Aleandro Baldi, IL SOLE DENTRO. a cura di Marcello Lazzerini. Il materiale fotografico presente nel libro è stato gentilmente fornito dalla famiglia Civai Baldi. Introduzione di Marcello Lazzerini Copyright 1994 Ponte alle Grazie spa - Firenze. Introduzione "Vorrei scrivere un libro e parlar di me, aver la sicurezza di poterlo concludere con un punto". Così Aleandro Baldi in uno dei suoi primi versi. Un punto a cui ancorare la fragilità di un'esistenza marcata dalla croce della diversità. Non vedente dalla nascita. Una condizione accettata serenamente: - Chi non ha mai avuto il bene della vista non ne soffre la mancanza. Sono gli altri che ce ne fanno un problema. "Poverino" quante volte me lo sono sentito dire! Una condizione liquidata talvolta con graffiante ironia tutta toscana: - M'è andata bene. Se mia madre avesse avuto piena consapevolezza delle conseguenze della rosolia forse sarei stato un aborto! Questo punto Aleandro l'avrebbe voluto fissare già molti anni fa per annodare i fili di un'esistenza che si era dipanata lungo tre binari. Primo: il ghetto di un collegio con il quale la società si era liberata del problema dei meno fortunati, segregandoli dal mondo degli altri ("ma come può un cieco far sentire normale uno come lui? "). Secondo: la lotta per difendere il proprio diritto ad una vita "normale" e abbattere le barriere esterne e quelle imposte da un comune modo di pensare che spesso convince le vittime del proprio stato di inferiorità: - Per essere accettati bisogna dimostrarsi, in questa società, produttivi o funzionali a qualcosa. Solo così si è accolti. Non in quanto persone. Vorrei invece una società che non fosse soltanto un mercato. La vita non è una merce ma un valore assoluto. Terzo: l'universo dei sogni. Sogni premonitori, sogni guida, dentro il cui pozzo "pescava" le risorse per andare avanti e cercare la sua strada nel mondo. - L'inconscio che bussa alla porta. La mia stella polare! Questo libro è soprattutto un percorso nella ricerca della libertà: dai condizionamenti interiorizzati, dal muro del pietismo ipocrita e falso, dalle doppie verità di un mondo vacuo in cui l'onestà è una rara virtù. Una straordinaria esperienza di vita, che ha valore in sé, ma anche per la testimonianza che può dare agli altri. - Ai non vedenti come me dico sempre: buttatevi abbiate il coraggio di finire sotto un'auto, non muratevi in casa per il resto dei vostri giorni, rifiutate il ghetto che sta nelle vostre teste. Ognuno ha il suo limite. Anche gli altri. L'uomo non è onnipotente. Quaranta episodi, tante storie e momenti incasellati sul filo della memoria, sono il percorso di Aleandro Baldi verso nuove e più consapevoli solidarietà umane. Verso la fede: - Da ragazzo quand'ero nel Gabbione urlavo in silenzio dietro le finestre, mi aspettavo un aiuto da fuori. Il Vangelo - mi dicevano - è dalla parte dei più deboli, dei piccoli. Non avvertivo nessun segnale da parte degli adulti che si professavano cristiani. L'aiuto non poteva che venirmi da "dentro". Rifiutava la carità e il pietismo, cercava qualcosa di più vero e autentico. - La fede non si compra nè si vende al Supermercato. Una ricerca tormentata e sofferta contro un uso utilitaristico o consolatorio della religiosità. L'aiuto per superare gli ostacoli della vita, le porte sbattute in faccia, l'isolamento cui era predestinato, l'ha trovato raschiando il fondo delle sue immense risorse interiori. Un percorso, il suo, verso un mondo in cui la parola uguaglianza abbia davvero un senso: la lotta per la supremazia crea sempre delle diversità, delle minoranze, dei disvalori. E sono anche il diario, queste pagine - prima rarefatto poi fitto e minuzioso - dentro i misteri e i meccanismi spesso perfidi di quel "castello incantato" che è lo star system, che gli ha più volte sbattuto la porta in faccia. --- --- Ora quel mondo, che lui ha affrontato armato di una pistola giocattolo e del suo candido sorriso, lo accetta e lo esalta. Solo perché "vincente"? Ma lui lo sa. - Il successo è un elisir che va preso a piccole dosi: altrimenti t'inebria, ti droga, ti acceca. Ed io, francamente non ci tengo al bis! Lo sa e rivendica una dimensione del vivere fedele al suo mondo interiore che si svela in queste pagine. Questi racconti brevi, appunti della memoria e del sogno sono anche la cronaca di un amore: verso la musica intesa come libertà di espressione. - Quando canto mi sento come su una galassia, padrone di un grande spazio dove posso cullarmi sull'altare In un mondo come quello d'oggi in cui gran parte della gente non può fare ciò che sente dentro di sé, mi reputo fortunato. In fondo la felicità è saper accettare il piacere e il dolore, la vita e la morte. Più che una favola, una storia dei nostri giorni, con i rischi che ciò comporta, vista con gli occhi di un ragazzo che porta il sole dentro di sé. Sono profondamente felice di aver suonato con lui la tastiera. La Bianca Signora. Era avvolta da un velo bianco, trasparente. Si muoveva con grande grazia e agilità. Felina. Armoniosa. Sembrava danzasse. Si avvicinava e si allontanava, quasi volesse sorprendermi. Sapevo che intendeva sfiorarmi, forse accarezzare il mio viso, ma sentivo al tempo stesso che sarebbe stato un --- tocco fatale. Come tutte le altre volte quando a letto, malato, Lei mi si accostava non appena il suo volto fresco, profumato, si strofinava al mio, come i gatti, e le sue mani --afferravano i miei polsi. Stavolta no. Non ce l'avrebbe fatta. Ero determinato a sfuggirle, ad accettare la sfida sul mio terreno. Mi allontanai di corsa. Sentivo che mi seguiva veloce. Ansimava. Ora ero in un grande spazio aperto. L'erba verde appena tagliata profumata d'antico. L'ebbrezza di quegli odori mi dava forza e sicurezza. Ma si, mi trovavo proprio sul mio campo preferito, sempre sognato: quello dello Stadio Comunale di Firenze. Intorno le tribune di cemento, la Torre di Maratona che svettava altissima oscillante al vento come l'albero di una imbarcazione. Al centro io e Lei. Per l'ultima partita in una giornata calda, luminosa. Il suo volto ovale era bellissimo come quello di una dea. Venere? "Colei che mostra la via delle stelle" secondo i Sumeri? Dea del mattino che presiede le operazioni di guerra o le stragi, Figlia della Luna e Sorella del Sole? Non so. Certo non mi abbandonavo al suo fascino stregante e fatale. L'affrontavo a viso aperto, per la prima volta. Non ansimava più. Sorrideva. Il suo profumo mi inebriava. Era davanti a me: elegante, flessuosa, il velo bianco svolazzante. Stava al gioco, mi studiava immobile, accennando ora una mossa verso destra poi verso sinistra per bloccarmi e impedire i miei movimenti. Poteva sfiorarmi con le sue mani intelligenti. Lunghe e sottili. Sarebbe stata la mia fine. Sarei sprofondato nel vuoto. Ma non lo fece. Accettò la mia sfida e così ebbi l'impressione di prendermi gioco di Lei, dribblandola con un pallone che si trovava lì, proprio al centro del campo. Spinsi la sfera fino all'area della porta, caddi. La sua risata trionfale mi raggelò: - Hai visto che ce l'ho fatta? - sembrava dicesse. Mi rialzai. - Sei forte, sei astuta! - Le gridai. - Stavolta Non mi prendi! Dallo stadio deserto si levò un coro d'incoraggiamento. Forse l'eco di voci lontane. Avevo vinto la mia partita. La Bianca Signora svanì per sempre dai miei sogni. L'incubo era davvero finito. Mi sentii diverso da quel momento. Trasformato. Più forte, reattivo alle avversità, alle paure, alle angosce, alla Nera Signora che ci attende sulla via di Samarra, la città della mezza luna gentile di cui parla un'antica leggenda. Prima immersa nel verde, poi divenuta deserto. L'incontro con quella figura strana, attraente ma fatale non sarebbe più avvenuto lì, nel "Gabbione" di Reggio Emilia dove sono rimasto confinato per dodici anni. Più di un terzo della mia esistenza. L'inferno era finito dentro di me. Avevo 17 anni. Il peggio era passato. Di lì a poco me ne sarei tornato a casa, nel mio paese, Greve in Chianti. Ero riuscito a sopravvivere alla solitudine, alla segregazione, alle cattiverie di quel mondo assurdo, talvolta perfido, chiuso. Poco dopo - correva se non sbaglio il '78 - quell'Istituto dove avevo trascorso tutti quegli anni, fu soppresso! Perché in quegli anni si era andata affermando una nuova concezione educativa per i cosiddetti portatori di handicap. - Ma i segni di quella dura esperienza li sento ancora sulla mia pelle. Nel bene (poco) e nel male (tanto). IL VIAGGIO Era un giorno di ottobre del '66. Lasciammo Greve, la mattina presto. Avevo passato una notte agitata, contrariamente al solito. Il treno, il mio primo viaggio. Che emozione! Ne avevo sentito parlare nei racconti di mio fratello Alessio, più grande di me di tre anni, degli amichetti che ogni tanto venivano a giocare in casa mia, nei discorsi dei parenti Morivo dalla voglia di salirci sopra e viaggiare. Non so se ognuno si ricorda della prima volta che ha messo piede su questo straordinario e fantastico mezzo di locomozione. Forse no. Beh, per me è diverso: quel viaggio si è conficcato nella mia mente come un chiodo. La Sita, il pullman di linea che da Greve ci condusse a Firenze, la Stazione di Santa Maria Novella che mi era familiare nei discorsi della gente di casa, ma che non avevo ancora "visto" percepito, i predellini troppo alti per me che ero piccolo e allora il babbo che mi prendeva in collo, il fischio del locomotore, le voci, la partenza. Eppoi il rumore continuo al quale prestavo particolare attenzione: "dodon dodon, dodon dodon, dodon dodon." Quante volte, dopo, con i miei compagni ho cercato di imitare quel suono! Durante il viaggio la mamma mi raccontava con dovizia di particolari, come sempre faceva anche quand'ero in casa, ciò che mi circondava: le case dei piccoli comuni vicino a Firenze, Sesto eppoi Prato, Vaiano. Mi diceva delle montagne nella cui pancia si sarebbe inoltrato di li a poco il treno. L'Appennino Tosco-Emiliano, ma non sapevo cosa volesse dire. E ricordo anche la paura della mamma quando entrammo in Galleria, forse la più lunga d'Italia: così almeno mi disse il babbo. Mi strinse forte forte la mano destra, la mamma Temeva il buio. Il nero del tunnel, il rumore assordante ".DODON DODON, DODON DODON.". Le voci si zittirono per tutto il tratto della galleria. Poi, piano piano, la conversazione riprese. Non eravamo soli nello scompartimento. Qualcuno si interessò a me. O più esattamente al mio "caso". Non portavo gli occhialini. Quelli li ho inforcati soltanto pochi anni fa. L'assenza dei bulbi oculari faceva impressione. Agli altri. Suscitava un senso di pietà, di compassione. "Ma com'è potuto succedere? ". "Non ci sono speranze? ". "Perché non tentate un trapianto? ". Quante volte ho sentito ripetere queste domande ai miei genitori. E la mamma che spiegava, giustificandosi. "E stato per la rosolia che mi colpì durante la gravidanza. Sono malattie pericolose soprattutto per le donne in stato interessante. Abbiamo sofferto tanto. Alessio no, l'altro ragazzo più grande di Ale è normale. No, non c'è nessun fatto ereditario. La rosolia e basta. Ma a tutto ci si abitua. Del resto per Aleandro l'assenza della vista è una condizione abituale che lo accompagna fin dalla nascita.". Io ascoltavo solo di tanto in tanto quelle conversazioni che mi riguardavano. Ero rapito dal viaggio. Il cuore batteva forte. La voce della mamma mi trasmetteva l'immagine dei prati, degli alberi, delle vallate, delle stazioni, dove il treno sostò: Bologna, Modena, eppoi Reggio Emilia, dove si scese. Appena messo piede a terra presi la mano di mia madre. Per una paura forse inconscia. Faceva freddo. Più tardi, molto tempo dopo, mi resi conto che non lo era. Ma ai bambini tutto sembra molto più grande del reale. Una stazione grande e importante, carica di quell'odore strano, inconsueto, tipico di quei luoghi. Grande e importante perché in quella città avrei dovuto restarci a lungo, in collegio. Ma non mi rendevo conto, né potevo saperlo, ciò che mi aspettava davvero. Il babbo e la mamma avevano cercato di prepararmi. - Sai, per bambini come te occorre una scuola speciale dove ti insegnano a leggere e a scrivere con le mani. Ci vuole un istituto particolare: tutti ci hanno detto che il migliore è a Reggio Emilia. Non è un collegio. E un luogo dove t'insegneranno tante cose: la grammatica, i numeri, la geografia e dove incontrerai tanti bambini come te con i quali potrai giocare, divertirti, studiare. Poi il babbo e la mamma verranno spesso a trovarti. Staremo con te tutto il tempo che vorrai. - Bugie pietose per mitigare il Distacco, la Separazione. Ma dette in buona fede e con dolore. Avrebbero fatto l'impossibile per trattenermi a casa, dovunque si fossero rivolti: la scuola pubblica, il Comune, la Provincia. La risposta era stata pressoché la stessa: la Scuola Speciale. Questo, naturalmente, l'ho saputo dopo quand'ero grandicello. - Aleandro è per il tuo bene. per il tuo bene. per il tuo bene. Come il rumore, il ritmo del treno. Quante volte me lo sono sentito ripetere! Avevano cercato di rassicurarmi in mille modi i miei genitori, nascondendo anche qualche lacrima. Io mi affidavo completamente a loro, credevo, volevo credere alle loro rassicuranti parole. Sapevo che era per "il mio bene", ma qualcosa mi diceva il contrario. Certo la paura dell'Ignoto. Ma c'era una minaccia che veniva da lontano. Quando per esempio a casa combinavo qualche birichinata, i miei genitori per farmi smettere mi dicevano: - Aleandro se non fai il bravo ti chiudiamo in collegio! Metodi sbagliati che probabilmente anche loro avevano subito da piccoli. Il collegio come punizione massima, come castigo. E ora stavo per andarvi davvero. Che avevo fatto di male? Perché proprio a me doveva toccare di andare all'Istituto, lasciare la casa, i miei balocchi, i nonni, i compagni di gioco? GARIBALDI Varcammo la soglia di quell'enorme edificio. Ero emozionato e impaurito. La mamma mi aveva detto che portava il nome di un Grande Eroe. L'Eroe nazionale, l'Eroe dei due Mondi: "Giuseppe Garibaldi". La storia l'avrei appresa più avanti. Non riuscivo ad immaginarmi chi potesse essere questo Eroe Certamente un uomo buono, il cui nome aveva qualcosa di familiare. "GariBaldi", "GariBaldi". Si quell eroe di cui mi avevano parlato anche durante il viaggio i miei genitori, portava per metà il nome del nonno, il babbo della mia mamma che per l'appunto si chiamava Beppe. Forse gli era stato dato il nome di Giuseppe proprio in omaggio a Garibaldi, Beppe Baldi: suonava bene. Il ricordo del nonno che avevo abbracciato all'alba, prima della partenza, tranquillizzò il mio animo. Una persona sempre allegra e giocherellona della quale ho ereditato il senso dell'ironia. "Il nonno porcellone", lo chiamavano in casa per le sue scorribande amorose, prima che incontrasse la nonna Paradisa ora lassù, tra gli angeli. Ci voleva una donna con quel nome per sopportare un "tipo avventuroso" come nonno Beppe. Ne deve aver combinate delle belle se è vero, come è vero, che spesso telefonava una signora da Milano dicendo alla mamma e alla zia: - Sono la vostra sorellina! "Giuseppe Garibaldi. Che fosse un parente o un amico del nonno? ". Da bambini la fantasia galoppa. Il mio cognome invece era Civai. Qualcosa che forse aveva a che fare con "cibaria", "cibus", "cibo". Chissà se i miei antenati nel Medioevo lavoravano nei campi o nei magazzini per produrre civaie, legumi secchi commestibili. Gli amichetti hanno spesso scherzato sul mio nome: "Ale, ci vai o no a prendere il latte? " - Benvenuto tra noi - mi &ero con una certa formalità, appena arrivato all'Istituto. C'era aria di festa intorno: sentivo le voci dei ragazzi, accenti diversi da quelli cui ero abituato, dei maestri e delle maestre, degli inservienti e sopratutto quelle dei genitori: parlavano gridando. Voci, suoni, grida, brusii, rumori. Non mi raccapezzavo. Ero stordito per il viaggio - il Primo della mia vita! - La giornata, la stanchezza, il Nuovo dai contorni oscuri e misteriosi. Sono giorni, quelli, che si stampano nella mente e nel cuore per sempre. L'"imprinting" di cui parlano gli psicoterapeuti. Poi il silenzio, e il pianto a dirotto della prima notte nella solitudine del mio letto. Fra quattro mura sconosciute. Ero stato sistemato in una cameretta insieme ad altri tre bambini: Davide, Marco, Prospero. Gli altri, i più grandi, dormivano negli stanzoni. Lunghi lunghi. L'Istituto era considerato uno dei migliori d'Italia, ospitava circa 200 ragazzi, portatori di vari handicap come si dice oggi, ma prevalentemente con una ridotta o inesistente visibilità o disturbi mentali. Le nostre rette erano sostenute da vari enti. La mia dalla Provincia di Firenze che si occupava dell'assistenza alle categorie "protette". Lì avrei dovuto trascorrere tutto il periodo della scuola elementare e media perché quella "normale" non poteva occuparsi dell'educazione dei bambini "non vedenti" ciechi come si diceva crudelmente, allora. Non vestivamo alla marinara. Solo di nero. La divisa ce la passava l'Istituto. Le scarpe chiodate. Per non consumarle. Mamma e babbo restarono ancora per due o tre giorni. Dovevano vedere come mi comportavo, come mi adattavo alla nuova situazione, come si atteggiavano gli altri verso di me. Senza potermi parlare, starmi vicino, confortarmi, essermi d'aiuto. Una volta percepii non so come la loro presenza. Lo dissi alla maestra ma lei negò - Non è vero Aleandro, ti sei sbagliato. Credetti alla sua menzogna. Se solo avessi avuto un altro segnale della loro presenza, che loro erano lì, avrei fatto di tutto per farmi portar via. Non so se mi hanno visto o sentito piangere quella prima notte e in quelle successive. Non gliel'ho mai chiesto. Forse non l'ho voluto sapere tanto conoscevo il loro impotente dolore. Poi venne il giorno dell'addio. Dello strappo. E ancora lacrime. Stavolta anche di giorno. Non volevo credere che i miei genitori se ne fossero andati lasciandomi solo. Un bambino tende a rifiutare tutto ciò che gli fa male. Solo i bambini? Tutto, il dentro mi dava tristezza. In primo luogo l'ambiente grande, ostile, che non conoscevo neanche fisicamente. Ma non fu poi tanto difficile orientarsi nelle grandi stanze, nei corridoi, lungo le scale, nell'immenso cortile. Piano piano scoprii gli angoli da solo, memorizzando gli spazi, gli ostacoli, le cosiddette "barriere architettoniche". A proposito, il termine architettura evoca alla mia mente qualcosa che ha a che fare con una costruzione armoniosa confortevole, bella. Cos'hanno di architettonico gli inciampi che si incontrano nelle strade, sui marciapiedi e negli edifici pubblici? Su questo punto so che vi è grande polemica: personalmente ho sempre affrontato queste difficoltà in modo spregiudicato e un po' incosciente. Il fatto è che non voglio una città a misura di non vedenti Dobbiamo avere il coraggio di misurarci con la realtà così com'è: aspra, ostile, violenta. E la nostra testa che deve cambiare, vedenti e non. La mancanza di rispetto verso gli altri è la "barriera" più grossa da superare. Chiudo la parentesi. Cominciai dunque con pazienza a vincere l'ostilità di un luogo fino allora sconosciuto e misterioso, stando attento a dove mettere le mie cose: la divisa, la biancheria, le matite, i quaderni, le scarpe per ritrovarle senza difficoltà al risveglio. Vicino al letto. Poi, almeno all'inizio, mi incuteva un certo timore il grande cortile dell'istituto dove le assistenti ci conducevano, qualche volta, a giocare o, nei giorni più caldi, a prendere un po' di sole. L'ora d'aria oserei dire. Ebbene in quel cortile i ragazzi più grandi quelli, che già frequentavano le "medie" la facevano da padroni correndo e scorrazzando senza badare a noi più piccoli ancora smarriti. Ed erano spintonate, botte, scappellotti, scherzi pesanti Poi c'erano le punizioni. Ma il timore ora che ci penso era soprattutto d'altro tipo. Vicino all'Istituto c'era una caserma militare. Tutte le sere mentre eravamo a giocare lì nel cortile sentivamo il suono di una tromba. Non so perché ma venivo assalito da una infinita malinconia che diventava paura e allora scappavo il più lontano possibile per non avvertire quel suono così triste e doloroso. Una fitta al cuore. Anche oggi il suono di una tromba mi provoca un dolore antico e mi viene voglia di fuggire e andare a nascondermi. Forse mi ricorda il trauma di una lontana separazione: quella dai genitori. Righellate sulle mani durante le lezioni in classe se qualcuno si distraeva o disturbava gli altri, tirate d'orecchie - nel senso letterale del termine - "cucchi" sulla testa. In Toscana si chiamano "nocchini", dati cioè con la nocca del dito medio della mano. I sistemi educativi erano quelli. Ma ancor peggio il trattamento durante la mensa nel refettorio. Se ad un ragazzo ad esempio non piaceva la carne all'ora di pranzo, lassistente lo faceva restare lì nello stanzone per tutto il pomeriggio. Solo. Finché non si decideva a mangiare. Niente giochi, niente lezioni. Ricordo che ci ingozzavano prendendoci per il collo. Ci imboccavano a forza. I primi quattro cinque anni furono terribili, almeno per me. "Subire e tacere" divenne il nostro motto. Per difenderci da altre punizioni. Che arrivavano improvvise. Pretendevano, giustamente, pulizia nell'ambiente e quella nostra personale. Ma non ci aiutavano, neanche i più piccoli venivano accuditi. Ci dovevamo arrangiare. Se in bagno ci trattenevamo più del dovuto o se "la facevamo di fuori", o ci sporcavamo i vestiti, erano botte e minacce del tipo: "non vi manderemo a casa per le Feste, guai a voi! " Non erano minacce campate in aria, dette tanto per dire qualcosa. Ricordo che un giorno, un ragazzo appena arrivato da Pesaro, nelle Marche, da lontano quindi, piangeva disperato. Era il suo "primo giorno". Ebbene, per calmarlo, fu chiuso nel bagno dall'assistente. Vi trascorse tutta la notte credendo di essere recluso in cantina: così gli avevano detto. Con i topi. Anche noialtri avevamo sperimentato quel genere di punizione. E credevamo di essere negli scantinati. Mettere al buio chi è nato al buio è una punizione folle! Quella volta informai la maestra dell'accaduto. So che intervenne, chiamò a rapporto l'assistente ma questa negò tutto e prese a chiamarmi per l'intero anno scolastico "falsone", ovvero bugiardo. Fu allontanata l'anno successivo, ma la situazione evidentemente non era matura per eventi simili. A quell'incredibile dramma ho sentito l'esigenza di dedicare nell'ultimo album una canzone, un canto di dolore sotto forma di lettera e di speranza: il sogno che torneremo ancora, superstiti di questo Medioevo, a Saraievo. Anche noi dovevamo difenderci da piccole violenze quotidiane. Certo, ogni confronto con le Grandi Tragedie dell'Umanità è risibile, irriverente, ma sappiamo tutti che dietro le piccole si nascondono le grandi violenze. E noi ragazzi lontani da casa cercavamo di "adattarci", subendo e tacendo. Così fu per un lungo periodo. Neanche alla mamma quando veniva a riprendermi per trascorrere insieme, a Greve, il periodo delle vacanze, avevo il coraggio di raccontare la condizione in cui mi trovavo. Temevo, nel caso di un suo intervento, le reazioni e le rappresaglie dell'Istituzione Autoritaria. Eppoi quando le accennavo vagamente qualcosa mi sentivo rispondere che tutto questo era per il mio bene. Povera mamma, faceva di tutto per consolarmi. Mi raccontava perfino che anche mio fratello viveva a Firenze in un Istituto come il mio, invece che alla scuola pubblica di Greve ed ogni volta che dovevo ripartire, anche per lui, i miei genitori preparavano cartella e valigia per simulare la sua partenza verso un inesistente collegio. Sono stato "bocciato" due volte alle scuole elementari. Le mie difficoltà d'adattamento all'ambiente, l'isolamento e il silenzio nel quale spesso mi chiudevo assentandomi anche dagli altri ragazzi, erano considerati "ritardi" o resistenze all'apprendimento scolastico. Che dovevano essere puniti. Col voto e la disciplina. Libro e moschetto. La mentalità era ancora quella rigida, repressiva, quasi militaresca. Siccome avevo ripetuto la seconda elementare per questa storia del "mancinismo" ero stato classificato tra i "somari". Frequentavo le classi d'appoggio come i ragazzi scemi. Ero escluso, ovviamente, da tutte le premiazioni che si facevano ogni anno per la festa di S. Lucia, patrona dei ciechi. Me lo potevo soltanto sognare il premio! Solo l'ultimo anno fui premiato: dai "somari" ero passato nelle file dei più "bravi". Ma io non ero diverso. Mi ero fatto più furbo, più accorto: al collegio c'era un corso di "orientamento". Bisognava sapere usare le mani e i piedi come radar. Non potendo - secondo loro - utilizzare la mano sinistra facevo perno sul piede sinistro al quale l'istruttore non prestava attenzione. Io poggiavo su quello aggirando il divieto. La scuola classista, selettiva che premiava i primi ed emarginava gli ultimi l'ho comunque capita soltanto dopo: molti anni più tardi quando un amico mi fece conoscere "Lettera ad una professoressa" di Don Milani. Un libro che ha avuto un effetto dirompente verso il sistema scolastico e la società di quel tempo. Allora quelle problematiche non toccavano il nostro "piccolo e terribile mondo chiuso". Eppoi eravamo troppo giovani e dominati dalla paura. A questo riguardo mi torna in mente un altro episodio curioso, forse significativo. Un giorno ci dissero che l'indomani ci sarebbe stata una vaccinazione collettiva contro l'epatite virale. Non dormii per tutta la notte. Dalla paura ero diventato così giallo in Viso che dovetti essere ricoverato in infermeria proprio per sospetta. epatite. La paura era la nostra compagna. La nostra ombra. Sentivo che anche i miei "compagni di sventura" erano smarriti, spaventati. Era difficile maturare un senso attivo di solidarietà che, però, col passare degli anni, è cresciuto, si è affermato lentamente. Arrivato con i ritardi che ho detto alle "medie" mi ero temprato alla vita dura dell'Istituto. Anche gli altri. Eravamo cresciuti. Parlavamo delle nostre difficoltà, del daffarsi, s'intravedeva anche qualche spiraglio. Aspettavamo il momento di poter sparare anche noi "i quattrocento colpi" come i protagonisti del film di Truffaut. Un'esperienza di collegio, quella del grande regista francese che ricordava la nostra, un clima psicologico simile. Ma i tempi non erano maturi. "Protestare. Con chi? I genitori? Non capirebbero". "Gli insegnanti? Pochi sono dalla parte dei ragazzi. Gli altri si servono di noi e dell'Istituto. Un altro motivo ci frenava: il senso di gratitudine verso coloro - enti, persone, che ci avevano mandato li a studiare" "per il nostro bene". Come si articolava la giornata? Sveglia alle 7, pulizia, colazione e lezioni. Intervallo per il pranzo in refettorio e ancora scuola fino alle quattro del pomeriggio. Dalle quattro e mezzo alle sei, un'ora e mezzo per lo svago, i giochi, lo sport. Dopo cena, un po' di TV e a letto alle nove e mezzo. Durante "l'ora d'aria" trovavamo tuttavia il modo di alleggerire la pressione con innocenti e spesso stupidi svaghi: chi imitava il rumore della lavatrice, chi diceva di essere uno scaldabagno, chi un frigo. Giochi scemi per ragazzi repressi. Servivano, comunque, quelle stupidaggini - e tante altre! - a ricreare lo spirito, a squarciare - per pochi momenti - il clima plumbeo, pesante, tetro di quella nostra esistenza in balia degli altri. Ci bastava poco per divertirsi: una palla, fatta anche di stracci, i tappini delle bottigliette, un'armonica, una chitarra. IL RIFUGIO La mia "resistenza" la coltivavo di notte. Come un fiore di cui andavo geloso. La giornata nel "Gabbione" - così noi ragazzi l'avevamo chiamato - considerandolo appunto la nostra Grande Gabbia, la nostra Prigione, si svolgeva in modo schizofrenico - almeno per me - l'accettazione delle "regole" diciamo educative durante le ore diurne; l'evasione nelle fiabe e nei pensieri la notte. Pensieri di fuga, di malattia, che come rifugio talvolta Si "avveravano". Come quando, tornato a casa per le vacanze di Natale, vi rimasi oltre il tempo stabilito, "felice" di essermi beccato l'influenza e di poter restare così oltre l'Epifania tra le mura domestiche, magari a letto, coccolato da mamma Wilma, zia Liliana, babbo Giorgio, nonni, parenti vari e, naturalmente, da mio fratello Alessio. Le fiabe. Il mio rifugio. La mamma mi aveva dato un mangianastri con su registrate alcune delle fiabe più note. E io la sera le riascoltavo, anche più volte, mentre gli altri ragazzi erano nel salone comune davanti alla tv. Mi sentivo "a casa". Mi davano calore e rassicurazione. Ma soprattutto mi ci tuffavo dentro reinterpretando i ruoli dei vari personaggi: nella matrigna di Biancaneve vedevo la tirannia delle assistenti e nel Principe Azzurro la possibilità di riscatto. Di giustizia. Pinocchio no, ero io stesso, svogliato (sopratutto di fronte ai compiti di scuola), trasgressivo, testardo, noncurante dei consigli dei genitori o degli ordini degli insegnanti. Alice era il sogno, la scoperta di un mondo "altro", diverso dall'Istituto, lontano, immaginario, senza mura, senza macchine e traffico e inciampi. Molto più tardi avrei capito meglio "il mondo incantato" delle fiabe. Maghi, folletti, principi e fate: personaggi reali e simbolici estremamente semplificati, nei quali identificare il male e il bene, e proiettare se stessi oltre le nostre paure interiori: la solitudine, il buio, la morte. Per stringere relazioni significative e compensatrici col mondo che ci circonda. Senza saperlo, per me, in quelle "particolari condizioni". La mia ancora. I sogni invece non riuscivo a gestirli. E così il Lupo Cattivo imprigionato con l'aiuto del Gatto per aver mangiata l'Anatra, si liberava e tornava a spaventarmi durante il sonno. Della favola di Cappuccetto Rosso ci sono varie versioni e adattamenti. Questa è l'affascinante storia musicata da Prokofiev (Pierino e il Lupo). Lirismo e modernità del linguaggio musicale fanno di questa favola sinfonica un capolavoro. Mi ha sempre affascinato, aiutandomi a dare un senso, un corpo ai colori e ai personaggi attraverso i suoni. Ebbene, in quelle notti sentivo il Lupo ululare e, subito dopo, una voce al megafono che pronunciava in forma sgrammaticata questa minaccia: "voglio che tutti morissero! ". Chissà quali associazioni. Dove avevo sentito quella frase? Forse alla TV. Subito dopo arrivavano i soldati ad ammazzarci. Nessuno di noi ragazzi poteva o sapeva opporre resistenza. Ogni sabato lo stesso sogno da incubo, con qualche variante. Non sempre erano questi soldati, tantissimi, dalle scarpe chiodate ad uccidermi. Una volta arrivò anche Lei Avevo la febbre alta. Il suo viso nero sapeva di fresco. Mi sfiorò. Il tempo di sentire il suo profumo intenso e sprofondare nel sonno eterno. Morivo senza subire alcun atto di violenza. "Allora la morte è come noi", mi venne fatto di pensare. "Si profuma, si veste a festa". La cosa m'impressionò così tanto che da allora fui preda di piccoli collassi. Colpa degli odori? Del caldo? Di quella giornata particolare? E continuai a sognarla, quella minacciosa Signora, piuttosto spesso. Lo stesso sogno per molti giorni. Cercai di farmene una ragione per vincere la paura. La morte è un fatto naturale mi dicevo. E poi c'è chi sostiene - mi sembra fosse un antico filosofo greco - che quando arriva Lei non ci siamo più noi. Riflessioni a parte, non ero in grado di percepire le mutazioni che stavano avvenendo dentro di me. Fino a quando non riuscii a vincere il "duello" con la Bianca Signora di cui ho parlato all'inizio di questo libro. Non si può applicare in astratto, a chiunque, la psicologia dei sogni. Ognuno di questi va calato dentro la storia e l'esperienza di chi li vive, dentro la struttura del nostro personale apparato mentale. Sentii comunque che quello era un sogno di svolta, fors'anche di preveggenza. Ricordate il campo di calcio della mia città, Firenze? Il terreno di gioco verde, sfiorato da una leggera brezza e la torre di Maratona alta e sottile fino a grattare il cielo che oscillava dolcemente .? Prima non vi ero mai stato. Non avevo mai calcato quel terreno. Ero stato in Tribuna con mio cugino ad una partita della Fiorentina. Nel campo ci sono andato solo recentemente per seguire una gara di atletica. Le sensazioni di quel sogno si erano puntualmente confermate. CARPE DIEM Severa quando era il momento, giusta e affabile quasi sempre Diana Parenti la ricordo come una donna straordinaria che spesso associo al professore dell'"Attimo Fuggente", protagonista Robert Williams. Un film che ho particolarmente apprezzato perché mi ha fatto rivivere criticamente quei dodici anni di clausura a Reggio Emilia interrotti soltanto da brevi periodi di svago e gioia. Come il professore di quella storia anche lei cercava di stimolare le nostre curiosità intellettuali, di svago, di vita. Quella "vera" che stava fuori dalle mura del Palazzo e che dovevamo acchiappare al momento giusto. Ogni occasione era buona per suscitare discussioni, interesse tra noi verso la vita esterna. Me la ricordo perché aveva un'insolita attenzione ai fatti ed alla pratica sportiva: le piaceva nuotare, pattinare e quando parlava di piste per il pattinaggio a rotelle e di scarponcini la mia fantasia volava. E sapeva anche di calcio. Con una competenza che farebbe invidia a certi giornalisti sportivi. Ci raccontava durante quelle coinvolgenti lezioni che non sembravano neanche tali, la potenza del tiro di Riva rispetto a quello di Domenghini, dei lanci calibrati di Rivera e alle parate di Albertosi. Ci parlava delle finezze di Mazzola figlio di Valentino scomparso con il grande Torino a Superga nel '49 e ci illustrava ruoli e tattiche di gioco: centrocampo, difesa, attacco (ancora non si parlava così tanto di "zona"). Era ricca d'informazioni sulle squadre preferite da noi ragazzi, provenienti da varie parti d'Italia: Udine, Bologna, Arezzo, Firenze, Milano. Quei racconti erano una finestra sulla nostra città, un legame "vivo", reale con la nostra terra. Col mondo dei vivi. E le imprese della mia squadra che seguivo orecchiO incollato alla radio la domenica attraverso "Il calcio minuto per minuto", erano un mezzo per farmi sentire più vicino a casa, al mio paese. Anche oggi, ogni tanto, mi torna in mente, quasi per automatismo la formazione viola della mitica "stagione" '68-69 che aveva acceso la fantasia di noi bambini di fede gigliata. Quella del secondo scudetto: Superchi, Rogora, Longoni, Esposito, Ferrante, Brizzi, Chiarugi, Maraschi, De Sisti, Amarildo . Qualcuno certamente sorriderà. Mi prenderà in giro Anche Mario Soldati ha ricordato la nostalgia di casa, in una nevosa domenica d'ospedale a New York pensandO alla "sua" Juventus. Per noi che ci sentivamo esiliati le voci di Ciotti e Ameri che raccontavano le imprese della "nostra" squadra, erano l'unico legame con il luogo dove si era nati e che un destino avverso ci aveva costretti, contro la nostra volontà, ad abbandonare. Quando dico noi penso a Walter, un ragazzo non vedente che lavora oggi al mio posto allo IOT (Istituto Ortopedico Toscano) e a Maurizio, impiegato anche lui nello stesso istituto ospedaliero, sostenitori accaniti - tutti e tre - dei colori viola. Sempre via radio o attraverso i racconti di mio fratellO e mio cugino avrei vissuto la grande avventura calcistica e umana (la frattura alla testa e alla gamba destra) del giocatore simbolo della "nostra" Fiorentina: Giancarlo Antognoni, calcisticamente e anagraficamente più vicino a noi rispetto agli altri di cui ci parlava la nostra insegnante. L'avrei conosciuto personalmente più tardi quando lavoravo all Istituto Ortopedico e lui fu ricoverato per la famosa frattura alla gamba durante una partita. Nel box eravamo rimasti in tre: lui, sua moglie ed io. Doveva scendere giù per una visita. Si ostinava di andarci da solo, rifiutando l'aiuto della moglie che lo assisteva. - Le donne bisognerebbe lasciarle a casa. - mi disse con fare scherzoso. Tentò di farcela con le sue gambe. Invano. Le sue condizioni peggiorarono. Era puntiglioso come me: sembro morbido ma sono duro come un letto ortopedico! Anche lui dell'Ariete. Io sono nato infatti l'11 aprile del '59. La partita Il calcio dunque era la nostra passione. Dalla fantasia alla realtà. Senza il timore d'esser puniti ci avventurammo sul "terreno" di gioco, passando dal calcio "ascoltato e parlato" a quello giocato: dai lanci in classe, in attesa della lezione, di rotoli di carta pressati a mo' di palla, alle partite vere e proprie nel grande cortile dell'Istituto. Ovviamente erano botte e spintoni, calci negli stinchi, piccole cattiverie: come avviene fra ragazzi "normali": né più né meno. Non ci sentivamo "diversi". Giocavamo tutti insieme. Vedenti e non. Io mi piazzavo in un punto preciso del cortile, verso il centro, e da lì non . passavano! I miei compagni di svago, anche oggi, mi riconoscono un buon controllo di palla, l'abilità di "proteggerla bene" una volta avutala tra i piedi. Paolo Boccia, uno più o meno della mia età che ha perso la vista in un incidente di moto, e che frequento spesso a Firenze per motivi di amicizia e di lavoro, sostiene che "in campo" riesco ad assumere un notevole senso d'orientamento. Questo vale anche negli altri ambienti: strade, locali pubblici, giardini. Cinque minuti o più di "sondaggio" dell'area di gioco ed il gioco (mi si scusi il bisticcio) è fatto! Giancarlo Bigazzi, il mio "producer" dice che sono coraggioso e un po' incosciente. Non so. Per me è un fatto naturale, istintivo, poi affinato col tempo, l'esperienza, l'insegnamento degli altri. Le pareti, gli ostacoli, le barriere si "sentono": Paolo ci scherza sù, dice che c'ho le "antenne". Il suono di una cosa, per esempio un'auto che passa, una palla che rimbalza, mi fa avvertire e individuare con una buona approssimazione la distanza tra me e quella data cosa: parete, ponte, auto, marciapiede, pallone I muri poi li percepisco da vicino, senza bisogno di toccarli con mano. Credo di aver un buon senso dell'orientamento. Con Paolo ci siamo "visti" recentemente a Firenze, sotto casa sua, dove c'è un giardinetto. Ho fatto rimbalzare il pallone contro il muretto che delimita il "campo" di calcetto, dove vanno i ragazzi a giocare, e ho preso mentalmente, direi istintivamente, le "misure" dell'area di gioco. Poi "rinvoltato" il pallone in un sacchetto di cellophane abbiamo dato vita ad una partitella insieme ad altri che si trovavano nel giardino. Il sacchetto di plastica ci aiutava a "sentire" la presenza del pallone quando questo strusciava sull'asfalto e non rimbalzava. Quando la palla saltella è ovviamente più facile individuarne posizione e traiettoria. Quando posso vado a Panzano, una frazione di Greve a giocare a calcetto con gli amici nella locale palestra. Mi oriento sulle loro voci e quando voglio calciare in porta chiamo il portiere e decido di indirizzare il pallone a destra o a sinistra della sua voce. Tornando a quella partita di tanti anni fa nel cortile dell'istituto rammento che fu assai combattuta. C'erano tensioni e rivalità tra noi. Un ragazzo mi disse: - tu sei capace di tenere in mano solo un manico di chitarra. "Te lo faccio vedere io il manico." pensai e per tutta risposta gli feci passare il pallone tra le gambe. Ne fui felicissimo perché sapevo che lui era più bravo di me e l'altro aveva anche una minima visibilità. Era più forte ed avvantaggiato ma quella volta il "tunnel" C scappò. Foto di famiglia Sono stato educato alla musica fin dalla nascita. Cullato dalle note e dalle melodie. Era stato il pediatra a consigliare la mamma di tenermi compagnia fin dalla più tenera età con l'ausilio della musica. Non so quanto questa pratica abbia determinato la mia "vocazione". Però penso che una certa predisposizione in tal senso sia stata indotta proprio in quel modo Certo è che per far musica "ci vuole orecchio" come canta Jannacci. E forse bevendo musica e latte l'orecchio si è formato nel modo giusto! Naturalmente lo scopo di quel medico era un altro quello di "armonizzare" il mondo che mi circondava e che non avrei mai potuto vedere, ma soltanto percepire sviluppando tutti gli altri sensi che madre natura ci ha dato. L'udito in particolare, per distinguere e selezionare ogni genere di suoni, individuarne la distanza, misurare mentalmente lo spazio. Eppoi la musica - dice mia madre - mi dava gioia e allegria. E stata molto costante, e diligente nelle sue cose la mamma. Se il medico le diceva di comportarsi con me in un certo modo per aiutarmi a crescere senza traumi, lo faceva. Per lei e per tutti gli altri componenti la famiglia era una esperienza del tutto nuova, oltreché dolorosa - non esente da sensi di colpa per quella maledetta malattia contratta durante la gravidanza - dover tirar su un bambino privo del bene della vista. So che non deve essere stato facile per tutti cercare di trasmettermi un senso di tranquillità e di normalità, facendomi presente i rischi e i pericoli che correvo anche tra le mura domestiche: tavoli, sedie, elettrodomestici, prese di corrente, credenze, mobili vari. Devo dire però che ci sono riusciti evitando di farmi sentire come un ragazzo iperprotetto. Nessuno mi è stato addosso: ho cercato di cavarmela da solo evitando soffocanti protezioni. Credo che il loro comportamento sia il frutto di una antica saggezza, quella che ci porta ad affrontare le cose della vita con semplicità e naturalezza. Quella dei nonni materni e quella dei genitori del babbo - Mario che faceva il boscaiolo e nonna Teresa - una vita trascorsa nei campi e modellata sul cielo delle stagioni. Mio padre no. Lui ha lavorato per lunghi anni al cementificio di Testi, vicino al Passo dei Pecorai. E stata la prima grande fabbrica moderna, quella (le altre legate alla produzione del cotto o delle ceramiche sono antichissime): lì in quel gigantesco stabilimento - fonte di preoccupazione per l'ambiente: mio padre quando se ne venne via aveva un principio di silicosi - ci sono passate almeno tre generazioni di grevigiani. Il nonno materno, Giuseppe, un bell'uomo al quale dicono somigli molto, mio padre e ora anche mio fratello Alessio, devo molto al buon senso dei nonni materni, riguardo alla mia educazione, trasmesso ai genitori e a zia Liliana che vive con noi. Fin da piccolo manifestai un certo carattere, la voglia di fare da me, muovendomi autonomamente, noncurante delle smusate che avrei battuto, letteralmente e metaforicamente. Aiutano. Ho imparato presto a conoscere tutti gli angoli della casa: il piccolo corridoio d'ingresso, a sinistra il salottino nel quale un tempo dormiva il nonno Beppe e da questo Si passava nella mia cameretta; sulla destra del corridoio la cucina e di fronte le camere dei genitori e della zia; il tavolinetto tondo, il vaso con i fiori e alle pareti le foto dei nonni e dei nipotini David e Tom. L'album della mia famiglia. Un modesto appartamento all'ultimo piano del n. 11 di Piazza Trieste a Greve, un edificio delle case popolari Davanti a casa un giardino con gli alberi e qualche panchina che ormai conosco a memoria. Un vecchio edificio in un tranquillo posto di campagna. Naturalmente la presenza di mio fratello Alessio, che conduceva una vita normale, mi è stata di stimolo: aiutandomi al confronto e all'emulazione. Qualche volta le sue critiche i suoi atteggiamenti mi indispettivano. Ma accrescevano la mia voglia di riuscire nella cosa che mi ero prefissa. scherzava e si prendeva gioco di me, come accade normalmente tra fratelli che in casa sono un po' come cani e gatti. Un giorno lui prese, a mia insaputa, la palla alla quale tenevo moltissimo e la fece addentare dal cane: questa si afflosciò perdendo la sua elasticità. Si stava giocando giù nel giardino davanti a casa. E quando mi lanciò sulla testa la palla ormai sgonfia la cosa mi fece un grande effetto. Non aveva più la consistenza che a me piaceva tanto soprattutto quando l'afferravo e la stringevo tra le mani. Ebbi un senso di sgradevolezza, qualcosa di orribile mi era piovuto addosso: un animale sconosciuto, molliccio, flaccido e gelido. No, non pensai a Brenno, il mio primo cane, l'amico di tanti giochi. Un piccolo bastardo volpino che mi divertivo a strapazzare e di cui purtroppo i miei dovettero privarmi per la sua chiassosa e irruenta compagnia: correva sempre e abbaiava per le scale, dava dietro ai ragazzi col motorino, dicevano che molestava. Lo prese il parroco della Pieve di Montefioralle. Sarebbe stato rimpiazzato in famiglia più tardi da un altro bastardino: Kim, molto meno esuberante. Lo conoscevo troppo bene il mio cane per confonderlo con una. palla sgonfia! Beh quella volta mio fratello si era proprio burlato di me! Ma certo non poteva immaginare la sensazione che avrei provato colpendo di testa quelloggetto strano che forse evocava altre cose misteriose, che mi portavo "dentro". Devo invece alla sua pazienza il fatto di aver imparato ad andare in bicicletta provando e riprovando, intorno a casa. Sin da piccolo: ho avuto uno spiccato senso dell'equilibrio e della posizione rispetto al luogo in cui mi trovo. E chiaro che nei non vedenti si sviluppano maggiormente gli altri sensi: udito, odorato, gusto, tatto. Ma non in modo uguale per tutti. Conta molto la sensibilità di ognuno, il carattere, la capacità di rischiare, il coraggio. Rammento che un' estate la mamma regalò ad Alessio e a me i pattini a rotelle. Lui saltò sul letto e se l'infilò, poi appena messo piede a terra i pattini scivolarono facendogli fare un sonoro capitombolo. Io me ne infilai uno solo cominciando a spingermi e controllando la situazione. Lo usavo a mo' di monopattino. Poi, piano piano presi sempre più confidenza e non me li toglievo più: neanche per le scale di casa. Me li portai dietro anche all'Istituto, dove viaggiavo, fiero, per i corridoi sui miei pattini. Gli incidenti? Certo non sono mancati, ma servono a capire come evitare gli ostacoli. Soprattutto quelli piccoli, impercettibili. Un giorno ero con un amico a spasso per Greve e lui, premuroso mi fa: - Attento Ale, c'è un marciapiede. - L'ho "visto", ma già che c'eri potevi indicarmi anche questo filo per terra che rischiava d'impigliarmi il piede. Non te ne eri accorto? Beh, insomma, i grossi ostacoli si avvertono con il nostro radar che, però, va tenuto in esercizio. La mia fidanzata Dalla musica nella culla al "pianofortino" di legno, dalla pianola alla chitarra classica fino a quella elettrica: ecco gli strumenti della mia vocazione musicale. Oggetti incontrati nel corso degli anni senza una precisa finalità: soltanto per il gusto di strimpellare qualche strumento rumoroso: mi piacevano anche i "botti" ma quelli mi erano proibiti! Per lungo tempo è stato così. Il piccolo pianoforte di legno era soltanto un giocattolo come gli altri: ne ricavavo suoni disordinati, vi sbatacchiavo sopra le mani. L'incontro un tantino più serio con la musica avvenne dopo. Avevo sette anni. Durante l'estate di ritorno dal Collegio di Reggio Emilia feci conoscenza con Sandro, un ragazzo del paese che possedeva una pianola "Farfisa". A casa sua imparai i primi accordi, le prime melodie. Soprattutto mi resi conto che potevo suonare. Lui leggendo gli spartiti io ad orecchio: canti di Natale. Fu così che i miei genitori mi regalarono la pianola. Il mio primo "vero" strumento musicale con il quale potevo esercitarmi nei periodi di vacanza. Erano quelli i miei giorni felici, alternativi al grigiore del "Gabbione" all'interno del quale si faceva educazione musicale di tipo assai diverso. Con gli educatori musicali del Garibaldi bisognava stare a distanza. Guai a chiamarli per nome. Parlo del fans" conoscono solo il loro beniamino e si rivolgono direttamente all'artista, dal quale si aspettano ovviamente un "segnale", una personale gratificazione. Ma al giovane fan del "molleggiato" non arrivò nessuna risposta. Dopo la pianola, la chitarra. Passò molto tempo però. Avevo 12 anni. Dapprima mi ero esercitato con una chitarra prestatami da un amico di famiglia, poi il giorno di Pasqua del '71 i miei genitori mi regalarono una chitarra classica. Ne provai vera gioia perché era uno strumento da professionisti: quale riconoscimento per il giovane Ale! Mi fidanzai subito con "lei". Sapore di mare Il maestro di musica non voleva si suonasse a "orecchio" Ma nell'ora di ricreazione si formavano dei gruppi per giocare e suonare. Nei giorni di festa si avevano anche degli spettacoli dai quali però ero escluso. Mi rodevo e speravo: "chissà quando potrò partecipare anch'io a queste rappresentazioni". Arrivò anche il giorno del mio debutto". Un ragazzo stava tentando di accordare una chitarra. "Maledetta chitarra non si accorda! " Tentò ugualmente di suonare qualcosa ma lo strumento si rifiutava. - Non sai suonare - intervenni io - Non dire scemenze! - Passami la chitarra e ti mostro come si fa Gliela presi di mano e tentai di accordarla. - Vedi che non ti riesce? - fece lui. - Lo so è un casino ma ci sarà pure il modo. Ci misi tutta la mia volontà fino a che la signorina riottosa non si fece domare. Rischiai di passare da bugiardo e vanaglorioso. Ma la fortuna mi aveva assistito. E così attaccai "Sotto le lenzuola" di Celentano accompagnandomi - devo dire discretamente - con la bisbetica domata! La mia esibizione fu una sorpresa per tutti i ragazzi che avvertironO subito l'assistente poiché l'indomani ci sarebbe stato lo spettacolo e loro volevano che vi partecipassi anch'io. Il clima iniziale era un po' mutato. Nuovi insegnanti avevano sostituito parte dei vecchi. Anche tra gli assistenti c'era stato un certo ricambio. Ma metodi e strutture restavano rigidi, anacronistici rispetto ai tempi. Il Sessantotto era passato da quasi un decennio. Voci e discorsi sulla possibile chiusura dell'Istituto cominciavano a circolare. Insomma, il clima generale era mutato: meno rigido e autoritario. Erano permessi svaghi e divagazioni. Durante lo spettacolo venne il mio momento e confesso che fu un successo clamoroso. C'erano anche molti genitori, ma quella volta i miei non ce l'avevano fatta a venire a trovarmi. "Accidenti, ma dove hai imparato a suonare la chitarra? ". Rimasero tutti stupiti. Il ragazzo ripetente qualcosa sapeva fare! Le vacanze a casa le avevo utilizzate bene dando sfogo alla mia passione Furono anni di crescita e di espansione per me. Fui inviato a varie esperienze formative: la pratica dello sport, i lunghi viaggi, la scoperta del mare. Se non ci avesse pensato il Comune di Greve avrei avuto allora poche occasioni di trascorrere vere e proprie vacanze estive. Il babbo lavorava ancora al cementificio di Testi prima di finire in una bottega per la rivendita del vino Guadagnava il giusto ma la famiglia a carico era numerosa e non c'era la possibilità di trascorrere le vacanze al mare. Una vita dignitosa senza tanti fronzoli così fu per iniziativa dell'Amministrazione Comunale che potei trascorrere un periodo a Riccione Il Comune vi mandava gli invalidi e gli anziani Il mare l'avevo già conosciuto all'età di sei anni, in colonia a Calambrone, con mio fratello E quando dicevano "vieni si va a fare il bagno", credevo ci si dovesse lavare con l'acqua di mare come si fa comunemente a casa! E chiaro che era un modo di dire che non doveva essere preso alla lettera: ma nessuno me lo aveva insegnato. Credevo a tutto ciò che veniva detto. Quella volta a Riccione fu diverso. Potei godermi il mare appieno: nuotando, prendendo il sole sulla spiaggia, giocando e scherzando con ragazze e ragazzi. Fui proprio soddisfatto di poter dimostrare ciò che avevo appreso alla piscina comunale di Reggio, dove avevo avuto modo d'imparare a nuotare Il primo giorno avevo avuto un po' di timore: l'acqua mi entrava nelle orecchie dandomi una strana sensazione. Sentivo un'occlusione nel mio respiro: non era il mio mondo Poi le volte successive familiarizzai col mare, andando sicuro, senza problemi. E ci furono, durante quella estate i primi impulsi verso le ragazze. Una in particolare mi interessava. Lavorava come cameriera nella pensione presso la quale avevamo preso alloggio i miei genitori ed io. Un dubbio mi ferisce ancora. Temevo che in lei fosse prevalente l'elemento pietistico. Sentivo infatti che si rivolgeva ai miei dicendo: - Ma Aleandro mi riconosce? Quella domanda detta certamente in buona fede, mi faceva male Il pietismo è un mio tema di fondo. Vorrei che gli altri mi apprezzassero o criticassero per quello che faccio di buono o di sbagliato, senza riferimenti emotivi alla mia condizione. Purtroppo però le persone non ragionano così. C'è sempre quel maledetto "poverino" in ogni frase che si riferisce a noi. La gente non capisce che anche i ciechi vedono: col cervello. Sono convinto che chi non ha mai visto, ha comunque una percezione piena del mondo. Anche i non vedenti hanno i loro gusti: mi pettino e mi vesto a modo mio. Sento anch'io il sole, la luce, il mare, lo spazio, il calar della sera. Il nostro problema non sono le barriere architettoniche che - certo, sarebbe meglio non ci fossero - ma quelle che stanno nella testa della gente che non è abituata a far paragoni, a non relativizzare ogni cosa Il personaggio di un romanzo di uno scrittore spagnolo dice spesso "ognuno ha il proprio limite! " Il mio forse è questo Un problema che riguarda soprattutto la mia persona Agli altri il compito di conoscere il proprio limite accentandolo ed accettandosi Nessuno è onnipotente Questo punto di "vista" può aiutare a considerare la relatività delle cose e delle persone. Non c'è bisogno di essere menomati fisicamente per avvertire i nostri limiti Probabilmente gente come noi ne ha di più. Così è la realtà. Danimarca All'Istituto i giorni erano tutti uguali salvo qualche sortita allegra in pizzeria a Reggio, in piscina o gli incontri positivi con alcuni insegnanti - Della nostra insegnante di. calcio ho già detto, ma mi preme ricordare anche quello di applicazioni tecniche, Leopoldo Bertani. Mi piaceva il suo modo bonaccione tutto emiliano di fare: rideva, scherzava con le donne. Teneva a far sapere di essere stato il primo maestro di canto di Iva Zanicchi. In lui ritrovavo l'allegria del nonno Beppe. Il suo modo gioioso di prendere la vita, mi è stato più utile di tante lezioni! Mi ha aiutato a tirar fuori quel carattere allegro e quello spirito ironico che gli anni bui precedenti avevano nascosto anche a me stesso Ma è soprattutto Romano, il meccanico addetto all'officina dove si riparavano le biciclette che mi ha "aperto gli occhi" sul mondo dell'Istituto, microcosmo del nostro travagliato pianeta sociale. Aveva poco più di trent'anni allora, e con noi ragazzi era riuscito a stabilire un rapporto di amicizia e un ruolo di guida. Era lui che mi esortava a rischiare, ad uscire dal guscio: - Aleandro meglio finire sotto un'auto che restare in casa fra quattro pareti per tutta la vita, come il povero ragazzo cieco che non esce e non ìncontra nessuno. Spesso ci portava a casa sua noncurante dei consigli d'insegnanti e assistenti che lo mettevano in guardia: - Chi te lo fa fare, è un rischio troppo grosso, pensa succedesse qualcosa Non è mai accaduto niente. Abbiamo parlato, scherzato e condiviso discrete abbuffate. - L'Istituto è superato - mi diceva - serve soltanto a dìfendere posizioni di comodo, non a voi ragazzi . - Il nostro rapporto è sopravvissuto alle mutevolezze della vita. E uno dei pochi che ha retto oltre il periodo di Reggio Emilia. Con il suo aiuto, quello della Parenti e di qualche altro reggevo meglio la vita nel "gabbione" Avevamo messo su anche un gruppetto musicale sotto la guida di un giovane che faceva il veterinario. Fu lui ad insegnare a tutti noi come stare in un complesso: ognuno doveva svolgere il proprio ruolo, senza prevaricare. Capii da lui cosa volesse dire far parte di un gruppo: aiutarsi, rispettare gli altri, evitare di strafare. Nelle ore di libertà alternavamo musica ai primi approcci con le ragazze verso le quali manifestavo tuttavia una certa timidezza: Maura, Clara, Betty. La mia condizione di non vedente costituiva ovviamente un limite, soprattutto psicologico. A questi incontri ci andavo sempre con molta trepidazione Stavo a farmi mille domande su come poteva andare, nel senso di riuscire a fare o meno buona impressione Era difficile allora, per me, inserirmi nel "mondo normale". Non volevo mi giudicassero "diverso" anche come persona non soltanto per via della vista, che non c'era. Il "mondo degli altri" era ancora un mistero C'erano doppie barriere da abbattere. Dentro di me e fuori. Me ne resi conto l'estate successiva durante un viaggio che il Comune di Greve aveva organizzato in Danimarca, in un paese con noi gemellato e, curiosamente dal nome quasi simile: Grevestrand, un luogo di mare con una grande spiaggia. Una bella esperienza per me che non ero mai stato all'estero Grandi pianure, giardini ben curati, case linde e semplici, profumo di nuovo, rumori attutiti. Un senso di pace e di confine del mondo. No, non c'era il cicaleccio chiassoso di Greve anche se le foreste tutt'intorno alla cittadina richiamavano alla memoria i boschi umidi di Lamole Faceva abbastanza caldo per essere al Nord d'Europa tanto che ne approfittai per fare un tuffo nel Baltico Sarebbe stata una bella estate se mi avessero lasciato vivere e agire in libertà L'errore del Comune fu proprio quello di assegnarmi una accompagnatrice, tutta sola per me Una brava persona, ma troppo vigile nei miei riguardi. Ciò mi dette un senso di soffocamento e di disagio che provavo soprattutto per lei, la quale non sapeva come comportarsi nei miei confronti e mi stava sempre vicino. Gli altri se ne andavano in giro ed io non potevo seguirli per timore mi accadesse qualcosa o non fossi adeguato alle diverse situazioni che Si potevano presentare. "No, così non va" - pensai - "non è questo il modo di prendersi cura di un non vedente, così facendo se ne limita la sua persona, accentuandone la segregazione". E così appena rientrai al mio paese scrissi una relazione al Comune per chiedere che l'anno successivo, se volevano ch'io facessi ancora parte del gruppo, non mi affidassero ad una sola persona. Tutti si devono sentire partecipi e responsabili di me in egual modo: solo così avrei potuto abbattere anch'io gli steccati "interni". Il Sindaco di allora accolse la proposta e l'anno dopo lesperienza fu del tutto diversa: non ero più il ragazzo cieco da accudire, controllare e isolare, ero uno fra i tanti, al quale prestare un minimo d'attenzione quando ve ne fosse bìsogno Da parte di tutti. Così potevano rendersi utili e solidali senza particolari sacrifici. Il mondo degli altri C'era un ragazzo di Udine, Alessandro, ritenuto da tutti come il più buono, pacifico, tranquillo. I ragazzi gli davano del "tonto" per il fatto di non reagire mai ai perfidi scherzi dei più grandi ed alle punizioni degli insegnanti. Successe che un giorno Ale fosse più allegro del solito e volesse comunicare questo suo stato d'animo al maestro. Questi però era nervoso. E al primo accenno di esuberanza lo cacciò fuori dall'aula. Il fatto però è che in classe quel giorno ci fossero soltanto loro due: maestro e alunno, entrambi non vedenti. Qualcuno passò nel corridoio e chiese perché Alessandro si trovasse fuori dall'aula. - Niente, non ho fatto niente; ero solo un po' allegro. L'episodio non passò inosservato e quando quella stessa persona aprì la porta dell'aula, vide il maestro solo dietro la cattedra, la classe vuota - Sono arrabbiato, sono arrabbiato perché ho problemi a casa - balbettò il burbero insegnante - Lei è arrabbiato e se la rifà con un ragazzo innocente? Beh, quella fu l'ultima goccia che fece traboccare il vaso. Ormai la protesta era cresciuta, il tempo del cambiamento era maturo, l'istituzione segregante era stata fortemente contestata. Altrove si facevano, da molti anni, esperienze diverse: si parlava dei college inglesi integrati con la realtà territoriale. Era il momento che la società aprisse gli occhi sui problemi dei ragazzi portatori di handicap liberandoli da uno stato di isolamento e prigionia che serviva a scaricare il problema sociale da un lato e, dall'altro, a dar sfogo alle frustrazioni di docenti e personale inserviente che in un istituto come quello potevano conservare il monopolio del potere limitando la nostra voglia di vita Proprio quell'anno - era il 1976 - l'Istituto fu chiuso Era anche il mio ultimo anno di frequentazione I due momenti stranamente coincisero. Il tempo del silenzio era finito. Avevo scontato la mia condanna. Ripensando a quel periodo avverto tuttora un grande senso di rabbia per quegli anni passati là, per il clima repressivo e d'isolamento dal mondo che si viveva, ma anche per la doppia verità che veniva continuamente proclamata: "è per il vostro bene, è così che deve essere, senza di noi non avreste altro modo." Mi rendo conto di essere stato uno dei più acerrimi nemici del "Garibaldi". Si svolse tutto con grande normalità. Il giorno della partenza l'avevo già vissuto e desiderato tante volte che quando arrivò davvero non ne fui per niente emozionato. Venne la mamma a prendermi per accompagnarmi a casa. In treno, insieme a noi, un ragazzo di Pisa Il passato era alle spalle. In treno si parlò del futuro che mi attendeva. La casa, gli amici, le cose da fare: la musica in primo luogo Forse il conservatorio. Un'idea coltivata a lungo negli ultimi tempi Non c'era allegria Dentro mi portavo ancora la paura e la rabbia cresciute insieme a me in quei dodici anni, squarciati soltanto da pochi, rari momenti di allegria e di spensieratezza, dal ricordo di alcune persone care che mi hanno aiutato a "guardar fuori dal Gabbione" Mi avvicinavo a casa con una sottile inquietudine Avevo paura Di che cosa? Non so. So soltanto che essa ci aiuta Forse del futuro incerto che mi attendeva La paura d'incontrare "il mondo degli altri" Le porte in faccia Il mio istinto non s'ingannava Gli amichetti di un tempo mi avevano dimenticato Avevano ricostituito nuove amicizie e per il ragazzo non vedente di Reggio Emilia non c'era più posto tra loro E normale che ciò avvenga. Da noi si dice "chi va via perde il posto all'osteria" Gli svaghi delle vacanze estive erano solo il frutto della nostalgia. I buoni propositi "vedrai, quando tornerai dal collegio faremo tante cose insieme." se li era ingoiati il tempo. Alla Casa del Popolo, che è un po' il ritrovo del paese, si vergognavano di parlare con me. Sentivo un grande imbarazzo intorno. E un profondo senso di vuoto. Non sapevano che dire, come trattarmi, come rapportarsi a me. Meglio evitare. Per un certo periodo avvertivo questo cordone sanitario che mi isolava dagli altri. Finita una battaglia, un'altra ne doveva cominciare. Poi anche allora, in un sogno trovai la chiave giusta. Stavo camminando da solo in un giardino, grande, profumato pullulante di persone: ragazzi che correvano, voci di donne con bambini piangenti e urlanti, rumori d'ogni genere. Ma soprattutto una cosa mi colpì: lo zampillare di una fontanella al centro del parco. Acque fresche, rigeneratrici, una carica di energia in una giornata calda e soffocante di quelle che tolgono il fiato ed è come se il mondo si fosse appoggiato sulle tue spalle stanche. Mi svegliai che stavo bene. Rinfrescato da quel getto continuo e tonificatore. Decisi che da allora sarei uscito di casa da solo, senza la compagnia della mamma o delle altre persone di casa. Feci il gran passo con serenità e determinazione Sì, i rischi c'erano, ma bisognava avere il coraggio di affrontarli Mi ritornarono a mente le parole di Romano: - Ale devi sfidare il mondo esterno, guai a finire la vita chiuso tra le mura domestiche Di lì a pochi giorni i ragazzi cominciarono a fermarmi per la strada, prima poche parole di circostanza: "come stai, cosa fai di bello, cerca di fare attenzione, qui c'è una colonna, vieni che facciamo un tratto di strada insieme devo andare anch'io a prendere il latte " poi il rapporto divenne sempre più familiare e meno epidermico Cominciavo a non sentirmi più "straniero" nel mio paese Non ero più una presenza imbarazzante, ma questo non risolveva il problema del che fare da grande Quale futuro potevo cercare di costruirmi In casa ci fu il gran consulto Io dissi la mia: volevo studiare chitarra classica, al Conservatorio I miei genitori furono d'accordo. Ma la vita frappone continui ostacoli. Barriere spesso insormontabili E così il mio desiderio fu subito frustrato. - Non esiste nessun metodo giusto per questo ragazzo - dissero a mia madre che mi accompagnava - Nessun insegnante conosce il braille. Neanche l'Unione Ciechi mise una buona parola nel senso di testimoniare che ero in grado di frequentare il onservatorio come un ragazzo normale Ci rimasi male per questa porta sbattuta in faccia. Prima avevo dovuto fare i conti con l'istituto della Segregazione, ora con quello del Rifiuto. Accettai con dolore questo nuovo no. Seppi dopo che in altri Paesi non era così: anche i non vedenti potevano essere accolti nelle scuole di musica. Ma qui da noi siamo ancora indietro: c'erano e ci sono - molte cose da cambiare per costruire una società in cui la lotta contro l'emarginazione di tante categorie non sia più soltanto uno slogan talvolta pietistico tal'altra strumentale, ma si possa davvero cambiare il modo di essere delle strutture educative, scolastiche, burocratiche e via dicendo. Non mi rimase altra strada che quella di frequentare un corso di massofisioterapista presso l'Istituto per i Ciechi di Firenze. Niente musica, la strada era quella obbligata, riservata a molti di noi non vedenti. Da un ghetto all'altro. Questa fu la mia prima sensazione. Ma qui era diverso: avevo la possibilità di frequentare il mondo esterno, coltivare amicizie e ambizioni. A un prezzo sempre alto. Questo però non era soltanto un problema mio bensì di chiunque voglia seguire una propria vocazione. Da solo in mare aperto Presi a navigar in mare aperto Da solo. Senza bastone né cane: amo gli animali, non voglio debbano esser ridotti a far i servitori dell'uomo. Ogni mattina salivo sul pullman di linea che fermava proprio davanti a casa e mi recavo a Firenze dove acchiappavo l'autobus per raggiungere l'Istituto Cominciai così a socializzare con gli altri. Durante il viaggio conversavo con la gente, i pendolari che ogni giorno Si recavano a Firenze come me. Fraternizzavo, non mi sentivo più solo. Ciò mi fu di grande aiuto a conoscere e frequentare il mondo degli altri. Una grande conquista Alla emarginazione sociale non dobbiamo aggiungere la nostra Non chiudiamoci nel nostro buio. Quando qualcuno mi chiede che cosa dovrebbero fare i non vedenti, rispondo: - Abbiano il coraggio di uscire da soli, di finire sotto un'auto! Non devono murarsi in casa! E chiaro che questo è un paradosso, ma dietro si nasconde la mia verità. Chi nasce cieco non sa di esserlo E chiaro che chi non conosce una cosa non può soffrirne la mancanza. Il problema lo hanno creato gli altri, ricordandocelo ogni giorno Ma la società crea difficoltà a tutti. Non soltanto ai non vedenti e ai portatori di handicap. E indubbio che siamo anche vittime di questo modo di pensare che riguarda tutte le minoranze, tutte le forme di diversità. Il primo passo verso l'uguaglianza è il superamento di questa mentalità. Mi rattrista vedere i miei compagni di sventura che tendono, ovunque, a riprodurre l'istituzione, a far gruppo a sé; a non misurarsi con gli altri, ad accettare uno stato d'inferiorità Casa, lavoro e Tirrenia (d'estate) Così si svolge la loro vita No, proprio non mi va Questo accadeva anche agli immigrati italiani in cerca di lavoro all'estero, accade alle minoranze etniche nel nostro paese, ai "vu cumprà", ai soggetti ed alle categorie sociali più deboli Il coraggio di stare nel mondo in mezzo agli altri, come persona che ha qualcosa da dire e da fare e anche da chiedere. Questa è stata la sfida della mia vita. Presi passione, più che alla vita interna della scuola, che in parte riproduceva quella del "Gabbione", alle materie di studio, soprattutto quelle che mi aprivano alla professione: patologia medica, semiotica, chinesiologia, contabilità aziendale, dattilografia per il Braille ed altre ancora. Non avevo tempo per pensare ad altro. Non sapevo cosa volesse dire la parola "noia". E intanto la musica continuava a covare sotto le ceneri. Al secondo anno ci fu il regalo della prima chitarra elettrica da parte di alcuni amici di famiglia di Livorno. Un dono bellissimo nel giorno di Pasqua. L'uovo più bello! Potevo far musica sia pure in modo dilettantistico. Avevamo formato l'anno avanti con altri sei ragazzi, all'internO della scuola, un complessino. Tanta era la voglia di suonare, comunicare il nostro entusiasmo giovanile! Io allora non cantavo. Mi arrangiavo alla chitarra: le voci erano due, due ragazzi. "The Moon Sound" si chiamava il gruppo formato da non vedenti e semivedenti Partecipammo ad un concorso classificandoci quarti. I pezzi che più mi piacevano? Europa e Sambapati dei Santana. Non rinunciavo a suonare neanche con la febbre a 38. Una sera successe che il cantante era giù di voce e allora mi dissero di provare. Cantai per la prima volta in pubblico, mi pare fossimo alla Casa del Popolo di Greve Il mio primo pezzo "cantato" davanti alla gente fu Occhi verdi di tua madre. - Senti che vocina c'ha Aleandro - fu uno dei primi commenti. Non pensavo minimamente di fare il cantante. Suonavo e cantavo per me, per una mia esigenza interiore. Il gruppo si sciolse presto. Tornai agli studi che avevo un po' trascurato. Qui ci fu l'incontro con l'insegnante di matematica, materia nella quale ero debole, allora - la professoressa Mirabassi, prematuramente scomparsa. Trascurava la salute per dedicarsi all'unico scopo della sua vita: l'insegnamento della materia che amava più di se stessa. Era bravissima. Mi comunicò vivo interesse per quel campo di studi, ma in particolar modo ricevetti da lei un grande esempio: lo spirito di abnegazione, la passione per le cose che sentiamo "dentro" come vitali per noi, la voglia di coltivarle per il nostro arricchimento culturale e spirituale. Così feci con la musica Ma intanto dovevo trovarmi un lavoro. Il prosciutto Appena diplomato (con la media del sette: non ero più il ragazzo "ritardato" del "Gabbione"! ), trovai subito lavoro appunto come massofisioterapista allo IOT, l'Istituto Ortopedico Toscano sul viale dei Colli a Firenze per via della legge sul collocamento Era il '79 L'ambiente mi piacque subito: fui preso a ben volere dai compagni di lavoro, vedenti e non: il fatto di essere il più giovane ed inesperto, suscitò nei miei riguardi simpatia e incoraggiamento Non mancarono gli scherzi e le scommesse sulla mia capacità o meno di apprendere il "mestiere". Beh, quella, fu una giornata particolare Mi alzai presto, avvertivo una certa trepidazione, non volevo perdere l'autobus Quella mattina era il 3 dicembre, l'aria era più pungente del solito Ma non avvertivo la differenza. Il sangue mi "batteva in testa" Mi dicevo "Ale stai calmo! Alla conoscenza scolastica della materia basta aggiungere un po' d'esperienza e in poco tempo sarai padrone di te stesso". Ero emozionato, felicemente turbato Non era il lavoro che avevo scelto di mia volontà, ma ero soddisfatto delle cose che avevo appreso, dell'esperienza che mi accingevo a fare. In fondo ciò che conta è di essere in pace con se stessi. Ed io lo ero. Ne ero anche orgoglioso. Quando la Sita ci lasciò, me e la mamma, a Firenze, ci avviammo di buon passo verso il mio nuovo destino. Non ero più il bambino spaurito che affrontava l'ignoto, solo e lontano da casa. Ero consapevole di ciò che mi attendeva. Serravo nelle mani la mia vita. E forse anche quella di qualcun altro se le avessi usate bene! Varcammo la soglia dell'Istituto che ero più tranquillo. L'allegria aveva preso il sopravvento sul timore. Meglio aggrapparsi a qualche battuta per rompere il. ghiaccio. Fu uno scherzo ad aiutarmi a familiarizzare Uno dei colleghi più anziani, Antonio, mi chiese da dove venivo: - Da Greve in Chianti - gli risposi. - Vuol dire allora che vivi in campagna, no? - Sì, intorno c'è anche la campagna. - Se vuoi lavorare con me domani mi devi portare un prosciutto intero, non sarà difficile per te procurartelo. Tornato a casa mi feci comprare dai miei genitori il prosciutto e l'indomani mi presentai con quel fardello piuttosto pesante. Scoppiò una risata generale. - Bischero, era uno scherzo e tu l'hai bevuto! Ero proprio un candido. - E come faccio a riportarlo indietro, visto che pesa e ingombra così tanto? Non ce ne fu bisogno. Ci pensammo tutti insieme a risolvere il problema! La mia giornata? Mi alzavo all'alba. La solita Sita sotto casa, poi un lungo tratto a piedi fino all'ospedale. Da solo. Il nostro lavoro si svolgeva in due reparti: fisioterapia e palestra. Nel mio reparto venivano trattati i malati esterni: molti arrivavano per la riabilitazione dopo un incidente stradale, cadute tra le mura domestiche Insomma tanti piccoli casi che mi portarono a conoscere tanta gente Piano piano uscivo dal mio guscio, mi aprivo agli altri, socializzavo a base di consigli, discorsi su vari argomenti - lo sport in primo luogo - barzellette Cominciavo a realizzarmi come persona Comunicavo Con la parola e con le mani Lavoro e amicizia La più grande soddisfazione nel mio lavoro l'ho avuta quando, durante il tempo libero, frequentavo una squadra di atletica leggera: l'Assi Giglio Rosso. A Greve avevo fatto conoscenza con un giovane atleta, allora studente in farmacia, che praticava il salto con l'asta: Gianni Stecchi che nell '86, l'anno del mio primo Sanremo, sarebbe diventato campione italiano con 5 metri e 60. Questa conoscenza si trasformò in profonda amicizia, con lui e Carla, sua moglie. Sapendo della mia attività mi chiese di praticargli a casa una serie di massaggi per tenerlo nella giusta condizione atletica. Fu lui a volermi introdurre nell'ambiente sportivo ritenendo che i miei consigli ed il mio lavoro potessero essere di una qualche utilità alla squadra. Questi ragazzi erano molto pressati dalla loro società, dovevano essere in forma per forza, ottenere dei risultati. ed io, invece, dal mio piccolo li consigliavo dicendo a ciascuno di loro, quando erano sotto le mie mani: - Pensa in questo momento a te, lascia perdere la società Il tuo rendimento va valutato non volta per volta, ma nel corso di una stagione. È una questione psicologica, di bioritmi, di condizione fisica che non può essere sempre la stessa. Mi rendevo conto che il loro problema era lo stress, la pressione psicologica che subivano. Entrai a far parte, come massaggiatore ufficiale, della squadra e vi restai per tre anni. Mi ero conquistato la loro fiducia. Avvertivo anche, prima delle competizioni, chi ce l'avrebbe fatta e chi no. Cercavo comunque di tranquillizzare tutti. Talvolta mi capitava di dover dire a qualche atleta: - Guarda, se devi fare proprio questa gara falla, ma sappi che non sei in condizione, io non posso migliorare più di tanto questo tuo stato . Partecipavano alle corse più consapevoli dei loro limiti e delle loro effettive possibilità, dando il massimo. La verità, la conoscenza del reale è sempre meglio di una menzogna, anche pietosa. Cercavo di trasmettere loro le mie esperienze rielaborate mentalmente. Negli ultimi anni del collegio avevo trovato insegnanti che mi avevano incoraggiato "vai tranquillo, non ti preoccupare se sbagli.". Mentre prima ogni errore veniva punito con metodi da "Inquisizione", e quindi la paura di sbagliare ti spingeva all'errore, l'alleggerimento della tensione e dei carichi di responsabilità portava ad una riduzione del margine d'errore. Passavo molte ore con la squadra che seguivo anche nelle trasferte. Mi ricordo quella di Pescara: mi ero dato tanto da fare per massaggiare questi atleti in modo che potessero ben figurare, ero stanco morto quando rientrammo a Firenze alle cinque del mattino. Non andai neppure a riposare: presi il pullman alle sei e mi recai direttamente al lavoro! Non si parlava, durante queste trasferte, di ciò che stavo facendo sotto il profilo musicale. Mi interessavo più io alle loro problematiche. Facevo tante domande, ad esempio, sul ruolo dell'allenatore. Secondo Gianni questi è come uno "specchio" per l'atleta perché chi gareggia ed è sotto sforzo non è lucido in modo tale da ragionare sulle tecniche e la tattica da usare per sfruttare al massimo le sue possibilità Si parlava anche di calcio. Mi domandavo perché mai le società cambiano spesso allenatore, talvolta indipendentemente dai risultati ottenuti. Ho tentato di dare una mia risposta: perché è solo una questione di stimoli L'allenatore dà all'atleta degli stimoli inconsapevoli che con l'andare del tempo vengono incamerati, elaborati, eppoi smaltiti. C'è bisogno continuo di nuovi stimoli Fu un periodo bello, di arricchimento e anche divertente: spesso scherzavano con me, prendendomi in giro. Qualcuno mi paragonava al famoso Cavanna, il massaggiatore cieco e confidente di Fausto Coppi. Io mi schernivo, ero semplicemente Aleandro il ragazzo che sognava Musica naturalmente e tante altre cose terribili Da quella esperienza ed in particolare da Gianni ho imparato il fatto che "tutte le persone sono uguali indipendentemente dall'attività che svolgono se ogni lavoro è frutto d'impegno, di sacrificio, di creatività, di lotta ." così mi diceva spesso Furono quegli gli anni della mia "espansione" Il nuoto, il karatè, qualche partitella di calcetto, le discussioni. Tante, di sport, politica, cultura, religione. Respiravo a pieni polmoni. Oltre alle tecniche di cura, cercavo di dare ai pazienti un apporto umano che forse con il medico non era possibile che riuscissero ad avere. Mi era più facile per il discorso del contatto fisico, del tempo che dovevano passare sotto le mie mani Spesso però il nostro lavoro non veniva adeguatamente riconosciuto. "Qui nell'ospedale si sfanga fino ad un certo punto - mi dicevo - ma professionalmente sono magre le soddisfazioni: i meriti se li prendono i medici anche per la loro importanza sociale". Qualcuno però si poneva la domanda, a guarigione avvenuta: "saranno state le cure fisioterapiche o i farmaci? ". Comunque ero contento: le paure interiorizzate negli anni del Collegio erano in buona parte svanite. Potevo addirittura essere io d'aiuto a qualcuno anche sotto il profilo umano. E stato all'ora che ho stretto alcune amicizie importanti. Non soltanto con i colleghi di lavoro, anche con alcuni occasionali "pazienti". Uno di questi, Carlo Caroti, è diventato il mio "consigliere". Trascorro molte giornate insieme a lui ed alla sua famiglia quando sono a Firenze, si parla, ci si confida, ci si aiuta Il giorno il lavoro, la sera lo studio della musica, da un maestro di Greve, Riccardo A casa provavo e riprovavo le canzoni più note di Celentano, Gianni Morandi, Ranieri e Battisti, con grande emozione. Poi mi interessai ai gruppi: l'Avanguarde Generation, la PFM, il Banco di Mutuo Soccorso, gli Osanna. I Beatles no, sono arrivati dopo nel mio universo. O meglio io sono giunto molto più tardi all'appuntamento con coloro che hanno rovesciato il mondo. Allora c'era la canzone melodica tradizionale ed il "rock 'n roll" e loro sono andati oltre, reinventando il modo di far musica, lasciandosi alle spalle quella con "i riccioli", i gorgheggi e gli acuti. Impossibile non riconoscere la loro importanza nell'avvento melodico anche italiano, ma meno nel mio caso personale. Più tardi nacque un forte desiderio quello di dedicarmi allo studio della chitarra classica. Mi rivolsi così ad un maestro di Conservatorio, Paolo Paolini, un chitarrista che suonava la viluela, una chitarra barocca Mi dette utili consigli per correggere la mia cattiva educazione musicale e mi indirizzò da un altro chitarrista, Tony Sidney Avevo 22 anni e componevo già le prime scartoffie di canzoni un pezzo, mai registrato, s'intitolava Sotto la vigilia di Natale un ricordo d'infanzia. Fu con Tony dunque che appresi un modo nuovo di suonare la chitarra moderna e comporre. Con lui recuperai il tempo perduto e ritrovai l'incantesimo delle fiabe: stava preparando una composizione per La Bella Addormentata nel Bosco. Mi si schiusero così le porte dell'apprendimento che mi erano state sbattute in faccia. Da piccolo avevo avuto dei maestri che mi avevano imposto di suonare il piano con una particolare diteggiatura Prima Paolini, poi Tony mi fecero capire che al di là di qualsiasi tecnica, l'importante è quello che ad un artista gli esce da dentro, del cuore. Per la mia formazione fu importante lo studio dei classici. I classici Passavo ore ed ore ad ascoltare e quindi a interpretare brani tipici per lo studio della chitarra classica Non potendo leggere gli spartiti, dovevo andare ad orecchio: da Villa Lobos (stupendo nella sua capacità di sposare Bach con la tradizione india) a Segovia, il più grande chitarrista, da Narciso Jepez, un bell'esercizio i suoi "Giochi proibiti", a Mozart, il Genio: la cui vicenda umana mi incuriosiva e affascinava più di ogni altra (sarei curioso di "vedere" il film a lui dedicato "Amadeus" che mi è sfuggito) E poi Beethoven (ogni tanto mi diletto con la sua "Sonata per Elisa"), Sorr, che ha rielaborato Mozart, Giuliani ed altri ancora Ora posseggo tre chitarre classiche (oltre ad una acustica e una elettrica) e spesso mi tuffo nelle note dei grandi chitarristi: è sempre salutare respirare aria buona e approfondire e migliorare la mia "diteggiatura" Devo dire che lo studio dei classici non ha influenzato, almeno direttamente, il mio modo di far musica; sono stato piuttosto orientato verso il "pop" ed il "country". E chiaro che queste mie ricerche, questo percorso musicale, non era finalizzato alla professione, bensì alla mia crescita interiore, alla mia voglia di esprimermi e comunicare ciò che sentivo agitarsi in me, nella testa e nel cuore Alle mie antiche aspirazioni musicali avevo dato un break. Il mio mestiere era quello di "massaggiatore", l'unico lavoro possibile che allora un non vedente potesse svolgere insieme a quello di centralinista. Quante energie compresse e sprecate! Vivevo dunque una vita schizofrenica come molti del resto che coltivano i loro hobbies e le loro ambizioni con una passione ed una dedizione immensa. Mi alzavo alle 5 e mezzo, poi la Sita, una bella passeggiata romantica fino all'Istituto dove passavo buona parte della giornata La sera e la notte musica. A Firenze, con il mio maestro o a casa. Componevo, cantavo, scrivevo e mettevo da parte. Devo dire che mi davo pienamente sia alla musica che alla fisioterapia Giornate intense, sfibranti, che passavano via veloci senz'altri svaghi o distrazioni. Ogni tanto mi prendevo dei momenti di libertà, di riflessione Solo con me stesso Vivevo bene anche il mio momento lavorativo Mi sentivo più elevato rispetto agli altri che magari si lamentavano per il turno, per il carico di lavoro, per i dissidi con la struttura ospedaliera e con i colleghi Io reggevo meglio l'urto di queste cose, perché sapevo che la sera mi aspettava la mia chitarra Ciò che mi offriva la musica era una cosa grande anche se non mi dava alcun sbocco professionale. Quella vita durò sette anni. I giorni passavano uguali ma intensi di incontri, di contatti, di emozioni. Ero già un altro rispetto al bambino chiuso nel "Gabbione" lontano da casa. "Il ragazzo solitario che urlava dietro una finestra e nessuno se ne accorgeva mai". La fede Mi incontravo spesso, con ragazzi che allora frequentavano l'università, il sabato sera o nei giorni di festa Si andava in pizzeria eppoi erano discussioni a non finire, per niente banali Guardavamo il mondo cercando di capirlo Parlavamo delle esperienze fatte durante la settimana: di lavoro, di studio, di ricerca personale, di politica e di religione. Era questa la nostra "febbre del sabato sera". Fu una coppia di stranieri - lui inglese, lei giapponese - che abitano come tanti nelle colline del Chianti, a muovere la mia curiosità verso il Buddismo. Erano persone molto colte, che avevano viaggiato ovunque. Conoscevano diverse lingue e raccontavano esperienze straordinarie. Furono loro ad interessarmi a questa pratica religiosa e filosofica, che in Toscana ha molti adepti. Frequentai un paio di volte un'abitazione di Mercatale Val di Pesa, dove si riunivano varie persone Le sentivo impegnate nella ricerca delle loro verità Cercarono di mettermi subito a mio agio. Le loro ricerche erano rivolte allo star bene, più moralmente che fisicamente. Ci sentivamo come una piccola parte dell'energia che va dal cielo alla terra. Non c'era un Dio punitivo da adorare Questa esperienza fu presto chiusa anche se successivamente ho avuto contatti con seguaci del Buddismo Tibetano Ritrovai, invece, un po' più tardi le ragioni di un cristianesimo che nel mio animo era latitante da tempo, attraverso l'incontro con Don Mìlani. Fu un mio cugino che frequentava una comunità di base a Firenze a farmi conoscere l'insegnamento e la vicenda umana di quel "prete scomodo" che ai suoi ragazzi di Barbiana faceva segnare con la matita rossa e blu le cose vere e quelle false, quelle giuste e quelle sbagliate, dal loro punto di osservazione. Analizzavano i titoli e gli articoli dei giornali. Quella grande esperienza ricorreva spesso nei nostri discorsi. L'incontro, tardivo per me, con quel parroco ribelle verso la società e le istituzioni, mi fece riscoprire in certo qual modo la "fede", come ricerca di una missione su questa terra per la costruzione di una società in cui non ci siano barriere ideologiche, etniche, razziali, in cui i "poveri del mondo" possano avere uguale diritto di cittadinanza di fronte a Dio ed agli uomini. Quella comunità si proponeva di aiutare i poveri, gli emarginati, i bambini disadattati. Ma la mia concezione della fede mi dice che la povertà va al di là della condizione sociale della gente: l'area dei "poveri di spirito non coincide con le fasce dell'emarginazione, dei bistrattati dalla società Ciò che conta è lo spirito che nasce da dentro e spinge verso una esistenza orientata al bene, agli altri, al rifiuto degli egoismi che mortificano l'anima e Dio. La fede, secondo me, è un cammino che come un rapporto amoroso deve consolidarsi. E un fatto sociale in quanto riguarda i comportamenti delle persone e dell'istituzione, ma è soprattutto un grande accadimento individuale. Come diceva San Paolo nella lettera ai Romani, la fede tocca l'individuo, non il popolo eletto. Da ragazzo quand'ero nel "Gabbione" e urlavo in silenzio dietro le finestre, mi aspettavo un aiuto da fuori. L'aiuto non poteva che venirmi da "dentro". - Il Vangelo - mi dicevano - è dalla parte dei più deboli, dei piccoli. - Non avvertivo però nessun segnale da parte degli adulti che si professavano cristiani. Rifiutavo discorsi consolatori del tipo: "tu andrai nel regno dei cieli" come dire "intanto accetta le tenebre". No, la ricerca della fede è indipendente dalla mia condizione di non vedente. Chi cercava di iniziarmi alla fede cavalcando quel cavallo trovava la mia ferma opposizione. In me ho trovato la forza di reagire, anche con l'arma dell'ironia, dello scherzo, per alleggerire le tensioni. Con rabbia e fiducia, consapevolezza e speranza. Rifiutavo la falsa carità e il pietismo, l'ipocrisia dei primi anni dell'Istituto Cercavo qualcosa di più vero e autentico Con il tempo, ci sono arrivato Qualche giornale ha scritto di quando da piccolo fui condotto da Padre Pio, a Pietrelcina. Non posso dire però come si è voluto far credere che la mia "carriera" sia stata segnata da quella benedizione. La fede e la religiosità abbracciano una dimensione certamente più grande e forse più riservata: qualcosa di molto personale che affonda nell'anima. La fede non si compra nè si vende al supermercato. Non può essere finalizzata ad un uso utilitaristico. La mia è stata una ricerca lunga, non priva di sbandamenti, dubbi, riflessioni e critiche soprattutto sul modo di essere dell'Istituzione e sui comportamenti dei credenti Non proprio da cristiani Poi un giorno, curiosamente, anch'io fui folgorato sulla via di Damasco sto scherzando, ma mi accadde un fatto davvero curioso Ero entrato in Duomo, nella Cattedrale di Firenze, in compagnia di una ragazza alla quale ero affettivamente legato, quando, d'istinto tuffai la mano nell'acquasantiera e la benedii sulla fronte. Una pulsione di fede. Ecco cosa mi accadde. Di quest'episodio, in certo senso "rivelatore" ne parlai anche con Don Franco, monsignor don Franco Manetti, della Pieve di S. Leolino, su a Panzano in Chianti La Chiesa che è di origine romanica ha un bel porticato, realizzato credo nel XIV secolo. Qui mi fermo volentieri a parlare con Don Franco e i giovani che frequentano la parrocchia. Quasi sempre per Pasqua e Natale vado lassù a cantare la messa. L'ho conosciuto nel '90 don Franco per la festa del Patrono del Chianti, in occasione del matrimonio di una mia amica. Ci siamo incontrati di nuovo in un'analoga circostanza e abbiamo parlato, con franchezza, fin dall'inizio delle difficoltà incontrate da me in passato sulla via della fede. Glielo dissi chiaramente: - Sono lontano, Don Franco, dalla pratica religiosa e anche sul terreno propriamente spirituale mi sento distante - Quello che conta, Aleandro, è l'adesione interiore. Non ti chiedo marce forzate, cerca di fare da te il tuo cammino, se poi avrai la possibilità di partecipare alla messa, avvicinarti alla parola di Dio, ne sarai più ricco La nostra frequentazione diventò sempre più intensa. Ogni tanto mi chiamava per dargli mano con i ragazzi, i giovani delle varie parrocchie del Valdarno che s'incontrano ogni sabato sera: discutono, riflettono, pregano, parlano delle loro esperienze eppoi fanno baldoria, musica, si divertono. Spesso mi unisco a loro, cantando salmi che giacevano sotto naftalina in un angolino della mia memoria o qualcosa di mia "produzione". Accenno delle note e chiedo loro a quali brani musicali si riferiscono: semplici indovinelli musicali Una volta lui stesso mi condusse nella comunità di "Mondo X" fondata da padre Eligio (che, se non sbaglio, fu un po' il padre spirituale di Gianni Rivera) e in quella di suo fratello, Don Piero Gelmini, a rendere come si dice, "testimonianza". Allora avevo già partecipato al mio terzo Sanremo. Fu a Gaiole, durante le manifestazioni di "Una giornata per la vita" che il discorso con Don Franco arrivò al nocciolo della questione. Si cantavano canzoni a sfondo religioso, come si usava anni addietro. Una di queste ad un certo punto diceva: .il più bel dono del Signore è stata la vita. Il ritorno a quella frase ed al suo più ampio significato si discusse a lungo. - Aleandro, tu non puoi vedere ciò che c'è intorno, ma puoi sentire e percepire più di altri. E puoi "vedere" dentro di te in profondo e cogliere la ricchezza che ti è stata data e che vale di più di molte illusioni ottiche, di tante immagini illusorie ed alienanti, di tanti bisogni indotti che allontanano l'individuo da sé medesimo, separandolo da quelle poche cose profonde e vere che contano. - L'ultima notte di Natale del '93 ho fatto dopo tanti anni, la Comunione, su a San Leolino. Stavo trovando ciò che cercavo. Alberi, una delle mie prime canzoni, esprimeva quest'ansia: . vorrei volare senza essere un angelo in un cielo privo di misericordia dell'uomo tra gli uomini. Quello che ritrovai nel Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini. La confessione del parroco Abitiamo nella stessa piazza Da sempre Ma non ci siamo mai frequentati. Qualche parola di circostanza - Buongiorno Aleandro, come stai? Porta i miei saluti alla mamma ed al babbo. - Ma niente di più Il perché l'ho saputo recentemente E stato lui stesso, Don Giuseppe Reggio, vicino alla settantina, a chiedermi di ascoltarlo. Lì per lì pensai che volesse invitarmi a partecipare a iniziative di beneficienza, incontrare qualche comunità: certo anche quello Ma il vero scopo era un altro e aveva a che fare con la mia infermità - Caro Alessandro ti ho visto crescere, ci siamo incontrati spesso, - esordì non senza un certo imbarazzo - ma non abbiamo mai parlato fra noi, intendo seriamente. Ti devo fare una confessione. Sì, proprio lui, un prete, intendeva "confessarmi" qualcosa che gli faceva male. Non capivo il perché di questa strana inversione di ruoli. Partì da lontano Don Giuseppe. Da quando ragazzo frequentava il seminario a Fiesole. - Era il '43. Tempi duri, di miseria, di stenti, di guerra fratricida. La vita era attaccata ad un niente Ma noi giovani seminaristi eravamo un po' incoscienti. Ogni giorno scendevamo giù a piedi, verso Firenze, dopo gli studi teologici e di preghiera, con l'allegria della nostra età. Facemmo amicizia con i giovani studenti che frequentavano l'Istituto per ciechi nella zona di San Gervasio. Ascoltai il suo racconto in silenzio immaginandomi la scena, ma ancora non afferravo dove volesse arrivare il buon Don Giuseppe. - Scendemmo in città anche il giorno in cui i bombardieri alleati sganciarono i loro terribili ordigni sul Campo di Marte. Mi pare fosse di marzo. Tra il fumo che si levava poco lontano, vicino alla ferrovia, l'odore acre diffusosi nella zona, il pànico della gente, il disagio per la scarsità di viveri e d'acqua, noi giovani seminaristi incontrammo, come al solito, i nostri amici "non vedenti" Anche quel giorno che sembrava quello dell'Apocalisse. Parlammo delle nostre esistenze appese ad un filo della fortuna dei sopravvissuti, del futuro che ci attendeva Ma io di quel giorno, caro Aleandro, ricordo soprattutto un'altra cosa: Lo shock che provai parlando con uno di questi ragazzi che fino ad allora non avevo avuto modo di avvicinare. Lui a differenza degli altri, era non vedente dalla nascita Come te. E quando il discorso scivolò sul fumo nero che si intravedeva poco distante e che il vento spingeva sopra di noi, del cielo che si era oscurato, dei bagliori che avevano squarciato l'orizzonte, lui mi rispose con una calma profonda che per lui tutto questo contava relativamente. - Che cosa vuol dire bianco? Che cosa vuol dire nero? Non lo so. Avete paura del buio. Ma il buio cos'è? - Rimasi di stucco - riprese a raccontare Don Giuseppe - le parole di quel ragazzo mi colpirono, facendomi fare una riflessione profonda. Mi sentivo piccolo piccolo, vuoto, e lui grande! Mi -sentivo in colpa. La sua fede nella vita, nel Signore, era sicuramente più grande della mia. Portava la sua croce con semplicità e leggerezza. Non vedeva il mondo circostante ma lo portava dentro di sé. Cosicché, ogni volta che ti vedevo nel giardino davanti a casa a giocare o per la strada non riuscivo, caro Aleandro, a comunicare con te. Lo capisci? In te rivedevo quel ragazzo del marzo del '43. Quanti valori ti porti dentro! Di fronte a te mi sento inadeguato. Ecco perchè non sono mai riuscito a parlarti di questo mio antico disagio Il racconto del parroco mi colpì, ma capii che il problema era prevalentemente suo - Le sensazioni sono un fatto soggettivo - gli dissi: - Ognuno ha le sue Così vale per la percezione delle cose: i colori vengono da dentro; è il cervello che li percepisce. Potrei raccontare, suonando la chitarra, tutta la gamma dei colori possibili Come li sento e li "vedo" Si può, si deve distinguere: purché ci sia voglia di farlo - Greve, il mio paese Io sto tra i miei alberi ogni tanto fare un viaggio con amici come me senza età da Pechino a Tripoli un sorriso sarà il passaporto la carta d'identità Gli àlberi costellano la mia vita, quella interiore - l'ho già detto - e quella esterna Platani sotto casa e lungo le strade che si diramano in più direzioni. Li conosco a memoria. Mi dà pace e serenità fare lunghe passeggiate costeggiando i bordi della strada: in breve tempo è facile ritrovarsi tra il fresco dei boschi. D'estate è bellissimo. I rumori della campagna, delle fattorie che s'incontrano lungo il percorso, dove si produce vino, olio. Greve è nel cuore del Chianti, famoso in tutto il mondo per il suo vino doc Peccato che io sia astemio! Non mi sono mai lasciato "corrompere" o tentare da questo prodotto così caro agli etruschi, nostri strani e ancora sconosciuti antenati. Solo acqua. Ma qui dalle nostre parti è buona e fresca, specie quella delle fontanelle o dei ruscelli che bagnano le foreste d'intorno. Il mio paese vanta uno dei territori più grandi d'Italia, così mi hanno detto. Conta quattro frazioni: Panzano, Lucolena, Strada in Chianti e San Polo Case sparse qua e là, a buona distanza l'una dall'altra, boschi, vigne, oliveti. E tanti castelli medievali, due o trecentesche "case da signore", ville-fattorie: un grande patrimonio di storia, di cultura, di attività produttive a salvaguardia del territorio e del sistema ecologico Sulla via Chiantigiana vicino al piccolo abitato di Greti, sul fondo valle della Greve, c'è il castello di Verrazzano che prende il nome dalla famiglia del grande navigatore. Anche la piazza del paese dalla strana forma triangolare, dove si svolge il mercato, con le sue logge massicce e rotonde, e il municipio che ha sede in un bel palazzo, è dedicata a colui che ai primi del Cinquecento esplorò le coste dell'America Settentrionale Ogni tanto arrivano delegazioni da New York e spesso da Greve partono per andare nella "Grande Mela" e al ritorno mostrano le foto scattate sotto il Verrazzano Bridge. E nei dintorni tanti altri castelli dalle torri merlate, vere e proprie fortificazioni feudali: il castello di Uzzano, alla cui famiglia appartenne il celebre Niccolò; quello di Montefioralle, antico borgo, già capoluogo della Lega di Val di Greve, sorta ai primi del Trecento e che riuniva una ventina di "popoli" dell'Alta Valle. Più antica quella del Chianti. Ne hanno viste tante questi castelli - tra cui quello di Monterinaldi, antico fortilizio di Radda - attraverso i secoli: assedi, invasioni, distruzioni, espugnazioni trovandosi proprio al confine dei territori delle due cittàstato, Firenze e Siena in continua lotta per l'egemonia ed il dominio E bella e interessante la storia della mia terra che suscita sempre curiosità da parte dei turisti forse più informati di noi sul nostro passato. Sono orgoglioso e fiero di questa storia ma soprattutto della civiltà del nostro territorio, con il colore caldo del vino, il rosso ferroso del cotto, le brume che avvolgono le colline. La pace tornò dopo la metà del Cinquecento con la caduta della Repubblica di Siena. Quella rivalità è ancora viva: sopravvive, ad esempio, sul piano sportivo Nel Chianti fiorentino vivissimo ad esempio è il tifo per la squadra viola. Nei bar e nella Casa del Popolo sovente motivo di conversazione è la "Fiore", c'è anche un "viola club", mentre di là, nel Chianti senese, il tifo si orienta verso la Juventus (è un caso che le maglie del Siena siano bianconere? ) Sembrerebbe quasi che il tifo di oggi corresse lungo i confini del Granducato di Toscana Spesso mi spingo lontano, in direzione di Panzano oppure mi inoltro verso Lamole, dove anche qui c'è un castello, e intorno campi terrazzati coltivati promiscuamente a viti e olivi; le altre mie scorribande hanno per meta Gaiole o il passo delle Sugame che si affaccia sul Valdarno. Cammino molto e quando non ce la faccio più mi fermo al ciglio della strada Qualcuno che mi conosce passa sempre e mi riaccompagna a casa. - Ciao Aleandro. Dove vai? Vuoi un passaggio? C'è anche chi mi chiede se voglio andare dai miei amici o giù in paese o in qualche fattoria lì nei dìntorni. La vita e i ritmi del paese sono anche questi. In un mondo sempre più imbarbarito, nel quale si è fatta aspra e folle la violenza nei rapporti personali, la competizione sfrenata, il coltello tra le mani pronto a colpirti alla schiena, questa dimensione paesana, "provinciale" ceto, ma umana fa bene Al morale ed al mio stato fisico. Qui ci si conosce e ci s'incontra più facilmente: non è come nella grande città dove non si sa chi sia il vicino della porta accanto Non sono mancati tuttavia episodi curiosi Ne voglio ricordare uno, recente Stavo passeggiando per le strade del mio paese quando fui sorpassato da un camion che sentii fermarsi poco più avanti. Proseguii la camminata, quando, dopo un po' fui raggiunto da un mio parente che lavorava al Comune e dal camionista. - Non si preoccupi, è Aleandro, - diceva il nostro parente rivolto al conducente del camion Che cos'era successo? Il camionista vedendomi camminare lungo la strada, da solo, si era allarmato e corse ad avvertire qualcuno, al Comune: - Un cieco sta camminando in mezzo alla strada non avrà mica intenti suicidi? - Disse ai primi dipendenti comunali che incontrò. Greve comune fa circa seimila anime Abitudini comuni, molti si frequentano per via del lavoro, della vita politica, dello sport, della scuola, del pendolarismo verso Firenze La piazza principale, la Casa del Popolo, il cinema Boito sono i luoghi più frequentati Una vita semplice, che accomuna i grevigiani antichi e recenti e gli stranieri, che sono tanti Tedeschi, inglesi, francesi e ora anche i giapponesi hanno contribuito alla riscoperta del Chianti. Le case coloniche abbandonate negli anni sessanta - quelli del "boom" - dalla gente che sceglieva di andare a lavorare e E vivere in città, sono state recuperate e abitate da stranieri calati giù in massa, come al tempo dei Longobardi Hanno visto più lontano di noi! Capita spesso d'incontrare andando in giro per il Chianti cartelli con su scritto zimmer frau e nelle trattorie menù con il testo in tedesco o inglese. Beh, anche noi, nel nostro piccolo, siamo una comunità cosmopolita dove le differenze di lingua di culture, di abitudini, di pelle non si avvertono. Considero Greve un'oasi di Europa unita. Non mancano fra costoro personalità illustri: scrittori, architetti, storici dell'arte. A Castellina in Chianti, ad esempio non molto lontano da Greve, abitava un grande poeta, compositore, interprete: Leò Ferré. E stato uno dei Grandi Maestri della canzone francese che, purtroppo, non ho mai avuto modo di conoscere. Rimpiango l'occasione mancata. Me ne hanno parlato spesso due cari amici Beppe Dati uno dei più apprezzati autori d'oggi e Riccardo del Turco che si accostavano al "grande ribelle monegasco" con ammirata devozione. Credo anche che Riccardo volesse proporre al maestro il suo ritorno a Sanremo interpretando un brano carico di nostalgia sul tempo che se n'è andato, Come passa il tempo. Qualcosa che voleva essere anche un omaggio all'autore raffinato, dolente e struggente di Avec le temp e di altre centinaia di composizioni, poemi e opere. La malattia eppoi la morte nel luglio del '93, impedìrono la verca di questo progetto Avec le temp avec le temp va, tout s'en va. Conosco poco di Lui, me ne dispiace. Un amico mi ha fatto notare che pure Ferrè scrisse e cantò proprio negli anni sessanta, una "canzone proibita" dal titolo Les quatre cents coups Ricordate Truffaut? Sono "sconfinato" di proposito lungo "la via del vino" che porta a Siena per rendere anch'io l'omaggio al Poeta anarchico che diceva "la poesie est dans la route! " Lungo quella antica strada, vecchia quanto la Cassia, si trova anche Sant'Andrea in Percussina, vicino a San Ca GREVE, IL MIO PAESE sciano lì all'Albergaccio. Machiavelli vi scrisse il "Principe" e altre opere. Dunque la strada del vino si incrocia con quella degli uomini che mi affascina tanto A Greve la vita scorre tranquilla E quando sono di pessimo umore me ne esco di casa e vado a fare un giretto -in paese: quattro chiacchiere con l'ortolano, il barbiere, il fornaio, il sindaco se capita, qualche pedata al pallone con i ragazzi che giocano, discussioni di sport e di politica che qui appassiona, accalora, oppure mi fermo al bar della mia giovane amica Tina. Si ride si scherza ci si prende in giro. Spesso mi divertivo a fare il verso al pasticcere che aveva un difetto di pronunzia e che si lamentava del fatto che il suo gatto si era tuffato nella crema dei bignè. Altre volte, quand'eravamo in pizzeria, mi divertivo (e mi capita ancora) a parlare in emiliano, la mia seconda lingua: - Addeg un gans in t'al fedeg - quando scherzosamente volevo minacciare qualcuno (un cazzotto nel fegato). Dodici anni nel "Gabbione" a qualcosa sono serviti! Il paese è anche questo. E pieno di difetti: si spettegola, si fanno i conti in tasca al vicino, spesso la vita è una piccola rappresentazione teatrale dove non mancano gli elementi di finzione. Spesso ci si scontra con l'incredulità e la sottovalutazione degli altri. - Lascialo passare, lascialo passare. - Sentivo dire mentre entravo al bar o in un altro negozio. Avvertivo un senso di commiserazione nelle parole della gente. Per molti ero il "ragazzo cieco" che stava alle case popolari. Qualche volta venivano i ragazzini conosciuti a Reggio Emilia a trovarmi ed allora non ero più solo. Altre volte m'incontravo nella comunità per tossicodipendenti, ora chiusa, con due ragazzi di colore, della Costa D'Avorio. Insegnavo lì ad un non vedente colpito da cecità diabetica il braille. Quella che ho descritto è un po' la mia vita a Greve. Una terra ricca di storia, di episodi, di ricchi e poveri (in base al reddito), ma che vivono con grande dignità. Una storia che continua a vivere, nel presente, attraverso l'architettura dei castelli, delle pievi, delle antiche fattorie, delle ville e dei giardini: nelle colture che si sono sempre più affinate. Greve è un altro dei miei rifugi", il "porto tranquillo" dove attraccare dopo i momenti di buféra, quando il mare in tempesta fa rischiare il naufragio. Ma è anche un porto da cui ripartire per nuove avventure. Un porto sereno di saggezza per dirla con Montale. La grande avventura Come le stagioni se ne vanno via, non si ferma niente in questa vita mia. La fisioterapia, lo studio della chitarra (le dedicavo tre ore al giorno), le discussioni con gli amici, lo sport (avevo preso a fare anche karatè: un'arte marziale che aiuta il controllo di sè, le lunghe e spesso solitarie passeggiate. Passavano i giorni, i mesi, gli anni. Senza noia, ma non accadeva niente d'importante. I primi coinvolgimenti musicali, dopo quelli episodici di Reggio Emilia, avvennero quasi per gioco: alcuni ragazzi m'invitarono a costituire con loro un complessino "Samurai", fu chiamato. Si suonava di tutto. Dai Santana al liscio. Il debutto avvenne in una frazione di Firenze, il Vingone. Non ritenendoci dei professionisti, cercavamo di metterla sul buffo la nostra esibizione: - Prima si beve, poi ci si sbornia e con la ciucca si canta. - Toccava a me rompere il ghiaccio con battute del genere. - Beh, grazie, abbiamo fatto del nostro. peggio, e comunque siamo riusciti a far piovere. Capitava spesso di dover interrompere per qualche improvviso scroscio d'acqua. Si riprendevano appena le spese del viaggio e di una pizza rubata al sonno della notte. Suonavo e cantavo in questo gruppo misto: unico non vedente. Non frequentavo che raramente ragazzi privi della vista come me. Con qualcuno di Reggio Emilia ero rimasto in contatto: qualche visita reciproca nel ricordo di quegli anni ma non una frequentazione stretta, costante; nemmeno con quelli dell'Istituto di Firenze dove mi ero diplomato. Preferivo, l'ho già detto, vivere insieme agli altri non riprodurre il "ghetto". Lo stesso vale per la musica. Fra i miei amici più stretti non ci sono musicisti: non voglio, neanche in questo caso, riproporre una situazione di lavoro che potrebbe divenire alienante, chiusa, da ghetto. Nel frattempo avevo buttato giù alcune composizioni, espressione dei miei pensieri e sentimenti: brani lunghi di dieci, dodici minuti che non avevano ovviamente la calibratura delle canzoni. Stavano lì, in un cassetto, ogni tanto li facevo ascoltare agli amici. E un giorno, uno di questi, Paolo che faceva il commerciante di generi d'abbigliamento mi volle fissare un appuntamento con Giancarlo Bigazzi, il "leader" della cosiddetta "scuola fiorentina" (ammesso che esista). L'autore di molti numerosi successi di Mina, Tozzi, Raf, Masini, e soprattutto di pezzi di respiro internazionale come Gloria, nonostante le molte richieste che riceveva, mi fissò un appuntamento nella sua casa-studio di Settignano. Ascoltò con pazienza i miei discorsi, quelli di Paolo, ma soprattutto mi disse subito, senza peli sulla lingua, che le canzoni erano troppo lunghe, la gente si sarebbe stancata ad ascoltarle, non c'era sintassi nel discorso musicale, non era bene delineato l'inciso. - Troppe cose frammentate - mi disse - eppoi quegli assoli di chitarra, quei virtuosismi danno fastidio: alla gente non gliene frega una mazza! - Mi rimandò a casa con l'impegno che sarei tornato da lui con prodotti nuovi, elaborati nel senso che mi aveva consigliato. Non mi aveva nè scoraggiato, nè dato particolare fiducia. Mi sentivo però spronato a far meglio. A spremere il limone della mia musicalità. In fondo sapevo che non mi aveva sbattuto la porta in faccia. Qualcosa dunque c'era da salvare! Più tardi, molto più tardi, sua moglie Gianna che è diventata col tempo la mia più convinta sostenitrice, la mia madrina, mi confidò che quel giorno il "cinico" Giancarlo si era commosso. Appena me n'ero andato era corso da lei: - E venuto da me un ragazzo straordinario, senti che roba ha portato! Forte, sconvolgente, profonda, con una ricca potenzialità musicale. Il mio mondo interiore. Quello sedimentato negli anni e a CUI avevo tentato di dare una certa forma poetica e musicale. Il mio universo prima maniera: tracciati della mia vita precedente. Ce n'era una dal titolo "il gabbione". Diceva più o meno così: un lunedì d'ottobre sulle tiepide strade di una città, la libertà del primo viaggio in treno il mio interesse ha lasciato già; era questa la città che poi mi avrebbe fatto uomo prendendosi nella barca a vela della vita il remo. L'altro brano, quello che forse più colpì Giancarlo, s'intitolava Rosemary. Chi era Rosemary? Una figura immaginaria, la ragazza di un sogno cui avevo dato il nome di un'atleta protagonista delle Olimpiadi del '76. Era bella formosa ma la sua era una bellezza grigia, spenta. Una donna con un sacco di problemi che l'affliggevano. Era sotto le mie cure e mentre cercavo di aiutarla con la terapia mi confidava il suo dramma, confuso, vago, una miscela di droga e di depressione. Io che non sono affatto compassionevole provavo per lei, così indifesa e persa, un senso di pietà e di impotente solidarietà. Il suo male stava tutto nella testa. E lo avevo dipinto così con queste pennellate. l'ombra di un mare da specchio, mi sembri un po' tu, Rosemary, come un albero vecchio adesso sei tu, questa tua giovinezza vuol bruciarti crucciandoti sempre eppure il tuo dramma non è nè il più grosso nè cosa da niente, solo la schiena un po' curva è tutto questo il male che hai e ti schiavizza non per quel che sei ma per le idee balzane che affiorano alla tua mente. Tornai alla carica da Giancarlo una settimana dopo Quei consigli molto critici mi avevano pungolato a far meglio. Gli presentai "La nave va". La musica mi era venuta d'istinto appena imbracciata la chitarra. Le parole vennero dopo, come spesso accade. Anche in quel caso attinsi al fondale della mia esperienza, al crogiolo di idee, sentimenti, dubbi, perplessità. come si fa come Si fa a rallentare le nostre indomabili velocità e la nostra voglia di sapere l'impazienza di voler capire sedativo precoce delle curiosità. Bigazzi ne fu entusiasta. Decise di produrla sull'istante. Sempre più tardi Gianna mi disse che quella sera Giancarlo aveva le lacrime agli occhi: - Lo devi conoscere, lo devi sentire, subito, domani per renderti conto del mondo che porta Aleandro Baldi! - Senza rete Il brano fu arrangiato in una ventina di giorni. Forse troppo in fretta. Un periodo frenetico: i provini, la sala di registrazione a Empoli, i viaggi a Milano presso la casa discografica. Rubavo le ore alla notte e al lavoro che non potevo certo abbandonare per questo primo tentativo. Ma l'entusiasmo nostro si scontrò subito con un mondo - quello dell'industria discografica - ancora ostile e refrattario a "presenze" come la mia. Ricordo che durante una delle prove eliminatorie per Sanremo (su 60 partecipanti ne dovevano restare in gara 20), all'Ariston, il presentatore - Pensate c'è perfino un non vedente. Poveretto è stato eliminato. Un non vedente che canta canzoni pietistiche. Quando si rese conto che ero presente anch'io - ma il riferimento non era rivolto a me, si scusò per ciò che aveva detto. - Capisco - gli risposi. Quello era il modo di pensare di molti personaggi dello "star system". Io non ho la vista ma certuni viaggiano con il paraocchi: non vogliono vedere la realtà per quello che è, offrendo un'immagine edulcorata, finta e mistificatoria del mondo circostante: quella si, pietistica e ipocrita poiché non si misura con i veri problemi della gente: il dolore, quello autentico, la speranza, la contraddizione. La mia presenza aveva il segno di una provocazione troppo forte alla quale l'ambiente non era preparato. Ricordo solo il trambusto, la confusione, lo sbandamento di quel febbraio dell '86. Giorni frenetici. Mi sentivo sballottato di qua e di là. Perso. La sera del debutto arrivò che non me ne accorsi neanche tanto mi sentivo parte di un ingranaggio grande e ferreo. Quella sera una maglietta nera da ciclista, una "polo" mi pare si chiami così, giacca chiara e jeans. Ci misi l'anima e naturalmente la voce per sospingere la "nave verso il largo". Mi sembrava di essere a bordo di un'astronave in volo verso il sole mentre cantavo. Nei movimenti ero molto rigido, impacciato. I non vedenti sono generalmente "impalati". Stanno istintivamente sulle loro, quasi a manifestare un senso di diffidenza verso un mondo sconosciuto e, in molti casi ostile. Anch'io lo ero. Allora in modo particolare. Oggi molto meno. Ho cercato di migliorare la mia gestualità, di sciogliermi, assumendo più confidenza con il mio corpo e con il prossimo. Spero sempre di migliorarmi. Quei quattro minuti sembravano interminabili, ma io seguivo soltanto me stesso, ero perso nella canzone che stavo interpretando. Il resto non esisteva. La mia imbarcazione prese il largo. Arrivai secondo a soli sette voti dal vincitore nella sezione giovani. Potevamo essere soddisfatti: per il risultato, per l'esecuzione, per i molti plausi ricevuti dal pubblico, anche se forse non ero riuscito a far scattare la molla dell'emozione. Fu una stagione intensa, volata via tra la preparazione dell'ellepi e una tournée con Enrico Ruggeri, il quale tentò allora, con successo, una raffinata operazione culturale: suonare con una grande orchestra, la Filarmonica di Alessandria, fondendo i suoi brani rock con gli strumenti (archi, fiati, ottoni) di una trazione colta, cameristica. Io cantavo tre a volte quattro pezzi miei, restando sul palco una ventina di minuti. Sono grato ad Enrico di quella opportunità, ma soprattutto dell'amicizia che mostrò nei miei confronti, dello spirito cameratesco manifestato durante il tour che toccò varie città italiane: Milano, Torino, Padova, Vicenza, Verona, Firenze e tante altre. C'era intorno una confusione "discreta" e allegra: si scherzava, soprattutto durante le tavolate spesso frugali del "dopo concerto", si tirava a far notte eppoi erano continui spostamenti in pullman. Mi sembrava d'essere tornato al tempo delle gite scolastiche, dei lunghi viaggi in Danimarca. Fu un'esperienza molto carica dal punto di vista umano. Più sotto quel profilo che non da quello professionale. La "nave" era andata, aveva lasciato il porto dell'anonimato, ma presto si era incagliata nelle secche dell'ostracismo. Soprattutto da parte del mondo dell'industria cinematografica. Basti dire che all'interno del programma televisivo "Canzonissima" ogni casa discografica aveva diritto a partecipare con propri artisti ad una puntata. Rimasi a Roma alcuni giorni per registrare La nave va, appunto, da inserire nel programma TV. Poi venni a sapere che i "tagli" operati alla trasmissione riguardavano proprio la mia presenza, che fu eliminata: non so se per scelta della casa discografica o del regista o di entrambi. Dunque, ancora porte sbattute in faccia. Quello che andava bene in America o in Francia (si pensi a Ray Charles, Steve Wonder, Gilbert Montagné) non andava bene in Italia. Ma non volevo mollare. Sono un tipo tenace. Eppoi avevo buttato a mare anche il lavoro! Una decisione sofferta, rischiosa, meditata a lungo. Mi confidai con Carlo e gli altri amici che mi spinsero a fare il salto nel buio, a tentare la carta di una possibile nuova professione. Male che sarebbe andata avrei potuto ritornare ad esercitare, magari privatamente, l'attività di fisioterapista . Scrissi la lettera di dimissioni dallo IOT per potermi dedicare interamente alla musica. Una scommessa. Amo il rischio. Mi lasciavo alle spalle sette anni intensi, veri, di crescita e maturazione della mia persona, di contatto col dolore, con i problemi del lavoro, con la gente: quella di tutti i giorni. La gente comune e spesso semplice. Provai un senso di tristezza e di nostalgia per questa "separazione". Inevitabile perché non potevo più reggere quegli orari ed il carico di lavoro che la "professione" di musicista comportava. Rinunciai anche alla pensione di invalido civile. Mi lanciai dal trapezio senza rete. L'albero della vita Il mio primo "album" oltre alla canzone che avevo presentato a Sanremo, conteneva altri brani tirati su dal pozzo della memoria, delle speranze, delle delusioni. Di Alberi ho già detto. La seconda che avevo scritto era Monte Rosa: la figurazione di un traguardo che percepivo ma che non ero ancora riuscito a raggiungere. Il traguardo della sicurezza in me stesso, dell'armonia, della sintonia con la mia persona nel corpo e nell'anima. Quel monte forse è la mia vita o quella d'altri chissà certo ci vuole tanta strada per arrivare fino là il conflitto che mi porto dentro tra L'orgoglio e il sentimento mi fa sentire quasi solo ma dopo qualche lieve sbandata o qualche scivolata come un uccello volo. Conteneva altri brani, più o meno legati alla mia esperienza, che ricordo volentieri, come Limiti: Guai a chi afferma che limiti non ha limiti siete maestri della vita mia L ALBERO DELLA VITA che mi risulta assai monotona senza la vostra compagnia. Questa è la conclusione che per me, in particolare aveva il valore di una riflessione sui nostri limiti, quelli di ognuno, e sulla mia condizione. In quell'album c'era molto del mio vissuto, che penso però potesse parlare anche agli altri. In ogni mio lavoro c'è qualche frammento autobiografico, talvolta esplicito altre volte rielaborato o rappresentato in forma metaforica. Non sono uno che ama parlare di sé, se non per ciò che può assumere valore emblematico, riconoscibile anche dagli altri. Una vita, un esame è un testo che ha un significato più generale, come sostiene Eduardo. Ogni angolo di strada propone una prova d'esame. Nella carriera ma primariamente nell'incedere dell'esistenza. la vita con la sua cadenza cammina ad un passo diverso dal mio mi sforzo a seguire quel ritmo e se mai lo afferro arriva l'oblio. La vita è un esame perché si è chiamati a sostenerlo davanti a te e il giudizio finale è quello che maturerà ognuno dentro se con obiettività. Sull'eterno gioco dell'amore, dei tormenti e della fine di una storia si muove invece La curva dei sorrisi. Un modo di rileggere gli stati d'animo di un ragazzo timido e imbranato qual ero allora, ai tempi del collegio, che coincidono con quelli degli amori adolescenziali, delle cottarelle, andavo sempre a far visita ad una ragazza. Ne ero preso ma non osavo confessarglielo. Penso a distanza di tempo che lei lo sapesse ma non volesse incoraggiarmi. E così mi accontentavo dei suoi sorrisi amichevoli, del SUOI Ciao. Un altro amore immaginario lo vivevo quasi ogni giorno. All'uscita dal lavoro una ragazza mi accompagnava fino alla fermata dell'autobus. Le solite frasi di circostanza sulle quali costruivo i miei sogni assurdi e inconffessati. la curva dei sorrisi nei sorrisi non c'è più la luna e le sue fasi s'addormentano nel blu le notti sono attese del domani che verrà arcobaleni rosa relative immensità. La caduta La grande strada era invece la rielaborazione di un sogno o forse di qualcosa di più. La sua "costruzione" ebbe un procedimento inverso: prima la storia poi la musica. Il sogno era questo. Ero braccato e circondato da malviventi, mafia o briganti comuni, non so, comunque ero minacciato, mi trovavo però in compagnia di un gruppo di persone e mi venne fatto di dire "corriamo insieme sulla grande strada perché dandoci la mano riusciremo a sconfiggere la paura di essere perseguitati". Il fatto curioso è che qualche settimana dopo andai a Campiglia Marittima da Paolo, l'amico che mi aveva fatto compiere il primo passo nell'avventura musicale, e li, in quell'ambiente vivo e caloroso ritrovai le persone del sogno, quelle che esortavo a tenersi per mano. Non le avevo conosciute prima ma sentivo che mi erano familiari e amiche. La figlioletta dell'amico correva di qua e di là e mi dava l'impressione di un leprotto un leprotto corre sulla grande strada. Il ricordo è un istante come un tuffo dentro l'acqua limpida e stagnante della sorgente. Così recitava la Grande strada. Il tema che toccava quel testo era di carattere più esistenziale. Nel mio lungo percorrermi non trovo più forza di tornare al mio modo di essere di vivere e avanti camminare io che non ti ho trovato guardo inerme questa vita che riposa con una spina al fianco e in mano il dolce profumo di una rosa quando ci incontriamo sulla grande strada siamo come piccoli noi batuffoli di carta straccia su questa mappa chiamata mondo noi e il nostro averci senza possederci come incerti naviganti nel mare dell'eternità segnaliamo i punti più aridi per programmarci nuove fertilità. Insomma il discorso aveva una certa varietà di temi, forse troppo intimisti e personali. Certamente poco "commerciali". Un fiasco! Credo che ne siano state vendute sei o settemila copie. Il pezzo più noto era "La nave va", ma la gente lo storpiava e diceva: - Ah Baldi, quello che canta la. barca, bellina, bellina la canzoncina. L'astronave si era smarrita nello spazio. Avvertii un senso di vuoto in quel periodo. L'unica cosa lieta la conquista del titolo italiano di salto con l'asta del caro Gianni: 5 metri e 60, un record che ha resistito 4 anni. Una bella carriera la sua, decimo ai mondiali e agli europei Indoor e primo ai giochi del Mediterraneo, un esempio di serietà e di impegno per me. Grande passione per lo sport ma guai a trascurare gli studi per conseguire la laurea in farmacia. - Nella vita - mi diceva - ci sono altri valori che non la carriera o il successo Quelle sono cose effimere che passano, ricorda Aleandro. Vanno bene se sono finalizzate al tuo arricchimento umano. Cercai di riprendermi da quella "caduta" da quella carriera stentata, riflettendo sulle ragioni dello stato di letargo in cui mi trovavo, sugli errori commessi stando più a contatto degli amici, leggendo, studiando i filosofi greci, ripassando i nostri poeti (Pascoli, Quasimodo, Ungaretti, Montale), approfondendo lo studio della psiche (Freud, Fromm ed altri). Di Fromm in particolare mi ronzava in testa una massima: "l'uomo è insieme l'artista e l'oggetto della sua arte, lo scultore è il marmo, il medico è il paziente.". Il musicista dunque è la musica stessa. Allora avanti, dipendeva da me il mio destino! Dovevo ascoltarmi ancora di più, anche se sono uno che ascolta molto l'inconscio che bussa forte! Andavo inoltre a scuola di chitarra e prendevo lezioni di Karatè. Era stato Claudio, una cintura nera, conosciuto da Tony il mio maestro-compositore, ad invogliarmi. Seguace del maestro Hirai, che aveva contribuito alla diffusione di questa "arte" in Occidente, il mio amico voleva che prendessi conoscenza del karatè non tanto per una questione di difesa, quanto per acquisire scioltezza nei movimenti, consapevolezza e autodisciplina, capacità di difesa. Quell'esperienza durò due anni. Nel frattempo avevamo esaminato la situazione ed intravisto i nostri errori: in particolare il carattere autobiografico delle mie canzoni, forse troppo intimiste. Rispondevano ad una mia esigenza, indubbiamente, ma non ai gusti del pubblico. I discografici mi dicevano: - Ci vuole roba più commerciale, più banale, sebbene le canzoni devono toccare le corde dell'emotività - E qui però nasceva un conflitto: - Perché devo rinunciare ad essere me stesso, a proporre il mio mondo? In fondo io sono questo, non altro. Un braccio di ferro che non portava a niente. Discussioni a non finire anche con Giancarlo il quale mi diceva: - Se queste tue canzoni danno emozione a me, che sono del mestiere, che ne ho viste e sentite di tutti i colori e mi sono fatto una certa corazza, perché mai non devono arrivare al cuore della gente? - Ci sarà pure un modo, no? Lavorammo a lungo per limare i miei brani in modo da renderli meno arabescati musicalmente e più diretti, immediati nel testo. L'anno dopo, era l'89, mi ripresentai a Sanremo con Cristina Erano già cominciati i primi disturbi al setto nasale. La voce era un terno al lotto. Il morale a pezzi. Non ero molto convinto di quella trasformazione in senso più dichiaratamente "commerciale" che fattori esterni (e di mercato) ci avevano in qualche modo imposto. Cristina "E sia così" mi ero detto. Ma dentro, mi ribellavo. Durante la manifestazione canora feci un sogno inquietante. Frequentavo allora una comunità religiosa. Il sogno partiva proprio da questa frequentazione. Io ero l'artista che andava a cantare, a discutere, riflettere in mezzo a coloro che facevano parte della comunità: intellettuali che avevano precisi indirizzi politici (molti con la verità in tasca già rivelata), persone posate, giovani e tra loro una ragazza, piccola, magra, scura di capelli, di nome Cristina. Mai conosciuta nella realtà. Si comportava stranamente, assumendo atteggiamenti sfacciati, direi provocatori. Mentre cantavo la sentivo dire: - Voglio toccare l'artista Aleandro, voglio sentirlo! - e con tutto il suo corpo mi si buttava addosso. Alla fine della esibizione ci fu il solito dibattito. Capii che la ragazza non era gradita. Si prendeva troppe confidenze con tutti, in discoteca smignottava con coloro che le si avvicinavano. E da parte dei presenti si levò subito un giudizio pesante, una critica radicale: - Una ragazza facile di costumi e amorale. Una puttanella! - Non restava che bollarla con la "lettera scarlatta". Disco rosso per lei. Al successivo incontro presso la comunità, Cristina non c'era. Ci rimasi male. Ero risentito perché l'avevano allontanata. - Aveva bisogno di voi, dovevate, dovevamo tutti aiutarla, insegnarle a capire ciò che è buono e giusto. Non sopporto il vostro perbenismo, siete dei falsi moralisti. Provavo rabbia e rancore per quell'atteggiamento chiuso, formale, dogmatico. Sì, erano dogmatiche quelle persone che si riunivano in una data occasione per affrontare un tema - magari quello della solidarietà - sviscerandolo in tutti i suoi aspetti eppoi, chiusa la discussione, passare ad altro. Tanto la coscienza era già sistemata con un "approfondita analisi del problema", ovvero un bell'esercizio verbale! - Se lei è venuta qui, con noi, forse cercava un aiuto; forse una luce, ora l'avete allontanata e persa! Ero incazzato per quel modo di fare astratto, tutto intellettualistico, lontano dalle cose che assillavano la gente. Nel sogno feci anche un parallelo con gli amici del calcetto: ragazzi semplici, con i quali puoi parlare sempre, in ogni momento e non soltanto in quelli "comandati", dai problemi di ogni giorno di ciascuno, dei miei come dei loro. Ero doppiamente ferito per quel giudizio di condanna, perché, forse, in quella figura femminile vi era qualcosa di me. Può darsi. In fondo avevo sempre rifiutato il falso moralismo: volevo essere accettato nella mia provocatoria diversità. Cercavo una vera comunità religiosa, senza pregiudizi nè barriere ideologiche. Che attinenza poteva avere quel sogno col momento che stavo vivendo a Sanremo? Beh, forse il fatto che pure io mi ero lasciato irretire in un discorso più banale per obbedire alle leggi del mercato e di un'industria che non sembrava accogliere gli emarginati ma sembrava fatta solo per i belli sani e vincenti? Mi sto prostituendo come una puttana? Non sono in grado di azzardare un'interpretazione. Ma sentii che il sogno di Cristina aveva molte valenze. Ci ho pensato più volte, anche dopo. Quella sera cantai per miracolo. Stavo male, ero provato nel fisico e nel morale. Sia così e così sia è colpa tua è colpa mia lo so che ci buttiamo via ma sia così e così sia. Mi classificai al terzo posto. Di quella canzone fu prodotto anche un 45 giri. Dopo non successe niente. Rientrai nel buio. La casa discografica mi aveva chiuso la porta, lavoro non ce n'era: poche serate, per lo più di beneficienza (ne avrei avuto bisogno io invece! ) e i medici che non risolvevano il problema relativo alla perdita di voce. Non riuscivo più a cantare. "Che faccio? " mi dicevo. "Torno al lavoro in ospedale? " Non era facile neanche quello perché con la nuova legge sul collocamento (un invalido su 25 assunti) non c'era posto per tutti. - Ale - mi incoraggiavano gli amici - ce la farai. La speranza è l'ultima a morire. - Sì lo so, ma anche lei è già in fin di vita! La nebbia C'era una nebbia fitta fitta che perfino io la vedevo. Ci avvolgeva tutti come una cappa pesante e soffocante. "Qui non si sa dove si va a finire" mi dissi. Un nebbione che paralizza il mondo come mai mi era capitato di "vedere". Mi svegliai molto agitato. Avevo "visto" la nebbia che calava su tutto. Una coltre avvolgente, umida, penetrante fin dentro le ossa. Il mio corpo era immerso e pervaso da questa nube spessa che potevo toccare e perfino "vedere" debordante e minacciosa. Ne ero allagato e un brivido mi percorse lungo la schiena. Evidentemente mi trovavo in una situazione di paralisi, d'immobilismo, di paura. Passavo da un foniatra all'altro, da un otorino all'altro, ma la voce non saliva: mi prendeva un coccolone quando dovevo acchiappare le tonalità alte. Ma non soltanto la mia persona la sentivo affogata nella nebbia. Era in atto la guerra del Golfo Persico: gennaio '91. Non c'era molto ottimismo in giro. Fantasmi che non ci lasciano mai. Questo clima mi riportava ad una situazione ancestrale, già sentita nelle parole dei genitori quando rievocavamo il tempo della guerra e dei bombardamenti LA NEBBIA della violenza cieca e delle vittime innocenti. Allora come oggi. E domani? Chissà? Andò male, quell'anno, anche una storia sentimentale. Forse perché dentro ci avevo messo le mie angosce, la paura, l'incredulità di essere felice. "Troppo bello - mi dicevo - non è possibile che questo tocchi proprio a me". Pensavo all'amore come ad un labirinto dal quale non si esce e comunque non se ne può sortire indenni. Come accadeva nel film La signora della porta accanto che avevo "visto" durante il Sanremo dell '89. L'amore si regge su un filo molto sottile, rischia di subire variazioni di clima, si pensa alla paura del dopo. Da questa breve, travagliata vicenda sentimentale, sfiorata dal dubbio sarebbe nata più tardi Non amarmi. Sentivo il bisogno di raccontarla quella storia di mancata felicità, d'amore sofferto e svanito. Nella nebbia dell'incertezza. Intanto con Giancarlo e Marco Falagiani, arrangiatore e compositore, già stavo lavorando al nuovo ellepi. - E l'ultima chance che hai, Aleandro, se non si sfonda il cinismo del sistema, qui si chiude. Devi lottare, devi diventare un killer del pentagramma, affinare la metrica, dividere bene le parole, sposare con le note quest'italiano impossibile dal punto di vista musicale. Mi spronava con delle belle frustate, Giancarlo, tenero e burbero, incazzato col mondo ma sempre pronto alla battuta e al sorriso, all'immagine poetica come al verso graffiante. Nel frattempo il mio produttore mi aveva fatto conoscere Mario Ragni, direttore artistico di una nuova casa discografica, che credeva in me, senza che io dovessi "banalizzare" e svuotare il mio mondo interiore. Il sole Raschiai il barattolo delle mie risorse. Tirai fuori con rabbia quel che c'era rimasto. Mi aggrappai alla speranza che pure era ridotta maluccio. .La notte disperata e buia dovrà finire prima o poi e si apre come un'alleluia crepuscolando su di noi il sole ritorna e allarga il sorriso del giorno svegliandosi. Il sole. Questo pezzo avrebbe dato titolo all'ellepi. Sentivo che qualcosa doveva pur cambiare. Nel frattempo era sbocciata anche una bella storia, il sole tornava a rischiarare la mia esistenza. Un inno al sole, alla vita, alla speranza. L'ho intitolato così perché sono un ottimista e il sole rappresenta la sensazione più bella, quella del colore. Il sole ha un valore misterioso, racchiude i segreti di ciascuno di noi. Vennero anche gli altri brani. Storie vere, sentite, vissute. A Sanremo Francesca Alotta doveva portare Sentimenti che raccontava una delicata storia d'amore tormentato; "gli amorosi inganni" ovvero le illusioni e le pene d'amore sono il lievito della poesia. Si canta il dolore per soffrire di meno. sentimenti labirinti frequentati dagli amanti che non hanno più i respiri della libertà ogni sentimento che non resta vola solo contro vento fra i satelliti della verità. La giuria, presieduta da un noto scrittore e regista, lo considerò un "pezzo antico, basato solo sulla strumentazione . ". Fu respinta. Allora si decise insieme che avremmo presentato Non amarmi. Un brano a due voci, perché la storia fosse più vicina alla realtà, di più immediata percezione. Quella volta la giuria l'accolse. Ma c'era un altro nostro brano in concorso tra i big affidato alla interpretazione di Fausto Leali, Perché. Una metafora delle stagioni che passano, dell'anno nuovo che uccide l'anno vecchio. .l'anno vecchio si sentì come mille anni fa e partì senza capire quel dolore che cos'è quella ruvida ferita che ogni uomo ha dentro sé quella favola infinita dei perché perché, perché, perché. Già, la favola infinita dei perché, che comincia da piccoli e non ci lascia più se riusciamo a far vivere in noi la molla della curiosità. Quella che non mi ha mai abbandonato e che ritrovo ora nelle domande dei miei nipotini David e Tom, due frugoletti, uno più riflessivo l'altro più birbantello, che sono spesso a casa mia e mi tartassano di domande: "e perché la gazzella è più veloce della tigre? e perché va più forte il treno dell'automobile? " Anch'io da piccino domandavo ai miei quale era l'animale più forte o il mezzo di locomozione più veloce. Ricordo che formavo delle graduatorie precise forse perché ero alla ricerca di chiari punti di riferimento che mi dovevano servire, aiutare a crescere. Anche oggi, gran parte di noi, cerca appoggi, certezze, sicurezze: ma chi ce le può dare? Bisogna scavare, cercare dentro di noi. Per questo quell'estate del '92, tra una tourné e l'altra trovai il modo di frequentare a Reggio Emilia un corso di ginnastica psicomotoria che mi aiutasse a cogliere le cose anche apparentemente insignificanti, a toccare, sentire gli oggetti, a scavarmi dentro. Mi è stato utile quel corso tenuto da una insegnante del "Gabbione" alla quale ero rimasto particolarmente affezionato. Il succo di quel lavoro e di determinate letture psicoanalitiche era di arrivare a conoscermi meglio, dentro e fuori, accettarmi così come sono, vivere in armonia con me stesso. Non amarmi Le prove al teatro Ariston furono un disastro. Avevo avuto problemi col microfono, ero giù di corda, anche a Francesca avevo comunicato la mia paura. Tornai in albergo frastornato. Rischiavo di buttare a mare tanti anni di lavoro e di speranze. Gianna, il mio angelo custode, mi scosse da quella specie di trance nella quale ero caduto. - Ale, così non va! Devi tirare fuori le palle! Prima di tutto ti cambi il vestito, questa giacca bianca via! Sembri un gelataio: eppoi guarda come ti sta, C'entri due volte! Avevi pure il microfono lontano. una pena, una pena! Ora ci penso io a vestirti decentemente! - Mi sembrava di essere un fantoccio. Gianna cominciò quell'opera di "restauro" dandomi degli ordini. Si, proprio degli ordini. - Comincia a toglierti la giacca che al resto ci penso io. E stai tranquillo! - La sentii uscire dalla stanza e ritornò poco dopo. Con voce concitata mi disse: - Ale, ho rimediato la giacca di Mario Ragni e pure i pantaloni di Marco. Ora comincia a rivestirti. Giacca blu e jeans. Cercai di fare in fretta l'opera di vestizione. E lei cominciò a parlarmi. Sentivo la sua voce non più concitata ma rassicurante e al tempo stesso piena di fermezza: - Ascoltami bene Ale, ma molto bene. In quei tre minuti ti giochi tutto. Tutto ciò che hai fatto fino ad oggi. Non dimenticare i sacrifici, i dinieghi, le sconfitte. E arrivato il tuo momento. Adesso o mai più! Quest'ambiente non ti darà altre possibilità. Devi tirare fuori tutto quello che hai, il tuo mondo interiore, le tue verità, le tue emozioni, la tua sensibilità, la tua intelligenza, la tua poesia, la tua bontà. Ricordati di quando i discografici ti dicevano "no, il ciechino no per favore! " Tienilo bene a mente e canta come sai fare te. Sono sicurissima che ce la fai. - Mi abbracciò forte, mi baciò, qualche lacrima e. poi l'esibizione con la dolce Francesca. dimmi perché piangi di felicità e perché non mangi ora non mi va Dimmi perché stringi forte le mie mani e coi tuoi pensieri ti allontani. Attaccammo con sicurezza, senza problemi. Mi sentivo su una galassia, padrone di un grande spazio. Volavo libero. L'astronave aveva ripreso il suo viaggio. Furono certamente le parole di Gianna a darmi tutta la forza e l'energia necessaria. Mentre cantavo stavo rivivendo il sogno che avevo fatto una settimana prima. Baudo che presentava il mio brano sottovoce, Francesca che mi stringeva la mano, tutt'intorno il buio. Ma non era l'Ariston, si trattava di un altro teatro con delle tende che si aprivano e si chiudevano dentro di me. Quei tendaggi leggeri, forse, stavano a significare che eravamo isolati dal resto, noi e la musica, ma poi ci saremmo potuti riaffacciare sul mondo appena terminata l'esecuzione. Ecco, quando ci fu l'attacco dell'orchestra subitamente tornai a rivivere il sogno di quella notte. Di quell'esperienza avevo già fatto la prova generale! non amarmi per il gusto di qualcosa di diverso. La sala seguiva in silenzio, partecipe. Pattinavamo su quelle note, Francesca ed io, con scioltezza ed intensità. non amarmi perché vivo nell'ombra non amarmi per cambiare il mondo tanto il mondo non si cambia e siamo tutti specchi. Un applauso, eppoi tanti altri, e grida all'inciso. Eravamo arrivati al cuore della gente, come disse Sandro Ciotti, intervistato da Baudo, durante una pausa della manifestazione: - Il festival di Sanremo ha ragione di esistere se ci offre queste emozioni! - Un successo netto che aveva messo d'accordo pubblico e critica. Ricevetti anche il Premio della Federmusica. Sotto il cielo stellato di Firenze Eravamo felici per quel primo posto tra i "giovani" che riscattava tanti sacrifici, oscurità, incertezze. I pugni, invece, li tenevo in tasca per trovare la forza di reagire all'andazzo di quegli anni. Il successo della cosiddetta "scuola fiorentina" che già aveva lasciato il segno, in precedenza, con Masini si era completato con il secondo posto di Mia Martini (Gli uomini non cambiano scritta da Bigazzi e Dati e con il terzo di Paolo Vallesi (La forza della vita, autore ancora Beppe Dati e la novità di Brutta interpretata da Alessandro Canino, sempre firmata Dati. A proposito di questa presunta "scuola" di cui hanno parlato i giornali, nessuno di noi la considera tale nel senso che non c'è dietro un discorso "accademico": vi sono ottime individualità che costituiscono un buon "terreno di coltivazione", una rete di strutture tecniche, di competenze, di sale di incisione che sono all'avanguardia in campo nazionale. E indubbio, tuttavia, che il gruppo che fa riferimento a Giancarlo Bigazzi, Marco Masini, Beppe Dati, Marco Falagiani e molti altri tra cui anche Aleandro Baldi, è riuscito ad esprimere un proprio mondo poetico, una musicalità che sta dentro la nostra storia musicale, la tradizione pop italiana, ma che si confronta e guarda alle esperienze internazionali. Un marchio di qualità che lo qualifica nel panorama italiano. Ognuno, all'interno, con le proprie caratteristiche e sensibilità che poi si confrontano e si sposano: la genialità graffiante di Giancarlo, la sua musicalità internazionale, il mondo dell'anima di Beppe, la rabbia urlata di Marco, il mio canto di speranza. Da questa fucina sono usciti prodotti, è un dato, che si sono posti all'attenzione del pubblico italiano e di buona parte della critica: quella non condizionata dai pregiudizi e dal partito preso. Ti innamorerai di Marco per fare un esempio, è un brano di grande respiro internazionale che reggerà l'urto del tempo. Cosa resterà degli anni ottanta di Beppe, cantata da Raff è già un "classico", come Disperato il primo successo di Masini. Con Raff ho lavorato alla preparazione di un disco. Gli devo essere grato per i suoi suggerimenti: - Cantare è come recitare. Studiati bene i testi, devi immedesimarti, far vivere il momento e la storia che racconti, l'artista ci deve essere. Da altri ho preso l'esempio attingendo dal loro modo di proporsi e di usare la voce, pur restando me stesso Devo dire che tra i personaggi che più mi hanno colpito c'è Steve Wonder che ho preso in considerazione come artista e non in quanto "non vedente": riesce come pochissimi altri ad operare dei passaggi da fraseggi difficilmente orecchiabili a brani melodiosi. Usa la voce come uno strumento. Una voce fortemente espressiva è quella di Massimo Ranieri, ma anche Baglioni è stato uno dei miei ideali "maestri". Molti mi chiedono dei cantautori. Sono stati il mio "verbo" per una lunga stagione tanto da farmi ripudiare ciò che mi era piaciuto in passato. Mettevano il dito sulle piaghe sociali. Hanno svolto una grossa funzione nel rinnovamento della musica popolare. E chiaro che ognuno deve far tesoro delle diverse esperienze tecniche, strumentali, contenutistiche ma soprattutto deve cercare di essere se stesso, trovare nella sua realtà i suggerimenti e la molla di fare. Quando qualcuno mi chiede verso quale genere sarei più portato rispondo: - Tutti hanno pari dignità purché rispondano al mio bisogno di libertà espressiva. Ne ho avuta così poca da bambino. sì, libertà vo' cercando. Un "polimen" mi potrei autodefinire. - Anche alla luce di queste divagazioni ritengo che da Firenze, dalla nostra esperienza, sia venuta un'impronta non secondaria alla musica italiana di questi anni. Caratterizzata dal rifiuto delle mode del momento, dal rifiuto dei travestimenti, della trasgressione di maniera, dei richiami giovanilistici. Si è poi cercato di affermare contenuti che nascono dalla riflessione sulle cose che ci toccano. Rifiuto del nichilismo, ricerca di valori positivi in una stagione di miseria ideale, di caos. Se un merito c'è, credo risieda soprattutto nel convincimento che tutte le forme musicali - dal classico, al jazz, al pop - possano avere dignità culturale. Personalmente penso ad una musicalità libera dagli schemi e dai dogmi. In tal senso è dunque lecito parlare di "scuola fiorentina", come negli anni sessanta si parlava di quella genovese (De André, Lauzi, Bindi, Paoli ecc.) poi di quella emiliana (Guccini, Dalla, Morandi Bertoli.). Una "scuola", lo dico tra virgolette, che farebbe felice il grande Odoardo Spadaro. Il primo grande, vero cantautore italiano che ha segnato la prima metà del secolo con le sue storielle di vita minuta, intrise di quotidianità e di allegria come Il valzer della povera gente, i cui personaggi sembrano uscire dai quadri dolenti di Rosai o dalle pagine amare di Pratolini. La porti un bacione a Firenze mi dà, ogni volta che la sento i brividi. Che duello tra il grande e squinternato Odoardo e lo sciccoso Chevalier! Non so se esiste, ma credo di si, da qualche parte, uno dei suoi dischi, quelli a 78 giri che suonavano in casa sul grammofono a tromba. Erano così cari al nonno Beppe ed alla nonna Paradisa. Altra epoca nella quale si collocano - come dimenticarli? - il fine Carlo Buti, Otello Boccaccini, il maestro Cesarini, quello dell'Arno d'argento, (ora è soltanto color melma), Narciso Parigi, l'amico di Frank Sinatra e Dean Martin. Beh, insomma, non siamo Napoli, ma qui ci difendiamo bene se si pensa che anche Migliacci, l'autore di Volare è nato sotto il Cupolone. E come dimenticare il livornese Ciampi, il più "francese" dei nostri cantautori che, chissà perché mi viene fatto di associare a Modigliani? Oggi ci muoviamo in un'altra dimensione: tra artigianato e industria estremamente sofisticata: un occhio al prodotto, l'altro alla cassetta, al botteghino, altrimenti "signori si scende! ". Ma il cuore batte forte forte sotto il cielo stellato di Firenze. La bella estate La "bella estate" cominciò da Milano e dintorni. Con Francesca partimmo da Cinisello Balsamo per una tournée che si svolse prevalentemente nel sud Italia: nelle piazze, quasi sempre piene di gente, giovani soprattutto, che ci dettero tanto entusiasmo. Aereo, pullman, auto. un continuo viaggiare senza avere il tempo di fermarsi un momento a pensare, riflettere. Una sensazione piacevole, quasi inebriante, un sogno che si stava avverando: che fossi diventato davvero un cantautore errante? Il sogno personale s'infranse subito nell'impatto tremendo con la realtà del Paese. Dopo Napoli, ricordo ancora il calore di quel concerto nella terra della Grande Tradizione Napoletana che ci riempì di gioia, dopo Napoli dovevamo andare a Palermo. La strage di Capaci ci costrinse a saltare per il momento quella data e quella città, gettata, come l'intero Paese, nel lutto, nel dolore, nella rabbia più fonda per un crimine tra i più efferati. Quella tragedia ci riportava ad una realtà che spesso, nel nostro vivere quotidiano, ci nascondiamo: facciamo finta che non esista perché non si può sempre stare in tensione. Perché farci carico delle grandi tragedie quando già siamo schiacciati dalle nostre piccole disavventure e avversità quotidiane? Ragionamenti di tutti i giorni. Impegno civile e assilli quotidiani: un difficile equilibrio. Quella volta però il Paese ebbe un grande sussulto che si propagò come le onde del mare. La sete di giustizia, il rifiuto dell'oppressione, sotto qualsiasi forma sono dilagate. Oggi non si è più quelli di ieri, come quel "ragazzo che davanti a don Mimì che pretendeva il pizzo gli sparò e sul bastimento si svegliò.". A quel tema, che ora riesplodeva prepotentemente davanti al mondo, avevo dedicato una canzone che coglieva un aspetto dell'emigrazione di un tempo verso le Americhe: Da Napoli a New York. Quanta acqua è passata sotto il ponte di Brooklyn! Battemmo in lungo e in largo il Sud. I mari del sud: Ischia, Ascano di Puglia, Santo Stefano di Camastra, Messina, piccoli centri e grandi città. Ma non c'era il tempo di arrosolarsi al sole o immergersi nelle chiare e calde acque del nostro Mediterraneo. Di quella estate sento ancora il profumo intenso e avvolgente dei gelsomini e degli aranceti, mescolati ai sapori propri delle fiere di paese, che provenivano dai banchetti e dagli stand intorno alle piazze dei nostri concerti: pesce e patatine fritte, zucchero filato, croccanti, leccornie varie. Il bello della tournée è anche questo, le fughe dagli alberghi, le corse sulle autostrade, la vita che si brucia in un attimo. Come l'amore. Ci vuole un attimo per perdersi e non trovarsi più per secoli perché l'amore è difficile come un miracolo e per riperderlo ci vuole un attimo. Sono i versi della canzone che mi portò a vincere il "Disco per l'Estate" di S. Vincent a conclusione di una intensa stagione incominciata a San Remo. Tutto sembrava filare via liscio.Il rapporto con Francesca - che la gente poteva anche equivocare, proiettando su di noi le proprie fantasie - era improntato su di una meravigliosa amicizia ed un forte affiatamento artistico. Sul piano degli affetti stavo vivendo una storia nuova, che mi faceva respirare a pieni polmoni. Il pubblico, non soltanto i più giovani, ci apprezzava. Neanche il ricorso al Pretore con l'accusa di plagio di un certo Oliviero di Caserta, era riuscito a gettare una benché minima ombra sulle nostre assolate giornate. Chi era costui? Mai sentito, né conosciuto. Non amarmi, come riconobbe il Pretore di Firenze, Valoriani, sentito anche il parere di Ennio Morricone, era nata da un mio stato d'animo, elaborata dal nostro gruppo fiorentino. Che c'entrava il tizio di Caserta? Come le stagioni Dopo la tournée estiva arrivò quella invernale. Qualche esibizione qua e là, con le basi, senza gruppo, ai concerti organizzati dal mio amico Paolo. Uno dei non vedenti più attivi e dinamici e allegri che io conosca. L'unico, diciamo così, della "categoria" che frequento abitualmente non solo per ragioni professionali. `Ci troviamo per spiritO e idee affini. Rifiuto del "ghetto" dell'isolamento, il piacere di vivere in mezzo agli altri con la nostra normale diversità, che deve essere accettata prima da noi e poi dagli altri come un limite naturale nella consapevolezza che ognuno ha il "suo". Una lotta dura, condotta tuttora da una minoranza alla quale vogliamo dare la nostra spinta positiva. I guai cominciarono con i primi freddi. Noie alla voce Un peggioramento continuo, progressivo che mi metteva paura, paralizzandomi. Faringite, laringite, tonsillite. Tanti medici. Undici. Facevo la spola dall'uno all'altro. Nessuna soluzione concreta, radicale. La voce non tornava. Rischiavo di perdermi nel labirinto della medicina. - Callosità alle corde vocali, forse qualche nodulo - Questo il responso di uno dei tanti otorini. La situazione era davvero drammatica. Rischiavo di perdere un anno, forse due, di passare nel dimenticatoio, chiudere baracca e burattini. Ero angosciato: il che non aiutava certo miglioramenti tecnici. Bloccato anche sul piano creativo, dell'ispirazione. Tornai a lezione di canto. Bisognava saper ricominciare daccapo. Maria, moglie di Paolo Stecchi entrambi cantanti lirici, mi dette una grossa dritta. Imparai a trattenere il fiato, ad usare meglio la voce, uno strumento delicatissimo che deve essere usato per bene. Fui indirizzato poi da un medico che operava in una clinica fiorentina. Il dodicesimo. Secondo lui bisognava tentare con il setto nasale. Si, bisognava raddrizzarmi il naso e tutto il sistema ne avrebbe beneficiato. Dopo l'intervento, "spremute tonsillari", come le chiamava la mamma, quindi di nuovo il corso per la rieducazione delle corde vocali. Ricominciai, piano piano, con la musica, i provini, piccole apparizioni in varie manifestazioni musicali. Quando salivo sul palco, le paure diminuivano. Quando dovevo chiappare le tonalità alte non temevo più di restare senza fiato. Qualcuno mi aveva consigliato tre mesi di silenzio. Continuai invece lungo la mia strada, rassicurato dall'intervento e dai suggerimenti del foniatra. Nonostante provassi ad esercitarmi tre ore al giorno, quando mi visitò di nuovo l'otorino che mi aveva operato, mi disse che mi trovava bene come uno che avesse riposato a lungo. La lunga estate del '93 non era ancora finita. L'incubo del silenzio, dalla ricaduta, era sempre presente. Ma ci mettemmo ugualmente al lavoro. Dovevamo preparare il pezzo da portare a Sanremo, l'ultima chance, e l'ellepi da lanciare sul mercato. Con Giancarlo Bigazzi, Marco Falagiani, Massimo Barbieri ed io ci mettemmo al lavoro di buona lena. Per me era anche un braccio di ferro contro le avversità della vita. Non era stata facile nè benigna fino allora, ma ero riuscito a superare tutti gli ostacoli. Come le stagioni anche quella così cupa sarebbe passata. Come le stagioni era anche il titolo di uno dei brani inseriti nell'album. Un anelito d'amore, sottile, delicato, durevole: non durare il tempo di una melodia ormai i tuoi occhi sono il mio paese con la piazza e i vecchi dalle lunghe attese con il porto e il mare per ripartire Ma l'immagine rimanda anche a quel porto tranquillo e immobile che era il mio paese, forse più immaginato che reale, al senso di quiete e di ristoro che mi dà sempre. Una visione che la mia mente evoca quando ne sono lontano. Onestà C'era un solo brano quasi pronto, quello di Beppe Dati e Bruno Zucchetti "Francesco", una storia legata ai ricordi d'infanzia di Beppe che viveva vicino a Santa Croce, dove Dante leva il suo sguardo arcigno e accusatore verso la città che lo costrinse all'esilio e, dietro di lui, nella cattedrale, le urne dei forti. No, Francesco è un povero diavolo, quasi un matto che s'è messo in testa di pulire il mondo spazza il dolore e i giorni la vita che non dura tutto l'amore e tutti i sogni che noi buttiamo via. Il resto era da fare, buttar giù, comporre, provare. Ma mi frullava già in testa, le idee scarabocchiate sul pentagramma, appunti sparsi, frammenti di memoria e di discorso che avrebbero dovuto prendere - in pochi mesi - corpo, voce e consistenza. Sembra facile scrivere una canzone! Ma non è poi così semplice perché in tre minuti si deve raccontare una storia, un episodio, l'altalena dei sentimenti in forma poetica, possibilmente e, comunque nel rispetto di una precisa struttura musicale. Giancarlo che sta sulla breccia da molti anni, sostiene che è relativamente più agevole realizzare la colonna sonora di un film (ne ha fatte diverse, tra cui quella di Mediterraneo). Nell'album la storia c'è già, si tratta soltanto di colorarla. Un'estate violenta, abbagliata dal sole e dai ritmi frenetici che ci eravamo imposti: Firenze, Punta Ala, Ponte a Ema (dove si trova la sala di registrazione), Milano. Un tour de force per rispettare i tempi di presentazione del pezzo per Sanremo, per il lancio del disco, in sincronia col Festival e la preparazione della tournée nei teatri, che avevamo in mente di fare. Il lavoro di tanta gente dipendeva da noi "produttori di canzonette". - Dai, Ale, tira fuori il tuo mondo poetico, ma soprattutto la voce! - gridava Giancarlo -. Non possiamo dare vantaggi a nessuno, qui, in questo ambiente nessuno fa sconti o regali, anzi se sei in difficoltà sono mazzate sulla testa. Ti ricordi Ale quando dicevano "il ciechino no, non va bene, canta canzoni pietistiche", dai, è il momento d'infrangere questo muro di ottusità! - Ti chiedo onestà doveva essere il nostro "manifesto", la nostra dichiarazione d'intenti. Ricordate In questo mondo di ladri di Antonello Venditti, che aveva anticipato "Tangentopoli" e dintorni. Oggi avvertiamo un gran bisogno -di verità e soprattutto di onestà, verso se stessi e verso gli altri. Non è un grido, il nostro, un urlo di provocazione o un'invettiva. E piuttosto un invito, una implorazione sussurrata a modo mio, tagliata sul mio stile. Una storia d'amore, certo, ma non soltanto se si vuol leggere meglio. se l'amore non c'è ci vuole pietà e per questo stasera ti chiedo soltanto onestà. Una bella parola, onestà, che mi rimanda all'Honesty di Billy Joel, uno dei più grandi e profondi ancora oggi. Onestà per me è una parola che viene dal profondo, riveste un valore biblico. Andrebbe scolpita nella pietra. In un mondo di ipocrisie, doppie verità, menzogne, finzioni, quella è una parola Santa. Giorni e Record altri due brani, chiamiamoli così, intimisti. Raccontano i nostri umori, ora lieti, ora tristi, con un certo distacco, una consapevolezza più matura: sulla mia strada all'ombra della vita annuso il vento dei miei giorni anche se non ci sei oggi sto bene lo stesso. Record è un omaggio a Gianni, alle sue imprese di un tempo non lontano ma soprattutto alla sua filosofia di vita, il succo dell'amicizia che mi ha dato: Record una esaltante malattia che sfiora la felicità è la vittoria degli eroi che fanno record ma gli sconfitti siamo noi quando crediamo nei perfetti che vanno a vincere per chi non vince mai. Chi era che diceva "beato quel paese che non ha bisogno di eroi"? Brecht? Sono d'accordo. Ma qui si vuol significare anche una sottile esistenziale inquietudine: ma quanto durano i record a questa velocità che ci fa perdere l'eco di tutto quel che si fa. Sarajevo è un grido lacerante di dolore e di speranza: A Sarajevo ci stiamo morendo anche noi. Ritornare a Sanremo Superati gli esami di "qualificazione" con Passerà, il brano che avevamo deciso di portare a Sanremo incominciammo la grande avventura. L'ultima? Chissà. Avevamo comunque la coscienza di aver dato il massimo. Prendemmo alloggio all'Hotel Londra. Come sempre nostro quartier generale. Fu un po' come tornare a casa. Un ambiente che conoscevo bene, quasi familiare. A me toccò la stanza 116. La battezzai subito Soccorso ACI. Chissà che non dovessi aver bisogno di una rimorchiata. Volli star solo, diversamente che dal passato. Due lettini, bagno e antibagno, una bella terrazza davanti al mare ed alla ferrovia. Il treno, ancora una volta, incrociava la mia esistenza. I ricordi d'infanzia m'affollavano la mente. Ora però questa mia momentanea solitudine rispondeva ad una scelta personale, non avevo bisogno della balia, sapevo cavarmela da solo. Eppoi non ero mai solo. Gli amici, le telefonate, le lunghe passeggiate come quelle che facevo per andare allo IOT a Firenze, qualche scambio d'idee con i colleghi, le prove all'Ariston. Che cosa sentivo di diverso rispetto alle precedenti edizioni alle quali avevo preso parte? Tutto. Solo il teatro era uguale. Personalmente mi sentivo una grande determinazione: ero in grado di dare il meglio di me stesso. E così feci la prima sera, balzando subito in testa alla classifica dei "big". Ero partito come "outsider" ero dato per terzo, ora invece mi trovavo in testa. Un giornalista mi telefonò e mi chiese se non fosse uno svantaggio essere dati per vincenti. - No, lo svantaggio è essere perdenti! - gli risposi. Sarei tornato sulla scena due sere dopo. Eravamo contenti, ma c'era l'incognita del voto. Quanto avevamo totalizzato rispetto agli altri? Mistero. Che accresceva la suspense. La sera successiva ci fu l'exploit di Andrea Bocelli, una bella voce lirica la sua, scoperto da Zucchero e apprezzato anche da Pavarotti. Con Andrea ci eravamo conosciuti al tempo del "Gabbione" di Reggio Emilia. Frequentavamo però classi diverse e quindi avevamo avuto rare occasioni di stare insieme. Sapevo che era bravo negli studi e molto seguito dai suoi che venivano in molti, su a trovarlo. Ci siamo poi persi, si fa per dire, di vista! Non molto tempo fa, c'incontrammo di nuovo, a casa sua a Laiatico, per via di una comune amica, per parlare di noi e della nostra parallela avventura musicale. Ora, al Festival, fotografi e operatori TV volevano ritrarci insieme. Per lo scoop! Quando eravamo in collegio non c'era un cane, tranne i nostri genitori, che volessero scattare la fotografia ai piccoli non vedenti. Non se qualcuno è stato alluzzato dall'idea che potessimo rappresentare un fenomeno da baraccone: - Signore e signori, due ciechi protagonisti del festival di Sanremo! - oppure puntare sulla nostra presunta rivalità. Non sono nella testa degli altri. Certo è che il fatto poteva prestarsi anche ad un'altra e più nobile chiave di lettura, quella che preferisco: l'accettazione da parte del pubblico e dei media della "diversità", la fine di una ideologia discriminante che ho sentito a lungo sulla pelle, ma potrebbe esserci un'altra motivazione, l'accettazione di noi in quanto vincenti Per me, per noi, forse c'era soltanto la speranza di segnare una svolta nella nostra carriera professionale: vale a dire poter vivere di musica, realizzare la nostra vocazione. Non più talenti sfortunati, derisi dal destino cinico e baro, ma protagonisti a pieno titolo. Il giorno più lungo Mi ero ritirato tardi, la notte del 26 febbraio, nella mia stanza al n. 116 dell'Hotel Londra. Eravamo rimasti in una saletta dell'albergo con gli amici del coro e altre persone tra cui una graziosa fanciulla bionda a sentire i commenti del dopo Festival: non mi era andata tanto bene quella sera. Ero stato scavalcato da Gerardina anche se mantenevo, ne ero certo, la prima posizione in classifica. "Porca miseria proprio Firenze era stata cattivella con me." In realtà nella mia città c'era una giuria come tante altre sparse in tutta Italia. L'esito di quella votazione aveva scatenato anche nell'ambiente una ridda di ipotesi e anche un vivo allarme: "ci basterebbe il terzo posto, ma qui si rischia di uscire dalla terna", "se non entriamo nei primi tre va tutto a puttana". Erano queste le discussioni e gli umori di quella notte. Tante chiacchiere e supposizioni che un po' mi frastornavano. Ebbi il timore di essere un numero per la suspense dello spettacolo: - Beh, se è così vuol dire che domani vado a fare una comparsata, tanto per onor di firma, eppoi me ne torno a casa. - Dissi a Gianna. Insomma mi arrivavano una serie di segnali negativi che mi avevano messo in uno stato d'agitazione: "aver lavorato come pazzi per un anno intero a preparare l'ellepi, viaggi, sale di prova, ore e ore negli studi di registrazione e poi veder saltar tutto è cosa che fa girare i coglioni come l'elica di un elicottero! ". Potrei anche chiudere qui con la "carriera" di cantautore. Erano queste le cose che si diceva. Sì, ero stato fortemente contagiato dal clima circostante. Ma lo scoraggiamento durò poco. Sentivo crescere una rabbia e una voglia di risposta assai forte. - Sì, lo so, in questa situazione mi sembra di andare alla guerra con una pistola-giocattolo. Ho solo me stesso. Ma dentro di me c'è un mondo di risorse che nessuno può fermare né giudicare. Questo mi venne di dire ad un giornalista che mi aveva raggiunto telefonicamente per sapere come l'avrei presa la notizia di una mia eventuale sconfitta. E lui insisteva: - Cosa ti rimproveri di non aver fatto? - Che ne so, credo di aver dato il meglio di me stesso, cantando con la voce, con il cuore e con il cervello. Ero dato per spacciato. Avevano voglia di carpire il mio dolore per l'eventuale "flop". - Queste domande fatemele almeno domani sera, dopo le due, non ora! - ribattei a queste insistenti domande. No, non mi conoscono. Mi ritirai su nella mia stanzetta d'albergo un po' amareggiato da questo bombardamento di voci, supposizioni, false notizie che si rincorrevano. In queste situazioni c'è sempre qualcuno che dà a credere di essere bene informato. pretattica, battaglia psicologica. Trappole che sarebbe bene, ma non è certo facile evitare. Comunque mi addormentai di brutto come sempre. Non ho problemi col sonno. Dormo. Dormo e sogno. Tanto. I sogni sono la mia stella polare. E anche quella lunga notte ne feci uno, che mi colpì molto. Il sogno della vigilia Il mio disco stava andando male. Non riuscivo più ad esprimermi come avrei voluto. Risentivo della faringite che mi aveva tormentato durante l'estate. Camminavo lungo una strada anonima e semideserta mentre mi frullavano in testa questi amari pensieri. Ad un certo punto mi si avvicina un vecchietto con un braccio rotto. Mi dice: - Senta, ho conosciuto una ragazza, una bella e leggiadra fanciulla ma non posso neanche salutarla e tantomeno abbracciarla per via di questo braccio. Non lo posso muovere. - - Mah, vediamo che cosa si può fare. Mi faccia sentire. Gli presi con le mani il braccio fratturato che però rotto non mi sembrava e cominciai a massaggiarlo, ad articolare i movimenti fino a fargli praticare una certa ginnastica rieducativa. Dopo un po' il braccio era a posto. - Ora la tua fanciulla puoi salutarla come vuoi con il cuore e con la mano! "Ma guarda un po' tu, quando mi sveglio mi vengono immagini e figure poetiche" mi dissi ad alta voce sorridendo e prendendomi un po' per i fondelli. ma dentro di me mi sono sentito più allegro e leggero di quando mi ero coricato. Che il sogno avesse un qualche riferimento con la "esibizione" della sera prima? Che fossi proprio io quel "vecchietto" con il "braccio rotto"? Chissà? L'arto non era affatto rotto. Non si trattava di frattura. Non mi ero fatto poi tanto male scivolando dal primo al secondo posto della classifica provvisoria. Anzi mi sentivo sereno e a posto, lasciandomi alle spalle il "passato". Forse stavo per chiudere una fase della mia vita, significata anche dall'incontro con la "leggiadra fanciulla", che nessun "impedimento" avrebbe potuto allontanare da me ammesso che il "vecchietto" ormai "rinnovato" e "rinvigorito" fossi proprio io! ). Durante quel sogno avevo avvertito un profumo di fuoco che era diventato di donna. Un profumo intenso. Nella stessa giornata mi incontrai con un amico e facemmo una chiacchierata distensiva nella terrazza dell'albergo e gli raccontai il sogno che avevo fatto durante la notte. Lui, incuriosito, lo percepì come un sogno premonitore, preveggente come se avessi avuto un incontro con la mia anima. Parlammo a lungo. Parole dette in libera uscita come si fa tra amici, forse vere, forse no. Ma che importa? Stavo bene. Il morale alto, il "sense of humor" anche. Che volevo di più? Lasciammo l'albergo e con altri amici passeggiammo lungo il mare: la giornata era grigiastra, il sole pigro e pallido, una leggera brezza muoveva i palmizi e punzecchiava la pelle del viso. Il rumore del treno copriva ogni tanto i nostri discorsi. Dal finestrino una voce femminile richiamò la mia attenzione: - Aleandro tu est magnifique! - Appena il tempo di ricambiare l'affettuoso saluto. Il treno riprese il cammino verso la Francia. Passai così le ore dell'attesa. Tranquillamente. Il circo con i suoi domatori, acrobati, bestie feroci, cavalli ammaestrati e clovvn tristi e commoventi, era lontano dalla mia mente, dai nostri ameni discorsi, dalle fantasie del momento. Solo un fotografo che si dichiarava mio ammiratore, non ci lasciava un istante cercando di carpire un'immagine da scoop. Sentivo invece intorno il calore discreto della gente, delle persone che mi fermavano per la strada complimentandosi per la canzone presentata al Festival: Passerà. - E una canzone di speranza, dà fiducia. è importante che proprio da te venga questo segnale! mi dicevano, soprattutto le donne. Tornai in albergo. La hall piena di gente: artisti, produttori, discografici, giornalisti, ragazzini a caccia d'autografi. Un paio d'ore di sonno eppoi la cena prima di "saltare l'ultima fossa" di questa grande corsa ad ostacoli. Cena leggera. Un po' di carne, contorno e frutta. Mai il primo la sera. Quello solo a pranzo. Dieta da atleti, la mia, iniziata al tempo in cui svolgevo la mia attività di fisioterapista all'Assi Giglio Rosso, seguendo la squadra di atletica. Proprio seguendo questa rigida dieta a pranzo, sempre quel giorno, mi ero tenuto assai leggero. Un piatto di pasta e una insalata d'erbe infarcita d'olive, tonno, cipolline, alici. una "persuasa" come l'avevo ribattezzata dato che la proprietaria della trattoria me ne aveva decantato così bene le caratteristiche che mi aveva davvero persuaso della bontà di quel piatto! Poi scesi in pista. Ero di buon umore. "Andiamo a fare la nostra parte" mi dissi. Gianna mi aveva suggerito di vestirmi come la prima sera. Tutti, da Marco Falagiani al coro, erano vestiti come il giorno d'apertura: per un fatto scaramantico, soprattutto: ci era andata bene conquistando la vetta della classifica. E in cima c'ero ancora anche dopo le altalene delle sere precedenti. Ma non conoscevo per niente i termini del mio vantaggio. Se ne parlava in camerino: tutti stavano li a fare calcoli aritmetici e di probabilità. Ora nel gruppo c'era la consapevolezza che forse nella terna vincente ci sarei entrato anch'io - E ora di andare. - Chissà quando si rientra - disse qualcuno del mio entourage mentre lasciavamo il "116" in fila indiana. - L'importante - feci io - è che non si debba rientrare col passo felpato come di chi debba nascondersi, camminare furtivamente! - Una pettinata, un po' di fondo tinta poi il "riscaldamento" della voce. C'era un casino intorno allucinante. Nemmeno un attaccapanni per il loden bleu. Ma a differenza del gabbiotto della sera precedente si respirava, almeno. Non avvertivo alcun senso di soffocamento. Ghelardini mi accompagnava alla chitarra: cominciai ad attaccare le note di I just called to say I love you di Steve Wonder, uno dei miei preferiti, poi passai ai vocalizzi cercando di acchiappare le note alte, intendevo provare l'estensione della voce. Intorno s'era fatto gruppo: gli amici cantavano e suggerivano nuovi brani: Marco Falagiani, Francesca Alotta, Beppe Dati, Bruno Zucchetti, Massimo Barbieri, Massimo Rastelli, Laura Landi. Dal camerino accanto si levavano gli acuti di Andrea Bocelli. - Quanta forza! Siamo andati avanti per un bel po' fino a che non è giunto il mio turno di salire sul palco. Che cosa mi è passato per la mente? Dapprima non ho avuto tempo di pensare a niente perché qualcuno nel sistemare il microfono all'asta - non so se Baudo o la Oxa mi ha fatto battere una boccata sullo stesso microfono. "Speriamo non mi si sia spaccato un dente" ho pensato. Dalla sala si è levato un brusio di sorpresa che mi ha dato il senso di un pubblico attento e partecipe. - Mi raccomando Ale, ammollaglielo alla grande! - mi aveva sussurrato in un orecchio Giancarlo mentre stavo ancora sulle scale. Mi sentivo come un pugile all'angolo del ring, sta per suonare il gong e l'allenatore dà gli ultimi consigli. "Bisogna digrignare i denti" mi ero detto. Poi l'abbraccio di Gianna e il bacio di Francesca. Si, ero proprio determinato a far bene la mia parte fino in fondo. Le imprese - ne sono convintosi gestiscono dal lato psicologico senza lasciarsi dominare o disorientare dalle emozioni. Il sogno del risveglio mi aveva messo addosso una grande vitalità, una fortissima voglia di vivere. No, non volevo tornare a fare "il cieco che canta nei matrimoni" Le canzoni non si scrivono ma nascono da se. Attaccai bene. Silenzio in sala. Solo la mia voce. Fluida, chiara, scorrevole che si andava dilatando infilando puntualmente le note e le tonalità ormai familiari. passerà quel che non va. Al primo inciso il primo applauso dalla sala. passerà questa vita che non va e ci ammazza di illusioni. Poi un secondo, quindi un terzo. Proseguivo l'esecuzione chiuso in me. Perso nella galassia della musica. Sì, perché quando canto sono su una galassia: padrone di un grande spazio dove posso giostrarmi, cullarmi sull'altalena delle note, essere triste, malinconico, allegro, arrabbiato. Posso esprimere tutti gli stati d'animo. Felice e fortunato, mi sento quando posso cantare. Ripeto: in un mondo come quello d'oggi in cui gran parte della gente non può fare ciò che sente, è un privilegio per me poter far coincidere la vocazione col mio mestiere. Inoltre la musica mi dà grande libertà e mi sento come un uomo che vola e anche le difficoltà della vita si allontanano. per chi sbatte negli ostacoli della diversità sono lucciole che cantano nel buio. Un brivido mi corse lungo la schiena mentre accarezzavo queste parole dietro le quali si nascondono le inquietudini di un'esistenza. La mia? Forse. Ma non soltanto. Sono tante le persone cui si può infondere un'iniezione di fiducia, di speranza. Donare loro un fiore. Mentre di più. "Sono solo canzonette" dice Bennato ma nel mio caso c'è anche la testimonianza di un'esperienza di vita. Nessun messaggio dunque. Quelli li inviano i Papi, le autorità religiose i Capi di Stato, i politici, i profeti. Terminato il brano sentii subito gli applausi prolungati della gente in sala: alcuni canticchiavano già il refrain. Dietro di me, l'applauso degli orchestrali della RAI. "Anche questa è passata! " pensai. E non doveva essere andata male a giudicare dall'accoglienza della gente intorno. Nel back stage fui preso d'assalto, sballottato e abbracciato. Sentivo mani che mi toccavano. - No, per carità, non sono un santone! Complimenti, abbracci e baci anche al mio ritorno nei camerini. Poi ancora la lunga attesa. Quella del verdetto finale. Un paio d'ore, forse tre. Sentivo un grande fermento intorno, un clima di crescente fiducia. Io ero sereno e ciarliero, come durante la giornata. Avevo fatto la mia parte professionale: quella razionale e quella irrazionale. portandomi a Sanremo, come sempre, il mio pupazzetto di peluche da viaggio. Un piccolo cagnolino che mi ricorda - vagamente, molto vagamente e con grande immaginazione - il mio Kim, il nostro piccolo bastardino a metà strada tra un cocker e un setter. Il mio Argo. Gianna poi mi aveva pure strofinato il braccio con due cornetti presi a Napoli luogo per antonomasia scaramantico. Insomma tutti i riti erano stati compiuti, in allegria naturalmente e con senso autoironico. Un bicchier d'acqua e poi seduto con i miei pensieri. Intorno c'era un gran movimento: saluti, congratulazioni degli altri concorrenti, l'immancabile toto-festival, che per tutti significa un balzo oppure no nelle vendite dei dischi, nella preparazione di concerti e tournée, nuove prospettive di lavoro oppure il ritorno ad una vita grama, di incertezze professionali, agra dal punto di vista esistenziale. Oracolo "Se mi dovesse andar male, nel senso di essere escluso dalla terna vincente, passerà anche questo momento. Ne ho "viste" tante in vita mia! ". Pensieri come questi mi frullavano per la testa. Ero sereno. E ad un certo punto - mancava più di un'ora al verdetto, Giancarlo mi fa: - Ale, cosa pensi dentro di te, come andrà a finire? - Vuoi davvero che ti dica quello che sento? Ebbene: primo Baldi, secondo Faletti, terza Pausini. - Ma dici sul serio? Speriamo che tu abbia proprio ragione! - Nella sua risposta avvertii una certa speranza e al tempo stesso incredulità e stupore. - Penso che andrà a finire così! - Baldi profetico? O sensitivo? Figuriamoci! La letteratura dell'antica Grecia è piena di ciechi che. vedono lontano. Oracoli. No, io non mi ero lasciato travolgere dalle voci di corridoio, dalle parole gettate al vento, dai tatticismi che si fanno in ogni competizione. Avevo cercato di gestire con razionalità le emozioni. Mi sembrava d'essere alla finale dei Mondiali di Calcio. Il clima era quello. Si respirava anche una certa "internazionalità" e c'era gente molto più matura di me - artisticamente parlando - che avvertiva il peso della sfida, la risonanza dell'evento, le possibili strumentalizzazioni positive o negative che fossero. - Se per "disgrazia" bisognerà tornare a cantare perché non si fa un po' di allenamento in sala? - dissi per alleggerire la crescente tensione. E imbracciai la chitarra del maestro Ghelardini. .Hey Jude don't make it bad take a sad song and make it better remember to let her into your heart. I Beatles. Grandi. Mi davano allegria, voglia di cantare. Ricordo che pochi mesi prima ero stato al concerto fiorentino di Paul Mc Cartney, il Palasport gremito di folla. Un tuffo nei miei sogni di ragazzo. Nelle mie fantasticherie giovanili. La musica è nostalgia, gioia, amore, abbandono. .Yesterday, all my trobles seemd so far avvay. Non potei, allora, trattenere le lacrime. Ora no, ero contento, neanche troppo calato nel momento che stavo vivendo. Si ricostituì il coro un po' sgangherato degli amici: ottimi musicisti maestri, compositori, autori di testi, ma la voce no, quella è più difficile tirarla fuori! Dopo venne la volta dei Bee Gees e di Simon and Garfunkel, The sound of silence, i grandi tanto amati. E ancora Steve Wonder: You are the sunshine on my life e Isn't she lovely, cantati alla nostra maniera. Un po' seria e un po' sbarazzina. Tanto da scivolare in uno dei nostri giochi preferiti nelle pause di registrazione del disco: .Las canciones non se escriben mas. Sì, la mia canzone a ritmo di samba, le parole reinterpretate (ovvero storpiate! ) in un brasiliano maccheronico. - Ragazzi basta! Sembra d'essere all'osteria, un po' di rispetto anche per il nostro lavoro! - Il richiamo di Giancarlo arrivò proprio al momento giusto. La Lotteria era finita. Si estraevano i primi numeri. E sulla ruota di Pisa era già uscito il biglietto vincente: Andrea. Felicitazioni! Tante. Un successo meritato. Annunciato si ma scontato no, niente nella vita è mai scontato perché ci sono gli altri, le giurie, le mode, i gusti della gente, chi pesca il "jolly", chi sbaglia la giocata ovvero la canzone proposta e magari ha anche un bel disco. - Due biglietti in riva all'Arno? - E perché no? Se le carte sono buone. - Un premio a due non vedenti? - Vorrebbe dire che le giurie hanno "visto giusto! " Dopo le nuove proposte, i big. Ma il tempo passava senza alcun segnale. - Mi sbaglio, o sento un gran silenzio intorno? Ma che succede? - Zitto zitto, stanno arrivando. - Si preparino per l'uscita Baldi, Faletti dov'è al piano di sopra? e Pausini. - Così la voce del messo annunciava la terna vincente. - Scusi, ma è questo, diciamo così, l'ordine d'arrivo? - Sì. Era andata. Proprio come avevo previsto o meglio "sentito". Un abbraccio con Giancarlo e non potei trattenere le lacrime di gioia. "Aleandro Baldi 27.145 voti" Mi spinsero sul palco sbatacchiandomi a destra e a sinistra. Si passava a malapena sulle scale: nel retropalco un casino di gente. Chi mi abbracciava, chi mi baciava. Soffocato dagli entusiasmi arrivai che ero un po' stordito, come in trance. Ora non avevo più nessuna intenzione di "gestire le emozioni" del momento. Al diavolo l'autodisciplina! Avevo solo il timore di scordarmi, nei ringraziamenti, le persone che mi erano state vicine ed avevano contribuito a confezionare il disco e a portarmi così alla conquista del titolo sul ring di Sanremo! Durante la conferenza stampa viaggiavo ancora ad un metro da terra. Non mi ricordo cosa ho risposto alle varie domande, forse delle stramberie. Non mi interessava il discorso tecnico. Volevo soltanto richiamare l'attenzione sui significati, sui contenuti della canzone. "Mi basterebbe - mi dicevo fra me e me - che potesse lenire qualche piccolo dolore", senza grandi pretese poiché "le canzoni non guariscono amori e malattie". Né guerre né violenze. Ma possono essere, in un modo o nell'altro, d'aiuto a chi sa coglierle. Sentivo Andrea che rispondeva, calmo come "il mare della sera": - Se hanno vinto due non vedenti vuol dire che io e lui s'è visto lontano! Qualcuno mi ha fatto notare che c'è stato un tempo nel quale Luciano Tajoli era indesiderato in TV perché claudicante. "Tempi lontani" pensavo "già con Bertoli era stato abbattuto quel muro". A proposito: s'è parlato tanto del Muro di Berlino che divideva un popolo, ma mai dei muri che costruiamo dentro di noi. - Se questo Sanremo ha fatto fare un passo avanti nel cammino di umanizzazione della società - mi venne da dire - allora è stato proprio un grande Festival. Si finì a cena da "Giannino", poi verso le 5 del mattino in albergo. Ancora chiacchiere, commenti, telefonate. Nel frattempo ero riuscito a prendere il numero di casa, occupato quasi ininterrottamente. - Ale stai bene? Sei stanco? - Sì, ma felice! - Anche noi. Eravamo tutti insieme per vederti alla televisione. Sapessi quanta gente ha chiamato! . Quando torni? - Domani sera. - Giù nella hall teneva banco con le sue battute, il suo charme e la sua grande personalità Renato Zero. - Ale sai che ti dico? Le persone nun t'hanno votato perché sei bravo, virtuoso, intelligente, ma perché si fidano di te, sei il ritratto dell'autenticità, te porti dietro un mondo vero, pulito. La notte di sciolse dolcemente nell'alba. Rientrai al "pronto soccorso ACI" un po' traballante ma con il "passo felpato" come Fantomas. Ma solo per non disturbare chi a quell'ora stava ancora dormendo. Argokim Feci ritorno a Greve alle due e mezzo di notte. Il paese dormiva. Un fotografo in attesa da ore, davanti a casa, rubò il momento tutto privato del ritorno. Feci le scale piano piano per non far rumore. La chiave, come al solito, era infilata nella porta. Praticamente sempre aperta. Qui da noi usa ancora così! Il primo a venirmi incontro fu Kim, il vecchio e stanco amico di tanti giochi, ora un po' malandato. Avvertì subito la mia presenza come Argo che riconobbe Ulisse al suo ritorno a Itaca dopo la Grande Avventura intrapresa, come dice il Poeta, per "seguir virtute e conoscenza". Anch'io, nel mio piccolo, avevo tentato la grande avventura canora di Sanremo. Quell'aggettivo mi fa sempre sorridere: "canora", come cosa di cani. Il Festival è anche un abbaiar, un latrar di cani, me compreso! Tornavo da un lungo viaggio. Iniziato un anno prima quando si cominciò a preparare il disco e la canzone da portare in questa ribalta internazionale. Una circumnavigazione intorno al mondo della canzone, con la mia barchetta (La nave va. ricordate? ), irta di insidie e di ansie. Forse era stata proprio la paura di non farcela a togliermi l'estate del '93 la voce. Sarebbe stato come tarpare ad un uccellino le ali. Sarei finito subito in bocca al gatto. Avevo davvero rischiato di fare questa brutta fine tanto da non poter cantare neanche ai. matrimoni! Non avevo confessato a nessuno il mio patema d'animo. Smettere di cantare, chiudere con la musica, proprio alla vigilia dell'appuntamento più grande della mia vita artistica: Sanremo tra i "big". Ma ora tutto questo era passato. Come recita la canzone, scritta proprio in quel periodo di difficoltà, di dolore, di angoscia quasi per esorcizzare il pericolo di dover chiudere con il canto. Un lavoro scaramantico e forse terapeutico! Ero finalmente a casa, tra le mura domestiche, lo scodinzolio di Kim, il profumo dei gerani, l'odore dell'arrosto per il pranzo della festa, con la mamma, la persona alla quale confido i miei segreti, il babbo, che mi consiglia sulle cose della politica, dello sport e della vita in genere, la zia, mio fratello Alessio, sua moglie Nathalie e i due nipotini sempre in giro per la casa, come facevo io da piccolo. La chiave nella porta La sera stessa del mio ritorno a casa la prima lieta sorpresa: l'invito a partecipare ai lavori del Consiglio Comunale nell'antico Palazzo Municipale che si affaccia proprio sulla Piazza del Mercato, la più importante: Parlavano del Bilancio. Poi fui fatto sedere al tavolo della presidenza, tra Sindaco e Vice Sindaco. Intorno calore e commozione. Volevano rivolgermi semplici parole di amicizia e di ringraziamento. Come si usa in questi casi, soprattutto nei piccoli paesi, senza solennità nè frasi ampollose e retoriche: qui si va dritti al sodo, al nocciolo delle cose. - Chi ha visto Aleandro negli anni della gioventù non può non aver provato emozione vederlo in TV ricevere il premio del vincitore sul palco dell'Ariston, insieme a personaggi famosi. Forse perché siamo gente di campagna abbiamo sempre pensato che i vincitori di una manifestazione come quella, seguita in tutto il mondo, fossero personaggi di grande rilievo, divi inavvicinabili. No, Aleandro lassù, in televisione, non era un sogno. Sentivo vera commozione nelle parole di Paolo, il Sindaco, più o meno della mia età. Parole come pietre. Che sapevano d'autocritica: - L'affermazione di Aleandro è il successo suo personale e del gruppo che ha lavorato per lui e con lui; il premio di un sacrificio lungo una vita, compiuto in solitudine e forse tra l'incomprensione dei grevigiani, proprio noi l'abbiamo spesso dimenticato, sottovalutando i suoi sforzi, il suo lavoro faticoso, il suo impegno creativo. Ciò detto, questo successo di Aleandro è per noi motivo di grande soddisfazione. La sua è anche la vittoria della periferia dell'Impero. Te ne siamo grati. Sappiamo che ci rappresenti al meglio, meglio di quanto in realtà siamo. Grazie! Sul filo dei ricordi e dell'emozione gli interventi degli altri consiglieri, amici di vecchia data e conoscenti. Chi si ricordava di avermi dato un passaggio quand'ero in attesa della Sita per andare al lavoro, all'Istituto Ortopedico; chi rammentava le mie lunghe e solitarie passeggiate in paese o le chiacchierate fra amici al bar, parlando di sport e di politica. Mi appassionava, allora, la politica. Ero stato anche candidato come indipendente. E mentre si dava sfogo ai ricordi comuni, mi tornò in mente la tremarella che m'aveva attanagliato durante un mio discorso, l'unico, proprio in quella piazza principale, in cui chiedevo qualcosa di utile per i giovani: una scuola di musica, ad esempio, un punto di incontro autogestito. Piccole cose, alla portata del nostro Comune per favorire incontri, attività ricreative, di divertimento e prevenire droga e criminalità che fortunatamente, a Greve non stanno di casa. Se ne dovrà riparlare. Gianni, il farmacista, l'amico fraterno, stava ora toccando il centro del problema suscitato dal mio successo. - Lo Stato basa le sue radici nella famiglia, ma se lo Stato avesse tenuto una buona condotta anche la famiglia Italia oggi avrebbe vinto la sua Sanremo. Invece l'educazione dello Stato non è stata pari a quella che Giorgio ha dato a suo figlio. Caro Aleandro, ci scusiamo di non averti aiutato quando ne avevi più bisogno. Che dire? - Far parlare il cuore, a ruota libera, dicendo pane al pane e vino al vino. Le parole sgorgavano da sole. Dal fondo dei sentimenti, antichi e attuali. L'amicizia: è vero qui a Greve ho molti amici, ma per amici intendo quelli che mi hanno accettato, apprezzato e incoraggiato anche prima che intraprendessi questa strada. Quelli che mi hanno voluto bene per quello che sono. La musica: è il mio modo di esprimermi, di dire ciò che provo e che sento. E anche il mio mestiere, ora. Ognuno deve cercare di fare con scrupolo, coscienziosità il suo: il ciabattino, il muratore, l'architetto, ciascuno deve poter fare con dignità il suo. Le canzoni: in tre minuti una storia, cerco di raccontare cose vere sentite ma la "sintesi" non è mai il prodotto globale di una persona, occorrono anni per conoscerla bene: certi critici frettolosi dovrebbero tener conto di questo. Spero che con il tempo anche il mio lavoro possa essere apprezzato per quello che è. Il paese: da noi c'è la genuinità e la spontaneità del cuore. qui non c'è malizia. Vivere in mezzo a voi, alla gente di Greve, mi ha aiutato a crescere coltivando i valori del lavoro, del sacrificio, dell'onestà. Cose molto rare oggi. Non voglio dire che Greve sia un angolo di Paradiso, di Santi. Anche Greve ha i difetti tipici di tutti i paesi: la gente che fa le bucce al vicino di casa, maldicenze, invidie, chiacchiericci. Questi sono i suoi limiti. Tutto qui. Forse è la sua posizione geografica che ci tiene fuori e distanti dalle tentazioni, dalla legge della giungla e dell'accaparramento che trasforma la gente della grande città. Porto dentro di me l'anima delle colline dove la filosofia delle tangenti non è prevalsa, porto il gusto e l'amore della famiglia, del lavoro, delLa passione per le cose che si fanno a mano. Del rispetto degli altri, dell'onestà. Qui, come diceva il Sindaco, si può davvero tenere la chiave infilata nell'uscio di casa. Come diceva uno scrittore contemporaneo il futuro ha un cuore antico. La felicità Molti mi chiedono cos'è cambiato nella mia vita dopo questa avventura artistica. A loro rispondo così: - Sono mutati i ritmi di lavoro, tutto è più veloce, direi frenetico, è aumentato il carico di responsabilità verso me stesso e verso gli altri (cioè il gruppo di musicisti che collaborano con me, la casa discografica, il pubblico, i media), ma se la domanda ne sottintende un'altra, cioè se dentro di me sono cambiato, la risposta è un secco no. La fedeltà al mio mondo interiore è la cosa a cui tengo di più. Non sono le luci del varietà o gli squilli di tromba del successo che potranno abbagliarmi e stordirmi; mi allontanerei da me stesso. Un prezzo troppo alto che non intendo pagare. La natura ha i suoi cicli, cerco di vivere in sintonia con essa. Dopo il buio della notte, l'aurora, il sole, il crepuscolo della sera: non si può pretendere di vivere sempre sotto il sole. Ci bruceremmo le nostre piccole ali di cera. Il successo è un elisir che va preso a piccole dosi: altrimenti t'inebria, ti droga e ti annienta. Ti acceca. Ed io francamente non ci tengo a fare il bis! L'adulazione mi induce a riflessioni critiche, talvolta severe ed ironiche "Ale sei bello, sei grande, sei un amore." di fronte a certe manifestazioni mi dico: bisognerebbe riaprire l'Istituto. Voglio dire che ogni forma di esagerazione mi disturba anche nei miei riguardi e gli eccessi mi fanno staccare la spina. Apprezzo certo le espressioni di affetto, simpatia e stima che riscontro nelle tante lettere a me indirizzate. Mi rendo conto che l'artista è anche un catalizzatore di aspirazioni, sentimenti, confidenze. Vorrei però che tutto ciò si manifestasse con toni non enfatizzati, sommessi. Sono più vicino alle "piccole cose di pessimo gusto" che non alle grandi gridate e ostentate. Sono dunque dubbioso per tutto questo affanno intorno ai personaggi dello spettacolo; chi ha vinto il Nobel per la medicina è spesso ignorato. Non c'è qualcosa di contorto in tutto questo? Credo che ogni cosa vada posta nella giusta relazione con le altre manifestazioni del pensiero, della creatività, della ricerca, della fatica, del lavoro dei singoli o dei gruppi. Noi regaliamo - è vero - illusioni, momenti di astrazione, sogni, nei quali la gente ha bisogno di credere e proiettare qualcosa di sé e delle proprie aspettative, o scaricare le proprie delusioni e pene esistenziali. Non sarò certo io a negare la funzione come dire? "sociale" della musica (classica, folk, rock, non importa) che è parte del nostro costume e segna il nostro tempo come l'orologio della vita. Ma in fondo le canzoni, nei casi migliori insegnano quel che la vita insegna già. Mi è stato chiesto se sono "felice" per il risultato conseguito. Felicità è un termine troppo importante perché possa essere speso a proposito di un traguardo raggiunto che per me ha soprattutto valore in quanto mi ha permesso di affrontare la sfida proprio con me stesso (le mie ansie, i miei problemi) e nei confronti dello "star system". Ricordate le porte in faccia? il sistema non è stato proprio tenero con me, sopratutto per la mia condizione. Ora, in quel mondo, ci sto con un piede dentro ed uno fuori. Non ho infatti modificato la mia visione delle cose rispetto a quanto ebbi già a dire in un'estate di abissale malinconia ad un gruppo di giovani. Un incontro franco tant'è vero che suscitai la delusione di alcuni di loro che si attendevano un racconto diverso sul "castello incantato" che ai loro occhi rappresenta l'ambiente dello spettacolo. Andai in visita, accompagnato da Don Franco, al villaggio "La vela", vicino a Punta Ala, una delle opere per la gioventù intitolata a Giorgio La Pira. Conservo un bel ricordo di quella giornata piuttosto intensa. Fui bersagliato da tante domande, incalzanti, che abbracciavano molti campi, ma al fondo vi era una grande curiosità per quel mondo luccicante che il "successo" mi aveva consentito di conoscere da vicino. Ricordai a questi giovani che anche la canzone è un prodotto da consumare. In genere non sono fatte per dare messaggi e aiutarvi a vivere, a scoprire dei valori. Hanno una finalità commerciale. - Se non c'è il "business" non vengono prodotte. Non lasciatevi incantare dall'emozione di un attimo. Ognuno cerca - ma io è chiaro che parlo per me di dare dei contenuti alle cose che fa, alle canzoni che propone, ma l'industria discografica ha determinate leggi, quelle del mercato. - Volevo dire loro non è facile saper distinguere tra il vero e il falso e che il successo è un "bene effimero" dal quale non ci si deve far travolgere e al quale non si può sacrificare tutto. Ci tenevo ad aprire bene loro gli occhi. tanta gente non lo sa e dunque non se ne cruccia la vita la butta e mangia solo la buccia. E un'immagine di Gianni Rodari che quand'ero piccolo aveva sollecitato i miei perché. Cosa voleva dire? Andare all'essenza delle cose dando meno importanza al superfluo. L'ho capito dopo quanto sia difficile. Tutto spinge in senso contrario. Ripensando agli anni del collegio ho visto che tutto l'insegnamento (accompagnato dai metodi repressivi che ho detto) era finalizzato alla funzionalità: mi sarei emancipato solo se avessi saputo svolgere determinati lavori. Lo stesso oggi: Baldi è emancipato dalla sua condizione di non vedente perché canta bene! E assurdo dover dimostrare di saper far bene una certa cosa - mestiere, professione, vocazione - per essere accettati dagli altri. Sembra che sei accolto non come persona, con i limiti e i difetti di tutte, ma in quanto "produttore" di qualcosa. La società non dovrebbe essere soltanto un mercato. Anche la vita "produce" eventi. Perché mercificarla? La vita è qualcosa di più di un prodotto sociale, di una merce. E un bene che ha valore in sé. A questa idea sono rimasto fedele anche a costo di restare da solo: è difficile, lo so, difendere i propri convincimenti quando, in un dato ambiente si è in pochi o soli a farlo, ma penso che non bisogna tradire se stessi. Mi è capitato varie volte di sentirmi distante dal comune modo di pensare: non per questo ho rinunziato alle mie convinzioni, frutto della mia ricerca e della mia esperienza di vita. Quella di un ragazzo che ha sempre rifiutato il vittimismo, la compassione degli altri, la falsa pietà: del resto di che dovevano compatirmi? Sono nato così e fin da bambino credevo fosse normale non vedere con gli occhi. Il mio impegno contro la discriminazione è volto ad affermare un principio di uguaglianza. Vincere non serve a risolvere il problema dell'handicap. La lotta per la supremazia crea sempre delle diversità, delle minoranze. Non sono un uomo da record. Questo volevo dire a quei ragazzi parlando delle molte illusioni che la vita riserva. Mi rendo conto che i ragazzi erano - sono - "educati" dai media che propongono un certo modello secondo il quale conta chi ha successo, chi ha il potere, chi è sul podio. Tutto è "grande", tutto è "bello", tutto è "ok". Raramente nelle conferenze stampa o nelle interviste il discorso cade sui contenuti. "ma Francesca cosa ti ha detto, cosa c'è tra voi, amore o amicizia.". Nessuno mi chiede cosa mi ha detto Gianni, il mio amico di tanti momenti difficili! Si cercano troppi scoop e poche vere informazioni. Provo un senso di fastidio per tutto ciò. Non capisco neanche perché bisogna correre da un posto all'altro, da una città all'altra, per promuovere un disco, l'immagine, passando velocemente per radio e tv senza neanche la possibilità di affrontare un tema, un argomento sul quale magari hai lavorato giorno e notte, mesi addirittura, ti sei dannato, hai sputato sangue. Capirei uno che dovesse andare all'ospedale: quello sì che ha ragione di correre. Ma noi? Il business, i soldi, fanno girare tutti come marionette. Quando decideremo di scendere dalla giostra? Perché non tentare di trovare se stessi, superando l'io diviso? Sì, ogni tanto ho bisogno di uscire da questa spirale e di prendere una boccata d'aria, ricercando una dimensione di vita semplice, modesta, frequentando chi ha condiviso con me i momenti della sofferenza, che non dimentico. Mi è stato chiesto spesso se il successo in questa grande vetrina che è il Festival di Sanremo abbia significato un mutamento nel costume del nostro Paese, del suo modo di atteggiarsi verso i diversi, i portatori di handicap. Due non vedenti ai primi posti nelle rispettive categorie: una notizia che ha fatto il giro del mondo. Forse qualcosa ha incominciato a muoversi, ma penso che c'è ancora tanta strada da fare. Oggi sono accettato e apprezzato soprattutto perché "vincente". Mi dà enorme fastidio pensare che la mia vita sia cominciata ora. Gli altri trent'anni sono stati inutili? Sanremo non mi ha fatto passare "dall'altra parte". In fondo, dice un filosofo contemporaneo: che cos'è la felicità? Un "sì" alla vita che ci scaturisce spontaneo da dentro. Un "sì" a quello che siamo, o meglio a quello che sentiamo di essere. Chi è contento ha già avuto il premio più grande e non sente la mancanza di nulla.