MARIO DE PIRRO - ALBERTO GALLASSI I CIECHI NELLA STORIA DELLA MUSICA Nel 70° Anniversario di Fondazione dell'Unione Italiana Ciechi Per onorare la memoria di: AUGUSTO ROMAGNOLI AURELIO NICOLODI PAOLO BENTIVOGLIO GIUSEPPE FUCà NOTA INTRODUTTIVA Tre sono gli scopi che si prefigge la ristampa del volume "Iciechi nella storia della musica": ravvivare il ricordo dei numerosi non vedenti che, dall'antichità ad oggi, hanno svolto, con gloria ed onore, l'attività musicale; esaltare quelli che ancora oggi si prodigano, con amore e successo, a questa arte; orientare verso la musica tutti i giovani non vedenti che dispongono delle doti e dell'attitudine necessaria alla pratica dell'arte dei suoni. Nobili finalità, queste, che hanno permesso al Prof. Alberto Gallassi, il coautore della prima pubblicazione di questo volume, il quale ha svolto lunga e brillante attività scolastica insegnando prima e dirigendo poi molte scuole della Toscana, in generale, e di Livorno, in particolare, di concedere al sottoscritto Mario De Pirro, ordinario di musica e canto corale presso l'Istituto Magistrale "A. Palli" di Livorno, l'aggiornamento di questo volume, dopo un ventennio dalla sua prima stesura. L'opera, per l'insostituibile e qualificato apporto del Preside Prof. Gallassi nella prima edizione, per la gratitudine che gli si deve, resterà immutata nei nominativi dei due autori e nell'esposizione in seconda persona anche in questa pubblicazione. L'opera stessa, dopo nuove ricerche, risulterà notevolmente ampliata per una situazione del tutto nuova, in cui molti musicisti, allora nella piena attività, oggi non sono più tra noi; altri, cambiata condizione di vita, non esercitano più; molte importanti istituzioni hanno cessato di esistere o cambiato indirizzi e costumi; i metodi, le nuove vie e le nuove prospettive, ipercorsi che conducono alla professione di musicista del duemila sono estremamente diversi dal passato. La nostra gratitudine va ai numerosi consensi ricevuti dopo la prima apparizione di questo lavoro (tra gli scomparsi il nostro affettuoso ricordo, al Cav. Francesco Ciampolini luminoso esempio, che diresse per 28 anni la sezione provinciale U.I.C. dì Livorno, nostro assertore, che tanto si adoperò per la prima pubblicazione di questo volume); alle critiche positive pervenuteci; alle persone e agli Enti che hanno inviato preziose notizie e che mi hanno dato la loro comprensione ed il sostegno morale per intraprendere la nuova fatica. Meritano particolare menzione il Consiglio Nazionale dell'Unione Italiana Ciechi ed il suo Presidente Prof. Tommaso Daniele; il Prof. Agostino Poggi di Sanremo, Presidente del Consiglio Regionale U.I.C. ligure, vivo assertore della validità della professione musicale tra i ciechi, fortemente impegnato anche nell'attività sociale; la Dott. A.M. Campochiari, Presidente della sezione provinciale U.I.C. di Livorno; gli altri amici e collaboratori che apprezzano la musica i quali, qualsiasi mestiere svolgano, sempre fanno ricorso ad essa. Se come giustamente fu detto "il lavoro è luce che torna ", come potremo considerare leggendo questi scritti (di cui raccomandiamo l'attenzione, fra gli altri, specialmente agli operatori della vita sociale, della scuola ed ai genitori dei piccoli non vedenti), anche la musica è luce che torna. Mario De Pirro luglio 1990 CAPITOLO PRIMO MUSICA E CECITà La scienza e le conquiste sociali hanno indubbiamente giovato a porre gli uomini in una migliore condizione di vita; di ciò sono stati certamente beneficiati anche i ciechi, i quali attualmente possono svolgere la loro attività nei più svariati settori di lavoro. Quando queste conquiste erano soltanto nella speranza degli uomini, fu nell'arte musicale che molti spiriti eletti, nonostante la cecità, seppero affermarsi egualmente tanto da lasciare una profonda traccia nella storia della musica e di far sì che, attraverso i secoli, il loro nome giungesse sino a noi a fianco di quello dei più illustri rappresentanti di quest'arte. Basterebbe il solo nome di Omero: il poeta che abbassò il cielo ed innalzò la terra fin quasi si toccassero, il creatore dell'epopea eroica, il poeta che cantò la civiltà del suo popolo, il frastuono di pugne gigantesche, che cantò la nostalgia dell'esule, i cari affetti familiari, il poeta sovrano... si dice che fosse cieco. Forse egli, nell'VIII libro dell'Odissea, rappresentò se stesso «nell'amabil aedo Demodoco», il prediletto della Musa, a cui essa aveva donato ad un tempo e il male e il bene: gli aveva tolto la vista, ma in compenso, gli aveva concesso un grandissimo dono: la soavità del canto. Terminato il banchetto l'aedo canta, accompagnandosi con la cetra, le avventure e le glorie degli dei e degli uomini: cantore cieco, ma quanta luminosità d'arte dentro la sua anima! Questi cantori non erano considerati semplici artisti, ma si credevano ispirati dagli dei, ciò che dava loro un carattere sacro. Dice la dea di una fonte all'aedo che aveva privato della vista per punizione perché aveva osato gareggiare col dolce infinito sussurrare delle acque, sonando sulla propria cetra: Voglio che il male ti germogli un bene. Sarai felice di sentir tu solo tremando in cuore, nella sacra notte, In «Noi che camminiamo nella notte» afferma Salvaneschi: «il canto e la musica sono per noi un istinto e un bisogno, dicono le nostre passioni e i nostri sentimenti, aprono i cancelli dorati della fantasia e ci trasportano nei cieli incantati dei sogni... Canto e musica sono parte viva e operante della nostra storia e manifestazioni della nostra anima singola e collettiva». parole degne dei silenzi opachi. Sarai felice di veder tu solo non ciò che il volgo viola con gli occhi, ma delle cose l'ombra lunga, immensa, nel tuo segreto pallido tramonto. Se pensiamo al musicista cieco, che ha occupato un primo piano nella storia della musica, non si può fare a meno di provare quella ammirazione che può sentire soltanto chi ha il senso del sublime. Si direbbe che la cecità abbia acuito in lui la sensibilità musicale, che la suprema legge di natura lo abbia reso cosciente maggiormente della luce interiore che la maggior parte degli uomini reca dalla culla alla tomba intatta, ignara della gran fiamma che essa può dare. L'arte è un dono divino concesso a pochi privilegiati e gli artisti non vedenti, che fanno parte di questa onorata schiera, ben meritano un particolare studio, che metta in luce la loro opera di compositori, musicologi ed esecutori. Il nostro riferimento ad Omero, lungi dal farci trattare casi mitici e tanto meno episodi di privi di vista, dediti alla musica per trarre da essa mezzi di sostentamento, vuol darci soltanto l'avvio alla presentazione di veri musicisti, i cui nomi (2) affidati alla storia, sono valsi a dare un apporto costruttivo alla divina arte dei suoni. nota. (2) Ad esempio, Salvaneschi ci dice: «il primo musico che incontriamo negli antichi annali, forse è il greco Italiota Senocrito di Locri, inventore di una armonia italica presto dimenticata». CAPITOLO SECONDO LA GRANDE ARTE DI FRANCESCO LANDINO «Non indotto in filosofia, non indotto in astrologia, ma in musica dottissimo» così fu detto di Francesco Landino ''', la cui figura nel periodo dell'Ars Nova italiana occupa decisamente un posto di primo piano. Cino Rinuccini, rispondendo ad un'invettiva di Antonio Loschi, segretario del Duca Giovanni Galeazzo Visconti contro Firenze, dopo avere enumerate le glorie fiorentine di quel secolo, afferma:«acciocché nelle arti liberali niuno savio ci manchi, avemo in musica Francesco, cieco del corpo, ma dello animo illuminato, il quale, così la teorica come la pratica di quell'arte sapea, e nel suo tempo niuno fu migliore modulatore de' dolcissimi canti, d'ogni strumento sonatore e massimamente d'organi» <2>. Non mancarono altri elogi ed apprezzamenti su questo illustre maestro, che gli stessi concittadini riponevano fra gli uomini che più facevano onore alla città. Lo stesso segretario della Repubblica Fiorentina, Coluccio Salutati, con queste parole lo raccomandava al vescovo di Firenze «glorioso nome alla città e lume alla chiesa fiorentina proviene da questo cieco» <3>. Figlio del pittore Giacomo del Casentino, nacque a Fiesole (Firenze) nel 1325 e morì nella stessa città nel 1397. Ancora in tenera età, in una terribile epidemia di vaiolo, divenne cieco; Filippo Villani, storico trecentista, contemporaneo del Landino, nel suo «Liber de civitatis Florentiae famosis civibus», scrisse che «per rifuggere dalla perpetua notte, il fanciullo prese a cantare, distinguendosi negli studi musicali per diventare da grande provetto e virtuoso sonatore dell'organetto portativo». Egli «toccava con tale velocità di mano e tanta maestria e dolcezza la tastiera dello strumento, che senza comparazione trapassò tutti gli organisti di cui si ha memoria e perciò venne nomato «Franciscus caecus o Franciscus de Florentia, maestro degli organi». Fu organista in San Lorenzo e tanto apprezzata fu la sua arte, che nel 1364 la Serenissima lo invitò a Venezia con l'organista di San Marco, Francesco da Pesaro, per un famoso certame per organo nel quale sembra riuscisse vincitore e fu perciò nota. (') Così lo salutò un suo discendente, il platonico Landino nellVApologia di Dante e dei Fiorentini, in capo al commento della Divina Commedia», Venezia-Sessa 1578. (2) Risponsiva ecc. pubblicata dal Moreni insieme alla «Invectiva Lini Colucci Salutati in Anton Luscum ecc», Firenze Magneri 1826, pag. 238. (3) Lett. Episcopo fiorentino, pubblicato dal Wesselofsky nell'app. n. 10 nel Vol. I del «Paradiso degli Alberti». incoronato d'alloro dal re di Cipro, essendo fra i giudici lo stesso Francesco Petrarca. Recatosi a Verona, al servizio di Mastino della Scala, partecipò ad una «giostra d'armonia» con il contemporaneo Giovanni da Cascia ed è di questo periodo il suo canto scritto in occasione della nascita di due nobili fanciulli della casa dei Visconti. Oltre che dell'organo fu eccellente sonatore di altri strumenti quali la lira, la tibia, la ribeca o ribeba, l'avena e la quinaria; inventò inoltre uno strumento a corde che chiamò «sirena delle sirene» composto dal limbuto e di mezzo canone. È interessante notare come si occupasse anche della meccanica organaria riuscendo a smontare e ricomporre le varie parti dell'organo, primo tra l'innumerevole schiera degli accordatori e riparatori privi di vista che tanto lodevolmente ancora oggi svolgono la loro attività. Della produzione musicale del Landino conosciamo oggi oltre duencento composizioni fra madrigali e ballate, che si può dire costituiscano gran parte (circa un terzo) della musica ancora esistente del '300. Nella sua musica «vi si trova -- scrive il Gandolfi -- già introdotto l'impiego delle dissonanze preparate e risolte secondo precetti razionali col mezzo delle sincopi o legature». Nelle sue composizioni si ritrovano ben definite le caratteristiche della polifonia italiana di quel periodo e cioè la cantabilità delle melodie e la frequente partecipazione degli strumenti; queste caratteristiche rendono le sue composizioni vere e proprie monodie accompagnate. La sua melodia risente talvolta di quella di Guillaume de Machaut, pur mantenendo la propria originalità. Lo Challey infatti nella sua opera «Histoire musicale du Moyen-Age» loda l'andamento soave ed ampio delle sue melodie, ed anche il tedesco Ritter nel suo «Geschichte des Orgel-Spiels» del 1884 si associa agli stessi elogi espressi dall'autore francese<5>. Dell'opera di questo insigne musicista è vero ciò che dice il Gandolfi <5': «sebbene Francesco Landino vivente abbia goduto di fama straordinaria, per le vicessitudini dei tempi e per l'inevitabile processo evolutivo delle arti, le opere di così grande maestro, a poco a poco, vennero completamente in oblio ed il suo nome glorioso da diversi secoli appartiene solamente alla storia». Molte composizioni del Landino si trovano nel Codice Squarcialupi <6> della BibliotecaLaurenziana, nel più bello fra i manoscritti in cui è conservata la musica del '300. In esso, con altri compositori egli è ritratto in miniatura, seduto con l'organetto, ed il fregio decorativo, intorno alla pagina, rappresenta altri strumenti: un salterio, tre tipi di liuto ed un altro piccolo organo portatile, su cui suona Santa Cecilia. La composizione, così adorna, è il madrigale: «Musica son», che apre la serie delle poesie musicate da Francesco Landino e, a pie' della pagina, che ha in alto nota. (4) Gandolfi - Rassegna Nazionale. (5) Gandolfi op. cit. (6) Nel Codice Squarcialupi leggiamo: «Magister Franciscus... vero caposcuola dell'Ars Nova italiana fiorita nel '300». (7) Codice N. LXXXVII (Giovanni da Cascia; Jacopo da Bologna; Ghirardello da Firenze; Vincenzo Abate Riminese; Lorenzo da Firenze; Donato, monaco benedettino da Firenze; Niccolò, preposto perugino; Battolino da Padova; Francesco Cieco; Fr. Egidio E. Guiglielmo, agostiniano, francese; Zaccaria, cantore pontificio; Andrea da Firenze, organista. il ritratto del glorioso cieco, è raffigurata una gentile figurina di donna piangente: Musica son, che mi dolgo piangendo veder gli effetti miei dolci e perfetti lasciar per frottole i vaghi intelletti: Perché ignoranza e vizio ognun costuma lasciasi il buon, e pigliasi la schiuma. Ciascun vuol narrar musica nota, comporre madrial, cacce e ballate, tenendo ognun le sue autenticata. Chi vuol di una virtù venir in loda, conviengli prima giungere alla proda. Già furon le dolcezze mie pregiate da cavalier, baroni e gran signori: or son imbastarditi e'gentil'cori! Ma io Musica sol non mi lamento, ch'ancor l'altre virtù lasciate sento. Giovanni da Prato, a proposito di lui esclamerà: «Musico teorico e pratico, mirabil cosa a dire» <8>. I Fiorentini, suoi contemporanei, come del resto i critici più importanti d'oggi (il Fétis, il Carducci e l'americano Ellinwood) non solo lo ritengono gloria di Firenze e d'Italia per l'arte musicale, ma anche per le sue doti squisite di letterato, come è dimostrato dallo scambio di epistole con Franco Sacchetti *9>. Nel conversare appariva molto dotto in filosofia e nelle arti liberali poetava in latino ed in volgare, trattando soggetti diversi in particolare scriveva poesie amorose, che poi musicava. «Suona le sue rime d'amore sì dolcemente, che nessuno ha mai udito così bella armonia» così dice Giovanni da Prato nel romanzo: «II Paradiso degli Alberti» (8) «Paradiso degli Alberti» Libro III, voi. Ili, pag. 3, Bologna Romagnoli 1867. (') Da «II libro delle Rime» a cura di Alberto Chiari Laterza Bari: (CCXLIII a) Franco Sacchetti a Francesco De Gli Organi (CCXLXXX b) Francesco De Gli Organi a Franco Vegendo tante piaghe e tanti segni, Se per segno mirar che dal ciel vegni Francesco, io temo che nel ciel sovrano dover tosto finire il monte e il piano non abbia preso già la tromba in mano pensar si può, temp'è che noi vegiamo què che vorrà che ciascun si rassegni; di ciò dimostrazione, e tu l'assegni, e temo ch'ai gridar: Venite -- a'degni Discordia, fame e regni contro regni, il numero non si rìtronvi vano, aer disposto a dar morte a l'uomo sano perché lo ' ingrato popol cristiano eh 'hanno a significar? Fine mondano, segue pur mal con forze e con ingegni. di che possibil è quel che disegni. Abbianfame discordia morte e guerra; Ma se il numer de'buoni andrà sì a terra ma da'suoi vizi nessun si diserra. come tu temi, a me lacrime piove. Dunque, col dolce suon, che da te piove, e 7 vizio n 'è cagion eh 'el mondo afferra, anzi che quell'orribil giunga in terra. Vestita la canzon, eh 'el cor commuove, prìego eh 'adorni le parole nuove. rimando a te, sì eh 'ormai per la terra cantando potrà gire qui ed altrove. scritto nel 1839, dove ritrae la vita e le attività giornaliere di un'accolta di persone riunite nella bellissima Villa Paradiso della famiglia degli Alberti, posta fuori porta San Niccolo, verso il piano di Ripoli. Come nel Decamerone del Boccaccio, anche in questo romanzo, gli ospiti alternano la narrazione di racconti e novelle con discussioni filosofiche, a cui partecipa attivamente il Landino. Tuttavia nuovamente risalta la figura di Landino musicista, quando i presenti gli chiedono di suonare l'organo, onde vedere se le loro carole divenissero più fievoli o più sonore. Al principio il canto si fece più sommesso, mentre gli uccelli ascoltavano il musicista, ma poi divenne più sonoro di prima, mentre un usignolo volava giù e si posava su un ramoscello soprastante al capo di Francesco <10>. Solo nell'ultima metà dell'800 è stata rinvenuta in San Lorenzo, a Firenze, la pietra tombale, che rappresenta il Nostro, mentre suona un piccolo organo portativo e che nella iscrizione ricorda ed illustra i meriti del celebre organista toscano. Hominibus captus/Franciscus mente capaci cantibus organicis/quem cunctis musica solum pretulit/hic cineres/animam super astra reliquit/ M.CCC.LXXXXIIII die II Sep. «0 ('») «II Paradiso degli Alberti», libro III, voi. III. (") Il Maestro Antonio Capri disse di Francesco Landino che «è stato il maggior esponente di quell'Ars Nova italiana che si differenzia per originalità e genialità dalla contemporanea consorella francese. L'Ars Nova italiana rispondeva a quell'estasi intellettiva, a quell'inebriamento fantastico e sentimentale che Dante chiamò -- Dettato d'Amore --. In quell'epoca quando la musica e la poesia si accordavano mirabilmente per esprimere il fluttuare dei fantasmi, la vaghezza delle immagini e delle visioni, la frequenza dei sogni e dei rapimenti suscitati da amore, la ricca produzione di Francesco Landino ha un'importanza di primo ordine; infatti da sola rappresenta un terzo di tutto il patrimonio musicale del XIV° secolo: impossibile elencare le cacce, le ballate, i madrigali che il Landino compose su parole proprie e spesso su versi del Sacchetti». CAPITOLO TERZO LA MUSICA D'ORGANO DI PAUMANN E SCHILICK La stessa importanza che in Italia ebbe Francesco Landino, quale compositore ed organista del XIV secolo, va attribuita in Germania ad un altro illustre musicista del XV secolo: Corrado Paumann che può essere ritenuto un'altra pietra miliare della storia della musica. Dalla nascita, avvenuta a Norimberga nel 1410, non potè godere del beneficio della vista, ma ciò non gl'impedì di potersi dedicare interamente all'arte musicale, tanto da divenire il più grande organista del suo tempo. Notevole fu la sua abilità nel suonare anche altri strumenti come l'arpa, il liuto, la tiorba e il flauto. Visse nella prima parte della sua vita a Norimberga, dove, nel 1446, fu organista a Saint Sebald, chiesa rimasta famosa per l'importanza degli organisti che poi succedettero a Paumann. In seguito la sua cultura si arricchì di ulteriori cognizioni per i viaggi, che intraprese anche in Italia, dove si soffermò a Mantova nel 1470, riscuotendo ovunque elogi ed onori, come lo dimostra la sua nomina a cavaliere da parte dell'imperatore Federico II. Dal 1467 fu al servizio del duca Alberto IV di Baviera, e, in età avanzata, fu nominato organista alla Fravenkirche di Monaco di Baviera e dove morì nel 1473. Fu sepolto nella stessa chiesa, che lo ebbe organista, e nella facciata esterna una lapide indica il posto dove egli riposa. La fama di questo grande musicista è legata alla sua opera: il «Fundamentum Organisandi» da lui dettata nel 1452 e pubblicata in edizione moderna dallo Arnold nel 1867. Questo libro, che è considerato la più antica raccolta pervenutaci di pezzi per organo, contiene tra l'altro preludi ed esercizi scritti col sistema della intavolatura tedesca, la cui invenzione viene attribuita al Paumann dal teorico tedesco Martino Agricola e specialmente dall'organista di Basilea, Sebastiano Virdung. Questo sacerdote, nel suo trattato, nel quale è usata la intavolatura, «Musica Yetutscht (1511)» nell'attribuirgli questo merito, si dimostra grande ammiratore del Paumann. Questo trattato è un insegnamento dell'arte di «discantare sullo organo». Il «cantus firmus» viene rappresentato con lettere dell'alfabeto e su questo, che poteva essere preso sia dal canto gregoriano che dalle canzoni popolari, si svolgeva il «passeggio» contrappuntistico, cioè quella parte intessuta per lo più di scale, ornamenti e figurazioni melismatiche che richiedevano una certa bravura dell'esecutore. Quest'opera rappresenta l'evoluzione della tecnica organistica durante il 400; redatta a scopo didattico, rappresenta inoltre il valore del Paumann quale insigne maestro, il quale per altro istruì numerosi allievi. Se il maggior valore dell'arte del Nostro è legato all'organo, alla sua tecnica ed alla sua notazione, non va dimenticata un'altra importante attribuzione specialmente per il favore che incontrò il liuto nel XVI secolo e cioè l'invenzione della intavolatura tedesca alfabetica di questo strumento. È opportuno affiancare all'organista C. Paumann un altro rinomato musicista, la cui attività perdurò anche ai primi decenni del secolo XVI: Arnold Schilick (Heidelberg 1455 ? - 1525), di nazionalità pure tedesca e pure appartenente ai privi della vista; lo troviamo già in età matura, verso il 1511 a Heidelberg come organista, al servizio del conte palatino del Reno. Anch'egli, come il Paumann, forse per svolgere più ampiamente la sua attività, compì molti viaggi in Germania ed in Olanda. La sua notorietà è dimostrata e confermata dalla citazione che viene fatta di lui in vari trattati d'organo e dizionari musicali. Il suo nome è legato all'opera «Spiegel der Orgelmacher und Organisten», pubblicata nel 1511, nella quale trattò, in maniera interessante la fabbricazione degli organi, dando alcuni consigli che potrebbero essere utili anche ai costruttori d'oggi, ed è legato pure all'opera «Tabulaturen etlicher lobgesang und lauten», da lui dettata e pubblicata nel 1512, presso Peter Schoffer a Magonza. In quest'ultima opera, comprendente quattordici pezzi per organo, dodici canti per accompagnamento per liuto e tre pezzi per liuto solista, l'elaborazione del canto gregoriano vien fatta tenendo debito conto dell'esigenze espressive e meccaniche dell'organo e viene introdotto il pedale obbligato, innovazioni veramente considerevoli. Si possono inoltre notare delle prime apparizioni di adattamenti liutistici del «lied» polifonico. I due libri di questo autore sono da ricordarsi tra i più antichi esemplari stampati della costruzione e della musica per organi. CAPITOLO QUARTO L'APPORTO DI ALCUNI CELEBRI NON VEDENTI ALLA MUSICA DEL RINASCIMENTO II 1500, secolo del Rinascimento, periodo che ha dato i natali ai più illustri geni di tutte le arti, vanta diversi musicisti ciechi, che, specialmente in Ispagna, svolsero lodevole attività e lasciarono indelebile traccia. L'Italia ebbe in Antonio Valente uno dei migliori organisti e compositori di questo secolo; visse a Napoli ed era organista della chiesa di Sant'Angelo a Nido della stessa città. Il metodo per organo di Bossi e Tebaldini, segnalando i migliori organisti delle più importanti città italiane del secolo XVI, a Napoli, cita questo musicista ed infatti il Valente fu un profondo conoscitore dell'armonia, come possiamo rilevare dalle due pubblicazioni che sono rimaste di lui. Nel 1576 fu stampata la sua «Intavolatura de' Cimbalo: recercate, fantasie et canzoni francese» e nel 1580 il volume intitolato: «Versi spirituali sopra tutte le note, con diversi canoni spartiti per sonarne gli organi, Messe, Vespere, et altri officii divini. Di M. Antonio Valente Cieco. Libro secondo, nuamente da lui composto, et posto in luce. In Napoli appresso gli eredi di Matteo Carcer, MCLXXX». Tale volume con la firma autografa è conservato nella Biblioteca del Conservatorio di Musica S. Pietro a Majella di Napoli. Questi versi sono dedicati all'illustre «Donna Eleonora Palmiera, di sangue nobilissimo, di vita esemplare e sovrana della musica», nella partitura musicale però mancano le parole. L'importanza di questa opera ha ottenuto un considerevole riconoscimento anche da L. Torchi, il quale nel Vol. III dell'Arte Musicale in Italia nei secoli XVI-XVII (ediz. Ricordi) ha inserito una parte di questi versi spirituali. La fama di certi musicisti spagnoli del secolo XVI è cosa reale e la bellezza della loro produzione dovrebbe essere particolarmente rivalutata oggi e nuovamente presentata al pubblico dai musicologi e musicisti contemporanei. Primo fra tutti va ricordato Antonio De Cabezon nella letteratura cembalo organistica. L'insigne compositore e musicologo spagnolo Filippo Pedrell, nella prefazione della sua opera «Hispanie Schola Musica Sacra», ristampata a Barcellona nel 1894-97, dimostrò erroneo il nome di Felice Antonio generalmente attribuito al De Cabezon. Nacque a Castrillo de Matajudios, presso Castrojeriz (prov. di Burgos) nel 1510. Di nobile casato, ben presto iniziò lo studio della musica sotto la guida dell'organista di una delle chiese di Castrojeriz. In tenera età rimase privo della vista e lo troviamo a Palencia presso il prelato Esteban Martinez de Cabezon, suo parente. In questa città studiò con Garcia de Baeza fino al 1525 e sembra che pure suoi insegnanti fossero Pedro de Sarmiento e Francesco de Mendoza. Nel 1526, nonostante la sua giovinezza, già occupava il posto di organista della Casa Reale di Castiglia e per la bravura fu in seguito nominato musicista da camera dell'imperatore Carlo V. Verso il 1538 si sposò con Luyisa Nunez, discendente di una famiglia di Avila e di questo avvenimento ne fa cenno anche lo Zappata nella sua «Miscellanea», ove dice che «egli si sposò per amore, cosa sorprendente da parte di un cieco (sic!), sebbene tutti gli uomini in amore siano ciechi». Nel 1539 poi la sua attività, sempre al servizio dei Reali di Spagna, si divise tra la corte delle infante Maria e Giovanna e quella del principe Filippo. Alcuni punti di contatto con l'arte del De Cabezon offrono pure le composizioni dei due Gabrieli. Egli può essere considerato tra i migliori dei suoi contemporanei per la sua melodia, la quale conserva la sua bellezza anche quando vengono usati gli intervalli eccedenti ed il cromatismo: il che è dimostrato nei suoi pregiati versetti, chiamati «tientos». Viaggiò per tutta la Spagna seguendo la corte e dove soggiornò, Saragozza, Barcellona, Madrid, Alcalà, Toledo, Salamanca, Valladolid, conobbe rinomati poeti, scrittori ed artisti spagnoli e stranieri. In seguito visitò pure l'Italia, la Germania, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e perfino l'Inghilterra. A ragione il figlio Hernando, nella prefazione all'Opera «Obras de musica para teda...» dice che le peregrinazioni e le altre occupazioni, prima fra tutte quella di rinomato insegnante, non permisero al padre suo di dedicarsi interamente alla composizione, come avrebbe potuto fare se avesse avuto tutto il tempo a sua disposi zione; infatti, ciò che di lui è rimasto è piccola cosa, solo semplici lezioni dettate ai suoi allievi. Dopo l'abdicazione dell'Imperatore Carlo V, la cappella fiamminga si unì alla cappella reale spagnola, ciò che accrebbe la responsabilità artistica di De Cabezon, il quale, in seguito, per l'aggiunta di alcuni strumentisti italiani e francesi, acquisì ulteriore esperienza orchestrale e corale. Nella sua musica appare evidente l'influsso dell'arte fiamminga di Josquin des Prés, nonostante che resti chiara la sua derivazione ed appartenenza alla tradizionale musica iberica. Nell'opera del De Cabezon il virtuosismo non superò mai la parte espressiva e nelle sue composizioni lo spirito religioso e poetico fa risentire gli echi della grande spiritualità profusa nella Spagna dalla contemporanea Santa Teresa d'Avila e da San Giovanni della Croce. Questa religiosità era talmente sentita dal De Cabezon, che quando rimase vedovo, abbracciò lo stato ecclesiastico. Morì a Madrid nel 1566 e nello stesso anno il figlio Hernando succedette al padre nella Cappella reale spagnola. Secondo alcuni musicisti italiani, in qualche tratto dell'opera del De Cabezon si nota un certo accostamento all'arte dell'organista veneziano Claudio Merulo. Infatti, come lui, il De Cabezon, fa procedere una delle parti, che contrappuntano il tema principale, con andamento assai mosso delle altre parti. In questi la libera ispirazione supera interamente il tessuto dei temi gregoriani e dei salmi che egli usa. Nelle composizioni per organo il De Cabezon fa uso del secondo manuale così indispensabile in quei pezzi dove le parti abilmente si sovrappongono. Appunto per questo intreccio di parti il Pedrell ha potuto classificare il De Cabezon come il Bach del secolo XVI. Fu assiduo nel coltivare le trascrizioni delle opere vocali sacre e profane e le forme polifoniche strumentali di stile fugato, come i ricercari, canoni, Magnificat, non trascurando il Cantus Firmus e il falso bordone. L'unità tematica comincia ad essere presentata inizialmente dal De Cabezon nei suoi tientos, che presentano tutti gli espedienti dei compositori che lo seguiranno nelle aumentazioni, diminuzioni, inversioni del soggetto. La maggior parte delle composizioni del de Cabezon venne pubblicata nel 1578, a Madrid, in casa de Francisco Sanchez, dal figlio Hernando sotto il titolo: «Obras de musica para teda, arpa y vihuela de Antonio De Cabezon, musica de camera y capilla del Rey Don Philippe nuestro Senor. Recapilades y puestas en cifra por Hernando De Cabezon su Hijo». Quest'opera ben a ragione può essere considerata un ottima introduzione al «Transilvano» del Diruta. Il critico Pierre Maillart nel suo «Les tons, ou discors sur les modes des la musique», elogiando tutti gli strumentisti spagnoli, gli assegna un posto d'onore. L'unico brano in polifonia vocale che si conosca, una litania a 5 voci, si trova nel Cancionero musical de la Casa de Medinaceli. Conterraneo e quasi coetaneo del De Cabezon, sebbene la sua vita si protraesse di molti anni a quella di quest'ultimo, fu Francesco Salinas. Nacque a Burgos nel 1513 e, a dieci anni, perse la vista, il che non gli impedì nonostante le idee preconcette dell'epoca, di studiare l'organo e di addottorarsi in filosofia e letteratura classica, all'università di Salamanca. La sua formazione culturale si rivelò molto accurata (studiò a Roma i testi musicali greci alla Biblioteca Vaticana) e fu nominato abate di un monastero nel regno di Napoli. Lo protesse l'arcivescovo di S. Jacopo di Campostella presso il quale visse a Roma nel 1538; nel 1553 il Duca d'Alba, viceré di Napoli, lo ebbe come organista nella sua cappella. Nel 1563 fu nominato organista alla Cattedrale di Leon e lodevole dovette essere la sua attività se, solo quattro anni dopo, potè assumere l'insegnamento di professore di musica alla Università di Salamanca, dove, a riconoscimento dei suoi meriti, gli fu data nel 1587 la pensione, pur continuando la sua opera di insegnante, fino nel 1590, data della sua morte. Fu elogiato dal critico Antonio de Morales, dal celebre musicologo Raphael Mitjana nell'«Enciclopedia universale musicale» e persino dall'illustre poeta Fray de Leon. Ancora giovane dimostrò di apprezzare moltissimo la bellezza dei canti popolari e le canzoni ed i detti genuini del popolo, uditi nelle strade di Roma, fecero sbocciare in lui l'idea di raccoglierli, dando luogo, più tardi al suo famoso libro «De Musica libri VII (1577)», che fu elogiato anche dal severo critico tedesco Hugo Riemann. In questa sua opera divide la musica in mondana, umana e strumentale; distingue quella che può essere percepita dai sensi, compresa dall'intelligenza, e sentita simultaneamente dai sensi e dall'intelligenza e conclude: «L'armonia è giudicata dai sensi e dall'intelligenza, ma non in uguale maniera». Sono comprese inoltre arie antiche di alcuni secoli, figura la «Populorum Regina» e l'aria di origine moresca, cantata ancora nel suo secolo «Calvi vi calvi, calvi arabi». Il valore di questo libro sta nelle prerogative di teorico del Salinas, il quale esaminando i suoi modi ecclesiastici e l'origine delle tonalità maggiore e minore, aderisce ai principi estetici dell'illustre teorico italiano della sua epoca Gioseffo Zarlino. Rimane purtoppo inedito il suo lavoro «Musica, liber III», il manoscritto del quale si trova alla Biblioteca Nazionale di Madrid. Al de Cabezon ed al Salinas ben si affianca un terzo spagnolo del Rinascimento: Miguel De Fuenlana (Navalcarnaro - Madrid 1500? - Valladolid 1579?). Sulla sua vita poche notizie sono giunte fino a noi. La sua appartenenza ai privi della vista è però citata in quasi tutti i trattati che parlano del XVI secolo. Fu musico da camera della Marchesa di Tarifo e nel 1562 musicista alla corte della terza moglie di Filippo II, della Regina Isabella di Vallois. Il Fuenlana ci è presentato come virtuoso di liuto e vihuela, nonché come insigne compositore. L'attribuzione di quest'ultima qualifica la ottenne con la sua opera dedicata nel 1554 a Filippo II: «Libro de musica para vihuela, intitolado Orphenica Lyra», stampata a Siviglia. È stesa in intavolatura italiana e la musica alle volte ha la parte del Canto, altre solo la parte strumentale; figurano in essa madrigali, mottetti sacri, sonetti ed anche alcune composizioni per chitarra. Fra le trascrizioni riportate in questo libro ve ne sono anche del Morales, di Pedro e Francesco Guerrero, di Juan Vasques (Villancicos), di Josquin e di altri compositori fiamminghi e olandesi. È quest'opera un'ulteriore dimostrazione della diffusione della cultura musicale nel regno di Filippo II e nello stesso tempo un'altra affermazione dello sviluppo e del progresso della musica strumentale spagnola. CAPITOLO QUINTO LE FORME MUSICALI SEICENTESCHE EBBERO I LORO DEGNI RAPPRESENTANTI FRA I NON VEDENTI La musica del secolo XVII si arricchisce di nuove forme (la sonata da chiesa, il concerto grosso, in seguito la sinfonia ecc); il melodramma, nato sulla fine del XVI secolo, si diffonde nel '600 in tutta Italia e si irradia nelle altre nazioni europee, formando un grande capitolo a parte della musica. Questi sviluppi dell'arte musicale impegnano numerosi musicisti i cui nomi sono rimasti indelebili in tutte le cronache di questo periodo, talvolta oscurando le figure dei musicisti ciechi che, pur se in minor misura dei tempi passati, pure parteciparono al fervore musicale dell'epoca. In Italia ricordiamo tra essi Marino Pesenti, che con facilità di inventiva si allineò ai suoi contemporanei, trattando musica sia sacra che profana. Nacque a Venezia il 1600; privo della vista fin dalla nascita fu allievo di Giovanni Battista Grillo (') e da Claudio Monteverdi ebbe insegnamenti preziosi che non rimasero senza influenza, specialmente nello stile concertato, nel quale però, dimostrò una certa originalità, specialmente nello istrumentale degli archi che portò «a posizioni per allora arditissime». Morì a Venezia tra il maggio 1647 e il marzo 1648. La sua produzione dimostra una attività non trascurabile e numerose furono le sue composizioni tra cui Messe e Mottetti; sette libri di madrigali da 2 a 6 voci (composti dal 1621 al 1647); arie ad una voce; quattro libri di Danze comprendenti Correnti alla francese, Gagliarde, Balletti diatonici, ecc. per cembalo ed altri strumenti; Capricci stravaganti e musicali pensieri ed infine le «Ultime Musicali e Canore Fatiche» che l'editore volle esaltare con parole di elogio rivolte all'autore in calce all'opera «in cui il nome sarà nel mondo memorabile sempre». In Ispagna anche il '600 è degnamente rappresentato da Joan Batista Josè Cabanilles, nato a Valencia nel 1644 e morto nel 1712. Allievo dei maestri Urban De Vargas, G. Babon, T. Ortells, Jeronimo De La Torre. Ritenuto il più eminente dei compositori, fu organista del Duomo della sua città. Tra i suoi allievi ricordiamo Joseph Elias. Purtroppo una cospicua parte della sua produzione (centinaia di libri) è andata smarrita. Si conservano, però, numerose composizioni per organo (tientos, tocatas, nota. (') Organista a Venezia nella Chiesa della Madonna dell'Orto (1615 circa) e di San Marco (1619 - 1623). alcuni villancicos religiosi, ecc). Mons. Angles ha intrapreso la pubblicazione delle opere di questo grande Maestro tra cui figurano tre volumi della sua vasta produzione apparsi rispettivamente nel 1927, 1935 e 1936. Altro rappresentante del '600 è Pablo Nassare, nato ad Aragona nel 1664, francescano, la cui fama non è legata solo alla sua bravura quale organista, ma anche alle sue composizioni. Ebbe parole lodevoli sulla sua arte il celebre teorico musicale spagnolo Eximeno (2). Infatti, teorico anche il Nassare, pubblicò «Freguentos musicos repartidos en cuatro tratados» nel quale dettò le regole sul canto fermo, sul contrappunto e sulla composizione. La prima edizione del 1693 (Saragozza) incontrò un tale favore che se ne ebbe una ristampa nel 1700 ed in seguito si affermò maggiormente con una più vasta opera considerata tra le migliori del genere per tutto il secolo XVIII intitolata: «Escuela musica segun la practica moderna». Tra le sue composizioni musicali vanno ricordate: «Villancicos» ed altre musiche sacre. Salvaneschi nel suo libro «Noi che camminiamo nella notte», cita il musicista irlandese Torlog O' Karlan «Il rapsodo, nato nel 1660, divenuto cieco per il vaiolo a 14 anni, si sentì irresistibilmente attratto dal canto e dalla musica. I suoi conterranei, sorpresi e commossi, gli donarono una cetra, un servitore e un cavallino, così il giovane bardo se ne andò attraverso la verde Irlanda a cantare le romanze che componeva sollevando ammirazione ed entusiasmo». E la sua suggestiva figura è stata rievocata dallo scrittore irlandese Don Lyrne nel meraviglioso romanzo «Raftery il cieco e sua moglie Ilaria». nota. (2) Gesuita (nato a Valenza? nel 1729 e morto a Roma nel 1808). CAPITOLO SESTO IL PERIODO DI CECITà DI BACH ED HAENDEL. ALTRI MUSICISTI DEL XVIII SECOLO Nel 1700 soltanto eccezionalmente si incontrano musicisti di un certo rilievo, appartenenti ai privi di vista fin dalla fanciullezza. L'intenzione del nostro breve lavoro, oltre a volere mettere in luce i pregi degli artisti di cui stiamo trattando, è però anche quella di dimostrare che la cecità non è mai stata ostacolo all'attività di quelli che sono dotati di vera inclinazione verso l'arte musicale ed anzi, anche quando la malattia degli occhi è intervenuta in età avanzata, ha sempre permesso, contribuendo a mantenerli sereni, di svolgere egualmente la professione musicale prima intrapresa. Con questa premessa citiamo a conferma i grandi nomi di Johan Sebastian Bach e Georg Friedrich Haendel, che, tra i molti punti di contatto, che contrassegnano la loro vita, quali la data di nascita ( 1685), la relativa vicinanza delle località della Turingia in cui nacquero, la eguale maestria nel trattare i vari strumenti e la predilizione per l'organo, la loro personale genialità, aperta a tutte le tendenze della musica europea, ebbero anche la disavventura della cecità, che colpì entrambi verso la fine della vita. J.S. Bach aveva sempre goduto di ottima salute; la sua naturale miopia, negli ultimi anni della vita si era sempre più accresciuta, specialmente a cagione del lungo ed estenuante lavoro di composizione e trascrizione musicale. Dopo la composizione dell'«Offerta Musicale», nel 1747, il grande di Eisenach visse quasi completamente nelle tenebre, finché la cataratta incombente non lo rese completamente cieco negli ultimi sei mesi di vita. Tutte le cure tentate non valsero a migliorare la sua condizione ed anche l'intervento chirurgico a cui fu sottoposto a Lipsia nell'inverno del 1749-50, ad opera dell'allora famoso medico inglese John Taylor, di passaggio per quella città, valse soltanto a peggiorare l'organismo così duramente provato. Negli ultimi due anni di vita Bach scrisse «L'arte della Fuga», il cui incipit deriva dal Tema Regio dell'«Offerta Musicale». In quest'opera il grande compositore compendia e riassume le risorse ed i procedimenti contrappuntistici raggiunti in tutto il periodo che lo precede. La inscindibile unità di quest'opera lo mostrano architetto e poeta. Nell'ultimo anno di vita pare terminasse i «18 grandi corali per organo di Lipsia» dettando gli ultimi tre al genero Johan Christoph, marito della figlia Elisabetta. Dice il Capri: «Sono grandiosi poemi religiosi, espressioni di una anima tutta pervasa dal mistico afflato della fede, in cui la musica organistica tedesca tocca la sua vetta più alta». La serenità diffusa negli ultimi suoi corali viene bene espressa, a proposito dell'ultimo corale, da Albert Schweitzer: «ciò che particolarmente ci colpisce è il sentimento di pace e di serenità che questo corale suscita in noi. Non vi è una sola nota che esprima il dolore; tutta la musica è illuminata da un misterioso sorriso». Un altro punto in comune tra Bach ed Haendel fu la fede che giustamente li fa ritenere insieme «i grandi interpreti del sentimento religioso di tutto un popolo». Haendel, il grande cantore di Halle, l'uomo forte e coraggioso, sempre fiducioso nel potere educativo della musica, spirito profondamente religioso, di volontà tenace, non si arrese negli ultimi anni della vita, quando la vista diminuì sempre più rapidamente. Commoventi ed accorate sono le sue annotazioni sulla partitura dell'oratorio Jephte: «Non vedo con l'occhio sinistro»; «Oggi non posso continuare»; «Riprendo, va meglio». Oratorio, questo, scritto nel fatidico 1751, l'anno in cui Haendel perse irrimediabilmente la vista. Inutili risultarono i tre interventi chirurgici, poco dopo praticati ad Haendel dallo stesso Taylor, che qualche anno prima aveva operato, col medesimo risultato Bach. Ma egli non si abbattè, anzi, continuò ad accompagnare i suoi concerti all'organo, ad improvvisare e fino al 1758 non abbandonò completamente la composizione, come è dimostrato dalle nuove «arie» aggiunte alla «Susanna», al «Sansone» e allo «Jephte», quando furono da lui ripresi e dalla rielaborazione del lavoro giovanile: «Il Trionfo del Tempo e del disinganno» che fu ben accolto dal pubblico. Non si limitò ad accompagnare i suoi oratori, ma anche li diresse a memoria nelle sale affollate da spettatori che accorrevano a sentire e ad ammirare il grande maestro, glorioso ed indomabile proprio come uno dei suoi personaggi biblici. Furono quelli gli anni in cui cessarono le avversità dovute alla rivalità dei colleghi ed una certa agiatezza contribuì a renderlo più sereno. A differenza della mancata riconoscenza degli uomini verso il genio di Bach, che non ebbe pubbliche onoranze, né lapide o pietra tombali che ne commemorassero la grandezza, ma comune sepoltura, Haendel fu, come gli illustri uomini inglesi, traslato nella Abbazia di Wensminster, dove le sue spoglie trovarono meritato riposo. Charles John Stanley nato a Londra nel 1713 ed ivi morto nel 1786, perse la vista quando aveva poco più di un anno, incominciò a studiare musica a sette anni sotto la guida di J. Reading e M. Greene. Ad undici anni divenne organista a Ali Hallows, poi a St. Andrew's Holborn ed infine nel 1734 a Temple Church. Si era laureato ad Oxford e la sua attività artistica, riconosciuta e stimata dallo stesso Haendel, che gli fu grande amico, doveva conchiudersi con la nomina di Re Giorgio III a Master of the King's Band Music, succedendo nel 1762 a Boyce in questa carica. Le composizioni da lui lasciate appartengono ai più diversi campi della musica: Sei cantate per voci e strumenti ( 1742); oratori: (Jephte; Triumphus of parnassus ( 1760); The fall of Egypt ( 1774)); 8 soli per flauto, violino e clavicembalo, op. 1; 6 concerti a 7 parti per archi, op. II. Pubblicò inoltre three cantatas and three songs per una voce e strumenti e voluntaries. Si associò a Linley nel 1774 per la direzione di oratori. Subito dopo il periodo di queste grandi figure dobbiamo ricordare Ferdinando Turini, colpito dalla cecità a ventitre anni dopo aver iniziato felicemente l'attività di compositore teatrale. Nell'Ottavo Fascicolo dell'«Antologia pianistica» di Cesi e Marciano, (contrariamente a quanto affermato da altri dizionari), le date di nascita e di morte di questo compositore sono 1749-1822. Nacque a Salò e studiò composizione ed organo a Brescia, Padova e Venezia. Ebbe tra i suoi maestri lo zio Ferdinando Bertoni. Già non vedente occupò il posto di organista a S. Giustina in Venezia e nel 1812 lo troviamo residente a Brescia, ove si era recato dopo il soggiorno veneziano. Belle e delicate composizioni di Turini per cembalo sono conservate nella «Raccolta nazionale di musica italiana». Avendo tenuto fino a questo punto un criterio cronologico nell'elencare i personaggi di questo libro, dopo aver tratteggiato il particolare periodo che ci interessava nella vita di Bach e di Haendel dei musicisti a loro contemporanei, presentiamo ora una musicista che non possiamo tralasciare per le sue doti di rinomata clavicembalista e compositrice dell'ultima metà del 700: Maria Teresa Von Paradies. Nata a Vienna il 15 maggio 1759, era figlia di un consigliere aulico e fortunatamente ebbe per madrina l'imperatrice d'Austria, di cui le fu dato il nome. Ammalatasi all'età di cinque anni, perse la vista, ma per la sua forza di volontà e per l'aiuto imperiale, potè studiare dedicandosi all'arte dei suoni verso la quale era particolarmente incline. A corte ebbe dei valenti insegnanti come il Richter e il Kotzeluch per il pianoforte, il famoso Salieri ed il Righini per il canto, Friberth e l'abate Vogler per il contrappunto. Questa scuola dovette certamente portarla ad un alto grado di perfezione, in quanto nel 1784 la vediamo impegnata in un importante giro artistico di concerti alle corti più rinomate di Europa dell'ultimo scorcio del suo secolo. La sua attività si estende anche al campo dell'insegnamento del canto e del clavicembalo ed alla composizione. È interessante notare come, per la scrittura della musica, si servisse di una notazione speciale ideata per lei da alcuni suoi amici. Fra le sue opere ricordiamo un melodramma (Ariadne und Bacchus - Vienna 1791); una farsa (Der Schulamtskandidat - Vienna 1792); un'ode funebre per Luigi XVI; un'opera fantastica (Rinaldo ed Alcina - Praga 1797); alcune sonate e variazioni per clavicembalo, che ebbero pubblicazione; un trio ed altra musica vocale da camera, produzione assai vasta e considerevole. La sua morte avvenne il 1° febbraio 1824. CAPITOLO SETTIMO I MUSICISTI NON VEDENTI IMPEGNATI IN OGNI CAMPO DELL'ATTIVITà MUSICALE NEL SECOLO XIX E XX Nel secolo XIX la dettatura della musica, che fino a quel momento era stata il mezzo pressoché unico di cui si erano serviti i privi di vista, per la diffusione delle loro composizioni, si unì ad un altro mezzo di grande importanza: la scrittura punteggiata in rilievo. Prima di parlare di questa dobbiamo ricordare Valentia Hatiy, che, incoraggiato da una società filantropica, fondò nel 1784 una vera e propria scuola per i privi di vista. Tale scuola riscuotendo dapprima l'ammirazione della Corte e delle classi colte, riconosciuta poi con un decreto della Assemblea Costituente del 1791 divenne «L'institution Nationale des jeunes aveugles». Questo istituto fu trascurato da Napoleone Bonaparte, ma, ricostituito nel 1816, dopo la Restaurazione borbonica, divenne una importante scuola musicale, che fu presto in grado di avviare un numero notevole di ciechi al proficuo esercizio dell'arte musicale, dell'accordatura e del commercio dei pianoforti (') Fu inoltre modello per altre numerose scuole sorte in Inghilterra tra il 1791-93, in Germania e in Russia dal 1807 al 1820, in Italia nel 1838, anno della fondazione dell'Istituto di Padova. Allievo di questo istituto di Parigi, di cui divenne poi professore, fu Louis Braille, nato a Coupvray nel 1809 e morto a Parigi nel 1852. Interessanti sono la biografia e, in special modo le vicende che portarono questo illustre personaggio, a soli sedici anni, all'ideazione della scrittura che da lui prende il nome. La storia della diffusione del Braille è estremamente istruttiva; essa si propagò dapprima quasi clandestinamente fra gli alunni dell'Istituto Nazionale di Parigi contro l'espresso divieto dei maestri, i quali si arresero solo dopo venticinque anni di resistenza. Ciò accadeva nel 1850, due soli anni prima che egli morisse. «Dopo questa vittoria, vennero le successive applicazioni alla musica, ai segni matematici, agli alfabeti di tutte le lingue, non solo in Europa, ma in tutti i paesi civili (') La fabbrica dei privo di vista Doudet, da lui fondata e diretta, fu particolarmente nota peri suoi pianoforti apprezzatissimi e lodati anche dal famoso pianista Alfred Cortot. del mondo; una vittoria che può dirsi trionfale». (2) Braille appartenne ai musicisti quale organista e fu il primo ad applicare il suo sistema di scrittura in rilievo anche alla notazione musicale. I benefici della scrittura Braille, però si sentirono soltanto più tardi in Italia, dove, all'inizio del XIX secolo il melodramma imperava su tutti i settori della musica ed è proprio nell'ambiente melodrammatico che incontriamo alcuni musicisti: rinomatissimo Giuseppe Saverio Raffaele Mercadante, che trascorse gli ultimi trenta anni della sua vita completamente cieco. Questo autore che aveva riportato grandi successi, specialmente con le opere «Elisa e Claudio», «I Briganti», «Il Giuramento», si trovò a scrivere «Il bravo», la migliore sua opera rappresentata nel 1839, in gravissime condizioni visive; infatti nel 1840 perse completamente la vista. Nello stesso anno, morto il suo maestro Zingarelli, lasciò il posto di maestro di Cappella nel duomo di Novara, per sostituirlo come direttore del Conservatorio S. Pietro a Majella di Napoli. Numerose composizioni di musica sacra (accusata di influenze teatrali), liriche, pezzi strumentali, fantasie per orchestra, opere didattiche e perfino l'Opera Virginia (1866), rappresentano la produzione di questo periodo, nel quale certamente la musica fu per lui il più grande conforto. Spesso lo accompagnava quel suo allievo prediletto, Germenda, divenuto poi celebre maestro di canto alla cui scuola si è formata Cioè Elmo e altri noti cantanti lirici. Altro autore che nell'800 si dedicò al melodramma e che ci interessa ai fini del nostro lavoro è Antonio Smareglia. Nacque a Pola il 5 maggio 1854; fu coetaneo al Catalani, col quale studiò presso il Conservatorio di Milano, sotto la guida del maestro Franco Faccio e dove si distinse ben presto per le sue doti musicali, pur non conseguendo il diploma. In un primo momento aderì alle forme tradizionali del melodramma e, solo dopo aver acquisito un carattere più personale attraverso l'esperienza della prima produzione, lo troviamo a Vienna nel 1889, dove si affermò col «Vassallo di Szigeth», opera apprezzata anche dai maestri Brahms, Bruckner e Richter, coi quali ebbe rapporti di amicizia. Da questo periodo le sue composizioni rivelano un'evoluzione che modificò la sua concezione teatrale, come è attestato dai «Pittori Fiamminghi» e dalle «Nozze Istriane» (1895) su libretto di Illica. Una grave malattia agli occhi, verso i quarantacinque anni, lo portò alla cecità, ma la sua carriera di musicista continuò a svolgersi, mettendo sempre più in evidenza le sue grandi doti artistiche. Purtroppo non divenne popolare; la critica storica, considerando le tre opere: «La Falena» (Venezia 1896); l'«Oceania» (Milano 1902) e l'«Abisso» (Milano 1904), su libretto di Silvio Penco, quali concezioni appartenenti ad una nuova estetica melodrammatica, vede nello Smareglia un epigono del dramma wagneriano; ciò non toglie però lo spirito nostrale delle sue opere, anzi è suo merito, come dice il Levi «d'aver sollevata la voce dallo sfondo strumentale conservandone l'accento, la movenza, le funzioni convenienti al carattere dell'opera italiana». L'atmosfera smaregliana è suggestiva ed insieme aderente al dramma; il canto dei suoi personaggi, pur nella loro ampia melodia, fanno presentire il declamato, che, così nota. (2) Achille Norsa. di sovente, usò il Pizzetti. Per il colorito fondo strumentale, fu detto dello Smareglia, autore di melodrammi, che avrebbe dato un grande contributo alla musica sinfonica, senza aver mai composta una sinfonia, fatta eccezione della giovanile «Eleonora». Romain Rolland, intendendo parlare della spigliata vivacità ritmica delle sue scene popolari danzanti, lo classificò «tra il Verdi e lo Smetana». Lo stesso Toscanini diresse nel 1903 il suo capolavoro «Oceania» alla Scala, dove nel 1914 fu anche rappresentato «Abisso» diretto da Tullio Serafin. Queste due opere, la cui partitura d'orchestra è particolarmente complessa, furono interamente dettate a memoria. Nel 1921 fu nominato direttore onorario al Conservatorio di Musica «G. Tartini» di Trieste, al quale glorioso nome dedicò un inno. In tale Conservatorio fu, da quella data, anche insegnante di composizione ed insieme a Vincenzo Tommasini, ebbe l'incarico della revisione e della parziale strumentazione del Nerone di Boito. L'ingiustificato abbandono in cui fu lasciata la sua produzione, amareggiò l'ultimo periodo della sua vita conclusa il 15 aprile 1925 a Grado. Sei opere musicali rappresentano la produzione di Frederick Delius (Brandford 1862 - Grez Sur Loing 1934), inglese di origine tedesca, apprezzato oltre che dai musicisti di fama internazionale, anche da Richard Strauss. Egli trascorse gli ultimi anni della sua vita ormai cieco e paralizzato in un villaggio al margine della foresta di Fontainebleu, a 40 Km. a sud di Parigi. La musica non gli fu certamente di poco aiuto a trascorrere questo difficoltoso periodo, nel quale continuò a comporre e a dettare. Gli fu vicino un musicista dello Yorkshire, Eric Fenby, che si trasferì apposta nella sua residenza per scrivere le musiche da lui composte. Dalla loro collaborazione si ebbero, tra l'altro, le opere definite «II retaggio di Fenby» che comprendevano: «Un canto d'estate», la «Terza sonata per violino», «I canti dell'addio», «Capriccio ed elegia per violoncello». «Delius come l'ho conosciuto» è il libro che Fenby, il suo collaboratore, pubblicò per i tipi delle edizioni «Faber and Faber, 3, Queen Square, Londra»; è il racconto di questa collaborazione durata fino alla morte del compositore cieco. Nel 1899 Delius potè ascoltare un Festival di sei giorni dedicato interamente a lui al Teatro «Quelw's Hall» di Londra, ultima sua soddisfazione ed efficace mezzo che contribuì a mettere in luce maggiormente la sua opera. Contemporaneo al Delius fu Louis Vierne, che dedicò interamente la sua vita all'arte organistica, riuscendo tra i migliori del suo tempo, come ce ne danno conferma il suo insegnamento e i nomi illustri degli organisti che uscirono dalla sua scuola. Nacque a Poitiers nel 1870; fu allievo dell'istituto Nazionale dei Ciechi e fu uno dei primi ciechi ammessi allo studio quale alunno di un conservatorio. Ebbe a maestri celebri insegnanti, quali il Franck ed il Widor. Vinto un concorso lo troviamo nel 1900 organista titolare a Nòtre Dame e, poiché la sua personalità di musicista gli permise di avere incarichi di insegnamento nello stesso conservatorio di cui era stato alunno, possiamo notare fra i suoi allievi un dotato gruppo che si affermò nell'arte della strumentazione (tra cui il Bournet e M. Duruflè), certamente influenzati dal valore di questo maestro così abile nell'esecuzione e nell'improvvisazione. Il suo stile di compositore, di organista sinfonico può essere evidenziato nelle sue sei sinfonie ( 1898-1930) e nelle altre composizioni per organo: «Pièces en style libre (1913), 4 suites di Pièces de fantaisie (1926-27) i Tryptique (1929-31); i Messe Basse pour les défunts (1934). Pregiati il suo Quintetto con piano (1917), considerato forse il suo capolavoro, il quartetto d'archi (1894), le pagine per piano (Suite bourguignonne, 3 Nocturnes, 12 Preludes); 1 sonata per piano e violino, 1 sonata per piano e violoncello (1920); i suoi cicli di liriche (Spleen et détresse; Poémes de l'amour; 4 poémes grecs), 1 sinfonia per orchestra; i suoi poemi sinfonici (Psyché; Les Djinns, Eros). Il cromatismo e l'atmosfera delle sue opere notano un'influenza franckiana e la sua vasta produzione mette in evidenza la sofferenza del suo spirito creativo. Morì a Parigi nel 1937. Sebbene nato prima di lui, e prima di lui scomparso, Maurizio De La Sizzeranne è degno di particolare menzione. Nato in un Castello della Dróme, presso la riva destra del Rodano, il 30 luglio 1857 ed appartenente ad una nobile famiglia francese, a nove anni, per un incidente di gioco, perse la vista. La sventura non alterò i tratti essenziali del suo carattere e per la sua intelligenza, chiese ed ottenne «di essere educato da cieco» in un Istituto per privi di vista, dove, vincendo la riluttanza dei genitori, entrò nel 1868. Dall'Istituto diArras nel 1872 passò all'Istituto Nazionale diParigi, ove fino al 1877 studiò, con profitto, il pianoforte, l'organo ed il flauto. A venti anni frequentò i corsi alla Sorbona ed al Collegio di Francia; l'arte l'attrasse fortemente e in quel tempo, in cui Parigi discuteva appassionatamente prò e contro alla musica di Wagner, Maurizio fu un fervente wagneriano e si entusiasmò alla prima del «Lohengrin». Come compositore concepì il progetto di un gran poema ed alcuni pezzi per organo rappresentano la sua attività musicale in quegli anni. Nello stesso 1877, anno della fine dei suoi studi, egli accettò il posto di insegnante di flauto, rimasto vacante all'Istituto Nazionale di Parigi, ma nel 1880, per una malattia, dovette rinunziarvi. Il De La Sizzeranne non era però uomo da scoraggiarsi e la sua attività continuò, volta sempre più al bene dei suoi compagni. Ben presto si occupò, per i problemi della scrittura Braille, di un sistema stenografico che ne rendesse più agile l'uso, riducendo la mole e il costo dei grossi volumi in rilievo; poco dopo, nel 1883, col dono dei propri libri e con quelli di qualche amico, iniziò quella «Bibliotheque Braille», divenuta famosa ed in seguito tanto ampliata. Fondò poi e diresse il primo periodico per ciechi, intitolato a «Louis Braille» (giornale della categoria che unisce ancor oggi i ciechi di tutta la Francia). Questo periodico fu seguito dalla «Revue Braille» e dalla «Revue des deux Mondes» ed in seguito, ciò che più interessa il nostro lavoro, dalla «Revue Braille Musicale» recante, oltre alle notizie relative a tutto ciò che riguarda quest'arte, anche composizioni musicali di notevole interesse. La fondazione di un altro giornale, in nero: il «Valentin Hatiy», e la Conference Valentin Haùy centro di riunione dei suoi amici, che si occupava della educazione e della assistenza dei ciechi portarono il 28 gennaio 1889 alla definitiva fondazione dell'Association Valentin Hauy pour le bien des aveugles, di cui il De La Sizzeranne, per la sua modestia, non accettò la presidenza, ma tenne per sé soltanto il semplice titolo di Segretario Generale. «Già fiaccato da una grave malattia, che lo aveva colpito nella primavera del 1918, costretto a lasciare Parigi e ad abbandonare il suo lavoro, De La Sizzeranne, continuò dal suo romitaggio di Tain a seguire amorosamente l'opera dei suoi collaboratori e, dopo quasi sei anni, in seguito ad un violento attacco di polmonite, egli si spegneva in pochi giorni, il 13 gennaio 1924 all'età di sessantasette anni». (3) nota. (>) Achille Norsa «La vita e l'opera di Pierre Villey» Un altro organista che svolse per diversi anni la sua attività presso la Basilica di Monte Berico, fu Antonio Mozzi, nato a Vicenza nel maggio 1864. Allievo del Canneti, scrisse una cantata « Valsolda», due operette: «Nozze d'oro» e «Santa Cecilia» e un'opera inedita intitolata «Silvio», molta musica religiosa, tra cui messe per voci ed organo. Notevole quale istruttore di coro, ebbe il suo plauso anche quale direttore di orchestra. Morì a Vicenza nel 1942. Concittadino di Antonio Mozzi fu Gino Visonà, nato a San Giorgio in Bosco, (Vicenza) il 29 maggio 1880. Nel 1909 conseguì il diploma all'insegnamento del Canto corale presso il Conservatorio di Parma e nel 1910 quello di abilitazione per l'insegnamento del canto gregoriano presso l'Associazione di Santa Cecilia. La sua produzione artistica è caratterizzata da una ispirazione molto elegante e profondamente devota, infatti dal 1905 aveva iniziate le sue pubblicazioni di musica religiosa, vocale ed organistica. Insegnante di canto rinomato presso l'Istituto Magistrale di Vicenza e nella Scuola ceciliana della diocesi, ebbe alti incarichi e riconoscimenti onorifici per le sue doti di musicista. Nonostante che la sua molteplice attività fosse un ostacolo alla sua composizione musicale, lasciò anche in questo campo una considerevole produzione sacra, didattica e accademica. In essa ricordiamo gl'Inni, Cori, Composizioni per organo e soprattutto la Messa «Regina Pacis», pubblicata dall'editore Carrara di Bergamo. Morì a Vicenza l'I 1 marzo 1954. Il tenore GiuseppeBorgatti è una dimostrazione di quanto già abbiamo detto che la cecità non è mai stata ostacolo all'attività di quelli che sono dotati di vera inclinazione verso l'arte musicale ed anzi, anche quando la malattia degli occhi è intervenuta, ha sempre permesso di svolgere egualmente una proficua attività. Borgatti nacque a Cento (Ferrara) il 17 marzo 1871 e morì a Reno (Lago Maggiore) nel 1950. La carriera si svolgeva trionfalmente, quando il 31 gennaio 1907, alla Scala, al III atto del Tristano ebbe l'impressione d'essere avvolto in una nube. Dal suo giaciglio non riusciva più a distinguere la sala, l'orchestra, Toscanini. Erano le prime manifestazioni della malattia che doveva più tardi (14 giugno 1923) portarlo alla cecità completa. Circa venti anni, i più vivi e i più fruttuosi della sua lunga attività, durò la lotta con l'inesorabile diminuzione della vista. Rimasto cieco, rifuggì l'abbattimento della cecità fondando una scuola di canto e trovando in essa quella soddisfazione che non potè trovare nel vedersi troncata per sempre la sua carriera sulle scene. Nella sua «Autobiografia» (Bologna 1937) dice: «Allora che mi rimaneva da fare se non di perpetuare in altri quella che era stata per tutta la vita la mia passione e la mia fede? Appena si seppe che stava per sorgere la mia scuola di canto, ebbi infinite adesioni». E ancora: «La nuova vita che il destino mi costrinse a foggiarmi, trascorre essa pure consacrata all'Arte, fra i miei allievi ai quali mi sento d'infondere la mia esperienza, il mio entusiasmo, l'anima mia... Nei primi tempi della cecità, io "vedevo" sempre innanzi a me tutte le cose che mi eran note, come illuminate da un chiarore lunare e lunghe strade, con mura ricoperte di edera, di tanta edera... Adesso non mi ricordo più di essere cieco: ogni tanto però mi passano davanti volti e figure: voi tutti, gli amici di un tempo; vi ricordo e vi "vedo". Ma anche quelli che ho conosciuto dopo, io li "vedo" e credo che il volto e la figura che di essi mi appaiono, non siano dissimili al vero. Così non mi ricordo di essere cieco, perché il mio canto m'illumina e mi fa ancor bella la vita per le gioie dei miei cari e le soddisfazioni veramente invidiabili della mia scuola, alla quale affluiscono artisti ed allievi da ogni parte del mondo». Per placare la nostalgia del palcoscenico che talvolta lo assaliva prepotente, volle dare un saluto al suo pubblico con un concerto tenuto il 31 marzo 1924 nei saloni del Conservatorio di Milano. Tutti si commossero vivamente e questa commozione pervase gli stessi maestri Toscanini e Giordano presenti in sala. Lo stesso concerto fu poi ripetuto a Bologna la sera del 17 dicembre 1924. Renzo Giacomelli nel «Resto del Carlino» scrisse: «Ma l'interesse, il desiderio, la passione del pubblico si accentuarono su G. Borgatti. Ogni volta che il grande artista riappariva sulla scena, era un rinnovarsi di applausi e di ovazioni deliranti. E davvero il Borgatti ci ha dato la sensazione del prodigioso. Egli ha cantato dieci brani con una freschezza indovinata di voce, alternando la soavità più espansiva della mezza voce con la possente sonorità dei più drammatici accenti. Egli ha fatto vibrare di un palpito profondo che ha sollevato in una esaltazione di sogno, il pubblico che lo ascoltava. Nel suo volto e nel suo gesto abbiamo ritrovato i segni di quella espressione artistica che -- accompagnando gli accenti alla soavità del suo canto -- sembrano dare alle sue creazioni più possente rilievo. Dopo la fine della prima parte del programma -- che si era chiusa con la romanza della "Tosca" "Lucean le stelle", cantata e «bissata» con arte perfetta, il pubblico tutto in piedi acclamò l'artista, inscenando una specie di apoteosi di glorificazione, mentre sul palcoscenico erano recati i fiori ed i doni degli ammiratori. Poi, nella seconda parte della serata, l'arte del sommo interprete assurse a vette ancora più eccelse. Non è possibile ridire la tragica espressione, l'appassionata intensità con cui il Borgatti interpretò la "Morte di Otello"; non crediamo che mai da nessun interprete sia stata raggiunta una così perfetta creazione del brano. Abbiamo riveduto e risentito "Sigfrido", il divino eroe evocatore degli incanti della foresta, nella magica scena del secondo atto; il baldo fiero garzone nella "scena della fucina" ed il gagliardo, eppur soavissimo "Sigmondo" del canto della Primavera». In questo capitolo altri nomi italiani e stranieri si possono aggiungere: il Maioli, il Dante, il Paperini, Gabriel Abreu di Madrid, inventore del sistema musicografico che da lui prende il nome, Zacarias Lopez Debesa, pianista di Madrid, Francisco Cuesta. CAPITOLO OTTAVO QUELLE CHE SONO STATE LE PIÙ IMPORTANTI SCUOLE MUSICALI ITALIANE Come accennammo nel capitolo precedente, nella prima metà dell'800, molte furono le Istituzioni di scuole musicali che, in diverse parti d'Europa, misero i giovani allievi nella possibilità di istruirsi e di affrontare le difficoltà della vita; in esse infatti questi giovani poterono avere un'eccellente preparazione artistica e la possibilità di acquisire titoli per mezzo di esami sostenuti nei vari conservatori alla parità con altri candidati vedenti. La profonda serietà degli studi e la fatica che normalmente deriva dalla consapevole responsabilità di una preparazione accurata, si unirono agli sforzi di questi allievi per combattere e vincere il pregiudizio di coloro che ne ostacolavano il giusto riconoscimento. Le scuole che sorsero in Italia anche per merito di valorosi insegnanti, si distinsero in modo particolare e, vere officine di formazione culturale, fornirono all'arte nomi gloriosi, che si affermarono in Italia ed all'estero. Di queste alcune continuano a svolgere attività preziosa anche oggi, e la loro statizzazione avvenuta negli anni '60, che pure ha dato i suoi frutti, per le mutate condizioni e le nuove prospettive dei nostri tempi va ormai ad unirsi ad altri indirizzi che debbono ora seguire gli aspiranti musicisti non vedenti. I maestri e i direttori di quelle scuole furono ciechi o vedenti? Fu questo un delicato quesito che si posero tutti coloro che si occuparono dell'educazione dei ciechi, il Villey, che è un convinto sostenitore della preferenza da darsi al maestro cieco, ritiene soltanto questi capace di star vicino ai giovani allievi non vedenti; infatti egli sostiene che l'identità di condizioni crea quella perfetta comunione di spiriti, quella piena fiducia reciproca, che altrimenti si otterrebbe con assai maggior difficoltà e non sempre. Nell'ordinamento di un'ideale scuola superiore di musica, egli indica addirittura un corso di tirocinio per gli allievi maestri, che intendono specializzarsi per l'insegnamento dei ciechi. Tale auspicio è formulato anche da alcuni maestri competentissimi da noi interpellati, i quali lasciarono presagire la fine delle scuole di musica, qualora gli insegnanti, in esse nominati, non venissero dotati di quella preparazione tiflologica indispensabile per istruire i ciechi. Diceva l'ex Presidente Nazionale dell'Unione Italiana Ciechi Prof. G. Fucà: «La cecità, dunque, può essere considerata la più alta specializzazione che si può unire ai titoli accademici per la direzione (e aggiungerei per l'insegnamento) di un Istituto per minorati della vista e certo questo deve essere stato il parere del Ministero della Pubblica Istruzione in altri tempi, quando fu consentito a sette privi di vista di dirigere altrettanti Istituti per ciechi». Dopo queste premesse, ecco la presentazione delle scuole più illustri, segnate nell'ordine cronologico della loro apparizione e i nomi più significativi di esse ('). PADOVA L'Istituto «Confìgliachi» per ciechi di Padova rappresenta la più antica scuola per giovani ciechi italiani. Fu fondata nel 1838 e molti sono i nomi di allievi divenuti maestri illustri, che hanno portato alto il nome di questa istituzione. Nel 1888, quando si celebrò il Cinquantenario della fondazione, grandi festeggiamenti furono fatti e, per celebrare degnamente l'avvenimento, gli altri Istituti d'Italia inviarono rappresentanze artistiche: Ylstituto S. Alessio di Roma inviò l'orchestra di ciechi e Ylstituto Principe di Napoli il maestro Fabozzi, che, in quella circostanza si produsse per la prima volta in pubblico, eseguendo la «Grande Polonaise brillante prècedèe d'un Andante spianato op. 22 di Chopin». Da circa trent'anni questa scuola è sezione staccata del Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia. Tra i primi allievi ricordiamo Luigi Bottazzo che nacque a Presina (Prov. di Padova) Il 9 luglio 1845 da genitori di modeste condizioni. All'età di circa nove anni, in un officina di un fabbro ferraio, ebbe ferito gravemente l'occhio destro da scintille di ferro rovente ed in breve volger di tempo, per simpatia, si ammalò anche l'altro occhio, sì da rimanere completamente cieco. Venne ricoverato all'Istituto Configliachi di Padova il 25 ottobre 1856, dove ebbe a maestro di pianoforte Giovanni Àndrich, d'armonia e contrappunto Melchiorre Balli, d'organo Giacomo Carlutti e di violoncello A. Milani. Dopo otto anni di studio, il 3 settembre del 1864 venne licenziato dalla scuola e successivamente, nonostante la giovanile età di diciannove anni, nominato insegnante di armonia, contrappunto ed organo nello stesso Istituto; posto che tenne con onore fino alla morte, formando molti allievi ciechi e vedenti. Nello stesso tempo insegnò nel Collegio Barbaran ed in quello delle Dimesse; nel 1872 fu nominato organista nella Basilica di Sant'Antonio, dove rimase fino al 1895, nel quale anno venne nominato organista onorario della Cappella del Santo. Dal 1895 al 1919 fu professore d'organo nell'Istituto Musicale «Cesare Pollini». Nella occasione del cinquantesimo anno di insegnamento nell'Istituto Configliachi gli vennero tributate solenni onoranze; S. Maestà il Re d'Italia lo insignì della Corona d'Italia; S.S. Pio X della Commenda di S. Gregorio Magno; S.M. la Regina fece consegnare al maestro una medaglia d'oro. Era socio onorario ed effettivo di numerosi Circoli, Accademie, ed Istituti Musicali; nel 1882 divenne socio onorario del Reale Circolo Vincenzo Bellini di Catania ed nota. (') Salvaneschi definisce queste Scuole «veri alveari di armonie... Nei cori dei non vedenti degli Istituti di Milano, Vienna, Parigi, Madrid, ho sempre veduto i miei compagni con gli occhi dell'anima aperti sui cieli, dove tumultuano amore e dolore, rinuncia e speranza, rivolta e preghiera». Di queste Scuole musicali per ciechi quelle italiane ebbero un significativo momento dopo il 1965, quando furono trasformate in sezioni staccate di Conservatorio, con le date ed i decreti che qui riportiamo: il (Sant'Alessio» di Roma col D.P.R. 25 febbraio 1967 n. 905; il «Cavazza» di Bologna col D.P.R. 25 febbraio 1967 n. 906; il «Configliachh di Padova col D.P.R. 10 maggio 1967 n. 1449, modificato col D.P.R. 7 settembre 1968 n. 1542; il «Martuscelli» di Napoli col D.P.R. 24 maggio 1967 n. 1107; l'istituto per Ciechi di Milano» col D.P.R. 1 marzo 1968 n. 1080. Accademico del R. Istituto Musicale di Firenze: nel 1895 socio dell'Accademia di S. Cecilia in Roma; nel 1897 socio corrispondente dell'Accademia di Scienze, Lettere ed Arti in Padova ed Accademico Filarmonico di Bologna. Benché colpito da una forma piuttosto grave di paralisi, il Maestro Bottazzo reagì con notevole forza d'animo, ma, in seguito, per un'accidentale caduta, si ruppe un femore e, obbligato al letto, indebolitosi, data anche la sua tarda età di ottanta anni, poco dopo, il 29 dicembre 1924, alle ore due, moriva nella sua casa di Padova. La sua attività si espresse in due campi: nella composizione e nell'insegnamento. Iniziò la sua carriera di compositore ancora giovanissimo, a quindici anni. Le sue composizioni, che assommano ad oltre 340 (suddivise in opere teoriche, pianistiche, per canto e piano, musica sacra vocale a voci sole o con accompagnamento di organo od armonium, musica sacra per organo ed armonium, per organo da concerto) sono ispirate ad una grande naturalezza e ravvivate da quel profondo sentimento proprio dell'arte italiana. Le più note fra le sue composizioni sono le Messe in onore di S. Eleonora, di Maria Assunta, di Maria Ausiliatrice; quella a quattro voci miste a Gesù Redentore; 6 trii per organo adottati per lo studio nel R. Conservatorio di Bruxelles. Come compositore non volle fondare una nuova scuola, ma, pur seguendo le scuole tradizionali, fu un restauratore; infatti egli ebbe il coraggio di denunciare la musica che formava il repertorio delle cantorie delle chiese. In queste infatti allora le parole della liturgia erano adattate sulle arie delle opere teatrali: melodie frivole, leggere, del tutto profane e perfino alle volte anche marce chiassose, villanelle e romanze assai irrispettose. Egli non cessò di lavorare per la riforma della musica della chiesa, assiduamente e tenacemente, irremovibile di fronte a difficoltà, dando alle sue composizioni quell'impronta severa corrispondente al culto; concetto ch'egli seguì specialmente in ciò che scrisse per l'Organo, che trasfuse nei suoi allievi e proclamò pubblicamente a mezzo di conferenze e in vari congressi. Scrisse di lui il Prof. Torri: «Luigi Bottazzo, ebbe chiara ed esatta la percezione della linea che si distende nelle melodie gregoriane; nei temi e nei modi gregoriani impiantò gran parte della sua musica, perché in questi temi egli sentì tutta la profonda poesia di un mondo infinito, ed in quei modi vide insita la fusione dei palpiti della nostra anima». Luigi Bottazzo consacrò all'insegnamento oltre un sessantennio della sua vita, non solo all'Istituto Configliachi ed all'Istituto Cesare Pollini, ma anche in casa propria, con numerose lezioni private. Senza alcuna pedanteria, intuendo la capacità dell'allievo, riusciva mirabilmente ad appianargli le difficoltà, animandolo e frenandolo per condurlo a quel giusto equilibrio che richiede la vera espressione dell'arte. «La sua scuola era piacevole: la profonda conoscenza e la perfetta padronanza della scienza musicale, sposata ad una squisita sensibilità artistica e ad una bontà d'animo insuperabile, suscitavano nell'allievo, fin dalle prime lezioni un amore ed una venerazione per il maestro, che andava man mano crescendo lungo il corso dello studio, per continuare non meno vivi e forti anche cessato l'insegnamento». Insieme col Ravanello pubblicò l'ottimo metodo: «L'organista di chiesa» e curò l'edizione di musica per organo di insigni compositori del passato. Suoi editori principali furono il Ricordi, Carish, Bertarelli, Capra, Bianchi, Zanibon, Volpi e molti dei suoi lavori furono pubblicati in Francia, in Germania ed in America. Uno dei più illustri allievi del M.o Bottazzo fu G. Cavazzana, nato a Padova l'8 novembre dell'anno 1875. Studiò nell'Istituto Configliachi di Padova e, oltre al Bottazzo, ebbe a maestro il Soranzo ed A. Fin, sotto la guida dei quali intraprese lo studio del pianoforte, organo e composizione. Fu dapprima rinomato organista di varie parrocchie della sua città, ed in seguito nominato direttore della Cappella di Vittorio Veneto, ove svolse la sua attività dal 1897 al 1916. Tornato a Padova, gli fu affidata una cattedra di pianoforte nello stesso Istituto Configliachi e contemporaneamente fu pure insegnante di pianoforte, organo ed armonia nel Convitto Maria per fanciulle. Oltre alla sua opera di didatta, dobbiamo ricordare quella di compositore, che si distinse nella produzione di musica da camera. Un altro eminente musicista allievo del Bottazzo fu Ettore Fornasa, nato a Vicenza il 9 febbraio 1892. Di modeste origini, cieco dall'età di sette anni, a dieci entrò nell'Istituto Configliachi, dove studiò appunto col Bottazzo organo e composizione. Dimostrò fin da allora eccellenti qualità musicali, superando brillantemente il periodo degli studi. Nominato organista della Chiesa dei Carmini, si dedicò appassionatamente e senza risparmio al trionfo della riforma liturgica indetta da S.S. Pio X, partecipando attivamente a tutti i convegni di musica sacra, dando il suo valido contributo al movimento ceciliano con composizioni di musica religiosa, con interessanti conferenze, nelle quali portò il calore delle sue convinzioni e l'intelligenza della sua preparazione. Durante il quarantennio della sua feconda attività scrisse molta musica liturgica di grande valore, come lo attestano le esecuzioni alla radio di importanti complessi corali e di valenti organisti. Scrisse numerose Messe a più voci, Mottetti, Canzoncine ecc. Dedicò gran parte della sua attività all'insegnamento nella Scuola Musicale Vicentina. Per i suoi allievi pubblicò un «Metodo per Harmonium», una guida al canto corale, una raccolta di studi per pianoforte ed altre composizioni. Scrisse articoli di musicologia e di critica musicale. Scrisse pure musica profana, come operette, bozzetti e moltissime liriche anche su testi dialettali veneti. Riuscì a trovare il tempo, fra le sue numerose attività, di conseguire il diploma di maestro elementare. Contemporaneamente si adoperò a favore dei suoi compagni di sventura, mediante l'istituzione in casa propria di una. Stamperia Musicale «Braille», dapprima di sua iniziativa, poi in collaborazione con la Biblioteca di Milano e specialmente con la Stamperia Nazionale Braille di Firenze, diffondendo fra i ciechi opere particolarmente pregiate per la precisione assoluta e, ancor oggi, a parecchi anni di distanza dalla sua scomparsa, si risente del vuoto da lui lasciato. Rappresentò l'Italia al Congresso Mondiale dei Ciechi (Parigi 1929) per l'unificazione del sistema di musicografia Braille. Membro della Commissione Nazionale presso la Unione Italiana dei Ciechi, partecipò attivamente alle varie riunioni annuali ed ai congressi. Una marcia trionfale: «Vittorio Veneto» fu premiata al Concorso Margherita di Padova. Per tutti i suoi meriti artistici, didattici, tecnici, assistenziali, per la tenacia con cui furono conseguiti, gli venne conferito il titolo di cavaliere del lavoro. Faccin Gian Domenico è stato uno degli ultimi allievi più meritevoli della magnifica scuola di Luigi Bottazzo. È nato a Montebelluna nel 1893; pure lui si è formato presso l'Istituto Configliachi di Padova ed, iniziata la sua attività professionale, ben presto si è affermato quale eccellente didatta. Come insegnante d'organo e pianoforte ebbe privatamente molti allievi; in molte località del Veneto ha esercitato l'attività di organista e numerosa è infatti la sua produzione musicale liturgica diffusa ormai ed eseguita in molte parrocchie italiane. Vanno ricordati di lui in tale produzione i pezzi per organo solo ed anche i mottetti. Anche se nato all'estero e precisamente a Rio de Janeiro il 16 agosto 1897, la formazione musicale di Almerigo Girotto si ebbe nell'Istituto Configliachi di Padova, dove venne ammesso nel 1906 e vi rimase fino al 1914. Si diplomò in pianoforte presso il Conservatorio di Firenze ed in composizione presso il Liceo Musicale pareggiato di Padova. Ha sempre condotto una vita appartata e molto ritirata: il carattere riservato ha contribuito a rendere più difficile la meritata conoscenza delle sue opere. In queste si riflettono ora il suo pessimismo, che lo ha sempre spinto a considerare con sfiducia tutte le cose del mondo, ora una gagliarda forza giovanile ed a volte l'ironia e il sarcasmo si alternano ad un sano e schietto umorismo. Le sue qualità di artista erano del tutto naturali, perché riusciva con facilità istintiva a tradurre in immagini sonore quanto colpiva o impressionava la sua fantasia, agevolato da una profonda conoscenza dell'armonia e della composizione. La pigrizia del Maestro verso la scrittura Braille e la buona memoria, di cui era dotato, ha sempre ritardato il lavoro di trascrizione della sua musica, tanto che molte sue composizioni non sono state mai fissate sulla carta contribuendo a rallentare la sua notorietà. La rivelazione di Girotto si ebbe dopo il concerto tenuto nel 1947 da illustri esecutori dell'Angelicum di Milano che era annunciato col titolo «Musiche inedite di un autore sconosciuto: Almerigo Girotto». Franco Abbiati scrive di lui: «Le sue opere per canto, per violino, per pianoforte mostrano una maturità spirituale ed una logica costruttiva degna dei migliori compositori moderni. Il loro contenuto è sovente drammatico, il loro linguaggio sovente duro e violento, la loro tessitura qualche volta s'infittisce fino alla sonorità sinfonica, qualche volta si assottiglia fino ad espressioni caste, esili, dolcemente liriche». Giulio Confalonieri scriveva di lui sul «Tempo»; «Girotto, non solo dimostra di aver assimilato con intelligenza tutte le prove e le proposte della musica moderna, ma altresì di avere immesso una sua personale maniera, un suo fare rapsodico ed un suo accento drammatico quali non è facile trovare nemmeno nei lavori di parecchi maestri oggi portati sullo scudo della notorietà, della illustrazione». Considerando che un capolavoro come la sua «Grande Messa» per due cori ed orchestra attende ancora oggi una prima esecuzione, viene fatto particolarmente da auspicare una ricerca ed una rivalutazione speciale della musica di quest'autore, che ormai da qualche anno non è più tra noi. Giuseppe Pierobon, così come ci viene presentato in un volumetto che gli è stato dedicato nel cinquantenario della sua attività di musicista, intitolato «Una luce nella notte» di Carlo Rinaldi, è figura di tutto rilievo che come scrisse di lui il Vescovo Vittorio De Zanche: «Ha speso nobilmente tutta la sua vita, lavorando nel campo eletto della musica sacra per elevare, con genialità d'artista e con fede e amore di apostolo, le menti ed i cuori a Dio, luce suprema ed infinita di bellezza e di bontà». Giuseppe Pierobon nacque a Massanzago, nel Padovano, il 25 agosto del 1893 in una numerosa famiglia. Per una banale infezione oculare, mal curata, a quattro anni il bambino perse la vista; a otto anni entrò nell'Istituto Configliachi di Padova dove trascorse con una certa insofferenza la sua vita, che si migliorò solo quando lo avvinse l'arte musicale e quando la vicinanza dell'organista non vedente Pietro Ceolin, rasserenandolo, lo avvicinò a questa arte che Luigi Bottazzo gli insegnò con amore e profitto, data la buona disposizione del giovane allievo. Diplomatosi, il Pierobon inizia una travolgente opera artistica e di insegnamento che lo fanno conoscere in campo nazionale anche per la sua chiara fama di compositore di musica sacra. Sono poche le parrocchie del Padovano che non abbiano usufruito della sua opera e dei suoi validi insegnamenti. La corale di Zoppola, da lui fondata, continuò a vivere sotto la sua direzione per circa sessant'anni. Come un altro suo collega, Giuseppe Peresson, Pierobon trasse anche dalla tradizione popolare le più genuine radici. Anche Matteo Candido volle dedicare a Pierobon un volumetto edito da Tipse di Vittorio Veneto (Belluno) per celebrarne l'instancabile attività di compositore ed organista. Soltanto da pochi anni il Maestro è venuto a mancare lasciando un gran vuoto nella nostra categoria. Anche Giuseppe Peresson si formò musicalmente sotto la guida di Luigi Bottazzo; di lui parla un dirigente della U.I.C. di Udine, Carino Tissino, il quale gli fece visita quanche anno fa, a Piano d'Arta, nella Carnia dove Peresson era nato. Dopo avere conseguito il diploma in organo e composizione al Configliachi di Padova, tornò al paese nativo per svolgere appassionata e frenetica attività di insegnante, esecutore e compositore nelle chiese parrocchiali. Rielaboratore di centinaia di villotte «nelle quali si canta la vita semplice dei nostri paesi di una volta, tra suoni di campane, cori di grilli e di usignoli che inneggiano alla primavera che ritorna», si rivelò anche appassionato cultore del patrimonio folkloristico di quei paesi. In quella terra, dove lavorò per oltre sessant'anni, si spense serenamente nel 1959. Fabrizio Visentin si diplomò all'Istituto Configliachi di Padova in organo e pianoforte; studiò composizione con il Maestro Ettore Gracis. Dal 1960, con la collaborazione della moglie, fondò in Oderzo, antica città del Trevigiano, un Istituto Musicale, che ebbe sede presso il Palazzo Foscolo. Fin dall'inizio, l'Istituto incontrò il favore della popolazione e gli allievi da una quindicina superarono ben presto il centinaio. La Scuola ebbe poi un suo Statuto ed un suo Consiglio Amministrativo, con riconoscimento del Comune e della Provincia. Il M° Visentin, con ammirevoli sforzi, dal '63 potè quindi dare il via alla prima stagione concertistica del suo Istituto, che sotto la sua guida, svolse i programmi ministeriali per i corsi di teoria e solfeggio, pianoforte, violino ed organo e dal '65 ebbe corsi serali popolari, di fisarmonica e chitarra, per i più anziani. Ogni anno, oltre agli esami interni e di Conservatorio, gli allievi, nei saggi finali, sono andati ricevendo consensi e successi. Tra gli insegnanti ciechi, di questi ultimi decenni, dell'Istituto Configliachi (sezione staccata del Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia), a Padova, sono da ricordare i maestriBoccardo e Mantoan per il pianoforte, Rizzato per l'organo, e il Maestro Edoardo De Pieri per la teoria e solfeggio. Il Maestro Primo Simonutti, persona attiva con molti interessi nonostante la vicinanza agli ottanta «ben portati» come dice il Tissino, si è diplomato in organo al Configliachi nei primi decenni del '900; è emigrato poi con i genitori in Francia dove si è specializzato nell'accordatura dei pianoforti. Nel corso della sua vita, impegnata e laboriosa, molteplici sono stati i suoi interessi; ancora in questi anni, tornato in Italia, continua a lavorare insegnando la musica ai piccoli non vedenti della sezione di Udine dove anche recentemente ha preparato un saggio pianistico dei suoi allievi. Al Simonutti dobbiamo, inoltre, un corso di accordatura, iniziativa che ha incontrato il favore di alcuni soci dell'U.I.C. e che dopo vari mesi di assiduo lavoro ha mostrato a Udine la simpatia dei partecipanti. È da auspicare che l'iniziativa possa incontrare imitazioni in altre parti d'Italia. Anche Vittorio Favretto ha studiato al Configliachi di Padova. Nato a Sanzenone degli Ezzelini (Treviso) nel 1916, a soli 16 anni venne assunto come Organista e Maestro di coro a Bagnarola (Pordenone). Ricco di doti umane ed artistiche istituì un complesso corale, ed assunse la direzione della banda del paese, compito piuttosto arduo per un non vedente, tenuta presente anche la inesistenza di testi Braille per questa attività, cui dovette supplire con la volontà, l'ingegno e il buon carattere. Notevoli furono i successi che ebbe con questo complesso strumentale che a volte, unito al coro, si esibì nei vari centri del circondario. Insegnò nella scuola media di San Vito al Tagliamento, ebbe la croce di cavaliere, meritata per l'apporto che dette all'educazione musicale della popolazione, che lo pianse nel gennaio del 1985 quando venne a mancare. Lucio De Mattia, nacque a Venezia nel 1934. Perse la vista a 10 anni e si dedicò da allora tutto alla musica. Studiò al Configliachi e presso la sua sezione staccata del Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia, frequentò i corsi di pianoforte diplomandosi in organo, composizione organistica, musica corale, direzione di coro e composizione, completando con l'abilitazione in canto corale i suoi profondi studi. Cominciò la sua attività con l'insegnamento dell'educazione musicale nelle scuole statali; dal 1971 poi, fu titolare della cattedra di teoria e solfeggio e dettato musicale presso il Conservatorio in cui era stato allievo. Fu Organista e Direttore di coro nella chiesa dei SS. Apostoli a Venezia. Per oltre un ventennio svolse un'intensa attività concertistica in Italia ed all'estero, imponendosi all'attenzione del pubblico per il suo repertorio organistico, che abbracciava autori di tutte le epoche. Particolarmente apprezzata la sua attività di compositore, che comprende: sonate, trii, quartetti, musiche per organo, canti liturgici e popolari, la cantata sacra «Io... l'Amore», dedicata a S.S. Giovanni Paolo I, allora Cardinale Patriarca di Venezia e l'oratorio «Cos'è la Vita?», per soli, coro di voci bianche ed orchestra, rappresentato anche in Germania al castello Haus Brincke. Molto interessato alla musica da camera, accompagnò spesso complessi vocali o strumentali, seguendo anche con particolare cura la musica folkloristica in generale e quella Veneta in particolare. Volendo impegnare i giovani alla musica come educazione, nel 1967 costituì il Coro Alpino Veneziano che con amore lo diresse dalla fondazione e con esso incise cinque LP. Nel 1979 fu Direttore Artistico dell'Associazione Veneziana di Ricerche Linguistiche e Musicologiche, con lo scopo di contribuire alla ricerca, conservazione, diffusione ed innovazione del folklore musicale. Il Maestro De Mattia curava personalmente le armonizzazioni e gli arrangiamenti dei brani per il suo coro, con il quale ha partecipato a rassegne e concerti in molte sale di tutta Italia, e con il quale è stato anche all'estero, come lo mostrano le riuscitissime apparizioni del coro in Svizzera, Inghilterra, Germania, Norvegia ed Olanda, ottenendo ovunque successo dal pubblico e dalla critica. Scomparve prematuramente, in un drammatico incidente, nel 1984. La consorte del Maestro De Mattia, per commemorarlo e nel suo ricordo, pubblicò «Peregrinazioni musicali da Venezia attraverso il mondo», a cura di Stefano Lonza, come omaggio «agli appassionati culturi del canto popolare e agli stimati compositori e direttori di coro» esaudendo la volontà del marito, che aveva già predisposto l'opera nella sua stesura, prima dell'immatura e tragica scomparsa. MILANO La Scuola per i Ciechi di Milano, fondata nel 1840, in Via Vivaio 7, è la seconda istituzione del genere, nata in Italia. Questa Istituzione nacque per la filantropia di Michele Barozzi, il quale è rappresentato in un grande quadro ad olio posto nel bel palazzo, sede dell'Istituto stesso; è raffigurato nella divisa di ufficiale della Pia Casa d'Industria, antica benefica istituzione ambrosiana, seduto con lo spadino tra due bambini ciechi. Questa scuola, vanta, oltre che un'attività prettamente musicale, anche una attività letteraria. Di questa fu allievo il Prof. Paolo Bentivoglio, secondo presidente nazionale, dell'Unione Italiana dei Ciechi e che per circa trenta anni diresse l'istituto per Ciechi Cavazza di Bologna. Tra i più rinomati rettori di questo Istituto fu Mons. Luigi Vitali, molto amato ed apprezzato e sul finir dell'Ottocento troviamo un musicista, che per la sua attività artistica e per i suoi bravissimi allievi, deve essere ricordato per primo in questa rassegna: Emilio Schieppati. Per notizie, che lo riguardano, attingiamo a ciò che di Lui ha scritto il suo allievo ed amico Antonio Capri, che, meglio di ogni altro, anche per la sua profonda sapienza musicale, può presentare questo maestro. «Un'anima assetata di ideali, aperta alle più nobili ispirazioni, innamorata della bellezza sotto qualsiasi forma si offrisse, sempre protesa verso l'alto, sempre fervida, vibrante, entusiasta un cuore puro e generoso, che lo traeva a prodigarsi per il miglioramento e l'elevamento morale e spirituale di quelli che gli si accostavano; un intelletto sempre vigile ed inquieto, dischiuso con duttile curiosità a tutte le manifestazioni dell'arte e della cultura, travagliato dall'insonne ansia di allargare incessantemente la sfera delle proprie conoscenze ed esperienze; tali erano gli aspetti della personalità di Emilio Schieppati, pianista, organista, compositore, insegnante impareggiabile, spentosi a Milano il 4 novembre 1944, all'età di 68 anni; aspetti convergenti, come raggi di un unico fuoco intecriore, nella calda vivezza della sua parola, sempre intensa, animata, accesa da inesausto appassionamento, pregna di umana cordialità». Rimasto cieco a undici anni di età, studiò col maestro Vibulano Dall'Acqua pianoforte e con il maestro Michele Saladino, la composizione, diplomandosi brillantemente nel 1897 al Conservatorio Verdi, in un tempo in cui il diploma in un Conservatorio, costituiva, come abbiamo già fatto osservare, per un cieco, una meta assai ardua. Questa affermazione gli valse una grande notorietà di insegnante, certamente proporzionata al suo valore. Insegnò pianoforte per quaranta anni nello stesso istituto per ciechi, di cui era stato allievo, e contemporaneamente fu organista della Basilica di S. Babila. In un concorso pianistico del 1906 a Roma, dove erano rappresentati tutti gli Istituti dei Ciechi d'Italia, si guadagnò la medaglia d'oro. «Inadeguato invece -- dice il Capri -- fu l'apprezzamento del compositore, che non riuscì mai ad una decisiva affermazione. Alieno dal mendicare appoggi e facilitazioni, attese invano il degno riconoscimento da un atto di giustizia e morì senza averlo ottenuto. La sua opera, varia di aspetti, è contrassegnata da una indefettibile impronta di signorilità e di gusto d'una modernità vigilata e temperata, che non indulge né agli eccessi del discrezionismo programmatico e poematico, in cui la musica si subordina alla letteratura, né alle astrazioni della cosidetta «musica pura», cioè della musica priva di ogni contenuto e significato, fatta inanime ed inespressiva, meccanismo di aggregazioni sonore che suonano e non creano. Il suo discorso musicale è coerente e pieno di organicità, che esclude la frammentarietà, così comune in tanta musica contemporanea. Ognuna delle sue composizioni muove quasi sempre (data la sua cultura) da uno spunto extra musicale, ma non si esaurisce in esso, non si monotonizza nella staticità di una traduzione letterale, mira a far sì che l'invenzione musicale serbi una sua libertà di svolgimento, una sua autonomia espressiva, ch'essa ricavi la sua ragion d'essere da fattori costruttivi del tutto propri e di essi plasma la sua intima struttura». Perciò l'arte dello Schieppati può definirsi «neo-impressionismo»; egli fa del Debussy il suo autore preferito e nei suoi momenti migliori la sua arte è evocativa più che descrittiva, tanto da creare uno stato d'animo. All'anno del suo diploma risale la composizione del suo Madrigale a quattro voci, su testo scritto espressamente da Arrigo Boito, eseguito nel Saggio Musicale all'Istituto dei Ciechi in Via Vivaio nello stesso anno. La sua produzione comprende anche musica pianistica, liriche vocali su testi di D. Valeri, Tagore, Ada Negri ed altri, e composizioni di più ampio respiro e di maggior impegno costruttivo, come la sonata per organo (1913); il concerto per pianoforte ed orchestra; il concerto per piano, organo, orchestra (1914); il suo ultimo quartetto d'archi, oltre due opere teatrali: «La Principessa» su libretto di L. Giovanola (1912) e «Carmine» su testo di C. Decarli (1915). «Alla letteratura pianistica egli ha dato alcune pagine squisite, che meriterebbero larga diffusione. Ricorderemo specialmente le «Nostalgie Settecentesche» (1917-1918) piene di grazia e di vaga delicatezza; il trittico dannunziano che comprende i tre brani dell'episodio del Cavallo domato della Fedra («La Giovinezza d'Ippolito») e due delle più belle liriche di Alcione («Il Volo d'Icaro» e «La pioggia nel Pineto»), ma è specialmente nella «Giovinezza di Ippolito» che il maestro ha conseguito un risultato espressivo di rara felicità, per l'efficacia pianistica del disegno impetuoso, scalpitante, selvaggio, esprimente la lotta furente tra la scatenata furia equina e la forza umana che la soggioga e la domina, prorompendo da ultimo nello squillo eroico della giovinezza trionfante». L'opera sua più vasta è il poema per soli coro ed orchestra «Sotto le tende - sotto le bende» su liriche di Carlo Delcroix, apoteosi della cecità sublimata dal sacrificio e redenta dall'amore, che la trasfigura in pura luce spirituale. «Lo Schieppati ha concepito quest'opera come una successione episodica congiunta da vincoli tematici che ne rinsaldano la trama costruttiva. È una serie di pannelli che costituiscono un quadro ciclico narrante la vicenda del combattente al quale la guerra richiede in olocausto la luce degli occhi e che, dopo il primo smarrimento, è ribattezzato interiormente dalla coscienza della nobiltà del proprio sacrificio e dalla virtù incoercibile dell'amore, che lo riconsacra a nuova vita. Una parte del lavoro fu radiotrasmessa sotto la direzione di Victor de Sabata». Grande cordoglio suscitò la morte di Emilio Schieppati, quando la stampa dette la notizia della sua immatura fine. In quell'epoca ed anche più tardi hanno insegnato nell'Istituto milanese l'allievo di Schieppati, Giovanni Franchi («pianista stupendo e compositore di musica sacra, scomparso intorno al 1920»); Giovanni Mina («insegnante amatissimo per la sua immensa bontà, deceduto durante il secondo conflitto mondiale»); ma soprattutto, Franco Fiorentini («insigne organista e compositore, alla cui scuola si sono formati Michele Vitali, di Bergamo, il quale nel 1930 sostenne al Conservatorio di Milano un esame di Magistero d'organo, di cui si è parlato a lungo con entusiasmo, e Umberto Sala di Vailato, organista e compositore che tenne per un certo periodo l'ambito posto di organista nel Santuario di Caravaggio, che sostenne e vinse i pregiudizi di alcuni autorevoli musicisti sugli organisti «ciechi»). Ne può essere dimenticato il Maestro Ghidotti, milanese, anch'egli allievo di Schieppati («dalla scuola di Ghidotti uscirono non pochi cantanti tra cui addirittura il baritono Carlo Tagliabue»). Alcuni di questi particolari interessanti ci furono forniti dal Maestro Francesco Spazzali, che ricorda con grande affetto l'insegnamento, ricevuto nell'Istituto di Milano, di pianoforte, armonia e contrappunto dal maestro Schieppati, e l'insegnamento d'organo da Franco Fiorentini. Ci fa osservare lo stesso Maestro Spazzali come dovette lasciare nel 1928 l'Istituto milanese che a quei tempi non teneva alunni a convitto che avessero passato gli anni 18 e quindi egli che, nato nel 1909, nel 1928 era diciannovenne, dovette completare i suoi studi lo stesso anno nella sua città, Trieste, e diplomarsi in pianoforte all'Accademia Filarmonica di Bologna. Un altro allievo prediletto di Emilio Schieppati fu Antonio Capri, che nacque a Milano il 19 agosto del 1902 da Francesco e da Efrem Martinenghi. Aveva perduto la vista per una brutta meningite a soli due anni e i colori del mondo conosciuti all'alba della vita divennero per lui in seguito «come una vaga eco della realtà a lui non concessa. Ma dentro egli andò via via conquistando altre realtà: quelle dello spirito». Breve fu il suo soggiorno nell'Istituto di Via Vivaio, essendosi in esso trattenuto soltanto dal 1910 al 1912. Con lo Schieppati però continuò gli studi pianistici fino al diploma, conseguito nel 1918 al Conservatorio diParma. Dopo questa data attese per qualche tempo allo studio della composizione col Maestro Giacomo Orefice, «la sua pressante esigenza di cultura però, lo portò presto a frequentare corsi universitari di estetica e ad iniziare lo studio dell'opera di Croce». Da questi studi nacquero «Musica e musicisti dal 1800 al 1930»; «Il '600 musicale in Europa» e «Il 700 musicale in Europa»; «Il melodramma dalle origini ai nostri giorni»; «Verdi, uomo ed artista» nonché un'esauriente «Storia della musica» edita da Vallardi. Eminente musicologo fu conosciuto e ammirato in Italia ed all'Estero. Vasta risonanza hanno avuto le sue conferenze letterarie e musicali tenute in importanti centri culturali. Lo stesso terzo programma della Radio Televisione Italiana spesso riporta citazioni e commenti dalle sue opere di musicologia. L'illustre Maestro morì nella primavera del 79, a Lonato. Luigi Trouchée all'età di dieci anni entrò nell'Istituto dei Ciechi di Milano e studiò sotto la guida dell'illustre Maestro Emilio Schieppati. Continuò lo studio della musica con i Maestri Giacomo Orefice, Enzo Savini e Ottorino Respighi. Si dedicò anche alla composizione e scrisse musica per pianoforte, pianoforte e canto, pianoforte e violoncello, per orchestra, per organo e musica corale. Per trent'anni insegnò musica a Roma, guadagnando la stima di maestri insigni e della Direzione dell'Accademia di Santa Cecilia. Si dedicò anche alla direzione d'orchestra dirigendo per diversi anni concerti al Teatro dell'Opera di Roma, al Teatro San Carlo, al Teatro di Salerno nonché le orchestre di Santa Cecilia e della RAI-TV. Il Maestro Luigi Trouchée fu nominato socio ad honorem dell'A ccademia dei500 (dei Lincei) e la sua nomina fu convalidata dalla competente Commissione della Camera dei Deputati. Ricevette altresì un Premio di poesia per un concorso indetto dalla «Rinascita Artistica» di Napoli. Profondo cordoglio suscitò la sua scomparsa repentinamente avvenuta nel gennaio del 1966. Dalle prodigiose Scuole di E. SchieppatizA. Capri, è derivato il grande pianista Alberto Mozzati che nacque a Zerbolò (Pavia) nel 1917. Purtroppo anche questo grande Maestro è venuto a mancare. «13 maggio 1917 12 luglio 1982, due date nelle quali e racchiusa tutta una vita dedicata alla musica, alla sua interpretazione, al suo insegnamento». A queste constatazioni spontanee rilevate dal Cav. Mario Censabella, Presidente Provinciale della sezione U.I.C. di Milano al momento in cui si diffuse la luttuosa notizia, fanno seguito le parole di Realdo Erba, che così si esprime sul musicista scomparso: «non riesco a parlare di lui come assente perché lo vedo e lo sento tuttora vivo e vicino ... non era solo concertista affermato ma particolarmente era un insegnante. Aveva la vocazione di ricavare da ogni allievo un artista vero. La sua memoria rimarrà sempre viva negli allievi, negli amici e nel pubblico di tutto il mondo, dove numerose tournée lo hanno fatto conoscere. È da sottolineare di lui la bontà d'animo, l'amore per i giovani, in particolare quelli non vedenti che aiutò con la parola, l'esempio, e talvolta anche materialmente. Da tutta Europa, dal Giappone, dalla Cina, arrivavano a lui allievi attratti dalla sua fama, e tutti ricevevano la grande formazione musicale, l'aiuto che si aspettavano». Dal 1955 ebbe l'incarico d'insegnamento di pianoforte al Liceo Musicale di Vercelli; per molti anni fu titolare della cattedra di pianoforte all'Istituto dei Ciechi di Milano; spesso fu chiamato nelle Commissioni di importanti Concorsi pianistici nazionali ed internazionali. Le incisioni di alcuni microsolchi realizzate presso importanti case discografiche, i brani di Schumann e di Chopin incisi per «La Storia della Musica» dei Fratelli Fabbri Editori, le registrazioni fatte per la raccolta «I Grandi Musicisti» (Fratelli Fabbri), sono ulteriore testimonianza della sua operosità a servizio dell'arte. Nella dedica al volume «Il concerto per pianoforte ed orchestra da Haydn a Gershwin», Piero Rattalino dice: «Alberto Mozzati e Carlo Vidusso furono insieme con Vincenzo Vitale, i maestri della generazione precedente la mia che nella mia formazione contarono di più»... «Mozzati, che conobbi quando studiavo con Vidusso mi fu per lungo tempo amico prezioso, mi fece ascoltare dischi, mi parlò dei pianisti del passato e mi aprì gli occhi, in sostanza, sulla storia dell'interpretazione» ... «Con questa dedica alla memoria di Mozzati e di Vidusso, non tanto intendo assolvere un debito, quanto completare una testimonianza resa a chi mi aiutò a trovare me stesso». Tra i migliori allievi di Mozzati merita la preminenza Alberto Colombo, premiato in pianoforte al Concorso Internazionale di Rio de Janeiro. Anch'egli ha partecipato, quale esecutore insigne ai concerti della R.A.I., ha tenuto concerti in Italia ed all'Estero, ha collaborato alle incisioni dei dischi per «La Storia della Musica» ed «I Grandi Musicisti», editi dai Fratelli Fabbri, sul finire degli anni '60. In queste incisioni e nella sua attività concertistica, il Colombo si rivela pianista di grande vaglia per le qualità tecniche ed interpretative, che rivelano spiccate doti di artista personale. Altri musicisti che devono la loro formazione di insegnanti e concertisti all'Istituto di Milano sono Franco Montani, Realdo Erba, i fratelli Vittorio e Jesa Romani, il maestro Commendator Dario Formigoni, di cui tutti ricordano la lunghissima attività a favore dei suoi fratelli d'ombra estrinsecata in mille azioni, in un'intensa e fattiva operosità tesa al riscatto sociale dei ciechi, ebbe la sua formazione musicale all'Istituto di Milano dove studiò pianoforte e composizione. Nel 1943, come altre centinaia di suoi compagni, si arruolò quale aerofonista per dare il suo contributo alle città che venivano bombardate; a parità di doveri e di diritti imperneò, dunque, l'intera sua esistenza nel darci un esempio di sensibilità, di cultura e di umanità. Si dedicò con uguale amore alla musica come alla letteratura (nota è a tal proposito la sua permanenza come Direttore prima, Presidente poi, alla Biblioteca Nazionale per Ciechi di Monza): leggeva costantemente e spesso scriveva. Ricordiamo un suo libro di Novelle Agresti, che descrivono la zona della sua Mantova, dove a Revere era nato il 19 gennaio del 1913. Questo libro fu completato pochi giorni prima della sua morte, che lo portò via repentinamente l'8 agosto del 1979. La moglie, dottoressa Adriana, volle dedicare al suo nome un Premio a favore dell'attività dei non vedenti, ma di questo ne parleremo nel capitolo riguardante le «Istituzioni». Fa parte dell'intensa attività del Maestro Formigoni l'istituzione di una rivista musicale che sotto la sua direzione ebbe i suoi natali nel 1970. La rivista («L'Eco della Musica») alla sua morte fu diretta dal Maestro Walter Suman, formatosi all'Istituto per Ciechi di Milano. Intelligente, generoso, arguto, attivissimo (Presidente dell 'Associazione «Alberto Mozzati», Consigliere della sezione U.I.C. di Milano, per 30 anni Organista presso la Parrocchia di San Bartolomeo di Milano, Autore di musiche e canti), ha cessato di vivere anch'egli il 17 maggio 1987 per breve e gravissima malattia. La direzione della rivista musicale «L'Eco della Musica» è stata da quel momento assunta dalla sua consorte, signora Wilma. NAPOLI Fondato da Domenico Martuscelli nell'anno 1873, l'Istituto per giovani ciechi d'ambo i sessi «Principe di Napoli», oggi è intitolato al suo fondatore (2). Oltre che ad essere scuola musicale, è anche rinomata scuola letteraria. Noi ci interesseremo soltanto della parte musicale che ha un glorioso passato ed una considerevole importanza ai giorni nostri. Uno dei primi allievi di questo istituto fu Gennaro Fabozzi, nato a Napoli il 7 luglio 1866 e morto a 77 anni in un ospedale di Roma il 3 aprile 1943. Il professor Musella così scriveva di lui: «non solo seppe, a compenso del limitato orizzonte fisico, (essendo diventato cieco all'età di sei anni) dominare gli sconfinati orizzonti dell'arte, ma seppe essere, anche fuori d'Italia, apportatore di bene, portando all'estero, egli cieco, la luce della sua arte italianissima». Nella sua città, ancora bambino, incominciò gli studi al sopra citato istituto dei ciechi e, a soli nove anni, mostrando particolari doti di musicalità, dette un primo saggio al cospetto del pubblico. Dai sette ai ventidue anni studiò, oltre che il pianoforte, anche il violino, e tale era la sua passione per questo strumento, che, a dieci anni di sovente, nel corso della notte, soleva alzarsi per dedicargli altre ore di studio. nota. (2) Domenico Martuscelli, l'uomo che, vincendo il pregiudizio sulle reali possibilità dei ciechi e le immancabili diffidenze e difficoltà, realizzò questa nobile Istituzione, a lui intitolata, che ha raggiunto un grado di perfezione e di efficienza da poter essere annoverata fra le più importanti d'Italia svolgendo un importante ruolo a Napoli e nel Mezzogiorno, e che in più di cento anni ha consentito il recupero di migliaia di giovani ciechi e ne ha curato l'assistenza, l'istruzione, la preparazione artistica o professionale a seconda delle attitudini, con le possibilità di accogliere oltre duecento allievi, dalla materna al diploma, e la disponibilità di una moderna attrezzatura e di una Biblioteca che ha più di 50.000 volumi stampati col sistema Braille. Nicola Castellucci ne è preside rettore dal 1955 circa. Formatosi anch'egli al «Martuscelli», dove si diplomò in pianoforte, come ci dice di lui Giuseppe Fucà nel suo «Racconto per Chiara», il Castellucci svolse fruttuosa attività per l.U.I.C., fu attivo partigiano nel II Conflitto Mondiale, si laureò felicemente in filosofia, si è distinto nel mettere tutto il suo impegno ed il suo sapere a disposizione dei non vedenti. Giuseppe Martucci, sentito un suo concerto di violino, lo elogiò incoraggiandolo. Tutto lasciava intendere che il violino, sarebbe stato il suo strumento: aveva già formato a Napoli un quartetto di archi, nel quale si esibiva come violinista, ma un crampo al braccio destro, per il troppo studio, troncò la sua carriera violinistica e a ventidue anni, alquanto addolorato, dovette lasciare per sempre questo strumento. Non si fece però vincere dallo scoramento e, volta tutta la sua passione musicale allo studio del pianoforte, iniziò ben presto l'attività di pianista, che, per più di cinquanta anni lo farà conoscere nelle principali città d'Italia e d'Europa. Nel 1888 espresso il desiderio al Martuscelli di farsi conoscere in Palermo, fu presentato al direttore del Conservatorio palermitano Zuelli e si recò in quella città, dove il pubblico seguì volentieri le sue esecuzioni che rivaleggiavano con quelle canore di Tamagno, presente in quel periodo nella stessa metropoli. Da Palermo Fabozzi intraprese una tournée in varie città siciliane e D. Martuscelli, per questi successi di un allievo tanto bravo del suo istituto, fu così contento che potè additarlo sempre quale esempio di intraprendenza e di volontà. Lo stesso favore che il Fabozzi aveva trovato in Sicilia, lo seguì anche in Roma, dove il direttore del Conservatorio di S. Cecilia, Filippo Marchetti, lo presentò al Crispi e questi alla regina Margherita, la quale, entusiasta del musicista, lo nominò «suo pianista» e volle introdurlo presso le principali corti di Europa. Il pubblico di Montecarlo e di Parigi ai suoi concerti rispose con immenso entusiasmo; a Parigi in special modo, fu riconosciuta la sua valentìa, ed essendogli stata offerta una cattedra di pianoforte da Ylstitution Nationale des jeunes aveugles, nonostante la buona retribuzione come insegnante rifiutò per non perdere la cittadinanza italiana, a cui teneva moltissimo. Svizzera, Belgio, Inghilterra furono altre tappe per lui gloriose. Attraverso un giro di conoscenze molto influenti dalla Sassonia passò allo corte di Baden, dove, dopo aver riportato anche qui grandi successi, convinse la granduchessa ad istituire in quel paese ben due istituti scuole per giovani ciechi, allora trascurati nella loro educazione culturale. Mirabile esempio di attaccamento ai suoi fratelli ciechi! Interessante, a questo proposito, la lettera indirizzata al direttore dell'Istituto Principe di Napoli in data 2 maggio 1916: Caro Direttore; Vi sono molto grato delle affettuose espressioni inviatemi, le quali hanno acuito in me il desiderio di riabbracciarvi. Penso che la cosa sarebbe possibile e che in parte potrebbe dipendere da voi. Se Voi organizzaste un Concerto di beneficenza, ch'io proporrei prò ciechi e mutilati della guerra di Napoli e provincia, io sarei lietissimo di parteciparvi concorrendo nella misura che si stabilirebbe insieme, dietro semplice rimborso delle spese. Sperando che la proposta sia di facile attuazione e mi offra il piacere di poter gratuitamente prestare la modesta opera mia per un'opera patriottica e filantropica nella mia città natale, Vi porgo i più affettuosi ossequi ed auguri di buona salute. Vostro aff.mo Gennaro Fabozzi Via Genova, 30 Continuando la serie dei suoi trionfi «da Berlino passò a Vienna. A Vienna egli doveva essere scritturato per grandi concerti: ma prima dovette suonare dinanzi al direttore della Scuola Pianistica del Conservatorio Viennese, il quale gli aveva detto senza preamboli: -- È necessario, prima di tutto, che io vi giudichi: voi italiani siete troppo abituati alle chiacchiere e noi invece crediamo soltanto ai fatti --. Non c'è bisogno di aggiungere che i fatti parlarono con sì italiana eloquenza, che quel diffidente direttore, dopo averlo appena sentito suonare, si affrettò a scritturarlo». La sua carriera di pianista, dopo aver raggiunto numerosi successi, si concluse con un ultimo concerto che tenne a Roma nel 1941. Le sue doti di pianista furono la sicurezza e la squisitezza di tocco, le esecuzioni perfette ed espressive; mentre le sua tecnica gli permise di superare le più ardue difficoltà. Non possiamo trascurare l'attività di Fabozzi quale rinomato direttore di orchestra, la quale risale alla sua giovinezza, quando, poco dopo l'abbandono del violino, un'infezione ad un dito, rischiò di fargli abbandonare la carriera pianistica. Egli, non perdendosi d'animo, dando un'altra prova di impavido coraggio, prima di giungere all'amputazione (che per fortuna non ebbe luogo), si preparò a dirigere l'orchestra. Fu primo campo di esperimento l'Orchestra dei Ciechi, che preparò presso l'Istituto ((Principe di Napoli», la quale ottenne non solo il plauso del pubblico, ma anche parole di elogio dallo stesso G. Martucci. In seguito, in veste di direttore di orchestra, guidò anche complessi già affermati e fu in questa circostanza che inaugurò a Napoli la Sala Maddaloni ed a Torino, nell'esposizione del 1898, con la stessa orchestra, che, sotto la direzione di Toscanini aveva dato numerosi concerti, si produsse mirabilmente. Tenne concerti anche in Isvizzera e perfino in Egitto. Fondò e diresse in Napoli un Circolo Pro Cultura Musicale, i cui fini, proponentisi lo scopo di creare un ambiente favorevole e di incremento a tutti gli amatori di musica, che non potessero altrove coltivare la propria passione per la bella arte, sono da ritenersi degni di ogni encomio. Questo artista destò un tale interesse nella stampa nazionale ed internazionale, che egli stesso potè raggruppare cinque volumi di articoli che lo riguardavano. Di questi articoli dei giornali più autorevoli ricordiamo i passi che hanno maggiormente elogiato il maestro: Dal giornale «Il Pungolo» 14 aprile 1890. «Il giovane pianista cieco Gennaro Fabozzi, già alunno del Prof. Francesco Lebano nell'Istituto Principe di Napoli a Caravaggio, ha dato sabato scorso un concerto nella sala Costanzi a Roma. Il concerto, al quale assisteva un eletto uditorio, riuscì brillantissimo e gli applausi al giovane artista, che supera malgrado la sua cecità le difficoltà dei pezzi classici con rara maestria e interpreta con squisito sentimento di arte, furono innumerevoli. Il lunedì seguente l'egregio concertista ebbe l'alto onore di suonare per circa due ore al Quirinale alla presenza di S.M. la Regina, che rimase compiaciutissima ed ammirata. A questi nuovi trionfi del giovane napoletano, dopo quelli da lui raccolti in Sicilia, siamo lietissimi di fare eco con le nostre felicitazioni ed i nostri auguri». THE TIMES di LONDRA «Gennaro Fabozzi è un pianista cieco di un'abilità veramente eccezionale. Egli supera, con una facilità stupefacente, le più ardue difficoltà tecniche. Suona con grande espressione, con sicurezza e bontà di tocco». GAZZETTA di TORINO «Parlare di Fabozzi come artista sarebbe ripetere ai nostri lettori una cosa che essi già sanno. Certo è che in questo cieco si rivela uno dei più belli temperamenti di pianista. Dinanzi al pianoforte si direbbe che egli ricuperi la vista. Il suo meccanismo, di rara perfezione, gli permette di affrontare le più grandi difficoltà con una riuscita perfetta. Un'onda di poesia emana dalle sue composizioni originali, elegantissime e belle di tecnica. Nello stesso concerto al Salone dell'Esposizione il Maestro Fabozzi si è rivelato un eccellente Direttore d'Orchestra, interpretando magistralmente opere di Gluck, Scarlatti ed altri». CORRIERE DELLA SERA di MILANO «Gennaro Fabozzi che, a giusto titolo, può essere chiamato pianista celebre, ha ottenuto un successo strepitoso e meritato al concerto di ieri al nostro Conservatorio». NEUE FREIE PRESSE - VIENNA «Gennaro Fabozzi possiede una tecnica prodigiosa e il più perfetto buongusto musicale. Abbiamo avuto occasione di sentirlo e di apprezzarlo nella potenza del suo talento al concerto che ha dato nella sala "Bosendorfer"». VOSSISCHE ZEITUNG - BERLINO «Quanta perseveranza e quale energia per raggiungere la perfezione! Un musicista cieco, quale G. Fabozzi, maestro del suo strumento, di una tecnica meravigliosa, può dirsi un fenomeno!». DEUTSCHE TAGES ZEITUNG - BERLINO «Nella sua "matinée" data nella sala Bechstein, il maestro Fabozzi ha provato ancora una volta di possedere un grande talento ed una ispirazione artistica delle più rare. Noi abbiamo già parlato altra volta di questo distinto pianista e non sapremmo abbastanza lodare il suo merito. Egli ha conquistato nelle nostre città un posto fra le celebrità». DRESDEN ZEITUNG «Il M. Gennaro Fabozzi, dopo una splendida audizione all'ultimo concerto della Corte, alla Villa Strehelen, in presenza delle Loro Maestà, dei vari membri della Famiglia Reale e di numerosi invitati, si è fatto sentire iersera alla Europeischen Hof. Abbiamo constatato che raramente le opere di Bach, Beethoven, Brahms e Chopin siano state così bene interpretate. Chiudendo gli occhi, abbiamo, in certi momenti, creduto di udire Sauer ed in altri Paderewski. L'intiero programma svolto ha entusiasmato il pubblico. Assistevano al concerto S.M. la Regina Carola e S.A.I. la Principessa Federica Augusta di Sassonia che, alla fine del concerto, hanno calorosamente felicitato l'artista». FIGARO - PARIGI «Il M. Gennaro Fabozzi ha dato un grande concerto nella Sala Plejel. È stato vivamente acclamato per l'esecuzione magistrale delle opere di Bach, Beethoven, Chopin e di varie sue composizioni. Quale compositore non possiamo trascurare la produzione di musica da camera in gran parte inedita: arie e romanze per canto e pianoforte, pezzi per violino e pianoforte e per pianoforte solo, composizioni per violoncello e pianoforte, trii e quartetti e perfino un'opera teatrale rimasta incompleta». In queste musiche eleganti ed ispirate, la bellezza si unisce alla perfezione formale ed alla poesia. Per questa attività vanno ricordati i due premi di incoraggiamento dell'Accademia d'Italia nel 1933 e nel 1941 e i giudizi entusiastici formulati da noti musicisti come Mascagni, Cilea, Perosi, Respighi, Longo, Martucci. La privazione della vista non ha per nulla influito sul suo carattere. E per concludere con l'articolo di Musella, con cui abbiamo iniziato la trattazione del Musicista: «con Gennaro Fabozzi, siamo dinanzi ad un musicista di eccezione, ma, soprattutto, dinanzi ad un grande cieco e ad un grande italiano che ha portato alta per le vie del mondo la bandiera della musica italiana. Vari istituti per ciechi devono a lui la loro esistenza e questo è già molto ma per me vale ancor più il fatto che egli è stato sempre giudicato come artista e soltanto come artista indipendentemente dalla sua cecità, avvalorando in tal modo il prestigio dei ciechi, i quali non vogliono, né una pietà che non sentono di ispirare, né una preventiva dichiarazione di incapacità, che non sentono di meritare, ma vogliono essere al pari di tutti gli altri uomini giudicati e valutati unicamente in base a quello che fanno, a quello che rendono e, a quello che danno». Appartiene alla Scuola Napoletana anche Esposito Barile di carattere timido e semplice e per questo meno intraprendente del Fabozzi. Svolse una considerevole attività concertistica, quale eccellente pianista, tanto che fu molto ammirato, apprezzato e protetto dalla stessa regina Margherita. Si esibì quale concertista anche in Isvizzera ed un suo valzer è rimasto particolarmente noto. Accanto a G. Fabozzi e ad Esposito Barile dobbiamo ricordare nella Scuola Napoletana Vincenzo De Ponte, musicista contemporaneo, che, per la sua bravura, si è meritato un posto ragguardevole nella vita e molta stima nel mondo musicale. Da tutto ciò che ha scritto di sé, non si può fare a meno di considerare in lui le doti umane che ben si affiancano a quelle di musicista appassionato e profondo. Da una sua lettera, gentilmente inviataci, riportiamo alcune parti, che, meglio di ogni altra fonte delineano la sua personalità e il suo carattere. «All'età di sei anni entrai in collegio (Istituto per Ciechi «Principe di Napoli») e chiesi subito di essere iscritto alla scuola pianistica; ben presto, però, ne fui escluso, a causa della mancanza di agilità nelle dita della mano destra, per la poliomielite, che, nella prima infanzia mi aveva privato della luce e dei movimenti al lato destro, in parte riacquistati più tardi. Ma io volevo suonare ad ogni costo e furtivamente ero presente in tutte le classi di pianoforte e traducevo poi per la sola mano sinistra gli studi di Czerny ed in seguito tutti gli altri che si studiano nel programma di pianoforte». Ci piace-ricordare come V. De Ponte in altri scritti dichiari di aver superato le difficoltà iniziali dello studio del pianoforte derivanti dalla mancata comprensione dei suoi primi maestri, con l'aiuto di amici buoni ed affettuosi, che lo incitavano a non scoraggiarsi e a darsi per vinto. «Per questa mia perseveranza l'Istituto mi affidò al Prof. Camillo De Nardis per la composizione e in breve conobbi il contrappunto e la fuga insieme a tutte le forme musicali». Fu infatti così che, disposto a superare ogni sacrificio, con meraviglia di tutti il De Ponte potè, svolgendo in tutta la sua complessità il programma richiesto, conseguire il diploma normale. Ciò gli valse la nomina di bibliotecario il 1° gennaio 1916 ed ebbe così modo di approfondire la sua conoscenza musicale, di conseguire il diploma di canto corale al Conservatorio di San Pietro in Maiella ed acquistare cognizioni sulla tecnica della strumentazione. «Da solo avevo cominciato e da solo dovevo continuare. Decisi allora di dedicarmi al concerto per la sola mano sinistra; frugando nelle varie edicole musicali, acquistai per questa mano pezzi di Saint Saèns, Niemann, Reger, Scriabine e Longo, ma non tutti avevano lo stile di bravura. Fu così che mi decisi a scrivere cinquanta studi da affiancarsi ai dieci corsi di pianoforte ed una raccolta di cinquanta pezzi da concerto intitolati: «Il pianista nel perfezionamento della mano sinistra» in tre parti: 1a, musica antica; 2a, pezzi caratteristici; 3a, tecnicismo nelle forme musicali». Altre numerose composizioni per la mano sinistra formano la feconda sua produzione che si andò moltiplicando nel corso della sua carriera, come testimoniano il concerto e uno scherzo valzer con l'accompagnamento di un secondo pianoforte, una suite di sei pezzi, due sonate di stile antico, sonata del genere Scarlatti; due suite di pezzi caratteristici, una mazurka, due valzer; due improvvisi; tre scherzi; due serenate; notturno; capriccio; moto perpetuo; la canzone del campanaro; canta la molinara; libellule vaganti; novelletta; saltarello napoletano; danza orientale; e la ballata, che da sola potrebbe rappresentare un capolavoro di sintesi per tutte le difficoltà della mano sinistra su pianoforte. Con questo vasto programma potè iniziare nel 1927 nella Sala degli Artisti in Napoli una brillante carriera concertistica, che lo vide rinomato interprete non solo nella sua città, ma anche nelle altre principali città italiane. Lusinghiere sono state le critiche apparse sulla stampa delle varie località in cui si è esibito e vale qui ricordare i giudizi dati da eminenti personalità della musica quali Luigi Finizio, Francesco Cilea e Alessandro Longo<3>; Alessandro Bustini, Renzo Silvestri, Attilio Brugnoli<4>. Cesare Nordio <5' e Cesare Valabrega che così disse di lui: «...ho ascoltato il Maestro Vincenzo De Ponte. Cieco, dalla sua tenebra, egli effonde tre luci: volontà inflessibile, fede d'arte, passione profonda. Privo di funzionalità della parte destra, egli ha fatto della sua mano sinistra una sintesi incredibilmente viva delle due mani. Frutto di questa sintesi e di queste sue luci interiori è il suo pianismo, nel quale meravigliano singolarmente la salda tecnica e la squisita musicalità. Questa musicalità ricca e vivace si espande anche nelle sue numerose composizioni che denotano nell'autore una salda facoltà inventiva ed una maestria invidiabile in vantaggio di questo tutto suo e specialissimo dominio della tastiera...». In una lettera, poi, inviata allo stesso De Ponte, il Maestro Valabrega esprime tutta la sua stima, quando, radunato uno scelto pubblico, in casa sua lo invitò a suonare ed egli suonò per ben quattro ore. nota. (3) F. Cilea, A. Longo, L. Finizio, in un Attestato rilasciato a Vincenzo De Ponte il 3 gennaio 1930 in «San Pietro a Maiella» (Napoli), nella circostanza di un Saggio pianistico, riportano la ottima impressione suscitata dall'esecutore che, pur con l'uso della sola mano sinistra, ha realizzato effetti molto simili a quelli ottenuti con ambo le mani. Elogiamo il De Ponte per le doti di compositore, pregevole per l'inventiva, per la bontà di sviluppo, per la vivacità di segni e di ritmi, ingegnoso per far risaltare queste qualità con l'uso di una sola mano. (4) A. Bustini, R. Silvestri, A. Brugnoli in un Attestato del 24 gennaio 1931 rilasciato al Conservatorio di<&. Cecilia» in Roma, affermano la buona interpretazione artistica del De Ponte che, con la sola mano sinistra, riesce a farsi ammirare dall'ascoltatore dell'esecuzione di brani d'autore e propri, nei quali rivela spiccate doti di musicista. (5) C. Nordio, direttore nel 1932 del Liceo musicale «G.B. Martini» di Bologna, in un Attestato rilasciato il 20 ottobre di quell'anno al De Ponte, rivela le sue impressioni, dopo averlo ascoltato, che sono di meraviglia e ammirazione. Egli, pur con la sola mano sinistra, ritrae dalla tastiera effetti di sonorità e di virtuosismo mostrando, anche nei brani di sua composizione, pregi di sensibilità e di ispirazione. L'attività del De Ponte verteva anche nel campo dell'insegnamento nel quale lavorò lunghi anni in qualità di docente e di commissario d'esami. Appartengono alla Scuola Napoletana Donato Marrone e Silvestro Sasso; di Donato Marrone, esperto musicista ed istruttore di cori, va ricordato l'elogio ad un ultimo suo concerto, riportato oltre che nella cronaca della stampa locale, nel N. 12 del Corriere dei Ciechi 1966, dove si dice che il Maestro, nel quadro della stagione della Polifonica barese, interpretò magistralmente un programma imperniato sui maggiori nomi della scuola italiana, francese e tedesca. Questo, e un recital organistico suscitarono una volta ancora i più vivi consensi dello scelto pubblico di intenditori e la cordiale attenzione della stampa. Insieme a Carlo Tome e Meda, nel Congresso di Genova, dal quale scaturì VUnione Italiana dei Ciechi, il Marrone conseguì il Premio per il pianoforte. Il pezzo d'obbligo in tale concorso era il Preludio corale e fuga di Cesar Franck. Nello stesso concorso il premio per una composizione musicale fu assegnato ad Elleno. Commemorò la scomparsa di Donato Marrone, Silvestro Sasso, che ce lo addita come «uomo nobilissimo, sereno, sensibile, entusiasta, equilibrato, intelligente e colto, avido di sapere. Aveva moltissimi interessi, aperto alle nuove conquiste in ogni campo, sicuro, generoso e forte, comprensivo e giusto, sostenitore sempre della verità, anche se ciò poteva costargli rinunzie e amarezze. Questa in sintesi la figura diDonato Marrone (Bari 18 settembre 1902 - 20 gennaio 1978)». Silvestro Sasso lo ricorda bambino all'Istituto «Principe» di Napoli (Martuscelli) quando nel 1920 dopo un decennio di studi conseguì, con il massimo di voti, i diplomi di organo e pianoforte. Solo successivamente si diplomò in composizione e tornato a Bari dovette affrontare le ardue difficoltà che gli si opposero. Diciottenne, orfano di padre, si dovette occupare dei quattro fratelli minori, perdendo dopo due anni anche l'appoggio della madre che venne a mancare. Tempi difficili, dunque, con la prevenzione ed i pregiudizi di un ambiente provinciale che non aveva mai visto all'opera e in attività un non vedente, che lo evitava quando non lo tollerava addirittura. Qualcuno lo ammirò subito, ma dice il Sasso: «l'ammirazione non sempre vuol dire sostegno. Anzi qualche volta rimane solamente un sentimento distaccato o diviene compiaciuta constatazione di un fatto miracoloso da catalogare». Nonostante ciò, con l'aiuto di qualche amico, affrontò le difficoltà con dignità e fierezza ed iniziò l'attività didattica e concertistica continandola fino in fondo. Diffuse la letteratura organistica e pianistica con concerti che aprirono il pubblico all'amore per l'arte musicale e favorirono le esecuzioni di altri artisti. Contribuì alla costituzione della «Polifonica Barese» che aveva fondato Biagio Grimaldi nel 1926 e che favorì la conoscenza del repertorio polifonico vocale italiano nella nostra Nazione e fuori. Il pianoforte e l'organo l'hanno visto protagonista di concerti in varie città d'Italia, dove si esibì da solista e con l'orchestra. Dal 1937 il Liceo di Bari (oggi conservatorio Piccinni) lo ha avuto come insegnante di storia della musica fino al 1971. Questo primato del non vedente insegnante di conservatorio, contro il pregiudizio di chi non voleva i ciechi in queste posizioni preminenti, fu sempre superato dal Marrone che ebbe lodevoli giudizi, mostrando la sua cultura, in ogni ispezione ministeriale ricevuta. Sposato con Grazia Ladisa ebbe sette figli, oggi tutti sistemati professionalmente nei più svariati ruoli. Partecipe all'assemblea di fondazione dell'U.I.C, a Genova nel 1920, amò sempre la categoria dei non vedenti che servì con importanti incarichi associativi, venendone riconosciuto anche con il diploma di socio benemerito nel 1970. Da tutto ciò possiamo dare ragione a Silvestro Sasso quando pone il nome di Donato Marrone al fianco di tutti i nostri maggiori pionieri. Di Silvestro Sasso va ricordata l'attività di insegnante di pianoforte, infatti ebbe incarichi anche al Conservatorio di Bari. È stato titolare della cattedra di musica e canto corale all'Istituto Magistrale della stessa città, dove tutt'ora risiede. È autore di libri di testo per l'insegnamento della musica e del canto negli Istituti Magistrali e di educazione musicale nelle Scuole Medie, editi dalla casa Editrice Principato di Milano. Lodevoli e profiqui i suoi interventi a favore dei musicisti nel corso dei Congressi Nazionali dell'Unione Italiana Ciechi e negli articoli apparsi sulla stampa di categoria. Altri nomi illustri legati al «Martuscelli» di Napoli sono: Vittorio de Rogatis (allievo del De Ponte, docente di musica e canto corale alle Magistrali di Napoli, tenne concerti pianistici di cui uno al Teatro dell'Opera di Roma); Vico La Volpe (affermatissimo pianista che si produsse in concerti pianistici che riscossero grandi successi in Italia e all'Estero); Costanzo Capirci (che diplomatosi al «Martuscelli», dopo una brillante carriera di compositore e musicologo, svolge da alcuni decenni attività didattica presso la scuola di metodo «Augusto Romagnoli», dove si specializzano gli insegnanti dei bambini non vedenti); Gregorio Manieri (che tenne con prestigio e responsabilità la cattedra d'armonia e composizione nell'Istituto «Martuscelli» fino alla morte avvenuta intorno agli anni 70); Francesco Veniero (che venuto a mancare ad Assisi nel 1967, nobilitò l'arte musicale con grande ingegno. Nato a Meta di Sorrento nel 1885, perduta la vista in tenera età, studiò al «Martuscelli» allora «Principe di Napoli», diplomandosi in organo, pianoforte e composizione. Ad Assisi il Veniero svolse lunga ed apprezzata attività di insegnamento presso «l'Istituto Serafico» per ciechi; non si distinse solo per l'insegnamento ma anche nella composizione, tanto che l'antica, celebre Accademia Properziana del Subasio lo ebbe tra i suoi più autorevoli e stimati membri. La sua musica sacra, le sue spiccate doti artistiche e l'esempio eloquente di Francescana umiltà, a tanti anni dalla sua scomparsa lo fanno ancora vivamente ricordare). ROMA Una buona parte di notizie ci sono state gentilmente inviate dal Prof. Crescitela, che le ha rilevate da una sua ampia relazione, preparata per Ylstituto di Sant'Alessio. L'Istituto dei Ciechi di S. Alessio, che ha sede propria al Viale Carlo Tommaso Odescalchi 38 (Tormarancia) dalla fine del 1940, fu fondato da Pio IX nel 1868. Era un'antica abbazia dei Padri Gerolimini, sulla cima del Colle Aventino, in località quanto mai poetica e suggestiva. Il nome è dovuto al fatto che l'abbazia era annessa alla vetusta e bella basilica di S. Alessio, che è chiesa di titolo cardinalizio. Quasi all'inizio del secolo quei locali ospitarono il re Carlo IV di Spagna, spodestato da Napoleone. Il papa affidò la cura degli alunni ai padri Somaschi, ordine di chierici regolari, fondato da S. Girolamo Emiliani nel secolo XVI. La Commissione amministratrice comprendeva membri della nobiltà pontificia, gente di specchiata probità, ma necessariamente di mentalità alquanto ristretta. Si pensò subito, come d'uso fino al sorgere dell''Unione Italiana Ciechi, alla specializzazione musicale, e ad onor del vero, il S. Alessio vanta una veramente bella tradizione. Una delle caratteristiche del S. Alessio era una notevole orchestra, che, specie tra il 1885 e il 1905, ha avuto il periodo più saliente, tanto che nel 1888, come abbiamo già detto, fu chiamata a Padova per la celebrazione del I Cinquantenario della fondazione del Configliachi e in quella occasione il Martuscelli mandò Gennaro Fabozziche da lì aprì le ali al suo grande volo. Nominiamo Fabozzi perché più volte egli parlò dell'eccellenza di tale orchestra in quel tempo. Durante la prima guerra mondiale l'orchestra si ridusse a soli archi e, dopo il 1921 cessò totalmente. Ciò nonostante l'insegnamento del violino e del violoncello, che negli altri istituti era tramontato anche prima, continuò nel S. Alessio fino al 1935 circa. I tempi fatalmente mutarono! Negli anni d'oro dell'orchestra erano frequentate ed ammirate le tradizionali «Accademie musicali» che il S. Alessio teneva ogni prima domenica del mese da novembre a maggio. Queste manifestazioni culminavano nella premiazione, in una domenica di fine maggio. È opportuno notare come, al tramonto dell'orchestra, si è avuta l'affermazione del coro che dal 1928 in poi il maestro Medoro Aschi portò ad un notevole e lodevole livello artistico. Nella seconda metà deH'800 si affiancò alla scuola forse la migliore Stamperia Braille italiana, che fino al sorgere della Stamperia Nazionale Braille di Firenze e specialmente dal 1880 al 1915 ha impresso in braille testi musicali che, per quantità e precisione, superarono quelli impressi negli altri istituti. Come il S. Alessio volle avere allievi molto preparati, lo si può dimostrare dalla qualità dei maestri notissimi che furono chiamati per esaminatori nelle varie commisisoni d'esame; per l'armonia ad esempio Cesare De Sanctis e Giacomo Setaccioli; per il pianoforte Clemente Borgonzoni, Benedetto Mazzarella, il grande Giovanni Sgambati, Ludovico Cozzi ecc; per il violino il celebre Monachesi, Ettore Pinelli ecc; per il violoncello i due celebri Forino, per il clarinetto Magnani e Franceschini, quest'ultimo anche insegnante di flauto all'Istituto; per gli ottoni il meraviglioso direttore e trascinatore per banda Alessandro Vessella; ed altri tra cui il duca Don Francesco Caffarelli, il cui figlio Don Filippo fu poi presidente dell'Istituto ed il ben noto musicista Tirindelli. Queste sono tradizioni assai gloriose! I Padri Somaschi rimasero nell'Istituto per circa ottantacinque anni. Al presente la parte convitto è retta da due sacerdoti: il rettore ed il padre spirituale, entrambi del clero secolare. La Scuola musicale, che aveva dato la possibilità all'Istituto di essere premiato con medaglia d'oro nel V Congresso Tiflologico del 1906, ebbe un benefattore nella persona del prof. Luigi Ravaglia che, dopo aver insegnato per tre anni il clarinetto, in funzione di sovraintendente alla musica, rimase fino al 1955, lasciando dimostrazione tangibile del suo operato. Altro benefattore della scuola romana fu il maestro Vincenzo di Donato, che dal 1930 al 1955 molto si adoperò per il bene della scuola stessa. Soprattutto si deve a lui la sistemazione dell'organico degli insegnanti, nonché il riconoscimento ministeriale di scuola privata della scuola di musica di S. Alessio, di cui divenne direttore, mentre prima di allora era deputato all'Istruzione musicale. La Scuola fu riconosciuta nel 1942; fece l'ispezione il maestro Alberto Ghislanzoni, che fu entusiasta. Favorevolissime pure furono le ispezioni di Tullio Serafin e di Guido Guerrini. Ulteriori sviluppi della situazione della Scuola portarono al riconoscimento definitivo della scuola di S. Alessio e, nella veste di sezione annessa al Conservatorio di S. Cecilia, dovrebbe dare nuovi e rigogliosi frutti. Risalendo ai primordi il primo pianista di un certo valore è il Maestro Prandoni, che nel 1878, primo decennio della fondazione dell'Istituto, ebbe un significativo successo. Achille Fiandri insegnava il violino, né mancò di buoni allievi. A giudizio unanime, il più artisticamente dotato era Angelo Sdutti, fine pianista e geniale compositore dalla linea un po' schumaniana. Di lui parlava con affettuosa ammirazione il Passerelti. Sono pure di quel periodo A. Luigi Guglietti, che scrisse specialmente musica sacra assai melodica, ma non teatraleggiante come si usava di massima in Italia, prima del «motu proprio» di Pio X, che mirò a ridare la serietà alla musica ecclesiastica; Giuseppe Tamagnone, un vero talento che scrisse musica impegnativa e composizioni di mole, che non riuscì a far eseguire, né a soddisfare gli impegni affrontati in proposito e di conseguenza si tolse tragicamente la vita. Un suo «Libera me», a tre voci virili, eseguito continuamente a S. Alessio fino al 1925, ha riscosso sempre unanimi consensi da musicisti di vaglia e da alti prelati. Sono pure di quel periodo Carlo Bersani, una cui Messa è stata radiofonicamente trasmessa oltre cinquanta anni fa dalla chiesa della SS. Annunziata di Firenze, che a quel tempo diffondeva per radio le Messa cantata domenicale; Giacinti, autore di pezzi di bravura e pianista dalla mano prodigiosa (lavorando molto in orchestrine di cinematografo, come si usava per i film muti, era riuscito a sapere per intero a memoria ben dieci opere teatrali nella trascrizione pianistica)! Buone composizioni, specie all'inizio del secolo ha scritto Giuseppe Frascatani, morto in età di oltre novanta anni nel gennaio del 1962; è stato apprezzato come maestro di cappella e come insegnante di pianoforte. Nello stesso periodo ha scritto buona musica Giuseppe Camilloni, che trascorse gli ultimi anni della vita a Trevi, suo paese natale. È stato buon violinista ed organista, svolgendo la sua attività a Provvidence, negli Stati Uniti d'America. Nell'America del Sud si sono distinti, come strumentisti, il violoncelista Giacomo Cittadini, cugino del sommo tenore Beniamino Gigli, che, in età assai avanzata, vive ancora a Buenos Ayres; RodolfoMoriconi, pianista veramente di grido, che per molti anni ha riscosso i più lusinghieri successi di pubblico e di stampa. È stato allievo di Angelo Sciutti, ma gli è stato largo di consigli Benedetto Mazzarella, che era tra i migliori insegnanti di S. Cecilia alla fine del secolo scorso. Il Moriconi inizialmente ha insegnato pianoforte a S. Alessio. Un violoncellista eccezionalmente dotato fu Giuseppe Torelli, che se avesse avuto il carattere ardimentoso di Fabozzi, avrebbe lasciato un gran nome; di lui diceva Ferdinando Forino che aveva: «la Cavata di Padre Eterno». Discreta violoncellista fu anche Annina Robimarga, deceduta ultranovantenne. Addano Fabbri, nativo di Roma (1866-1929), insegnante a S. Alessio, è stato cronologicamente l'ultimo direttore dell'orchestra di questo Istituto. Pubblicò una raccolta di pezzi pianistici ed una raccolta di pezzi per canto e pianoforte. Giovanni Passerelli, nato ad Alfadena (L'Aquila) nel 1877 e morto a Roma nel 1945, era musicista nato, ma timido e di eccezionale modestia. Come insegnante di armonia, contrappunto e fuga era valentissimo ed assai apprezzato da Giacomo Setaccioli. Aveva eccezionali doti pianistiche, anche se è rimasto nell'ombra. Nell'orchestra dell'Istituto era primo corno, dal quale strumento traeva una voce così bella e pastosa da meritare le lodi incondizionate di Alessandro Vessella, direttore della banda comunale di Roma. Passerelli, che aveva ben altre possibilità, è stato senza dubbio il primo accordatore di pianoforti della Capitale dal 1915 al 1945 e nella stessa attività si è distinto a Trieste l'allievo del S. Alessio Sambuchi, che per circa quaranta anni è stato l'accordatore più richiesto nella città veneta. Le composizioni di Passerelli, non molte, ma elette e geniali, meriterebbero anche oggi fama e diffusione. Tra le migliori: l'operetta: «La pianella nella neve»; una brillante tarantella per pianoforte, un notturno per violoncello e pianoforte, che l'autore prediligeva; una novelletta per violino e pianoforte; alcune romanze per canto e pianoforte fra cui spiccano «Sotto il tiglio» con accompagnamento orchestrale e parole dello stesso Passerelli; «Mattinata» su parole di Carducci; alcune pastorali per organo; un elaborato «Coro d'augurio», più volte eseguito dal coro di Aschi; un «Oremus prò Pontifice», diretto da Aschi in Vaticano all'augusta presenza di Pio XI; l'inizio del VII Canto del Purgatorio «Era già l'ora che volge '1 desio» eseguito nel 1921, sesto centenario della morte di Dante Alighieri; cantava A ntonietta Mercatelli, Crescitelli suonava il pianoforte, Aschi l'harmonium, Antonio De Amicis il violino. Un quartetto, che prese il secondo premio cioè la medaglia d'argento al V Congresso Tipologico, tenutosi a Roma nel 1906. Gli esecutori erano tutti non vedenti; primo violino Augusto Lepri; secondo violino Fausto Curii; viola Adelelmo Moretti; violoncello Alfonso Solvi. Il Solvi, che svolse attività di organista in Roma, era nell'Istituto di S. Alessio insegnante della scuola elementare. Adelelmo Moretti, morto non ancora quarantenne nell'ottobre del 1918, vittima della terribile epidemia spagnola, era allievo di A. Lepri, insegnante per vari anni di violino a S. Alessio, dove egli stesso insegnò il pianoforte. Come organista ebbe la medaglia d'argento allo stesso V Congresso Tiflologico di Roma: aveva studiato l'organo col grande Filippo Capocci ed in quell'occasione eseguì sull'ottimo organo di S. Luigi dei Francesi la «Fantasia e Fuga in Sol Minore di Bach». Vanno ricordate di lui anche le sue doti di violinista. Nel V Congresso Tiflologico un altro premio fu assegnato al Quartetto Piccinini, formato di ex alunni dell'Istituto. Tale Quartetto, che prendeva il nome del primo violino, raggiunse, ai suoi tempi notorietà nell'Italia Centrale. I vari elementi di esso, tranne il primo violino, cambiarono, ma il complesso ebbe vita fin verso il 1925, quando fu eseguito uno dei quartetti dell'op. 118 di Beethoven in Roma nella Sala dell'Acquario. Parlando del Quartetto di Passerelli, abbiamo nominato Fausto Curzi, che ha composizioni sacre di pregevolissima fattura. Egli è stato organista al Santuario della Madonna del Buon Consiglio in Genazzano per circa un cinquantennio. Renato Pompei, pure buon compositore di musica sacra, fu organista in più di un santuario del Lazio. Nonostante che i due ultimi nominati possano forse considerarsi tra i migliori, non si possono trascurare Casimiro Arduini, cronologicamente secondo violino del Quartetto Piccinini e poi organista per oltre trenta anni ed insegnante presso il Seminario Vescovile di Veroli, e molti altri, che sono stati organisti in vari conventi e che condussero in realtà una vita monastica. Fra quelli, che non vissero in convento, sono degni di nota i già citati Carlo Bersani e Alfonso Solvi, Leandro Capretti nelle Marche, Alessandro Guglietti a Fondi, Sabatino Caroti in più località. ALLIEVI DEI MAESTRI FABBRI, PASSERELLI E MORETTI Fra i pianisti, che, lasciato l'Istituto, hanno goduto notevoli successi, va ricordato il figlio di un ingegnere delle Ferrovie egiziane, Rewest. Altri musicisti autori di operette furono il Rocchi, che i suoi paesani chiamavano tra scherzosi e compiaciuti «il Verdi di Frascati» ed Angelo Mancinella. Quest'ultimo nacque in provincia dell'Aquila nel 1895 e morì a Roma nel 1949. Fu allievo di S. Alessio ed è rimasto d'esempio il fatto che un suo contrappunto ad otto parti, presentato agli esami interni della scuola, risultò così perfetto, che il maestro Setaccioli lo mostrava come modello agli alunni di S. Cecilia. Oltre che buon violinista ed ottimo accordatore, ha pubblicato piacevoli liriche, pezzi pianistici e specialmente riuscite ed apprezzate operette commissionategli dalla Contessa Serra per il teatro dei piccoli, sito in Roma, in Via S. Stefano del Cacco, dove sono state eseguite con lo stesso successo che si ripetè nei teatri delle altre città d'Italia. Ecco le principali: «Fagiolino, conte di Quacquagnaccola»; il «Libro delle Fiabe»; «Don Chisciotte»; «Il Gatto Mammone». Lionello Giraldi, nato a Montereale (L'Aquila) nel 1900, ha dato numerosi concerti per violino. Antonio De Amicis, nato a Vicoli (Teramo) nel 1903, si è diplomato in composizione in età avanzata ed anch'egli svolse attività meritevole di segnalazione. Tra gli ultimi diplomati in violoncello va ricordato Oreste Dragoni, nato ad Esanatoglia (Macerata). Ha buone composizioni sacre, ha insegnato nelle scuole pubbliche. Romolo Piacentini (Roma 23 marzo 1897 - 16 settembre 1968). È nominato nel Dizionario dei Musicisti Italiani; insegnante di armonia e di accordatura ha svolto attività concertistica. Nel Congresso di Genova dell'ottobre 1920, dal quale ebbe origine l'Unione Italiana Ciechi, tra i violinisti che si presentarono, fu premiato con medaglia d'argento. Il pezzo d'obbligo era addirittura il Concerto in Re maggiore Op. 61 per violino ed orchestra di Beethoven. Scrisse musica sacra, cori e specialmente liriche per canto e pianoforte, liriche per canto e violino obbligato, liriche con archi ed harmonium e con accompagnamento orchestrale, delle quali diverse sono state eseguite. Tra esse meritano particolare menzione quelle su versi di Ada Negri (Nebbie, Notte, Strana); la poetessa inviò al musicista una significativa lettera autografa. Il Maestro Piacentini ebbe un autografo dalla Regina Margherita alla quale aveva dedicato un «Regina Pacis» su parole del padre Luigi Zambarelli, forbito scrittore e gentile poeta, Vice Rettore a S. Alessio dal 1902 al 1914 e poi Rettore sino alla morte avvenuta nel 1946. Ha composto anche due quartetti mai eseguiti; bellissima è la sua «Preghiera di San Bernardo» che è costituita dalle terzine iniziali dell'ultimo canto del Paradiso della Commedia Dantesca. È scritta per solo di tenore, coro misto e orchestra. Nel VI Centenario della morte dell'Alighieri fu eseguita a Roma alla sala Charitas, diretta dall'autore e a Vicenza, richiesta dal Comitato per le onoranze del poeta. Oltre che come concertista di violino il Piacentini si produsse in molti concerti col trio romano, che era formato da lui stesso, quale violinista, da Cesare Colamarino, violoncellista e da Ciro Crescitela, quale pianista. Col trio suonarono anche all'Eiar (antica sigla che contrassegna l'Ente Audizioni Italiane Radiofoniche). Richiesta e prodigiosa la sua attività di accordatore. Apprezzato da quanti lo conobbero non fu solo artista ma anche uomo di grande generosità. Come accordatore ebbe l'incondizionata approvazione di raffinati clienti privati, dei maggiori negozianti di pianoforti della capitale e addirittura del celeberrimo pianista Walter Gieseking. Fu insegnante all'Istituto di Sant'Alessio dal 1919 al 1960. Medoro Aschi, nacque a Santemarie (L'Aquila) il 20 Giugno 1905. Compiuti i suoi studi a S. Alessio, dove si distinse come eccellente musicista, fu chiamato all'insegnamento del canto corale e dell'organo fin dal 1927, in quell'Istituto. Per le sue doti di uomo appassionato all'arte dei suoni, portò questo coro a notevoli progressi e sotto la sua guida in tutti i saggi musicali dell'Istituto figurarono accurate esecuzioni, varie per i programmi e per la capacità interpretativa del Maestro che con facilità affrontava gli stili e gli autori più rinomati di ogni tempo. Le sue doti di Maestro di coro gli permisero di vincere, nell'inverno del 1941, un secondo premio in un concorso corale indetto dalla G.I.L., e nel 1950 il terzo premio in un concorso tra le corali parrocchiali di Roma. Il Coro dell'Istituto di S. Alessio, diretto dal Maestro Aschi, fu registrato dalla R.A.I., che in una trasmissione inserì alcuni cori. Restò confermato nell'insegnamento di canto corale all'Istituto anche dopo la trasformazione del medesimo in sezione staccata del Conservatorio di Santa Cecilia fino al pensionamento. Fu organista della Chiesa di S. Anna, che è Parrocchia del Vaticano e di Santa Maria degli Angeli, Chiesa ufficiale dello Stato, dove provvide alle cerimonie di importanza nazionale. Come compositore vanno ricordati un suo quartetto, pezzi pianistici, liriche per canto e piano, un coro d'augurio su versi del Cresciteìli, composizioni corali e belle trascrizioni comprendenti tra l'altro interessanti elaborazioni a quattro e cinque voci di canti popolari regionali italiani. Si sposò nel 1975 e aveva 82 anni quando, lasciando un vuoto tra allievi ed amici, venne a mancare. Si scrisse di lui: «Il Natale del 1987 non avrà le sue meravigliose pastorali, spesso frutto di un'ammirevole improvvisazione». Ciro Crescitelli, nato ad Avellino il 2 ottobre del 1904, perduta la vista all'età di sei anni, dal 1911 al 1924 è stato alunno interno dell'Istituto di S. Alessio. Compì la prima parte degli studi musicali con Passerelli per l'armonia, e nel pianoforte, dove maggiormente si distinse, con i Maestri Moretti e Fabbri. Lasciato l'Istituto, continuò a perfezionarsi sotto la guida esperta del Prof. Ludovico Cozzi, allora insegnante al Conservatorio di Santa Cecilia. Si è diplomato in magistero di pianoforte al Conservatorio di Santa Cecilia in Roma nel giugno del 1927, primo a parità di condizioni con i vedenti. Per circa venticinque anni ha partecipato a numerosi concerti in Roma, Venezia, Viterbo, Ascoli Piceno ed altri importanti centri, come solista o in duo con celebri cantanti e col citato trio romano formato, oltre che da lui anche dal Piacentini e dal Colamarino. Nel 1948 un suo concerto ebbe luogo al Teatro Quirino di Roma, per conto degli «Amatori dell'Arte», rientrante nel quadro della stagione ufficiale; ha suonato all'EIAR varie volte; ha riscosso sempre larghi consensi dal pubblico e dalla critica. Ha svolto una brillante carriera di insegnante, sia privato che presso scuole. Dal 1938 è succeduto a Giuseppe Frascatani nell'insegnamento di pianoforte presso il S. Alessio; fra il 1935 ed il 1942 ha insegnato a Viterbo, dapprima nel Collegio della S. Trinità, tenuto dai Padri Agostiniani e poi contemporaneamente al Seminario Vescovile ed a quello regionale dell'Alto Lazio, sito presso il celebre Santuario de' La Quercia. Tra ciechi e vedenti, ha portato al conseguimento del diploma di pianoforte decine di alunni, i quali conservano di lui il gradito ricordo della sua generosità, dell'affetto con cui li ha seguiti, nonché dell'intelligente cura che ha posto nel prepararli. Il Crescitelli iscritto, fin dal suo sorgere, all'Unione Italiana Ciechi, dal 1927 ha partecipato a quasi tutti i Congressi dell'Associazione come rappresentante prima, poi come vice presidente congressuale nel 1948 e nel 1952. Fu presidente della sezione dell'Unione Italiana Ciechi Laziale e il suo amore e il suo interesse per la categoria è mostrato dagli articoli tiflologici pubblicati dal «Corriere dei Ciechi» e dal «CorriereBraille». Presidente della Commissione preposta alla scelta della Stenografia Nazionale Braille, ha partecipato alla Commissione per l'Unificazione mondiale di questo sistema musicografico. La poesia, e specie quella dantesca, è sempre stata la sua passione fin da ragazzo; la conoscenza della Divina Commedia, le Conferenze, le Commemorazioni e i Discorsi che ha tenuto in varie parti d'Italia hanno messo in chiara luce le sue tendenze letterarie. Francesco Cascapera, romano, insegnò per molti anni teoria e solfeggio in S. Alessio dove, fin da bambino, aveva studiato il flauto col Maestro Franceschini ed è rimasto come flautista dell'orchestra dell'Istituto fino alle ultime esecuzioni della medesima. Era entrato in S. Alessio nel 1898, a sette anni circa. Lì rimase come alunno, come orchestrale, come insegnante, infine come ospite per ben 83 anni, ovvero la durata di una lunga vita! quanti lo hanno conosciuto hanno avuto modo di apprezzare il suo animo ed il suo ingegno. Sapeva saggiamente avvertire e consigliare; aveva vastissima cultura, letteraria e scientifica, aggiornata fino all'estremo della vita; era autodidatta nella perfetta conoscenza del francese e dell'inglese. Assiduo lettore, la mattina di quello stesso 30 novembre dell'81 in cui venne a mancare, ancora si dilettava leggendo. Al prof. Cascapera va il pensiero commosso di quanti lo hanno conosciuto. Cesare Colamarino è il terzo glorioso nome del trio romano; è un musicista che non va dimenticato. Nato a Roma il 5 settembre 1907, allievo per il violoncello di Tito Rosati, si distinse nello studio di questo strumento. Si è esibito, sempre apprezzatissimo, in sale da concerto e alla R.A.I. come violoncellista solista o in trio mettendo in evidenza spiccate doti artistiche. Armando Colaceci, allievo per la composizione di Vincenzo Di Donato, è stato insegnante di armonia e storia della musica nell'Istituto di S. Alessio; alla R.A.I. sono state eseguite di lui diverse composizioni pianistiche e di vario genere è la sua produzione artistica. Apprezzatissimo insegnante, ha dimostrato tutto il suo amore verso i suoi allievi e verso i non vedenti in genere, prodigandosi generosamente e sdegnando sempre ogni ricompensa. Da molti di questi Maestri si è avuta una fioritura di allievi, tra i quali Capirci, Gasperini, Ercolano, Petrucci, Picariello, Pompili, Melilli, Terranova che, pur diplomandosi in altre scuole per diverse ragioni, con loro iniziarono gli studi. Uno degli allievi del Crescitelli, che si è particolarmente distinto per musicalità e doti di valente pianista, è Mario Ciminelli. Egli ha sostituito negli ultimi anni del trio romano il Crescitelli stesso e con lui un esecuzione di quel trio si ebbe al Teatro dell'Opera di Roma in un concerto tenutosi per la propaganda dei musicisti ciechi. Altri concerti in cui Ciminelli si esibì, anche come solista, furono quelli a Torino (per una manifestazione organizzata dai Lions Clubs), a Pescara e Lanciano (per la celebrazione in onore ad Augusto Romagnoli che,, primo cieco in Italia, in quel luogo, insegnò ai vedenti filosofia nel locale Liceo). Derivarono dal S. Alessio musicisti che si dedicarono all'insegnamento: Rotando Bogi (direttore da dieci anni della scuola comunale di musica di Grosseto), Mario De Pirro, Giulio De Gregorio, A rcangelo Follone, Enzo Fioravanti, Marcello Iometti, Antonio Moreschi, Gaetano Spedoni, Quatraro,DiMaree altri musicisti che si dedicarono, con buoni risultati, alla musica leggera. Tra questi, oltre il Giraldi, Remo Salustri, che nato a Roma nel 1916, diresse, nel secondo conflitto mondiale, l'orchestrina del Circolo delle Forze Armate e più volte si è esibito alla R.A.I., tanti anni or sono, col suo complesso di fisarmoniche. Lasciata questa attività si dedicò all'insegnamento dell'educazione musicale; Mario Raspanti, Giuseppe Modica e specialmente Antonio Torquati, apprezzatissimo nell'ambiente ed apparso più volte in rubriche televisive, ove è noto con l'appellativo di Toto Torquati. Al Salustri, al Modica ed al Raspanti vanno ascritte belle canzoni, alcune delle quali anche radiotrasmesse. La Sezione Femminile della Scuola di S. A lessio Molte ex allieve si sono dovute adattare, come sempre è accaduto per la donna non vedente, ad una sistemazione nei conventi quali musiciste. Mentre si può rilevare che molti talenti rimasero nascosti, fa piacere ricordare quelle che hanno potuto farsi notare; fra queste Cesira Menta che, a Palestrina, nell'Istituto Magistrale Pareggiato del «Bambin Gesù», impartì molte lezioni private di pianoforte e insegnò musica e canto. Tra gli allievi di Cesira Menta è stato il Maestro Cianfriglia, che è stato docente alla Scuola Superiore di Musica Sacra in Roma. Egli ha dedicato alla sua prima insegnante di musica «un metodo per pianoforte», raccomandabile ai principianti di tale studio. La Menta in gioventù è stata una brava arpista, come Fortunata Quadrotti, vedova del Maestro Passerella Entrambe si esibirono, con l'arpa, nei trattenimenti musicali delle famiglie della nobiltà romana, riscuotendo il plauso degli ascoltatori. La Maestra interna dell'Istituto, che insegnava l'arpa in quei tempi, era Giovanna Fanti. Un ruolo a sé merita Bianca Colombi, ottimo soprano, che ha dato molti concerti e che aveva tutti i numeri per calcare le scene liriche. Era allieva della Maestra Mariulani, che viveva interna nell'Istituto. Di rilievo anche, l'attività della Maestra Brozzetti, alla cui scuola si formarono Gioconda Loreti, che si è dedicata all'insegnamento nella scuola pubblica, e Giovanna Cerquoni, che insegnò pianoforte all'Istituto fino agli anni 70 quando il s. Alessio era divenuto sezione staccata del Conservatorio di S.ta Cecilia. Tra le migliori allieve della Maestra Cerquoni è la pianista Livia Buoni di Roma che ha al suo attivo decine di concerti pianistici svolti in molte città europee, con un programma che spazia dagli autori dell'800 ai contemporanei, e un vasto consenso del pubblico e della critica. Notevole è stato l'apporto che la Scuola Statale di Metodo «A. Romagnoli» di Roma ha dato all'insegnamento della musica ai bambini non vedenti: negli anni '70, col Ministero della P.I., furono indetti, in quella scuola, corsi per la specializzazione musicale degli istruttori dei ciechi. Si svolgevano annualmente ed erano volti a sviluppare nei fanciulli non vedenti l'educazione musicale integrale per i valori compensativi che in quest'arte assumono importanza formativa, specialmente nelle scuole materna ed elementare, così come aveva sostenuto l'illustre filosofo e pedagogo Augusto Romagnoli. In questi corsi, coordinati dal Maestro Costanzo Capirci, titolare della cattedra di musica della scuola statale di metodo di Roma per i ciechi, veniva anteposto il criterio di far apprendere ad ogni alunno la notazione musicale Braille; di abituarlo a memorizzare; di farlo partecipare ad esercitazioni ritmiche, corali e strumentali; alle audizioni e alle attività di immaginazione ed interpretazione, unendo all'attività ritmica quella motoria ed estetica. Interessante è la considerazione di come gli insegnanti di tutte le discipline erano chiamati ad operare e collaborare con il docente di musica. Roma, d'altra parte, sul finire degli anni '60, era stata sede di una encomiabile iniziativa della Federazione Nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi. Intendiamo parlare di quel concorso corale a carattere nazionale che si ripetè per vari anni successivi, creando nell'incontro dei ragazzi, che si ritrovavano in queste gioiose manifestazioni, risultati umani, sociali e culturali. Dimostrazione del successo fu il notevole aumento della partecipazione al concorso dei giovani non vedenti i quali, molto impegnati, nel 1960 avevano superato il numero di 600. L'entusiasmo si unì al desiderio di conseguire un'affermazione di gruppo. La musica polifonica e quella popolare formò la maggior parte dei programmi di queste esecuzioni. Tra gli Istituti che parteciparono ricordiamo: Assisi, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli (Martuscelli), Padova, Palermo, Reggio Emilia, Roma (A. Romagnoli e S. Alessio), Torino. Spesso fu presente la radio e la televisione. BOLOGNA Nel 1882 sorse in Bologna l'Istituto di Via Castiglione, che, dal fondatore, prese il nome di Istituto Francesco Cavazza. Questi fu coadiuvato dai suoi degni amici; l'Avvocato Arrigo Franchi, il Conte Luigi Salina, il Marchese Antonio Scarselli, tutti poco più che ventenni, la cui intenzione fu quella di rialzare le sorti della scuola creata da Guglielmo Garagnani. Francesco Cavazza tenne la presidenza di questo Istituto fino alla morte avvenuta all'età di 82 anni circa. Notevole è il passato di questo Istituto che nella dotta città felsinea riunì la scuola musicale alla scuola letteraria. In tale scuola troviamo infatti l'illustre Augusto Romagnoli, educatore dei ciechi, la cui fama è assurta alla ribalta internazionale, che al Cavazza trascorse la sua fanciullezza ed ai cui meriti può unirsi quello di essere stato uno dei fondatori dell'Unione Italiana Ciechi. L'Istituto di Bologna, tra i suoi vari direttori annovera Paolo Bentivoglio, che tenne la direzione per circa un trentennio, cioè fino al 1961, dell'Istituto stesso al quale dette tutta la sua operosità, come pure all'Unione Italiana Ciechi, di cui fu presidente fino alla morte. Tra i primi alunni del Cavazza, ricordiamo Carlo Grimandi, del quale è fatta particolare menzione nell'articolo che trascriviamo, apparso sui numeri 9 e 10 del «Corriere dei Ciechi» 1983. CARLO GRIMANDI: UN MAESTRO DA NON DIMENTICARE di Mario De Pirro Il tempo, inesorabile, con vasti e spessi strati di polvere tenderebbe a cancellare ogni traccia del passato ma gli eventi, l'operato e le idee degli uomini migliori si tramandano e restano come traccia indelebile che sempre, successivamente, potrà essere da seguire ed imitare. Ecco perché, a 50 anni di distanza, possiamo ancora parlare del Maestro Carlo Grimandi: compositore, didatta, pianista, improvvisatore, elaboratore di canti popolari della sua bella Emilia Romagna. Per comprenderne la personalità, il temperamento raccolto e sensibile dobbiamo però, sia pur sinteticamente, penetrare la città che ne vide la formazione umana ed artistica: Bologna, la città cioè che affonda le sue origini nel più remoto passato con la piena partecipazione al cammino della storia nei suoi avvenimenti, con i suoi più illustri figli, culla e scuola di multiformi ingegni, specchio e misura d'una gloriosa civiltà. L'antica città felsinea degli Etruschi sempre al centro di avvenimenti bellici, politici e commerciali; poi Bononia, nell'XI secolo sede della più antica Università italiana e Patria di numerosi musicisti come il trecentista Jacopo da Bologna, il cinquecentista Adriano Banchieri, anche in musica spirito bizzarro ed arguto; prima per importanza tra le scuole violinistiche italiane alla quale nel '600 si formano i Vitali ed il Corelli, che nel 700 diede all'arte Gianbattista Martini ed il grande Padre Mattei la cui sapienza contrappuntistica si trasfuse e trasformò nella gaia e fresca vena del suo allievo Rossini e, successivamente, nel grande Ottorino Respighi (4 anni or sono commemorato nel centenario della nascita). Una città nella quale il fervore artistico si fonde con l'apporto che alla scienza fu dato da Galvani e Marconi e con l'amore e l'ardore risorgimentale ottocentesco che tutta la avvolse nelle idee e nei moti rivoluzionari. È questo il periodo che prelude alla nascita di Carlo Grimandi, che avvenne ad Anzola di Bologna L'I. 11.1875, da famiglia sobria nelle abitudini e fiera del proprio lavoro. Purtroppo l'immediata gioia di questo avvenimento fu turbata da grave sventura, poiché il bambino rimase cieco subito dopo la nascita! Solo quelle famiglie che hanno provato tali disgrazie possono rendersi conto quale smarrimento e quale dolore lascino questi tristi eventi. Ma ogni circostanza, anche la peggiore, dove esista un solido legame affettivo, un sentimento religioso o uno stretto legame di solidarietà, ha la sua riflessione, la sua rassegnazione e tutto, pur se nella maggiore difficoltà, trova la possibilità di continuare. Ma questo non fu purtroppo il caso di Carlo Grimandi che tra il terzo e quarto anno di vita, perduti uno dopo l'altro i genitori, fu affidato alle cure dei parenti e vicini che ne seguirono i difficili anni della sua infanzia. A 6 anni Carlo Grimandi entrò nell'asilo dei ciechi di Bologna ed è facile immaginare come reagì il bambino in quella comunità di piccoli privi della vista. Timido e riflessivo, trasferito da un centro minore alla grande città palpitante di vita, che dall'esterno faceva giungere al suo orecchio tutti i suoi echi, il bimbo avrà trovato certamente grande sollievo con i giochi atti a distinguere i suoni dalle melodie più semplici, che nelle esecuzioni di voci o strumenti tanto si prestano ad esercitare la memoria musicale o le facoltà dell'orientamento. Così sicuramente avrà reagito, stimolando il suo congenito senso ritmico, dapprima nei ritmi spogli di parole e di melodie, poi riconoscendo le più significative canzoncine imparate, o partecipando ai girotondi o ai semplici canti mimati, maturando il senso della bellezza e dell'armonia. Con la musica, quindi, l'arte che forma ed eleva lo spirito e la sensibilità, Carlo Grimandi trascorse tutto il primo anno nella scuola di Bologna. Proprio in quel 1881 alcuni giovani generosi ed intraprendenti del più nobile casato bolognese, poco più che ventenni, con l'entusiasmo tipico della loro età, vollero occuparsi di quella istituzione che Guglielmo Garignani aveva aperto in Bologna per i piccoli non vedenti. Questi valorosi giovani, basandosi su quanto veniva effettuato in quegli anni all'estero e in altre città d'Italia, volevano utilizzare l'intelligenza e i talenti dei fanciulli privi della vista, riscattandoli da un avvenire incerto e difficile che restituisse a loro la gioia di una vita attiva, liberi dalla schiavitù dell'ignoranza e dell'indigenza, e alla società la fortuna di fruire delle loro capacità, degli esempi, delle virtù che sarebbero derivate come risposta sicura da questi piccoli una volta bene educati ed istruiti. Erano questi giovani, il conte Francesco Cavazza, l'avvocato Franchi, il conte Salina, il marchese Scarselli, che, prelevando la scuola dei ciechi di Guglielmo Garignani, si ispirarono a quanto era già stato fatto in modo particolare in Francia alla Fondazione « Valentin Hauy» dove tanti giovani ciechi si erano istruiti per la vita e per l'arte, primo tra essi Luigi Braille che ideò e diffuse la scrittura in rilievo che da lui prese il nome. «La rivolta del tatto contro la vista» come affermava Pierre Villey nel 1909, la quale diede a chi non vede l'indipendenza nello scrivere e nell'utilizzare questo mezzo a suo agio e discrezione per leggere o studiare, per comporre musica, poesia o ciò che la mente può dettare in intimità e libertà assoluta. Tale metodo di comunicazione, che resterà il più valido rispetto a tutti i sussidi finora utilizzati, fu largamente usato anche dal «Configliachi» di Padova, l'istituto dove al fianco di numerosi musicisti si formò anche il grande LuigiBottazzo che svolse contemporaneamente l'attività di didatta, compositore e di organista presso la Basilica diS. Antonio a Padova. Altrettanto dicasi dell'Istituto per ciechi di Milano dove dal 1840 gli allievi erano indirizzati oltre che all'attività musicale a quella letteraria e tra essi annoverava allievi destinati ad un grande avvenire. Ottimi risultati andava raccogliendo in quegli anni Domenico Martuscelli che da tempo si dedicava all'educazione musicale e letteraria dei giovani ospiti non vedenti napoletani e proprio a Napoli il giovanissimo Gennaro Fabozzi (divenuto poi un grande pianista) faceva diffondere la sua fama per la sua dedizione allo studio del violino e del pianoforte. Come dimostrano l'ottimismo e l'entusiasmo di quei giovani benefattori, il conte Francesco Cavazza, forte dell'incoraggiamento e dell'aiuto che gli si porgeva, poteva ben assumere la responsabilità e la guida dell'istituzione bolognese che prese il suo nome, restando fedele all'impegno preso ininterrottamente fino alla morte. Il conte Cavazza ebbe per la sua scuola intuizioni e spirito da innovatore formando in essa musicisti, letterati, avvocati, filosofi non vedenti illustri, indice di un moderno criterio di orientamento professionale che sta a sfatare la tradizione secondo la quale i ciechi sarebbero relegati ad un limitato numero di professioni o mestieri. Il 1882, dunque, è il primo anno in cui Francesco Cavazza prese ad occuparsi in maniera diretta dell'Istituto dei ciechi. Lo colpì subito l'intelligenza, il carattere mite e riflessivo di Carlo Grimandi che, giunto ormai sui sette anni, non solo partecipava ai giochi, ma si interessava a tutto: col suo formidabile senso ritmico ed orecchio musicale, con estrema facilità e destrezza oltre che dilettarsi nella musica usava l'alfabeto Morse e la scrittura Braille. Il Maestro Luca Briganti-Mobili, dopo alcuni anni di insegnamento, potrà con sicurezza affermare come «nell'animo di Grimandi alberghino profondi e delicati sentimenti che nella musica troveranno la loro migliore espressione». Anzi, ascoltando le sue prime brevi composizioni constaterà ancor di più le naturali doti di questo fanciullo e la vivacità di una fantasia ricca di inventiva. Espressioni di vivo rallegramento per i progressi dell'arte del Grimandi ebbe anche il maestro Zuelli, che pure lo ebbe ad allievo. Il Conte Cavazza volle che un veneziano, Felice Boghen a quei tempi giovanissimo ma destinato a brillante carriera di insegnante, di compositore e revisore che contribuì alla rinascita della musica strumentale in Italia, perfezionasse quanto avevano iniziato i precedenti maestri abituandolo a destreggiarsi tra gli accordi in modo che il suo senso armonico, attraverso le regole della composizione, gli svelasse quel segreto linguaggio per il naturale sfogo e sollievo della sua giovanile ispirazione. Molte sensazioni e ricordi dell'infanzia si svegliavano nell'anima di Grimandi e venivano espresse nei suoi brani musicali. Le sue composizioni rivelano infatti i vari stati d'animo che non si staccano mai da una tenue malinconia. Le varie esperienze arricchivano il suo spirito e la sua personalità, influenzata anche dalla presenza in collegio di intelligenti compagni con i quali era utilissimo lo scambio dei buoni sentimenti e la constatazione della serietà con cui anch'essi affrontavano i loro studi. Le loro conversazioni infatti rappresentavano momenti felici per la formazione e il rinvigorirsi dei loro intelletti. Dal 1891 ha inizio l'ulteriore perfezionamento di Grimandi nella composizione ad opera di Alessandro Busi che dal 1865 insegnava nel Liceo musicale e successivamente diresse il Teatro comunale di Bologna annoverando il Grimandi tra i suoi numerosi ed illustri allievi. Nell'ultimo decennio del secolo, agli allievi dell'Istituto dei ciechi di Bologna, giunse graditissima l'iniziativa del Conte Cavazza il quale, lieto dei loro progressi culturali, volle premiarli facendoli partecipare alle serate dei migliori salotti della Bologna fine secolo, certo che i suoi giovani si sarebbero fatti apprezzare, avrebbero potuto fare buone conoscenze avvantaggiando la loro esperienza ed il gusto del sapere e della novità. Avrebbero potuto conoscere di persona poeti, musicisti e scienziati sentendo dal vivo la loro voce e la loro arte. Un'idea che piacque a tutti e particolarmente al Grimandi che ritenne da quelle occasioni impressioni indimenticabili: nel salotto del Barone Prato conobbe l'insegnante di pianoforte del Liceo musicale, Gustavo Tofano, il quale dopo averlo sentito suonare accettò di impartirgli delle lezioni pianistiche utilissime alla sua formazione. Nell'ambiente artistico bolognese il Grimandi si appassionò alla musica di Wagner, come in poche altre città d'Italia apprezzata e conosciuta in quel luogo negli ultimi decenni dell'800. Ci narra egli stesso di quella «sera della primavera del 1892 quando il Marchese Giovanni Mazzacorati architettò» di accompagnarlo a due rappresentazioni al santuario di Wagner a Bayreuth dove, nell'agosto, ascoltò un meraviglioso «Tannhauser» ed un grandioso «Parsifal» che, tornato in Patria, presso il salotto Mazzacorati relazionò ampiamente, entusiasmato nel «Tannhauser» dall'efficace uso dei temi conduttori, dall'attenuarsi dei pezzi chiusi, col maggiore uso del declamato e dal ruolo di primo piano che l'orchestra ha in quell'opera; ed emozionato nel «Parsifal» che rappresenta «la pietà ottenuta attraverso la rinuncia, come stimolo di salvezza e di umanità» dalla musica profondamente religiosa. Interessanti ricordi sono quelli in cui il Grimandi rievoca come in casa del Conte Cavazza ebbe una sera la sorpresa di essere presentato al Carducci; mentre il Poeta leggeva la sua «Dipartita», egli improvvisò al pianoforte una parafrasi musicale di tale poesia. A questi momenti di profonda commozione, si deve aggiungere la gioia di aver conosciuto in quelle serate salottiere altri meravigliosi artisti tra i quali i due grandi direttori d'orchestra Rodolfo Ferrari e Arturo Toscanini allora alle prime armi dell'attività direttoriale. Una ulteriore riflessione ci porta ancora una volta a considerare l'opera di uomo saggio e buono che ci ispira il Conte Cavazza, esempio ed insegnamento per tutti coloro che sono chiamati con amore e sensibilità a svolgere l'attività di educatori per la formazione dei giovani privi di vista: egli dovette sperimentare tra i primi, come fosse difficile ottenere la comprensione e la fiducia delle persone appartenenti al mondo della scuola e della cultura che allora come oggi o più di oggi opponevano pregiudizi e ostacoli all'istruzione dei giovani ciechi mettendo in dubbio le capacità e l'intelligenza dei più dotati non vedenti anche quando facevano onore al loro nobile ed indomito sostenitore. Per fortuna nell'ambiente del Liceo musicale «Martini» di Bologna la valentia dei musicisti che si alternarono nell'insegnamento e alla direzione di quel Liceo musicale si unì spesso allo spirito umanitario e alla capacità di un reale riconoscimento artistico verso i più dotati privi della vista: nel 1898 il grande Maestro Giuseppe Martucci, compiacendosi con il Grimandi per il brillante esito dell'esame, dopo avergli rilasciato il diploma in composizione strinse con lui amicizia rimanendo in rapporti epistolari anche dopo che si trasferì a Napoli per dirigere il conservatorio di quella città. L'anno del diploma Grimandi lasciò l'Istituto di Bologna per andare a vivere con una sorella, intraprendendo da privato l'attività di musicista. Secondo quanto dice egli stesso nella nuova situazione non si trovò a suo agio: l'ambiente musicale esterno all'Istituto non lo favorì nel dargli comprensione e lavoro, e per circa dieci anni attraversò un periodo di depressione nel quale credette di aver perfino perduto le sue doti artistiche dubitando talvolta di averle mai possedute. Non gli mancò tuttavia la stima e l'affeto dei suoi più intelligenti compagni di studio; il professor Augusto Romagnoli ad esempio parlò con tanta ammirazione di lui nella «Roma letteraria» da favorirgli la preziosa amicizia del Conte Guido Chigi Saracini di Siena, il famoso mecenate della musica che tanto lo sostenne in quel triste periodo della sua vita. Il Maestro Marco Enrico Bossi, che dal 1902 prese a dirigere il Liceo musicale di Bologna dopo il trasferimento di Giuseppe Martucci, per la stima verso il Grimandi contribuì molto a sollevarlo moralmente esprimendo giudizi lusinghieri sulle sue quaranta «Liriche» che consigliò di dover pubblicare «tutte in blocco» in unica raccolta «come si era fatto con i Lieder di Schumann e di Brahms». Il grande filosofo e pedagogo Augusto Romagnoli lo volle ospite per qualche mese all'Istituto di Roma dove egli svolgeva la sua attività di sperimentazione quale educatore indimenticato dei ciechi, per comunicare alle sue alunne la scintilla viva che Grimandi, da vero artista, sapeva trasfondere in coloro che lo ascoltavano e lo avvicinavano. Anche in quella circostanza il Grimandi, che si dimostrò convinto assertore «sul danno che viene all'educazione dei nostri ragazzi dalla preoccupazione di specializzarli al più presto», mise in evidenza l'idea, pienamente condivisa dal Romagnoli, di «insegnare a tutti i ragazzi la musica per educare l'immaginazione e il sentimento»; e di tali opinioni da infaticabile didatta, fu assertore convinto dal 1919 quando finalmente potè assumere la carica di Direttore della musica all'Istituto Cavazza dove ammirato ed amato da tutti, dette la parte migliore di sé ravvivando e rafforzando in ognuno l'amore al bello, al buono, infondendo il vivo desiderio della perfezione morale e ideale tanto agognata. Tale incarico il Grimandi ricoprì fino agli ultimi anni della sua vita quando una paralisi progressiva affaticò e indebolì a tal punto l'insigne Maestro che trascorse tra la poltrona e il letto le sue ultime lunghe giornate di vita terrena. Morì il 13 giugno 1933 e profondo fu il dolore di quei pochi amici che avevano saputo trovare la più viva espressione nella magia della sua arte. Le sue musiche, l'eredità di luce e di fede che egli ha lasciato in esse, ricche di vita, serene e delicate, parlano ad un ristretto pubblico di anime raccolte e pensose che sanno ancora oggi cercare ed accogliere la bellezza e la gentilezza come uno dei valori supremi della vita. Contemporaneo del Grimaldi fu il pianista Antonio Calderara. Come il Grimandi aveva tenuto in Bologna la cattedra di Armonia e Composizione, il Calderara ebbe la Cattedra di Pianoforte che tenne fino alla morte. Col Grimandi, nel salotto del Conte Cavazza si esibirono, quali valenti interpreti, incoraggiati dai più illustri personaggi che li ascoltavano. Specialmente del Grimandi, come abbiamo detto, il Carducci espresse giudizi molto lusinghieri. Antonio Calderara nacque a Bologna il 2 agosto 1881. Rimasto privo di vista al cominciare dell'adolescenza, fu ammesso nell'Istituto dei Ciechi di Bologna, dove ebbe i primi lumi musicali dal Maestro Luca Briganti Mobili. Il Calderara, uscito dall'Istituto nel 1902, potè compiere e perfezionare i suoi studi sotto l'eccellente guida dei valenti professori Filippo Ivaldi e Bruno Mugellini e così conseguire nel 1905 il Diploma di Magistero di Pianoforte nel Liceo «G.B. Martini» e nel 1906 alla Regia Accademia Filarmonica diBologna. Le sue rare doti di artista geniale e di insegnante provetto non tardarono ad essere conosciute ed apprezzate; tanto che egli, fu quasi subito chiamato ad esplicare l'opera sua sapiente ed illuminata nell'Istituto dove i suoi studi ebbero inizio. Il suo zelo e la sua valentia attirarono presso di lui un largo stuolo di giovani alunni fra le migliori famiglie cittadine, tanto da formarsi a domicilio una accreditata scuola di pianoforte. Durante questo lungo periodo di insegnamento, molti dei suoi allievi conseguirono il Diploma di Magistero di Pianoforte e parecchi di questi a pieni voti. Lo spirito acuto e profondo, il sereno ed equanime giudizio di critica spassionata, di cui il Calderara era dotato, gli meritarono l'onore di essere nominato Censore per gli Esami di Pianoforte della Regia Accademia Filarmonica di Bologna. Per lunghi anni tenne la Cattedra di Armonia al Cavazza il Maestro Alberto Mignani, che per la sua personalità di insegnante, sebbene molto modesto ed umile, non può essere dimenticato in questa rassegna. Alberto Mignani, nato il 18 giugno del 1879, entrò nell'Istituto dei Ciechi di Bologna il 20 marzo 1888. Dimostrò subito singolare disposizione per la Musica, nella quale ebbe ad insegnanti il Maestro Briganti, il Maestro Ugo Dalla Noce ed il Maestro Carlo Grimandi. Nel luglio 1900 ottenne felicemente il Diploma di Maestro Compositore. Uscì dall'Istituto nell'agosto dello stesso anno. Fuori dall'Istituto esplicò la sua attività di musicista quale organista e dando lezioni di musica (armonia, pianoforte e canto corale), riuscendo, non senza sacrifici e privazioni, a provvedere decorosamente a se stesso dopo la morte di suo padre. Pubblicò alcune operette: «Una festa al villaggio»; «II sacrificio della figlia di Jefte»; «L'oca del sindaco». Pubblicò inoltre «Dodici cori per l'Infanzia e l'Adolescenza»; alcune romanze: «L'accompagnatore Gregoriano»; «L'Inno Patetico degli Orfani di Guerra»; composi zioni di carattere religioso. Fu assunto all'insegnamento nell'Istituto dei Ciechi di Bologna nel marzo del 1913. Insegnò Armonia, Solfeggio, Canto Corale, Organo Complementare, e Musicologia. Contemporaneo al Calderara ed al Mignani, il Belletti merita particolare considerazione. Antonio Belletti nacque a Bologna il 29 dicembre 1882. Il padre, medico, morì, lasciando i figli in tenera età. Il Belletti, nato con la vista già seriamente compromessa, fu cieco completamente all'età di nove anni; rimase poi orfano anche di madre all'età di dodici anni. Fu ammesso all'Istituto dei Ciechi di Bologna ed avviato agli studi medi ove riuscì brillantemente. Dedicatosi alla musica, come allo studio in cui le sue doti naturali meglio si esprimevano, seguì l'intero corso di pianoforte, prima sotto la guida dei Maestri Briganti e Dalla Noce, e nell'ultimo periodo con Filippo Ivaldi. A quel tempo non esistevano testi musicali, né scolastici in scrittura Braille ed il Belletti con tenacia e pazienza, trascriveva le musiche che poi apprendeva a memoria. Il 23 giugno 1904 il Belletti sostenne l'esame di Magistero di Pianoforte, presso il Liceo Musicale G. B. Martini di Bologna (di cui era allora direttore Marco Enrico Bossi) e già in quella occasione egli espose una tesi sull'insegnamento del pianoforte, di idee avanzate, che più tardi illustri metodisti avrebbero convalidata. A quel tempo i ciechi incontravano nella società diffidenza e compassione, e una certa renitenza ad essere accettati come insegnanti, professionisti ecc. Il Belletti allora, scoraggiato da tanta avversa fortuna e appassionatosi nel contempo allo studio dell'organo, volle specializzarsi in quello strumento; si recò a Loreto, ove seguì un breve corso sotto l'insegnamento del Maestro Ulisse Mattei. Tornato a Bologna, si diplomò a pieni voti all'Accademia Filarmonica di quella città. Poi, seguito regolarmente il corso di Organo al Liceo Musicale di Bologna sotto la guida del maestro Mattili e con i consigli di Marco Enrico Bossi, vi si diplomò nel 1910 a pieni voti. Nel 1911 fu invitato a Roma per una esecuzione organistica alla presenza della Regina Madre, Margherita di Savoia, che volle poi, compiaciuta del brillante successo, congratularsi di persona e per lettera con l'artista. Cominciò allora la carriera di concertista d'organo, prima a Bologna, appunto con un concerto al Liceo Musicale stesso che lo aveva avuto allievo, poi a Roma, e successivamente a Milano, Bologna, Venezia, Roma nuovamente. E ancora a Como, Parma, Firenze, Ferrara, Lugano, Trieste, Pola, e alla Scuola Pontificia di Roma al Congresso di Musica Sacra. Il Belletti più tardi volle poi seguire il corso di composizione a Roma, sotto l'insegnamento del Maestro Guido Guerrini e nel 1927 si diplomò alla Accademia di Santa Cecilia, ove aveva già conseguito anche il diploma di organo nel 1914. Nel 1926 la notorietà già acquistata gli valse la chiamata dal Comune di Bologna, a reggere la cattedra di Organo al Liceo Musicale «G. B. Martini», che egli tenne fino al 1930. Dal 1907 era poi insegnante di musica all'Istituto dei Ciechi «Francesco Cavazza» di Bologna, ove tenne l'insegnamento di Organo, Improvvisazione e Contrappunto, Pianoforte, Didattica e Analisi Musicale fino a tutto il 1943, anno della sua morte. Conobbe amare avversità e sventure. Nel 1927 la moglie amatissima, Illa De Angeli, sposata a lui da un anno, moriva dando alla luce una bambina. Risposatosi poi nel 1929 con Elda Giorgi, che fu poi a lui compagna e guida sicura e forte e madre amorosissima alla piccola figlia. Nel 1930 una nuova ingiustizia lo colpiva. Noto per le sue idee politiche contrarie al fascismo, dovette subire l'affronto di perdere l'incarico per l'insegnamento di Organo principale e complementare al Liceo Musicale di Bologna, incarico che non fu mai rinnovato. Folte schiere di allievi ricordano il suo insegnamento illuminato e la sua parola di maestro sensibile e di artista. Durante gli ultimi anni della sua vita, quando si dedicava alla carriera concertistica di pianoforte, oltre che a quella di organo, presentando unitamente ai programmi di concerto, teorie sul metodo di esecuzione e profili critici sull'opera dell'autore, specie di L. Van Beethoven, fu colpito da una grave malattia di cuore. Un ultimo attacco lo stroncava nella notte del 2 giugno 1943. La sua opera di insegnante rimane ancor viva e presente nella testimonianza dei numerosi allievi dell'Istituto dei Ciechi di Bologna, ai quali egli dedicava cure di maestro, ma anche affetto e comprensione di padre e di amico. Alcuni di essi egli seguì negli studi, disinteressatamente fino al compimento e oltre i normali corsi dell'istituto stesso. La didattica pianistica ebbe in Lui uno studioso profondo e acuto ed interessanti scritti rimangono ancora presso la Scuola suddetta. Tenne interessanti ed importanti conferenze «sulla capacità del cieco come insegnante di pianoforte» e «sulla educazione del cieco considerata nelle sue basi fondamentali». Fu autore di liriche, composizioni orchestrali, per organo, per pianoforte, per arpa, per violino e pianoforte, per violoncello. Da ricordare tra le principali di esse: un Trio, una Cantata, una Suite per Grande Orchestra, un'altra Suite trascritta per Banda dal Ranalli ed un Preludio per Orchestra. L'Istituto per Ciechi «Cavazza», dopo essere divenuto sezione staccata del Conservatorio «G.B. Martini)) di Bologna, ed aver dato buoni risultati anche in quella veste, finita la sua attività di scuola letteraria e musicale, nel corso degli anni 70, è stato rivolto ad altri indirizzi lavorativi, quelli dell'informatica, nei quali le capacità dei non vedenti danno risultati più che soddisfacenti. Tuttavia tra i suoi ultimi insegnanti troviamo i nomi di Ottavio Orioli, che con indiscussa competenza e con prestigio tenne una delle ultime cattedre di pianoforte; Umberto Terranova, che tenne la cattedra di armonia, organo e di altre materie complementari; e i nomi di altri allievi che si sono distinti dopo avere avuto la formazione musicale al Cavazza. Infatti dai Maestri Orioli e Terranova sono derivati: Novello Roman Ross, le sorelle Petricig, Lucio Giardini, Ferruccio Gumirato, del quale viene fatta menzione in altra parte di questo volume per la sua intensa e copiosa attività artistica (apprezzatissimi ovunque i suoi numerosi concerti in duo pianistico con la moglie Giuliana Damiani) e sociale. Prima di chiudere questa rassegna di artisti provenienti dal Cavazza, scusandoci con tutti quelli che per difetto delle nostre ricerche ci sono sfuggiti, nonostante il loro valore e le loro qualità, terminiamo con una serie di nomi appartenenti a personalità che si sono notevolmente distinte: Giuseppe e Ida Marzi, Ines Vaudano, Dino Mozzanti (tutti prematuramente scomparsi), Giuseppe Coscio, Nicola Diaferio (diplomato a pieni voti), Carlo Gasparino (viva intelligenza, sensibilità non comune, volontà tenace e ferrea; deceduto ad Alessandria il 4 agosto 1972), Dino Borghi, Franco Petrocchi, Maria Magnini, Pietro Proietti, Armando Giardini ecc. Sono degni di particolare ricordo Esterina Savorgnani ed Erasmo Enea: Esterina Savorgnani, eccellente pianista, ricca di doti umane ed artistiche, scomparsa il 19 settembre 1977, che dopo avere svolto attività di insegnamento presso le scuole elementari per ciechi del «Configliachi» di Padova, fu organista presso il villaggio di Risano, suo paese natale. Erasmo Enea, divenuto apostolo dei non vedenti siciliani, che dopo essersi formato al «Cavazza», come vedremo operò in Palermo ove si è spento nel 1984. Per i non vedenti del Friuli-Venezia-Giulia, preziosa è risultata l'operosità, svolta per decenni in Udine, nelle attività artistiche e sociali, dal Cav. Prof. Rubens Luppi, anch'egli formatosi al Cavazza. CAPITOLO NONO ALTRE SCUOLE ITALIANE DEL PRIMO '900 E CONSERVATORI NEI QUALI SI SONO FORMATI GIOVANI MUSICISTI NON VEDENTI Il glorioso cammino compiuto dalle più importanti scuole italiane, che pur se furono costituite agli inizi dell'800, dopo la fondazione delle consorelle francesi, inglesi ed americane, hanno avuto un notevole successo per le mete ed i fini raggiunti, fu percorso anche da altre scuole minori le quali se anche oggi hanno indirizzato la loro specializzazione in altri campi, con i molti Conservatori delle varie città (specialmente dove l'azione delle sezioni provinciali dell'Unione Italiana Ciechiè più efficace), hanno previsto inizi di studi musicali per tutti gli alunni che rivelano disposizione verso quest'arte. TORINO Qui, nella seconda metà dell'800, l'Istituto dei Ciechi era abbastanza noto. Tra i primi dieci allievi si ricorda Antonio Clerico da Villastellone, violinista che rimase insegnante nell'Istituto stesso. Ad undici anni vi entrò Antonio Elleno, che compì in esso non solo gli studi musicali, ma anche quelli letterari. Elleno studiò il violino col Maestro Maurizio Giovannetti e ben presto, data la sua particolare disposizione, verso quello strumento, potè esibirsi in pubblico a Torino ed a Vercelli e lo stesso Principe Amedeo duca d'Aosta e la principessa Elisabetta di Baviera, duchessa di Genova, ascoltarono le sue esecuzioni. In Vercelli, la città, dove era nato, il 9 novembre 1868 e dove da piccolo aveva perduto la vista, dopo i riuscitissimi studi torinesi, continuò a perfezionarsi nel violino con l'incoraggiamento di Camino Sivori intraprendendo lo studio del contrappunto col maestro Vincenzo Pozzuolo; utilissimi gli furono i consigli del maestro Geremia Piazzano. Ancora giovane si produsse in un concerto con accompagnamento d'orchestra al Teatro Vittorio di Torino, riscuotendo il meritato plauso degli spettatori e per la rinomanza che sempre più andava acquistando, nel 1900, su invito del Ministero del Commercio Francese, prese parte ad un concerto internazionale tenuto dai più importanti musicisti ciechi d'Europa. In quell'incontro fu ammiratissima la sua tecnica di violinista provetto; qualche anno dopo, nel 1905, per una manifestazione analoga, lo troviamo in un concerto dell'Istituto dei Ciechi di Milano, dove la sua esecuzione della sonata «Il trillo del diavolo» di Tartini, con una propria bellissima cadenza, suscitò pari successo. La sua attività continuò prodigiosa come concertista in Italia ed all'estero e come insegnante, profuse tutte le sue doti in numerosi allievi. Insegnò a Milano nel Collegio femminile delle figlie del Sacro Cuore e fu pure organista della parrocchia Prepositurale di San Gregorio Magno. Fecondo compositore scrisse musica per violino, altra musica da camera e specialmente musica sacra. Pregevole la sua musica vocale: le romanze; due cori e voci miste (Nella foresta e il Mare); una cantata "A Sera", su versi del Fogazzaro con orchestra; un coro a quattro voci miste su versi di Dante (quella preghiera alla Vergine che, come dicemmo, fu premiata nel 1920 al Concorso che fu indetto dalla Commissione Organizzatrice del Congresso Nazionale dei Ciechi a Genova, da cui nacque l'Unione Italiana Ciechi); «Le sette parole del Nostro Signor Gesù Cristo» (Milano, Chiesa di San Gregorio Magno, Venerdì Santo 1923); una cantata per il cinquantenario manzoniano sul coro dell'«Ermengarda» morente nella tragedia « Adelchi» a tre voci femminili con pianoforte, armonio ed archi ad libitum. Altro maestro dell'Istituto per Ciechi di Torino fu Benedetto Cerato, nato intorno al 1870 a Torino stessa e morto a Dogliani (Cuneo) nel 1952. Benedetto Cerato, privo della vista fin dall'infanzia, compì i suoi studi nell'Istituto dei Ciechi della sua città, dove studiò con amore e passione la musica. Apprezzato organista, svolse la sua attività nella Chiesa di San Francesco di Assisi; fu buon compositore di Musica Sacra, inoltre molte delle sue messe e mottetti furono editi. Oltre che alla sua attività di insegnante svolse quella di capo-orchestra al tempo del cinema muto. Nel corso della vita si trasferì a San Remo e a Dogliani, nel cui cimitero è sepolto. Il 17 gennaio 1966 si è spento a Rosta (Torino) il Maestro Leopoldo Aschieri all'età di 75 anni. Il Maestro, che dovremo ancora ricordare per la sua attività a Trieste, all'Istituto Regionale per Ciechi di Torino aveva insegnato per ben 46 anni musica. I suoi numerosi allievi lo ricordano come il Maestro buono, sensibile, generoso. La sua laboriosa vita terrena si è chiusa in silenzio, così come in silenzio e modestia egli svolse la sua opera, intesa ad affinare le qualità musicali dei giovani alunni. Un altro musicista torinese scomparso nel gennaio del 1986 proprio a Torino, fu Guglielmo Vassio. Egli aveva dedicato tutta la sua attività all'insegnamento ed alla musicologia, lasciando notevoli lavori in questo campo, e collaborando per molti anni con l'Unione Italiana Ciechi e con l'Organizzazione Mondiale per la Promozione Sociale dei Ciechi, per l'unificazione della nutazione musicale Braille; in questo incarico svolse un importante ruolo. Persona amabile ed entusiasta il Prof. Vassio si impegnò a fondo per il rilancio della professione musicale fra i ciechi, di cui lamentò la notevole carenza verificatasi in questi ultimi anni. Un'altra allieva dell'Istituto di Torino, che sta facendo onore alla scuola da cui deriva, è la Proffessoressa Michelina Giraudo, la quale, diplomata in pianoforte, è titolare di una cattedra nel Conservatorio di Cuneo. Svolge il suo insegnamento con tanta passione e, per continuare a godere della fiducia dei suoi allievi e della stima dei suoi colleghi, amplifica sempre il suo repertorio, ostacolata soltanto dal problema che assilla tutti i musicisti non vedenti del nostro tempo:quello della scarsità dei libri. Infatti, ha pienamente ragione poiché la Stamperia Regionale Fiorentina si limita a ristampare ciò che resta dei cliché che non sono andati perduti nella seconda guerra mondiale; la Biblioteca di Monza raramente prepara, per i suoi nuovi abbonati musicisti, opere nuove; le Biblioteche estere, con i loro cataloghi spesso scritti in Braille stenografato, non scrivono per esteso neppure i titoli delle opere ed i nomi degli autori. Per questo facciamo nostra la sua proposta in questo clima di europeismo di invitare la stessa Biblioteca di Monza a preparare per i suoi utenti cataloghi musicali stranieri tradotti, aggiornando i prezzi ogni volta che questi vengono ricevuti dalle altre Nazioni. Con l'augurio che anche in Italia nuovi trascrittori vogliano imitare la precisione di alcuni dei migliori di loro che operarono nel passato, saluteremmo volentieri anche trascrizioni di compositori moderni o brani che fornissero ai colleghi i pezzi d'obbligo spesso richiesti nei molti concorsi nazionali ed internazionali, utilissimi ai giovani che volessero parteciparvi. GENOVA L'Istituto per Ciechi «David Chiossone» trova il suo atto di fondazione nel 1868, ad opera del medico Dott. David Chiossone, genovese. Sin dall'inizio dell'attività dell'Istituto, fu istituita in esso una scuola musicale, alla quale hanno dato lustro i maestri ciechi: GiovanniLagomarsino, che insegnò sino al 1932; Antonio Onteto, che insegnò fino al 1930 e Pietro Delio, che insegnò armonia e composizione dal 1932 al 1945. Emerito maestro di organo e composizione organistica fu Filippo Ghiglione, compositore e titolare della cattedra di Organo e Canto gregoriano per lunghi anni. Nel 1906, nel Concorso nazionale per Organo, egli meritò la prima distinzione: la medaglia d'oro. Morì a Genova nel 1950. Finché è stata insegnata musica nell'Istituto «D. Chiossone» hanno dato lustro alla scuola musicale i maestri ciechi: Armando Mazzarello, titolare della Cattedra di armonia e composizione e Michele Dameri, titolare della cattedra di pianoforte. Michele Dameri ha conseguito il diploma di Pianoforte presso il Conservatorio «G. Verdi» di Milano riportando la massima votazione. Egli è pure diplomato in Composizione, Organo, Polifonia e Canto Corale. Ha tenuto numerosi concerti in Italia e all'estero, nei quali pubblico e critica gli sono sempre stati larghi dei più caldi consensi ('); si è pure prodotto alla Radio italiana, svizzera, austriaca e tedesca. Nel concorso internazionale di Monaco di Baviera del 1952 ha ottenuto un diploma d'onore. Tra le grandi personalità del campo musicale che lo hanno ascoltato ed hanno espresso i più lusinghieri giudizi, si possono citare: Luigi Perracchio, Virgilio Mortari, Oscar Delvigne, Franco Alfano, Nino Rossi, del quale è stato allievo, Eugen Jochum. George Migot lo ha definito: «Vero musicista del Pianoforte sia per la sua tecnica e per le sue sonorità, che per la musicalità delle sue interpretazioni» (2). Edwin Fischer che lo ha invitato a presentarsi a suo nome, gli ha espresso la sua alta ammirazione con una dedica efficace.Al «D. Chiossone» di Genova si sono formati anche i Professori Luciano Lanfranchi e Melchiorre Pasquero. Entrambi hanno svolto attività concertistica e svolgono insegnamento di Pianoforte in Conservatorio. Il Prof. Pasquero fu nomina nota. 1 «Una vivissima sensibilità artistica è la qualità più evidente del pianista Michele Dameri: si innesta su una preparazione tecnica che consente esecuzioni impeccabili, doti fondamentali mostrate in opere monumentali, quali la "Sonata op. 110" di Beethoven e gli "Studi Sinfonici"di Schumann, capolavori ricchi di una spiritualità intensa che il pianista ha profondamente sondato; ottima pure l'interpretazione dei brani di Chopin e di Franck». (Questo in sintesi un giudizio che riportiamo di A. Grasso). (2) Analogo, ammirato giudizio esprime I. Lapolla, su "Il Tirreno" di Livorno, ascoltando Dameri nel suo vasto repertorio che abbraccia il Classicismo, il Romanticismo, l'Impressionismo, il Modernismo. to addirittura nella cattedra di pianoforte principale del Conservatorio di Piacenza e di Torino; dovendo naturalmente rinunciare ad una di esse, è rimasto titolare a quella del Conservatorio di Piacenza. Del Prof. Lanfranchi, in diversi concerti nelle varie città dove si è esibito, sono state ammirate le qualità tecniche ed interpretative. Egli è tra coloro che rilevano le difficoltà che incontra oggi il giovane non vedente dotato, per perfezionarsi negli studi musicali e nel concertismo. Pensa che rilanciare la attività musicale nella categoria sarebbe possibile, purché si fornissero ad essa i mezzi reali per una seria preparazione; più edizioni di ogni libro in Braille, senza lasciare che gli allievi si debbano arrangiare da soli; indica, insomma, le stesse vie additate da altri. Da Genova, dove svolge attività di insegnante, Giorgio Martini spesso si allontana per i suoi concerti di pianoforte, sempre acclamati dal pubblico. PALERMO Una parte preminente tra le scuole musicali di fine secolo ebbe VIstituto «Florio ed A. Salomone» diPalermo, sorto per iniziativa popolare nel 1891 inaugurato il 10 ottobre 1892. Ebbe all'inizio un interesse preminente per la parte musicale, mediante lo studio, sempre più sviluppato del violino e del violoncello, del pianoforte e dell'organo, dell'arpa, del mandolino e di qualche strumento a fiato fino al conseguimento del diploma o della licenza. Perfino il direttore del Conservatorio di Palermo, interessandosi all'attività musicale di questo istituto, diresse in esso dei piccoli complessi di musicisti ciechi. Fra gli allievi di maggior rilievo come artisti di questo primo periodo, vanno ricordati il violinista Settimio Seidita, che per la perfetta esecuzione de «L'Usignolo» al violino, accompagnato al pianoforte dalla Professoressa Maria Buttacavoli, al Congresso dei Ciechi in Roma del 1906 fu particolarmente acclamato e soprannominato addirittura «L'usignolo del violino». Altri musicisti di primo piano di questa scuola furono nei primi decenni del nostro secolo Salvatore Dispensa e Santi Spinello, compositore ed artista. Pianista di gran vaglia in Italia e all'estero fu il maestro Gerlando Tedesco (nell'ambiente conosciuto per Gigi Tedesco), il quale, soltanto perché sfornito della partitura del pezzo d'obbligo, richiesto nel concorso indetto nel Congresso di Genova del 1920, non si aggiudicò il primo premio di pianoforte, ma fu segnalato fra i primi fuori concorso. Come pianista era insuperabile nella esecuzione delle ottave. Fu poi anche insegnante e direttore nell'ultimo periodo di questa scuola musicale. Proprio all'Istituto «Florio - Salomone» ha svolto attività di insegnante Erasmo Enea, nato a Partinico nel 1913 il quale, persa la vista in tenera età, si dedicò, da ragazzo, allo studio della musica, diplomandosi al «Cavazza» di Bologna in pianoforte ed in canto corale. Proprio a Palermo venne a svolgere la funzione di docente per pianoforte nell'Istituto per ciechi e di canto corale nella Scuola pubblica, mostrando sempre passione e scrupolosa serietà professionale. Nel 1940 aveva partecipato, come aerofonista, al 11° conflitto mondiale, sfidando sulle montagne, fame, freddo e pericoli, con coraggiosa abnegazione. Seppe colloquiare con i giovani, sensibilissimo ai loro problemi, battendosi per essi con anima e corpo. Oltre i suoi meriti artistici ricordiamo il suo valore sociale per le validissime iniziative che ebbe nel presiedere la sezione U.I.C. di Palermo. Fu primo a promuovere, in Sicilia, una legge per il collocamento obbligatorio dei centralinisti ciechi che, dall'isola, è stata una conquista che si è estesa a tutta la nazione. Un altro esempio che ci giunge dalla Sicilia appartiene alla Liuteria. A questo artigianato, che riteniamo un'arte, si è dedicato il professor Antonio Ramirez, non vedente dall'adolescenza che, dopo essere stato Preside di Scuola media, trascorre le sue giornate da pensionato facendo il liutaio: il suo violino gli suggerì l'idea di costruirne degli altri e, adattando un locale della sua casa a laboratorio, costruisce violini, mirando sempre più alla perfezione. Nel maggio del 1986 ne aveva già costruiti tre, oggi chi sa? Accanto a costoro, che più emersero, non sono da dimenticare i tanti altri volenterosi e capaci, che nei diversi posti dell'isola hanno trovato e dato vita e luce all'arte della musica, pur nella loro opera pressoché oscura ed ignorata. TRIESTE L'Istituto per ciechi «Cecilia Ritmeyer» di Trieste è sorto nel 1911, ma a causa degli eventi bellici susseguiti, non ha potuto iniziare la sua attività che nel giugno del 1918. La Scuola di Musica ha avuto inizi stentati, sia per la mancanza di alunne e di alunni (otto, all'inizio dell'attività dell'Istituto), sia per scarsa organizzazione e dotazione di strumenti, come pianoforti ecc. Gli insegnanti distintisi nella scuola di musica di questo Istituto sono: la professoressa, signorina Angela Piazza, che vi ha insegnato per 22 anni pianoforte e teoria portando, con competenza ed amore, a buon punto, molti giovani allievi. La seguì il Maestro Leopoldo Aschieri, che abbiamo conosciuto nella sua esperienza di insegnamento a Torino, professionista di grande valore che, pur avendo svolto tale attività per pochi anni al «Ritmeyer», alla sua morte lasciò un bellissimo ricordo di sé. Rinomanza e prestigio presso l'Istituto per ciechi di Trieste, ebbero i Maestri Carlo Tomè, Michele Sufferi ed i loro allievi Luciano Facchinetti e Lidia Vizzini. Di rilievo la figura del Maestro Carlo Tonte, insegnante di pianoforte, compositore e scrittore, nato nel 1898, perse la vista da fanciullo, si diplomò a pieni voti in pianoforte al Conservatorio «Cherubini» di Firenze ed in organo presso il «Pontificio Istituto di Musica Sacra» di Roma. Vinto il concorso, insegnò musica e canto corale all'Istituto Magistrale di Trieste e pianoforte all'Istituto «Ritmeyer». Fu Maestro di cappella nella chiesa di S. Antonio fino alla morte, avvenuta a Trieste il 3 ottobre 1966. Anche il triestino Maestro Francesco Spazzali, va ricordato come il primo cieco che ebbe la cattedra di pianoforte del Conservatorio di Trieste. Avevamo già incontrato questo Maestro all'Istituto per ciechi di Via Vivaio (Milano), dove aveva studiato con Schieppati, ma è qui interessante citare un particolare della sua biografia dove egli ricorda la vigilia dei suoi esami per accedere all'ambita cattedra triestina; dopo due ore circa di una penosa discussione con il direttore del Conservatorio di quegli anni, Federico Bugamelli, si sentì dire: «insomma, io vorrei sapere se un cieco ha sì o no diritto al magistero di pianoforte...!». Lo Spazzali naturalmente non si fece spaventare, elencò tutti i diplomati ciechi docenti in altre città d'Italia ed invitò il Direttore a documentarsi. E aveva ben ragione, poiché noi sappiamo che lo Spazzali fu eccellente insegnante: anche il «Ritmeyer» lo ricorda in questa veste. Fu anche bravissimo esecutore, poiché nel 1935, nel Concorso a Bari per pianisti Ciechi, il secondo premio toccò a lui in aexequo con Silvestro Sasso (il primo era stato vinto da Vico La Volpe). CAGLIARI Notevole attività musicale si ebbe anche nell'Istituto per Ciechi di Cagliari, dove è rimasto famoso il Salone dei Concerti che, nel 1917, fu aperto al pubblico per la zelante opera del maestro Bulzenac. I concerti eseguiti in esso incontrarono tanto il favore e l'interesse di tutta la cittadinanza, che, ancor oggi, nei più anziani, è rimasto un ricordo vivo ed indelebile. Degno di particolare elogio è quel quartetto che dal 1930 al 1939 circa, incontrò molto successo nelle sue esecuzioni. Era formato da Tommaso Basso al pianoforte, AntonioMannole per il contrabbasso, Erminio Tiana per il violino e GiovanniLigios Per il violoncello. Vari Maestri, derivati da questo istituto, hanno conseguito diplomi nel Conservatorio cagliaritano e si sono affermati quali insegnanti, pianisti ed organisti. REGGIO EMILIA L'Istituto Regionale per Ciechi «Giuseppe Garibaldi» di Reggio Emilia, che ora ha cessato la sua attività, ebbe nei primi anni del 1900 una scuola musicale notevole, dalla quale uno dei migliori riusciti fu il Maestro Augusto Bernini. Molti degli alunni, che si sono distinti per gli studi musicali al Cavazza di Bologna, derivarono dall'Istituto «G. Garibaldi». Augusto Bernini, nato a Bagnolo in Piano, prov. di Reggio Emilia, il 3 maggio 1898, dimostrò fin dall'infanzia ardente passione per la musica, e ammesso all'Istituto «Garibaldi» per ciechi di Reggio Emilia, iniziò gli studi con i Maestri Ferruccio Marmiroli per violino, Giuseppe Valentini per pianoforte, Pietro Melloni per l'organo e la composizione. II desiderio e la volontà ferrea di riuscire, superando ogni ostacolo pur attraverso irte difficoltà, gli diedero la possibilità di raggiungere con entusiasmo, lo scopo; e sostenuto dai lusinghieri consigli di valenti maestri, quali: Belletti, Ivaldi, Grimandi, dal 1920 al 1925, ebbe a conseguire ben tre diplomi. Verso la fine del corso degli studi, vennero spesso eseguite, nei trattenimenti e saggi annuali dell'Istituto «Garibaldi» di Reggio Emilia, sue composizioni di genere vario, cori, operette, e musiche strumentali assai apprezzate da tutto l'uditorio. Dal 1925 al 1933 fu insegnante di canto e pianoforte presso l'Istituto Magistrale della stessa città; ivi venivano spesso eseguite, nei saggi finali, le sue composizioni corali a tre e a quattro voci; e partecipava molto applaudito, come solista di pianoforte, nei concerti in onore a Santa Cecilia. Dal 1933 al 1938, in seguito a concorso bandito dal Ministero della Pubblica Istruzione, entrava in ruolo e veniva nominato insegnante di musica e canto nell'Istituto Magistrale di Pontremoli. Dal 1920 poi, organista e maestro di Schola Cantorum nel paese nativo ed altrove, partecipò alla gara Nazionale Organistica indetta in occasione del 7° Congresso dei Ciechi, avvenuta in Genova nel 1920, riportandone il II premio per l'esecuzione della Fantasia e Fuga in Sol minore di Bach. In tal periodo le Scholae Cantorum, formate di fanciulli d'ambo i sessi, eseguivano, del Maestro spesse volte, salmi messe e mottetti, sempre lodati ed apprezzati. Con pari entusiasmo preparava feste scolastiche presso scuole elementari e dirigeva complessi corali del Dopolavoro, di altre organizzazioni, e componeva e rappresentava a Pontremoli nel 1936, un'operetta morale: «La fiamma che nuon muore», ottenendo vivo successo. Il Telegrafo così commentava la musica dell'Operetta: «"La fiamma che non muore" ha uno spartito che va sinceramente lodato e per cui vanno accordati i dovuti onori al valoroso M° Bernini». Analogo elogio era ripetuto dal giornale «La Nazione» di Firenze n. 155 del 30 giugno 1936. L'Istituto dei ciechi di Reggio Emilia, rimasto in attività fino agli anni '60, ebbe Maestri che bene si affiancano al Bernini: tra essi non vanno dimenticati i fratelli Giuseppe ed Ida Marzi, i Maestri Borghi, Bertoni, Carlini, Carlo Barbieri, Lino Bigi, che in Reggio Emilia svolge tuttora attività commerciale di pianoforti ed altri strumenti musicali, ecc. La chiusura dell'Istituto per ciechi di Reggio Emilia ci offre l'occasione di osservare come, dopo il 1970, sia cominciata l'integrazione scolastica degli alunni ciechi che hanno preso a formarsi nelle scuole pubbliche. Alcuni di essi, prima che i tempi avessero maturato tutte le condizioni per affrontare insieme ai compagni vedenti tutte le difficoltà degli studi comuni, hanno dovuto adattarsi e, ove con l'aiuto dell'U.I.C, ove con l'ausilio della forte volontà e della tenacia che caratterizza la parte migliore della categoria, hanno potuto superare ostacoli apparentemente invalicabili e raggiungere le mete prefisse nei vari Conservatori musicali italiani come alunni o come docenti. Ecco una breve rassegna di questi esemplari artisti: PERUGIA Al Conservatorio «G. Morlacchi» di questa città, come tutti gli altri colleghi vedenti, ha frequentato e si è diplomato il pianista Flavio Vezzosi; egli svolge attività concertistica specialmente dedicata alla musica d'insieme e da camera, quale solista dei vari trii, quartetti, quintetti con pianoforte, dei più celebri autori del passato e contemporanei. ALESSANDRIA Nel Conservatorio «A. Vivaldi» di questa città, nel 1972 con la votazione di dieci decimi, conseguì il diploma di Magistero in pianoforte Claudio Careglio di Torino. CAMPOBASSO Nel Conservatorio di questa città Ruggero Livieri è docente d'organo e composizione. Questo nostro valente organista è noto in Italia ed all'estero per i suoi concerti d'organo, che incontrano sempre il favore del pubblico. TRIESTE Presso il Conservatorio «G. Tartini» ha frequentato e si è diplomato in pianoforte Luca Sari con risultati che lasciano intravedere una brillante carriera. PALERMO Luigi Cartia, nato nel 1966 a Scicli, in provincia di Ragusa, ha conseguito il diploma di Magistero in Pianoforte presso il Conservatorio « V. Bellini» di Palermo con centodieci e lode. Per il suo grande amore alla musica e per le sue doti non comuni, già dal 1986, ha intrapreso una brillante carriera con concerti sempre applauditi in varie città d'Italia. Nel 1987 è risultato primo al concorso pianistico nazionale « VIII" targa d'oro G. Martucci»; il Presidente della giuria Maestro Gambissa, il Maestro Fiorentino, la Professoressa Giudici, con altri componenti, hanno designato il Cartia vincitore con entusiastici consensi e con la piena adesione del pubblico che, nella circostanza, ha mostrato commozione ed ammirazione con calorosissimi applausi. Nello stesso anno, 1987, il successo gli arrise anche nel concorso «Alberto Mozzati», svoltosi a Capo D'Orlando nella second" aRassegna nazionale per giovani musicisti. La sonata in si bem. min. opera 35 di Chopin, oltre ad evidenziare grande tecnica pianistica, nelle sue mani, destò sensazioni di maestosità, sensibilità e dolcezza insieme. Col Direttore della Giuria, Maestro Corrado Galzio, che dirige anche il Conservatorio Italiano di Musica di Caracas, tutti i componenti la giuria hanno ritenuto di assegnare una menzione speciale al giovane Cartia per avere «riscontrato, nella sua esecuzione, le qualità superiori che distinguono i veri artisti». Bellissimo esempio il suo da additarsi ai giovani che intendono intraprendere gli studi musicali, o che muovono i primi passi verso quest'arte e i notevoli sacrifici che richiede («la realizzazione dell'uomo passa anche attraverso la musica»). «Argolimpia», che ha il Cartia tra i soci benemeriti, è lieta di mostrare le doti del giovane siciliano che, oltre agli studi musicali, è fornito di diploma di maturità classica e vuole affiancare l'attività musicale agli studi universitari. NOVARA Nonostante le «grosse difficoltà dovute, oltre ai soliti pregiudizi, alla mancanza di materiale, unico non vedente fra gli studenti di chitarra del Conservatorio, Paolo Garganese si è diplomato in chitarra classica. Da qualche anno insegna questo strumento a ragazzi non vedenti nella Scuola Civica di Torino e per supplire alle difficoltà dei suoi alunni prepara un metodo didattico volto a calibrare le particolari esigenze con revisioni e trascrizioni Braille delle partiture in programma ancora assenti nel nostro Paese per gli allievi che affrontano lo studio nei Conservatori di chitarra classica. Dal 30 settembre 1989 il Garganese ha cominciato un giro di concerti per chitarra nelle maggiori città della Spagna per la «O.N.C.E» (Organizzazione Nazionale dei Ciechi Spagnoli), che, tra le sue iniziative, prevede la promozione artistica. A Murcia, ad Alicante, nell'Andalusia, a Madrid ed in altri luoghi, il chitarrista è stato acclamato dal pubblico con calore e successo. La ricchezza e la varietà del suo programma sono certamente le caratteristiche che l'hanno sostenuto e che vanno indicate come esempio ad altri non vedenti che volessero intraprendere, come professione, lo studio della chitarra classica. MILANO Presso il Conservatorio «G. Verdi», primo in Italia come non vedente che si è diplomato in composizione elettronica, crediamo sia Giambattista Zotti, il quale aveva già conseguito il diploma di pianoforte. Probabilmente, poiché non ci è dato sapere altre notizie di lui, il Prof. Zotti di Berlingo (Brescia), dal 1978, quando si diplomò, avrà raccolto meritati frutti per le fatiche dei suoi studi. CAPITOLO DECIMO L'UNIONE ITALIANA DEI CIECHI, ALTRE ISTITUZIONI E OSSERVAZIONI SUI MUSICISTI CIECHI E LA MUSICA L'Unione Italiana Ciechi va considerata come l'ente più qualificato tra tutte le associazioni consimili ed il più autorevole per la protezione dei ciechi. L'istruzione, il lavoro e l'assistenza sono sempre stati gli obiettivi perseguiti per il miglioramento della categoria. Si distingue dalle altre istituzioni perché diretta da persone che non vedono, particolarmente esperte nei problemi dei ciechi e da esse formata e voluta in tutto il territorio nazionale: Consigli Regionali, Sezioni Provinciali e Rappresentanze, l'organizzazione ha una struttura dirigenziale costituita da ciechi. Sotto la guida del Presidente nazionale prof. Tommaso Daniele e di coloro che l'hanno preceduto Aurelio Nicolodi, Paolo Bentivoglio, Giuseppe Fucà e Roberto Kervin, il non vedente dei nostri giorni ha raggiunto quell'educazione nella vita e nel lavoro che lo rendono pienamente qualificato in molte attività lavorative. È del prof. Fucà (') la frase che riassume il lavoro compiuto dai primi tre presidenti dell'Unione Italiana Ciechi nei suoi primi quarantotto anni di vita, poiché ora l'U.I.C. ha già raggiunto il 70° compleanno: «Aurelio Nicolodi (2) è stato l'eroe militante, che ha fondato le nostre organizzazioni, Paolo Bentivoglio l'eroe civile che le ha difese e sviluppate, io sono la testimonianza della loro vittoria». L'Associazione promuove iniziative e si adopera per ottenere leggi a favore dei musicisti ciechi servendosi anche del suo organo ufficiale: «Il Corriere dei Ciechi», in nero ed «Il Corriere Braille». Per la musica pubblica invece un periodico mensile: «L'Eco della Musica», che, ideato dal compianto maestro Dario Formigoni, si rende utilissimo a tutti quelli che esercitano nel campo della musica. In questo capitolo non si può tralasciare di considerare più ampiamente le vicende (') Alla sua morte il Rettore dell'Istituto «Domenico Martuscelli» di Napoli Nicola Castellucci scrisse di lui: «Nell'albo d'oro del Martuscelli, ove sono registrati i nomi di quegli allievi che hanno recato lustro alla nobile Istituzione, riscuotendo l'ammirazione ed il rispetto di tutta la società per la loro opera di spiriti eletti a beneficio dell'umanità accanto ai nomi di Gennaro Giannini, Francesco Felice, Gennaro Fabozzi, Vico La Volpe, Luigi Lamberti, e tanti altri, figura il nome di Giuseppe Fucà, Presidente delle battaglie per il riscatto dei ciechi italiani, Presidente che ha saputo condurre ai più alti destini in Italia e all'estero la nostra l'U.I.C. cui si ispirano tutte le altre categorie di handicappati per il raggiungimento delle più importanti conquiste. nota. (2) Così lo presentavaSalvaneschi: «Tempra di condottiero forte e saldo come le sue montagne, sincero e generoso come la sua gente. che portarono al funzionamento della stamperia Braille di Firenze, ora Stamperia Regionale Toscana, che si impose su tutte le istituzioni consimili e dotò i musicisti italiani di numerosi testi, né si può dimenticare la Biblioteca Nazionale Braille ora diretta dal Dottor Rodolfo Cattani, che è anche Vice Presidente della Unione Italiana Ciechi. La realizzazione della Stamperia di Firenze potè effettuarsi mediante sottoscrizioni bandite negli anni 1923 e 1925 in tutte le scuole della Nazione con l'invito agli allievi delle classi elementari a versare un soldo ciascuno per dare ai loro compagni ciechi la possibilità di educarsi. La stampa Braille (che si applica oltre che ai libri periodici anche alla notazione musicale, ai simboli matematici e chimici) si effettuava trascrivendo il testo a rilievo su piastre di metallo che venivano poi collocate nelle presse piane o rotative per la successiva riproduzione su carta di grammatura pesante che consentiva la conservazione dei punti. Naturalmente nel nostro tempo anche la scrittura Braille si è avvantaggiata delle più recenti scoperte scientifiche, per abbreviare e migliorare la produzione di ciò che viene stampato. Ad esempio, Paolo Razzuoli, diplomato in pianoforte, musica corale e direzione di coro al «Cavazza» di Bologna, titolare di educazione musicale all'Istituto Magistrale di Lucca, già da studente sentiva fortemente il disagio di non poter scrivere personalmente la musica. Questa difficoltà ancora egli segnala per gli insegnanti di questa disciplina nella scuola pubblica, dove l'insegnamento richiede uno sforzo creativo difficilmente superabile con i mezzi tradizionali. Fu così che ricorse ad una macchina per scrivere musica prodotta dalla «Olimpya» americana per rimediare a tale lacuna. Questa macchina, simile alle dattilografiche, ha sui martelletti i caratteri musicali e per le minime necessità di musiche semplici, o per semplici melodie potè servirsene, ma dall'uso del computer si aspettava ancora una maggiore resa. Infatti da due anni lo usa con il sintetizzatore vocale «Difon 2» ritenendolo «estremamente versatile e compatibile con tutti i più diffusi programmi». Con l'aiuto del dottor Paolo Graziani (un nostro studioso non vedente del C.N.R., animatore del «Gruppo Fiorentino»), il Razzuoli continua ad approfondire le possibilità che può offrire il mezzo elettronico e, tenendo rapporti con il prof. Lelio Camilleri, docente di «Informatica Musicale» al conservatorio «Cherubini» di Firenze, partecipando alle tematiche legate al «Software» musicale per non vedenti, si è indirizzato al programma «Score», che con l'immissione di dati attraverso la tastiera del computer fa intravedere la possibilità per un non vedente di discreti risultati sul sintetizzatore vocale o sulla barra Braille. Un altro contributo è stato offerto dal prof. Lanza del conservatorio diPadova il quale, docente nella sezione staccata del «Configliachi ha tradotto in italiano e registrato su «Floppy» una parte del manuale per il Razzuoli, il quale dice di averlo utilizzato quasi totalmente. Con tali espedienti il cieco può realizzare risultati fino a poco fa impensabili e suscettibili di ulteriori successi. La Biblioteca Italiana per Ciechi «Regina Margherita» ha sede nella Villa Reale di Monza ed è un'istituzione che raccoglie decine di migliaia di volumi trascritti nel sistema a rilievo; mette a disposizione dei lettori ciechi e degli studiosi ciechi un vasto repertorio di libri di ogni genere. La Biblioteca è in grado di raccogliere un gran numero delle richieste degli abbonati, pur nella insufficienza dei mezzi di cui essa dispone. Questo importantissimo risultato si deve in parte notevole alla collaborazione preziosa di oscuri trascrittori che, con pazienza e tenacia, copiavano, nel primo periodo di vita della Biblioteca, nella scrittura Braille, libri destinati ai non vedenti. Nata a Genova per iniziativa dell'Unione dei Ciechi, la Biblioteca di Monza è ormai Ente Morale posto sotto la vigilanza del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali. Ha più di tremila utenti e come Biblioteca circolante è in grado di raggiungere i suoi lettori anche a distanza di centinaia o talvolta migliaia di chilometri dalla sede. Come avviene in quasi tutti i Paesi del mondo, anche in Italia, i libri Braille sono trasportati gratuitamente dal Servizio Postale. D'altra parte «a noi ciechi, a cui di necessità sfugge tanto delle soavi bellezze di questa "dolce d'erbe famiglia e d'animali", dovrebbe essere negata la gioia della lettura silenziosa, che di là dagli spazi interminati e dalle lontananze del passato può consentire anche a noi il ritrovamento di impensate consonanze spirituali e l'ascesa ad ispirate vette?». Questa domanda che è anche affermazione è stata posta da uno dei maggiori tiflologi del nostro tempo, prof. Silvestro Banchetti, per illuminare tutti sull'insostituibile valore che ancora oggi ha la scrittura ideata dò Louis Braille nell'altro secolo. Il prof. Banchetti, oggi Presidente della Federazione delle Istituzioniprò ciechi, ma fino a poco tempo fa Presidente della Biblioteca diMonza, in una relazione che accompagnava la richiesta per l'aumento di finanziamento statale alla Biblioteca, volta al Ministero di competenza per permettere il proseguimento della sua attività, ne indicava gli scopi e anticipava i progetti per la attività futura: «favorire l'istruzione dei ciechi, elevarne la preparazione culturale, formarne la competenza tecnica e la qualificazione professionale per avviarli ad una vera e non fittizia integrazione» ... «In condizioni tanto difficili la Biblioteca cerca non solo di mantenere, ma addirittura intensificare le proprie attività in favore dei non vedenti. I principali servizi attualmente offerti sono: A) il ripristino del patrimonio librario notevolmente insidiato da diversi fattori con le modalità del prestito; B) la preparazione di cataloghi in nero e in Braille; C) la preparazione di nuove opere (cento copie per volume, mediante stampanti computerizzate e dattilografi esperti del sistema Braille; D) pubblicazione di periodici di cultura generale; E) la realizzazione di libri con illustrazioni in rilievo destinati ai piccoli non vedenti; F) la riproduzione di carte geografiche tattili in rilievo; G) la fornitura di consulenza specifica; H) la fornitura di libri prodotti in stampa a tutte le sezioni provinciali U.I.C.». Nei programmi futuri tra l'altro prevede: «A) potenziamento della produzione libraria di qualsiasi genere; B) trascrizione personalizzata di testi richiesti dagli utenti; C) servizio di documentazione rapida; D) produzione di testi ingranditi e stampa in nero per gli ipovedenti; E) potenziamento della produzione di opere musicali e musicologiche in Braille; F) formazione di esperti per la trascrizione di opere musicali». Un problema che a questo punto va accennato è quello della musicografiaBraille, infatti, dopo la stampa di un codice internazionale, pubblicato nel 1929, ed adottato da tutte le nazioni civili, la scrittura della musica per strumenti nuovi, il sistema per la disposizione nella pagina Braille della partitura orchestrale, i segni per la scrittura del basso numerato, i segni per la giusta interpretazione del canto gregoriano, della musica moderna ed altri particolari, hanno agitato questioni diversamente risolte dai musicisti delle varie nazioni. In collaborazione con l'UNESCO il Consiglio Nazionale del Braille preparò ed indisse la Conferenza Musicografica del 1954 con la partecipazione di diciannove paesi. In questa l'accordo non fu raggiunto e neppure il musicista inglese signor Spanner, appositamente incaricato, riuscì a dare col suo codice pubblicato nel 1957 quello che si aspettava. Migliore apparve il contro-codice pubblicato nel 1960 dal dott. AlexanderReus, ma anche questo avrà bisogno di qualche perfezionamento, per uniformare le aspira zioni della nostra nazione, della Francia e della Germania. Di grande utilità fu il Seminario «I ciechi e la musica: problemi e prospettive» organizzato dalla Biblioteca Italiana per Ciechi nei giorni 25 e 26 novembre 1983 a Monza presso l'Hotel De La Ville. In esso i maggiori esperti tra i musicisti ciechi presentarono le seguenti relazioni: 1) «Sviluppi della musicografia Braille in Italia», di Guglielmo Vassio; 2) «Trascrizione in Braille delle opere musicali e relativi problemi»; (Guglielmo Vassio anche in questa seconda relazione espose con la chiarezza a lui abituale il frutto dei suoi studi, lasciando alla Biblioteca un utilissimo «Compendio di musicografia Braille» che potrà essere richiesto alla Biblioteca di Monza da tutti coloro che vogliono aggiornarsi sull'argomento. Di Vassio è detto più estesamente in altra parte del libro); 3) «L'insegnante di musica non vedente nella scuola media: realtà e prospettive», di Ferruccio Gumirato; 4) «La realtà professionale dell'insegnante di musica non vedente nei Conservatori», di Luciano Lanfranchi; 5) «Il concertista non vedente nella realtà di oggi», di Alberto Colombo; 6) «Integrazione scolastica degli studenti non vedenti e insegnamento della musica: problemi e soluzioni», di Armando Mazzarello. A questo seminario curato dal Presidente della Biblioteca di quegli anni Enzo Tioli partecipò Costanzo Capirci il quale illustrò le finalità dell'Associazione Giovanni Rossi che ricordando questo personaggio ha lo scopo di «incentivare l'utilizzazione della musica nell'educazione di soggetti non vedenti, con la duplice finalità dell'arricchimento culturale in senso generale e della prospettiva professionale; l'Associazione Giovanni Rossi si propone inoltre, di incoraggiare le attitudini musicali dei nostri giovani e favorirli nello studio». Per lunghi anni aveva diretto la Biblioteca di Monza, Dario Formigoni il quale venne a mancare proprio quando ne era divenuto Presidente. Di lui dobbiamo ricordare, oltre la Rivista Musicale «l'Eco della Musica» che ancora oggi continua ad essere stampata a Milano, una pubblicazione che fu molto utile ai musicisti non vedenti dediti alla musica leggera, «Il Faro»; questo periodico quindicinale che veniva stampato a Firenze finì con la scomparsa del Maestro. Alla Sua memoria la consorte, Dottoressa Adriana Formigoni, volle dedicare un premio nazionale quale riconoscimento rivolto all'attività ed all'impegno professionale di un musicista non vedente. Questo premio, vinto da Mario De Pirro Nella sua prima edizione del 1980, volto a far emergere giornalisti, professionisti e pubblicisti impegnati a favore dei non vedenti, fu assegnato alla cerimonia del 21 Marzo 1981. Come riporta la «Gazzetta di Mantova», Mario De Pirro su «Il Tirreno» di Livorno scrisse un articolo nel quale rivelò «con acuta analisi introspettiva le oggettive difficoltà che incontrano oggi i non vedenti ad affacciarsi allo studio della musica a causa delle mutate metodologie scolastiche di apprendimento». Infatti, come da «Agenzia Ansa» del 21 Marzo 1981, l'articolo: «La musica: una professione per i non vedenti» ebbe lo scopo, tutt'oggi perseguibile, «di sensibilizzare i nuovi organismi cui è stata demandata l'educazione dei ciechi sulla funzione formativa della musica per consentire l'accesso agli studi musicali ai minorati della vista dotati di provate attitudini». E come aggiunse «Kronos a.d.n.»: «questo perché, essendo già fin troppo limitate le possibilità di scelta dei non vedenti, gli stessi non devono avere preclusa una possibilità lavorativa e professionale che, oggi come oggi, garantisce immediati sbocchi concreti». L'avvenimento che ebbe eco in molti giornali italiani («Agenzia Asca», «Il Popolo», «Corriere della Sera», «What's on», «Il Giorno», «Corriere d'Informazione», «Avvenire» ecc), che chiamò a Mantova un gran numero di non vedenti da tutta Italia (dice la «Gazzetta di Mantova»: «si sono contate targhe di ben 23 province») mostrò l'interesse del Premio Nazionale Formigoni che ebbe importanti e ripetute edizioni negli anni successivi. Un altro Premio che ha avuto negli anni precedenti molta importanza è quello della sezione U.I.C. di Pistoia, curato dalla Prof. Livia Morandi, che ha avuto tra i premiati diversi musicisti ciechi. Nella quinta edizione, destinata alla segnografia Braille (3), fu divulgato un concorso per un trattato sulla notazione musicale Braille la quale deriva dalla scrittura che il grande Louis Braille inventò nel 1825 e che applicò nel 1838 alla musica. Da notare che mentre il sistema Braille per la scrittura delle parole fu ottusamente avversato al suo nascere, quando fu esteso alla musica fu immediatamente ben accetto (diceva Salvaneschi: «Braille ci ha liberato dalla peggiore schiavitù, l'ignoranza). A questi 63 segni che Vassio definì «meravigliosi» dobbiamo l'immediata fioritura di istituzioni per l'educazione alla musica dei ciechi che dalla Francia si diffusero ben presto in Italia e nel mondo . Purtroppo con la chiusura delle scuole speciali per ciechi, sul finire degli anni 70 la professione di musicista per i non vedenti cominciò ad essere disertata e questa nobilissima professione artistica che ha dato ottimi professionisti e in molti casi valenti artisti, come ebbe a dire Formigoni in un articolo del 1978, divenne «professione che corre il rischio di scomparire». L'Unione Italiana Ciechi non è rimasta indifferente a questa incresciosa situazione e con numerose iniziative cercò e cerca ancora di porvi rimedio. Ecco ad esempio un riassunto di quanto è stato detto nel Seminario di Studio «I ciechi e la musica» del 9-10-11 settembre 1988 a Montesilvano (Pescara), riportato da noi sinteticamente nel prossimo capitolo. nota. (3) Il 28 aprile 1985 per la trascrizione di musica orchestrale moderna risultarono premiati Renzo Cipriani, Carlo Merisio e Matteo Bonetti. Questo riconoscimento fa seguito all'attribuzione dello stesso Premio nel 1983 al Trattato di Segnografia Musicale Braille di Armando Mozzarella e Melchiorre Pasquero. CAPITOLO UNDICESIMO IL SEMINARIO DI MONTESILVANO (PESCARA) La situazione dei musicisti ciechi italiani aggiornata al 1988 Il seminario «I ciechi e la Musica» nelle interessanti relazioni presentate, offre la possibilità di considerare l'utilità della musica per i non vedenti sia come professione, sia come cultura, diletto e riabilitazione; vale quindi osservare attentamente i vari momenti della formazione musicale di un cieco come la si desume dai vari interventi. Il Prof. Banchetti(') presenta il pensiero del grande pedagogista AugustoRomagnoli (2) il quale «nella Avvertenza ai programmi redatti per la scuola elementare da Giuseppe Lombardo Radice, indicava la musica come la principale fra le attività integrative speciali a cui, nelle migliori scuole per ciechi (3) venivano dedicate concretamente cinque ore settimanali. In tal modo l'educazione musicale aiuta la rieducazione e, nel contempo, giova a fare del cieco una persona integralmente formata e, quindi, tale che, ove ne abbia talento, può non solo attivamente godere la musica, ma anche crearne;... L'integrazione, però, è oggi tanto carente ! Troppi bambini e troppi fanciulli ciechi non conoscono l'educazione musicale, traendone grave danno sia per la loro educazione generale, oggi trascurata anche per i bambini e i fanciulli integri di sensi, sia per la loro educazione specifica, quale avvio preprofessionale all'individuazione e alla formazione di attitudini alla musica». (') Silvestro Banchetti, relazione: «L'educazione musicale nella storia della scuola italiana e la funzione della musica nell'educazione dei fanciulli ciechi» (quaderno n. II, supplemento al «Corriere dei Ciechi» 1988). Il Prof. Banchetti è docente di filosofia e pedagogia presso l'Università di Bologna; ha al suo attivo numerose pubblicazioni, che l'hanno reso noto nel nostro tempo quale pensatore e tiflologo illustre. nota. (2) A proposito del grande pedagogista Augusto Romagnoli, osservava Salvaneschi: «aveva la saggezza dei filosofi greci, la santità dei primitivi cristiani». (3) Diceva Nino Salvaneschi: «la musica, nostro rifugio e nostra passione, sogno vegliato da un angelo, è il più antico ed istintivo linguaggio che arriva al cuore, e dice ad ognuno, sia pure in modi diversi, parole eterne! Ma per intendere questo linguaggio ed assimilarne il messaggio, è bene ascoltarla ad occhi chiusi... Per noi la musica è conforto ed evasione, illuminazione e trasfigurazione -- (così osservava Cedi Duar eccellente organista cieco)... -- Nella musica sentiamo espressi e riflessi i nostri sentimenti e le nostre emozioni, poiché essa traduce quello che proviamo confusamente e non sappiamo o possiamo esprimere a parole, rivelandoci talvolta la parte più perfetta di noi stessi»... e... «l'emotiva spiritualità che troviamo nella musica è forse, un'inconscia anticipazione dell'armonia universale alla quale istintivamente, noi ciechi tendiamo». Attualmente «in rapporto alle possibilità di seguire le lezioni di educazione musicale e più in generale di studiare uno strumento -- osserva Gumirato (4) -- si può constatare che i fanciulli non vedenti vengono avviati alla pratica musicale solo in quelle sezioni provinciali dell'Unione Italiana Ciechi, i cui dirigenti si occupano seriamente del problema dell'istruzione, libera da quei condizionamenti, che attribuendo importanza unicamente all'italiano, alla matematica ecc, rischiano di mortificare tanta creatività e di privare, chi ne ha i mezzi, di una sicura prospettiva di integrazione lavorativa e sociale... Sempre in quelle poche sezioni ci si è occupati di convincere gli Enti, erogatori di assistenza scolastica, che una vera educazione deve comprendere anche la pratica musicale». Fanciulli della seconda classe elementare, in questi casi aiutati da musicisti ciechi che sono indispensabili per la conoscenza della segnografia musicale, studiano uno strumento o si avvalgono di insegnanti vedenti appositamente preparati alla scrittura musicale Braille i quali però, difficilmente si trovano perché «in quasi nessuno degli ultimi corsi monovalenti e certamente in nessuno di quelli polivalenti» sono stati addestrati alla conoscenza della segnografia musicale Braille e, addirittura si mostrano «riottosi anche all'apprendimento del sistema di scrittura e di lettura tattile», come è notato giustamente dal Prof. Banchetti. Da qui la necessità «dell'assistente musicale», a conoscenza del Braille in tutte le sue applicazioni, compresa la musica, meglio se diplomato in questa disciplina, il quale affiancando il cieco studente o aspirante alle cattedre musicali sia in grado di aiutarlo nel superamento delle difficoltà maggiori. Questa ipotetica figura è stata già presa in considerazione dal competente ufficio della Pubblica Istruzione, come riferisce Gumirato. Per capire la situazione della relazione tra musica e cecità dobbiamo rifarci all'osservazione in cui Gumirato considera come fino agli inizi del "900 la musica «era l'unico campo nel quale i ciechi riuscivano a conquistarsi delle possibilità lavorative» e dove le attenzioni ai fatti del passato ci inducono all'osservazione di questi ultimi 90 anni per la conoscenza del periodo presente e la previsione dell'immediato futuro. «Negli anni trenta -- riferisce il Maestro Capirci (5) -- le scuole musicali, funzionanti negli Istituti dei Ciechi raggiunsero livelli, di efficienza e di rendimento, paragonabili a quelli dei Conservatori statali»; il discrimine della validità del titolo rilasciato dalle istituzioni private indusse gli Istituti dei ciechi «a presentare i propri alunni come candidati esterni per sostenere gli esami presso i Conservatori di musica statali». È questo il periodo in cui, per la maggior parte dei nostri Istituti, gli insegnanti erano non vedenti, come logicamente i loro allievi. L'eccezione si aveva nell'Istituto per ciechi «Martuscelli» di Napoli. Là sette professori, insegnanti dei più importanti rami dell'arte musicale erano vedenti, e la loro retribuzione era adeguata a quella dei colleghi dei Conservatori statali. Agli alunni che frequentavano materie musicali con compiti scritti, venivano assegnati «amanuensi per la scrittura dei loro elaborati nei caratteri musicali comuni», i quali intervenivano anche per effettuare le trascrizioni richieste dagli esami del Conservatorio «San Pietro a Majella» di Napoli, quando i candidati ciechi vi si recavano a sostenerli. Sempre negli anni trenta veramente nota. (4) Ferruccio Gumirato, relazione: «Le problematiche dell'educazione musicale dei non vedenti, in relazione al processo di integrazione scolastica» (quaderno n. II, supplemento al «Corriere dei Ciechi» 1988 e cap. VIII° di questo volume - Bologna). (5) Costanzo Capirci, relazione: «II cieco e gli studi musicali dalla realtà degli Istituti a quella odierna» (quaderno n. II supplemento al «Corriere dei Ciechi» 1988). impressionante la mole delle opere trascritte in Braille dalla Stamperia di Firenze e dalla Stamperia Vicentina di Ettore Fornasa. È sempre negli anni trenta che, negli Istituti «Martuscelli» di Napoli e «Cavazza» di Bologna, abbiamo l'inizio della frequenza di allievi che si dedicano agli studi letterari come alunni esterni frequentando il Liceo Ginnasio in previsione dell'Università quale anticipazione all'attuale integrazione scolastica, in alternativa agli alunni interni delle Scuole musicali «con sollecitazioni extra musicali, realmente assai limitate». Qui, sottilmente, il Maestro Capirci accenna alla «frattura fra mondo musicale e mondo culturale», difficoltà che, dall'inizio del secolo, ha creato «un solco di incomunicabilità intellettuale fra i due versanti», che non mancò di produrre i suoi effetti anche tra gli alunni ciechi dei due indirizzi. Se i primi studenti che abbracciarono l'indirizzo letterario continuarono a considerare i valori dell'arte musicale, quelli delle generazioni successive non tardarono a nutrirsi «soltanto di ciò che la scuola pubblica offriva, ossia di una cultura demusicalizzata». Avvenne così che i casi di comunicazione autentica e bidirezionale -- tra i nostri alunni -- si fecero sempre più rari»: studenti di musica, si aprirono alle sollecitazioni extramusicali, a differenza degli altri che, sentendosi pienamente realizzati, trascurarono i loro rapporti con la musica; «ancora oggi -- e diciamolo pure in senso generale -- sono più i musicisti propensi ad aprirsi agli interessi dei non musicisti, che viceversa». Da queste riflessioni possiamo nostro malgrado comprendere quanto notava il Prof. Enrico Ceppi che, dirigendo la Scuola di Metodo «A ugusto Romagnoli», ebbe spesso la responsabilità di corsi per l'aggiornamento dei Maestri di sostegno per i bambini ciechi, svolti e curati da lui in varie città d'Italia. «Ceppi osservava che, su 400 vedenti insegnanti o aspiranti tali, solo 12 corsisti, ossia il 3%, hanno dimostrato di possedere una elementarissima conoscenza della grafia musicale comune. Questi risultati -- è ancora il Maestro Capirci che riferisce -- sono il frutto di una scuola secondaria ed universitaria demusicalizzata e perciò demusicalizzante»; in questo tipo di scuola (specialmente dopo l'introduzione della scuola media dell'obbligo nei nostri Istituti dove gli intellettuali ciechi, cui venne affidato l'insegnamento, subirono i difetti della demusicalizzazione sopra accennata, e dove la dilatazione degli orari e degli spazi riservati ad altre attività si fecero sentire particolarmente), venne mortificata e contratta l'attività didattica musicale. La composizione dei nuovi consigli dei docenti, formati per la maggior parte da professori non interessati alla musica, contribuì notevolmente al declino dell'arte musicale nei nostri Istituti. Gli stessi effetti della legge n. 262 del 2 marzo 1963, che trasformava le scuole di Bologna, Milano, Napoli, Padova e Roma funzionanti nei rispettivi Istituti dei ciechi in sezioni staccate di Conservatorio, maturata in ritardo rispetto alla funzione che avrebbe potuto avere precedentemente ed in ritardo rispetto ai capovolgimenti di tutta la Scuola italiana degli ultimi 20 anni, anziché segnare il massimo delle nostre conquiste, come si era inizialmente pensato, restò a significare l'avvio del declino verificatosi nel decennio che va verso il 1980. Ed eccoci, quindi, di nuovo al problema accennato all'inizio del capitolo dell'integrazione scolastica dei non vedenti, che didatticamente non deve scindere l'alfabetizzazione del nostro bambino dal suo apprendimento dell'educazione musicale e della notazione musicale Braille; il problema che, come afferma Capirci, «se non realisticamente affrontato e risolto, renderebbe vano ogni nostro discorrere sugli studi musicali, come prospettiva del domani», e ci riporterebbe all'osservazione, dei docenti che, in sede di frequenza dei corsi mono o polivalenti, non hanno e disdegnano di avere nessuna nozione di segnografia musicale Braille. Nella nuova didattica per l'educazione musicale del fanciullo cieco, possiamo considerare un aspetto positivo «nella maggior attenzione ad educare al suono mediante lo sviluppo dell'attività sensopercettiva dell'udito, di specie critico-selettiva», ma dobbiamo pensare con preoccupazione all'eccessiva utilizzazione di sollecitazioni visive nelle quali la gestualità e la grafica, pur nella loro grande utilità per il bambino vedente, tolgono al piccolo minorato della vista molti particolari di apprendimento, e se non delicatamente ed intelligentemente a lui presentati dal suo educatore, possono influire negativamente sulla sua formazione in quanto lo mortificano. Giustamente però si dice che il riportare su cassetta magnetica testi di educazione musicale è operazione riduttiva, deprimente e quindi inaccettabile. Altro problema è la grave insufficienza di testi trascritti in Braille per la carenza di Stamperie Musicali e di trascrittori, e per l'eccessivo costo, fattori questi che, nonostante l'accresciuto numero di allievi e di insegnanti non vedenti in questi ultimi decenni, hanno sempre più influito negativamente rispetto a quello che avveniva nei primi anni del nostro secolo. Scarseggiano, infatti, per noi, materiale musicale bibliografico, opere didattiche e della grande letteratura musicale, musica dei più vari generi e specialmente musica leggera, tanto richiesta dai suoi numerosi cultori ed amatori non vedenti. Benché, per la vastità del territorio, resta difficile poter fare una statistica su quanti giovani ciechi attualmente frequentino Conservatori di musica italiani, possiamo condividere l'affermazione di Flavio Vezzosi (6), il giovane non vedente che si è diplomato al Conservatorio di Perugia dove, come allievo, si è egregiamente formato alla musica: «nel panorama dei circa 60 Conservatori statali, soltanto 3, quelli di Padova, Roma e Napoli, hanno una sede staccata per non vedenti» per cui i giovani privi di vista, dotati musicalmente, che vivono nelle numerose città d'Italia, nelle quali hanno sede Conservatori di musica, non hanno altra alternativa che cercare di entrarvi per frequentarli come allievi. È naturale che l'eccessiva quantità di aspiranti che, negli ultimi decenni, ha preso d'assalto queste istituzioni musicali, ha spinto le varie Direzioni ad una maggiore selezione dei candidati che chiedono di essere ammessi: per cui non bastano le «attitudini musicali», ci vuole anche una dimostrazione di avere avuto una solida preparazione di base e, per il fanciullo cieco, un'esperta guida che ne sostenga e garantisca la resa nel lungo ed arduo periodo di studio. Nei primi tre anni, come gli altri allievi vedenti, il nostro, dovrà frequentare la classe di strumento e quella di teoria e solfeggio. È qui che nasce il rapporto fra allievo ed insegnante che si trova alla prima esperienza di insegnare ad un cieco; sono proprio il modo e l'intelligenza con i quali si saprà comportare quest'ultimo nel mostrare autonomia di scrittura e lettura musicale, i suggerimenti e gli strumenti per consentire all'insegnante ed al gruppo nel quale si sarà inserito di operare con lui, che gli daranno la possibilità di continuare fino al diploma. Tra le inevitabili difficoltà che l'alunno privo di vista del Conservatorio dovrà incontrare sono da citare: A) l'adeguamento dei «tempi di studio dell'allievo con le esigenze dettate dalla memo nota. (6) Flavio Vezzosi, relazione «Problematiche relative all'accesso ed alla frequenza del Conservatorio da parte dei non vedenti» (quaderno n. II, supplemento al «Corriere dei Ciechi» 1988) rizzazione dei brani» (problema che richiede la massima comprensione dell'insegnante); B) l'impossibilità da parte del docente di effettuare correzioni scritte sulla partitura dell'allievo (da sostituirsi con la pazienza del Maestro per fargliela assimilare); C) la necessità di essere forniti dell'analoga partitura sia in Braille che in nero (più facili da trovarsi per le musiche dei primi anni di studio di pianoforte, ricorrendo magari a vecchie edizioni, e più difficili da reperire nelle opere di studio più avanzate, specialmente quelle della letteratura pianistica più recente, con spaventosi vuoti per le musiche di altri strumenti); D) le notevoli lacune nel reperire i nuovi testi di teoria e solfeggio, poiché i metodi tradizionali, di cui si conservano vecchie ristampe Braille, sono stati sostituiti da opere più recenti; E) la necessità di conoscere la notazione musicale dei vedenti, con tutta la segnografia caratterizzata, per comunicare con il maestro e con il compagno di studio, per utilizzarla durante le esercitazioni scritte che dovranno essere dettate nello studio dell'armonia per avvalersene quando l'allievo cieco diverrà docente per guidare i propri alunni vedenti, o per dettare l'eventuale sua produzione, una volta divenuto compositore. L'assidua frequenza del giovane studente musicista a conferenze, concerti, conversazioni musicali, ascolto radiofonico, potrà aiutarlo nell'approfondire la conoscenza della storia della musica poiché, anche in questo ramo, dobbiamo lamentare la carenza di libri Braille. Altre reali difficoltà incontrerà l'allievo non vedente nel seguire le esercitazioni corali; ma anche in questo settore se la volontà, l'orecchio musicale e la fantasia non gli faranno difetto, potrà trovare il modo di cavarsela egregiamente. Una reale carenza va riscontrata anche nella stampa in Braille di musica d'insieme ma, come in altra parte del libro abbiamo detto, anche questa difficoltà potrà diminuire con gli espedienti indicati e la stessa attività a cui si è dedicato il Maestro Vezzosi, quella di partecipare alla formazione di trii con pianoforte (spartiti così numerosi da Haydn a Brahms ai contemporanei) attività di viva soddisfazione per l'arte e per i rapporti sociali che si creano fra collaboratori. Il maestro Marcello Iometti (7) ha dedicato tutta una vasta relazione a problemi di psico-acustica musicale, ricca di citazioni, di collegamenti tra la musica e le varie forme di sollievo esercitabili sul fisico umano, analizzando i vari elementi del suono, altezza, intensità e timbro, con le risonanze riscontrabili sui vari organismi. Tutto questo per riferire le sue esperienze di musicoterapia rivolta all'educazione, riabilitazione e sostegno nella vita dei privi della vista nelle varie fasi dell'età evolutiva. Per l'incidenza della pratica musicale nella riabilitazione dei minorati della vista, segnala quanto viene offerto con il concorso di altre discipline come la ginnastica ed il ballo circa l'arricchimento culturale e la stimolazione motoria e sensitiva; così come possono fare l'attività corale, l'attività strumentale e di insieme, l'attività di ascolto collettivo unite all'apprendimento di uno strumento musicale. Benefico effetto la musica esercita anche sulla mobilità del non vedente, facilitandone l'orientamento, attivandone tutto il sistema neuro-muscolare «per la ricognizione e la ricezione dei messaggi» e la capacità immaginativa che seleziona, elabora e valuta i dati ricevuti. Giustamente Iometti rileva come il libro «Storia della pedagogia dei minorati della vista», ài Augusto Romagnoli, dimostri «l'amore dei ciechi per la musica» fin dai nota. (7) Marcello Iometti, relazione: «La pratica musicale come metodica di riabilitazione, come fattore di aggregazione e di integrazione sociale dei minorati della vista» (quaderno n. II, supplemento al «Corriere dei Ciechi» 1988) tempi antichi e la loro numerosa presenza in ogni periodo della sua storia. La musica, dunque, con la sua capacità ricreativa, educativa e formativa, aggrega individui dalla personalità diversa; sollecita il sentimento; si offre per il reintegro, nella società, di tutti; crea amicizie, favorendo ogni aspetto della vita sociale. Nella sua relazione, Iometti, mette in risalto l'azione terapeutica dell'arte dei suoni nei casi in cui la minorazione visiva si associa ad altri handicaps (8). È questo un fenomeno di consistenza purtroppo sempre più numerosa nei nostri tempi, per la quale la musica, con tutti i suoi mezzi, si rivela particolarmente adatta, non escludendo l'improvvisazione che, libera da ogni regola, offre «l'abbandono al piacere di suonare», esprimendo, in modo immediato, spesso a livello inconscio, «ciò che è nel profondo della psiche umana». Con gli strumenti elettronici o gli strumenti tradizionali (specialmente quelli di tipo percussivo), con il canto corale, nella Scuola di Metodo ((Augusto Romagnoli», Iometti, nella sua funzione docente, fa notare i risultati ottenuti dagli alunni pluriminorati, osservando, naturalmente, il valore che può avere nella riuscita, la scientificità e la presenza di equipes seriamente preparate a questo tipo di interventi. Sensata ed utile appare, infine, l'auspicata attivazione di numerosi «Centri di ricerca operativi, per la riabilitazione dei minorati della vista, all'interno dei quali dovranno operare, in permanenza, sezioni musicali». Interessanti sono stati nel Seminario che stiamo trattando, gli interventi della pianista ed insegnante Michelina Giraudo (9) e di Dante Simonelli (10), (l'intraprendente musicista pescarese che, dopo molti anni di attività svolta in Italia, si trasferì, nel 1963, in Australia. Là, superando le difficoltà di un contesto sociale diverso dal nostro, riuscì ad istruire cori e complessi orchestrali, ad insegnare a molti giovani, ottenendo un consenso generale, dimostrato tra l'altro, dall'onorificenza di Cavaliere della Repubblica e dalla Commenda concessa dalla Regina Elisabetta d'Inghilterra. Ottimo padre di famiglia, dal Simonelli, due figli hanno preso l'esempio per dedicarsi alla professione di musicisti. Lo stesso interesse riscontriamo nella relazione sulla segnografia Braille di Giulio Locatello ("), il quale ribadisce che «la musica scritta, in special modo quella ultra moderna (Nono, Bussotti, Stockhausen, ed altri), ha subito delle sostanziali trasfor nota. (8) Eugenio Molossi, benché sordo e cieco, amava la musica e posando le mani sul pianoforte o sulla tromba del grammofono, individuava con facilità brani delle varie opere, distinguendone le forme ed i tempi binari o ternari; così come Giuseppina Manenti (altra minorata dell'udito e della vista), in una sua biografia diceva di amare la musica per il godimento che ne traeva, tutto spirituale, e riferiva: «ho imparato qualche esercizio sul pianoforte e mi accorgo, dalle vibrazioni che passano dai tasti alle mie dita, se ho battuto le note esatte; sento le vibrazioni nell'aria, sulle mani ed alle ginocchia». Sul discorso dell'utilizzazione delle vibrazioni che percepiscono i sordo-ciechi, gli studiosi potrebbero soffermarsi più a lungo e addirittura includere questa tecnica nelle esercitazioni musicoterapeutiche, da effettuarsi con quei soggetti sensibili ad esse. (') Michelina Giraudo, relazione: «Il cieco musicista nel Conservatorio» (quaderno n. II bis, supplemento al «Corriere dei Ciechi» 1988 e cap. IX di questo volume). (10) Dante Simonelli, relazione: «I ciechi e la musica» (quaderno n. 11 bis, supplemento al «Corriere dei Ciechi» 1988). (") Giulio Locatello, relazione: «I problemi della segnografia musicale Braille; adozione di specifiche e concrete iniziative rivolte alla produzione del materiale bibliografico Braille» (quaderno n. 11 bis, supplemento al «Corriere dei Ciechi» 1988). Nell'argomento della segnografia Braille, citiamo il volume «La notazione musicale Braille e l'educazione musicale per gli insegnanti di sostegno di bambini ciechi inseriti nella scuola pubblica» di Mario De Pirro e Pier Luigi Giovannettì, che può risultare utile agli insegnanti di sostegno vedenti che abbiano nelle loro classi bambini ciechi. Per quanto riguarda la «Trascrizione musicale in Braille» segnaliamo inoltre l'attività che vanno intraprendendo i Maestri Cipriani e Lanza insegnanti nella sezione per ciechi del Conservatorio di Padova, i quali mettono a disposizione degli acquirenti testi di musica strumentale e vocale. mazioni con l'aggiunta di nuovi simboli e, conseguentemente, nuovi modi di scrittura», che aspettano la loro indispensabile simbologia nella nostra notazione Braille. Il Locatello, musicista che svolge attività di trascrizione dal nero al Braille, ricorda sempre la proposta fatta nel Convegno dei Musicisti Ciechi svoltosi a Firenze nel lontano 1971, che demandava all'U.I.C. l'impegno di chiedere al Ministero della Pubblica Istruzione, mediante comando, esonero per gli insegnanti non vedenti della scuola pubblica, i quali volessero dedicarsi ad attività di trascrizione musicale e la possibilità di impiegare, in questa stessa attività, gli insegnanti di musica in quiescienza. Negli atti del «Seminario di Montesilvano (Pescara)», sul Libro «Il cieco e la musica» di Costanzo Capirci (di cui consigliamo la lettura a chi è interessato all'attività musicale dei non vedenti), riportiamo alcune riflessioni, giudizi e significati tratti dalla dotta recensione del Prof. Silvestro Banchetti (12): la musica, nella visione di illustri filosofi e musicisti, «giudicata come la forma suprema dell'arte perché non condizionata da nessun oggetto esterno»... «è, per Platone, espressione della somma armonia, intesa quale struttura della realtà, come accordo fra tutte le sue parti, capace di elevare gli uomini dal mondo sensibile a quello intelligibile, cioè dal disordine fenomenico all'ordine delle idee»; è arte che ha, nel libro del Capirci, il compito di indicare «come l'uomo possa apprendere la propria essenza suo tramite», essendo «forma di ricchezza di cui tutti potrebbero fruire»; la musica è fattore educativo purtroppo «poco sviluppato nell'educazione dei ciechi e sempre trascurato in quella di tutti». Dall'Autore lo scritto è indirizzato «a tutti i candidati ai corsi di specializzazione, nella speranza, di riuscire a provocarne una crescita di sensibilità verso la musica e l'educazione ad essa», che noi, come il Recensore riteniamo particolarmente esile per l'«analfabetismo che, in questo ambito, è secondo a pochi Paesi europei» nella nostra Nazione. Realmente è difficile inculcare nozioni di musica e segnografia musicale Braille a corsisti che a stento sanno leggere sul pentagramma. Il problema scarsamente considerato anche dal Ministro della Pubblica Istruzione, «si dibatte fra incompetenza, pregiudizio e sospetti; e questa condizione non è certo la via migliore per affrontarlo e, tanto meno, per risolverlo». Eppure Capirci, tra gli obiettivi per una efficace educazione musicale, addita la «delicatezza del suono, nella graduale acquisizione di una capacità di analisi relativa alle varie forme musicali e alla loro espressione» per vivere l'esperienza musicale in tutta la sua vastità. Giustamente Capirci «sfata il preconcetto che si riassume nel convincimento che ci sia una relazione fra lo stato di cecità e la disposizione all'attività musicale»: convincimento del tutto pregiudiziale che lascia però il posto che gli spetta al valore che ha la musica presso i ciechi, che da educazione, quando c'è reale attitudine, può divenire professione, come nell'intero contenuto del nostro volume è ampiamente dimostrato. Conveniamo col Banchetti che «la cecità resta un peso che implica non comuni sacrifici. Alleviarli con strumentazioni tecnologiche, ieri impensabili, è un dovere; abbandonare forme di educazione generale e professionale, che contribuiscono alla nota. (12) Silvestro Banchetti, relazione: «Riflessioni sul saggio di Costanzo Capirci: - Il cieco e la musica -» (quaderno n. II bis, supplemento al «Corriere dei Ciechi» 1988) formazione, è una colpa educativa». Consapevoli «che la cecità impone gravi limitazioni, che però sono di ordine quantitativo non qualitativo, anche i ciechi possono diventare non solo portatori, ma anche cercatori e, noi aggiungeremmo, creatori di ricchezza nel superare l'isolamento ed il condizionamento mano a mano che l'educazione musicale raggiunge i suoi effetti». Anche per la «musica «la vera cultura consiste nel moltiplicare la nostra umanità, diffondendola ed effondendola anche agli altri»... «L'emarginazione del cieco, trova un ulteriore motivo nella forma di cultura in cui viviamo, che si fonda essenzialmente sulla vista e sulla immagine che ne consegue. L'educazione musicale può costituire, per tutti, una reviviscenza dell'educazione uditiva, quasi nella forma di un atto riparatore. Anche per questa considerazione, l'educazione musicale di base dovrebbe assumere un più significante rilievo a favore della socializzazione»... «La musica, coinvolgendo non solo la funzione uditiva, ma la persona nella sua globalità, pur trascendendo i termini della sensibilità e conseguendo quelli dell'inafferrabilità, soddisfa le esigenze eterne che da sempre costituiscono l'ansito della ricerca umana»... La musica «scatena le tensioni spirituali e, lungi dall'imbrigliare la creatura umana, la libera»... «Essendo la realtà il nostro tutto, il cieco è in grado di cogliere l'arte della musica più di altre forme, il cui godimento implica la presenza del vedere, come la pittura, l'architettura, la scultura, ecc.»... «Per certe forme d'arte la mediazione del vedente, che gli fornisce fedeli descrizioni, è indispensabile. Per la musica questa non è necessaria»... «Forse, anche per questa circostanza, al cieco educato piace molto di più la musica dotta che non quella di breve respiro, come del resto gli accade per la poesia e per la prosa». «Capirci distingue tra coloro che sono nati ciechi e coloro che tali sono divenuti in età in cui le rappresentazioni del reale visto abbiano lasciato una traccia non labile»; e dice il prof. Banchetti: «io stesso, nei miei scritti, ho sempre raccomandato, quando ho sollecitato gli operatori, le famiglie ed i maestri, a favorire tutte le più reali forme di associazione, nell'educazione di un bambino cieco, sforzandosi di dare a lui anche il senso del colore, attraverso analogie e comunque a renderlo consapevole della sua presenza fra le connotazioni dell'oggetto che tocca o che viene descritto»... «Quando il vedente descrive al cieco la realtà, deve sempre intelligentemente operare una scelta nel momento della sincresi, cioè della visione del tutto, e sapersi soffermare, guidandolo correttamente nell'analisi»... «È chiaro quanto sia alta ed insostituibile la parola nell'educazione del cieco. L'idea, però, come si concreta nella parola, così prende corpo anche nel suono»... «La parola ha una sua semantica, ma nel suono con cui si pronuncia e soprattutto nell'accento -- e nell'espressione con cui la si dice -- assume valenze differenti»; da qui l'assoluta necessità dell'insegnante di sostegno, intelligente e sensibile, non sordo alle esigenze musicali dell'essere umano. «Tutte le tensioni, che la pagina musicale produce nell'intimità dell'uomo, trapassano dalla sfera psichica ed emotiva a quella fisiologica, producendo variazioni che sono facilmete riscontrabili». Ecco, perciò, l'ampio riferimento che Capirci dedica alla musicoterapia,e nel suo scritto «dimostra come la musica non si risolva in un puro fatto intellettuale, ma investa tutta la realtà, nella pluridimensionalità delle sue articolazioni»... «L'Autore si indirizza a quanti... si dedicano alla formazione degli insegnanti e degli operatori,... si rivolge a questi, affinchè vengano guidati nell'umile, ma faticosa, loro opera... ardua quando si dedichi ai ciechi, per i quali la questione è molto particolare»; il libro di Capirci è quindi, opera che merita diffusione indipendentemente dall'essere letto o studiato da coloro a cui sta a cuore la scuola, insegnanti ciechi o vedenti che siano. CAPITOLO DODICESIMO ALTRI MUSICISTI CHE OPERANO O HANNO OPERATO NEL NOSTRO TEMPO In quest'ultima rassegna, che intende nominare tutti i più meritevoli e gli indirizzi che stanno prendendo le ultime generazioni dei musicisti contemporanei, citiamo per primo il pianista Vico La Volpe. VicoLa Volpeènato il 18 novembre 1911 a Bandoeg (Giava, Indonesia, già Indie Olandesi). Fin da piccolo ha studiato con il padre Maestro Luigi La Volpe, diplomandosi al Conservatorio San Pietro a Maiella di Napoli nel 1929. Nell'anno seguente partecipò ad un corso di perfezionamento del compianto maestro Florestano Rosso mandi (famoso didatta nel campo internazionale). Nel 1931 ha iniziato la carriera concertistica a Napoli, Roma, Firenze, Milano, Torino ed altre numerose città d'Italia. Ha preso parte e si è affermato in concerti nazionali ed internazionali (Vienna nel 1933) (Bruxelles nel 1938); a Milano, presso il Teatro del Popolo risultò ex aequo con pianisti di vaglia internazionale. Con celebri direttori d'orchestra si è esibito in diverse circostanze: sotto la direzione di W. Mengelberg (Conzert Gebau, Amsterdam); sotto la direzione di E. Bigot (Concerts Lamoreux, Parigi), di Hans Haug (Losanna). Anche i più noti direttori di orchestra italiani lo hanno avuto quale apprezzato interprete (Vittorio Gui, Ziino ed altri). La sua attività pianistica lo ha impegnato in esecuzioni alla RAI, dove, il 13 febbraio 1965, con il Maestro Franco Caracciolo eseguì il Concerto in Re minore di Mozart per pianoforte ed orchestra. Altro Maestro che, pur non potendosi ascrivere ad una scuola musicale delle sunnominate per aver svolto i suoi studi in diverse sedi, è Costanzo Capirci. Costanzo Capirci si è diplomato in pianoforte col maestro Rodolfo Caporali ed in alta polifonia vocale con Bonaventura Somma. Ha vinto un premio nazionale indetto dal Sindacato Musicisti per la esecuzione di un coro eseguito più volte alla RAI. Altro grande maestro, che va nominato è Francesco Sfilio, violinista. Francesco Sfilio nacque a Genova nel 1876. Compiuti gli studi musicali al Conservatorio di Milano, iniziò la sua carriera come sostituto direttore di orchestra a diciannove anni, ottenendo, due anni più tardi la nomina a direttore effettivo. Perdette la vista a ventitré anni, mentre dirigeva la «Mignon» di Thomas al Teatro Reale di Malta, di cui era direttore artistico. Per due anni, causa la sopravvenuta cecità, si ritirò dalla vita artistica e da ultimo si dedicò all'attività concertistica. Girò mezza Europa: Francia, Germania, Spagna, Svizzera, Belgio. Nel 1915 si stabilì a San Remo, dove fondò una scuola d'archi, dalla quale uscirono numerosissimi allievi, risultati poi apprezzati professori nelle orchestre della RAI o insegnanti nei Conservatori, come ad esempio Enrico Pierangeli. Anche Franco Alfano fu suo allievo e lo testimonia una sua foto con la seguente dedica: «A Franco Sfilio, maestro del violino, l'allievo indegno, ma il cordiale amico». Di tale devozione l'Alfano ne diede testimonianza con la sonata per violino che è dedicata al Maestro Sfilio. Anche Camillo Saint-Saéns in una sua lettera indirizzata al maestro dice: «... non posso che inviarvi l'espressione della mia amicizia, augurando grandi successi con le mie opere, eseguite tanto bene». Francesco Sfilio, studioso della tecnica del violino nel 1934 ha pubblicato un libro dal titolo «La Nuova Scuola Italiana» e nel 1937 un altro libro intitolato: «L'alta cultura di tecnica violinistica», nei quali spiega tra l'altro il così detto «segreto di Paganini» che consisteva nella possibilità di spostare la mano per i suoni doppi di terza e di sesta. Ferruccio Zanier nel suo libro «Il violino - Principi tecnici costruttivi» ritiene che lo Sfilio, proprio solo per la sua cecità, fu in grado di sviluppare una tecnica di eccezione capace di affrontare tutto il repertorio violinistico paganiniano. Dal 1936 ha retto la Rappresentanza provinciale dell'Unione Italiana dei Ciechi, offrendo gratuitamente la sede nella propria abitazione. In questa missione ottenne la stima di tutti i soci e fu insignito della commenda al merito della Repubblica ed in un secondo momento il Sodalizio gli ha rilasciato il diploma di socio benemerito. In considerazione dei suoi alti meriti artistici il Comune di San Remo gli conferì la medaglia d'oro. Camillo lotti, per la sua grande modestia, non fu molto conosciuto nella nostra categoria; eppure egli, dal 1914 al 1925, svolse intensa attività concertistica quale violinista apprezzato in tutta Europa, attività che ha poi continuato per lunghi anni in Italia. Nell'anno 1930, come eccezione del tutto rara, ruscì a far inserire l'insegnamento del violino presso l'Istituto Magistrale di Parma, insegnamento che mantenne fino al 1964, anno in cui andò in pensione. Nel suo modo di lavorare rifulsero perizia e profonda sensibilità. Insegnò il canto e fece raggiungere il successo alla propria figlia Renza, affermata come soprano in campo internazionale. Purtroppo lui e le figlia sono ormai scomparsi. Il Prof. Camillo lotti, che si era distinto anche nell'attività associativa, pioniere delVUJ.C, è deceduto a Luzzara (Reggio Emilia) nel 1979. Talvolta, come abbiamo visto e come vedremo in altre parti di questo libro, i non vedenti si sono dedicati anche al canto: tra essi, qui, ricordiamo A ntonietta Mercatelli e Bianca Colombi di Roma già citate nel capitolo VIII, il soprano Mariangela Rosolen, di Padova, e Luciana Artosin. Quest'ultima, diplomata in pianoforte nel 1968, dopo lunga insistenza, riuscì ad iscriversi al corso di bel canto del Conservatorio «C. Pollini» di Padova e, superando pregiudizi e difficoltà, ottenne nel 1975 anche questo secondo diploma. I concerti ed i concorsi, che l'anno vista impegnata in numerose città d'Italia e d'Europa, gli hanno dato onori e soddisfazioni. Ha alternato lo studio del canto con l'insegnamento nelle scuole pubbliche. Altri nomi di musicisti del nostro tempo, che abbiamo incontrato sfogliando la «Stampa Associativa U.I.C.», sono quelli del pianista De Vitto e Matteo Bonetti il quale, in qualche circostanza, si è anche cimentato nella direzione d'orchestra. Tra gli Spagnoli che si annoverano oggi fra i primi compositori nazionali, possiamo ricordare due nominativi: del primo, Rafael Rodriguez Albert, ce ne fece lodevole segnalazione il prof. Massimo Mila definendolo «buon musicista e studioso dei problemi storici e sociali che riguardano la cecità dei musicisti» e del secondo Joaquin Rodrigo, il critico Domenico De' Paoli, che lo definisce: «uno fra i maggiori compositori di Spagna dopo la scomparsa di Manuel de Falla». Rafael Rodriguez Albert nacque ad Alicante nel 1902, dove iniziò gli studi musicali e dove ben presto scrisse le sue prime composizioni. Nel 1917 si trasferì a Valencia, dove studiò il piano e perfezionò i suoi studi di composizione. Al 1922 risale la sua prima affermazione quale pianista ed in questa epoca frequentò le Facoltà di Diritto, Filosofia e Lettere. Più tardi a Parigi conobbe Poulenc, Honneger, Milhaud, e Ravel lo incoraggiò nella composizione musicale. A vent'anni pubblicò la sua prima opera in Valencia «Homenaje a Albéniz». A Madrid diressero le sue opere i maestri Péres Casas, Angel Grande, Conrado del Campo, José Ma Franco e più tardi Ataulfo Argenta, Spiteri, Iosé J. Perez. Nel 1925 fu premiato nel Concorso Nazionale di Belle A rti per la sua «Colecion de Canciones» su versi di Heine. Nell'anno 1931, in occasione del primo anniversario della morte di Gabriel Mirò, l'Ateneo di Alicante gli chiese di scrivere una composizione in onore del defunto. Egli allora compose: «II cadavere del Principe» (Preludio y Cortejo) ispirato da un racconto del medesimo. Pure evocando il personaggio simbolico di Mirò, compose la «Obertura de la meditacion de Siguenza», che fu rappresentata dall'Orchestra di Camera di Alicante. Nel 1934 occupò la cattedra di Storia della Musica, Estetica e Musicografica nel Collegio Nazionale dei Ciechi di Madrid. Fu premiato nel 1942 dalla Radio Nazionale per le sue «Miniaturas» per piano. A Granada, dove dimorò per vari anni, scrisse, fra le altre opere, i «Nueve Preludios», «Homenje a Falla» per piano, rappresentato nell'Aula Magna dell'Università. In occasione della nascita di Ruperto Chapi, nel maggio del 1951, fu rappresentata la sua opera per orchestra: «Homenaje a Chape» (Preludio escénico), per l'Orchestra Nazionale. Le principali opere di Musica da camera sono: Quartetto in Re per arco e chitarra, n. 1 (Premio Nazionale di Musica 1952); Quartetto in Mi per archi n. 2 (Finalista nel Concorso Internazionale di Leja 1953) Quartetto per arco e piano, n. 3 (menzione onorevole Concorso «Samuel Ros» 1955); pezzi per piccola orchestra e piano ecc. Fra la sua produzione teatrale figurano: la fantasia Lirica: «La Ruta di Don Quijote», libro di Javier de Burgos; «El Conde Sol», per Teatro Infantile di Carmen Conde. Nel 1961 gli venne rilasciato il Premio Nazionale di Musica per la sua opera per orchestra «Fantasia en triptico para un drama de Lope», tratta dal «El mejor alcade, el Rey» di Lope de Vega. Compose nel 1968 un'opera di Guillermo e Rafael Fernandez-Shaw: «El pretendiente burlado» ispirato al teatro di Moliére; in una leggenda: «El monje y el pajarillo», libro di Carmen Conde; e in una suo opera per grande orchestra: «Sinfonia del Mediterraneo». Degne di considerazione fra la sua estesa produzione musicale: «Cuatro Cancio nes» per canto e chitarra, con testi di Lope de Vega e «Seis Canciones» (canto e piano), parole di Antonio Machado. Nel 1962 fu scelto dalla S.I.M.C. per il Festival Mondiale di Amsterdam con la «Sonatina en tres duales» per chitarra. Nel campo pedagogico meritano menzione la sua «Historia Abreviada de la Musica» e «Compendio di Armonia, Contrappunto e Fuga». La sua produzione sinfonica da camera, pianistica e vocale è rappresentata in Ispagna ed all'estero. Altre attività meritano segnalazione come conferenziere, pianista e critico, che gli hanno dato soddisfazioni e successi lusinghieri. Joaquin Rodrigo nacque a Sagunto (Valencia) nel 1902. Una grave malattia gli tolse la vista a tre anni di età; ben presto rivelò una vera natura musicale. Studiò a Valencia ed a Madrid. La sua prima composizione musicale orchestrale è «Jongleurs» del 1923. Nel 1925 ottenne il Premio Nazionale per le sue «Cinq piéces enfantines» egualmente per orchestra. Si recò allora a Parigi a perfezionare i propri studi sotto la direzione di Paul Dukas, di cui fu allievo prediletto. Ritornato in Ispagna, fu per qualche tempo insegnante di Storia della Musica al Conservatorio di Madrid e direttore della Scuola di Musica dello Istituto dei Ciechi. È uno dei compositori spagnoli che seppero sottrarsi al pittoresco andaluso grazie ad uno studio assiduo del passato spagnolo, del folklore del paese natio (il Levante) e, grazie anche ad una certa influenza francese, che però appare solamente in pochi lavori giovanili. La sua produzione varia ed abbondantissima comprende quasi tutti i generi musicali: Teatro (musiche di scena; balletti) composizioni orchestrali (Concerti per vari strumenti tra i quali il famoso Concerto d'Aranjuez per chitarra ed orchestra; Soleriana; musica para u jardin ecc); Composizioni corali (Mottetti, Canzoni Sefardie; musica per un codice Salmantino; Villancico y Cancion de Navidada); composizioni strumentali da camera; composizioni per canto ed orchestra (triptic de Mosen Cinto, Ausencia de Dulcinea; Madrigales amatorios ecc.) molte composizioni vocali da camera; pagine pianistiche; pagine per chitarra ecc. Nella Francia d'oggi, tra i musicisti che meritano particolare menzione, segnaliamo André Marchal e Gaston Litaize. Andre Marchal è nato a Parigi nel 1894 ha studiato nt\YIstituto Nazionale dei Ciechi della sua città ed al Conservatorio di Gigout e di Caussade. Sostituì il suo maestro a Saint Augustin e dopo questo incarico ottenuto in giovanissima età, ventiduenne, è stato nominato organista a Saint Eustache. Concertista emerito, eccellente per le sue doti di virtuoso, è stato riconosciuto ed ammirato in tutte le parti del mondo ove ha svolto la sua attività. Geniale interprete della musica antica organistica, maestro nell'arte dell'improvvisazione, esercitò proficua azione sulla ricostruzione degli organi. Nel 1968, in una «manifestazione artistico-culturale di alto interesse storico, il festival internazionale della musica organistica, (per la musica del mistico strumento che, dai tempi antichi fino agli odierni, ebbe lo scopo di far rilucere compositori, esecutori, e buoni organi nelle principali chiese romane, dove si trovano pregevoli strumenti antichi stupendi per fonicità anche se privi delle nuove risorse tecniche), fra i grandi concertisti italiani ed esteri si produsse Andre Marchal; insieme a Marcel Dupré, forma il binomio a cui fanno capo le due più famose scuole organistiche francesi degli ultimi decenni». Riferisce questo avvenimento il Maestro Crescitelli, segnalando il Marchal come insegnante e «concertista di fama mondiale con al suo attivo dischi incisi con grande perizia per i suoi ammiratori. Dalla sua scuola abbiamo avuto famosi allievi vedenti e non vedenti; tra essi spiccano due ciechi di fama internazionale: Jean Langlais e Gaston Litaize. Il primo di essi è compositore di musica sinfonica ed organistica. Langlais si è ispirato, nell'«Omaggio a Frescobaldi», al nostro grande seicentista; in questa composizione, su tema di una delle canzoni del sommo ferrarese, conclude con una fuga a 4 voci per soli pedali. Tornando a Marchal, nella chiesa di Santa Maria sopra Minerva, sul magnifico organo Vegezzi Bossi, a 3 tastiere, fece rivivere Bach, Frank, Couperin (compositore in cui si era specializzato, del quale vinse a Parigi il «Grand Prix du disque»). Mentre tutti gli organisti preparano con fine gusto la registrazione, ma al momento dell'esecuzione in pubblico, per non perdere attimi di tempo nel cambio dei registri, si servono di persone che compiono il gesto del cambio stesso, il concertista Marchal, cieco totale, ha sempre preferito fare tutto da se, e nessuno nell'ascolto ha mai notato la più impercettibile interruzione; ricopiava in Braille e imparava a memoria, in antecedenza, le disposizioni dei registri degli organi che doveva suonare. Oltre che artista eccelso, vero rappresentante del brillante spirito francese, il musicista è dotato di affabilità ed arguzia.» Gaston Litaize, musicista contemporaneo, versato organista la cui bravura può da tutti essere udita nelle belle edizioni discografiche da lui eseguite magistralmente, è nato nel 1909 a Meni-sur-Belvitte (Vosgi); studiò col Coussade e Busser; nel 1938 risultò secondo nel Gran Prix de Rome. Brillantissimo per le sue interpretazioni, organista, prima, di Saint Leon di Nancy di Saint Cloud ed in un secondo tempo di Saint Francois Xavier. È insegnante all'Istituto Nazionale Parigino per i giovani ciechi e tiene delicati incarichi quali quello della direzione della musica religiosa alla radio francese. Compositore egli stesso, ricordiamo di lui: Douze Piecés, Cinq Piecés liturgiques, Vingt-Quatre Preludes, Messe basse, Grand-Messe pour tous le temps, Noel, Prièces, I Missa Solemnier per cori a quattro voci miste e grande organo. Grande valore, per la perizia di esecutore quale eccezionale clavicembalista ed organista, dobbiamo riconoscere al Maestro Helmuth Valca, indimenticabile interprete di Giovanni Sebastiano Bach, del quale sa l'intera opera a memoria, così come di altri celebri autori conosce gran parte della produzione. CAPITOLO TREDICESIMO I NON VEDENTI NELLA MUSICA JAZZ E NELLA MUSICA LEGGERA Nell'ultimo cinquantennio del nostro secolo dobbiamo considerare la riuscita di certi musicisti ciechi nel campo della musica jazz. Tra essi eccellono George Shearing e Lennie Tristano. George Shearing è senza dubbio una delle maggiori personalità del jazz contemporaneo. E nato a londra nel 1919 e, cieco fin dalla nascita, ha studiato pianoforte alla Linden Lodge School. Ha cominciato a studiare jazz nel 1935, partecipando a jam session in piccoli locali londinesi. Shearing fece poi una tournée quale pianista con Claude Bampton, che dirigeva un'orchestra formata da diciassette musicisti ciechi. Iniziò quindi la carriera di solista suonando dapprima con l'orchestra Ambrose e poi con un piccolo complesso. Nel 1947 si trasferì definitivamente negli Stati Uniti e lo troviamo all'Onux Club di New York, ma questa fu l'ultima volta in America in cui apparve come secondo nome nel cartellone, poiché il suo successo non conobbe più soste o rallentamenti. È stato a capo di un quintetto, da molti anni una delle formazioni più apprezzate dal pubblico e dalla critica. La sua musica è infatti una fusione delle varie melodie americane, elegantemente congeniate. Delicata e nuova apparve l'aggiunta di un vibrafono al suo quintetto che rendeva il suo complesso diverso da molte altre combinazioni jazz, così inclini a quelle sonorità talvolta troppo dissonanti. L'effetto così vellutato e soffice, ottenuto nella sua musica, ha dato luogo a quello «special Shearing sound» che ha ottenuto tanto successo e gli ha dato la sicura stabilità così difficile nella storia del jazz. Persegue la sua attività con volontà ferrea ed entusiasmo ed è ormai così affermato che per molto tempo, tutti i venerdì sera è apparso sugli schermi televisivi americani. Si interessa volentieri anche della musica classica (tempo fa si dedicava infatti al Concerto in La minore di Schumann). Quale arrangiatore prepara anche lavori che servono per incisioni discografiche. Shearing è un esempio di uomo retto e di buon padre di famiglia, sempre sereno e sorridente, che dimostra con quanta serietà ci si possa dedicare a questo genere di musica. Lennie Tristano. Una delle più moderne correnti del jazz è quella nominata «cool jazz» o jazz freddo, che una trentina di anni or sono si liberò dalle pastoie di un dinamismo qualche volta troppo superficiale per cercare un aggancio diretto con la tradizione della grande musica. A questa corrente apparteneva il pianista negro Lennie Tristano, considerato un «santone» della scuola fredda. Nacque nel 1919 a Chicago da una famiglia italiana. A nove anni perse completamente la vista e, iniziati in una scuola per ciechi gli studi pianistici, non potè conseguire il diploma per mancanza di mezzi, non tralasciando però di approfondire ugualmente la cultura musicale. Dal 1945 in poi, dopo aver suonato il sassofono, il clarinetto ed il violoncello, riuscì ad imporsi come pianista e come compositore. Man mano che il tempo passava, il suo stile, che nei primi tempi si rifaceva a quello del negro Art Tatum, andava perfezionandosi ed acquistando personalità tanto da piacere sempre più ai critici ed ai musicisti, ma sempre meno al suo pubblico. Per parecchi anni così le sue delicate e complesse idee musicali furono travolte da quelle frenetiche degli «arrabbiati», che costrinsero il profeta del jazz freddo ad abbandonare la musica attiva ed i concerti per dedicarsi quasi esclusivamente all'insegnamento. Furono però proprio la novità e la nobiltà della musica a procurargli importanti amici come il chitarrista Billy Bauer e l'alto sassofonista Lee Konitz. Con questi musicisti Lennie produsse i suoi primi dischi, ai quali gli appassionati guardano oggi come veri e propri «testi» del jazz moderno. «Progression» e «Retrospection» del gennaio del 1949 e «Crosscurrent Marionette» del maggio dello stesso anno, sono i più famosi, degni di essere citati. La musica dell'ultimo Tristano che presenta certi richiami classici ed intellettualistici, è però costruita con chiarezza e si indirizza verso un maggior sfruttamento del ritmo e dei timbri strumentali. Numerosi concerti, ovunque applauditi, rappresentano 1' attività che precedette la sua morte. Uno dei più geniali pianisti del jazz è Art Tatum, nato a Dayton (Ohio) nel 1905 e morto a Los Angeles il 5 novembre del 1956. Spesso si era esibito come solista ed aveva diretto un trio, quando l'impresario Norman Graz gli fece incidere dischi con Benny Carter, Roy Eldridge, Buddy De Franco ed altri. Lo stile di Art Tatum non poteva appartenere ad una qualsiasi scuola o ad un'epoca, però si può dire che Art Tatum, come Louis Armstrong, era una delle figure più rappresentative di tutta la storia del jazz. Ray Charles Robinson è pianista, cantante e compositore, nato ad Albany, in Geòrgia, nel 1930. È da più di 30 anni il Re di una musica che affonda le sue radici nel jazz degli «Spirituals», dei «Blues», e dei «Gospels», e da tali forme trae linfa la sua arte. Cieco dall'età di sei anni, per una malattia trascurata, ha vissuto in povertà e giovanissimo ha iniziato lo studio del pianoforte, del sax contralto, della tromba, del clarinetto e dell'organo, tutto ad orecchio, finché, ospite di una scuola speciale, non ha appreso la notazione musicale Braille. Il suo primo disco «Ray Charles Blues» del 1951, è seguito da altri due in collaborazione col vibrafonista Milton Jackson e da un quarto disco che anticipa le qualità che lo renderanno famoso. Ebbe un clamoroso successo con «Geòrgia on my mind». Molto stimato dalla sua Casa Discografica, ha a disposizione grandi arrangiatori e cantanti come Betty Carter. Dal 1960 ebbe una propria Casa Discografica, ma senza fortuna ed un lungo travaglio, spirituale e fisico, nel quale la droga e l'alcool gli fecero conoscere cliniche e carcere. Ora, più sereno, lavora molto, anche per mantenere, a sue spese, una Scuola per Ciechi della quale non vuol parlare; preferisce che «resti una cosa tra lui e loro», (i ragazzi che la frequentano). Ha frequentato la Chiesa Battista e dice: «canto la rabbia della mia gente»; viene chiamato «Genius», e, quando si siede al pianoforte, canta in quel suo modo personalissimo che sa fondere così bene la «musica Soul», di cui è il grande Maestro, col «Blues» ed il «Rock and Roll»: le platee di tutto il mondo rimangono ammaliate. Alcuni suoi critici dicono che non è facile resistere al fascino della sua voce, che diventa strumento; passa magistralmente dal falsetto al basso; dal ritmo alla melodia dei suoi canti, sempre nuovi e variati da molti accorgimenti. Il suo album «The spirit of Christmas», una vecchia raccolta di canzoni natalizie, piacque molto in Italia, dove da allora, nel ferragosto del 1981, in Piazza del Duomo, a Milano, è venuto altre volte idolatrato come sacerdote della «musica Soul». Dice: «nella mia musica ci sono io, il mio cuore, la mia mente, la mia anima; per me il "Soul" è il modo di entrare in una canzone e di far entrare la canzone in noi. Il "Soul" è una forza, una energia. La mia musica è nata dalla disperazione mia e della gente di colore come me». Una delle «star» più pagate del mondo, ha una casa discografica tutta sua, jet privati con eserciti di orchestrali, tecnici, segretari (un medico ed un parrucchiere personale), cachet da capogiro. La nuova «Black Music» ha un genio nella personalità musicale di Stevie Wonder (Steveland Morris, reale nome di battesimo), che, teso alla ricerca del meglio, è riuscito a mantenere d'accordo critica e pubblico nell'elogio della sua opera. È un cantante ed un musicista eccezionale. Il suo nome, che è un soprannome, significa «prodigio». Cieco fin dalla nascita, con grinta e coraggio, ha raggiunto notorietà, successo e buonissima posizione economica. Si dice in America che sia uno dei musicisti più ricchi al mondo; questa, in particolare, l'opinione dei discografici. È, però, d'animo generoso e spesso elargisce contributi a chi ha bisogno (decine di milioni l'anno in beneficenza). Ha avuto il coraggio di scrivere una canzone sulla morte, serena meditazione religiosa, ma argomento certamente poco commerciale. Nonostante ciò, la sua musica è sempre celebrazione della vita, per la quale ha sentito sempre grande amore. Nato prematuramente, perse la vista per la lunga permanenza nell'incubatrice e poiché una bimba, nata nello stesso giorno, non sopravvisse, Stevie Wonder si è ritenuto sempre fortunato. Nel comporre i suoi dischi si è trattenuto a volte lungamente: per l'L.P. «The secret life of plants», ha impiegato più di tre anni, ed al suo precedente L.P. «Songs in the key of life», aveva lavorato per oltre due anni. Da ciò si può notare come nella «musica Pop» sia tra i pochi perfezionisti che possono permettersi di meditare lungamente le proprie composizioni. È cosciente del suo valore e dice: «i miei dischi fanno parte della storia. So che la gente continuerà ad ascoltarmi anche dopo la mia morte e voglio lasciare dietro di me solo documenti di cui sono pienamente soddisfatto». Deriva da una famiglia della borghesia nera di Saginow (Michigan), in grado di assicurargli un'educazione; amò la musica da quando era bambino; a 12 anni lo chiamarono «Wonder» (prodigio, meraviglia); si portava anche a scuola la radio a transistor e ascoltava specialmente le stazioni che trasmettevano musica nera, canzonato spesso dai suoi compagni bianchi. Imitava sovente la voce di B.B. King e àiRay Charles, e suonava armonica, pianoforte e batteria. Le sue prime canzoni, scritte a 15 anni, erano limitate, nell'ispirazione, dai suoi produttori che gli suggerivano gli arrangiamenti ed i titoli. A 17 anni, in collaborazione con sua madre scrisse «I was mother to love her». Quando compì 21 anni riscosse, alla scadenza del contratto, un milione di dollari. Nello studio di incisione, che realizzò con parte di questo guadagno, si dedicò permanentemente al lavoro, talvolta dimenticando di mangiare e di dormire. Nacque così «Music of my mind», disco di grande successo. Raggiunse grande popolarità in una tournée del 1972 con i Rolling Stones. Con l'incisione di « You haven't done nothing», una canzone contro Nixon, e «Heaven is ten zillion light years away», una ballata struggente, come uno «spiritual» in cui chiede disperatamente a Dio perché lascia esistere l'odio razziale, nel 73 si impegna a fondo contro il razzismo. Dal 1975 lo aspettano altri successi d'arte e di tasca, rinnovando il contratto con la «Tamia Motown» (Casa discografica americana specializzata in «rhythm and blues»), ma uno stato di angoscia lo assale: fallisce il suo primo matrimonio e solo quando sposa Iolanda Simons, e con la nascita di una figlia, Airsha Zakiara («forza e intelligenza» in una lingua africana), ritrova se stesso e riprende a lavorare con un nuovo ritmo, più lento, ma più meditato. Dedica alla bambina l'album «Songs in thè key of life», in particolare la canzone «Isn't she lovely?»; scrive un commento sonoro per un film, fatto solo di immagini, sulle piante e la natura «The secret life of plants», basato solo sulle indicazioni del regista, nel quale l'autore è lieto di offrirsi come esempio a chi, come lui, è non vedente, e scrive una musica che si differenzia da tutta la sua produzione precendente, con musiche che richiamano pezzi sinfonici, musiche indiane, africane, di jazz anni '30, di fantasia e inventiva. Utilizza tutti gli strumenti, sovraincidendoli da solo, con pochi interventi di chitarra, basso, e canto femminile della ex moglie Syreeta, lanciata da lui come cantante. Per l'album, oltre ad avere scritto testi e musiche, ha realizzato da se gli arrangiamenti, in un modo che quasi nessuno, nella musica leggera, sa fare. Lo ricordiamo in una sua partecipazione ad un festival di San Remo, dove presentò un brano con Gabriella Ferri, e, tra gli altri successi, «Innervision» (album splendido), «Fullfillgness first finale» (altro L.P. di gran successo e di altissimo livello tecnico musicale del 75). Ci piace concludere questa biografia con queste sue frasi: «penso che, se non siamo noi ad impedirglielo, Dio ci entri nel cuore, nella mente, nell'anima. Rispetto chiunque cerchi una risposta nella religione, e penso che proprio la religione ci insegni che siamo tutti uguali e tutti uniti»... «Mi sento fortunato perché ho avuto il dono della voce, la capacità di cantare e di scrivere. Penso che tutto quanto accade sulla terra, triste o felice che sia, abbia un motivo, e credo che Dio mi abbia dato il dono della voce perché io possa portare un messaggio a tutte le persone che ascolteranno la mia musica». Queste parole trovano riscontro nelle sue azioni se pensiamo che, a sue spese, ha fatto costruire la «Stevie Wonder House», una scuola per bambini ciechi e ritardati. Alla musica leggera molti musicisti ciechi dedicano ancora oggi in Italia la loro attività quali esecutori pianisti, compositori di canzoni e direttori d'orchestra. Tra i compositori di canzoni non può essere tralasciato Saverio Seracini. Saverio Seracini, nacque a Prato. Da bimbo il padre volle indirizzarlo ad un'altra professione, ma egli si appassionò allo studio degli strumenti a plettro e, oltre al mandolino, alla chitarra, liuto ecc. volse il suo perfezionamento al banjo. Suonava inoltre svariati strumenti a fiato e fino al 1945 fu alla Radio anche come direttore d'orchestra. Unì alla sua fondamentale attività di compositore di bellissime canzoni, quella di arrangiatore ricercatissimo. Tra le canzoni, che hanno riscosso grande successo, ricordiamo: «Vecchio quartiere»; «Serenatella»; «Rosa Morena». Il primo festival della Canzone Moderna di San Remo fu vinto da lui con la canzone: «Grazie dei fior» e da allora altri suoi successi furono apprezzati in altri festival della stessa città: «Fragole e cappellini»; «L'Edera»; «Mogliettina»; «Un filo di speranza»; «Cip-ciu-ci» (che ha avuto molte edizioni anche in lingua straniera); «Colpevole» (1960 S. Remo) ecc. Un altro musicista del settore è Giulio Prestigiacomo, che ha diretto il complesso «Nico e i Gabbiani» di Palermo, operando all'organo elettrico; compone canzoni che hanno avuto vivo successo, basterebbe ricordare «Parole» il cui disco ha occupato, per parecchie settimane, le prime posizioni nella classifica di «Hit Parade» (inchiesta di mercato sui dischi più venduti nella settimana) degli anni '60. Sulla «Stampa Associativa» 1989 della U.I.C.,Mario Censabella, presidente della sezione U.I.C. di Milano, ci parla di una cerimonia avvenuta alla Villa Cilea di Varazze, in occasione della sua restaurazione. Infatti la moglie del celebre compositore Francesco Cilea, fece dono della villa alla SI AE nel 1969. Fra gli ospiti illustri di questa manifestazione si trovava Vittorio Pinotti, il quale, alunno dell'Istituto dei Ciechi di Milano «quando ancora era in possesso di un piccolo residuo visivo scriveva canzoni per comunicare agli altri la sua malattia, della speranza che riponeva nella sua Milano, che sicuramente gli avrebbe dato lavoro». Pinotti, infatti, si diplomò al Conservatorio della sua città e divenne autore di centinaia di canzoni scritte anche in dialetto meneghino; «molte sono state premiate, qualcuna ricorda la collaborazione di sua moglie che, per stare con lui in orchestra, aveva imparato a suonare il contrabbasso. Con il suo amico Luigi Carcano (detto Luisin il taxista), Pinotti compone operette in milanese che riscuotono molto successo. In un suo tipo di ballo liscio Casadei rispecchia le caratteristiche dello stile Pinottiano che ritroviamo in un tipo di ballo liscio ambrosiano, inventato da lui in collaborazione col suo amico Berlusconi, altro musicista non vedente eccezionalmente dotato. Questo ballo in qualche sala della città è ancora capace di entusiasmare coloro che lo sostengono e che sono tanti. Per l'apporto dei ciechi alla musica leggera anche A leandro Baldi ha dato il suo contributo come cantante e cantautore con la canzone «La nave va», giungendo secondo tra le nuove proposte al trentaseiesimo festival di San Remo nel 1986. Il suo nome si aggiunge ad altri nomi di numerosi cantanti ciechi fra cui lo scomparso Seracini, Baselice, Catalano, lo scomparso Signori, Enrico Zardini (la cui canzone «Guardando il mondo con gli occhi tuoi», è stata utilizzata recentemente come sigla di una «trasmissione inchiesta» nel G.R. 2, condotta dal giornalista Augusto Giordano), Feliciano ed altri compositori ancora italiani e stranieri. Interessante è la risposta che su un giornale della «Stampa Associativa» viene data da un esperto pedagogista a queste domande: «A) Un non vedente può fare il cantante?; B) Che cosa si deve fare per diventare cantanti?; C) Per entrare in una casa discografica è necessaria la spinta di un cantante o di un cantautore?» Risposta: «Non è difficile immaginare che la strada debba essere lunga e snervante e comunque far seguito ad una collaudata carriera di dilettante... Stevie Wonder, José Feliciano eRay Charles -- da noi nominati -- sono la dimostrazione indiscutibile che il vero talento emerge sempre, purché sia sorretto dalla tenacia necessaria a superare le inevitabili difficoltà. Certo, il mondo della musica, con i suoi richiami allettanti, primo tra i quali la prospettiva di facili guadagni, attira numerosi giovani e, di conseguenza, la concorrenza si fa spietata. Inoltre il pubblico, smaliziato e competente, non si accontenta più della voce gradevole e del motivetto orecchiabile: uno sbaglio o un insuccesso possono annientare il lavoro di anni, e sicuramente potrebbero dire qualcosa cantanti e cantautori delle ultime generazioni, costretti continuamente a sgobbare, studiare, affinarsi, riproporsi, per riuscire a rimanere a galla. Tenendo conto di questa situazione, prima di tutto è indispensabile la capacità di fare autocritica, seria e priva di indulgenze; superato l'esame senza perplessità si può cominciare a bussare, non stancandosi, ai vari Studi Discografici; ma se non si è più che certi di avere qualcosa da dire, meglio programmare il proprio futuro in modo diverso, senza esitazioni e rimpianti». Ci piace finire questo capitolo segnalando una curiosità: VUnione Italiana Ciechi, tra gli anni '50 e '60, per agevolare l'attività dei suoi soci dediti alla musica leggera e per diffonderne la loro produzione artistica, gestì una propria casa editrice musicale, la «Concentus», per la quale Remo Salustri, Armando Mazzarello ed altri scrissero canzoni molto belle, sia come musica, che come parole. Purtroppo, però, questa esperienza dovette finire in poco tempo e quindi tentativi del genere, se ripetuti, dovrebbero essere attentamente meditati e studiati nella previsione, nella programmazione ed in tutti i particolari propri di queste ardue, intraprendenti iniziative. CAPITOLO QUATTORDICESIMO MUSICISTI CHE SVOLGONO E CHE HANNO SVOLTO LA LORO ATTIVITÀ DI INSEGNANTI NELLE SCUOLE MEDIE ITALIANE DI PRIMO E SECONDO GRADO E NEI CONSERVATORI DI MUSICA Dopo aver presentato i musicisti ciechi di tutti i tempi, la formazione delle scuole e delle istituzioni italiane ed estere ed i vari campi della musica in cui si sono cimentati i nostri artisti, non possiamo trascurare un'altra numerosa categoria di insegnanti di musica che, in tutte le Scuole statali secondarie di primo e secondo grado e nei Conservatori italiani, svolgono la loro opera di insegnanti con prestigio, competenza e dignità. La piena validità giuridica per il riconoscimento degli insegnamenti oggi consentiti ai docenti ciechi di musica, al fine di inserire il maggior numero di essi nelle scuole dell'intero territorio nazionale, a favore dell'occupazione e della coeducazione tra alunni ciechi e vedenti, la possiamo intercettare nei numerosi giudizi positivi scritti a favore degli insegnanti di musica ciechi dai grandi maestri di musica tra cui, fra tanti, il maestro direttore d'orchestra Vittorio Gui; di lui citiamo una sua lettera, indirizzata prima del 1965 al Prof. Bentivoglio presidente della U.I. C., nella quale così si esprimeva: «come si può approvare una norma che impedisca ai non vedenti di insegnare alcune materie musicali nelle scuole? Se c'è un'arte che può essere praticata perfettamente anche dai ciechi è proprio la musica! Se un giovane avesse avuto bisogno di prendere delle lezioni di composizione dai due grandi vecchi, privi della vista negli ultimi anni della loro vita, HaendeleBach, avrebbe potuto una sciocca legge impedirlo loro? E con quale vantaggio?». Di questi insegnanti presentiamo un elenco che ci pervenne dalla Sede Centrale dell'Unione Italiana Ciechi e che oggi ha più valore di citazione storica che di testimonianza della situazione odierna. Molti di questi insegnanti hanno cessato la loro attività, molti stanno per farlo e ad essi dovremmo aggiungerne dei nuovi di cui, purtroppo ci sfuggono i nominativi. Albano Serafino (Napoli) - Ambrosini Agnese (Roma) - Ambrosio Anna (Napoli) -Antonello Nicola (Padova) -Arnod Callistio (Bologna) - Barbato Cardinale (Avellino) -Bassani Antonio (Belluno) -Bebber Giuliana (Trento) -Bellotti Pietro (Bergamo) - Bertoni Angelo (Reggio Emilia) - Bettoli Erminio (Como) - Biancotto Giovanni (Catania) - Boccardi Rolando (Bergamo) - Bonelli Silverio (Assisi) - Borile Zeffirino (Padova) -Bortolini Bertoli Rosaria (Treviso) - Calcagno Bruna (Milano) - Campanelli Nella (Ancona) - Campanile Francesco (Siracusa) - Cappucci Maria Antonietta (Roma) -Boccardo Amedeo (Padova) - Carissoni Domenico (Bergamo) - Castelli Vincenzo (Catania) - Catania Illuminato (Catania) - Cavenati Silvio (Bergamo) - Cereda Maddalena (Bergamo) - Cesano Antonio (Milano) - Cherubini Emilio (Vicenza) - Ciaponi Marino (Lucca) - Colombo Giovanni (Catania) - Conca Mario (Milano) - Contin Luciano (Reggio Emilia) - Costantini Giorgio Fausto (Palermo) - Damiani Agostino (Cagliari) deceduto - Damiani Ricci Giuliana (Ascoli Piceno) - Damonte Angelo ( Alessandria) - De Donatis dementino (Teramo) - Delucchi Giuseppe (Genova) - De Martin Arcangelo (Belluno) - Di Marzio Amedeo (Roma) - Di Vito Francesco Giosué (Foggia) - Deveynes Pietro (Aosta) - De Vito Rocco (Matera) - Esposito Agostino (Napoli) - Fadel Luciano (Treviso) - Follone Arcangelo (Frosinone) Fanton Luciano (Bergamo) - Ferrante Francesco (Palermo) -Ferrato Pietro (Padova) - Filocamo Benito - Fogli Dina (Livorno) - Fumagalli Giuseppina (Corno) - Gaiano Fortunato (Salerno) mGalimberti Paolo (Como) - Gallo Stampino Luigia (Milano) Gamba Igino (Milano) - Gardoni Lucilla (Vicenza) - Garmilli Antonio (Verona) Gazzotti Ida (Modena) - Giordanni Giuseppina (Sondrio) - Giordano Nicola (Lecco) Grammatica Giacomo (Brescia) - Guaragna Gemma (Ancona) - Ignelzi Renato (Napoli) deceduto - La Volpe Ludovico (Napoli) - Leporati Giuliana (Reggio Emilia) -Livraghi Pier Angelo (Sondrio) - Loche Rachele (Piacenza) -Lombardi Giovanna (Formia) - Lucchetto Francesco (Venezia) - Luparia Enrico (Alessandria) - Macchi Alvara (Pisa) -Malvezzi Arrigo (Modena) -Mancusi Anna (Salerno) -Maris Vincenzo (Cremona) - Masoni Anna (Firenze) - Mazzucchelli Bortolo (Bergamo) - Meconi Filippo (Macerata) - Millan Franco (Padova) - Moglia Giuseppe (Milano) - Montini Ebe (Rovigo) - Nava Antonio (Como) - Paviglianiti Armando (Reggio Calabria) -Papato Salvatore (Catania) - Paperini Pietro (Padova) deceduto - Pelassa Mario (Torino) - Perotti Giulio (Piacenza) - Piantoni Alessandro (Bergamo) deceduto Picariello Luigi (Avellino) - Pignet Amedeo (Aosta) - Piscione Antonio (Livorno) deceduto -Poggi Agostino (San Remo) - Pregnolato Guglielmo (Bologna) - Probo Piantoni Emilia (Bergamo) -Proverbio Olga (Milano) -Pruneri Gian Piero (Varese) Ranzni Luigi (Pavia) - Renoio Remo (Mantova) - Rivazio Roberto (Napoli) Rovira Alessandro (Milano) - Russo Antonio (Agrigento) deceduto - Saccoman Giovanni (Venezia) - Sala Ottaviano (Milano) - Salvaggio Francesco (Agrigento) - Salvaterra Lino (Trento) - Sanfilippo Aldo (Bologna) - Sanfratello Giuseppe (Palermo) - Sanità Vincenzo (Roma) - Sarno Giuseppe (Avellino) - Sarto Ferruccio (Udine) - Sartori Maria (Bergamo) -Sassomaria Antonietta (Imperia) -Scalabrin Fortunato (Padova) Schifano Luigi (Lecce) -Stiletti Donato (Bari) - Soave Luciano (Padova) Somailnes (Rieti) - Spampati Gaudenzio (Belluno) -Spedone Gaetano (Sassari) - Sposaro Maria Concetta (Cosenza) - Spreafico Antonio (Milano) - Staffoli Elda (Mantova) - Taglietti Alvise (Brescia) - Tamani Pietro (Reggio Emilia) - Tamburini Ezio (Pesaro) - Tarabusi Luigi (Ravenna) -Tedeschi Isabella (Bari) - Tevere Viola (Napoli) - Tosatto Otello (Treviso) - Tumminello Giuseppe (Palermo) - Vaccani Mario (Como) - Vaghi Carlo (Milano)- Valenano Amalia (Formia)- Vergamini Sergio (Torino)- Viliani Giuseppe (Vicenza)- Villanova Bortolo (Vicenza)- Vitali Franco (Bergamo) - Voltolini Augusto (Trento) - Zagallo Leda (Venezia) - Zambon Ruggero (Vicenza) - Zappaterra Vasco (Ferrara) deceduto - Zollo Luigi (Benevento). Ai lettori interessati a questo elenco rivolgiamo la preghiera di consultare anche l'indice alfabetico dei nomi e l'indice delle istituzioni, dai quali potranno rapidamente apprendere altre indicazioni e nominativi riportati ai capitoli del presente volume. CAPITOLO QUINDICESIMO CONCLUSIONE È doveroso finire anche questa seconda pubblicazione del volume scusandoci con tutti i nostri valorosi musicisti che, per mancanza di notizie sulla loro attività, non abbiamo nominato: ne è un esempio il direttore d'orchestra francese Fernandez, che potrebbe certamente essere affiancato a numerosi altri i quali, nell'accordatura, nell'insegnamento, nel concertismo, nella musica di ogni genere e in ogni parte del mondo, avranno dato senz'altro, nel passato ed oggi, il meglio di se all'arte ed alla nostra categoria, sommessamente, ma con la stessa utilità di quelli citati nel libro; essi, rimasti nell'ombra per modestia o per difetto della nostra capacità di ricerca e d'osservazione, sono certamente non meno ammirevoli degli altri (altro esempio è l'intensa, sommessa attività d'organista parrocchiale del bergamasco Angelo drillo Pasinetti). Dobbiamo ricordare tutti quelli che sono deceduti ultimamente come la «cara, nobile, paterna figura dell'insegnante di pianoforte Realdo Erba, spentosi recentemente dopo una lunghissima, serena esistenza». Così dice di lui Sandro Rovira nel ricordarlo. Rovira conobbe il defunto Maestro, insegnante presso VIstituto per Ciechi di Milano, e nella seconda guerra mondiale, tra pericoli e peripezie, ammirò questo docente tanto vicino ai suoi allievi che, per le esigenze belliche, erano stati decentrati nei più svariati luoghi della città; e ad essi mai fece mancare la sua arte, il suo sorriso e la sua comprensione. Dopo queste osservazioni, prima di chiudere il volume, riteniamo ancora valide certe considerazioni che dovrebbero essere ulteriormente meditate specialmente da quando la nostra istruzione avviene in un clima di coeducazione degli alunni ciechi con gli alunni vedenti nella scuola comune. Alla capacità intuitiva, professionale ed organizzativa dell'Unione Italiana Ciechi è demandato ancora una volta il compito di ritenere la musica una rilevante possibilità di lavoro per i suoi iscritti attitudinalmente dotati; l'U.I.C, infatti, dovrebbe impedire, col più sentito convincimento, la fuga di elementi musicalmente validi attratti da attività che disperdano e impoveriscano certi valori insiti in alcune nostre personalità, con i conseguenti danni a se stessi e alla società; (il recupero potrebbe essere favorito, per la formazione e la riuscita di questi studenti, dalle numerose Scuole musicali riconosciute, operanti ormai in quasi tutte le città o magari dalle sezioni staccate di Conservatori presso le nostre istituzioni scolastiche che rappresentano il nord e il meridione d'Italia le quali, in un clima di unione europea o unione mondiale dei ciechi, potrebbero essere prese come paragone anche all'estero). Per questo possiamo sere namente incoraggiare i nostri giovani, i loro familiari e i dirigenti delle sezioni dell'Unione Italiana Ciechi e delle altre Associazioni per non vedenti di ogni paese (talvolta musicisti anch'essi) «affinchè (') non disperdano ne sciupino certe attitudini musicali che, ad una più che decorosa sistemazione nella vita, uniscano l'arricchimento dello spirito, della fantasia e dell'intelligenza, tanto utili all'uomo di questo tormentato periodo». «In (2) molte nazioni, ormai da decenni, l'infanzia fruisce delle qualità formative ed educative della musica;»... «se questa utilizzazione dell'arte musicale vale per tutti i fanciulli, per i bambini minorati è assolutamente indispensabile in quanto può sostituirsi ad altre attività, le può compensare divenendo agente sullo sviluppo sensoriale, o sfogo emotivo, o stimolo mentale, o mezzo di socializzazione, a seconda dei casi, ma sempre a vantaggio di ogni tipo di handicap». L'opera di istruzione musicale sarebbe bene fosse unita ad un'altra convincente azione anche in Italia: quella che indica alle autorità ed ai sindacalisti la necessità di ampliare e sostenere l'insegnamento musicale in tutte le scuole, dalla Materna all'Università, così come avviene nella maggior parte dei Paesi stranieri, favorendo e sollecitando l'impegno di tanti musicisti privi della vista, ottimi per gli allievi vedenti ed insostituibili per i bambini ciechi. Dell'esigenza di musica che ha ogni minorato della vista, ne troviamo una grande mèsse di esempi a cominciare da tutti i privi della vista che si sono interessati all'argomento: tra essi anche quelli dediti ad altre attività, spesso con scritti sull'arte dei suoni o rivolgendo la loro attenzione ad essa, hanno mostrato di esservi legati. Lo stesso Prof. TommasoDaniele, l'attuale presidente della U.I.C., confessa che, in certe notti insonni della sua gioventù, si dilettava a «scrivere canzoni o, meglio, versi di canzoni, nonostante che l'opposizione della famiglia e la diffidenza del mercato discografico» l'abbiano convinto a desistere. Abbiamo letto osservazioni e pensieri sulla musica del Prof. Giuseppe Terranova, dei più volte citati Prof. Banchetti, Dott. Livia Morandi, Professoressa Anna Maria Campochiari, Prof. Alvaro Zingoni. Ricordiamo le attenzioni che ebbe, nelle circostanze dei Premi Musicali Formigoni, il Prof. Lino Cavicchini, nonché le preoccupazioni per il diminuito interesse dei nostri giovani alla musica, rilevate dai musicisti Agostino Poggi di San Remo e dal siciliano Patti. Ricordiamo, inoltre, le profonde riflessioni che potemmo ascoltare nelle trasmissioni radiofoniche, curate da Laura Padellaro, di un amico di Mario Del Monaco, D'Onofrio (venuto purtroppo a far parte della nostra categoria) e di Costanzo Capirci. Un altro amico da non dimenticare, per il suo profondo sapere dell'arte musicale, per le sue doti artistiche ed umane, è il Maestro pisano Ausilio Ciuti, formatosi al «Cavazza» di Bologna, uomo di grande modestia, ricco di cultura musicale mostrata, anche, in una popolare trasmissione televisiva «Lascia o Raddoppia», prima serie, nella quale risultò vincitore di un primo premio in storia della musica. È dunque giusto finire con questa osservazione: «Il musicista (3) è l'unico uomo al mondo che può utilizzare l'infinità di sensazioni sonore che lo circondano, trasformandole in ordinate, espressive sequenze che si espandono in una vasta gamma di nota. (') Mario De Pirro «La musica, una professione per i non vedenti» da «Il Tirreno» 15 settembre 1980. (2) Mario De Pirro «La musica da educazione a professione per il non vedente» da «il Corriere dei Ciechi» Marzo 1982. (3) Vedi nota ('). gradazioni, dalle più tenui alle più forti, suscitando quei sentimenti di quiete, di coraggio, di entusiasmo, tanto necessari a tutti per sopportare, affrontare e vincere le difficoltà della vita»; e, proprio come ogni musicista, il non vedente «nei suoni conosce, distingue, intuisce, si orienta, sviluppando in sé quelle capacità indispensabili nella arte musicale così come nella sua intima esistenza». L'essenziale è, anche nell'evolversi e nel progresso dell'attività musicale tra i ciechi, come augurio e come programma, fare nostro un motto, non firmato, che leggemmo sul finire di una pagina di un periodico della «Stampa Associativa»: «Esistere è cambiare; cambiare è maturare; maturare è continuare a creare se stessi senza fine». INDICE ANALITICO DELLE ISTITUZIONI, DELLE INIZIATIVE E DI ALCUNE ATTIVITÀ Accademia «Dei Lincei», cap. VIII p. 39 Accademia di «Santa Cecilia», cap. VIII p. 32, 39, 62 Accademia Filarmonica di Bologna, cap. VIII p. 39,61,62 Accordatura, cap. II p. 10; cap. VII p. 24; cap. VIII p. 35,36,50,52; cap. XV p. 99 Associazione «Alberto Mozzati», cap. VIII p. 41 Associazione di «Santa Cecilia», cap. VII p. 28 Associazione «Valentin Hauy», cap. VII p. 27; cap. VIII p. 58 Basilica di «S. Antonio», cap. VIII p. 31, 58 Bibliotheque Braille, cap. VII p. 27 Biblioteca del conservatorio di musica «San Pietro a Majella», cap. IV p. 15 Biblioteca di Monza o Biblioteca Nazionale Braille o Biblioteca «Regina Margherita», cap. VIII p. 33,41; cap. IX p. 66, 67; cap. X p. 74, 75, 76 Biblioteca Laurenziana, cap. II p. 10 Biblioteca Nazionale di Madrid, cap. IV p. 18 Computer, cap. X p. 74 Concorsi, cap. IX p. 67, 69, 71, 72; cap. X p. 77; cap. XII p. 87, 88 Conference «Valentin Hauy», cap. VII p.27 Conferenza Musicografica, cap. X p. 75 Congresso di Genova, cap. VIII p. 47, 52; cap. IX p. 66, 68, 70 V° Congresso Tiflologico, cap. VIII p. 51 Conservatorio Musicale di Alessandria «A. Vivaldi», cap. IX p. 71 Conservatorio di Bari «N. Piccinni», cap. VIII p. 47 Conservatorio di Bologna «G.B. Martini», cap. VIII p. 60, 61, 62, 63 Conservatorio di Cagliari, cap. IX p. 70 Conservatorio di Campobasso, cap. IX p.71 Conservatorio di Caracas, cap. IX p. 72 Conservatorio di Cuneo, cap. IX p. 66 Conservatorio di Firenze «L. Cherubini», cap. VIII p. 32, 34; cap. IX p. 69; cap. X p. 74 Conservatorio di Madrid, cap. XII p. 89 Conservatorio di Milano «G. Verdi», cap. VII p. 25, 29; cap. VIII p. 37, 38; cap. IX p. 67, 72; cap. XII p. 86; cap. XIII p. 95 Conservatorio di Napoli «San Pietro a Majella», cap. IV p. 15; cap. VII p. 25; cap. VIII p. 46; cap. XI p. 79, 81; cap. XII p. 86 Conservatorio di Novara, cap. IX p. 72 Conservatorio di Padova già Istituto Musicale «C. Pollini», cap. VIII p. 31, 32, 34,; cap. IX p. 81, 83; cap. XII p. 87 Conservatorio di Palermo «Vincenzo Bellini», cap. VIII p. 42; cap. IX p. 68, 71 Conservatorio di Parma «A. Boito», cap. VII p. 28; cap. VIII p. 39 Conservatorio di Perugia «G. Morlacchi», cap. IX p. 71; cap. XI p. 81 Conservatorio di Piacenza, cap. IX p. 68 Conservatorio di Roma «Santa Cecilia», cap. VIII p. 42, 50, 53, 55; cap. XI p. 81 Conservatorio di Torino, cap. IX p. 68 Conservatorio di Trieste «G. Tartini», cap. VII p. 26; cap. IX p. 69, 71 Conservatorio di Venezia, cap. VIII p. 31,35,36 Conservatori Musicali Italiani, cap. IX p. 71 Convegni, cap. XI p. 84 «Corriere Braille», cap. VIII p. 54; cap. Xp. 73 «Corriere dei Ciechi», cap. VIII p. 54, 56; cap. X p. 73; cap. XI p. 78,79,81,82, 83,84 Corsi, cap. XI p. 79,80, 81,84; cap. XII p. 87 Dettatura della musica, cap. VII p. 24 Direzione banda, cap. VIII p. 36 Elenco aggiunto di insegnanti non vedenti, cap. XIV p. 97, 98 Federazione delle Istituzioni Pro Ciechi, cap. VIII p. 56, cap. X p. 75 «Il Faro», cap. X p. 76 Istituto Musicale di Oderzo, cap. VIII p.35 Istituto per Ciechi di Arras, cap. VII p. 27 Istituto per Ciechi di Assisi «Serafico», cap. VIII p. 56 Istituto per Ciechi di Bologna «F. Cavazza», cap. VIII p. 31, 37, dap. 56 ap. 64; cap. IX p. 68, 70; cap. X p. 74; cap. XI p. 80; cap. XV p. 100 Istituto per Ciechi di Cagliari, cap. VIII p. 56, cap. IX p. 70 Istituto per Ciechi di Catania, cap. VIII p. 56 Istituto per Ciechi di Firenze, cap. VIII p. 56 Istituto per Ciechi di Genova «D. Chiossone», cap. VIII p. 56; da p. 67 a p. 68 Istituto per Ciechi di Madrid, cap. VIII p. 31; cap. XII p. 88, 89 Istituto per Ciechi di Milano, cap. VIII p. 31, da p. 37 a p. 41, 56, 58; cap. IX p. 65,69; cap. XI p. 80; cap. XIII p. 95; XV p. 99 Istituto per Ciechi di Napoli «D. Martuscelli» già Istituto «Principe», cap. VIII p. 31, da p. 41 a p. 48, 56; cap. X p. 73; cap. XI cap. 79, 80 Istituto per Ciechi di Padova «L. Configliachi», cap. VII p. 24; cap. VIII da p. 31 a p. 37, 56, 58, 64; cap. X p. 74; cap. XI p. 80 Istituto per Ciechi di Palermo «F. e A. Salomone», cap. VIII p. 56; cap. IX da p. 68 a p. 69 Istituto per Ciechi di Parigi «Des jeunes aveugles», cap. VII p. 24, 26, 27; cap. VIII p. 31, 42; cap. XII p. 89, 90 Istituto per Ciechi di Reggio Emilia «G. Garibaldi», cap. VIII p. 56; cap. IX da p. 70 a p. 71 Istituto per Ciechi di Roma «Sant'Alessio», cap. VIII p. 31,dap. 48 ap. 55,56; cap. XI p. 80 Istituto per Ciechi di Roma, Scuola Statale di Metodo, «A. Romagnoli», cap. VIII p. 48, da p. 55 a p. 56,60; cap. XI p. 80,83 Istituto per Ciechi di Torino, cap. VIII p. 56; cap. IX p. 67 Istituto per Ciechi di Trieste, «C. Ritmeyer», cap. IX p. 69 Istituto per Ciechi Vienna, cap. VIII p. 31 «L'Eco della Musica», cap. VIII p. 41; cap. X p. 73, 76 «Linden Lodge School», cap. XIII p. 91 Liuteria, cap. IX p. 68 Macchina per scrivere musica, cap. X p. 74 Notazione Musicale, Sistema o Segnografia Musicografica Braille, cap. VII p. 25, 29; cap. VIII p. 56; cap. IX p. 66; cap. X p. 75,77; cap. XI p. 79,80,81,82, 83, 84; cap. XIII p. 92 O.N.C.E. (Spagna), cap. IX p. 72 O.M.P.S.A. (Organizzazione Mondiale), cap.IX p. 66 Pontificio Istituto di Musica Sacra, cap. VIII p. 62; cap. IX p. 69 Premi, cap. XII p. 88,89,90; cap. XV p. 100 «Premio Nazionale Formigoni», cap. VIII p. 41; cap. X p. 76, 77 «Premio Pistoia», cap. X p. 77 Programma «Score», cap. X p. 74 «Rassegna per Giovani Musicisti», cap. IX p. 72 «Revue Braille Musicale», cap. VII p. 27 Scrittura punteggiata (Braille), cap. VII p. 24, 27; cap. VIII p. 62; cap. X p. 74 Scuola Civica di Torino, cap. IX p. 72 Scuola per Ciechi di Ray Charles, cap. XIII p. 92 Seminari di Studio, cap. X p. 76, 77; cap. XI p. 78, 83, 84 Sezione Femminile dell'Istituto «Sant' Alessio», cap. VIII da p. 55 a p. 56 Stampa Associativa, cap. XII p. 87; cap. XIII p. 95; cap. XV p. 101 Stampa Braille, cap. VII p. 27; cap. X p. 74 «Stamperia Italiana» Braille di Roma, cap. VIII p. 49 «Stamperia Regionale Toscana» già «Stamperia Nazionale Braille» di Firenze, cap. VIII p. 33; cap. IX p. 66; cap. X p. 74; cap. XI p. 80 Stamperia Vicentina «Ettore Fornasa», cap. VIII p. 33; XI p. 80 Stamperie Musicali, cap. XI p. 81 «Stevie Wonder House», cap. XIII p. 94 Unione Italiana dei Ciechi (U.I.C.), cap. VIII p. 30, 36, 37, 40, 41, 48, 52, 54, 56; cap. IX p. 65,66,71; cap. X p. 73,74,75, 77; cap. XI p. 79, p. 84; cap. XII p. 87; cap. XIII p. 95; cap. XIV p. 97; cap. XV p. 99, 100 INDICE ALFABETICO DI NON VEDENTI MUSICISTI E NON MUSICISTI CITATI NEL VOLUME Abreu Gabriel, cap. VII p. 29 Arduini Casimiro, cap. VIII p. 51 Artosin Luciana, cap. XII p. 87 Aschi Medoro, cap. VIII p. 49,51, da p. 52 a p. 53 Aschieri Leopoldo, cap. IX p. 66, 69 Bach J.S., cap. VI p. 21,22; cap. XIV p. 97 Baldi Aleandro, cap. XIII p. 95 Banchetti Silvestro, cap. X p. 75; cap. XI p. 78, 79, 84, 85; cap. XV p. 100 Barbieri Carlo, cap. IX p. 71 Barile Esposito, VIII p. 45 Baselice, cap. XIII p. 95 Basso Tommaso, cap. IX p. 70 Belletti Antonio, cap. VIII da p. 62 a p. 63: cap. IX p. 70 Bentivoglio Paolo, cap. VIII p. 37, 56; p. 73; cap. XIV p. 97 Berlusconi, cap. XIII p. 95 Bernini Augusto, cap. IX da p. 70 a p. 71 Bersani Carlo, cap. VIII, p. 51 Bertani Angelo, cap. IX p. 71 Bigi Lino, cap. IX p. 71 Boccardo, cap. VIII p. 35 Bogi Rolando, cap. VIII p. 54 Bonetti Matteo, cap. X p. 77; cap. XII p. 87 Borgatti Giuseppe, cap. VII p. 28, 29 Borghi Dino, cap. VIII p. 63; cap. IX p. 71 Bottazzo Luigi, cap. VIII p. 31, 32, 35, 58 Braille Louis, cap. VII p. 24, 27; cap. VIII p. 58; cap. X p. 75, 77 Brozzetti, cap. VIII p. 55 Bulzenac, cap. IX p. 70 Buoni Livia, cap. VIII p. 55 Buttacavoli Maria, cap. IX p. 68 Cabanilles J.B.J., cap. V p. 19 Calderara Antonio, cap. VIII p. 61, 62 Camilloni Giuseppe, cap. VIII p. 50 Campochiari Anna Maria, cap. XV p. 100 Candido Matteo, cap. VIII p. 35 Capirci Costanzo, cap. VIII p. 48, 54, 55; cap. X p. 76; cap. XI p. 79,80,84,85; cap. XII p. 86; cap. XV p. 100 Capretti Leandro, cap. VIII p. 51 Capri Antonio, cap. II p. 12; cap. VI p. 21; cap. VIII p. 37, 39,40 Careglio Claudio, cap. IX p. 71 Carlini, cap. IX p. 71 Caroti Sabatino, cap. VIII p. 51 Cartia Luigi, cap. IX da p. 71 a p. 72 Cascapera Francesco, cap. VIII p. 54 Cascio Giuseppe, cap. VIII p. 63 Castellucci Nicola, cap. VIII p. 41; cap. Xp. 73 Catalano, cap. XIII p. 95 Cattani Rodolfo, cap. X p. 74 Cavazzana G., cap. VIII p. 32 Cavicchini Lino, cap. XV p. 100 Ceolin Pietro, cap. VIII p. 34 Censabella Mario, cap. VIII p. 40; cap. XIII p. 95 Ceppi Enrico, cap. XI p. 80 Cerato Benedetto, cap. IX p. 66 Cerquoni Giovanna, cap. VIII p. 55 Charles Ray, cap. XIII p. 92, 93, 95 Cianfriglia, cap. VIII p. 55 Ciminelli Mario, cap. VIII p. 54 Cipriani Renzo, cap. X p. 77; cap. XI p. 83 Cittadini Giacomo, cap. XIII p. 50 Ciuti Ausilio, cap. XV p. 100 Clerico Antonio, cap. IX p. 65 Colaceci Armando, cap. VIII p. 54 Colamarino Cesare, cap. VIII p. 52, 53, 54 Colombi Bianca, cap. VIII p. 55; cap. XII p. 87 Colombo Alberto, cap. VIII p. 40; cap. Xp. 76 Crescitelli Ciro, cap. VIII p. 48, 51, 52, da p. 53 a p. 54; cap. XII p. 89 Cuesta Francesco, cap. VII p. 29 Curzi Fausto, cap. VIII p. 51 Dameri Michele, cap. IX p. 67 Daniele Tommaso, cap. X p. 73; cap. XV p. 100 Dante, cap. VII p. 29 De Amicis Antonio, cap. VIII p. 51,52 Debesa Lopez Zacarias, cap. VII p. 29 De Cabezon Antonio, cap. IV da p. 15 a p. 17, 18 De Fuenlana, cap. IV p. 18 De Gregorio Giulio, cap. VIII p. 55 De La Sizzeranne Maurizio, cap. VII p. 27 Delio Pietro, cap. IX p. 67 Delius Frederick, cap. VII p. 26 De Mattia Pietro, cap. VIII p. 36 Demodoco, cap. I p. 7 De Pieri Edoardo, cap. VIII p. 35 De Pirro Mario, cap. VIII p. 55,56; cap. X p. 83; cap. XV p. 100 De Ponte Vincenzo, cap. VIII da p. 45 a p. 47, 48 De Rogatis Vittorio, cap. VIII p. 48 De Vitto, cap. XII p. 87 Diaferio Nicola, cap. VIII p. 63 Di Mare Giuseppe, cap. VIII p. 55 Dispensa Salvatore, cap. IX p. 68 D'Onofrio, cap. XV p. 100 Doudet, cap. VII p. 24 Dragoni Oreste, cap. VIII p. 52 Duar Cecil, cap. XI p. 78 Ellena Antonio, cap. VIII p. 49; cap. IX da p. 65 a p. 66 Enea Erasmo, cap. VIII p. 64; cap. IX p. 68 Erba Realdo, cap. VIII p. 40; cap. XV p. 99 Ercolano Tommaso, cap. VIII p. 54 Fabbri Adriano, cap. VIII p. 50, 53 Fabozzi Gennaro, cap. VIII p. 31, da p. 41 a p. 45, 49, 50, 58; cap. X p. 73 Facchinetti Luciano, cap. IX p. 69 Faccin Gian Domenico, cap. VIII p. 33 Fallone Arcangelo, cap. VIII p. 55 Fanti Giovanna, cap. VIII p. 55 Favretto Vittorio, cap. VIII p. 36 Felice Francesco, cap. X p. 73 Feliciano Josè, cap. XIII p. 95 Fernandez, cap. XV p. 99 Fiandri Achille, cap. VIII p. 49 Fioravanti Enzo, cap. VIII p. 55 Fiorentini Franco, cap. VIII p. 38 Formigoni Dario, cap. VIII p. 40, 41; cap. X p. 73, 76, 77 Fornasa Ettore, cap. VIII p. 33; cap. XI p. 80 Franchi Giovanni, cap. VIII p. 38 Frascatani Giuseppe, cap. VIII p. 50,53 Fucà Giuseppe, cap. VIII p. 30,41 ; cap. Xp. 73 Garganese Paolo, cap. IX p. 72 Gasparino Carlo, cap. VIII p. 63 Gasperini Giorgio, cap. VIII p. 54 Ghidotti, cap. VIII p. 39 Ghiglione Filippo, cap. IX p. 67 Giacinti, cap. VIII p. 50 Giannini Gennaro, cap. X p. 73 Giardini Armanda, cap. VIII p. 63 Giardini Lucio, cap. VIII p. 63 Giraldi Lionello, cap. VIII p. 52, 55 Giraudo Michelina, cap. IX p. 66; cap. XI p. 83 Girotto Almerigo, cap. VIII p. 34 Graziani Paolo, cap. X p. 74 Grimandi Carlo, cap. VIII da p. 56 a p. 61; cap. IX p. 70 Guglietti Alessandro, cap. VIII p. 50,51 Gumirato Ferruccio, cap. VIII p. 63; cap. X p. 76; cap. XI p. 79 Haendel G.F., cap. VI p. 21, 22; cap. XIV p. 97 Haùy Valentin, cap. VII p. 24, 27 Iometti Marcello, cap. VIII p. 55; cap. XI p. 82, 83 lotti Camillo, cap. XII p. 87 Ivaldi, cap. IX p. 70 Kervin Roberto, cap. X p. 73 Lagomarsino Giovanni, cap. IX p. 67 Lamberti Luigi, cap. X p. 73 Landino Francesco, cap. I da p. 9 a p. 12; cap. Hip. 13 Lanfranchi Luciano, cap. IX p. 67, 68; cap. X p. 76 Langlais Jean, cap. XII p. 90 Lanza Stefano, cap. VIII p. 36; cap. X p. 74; cap. XI p. 83 La Volpe Vico, cap. VIII p. 48; cap. IX p. 69; cap. X p. 73; cap. XII p. 86 Lepri Augusto, cap. VIII p. 51 Ligios Giovanni, cap. IX p. 70 Litaize Gaston, cap. XII p. 89, 90 Livieri Ruggero, cap. IX p. 71 Locatello Giulio, cap. XI da p. 83 a p. 84 Lopez Debesa Zacarias, cap. VII p. 29 Loreti Gioconda, cap. VIII p. 55 Luppi Rubens, cap. VIII p. 64 Magnini Maria, cap. VIII p. 63 Maioli, cap. VII p. 29 Malossi Eugenio, cap. XI p. 83 Manenti Giuseppina, cap. XI p. 83 Manieri Gregorio, cap. VIII p. 48 Mannole Antonio, cap. IX p. 70 Mantoan, cap. VIII p. 35 Marchal André, cap. XII p. 89, 90 Mariulani, cap. VIII p. 55 Marrone Donato, cap. VIII p. 47, 48 Martini Giorgio, cap. IX p. 68 Marzi Giuseppe, cap. VIII p. 63; cap. IX p.71 Marzi Ida, cap. VIII p. 63; cap. IX p. 71 Mazzanti Dino, cap. VIII p. 63 Mazzarello Armando, cap. IX p. 67; cap. X p. 76, 77; cap. XIII p. 96 Meda, cap. VIII p. 47 Melilli, cap. VIII p. 54 Menta Cesira, cap. VIII p. 55 Mercadante G.S. cap. VII p. 25 Mercatelli Antonietta, cap. VIII p. 51; cap. XII p. 87 Merisio Carlo, cap. X p. 77 Mignani Alberto, cap. VIII p. 61, 62 Mina Giovanni, cap. VIII p. 38 Modica Giuseppe, cap. VIII p. 55 Montani Franco, cap. VIII p. 40 Morandi Livia, cap. X p. 77; cap. XV p. 100 Moreschi Antonio, cap. VIII p. 55 Moretti Adelelmo, cap. VIII p. 51, 53 Monconi Rodolfo, cap. VIII p. 50 Mozzati Alberto, cap. VIII p. 40; cap. IX p. 72 Mozzi Antonio, cap. VII p. 28 Musella Vincenzo, cap. VIII p. 41 Nassare Pablo, cap. V p. 20 Nicolodi Aurelio, cap. X p. 73 Norsa Achille, cap. VII p. 25 O' Karlan Torlog, cap. V p. 20 Omero, cap. I p. 7, 8 Ometo Antonio, cap. IX p. 67 Orioli Ottavio, cap. VIII p. 63 Paperini, cap. VII p. 29 Pasinetti A.C. cap. XV p. 99 Pasquero Melchiorre, cap. IX p. 67; cap. X p. 77 Passerelli, cap. VIII da p. 50 a p. 51,53,55 Patti, cap. XV p. 100 Paumann, cap. Ili p. 13, 14 Peresson Giuseppe, cap. VIII p. 35 Pesenti Martino, cap. V p. 19 Petricig Angela, cap. VIII p. 63 Petricig Valentina, cap. VIII p. 63 Petrocchi Franco, cap. VIII p. 63 Petrucci Paolo, cap. VIII p. 54 Piacentini Romolo, cap. VIII p. 52, 53 Piazza Angela, cap. IX p. 69 Picariello, cap. VIII p. 54 Piccinini, cap. VIII p. 51 Pierobon Giuseppe, cap. VIII p. 34 Pinotti Vittorio, cap. XIII p. 95 Poggi Agostino, cap. XV p. 100 Pompei Renato, cap. VIII p. 51 Pompili Bruno, cap. VIII p. 54 Prandoni, cap. VIII p. 49 Prestigiacomo Giulio, cap. XIII p. 95 Proietti Pietro, cap. VIII p. 63 Quadrotti Fortunata, cap. VIII p. 55 Quatraro, cap. VIII p. 55 Ramirez Antonio, cap. IX p. 69 Raspanti Mario, cap. VIII p. 55 Razzuoli Paolo, cap. X p. 74 Reus Alexander, cap. X p. 75 Rewest, cap. VIII p. 51 Rizzato, cap. VIII p. 35 Robimarga Annina, cap. VIII p. 50 Robinson Charles Ray, cap. XIII p. 92, 93,95 Rocchi, cap. VIII p. 51 Rodrigo Joaquin, cap. XII p. 88, 89 Rodriquez Albert Rafael, cap. XII p. 88 Roman Ross Novello, cap. VIII p. 63 Romagnoli Augusto, cap. VIII p. 54, 55, 56, 60; cap. XI p. 78, 82 Romani Jesa, p. VIII p. 40 Romani Vittorio, cap. VIII p. 40 Rosolen Mariangela, cap. XII p. 87 Rovira Sandro, cap. XV p. 99 Sala Umberto, cap. VIII p. 39 Salinas Francesco, cap. IV p. 17, 18 Salustri Remo, cap. VIII p. 55; cap. XIII p. 96 Salvaneschi, cap. I p. 7, 8; cap. V p. 20; cap. VIII p. 31; cap. X p. 73,77; cap. XI p. 78 Sambuchi, cap. VIII p. 50 Sari Luca, cap. IX p. 71 Sasso Silvestro, cap. VIII p. 47,48; cap. IX p. 69 Savorgnani Esterina, cap. VIII p. 64 Schieppati Emilio, cap. VIII p. 37, 38, 39, 40; cap. IX 69 Schilick Arnold, cap. III p. 14 Sciutti Angelo, cap. VIII p. 50 Seidita Settimio, cap. IX p. 68 Senocrito, cap. I p. 8 Seracini Saverio, cap. XIII p. 94, 95 Sfilio Francesco, cap. XII da p. 86 a p. 87 Shearing George, cap. XIII p. 91 Signori, cap. XIII p. 95 Simonelli Dante, cap. XI p. 83 Simonutti, cap. VIII p. 35 Smareglia Antonio, cap. VII p. 25, 26 Solvi Alfonso, cap. VIII p. 51 Spariner, cap. X p. 75 Spazzali Francesco, cap. VIII p. 39; cap. IX p. 69 Spedoni Gaetano, cap. VIII p. 55 Spinello Santi, cap. IX p. 68 Sufferi Michele, cap. IX p. 69 Suman Walter, cap. VIII p. 41 Tamagnone Giuseppe, VIII p. 50 Tatum Art, cap. XIII p. 92 Tedesco Gerlando, cap. IX p. 68 Terranova Giuseppe, cap. XV p. 100 Terranova Umberto, cap. VIII p. 54, 63 Tiana Erminio, cap. IX p. 70 Tioli Enzo, cap. X p. 76 Tissino Carino, cap. VIII p. 35 Tomè Carlo, cap. VIII p. 47; cap. IX p. 69 Torelli Giuseppe, cap. VIII p. 50 Torquati Antonio, cap. VIII p. 55 Tostano Lennie, cap. XIII p. 91, 92 Trouchée Luigi, cap. VIII p. 39 Turini Ferdinando, cap. VI p. 22 Valca Helmuth, cap. XII p. 90 Valente Antonio, cap. IV p. 15 Vassio Guglielmo, cap. IX p. 66; cap. X p. 76, 77 Vaudano Ines, cap. VIII p. 63 Veniero Francesco, cap. VIII p. 48 Vezzosi Flavio,cap. IX p. 71; cap. XI p. 81,82 Vierne Louis, cap. VII p. 26 Villey Pierre, cap. VII p. 27; cap. VIII p. 30 Visentin Fabrizio, cap. VIII p. 35 Visonà Gino, cap. VII p. 28 Vitali Michele, cap. VIII p. 38 Vizzini Lidia, cap. IX p. 69 Von Paradies Maria Teresa, cap. VI p. 22 Wonder Stevie, cap. XIII da p. 93 a 94, 95 Zardini Enrico, cap. XIII p. 95 Zingoni Alvaro, cap. XV p. 100 Zotti Gianbattista, cap. IX p. 72