Roald Dahl il grande ascensore di cristallo L'Ascensore vola troppo in alto Charlie sorvolava la sua piccola città dentro il Grande Ascensore di Cristallo. Appena pochi minuti prima il signor Wonka gli aveva comunicato che la favolosa, gigantesca Fabbrica di Cioccolato era sua; e adesso il nostro piccolo amico stava andando trionfalmente, con tutta la famiglia, a prenderne possesso. I passeggeri dell'Ascensore erano: Charlie Bucket, il nostro eroe. Il signor Willy Wonka, l'eccezionale fabbricante di cioccolato. Il signore e la signora Bucket, padre e madre di Charlie. Nonno Joe e Nonna Josephine, padre e madre del signor Bucket. Nonno George e Nonna Georgina, padre e madre della signora Bucket. Otto in tutto. Nonna Josephine, Nonna Georgina e Nonno George erano ancora nel loro letto, sospinto a bordo dell'Ascensore al momento del decollo. Nonno Joe si era invece alzato per accompagnare Charlie a visitare la Fabbrica di Cioccolato. Il Grande Ascensore di Cristallo volava dunque tranquillo a tre o quattrocento metri da terra. Il cielo era di un azzurro brillante. Tutti a bordo erano tremendamente emozionati all'idea di andare a vivere nella famosa Fabbrica di Cioccolato. Nonno Joe cantava. Charlie saltellava di gioia. Il signor Bucket e signora sorridevano per la prima volta in chissà quanti mai anni. E i tre vecchietti nel lettone ridacchiavano, scoprendo le rosee gengive sdentate. «Che cosa mai lo tiene per aria, questo coso pazzesco?» gracchiò Nonna Josephine. «Signora» le rispose il signor Wonka, «questo 'coso' non è più un ascensore. Gli ascensori si limitano ad andare su e giù dentro i palazzi. Ma ora questo qui, che ci ha portato su nel cielo, è diventato Un ASCENSORAZZO. Oh, SÌ, SÌ! è il GRANDE ASCENSORAZZO DI CRISTALLO». «E cos'è che lo tiene per aria?» insistè Nonna Josephine. «Ganci celesti» disse il signor Wonka. «Lei mi stupisce» disse Nonna Josephine. «Cara signora» disse il signor Wonka, «lei è nuova dell'ambiente. Quando, però, sarà stata con noi per un po' di tempo, niente più la sorprenderà». «Questi ganci celesti» disse Nonna Josephine. «Suppongo che, da un capo, siano agganciati alla baracca nella quale viaggiamo. Vero?» «Vero» assentì il signor Wonka. «E, all'altro capo, a che cosa stanno attaccati?» chiese Nonna Josephine. «Ogni giorno che passa» borbottò il signor Wonka, «divento sempre più sordo. Ricordatemi di chiamare il dottore per farmi controllare le orecchie, appena torniamo». «Charlie» disse Nonna Josephine. «Non credo di fidarmi troppo di questo signore». «Nemmeno io» disse Nonna Georgina. «Spara un sacco di frottole». Charlie si chinò sul letto e parlò sottovoce alle due vecchiette. «Per piacere» disse, «non rovinate tutto. Il signor Wonka è una persona fantastica. È amico mio, e gli voglio bene». «Charlie ha ragione» bisbigliò Nonno Joe, sopraggiungendo. «Ora sta' zitta e buona, Josie, e non dare noia». «Dobbiamo sbrigarci!» disse il signor Wonka. «Abbiamo così tanto tempo e così poco da fare! No! Un momento! Cancellate! Invertite quanto sopra! Grazie! E ora torniamo alla Fabbrica!» gridò, battendo le mani e facendo un saltello a pie pari. «In volo, torniamo alla Fabbrica! Ma prima di scendere dobbiamo salire più su. Dobbiamo salire ancora più in alto» «Che cosa vi avevo detto» esclamò Nonna Josephine. «Quel tipo è picchiato in testa!» «Sta' zitta, Josie» la rimproverò Nonno Joe. «Il signor Wonka sa esattamente quello che fa». «È matto da legare!» rincarò Nonna Georgina. «Dobbiamo salire ancora più in alto!» gridò il signor Wonka. «Dobbiamo arrivare tremendamente in alto! Tenetevi lo stomaco!». E premette un pulsante marroncino. L'Ascensore fu scosso da un fremito, e poi con un sibilo spaventoso partì dritto sparato verso l'alto come un missile. Tutti si aggrapparono l'uno all'altro, e, man mano che quella strana macchina volante acquistava velocità, il risucchio del vento là fuori si faceva sempre più stridulo, fino a diventare un fischio così penetrante che bisognava urlare per farsi sentire. «Ferma!» strillò Nonna Josephine. «Joe, fallo fermare! Voglio scendere!» «Si salvi chi può!» strepito Nonna Georgina. «Riportaci giù!» implorò Nonno George. «No, no!» urlò a squarciagola il signor Wonka. «Dobbiamo andare su!» «Ma perché?» gridarono tutti insieme. «Perché su e non giù?» «Perché più in alto siamo quando comincia la discesa, più andremo a sbattere veloci» disse il signor Wonka. «Dobbiamo avere la velocità di un meteorite quando andremo a sbattere». «Quando andremo a sbattere contro che»urlarono tutti. «Contro la Fabbrica, naturalmente» rispose il signor Wonka. «Lei sragiona» disse Nonna Josephine. «Ci dica che sta scherzando». «Signora» disse il signor Wonka, «io non scherzo mai». «Oh misericordia!» esclamò Nonna Georgina. «Diventeremo tutti pappetta, dal primo all'ultimo!» «Più che probabile» concordò il signor Wonka. Nonna Josephine cacciò un urlo e scomparve sotto le coperte, Nonna Georgina si aggrappò a Nonno George e lo strinse tanto forte da sformarlo. I coniugi Bucket si abbracciarono, ammutoliti dalla paura. Solo Charlie e Nonno Joe mantennero una certa calma. Quello non era il loro primo viaggio col signor Wonka e si erano avvezzati alle sorprese. Però, man mano che il Grande Ascensore si innalzava e si innalzava, allontanandosi sempre più dalla Terra, anche Charlie cominciò a sentirsi un filino nervoso. «Signor Wonka!» gridò, per farsi sentire sopra il rumore, «quello che non capisco è perché dobbiamo scender giù a così grande velocità». «Mio caro ragazzo» rispose il signor Wonka, «se non si scende giù a velocità vertiginosa non si riesce a sfondare il tetto della Fabbrica. Non è mica facile fare un buco in un tetto così robusto». «Ma un buco c'è già» disse Charlie. «L'abbiamo aperto quando siamo usciti fuori». «Allora ne dobbiamo aprire un altro» disse il signor Wonka. «Due buchi sono meglio di uno. Qualsiasi topo te lo può confermare». Su, su, sempre più su saliva il Grande Ascensore di Cristallo, tanto che ben presto gli oceani e i continenti apparvero ai loro occhi come su una carta geografica. Era uno spettacolo affascinante, ma visto così, dall'alto, attraverso un pavimento di cristallo, metteva una certa fifa. Perfino Charlie cominciava a spaventarsi. Strinse forte la mano di Nonno Joe e levò ansiosamente lo sguardo al vecchietto. «Ho paura, Nonno» disse. Nonno Joe gli mise un braccio attorno alle spalle e lo strinse a sé. «Anch'io, Charlie», disse. «Signor Wonka!» gridò Charlie. «Non le pare che siamo suppergiù abbastanza in alto?» «Giuppersù sì» gli rispose il signor Wonka. «Non basta ancora, però. Non mi parlate, adesso. Che nessuno mi disturbi. In questa fase devo stare molto attento, per tenere tutto sotto controllo. Bisogna spaccare il secondo, ragazzo mio, ecco quanto. Lo vedi questo bottone verde? Lo devo premere esattamente all'istante giusto. Se ritardo di appena mezzo secondo, arriviamo troppo in alto\» «E che succede se arriviamo troppo in alto?» s'informò Nonno Joe. «Per piacere piantatela di blaterare e lasciatemi concentrare!» intimò il signor Wonka. In quel preciso istante, Nonna Josephine cacciò fuori la testa da sotto le lenzuola e allungò il collo oltre la sponda del letto. Attraverso il pavimento di cristallo vide l'intero continente dell'America Settentrionale stagliarsi laggiù, a circa duecento miglia di distanza, non più grande di una tavoletta di cioccolato. «Che qualcuno fermi questo maniaco!» strillò e, afferrato il signor Wonka per le code della giacca con la mano grinzosa, gli diede uno strattone e lo tirò sul letto. «No, no!» urlò il signor Wonka annaspando per liberarsi. «Mi lasci andare! Devo occuparmi di cose importanti! Non parlate al conducente!» «Pazzo scriteriato!» starnazzò Nonna Josephine, scuotendo il signor Wonka tanto forte che la sua testa risultava una macchia indistinta. «Lei ci riporta a casa di filato! Subitissimo!» «Mi lasci!» gridò il signor Wonka. «Devo pigiare quel bottone là, o arriveremo troppo in alto! Mi lasci! Mi lasci!». Ma Nonna Josephine non lo mollava. «Charlie!» chiamò allora il signor Wonka. «Premi tu quel bottone! Quello verde! Svelto! Svelto! Svelto!» Charlie si mosse come un fulmine e schiacciò il pulsante verde. L'Ascensore emise un gemito possente e si ribaltò su un fianco. Il sibilo acuto si interruppe del tutto. Seguì un silenzio agghiacciante. «Troppo tardi!» mugolò il signor Wonka. «O santo cielo, siamo fritti!» Non aveva ancora finito di dirlo che il letto, con i tre vecchietti dentro e il signor Wonka sopra, si sollevò dolcemente dal pavimento e rimase sospeso a mezz'aria. Anche Charlie e Nonno Joe e il signore e la signora Bucket presero a fluttuare verso l'alto, cosicché in un batter d'occhio tutti quanti, letto compreso, galleggiavano come palloncini all'interno del Grande Ascensore di Cristallo. «Lo vede, che cosa ha combinato!» esclamò il signor Wonka, veleggiando qua e là. «Che è successo?» chiese Nonna Josephine. Era scivolata fuori dal letto e svolazzava vicino al soffitto in camicia da notte. «Siamo saliti troppo?» chiese Charlie. «Saliti trappoli» fece eco il signor Wonka. «Certo che siamo saliti troppo! Lo volete sapere dove siamo, cari miei? Siamo entrati in orbita!» Tutti sgranarono gli occhi e spalancarono la bocca, troppo sbalorditi per riuscire a dire qualcosa. «Stiamo girando intorno alla Terra a diciassette-mila miglia all'ora» disse il signor Wonka. «Che effetto vi fa?» «Mi sento soffocare!» ansimò Nonna Georgina. «Non riesco a respirare!» «Certo che non ci riesce» disse il signor Wonka. «Non c'è mica aria, quassù». Si spostò - come a nuoto - lungo il soffitto, e andò a premere un pulsante con su scritto OSSIGENO. «Adesso è tutto a posto» annunciò. «Respirate pure». «È una sensazione stranissima» disse Charlie, vagando qua e là. «Mi par d'essere una bolla di sapone». «È stupendo» disse Nonno Joe. «Mi sento senza peso». «Infatti» disse il signor Wonka. «Nessuno di noi pesa niente - nemmeno mezzo grammo». «Ma non fatemi ridere!» disse Nonna Georgina. «Io peso sessantadue chili esatti». «Non ora, no» le disse il signor Wonka. «Lei è completamente priva di peso». I tre vecchietti - Nonno George, Nonna Georgina e Nonna Josephine - annaspavano freneticamente nel tentativo di rimettersi a letto, ma senza riuscirci. Il letto fluttuava a mezz'aria. Naturalmente anche loro fluttuavano, e non facevano in tempo ad arrivare sopra il letto per tentare di sdraiarsi, che subito ne scivolavano fuori. Charlie e Nonno Joe ridevano a crepapelle. «Che c'è di così buffo?» chiese Nonna Josephine. «Vi abbiamo tirato giù dal letto, finalmente» le rispose Nonno Joe. «Chiudi il becco e aiutaci a tornarci!» sbottò Nonna Josephine. «Ve lo potete scordare» disse il signor Wonka. «Non riuscireste mai a restare sdraiati. Divertitevi quindi a galleggiare». «Questo qui è un pazzo scatenato!» esclamò Nonna Georgina. «State attenti, vi avverto, o ci ridurrà in pappetta!» Grand Hotel Spaziale U.S.A.» L'Ascensore di Cristallo del signor Wonka non era il solo oggetto orbitante intorno alla Terra in quel momento. Due giorni prima gli Stati Uniti d'America avevano lanciato con successo il loro primo Albergo Spaziale: una capsula gigantesca a forma di salsicciotto lunga almeno trecento metri. Si chiamava Grand Hotel Spaziale «U.S.A.» ed era la meraviglia dell'era spaziale. Dentro c'erano un campo da tennis, una piscina, una palestra, una stanza dei giochi per i bambini e cinquecento camere di lusso, tutte con bagno. Aria condizionata ovunque. Era anche munito di una macchina per creare l'effetto gravità, così che dentro non ci galleggiavi. Ci potevi camminare normalmente. Questo oggetto straordinario stava adesso orbitando attorno alla Terra all'altezza di duecentoquaranta miglia. Per portare su e giù gli ospiti era stato allestito un servizio di astrotaxi: tante piccole capsule che avrebbero fatto la spola, partendo da Capo Kennedy, ogni ora, dal lunedì al venerdì. Ma a bordo dell'astrotel non c'era ancora nessuno, nemmeno un astronauta. Per il semplice motivo che nessuno aveva realmente creduto che un satellite enorme come quello potesse mai staccarsi da terra senza saltare per aria. Invece il lancio aveva avuto successo, e ora che il Grand Hotel Spaziale se ne stava sicuro in orbita, lo scalpore era enorme e tutti facevano a gara per essere loro i primi ospiti. Si mormorava che lo stesso Presidente degli Stati Uniti volesse essere tra i primi a soggiornare nell'astrotel, e naturalmente gente di ogni risma e razza e di ogni parte del mondo si era precipitata a fissare una camera. Diversi Re e Regine avevano spedito telegrammi alla Casa Bianca di Washington per prenotare stanze, e un miliardario del Texas di nome Orson Cart, che stava per sposare un'attricetta di Hollywood di nome Helen Highwater, aveva offerto centomila dollari per la suite nuziale. Ma non si possono ospitare clienti in un albergo senza che ci sia pronto uno stuolo di gente a occuparsi di loro, e questo spiega perché in quel momento un altro oggetto curioso orbitava intorno alla Terra. Si trattava di una enorme Capsula da Trasporto, in cui viaggiava al gran completo il personale di servizio del Grand Hotel Spaziale «U.S.A.». C'erano direttori, vicedirettori, portieri, impiegati, cameriere, fattorini, cuochi e facchini. La capsula che li trasportava era guidata da tre astronauti famosi - Shuckworth, Shanks e Showler - tutti e tre belli, intelligenti e coraggiosi. «Tra un'ora esatta» annunciò Shuckworth all'altoparlante, rivolto ai passeggeri, «ci attraccheremo al Grand Hotel Spaziale "U.S.A.", che sarà la vostra felice dimora per i prossimi dieci anni. Da un momento all'altro, ormai, se guardate dritto davanti a voi, dovreste incominciare a scorgere quella magnifica astronave. Ah-ah! Vedo qualcosa! Dev'essere lei, gente! C'è senz'altro qualcosa lassù, davanti a noi!» Shuckworth, Shanks e Showler, nonché i direttori, i vicedirettori, i portieri, gli impiegati, le cameriere, i fattorini, i cuochi e i facchini, stavano tutti a guardare dagli oblò a bocca aperta. Shuckworth sparò un paio di razzi per fare accelerare la capsula, e presero ad avvicinarsi a tutta birra. «Ehi!» gridò Showler. «Quello non è l'albergo spaziale!» «Per mille topastri!» esclamò Shanks. «Che cos'è, in nome di Nabucodorosol! » «Presto! A me il cannocchiale!» ordinò Shuckworth. Con una mano lo mise a fuoco e con l'altra azionò l'interruttore che lo collegava alla Base di Controllo a Terra. «Pronto, Houston!» urlò nel microfono. «Quassù sta succedendo qualcosa di pazzesco! C'è un affare in orbita davanti a noi, e non assomiglia a nessuna astronave che io abbia mai visto, garantito!» «Descrivetela, presto» ordinò Controllo a Terra. «È... è tutta di vetro, più o meno quadrata, e dentro c'è un mucchio di gente! E galleggiano tutti come pesci rossi nel vaso!» «Quanti astronauti, a bordo?» «Nessuno» rispose Shuckworth. «Non è possibile che quelli siano astronauti». «Che cosa ve lo fa supporre?» «Perché ce ne sono almeno tre in camicia da notte!» «Non scherziamo, Shuckworth! » sbottò Controllo a Terra. «Datti una mossa! È roba che scotta!» «Lo giuro» protestò il povero Shuckworth. «Tre di loro sono in camicia da notte! Due vecchiette e un vecchietto! Li distinguo chiaramente! Riesco perfino a vederli in faccia! Perbacco, son più vecchi di Matusalemme! Avranno almeno novant'anni!» «Sei ammattito, Shuckworth?» urlò Controllo. «Considerati licenziato! Passami Shanks!» «Pronto, qui parla Shanks» disse Shanks. «Adesso ascoltatemi, Houston. Ci sono tre vegliardi in camicia da notte che galleggiano dentro quella pazzesca scatola di vetro, eppoi c'è un tipetto buffo con la barba a pizzetto e con un cilindro nero in testa, in giacca di velluto a code color prugna e pantaloni verde-bottiglia...». «Basta così!» gridò Controllo a Terra, esasperato. «Non è tutto» continuò imperterrito Shanks. «C'è anche un bambino di circa dieci anni...». «Quello non è un bambino, idiota!» gridò Controllo. «Quello è un astronauta camuffato! È un astronauta nano travestito da bambino! Quei vecchi sono anche loro astronauti! Sono tutti travestiti!» «Ma chi sono?» gemè Shanks. «Come diavolo faccio a saperlo, io?» disse Controllo a Terra. «Si stanno dirigendo verso il nostro astrotel? » «Proprio là!» gridò Shanks. «Lo vedo bene adesso, l'Albergo Spaziale. È a circa un miglio di distanza». «Vogliono farlo saltare!» strillò Controllo a Terra. «È un caso disperato! È...». All'improvviso la voce da Terra si interruppe e Shanks ne udì un'altra - molto diversa - nella cuffia. Era una voce profonda e rauca. «Ci penso io» disse la voce profonda e rauca. «Siete ancora là, Shanks?» «Certo che sono qua» rispose Shanks. «Ma come osate intromettervi? Tenete il vostro brutto muso fuori da questa faccenda! E poi, chi siete?» «Il Presidente degli Stati Uniti» disse la voce. «Sì! E io sono il Mago di Oz» replicò Shanks. «Chi vuoi prendere in giro?» «Basta con le cretinate, Shanks» sbottò il Presidente. «Questa è un'emergenza nazionale!» «Dannazione!» disse Shanks voltandosi verso Shuckworth e Showler. «È davvero il Presidente. Il Presidente Gilligrass in persona... Hm... Salve a lei, signor Presidente. Come sta, signore?» «Quante persone ci sono dentro quella capsula di vetro?» gracchiò la voce del Presidente. «Otto» rispose Shanks. «E tutti quanti galleggiano per aria». «Galleggiano?» «Non c'è forza di gravità, quassù, signor Presidente. Tutto galleggia. Anche noi galleggeremmo se non fossimo imbracati ai sedili. Non lo sapeva?» «Certo che lo sapevo» disse il Presidente. «Che altro mi sapete dire di quella capsula di vetro?» «C'è un letto, là dentro» rispose Shanks. «Un lettone a due piazze, e galleggia pure quello». «Un letto!» latrò il Presidente. «Chi ha mai sentito di un letto in una nave spaziale!» «È un letto, glielo giuro» insistè Shanks. «Avete le traveggole, Shanks» sentenziò il Presidente. «Oppure siete scemo come un pollo! Passatemi Showler!» «Qui Showler, signor Presidente» disse Showler, ricevendo il microfono da Shanks. «È un grande onore parlare con lei, signor Presidente, sir». «Oh, piantatela!» sbottò il Presidente. «Ditemi solo quello che vedete». «È proprio un letto, signor Presidente. Lo vedo bene con il cannocchiale. Ci sono le lenzuola e le coperte e il materasso...». «Quello non è un letto, imbecille rimbambito!» ululò il Presidente. «Non capite che è un trucco! È una bomba! È una bomba truccata da letto! Vogliono fare saltare per aria il nostro magnifico Grand Hotel Spaziale!» «Ma chi, signor Presidente?» chiese Showler. «State zitto e lasciatemi un po' pensare» disse il Presidente. Seguì qualche attimo di silenzio. Showler aspettava nervosamente. Anche Shanks e Shuckworth. Anche i direttori e i vicedirettori e i portieri e gli impiegati e le cameriere e i fattorini e i cuochi e i facchini. E nell'enorme Sala di Controllo, giù nel Texas, un centinaio di controllori stavano seduti con il cuore in gola davanti ai quadranti e agli schermi, aspettando di sentire quali ordini avrebbe dato il Presidente agli astronauti. «Mi è giusto venuta in mente una cosa» disse il Presidente. «Non avete una telecamera lassù a prua della vostra astronave, Showler?» «Sicuro, signor Presidente». «Allora accendetela, pezzo d'asino, e vediamo di dare un'occhiata da quaggiù a quell'affare!» «Non ci avevo pensato» ammise Showler. «Non per niente è lei il Presidente. Ecco, ci siamo...». Allungò la mano e accese la telecamera a prua dell'astronave. E in men che non si dica cinquecento milioni di persone, che fino allora erano state incollate alla radio, si precipitarono ad accendere il televisore. Sui teleschermi videro esattamente quello che vedevano Shuckworth, Shanks e Showler: una bizzarra scatola di vetro in orbita intorno alla Terra; e dentro la scatola si distinguevano, non troppo chiaramente ma senza possibilità di equivoci, sette adulti e un bambino, nonché un letto a due piazze; e tutti galleggiavano. Tre degli adulti erano scalzi e in camicia da notte. E in lontananza, oltre la scatola di vetro, i telespettatori potevano scorgere l'enorme, scintillante, argentea sagoma del Grand Hotel Spaziale «U.S.A.». Tutti quanti, però, non avevano occhi che per la minacciosa scatola di vetro con il suo equipaggio di sinistre creature: otto astronauti così duri e coraggiosi da non curarsi nemmeno di indossare la tuta spaziale. Chi erano? Da dove venivano? E, in nome del cielo, che cos'era quell'ordigno dall'aspetto spaventoso che sembrava un letto a due piazze? Il Presidente aveva detto che si trattava di una bomba e probabilmente aveva ragione lui. Ma che intendevano farne? In tutti gli Stati Uniti e in Canada e in Russia e in Giappone e in India e in Cina e in Africa e in Inghilterra e in Italia e in Francia e in Germania e in tutto il resto del mondo un certo panico cominciò a serpeggiare fra i telespettatori. «Tenetevi alla larga da loro, Showler!» ordinò il Presidente al microfono. «Non si preoccupi, signor Presidente» rispose Showler. «Me ne terrò ben lontano! »Anche all'interno del Grande Ascensore di Cristallo c'era parecchio fermento. A circa un miglio di distanza davanti a loro, Charlie e il signor Wonka e tutti gli altri potevano vedere con chiarezza l'enorme sagoma argentea del Grand Hotel Spaziale «U.S.A.». E dietro di loro c'era la Capsula da Trasporto, più piccola - ma pur sembre bella grossa. In mezzo stava il Grande Ascensore di Cristallo (che a dir la verità non sembrava per niente grande vicino a quei due mostri). E naturalmente tutti quanti, perfino Nonna Josephine, capivano benissimo quello che stava succedendo. Sapevano pure che i tre astronauti alla guida della Capsula da Trasporto si chiamavano Shuckworth, Shanks e Showler. Tutto il mondo lo sapeva. Da sei mesi i giornali e la televisione non facevano che strombazzarlo. L'operazione Grand Hotel Spaziale era l'avvenimento del secolo. «Che colpo di fortuna!» esclamò il signor Wonka. «Siamo capitati proprio nel bel mezzo della più colossale impresa spaziale di tutti i tempi!» «Siamo capitati proprio nel bel mezzo di un gran brutto pasticcio» lo rimbeccò Nonna Josephine. «Facciamo dietrofront, e alla svelta!» «No, Nonna» disse Charlie. «Ormai che ci siamo, restiamo qui a guardare. È una cosa senz'altro da vedere, la Capsula da Trasporto che si attracca all'astrotel». Il signor Wonka si accostò a Charlie. «Battiamoli sul tempo, Charlie» bisbigliò. «Saliamoci prima noi altri, a bordo dell'astrotel!» Charlie lo guardò a bocca aperta, ammutolito. Poi sussultò e mormorò: «È impossibile. Ci vogliono un sacco di congegni speciali per attraccarsi a un'altra astronave, signor Wonka». «Il mio Ascensorazzo sarebbe in grado di attraccarsi a un coccodrillo, se fosse necessario» replicò il signor Wonka. «Lascia fare a me!» «Nonno Joe!» gridò Charlie. «Hai sentito? Ci attracchiamo all'Albergo Spaziale e poi saliamo a bordo!» «Urrà!» esultò Nonno Joe. «Che trovata geniale, signore! Che idea formidabile! ». Afferrò la mano del signor Wonka e prese a scuoterla come fosse un termometro. «E sta' un po' zitto, vecchio rimbambito!» gridò Nonna Josephine. «Come se non ne avessimo già abbastanza, di guai. Voglio tornare a casa». «Anch'io!» disse Nonna Georgina. «E se ci inseguono? » chiese il signor Bucket, aprendo bocca per la prima volta. «E se ci arrestano?» aggiunse la signora Bucket. «E se ci sparano? » rincarò Nonna Georgina. «E se al posto della barba avessi un cespo di spinaci?» esclamò il signor Wonka. «Che scempiaggini! Non arriverete mai da nessuna parte se andate avanti a forza di 'e se'. Pensate che Colombo avrebbe scoperto l'America se si fosse messo a chiedersi: 'E se affondo lungo il percorso? E se incontro i pirati? E se non riesco più a tornare?. Non sarebbe nemmeno salpato. Nessun 'e se' qui, dico bene, Charlie? In marcia, allora. Un momento... Si tratta di una manovra molto delicata e avrò bisogno di aiuto. Ci sono tre serie di pulsanti da premere, e si trovano in punti diversi dell'Ascensorazzo. Io mi prendo quelli là, il bianco e il nero». Il signor Wonka sbuffò in modo curioso, e ciò gli consentì di attraversare senza sforzo l'Ascensore, andando a planare davanti ai pulsanti bianco e nero, come un uccellaccio da preda. «Nonno Joe, per favore, lei si piazzi davanti a quel pulsante argentato laggiù... Sì, proprio quello lì... E tu, Charlie, vai a galleggiare accanto a quel pulsantino dorato vicino al soffitto. Vi informo che ciascuno di questi pulsanti serve a sparare razzetti da punti diversi dell'Ascensorazzo. In tal modo si cambia direzione. I razzetti di Nonno Joe ci fanno virare a tribordo, cioè a destra. Quelli di Charlie a babordo, insomma a sinistra. I miei servono ad andare su e giù, a farci rallentare o accelerare. Tutti pronti?» «No, un momento!» esclamò Charlie, che galleggiava esattamente a mezza strada tra il soffitto e il pavimento. «Come faccio a salire? Non riesco ad arrivare al soffitto!». Annaspava freneticamente, come uno sul punto di annegare, ma non si spostava di un millimetro. «Mio caro ragazzo» disse il signor Wonka. «Non puoi mica nuotare qua dentro. Non siamo sott'acqua, sai. Questa è aria, e anche molto rarefatta. Non c'è niente su cui spingere. Perciò occorre sfruttare il principio del motore a reazione. Osserva me. Prima tiro un profondo respiro, poi formo un piccolo 'O' con la bocca e soffio più forte che posso. Vedi? Se soffi in giù ti spari verso l'alto. Se soffi a sinistra vieni spinto a destra e così via. Insomma ti manovri come un'astronave, usando il fiato a mo' di propellente». Subito tutti cominciarono a esercitarsi in questa trovata del volo a reazione, sicché l'Ascensore si riempì di soffi e di sbuffi. Nonna Georgina, in camicia da notte di flanella rossa da cui sbucavano le nude gambe ossute, barriva e sputacchiava come un rinoceronte alla carica, e svolazzava da un capo all'altro dell'Ascensore gridando: «Pista! Pista!», scontrandosi a gran velocità con i poveri coniugi Bucket. Nonno George e Nonna Josephine non erano da meno. E vi potete immaginare che cosa mai dovessero pensare di questo spettacolo pazzesco i milioni di telespettatori che vi assistevano da terra. Capirete, non potevano distinguere la scena chiaramente. Sul teleschermo il Grande Ascensore di Cristallo aveva le dimensioni di un pompelmo. I passeggeri, poi, un po' sfocati per via del vetro, non erano più grandi dei semetti del pompelmo. Date le proporzioni, i telespettatori li vedevano ronzare come insetti impazziti in una gabbia di vetro. «Che accidenti combinano?» urlò il Presidente degli Stati Uniti fissando lo schermo a occhi spalancati. «Si direbbe una sorta di danza di guerra, signor Presidente» rispose l'astronauta Showler via radio. «Non mi direte che sono pellerossa!» esclamò il Presidente. «Non ho detto questo, signore». «Ah, sì che l'avete detto, Showler». «Oh, no che non l'ho detto, signor Presidente». « «Silenzio!» ordinò il Presidente. «Mi fate impapocchiare». Intanto, nell'Ascensore, il signor Wonka implorava: «Per favore! Per favore! Smettetela di svolazzare qua e là. State fermi e buoni, sennò non riesco a procedere all'attracco!». «Razza di stoccafisso andato a male!» strillò Nonna Georgina sorvolandolo. «Proprio quando incominciamo a divertirci, lui vuole farci smettere! » «Guardate me, tutti!» gridò Nonna Josephine. «Sto volando! Sono un'aquila reale!» «Io volo più veloce di voialtri!» urlò Nonno George, sfrecciando da tutte le parti con la camicia da notte che gli ondeggiava dietro come la coda di un pappagallo. «Nonno George!» gridò Charlie. «Per favore, adesso calmati. Se non ci sbrighiamo, gli astronauti arrivano prima di noi. O non siete curiosi di vedere com'è fatto dentro l'Albergo Spaziale?» «Pista!» gridò Nonna Georgina scaraventandosi avanti e indietro. «Sono un jumbo-jet!» «Lei è solo un'antenata citrulla!» la rimbeccò il signor Wonka. Ben presto però i vecchietti si stancarono e, rimasti a corto di fiato, ripresero a galleggiare tranquilli. «Siete pronti, Charlie e Nonno Joe?» chiese il signor Wonka. «Pronti, signor Wonka» rispose Charlie, librandosi raso al soffitto. «Eseguite i miei ordini» intimò il signor Wonka. «Sono io il pilota. Non sparate i razzetti finché non ve lo dico io. E non dimenticate il vostro ruolo. Charlie, tu sei babordo. Nonno Joe, lei è tribordo». Il signor Wonka schiacciò uno dei suoi due pulsanti, e subito dalla base del Grande Ascensore di Cristallo scaturì la fiammata dei razzi di spinta. L'Ascensore fece un balzo in avanti, ma scartò violentemente sulla destra. «Fuoco a babordo! » ordinò il signor Wonka. Charlie premette il suo pulsante. I suoi razzi esplosero e l'Ascensore si rimise in rotta. «Avanti piano!» gridò il signor Wonka. «Virare a tribordo... dieci gradi!... Piano!... Piano! Ecco, così!» Poco dopo, s'erano portati proprio sotto la coda del gigantesco e argenteo Grand Hotel Spaziale. «La vedete, quella porticina quadrata con le borchie?» disse il signor Wonka. «È l'entrata per le astroscia-luppe. Non ci vorrà molto, ancora... Virare un tantino a babordo!... Piano!... Adesso un fiatino a tribordo!... Benissimo... Bene... Perfetto... Con la calma si ottiene tutto... Ecco, ci siamo quasi...». Charlie aveva l'impressione di trovarsi su una barchetta a remi sotto la poppa della nave più grande del mondo. Il Grand Hotel Spaziale torreggiava su di loro. Era enorme. «Non vedo l'ora di entrare a vedere com'è fatto» pensò Charlie. A circa mezzo miglio di distanza, Shuckworth, Shanks e Showler tenevano la telecamera puntata costantemente sull'Ascensore di Cristallo. E, da un capo all'altro del mondo, milioni e milioni di persone si accalcavano davanti ai teleschermi per assistere, con il cuore in gola, al dramma in corso a duecento-quaranta miglia di altezza. Nel suo studio alla Casa Bianca sedeva Lancelot R. Gilligrass, il Presidente degli Stati Uniti, nonché l'uomo più potente della Terra. In tale momento di crisi, tutti i suoi consiglieri più importanti erano stati convocati d'urgenza e si trovavano ora accanto a lui, a seguire attentamente sullo schermo gigante ogni mossa di quell'astronave di vetro dall'aria così minacciosa, col suo equipaggio di desperados. Era presente il Governo al gran completo. C'era anche il Comandante Supremo dell'Esercito, insieme ad altri quattro generali. C'erano i Comandanti della Marina e dell'Aviazione, nonché un mangiatore di spade afgano che era il miglior amico del Presidente. C'era altresì il Primo Consigliere Finanziario del Presidente che, in piedi in mezzo alla stanza, cercava di tenere il bilancio dello Stato in equilibrio sulla testa, senonché gli cadeva sempre in terra. Più vicino di tutti al Presidente stava il Vicepresidente, un'enorme signora ottantanovenne con il mento coperto da una fitta peluria. Si chiamava Miss Tibbs, ed era stata la bambinaia del Presidente quando questi era piccino. Era Miss Tibbs a reggere il timone dello Stato. Era lei, la detentrice del potere. Non ammetteva stupidaggini di sorta, da nessuno. Alcuni sostenevano che con il Presidente era ancora così severa come quando lui era bambino. Era il terrore della Casa Bianca. Anche il Capo dei Servizi Segreti se la faceva sotto quando veniva convocato da lei. Soltanto al Presidente era permesso di chiamarla Nanny o Tata. Infine, era presente pure la famosa gatta del Presidente, che rispondeva al nome di Madama Mucimicia. In quel momento nello studio presidenziale regnava un silenzio assoluto. Gli occhi di tutti erano inchiodati sullo schermo TV, dove quel piccolo marchingegno di vetro, con i suoi razzetti direzionali, si avvicinava lemme lemme al Grand Hotel Spaziale. «Attraccano!» gridò il Presidente. «Stanno salendo a bordo dell'astrotel!» «Intendono certo farlo saltare!» esclamò il Comandante Supremo dell'Esercito. «Facciamoli saltare per primi noi, allora! Pim pumpam turutun barabum ... tutti morti». Il Comandante Supremo aveva sul petto tante di quelle decorazioni che gli rivestivano l'intera giubba, con propaggini anche sui calzoni. «Coraggio, signor Presidente» insistè. «Facciamogli vedere chi siamo! Una bella esplosioncina, e via!» «Zitto tu, cretinetti!» gli intimò Miss Tibbs. E il Comandante Supremo dell'Esercito si fece piccino piccino e si rincantucciò in un angolo. «Sentite» disse il Presidente. «Il problema è: chi sono costoro? E da dove vengono? Chiamatemi il Capo delle Spie!» «Eccomi! Sono già qui, signor Presidente, si'r!» disse il Capo delle Spie. Aveva i baffi finti, la barba finta, le ciglia finte, i denti finti, e parlava in falsetto. «Toc-toc» disse il Presidente. «Chi è?» chiese il Capo delle Spie. «Tre Cucuzze». «E quante sennò?» «Perché non Tutto il Cucuzzaìo? O non ancora? » chiese truce il Presidente. Segui un breve silenzio. «Il signor Presidente le ha rivolto una domanda precisa» disse la Tibbs con voce gelida. «Ha pronto il Cucuzzaio, o non ancora?» «Signornò, signorina, non ancora» disse il Capo delle Spie, mettendosi a tremare a verga a verga. «Ebbene, veda di rimediare. Questa è la sua ultima grande occasione» ringhiò Miss Tibbs. «Per l'appunto» disse Lancelot Gilligrass. «Mi dica, senza por tempo in mezzo, chi sono quei cosi in quell'astrocoso di vetro!» «Ah-ah» disse il Capo delle Spie attorcigliandosi i baffi finti. «Questa è una domanda assai difficile». «Vuol dire che non lo sa?» «Voglio dire che lo so, signor Presidente. Almeno credo di saperlo. Senta. Abbiamo appena messo in orbita il più bell'astrotel del mondo. Giusto?» «Giusto!» «E chi è così follemente geloso di questo fantastico astrotel da volerlo fare saltare per aria?» «Miss Tibbs» disse il Presidente. «Sbagliato» disse il Capo delle Spie. «Ci riprovi». «Hmm...» mugolò il Presidente riflettendo fitto fitto. «Vediamo... Non potrebbe per caso trattarsi di qualche altro proprietario alberghiero invidioso del nostro superbo astrotel?» «Ragionamento brillante!» esclamò il Capo delle Spie. «Vada avanti, signore! Ci siamo quasi...». «È il signor Savoy!» disse il Presidente. «Fuochino fuochino, signor Presidente!» «11 signor Ritz!» «Fuocherello, signore! Sempre più caldo! Insista così! » «Ci sono!» gridò il Presidente. «È il signor Hilton! » «Ben detto, benedetto!» esclamò il Capo delle Spie.«È sicuro che si tratti proprio di lui?» «Sicuro no, ma è parecchio probabile, signor Presidente. Dopo tutto, il signor Hilton possiede alberghi praticamente in ogni parte del mondo, ma non ne ha alcuno nello spazio. E noi invece sì. Deve essere, quindi, incavolato nero!» «Perdinci, lo sistemiamo subito!» sbottò il Presidente afferrando uno degli undici telefoni che aveva sulla scrivania. «Pronto!» disse. «Pronto pronto pronto! Non c'è nessuno al centralino?». E si accaniva contro il microfono. «Centralino! Ma non c'è nessuno lì?» «Non aspettarti che qualcuno ti risponda in questo nomento» intervenne Miss Tibbs. «Stanno tutti davanti al televisore». «Be', questo risponderà!» disse il Presidente abbrancando il telefono scarlatto. Era per l'appunto la linea 'rossa', che collegava direttamente la Casa Bianca con il Cremlino, a Mosca. Era sempre attiva e veniva usata solo in casi d'emergenza terribilmente gravi. «C'è pure la probabilità che siano stati i russi anziché il signor Hilton» soggiunse il Presidente. «Non credi, Tata?» «Senza meno, la colpa è dei russi» assicurò Miss Tibbs. «Qui, il primo ministro Jugetoff» rispose una voce da Mosca. «Che cosa ha da dirmi di bello, signor Presidente? » «Toc-toc» disse il Presidente. «Chi è?» chiese il Primo Ministro sovietico. «Guerrino». «Guerrino chi?» «Guerrino Pacino, di Leone Tolstoj» rispose il Presidente. «Ora mi stia a sentire, Jugetoff! Mi tolga quei suoi astronauti dal!'astrotel senza por tempo in mezzo, altrimenti... Altrimenti, temo che dovremo farle vedere un bel po' di sorci verdi, Jugetoff!» «Quegli astronauti là non sono russi, signor Presidente». «È una bugia!» sibilò Miss Tibbs. «È una bugia!» accusò il Presidente. «Io non dico le bugie» giurò il Primo Ministro Jugetoff. «Ha provato a dargli un'occhiata, agli astronauti in quella scatola di vetro? Io stesso non riesco a distinguerli chiaramente, sullo schermo TV, ma comunque uno di loro, il piccoletto con il pizzo e il cilindro, ha decisamente una faccia da cinese. Anzi, mi ricorda da vicino il mio amico Kom Si Kiam... insomma il Capo del Governo cinese». «Porca Mondezza! » esclamò il Presidente sbattendo giù il telefono rosso e precipitandosi a prenderne uno di porcellana. il telefono di porcellana era collegato direttamente con il Capo della Repubblica Cinese a Pechino. «Pronto pronto pronto!» disse il Presidente. «Qui, il negozio di flutta e veldula Ming di Sciangai» disse una vocina distante. «Il signol Ming : in pelsona». «Tata!» urlò il Presidente sbattendo giù il telefono. «Pensavo che questa fosse la linea diretta col Capintesta cinese!» «Infatti» disse Miss Tibbs. «Prova di nuovo». Il presidente sollevò la cornetta. «Pronto!» strillò. «Chi parla?» «Il signol Kong» gli rispose una voce all'altro capo della linea. «Il signor chi?» gridò il Presidente. «Il signor Kong, vicecapostazione di Canton. Se è pel chiedele del tleno delle dieci, il tleno delle dieci non viaggia. Gli è scoppiata la caldaia». il Presidente scagliò il telefono contro il Ministro delle Poste e Telecomunicazioni. Dritto nello stomaco. «Che diamine ha quest'affare?» urlò. «È molto difficile telefonare a chicchessia in Cina, signor Presidente» spiegò il Ministro. «Ci sono tanti di quei Ming e di quei Kong, in quel benedetto Paese, che ming sai kong chi pari, tant volt». «Questo è vero» bofonchiò il Presidente. Il Ministro rimise al suo posto il telefono. «Provi di nuovo, signor Presidente, per favore» disse. «Ho dato una stretta alle viti, di sotto». Il Presidente riprese in mano il ricevitore. «Salve, onolevole signol Plesidente» disse una vocina sottile sottile, lontana lontana. «Qui palla il Secondo Vice Plimo Ministlo Cian-Ko-Din. In che posso selvilla?» «Toc-toc» disse il Presidente, battendo le nocche sulla scrivania. «Ki è?» «Mustafà». «Mustakì?» «Mustafà tanto male quando caschi giù dalla Grande Muraglia Cinese!» disse Gilligrass. Poi: «Scherzi a parte, Cian-Ko-Din, mi faccia parlare con il Primo Ministro Sen-Tun-Po». «Molto spiacente, ma il Plimo Ministlo non c'è in questo momento, pultloppo». «E dov'è ch'è?» «Dov'è chi?» «Sen-Tun-Po!» «Tutt'olecchi. Dica pule». «Non mi faccia incavolare o le strappo il codin, Cian-Ko-Din. Dov'è il Primo Ministro?» «Qui fuoli, a lipalale una folatula alla sua bicicletta». «E cos'è una bicicretta?» «Piego?» Allora il Presidente Gilligrass fece la voce gilligros-sa e urlò: «Oh, lo so ben io dov'è! Non mi fai fesso, a me, vecchio volpone di un mandarino! In questo preciso istante il Primo Ministro cinese sta assaltando il nostro favoloso Grand Hotel Spaziale, con sette altri furfanti, al fine di farlo saltare per aria!» «Chiedo scusa, signol Plesidente, ma lei incolle in un glosso ellole...». «Macché errore d'Egitto!» latrò Gilligrass. «Se non li richiamate indietro subito, quei filibustieri, dirò al Capo delle mie Forze Armate di sbatterli fuori dal sistema solare in quattr'e quattr'otto». «Urrà!» esclamò il Comandante Supremo. «Buona idea! Facciamoli tutti a tocchetti! Pim pum pam! Taratunbarabum! » «Silenzio!» ruggì Miss Tibbs. In quella si udì un grido di giubilo. «Ce l'ho fatta! » Era il Gran Consigliere Finanziario. «Guardate! Sono riuscito a riequilibrare il bilancio! » Era vero, difatti. L'insigne economista se ne stava tutto fiero, ritto al centro della stanza, con l'enorme bilancio federale degli Stati Uniti - una bazzecola da duecento miliardi di dollari - in perfetto seppure precario equilibrio sulla zucca pelata. Applaudirono tutti. A rompere l'incanto proruppe da un altoparlante la voce dell'astronauta Shuckworth. «Hanno attraccato e sono sbarcati. E si son portati dietro il letto... cioè, la bomba». Il Presidente deglutì rumorosamente. Nel far questo inghiottì anche una mosca di passaggio. Il Presidente fu lì lì per strozzarsi. Miss Tibbs gli battè sulla schiena. Lui inghiottì la mosca e si sentì meglio. Afferrò carta e penna e si mise a disegnare. Mentre disegnava, mugugnava fra i denti: «Non ce le voglio, le mosche, nel mio ufficio! Non intendo tollerarle!». I suoi consiglieri aspettavano ansiosi. Sapevano che quel grand'uomo stava per donare al mondo un'altra delle sue brillanti invenzioni. L'ultima era stata il Cavatappi Gilligrass per Mancini, il cui avvento fu salutato dai mancini di tutto il paese come uno dei maggiori benefici del secolo. «Ecco a voi!» esclamò il Presidente, alzando il foglio. «Questa è la Trappola-per-Mosche Brevettata Gilligrass!». Gli si accalcarono tutti intorno. «La mosca si arrampica su per la scala a sinistra» illustrò il Presidente. «Poi, ecco, cammina lungo questa tavola. Si ferma. Annusa l'aria, sente un buon odorino appetitoso. Si sporge dall'orlo e vede una zolletta di zucchero. "Ah-ah! esclama. "Zucchero!. È sul punto di buttarcisi a pesce quando s'accorge della bacinella piena d'acqua, ecco, qui sotto. "Oh-oh"! dice. 'È una trappola! Vogliono farmici annegare!. Così continua a camminare e intanto pensa: "Ma che mosca intelligente che sono . « di queste trappole, bomba. Marziani All'interno dell'astrotel non si stava sospesi a mezz'aria grazie alla macchina per simulare la gravità. Così, una volta ultimata trionfalmente la manovra di attracco, il signor Wonka, Charlie, Nonno Joe e i coniugi Bucket poterono sbarcare dal Grande Ascensore di Cristallo direttamente nell'atrio del Grand Hotel Spaziale. Quanto a Nonno George, Nonna Georgina e Nonna Josephine, nessuno dei tre posava più un piede per terra da oltre vent'anni, e non avevano certo intenzione di cambiare le loro abitudini proprio ora. Quindi, appena tornata la gravità tutti e tre erano piombati di nuovo sul letto, che pretesero venisse sospinto nell'albergo spaziale con loro dentro. Charlie si guardò intorno. Sul pavimento dell'enorme atrio c'era uno spesso tappeto verde. Dal soffitto pendevano venti lampadari sfavillanti. Le pareti erano ricoperte di preziose opere d'arte e dappertutto c'erano grandi e soffici poltrone. In fondo alla sala si aprivano le porte di cinque ascensori. Stavano tutti in silenzio a guardare a bocca aperta quello sfarzo. Nessuno osava parlare. Il signor Wonka li aveva avvertiti che ogni parola profferita sarebbe stata intercettata dalla Sala Controllo Spaziale di Houston, sicché gli conveniva stare attenti. Si udiva un leggero ronzio provenire da sotto il pavimento; ma ciò non faceva che rendere più innaturale il silenzio. Charlie prese per mano Nonno Joe e si strinse a lui. Non era sicuro che tutta questa faccenda gli piacesse troppo. Si erano introdotti nella più grande macchina mai costruita dall'uomo, proprietà del Governo degli Stati Uniti, e cosa sarebbe stato di loro una volta scoperti e catturati, come era inevitabile che succedesse? Prigione a vita? Magari anche di peggio! Il signor Wonka scrisse qualcosa su un foglietto che poi mostrò a tutti. C'era scritto: NESSUNO HA FAME? I tre vecchietti nel letto si misero ad agitare le braccia e a far cenno di sì, aprendo e chiudendo la bocca. Il signor Wonka rigirò il foglietto e scrisse sull'altro lato: LE CUCINE DI QUESTO ALBERGO SONO STRACOLME DI CIBI PRELIBATI: ARAGOSTE, BISTECCHE, GELATO... POSSIAMO FARE BISBOCCIA COME NON MAI. All'improvviso, una voce potente e terribile scaturì da un altoparlante nascosto da qualche parte nella sala. «ATTENZIONE!» tuonò la voce, Charlie trasalì. Anche Nonno Joe sobbalzò. Tutti sussultarono, perfino il signor Wonka. «ATTENZIONE! ASCOLTATE, ASTRONAUTI STRANIERI, TUTTI E OTTO QUANTI SIETE. QUI, CONTROLLO SPAZIALE DI HOUSTON NEL TEXAS. AVETE VIOLATO UNA PROPRIETÀ DEGLI STATI UNITI D'AMERICA! vi si ORDINA DI IDENTIFICARVI IMMEDIATAMENTE! RISPONDETE!» «Ssst!» sussurrò il signor Wonka portando il dito alle labbra. Seguì qualche secondo di spaventoso silenzio. Nessuno si muoveva, tranne il signor Wonka che continuava a ripetere: «Ssssst! Ssssst!». «CHI... SIETE?» tuonò la voce da Houston, e tutto il mondo potè udirla. «RIPETO: CHI SIETE?» gridò la voce irata e perentoria. Cinquecento milioni di persone trattennero il fiato davanti ai teleschermi per ascoltare la risposta dei misteriosi intrusi. Non era possibile vederli per televisione, adesso, perché nell'albergo spaziale non c'erano telecamere a filmare la scena. Si poteva solo udirne le voci. Ai telespettatori non era dato vedere altro che l'esterno del gigantesco albergo orbitante, ripreso naturalmente da Shuckworth, Shanks e Showler che lo tallonavano da presso. La voce aspettò una risposta per mezzo minuto. Ma nessuna risposta venne. «PARLATE!» rombò ancora la voce. E poi -sempre più forte, fino a diventare un urlo spaventoso e così stentoreo da rompere i timpani - ripetè: «PARLATE! PARLATE! PARLATE!». Nonna Georgina si tuffò sotto le coperte. Nonna Josephine si ficcò le dita nelle orecchie. Nonno George nascose la testa sotto il cuscino. I coniugi Bucket, entrambi impietriti, si abbracciarono stretti. Charlie strinse convulsamente la mano di Nonno Joe, e tutti e due rivolsero uno sguardo implorante al signor Wonka pregandolo con gli occhi di fare qualcosa. Il signor Wonka stava in piedi, immobile, e, sebbene serbasse un aspetto molto calmo, potete star certi che la sua mente geniale e creativa vorticava come una dinamo. «QUESTA È LA VOSTRA ULTIMA OCCASIONE!» tuonò la voce. «VE LO CHIEDIAMO UN'ALTRA VOLTA ANCORA: CHI SIETE? RISPONDETE IMMEDIATAMENTE! SE NON RISPONDETE SAREMO COSTRETTI A CONSIDERARVI NEMICI PERICOLOSI. DOVREMO QUINDI PREMERE IL PULSANTE CHE AZIONA IL CONGELATORE DI EMERGENZA, E LA TEMPERATURA ALL'INTERNO DELL'ALBERGO SPAZIALE SCENDERÀ A MENO CENTO GRADI CENTIGRADI. RIMARRETE TUTTI CONGELATI ALL'ISTANTE. AVETE QUINDICI SECONDI PER RISPONDERE, DOPO DI CHE VI TRASFORMERETE IN TANTI GHIACCIOLI... UNO... DUE... TRE...». «Nonno!» mormorò Charlie mentre il conto procedeva inesorabile. «Bisogna fare qualcosa! Assolutamente. E in fretta!» «SEI!» scandì la voce. «SETTE!... OTTO!... NOVE!...». Il signor Wonka non si era mosso. Stava sempre con lo sguardo fisso innanzi a sé, sempre molto calmo, senza tradire la minima emozione. Charlie e Nonno Joe lo guardavano muti e orripilati. Poi, tutt'un tratto, videro quegli occhietti scintillare maliziosi. Il signor Wonka si ravvivò, fece una piroetta, mosse alcuni passi sulle punte e, con una voce che poco o niente aveva più di umano, gridò: «FIMBO FIZL!». L'altoparlante smise di contare. Seguì un gran silenzio. Dovunque, nel mondo, si sarebbe sentita volare una mosca. Charlie teneva lo sguardo inchiodato sul signor Wonka. Questi si apprestava a parlare di nuovo. Trasse un profondo respiro e urlò: «BUNGO BUNI!». Lo sforzo vocale lo sollevò sulle punte dei piedi. «BUNGO BUNI DAFU DUNI YUBI LUNI SIMI NKIUNl!» Di nuovo silenzio. Quando il signor Wonka riaprì bocca, le parole ne uscirono rapide, secche e schioccanti come proiettili di mitragliatrice: «ZUNK-ZUNK-ZUNK-ZUNK-ZUNK». Il tremendo ululato rimbombò nell'atrio dell'albergo spaziale, e l'eco si diffuse in tutto il mondo. Il signor Wonka si girò verso il fondo della sala, da dove proveniva la voce dell'America. Mosse qualche passo in avanti, come un attore che si appressa alla ribalta per cercare un più intimo contatto con la platea. E stavolta parlò in tono più calmo, le parole sgorgarono più lente, ma con una punta di acciaio in ogni sillaba: «KIRASÙ MALIBUKULLU, ISO BIRBU TUCI TRULLU! ALIPENDA KAKAMENDA, NO CALA BRACHE, SUSPENDA! FUCIKIKA KANDARIKE NUGI CANTI VUF URMIKE! POPOKOTA BARUMOKA RISKI BRUTTO SI PROVOKA! LU NASTELLE KATIKATI MARTE VENERE KALATl!» Qui il signor Wonka fece una pausa a effetto. Dopo alcuni, drammatici secondi, trasse un lungo respiro profondo e poi - con voce spaventevole e selvaggia - prese a urlare: «KITIMBIBI ZUNK\ FUMBOLIZZI ZUNK\ GUGUMISSA ZUNK\ FUMIKAKA ZUNK\ ANAPOLALA ZUNK ZUNK ZUNK\» L'effetto che questo sproloquio produsse nel mondo sottostante fu simile a quello di una scarica elettrica. Nella Sala di Controllo della NASA, alla Casa Bianca di Washington, nei palazzi e nelle case, nei tuguri e nelle baite di montagna - dall'America alla Cina, dalla Svizzera al Perù - i cinquecento milioni di persone che avevano udito la selvaggia e spaventevole voce urlare quelle strane parole misteriose rabbrividirono per la paura davanti ai teleschermi. Ognuno si rivolgeva al vicino e chiedeva: «Chi sono costoro? Che lingua è mai questa? Da dove provengono?». Nell'ufficio del Presidente, alla Casa Bianca, il Vicepresidente Tibbs, i Ministri del Governo, i Capi dell'Esercito, della Marina e dell'Aviazione, il mangiatore di spade afgano, il Gran Consigliere Finanziario e Madama Mucimicia, tutti stavano rigidi e tesi, terrorizzati. Solo il Presidente aveva conservato il suo famoso sangue freddo e la sua famigerata lucidità mentale. «Tata, Tata» si mise a frignare, «come la mettiamo adesso?» «Ti faccio portare un bel bicchierozzo di latte tiepido» disse Miss Tibbs. «No, no! Che schifo, il latte!» protestò il Presidente. «Non lo voglio! Non lo bevo!» «Si mandi a chiamare l'Interprete Capo» disse Miss Tibbs. «Il Capo Interprete a chiamare mandisi» ripetè come uno specchio il Presidente. Poi, impaziente: «Dov'è ch'è?». «Eccomi qua, signor Presidente» disse il Capo degli Interpreti. «In che lingua blaterava quella strana creatura lassù nell'astrotel? Su, svelto! Parlava eschimese?» «Non era eschimese, signor Presidente». «Ah! Allora, tagalog! O parlava tagalog oppure ugro!» «Né tagalog né ugro, signor Presidente». «Allora era tulu, vero? O tungus? O tupi?» «Decisamente non parlava tulu, signor Presidente. E sono ben certo che non si trattasse né di tungus né di tupi». «Non star lì a dirgli che cosa non era, scemo!» intervenne Miss Tibbs. «Digli invece di che lingua si tratta«Sissignora, signor Vicepresidente» disse il Proto-Interprete, cominciando a tremare. «Mi creda, signor Presidente» soggiunse, «è una lingua che non avevo sentito prima d'ora». «Io credevo che lei conoscesse tutte quante le lingue del mondo!» «Infatti, signor Presidente». «Non mi conti chiacchiere, Capo Interprete. Come fa a dire di conoscere tutte le lingue del mondo quando invece non conosce questa qui?» «Perché questa non è di questo mondo, signor Presidente». «Sciocchezze!» latrò la Tibbs. «Io stessa sono riuscita ad afferrarne, qua e là, qualche parola». «Questa gente, se vogliamo chiamarla così, signor Vicepresidente, signora, ha cercato, ovviamente, di imparare qualche nostra parola, qua e là, fra le più facili, ma per il resto si esprime in una lingua che sul nostro pianeta non si era mai udita finora». «Per mille scorpioni scornati!» esclamò il Presidente. «Non vorrà mica dire che potrebbero venire da... da... da qualche altra parte?» «Precisamente, signor Presidente». «Da dove, per esempio?» chiese il Presidente. «E chi lo sa?» disse il Primario Interprete. «Ma avrà certo notato anche lei, signor Presidente, che hanno usato le parole Venere e Marte)). «Naturale, che l'ho notato» disse il Presidente. «Ma che cosa c'entra, adesso...? Ah-ah! Ho capito dove vuole andare a parare. Misericordia! Sarebbero venuti da Marte?» «E da Venere» aggiunse il Primo Interprete. «Questo» disse il Presidente, «potrebbe procurarci dei guai». «Ci può scommettere!» disse il Capo Interprete. «Non stava parlando a te» disse Miss Tibbs. «Che si fa ora, Generale?» disse il Presidente. «Li si fa saltare per aria!» esclamò il Generale. «Lei vuol sempre far saltare la gente per aria» disse il Presidente, seccato. «Non riesce a escogitare qualcos'altro? «A me, cosa vuole, mi piace far saltare la gente per aria» ammise il Generale. «Fa un rumore così delizioso. Pum-patapum!» «Non sia sciocco!» disse Miss Tibbs. «Se fa saltare in aria quella gente, Marte ci dichiarerà guerra! E anche Venere!» «Hai proprio ragione, Tata» disse il Presidente. «Ci arrostiranno tutti come tacchini! Ci faranno in purè come tante patate, dal primo all'ultimo». «Avranno a che vedersela con me!» gridò tronfio il Comandante Supremo. «Sta parlando proprio con noi?» mormorò Charo zittì il signor Wonka. «Ascoltate!» amici!» disse la ben nota voce presidenziale . «Cari, cari amici! Benvenuti al . a voi. e Venere!» sussurrò Charlie. «Cioè, lui sssss,'» lo ammonì il signor Wonka. veniteci a trovare quaggiù, sulla nostra piccola umile Terra? Vi invito tutti e otto qui da me a ton dove sarete miei graditissimi ospiti. potete atterrare, con la vostra meravigliosa macchina dietro, alle Casse Terremo pronto il tappeto rosso e vogliamo accogliervi degnamente. Spero proprio che voi conosciate abbastanza la nostra lingua per capirmi Attendo con ansia la vostra risposta...». Sentì un clic e la voce del Presidente si spense. che occasione fantastica!» bisbigliò Nonno Joe. «La Casa Bianca, Charlie! Siamo invitati alla Casa bianca?si misero a danzare, saltellando tuttintorno nell'atrio dell'astrotel. Il signor Wonka, ancora squassato dalle risa, andò a sedersi sul letto e fece segno a tutti di avvicinarglisi in modo da poter parlare sottovoce senza essere uditi dai microfoni nascosti. «Hanno una fifa matta» bisbigliò. «D'ora in poi non ci daranno più fastidio. Perciò, occupiamoci pure del festino di cui stavamo parlando poco fa. Dopo di che passeremo a esplorare l'albergo spaziale». «Ma allora non andiamo alla Casa Bianca?» bisbigliò Nonna Josephine. «A me piacerebbe tanto andare alla Casa Bianca e conoscere il Presidente». «Mia cara nonnetta svampita» le disse il signor Wonka, «lei assomiglia tanto a una marziana quanto una tartaruga! Si accorgerebbero subito che li abbiamo fatti fessi. Ci arresterebbero senza manco darci il tempo di dire 'come va la vita?». Il signor Wonka aveva ragione. Accettare l'invito del Presidente era fuori questione, e lo sapevano tutti benissimo. «Ma dobbiamo per forza rispondergli qualcosa» disse Charlie sottovoce. «Il Presidente starà certo aspettando una risposta». «Inventiamo una scusa» disse il signor Bucket. «Diciamogli che abbiamo altri impegni» suggerì la signora Bucket. «Avete ragione» sussurrò il signor Wonka. «È da maleducati non rispondere a un invito». Si alzò in piedi e si allontanò di qualche passo dal gruppo. Per un minuto o due rimase immobile, raccogliendo i pensieri. Poi, ancora una volta, Charlie vide i suoi occhietti illuminarsi entro una raggiera di rughe, e quando il signor Wonka cominciò a parlare, la sua voce sembrava quella di un gigante, profonda e diabolica, altissima e grave: «Tra la molle melma malba, nello stagno ureo e cutigno, quando l'alba il cielo scialba, tutti i grobi a caccia van. Puoi udirli, slimi-slimi, glississare nella polta, brutti viscidi acri e imi avanzare piano pian. Scappa, allora. Oh, corri e prilla tra la falba folle melma! Salta zompa stolza e sguilla, ma dai grobi sta' lontani» Nel suo ufficio, duecentoquaranta miglia più in basso, il Presidente si fece più bianco della Casa Bianca. «Per mille conigli cornuti!» esclamò. «Ce l'hanno proprio su con noi, ce l'hanno!» «Mi consenta, la prego, di farli saltare per aria!» lo supplicò l'ex Comandante in Capo dell'Esercito. «Silenzio!» gli ordinò Miss Tibbs. «E fila subito in castigo nell'angolino!» Intanto, nell'atrio del Grande Albergo Spaziale, il signor Wonka aveva smesso di parlare soltanto per comporre mentalmente un'altra strofa, e stava giusto per ricominciare a declamare i suoi versi, quando un terrificante grido lo raggelò. A gridare era stata Nonna Josephine. Seduta sul letto, con un dito tremante indicava gli ascensori che si trovavano in fondo al salone. Cacciò un secondo urlo, senza smettere di puntare il dito verso gli ascensori; e allora tutti gli sguardi si volsero da quella parte. La porta dell'ultimo a sinistra si stava aprendo lentamente, e tutti notarono che c'era qualcosa... qualcosa di denso... qualcosa di bruno... qualcosa di non proprio bruno, magari di bruno-verdastro... qualcosa dalla pelle viscida e dagli occhi smisurati... E questo qualcosa stava accovacciato all'interno dell'ascensore! Uova viscide nell'ascensore Nonna Josephine aveva smesso di urlare, irrigidita com'era dallo sgomento. Tutto il gruppo raccolto accanto al letto si era fatto di pietra, Charlie e Nonno Joe compresi. Nessuno osava fare una mossa. Sì e no osavano respirare. Lo stesso signor Wonka, che si era rigirato al primo urlo, non appariva meno sbigottito di tutti gli altri. Stava là con la bocca dischiusa e gli occhi sgranati. Quello che vide, quello che tutti videro, fu questo: Sembrava un enorme uovo appoggiato sulla punta più aguzza. Era alto come un ragazzo e più largo di un uomo obeso. La pelle bruno-verdastra aveva un aspetto lucido e umidiccio, ed era coperta di rughe. A circa tre quarti partendo dal basso, nella parte più larga del corpo, c'erano gli occhi, tondi e grandi come tazze da tè. Questi occhi erano bianchi, con al centro brillanti pupille rosse. E le rosse pupille erano rivolte verso il signor Wonka. Ma poi cominciarono a spostarsi lentamente per posarsi a turno su Charlie e Nonno Joe, e in seguito sugli altri del gruppo, fissando ciascuno di loro con espressione gelida e malevola. Gli occhi erano tutto quello che c'era. Non esistevano né naso né bocca né orecchie. Poi quel corpo ovoidale prese a muoversi pian piano, lieve lieve, pulsando e gonfiandosi appena qua e là, come se sotto la pelle scorresse qualche liquido denso. A questo punto Charlie s'accorse che anche l'ascensore accanto stava scendendo. I numeri indicanti il piano, situati al di sopra della porta, si erano messi a lampeggiare l'uno dietro l'altro: 6... 5... 4... 3... 2... 1... T - cioè pianterreno. Seguì una breve pausa. Poi la porta automatica si aprì ed ecco apparire, lì dentro, un secondo enorme viscido rugoso uovo bruno-verdastro dagli occhi sbarrati! Ora i numeri lampeggiavano su tutti e tre gli altri ascensori, via via che questi scendevano giù... giù... giù... E in pochi istanti tutti e tre raggiunsero contemporaneamente il pianterreno e le porte si spalancarono. C'erano cinque porte aperte adesso... una creatura nel vano di ciascuna... cinque in tutto... e cinque paia di occhi bianchi con pupille rosso Nonno Joe e tutti gli altri si trovavano esattamente nella stessa situazione Le creature erano di un colore diverso ma tutte e cinque erano della stessa forma e delle stesse dimensioni avevano la pelle brunastra che pulsava e si increspava. Per circa trenta secondi non accadde niente. Nessuno si mosse, nessuno emise un suono. Il silenzio era terrificante. La tensione insopportabile. Charlie era così spaventato che si sentiva aggricciare la pelle. All'improvviso si accorse che la creatura nell'ascensore di sinistra cominciava a cambiar forma! Il corpo le si assottigliava sempre più, avvicinandosi a poco a poco al soffitto dell'ascensore, descrivendo una leggera curva a sinistra e assumendo una forma sinusoida curiosamente aggraziata. La serpentina si ripiegava su se stessa, si allungava sulla destra, si stendeva sempre più. E poi, ecco, circa a metà dell'uovo primitivo apparve un rigonfiamento che a sua volta cominciò ad assottigliarsi e allungarsi ... a strisciare e allungarsi sempre più. Finalmente la creatura, che all'inizio sembrava un enorme uovo, assunse l'aspetto di un lungo serpente con due braccia ritto sulla propria testa. Poi l'essere che si trovava nell'ascensore accanto cominciò anch'esso a stiracchiarsi e deformarsi allo stesso modo. Che effetto agghiacciante faceva a guardarlo! Quell'essere viscido e strano seguitò per un pezzo a contorcersi fino ad assumere una forma un po' diversa dalla prima, tenendosi in equilibrio sulla curva inferiore. Subito dopo le altre tre creature presero anch'esse a contorcersi tutte e tre contemporaneamente. Ognuna si allungò lentamente verso il soffitto, diventava sempre più alta e sempre più sottile, curvandosi e attorcigliandosi, deformandosi e arricciandosi, tenendosi in equilibrio ora sulla testa ora sulla coda ora su tutte e due, finché si girava di fianco in modo da mostrare solo un occhio. Quando tutte e cinque ebbero finito di contorcersi e allungarsi, ecco quale fu il risultato: Le cinque uova occhiute si erano trasformate in biscioni, e i biscioni avevano assunto la forma di cinque lettere dell'alfabeto, componendo così la parola FUORI. «Fuori! Scappiamo!» gridò il signor Wonka. «Presto, fuori di qui! Darsela a gambe!» Charlie e Nonno Joe e i coniugi Bucket si mossero con una rapidità di cui essi stessi non si sarebbero creduti capaci. Si precipitarono tutti e quattro dietro alla spalliera del letto e cominciarono a spingerlo come pazzi. Il signor Wonka li precedeva di corsa gridando: «Scappa! Scappa! Scappa!», e in dieci secondi netti si ritrovarono tutti fuori dell'astrotel e di nuovo all'interno del Grande Ascensore di Cristallo. Freneticamente, il signor Wonka prese a svitare bulloni e a premere pulsanti. La porta del Grande Ascensore si chiuse di scatto e la buffa navicella di cristallo si staccò dall'attracco con un balzo di lato. Ce l'avevano fatta! E naturalmente tutti quanti, compresi i tre vecchietti pigri e il loro letto, galleggiavano adesso di nuovo a mezz'aria.«Oh, povero me!» ripeteva gemendo il signor Wonka. «Oh, santi numi! Oh, santi in umido! Oh, saltimbocca! Anche questo, mi è toccato vedere. Spero proprio che non mi capiti più, finché campo!» Mentre così si lamentava e deprecava, aveva premuto alcuni pulsanti, e i razzi propulsori avevano impresso una tale velocità all'Ascensore di Cristallo che ben presto l'Albergo Spaziale si ridusse a un puntino in lontananza. «Ma chi erano quelle creature spaventose? » chiese Charlie. «Vuoi dire che non lo sai? » esclamò stupefatto il signor Wonka. «Be', meglio così! Se tu avessi avuto la più pallida idea dell'orrore che ti stava in fronte, ti si sarebbe gelato il midollo nelle ossa! La paura ti avrebbe impietrito e fossilizzato! Saresti rimasto incollato per terra! Quelli allora ti avrebbero acchiappato! Di te avrebbero fatto un cetriolo trifolato! Ti avrebbero tritato e sminuzzato, grattugiato come cacio parmigiano, trasformato in una vivente e fumante porzione di fiocchi d'avena! Con le tue falangi falangine e falangette ci si sarebbero fatti collane e coi tuoi denti braccialetti! Perché quelle creature, mio caro ragazzo ignorante, son le belve feroci più brutali, vendicative, velenose e assassine di tutto l'universo!» Qui il signor Wonka fece una pausa e si umettò le labbra con la lingua. Poi esclamò: «Quelli sono i CNIDI VERMICOLOSI, ecco chi sono!». «Credevo che fossero grobi» disse Charlie. «Sa, quei cosi slimi-slimi, acri e imi, di cui lei parlava poco fa al Presidente». «Oh, no. Quelli, i grobi, me li sono inventati io, tanto per impressionare la Casa Bianca» rispose il signor Wonka. «Invece non c'è niente di inventato, purtroppo, per quel che riguarda i Cnidi Vermicolosi. Essi .vivono, come tutti d'altronde stanno, sul pianeta Verminus che dista da noi diciottomilaquattrocentoventisette milioni di miglia. Sono feroci ed estremamente astuti, quei bruti. Il Cnido Vermicoloso può assumere qualsiasi forma, come gli pare e piace. Non ha nemmeno un osso. In realtà il suo corpo è un unico muscolo enorme, tremendamente forte, ma molto plastico e malleabile; come dire?... una via di mezzo tra il caucciù e il cemento armato. Abitualmente ha l'aspetto di un uovo, ma senza sforzo può farsi crescere due gambe come un uomo o quattro come un cavallo. Può diventare tondo come una palla o sottile come la funicella di un aquilone. Un Cnido Vermicoloso adulto può allungare il collo e azzannarti da cinquanta metri di distanza senza nemmeno alzarsi!» «Azzannarti con che?» chiese Nonna Georgina. «Non m'è parso che ci avessero la bocca». «Possiedono ben altro con cui mordere» fu l'oscura risposta del signor Wonka. «E sarebbe?» insistè Nonna Georgina. «Passo e chiudo» tagliò corto il signor Wonka. «Tempo scaduto. Ma non vi pare buffo? Me ne stavo lì a prendere in giro il Presidente facendogli credere che noi fossimo creature extraterrestri e, cribbio!, lì a bordo c'erano sul serio creature di un altro pianeta!» «Pensa che ce ne siano molti altri?» chiese Charlie. «Oltre a quei cinque che abbiamo visto?» «Mìgliaia!» asserì il signor Wonka. «Nell'astrotel ci sono cinquecento stanze. E, probabilmente, in ognuna si annida una famiglia di Cnidi». «Si prenderanno un gran bello spaghetto, gli ospiti dell'albergo appena ci mettono piede!» opinò Nonno Joe. «E come spaghetti saranno mangiati» precisò il signor Wonka, «tutti, dal primo all'ultimo». «Mica dice sul serio, signor Wonka... o sì?» chiese Charlie. «Sicuro che dico sul serio, altroché» assicurò il signor Wonka. «I Cnidi sono il terrore dell'universo. Viaggiano nello spazio a fitti sciami, atterrano su stelle e su pianeti e distruggono tutto quello che trovano. Ci abitavano creature assai graziose sulla Luna, molto tempo fa. Si chiamavano Pusilli, non mi chiedere perché. Ma i Cnidi Vermicolosi se li sono pappati tutti. E lo stesso hanno fatto su Venere e su Marte e su tutti gli altri pianeti: piazza pulita!» «Ma perché non sono scesi anche sulla Terra?» chiese Charlie. «Ci hanno provato, Charlie, e parecchie volte, ma hanno sempre fatto fiasco. Vedi, tutt'intorno alla Terra c'è una vasta cintura di aria e gas. Qualsiasi corpo che, dall'esterno, vi si inserisca a gran velocità, diventa incandescente. Appunto per questo le capsule spaziali sono protette da uno scudo di metallo refrattario al calore. Inoltre, al rientro nell'atmosfera, riducono la velocità a circa duemila miglia all'ora, dapprima mediante retrorazzi e poi a causa dell'attrito. Ma, nonostante tutto, si sbruciacchiano ben bene. Orbene, i Cnidi, che viaggiano a corpo libero e non sono per niente refrattari al calore e non hanno nemmeno una briciola di retrorazzi, vengono completamente rosolati e sfrigolati prima ancora di arrivare a mezza strada. Avete mai visto una stella filante?» «Parecchie» disse Charlie. «Be', in effetti non sono stelle filanti» spiegò il signor Wonka. «Sono Cnidi filanti. Si tratta di Cnidi che tentano di penetrare nell'atmosfera terrestre a gran velocità e vengono abbrustoliti». «Che assurdità» disse Nonna Georgina. «Aspetti, aspetti» le disse il signor Wonka. «Potrebbe vederne una prima di sera». «Ma se sono davvero così feroci e pericolosi» disse Charlie, «perché non ci hanno mangiato subito, nel Grande Albergo Spaziale? Perché hanno perso invece tempo a trasformarsi in lettere per scrivere FUORI? » «Perché gli piace mettersi in mostra» rispose il signor Wonka. «Sono terribilmente orgogliosi della loro capacità di scrivere a quel modo». «Ma allora perché scrivere fuori se volevano acchiapparci e divorarci?» / «È l'unica parola che conoscono» rispose il signor Wonka. «Guardate!» gridò nonna Josephine, indicando qualcosa al di là del vetro. «Laggiù!» Ancora prima di voltarsi a guardare, Charlie sapeva esattamente che cosa avrebbe visto. E lo sapevano anche gli altri. Si capiva dalla stridula nota isterica nella voce dell'anziana signora. Ed eccolo là, navigare senza sforzo al loro fianco, un esemplare colossale di Cnido Vermicoloso, grosso come una balena, lungo come un autocarro, con uno sguardo vermicoloso terribilmente brutale! Non era a più di dieci metri di distanza. Aveva la forma di uovo, viscido, bruno-verdastro, con un occhio rosso malefico (l'unico visìbile) fisso intensamente sull'equipaggio che galleggiava all'interno del Grande Ascensore di Cristallo! «È giunta la nostra ultima ora!» balbettò Nonna Georgina. «Ci mangerà tutti!» urlò la signora Bucket. «In un sol boccone!» puntualizzò il signor Bucket. «Siamo spacciati, Charlie» disse Nonno Joe. Charlie annuì. Non riusciva a parlare o a emettere alcun suono. Aveva la gola paralizzata dal terrore. Ma stavolta il signor Wonka non si fece prendere dal panico. Rimase perfettamente calmo. «Ce ne sbarazziamo subito, di quello] » disse, e in un baleno premette dei pulsanti. Sei razzi direzionali partirono simultaneamente dall'Ascensore, che balzò in avanti come un cavallo imbizzarrito, sempre più veloce; ma il grosso verdognolo viscido Cnido gli tenne dietro senza il minimo sforzo. «Lo cacci via!» strillò Nonna Georgina. «Non sopporto quello sguardo!» «Stia tranquilla, mia cara signora» le disse il signor Wonka, «perché tanto qui dentro non c'entra. Non mi vergogno di ammettere che anch'io mi sono un tantino spaventato, a bordo dell'astrotel. E ne avevo ben donde. Ma qui, invece, non c'è niente da temere. Il Grande Ascensorazzo di Cristallo è a prova d'urto, d'acqua, di bomba, di pallottola e anche a prova di Cnido! Perciò rilassatevi e cercate di spassarvela». Detto questo, si mise a declamare: «Oh tu Cnido, sei tu vermicoloso! Sei viscido, sei putrido e sguiscioso! Paura non ci fai che qui non entrerai mai e poi mai. Quindi smamma e non renderti noioso». A questo punto, il grosso Crudo là fuori virò di bordo e cominciò ad allontanarsi dall'Ascensore di Cristallo. «Ecco qua!» esclamò il signor Wonka, trionfante. «Mi ha sentito! Se ne sta andando!». Ma si sbagliava. Giunta a circa cento metri di distanza, la creatura si fermò, indugiò un istante, poi innestò la retromarcia e ritornò verso l'Ascensore rigirato dalla parte posteriore (che non era altro che la parte aguzza dell'uovo). Anche a marcia indietro, raggiun- ! se subito una velocità incredibile. Sembrava una mostruosa pallottola e si avvicinava con una tale rapidità che nessuno ebbe il tempo nemmeno di urlare. PATAPUM! Fu un colpo d'ariete tremendo: l'Ascensore fu squassato, tremò tutto e vacillò; ma il cristallo resìstette e il Cnido rimbalzò come una palla di gomma. «Che vi dicevo! » flauto il signor Wonka, trionfante. «Siamo come in un ventre di vacca, qua dentro! » «Gli verrà un gran brutto mal di testa dopo questo botto» osservò Nonno Joe. «Non è la testa, è la coda, quella!» disse Charlie. «Guarda, Nonno, gli sta crescendo un grosso bernoccolo dove ha battuto contro l'Ascensore. È diventato tutto nero e blu». E difatti un bernoccolo violaceo, grosso quanto una piccola automobile, stava spuntando sulla parte aguzza del gigantesco Cnido. «Ehilà, brutto sporco bestione!» lo canzonò il signor Wonka. E poi gli cantò una canzoncina: «Ehilà, Cnido! Di' un po', come stai? Hai, quest'oggi, un colore assai strano. A te sembra normale? Ma ci hai rosso-porpora e blu il deretano! Non stai bene? Ti senti mancare? Lì, sul culo, più grosso d'un bus, hai un livido enorme che pare una pustola piena di pus. Te lo chiamo io subito un medico: il più adatto a curare il tuo guaio. L'onorario sarà alquanto modico: di mestiere, sai, fa il macellaio. Ah, è già qui! Che gentile, dottore, a venir fin quassù nello spazio, questo Cnido ci ha un brutto gonfiore. Veda un po' d'alleviargli lo strazio. Sfido io, che non è tanto arzillo! dice lui con un orrido ghigno. Sulle terga ha un bubbone maligno. Per bucarlo mi occorre uno spillo. Tira fuori una specie di picca e ne affila la lama, ch'è doppia. Nel didietro al Cnido la ficca... ma purtroppo il 'pallone' non scoppia. Grida il Cnido: 'E ora come mi metto? Mica posso star sempre qui ritto! E il dottore, con poco rispetto, il sedere mi ha tutto trafitto! Fare sbagli nel nostro mestiere dice il medico, 'è cosa ordinaria. Se ti vuoi riposar non ti resta che sederti allingiù, sulla testa, (col sedere svettante per aria) ». Il giorno in cui avvenivano questi fatti, in nessuna fabbrica, da nessuna parte del mondo, si lavorò. Gli uffici e le scuole restarono chiusi. Non v'era nessuno che riuscisse a staccarsi dal televisore, neppure per andare a bere o a fare pipì. La tensione era addirittura intollerabile. Tutti avevano udito il Presidente degli Stati Uniti invitare i presunti marziani a fargli visita alla Casa Bianca. E avevano udito la sibillina risposta in rima, che era suonata piuttosto minacciosa. Poi avevano sentito un urlo agghiacciante (Nonna Josephine) e, poco dopo, qualcuno (il signor Wonka) che gridava: «Scappa! Scappa!». Nessuno ci si era raccapezzato. Avevan pensato trattarsi di una barbara lingua di Marte. Quando poi gli otto misteriosi astronauti, d'un tratto, tornarono nella loro navicella di vetro e questa si staccò dall'astrotel, avreste quasi potuto sentire il sospiro di sollievo che si levò dagli abitanti della Terra. Sulla Casa Bianca fioccarono telegrammi di congratulazioni al Presidente per la maniera brillante con cui se l'era cavata in una situazione tanto spaventosa. Il Presidente, lui, restò calmo e pensoso. Seduto alla sua scrivania appallottolava fra indice e pollice un tocco di gomma americana masticata, aspettando il momento propizio per scagliare quella pallina contro Miss Tibbs senza farsene accorgere. La lanciò, ma non colse la Tibbs. Colse invece il Comandante dell'Aviazione sulla punta del naso. «Pensate che quei marziani abbiano accettato il mio invito alla Casa Bianca?» domandò Gilligrass. «Senz'altro e senza meno» gli rispose per tutti il Ministro degli Esteri. «Il suo discorso è stato convincente, sir». «Quindi saranno in viaggio per venire qui» disse Miss Tibbs. «Va' a lavarti le mani, che ce l'hai appiccicose di quella porcheria di gomma, e spicciati. Saranno qui da un momento all'altro». «Prima cantaci una canzoncina» la pregò il Presidente. «Dai, sii buona. Una su di me. Dai, Tata... per favore». LA CANZONE DELLA BAMBINAIA // grand'uomo di cui canto, il più grande oggi del mondo, era un tempo un frugoletto riccioluto e rubicondo. Lo cullavo tra le braccia prima di deporlo a letto e, all'ora della cacca, lo mettevo sul vasetto. Gli tagliavo le sue unghiette, gli lavavo il sederino e, all'ora della pappa, l'imboccavo pian pianino. Se faceva il birichino lo pigliavo a sculacciate. Se era buono lo premiavo con carezze e cioccolate. La sua infanzia fu felice spensierata e senza affanni, lieta e lunga, tant'è vero che durò quasi vent'anni. Fu a quel punto che m'accorsi, forse un po' tardivamente, che non era mica tanto sveglio, attivo e intelligente. Non sapevan darsi pace la sua mamma e il suo papà. Si chiedevano angosciati: «Poi da grande che farà?» Fu a me che venne la grande idea quando, trentenne, lui già parea predestinato a fare l'abile disoccupato in pianta stabile. «Perché non provi» gli dissi enfatica, «a darti allora alla politica?» «Oh Tata, Tata, che idea fantastica! Ma cosa, in pratica, bisogna far?» «Tutto sta» gli risposi, «a cominciare. Ora vedrò di fartela imparare, l'arte di governare, caro mio. In primo luogo a perder tutti i treni e a non sapere mai donde vieni e dove vai. Ti insegnerò io a fare qualche gaffe spettacolare. Poi ti insegnerò a parlare senza aver niente da dire ore e ore alla tivù. Come rendere devoto chi ti deve dare il voto... Tutto questo e altro ancora, tutti i trucchi del mestiere e i misteri del potere. Ma in qualsiasi frangente la questione importante è di aver sempre pronto un sorriso smagliante». «Brava, Tata!» esclamò il Presidente battendo le mani. lam. «Evviva!» gridarono gli altri. «Bravissima, signor Vicepresidente, signorina. Eccellente! Stupenda!» «Mamma mia» disse il Presidente. «Quella gente di Marte sarà qui fra non molto. Che cosa gli diamo, per pranzo? Mandatemi a chiamare il Capocuoco». Il Capocuoco era francese. Era anche una spia e, in quel momento, stava spiando dal buco della serratura. Immediatamente irruppe nello studio dicendo: «lei, Monsieur le President». «Capo Chef» gli domandò Gilligrass, «cosa mangiano a pranzo quelli di Marte?» «Martellata di Mirtilli» rispose pronto il Capocuoco, «con filetti di pesce martello». «Arrosto oppure lessa?» «Arrosto, piuttosto, Monsieur le President. Si rovinano, le martellate, a lessarle». In quella si intromise la voce dell'astronauta Shuckworth, proveniente dall'altoparlante. «Si richiede il permesso di attraccare all'astrotel e salire a bordo». «Concesso» disse Gilligrass. «Procedete pure, Shuckworth. C'è via libera, adesso... grazie a me». La grande Capsula da Trasporto - pilotata da Shuckworth, Shanks e Showler, con il suo carico di maìtres d'hotel, vicemaìtres, portieri, pasticcieri, fattorini, cameriere e facchini - andò ad attraccare, liscia liscia, al gigantesco Albergo Spaziale. «Ehilà! Non riceviamo più le immagini via tele» notò il Presidente. «Temo che la nostra telecamera di prua si sia sfasciata, signor Presidente, urtando contro la fiancata dell'astrotel» rispose Shuckworth. Il Presidente si lasciò scappare una parolaccia. Dieci milioni di bambini presero a ripeterla, tutti giulivi, da ogni parte degli Stati Uniti... e si beccarono bei ceffoni dai loro genitori. «Tre astronauti e centocinquanta addetti al servizio alberghiero sani e salvi a bordo del Grande Albergo Spaziale» annunciò Shuckworth via radio. «Attualmente siamo nell'atrio dell'albergo». «E che ve ne pare?» domandò Gilligrass. Tutto il mondo, lo sapeva, era in ascolto, e voleva che Shuckworth raccontasse com'era fantastico. Shuckworth non lo deluse. «Mamma mia, grandioso!» prese a dire, estasiato. «È super, signor Presidente. È... è extra. Da non credere. È... non ci sono parole. È una roba grandiosa, strabiliante, i lampadari, i tappeti e tutto! Ma c'è qui il Direttore dell'Albergo, Walter Wall, che vorrebbe aver l'onore , di parlare con lei, sir». «Me lo passi» disse il Presidente. «Signor Presidente, signore, qui Wall». «Come trova l'Albergo Spaziale, signor Wall?» «Spazioso. Sontuoso. Grandioso. Sarà un vero piacere, per me, dirigere un albergo così spazioso, così sontuoso, così grrrr.... Ehi! Che succede, là? Sta uscendo qualcosa, dagli ascensori! Aiuto!)) Dopodiché dall'altoparlante provennero alte grida, strilli acuti, urla agghiaccianti. «Ahiiii! Ahuuuu! Ahhhhh! Ohhhh! Aiuto! Aiuto! Aiuuuuuuuuto! » «Cosa diamine succede?» gridò il Presidente. E si attaccò al microfono: «Shuckworth! Siete sempre là, Shuckworth? Mi sentite?... Rispondete!... Shuckworth! Shanks! Showler!... Dove siete tutti? Che sta succedendo? » Ancora urli e strepiti. Erano così assordanti che Gilligrass dovette tapparsi le orecchie. Tutto il mondo le udì, quelle grida disperate, via radio. E udirono anche altri rumori. Grugniti spaventosi. Tonfi terrificanti. Un rumore come di ossa stritolate. Roba da pelle d'oca. Poi, silenzio. Freneticamente, il Presidente USA chiamava l'Albergo Spaziale. Houston chiamava l'Albergo Spaziale. Il Presidente chiamava Houston. Houston chiamava il Presidente. Insieme chiamavano l'astrotel. Ma da lassù non veniva risposta. Tutto era silenzio, nello spazio. «È successo qualcosa di parecchio brutto» azzardò il Presidente. «Sì, per via di quei marziani maledetti» disse l'ex Comandante in Capo dell'Esercito. «Gliel'avevo ben detto, io, che bisognava farli saltare per aria!» «Silenzio!» sbottò Gilligrass. «Devo pensare». L'altoparlante emise un crepitio. Poi disse: «Pronto! Pronto, pronto, Sala Controllo di Houston, mi ricevete?». Il Presidente afferrò il microfono sulla scrivania. «Lasciate parlare me, Sala Controllo» ordinò. Poi: «Qui, il Presidente Gilligrass. Vi ricevo forte e chiaro. Dite pure!». «Qui parla l'astronauta Shuckworth, appena tornato a bordo della Capsula da Trasporto... grazie al cielo!» «Cos'è successo, Shuckworth? Chi c'è con voi?» «Quasi tutti, signor Presidente, sono lieto di dirle. Shanks e Showler sono qui con me. Per il rotto della cuffia. Eppoi c'è quasi tutto il branco di quegli altri. A occhio e croce, ne avremo persi appena un paio di dozzine. Fattorini, facchini, pasticcieri... e via discorrendo. È stata dura uscirne vivi, da quel posto». «Come sarebbe a dire, persi un paio di dozzine?» strillò il Presidente. «Come ve li siete persi?» «Inghiottiti» rispose Shuckworth. «Ingoiati in un boccone. Ho visto un vicemadre di quasi due metri venir sorbito come un sorbetto, signor Presidente. Senza masticare né niente. Così, giù per il gargarozzo ». «Ma di chi! Giù per quali gargarozzi? Di chi state parlando? Chi sorbisce i sorbetti?» «Un momento!» gridò Shuckworth. «Oh, mio dio, rieccoli! Ci ìnseguono. Escono dall'albergo! A sciami, vengono fuori! Mi deve scusare, signor Presidente, un attimino. Non è il momento di chiacchierare! »Mentre Shuckworth, Shanks e Showler venivano inseguiti dai Cnidi sciamanti dall'astrotel, il Grande Ascensore di Cristallo stava orbitando intorno alla Terra a velocità vertiginosa. Il signor Wonka sparava razzi acceleratori a tutt'andare e l'Ascensore procedeva a trentaquattromila miglia orarie anziché alle normali diciottomila. Cercavano, vedete, di seminare l'enorme, arrabbiatissimo Cnido Vermicoloso dal deretano rosso-peperone. Non che il signor Wonka se ne preoccupasse troppo, ma Nonna Josephine ne era atterrita. Ogniqualvolta lo guardava, cacciava uno strillo e si affrettava a coprirsi gli occhi. Ma trentaquattromila miglia orarie sono, è ovvio, una bazzecola per un Cnido. Per i giovani Cnidi è roba da ridere farsi un milione di miglia fra il pranzo e la cena, e poi un altro milioncino prima della colazione dell'indomani. Come potrebbero, sennò, spostarsi dal pianeta Verminus e raggiungere gli altri corpi celesti da depredare? Il signor Wonka avrebbe dovuto saperlo, questo, e non sprecare razzi inutilmente. Invece, ne sparava a tutto spiano. E il nido viaggiava di conserva con il Grande Ascensore, senza sforzo, e ci guardava dentro con quegli occhi maligni rosso-fuoco. «Mi avete ammaccato il didietro» sembrava dire, «e io ve la farò pagare, prima o poi». Stavano volando così intorno alla Terra da un tre quarti d'ora, quando Charlie - che si librava comodamente in prossimità del soffitto accanto a Nonno Joe - gridò tutt'a un tratto: «C'è qualcosa avanti a noi! Lo vedi anche tu, Nonno? Dritto davanti a noi». «Lo vedo sì, Charlie, lo vedo... Santi numi! È l'astrotel!» «Non può essere, Nonno. Ce lo siamo lasciati alle spalle da un pezzo». «Ah-ah!» fece il signor Wonka. «Viaggiamo tanto veloci che abbiamo fatto il giro della Terra in meno di un'ora e qui ci ritroviamo di bel nuovo. Un'impresa memorabile!» «Ed ecco là la Capsula da Trasporto! La vedi, Nonno? Là vicino all'astrotel». «E c'è anche qualcos'altro se non mi sbaglio!» «Io lo so che sono quegli affari!» strillò Nonna Josephine. «Sono Cnidi Vermicolosi! Torniamo indietro!» «Facciamo dietrofront!» gridò Nonna Georgina. «Convergiamoci a U!» «Cara signora» le disse il signor Wonka. «Non è mica un'automobile, questa. Quando si è in orbita non ci si può fermare, non si può fare marcia indietro o invertire la rotta». «Non me n'importa un fico!» blaterò Nonna Josephine. «Freni! Sterzi! Si converga! Faccia quello che vuole, ma ci porti via da qui. Sennò i Cnidi ci beccano». «La vogliamo smettere, per carità, di sparare frescacce, una volta per tutte?» disse con molta severità il signor Wonka. «Lo dovreste sapere, a questo punto, che il mio Ascensore è a prova di Cnido. Non abbiamo nulla da temere». Erano più vicini, adesso, e vedevano bene i Cnidi riversarsi fuori dall'astrotel e sciamare come vespe intorno alla Capsula da Trasporto. «Si preparano ad attaccarla!» gridò Charlie. «Ce l'hanno con la Navetta da Trasporto!» Era uno spettacolo pauroso. Gli enormi verdognoli oviformi Cnidi si stavano disponendo in formazione da combattimento, componendo diverse squadriglie d'una ventina di verminusiani ciascuna. Poi tutte le squadriglie serrarono i ranghi e l'intero squadrone si riversò contro la Navetta a ondate successive. Attaccavano all'indietro, cioè con la parte posteriore - l'estremità puntuta pronta all'urto - e si fiondavano contro la Capsula a velocità fantastica. TRUTUTUN! CRASH! Uno squadrone attaccò, rimbalzò e si ritirò. Un'altra squadriglia si abbattè contro la fiancata della malcapitata Capsula. «Portaci via di qui, pezzo di pazzo!» strillò Nonna Josephine. «Che aspetti?» «Tra un po' daranno addosso a noi, tra un po'!» urlò Nonna Georgina. «Per carità, quell'uomo, torni indietro!» «Sarà a prova di Cnido, quella loro Navetta? Ne dubito» dubitò ad alta voce il signor Wonka. «Allora dobbiamo aiutarli» disse Charlie. «Dobbiamo fare qualcosa. Ci sono cento e più persone, dentro quella Navetta!» Laggiù laggiù, su questa Terra, il Presidente degli Stati Uniti e i suoi consiglieri, alla Casa Bianca, stavano ascoltando inorriditi le voci via radio degli astronauti. «Ci vengono contro a stormi!» stava dicendo Shuckworth. «Sfasciano tutto! Ci fanno a pezzi!» «Ma chi?» sbraitò il Presidente. «Non ci avete ancora detto chi vi attacca!» «Questi enormi bestioni verdastri, brutti e zozzi, con gli occhi rossi!» interloquì Shanks. «Hanno la forma di uova e ci vengono contro all'incontrario!» «All'incontrario? Perché all'incontrario?» «Perché hanno il culo più duro della testa, si vede, e più a punta» spiegò Shuckworth. «Attenti! Ne arriva un'altra ondata!» PATAPAN! TUN! BUN! «Non potremo resistere a lungo, signor Presidente! Le sguattere strillano, le cameriere danno in smanie isteriche, i fattorini se la fanno sotto, i facchini si raccomandano l'anima a Dio... Che dobbiamo fare, signor Presidente, signore, cosa diamine dobbiamo fare?» «Spara i razzi, cretino, e inizia la manovra di rientro» ordinò il Presidente. «Torna immediatamente sulla Terra!» «Impossibile!» disse Showler. «Ci hanno messo tutti i razzi fuori uso. Ce li hanno fracassati!» «Siamo fritti, signor Presidente!» ansimò Shanks. «Siamo perduti. Anche ammesso che non ce la facciano a distruggere la Capsula, ci toccherà restare in orbita per il resto dei nostri giorni. Senza razzi non possiamo rientrare alla base». Gilligrass stava sudando e il sudore gli colava dalla fronte, dal collo, dalla nuca, giù giù, dentro il colletto. «Da un momento all'altro, ormai» seguitò Shanks, «perderemo ogni contatto con la Terra. Ci sta piombando addosso un altro branco. Se colpiscono l'antenna, non credo che riu...». La voce si interruppe. Un taglio netto. La radio era fuori uso. «Shanks!» chiamò il Presidente. «Shuckworth! Showler! Dove siete? Showlworth! Shucks! Shan-kler! Perché non rispondete?» A bordo dell'Ascensore di Cristallo, ch'era privo di radio, Charlie stava dicendo, ignaro: «Certo, l'unica loro speranza è iniziare la manovra di rientro e tuffarsi a capofitto sulla Terra». «Sì» assentì il signor Wonka. «Ma, per poter rientrare, occorre prima uscire dall'orbita. Bisogna mutar rotta e - scalciando - puntare all'ingiù. Per fare questo, ci vogliono i razzi. Senonché - lo vedo bene - i loro tubi lanciarazzi sono tutti contorti e ammaccati. Completamente fuori uso!» «Allora, non potremmo prenderli a rimorchio noi?» domandò Charlie. Il signor Wonka fece un salto. Benché stesse sospeso a mezz'aria riuscì, nondimeno, a fare un saltello di gioia. Era tanto eccitato che andò a sbattere con la testa contro il soffitto. «Buona idea, Charlie, la tua! Così faremo. Li rimorchieremo noi. Tutti ai vostri bottoni!» «Con cos'è che li rimorchiamo? » domandò Nonno Joe. «Con le nostre cravatte?» «Non stia a darsi pensiero per una quisquilia del genere!» gli rispose il signor Wonka. «Il mio Grande Ascensorazzo è pronto a tutto. Forza, amici! Facciamoci sotto! Al cimento, miei prodi!» «Fermatelo!» gridò Nonna Josephine. «Zitta, tu, Josie» la rimbeccò Nonno Joe. «C'è gente che ha bisogno di soccorso, là fuori, ed è nostro dovere portarglielo. Se hai paura, ti conviene chiudere gli occhi e ficcarti due dita nelle orecchie». «Nonno Joe» disse il signor Wonka, «si porti gentilmente in quell'angolo là dell'ascensore, e giri quella manovella. Serve a calare la corda». «Che ci facciamo con una corda, signor Wonka? I Cnidi la troncheranno a morsi in un baleno». «È una fune d'acciaio» spiegò il signor Wonka. «Di acciaio birinforzato. Se si azzardano a morderlo, i denti gli saltano come birilli. Ai tuoi bottoni, Charlie! Ognuno ai suoi bottoni! Mi dovrete assistere in questa manovra. Ci porteremo sopra la Navetta e cercheremo di agganciarla in qualche modo». Simile a una corazzata che entra in azione, il Grande Ascensore di Cristallo si portò bel bello sopra l'enorme Capsula da Trasporto. I Cnidi sospesero immediatamente l'attacco al capsulone e si avventarono contro l'Ascensore. Squadriglia dopo squadriglia, i Vermicolosi di Verminus si gettarono come tante furie contro la meravigliosa macchina volante del signor Wonka. PATAN! TA-BUN! BUN-TAN! Il fragore era terribile e assordante. L'Ascensore veniva sballottato qua e là, qual piuma al vento e, al suo interno, Nonna Josephine e Nonna Georgina ma e Nonno George, fluttuando in camicia da notte, strillavano e gnaulavano, starnazzavano, agitavano le braccia e invocavano aiuto. La signora Bucket si teneva abbracciata al marito e lo stringeva tanto che, al signor Bucket, i bottoni della camicia gli foravano il torace. Charlie e il signor Wonka, dando prova di grande sangue freddo, lassù contro il soffitto, manovravano i comandi. Nonno Joe, lanciando gridi di guerra e imprecazioni contro i vili Cnidi, era intento, da basso, a girare la manovella e a guardare la fune svolgersi attraverso il pavimento di cristallo. «Un tantino a babordo, Charlie!... Basta così. Avanti un po', signor Wonka!» gridava Nonno Joe. «Ecco, adesso gli stiamo proprio sopra... Ora cerco di agganciare l'uncino del cavo a quell'affare tozzo che gli spunta sopra il muso... Fermi là!... Ecco fatto, l'ho agganciato. Ora avanti... ma piano... vediamo se tiene... Ancora!... Ancora...». Il robusto cavo d'acciaio si tese. Reggeva! Ed ecco adesso - meraviglia delle meraviglie - che, sparando petardi a tutto andare, l'Ascensore prende a trainare la Navetta da Trasporto e, con essa a rimorchio, si avvia. «Avanti tutta!» gridò Nonno Joe. «Pare che regga. Sì... regge! L'abbiamo agganciata. Regge bene!» «Tutti gli acceleratori, fuoco!» ordinò il signor Wonka. E l'Ascensore partì a razzo. Il cavo resse. Il signor Wonka scese in picchiata giù da Nonno Joe e gli strinse la mano con calore. «Complimenti, sir» gli disse. «Ha compiuto un'impresa brillante in condizioni difficili». Charlie guardò la Navettona che, a rimorchio, li tallonava. Aveva una finestrella sulla prora, e da lì si vedevano distintamente le facce sbigottite di Shuckworth, Shanks e Showler. Charlie fece loro ciao-ciao con la mano e poi il segno del pollice alzato. Quelli non resero il saluto. Guardavano a bocca aperta. Non riuscivano a credere ai loro occhi. Nonno Joe si portò a gran soffi nei quartieri alti dell'ascensore e si accostò a Charlie, sprizzando allegria. «Charlie, ragazzo mio» gli disse, «ne abbiamo viste delle belle, tu e io, ma questa è certamente la meglio». «Nonno, dove saranno i Cnidi? Si sono dileguati all'improvviso». Tutti si guardarono in giro. Nell'immensità dell'etere, l'unico Cnido visibile era il loro vecchio amico dal didietro illividito. Navigava di conserva e guardava sempre brutto dentro l'Ascensore. «Un momento!» esclamò Nonna Josephine. «Che cos'è quello che vedo laggiù?» Tornarono tutti a guardare, e stavolta, nel cupo azzurro dello spazio siderale, lontano lontano, videro un gran nugolo di Cnidi Vermicolosi che volavano, compiendo evoluzioni e roteando come uno stormo di bombardieri. «Se credete di averla scampata, vi illudete» profetizzò lugubremente Nonna Georgina. «Ha funzionato il sistema dei Cnidi!» declamò il signor Wonka. «Li abbiam belli che finiti». «Non dica cavolate a merenda!» sbottò Nonna Josephine. «Da un momento all'altro ci saranno di nuovo addosso. Li guardi! Si stanno già avvicinando!» Era vero. La sterminata flotta cnidia, avanzando a tutta birra, si era ormai quasi affiancata al Grande Astrorazzo, Le avanguardie ne distavano appena due-trecento metri sulla destra. Quello con il bernoccolo sulla culatta era assai più vicino: a venti metri appena, pure alla loro destra. «Sta cambiando forma!» esclamò Charlie. «Quello più vicino! Che intenzioni avrà? Guardate, si allunga...». Per l'appunto! Quel mastodontico corpo ovoidale si stava lentamente stiracchiando, come una 'cicca' di gomma, e diventava sempre più lungo, sempre più sottile, finché non assunse l'aspetto di un immane pitone, grosso quanto un grosso tronco e lungo quanto un campo di calcio. A un'estremità aveva gli occhi, bianchi con la pupilla rossa, e all'altra una specie di coda, sulla cui punta stava in equilibrio l'enorme gnocco che si era fatto sbattendo contro il cristallo dell'Ascensore. Gli otto passeggeri lievitanti lo stavano a guardare e aspettavano. Di lì a poco lo videro virare sulla sinistra e venire verso di loro, lento ma inesorabile. Quindi prese ad avvolgersi intorno all'Ascensore. Gli si arrotolò tutt'intorno una volta e poi lo cinse con un secondo anello. Orrenda vista era, dall'interno, quel molliccio corpo verdastro sguisciare e appiattirsi sul vetro separato da loro soltanto da un piccolo spessore trasparente. «Ci sta legando come un pacco postale!» osservò disgustata Nonna Josephine. «Niente paura!» disse il signor Wonka. «Ci stritolerà fra le sue spire!» gemè Nonna Georgina. «Giammai!» disse il signor Wonka. Charlie gettò un'occhiata a poppavia. La Navetta li seguiva docilmente a rimorchio. I tre astronauti, pallidi come cenci, con le facce premute contro il finestrino, guardavano atterriti, stupefatti, inebetiti, a bocca aperta, immoti come maschere. Di nuovo, Charlie rivolse loro il cenno del pollice alzato. Il solo Showler rispose con un ghignetto spettrale. E fu tutto. «Oh, oh, oh!» strillò Nonna Josephine. «Falla togliere di là, quella bestiaccia viscida schifosa!» Dopo essersi attorcigliato due volte intorno all'Ascensore, il Cnido stava procedendo ad annodare i suoi due capi in una specie di fiocco. Stretto ben bene il nodo, gli avanzavano cinque metri buoni a una delle due estremità: quella con su gli occhi. Ma non rimase a lungo penzoloni, che ben presto si arricciò a forma di uncino e si sporse di lato, come in attesa di qualcosa che venisse ad agganciarvisi. Affascinati da questo spettacolo, nessuno aveva fatto caso a quel che combinavano nel frattempo gli altri verminusiani. Fu Charlie a lanciare l'allarme: «Signor Wonka! Guardi quegli altri! Cos'è che fanno?». Che cosa, appunto? Anch'essi stavano cambiando forma: si allungavano, come tanti giganteschi lombrichi, ma né lunghi né sottili quanto il primo. Ciascuno di loro si tramutò in una sorta di tozza sbarra, e ogni sbarra aveva alle due estremità - dalla parte della testa e dalla parte della coda - un'incurvatura. Così diventarono tanti duplici uncini. E ora tutti quegli uncini si andavano agganciando gli uni agli altri, in modo da formare una catena lunghissima. Mille Cnidi, agganciati fra loro nell'etere, formavano una catena lunga un miglio e anche più. Il Cnido di testa - agganciato al successivo soltanto per la coda - guidava la carovana, descrivendo un ampio cerchio nello spazio, verso il Grande Ascensore di Cristallo. «Ehi!» gridò Nonno Joe. «Vengono ad agganciarsi a questo bestione che si è attorcigliato intorno a noi! » «Per rimorchiarci via!» disse Charlie. «Fino al pianeta Verminus» ansimò Nonna Josephine. «A diciannovemilaquattrocentoventisette miglia da qui!» «Non ci riusciranno!» esclamò il signor Wonka. «Siamo qui per rimorchiare, non per essere rimorchiati». «Stanno per agganciarsi, signor Wonka» disse Charlie. «Veramente! Non possiamo fermarli in qualche modo? Ci porteranno via, e insieme a noi rapiranno anche quelli che abbiamo a rimorchio». «Faccia qualcosa, pezzo d'imbecille!» gracchiò Nonna Georgina. «Non stia là a guardarli e basta!» «Devo ammettere» disse il signor Wonka, «che, per la prima volta in vita mia, mi trovo a corto di trovate». Tutti stavano a guardare, inorriditi, la lunga catena di Cnidi Vermicolosi. Il capintesta era già vicino e seguitava ad avvicinarsi. Fra trenta secondi quell'uncino dagli occhi di bragia si sarebbe agganciato all'uncino del Cnido avvolto intorno all'Ascensore. «Voglio tornare a casa!» frignò Nonna Josephine. «Perché non ce ne torniamo a casa, e via?» «Per mille topacci tonanti!» esclamò il signor Wonka. «A casa, appunto. Come mai non ci avevo pensato? Su, Charlie. Una cosa svelta! Rientro! Al pulsante giallo, Charlie, presto! E pigia a più non posso! Ora li sistemo io!». E volò - letteralmente -alla bottoniera bianca e nera. Di là gridò: «Reggetevi forte! Tenetevi la pancia con le mani. Signori, si scende!». Dal Grande Ascensore sprizzarono razzi da tutte le parti. La cabina si inclinò, diede uno scossone violentissimo, poi si mise in picchiata e discese verso l'atmosfera terrestre a una velocità sbalorditiva. «Retrorazzi!» gridò il signor Wonka. «Non devo scordarmi di sparare i retrorazzi!». Ciò detto, corse a un'altra bottoniera e prese a pigiare pulsanti come un virtuoso al pianoforte. Adesso l'Ascensore scendeva a capofitto. E tutti i passeggeri erano finiti gambe all'aria. «Aiuto!» strillò Nonna Georgina. «Mi va il sangue alla testa!» «Si rovesci allora» le consigliò il signor Wonka. «Si ribalti. Che ci vuole?» Tutti si misero a sbuffare e a soffiare per eseguire una capriola e raddrizzarsi. «Tiene, il cavo, Nonno Joe?» domandò il signor Wonka. «Sì, sì. Ce li abbiamo sempre a rimorchio». Era uno spettacolo stupefacente: il Grande Ascensore di Cristallo fila verso la Terra trainandosi dietro l'enorme Navetta da Trasporto, con la lunga catena di Cnidi che li insegue dappresso. Stanno per effettuare l'aggancio con il Cnido-pitone, che difatti protende il suo rampino. Sono a un pelo... «Siamo perduti!» singulto Nonna Georgina. «Adesso s'agganciano e addio! Ci riportano su». «Coraggio! Ce la caveremo» la incoraggiò il signor Wonka. «Non ricordate che cosa succede allorché un Cnido entra a gran velocità nell'atmosfera terrestre? Prende fuoco. Diventa un Cnido filante. Fra non molto, vedrete, queste luride bestiacce saranno tanti tizzoni incandescenti. Li vedrete scoppiettare come popcorn! E non resterà, di loro, che una scia di fumo». Via via che l'aria si faceva meno rarefatta, miriadi di scintille cominciarono a sprizzare dai fianchi del Grande Ascensore in discesa libera. Il cristallo si fece rosa, poi rosso, poi scarlatto. Scintille cominciarono anche a sprizzare dal convoglio dei Cnidi, il cui capintesta non tardò a rifulgere come un tizzo incandescente. E così pure i suoi seguaci. E così pure il Cnido avvinghiato all'Ascensore. Quest'ultimo, ora, cercava freneticamente di svoltolarsi per scappare, ma non riuscì a sciogliere il nodo e nel giro di una decina di secondi cominciò a sfrigolare. Dall'interno della cabina lo sentivano soffriggere. Faceva un rumore di pancetta in padella. La stessa cosa stava succedendo ai mille Cnidi della catena. Il tremendo calore prodotto dall'attrito li abbrustoliva. Divennero rossi, dal primo all'ultimo. Poi bianchi, per incandescenza, ed emisero un bianco bagliore accecante, come tante fiamme ossidriche. «Sono Cnidi filanti!» esclamò Charlie. «Che spettacolo superbo» disse il signor Wonka. «Molto meglio dei fuochi d'artificio». In capo a un'altra decina di secondi tutti i Cnidi erano belli che andati in fumo. Di loro restava soltanto una nuvola di cenere. «Ce l'abbiamo fatta!» esclamò il signor Wonka. «Tutto fumo e niente arrosto, è quel che resta del vermìcio vostro. Siamo salvi!» «Come sarebbe, salvi?» obiettò Nonna Josephine. «Siamo fritti, altroché. Se continua così un altro po', faremo la fine dei conigli in porchetta! Delle braciole alla brace! Guardate quel cristallo. È più rovente d'un roveto ardente!» «Nessuna paura, mia cara signora» la rincuorò il signor Wonka. «Il mio Ascensore è ad aria condizionata, ventilato, arieggiato e automatizzato in ogni maniera possibile e immaginabile. Quindi andrà tutto bene». «Non ho la più pallida idea di quello che succede» disse la signora Bucket, che parlava assai di rado. «Ma, comunque sia, mi piace mica». «Non ti diverti, mamma?» le chiese Charlie. «Neanche un poco. E vale anche per tuo padre». «Ma guardi che spettacolo stupendo!» si intromise il signor Wonka. «Guardate la Terra, laggiù, farsi sempre più grande». «Finché non ci andremo a sbattere a duemila miglia all'ora!» rantolò Nonna Georgina. «Come rallenta, adesso? Mica ci ha pensato, a questo, eh?» «Ha i paracadute» le disse Charlie. «Ci scommetto che al momento opportuno si apriranno enormi paracadute». «Paracadute, figurarsi!» esclamò il signor Wonka con disprezzo. «I paracadute son roba da astronauti e femminucce. E poi, comunque, non dobbiamo rallentare. Occorre, anzi, accelerare ancora. Ve l'ho già detto, dobbiamo andare a sbattere alla massima velocità. Altrimenti non ci apriremmo un varco nel tetto della Fabbrica di Cioccolato». «E la Navetta da Trasporto?» domandò ansioso Charlie. «La molliamo fra pochi secondi» rispose il signor Wonka. «Loro ce li hanno, sì, i paracadute - tre ne hanno - per rallentarli nell'ultimo tratto». «Come lo sa che non atterreremo in mezzo al mare?» disse Nonna Josephine. «Non lo escludo, infatti. Ma sappiamo nuotare tutti, non'è vero?» «Quest'uomo» proclamò a gran voce Nonna Josephine, «è matto come un cavallo». «Picchiato come un pipistrello» rincarò Nonna Georgina. In picchiata scendeva l'Ascensore. La Terra si faceva sempre più vicina. Sembrava venirgli incontro, agitando festosa i suoi oceani e continenti. «Nonno Joe, molli la gomena, adesso» ordinò il signor Wonka. «Arriveranno sani e salvi, se i loro paracadute funzionano, beninteso». «Gomena mollata!» annunciò Nonno Joe di lì a poco. La grossa Capsula da Trasporto, non più al traino, proseguì la corsa sbandando di lato. Charlie inviò un cenno di saluto ai tre astronauti. Nessuno di loro rispose. Stavano là, davanti all'oblò, ancora inebetiti, guardando a bocca aperta quei vecchietti e quel ragazzo che fluttuavano qua e là nell'Ascensore di Cristallo. «Manca poco, ormai» disse il signor Wonka, appressandosi a una bottoniera con tanti piccoli pulsanti azzurri, seminascosta in un cantuccio. «Fra breve sapremo se si muore o si campa. Assoluto silenzio, per favore, in quest'ultimo tratto. Mi debbo concentrare al massimo, altrimenti atterriamo nel punto sbagliato». Si tuffarono in un ammasso di nubi e, per dieci secondi, non si vide più niente. Quando sbucarono fuori dalle nuvole, la Navetta da Trasporto era scomparsa e la Terra era vicina, vicinissima. Sotto di loro c'erano montagne e foreste... poi campi e filari d'alberi... poi apparve una piccola città. «Eccola là!» gridò il signor Wonka. «La mia Fabbrica di Cioccolato! La mia diletta Fabbrica!» «Vorrà dire la Fabbrica di Charlie» lo corresse Nonno Joe. «Oh, sì, esatto» disse il signor Wonka. E poi, rivolto a Charlie: «Me n'ero scordato. Ti chiedo scusa, caro il mio ragazzo. S'intende, che è tua. Ora ci siamo!» Attraverso il pavimento di vetro dell'Ascensore Charlie intravide fugacemente il tetto rosso e le alte ciminiere della gigantesca cioccolateria. Ci stavano piombando proprio sopra. «Trattenete il fiato!» gridò il signor Wonka. «Tappatevi il naso! Allacciate le cinture e recitate una preghiera. Ora sfondiamo il tetto!» Si udì dunque un fragoroso CRASH - legno che va in schegge, vetri che vanno in frantumi e muri che vanno in calcinacci - poiché l'Ascensore, rientrando alla base, fracassò tutto quello che incontrava. Il buio era assoluto. Poi, d'un tratto, quei rumori di sfascio cessarono e la corsa si fece più liscia: l'Ascensore sembrava viaggiare su rotaie o binari, girando e volteggiando come una navicella delle montagne russe. Quando le luci si riaccesero, Charlie s'accorse di non stare più fluttuando a mezz'aria. Si trovava normalmente ritto sul pavimento. Anche il signor Wonka poggiava i piedi per terra. Lo stesso dicasi di Nonno Joe e dei coniugi Bucket, nonché del grande letto. Nonna Josephine, Nonna Georgina e Nonno George c'erano ricaduti sopra, e adesso stavano trafficando per rinfilarsi lesti lesti sotto le coltri. «Ci siamo!» esclamò il signor Wonka. «Ce l'abbiamo fatta. Siamo tornati!» Nonno Joe lo agguantò per una mano e gli disse: «Bravo, signore! È stata un'impresa magnifica. Veramente stupenda!». «Dove diavolo siamo?» domandò la signora Bucket. «Siamo tornati, mamma!» le rispose Charlie. «Ci troviamo dentro la Fabbrica di Cioccolato». «Meno male» disse la signora Bucket. «Ma certo che abbiamo fatto un bel giro per arrivarci». «È stato giocoforza» spiegò il signor Wonka. «Per evitare il traffico». «Non ho mai sentito nessuno» mugugnò Nonna Georgina, «dire un tale cumulo di sciocchezze!» «Una sciocchezzuola ogni tanto se la permette anche un santo» ribattè il signor Wonka. «Perché non bada un po' di più a dove va questa macchina impazzita» brontolò Nonna Josephine, «e non la smette di dire cavolate?» «Una cavolata da niente fa da ricostituente» replicò il signor Wonka. «Che vi avevo detto?» giubilò Nonna Georgina. «Costui farnetica! Gli ha dato di volta il cervello! Ha le rotelle svitate! Da i numeri! Ci ha le pigne nella testa! Voglio tornare a casa!» «Troppo tardi» disse il signor Wonka. «Siamo arrivati!» L'Ascensore difatti si fermò. Le porte si spalancarono. E quello che Charlie vide innanzi a sé era - di nuovo - il grande Salone della Cioccolata, con il fiume di squaglio di cioccolata e la cascata di cioccolata, dove tutto era commestibile: gli alberi, le foglie, l'erba, i ciottoli e persino le pietre. E, ad accoglierli, c'erano centinaia di minuscoli Umpa-Lumpa, tutti che agitavano le braccia, tutti che facevano grandi feste. Persino Nonna Georgina restò tanto stupita che per un po' non riuscì a spiccicare parola. Ma il suo silenzio non durò a lungo. «Chi sono quelli là? Quegli omarini?» domandò. «Sono Umpa-Lumpa» le rispose Charlie. «Simpaticissimi. Ti piaceranno». «Zitti!» disse Nonno Joe. «Ascolta, Charlie! Rullano i tamburi. Adesso si metteranno a cantare». E difatti gli Umpa-Lumpa attaccarono in coro: «Alleluja! Urrà urrà! Oh che giorno fortuna'! Willy Wonka è ritorna'! Sta' a vedere, dicevamo, che stavolta non la va! E succede - pensavamo -che restiamo abbandonati! Perché, sai, lo sapevamo che avevate da affrontare mostri orrendi nello spazio! Anzi c'era già sembra' di sentirli mastica' Willy Wonka per il pranzo...». «Basta così!» gridò il signor Wonka ridendo, e alzò tutt'e due le braccia. «Grazie per il benvenuto. Su, venite a darci una mano per tirare fuori di qui questo letto». Cinquanta Umpa-Lumpa si fecero prontamente avanti e sospinsero il letto, con i tre vecchietti dentro, fuori dell'Ascensore. I coniugi Bucket, che avevano un'aria stralunata, li seguirono. Quindi uscirono Nonno Joe, Charlie e il signor Wonka. «Ordunque» disse quest'ultimo, rivolto a Nonno George, Nonna Georgina e Nonna Josephine, «saltate fuori da quel letto e datevi da fare insieme agli altri. Sono certo che anche voi intendete dare una mano a mandare avanti la Fabbrica». «Chi, noi?» fece Nonna Josephine. «Voi, sì» rispose il signor Wonka. «Le va di scherzare» disse Nonna Georgina. «Non scherzo mai, io» ribattè il signor Wonka. «Mi stia a sentire, sir!» disse Nonno George, raddrizzandosi sul busto. «Lei ci ha procurato già abbastanza guai e peripazzie, per oggi, non le pare? » «Però a lieto fine» disse fiero il signor Wonka. «Vi ho tirato fuori dai guai, e vi tirerò anche fuori da quel letto. La vedremo!»«Sono vent'anni che non scendo da questo letto e non intendo farlo per nulla al mondo» disse Nonna Josephine con fermezza. «E neanch'io» ribadì Nonna Georgina. «Poco fa ne siete pur scesi tutti e tre» disse il signor Wonka. «Si galleggiava in aria» disse Nonno George. «Non potevamo farci niente». «Non posiamo mai i piedi per terra, noi» disse orgogliosamente Nonna Josephine. «Provateci» la invitò il signor Wonka. «Può darsi che restiate sorpresi». «Dai, Josie» pregò Nonno Joe. «Provaci. Io ci ho provato. È stato molto facile». «Noi stiamo benissimo dove stiamo, grazie tante» disse Nonna Josephine. Il signor Wonka sospirò e scosse la testa, molto lentamente, con molta mestizia. Oh, be'» disse poi, «così è, dunque». Inclinò la testa di lato e guardò pensoso i tre vecchietti nel letto. Charlie, che lo scrutava attento, vide di nuovo quei suoi occhietti vispi luccicare e sfavillare. Ci siamo, pensò Charlie. Cosa avverrà adesso? «Suppongo...» disse il signor Wonka, posandosi la punta d'un dito sulla punta del naso e pigiando delicatamente, «suppongo... trattandosi d'un caso assai speciale... suppongo che potrei pure offrirvi un po'...». Non finì la frase e scosse la testa. «Un po' di che cosa?» domandò brusca Nonna Josephine. «No» disse il signor Wonka. «È inutile. A quanto pare avete deciso di restarci, a letto, in ogni caso, qualunque cosa accada. E poi, quella roba è talmente preziosa che è un peccato sprecarla. Mi dispiace di averne fatto cenno». E fece per allontanarsi. «Ehi, un momento!» gridò Nonna Georgina tutta agitata. «Non può mica lasciarci in sospeso così! Che roba è che è tanto preziosa che è un peccato sprecarla? » Il signor Wonka si fermò. Si voltò lentamente. Guardò a lungo, con severità, i tre vecchietti nel letto. Essi lo guardarono a loro volta, in attesa. Lui restò zitto ancora per un pezzo, mentre la loro curiosità cresceva a dismisura. Gli Umpa-Lumpa, alle sue spalle, assistevano alla scena assolutamente immobili. «Che cos'è questa roba di cui parla?» chiese Nonna Georgina. «Su, sputi il rospo, per amor del cielo!» disse Nonna Josephine. «E va bene» si decise infine il signor Wonka. «Ve lo dirò. E statemi ad ascoltare attentamente, perché quello che vi dirò potrebbe cambiarvi la vita. Potrebbe persino cambiare voi». «Io non voglio essere cambiata!» gridò Nonna Georgina. «Posso seguitare, signora? Grazie. Non molto tempo fa me ne stavo a trafficare nel mio Studio da Inventore - mescolando questo e quello, tritando una cosa, squagliandone un'altra, come sono solito fare ogni pomeriggio dalle quattro in poi - quand'ecco mi accorsi, tutt'a un tratto, di aver combinato qualcosa. Qualcosa di molto inconsueto. Questo qualcosa cambiava colore di continuo, sotto i miei occhi, e di tanto in tanto faceva un saltello, una capriola per aria, per davvero, come se fosse vivo. Che sarà mai? mi chiesi, e corsi nella Sala di Prova. Ne diedi da assaggiare un pochetto all'Umpa-Lumpa di turno quel giorno. Il risultato non si fece attendere. Roba da restar secchi! Roba da non credere! Però anche piuttosto increscioso, purtroppo». «Quale fu il risultato?» domandò Nonna Georgina, drizzandosi sul busto. «Eh, sì...» fece il signor Wonka. «Risponda alla domanda» intimò Nonna Josephine. «Che successe a quell'Umpa-Lumpa?» «Ah» disse il signor Wonka, «sì... be'... non serve piangere sul latte versato, non'è vero? Mi resi conto, vedete, che avevo scoperto per caso una nuova vitamina tremendamente potente, e capii anche che, se solo fossi riuscito a renderla innocua, se solo fossi riuscito a impedirle di produrre l'effetto che aveva fatto a quel tapino di Umpa-Lumpa...». «Che effetto gli aveva fatto, a quell'Umpa-Lumpa?» domandò Nonna Georgina, severa. «Più invecchio, e più sordo divento» disse il signor Wonka. «La prego di parlare a voce un po' più alta, la prossima volta. Grazie. Ordunque. Dovevo semplicemente trovare la maniera di rendere innocua quella roba, di modo che la gente la potesse prendere senza... uhm...». «Senza che cosa?» sbottò Nonna Georgina. «Senza rimetterci più di quanto ci guadagnava» disse il signor Wonka. «Quindi mi rimboccai le maniche e mi rimisi al lavoro, nel mio Studio da Inventore. Mischiavo e mescolavo. Tritavo e rimestavo. Spremevo e impastavo. Avrò tentato ogni misticanza possibile e immaginabile. C'è, dovete sapere, uno sportello, nello Studio da Inventore, che comunica direttamente con l'attigua Sala di Prova, perciò, man mano che una nuova miscela era pronta, la passavo direttamente al prode volontario di turno. Ebbene, le prime settimane furono piuttosto deprimenti, e non ne parleremo. Lasciate che vi racconti, invece, quel che accadde dopo centotrentuno giorni di assidui esperimenti. Quella mattina avevo cambiato drasticamente miscela e, stavolta, la pilloletta che alla fine ottenni non era irrequieta e vivace come le altre. Cambiava colore, sì, ma soltanto dal giallo-limone al blu-di-prussia, per poi tornare gialla. E quando me la posi in palmo di mano, non si mise a saltare come un grillo. Tremolava soltanto, e piano piano. Corsi nella Sala di Prova. Quel giorno era di turno un Umpa-Lumpa decrepito. Calvo, sdentato, tutto rughe, un vecchio bacucco, insomma. Sedeva su una sedia a rotelle. Paralitico da almeno quindici anni. Questo è il Collaudo 132' dissi, segnandolo sulla lavagna. Gli porsi la pillola. Il vegliardo la guardò timoroso. Non potevo mica biasimarlo, se era nervosetto, visto quanto era capitato agli altri centotrentuno volontari». «Ma che cosa gli era capitato?» strepito Nonna Georgina. «Perché non risponde a questa domanda, invece di menare il can per l'aia?» «Chi può contare le gocciole del mare?» declamò il signor Wonka. «Dunque, questo valoroso Umpa-Lumpa prese la pillola e, con qualche sorso d'acqua, la inghiottì. E d'un tratto accadde la cosa più stupefacente. Davanti ai miei occhi, strani piccoli mutamenti presero a succeder si nell'aspetto del vegliardo. Fino a un momento prima costui era calvo, con pochi ciuffi canuti ai lati del cranio e sulla nuca. Ebbene, adesso quei capelli gli si andavano facendo d'un bel biondo e altri gliene spuntavano sul cucuzzolo come erba novella. In meno d'un minuto, eccolo che ha una magnifica criniera di lunghi capelli d'oro. Al contempo, molte rughe gli vanno scomparendo dalla faccia. Non tutte. Diciamo una metà. Ma abbastanza da farlo apparire assai più giovane. Ciò gli dovette mettere allegria, poiché cominciò a sorridermi, poi scoppiò a ridere, e - come aprì la bocca - vidi la cosa più strana di tutte: gli stavano ricrescendo i denti dalle gengive. Bei denti bianchi, forti. E spuntavano tanto in fretta che li vedevo crescere a vista d'occhio. Ero troppo sbigottito per parlare. Stavo là, affacciato allo sportello, a fissare il piccolo Umpa-Lumpa. E lo vidi alzarsi pian pianino dalla sedia a rotelle. Provò a stare diritto. Le gambe lo reggevano. Mosse alcuni passi. Poi mi guardò raggiante. Il suo viso era luminoso. Gli occhi grandi e lucenti come stelle. Guardatemi! disse piano. Cammino di nuovo! È un miracolo. Merito della wonkavite dissi io. Il prodigioso ringiovanitore. Ti ha, infatti, ringiovanito. Quanti anni ti senti, adesso, sul groppone? Lui ci pensò su, poi disse: Mi sento esattamente come a cinquant'anni. Quanti ne avevi, poco fa? chiesi. Mi rispose: Settanta suonati. Ciò significa che sei tornato indietro di ben vent'anni. Proprio così! fa lui, tutto contento. Mi sento arzillo come un ranocchio salterino. Non arzillo abbastanza gli dissi. Cinquanta sono ancora un bel po' d'anni. Vediamo quindi se si può far di meglio. Resta dove sei. Torno in un batter d'occhio. Corsi a confezionare un'altra pillola di wonkavite, usando la medesima formula della precedente. Inghiotti anche questa gli dissi quando tornai da lui. Stavolta non ci fu alcuna esitazione. Se la mise avidamente in bocca e l'inghiottì con un sorso d'acqua. E, guarda!, in capo a un minuto sì e no, si era scrollato di dosso altri vent'anni e aveva l'aspetto di uno snello e prestante Umpa-Lumpa trentenne. Diede un urlo di gioia e si mise a ballare intorno alla stanza facendo grandi balzi a pie pari. Sei contento? gli dissi. Sono pazzo di gioia! gridò lui, saltellando qua e là. Sono felice come un topo in una forma di cacio!. E corse fuori dalla Sala di Prova per andarsi a far vedere da amici e parenti. Così inventai la wonkavite!» concluse il signor Wonka. «E così la resi innocua e utile a tutti». «Perché non la usa lei stesso, allora?» gli chiese Nonna Georgina. «A Charlie ha detto che ormai è troppo vecchio per dirigere la Fabbrica, e allora perché non butta giù un paio di quelle pillolette e non si toglie quaranta primavere dal groppone, eh? Me lo spieghi un po'!» «Tutti sono buoni a fare domande» replicò il signor Wonka, «ma quello che conta sono le risposte. Orbene, se a voi tre su quel letto, adesso, garbasse di provare una dose...». «Un momentino» disse Nonna Josephine raddrizzandosi sulla schiena. «Prima vorrei dare un'occhiata a quell'Umpa-Lumpa eh'è tornato a trent'anni». Il signor Wonka fece schioccare le dita. Un minuscolo Umpa-Lumpa, di giovanile aspetto e bello vispo, uscì di corsa dal gruppo ed eseguì una piccola danza davanti ai tre vecchi sul letto. «Due settimane fa costui aveva 70 anni e stava su una sedia a rotelle» disse il signor Wonka con orgoglio. «E guardatelo adesso!» «I tamburi! Li senti, Charlie?» disse Nonno Joe. «Ricominciarono a rullare». Infatti la banda musicale umpa-lumpana - non lontano di lì, sulla riva del Fiume di Cioccolata -aveva riattaccato un motivo in sordina. Ne facevano parte venti Umpa-Lumpa: ciascuno aveva un tamburo due volte più grosso di lui e tutti quanti vi battevano a tempo, ricavandone un lento ritmo misterioso, al quale centinaia di Umpa-Lumpa presero a dondolarsi e oscillare come cobra incantati. Poi si misero a salmodiare in coro: «Se sei vecchio e ci hai l'artrite, se hai le ossa indolenzite, se ti dolgono i budelli, se hai gli attacchi di cistite e più acciacchi che capelli, e hai la broncopolmonite, la gastrite e la nefrite, TI ci VUOL LA WONKAVITE! Gli occhi allor ti brilleranno e i capelli cresceranno. Ti cadranno i denti guasti e al lor posto spunteranno denti adatti a fieri pasti. Tutto il grasso, tutto il lardo in un fiat scompariranno. Il tuo passo lento e tardo sarà lesto; e dal tuo sguardo rai fulminei sprizzeranno. Ma non basta: ogni pastiglia ti può dare - oh, meraviglia! -una proroga di vita. Ricomincia la partita che sembrava ormai finita. La speranza non è tronca, non è più cionca né monca. Tutti quanti su applaudite ora il grande Willy Wonka! E a servirvi qui venite della sua meravigliosa portentosa dinamite... La ricetta della wonkavite «Eccola qua!» esclamò il signor Wonka, ritto ai piedi del letto, rigirando una boccetta tra le dita. «Il più prezioso flacone di pillole del mondo. Ed è questo, fra parentesi» soggiunse gettando un'occhiata birichina a Nonna Georgina, «il motivo per cui non ne ho mai presa alcuna io stesso. Sono troppo preziose, queste pillole, per sprecarle per me». Seguitava a tenere la bottiglietta sul palmo della mano. I tre vecchietti allungavano il magro collo risecchito per vedere le magiche pasticche. Anche Charlie e Nonno Joe si avvicinarono per dare un'occhiata. Così pure i coniugi Bucket. L'etichetta diceva: Potevano vedere tutti le pillole nel flacone di vetro trasparente. Eran d'un giallo vivo, luccicanti e tremolanti. Forse è più esatto dire che vibravano. Vibrazioni tanto rapide che ogni pillola era una piccola massa sfocata: non si riusciva a coglierne la forma, se ne distingueva solo il colore. Si aveva l'impressione che lì dentro ci fosse qualcosa di minuscolo ma potente, qualcosa, si sarebbe quasi detto, non di questo mondo, incarcerato nella pillola e smanioso di scaturirne. «Si contorcono» disse Nonna Georgina. «E a me non piacciono le cose che si contorcono come vermi. Chi mi dice che non seguiteranno a contorcersi nella mia pancia dopo che le avrò inghiottite? Come quei fagioli salterini messicani di Charlie che mangiai un paio d'anni fa. Te ne ricordi Charlie?» «Te l'avevo detto di non mangiarli, Nonna». «Seguitarono a saltare e a ballare nella mia pancia per un mesetto» disse Nonna Georgina. «Non riuscivo a star ferma». «Se devo inghiottire una di quelle pasticche, voglio prima sapere con che ingredienti è fatta» disse Nonna Josephine. «Non le do torto» disse il signor Wonka. «Senon-ché, la ricetta è assai complicata. Aspetti un momento... Me la sono segnata da qualche parte...». Cominciò a frugarsi nelle tasche della marsina. «Sono sicuro di averla con me» disse. «Mica posso averla persa. Ci tengo le mie cose più importanti e più preziose, in queste saccocce. Il guaio è che ne ho tante...». Prese a svuotarsi le tasche e a deporne il contenuto sul letto: una fionda, uno yo-yo... un finto uovo al tegamino, di gomma... una fetta di salame... un dente del giudizio cariato... una fialetta puzzolente... un pacchetto di polverina pruriginosa... «Eppure deve esserci, per forza devo averla con me» seguitava a borbottare. «Mi ricordo di essermela messa in tasca... Ah! eccola!». Tirò fuori un foglietto tutto spiegazzato, lo spianò accuratamente, quindi si mise a leggere quanto segue: RICETTA PER LA WONKAVITE Prendasi un tocco della miglior cioccolata, dal peso di 1 q (o venti socchi da 5 kg di cioccolata sfusa, come torna più comodo). Pongasi la cioccolata in un capace caldaio e la si faccia squagliare a fuoco lento - o a fuoco veloce, a piacere. Una volta squagliata, seguitare a farla bollire pian piano, badando che non si attacchi e non si bruci, e aggiungere i seguenti ingredienti, aspettando che ognuno si sia bene amalgamato prima di versare il successivo: UNO ZOCCOLO DI MANTICORA LA PROBOSCIDE DI UN ELEFANTE (O A SECONDA DEI GUSTI, DI UN CALABRONE) IL TUORLO DI TRE UOVA DI UCCELLINO BEL-VERDE UNA PUSTOLA DI PUZZOLA UN'ONTA DI CAMALEONTE (NON UNTA PERÒ) LA CODA ANTERIORE DI UN BRADIPO ANURO UN CORNO DI VACCA INGLESE (MA CHE SIA UNA VACCA DA CACCIA) SEI ONCE DI CIANCE DI LINCE E UNA DI CONCIO DI GINGIA (ALLEGRA O MALINCONICA A PIACERE) \ DUE PELI DI BARBABIETOLA (o BARBA-GIANNI) IL SECONDO METACARPO DI UNA CAPRA O IL TERZO CARPO DI UNA METACAPRA IL BECCO GIALLO DI UN PETTIROSSO SECCO IL FIOCCO DI UNO STAMBECCO DEL CORPO-DI- BACCO LA TRIPPA DI UN TRIPPOPOTAMO UN CALLO DI SCIACALLO E DUE DI GALLO UNA PALLA DI PELLE DI POLLO LA CHIARA DI TRE UOVA DI DIOSCURI LA RADICE QUADRATA DI UNA TAVOLA ROTONDA LA MORALE DELLA FAVOLA DEL CAVOLO A MERENDA RINOCERONTE Quando tutti i suddetti ingredienti si saranno squagliati, non squagliatevi anche , bensì seguitate a far bollire il tutto, mestando e Ostando, per altri sette di. Se Il settimo™ cade di venerdì, non rialzatelo bensì seguite mestamente a rimestare fino al successivo di di festa dispari. Lasciar quindi evaporare la poltiglia finché in fondo al caldaio resta un duro malloppo grosso quanto un pallone. Spaccatelo con un martello e là Dentro rimarrà una pallucca grossa come unpallino di schioppo. Questa e la WONKAVITE. Finito che ebbe di leggere la ricetta, il signor Wonka ripiegò con cura il foglio di carta e se lo rimise in tasca. «Una mistura molto, molto complicata» disse. «Non stupisce che abbia impiegato tanto tempo a trovare la formula giusta». Levò in alto la boccetta e la scosse. Le pasticche tintinnarono come palline di vetro. «Ora, signore» proseguì porgendo il flacone a Nonno George, «desidera una pillola o due?» «Mi giura solennemente» disse Nonno George, «che l'effetto sarà quello da lei promesso, e nessun altro? Il signor Wonka portò al cuore la mano libera. «Lo giuro» disse. Charlie si fece avanti, tallonato da Nonno Joe. Quei due stavano sempre appiccicati l'uno all'altro. «Scusi se glielo chiedo» disse Charlie, «ma è proprio sicuro, assolutamente sicuro, che la formula è quella giusta? » «Che cosa ti induce a formulare una sì sciocca domanda?» domandò il signor Wonka. «Be'... ecco... stavo pensando alla gomma che lei aveva dato a Violetta Beauregarde» disse Charlie. «Dunque è questo, che ti turba! » esclamò il signor Wonka. «Ma non capisci, caro il mio ragazzo, che non gliela diedi io, quella gomma, a Violetta? Me la sgraffignò, ecco quanto. E io le gridai: No! No, per carità!... Sputala, sputala!. Ma la sciocca fanciulla non mi diede retta. Questa è un'altra storia. Gliele offro io, le pillole di wonkavite, ai tuoi Nonni. Sono io che gliele raccomando. E, se si seguono le mie avvertenze, esse sono innocue come caramelle». ^ «Ma certo, che lo sono!» disse il signor Bucket. «Che aspettate, voialtri?» Uno straordinario mutamento era intervenuto nel signor Bucket da quando era arrivato alla Fabbrica di Cioccolato. Di solito era una persona piuttosto timida. Una vita trascorsa ad avvitare il cappuccetto dei tubetti di dentifricio, in una fabbrica di dentifrici, aveva fatto di lui un uomo tranquillo, modesto e riservato. Ora, invece, la vista della meravigliosa Fabbrica di Cioccolato gli aveva sollevato lo spirito, l'aveva euforizzato. E la faccenda di quelle pillole, poi, gli aveva dato una tremenda smania, una strana irrequietezza. «Dategli retta!» esclamò accostandosi alla proda del letto. «Il signor Wonka vi offre una nuova vita. Cogliete la palla al balzo!» «Danno una sensazione deliziosa» disse il signor Wonka, facendo tintinnare di nuovo le pillole. «E l'effetto è rapidissimo. Perderete un anno al secondo Se vuoi sapere quel che accadde a Violetta Beauregarde, leggi La fabbrica di cioccolato.. Esattamente un anno, vi toglierete di dosso, per ogni secondo che passa». Si sporse e depose il flacone in mezzo al letto. «Ecco qua, miei cari, servitevi da soli!» «Suvvia, coraggio!» dissero in coro gli Umpa-Lumpa. Quindi ripresero la cantilena: «La speranza non è tronca, non è più cionca né monca. Tutti quanti su applaudite ora il grande Willy Wonka! E a servirvi qui venite della sua meravigliosa portentosa dinamite... LA FAMOSA WONKAVITE.» Era troppo, per i tre vecchietti. Si scagliarono sulla bottiglietta come un sol uomo. Sei mani ossute si protesero e ne nacque un parapiglia. L'ebbe vinta Nonna Georgina. Con un grugnito di trionfo svitò il coperchio del flacone e si versò in grembo le pillole gialle. Ci mise sopra le mani a coppa perché nessuno gliele arraffasse. «Fermi tutti!» esclamò tutta eccitata, contandole alla svelta. «Ci sono dodici pillole. Diviso tre, fa sei per me e tre per ciascuno di voi». «Ehi! Non è mica giusto!» strillò Nonna Josephine. «Ne toccano quattro a testa!» «Quattro è giusto» disse Nonno George. «Su, Georgina, dammi la mia parte». Il signor Wonka si strinse nelle spalle e si voltò. Detestava le baruffe. Odiava vedere le persone farsi avide ed egoiste. Che litighino pure fra loro, pensò, e si allontanò, avviandosi a lenti passi verso la cascata di cioccolata. È una triste verità - ragionava fra sé -ma quasi tutti, a questo mondo, si comportano male quando c'è una grossa posta in palio. Per lo più è per il denaro, che si litiga. Ma quelle pillole valevano più dei soldi. Potevano fare un effetto che nessuna somma avrebbe mai potuto produrre. Valevano almeno un milione di dollari l'una, se proprio si voleva trovare un equivalente monetario. Chissà quanti ricconi, a questo mondo, sborserebbero volentieri una simile somma per togliersi vent'anni dal groppone! Il signor Wonka raggiunse il greto del fiume sotto la cascata e là ristette a guardare quella gran massa di squaglio riversarsi dal dirupo a fiotti, a flutti, a splasci, a spruzzi. Aveva sperato che il fragore della cascata avrebbe sommerso le grida dei tre litiganti, invece no. Pur volgendo le spalle, udiva quello che i tre vecchietti, sul letto, stavano dicendo. Nonna Georgina: «Le ho prese io per prima. Quindi le faccio io, le parti!». Nonna Josephine: «Ma che dici! Mica le ha date a te! Le ha date a tutti e tre!». Nonno George: «Io voglio la parte che mi spetta di diritto, e nessuno me la leverà! Suvvia, donna! Sgancia le pillole!». Poi la voce di Nonno Joe intervenne severa in quella cagnara: «Smettetela subito! Tutti e tre! Vi state comportando da selvaggi!». Nonna Josephine: «Non immischiarti, Joe. E bada agli affari tuoi!». Nonno Joe: «Stai attenta, Josie. Quattro già son troppe, per una persona sola». «Esatto» disse Charlie. «Perché non ne prendete soltanto due per ciascuno, come vi ha raccomandato il signor Wonka? Così, oltretutto, ne restano anche per Nonno Joe e per i miei genitori». «Bravo!» disse il signor Bucket. «Mi andrebbe a fagiolo, una di quelle, a me!» «Davvero, sarebbe magnifico» disse la signora Bucket, «ringiovanire di vent'anni, e non aver più male ai piedi! Non ce ne serberesti una per ciascuno di noi, mamma?» «Manco ci penso» le rispose Nonna Georgina. «Queste pillole sono riservate a noialtri nel letto. Così ha detto il signor Wonka». «Io voglio la mia parte!» insistè Nonno George. «Dai, Georgina! Tirale fuori!» Stava per passare a vie di fatto. E la moglie si mise a strillare: «Ahia! Ohi, mi fai male!» prima ancora che lui la toccasse. «Lasciami, bruto!... Ahio!... E va bene. Va bene! Dividiamo... ma tu smettila di torcermi il braccio. Allora: quattro a Josie... quattro a George... e quattro a me». «Bene» disse Nonno George. «Adesso ci vorrebbe un bicchier d'acqua...». Non aveva neppure finito di dirlo che tre Umpa-Lumpa stavano arrivando di volata con tre bicchieri d'acqua. Gli Umpa-Lumpa erano sempre pronti e servizievoli. Seguì una breve pausa. Poi: «Ebbene, coraggio!» gridò Nonno George. «Giovane e bella sarò di nuovo!» annunciò Nonna Josephìne. «Addio, vecchiaia!» disse nonna Georgina. «Su, tutti insieme, adesso! Giù nel gargarozzo!» Dopodiché si fece silenzio. il signor Wonka moriva dalla voglia di voltarsi. Ma si costrinse ad aspettare. Con la coda nell'occhio vedeva una corte di Umpa-Lumpa, immobili, lo sguardo fisso in direzione del letto presso il Grande Ascensore. Fu la voce di Charlie a rompere il silenzio. «Uau!» fu la sua esclamazione stupefatta. «Guarda là! Fantastico! È... è roba da non credere!» «Infatti non riesco a crederci!» disse Nonno Joe. «Ringiovaniscono a vista d'occhio. Per davvero! Guarda solo i capelli di Nonno George!» «E i denti!» disse Charlie. «Ehi, Nonno! Ti è tornata una dentatura magnifica!» «Mamma!» disse la signora Bucket a Nonna Georgina. «Oh, mamma mia, quanto sei bella, mamma! E giovane! E... oh! Guardate tutti papà!» soggiunse, indicando Nonno George. «Non s'è fatto proprio un bell'uomo?» «Che effetto fa, Josie?» domandò Nonno Joe alla sua consorte, tutto eccitato. «Dimmi un po' che effetto fa ritrovarti a trent'anni!... Ma... un momento! Ti si danno anche meno di trent'anni. No, non puoi averne più di venti, adesso... Ora basta, però, non ti pare?... Mi fermerei, a questo punto, se fossi in te. Vent'anni mi sembra che bastino...». Il signor Wonka scosse triste il capo e si passò una mano sugli occhi. Se ti fossi trovato vicino a lui, lo avresti sentito mormorare tra i denti: «Oh, povero, povero me... ci risiamo...». «Mamma!» chiamò la signora Bucket, e nella sua voce c'era una nota allarmata. «Perché non smetti, mamma? Ora stai esagerando! Hai meno di vent'anni! Anzi, non più di quindici! E... oh, mamma mia!... ci avrai dieci anni sì e no... E ti fai sempre più piccola!» «Josie!» gridò Nonno Joe. «Ehi, Josie! Non fare la scema, Josie! Ora basta! Sei una ragazzina. Per carità! Qualcuno la fermi! Subito!» «Stanno esagerando tutti!» constatò Charlie. «Ne hanno inghiottite troppe» osservò il signor Bucket. «Mia madre però si 'ritira' più svelta degli altri!» gemè la signora Bucket. «Mamma! Mi senti, mamma? Non riesci a fermarti?» «Santo cielo, come vanno svelti! Fantastico!» disse il signor Bucket, che sembrava spassarsela un mondo. «Per davvero: un anno ogni attimo!» «Non gli restano mica più tanti anni, però!» gemè Nonno Joe. «La mamma ha sì e no tre o quattro anni, adesso» disse la signora Bucket. «Tre... due... uno... Santi numi! Dov'è andata a finire? Mamma! Georgina! Mammetta, dove sei? Signor Wonka, venga, presto! Venga qui, signor Wonka. È successa una cosa orrenda. Qualcosa non ha funzionato. Mia madre è scomparsa! » Il signor Wonka sospirò e, rigiratesi, tornò lemme lemme accanto al letto. «Dov'è mia madre?» domandò a gran voce la signora Bucket. «E guardi Josephine! La guardi, com'è ridotta!» disse Nonno Joe. Il signor Wonka guardò Nonna Josephine. Seduta in mezzo all'enorme letto strillava a pieni polmoni: «Uhé! Uhé! Uhé! Uhà! Una! Uhé!». «È una marmocchia che vagisce» disse Nonno Joe. «Ci ho una bimba che strilla, per moglie!» «E quell'altro è Nonno George» disse il signor Bucket, sorridendo tutto felice. «Quello un po' più grandicello che cammina gattoni. È mio suocero, quello». «Per l'appunto: mio padre» confermò la signora Bucket. «E mia madre, Georgina, dov'è? Si è dileguata! Non c'è più, signor Wonka. Non è da nessuna parte! L'ho vista farsi sempre più piccola e poi si è dissolta nell'aria. Quel che voglio sapere è: dov'è finita? E come si fa, ora, a farla ritornare?» «Signore e signori!». Il signor Wonka alzò ambo e mani per chiedere silenzio. «Vi prego, per favore, di non perdere la calma. Non c'è niente di cui preoccuparsi...». «Niente, dice!» sbottò la signora Bucket. «Quando mia madre è andata via col vento e mio padre è un marmocchio che strepita e strilla...». «Un bel frugoletto vivace» constatò il signor Wonka. «Ne convengo» disse il signor Bucket. «E che dire della mia Josie?» fece Nonno Joe. «Già, che dirne?» fece il signor Wonka. «Be'...». «Un grosso miglioramento, sir» disse il signor Wonka, «non trova?» «Trovo, trovo» disse Nonno Joe. «Cioè, no! Ma cosa mi fa dire! È una neo-nata!» «Ma in perfetta salute» gli fece notare il signor Wonka. «Posso chiederle, sir, quante pillole ha inghiottito? » «Quattro» rispose Nonno Joe, cupo. «Tutti ne hanno prese quattro». Il signor Wonka si schiarì la gola e il suo volto assunse un'espressione compunta. «Ma perché, mi domando, la gente non ha un po' più di buon senso?» si domandò malinconicamente. «Perché non mi danno retta quando gli dico qualcosa? Gliel'avevo spiegato chiaro e tondo che ogni pillola toglie vent'anni esatti. Quindi, avendone Nonna Josephine prese quattro, è ringiovanita automaticamente di quattro volte vent'anni, e cioè di... un momento... quattro per due fa otto... attaccaci uno zero... fa ottanta... dunque è ringiovanita di ottant'anni. Quanti ne aveva sua moglie, sir, se mi è consentito chiederlo, prima degli ultimi eventi?» «Ne aveva compiuti ottanta giusto tre mesi fa» rispose Nonno Joe. «Il conto è presto fatto, allora» disse il signor Wonka, sorridendo felice. «La wonkavite ha funzionato perfettamente. La sua signora ha, adesso, tre mesi esatti. E non ho mai visto una bambina più rosea e paffutella di lei». «Neanch'io» disse il signor Bucket. «Vincerebbe un premio a qualsiasi concorso di bellezza infantile». «Il primo premio» precisò il signor Wonka. «Su con la vita, Nonno» gli disse Charlie, stringendogli una mano. «Non essere triste. È una gran bella bimba, la Nonna». «Signora» disse il signor Wonka rivolgendosi alla signora Bucket. «Quanti anni aveva, se posso chiederglielo, suo padre, Nonno George?» «Ottantuno esatti» gemè la signora Bucket. «Il che fa di lui, adesso, un sano, robusto bambino di un anno» comunicò il signor Wonka felice come una pasqua. «Magnifico!» disse il signor Bucket alla moglie. «Sarai la prima donna al mondo a cambiare i pannolini al tuo babbo». «Che se li cambi da sé, i suoi pannolini sporchi, se li cambi!» esclamò la signora Bucket. «Quello che voglio sapere è dov'è mia madre! Dov'è Nonna Georgina? » «Ah-ah!» disse il signor Wonka. «Oh-oh... Sì, appunto... Dov'è finita Georgina? Quanti anni aveva, prego, la signora in questione?» «Settantacinque» rispose la signora Bucket. «Questo spiega tutto» ridacchiò il signor Wonka. «Cosa spiega che cosa?» sbottò la signora Bucket. «Se la matematica non è un'opinione» disse il signor Wonka, «sottraendo 80 a 75 che cosa si ottiene? » «Meno cinque!» rispose Charlie. «Urrà!» disse il signor Bucket. «Mia suocera ha meno cinque anni!» «Impossibile» disse la signora Bucket. «Ma vero» disse il signor Wonka. «E dove si trova adesso, se è lecito chiederlo?» chiese la signora Bucket. «Ottima domanda» disse il signor Wonka. «Davvero una domanda intelligente. Sì, appunto. Dove si trova, adesso?» «Non ne ha la più nebbiosa idea, non'è vero?» «Naturalmente no» rispose il signor Wonka. «Cioè, sì. Vale a dire, so esattamente dove si trova». «Me lo dica!» «Deve cercare di capire che, se adesso ha meno-cinque-anni, deve lasciare passare altri cinque anni prima di ricominciare da zero. Le toccherà aspettare, ecco tutto». «Aspettare dove?» domandò la signora Bucket. «In Sala d'Aspetto, s'intende» disse il signor Wonka. RATAPLAN! RATAPLAN! rullarono i tamburi della banda umpa - lumpana. RATAPLAN-PLAN-PLAN! RATA-RATA-RATAPLAN! E tutti gli Umpa-Lumpa presenti - a centinaia - nel Salone della Cioccolata cominciarono a ondeggiare e saltellare e danzare al ritmo della musica. E si misero a cantare in coro: Attenzione! Tutti quanti! Che nessuno fiati o canti! Che nessuno starnutisca o di sonnecchiare ardisca! Se vi preme la salute, se vi preme, anzi, la vita, questa storia inaudita star dovete ad ascoltare! Mai sentita nominare una bimba a nome Rita? Rita Pìnklesweet? Ebbene, vi racconto la sua storia... e imparatela a memoria, cari, a scanso di malanni. Rita aveva sette anni e la mamma, ch'era sola, per levarsela di torno la mandò per qualche giorno dalla Nonna, giù nel Kent. Passa un giorno, passa l'altro, e la bimba non si lagna... è felice, lì in campagna, dove gioca tutto il dì. Poi la Nonna, un bel mattino, messo in testa un cappellino, dice: Vado qui in paese, cara, a fare certe spese . E lo vuoi saper perché non portò Rita con sé? Perché andava all'osteria a passare in allegria un'oretta, e a bere gin. Non appena sola in casa, la bambina - eh'è curiosa -incomincia a rovistare dappertutto, senza posa. Guarda anche nello stipo dove stan le medicine, e lì trova tante belle erbe, e visto che la Nonna oramai da lunga pezza era affetta - poveretta - da una grave stitichezza. Ogni dì che Dio mandava la vecchietta si purgava. Quindi aveva nello stipo lassativi d'ogni tipo d'ogni razza, d'ogni sorta, dal più blando al più potente ne avea un sacco ed una sporta. Rita tutti - come niente fosse - in breve li ha pappati. Non fa dunque meraviglia se le piglia - immantinente -un feroce mal di pancia. Le si torcon le budello, ogni tanto un flato sgancia, agghiaccianti rumorini le frastornan gl'intestini, fischia già la cacarella. i dottori, cupi in volto, non le davano più molto da campare e - l'aria mesta -la spacciavano per morta e scuotevano la testa. Qui non vale alcuna cura... Ma la bimba, ecco, si desta. Non sarei tanto sicura, fossi in voi dice giuliva. Io, per me, mi sento viva. Per il rotto della cuffia si salvò la nostra Rita. Senonché la sua via crucis mica era ancor finita. Poiché, infatti, chi una dose eccessiva di sostanze tossiche e pericolose prende, poi si porta appresso crucci e affanni per un pezzo. Rita tribulò di brutto prima di smaltir del tutto quei veleni e ritrovare il suo regolare assetto. Quindi le toccò passare ogni di per un mesetto sette ore al gabinetto. Non è un luogo molto gaio. Ma ebbe modo, in tal maniera, di dolersi del suo guaio - notte e di, mattina e sera - e pentirsi amaramente della sua ghiottoneria. Il suo esempio ora si spera che istruttivo per voi sia. «Tocca a te decidere, Charlie» disse il signor Wonka. «La Fabbrica è tua. Lasciamo che Nonna Georgina stia là ad aspettare cinque anni o cerchiamo di riportarla indietro subito?» «Vuol dire che davvero riuscirebbe a farla tornare?» domandò Charlie. «Tentar non nuoce, se tentar tu vuoi». «Oh, sì! Certo. Per la mamma, specialmente. Non la vede, quant'è triste e sconsolata?» Infatti la signora Bucket, seduta sulla sponda del letto, si detergeva gli occhi con un fazzolettino. «La mia povera vecchia mamma» non faceva che ripetere. Ha meno-cinque-anni e non la rivedrò per mesi e mesi... se mai la rivedrò!» Nonno Joe, aiutato da un Umpa-Lumpa, stava dando il biberon a sua moglie di tre mesi, Josephine. E il signor Bucket stava imboccando la pappa al'unenne Nonno George, versandogliene un po' dentro la bocca e il resto sul mento, sulle guance, sul collo. «Che roba!» borbottava incavolato. «Che sorte schifosa, la mia! Che destino pidocchioso! Mi dicono: Si va a far vita pacchia, alla Cioccolateria... ed eccomi qua, a far da balia al suocero!» «Tutto è sotto controllo, Charlie» disse il signor Wonka volgendo gli occhi intorno. «Se la cavano egregiamente. Non hanno bisogno di noi, qui. Vieni con me. Si va a caccia della Nonna». Prese Charlie per un braccio e lo condusse, a passetti di danza, verso il Grande Ascensore di Cristallo. «Svelto, affrettati, caro ragazzo. Bisogna sbrigarsi, se vogliamo arrivare prima noi». «Prima di chi?» «Prima che la sottraggano, s'intende. Tutti i Meno vengono sottratti. Non la sai, l'aritmetica?» Entrati nel Grande Ascensore, il signor Wonka si mise a cercare, fra le centinaia di pulsanti, quello che gli occorreva. «Eccolo qua!» disse, e pigiò il dito delicatamente su un bottone d'avorio che diceva: MINUSLANDIA. Le porte si chiusero. Emettendo un ronzio spaventoso e sibili paurosi, la grande macchina fece un balzo sulla destra. Charlie si aggrappò a una gamba del signor Wonka. Questi tirò giù uno strapuntino dalla parete e gli disse: «Siediti, Charlie, e allaccia la cintura. Sarà un viaggio sbalzoso e squassoso». Charlie obbedì e affibbiò saldamente le cinghie che pendevano ai lati del sedile. Lo stesso fece il signor Wonka, sedutosi su un altro strapuntino. «Si va giù per un bel pezzo» disse poi. «Oh, sarà una lunga discesa». L'Ascensore, o meglio il Discensore, stava acquistando velocità. Traballava e sbandava e sbarellava. Sterzò secco sulla sinistra, poi compì una svolta a destra, poi di nuovo una curva a sinistra, ma sempre procedendo verso il basso: giù, giù, sempre più giù. «Spero soltanto» disse il signor Wonka, «che gli Umpa-Lumpa non usino l'altro Ascensore, oggi». «Quale altro Ascensore?» domandò Charlie. «Quello che viaggia nella direzione opposta sulle stesse rotaie di questo». «Sante serpi, signor Wonka! Vuol dire che potrebbe esserci uno scontro?» «M'è andata sempre bene, finora, ragazzo... ma non si sa mai! Guarda là! Guarda fuori». Charlie si voltò e vide quella che sembrava un'enorme cava di pietra, dalle scoscese pareti rocciose, abbarbicati alle quali centinaia di Umpa-Lumpa erano al lavoro con picconi e martelli pneumatici. «È una cava di caramelle» spiegò il signor Wonka. «La più grande miniera di roccia caramellosa del mondo». Il Discensore accelerava sempre più. «Si scende a gran profondità, Charlie. Ci inabissiamo» disse il signor Wonka. «Siamo già a un miglio e passa di bassitudine». All'esterno si intravedevano panorami bizzarri. Ma il Discensore viaggiava talmente veloce che solo di tanto in tanto Charlie riusciva a distinguere qualcosa. A un certo punto gli parve di vedere in lontananza un agglomerato di casette a forma di coppe capovolte, e c'erano stradine fra le case, e un via vai di Umpa-Lumpa per le strade. Un'altra volta, mentre sorvolavano una sorta di vasta pianura rossiccia, punteggiata da affari che sembravano trivelle petrolifere, vide un denso getto di liquido bruno scaturire dalla terra e zampillare alto nell'aria. «Un nuovo pozzo!» disse il signor Wonka. «Che cosa?» «Abbiamo trovato un altro bacino cioccolatifero, ragazzo mio. Un nuovo, ricco giacimento. Guarda che stupendo zampillone!» Proseguirono oltre, rombando, scendendo sempre più ripidamente, e centinaia di visioni fugaci balenavano all'esterno. Si intravedevano gigantesche ruote dentate ruotare, miscelatori miscelare, impastatrici impastare, bollitori bollire, stantuffi stantuffare e così via. Eppoi c'erano vasti frutteti di varia natura -meringheti, croccanteti, marzapaneti e via discorrendo - eppoi laghetti multicolorì - di crema, di panna, di alchermes, di menta e via dicendo - e, dovunque, Umpa-Lumpa al lavoro. «Ti renderai conto, Charlie» disse il signor Wonka, «che quello che vedesti l'altra volta era solo un piccolo lembo dello Stabilimento, dei suoi annessi e connessi e del suo circondario. Quanto prima ti mostrerò ogni cosa con calma. Ci vorrebbero tre settimane per visitare tutta la tenuta, che discende per miglia, miglia e miglia. Adesso abbiamo altro cui pensare. E ho cose importanti da dirti. Stammi bene a sentire, Charlie». Dopo una breve pausa, seguitò: «Avrai indovinato, suppongo, che cosa ne accadde, dì tutti quegli Umpa-Lumpa da me usati per sperimentare la mia wonkavite. Scomparvero e divennero dei Meno, come Nonna Georgina. La ricetta era troppo potente. Uno di loro ringiovanì, nientemeno, fino a meno88 . Te l'immagini?» «Vuol dire che gli toccava aspettare ottantotto anni prima di tornare al mondo?» domandò Charlie. «Questo appunto mi rodeva, ragazzo. Dopo tutto non si possono lasciare degli amici carissimi ad attendere, come miseri numeri negativi, per un secolo quasi...». «Col rischio poi di venire sottratti, oltretutto» disse Charlie. «Una sorte tremenda». «Per l'appunto. E allora sai che cosa feci? Willy Wonka dissi a me stesso, 'se hai inventato la wonkavite per ringiovanire la vita al prossimo, puoi benissimo inventare anche qualcosa che l'invecchii» «Ah-ah!» fece Charlie. «Ho capito. Lei voleva inventare una miscela che trasformasse i Meno in Più, per riportarli a casa». «Esatto, ragazzo mio. Sempre presupponendo, tuttavia, che riuscissi a trovare dov'erano finiti i Meno!» L'Ascensore seguitava a inabissarsi, scendendo a perpendicolo verso il centro della terra. Era buio pesto, ora, all'esterno. Non si vedeva nulla. «Quindi» seguitò il signor Wonka, «mi rimboccai le maniche e mi misi al lavoro. Mi stillai il cervello alla ricerca di una ricetta adatta... Dovevo fare invecchiare la gente... Ah-ah! esclamai a un certo punto. Qual è la cosa vivente più vecchia del mondo? Chi è che vive più di chiunque altro? mi chiesi». «Un albero» disse Charlie. «Esatto. Ma quale, fra gli alberi? Non è l'olmo il più annoso, né la quercia, né il faggio. No, no, ragazzo mio. È bensì un pino, il Pino dalla Pigna Irsuta - il cui nome scientifico è Pinus Aristata - che vive da secoli sulle pendici del Monte Wheeler, nello Stato del Nevada, negli Stati Uniti. Su quel monte oggi si trovano, Charlie, pini irsuti che hanno la bellezza di 4000 anni di età! È un dato di fatto scientifico, Charlie. Chiedilo al primo botanico che ti capita, specializzato in dendrocronologia (cerca sul dizionario questa parola, appena torni a casa, d'accordo?). E quello fu il mio punto di partenza. Salii a bordo del Grande Ascensore e mi misi a girare per il mondo, in lungo e in largo, a raccogliere ingredienti tratti dagli esseri più longevi... MEZZO LITRO DI LINFA DI PINUS ARISTATA, ESTRATTA DA UN ESEMPLARE VECCHIO DI QUATTRO MILLENNI. RITAGLI DELLE UNGHIE DEI PIEDI DI UN MONTANARO RUSSO DI 169 ANNI, A NOME IVAN PETROVIC KULISCIOFF. UN UOVO DEPOSTO DA UNA TARTARUGA BICENTENARIA APPARTENENTE AL RE DI TONO A. ALCUNI CRINI DELLA CODA DI UN CAVALLO ARABO DI 51 ANNI. LE VIBRISSE DI UN GATTO DI 36 ANNI A NOME CRUMPETS. UNA PULCE CHE DA 35 ANNI VIVEVA FRA IL PELAME DI CRUMPETS. LA CODA DI UNA PANTEGANA GIGANTE DEL TIBET DI 207 ANNI.«E li salvo tutti, sotto zero?» «Dal primo all'ultimo, ragazzo mio. Tutti e cento-trentuno, a conti fatti. Bada, non fu mica facile. Incontrai un bel po' di difficoltà, intoppi, inciampi, imprevisti e... Santo cielo! Siamo quasi arrivati. Devo smettere di parlare e badare a dove andiamo». Charlie si accorse che l'Ascensore non filava più a rotta di collo. Si muoveva appena appena. Sembrava andare alla deriva. «Slacciati la cintura» disse il signor Wonka, «che dobbiamo essere pronti all'azione». Charlie sfibbiò le cinghie, si alzò in piedi e guardò fuori. Una vista agghiacciante. Stavano vagolando in mezzo a una nebbia fitta, grigiastra, che turbinava lentamente intorno a loro, come mossa da venti che soffiassero da varie direzioni. In lontananza la nebbia era ancor più scura - nerastra, quasi - e sembrava vorticare con maggior violenza. L'Ascensore si fermò. Il signor Wonka aprì la porta. «Resta a bordo, Charlie! Non avventurarti fuori!» La nebbia entrava a fiotti nell'Ascensore. Aveva l'odore muffoso di una cantina umida. Il silenzio era opprimente. Non si udiva alcun suono, neppure un bisbiglio di vento, neppure il ronzio d'un insetto, nessunissima voce, sicché Charlie aveva la strana, spaventosa sensazione di trovarsi in un grigio nulla inumano, addirittura in un altro mondo, dove l'uomo non aveva accesso. «Minuslandia!» bisbigliò il signor Wonka. «Ci siamo, Charlie. Il business, adesso, è trovare la Nonna. Può darsi che avremo fortuna... ma potrebbe anche darsi di no!» «Non mi piace questo posto» bisbigliò Charlie. «Mi mette i brividi. Non mi piace affatto». «Neanche a me» sussurrò di rimando il signor Wonka. «Ma abbiamo un compito da svolgere, Charlie, una missione da portare a termine». Adesso la foschia si stava condensando sulle pareti di cristallo dell'Ascensore, rendendo la visuale difficile; soltanto attraverso la porta aperta si riusciva a distinguere qualcosa all'esterno, ammesso che qualcosa ci fosse. «Ci vive qualcuno, qui, signor Wonka?» «Il luogo pullula di Gnuli, caro mio». «E sono pericolosi?» «Se ti pizzicano, sì. Sei bello che finito, ragazzo mio, se ti morde uno Gnulo». L'ascensore procedeva tentennando piano piano, alla deriva. La densa nebbia nero-grigiastra fluttuava intorno a loro. «Che aspetto hanno gli Gnuli, signor Wonka?» «Non ne hanno, figliolo, né possono averne». «Cioè non ne ha mai visto uno?» «Non si vedono gli Gnuli, figliolo. Non si sentono neanche. Solo quando ti beccano, li senti. Ma allora è troppo tardi. Ti hanno fatto secco». «Vale a dire... Ci potrebbero essere sciami di Gnuli intorno a noi, in questo stesso momento?» «Potrebbero, sì». Charlie sentì la pelle raggricciarglisi. «E si muore sul colpo?» domandò. «Prima vieni sottratto... Dopo un po', vieni diviso... Ma lentamente assai... Ci vuole tempo... È una divisione lunga e dolorosa. Dopodiché, diventi uno Gnulo anche tu». «Non si potrebbe chiudere la porta?» «Purtroppo no. Non vedremmo niente attraverso i vetri appannati. C'è troppa umidità. E comunque non sarà affatto facile scorgerla». Charlie, in piedi sulla soglia, aguzzava lo sguardo fra quei densi, irrequieti vapori, nella fitta, ondeggiante caligine. Così - pensava - dev'essere l'inferno... un inferno senza fuoco. C'era infatti un nonsoché di infernale, in quel luogo così desolato, in quel deserto di nebbia ove regnava un silenzio di morte, ove nulla - tranne quella fumea - si muoveva. E il suo movimento costante, il ribollire e il fluttuare dei mefitici vapori, dava al contempo la sensazione che una potente forza maligna fosse all'opera tutt'intorno. Charlie si sentì toccare sul braccio e sobbalzò così forte che a momenti schizzava fuori dall'Ascensore. «Scusa» disse il signor Wonka. «Sono io». «Oh-h-h!» ansimò Charlie. «Per un attimo ho creduto...». «Lo so, Charlie, cos'hai pensato. Sono molto contento, a proposito, che tu sia con me. Te l'immagini se fossi qui da solo, come mi è successo tante volte?» «Non mi piacerebbe affatto» disse Charlie. «Eccola là!» disse il signor Wonka, indicando qualcosa. «No, non è lei!... Oh, mamma mia, avrei giurato di averla vista, per un attimo, là da quella parte. Tieni gli occhi bene aperti, Charlie». «Là!» gridò Charlie. «Eccola là! Guardi!» «Dove? Indicamela, Charlie». «È... è scomparsa di nuovo. Si è dileguata...». Ritti sulla soglia dell'Ascensore, scrutavano i grigi inquieti vapori. «Là! Eccola! Proprio là!» gridò di nuovo Charlie. «Non la vede?» «Sì, Charlie, la vedo. Adesso ci avvicineremo». Il signor Wonka prese a pigiare diversi pulsanti. «Nonna!» chiamava Charlie. «Siamo venuti a riprenderti, Nonna». La vedevano or sì or no, nella fitta foschia. Era tenue, dai contorni vaghi, ed era trasparente. Una larva. Le si scorgeva il viso e l'incerto contorno del corpo, avvolto in una specie di vestaglia. Non stava diritta: galleggiava distesa per lungo, nei vapori incostanti. «Perché giace a quel modo?» bisbigliò Charlie. «Perché è un Meno, Charlie. Certo conoscerai il segno del meno. È fatto così...». E il signor Wonka tracciò una linea orizzontale nell'aria, con un dito. L'ascensore si appressò slittando all'ombra spettrale di Nonna Georgina. Il suo viso distava poco, adesso. Charlie allungò una mano per toccarla. Ma non incontrò nulla di concreto, nient'altro che il vuoto. «Nonna!» esclamò. Ma quella stava già allontanandosi, come fumo al vento. «Scansati! » ordinò il signor Wonka e, per incanto, estrasse da una tasca della marsina a code una pompetta: uno di quegli spruzzatori a pompa che si usavano una volta per dare il flit contro le zanzare, prima che inventassero le bombolette aerosol. Con quella specie di cannoncino di latta, il signor Wonka ————~- prese di mira Nonna Georgina e spinse l'asticciola della pompa fino in fondo UNA VOLTA... DUE VOLTE... TRE VOLTE! A ogni stantuffata un finissimo spruzzo nerastro usciva dal becco della macchinetta. All'istante, Nonna Georgina scomparve. «Centrata in pieno!» esclamò il signor Wonka, facendo saltelli di gioia. «L'ho colpita con tutt'e tre le raffiche. Non è più un Meno, adesso; adesso è un Più, a meno che... Ma no! Infallibile è, la vitewonka! » «E dov'è andata?» domandò Charlie. «È tornata là donde era venuta, è logico. Alla Cioccolateria. Non è più un Meno, figliolo, te l'ho detto. Adesso è un Più, che più Più di cosi non si può. Ora torniamo, prima che gli Gnuli ci becchino!» Ciò detto, il signor Wonka pigiò un pulsante. Le porte si richiusero e il Grande Ascensore di Cristallo prese in ascesa la via del ritorno. «Siediti e allacciati le cinture, Charlie!» ordinò il signor Wonka. «Si va a tutta birra, ora!» Infatti l'Ascensore prese a filare come un razzo, su su su, verso la superficie. Il signor Wonka e Charlie sedevano fianco a fianco sugli strapuntini, tenuti saldi dalle cinture. Dopo aver riposto lo spruzzatore in una delle capacissime tasche della sua giacchetta, il signor Wonka disse: «Purtroppo ho dovuto usare un arnese goffo e antiquato. Ma non c'era proprio altra maniera. L'ideale sarebbe, ovviamente, misurare la dose, versare un certo numero di gocce in un cucchiaino e farle inghiottire. Ma è impossibile far ingerire qualcosa a un Meno. Sarebbe come nutrire la propria ombra. Per questo mi è toccato usare la pompetta del flit e spruzzare per bene tua Nonna. Non c'era altro modo». «Però ha funzionato, vero?» «Funzionare, ha funzionato. Magnificamente. Solo, la dose era, probabilmente, eccessiva». «Non capisco, signor Wonka». «Mio caro ragazzo, bastano quattro gocce di vitewonka per trasformare un giovane in un vecchio decrepito...». Il signor Wonka sollevò le braccia e se le lasciò ricadere inerti in grembo. «Cioè, la Nonna potrebbe averne avuta troppo?» domandò Charlie, facendosi un po' pallido. «Temo che dire 'troppa' sia dir poco» disse il signor Wonka. «Ma... ma allora perché gliene ha dato tanto, di flit... cioè di vitewonka?». Charlie si stava mettendo sempre più in apprensione. «Tre spruzzate, gliene ha date. Un mezzo litro, a dir poco». «Un litro, a dir niente». Il signor Wonka si battè una manata sulla coscia. «Litri e litri! Ma non stare ad angosciarti per così poco, Charlie. L'importante è che la si sia fatta tornare. Non è più un Meno, almeno... A quest'ora è un bel Più, meno male!» «.Meno male, perlomeno non è più, adesso, un Meno. È tornata ad esser Più. Anzi, forse, un po' di Più che non si confa lassù. La questione che si pone è: Quanti anni mai avrà? Forse cento, o più, d'età?» «Ritorniamo alla base trionfanti, Charlie!» esclamò il signor Wonka mentre il Grande Ascensore di Cristallo cominciava a rallentare. «La tua famiglia è ancora una volta felicemente riunita». L'Ascensore si arrestò. Le porte si aprirono. Eccoli di nuovo sulle rive del Fiume di Cioccolata. Numerosi Umpa-Lumpa attorniavano il letto dei Nonni. «Charlie!» Nonno Joe gli corse incontro. «Meno male che sei tornato». Si abbracciarono. Poi Charlie abbracciò il Babbo e la Mamma. «È qui?» domandò. «È qui, Nonna Georgina? » Nessuno gli rispose. Nessuno fece una mossa, tranne Nonno Joe che, in silenzio, indicò il grande letto. L'indicò senza guardare da quella parte. Nessuno guardava. Charlie invece vi si accostò, per vedere meglio. E vide, a capo del letto, Nonna Josephi-ne e Nonno George che dormivano pacifici; e, all'altro capo... «Non allarmarti» lo rassicurò il signor Wonka, scotta, come t'avevo Avvertito È solo un pò' più invecchiata «Sì Nonna, sono davvero felice quanti anni ha, con esattezza, dopodiché prenderemo i provvedimenti del caso». «Lei non prende nessun provvedimento, da queste parti» disse la signora Bucket a denti stretti. «Ne ha già fatti abbastanza, di danni». «Ma cara la mia testa di rapa» disse affabile il signor Wonka, rivolto alla signora Bucket, «che importa, se anche la cara vecchietta è invecchiata un po' troppo? Vi porremo rimedio in un battibaleno. Ha forse dimenticato che la wonkavite toglie gli anni di dosso alla gente a venti a venti? La ringiovaniremo! La trasformeremo in una leggiadra donzella in un batter d'occhio, seduta stante». «A che le servirebbe, se il marito è ancora in fasce?» gemette la signora Bucket, indicando l'unen-ne Nonno George, che dormiva pacifico. «Una cosa alla volta, signora...». «Le proibisco di somministrarle quel malefico intruglio!» disse la signora Bucket. «La trasformerà di nuovo in un Meno, com'è vero che io sono qui». «Non voglio essere un Meno!» gracchiò Nonna Georgina. «Se torno in Minuslandia, gli Gnuli mi mangiano!» «Nessuna paura!» esclamò il signor Wonka. «Stavolta sarò io stesso a sovrintendere alla somministrazione del farmaco. Mi assicurerò personalmente che lei riceva la dose esatta. Ma mi stia bene ad ascoltare, adesso. Non posso calcolare quante pillole farle ingerire finché non so esattamente quanti anni ha. Mi pare ovvio, no?» «Non è ovvio per niente» obiettò la signora Bucket. «Perché non le da una pillola alla volta, per andare sul sicuro?» «Impossibile, signora. Nei casi perniciosi come questo, la wonkavite non agisce se somministrata a piccole dosi. Bisogna intervenire drasticamente, tut-t'in una botta. Occorre una terapia d'urto. Colpire duramente. Una o due pillole alla volta non la sposterebbero neppure di un anno. È andata troppo oltre. Quindi, o la va o la spacca». «No» disse con fermezza la signora Bucket. «Cara signora, mi stia a sentire» disse il signor Wonka. «Se lei ha un grave mal di testa e le ci vogliono tre calmine per farglielo passare, non serve a niente prenderne una alla volta e aspettare per ore fra l'una e l'altra. Non guarirebbe mai, a quel modo. Bisogna inghiottirle tutte insieme. Lo stesso vale per la wonkavite. Posso procedere?» «E va bene. Se insiste» cedette la signora Bucket. «Ottimamente». Il signor Wonka fece un saltello a pie pari. «Ordunque, quanti anni ha, Nonna Georgina?» «Non lo so» gracchiò la matusa. «Ho perso il conto ormai da tanto tempo». «Non ne ha idea?» «Neppure la più pallida» biascicò la vecchia sdentata. «Vorrei vedere lei, alla mia età, se saprebbe che età ha». «Ci pensi su! Faccia lavorare un po' la memoria!» Quel viso grinzoso si raggrinzì ancor più, sotto sforzo mnemonico. Gli altri aspettavano. Gli Umpa-Lumpa, ammaliati, si accalcavano tutt'attorno. I due pargoli badavano a dormire. «Ha, mettiamo, cent'anni?» congetturò il signor Wonka. «O forse centodieci? O magari centoventi?» «Inutile» gracidò lei. «Non ho mai avuto buona testa per i numeri». «È un disastro! Se non mi sa dire quanti anni ha, non la posso aiutare. Non oso rischiare una dose eccessiva». Erano tutti costernati, incluso, una volta tanto, anche il signor Wonka. «Ha proprio combinato un bel pastrocchio, eh, stavolta?» lo apostrofò la signora Bucket. «Nonna» disse Charlie avvicinandosi. «Senti, Nonna. Non stare a preoccuparti dell'età che hai. Cerca piuttosto di ricordare qualche avvenimento... Qualcosa che è accaduto, a te, in passato... Potrebbe aiutarci». «Un mucchio di cose mi sono successe, caro Charlie. Un gran bel po' di fatti». «Allora cerca di ricordarne qualcuno». «Sì, può darsi, tesoruccio... che qualche fatterello... se ci penso fitto fitto... riesca pure a richiamarmelo alla mente...». «Allora, dai» la pregò Charlie con fervore. «Qual è il ricordo più lontano che hai?» «Oh, caro, dovrei proprio tornare un bel po' indietro...». «Sì, Nonna: a quando eri piccola come me. Non riesci a ricordare niente, di quello che facevi da bambina? » I piccoli occhi infossati luccicarono appena e un tenue sorriso le increspò le labbra vizze. «Una nave... mi ricordo una nave... Non l'ho mai dimenticata, quella nave...». «Coraggio, Nonna. Una nave! Che tipo di nave? C'eri tu, a bordo?» «S'intende che c'ero, tesoro, andavamo con quella nave là...». «Da dove? E diretti dove?» ansioso. «Oh, non te lo saprei proprio dire, questo... Ero una bambinetta...». Si adagiò sul cuscino e chiuse gli occhi. Charlie la guardava, aspettando dell'altro, con il fiato sospeso. Tutti aspettavano. Nessuno osava muoversi. «Aveva un nome grazioso, quella nave... Un nome che ricordava qualcosa di bello... Ma l'ho dimenticato...». Charlie, che si era seduto sulla sponda del letto, balzò in piedi d'un tratto. Gli brillavano gli occhi. Tutti quanti sono saliti incalzò Charlie, «Se ti dicessi un nome, Nonna, forse lo riconosceresti?» «Può darsi, Charlie... sì... può pure darsi». «Era il Mayflower» disse Charlie. Il capo della vecchia sobbalzò sul guanciale. «Appunto!» gracidò. «Ci hai azzeccato, Charlie. Era il Mayflower. Che bel nome: Fiordimaggio...». «Nonno!» Charlie si mise a ballare dalla gioia. «In che anno salpò per l'America il Mayflower» «Il Mayflower salpò dal porto di Plymouth, in Inghilterra, il 6 settembre 1620» disse Nonno Joe. «Plymouth...» gracchiò la vegliarda. «Anche questo mi ricorda qualcosa... Sì, sì, si era proprio partiti da Plymouth...». «Nel 1620! Oh, santo cielo!» disse Charlie. «Ciò significa che hai... Fallo tu, Nonno, il conto». «Vediamo» disse Nonno Joe. «Togli 1620 da 1989... e ottieni... Non mi mettere fretta, ora, Charlie. Dunque... quel che resta è... trecento... e... sessantanove». «Per mille conigli codardi!» esclamò il signor Bucket. «Ha 369 anni, ha!» «Qualcosina di più» disse Charlie. «Quanti anni avevi, Nonna, quanto ti imbarcasti sul Mayflowerl Sette o otto?» «Meno, credo, tesoro... Ero una bimbetta... Non avevo certo più di sei anni...». «Allora ne ha 375, adesso!» disse Charlie con un filo di voce. «Che ve ne pare della vitewonka?» disse fiero il suo inventore. «Ve l'ho detto ch'è roba potente!» «Incredibile! 375!» esalò il signor Bucket. «Pensate quante ne avrà viste in vita sua» disse Nonno Joe. «Povera mamma!» gemè la signora Bucket. «Abbia pazienza, signora» disse il signor Wonka. «Adesso viene il bello. Portatemi la wonkavite!» Subito accorse un Umpa-Lumpa con una boccetta. La consegnò al signor Wonka. Questi chiese: «Quanti anni le diamo?». «Settantacinque!» disse la signora Bucket, con fermezza. «Quanti ne aveva prima che tutte queste stupidate cominciassero!» «Ma forse gradirebbe tornare un po' più giovane...» azzardò il signor Wonka. «No e poi no! È troppo rischioso». «Troppo rischioso, sì!» gracidò Nonna Georgina. «Me ne combina un'altra delle sue, se vuole fare il furbo... e mi ritrovo Meno in men che non si dica!» «Come vuole lei» disse il signor Wonka. «Devo fare i miei calcoli». Subito un altro Umpa-Lumpa avanzò, reggendo una lavagna. Il signor Wonka tirò fuori di tasca un pezzetto di gesso e vi scrìsse: «Occorrono esattamente 15 pillole» disse il signor Wonka. L'Umpa-Lumpa portò via la lavagna. Il signor Wonka prese la boccetta e contò quindici pillole. «Acqua!» ordinò. Accorse un altro Umpa-Lumpa con una caraffa e un bicchiere. Il signor Wonka riempì d'acqua il bicchiere e vi versò le 15 pillole gialle, tutte assieme. L'acqua cominciò a frizzare e a spumeggiare. «Beva, prima che svampisca» disse porgendo il bicchiere effervescente alla vecchietta. «Giù, tutto d'un sorso!» Nonna Georgina bevve. Il signor Wonka fece un passo indietro ed estrasse di tasca un grosso orologio d'ottone. «Un anno al secondo. Ne ha 300 da smaltire. Occorreranno perciò cinque minuti. Guardate come volano i secoli!» Il silenzio era tale che si udiva il cipollone ticchettare. Lì per lì, niente accadde all'anticaglia che giaceva a occhi chiusi sul letto. Poi ecco la faccia vizza dare un guizzo ogni tanto, le scheletrite mani sussultare... Ma per ora tutto qui. «Un minuto è trascorso. È già ringiovanita di 60 anni» annunciò il signor Wonka. «A me sembra uguale a prima» osservò il signor Bucket. «È naturale! Cosa vuole che sia mezzo secolo quando se ne hanno più di tre?» «Ti senti bene, mamma?» domandò ansiosa la signora Bucket. «Dimmi come ti senti». «Due minuti son trascorsi» disse il cronometrista. «Ha smaltito 120 anni». A questo punto i mutamenti cominciarono a essere percettibili sul viso della mummia. Le rughe si facevano via via meno profonde, il naso meno affilato, la pelle meno incartapecorita. Tornava il colorito. «Mamma, ti senti bene?» ripetè la signora Bucket. «Di' qualcosa, mamma». D'un tratto, con un moto così brusco che fece dare a tutti un balzo, la vecchia scattò a sedere sul letto. «Avete udito la grande notizia? L'ammiraglio Nel-son ha sconfitto i francesi a Trafalgar!» «Da fuori di matto!» disse il signor Bucket. «Nient'affatto» disse il signor Wonka. «Sta attraversando il XIX secolo». Erano trascorsi tre minuti. Di secondo in secondo, la vecchia si faceva meno vizza e più vivace. Era una meraviglia a vedersi. «Vittoria! Il generale Lee è stato sbaragliato a Gettysburg! I nordisti hanno vinto!» E subito dopo, con la voce strozzata dal pianto, la vecchietta esclamò: «È morto! L'hanno assassinato». «Chi è morto?» domandò il signor Bucket, sporgendosi. «Lincoln!» gemè la vegliarda. «Ecco che passa il corteo funebre...». «Deve aver assistito al funerale di Lincoln» disse Charlie. «Era presente...». «È presente» puntualizzò il signor Wonka, «o meglio, lo era un attimo fa». «Qualcuno vuole spiegarmi cosa mai...» cominciò la signora Bucket. Il signor Wonka la interruppe. «Sono trascorsi quattro minuti. Ne manca solo uno. Sessant'anni da smaltire». «Nonna!» gridò Charlie, slanciandosi. «Sei quasi tale e quale a te, adesso. Oh, come sono contento!». «Purché si fermi al punto giusto» disse la signora Bucket. «Non si fermerà, vedrai» disse il signor Bucket. «C'è sempre qualcosa che va storto». «No, caro signore, quando me n'incarico io, no!» disse il signor Wonka. Poi, subito dopo: «Il tempo è scaduto. Adesso ha 75 anni. Come si sente, cara signora? Tutto regolare?» «Discretamente bene, mi sento» disse la vecchia. «Tollerabilmente bene. Ma non grazie a lei, brutto impiccione e pezzo di somaro». Era proprio lei, la bisbetica vecchia brontolona, la solita Nonna Georgina alla quale Charlie voleva tanto bene. La signora Bucket le gettò le braccia al collo e scoppiò in lacrime di gioia. La vecchia la scansò e, ingrugnata, chiese: «Chi sono quei due stupidi marmocchi ai piedi del letto?». «Uno, quello più grandicello, è tuo marito» la informò il signor Bucket, suo genero. «Che spiritoso!». Poi: «Allora, dov'è George?». «Purtroppo, mamma, è proprio lui» disse la signora Bucket. «È papà, quello. E quell'altra, più piccina, è Josephine...». «Pezzo... pezzo di imbroglione impenitente!». La vecchia puntò un dito accusatore sul signor Wonka. «Che razza d'impiccio è mai questo...?» «Oh, via! oh, via!» disse il signor Wonka. «Per carità, non ci mettiamo un'altra volta a litigare. A tutto si rimedia. Lasciate fare a me. Ci pensiamo Charlie e io. In men che non si dica li riportiamo al punto di partenza!»Portatemi la vitewonka!» disse il signor Wonka. «Ci penso io a questi due marmocchi». Subito accorse un Umpa-Lumpa recando una boccetta e due cucchiaini d'argento. «Un momento!» sbottò Nonna Georgina. «Che altra diavoleria ha in mente adesso?» «Sta* tranquilla, Nonna» disse Charlie. «Ti assicuro che andrà tutto bene. La vitewonka fa l'effetto opposto della wonkavite. Invecchia. È quel che abbiamo dato a te quando eri un Meno. Ti ha salvata». «Me n'avete data troppa». «Per forza, Nonna». «E adesso volete fare altrettanto con Nonno George! » «Ma no, ma no...». «Me, mi avete fatta diventare una trecentosessan-tanovenne. Che cosa vi impedisce, adesso, di commettere un altro piccolo errore, dopodiché io mi ritroverò nel letto accanto a me un troglodita di ventimila anni! Ve l'immaginate? Un uomo delle caverne con una clava bitorzoluta in una mano e che, con l'altra, mi trascina qua e là per i capelli! No, grazie, tante». «Nonna» disse Charlie paziente. «Con te ci è toccato usare uno spruzzatore perché eri un Meno. Eri un fantasma. Ora invece il signor Wonka...». «Non parlarmi di quell'uomo! È picchiato in testa. È matto da legare!» «No, Nonna, non è vero. Eppoi, adesso, somministrerà la dose esatta: non una goccia di più, non una di meno. Non'è vero, signor Wonka?» «Vedo, Charlie» questi disse, «che la Fabbrica sarà in ottime mani, quando andrò in pensione. Tu impari molto presto. Sono contento di aver scelto te, caro ragazzo, contentissimo. E allora? Qual è il verdetto? Li lasciamo pargoli oppure li facciamo crescere con la vitewonka?» «Faccia pure, signor Wonka» disse Nonno Joe. «Io, per me, vorrei che Josie ritornasse qual era: ottuagenaria». «Grazie, sir. Le sono grato della fiducia che ripone in me. Ma, e per quel che riguarda l'altro pargolo? Che ne facciamo?» «E va bene» cedette Nonna Georgina. «Ma, badate, se finisce troglodita non ce lo voglio più, su questo letto!» «D'accordo, allora!» disse il signor Wonka. «Dammi una mano, Charlie. A te un cucchiaino, a me l'altro. Verserò quattro gocce su ciascuno. Quindi gliele faremo inghiottire. Tu ti occupi della piccina, io del Nonno». Charlie porse il cucchiaio. Il signor Wonka vi lasciò cadere quattro gocce d'un liquido nero, viscoso. Altre quattro ne versò nel suo cucchiaio. «Sara bene che qualcuno prenda in braccio i bambini» suggerì Nonno Joe. «No, no, per carità!» disse il signor Wonka. «Non si rende conto che la vitewonka agisce all'istante? Non un anno al secondo, come la wonkavite, ma rapida come il baleno! Tutto avviene in un attimo. Quindi, caro signore, se lei prendesse la bambina in braccio, dalle braccia le cadrebbe - meno di un secondo dopo - una vecchia di ottani'anni, a rischio di rompersi l'osso del collo». «Capisco» annuì Nonno Joe. «Pronto, Charlie?» «Prontissimo, signor Wonka». Si appressò alla bambina addormentata e le sollevò la testolina dal guanciale. Altrettanto fece il signor Wonka con il Nonno unenne. Entrambi i fantolini si svegliarono e si misero a strillare. «Tutt'e due insieme, Charlie!» disse il signor Wonka. «Pronti... attenti... via!» Charlie infilò il cucchiaino nella bocca spalancata della bimba e le versò la medicina in gola. «Fatela inghiottire» disse il signor Wonka. «Agisce solo quando arriva nello stomaco». È difficile, ora, raccontare quel che accadde. Comunque fosse, durò un secondo appena. Cioè il tempo di contare svelto fino a cinque. Sotto gli occhi di Charlie, la pargoletta si trasformò nell'ottuagenaria Nonna Josephine. Fu una cosa sbalorditiva e terrificante. Fu come un'esplosione. Una neonata divenne, di punto in bianco, una vecchia. E Charlie si trovò dinanzi il ben noto, amatissimo viso rugoso della Nonna Josephine. «Ciao, tesoro» gli disse la vecchietta. «Da dove spunti, tu?» «Josie!» esclamò Nonno Joe, precipitandosi. «Che bello! Sei tornata!» «Non sapevo di essere stata via» disse lei. Anche Nonno George effettuò un perfetto rientro. «Eri più carino da piccolo» gli disse Nonna Georgina, «ma sono contenta che tu sia di nuovo cresciuto, George... per un motivo molto semplice». «E quale?» le chiese Nonno George. «Non farai più la pipì a letto, caro». Son sicuro» disse il signor Wonka, rivolto a Nonno George, Nonna Georgina e Nonna Josephine, «sono più che sicuro che voi tre, dopo questi fatti, intenderete saltar fuori da quel letto e dare una mano a mandar avanti la Fabbrica di Cioccolato». «Chi, noi?» fece Nonna Josephine. «Voi, sì» asserì il signor Wonka. «Ma, dico, le ha dato di volta il cervello?» disse Nonna Georgina. «Io resto dove sono, grazie tante». «Io pure» disse Nonno George. In quella ci fu un gran trambusto fra gli Umpa-Lumpa. Si udiva un brusìo fitto fitto, un coro di esclamazioni, chi correva qua e là, chi agitava le braccia, poi dalla calca sbucò fuori un messaggero, che reggeva con entrambe le mani un'enorme (per lui) busta sigillata. Si appressò al signor Wonka e si mise a bisbigliare, gesticolando tutto eccitato. Il signor Wonka, che si era chinato per sentirlo, esclamò: «Cosa? Davanti ai cancelli della Fabbrica?... Uomini!... Che sorta di uomini?... Sì, ma hanno l'aria pericolosa?... Si comportano in modo minaccioso?... E un che cosa?... Un elicottero!... E questi uomini ne sono discesi, eh... E ti hanno dato questa, eh?» Il signor Wonka prese la grossa busta, la lacerò rapidamente, l'aprì, ne estrasse un foglio ripiegato. Si era fatto un silenzio assoluto. Tutti gli occhi erano fissi su di lui. Il signor Wonka diede una scorsa alla lettera. Nessuno si muoveva. Charlie cominciò a sudare freddo. Qualcosa di tremendo stava certo per accadere. C'era, nell'aria, puzza di bruciato. Quegli uomini ai cancelli, l'elicottero, la lettera, il nervosismo degli Umpa-Lumpa... Scrutava la faccia del signor Wonka alla ricerca di un indizio, un segno, un mutamento di espressione che gli dicesse fino a che punto era brutta la notizia. «Per mille maccheroni con il fischio!» esclamò il signor Wonka, e dalla gioia fece un salto tanto alto che quando toccò terra di nuovo, le gambe lo tradirono e cadde a sedere. Si rialzò prontamente e gridò: «Per mille ciuffolotti con il fiocco!» agitando la lettera, a mo' di scacciamosche. «Ascoltate qua, tutti quanti. State a sentire!» E cominciò a leggere ad alta voce: LA CASA BIANCA WASHINGTON D.C. EGREGIO SIGNORE, QUEST'OGGI L'INTERA NAZIONE, ANZI IL MONDO INTERO, SI RALLEGRA PER IL RITORNO DALLO SPAZIO DELLA NOSTRA NAVETTA DA TRASPORTO CON 136 PERSONE, SANE E SALVE, A BORDO. SE NON FOSSE STATO PER L'AIUTO RICEVUTO DA UN'ASTRONAVE IGNOTA, QUESTE 136 ANIME NON SI SAREBBERO SALVATE. MI È STATO RIFERITO CHE GLI OTTO ASTRONAUTI A BORDO DELL'ASTRONAVE SCONOSCIUTA HANNO DATO PROVA DI ECCEZIONALE CORAGGIO. I NOSTRI OSSERVATORI SPAZIALI - SEGUENDO DETTA NAVICELLA NEL SUO VIAGGIO DI RIENTRO - HANNO CONSTATATO CHE ESSA È ATTERRATA NEI PRESSI DI UNA LOCALITÀ NOTA COME FABBRICA DI CIOCCOLATO WONKA. È PER QUESTO, SIGNORE, CHE INDIRIZZO A LEI LA PRESENTE. DESIDERO DIMOSTRARE LA GRATITUDINE DELLA NAZIONE INVITANDO TUTTI E OTTO QUEGLI EROICI ASTRONAUTI A VENIRE, OSPITI D'ONORE, PER QUALCHE GIORNO ALLA CASA BIANCA. STO ORGANIZZANDO I FESTEGGIAMENTI. UN GRANDE RICEVIMENTO AVRÀ LUOGO STASERA NELLA SALA AZZURRA, OVE IO STESSO APPUNTERÒ MEDAGLIE AL VALORE AL PETTO DI QUEGLI OTTO PRODI. SARANNO PRESENTI LE MAGGIORI PERSONALITÀ DEL PAESE CHE, INSIEME AL CORPO DIPLOMATICO AL COMPLETO, TRIBUTERANNO AGLI OTTO EROI UN'ACCOGLIENZA DEGNA DI UN'IMPRESA CHE RESTERÀ MEMORABILE NELLA STORIA. FRA I PRESENTI FIGURERANNO: IL VICEPRESIDENTE ELVIRA TIBBS, TUTTI I MEMBRI DEL MIO GABINETTO, I COMANDANTI DELLE FORZE ARMATE DI TERRA, DEL MARE E DEL CIELO, TUTTI I MEMBRI DEL PARLAMENTO, UN MANGIATORE DI SPADE AFGANO IL QUALE MI STA INSEGNANDO A RIMANGIARMI LE PAROLE (LE QUALI, COME LEI BEN SA, A VOLTE SONO PUGNALI). EPPOI... CHI ALTRI CI SARÀ? AH, SÌ: IL MIO INTERPRETE-CAPO, I GOVERNATORI DI TUTTI GLI STATI DELL'UNIONE E, NATURALMENTE, LA MIA CARA GATTA, MADAMA MUCIMICIA. UN ELICOTTERO ATTERRERÀ PRESSO I CANCELLI DELLA FABBRICA, PER PORTARE GLI OTTO PRODI IN VOLO QUI ALLA CASA BIANCA, DOVE IO ATTENDO CON GRANDE IMPAZIENZA E IMMENSO PIACERE IL LORO ARRIVO. DISTINTI SALUTI SINCERAMENTE SUO LANCELOT R. GILLIGRASS Presidente degli Stati Uniti P.S. Vuol essere tanto gentile da portarmi alcuni cioccolatini al liquore Wonka? Ne sono ghiaiosissimo, ma non riesco mai a trovarli. Mi raccomando, non dica niente alla mia Tata. Quando il signor Wonka ebbe finito di leggere, il silenzio che seguì era tanto intenso che si udiva la gente respirare. Respiravano tutti con l'affanno che da la commozione. Fu Nonno Joe il primo a rompere il silenzio. «Urraaaaa! » gridò con quanto fiato aveva e corse ad abbracciare Charlie. Si misero a ballare lungo il greto del Fiume di Cioccolata. «Si va... si va... si va alla Casa Bianca!» cantava Nonno Joe a squarciagola. Anche i coniugi Bucket si eran messi a danzare, ridendo e cantando. Il signor Wonka correva qua e là come un invasato, agitando la missiva del Presidente e mostrandola ai fidi Umpa-Lumpa. Dopo qualche minuto si fermò e battè le mani per chiedere attenzione. «Suvvia!» disse. «Non c'è tempo da perdere. Orsù, Charlie. Orsù, Nonno Joe e signori Bucket. L'elicottero ci attende al cancello. Non possiamo farlo aspettare». Ciò detto, si avviò sospingendo gli altri quattro. «Ehi!» strillò indignata Nonna Georgina dal letto. «E noi? E noi? Siamo stati invitati anche noi, non scordatevelo!» «L'invito è per tutti e noi otto!» gridò Nonna Josephine. «Compreso anche me, quindi!» disse Nonno George. Il signor Wonka si volse a guardarli. «Certo, che anche voi siete inclusi» disse. «Ma mica possiamo caricare quel letto su un elicottero. Non ci sta». «Sarebbe... sarebbe a dire che se scendessimo dal letto potremmo venire anche noi? » domandò Nonna Georgina. «Esatto» disse il signor Wonka. «Sarebbe proprio a dire così». Sottovoce sussurrò a Charlie, dandogli un colpetto di gomito: «Voi badate a camminare». Allora si videro volare lenzuola e si udirono gemere le molle del letto, allorché i tre vecchietti -come un sol uomo - balzarono a terra. E attaccarono a correre gridando: «Aspettateci! Aspettate! Veniamo anche noi!». Era stupefacente vedere con quanta rapidità muovevano le vecchie gambe. Il signor Wonka e gli altri li stavano a guardare, sbigottiti dall'agilità con cui saltavano, come tre gazzelle, i cespugli e le pozzanghere, con le camicie da notte svolazzanti dietro di loro. D'un tratto Nonna Josephine frenò tanto bruscamente che slittò sui calcagni per tre metri prima di fermarsi. «Un momento!» gridò. «Ma siamo matti? Non possiamo mica andare a una festa in camicia da notte. E men che meno alla Casa Bianca! E men che ancora meno a una cerimonia per il conferimento di medaglie al valore!» «Oh-h-h-h!» esalò Nonna Georgina. «Che si fa, adesso? » «Non avete degli abiti, con voi?» domandò il signor Wonka. «Naturalmente, no!» rispose Nonna Josephine. «Dopo tutto non ci alziamo da quel letto da venti anni!» «Non possiamo venire con voi!» frignò Nonna Georgina. «Dovremo rimanere a casa». «Non potremo comprare dei vestiti in qualche negozio?» suggerì Nonno George. «E con che cosa?» fece Nonna Josephine. «Non abbiamo il becco d'un quattrino». «Quattrini!» esclamò il signor Wonka. «Non state a preoccuparvi per i soldi! Io ne ho un mucchio!» «Sentite» disse Charlie. «Chiederemo all'elicottero di fare una tappa sul terrazzo d'un grande magazzino, durante il tragitto. Così, voi scenderete giù a comprarvi l'occorrente». «Charlie!» esclamò il signor Wonka, agguantandogli una mano. «Come faremmo senza di te? Sei geniale! Tutti in marcia. Si va alla Casa Bianca». Si presero sottobraccio e, a passo di danza, si diressero verso l'uscita. Un grande elicottero stava ad attenderli davanti ai cancelli. Alcuni signori dall'aria importante vennero loro incontro e si inchinarono. «Ebbene, Charlie» disse Nonno Joe. «Certo, è stata una giornata lunga e movimentata». «Mica è finita ancora» disse Charlie, ridendo. «Anzi, il bello deve ancora incominciare».