero intimorito. Restai nascosto, sprofondato tra le sedie di velluto rosso della platea, fino a quando Walter mi raggiunse pregandomi di seguirlo in camerino, dove i ragazzi della band mi aspettavano per scegliere i vestiti per la serata. Scattai all'istante. «Ho un camerino?» -:, Lasciandomi con gli altri, Walter mi spiegò che si sarebbe assentato per fare due chiacchiere con alcuni discografici presenti alla manifestazione. «Stasera ci saranno un po' tutti. Dobbiamo fare bella figura.» Questa frase fu sufficiente a far tornare la mia ansia da prestazione a livelli ragguardevoli, e non volli sapere altro. Tra i doveri di un artista c'è anche quello di non farsi condizionare da tutto quello che gli gira intorno, ma all'epoca ero troppo inesperto per saperlo. Nel retropalco conobbi gli altri partecipanti al concorso che, come noi, avevano superato le lunghe selezioni nazionali approdando serata dopo serata alla finale del Festival. Erano due giovani cantanti donne e un altro gruppo di ragazzi sui trent'anni. Le prime mi sembrarono le classiche interpreti sanremesi: pezzo melodico con tema sentimentale, arrangiamento d'archi da mille e una notte, testo strappalacrime e acuto finale. Sono certo che vincerà una di loro, bisbigliai fra me e me. Seguii le prove dallo schermo di una piccola tv vicino alla sala trucco. «Però sono vestite malissimo!» esclamai, inconsapevole del fatto che lì vicino ci fossero anche i loro familiari. «Shhhhh!» mi rimproverò Walter, ridacchiando. Era abituato alle mie continue gaffe, e sapeva che in quell'occasione non mi sarei risparmiato. L'altra band proponeva un britpop "all'italiana" imitando nel look e nel sound i Blur di Damon Albarn; il gruppo era formato da ragazzi un po' cresciuti, in confronto ai quali noi cinque sembravamo (e un po' lo eravamo) degli studenti in gita scolastica. Facevamo un gran chiasso e ridevamo di continuo, passando ai raggi X ogni bella ragazza che incrociavamo - Erica permettendo. «Ora tocca a voi» ci chiamò Walter, e, dopo una piccola riunione scaramantica in cui non seppi che dire, uscimmo dal camerino e prendemmo posizione sul palco. Appena raggiunto il microfono fui colpito dalle telecamere che sembravano spuntare da ogni parte. Ne avevo quattro davanti, due ai lati della platea, una ai miei piedi che si muoveva orizzontalmente sostenuta da un braccio meccanico e un'altra appesa a un'enorme giraffa che si allungava fino a raggiungere i primi posti della galleria. «Come faccio a starci dietro?» A quello proprio non avevo pensato, nelle notti insonni dedicate a immaginare ogni dettaglio della serata. Ma ormai ero lì, non potevo rallentare le prove. Non mi chiamavo certo Edoardo Bennato, io! La base partì all'improvviso e io iniziai a cantare di corsa, sforzandomi di seguire con lo sguardo la lucina rossa che indicava quale telecamera, fra tutte quelle che avevo davanti, mi stesse riprendendo. Di tanto in tanto, in cerca di approvazione, lanciavo uno sguardo a Walter, che ci osservava seduto in platea a braccia conserte. Cercai di immaginare che effetto potevamo fare, visti da fuori: probabilmente qualcosa di simile a degli alieni venuti da Marte! Io avevo i capelli biondi sparati verso l'alto e la faccia affilata, il colorito smorto, bianco come una tazza di latte fresco. Lillo era paffuto e capellone, e mentre suonava la batteria sembrava avesse la testa fra le nuvole. Gabriele era timido e impostato, quasi timoroso di fare un movimento di troppo, Mike aveva l'aria tenebrosa e tormentata, mentre Andrea pareva il più disinvolto e divertito. Per un istante riuscii a sbirciare le immagini che scorrevano su un grande schermo posizionato alle mie spalle. Là dentro c'eravamo noi! Il regista, dopo la nostra prima prova, raggiunse Walter in platea per fargli i complimenti. «Quel ragazzo buca lo schermo!» gli confidò entusiasta, indicando il mio ciuffo ossigenato. Walter fu molto sorpreso da quella affermazione: era convinto che io fossi poco telegenico. Ed era vero che, qualche settimana prima, passando in rassegna gli scatti di un piccolo servizio fotografico realizzato per presentare la band ai discografici, fra tutti i componenti del gruppo l'unico a non essere venuto un granché ero io. Eppure in tv, forse anche grazie a un filo di trucco, le cose cambiavano. Misteri della telecomunicazione! Mancava meno di mezz'ora al nostro ingresso in scena. Lo spettacolo era già iniziato, e uno dopo l'altro i cantanti più importanti della serata si erano alternati sul palco. Avevo visto esibirsi Carmen Consoli in versione acustica, Daniele Groff in playback, Edoardo Bennato accompagnato dalla sua armonica a bocca ben lucidata, i Gemelli Diversi al loro primo disco di successo. Rosaria Renna stava per annunciare l'esibizione della prima giovane cantante in gara. L'emozione dietro le quinte si faceva sentire con tutta la sua forza. Continuavo a ripetermi nella testa le parole di Qualcosa di grande, terrorizzato all'idea di dimenticarle durante l'esibizione. E mentre ripetevo le strofe come uno sciatore che ripercorre mentalmente il tracciato prima di lanciarsi giù per la discesa di uno slalom, incontrai uno sguardo conosciuto. Era il faccione sorridente di Gaetano Curreri, cantante storico degli Stadio e bolognese come me. «Gaetano!» gridai allungando una mano verso la sua spalla. «Ti ricordi di me?» Dopo un secondo di tentennamento lo vidi cambiare espressione. «Cesare! Che ci fai tu qui?» «Sono in gara fra i giovani, con la mia band!» «Sul serio? Complimenti! Chi l'avrebbe mai detto...» Ci eravamo incontrati casualmente cinque anni prima durante una vacanza con i miei genitori, in crociera sul Nilo. Io allora ero solo un ragazzino innamorato della musica, e lui un cantante già affermato che si godeva una vacanza con la famiglia e qualche componente della band. Durante quei giorni in barca io e mio fratello avevamo fatto amicizia con il figlio del suo batterista, un ragazzo alto molto simpatico, con cui riuscivamo a distrarci dalle continue, noiosissime escursioni fra reperti archeologici e templi antichi. Spesso, la sera, i genitori si univano a un unico tavolo per fare quattro chiacchiere tra compaesani. Proprio durante una di quelle cene di gruppo, avevo chiesto ingenuamente a Gaetano: «Come si fa a diventare un cantante?». Tutti si erano messi a ridere, camerieri egiziani compresi, ma lui mi aveva sorriso dolcemente, rispondendomi serio: «Bisogna studiare, Cesare. Studiare, studiare e studiare. Tutti i giorni». Io ascoltavo le sue parole attentissimo, mentre facevo sparire in bocca l'ennesimo pezzo di pane carico di salsa di ceci. «Poi, certo, ci vuole la giusta dose di fortuna!» aveva aggiunto. «Hai sentito Cesare? Devi studiare!» aveva sottolineato mia madre. Era incredibile ritrovarci lì, nei camerini di un teatro, a due minuti dal mio ingresso in scena, dopo ben cinque anni nei quali probabilmente si era dimenticato di me e della mia curiosa domanda! «Allora era vero che volevi cantare!» esclamò un po' meravigliato. «Già, fra poco salgo sul palco!» Parlammo del più e del meno, poi gli chiesi un autografo. Lui, molto gentilmente, prese un foglio di carta e ci scrisse sopra: «Cesare, la luna stasera è con voi! Gaetano Curreri». «Lùnapop sul palco!» gridò una voce maschile da dietro la porta del camerino, e un'improvvisa vampata di fuoco mi attraversò dalla testa ai piedi. Eccola lì, la mia cara e irrinunciabile paura. Quella che sarebbe diventata una fedele compagna di vita, negli anni successivi. È come lanciarsi in una burrasca, salire sul palco. Vorresti fuggire, rinunciare, tornare indietro, fermarti, ma non puoi. No, è il tuo momento, e lo devi affrontare. Guardi le uscite di sicurezza, tentato, ma la gente là fuori già batte le mani, ti acclama, ti aspetta. Ti giocherai tutto. Il cuore va a duecento all'ora. Nessuna cintura. Tocca a te! È buffo. Un attimo prima non trovi le parole per dire «Ti amo» alla tua ragazza, e quello dopo sei sul palco e quelle parole le canti davanti a migliaia di persone. Chiamai i ragazzi del gruppo e li abbracciai forte. «Divertiamoci! L'unica cosa che voglio è che ci divertiamo, il più possibile. Questo basterà!» «Ok» disse Gabriele guardandomi convinto. Lillo mi diede una forte pacca sulla spalla e uscimmo dal camerino, pronti a sfidare la sorte. Walter mi salutò con un sorriso affettuoso, rassicurandomi: «Tranquillo. Io vado a sedermi di là in sala!». Erica mi lanciò un bacio, e scomparve oltre la porta. Da una parte gli acrobati, i pagliacci, i leoni, noi. Dall'altra, il pubblico, e il destino. «Vengono da Bologna, sono tutti giovanissimi e si sono conosciuti sui banchi di scuola. Tra l'altro gli facciamo un grande in bocca al lupo perché quest'anno gli tocca la maturità. I prossimi concorrenti in gara si chiamano... Lunapop!» Ero di nuovo in camerino, stordito. La band era in gran festa. La giuria aveva espresso il suo voto, consacrandoci vincitori del X Festival di San Marino, e io ero appena sceso dal palco con il primo premio in mano. Walter ci raggiunse pochi minuti dopo la fine dello spettacolo. Non lo avevo mai visto sorridere così. Sembrava allucinato. Rideva e gesticolava come un bambino. «Grandi! Evviva!» Ci abbracciammo, forte. Poi, come suo solito, cercò di razionalizzare l'accaduto. «Questo, ragazzi, è un primo, piccolo passo.» A me sembrava di toccare il cielo con un dito, altro che piccolo passo. Guardavo il piatto d'argento che mi avevano consegnato poco prima sul palco cercando di capire se mi trovassi in un sogno o nella realtà. Sopra c'era scritto "Primo Classificato". Continuavo a leggere e ripetere quelle parole. Primo classificato. Era un premio bellissimo. Luccicava come una stella. Io lo stringevo fra le mani come fosse stato un figlio, come il mio primo figlio. Erica mi saltò addosso da dietro, con la gola stretta dall'emozione. Piangeva dalla felicità. Avevamo vinto insieme, in fondo. «Te l'ho detto che avresti vinto tu! Te l'ho detto!» continuava a gridare. I ragazzi della band mi giravano intorno. Ridevano, ballavano, cantavano, come nello spogliatoio di una squadra di calcio dopo una finale appena vinta. Continuavamo a saltare abbracciandoci. Poi Walter mi prese da parte e mi chiese di seguirlo. «Devo presentarti una persona» mi spiegò riprendendo fiato. «È un discografico con cui stiamo trattando.» Era il proprietario di una piccola etichetta indipendente di Roma, la Universo. L'unica realmente interessata al nostro progetto, l'unica disposta a darci una possibilità. Quella vittoria li aveva convinti a sposare la nostra causa. 50 Special, il nostro primo singolo, sarebbe uscito nel giro di un mese. Appena fuori dal teatro, stavo ancora brandendo il premio, fui avvicinato da una ragazzina che timidamente mi allungò un foglietto. «Siete i Lùnapop?» chiese. «Sì, perché?» risposi. «Vorrei un autografo.» Avevo scritto il mio nome un miliardo di volte sui banchi di scuola, aspettando quel momento. Guardai Lillo che era lì a due passi da me. Ci mettemmo a ridere, firmando insieme quel pezzo di carta non più grande di uno scontrino. «A Laura, che ci ha chiesto il nostro primo autografo! Un bacio dai Lùnapop. Cesare. Lillo. Gabriele. Mike. Andrea.» 18. Con le ali sotto ai piedi Non è vero. Sono in ritardo! Non ci credo, non è possibile, sto sognando, è uno scherzo. Dove sono i calzini? Dio santo, i jeans! Devo vestirmi in fretta, oggi... e meglio del solito! I miei boxer portafortuna, eccoli! Sarei capace di arrivare in ritardo anche al mio matrimonio, al battesimo di mio figlio, al mio stesso funerale! Maledetta sveglia! Perché non hai suonato? È tutta la vita che mi tiri giù dal letto prima del dovuto e proprio oggi ti sei presa un giorno di vacanza? Stupida sveglia. Stupida sveglia! E stupido io! Gli appunti, gli appunti, dove sono i miei appunti? Eccoli qua, va bene. Schopenhauer. Ricorda, Cesare. Schopenhauer, ricorda Schopenhauer. Il resto non conta. Pensa alla musica, la musica di Schopenhauer. Prendi lo stereo, prendi il tuo cuore. Lo stereo con il disco, prendilo e portalo con te. La 500, ora! Vai, vola, vola, vola! Per strada c'è poca gente, il traffico è leggero e scorrevole. Le nove e dieci di mattina. Spingo il piede sull'acceleratore con tutto il mio peso, con tutto il mio corpo, e corro più forte che posso verso scuola. Dovrei essere già lì da dieci minuti. E ci sarò più o meno fra... cinque, se non mi fermo mai. Due se non incontro semafori rossi. Uno. Eccomi. Scendo dall'auto, prendo i libri, le fotocopie, gli appunti, lo stereo e corro, corro, corro verso le scale, verso il corridoio, inciampo ma corro, verso la porta, verso la maniglia, entro. «Scusate, son qua!» «Cremonini!» sento dire. «Ohibò!» Sono quasi cieco dalla fatica. Prendo fiato. Il cuore va così veloce che sembra fermo. Cammino e prendo fiato, respiro e non parlo, sorrido e prendo fiato. Cammino e sorrido. Aiuto. «Hai fatto una corsa, per caso, Cremonini?» mi chiede la professoressa di matematica, seduta al suo posto con le braccia conserte e uno sguardo divertito negli occhi. Accanto a lei, disposti a semicerchio, tutti i professori che mi hanno seguito e sopportato per tre anni, pronti a interrogarmi. Due docenti esterni al centro di quel semicerchio mi guardano attenti, seri. «Scusate, sono molto in ritardo» riesco a dire ansimando. «No» fa uno di loro, «abbiamo appena finito con il compagno che ti ha preceduto.» «Siediti pure.» Alzo l'indice della mano destra. «Un attimo, prendo fiato.» «Tranquillo, fai con comodo!» L'aula è luminosa e vuota. Sembra più grande di come la ricordavo, e in qualche modo mi fa tornare in mente o immaginare le altre stanze in cui ho vissuto alcuni dei momenti più significativi della mia vita. La sala parto della casa di cura Villa Erbosa, dove sono nato. La "Sala Musica" del Sacro Cuore, in cui ho preso la mia prima lezione di pianoforte. L'aula in cui ho affrontato l'esame di quinta elementare, e poi quello di terza media. Ma anche l'ufficio del Pubblico Ministero, dove sono stato interrogato su questioni molto più complesse di quelle di un esame scolastico. E lo studio di Walter in via Montegrappa 18, la prima volta che ho registrato Vorrei. La luce accecante che inonda la stanza mi ricorda quella che nei miei pomeriggi di adolescente filtrava silenziosa dalla finestra del salotto di casa, illuminando la tastiera del pianoforte. Cominciò la recita. «Cos'hai lì?» mi chiese la professoressa di filosofia, sgranando gli occhi. «Uno stereo, ho portato una mia canzone da farvi sentire.» «Aaaah! Non lo sai?» chiese l'insegnante di matematica, guardando la collega stranita. «È un musicista, lui!» bisbigliò coprendosi la bocca con la mano per farmi ridere. Nonostante i miei voti tremendi in matematica, la adoravo quando faceva così. Era molto simpatica. «Dai! Facci sentire» mi incoraggiò l'insegnante di chimica, quel giorno più in forma che mai. Io non capivo tutta quella disponibilità. Era una trappola? Un blitz in mio favore? C'era un copione per me da qualche parte? Non sapevo. In fin dei conti, però, se ero lì e stavo per far sentire a tutta la commissione d'esame 50 Special, un motivo c'era. Dovevo far capire a tutti cosa avevo combinato durante l'anno, e cosa avrei fatto dopo quell'esame. Quale fosse la mia vera passione, il mio destino. Uno che ha un futuro non va bocciato, avrebbero pensato dopo averla ascoltata. Era quello che mi auguravo. No, non poteva essere una trappola! Era una mano tesa nei miei confronti. E allora attaccai lo stereo alla spina, li guardai bene negli occhi, tutti quanti, e spinsi il tasto PLAY. 50 Special durò i suoi tre minuti e trenta secondi, e qualcuno fra i professori disse più volte di averla già sentita in radio. «Ah! Sei tu quello che canta?» Il 27 maggio, a un passo dal mio esame di maturità, 50 Special era uscita in radio, e quello stesso giorno io ero andato a comprarmi il singolo in un centro commerciale vicino a Borgo Panigale, fuori Bologna. L'avevo comprato lì perché volevo vivere in completa solitudine quell'evento così atteso. L'emozione di poter acquistare il mio disco, la gioia di vederlo esposto in vetrina accanto a quelli dei Queen, degli Oasis, di Vasco, era stata così forte che ancora oggi, a ripensarci, mi viene la pelle d'oca. Fu indimenticabile. Mi era piaciuto a tal punto che avevo tenuto lo scontrino dell'acquisto, e la sera mi ero addormentato con il cd fra le mani, trovandomelo poi ancora stretto fra i pugni al risveglio, come se avessi temuto di perderlo nei sogni. Invece era tutto vero. Alla radio avevo sentito per la prima volta la mia canzone su Lattemiele, per caso, alle due di notte di un giorno infrasettimanale. Erano passate già un paio di settimane dalla sua pubblicazione, ma non ero ancora riuscito a beccarla. Walter mi aveva detto che ci sarebbe comunque voluto un po' di tempo. Non era scontato che la canzone prendesse subito, anzi. Non era scontato nemmeno che venisse programmata. Ma io ero impaziente. Stavo studiando in vista dell'esame scritto e mi ero preso una piccola pausa. Quando riconobbi le prime note di 50 Special alzai il volume al massimo, nonostante l'ora assurda, e restai incollato alle casse, il naso che toccava il display con indicata la frequenza. Avrei riaperto i libri la mattina seguente. In seguito, dopo qualche settimana di programmazione piuttosto blanda, mentre l'esame di maturità si avvicinava inesorabile, il pezzo si era fatto lentamente strada, scalando piano piano la classifica dei brani più trasmessi dalle radio. Il giorno dell'orale era già ben piazzata, perciò era normale che qualche professore la potesse riconoscere. Ricordo bene quando, pochi giorni prima, Walter mi aveva detto con un sorriso tutto particolare stampato in faccia: «Siamo entrati ufficialmente tra i dischi più suonati in Italia!». La domanda mi era venuta spontanea. «Grande! In che posizione, Walter?» «Trecentoquarantasettesima!» rispose ridacchiando. «Ma almeno esistiamo: da qui possiamo solo salire!» E stavamo salendo. Walter era felice. Io di più. Mi sarei potuto trovare anche alla duemilatrecentoquarantasettesima posizione, sarei stato entusiasta lo stesso. Insomma, là dentro, in quella classifica, c'ero anche io! Era quello per cui avevo lottato. Esistere al di là dei muri che recintavano il mio mondo. Mi sentivo leggero come una piuma quando pensavo a quel che mi era successo, e a come mi era accaduto. Ero stato il protagonista di una fiaba moderna, di un disegno prestabilito e di un grosso colpo di fortuna nello stesso momento. Le cose continuarono a muoversi bene, perché nel giro di tre settimane il pezzo cominciò a essere suonato anche dalle radio più ascoltate, a cominciare da Radio Deejay, che fu il primo network importante a mandarlo in onda. «Ecco i Lùnapop, questi cinque ragazzi di Bologna, con la loro 50 Special.» Troppo bello per essere vero. Portare Bologna in alto con una mia canzone, sapere che la nostra musica viaggiava attraverso le onde elettromagnetiche, di antenna in antenna, di casa in casa, percorrendo il cielo come una stella cadente che inaspettata si fionda giù mentre tu la guardi meravigliato! Era più che fantastico. Una mattina mi trovavo in via Murri, fermo a quel semaforo che dura una vita, e stavo tornando a casa dopo aver preso ripetizioni di matematica in vista dell'esame, quando sentii casualmente l'intro di 50 Special uscire a tutto volume dal finestrino della macchina che mi aveva affiancato. Al volante uno sconosciuto. Almeno quanto lo ero io per lui. Nessuno, in quel periodo, conosceva il mio viso, e mi sarei potuto anche lanciare come un pazzo fuori dalla mia 500, aprire la sua portiera e gridargli addosso: «Sono io! Questa è la mia canzone!», che né lui, né nessun altro mi avrebbe creduto. Avevo i capelli decolorati, lo sguardo da ragazzino, gli occhi puliti e ingenui, gli incisivi storti. Mi limitai a spiare con la coda dell'occhio la sua reazione. Più la canzone andava avanti e più mi sembrava che lui si facesse trascinare dalla musica. Alzò ancora il volume, muovendo la testa a tempo fino alla fine del brano. Verde. Ancora non ci credevo. Si può essere più felici di così, in una vita? I professori ascoltarono la mia canzone. C'era chi batteva il tacco del piedino sotto il banco, chi faceva finta di cercare una penna e si sgranchiva le gambe imbarazzato, chi un po' si annoiava e pensava ad altro, chi era sinceramente meravigliato, e chi magari soltanto incuriosito dal fuori programma. Alla fine del pezzo ci fu un piccolo applauso, sorretto dai commenti positivi della professoressa di matematica che, in quell'occasione, si dimostrò un vero angelo. Poi l'atmosfera cambiò e tutti i professori, anche quelli che fino a quel momento mi erano sembrati più rilassati, si fecero serissimi, imperturbabili. L'esame ebbe inizio. Avevo scritto una tesina su Schopenhauer, il mio filosofo preferito. Il buon vecchio Arthur pensava che la musica fosse l'unica "vera filosofia", un linguaggio universale fatto di semplici suoni, in grado di esprimere l'intima essenza del mondo e della volontà dell'uomo. Più o meno era così. Un concetto che condividevo appieno: anzi, erano le stesse parole che gridavo ai quattro venti da almeno cinque anni! Era la spiegazione del perché avevo scelto la musica come compagna di vita, del perché mi ero fidanzato con lei prima che con Erica, del perché non l'avevo mai tradita. Dopo che ebbi esposto la mia tesina i professori cominciarono uno alla volta a pormi domande, mettendomi alla prova su altri temi. La prof di chimica mi chiese notizie dei vulcani e dei terremoti. Ne sapevo il giusto. Quella di inglese volle parlare dei Beatles, in inglese, e fu più divertente. Quella di italiano cercò di farsi raccontare qualcosa di Pascoli. Pascoli non era il mio forte. «Posso parlarle di Leopardi, se vuole» suggerii ammiccando. «Di Pascoli proprio nulla?» «Meglio il buon vecchio Leopardi, si fidi» insistetti sottovoce. «Avanti allora!» Questa volta finalmente le parole non mi sfuggirono, e recitai anche i primi versi dell'Infinito con la mano sul cuore, come se mi fossi trovato alla finale dei Campionati del Mondo di calcio, e quello fosse il mio inno nazionale. A fine interrogazione la professoressa di filosofia mi allungò la mano. «In bocca al lupo, Cesare!» Mi alzai. Uscii dall'aula con un sorriso così grande che non mi stava in bocca: avrei voluto possedere guance più morbide ed elastiche, per permettere a quel sorriso di allargarsi all'infinito. «Sono liberooooo!» gridai rivolto verso il cielo, appena fuori. Mi venne in mente il primo giorno di scuola, le prime ore di quel momento così lontano. Ero, incredibilmente, arrivato al capolinea del mio viaggio: attraverso i banchi scarabocchiati, i libri sottolineati, le sveglie controvoglia, le fughe da scuola, le interrogazioni a sorpresa, gli intervalli allucinati, i compiti da finire. Chiamai mia madre, ringraziandola per avermi tenuto in piedi nei momenti difficili. In fondo, tutti i nostri drammi e le nostre litigate erano stati appassionanti e, a modo loro, divertenti. Che noia sarebbe, per un uomo, una vita senza conflitti? Chiamai anche mio padre, che si congratulò dicendomi: «Gli esami nella vita non finiscono mai, Cesare. Ma sei stato bravo, ne hai superati già tanti». Una frase del genere, detta da lui, valeva quanto mille abbracci sdolcinati. D'altra parte non mi sarebbe piaciuto avere un padre amico con il quale conversare beatamente di qualunque cosa. La distanza è tutto, in un rapporto! Chiamai mio fratello, e Walter. E tutti gli amici, e le amiche. E chiamai Erica, e le dissi che l'amavo. «Ce l'ho fatta, amore!» «Piccolo! Sei felice?» Lo ero, sì, come mai prima d'allora. Ero finalmente libero e di lì a qualche giorno sarei partito con la band e con Walter per il nostro primo radio tour, un viaggio attraverso le città di mezza penisola per rilasciare interviste e presentarmi al pubblico. Avevamo da poco appiccicato uno sticker con la scritta "Lùnapop" sul retro della macchina di Walter, una Rover piuttosto scattante con cui avremmo macinato chilometri cercando in tutti i modi di farci riconoscere lungo la strada. Stava per cominciare un viaggio che non aveva fine, e non l'avrebbe avuta mai più. Pochi giorni prima della partenza andai a salutare Erica a casa sua. Sarebbe volata a Bali nel giro di qualche settimana, ma questa volta, stranamente, toccava prima a me dirle addio. Provavo una sensazione strana, ma non ero più triste: sapevo che di lì a poco avrei vissuto emozioni travolgenti legate alla musica. Il giorno del mio diciannovesimo compleanno, quando ancora l'ipotesi di pubblicare 50 Special era lontana, Erica mi aveva regalato un libro fotografico che raccoglieva i momenti più belli della nostra storia, immortalati in altrettanti scatti. C'era un biglietto rosso incollato sull'ultima pagina. In quel biglietto, che non ho mai buttato, c'era scritto: «I sogni, amore mio, si possono avverare. Ti amo». Facemmo l'amore per l'ultima volta. Qualcosa mi diceva che quando ci saremmo rivisti sarebbe stato tutto diverso. Io sarei stato diverso, e così il mondo intorno a me. Mentre viaggiavo in 500 verso il centro di Bologna avevo di fronte le due torri che si alzavano come due grissini innamorati davanti al tramonto, con San Luca che arrossiva accanto a loro. Ripensai al momento in cui avevo annunciato a mia madre che nella vita avrei fatto l'artista. Con che coraggio, e con che presunzione glielo avevo detto! Ero solo uno studente ingenuo e allampanato, eppure cercavo una strada, convinto che l'avrei trovata. Non esistono artisti e non artisti. Esistono e sono sempre esistite persone che si tuffano nel mare della vita senza timore, cominciando a nuotare. Imparando a stare a galla. Sognando di incontrare, un giorno, dopo mille burrasche, la loro riva. La spiaggia a cui approdare. Ognuno a suo modo, come può. È quando avremo raggiunto quel luogo che incontreremo la nostra mongolfiera. Una volta perso tutto, abbandonato ogni tentativo di raggiungere mete che non ci appartengono davvero. Quando ci saremo finalmente decisi a non cercare altro se non noi stessi, quando avremo imparato che togliendo quei pesanti sacchi di sabbia si prende il volo, allora ci sentiremo davvero, e in un solo istante, "con le ali sotto ai piedi". 50 Special raggiunge la vetta della classifica dei dischi più venduti in Italia nel settembre 1999 rimanendoci per cinque settimane consecutive, fino a metà novembre. Il singolo vende oltre 100.000 copie diventando disco di platino. Il 30 novembre 1999 viene pubblicato ...Squérez? Venderà oltre un milione e mezzo di copie e sarà il disco più venduto dell'anno 2000. La Vespa rossa di Cesare è stata rubata da sconosciuti nel maggio 2001. Cesare l'ha ritrovata casualmente sul ponte del fiume Savena, a due passi da Colunga, tre anni dopo. Ancora oggi occupa un posto d'onore nel suo garage. Indice 1. L'incontro con il pianoforte 11 2. Carla! 23 3. Freddie Mercury 39 4 D'istinto 47 5. La prima Vespa non si scorda mai 55 6. Mi Sol, Mi Do 69 7. Annus terribilis 83 8. Il nome di un fiore 105 9. Senza Filtro 113 10. Walter Mameli Producer 127 11. Febbre da concerto 155 12. La cantina di Vasco Rossi 173 13. La promessa 183 14. Semplicemente, 50 Special 197 15. Parola di Walter 213 16. Lùnapop 225 17. Il Festival di San Marino 233 18. Con le ali sotto ai piedi 245 Finito di stampare nel mese di aprile 2009 presso Grafica Veneta - via Malcanton, 2 - Trebaseleghe (PD) Printed in Italy