Candido Cannavò E li chiamano disabili Storie di vite difficili coraggiose stupende Prefazione di Walter Veltroni Appendice a cura di Claudio Arrigoni Rizzoli 2005 Isbn 88/17/00781/1 ???? Candido Cannavò appartiene a quella generazione di giornalisti che sanno cogliere, in ogni aspetto, in ogni zona della materia sulla quale intendono scrivere, la profondità e la densità dei sentimenti, delle emozioni, di quei valori che muovono il nostro animo come il vento increspa le onde dell'acqua. Candido Cannavò sa raccontare, sa usare la parola e la frase con una musicalità da incantatore. [...] Assieme alle motivazioni che lo hanno spinto a scrivere questo libro, troverete quella capacità di incuriosire, di affascinare noi lettori, di prenderci sottobraccio e convincerci, in poche righe, a compiere con lui il viaggio dentro la storia che ci sta per raccontare. Ed è, questo viaggio, una storia nobile. Nobile perché non solo nasce da una consapevolezza dolorosa, ma perché questa consapevolezza è vissuta attraverso un prezioso ribaltamento, quello per cui l'esplorazione del mondo dei disabili non deve essere vissuta attraverso lo stereotipo di un viaggio nel dolore e nell'angoscia, ma che questo andare può trasformarsi in un'esplorazione alla ricerca della bellezza e della forza vitale espressa dal mondo dei diversamente abili. [...] La forza etica delle storie raccontate da Cannavò sta proprio nella considerazione della diversità fatta senza pietismo, affrontata con quella franchezza e quella civiltà che rendono intenso e profondo il mestiere di scrivere. Perché i personaggi, le storie, le parole di questo libro ci impongono il rispetto e l'attenzione verso chi, da una posizione differente e svantaggiata, ci dimostra di essere in grado di insegnarci volontà e forza vitale, quella forza che è in tutto e per tutto una risorsa preziosa per la nostra società, per la nostra consapevolezza di esser umani. Candido Cannavò è nato a Catania nel 1930. Ha iniziato la sua carriera di giornalista presso il quotidiano della sua città «La Sicilia» nel 1949, occupandosi di sport ma anche di importanti problemi sociali e di costume. Il suo nome è strettamente intrecciato a quello della «Gazzetta dello Sport», di cui è stato direttore dal 1983 al 2002, facendola diventare il più diffuso quotidiano sportivo d'Europa. Nel luglio del 2005 ha festeggiato il cinquantesimo anniversario della sua prima firma sul giornale per il quale ha seguito i maggiori avvenimenti sportivi mondiali e dieci Olimpiadi. Nel 1996, durante i Giochi di Atlanta, il Cio gli ha conferito l'ordine olimpico. Nel 1998 ha ricevuto il prestigioso Premio Ischia per il giornalismo. Il suo primo libro, il best seller Una vita in rosa, ha ottenuto nel 2003 il Premio Chianciano, sezione autobiografia, e il secondo, Libertà dietro le sbarre, nel 2004 ha ricevuto un riconoscimento speciale nell'ambito del premio letterario e giornalistico Ernest Hemingway. Prefazione: Nobiltà di un racconto Candido Cannavò appartiene a quella generazione di giornalisti che sanno cogliere, in ogni aspetto, in ogni zona della materia sulla quale intendono scrivere, la profondità e la densità dei sentimenti, delle emozioni, di quei valori che muovono il nostro animo come il vento increspa le onde dell'acqua. Candido Cannavò sa raccontare, sa usare la parola e la frase con una musicalità da incantatore: provate a leggere le prime pagine di questo suo E li chiamano disabili e ne avrete un'ennesima prova. Assieme alle motivazioni che lo hanno spinto a scrivere questo libro, troverete quella capacità di incuriosire, di affascinare noi lettori, di prenderci sottobraccio e convincerci, in poche righe, a compiere con lui il viaggio dentro la storia che ci sta per raccontare. Ed è, questo viaggio, una storia nobile. Nobile perché non solo nasce da una consapevolezza dolorosa, ma perché questa consapevolezza è vissuta attraverso un prezioso ribaltamento, quello per cui l'esplorazione del mondo dei disabili non deve essere vissuta attraverso lo stereotipo di un viaggio nel dolore e nell'angoscia, ma che questo andare può trasformarsi in un'esplorazione alla ricerca della bellezza e della forza vitale espressa dal mondo dei diversamente abili. Il conformismo della «normalità», allora, nei ritratti e nelle storie raccontate da Candido Cannavò si frantuma contro situazioni governate dall'orgoglio, dalla magia del vivere, dall'intelligenza e dal genio che sostituisce e addirittura non sopperisce, ma supera, competenze e abilità. Che crea, che inventa, che usa fantasia, immaginazione e soprattutto vita. Le storie di Paolo, Mirko, Franco, Maria, per dire solo di alcuni, sono quelle di persone che devono affrontare quotidianamente il problema della loro disabilità, ma che, è fondamentale dirlo, vogliono essere e sono chirurghi, scrittori, pittori, e in questa loro volontà esprimono quella forza che è, prima di tutto, vera vita. Ma questo, da solo, non basta. Il dovere di tutti noi è quello di farci carico della loro stessa volontà, e di assumerla socialmente, politicamente, eliminando qualsiasi ostacolo psicologico, giuridico, fisico che tenda a isolarla, abbattendo il pregiudizio, la negligenza che nasconde, che umilia e oltraggia. Quando tempo fa Candido mi parlò di questo suo progetto letterario, io gli consigliai di incontrare Ileana Argentin, la persona alla quale ho affidato la delega alle politiche dell'handicap del Comune di Roma. Ileana è l'esempio di come la tenacia e la forza di cui parlavo debba avere un ascolto politico da parte delle istituzioni e di tutti i cittadini, di come si possa, partendo da una situazione difficile e svantaggiata come la sua, creare quelle strutture e quella rete di rapporti che servano a un unico, chiaro e preciso concetto: quello per cui ogni cittadino ha diritto ad avere pari opportunità, a non essere trattato diversamente. A giocare - come scrive Candido - da pari a pari: sempre. Il modo in cui, con Ileana, abbiamo e intendiamo continuare a procedere nel seguire questo dettato è quello della concretezza, della capacità di passare dalle parole ai fatti, avendo capacità strategica e mettendo a punto azioni puntuali e specifiche per una maggiore efficienza nell'offerta dei servizi, per il sostegno economico, per le cure sanitarie, per l'inserimento scolastico e lavorativo delle persone con disabilità. E, soprattutto, costruendo un sistema (a Roma è strutturato in uno specifico Piano Regolatore Sociale) che abbandoni l'idea dell'assistenzialismo e guardi alle persone diversamente abili in maniera attiva, come risorse positive della comunità. L'impegno di Ileana, così come la forza dei protagonisti delle storie che Cannavò ci racconta, devono trovare dunque altrettanta forza da una vera e propria «rete», in cui certo le istituzioni svolgono una funzione in qualche modo di «cabina di regia», ma in cui è indispensabile il ruolo attivo, sempre più ampio, di corresponsabilità nelle decisioni e nell'azione, dei diversi soggetti, delle strutture sanitarie, delle associazioni e delle cooperative sociali, di tutto il mondo del volontariato, di quegli attori e di quei luoghi, dunque, dove si possa dar corpo ai principi di partecipazione civica e di inclusione sociale. Con intuizione e scelta felice, infine, Cannavò chiude il suo «viaggio» con il colloquio con Andrea Pontiggia, figlio dello scrittore Giuseppe e protagonista letterario di quel Nati due volte che, in qualche modo, si potrebbe considerare «padre» di questo E li chiamano disabili. E con la sua delicatezza, con la capacità di cronista profondo e sensibile di cui dicevamo all'inizio, Cannavò osserva con attenzione, annota in punta di penna, e alla fine fa emergere la grandezza e la reale eroicità di chi, appunto, deve nascere due volte per arrampicarsi sulla vita, «verso traguardi che meriterebbero un podio olimpico». La forza etica delle storie raccontate da Cannavò sta proprio nella considerazione della diversità fatta senza pietismo, affrontata con quella franchezza e quella civiltà che rendono intenso e profondo il mestiere di scrivere. Perché i personaggi, le storie, le parole di questo libro ci impongono il rispetto e l'attenzione verso chi, da una posizione differente e svantaggiata, ci dimostra di essere in grado di insegnarci volontà, e forza vitale, quella forza che è in tutto e per tutto una risorsa preziosa per la nostra società, per la nostra consapevolezza di esser umani. Walter Veltroni Ad Ambrogio Fogar al suo calvario pieno di fede all'immortalità dei suoi sogni A tutti gli stupendi amici che lungo l'itinerario di questo libro hanno arricchito di affetto la mia vita A tre signore della mia grande famiglia: Franca, Marilisa e Isabella, appena arrivata Il mio viaggio Attorno al chiostro del convento dei Benedettini, dove la vecchia Catania si concede il piacere di una collinetta, tanti anni fa c'era una scuola pubblica: l'Istituto Nicola Spedalieri. La mia scuola. Vi frequentai la prima media nell'anno in cui scoppiò la guerra e le successive classi, sotto i bombardamenti, sino al 43, quando scappammo tutti dalla città, prima dello sbarco degli Alleati sulla costa africana della Sicilia. Al suono delle sirene d'allarme, la giovane professoressa Franca Messina - che guadagnava 800 lire al mese - ci guidava in un sotterraneo del convento, che somigliava a una grande spelonca. E là eravamo al sicuro. In quella galleria oscura la guerra per noi ragazzi diventava un gioco, sgradevole ma un gioco, una favola che non ci riguardava, cupa e distante. Il rumore delle bombe nemiche e della nostra debole contraerea conservava una patina di irrealtà. Un giorno vedemmo arrivare in lacrime il professore d'italiano, un uomo minuto e dolcissimo. Suo figlio era partito volontario per l'Africa settentrionale ed era morto a Tobruk. Aveva diciannove anni. La verità della guerra ci arrivò addosso da quel volto disperato. Pensate un po' a quant'è buffa la vita. L'idea di questa mia esplorazione nelle meraviglie del mondo dei disabili - o diversamente abili, o diversabili: non mi appassiona questo giocare con le parole - è nata in quel luogo di lontana e sofferta giovinezza, sessant'anni dopo le sirene d'allarme, le fughe nelle grotte e il pianto disperato del mio professore. Nella stupenda biblioteca della basilica veniva presentato il mio libro Libertà dietro le sbarre, figlio di un viaggio di otto mesi e di un amore irreversibile per l'umanità del carcere milanese di San Vittore. Gocce di rugiada nell'inferno, ma anche appigli di speranza, guizzi di fantasia, esempi di dignità, motivi di profonde riflessioni. La sala si commuoveva al racconto di quelle storie tanto diverse che confluivano in una conclusione ovvia ma, ahimè, molto spesso ignorata: il carcere non è un immondezzaio, nel carcere ci sono delle persone. Nino Milazzo, prezioso collega e fratello, ne fece un autentico saggio socio-letterario. Un uomo di mezza età si accostò al microfono. Aveva il leggero impaccio di un cieco che non accetta confini, si lancia dovunque, non rinuncia a fette di vita e ha visto (sì, proprio visto) moltiplicarsi, come tutti i ciechi, i canali della sua sensibilità. «I miei occhi non funzionano, ma io ti conosco meglio di chi ti vede.» L'intervento fu breve: «Caro Cannavò, tradurremo il suo libro in braille perché anche i ciechi possano leggerlo. Ma le chiediamo una promessa: faccia un viaggio nel mondo dei disabili». Quell'uomo è un avvocato. Ha perso la vista da ragazzo, a nove anni, il 26 giugno 1944. Avvenne a Favara, in provincia di Agrigento, accanto a un abbeveratoio. Lui era in campagna con un amico di sette anni. Cos'è quell'oggetto luminoso? Sembra una penna, una bella penna. La prendono e la penna esplode: era un'antesignana delle barbare mine anti-uomo che attirano i bambini con la loro forma di giocattoli per straziarli nel corpo o accecarli. Lo schifo più turpe nello schifo della guerra. Questo personaggio entrato nella mia storia si chiama Giuseppe Castronovo. Lui quel giorno del 44, quando la guerra era già passata dalla Sicilia, piombò nel buio. Il suo amichetto ci rimise una mano e poi impazzì per il trauma. Castronovo reagì alla disperazione e si costruì una bella vita da cieco che non si rassegna ad alcun limite: laurea, moglie, figli, impegno professionale e sociale. Un'esistenza attivissima volta a difendere la dignità di quelli come lui, a conquistare nuovi spazi, a sostenere chi ha avuto dalla vita minori possibilità di farsi strada. Adesso Castronovo è un'autorità nel mondo dei ciechi, anche fuori dai confini nazionali. Un leader popolarissimo e divertente. Ma al di là delle sue cariche è un vulcano attivo, figlio dell'Etna che domina la sua, e mia, città. A Milano lo chiamano Pippuzzu. Ti travolge con il suo entusiasmo, ma a differenza di molti altri siciliani lui esprime un fervore pieno di concretezza. Io non risposi né sì, né no al suo invito. Ma cominciai a pensare alle suggestioni e alle difficoltà di un viaggio nel mondo dell'handicap, che non contempla confini geografici. Ogni giorno ci pensavo. La disabilità abbraccia un popolo sparso dovunque. Mi venne in mente il Club Aldebaran di Catania, cui prestai la mia attenzione prima di lasciare la Sicilia. E riemerse la lezione che mi diede il suo presidente distrofico grave, intelligentissimo, puntandomi gli occhi addosso, dopo aver letto un mio articolo generoso: «Come ti permetti di definirci sfortunati? Cosa ne sai tu di noi?». L'idea è il virus più amabile e indomabile che si conosca. Ti invade, ti ama, ti assedia, ti adula, ti tormenta, non ti abbandona. E, travolto da questa spinta, un bel giorno il mio virus assunse l'aspetto di un paradosso: sarei partito sì, ma non per un viaggio scontato nelle angustie, nei problemi e nel dolore, bensì alla ricerca delle meraviglie del mondo dei disabili. Orgoglio, capolavori, magie, imprese, colpi di genio. Un viaggio non immaginario, ma reale e affascinante, per capovolgere il granitico teorema di un'emarginazione, di una condanna civile conclamata dall'abitudine, dalle convenzioni sociali, dall'incultura. Può esserci un viaggio più bello di questo? E così, senza abbandonare il mio carcere, sono partito. Le storie di San Vittore avevano un confine geografico quadrangolare. Gli incontri di questo libro sono foglie sparse dovunque. Le ho raccolte viaggiando: treni, aerei, scorribande in auto, come un rappresentante di commercio. Non bastava conoscere le vicende e i protagonisti: bisognava condividere un pezzetto di vita, anche con famiglie, amici, volontari, istituzioni di un'Italia tutta da scoprire. Ne ho ricavato lezioni che mai avrei potuto immaginare. E poi, il piacere della scoperta, il sapore di nuove amicizie e persino l'odore di quella sorta di magia che si sviluppa nell'anima di chi soffre di un handicap: è un misto di intuito, di volontà, di fede, di fermezza, di sensibilità. Dinamite pura. Gli ostacoli crollano. Noi cosiddetti «normali» ne prendiamo atto con una meraviglia non priva di rimorsi. I diritti di un disabile non contemplano la pietà, la commiserazione, la solidarietà proclamata: robaccia. «Metteteci in condizione di vivere, di confrontarci alla pari, di offrire le nostre risorse alla società.» E allora la logora tematica antica si capovolge: «Noi disabili siamo una risorsa». Tra una storia e l'altra, nel contenitore dei miei sentimenti sono affluiti tesori di umanità. Io non so quanto valgano le pagine che ho scritto, ma so benissimo cosa rappresentano per la mia vita lo scrittore Claudio, la danzatrice e pittrice Simona, lo scienziato Fulvio, lo scultore Felice, la manager Ileana, il chirurgo Paolo, l'africanista Cesare, il navigatore Andrea, l'olimpionico Luca, il papà dei distrofici Rossano, la scrittrice Maria che mi ha guidato in una notte da cieco, il regista Mirko, il pilota Alessandro, il giornalista Franco, le tante altre persone che ho incontrato, compreso Andrea Pontiggia, giovane colto e dolcissimo che ispirò il capolavoro di realismo letterario e umano (Nati due volte) del padre Giuseppe, diffuso in ogni parte del mondo. E so pure che non avrei scambiato con una «prima» alla Scala la serata romana vissuta in un teatro di periferia con i «Ladri di Carrozzelle». Il libro appartiene a loro, a tutta questa gente capace di trasformare la sventura in una sfida gioiosa e consapevole. Mi viene il sospetto di aver forzato l'impegno, di aver cercato tra i disabili i campioni capaci di un'impresa provocatoria. Non mi sento di escludere il peccato. Di certo, il pensiero si rivolge anche alla moltitudine che, lontana da ogni clamore, realizza l'impresa più grande: quella di vivere dignitosamente, giorno dopo giorno. Lungo questo viaggio, mi sono fermato davanti alla porta di due vecchi amici, senza varcarla. Uno se n'è andato alla fine d'agosto: è Ambrogio Fogar, sportivo sin dalla culla, uomo d'avventura e di vetrina, navigatore, esploratore, commentatore televisivo. Stava facendo un raid automobilistico verso la Cina, nel 1992. Il gippone si è ribaltato quasi da fermo nel deserto del Turkmenistan. Una pietra, una semplice pietra, diventava interprete crudele del destino. Lui è rimasto incastrato in quella morsa assurda, beffarda, fatale. Una tragedia. Bloccato in tutto il corpo, con un apparecchio che ha alimentato lungo il calvario il movimento del suo diaframma consentendogli di respirare. Il suo coraggio di vivere, fuori dalla ragione, ha avuto qualcosa di mistico. Lui diceva: «È il bene della fede che ho scoperto». E tuttavia, dopo tredici anni di questa esistenza minima, piena di idee e di chissà quale spiritualità, Ambrogio prima di morire aveva messo il suo corpo a disposizione della scienza più avanzata e, magari, più spregiudicata. «Anche i cinesi, se vogliono, possono venire a prendermi. Io vivo perché spero ancora di alzarmi un giorno e guardare il cielo.» Fogar ha voluto lanciare un grido agli scettici e ai benpensanti: fermare la ricerca scientifica che esplora il potenziale di vita emerso dalle cellule staminali sarebbe una barbarie. Tutti un giorno potrebbero alzarsi, o ritrovare il bene degli occhi perduti: è una speranza unanime che viene dal mondo dell'handicap, ma è anche il messaggio di quel Cristo che è venuto a salvarci con il suo sacrificio. L'altro amico di sport, sulla cui soglia mi sono fermato, è un grande agonista: Fabrizio Macchi. Gli manca appena una gamba, figurarsi. Aveva un tumore. Per evitare lungaggini, incertezze e dolori, se l'è fatta tagliare. Vita da atleta nel senso più completo del termine. La bicicletta come cavallo di battaglia: ha scalato persino le montagne d'Europa. «Cosa volete che sia pedalare con una sola gamba? Forse un vantaggio: peso di meno.» Nel maggio del 2002, il Giro d'Italia partì da Groningen, nel Nord dell'Olanda, e attraversò le nazioni madri dell'Europa unita, per celebrare il primo anno dell'euro. Ci fu un breve prologo a cronometro nella cittadina olandese. E Macchi corse in anticipo tra due siepi di folla che io non ho mai visto così compatta. Era alfiere ideale di quel paralimpismo Nota numero 1 Il termine iniziale «Paraolimpiadi», adoperato in Italia, è stato uniformato nel mondo come «Paralimpiadi». Fine nota che si è fatto felicemente strada. Il suo tempo fu migliore di quello di alcuni corridori veri, professionisti, inquadrati nella corsa rosa. Credo sia stata l'emozione più grande della sua attivissima vita di uomo, marito, padre e campione. Mi fa piacere avergliela ricordata. Fogar e Macchi, lontanissimi nell'entità del loro handicap, si collocano ai poli estremi di questo mondo di disagio, di dolore, di magia e di coraggio che ho scoperto di amare e dal quale credo non riuscirò a staccarmi. E poi ho pensato a un altro vecchio campione che ci fece sognare con la Ferrari negli anni Settanta: Clay Regazzoni. Lo sport che lo rese ricco e famoso lo trascinò su una carrozzina per un incidente a Long Beach nel 1980. Ma lui non ha smesso mai di correre: lo ha fatto sui circuiti della vita, comunicando al mondo simpatia e allegria, doni dal Cielo che si porta dietro sin dalla nascita. Il vulcanico avvocato Giuseppe Castronovo ha mantenuto il suo impegno. Dal mio libro Libertà dietro le sbarre sono nati, attraverso la traduzione in braille, quattro volumi molto più grandi. Hanno organizzato una cerimonia di consegna a Catania: è stata commovente. C'erano molti ciechi nella sala, contenti di potermi conoscere meglio. Poi ho scoperto che nella mia città c'è la tipografia braille più produttiva d'Italia. Castronovo ne va orgogliosissimo. Ho visitato anche la sede dell'Istituto dove si insegna a leggere il braille ai bambini ciechi. Tra le signore che li seguono con amore infinito c'è una ragazza bruna e sottile che evoca l'incanto giovanile di Audrey Hepburn, quella di Vacanze romane, la fidanzatina di una generazione. Si chiama Rita: cieca anche lei. I bambini giocavano, leggevano, correvano come tutti i bambini della loro età. Mi hanno regalato un libro, dove si racconta la favola di un piccolo coccodrillo, Didil, che non aveva amici e nessuno voleva giocare con lui. Anche le figure sono in braille. Alla fine Rita mi ha presentato Roberto, suo marito, che non è cieco. «Vorremmo avere un figlio,» dice «ma come si fa? Lui è un precario e io pure ...» Primo - Lo scultore Abbiamo appena superato il cartello: Sala Bolognese. Il ragazzone che siede dietro di noi nell'auto dice: «Ecco, ci siamo». Lo guardo in faccia stupito: «Come fai a saperlo?». E lui: «Conosco la strada e calcolo esattamente le distanze». Maila, la fiera signora al volante, frena dolcemente e si ferma davanti a una villa antica, affascinante, devastata dal tempo. «Voi potete scendere, io raggiungo il parcheggio». Il giovanotto si chiama Felice e ha trentacinque anni: esibisce in pari misura muscoli da sportivo e sorrisi da buontempone emiliano. S'attacca al mio braccio e, francamente, non capisco se sia io a guidarlo o viceversa. Lui procede sicuro verso la porta d'ingresso di una dépendance della villa che forse era un deposito di carrozze. «Questo» dice «è il mio studio.» Estrae una grossa chiave e poi mi rivolge un perentorio invito: «Ora chiudi gli occhi e diventa cieco come me. Vediamo che livello di sensibilità c'è nelle tue mani: devi indovinare il soggetto di un paio di sculture». E io mi impongo quel buio così innaturale, spinto da una irresistibile curiosità. La mia visita allo studio dello scultore cieco comincia così, con un gioco che, dopo trenta secondi, straripa in una fragorosa risata: sto carezzando - e lo proclamo con orgoglio - il sontuoso sedere di una donna di marmo, prona e immagino anche languida. È una delle tante opere di Felice Tagliaferri. L'autore mi dà una robusta pacca sulla spalla: «Vedo che te ne intendi di corpi femminili. Io in genere scolpisco le cose che conosco meglio». La musicalità bolognese rende ancor più sapido questo singolare approccio all'arte. I miei occhi restano chiusi. L'esperienza continua: «Questa» dico «è la testa di un animale. Un cavallo o un cane». Posso ritrovare la vista, sono promosso. Lo studio è affascinante come certe botteghe rinascimentali. Felice scolpisce il marmo, il legno o la pietra di Vicenza. Lavora molto anche con la creta e spesso insegna l'arte di manipolarla nelle scuole. Vista la destrezza con cui si muove, mi viene spontaneo chiedergli: «Ma tu sei un cieco o un ipovedente? Magari vedi le ombre ...». E lui mi toglie ogni dubbio: «Cieco totale. Atrofia del nervo ottico. Mi è successo da bambino. Il male era incurabile. Ho perso completamente la vista a quattordici anni. Il mondo che ho conosciuto mi è rimasto impresso nella memoria: questo è un vantaggio per molti aspetti, ma mi porto dietro anche il peso di ciò che ho perduto. Forse senza questa incancellabile memoria non avrei potuto fare lo scultore. Come vedi, c'è sempre un risvolto positivo anche nelle sventure. Sai dove sono adesso i miei occhi? Sulla punta delle dita e nel cervello. I miei polpastrelli hanno una sensibilità prodigiosa. E il mio cervello disegna immagini assorbendo suoni, parole, sensazioni. Noi due ci siamo incontrati stamattina, ma non stupirti, caro Candido: io ti conosco e ti vedo, alla mia maniera. Così come vedo la mia donna, Federica, senza che mai si sia specchiata nei miei occhi. Siamo insieme da tre anni. Mi piacerebbe fartela conoscere». Felice Tagliaferri è un estroverso naturale, anche se la sua bolognesità è acquisita: «Sono nato a Foggia, mio padre si trasferì a Bologna quando io avevo sette anni. Faceva il camionista. Purtroppo in uno dei viaggi ha sbagliato merce, non so se mi spiego. L'hanno bloccato a Carcassonne, in Francia, ed è morto in carcere. Quando diventai cieco, ebbi la sensazione che la vita non avesse più senso. Per un anno, mi seppellii in una depressione senza spiragli: non ero capace di far nulla. Vegetavo. Poi, piano piano, cominciai a pensare che quel nulla quotidiano non mi portava da nessuna parte: dovevo trovare una strada o farla finita. E mi tuffai nella vita. A diciotto anni, nonostante fossi il più piccolo di quattro figli, andai via da casa e decisi di vivere da solo, affrontando ogni responsabilità. Abitavo in un monolocale di ventitré metri quadri, a San Lazzaro. Divenni superattivo, come se volessi recuperare il tempo perduto. Giocavo e gioco ancora a baseball, quello dei ciechi, senza battitore e con la pallina sonora, poi mi sono dato al judo, categoria oltre i novanta chilogrammi e sono arrivato quarto ai campionati italiani. Guarda un po' che muscoli ...». Mi cinge il collo in una presa e ho l'impressione che possa stritolarmi: «Ehi, giovanotto, fai meno il bullo ...». La sua storia è soffusa di allegria. «Ho scoperto la mia attitudine alla scultura otto anni fa, quando un artista di ottimo nome, Nicola Zamboni, tenne un corso per capire come un cieco potesse riprodurre immagini reali. Eravamo in quattro. Dimostrammo che era possibile. Non so quale strada abbiano preso gli altri tre. Io sono andato avanti. Prima scultura della mia vita: un busto di donna, naturalmente ...» Anche questa ricerca della femminilità con l'occhio magico dei polpastrelli è una vocazione rispettabile. Glielo dico e lui si bea di questo consenso. «Per campare avevo ottenuto uno di quegli impieghi in cui finiscono in genere i ciechi: centralinista, alla Provincia di Bologna. Per carità, il lavoro è lavoro, ma non è giusto schiacciare quello che hai dentro. Sai com'è finita? Ho ridotto l'impegno: due giorni alla settimana al centralino e ne esco stremato, dopo sette ore. Porto a casa 700 euro. Tutto il resto della settimana lo dedico alla scultura. Quindici ore al giorno e non mi stanco mai, mi sento felice. Federica, la mia donna, è impiegata alle Poste. Abbiamo preso la decisione: trasferirci in un Comune qui vicino. Si chiama Calderara di Reno e dista cinque chilometri da questo mio studio. Ogni mattina faccio la strada a piedi ...» A piedi? Cinque chilometri, da solo? «Esattamente. Conosco il percorso e, quando devo attraversare una strada, tiro fuori la mia arma bianca. Eccola.» Ed estrae da un borsello uno strumento snodabile: un bastone per ciechi, che si allunga per almeno un metro e mezzo. «Con questo, arrivo dovunque.» Mentre chiacchieriamo sono arrivate le massime autorità di Sala Bolognese. Il sindaco si chiama Valerio Toselli, il suo vice Emanuele Bassi. Maila Quaglia, la nostra guida, li sequestra. Lei è l'anima della Cooperativa Nazareno di Carpi e appartiene alla Memores Domini, associazione laica nata dal carisma di don Giussani. Una donna con i piedi ben piantati sulla terra, fornita di istinto progettuale. Vede con la concretezza di un'imprenditrice gli sviluppi futuri di qualsiasi situazione. Ha un nome bello come è bella lei: nella presenza, nei gesti, nella capacità di collegarsi con un mondo difficile, pieno di problemi. Banalizzando direi: una ragazza di classe. La villa in cui ci troviamo ha il nome di una famiglia antica: Terracini. Il Comune l'ha acquisita. Il sindaco è un simpaticone: «Questo è un piccolo paese di settemila anime, ma abbiamo grandi idee. Ci mancano solo i soldi». Maila lo incoraggia: la villa ha una struttura bellissima e gli interni ti fanno sognare. Scorrono davanti a noi idee suggestive di iniziative culturali, di mostre d'arte e di una scuola di scultura per ragazzi da affidare, naturalmente, al nostro amicone. Felice aspetta con ansia il momento. Lui non ha occhi da cieco. E adesso i suoi occhi sorridono. «Io nelle scuole ci vado già a tenere dei corsi. Lavoriamo la creta. Il messaggio da lanciare ai ragazzi è questo: voi mi guardate come un uomo sfortunato e avete ragione perché sono cieco. Ma io vi dimostro che anche un uomo sfortunato può insegnarvi qualcosa. I corsi prevedono tre ore di lavoro per cinque settimane. Alla fine, i ragazzi realizzano un piccolo oggetto, un'opera tutta loro.» Abbiamo continuato a parlare all'aria aperta nella campagna bolognese. Ma adesso il sole è calato. Rientriamo nella bottega e Felice si affretta ad accendere la stufa. Quando compie operazioni come questa, ti scordi che è cieco, tanta è la sua disinvoltura. Io mi muovo come un visitatore curioso nella rustica galleria. Tra tante donne, una mi attrae in modo particolare: è di pietra, nuda naturalmente, e sta sollevandosi da uno stato di sofferenza o forse di prigionia. Felice ha voluto raffigurare le fatiche di una donna senza tempo: ieri, oggi, sempre. «C'è lei al centro della vita: la donna, con i suoi sacrifici.» E immagino che pensi anche alla sua Federica che gli ha cambiato l'esistenza, lo ama con tenerezza severa, lo guida, lo apprezza e lo tiene, come si dice in Sicilia, con due piedi in una scarpa. «È bravissima, ma sa essere anche tremenda.» Non vedo novità ... Si sono conosciuti per caso, grazie all'allenatore di judo che aveva invitato tre allievi a casa sua, ma era in ritardo. «Ci telefonò» racconta Felice «dicendoci di aspettarlo nell'appartamento a fianco, dove c'erano alcune ragazze. Loro erano state avvertite che uno di noi era cieco. Ma si accorsero di me solo quando, per controllare che ora fosse, tirai fuori l'orologio braille. Nessun colpo di fulmine, l'amore tra me e Federica si è sviluppato piano piano, come tutte le cose solide.» Il mio giro nella bottega continua. «Vedi questo serpente? È dedicato a mia suocera ...» E lei come l'ha presa? «Incavolata nera, ma poi ha capito: un po' di ironia migliora la vita.» C'è un sofferente volto di Cristo, in versioni diverse: marmo e creta. Una serie di tenerissime Marie con il Bambino, poi un'opera commovente: due mani che reggono un libro in braille, per i ciechi. «Questa» spiega Felice «è una seconda versione. La prima è esposta in Comune.» Noto che la fantasia di questo scultore non ha confini: ecco una testa di leone arrabbiato, perché «ha la mosca al naso». E ce l'ha davvero. Da qui si passa a un'opera di grande realismo espressivo: è la testa del padre Domenico, morto a sessant'anni nella galera francese. In un'altra scultura appare il volto di Federica, in una dolcissima espressione. Ma mentre ti intenerisci, ecco un tuffo vertiginoso: l'amore su una lavatrice Zoppas. Ed è una scena, anch'essa molto realistica, degna dell'erotismo indiano del Kajurao. «Come noterai, le mie sculture più importanti sono in marmo o in pietra: il genere che preferisco. Ma devi lavorarli fuori, quei blocchi, all'aperto, perché producono tanta polvere. E in inverno non si può. La creta e il legno sono ripieghi. La mia opera più bella è una madonna che beve, alta due metri e mezzo. Si chiama La sete della Madonna. È a Minucciano, in provincia di Lucca, davanti a una chiesa del Seicento.» Felice ha esposto le sue opere in decine di mostre, in diverse città italiane: Modena, Bologna, Rovigo, Feltre, Rimini, Trento, Belluno. Ma ricorda volentieri la mostra di Carpi nel 2003, perché gli fece scoprire la Cooperativa Nazareno, con tutto il suo universo di attività sociali, compreso il Festival delle Abilità Differenti che si svolge da alcuni anni. E poi, a Carpi è nata l'amicizia con Maila, personaggio accattivante e senza confini. In mattinata ci aveva fatto scoprire a Bologna un negozio che si chiama Banco artigiano delle Arti e Mestieri. Vi si possono acquistare articoli di ogni genere, provenienti da tutte le cooperative sociali d'Italia. Vi lavorano anche ragazze e ragazzi reduci da terapie legate a un disagio mentale. E dinanzi a queste realtà penso - da giornalista - ai nostri rimorsi. Si parla pochissimo di quest'Italia sobria, serena, efficiente, solidale. In tv dilagano i reality, la cui unica vera realtà è il disgusto che provocano. Ma Felice mi richiama all'ordine. «Ora ti mostro il lavoro che ho realizzato in omaggio a un nostro grande, generoso, prezioso amico: un cane.» La statuetta è di creta, il cane è un lupo, l'opera è destinata a un paese siciliano, Alì Marina, sulla costa orientale, dove è nata una scuola di cani guida per i ciechi. L'ha voluta Giuseppe Terranova, dirigente dell'Unione Ciechi, e l'ha inaugurata Casini, il presidente della Camera. «Andrò io in Sicilia a consegnare la statuetta e tu, magari, da buon siciliano, potresti farmi compagnia. Ad Alì apriremo anche una scuola di scultura per non vedenti.» Felice non ha una visione della vita limitata alla sua arte o al suo status. Questo mi induce a una domanda di genere politico-sociale. «Bologna» dico «è una città all'avanguardia in mille settori, una bandiera del progresso sociale e direi anche della buona amministrazione. Immagino che un disabile - o diversamente abile - di Bologna sia un privilegiato ...» La risposta è amara: «Bologna su questo fronte si è fermata. Oggi di buono a Bologna ci sono solo i bolognesi. Poiché stiamo parlando dei ciechi, sai quanti semafori sonori ci sono nella città? Tre. Io adesso sono un emigrato: mi trovo bene facendo la spola tra Calderara di Reno e Sala Bolognese. Qui tutto è più umano, ci conosciamo, i problemi sono più risolvibili, c'è più disponibilità verso il prossimo. Io un progetto per Bologna ce l'avrei: inserire dei disabili nel corpo dei vigili urbani. Così loro toccherebbero con mano i nostri disagi e si renderebbero conto anche delle tante forme di inciviltà che sussistono. Non ti pare una bella idea?». La approvo senza riserve. E godrei dinanzi all'ecatombe di burocrazia che sarebbe necessaria per attuarla. Ho conosciuto un uomo pieno di vita e di simpatia, ho ammirato le sue opere di scultore cieco, ma prima di lasciare la bottega e di conoscere Federica, vado alla ricerca dell'atto solenne e conclusivo. «Felice, tu sei un rarissimo scultore cieco. Io vorrei seguire un tuo itinerario di lavoro: dall'ideazione di un'opera al suo completamento. Immagino che in molti casi la fantasia e i lontani ricordi visivi si alleino con la magia dei tuoi polpastrelli, scatenando forme infinite di creatività. Ma qui mi fermo: non capisco come tu possa plasmare o scolpire il volto della tua donna, senza averla mai vista. Eppure l'hai fatto. E allora, sai cosa ti chiedo? Realizza il volto di un amico: il mio. Hai detto di conoscermi e persino di vedermi. Ti invito con affetto a questa sorta di prova suprema ...» «Dipende da te. Se lo vuoi, sono felice di provarci. Devo toccarti a lungo, studiarti, trasferirti nella mia mente. Almeno per due ore.» Commissionata l'opera, possiamo percorrere in macchina, sempre con Maila alla guida, i cinque chilometri che Felice si beve a piedi ogni mattina. Lo scultore vive in un bell'appartamento condominiale e, quando conosci la sua Federica, capisci quale completamento abbia avuto la sua vita. Mi apparto un po' con lei in cucina, a chiacchierare, mentre prepara il caffè. E tutto coincide, nel racconto di loro due, sino nei minimi particolari. «Come fai a sopportarlo?» le dico scherzando. «Io sono stremato dopo mezza giornata ...» Federica sorride, sfugge totalmente alla retorica del sacrificio di dividere la vita con un cieco. E tira fuori dal repertorio formule buone per ogni rapporto di coppia: pazienza, fiducia, lavori autonomi, vedersi il minimo indispensabile, quanto basta per riscoprirsi e desiderarsi. «Giusto, ma non pensi che per una donna sia una grande privazione non essere vista dal proprio uomo?» Federica versa il caffè e mi porge la tazzina. Poi risponde serena: «Giuro che devo fare uno sforzo per pensare che lui non mi veda. Intimamente sono convinta del contrario». Poi in tono diverso: «Sappi che è impossibile immaginare sin dove possa spingersi la sensibilità di un cieco». Io colgo al volo questo stupendo rimprovero. E me lo porto dietro, tra le cose che non si consumano mai. Sono tornato a Sala Bolognese, nello studio di Felice. Lui aveva preparato un grumo di creta grigia nella quale il mio volto si sarebbe modellato. «Fai il bravo, ti farò una bella testa.» Mi ha scrutato con i polpastrelli, collegati al suo cervello, alla sua fantasia, alla sua arte di scultore. La stufa non riusciva a scaldare bene l'ambiente. Dopo quasi due ore, Felice ha detto: «Concediamoci una sosta». E siamo andati insieme in pizzeria, traversando un paio di strade larghe. Nel primo pomeriggio il lavoro è ripreso. Per me poteva essere un gioco, ma tifavo per Felice in modo intenso, quasi drammatico. A un tratto gli ho detto: «Correggi il naso, è troppo grande». Alle quattro, il lavoro era quasi pronto: «Farò delle rifiniture,» ha detto Felice «poi la creta va cotta e cambia di colore». Ho abbracciato il mio amico, poi ho fotografato la mia testa di creta. E nell'immagine, non so per quale magia, ho visto l'espressione di mia madre, in una riuscitissima foto - una delle ultime - sulla terrazza della casa di campagna alle falde dell'Etna. Caro Felice, come hai fatto? Lui mi ha detto di essersi commosso, poi è arrivata Federica con la macchina. E mi hanno accompagnato a prendere il treno. Secondo - La libellula La musica di Gustav Mahler, un soave adagetto, si diffonde come una preghiera nella basilica romana di Santa Maria degli Angeli. Sul palco, dinanzi all'altare, sta danzando tra fasci di luce una creatura che sembra discesa da un cirro d'estate. Penseresti a un angelo in libera uscita, ma non ha le ali. E poi nessun angelo è donna come lei. E allora, in quell'armonia sovrana, pensi a una libellula, socchiudi gli occhi e ti lasci trascinare dall'onda che disegna i gesti, le note, l'espressività, il sentimento di un'artista: quella creatura danza e racconta la vita. Dalla parte opposta, una grande croce di cristallo illumina la scena. È arrivata dalla Boemia per il Giubileo: un dono di Swarovski per il Papa. La libellula si chiama Simona Atzori e con lei la danza è entrata per la prima volta nel grande evento della Cristianità: Amen, il titolo del balletto. La basilica è stracolma di giovani: sono i ragazzi del Papa, gioiosi e commossi nel loro silenzio. Bisogna proprio uscire da quell'incanto un po' mistico e tornare sulla terra per scoprire che Simona, la danzatrice, non ha le braccia. È nata così, le sue braccia sono rimaste in Cielo, ma nessuno ha fatto tragedie. Lei è andata incontro alla vita con amore e coraggio, e la vita ha fatto di lei una ragazza piena di talento, di valori, di volontà, di futuro: felice, giuro, come poche ne ho conosciute. L'handicap è un motore di cui non si conoscono i limiti. La danza, la pittura, una laurea in Canada, la conoscenza di tre lingue tra le quali un inglese perfetto, due genitori fantastici che ringraziano Dio ogni giorno, una sorella sposata, un delizioso nipotino e un bel fidanzato che guida gli elicotteri e la adora. Simona me ne mostra la foto con orgoglio e io le dico: «Non sei un po' gelosa di questo affascinante aviatore sempre in giro». E lei risponde: «Giochiamo alla pari. Lui deve essere fiero della fidanzata che ha. Se succedesse qualcosa, ci rimetterebbe ...». Mi immergo negli occhi di questa straordinaria creatura che ho avuto la fortuna di conoscere. E anch'io, come sua mamma Tonina e suo papà Vitalino, guardo verso il Cielo esprimendo un grazie per tanto regalo. Rivedo la scena del Giubileo avvolta in un prodigio. Nella coreografia del balletto entra un piccolo crocifisso. Simona lo accarezza con il piede destro, poi lo raccoglie tra le dita e, con plastica movenza, lo porta a sé, lo bacia, lo accosta alla guancia, come Maria con il Bambinello. E sembra che la storia della Cristianità ricominci da capo. Così, con questa immagine sacra, la libellula chiude la sua danza nel silenzio religioso della basilica romana. E ora io la vedo con due ali immense, grandiose: le ali di un'aquila. Ho una vecchia, fedelissima amica che mi segue da oltre settant'anni. L'ho presentata in un'altra occasione: si chiama Signora Casualità. Non accendo mai la televisione di mattina, ma quella domenica mi trovai, non so come e perché, con un telecomando in mano. Un tasto a caso. Modena, teatro Storchi: Festival delle Abilità Differenti. Cos'è mai? In un primo momento pensai a un riempitivo, un fondo di magazzino. Poi mi incuriosì la presenza di un collega con il microfono in mano. Era Riccardo Bonacina, il fondatore del settimanale «Vita», da dieci anni punto di riferimento del volontariato e del no-profit. Commentava lo spettacolo, intervistava i protagonisti. «Tse Chen Hsu è arrivato da Taiwan, cieco dalla nascita.» Avrà avuto al massimo diciassette anni, pianista straordinario per tecnica, avvincente, passionale: lo spartito invisibile, scolpito nella sua memoria. Poi, dopo una vocalist canadese, Jessie Ross, ipovedente e bravissima, e una esuberante attrice, Antonella Ferrari, distrofica, andò in scena un balletto classico di tradizione. E c'era lei, Simona, in una sorta di mistero visivo. Danzava un pezzo di Samuel Barber in coppia con un'altra ragazza e nel gioco scenico di chiaroscuri era difficile accorgersi che le mancavano le braccia. Sembrava gliele prestasse la partner. Alla fine, venne sul proscenio per rispondere agli applausi. E il generoso mistero si sciolse nella realtà di un handicap primigenio: madre natura si era scordata delle braccia. La sala parto, la culla, l'infanzia, la vita, la danza: tutti i miei pensieri si tradussero nel profondo desiderio di conoscere Simona. Quell'immagine d'artista non mi è più uscita di mente. La Cooperativa Nazareno di Carpi, che organizza il Festival di Modena, è un caposaldo nazionale della solidarietà efficiente, incisiva, senza tipologie specifiche e senza confini. Un presidio di civiltà sul fronte del disagio fisico e mentale. L'assistenza che educa alla vita. La fondò un prete, don Ivo Silingardi, nell'immediato dopoguerra. Presidente dal 1990 è Sergio Zini, un uomo amabile, di quelli che identificano il lavoro e l'altruismo con la propria vita. L'anima della cooperativa è donna. È quella Maila Quaglia che abbiamo già incontrato a Bologna. È stata lei ad aiutarmi a trovare Simona. Quando l'ho chiamata, si capiva subito dalla voce quanto fosse contenta della mia telefonata: per quell'impetuosa voglia di raccontarsi che la anima, come chi ha una storia bella in cui coinvolgerti. «Deve avere solo un po' di pazienza» mi ha detto «perché sto partendo per Viterbo. Ci rimarrò una settimana.» Stavo forse per chiederle come mai andasse a Viterbo, ma non ho fatto in tempo. Aveva fretta di dirmelo lei: «Ho un fidanzato e vado a trovarlo. Guida gli elicotteri del pronto soccorso. Attualmente lavora a Catania. Ma la sua casa è in campagna, vicino a Tuscania. Là ci godremo una breve vacanza. Quando torno, la chiamo». Le chiedo di darmi del tu. «Grazie, non è facile, ma ci proverò ...» Il paese si chiama Gerenzano, pochi chilometri dopo Saronno. Simona mi ha mandato per posta elettronica una piantina perché io non mi perda nelle stradine del Varesotto. È una grigia mattinata invernale quando mi presento in via Sicilia, davanti a una villetta. Inizio di dicembre, l'aria è umida ma quasi tiepida: non certo per rispetto al nome ammiccante della strada e a un siciliano quale io sono, ma perché i grandi freddi del nostro Nord sono ormai un ricordo. Non ho neanche bisogno di suonare il campanello. Ecco Simona, è già sulla soglia del portone. Maglioncino chiaro, pantaloni tipo jeans, agile, curiosa, soprattutto contenta: «Ti apro il cancello, così potrai parcheggiare qui, davanti al garage di mio padre». Il «tu», grazie al Cielo, è arrivato presto. Mi sento meno estraneo. Il cancello si apre piano piano, in apparenza da solo. Simona è scalza. Sta azionando un telecomando con il piede destro, mentre mi invita a far manovra. Impeccabile. Devo ancora entrare in casa e già prendo atto di una realtà: i piedi di Simona rappresentano, in tutto e per tutto, anche le sue mani. Lei li articola, li agita, li porta a livello della sua testa, si ravvia i lunghissimi capelli. Non li copre mai, questi benemeriti piedi, perché le servono di continuo nell'uso molteplice, illimitato che ne fa. E sembra che il doppio lavoro li nobiliti, li renda non solo più importanti per lei, ma molto più vicini all'interlocutore. Azzardo un esempio. Se fossimo a teatro, dovendo fare un ossequio formale alla signora Simona, bacerei serenamente il piede destro. Certo di non essere il solo. Sulle prime, l'impaccio è pesante. E cerco di mascherarlo con una disinvoltura un po' eccessiva, ma via via tutto si normalizza, anche per merito di una mamma esuberante, subito entrata in scena. La signora Tonina sprizza vivacità da tutti i pori, chiacchierona, allegra, implacabile nello stuzzicare amorevolmente la figlia e soprattutto nel partecipare a ogni granello della sua vita intensa. «Mio marito è andato a comprare il pesce. Vogliamo farla mangiare come si deve.» Parla con slancio della straordinaria avventura che la sorte le ha riservato e io, dovendo interpretare il suo pensiero dominante, il suo saldissimo credo, le metterei in bocca queste parole, mentre guarda orgogliosa la sua Simona: «Caro signore, il capolavoro che vede qui in questa ragazza lo abbiamo creato insieme, sin dalla nascita e poi nella culla, quando insegnavo alla bambina come mettersi il succhietto in bocca con i piedi. Lei e io. Adesso mi prendo ogni giorno la mia parte. Ne ho diritto. Mi spetta». Forse sto estremizzando un po' la fierezza di una mamma, forse sto facendo il cronista con i piedi sul soffitto, ma la verità è davanti ai miei occhi. L'handicap, la distrazione della natura, l'incubo di qualsiasi madre sono tradotti trionfalmente in un paradossale capolavoro di nome Simona. Il misterioso motore della disabilità ha funzionato nella direzione giusta, come quello di una Ferrari. Oh Dio, come si fa a entrare senza sentirsi dei microbi nel mondo felice di una ragazza nata senza braccia? O forse sto cavalcando un'illusione? Non ho spazio per riflettere. La Simona pittrice è presente nella stanza non solo fisicamente, ma anche con quadri di genere diverso. Paesaggi di Sardegna, da dove sono arrivati i suoi genitori, nudi di donna che sanno di vittoria, il mistero della Creazione. Ma i miei occhi si fermano su un intreccio amoroso, delicato e passionale: un abbraccio, il «suo» abbraccio. Due mani e due piedi si intrecciano con perfetta armonia. Non c'è segreto, l'intuizione per me è facile: «Qui ci sei tu, certamente ...». La risposta di Simona è un elementare consenso: «Sto abbracciando Andrea, il mio fidanzato. Lo abbraccio con le mie gambe e i miei piedi». E il discorso scivola lieve verso una piacevole, consolidata naturalezza. Simona e Andrea sono due ragazzi come tanti altri, che si vogliono bene, con il cuore e con tutto il resto. Lei te lo lascia intendere, non c'è bisogno di parole: è naturale, appunto. L'abbraccio è davvero un bel quadro, secondo un metro di giudizio che io considero infallibile: l'emozione. Quell'intreccio di braccia e di gambe, di mani e di piedi ti commuove, ma comprende anche un elemento vitale dell'amore: la sensualità. Simona ne rivendica non solo il diritto, ma anche la titolarità. Come a voler ribadire: quei due siamo noi, io e lui. Poi dirotta un po'. «Adesso Andrea è a Lampedusa. Chissà che meraviglia, beato lui. Mi ha detto che la scorsa settimana ha fatto il bagno in mare.» È uscita in fretta dal quadro, me la ritrovo davanti. Come nasce una pittrice di talento, senza le braccia? Simona solleva il suo magico piede, con l'aria di chi è pronta a qualsiasi dimostrazione: ecco l'arma, ecco il segreto. «Avevo quattro anni quando ho cominciato a dipingere. La danza è venuta due anni dopo. Un uomo di cultura, oltre che pittore, cui devo molto, ha creduto nel mio talento artistico e mi ha incoraggiato. Si chiama Mario Barzon. A nove anni ho superato gli esami per entrare nell'associazione degli artisti che dipingono con la bocca o con un piede. Prima mostra importante nel marzo del 92 a Roma, Palazzo Ruspoli. In quello stesso anno siamo stati ricevuti in udienza dal Papa. E io ho donato a Giovanni Paolo secondo un suo ritratto, dipinto con il mio piede. Puoi immaginare come mi sentissi in quel momento, quale traguardo abbia rappresentato quel gesto.» Del quadro di Papa Wojtyla, si può esaminare una riproduzione grafica: emerge l'uomo vigoroso e fiero che si stacca dal suo trono papale e lotta, viaggia, predica, abbatte le mura dell'odio. Non c'è ancora traccia di quella sofferenza fisica che lo ha accompagnato, con crudele lentezza, sino alla morte. La scuola, la pittura, la danza. Ma nulla è stato facile. Simona non ama soffermarsi sui passaggi durissimi della sua vita. Te li lascia soltanto intuire e la mamma la asseconda. «L'inserimento nella scuola mi è sembrato normale. Dopo le medie, ho frequentato il liceo linguistico a Tradate, poi due anni di Lingue e Letterature straniere all'Università Cattolica di Milano. Per la parte artistica, avrei voluto studiare a Brera, ma non è stato possibile. L'ambiente mi ha frenato, ho trovato degli strani paletti.» E questo dev'essere stato uno dei momenti chiave della storia: la necessità di una svolta, il coraggio di una scelta drastica. C'è Gioia, la sorella maggiore, che si è sposata in Canada e vive nell'Ontario con il marito Earl, canadese, e un figlioletto che si chiama Matthews, cioè Matteo. Simona e i genitori si trasferiscono in Canada. La cittadina si chiama London, proprio come Londra. Simona impara benissimo l'inglese, si iscrive alla University of Western Ontario e si laurea in Visual Arts, con menzione d'onore. Più che della laurea, però, adesso ama parlare del nipotino: «Matthews mi ha proprio rubato il cuore». Con una provocazione temeraria chiedo: «E la sorella Gioia com'è? Voglio dire ... è normale?». La gaffe è grossa, quasi voluta per registrare il grado di reazione. Un attimo di gelo si abbatte su di noi. Ma io so come reagire: «Non fate caso alle parole: valgono molto di più le idee, i diritti e il rispetto. So bene che l'espressione «normale» è quasi blasfema. Mi sono preso tanti anni fa tremende scottature perché la mia amicizia e il mio impegno per il mondo dell'handicap si servivano ogni tanto di parole sbagliate. Mi prendo volentieri un'altra lezione: ma sappiate che conosco benissimo il problema. Ho voluto ricordarvi quale stupidità possa uscire dalla bocca di un cosiddetto normale come me». Il gelo si è già sciolto, ma non mi tiro indietro: «Volevo solo sapere se Gioia, la sorella di Simona, la mamma di Matthews, ha le braccia». Evviva la santa chiarezza. La risposta è sì: le ha. Guardo Simona: mi regala il più bel sorriso della mattinata. E io la ringrazio con lo sguardo. È arrivato papà Vitalino, con delle ottime orate. Un uomo corpulento, rassicurante, amato, che immagino si lasci dominare dalla vivacità delle sue donne. Lo vedo come il pilota discreto e pudico di una famiglia che funziona. Assecondare la figlia, svilupparne la personalità è il grande scopo della sua vita, come succede a qualsiasi buon padre che, dopo tanti anni di lavoro, è andato in pensione. Provo per lui una grande simpatia. Sono le dodici e mezzo e la signora Tonina vorrebbe già apparecchiare la tavola, come facevano i milanesi di una volta. Il tentativo viene respinto. E io mi inserisco con una proposta: «Simona, rivediamoci qualcuna delle tue danze. E raccontami la storia di Simona ballerina». Qui rispunta il magico piede destro, nel ruolo di mano. C'è uno scaffale pieno di cassette, cd rom, dvd e altro armamentario tipico di un'artista che studia, prova, vuole e deve rivedersi. La ragazza desidera mostrarmi uno spettacolo particolare e fa una certa fatica, perché le registrazioni sono tante e disposte in due o tre file. Ma il piede non s'arrende: fruga con agilità e alla fine centra il bersaglio. Simona può rievocare una serata davvero emozionante. Risale al 2003. Nel quadro del Pescara Dance Festival, lei ha fatto coppia con un divo internazionale: Marco Pierin, una stella della danza classica, artista che puoi trovare sulle locandine di Londra, Parigi o della Scala. Il titolo è Dal buio una voce. Dieci minuti di silenzio per seguire lo spettacolo. Alla fine, mi ritrovo con una lacrima. Sono abbastanza esperto di danza, per cultura di famiglia legata a mia moglie Franca e a mio figlio Marco, entrambi professionisti. E l'idea che si possa addolcire il giudizio sulla personalità artistica, la tecnica e l'espressività di Simona con la tenera comprensione che viene dal suo handicap è da scacciare subito, come un pensiero vergognoso. La ragazza senza braccia danza divinamente con un equilibrio dinamico tutto suo, per noi misterioso. Ed esprime con il suo corpo una femminilità intensa, una carnalità vibrante. Lei e Pierin si muovono in una sorta di nudità scenica, mescolando sensualità e spiritualità in un cocktail inebriante, eppure pieno di innocenza. Mia moglie sostiene che questo e altri balletti di Simona dovrebbero entrare nelle scuole come elementi di cultura: lezioni d'arte sulla potenzialità dell'handicap, sui prodigi della volontà. E io aggiungo: vi dovrebbero entrare come il chilometro finale della maratona olimpica di Baldini, o l'aureo esercizio ginnico di Cassina alla sbarra. Su un palcoscenico, in uno stadio o nella vita, sono tutte storie da Olimpiade. Simona rompe il silenzio: «Con Pierin ho ballato più di una volta. È sempre un onore per me». Irrompe la mamma: «Io gli ho parlato e sai cosa mi ha detto lui? Signora, pensi all'onore che ho avuto io». Vengono fuori storie di riconoscimenti internazionali, un grazie immenso al coreografo Paolo Londi e persino un Premio Atzori indetto da Simona: «Il primo l'ho consegnato a Luciana Savignano, il mio modello supremo. Prima di Natale devo ballare a Teramo. Mi vieni a vedere?». Ma come può avviarsi alla danza una bambina priva delle braccia, che della danza sono un elemento fondamentale? È avvenuto a sei anni, nella scia della sorella Gioia. La scuola di Saronno era collegata con la Royal Academy di Londra: «Con il passare del tempo, capivo di inseguire un sogno, un'utopia, ma non un'idea impossibile. Nulla è impossibile nella vita. A un certo punto, subii uno stop: non potevo sostenere gli esami, il regolamento me lo impediva. Ero nell'età in cui si stava manifestando il mio talento. Perché impedirmi di andare avanti? Mia madre protestò, si rivolse a Londra: nulla. E allora, decidemmo di scrivere alla regina Elisabetta, da cui dipende la Royal Academy. E la regina ci rispose: esami sì, ma solo orali. Fummo onorati della risposta, ma non aveva senso continuare solo con la teoria. Mi rivolsi altrove. E sono andata avanti, come vedi, prima in Italia, poi in Canada dove ho trovato aperture meravigliose. Adesso mi divido tra danza e pittura. Ho vinto il Premio Michelangelo, sono arrivata terza al concorso di Hannover, in Germania, ottenendo il premio della critica, ho messo in scena con Americo Di Francesco Lègàmi: puoi spostare l'accento come vuoi, il doppio significato è proprio voluto. Musica di Bach, tratta da Schindler's List. Nel 2004 ho ballato, oltre che in Italia, anche in Francia, Norvegia, Olanda e Ungheria. Nel 2005, oltre alla mia abituale attività, ho avuto un'emozione grande: consegnare il Premio Atzori, il mio premio, a Vassil'ev, un mito della danza». Ho assistito alla cerimonia. A Pescara, in luglio. Il premio era un dipinto di Simona: il suo piedino regge un'immagine scenica del grande ballerino russo. Lui l'ha identificata subito: «È Spartacus». E ha aggiunto: «Il tuo piede mi dà la spinta per continuare a vivere con intensità». Non c'è un tocco di magia in tutto questo? Simona conclude orgogliosa: «Guarda che albo d'oro, in quattro anni: Luciana Savignano, Micha van Hoecke, Carolyn Carlson, Vladimir Vassil'ev. Nell'intervallo tra un impegno e l'altro dipingo. E francamente non so quale, tra danza e pittura, sia l'attività più importante. Ma non c'è ragione di scegliere, è bello così ...». Io non apro più bocca. Ascolto, senza interferire neanche con un sussurro. Sino a quando mamma Tonina non ci convoca presso la tavola apparecchiata, mentre il marito sta stappando una bottiglia di rosso dell'Oltrepò pavese, una robusta Bonarda. È un bel pranzetto di famiglia. Le orate hanno mantenuto le promesse. Ciascuno spina la sua, anche Simona. E solo a metà pranzo mi accorgo di un'altra versione del prodigio. A muovere le posate sul piatto della ragazza sono, sospinti in alto da un corpo snodabile, i suoi piedini di danzatrice: che acquistano un tocco di magia quando diventano mani. «Caro Candido, ti racconto l'ultima: ho preso la patente.» Questa provocazione, giuro, non me l'aspettavo. Come si può condurre una macchina senza braccia? Ormai lanciatissima sul sentiero del «nulla è impossibile» Simona mi illustra il congegno che l'ha portata alla guida. «La macchina è stata modificata. Freno e acceleratore vengono azionati dal mio piede sinistro. Il cambio, naturalmente, è automatico. Sul volante è innestata una piccola forcella: serve come presa per il mio piede destro, che è il piede di guida. Una danzatrice non ha difficoltà a tenere un piede a terra e uno in alto: per me è normale tenerne uno sul freno o sull'acceleratore e l'altro sul volante. Come vedi, è abbastanza semplice.» Prima o poi, Simona, ti chiederò un passaggio. «E io ti porterò volentieri a spasso.» Un giorno Simona mi ha detto: «Penso talvolta che i veri limiti esistano in chi ci guarda». Dal sito internet di Simona Un sorriso colto all'improvviso ma non per caso è l'immagine che voglio dare di me alle persone che entrano in quello che ho chiamato «Il mio mondo». Questo è un sorriso d'amore, quell'amore che io provo per la mia vita e per le persone che la compongono, e per quelle che ne vorranno fare parte e quelle che vorranno condividere il dono che ho ricevuto dalla vita: il dono del sorriso ... Io sorrido in tanti modi Sorrido vivendo Sorrido amando Sorrido dipingendo Sorrido danzando Dove - nel mio mondo - sorridere significa solamente vivere. Terzo - Il geranio L'Eurostar arriva alla stazione di Bologna con tre minuti di ritardo e il marciapiede si riempie subito dei «dannati della sigaretta». Dopo due ore di astinenza nei loro vagoni, scendono in fretta a succhiare avidi e frettolosi una dose di veleno sufficiente per arrivare a Firenze o a Roma. Io li dribblo scrutandoli con la commiserazione vigliacca del fumatore pentito e raggiungo il piazzale, dove il vecchio orologio è ancora fermo sull'ora della grande tragedia del 1980: le 10,25 del 2 agosto. «Borgo Panigale, via Legnano 2.» Il taxista bolognese scruta mentalmente nella sua geografia professionale: «Se non sbaglio, in quella strada deve esserci una scuola. O forse c'era ...». E parte sicuro. È una luminosa giornata d'autunno, con l'aria fresca e il cielo d'un azzurro pulito, come se fosse soltanto il regno antico degli uccelli descritto dalle nonne - o forse bisnonne - e dalle favole. Il traffico scorre lieve, stranamente diverso dalla giungla abituale e, in questo clima di soave ottimismo, dinanzi alla vecchia scuola cui sono diretto s'affaccia una piccola madonna: «Ciao, sono Alessandra, ci siamo sentiti per telefono». E mi introduce nell'edificio dove trova spazio, assieme ad altre associazioni di volontariato, il CDH, che vuol dire Centro Documentazione Handicap. L'edificio si chiama Zefiro: il vento della fede soffia su una casa comune del no-profit, proprietà municipale, gestione autonoma. Guardo Alessandra come la bambina dei disegni infantili felicemente approdata alla grazia di una donna. Bionda, occhi cerulei, la classica fatina che trovi tratteggiata sulle pareti delle scuole elementari. Lei mi riporta sulla terra: «Ho venticinque anni, una laurea, un marito, una figlia. E sono incinta: questo sarà maschio, nascerà fra quattro mesi». E si tocca il pancino. «Lavoro qui un po' per volontariato, un po' per professione: e mi piace. Ma ecco, sta arrivando Claudio, il nostro presidente ...» Claudio si chiama Imprudente di cognome. Io sono qui per lui: per quel che resta del corpo di un uomo diventato mitico nella sua capacità di trasformare un refuso crudele della natura nell'inno quotidiano a quella che lui definisce «la mia bella vita». Guerriero nella sua immobilità assoluta, studioso e lettore accanito grazie a un apparecchio sfoglialibri, scrittore senza poter adoperare le mani, conferenziere pur privo totalmente del bene della parola, giornalista alle frontiere di una vita che sembrerebbe stritolata dal destino, poeta alla ricerca di «un'alba nella notte». Di tanto in tanto un filo di bava gli scende dalle labbra. Un bavaglino provvede. Lo guardo e lo saluto nella mia goffa e finta disinvoltura. Claudio Imprudente, chi sei, come fai, da dove attingi le forze per questa sfida che supera i confini della nostra intelligenza. Abbi pietà di noi poveri normali, con braccia, gambe, collo, piedi e gli altri organi che tu non possiedi. Spiegaci qualcosa. Una carrozzina s'avanza con a bordo uno strazio fisico pieno di idee folgoranti. Claudio non ha mani per spingerla, ci pensa un collega. Si chiama Massimo. È arrivato qui per il servizio civile e c'è rimasto. Tutto è pendulo, minuscolo, inerte nelle membra strette tra quelle due ruote: ma la testa sembra scolpita nel marmo come quella di un condottiero antico. E due occhi fiammeggianti si levano su tutte le miserie della vita, sui luoghi comuni, sugli angusti schemi della quotidianità, sulle gerarchie umane e sociali, sulla cosiddetta diversità. E li inceneriscono. In quegli occhi c'è tutto ciò che manca al corpo di quest'uomo straordinario: parlano, ridono, cantano, chiedono senza mai implorare, graffiano anche con guizzi di incredibile ironia. «Gli occhi» dice «possono muovere il mondo.» Ma come fa a dirlo? Quale genere di mondo lui sta muovendo? Claudio tira fuori la lingua come fosse un'arma e lancia un segnale che, in realtà, per chi non è abituato è un ghigno inquietante. Alessandra è di casa: lo coglie subito. E da una tasca laterale della carrozzina estrae una lastra di plexiglas, una lavagnetta trasparente. Vi sono incise le lettere dell'alfabeto, come sulla tastiera di un computer. E io assisto, mortificato e incredulo, al rito della parola silenziosa, della frase che si compone ed entra impavida in un dialogo grottesco, eppur secco e incisivo. Gli occhi di Imprudente puntano su una lettera dopo l'altra a un ritmo cadenzato. Alessandra intuisce dove arrivano quelle frecce e traduce al volo i segni dei bersagli centrati: B, E, N, V... La velocità aumenta via via, insieme con il mio stupore e la frase nasce e si completa nello spazio di pochi attimi: «Benvenuto signor Cannavò». E poi, di seguito, l'immagine poetica degli occhi che muovono il mondo. Si è aperta davanti a me una linea di comunicazione: l'unica tra Claudio e la vita. Per parecchie ore la percorreremo, dando un senso al nostro incontro e riempiendolo di considerazioni, racconti, aneddoti, persino di qualche battuta polemica. Alessandra mi incoraggia, con la sua lavagnetta in mano: «Sembra difficile, ma non lo è. Basta allenarsi e trovare un po' di sintonia. Oggi ci sarebbero mezzi elettronici per comunicare con Claudio: l'Optakon, la barra braille, ma Claudio preferisce questa lavagnetta artigianale trasparente, questo umanissimo gioco di complicità che ci fa sentire più vicini a lui. E costa poco, quasi nulla. Vuoi provare?». Prendo in mano la lastra, ma quegli occhi di fuoco perforano il plexiglas e mi arrivano addosso implacabili. Difficile per me intercettarli. Indovino tre lettere su una dozzina. Quasi quasi mi applaudono. Alessandra si destreggia come un giocoliere. «Il presidente vorrebbe sapere subito da te una cosa importante.» Io attendo con ansia e lei procede: «Vuol sapere se il grande Milan suo adorato vincerà ancora lo scudetto». È un approccio in apparenza banale, ma carico di ironia. Traduco liberamente il seguito e il senso: «Caro amico Candido, non pensare di trovarti qui tra martiri, missionari, asceti o filosofi. Io amo anche il calcio. Sono milanista dai tempi di Rivera: avevo dieci anni nel 70 quando lui segnò in Messico il gol del 4/3 alla Germania nella favolosa semifinale. E la mia attività in questo centro è cominciata nel 1982, anno consacrato al famoso urlo di Tardelli a Madrid nella finale con la Germania. Ho la scena ancora davanti. Pertini scattò sulla tribuna accanto al re di Spagna. Quell'urlo ci dava la certezza del titolo mondiale e produsse anche un miracolo: anch'io scattai in piedi, davanti a testimoni. Io, capisci?, in queste condizioni. Evento misterioso, inspiegabile. La mia storia, come vedi, si articola attorno a due date importanti, direi storiche, del calcio». Immagino che anche la tavoletta di plexiglas si stia facendo una risata, ma il giochino finisce presto. Claudio ha molte cose da raccontarmi o, se volete, da insegnarmi. E lo fa alla sua maniera, per tramite di una generosa e acrobatica Alessandra. La lavagnetta s'illumina di sguardi da tradurre. «Sai cosa disse il medico a mia madre il giorno in cui fu chiaro che il suo unico figlio era afflitto da tetraparesi spastica? - Signora, questo bambino sarà un vegetale. - Un giorno io mi resi conto del mio destino e feci una scelta: se devo essere un vegetale, preferisco il geranio.» Come mai un geranio? «È una pianta che mi piace, un fiore che resiste al tempo.» La spiegazione non convince, ma Claudio ama lasciarla appesa alla curiosità interpretativa. L'immagine del geranio riaffiora di tanto in tanto nel nostro complicato discorrere, ma non ne afferro il significato, mi sembra una trovata di pura poesia. Il Geranio-Claudio ha scritto sei libri di grande impatto emotivo, comprese due favole sempre legate alla paura della diversità che non è una patologia, ma un aspetto della condizione umana perché «tutti siamo diversi». Come mai due favole? «I bambini devono abituarsi subito a convivere serenamente con la diversità, a conoscerne non solo le difficoltà ma anche i valori. Io nelle scuole spiego la mia ricchezza, illustro le infinite risorse che derivano dall'handicap in cui vivo.» L'ultimo volume, che ho divorato in tre giorni, gioca con il suo nome e s'intitola Una vita Imprudente. Potrei definirlo un trattato per la varietà e l'articolazione dei temi, ma mi piace ricordarlo come un'antologia di vita estrema, persino affascinante, ai confini della nostra normale comprensione. «Sai a chi è dedicato questo libro? Ai normodotati gravi.» Afferro al volo il senso: è dedicato alle persone che non capiscono. I veri disabili sono loro ... Ora Claudio si veste da professore, come fa in centinaia di scuole, anche all'estero, dove lo invitano a parlare ai ragazzi con i suoi occhi puntati sulla lavagnetta trasparente e con il collega di turno che traduce gli sguardi in parole e le parole in concetti. L'integrazione spiegata tra i banchi, per via diretta, illustrata dal vivo. «Io con i miei resti umani e la mia forza terribile, voi con la vostra sana gioventù: confrontiamoci alla pari. Mi batto per la reciprocità tra normali e diversi: tu mi accetti, io ti accolgo. Due doveri s'incrociano. Solo così si esce dalla cultura dell'assistenzialismo.» Quasi duemila incontri, in ogni parte d'Italia. I ragazzi si lasciano conquistare da Claudio. E la crudele difficoltà espressiva, gestita dalla lavagnetta, si traduce in un vantaggio: «Frasi brevi, concetti scarni, chiarezza assoluta». Il terreno scolastico è vergine. Cinquantamila chilometri l'anno percorsi su un'auto straniera attrezzata da un'officina di Brescia per accogliere la carrozzina del conferenziere: un motorino, un minuscolo sollevatore, quattro cinture e via per il mondo. Questa massiccia opera di cultura sociale, di cui Claudio è protagonista, rientra nell'iniziativa di cui qui, nella sede dello Zefiro, tutti vanno orgogliosi: il Progetto Calamaio, lanciato nel 1986. Nessun ministro alla Pubblica Istruzione è stato mai capace di tanto. Perché Calamaio? Ci ricorda - mi spiegano - la vecchia maestra con il suo boccettone pieno d'inchiostro. Il pericolo di sporcarsi, il pennino che s'intinge, le prime aste, le prime macchie, le prime parole, la prima cultura. E quando Claudio entra in una classe - prosegue la spiegazione - è il Calamaio che insegna a usare la diversabilità. Be', questo Calamaio, lontano protagonista della nostra fanciullezza, mi è simpatico. Ma il simbolismo è tutt'altro che chiaro, pazienza ... Squarcio di lezione, a beneficio dell'ospite. Claudio si lancia. «Vedi, da quando il disabile è emerso da quei vergognosi nascondigli in cui era relegato, tra famiglie che coprivano la disgrazia, persone che si facevano il segno della croce se incontravano uno come me, da quando l'handicap ha trovato anche da noi una cittadinanza civile, la società si pone una domanda: che cosa si può fare per questi cittadini sfortunati cui manca qualcosa? Non mi soffermo sul pietismo stupido, sulla vuota solidarietà o, peggio, sulla commiserazione che copre tante responsabilità. Io capovolgo addirittura il concetto. La domanda da porsi è questa: che cosa può fare un disabile per la collettività in cui vive? È una domanda rivoluzionaria, un cambio drastico di cultura e di immagine. Su questo noi lavoriamo. Ogni giorno: scrivendo libri, pubblicando giornali, girando l'Italia, parlando ai ragazzi, rendendoci utili e anche autonomi. Io ho una vita attiva, non sono un disabile, mi definisco un diversabile che accetta i suoi doveri, vuole entrare nelle competizioni della vita, crede nella comunicazione e nell'importanza dell'immagine. Il mio motto è: dalla sfiga alla sfida. Basta cambiare una lettera. Dài uno sguardo a questa rivista. È opera nostra. L'abbiamo battezzata «Hp», acca parlante. Diamo voce all'unica consonante muta del nostro alfabeto.» Qui, finalmente, il simbolismo di «Hp» mi sembra più chiaro di quello del Geranio e del Calamaio. Prendo la rivista in mano, la sfoglio con curiosità, mi sembra di ottimo livello per la scelta degli argomenti, per la mancanza di retorica del disagio, per la qualità di scrittura. L'handicap è alle spalle. C'è un continuo approccio con la vita che spazia dovunque, anche nello sport e nello spettacolo. Editore: Erickson, lo stesso dei libri; direttore editoriale: Claudio Imprudente, ancora lui. Alessandra ha deposto la lavagnetta e si riposa un po'. Gli occhi di Claudio mi inseguono con la pressante curiosità di sapere cosa penso della sua rivista. C'è un altro ragazzo nella sala: Edo, calabrese, bruno di capelli, occhi verdi, obiettore, conquistato alla causa. Sta facendo servizio civile. È lui a prendere la lavagnetta e a fare da interprete. «Se non ci facciamo conoscere,» dice Claudio «non avremo mai peso politico. Ecco perché io mi do da fare come un matto. Sono stato in televisione, ho scritto a Ciampi che mi ha risposto e mi ha anche ricevuto al Quirinale, sono stato dal Papa e sarei felice anche di andare alla trasmissione domenicale di Simona Ventura per parlare non da diversabile, ma da milanista.» Riecco la vena sdrammatizzante dell'ironia. Alessandra racconta un po' della sua storia. «Conobbi Claudio Imprudente nel 98. C'era una cena. Massimo, il mio attuale marito, disse che avrebbe portato un amico: era lui. Tutto nacque da quell'incontro. Io ero preparata. Sono figlia di due disabili, genitori straordinari ...» Due disabili come genitori ... È il primo choc della giornata. Carezzo con gli occhi la dolce madonnina che mi parla e l'handicap, il disagio, la fatica di vivere mi sembrano appartenere a un altro pianeta. Lei continua: «Mia nonna era una ragazza madre. A quei tempi faceva scandalo. Ci fu un periodo in cui le cosiddette figlie del peccato, come mia madre, venivano adoperate per i test di laboratorio, volti a cercare il vaccino anti-polio. Dicevano che non esisteva pericolo. Non c'era allora né il Salk, né il Sabin. Fu così, con quegli esperimenti, che mia madre contrasse la poliomielite. Mio padre, invece, si ammalò da bambino. S'incontrarono, si sposarono. La mamma ha lavorato come insegnante di sostegno nelle scuole elementari dove sono inseriti gli alunni disabili o down. Ora è in pensione, fa volontariato. Oltre che meravigliosi, questi genitori sono anche sportivi. Li ho accompagnati ad Atene per le Paralimpiadi. Mio padre ha partecipato al tiro a segno. Risultato modesto, ma era là, a vivere quella straordinaria avventura. Partecipare è stato bellissimo, direi grandioso». E io penso che questi due genitori così amabili abbiano fatto un felice miscuglio della loro difficile esistenza e di quella degli altri. Partendo in svantaggio, hanno giocato sempre alla pari. Il dare più bello del ricevere. Sono campioni anche loro: di quella difficile prova agonistica che si chiama vita normale. Ora il Geranio sembra immerso in una pausa di riflessione. Alessandra si è sciolta. E racconta che un giorno, con la telecamera nascosta, hanno portato in giro Claudio per Bologna. L'idea è stata di Federico Taddia, autore e conduttore della trasmissione Screensaver di Rai-Tre. Si doveva realizzare un video e Claudio e Alessandra sarebbero stati ospiti in studio. «Io e lui abbiamo fatto finta di essere due fidanzati alla vigilia delle nozze. Prima tappa, il ristorante Diana in via Indipendenza: uno dei più antichi di Bologna e di grande stile. Cerchiamo un posto in cui festeggiare il matrimonio. Il maître ci osserva curioso, ma non appare minimamente turbato dal nostro così differente status prematrimoniale: la sua unica preoccupazione è conoscere il numero degli invitati e quello delle carrozzine. Lo tranquillizziamo e lui comincia a prospettarci il menu. A Claudio viene spontanea la domanda sulla accessibilità del bagno. Solo a quel punto si nota un malcelato imbarazzo del maître: il bagno è in cima a una rampa di scale. Be', dettaglio non da poco per la nostra festa: oltre a Claudio ci saranno una ventina di persone in carrozzina. Ci penseremo su. Salutiamo manifestando incertezza.» Un disabile grave ultraquarantenne e una dolce ragazzina in piena salute si presentano come prossimi sposi. Il massimo della sfida. La recita funziona. Nessuno è svenuto dinanzi a quella coppia così strana, diseguale e provocatoria. Buon segno. Atto secondo, negozio di scarpe. Claudio ne cerca un paio per il giorno della laurea. «La commessa non sa con chi parlare. Si rivolge a me. Riusciamo a intenderci sul tipo di scarpa che Claudio vuole provare e arriva il momento in cui la povera ragazza deve inginocchiarsi, liberare un piede del cliente e infilargli la scarpa. Continua a parlare con me, finché le dico che si può rivolgere direttamente a lui, anche perché non si può andare avanti con quella scena comica: la ragazza fa una domanda a me, io prendo in mano la lavagnetta e risponde lui. La commessa si adegua. Chiede se la scarpa va bene o fa male, poi finalmente si sente a suo agio, si rilassa e comincia a interagire con Claudio come con qualunque altro cliente. Motivo del suo imbarazzo? La paura di fargli male. Ce ne andiamo dicendo che sarebbe passato un amico a ritirare le scarpe e a pagarle come regalo per Claudio. Chiaramente quando usciamo c'è qualcuno del programma televisivo che entra e spiega la finzione facendo firmare le liberatorie per la messa in onda della clip girata a telecamere nascoste. La commessa ci ride su.» Ma allora, la disabilità, seppur tanto grave, non provoca imbarazzo? O Bologna è una città speciale? Oppure c'è solo il problema del primo approccio? Il viaggio continua. Ancora scarpe, stavolta un negozio di alta classe. Alessandra racconta: «Anche se non ci fosse stato Claudio in carrozzina con il bavaglino e la solita bava che scende dalla bocca, ci saremmo sentiti poco adatti a quel luogo. Ma con nostra sorpresa entrambi i commessi dimostrano una disinvoltura quasi sconcertante. In un batter d'occhio la signora, una donna di mezza età, si china, tira il piede di Claudio sulla pedana della carrozzina e gli infila la scarpa scelta. E intanto chiede a Claudio in che materia si laurea, mostrando una voglia di conversazione che ci trova impreparati. Tra poco, quando la finzione si svela, le commesse si diranno commosse per aver ricevuto una carica vitale dal nostro incontro. Reazione curiosa, ma tutto sommato positiva». Nuovo set in via Rizzoli, trafficatissima. Alessandra ferma alcuni ragazzi. Indica Claudio e dice: «Guarda, lui ti vorrebbe fare un paio di domande per una ricerca che stiamo facendo». Claudio in questi casi dà il meglio di sé, pungente, stimolante e provocatorio. «Secondo te che mestiere faccio? Ti do quattro alternative: il panettiere, lo psicologo, il geranio o il giornalista?» La maggior parte si orienta sul giornalista, qualcuno osa lo psicologo, ma nessuno azzarda il panettiere e, tanto meno, il misterioso geranio. La risposta giusta invece è proprio il geranio. E Claudio ripete la storiella: «Quando sono nato, a mia mamma hanno detto che suo figlio avrebbe vissuto da vegetale e così io ho scelto di essere un geranio». Seconda domanda: «Ma per te io sono bello o sono brutto?». «E qui» precisa Alessandra «Si è sentito di tutto. Solo una ragazza ha avuto il coraggio di dire che Claudio è brutto perché non corrisponde ai canoni tradizionali della bellezza. C'è chi lo ha definito «normale» o «un tipo». Uno ha detto: «Non è la bellezza che conta ma quello che c'è dentro le persone». Claudio è andato avanti alla sua maniera: «La mia è una sfiga o una sfida?». Qui i ragazzi sono stati veramente bravi a riconoscere immediatamente entrambe le dimensioni. Claudio avrebbe preferito che si parlasse solo di sfida.» Alessandra confessa il suo stupore per aver visto molti ragazzi rifiutare l'intermediazione della lavagnetta e parlare con Claudio guardandolo negli occhi, pur sapendo di non poter avere una risposta diretta. Piccoli segni di un'integrazione basata su un rapporto alla pari? Le nuove generazioni sono mature per una cultura più aperta? Domande, speranze ... Alessandra mi parla della faticosa scelta delle bomboniere in un negozio affollatissimo, dove nessuno può intrattenersi con loro. Poi la scena madre: le fedi per il matrimonio. «Ancora una volta io e Claudio promessi sposi. Entrare nell'oreficeria è un'impresa. La porta è stretta e Federico, il guidatore della carrozzina, poco esperto. L'orefice non fa una piega. Ci mostra i diversi modelli, noi scegliamo la fede sottile e arriva il momento di provare le misure. Nel tentativo imbarazzante di liberare la mano di Claudio, che sta sempre legata alla carrozzina, il commesso cerca di riempire i vuoti e chiede quando ci sposiamo. Non eravamo preparati a quest'ovvia domanda. Va a finire che in difficoltà siamo noi. Ce la caviamo improvvisando. L'orefice è impeccabile. Ci fa gli auguri e ci saluta in perfetto stile. Naturalmente passerà la mamma a pagare. Da cinque ore di filmato abbiamo ricavato due clip. Quando le rivediamo, ci facciamo un sacco di risate.» E allora qual è la conclusione? Una delle frasi di Claudio, che ricorre in parecchi suoi scritti, è questa: «Caro amico normodotato, posso capire come io, conciato come sono, con il mio corpo dimezzato e devastato, con la bava che cola dalla mia bocca sgangherata, con una mano legata alla carrozzina e l'altra bloccata sotto il sedere, possa farti schifo. Ma il problema è tuo, non mio. Se ti abitui, vivremo meglio». Sentenza terribile nella sua verità. Conosco quest'uomo da un paio d'ore. E scopro di abituarmi a lui senza dovermi fustigare, senza sentirmi missionario di bontà. Ma certo, poche ore non sono una vita. Sono davvero sereno o sto gestendo un'emergenza psicologica continuata? Chissà ... Le scene nei negozi di Bologna - lo Strazio e la Grazia prossimi alle nozze - sono estreme, forse fortunose, ma incoraggianti. Guardo Claudio accucciato nella sua carrozzina in solenne atteggiamento di sfida. Non è la prima volta che mi capita di dire a un disabile grave: «Abbi comprensione per la nostra normalità». A un certo punto, mi viene voglia di parlare d'amore. Cos'è l'amore per un uomo maturo, con questo misero corpo e una mente luminosa? Claudio risponde: «È un sentimento indispensabile». Poi aggiunge: «Non ho ancora trovato una donna disposta a dividere con me il cammino della vita. È possibile, ma non facile». Mi accorgo di scivolare all'indietro, verso un triste pensiero: nel ricco mondo che ruota attorno a questo mio nuovo amico c'è un buco doloroso. E dopo tante lezioni di vita, tanto coraggio, tanto filosofeggiare, mi chiedo se non sia questo fantasma di donna la sua diversità indomabile, il desiderio che non si spegne, l'unica ferita che Claudio si senta addosso. «Qualche mese fa è morta mia madre. Si chiamava Rosanna. Devo tutto a lei. Non è stata un'eroina, ma ha avuto un merito immenso: mi ha dato sempre fiducia. Tutto ciò che la natura mi ha negato lei lo ha coperto con la sua fede. Grazie a mia madre, sono un uomo vivo e attivo. Poi sono venuti gli altri. Ho respirato fiducia: è stata il mio ossigeno. Se devo ricavarne un messaggio, dico: - Date fiducia a un diversabile -.» E adesso? Come vive Claudio, chi provvede ai suoi continui bisogni? Mi descrivono una comunità di famiglie che nella mia fantasia diventa un presepe. Si chiama Maranà-Tha che in aramaico vuol dire: «Vieni Signore». Sono le ultime parole della Bibbia. Claudio si ispira. «Il regista di tutto è Dio, ma Dio ha bisogno di noi per i suoi progetti. Con me abitano due giovani della Moldavia: lui e lei. Sono loro ad assistermi, ma la residenza è grande, divisa in appartamenti nei quali vivono le sei famiglie che oggi, oltre agli ospiti, compongono la comunità. L'accoglienza di Maranà-Tha si rivolge soprattutto a donne sole con bambini, a minori che entrano a far parte delle famiglie attraverso l'affido o l'adozione. C'è pure chi trova ospitalità perché sta attraversando un momento difficile. Qui riceve sostegno e aiuto, in uno spirito di condivisione. Non mi sono mai sentito solo. Puoi trovarti in uno stadio con centomila persone e affogare in una disperata solitudine. Io non la conosco, questa solitudine. Ho il lavoro, ho la famiglia, ho tante idee, una cultura da sviluppare, un programma di viaggi ...» Breve sosta. Alessandra abbassa e poi risolleva la lavagna: «E ho anche una grande fame». In questo gioco di luci e ombre, di poesia e di ironia, il Geranio-Claudio è un maestro. «Ragazzi, diamoci da fare, sono quasi le due.» Ci ritroviamo allegri e affamati in una trattoria delle vicinanze, tipico approdo emiliano dei camionisti. Un bel tavolo rotondo, con largo spazio per la carrozzina. Tutt'intorno, omoni che chiacchierano di chilometri, di autostrade infernali e di poliziotti olandesi. Claudio sfoggia il suo bavaglione anti-bava, ma nessuno ci fa caso. Si fa avanti l'oste, non c'è bisogno della lavagnetta: spaghetti alle vongole, è il suo piatto preferito. Quando arrivano a tavola, lui spalanca la bocca e uno dei ragazzi gliene versa dentro generose forchettate. Quarto - Il chirurgo La sveglia suona alle 6,30 nella mia camera di Villa Potenziani, vecchia residenza di principi reatini collocata su una collinetta e trasformata adesso in un albergo affascinante, caloroso, soprattutto non caro. È un'alba invernale e la sagoma del Terminillo, che sta al di là della finestra, stenta a emergere dalla spessa umidità della notte. Di sera la sua neve si tinge di rosa e di giorno, battuta dal sole, sembra lanciare un invito: sali in auto, vieni a trovarmi, bastano venti minuti. Il mio amico Paolo Anibaldi, medico in forza alla Chirurgia Prima dell'ospedale di Rieti, mi ha convocato per le 7,15. «Vengo a prenderti io stesso in auto, poi in un quarto d'ora raggiungeremo il mio reparto ospedaliero.» Siamo puntualissimi, lui e io. «L'appuntamento con i malati che aspettano di entrare in sala chirurgica è sacro.» C'è una bella lista di interventi in programma. Paolo guida una Mercedes station wagon che sarebbe strana se non mi fossi ormai abituato a questo campionario di macchine modificate. Cambio automatico, acceleratore sul volante, freno a portata della mano destra. I piedi sono i grandi assenti. L'ospedale cui siamo diretti si chiama San Camillo de Lellis: grande, moderno e, in rapporto agli standard nazionali, dignitosissimo e bene organizzato: l'Italia delle piccole città funziona ancora. Parcheggiata l'auto, Paolo si rivolge a me con un gesto: «Devo chiederti soltanto ...». Non c'è bisogno di continuare. So di che cosa si tratta. Scendo, apro il portellone posteriore dell'auto e tiro fuori la carrozzina ben ripiegata. Quando è piazzata al posto giusto, vicino allo sportello, la sblocchiamo restituendole i suoi lineamenti naturali, con le ruote ben piantate a terra. Il resto è pura routine: Paolo si solleva sulle braccia e, con un piccolo balzo da atleta, raggiunge il suo mezzo abituale di locomozione. Oltre che chirurgo, lui è una sorta di macchina polisportiva. E sarebbe anche un bel ragazzone quasi quarantenne se lo si potesse vedere per intero. Ma le gambe si sono dimesse dal suo corpo quando lui era poco più che un ragazzo. Da un giorno all'altro, sulla sedia a rotelle: paraplegico. Accadde il 2 maggio 1983: «Dovresti farti tatuare su qualche parte del corpo quella data» gli dico «come ha fatto Aldo Montano con il giorno della sua vittoria olimpica nella sciabola ad Atene». Come vedete, possiamo persino scherzarci su. La sventura di Paolo è stata totalmente sconfitta dall'incedere di una vita da campione: intensa, gioiosa, straordinaria. Nell'ospedale di Rieti, grazie al Cielo, non ci sono barriere architettoniche, almeno lungo i percorsi essenziali. «Buongiorno, dottore.» «Ciao Paolo.» «Come sta, dottore? Ho sentito che è caduto sciando.» «Ma no, è successo in risalita sullo skilift, a causa di una buca ...» Ogni incrocio, un gesto d'amicizia. Io spingo la carrozzina, ma è più che altro una recita dimostrativa e un po' vanitosa: «Signori, sono un suo amico e me ne vanto». In realtà, è lui che manovra il trabiccolo. Un medico paraplegico immagino non sia una rarità, ci mancherebbe altro. Ma un chirurgo in piena attività sì: Paolo è un caso unico in Italia e uno dei pochissimi (due o tre) in Europa. Anche perché, come vedremo, grazie alla genialità di un artigiano, lui opera in piedi, come se le sue gambe funzionassero, dispiegando all'improvviso il suo bel metro e ottantatré di altezza. Quanto è strana e fantasiosa la vita. Ho conosciuto Paolo Anibaldi grazie alla commovente avventura velica che ha portato una barca, Lo Spirito di Stella, attraverso l'Atlantico, da Genova sino alla Florida lungo una «rotta della rivincita», perché proprio in Florida, dove era andato per festeggiare con amici la sua laurea, il giovane vicentino Andrea Stella era incappato in una rapina di balordi e si era preso un paio di pallottole alla schiena, diventando paraplegico. A bordo, per ogni tappa della traversata oceanica, due velisti in carrozzina. Così Stella, che incontreremo più avanti, trasformava la disgrazia in una sfida. Si poneva in prima linea, otteneva la complicità di campioni famosi e chiamava sulla sua barca ragazzi e ragazze disabili come lui. Prima della partenza fui ospite del catamarano per un movimentato giro nel golfo di Genova. E Andrea mi disse: «Ho appreso della storia straordinaria di un chirurgo che vive in carrozzina come me, ma esercita in pieno la sua professione. Ho il numero di telefono. Lo vuoi?». L'ho cercato, gli ho parlato e, per quelle strane sintonie che si creano talvolta tra le persone, era come se lo conoscessi da tempo senza averlo mai visto. «Lavoro all'ospedale di Rieti,» mi disse «ma vivo in un piccolo paese a poca distanza. Si chiama Castel Sant'Angelo: sì, proprio come quello del Papa e della Tosca. Abitanti 1300. Mi hanno eletto sindaco.» Quando finalmente sono andato a trovarlo, ecco la prima frase che mi è saltata in bocca: «Paolo, sei esattamente come ti avevo immaginato». L'amicizia era già decollata. E adesso in questa mattinata d'inverno, dopo il lungo corridoio d'ospedale e quattro piani in ascensore, mi trovo nel piccolo ufficio che il chirurgo a rotelle divide con un simpaticissimo collega che si chiama Michele. Il problema più impegnativo che si pone per Paolo, almeno sino a questo momento, è quello di fare la pipì in una toilette riservata ai cosiddetti normali. Ma lui chiude la porta e se la cava spavaldamente da sé, manovrando - immagino - le sue allenatissime braccia. «Tra poco» mi spiega «la caposala ti vestirà di verde, da chirurgo. È tutto predisposto, verrai con me in sala operatoria. Devi aver pazienza, perché sono le otto e finiremo dopo mezzogiorno.» Poi cautamente mi chiede qual è emotivamente il mio rapporto con il bisturi che incide il corpo di una persona. Insomma: vuol sapere se non sono tra quelli che, alla vista del sangue, rischiano di svenire. E io gli racconto che sono un medico mancato, ho studiato in sale anatomiche, ho assistito persino a un'operazione a cuore aperto e ho visto nascere due dei miei tre figli. Credo che basti. Vedere all'opera il chirurgo sollevato dalla sua carrozzina e rimesso in piedi è esattamente quello che avevo chiesto e speravo di ottenere. Entrando nella sala operatoria dell'ospedale di Rieti pregustavo il rito di rivalsa che persone della stessa tempra di Paolo mi hanno fatto vivere più volte. E intravedevo anche quel podio magico sul quale l'handicap si arrampica, si trasforma, si capovolge. E diventa vittoria. Io disabile, diversabile, handicappato, chiamatemi come volete, qui sono un chirurgo tra i chirurghi e con la mia professione aiuto persone che mi affidano la loro salute e talvolta anche la loro vita. Prima ancora di entrare nella sala chirurgica avverto la sensazione dei momenti particolari. Tra camici verdi, barelle, strumentazioni, macchine che pulsano, sguardi che languono e lampade abbaglianti, sta per realizzarsi la parte più avvincente della storia: una delle tante umanissime storie di ricchezza rivelata che l'handicap ci offre. Arriva il mio abbigliamento verde: pantaloni, giacca, cuffia, sovrascarpe di plastica, mascherina per la bocca. Io mi ero tolto i pantaloni, tenendo invece addosso la camicia. La caposala Giulia, efficientissima, mi lancia un gentile e inflessibile invito: «Sotto la giacca verde, lei non può tener nulla. Se ha freddo le daremo noi un camice». Freddo io? Ma vuole scherzare? Ora Paolo si affida alle mani di un ausiliario e io assisto a uno strano rituale che, con uno svolazzo poetico, mi ricorda la vestizione del torero. Ecco il prodotto del geniale artigiano che ho citato e che ha cambiato la vita a un giovane chirurgo. Sembrerebbe una seconda carrozzina, ma ecco cosa accade: i ginocchi di Paolo vengono rigidamente bloccati, le gambe sono fissate a due assi di metallo. Il corpo è imbragato con cinture trasversali. Fissati questi punti fermi, entrano in azione due pistoni, la finta carrozzina si snoda verso l'alto, Anibaldi ritrova la base perduta del suo corpo ed è in piedi dinanzi al tavolo operatorio, in pienissima agibilità professionale. L'unica cosa che esteticamente stona è una piccola gobba, dovuta alle apparecchiature metalliche sulla sua schiena, coperte dal camice verde. «Sembri Valentino Rossi» gli dico «quando scende dalla moto, con quel goffo salvaschiena addosso.» Mi risponde che questo non gliel'aveva detto mai nessuno ... Ma com'è nato questo prodigioso trabiccolo? È un racconto che merita: «Io operavo da seduto, con dei limiti evidenti. O su una specie di scomodo cavallo o magari su un treppiedi. Precarietà assoluta. Piccoli interventi chirurgici, in buona parte di livello ambulatoriale. Ero condannato a una sorta di involontaria discriminazione, perché non mi potevano essere affidati casi impegnativi. Un giorno operai una signora in ambulatorio. C'era con lei il figlio. Vidi che mi osservava con interesse e direi anche con affetto. A un certo punto disse: «Il suo problema si può risolvere: io proverò a rimetterla in piedi». Dopo due settimane si presentò con un prototipo. Capii subito che quell'artigiano ci aveva azzeccato. In pieno: era quello che mi serviva per tornare in piedi. Il benemerito si chiama Ivano Amici. Mi ha cambiato la vita e non volle guadagnare una lira: riuscii solo a dargli un milione per le spese vive. Grazie a questo trabiccolo - come lo chiami tu - dal 1997 in poi la mia carriera si è potuta sviluppare senza limiti. Faccio il primo chirurgo o l'aiuto. Dipende dai turni e dal tipo degli interventi. Sono stato anche a Milano a lavorare, e soprattutto imparare, con il professor Umberto Veronesi. Un'esperienza preziosa dalla quale ho ricavato una specializzazione che amo tantissimo: la senologia. Veronesi ha proclamato, in una chiave scientifica, il rispetto e il culto per il seno della donna eliminando, in caso di tumore, quegli interventi devastanti e non necessari che erano deleteri non solo per il corpo di chi li subiva, ma anche per la psicologia femminile. Io mi considero un suo seguace ...». Lo ascolto quasi incantato, nella vecchia convinzione che il seno rappresenti la sublimazione del concetto di donna: una finestra che si schiude verso i desideri della sessualità e le dolcezze della maternità. Ma ecco Paolo avviarsi al lavoro: «Guarda che combinazione. Il primo intervento di questa mattina è al seno di una signora di quarantaquattro anni. Lo faremo in anestesia locale, in modo da poter dialogare con lei. Dobbiamo prelevare un pezzo di tessuto calcificato e mandarlo in laboratorio per la biopsia». Anibaldi è il primo chirurgo: la senologia a Rieti è materia sua. Per il successivo intervento, che è una doppia ernia, lui farà da aiuto al collega Michele. Io osservo a qualche metro di distanza. L'incisione sulla mammella viene fatta in prossimità dell'areola del capezzolo, in modo che la ferita si confonda col tessuto più scuro della pelle. Attraverso un piccolo varco bisogna andare alla ricerca del grande nemico. E Paolo lo fa con molta perizia e piena padronanza dalla sua posizione eretta. È una perlustrazione profonda e rispettosa che la signora sopporta immagino senza dolore, eppure in piena coscienza. Il malloppo indiziato è finalmente a tiro di bisturi e di pinza. Paolo lo preleva con energica delicatezza. Il brandello sanguinolento finisce in un vasetto ben chiuso e viene spedito in laboratorio. Ora il chirurgo si dedica al riassetto della mammella un po' strapazzata e, quando ricuce la ferita, si rivolge a me orgoglioso: «Guarda che lavoro, non si vede quasi nulla. Intervento conservativo. Se incontri il tuo amico Veronesi, digli come viene applicata anche a Rieti la sua dottrina». Non posso che rallegrarmi, anche se in verità sto pensando all'ansia di quella signora che non ho visto in volto: l'attesa del verdetto durerà tre giorni. «Ma stasera» mi informa Anibaldi «potremo rimandarla a casa.» Io la seguo con il pensiero e mi consolo pensando che la lotta contro i tumori al seno è quasi vinta. L'intervento è durato quaranta minuti. Il Paolo eretto, alto un metro e ottantatré, chirurgo soddisfatto del suo lavoro, viene «smontato» e torna a rilassarsi sulla sua abituale carrozzina, con le gambe inerti che tornano a pendere. C'è spazio per una sigaretta, da me invano deplorata, tra un intervento e l'altro. Ci fermiamo a chiacchierare. Conosco via via i colleghi di Anibaldi. E tutti sono gentili con questo strano ospite. Uno, che si chiama Carlo, racconta: «Quando Paolo venne a lavorare da noi con la sua carrozzina, il problema era di trattarlo in modo assolutamente normale. Capitò in uno dei primi giorni che si trovasse fermo e ingombrante davanti a una porta di transito. Io bruscamente gli dissi: - Cosa ci fai qui? Va' fuori dalle palle -. Era un modo ruvido di manifestargli ciò che lui desiderava: nessun compatimento, sei come noi, sei dei nostri». Mentre Paolo fuma la sua sigaretta, io gli osservo le mani: lunghe, affusolate, molto belle. «Con mani così» dico «le scelte erano due: o facevi il chirurgo o il pianista.» E lui, con un minimo di imbarazzo, mi spiega: «Hai ragione, ma devo dirti che suono anche il pianoforte. Ho fatto un esame al conservatorio. E sarei andato avanti se non mi fossi preso una cotta per il clarinetto. Una vocazione strana, autonoma: non ci sono musicisti nella mia famiglia. Mio padre si chiama Otello ed è stato prima di me sindaco di Castel Sant'Angelo. Stasera te lo presento, insieme con mia mamma, che si chiama Alba, e mio fratello Patrizio. Ceniamo in casa. Conoscerai anche mia moglie Loredana: siamo cresciuti insieme e ci siamo sposati nel 92, nove anni dopo il giorno terribile in cui persi l'uso delle gambe. In tanto sconquasso della mia colonna vertebrale, ho avuto la fortuna di mantenere integre le mie funzioni sessuali. Nello stesso anno del matrimonio è nata Ilaria che ora ha dodici anni. Se non ti dispiace, andremo a prenderla a scuola nel pomeriggio. Siamo proprio fortunati: Ilaria è una ragazza esemplare, studia con piacere ed è una divoratrice di libri. Ma vedrai che cena, stasera: il meglio delle specialità sabine ...». Il bisturi, il pianoforte, il clarinetto, la montagna: c'è dell'altro nel repertorio di uno straripante disabile come questo giovanotto che mi sta davanti? «Be', qualcosa posso aggiungere. Da ragazzo ero un iperattivo: calcio, basket, ciclismo. Ora cerco, nei limiti del possibile, di non indietreggiare. È questione di cervello, di volontà. Io mi sento forte e, quando capita, mi lancio in ogni tipo d'avventura: per mio piacere, senz'altro, ma anche per far coraggio agli altri. Io sono fatto così, ma nell'handicap c'è anche un anonimato dignitoso, pieno di meriti: gente che aspira soltanto a fare il proprio dovere e ad assumersi le proprie responsabilità, chiedendo solo il rispetto di alcuni diritti primari. È un mondo complesso. Non c'è nessuna ragione per lasciarsi andare solo perché la sorte ti ha dirottato su una sedia a rotelle. Io magari esagero, ma non è una sfida fine a se stessa. È un modo di affrontare la vita, magari con qualcosa in più degli altri che hanno gambe, braccia e tutto il resto. Ma certo la chirurgia è il mio lavoro e anche la mia passione: in questo sono fortunato. Amo il mio ospedale. Vorrei che la senologia si sviluppasse anche a Rieti in modo autonomo e completo. Per il resto, via libera alle altre passioni: Loredana mi asseconda, ho una famiglia adorabile. Vado in montagna e affronto le discese come fanno i veri campioni nel mio stato: con il monosci e i due orientatori di direzione. Sono pilota d'auto e ho vinto nel 2001 il campionato italiano Fiat 600 Autonomy. Ho recitato a Roma nel Rugantino di Garinei e Giovannini con attori veri del teatro Sistina. Compio regolari immersioni subacquee con le bombole e ho volato anche su un aliante insieme con Luca Urbani, pilota di fama internazionale e medico otorino a Rieti. L'ultima la sai: sono stato con la mia carrozzina sulla barca di Andrea Stella nella traversata atlantica, per sei giorni, da Valencia ad Almeria.» Mal di mare? «No, mal di terra, dopo lo sbarco.» È la sera del 2 maggio 1983, Paolo Anibaldi torna a casa in bicicletta. Un ragazzo come tanti: estroverso, sportivo, gioca a calcio e anche a basket, perché a Rieti il basket ha una grande tradizione. In campo è un grintoso: le dà e le prende, come tutti i giovanotti della sua età. Ogni tanto torna a casa con un ematoma o un ginocchio sbucciato. Ma quella sera tutto sembra tranquillo. Paolo posteggia la bicicletta davanti alla villetta dove abita e poi sale al piano superiore dove si trova la sua camera. Vuole distendersi, leggere o ascoltare un po' di musica. Ma all'improvviso un acuto dolore lo coglie. È come se la sua schiena si rompesse o stesse prendendo fuoco. Cos'è? Un nervo impazzito? Un muscolo lacerato? Paolo fa dei lunghi respiri, cerca di ragionare e di scacciare quel tormento che lo assale. Nulla, è un precipizio nella sofferenza. Il ragazzo tenta di sollevarsi, di reagire in qualche modo: ma gli cominciano a mancare le gambe. Questo è proprio il momento peggiore. In casa non c'è nessuno. Lui si trascina disperato verso la porta d'ingresso, chiede aiuto, raggiunge le scale e rotola giù. Una giovane signora che lo aveva visto entrare gli dice: «Paolo, finiscila con questa burla». Nessuno potrebbe immaginare quello che sta succedendo. In parole molto povere, si è rotta una vena all'interno della colonna vertebrale. Forse per un trauma non avvertito o per chissà quale altra arcana ragione. «Angioma venoso intradurale, tra l'ottava e la nona vertebra dorsale.» Il sangue si riversa e inonda la guaina, provocando un effetto massa rovinoso, anzi ferale, per le cellule nervose. Subito si avverte la gravità del fatto, ma le proporzioni si dilatano in modo irreversibile. Sta cambiando così, nel volgere di pochi minuti, l'esistenza vigorosa di Paolo Anibaldi. L'allarme, l'ambulanza, il medico di famiglia. Prima ipotesi frettolosa e superficiale: una crisi renale. Impacchi caldi: disastrosi. Una corsa verso l'ospedale di Rieti. Ci vorrebbe subito la Tac, ma a quei tempi non era stata ancora né installata, né acquistata. Non è disponibile neanche un neurochirurgo per una diagnosi più precisa. Bisogna andare a Roma in elicottero. Ma l'eliporto di Rieti non è abilitato ai voli notturni. E allora, trasporto in ambulanza. Passano sei ore dal momento del dramma: Paolo è finalmente al CTO di Roma dove si tenta una decompressione per liberare la «dura madre» dal sangue che sta uccidendo il midollo spinale. Intervento chirurgico, ripulitura: troppo tardi, non c'è nulla che possa modificare la rotta di quel disastro. Paolo avverte una rigidità dorsale e sente di avere smarrito le gambe. Ma ora, da medico e da uomo che ha saputo reagire, dice: «Sono stato fortunato. In casi del genere, la paralisi può manifestarsi dal collo in giù. Perdi anche le braccia, diventi tetraplegico. Io invece le ho conservate in pieno e ne faccio il migliore uso possibile. Grazie al Cielo, vivo con pienezza anche la mia sessualità». Qual è il primo impatto drammatico con la vita per uno che si scopre disabile? Paolo non ha dubbi: «La depressione. Ti invade il cervello, ti perseguita, ti fa precipitare in un buio dove l'esistenza non ha più senso. Per carità, tante migliaia di giovani hanno vissuto e vivono disavventure più gravi della mia. Ma i momenti del buio sono uguali per tutti. In quelle situazioni estreme hanno un'immensa importanza le persone che ti sono vicine». E qui rispunta fuori il motivo dominante che ci accompagnerà lungo tutto questo racconto a più voci di vite aspre, difficili, disperate, coraggiose, talvolta stupende: il valore della famiglia. «La sventura» ammette Paolo «è diventata tragedia per chi non ha avuto persone care a fianco, per chi non ha fruito di gesti e atteggiamenti ispirati a un sereno coraggio e soprattutto a un coinvolgimento pieno nella vita che cambia ritmi e modalità. Come dire: questo problema non è solo tuo, ci appartiene, lo affronteremo insieme. Ecco il valore della famiglia. Io ho goduto di tanto privilegio. Sono uscito dalla depressione e sono andato all'attacco: ho pensato a una nuova vita, dalla quale poter attingere tutto il bene possibile, proprio tutto. Conoscevo Loredana e nel nostro amore la sedia a rotelle non ha interferito, anzi ... Ci siamo sposati nel 92, anno per me favoloso: il matrimonio, la laurea alla Sapienza di Roma e la nascita di Ilaria. Marito, medico e padre. Quando nel 94 sono entrato all'ospedale di Rieti ero uno dei più giovani chirurghi di ruolo. Specializzazione all'università romana di Tor Vergata, poi la preziosa esperienza milanese con il professor Veronesi. La senologia resta la mia passione. Vorrei che qui a Rieti ci portassimo all'altezza dei centri più avanzati ...» Nel «tutto» cui Paolo vuole attingere c'è anche la passeggiata pomeridiana in auto che stiamo facendo, prima verso la scuola dove Ilaria attende il papà, poi verso Castel Sant'Angelo in una sorta di itinerario romantico. Nel paesino natale, Anibaldi ha una doppia residenza: quella dove abita e il Municipio, dove amministra il borgo e i suoi milletrecento cittadini. Lungo il percorso penetra nell'auto un forte odore di idrogeno solforato, come quello delle uova marce: sono le acque sulfuree delle Terme Cotilia. Poi ci si para davanti un monte e Paolo rallenta: «È il monte Giano, guardalo attentamente, all'epoca del fascismo hanno creato un disegno di pini: si legge nel verde la parola Dux, in lettere maiuscole. Volevano distruggerla, ma è molto complicato. E poi la storia non va cancellata. Questa vecchia palazzina a sinistra è l'Osteria del Laghetto. Con un po' di buona volontà, puoi leggere sulla facciata uno degli slogan mussoliniani che il tempo ha sbiadito: - Molti nemici, molto onore -». Sto attraversando un pezzetto di Italia lenta e serena, dove c'è un rapporto diverso con il tempo. Eppure siamo a poco più di un'ora di auto da Roma. E a proposito di Roma, Paolo ha dirottato la macchina in una stradina poderale. Tre o quattro curve, poi una sosta: «Questo monte è pieno d'acqua. Un tesoro. Qui ci sono le sorgenti del Peschiera. L'acquedotto che è stato costruito manda nove metri cubi di acqua al secondo alla nostra capitale. Dissetiamo una bella fetta di Roma. Ma ci danno quattro soldi. Mi vergogno a dire la cifra. Dobbiamo ricontrattarla. Ma ora andiamo al Comune. Ci attendono i ragazzi della Giunta. Età media: trentatré anni. Siamo stati eletti in una lista civica». Sono arrivato da queste parti per conoscere una persona che ha scatenato coraggio e fantasia per respingere un agguato della vita. E mi sto godendo un giorno d'amicizia e di semplicità in un pezzetto d'Italia che non conoscevo o avevo solo sfiorato, magari in occasione di qualche giro ciclistico d'Italia, diretto verso il Terminillo. Di queste escursioni rosa il sindaco di Rieti è una sorta di enciclopedia. Si chiama Giuseppe Emili: mi travolge affastellando suoi e miei ricordi, dall'epoca del mitico Torriani sull'ammiraglia della corsa sino ai nostri giorni. Due riunioni di famiglia mi attendono: una al Comune di Castel Sant'Angelo, dove ci accoglie il cugino Gianluca in divisa da poliziotto e si finisce presto a parlare di calcio, di atletica, dell'esplosivo velocista Andrew Howe, aviere a Rieti, e della sua vivacissima mamma Renée; e l'altra nella villetta di Anibaldi dove Loredana, la padrona di casa, con l'aiuto dell'amico Achille, ristrutturatore edile e cultore ascetico della buona cucina del luogo, ha deciso di trasformare una cenetta tra amici in un'accademia culinaria. E mentre si mangia, arrivano altri amici e parenti. Conosco Massimo, cugino del cuore, ispettore di polizia, che accompagna Paolo dovunque. C'è un altro Paolo, maniaco delle macchine e ferrarista di ferro. Accanto a lui, Pietro, l'uomo di tutte le emergenze. E al centro della scena Francesco, maestro di sci, detto Fox per i suoi lineamenti volpini. Una bella squadra che si batte in allegria. Loredana stava per laurearsi, ma ha fatto una scelta autonoma e convinta: moglie e mamma. È una donna solare, piena di interessi, allegra, di una bellezza classica, lontana dalle schiavitù dei centimetri. Un inno alla vita. E quando le dico che la ammiro e le sussurro: «Hai sposato proprio una bella persona», lei se la cava con due sillabe: «Lo so». Poi mette in tavola una torta che, per me, sarebbe il colpo del kappaò. Mi rifugio in un angolo, su una poltrona. Ho avuto una giornata lunga e faticosa, ho preso qualche appunto, ma ricordo tutto a memoria. Penso anche ai giorni difficili di questa famiglia: chissà quanti ce ne sono stati e quali risorse di fede ci sono volute per superarli. Paolo spinge la sua carrozzina verso il pianoforte e, in un mieloso lieto fine, potrebbero starci le note di We are the Champions, ma sarebbe bolsa retorica. Paolo suona con passione Imagine di John Lennon. Nella stanza cala il silenzio. E io rifletto che stamattina ero un estraneo, non conoscevo nessuno di questi amici. E ripercorro con la mente un veloce itinerario umano nel quale la signora Realtà si confronta con la dea Immaginazione: quella che Paolo sta evocando sulla tastiera, con le sue affusolate dita da pianista e da chirurgo. Quinto - Via Lampedusa Mi sono smarrito in via Lampedusa, dove Milano si è allargata a pieni polmoni nei facili, pomposi e discussi anni Ottanta. Sto cercando un 11/A, numero civico che sembra sia comune a tutti gli edifici della nuova strada. Misteri della toponomastica. Il taxista si stufa di indagare e mi scarica davanti all'Hotel Quark. Cammino in direzione opposta verso l'inizio della strada nella speranza di avvistare, tra tanti bei palazzoni, la casetta bassa che mi è stata descritta, dove c'è la sede dell'Uildm, sigla complicata che nasconde un sereno presidio di lotta e di fede: come convivere con le distrofie muscolari. Dopo duecento metri, avvisto il mezzo di soccorso per me ideale: è una carrozzina elettrica e a bordo c'è Rossano, un amabile signore con barba alla Ulisse che mi sta aspettando. Lo conosco da tempo. Grazie a Germana, sua sorella, e a Vincenzo, mio fratello, siamo diventati parenti tanti anni fa, quando vivevo ancora a Catania. Lui ha superato da un bel po' i cinquanta, ha smarrito le gambe per strada, è appena diventato nonno e ha deciso di dedicare la sua vita di pensionato anche a una seconda famiglia: quella dei distrofici che confluiscono nella sezione milanese dell'Uildm. Uomini e donne di tutte le età, storie che si somigliano e si intrecciano, dolori che si superano insieme, orgoglio di appartenenza, furgoni che si scassano, battaglie comuni contro l'indifferenza, ricerca di fondi per sopravvivere in dignità, serate festose e anche scadenze luttuose perché, anno dopo anno, ci sono quelli che se ne vanno e li ritrovi soltanto nelle foto di gruppo attaccate alle pareti della casa bassa, al misterioso 11/A di via Lampedusa, dove entro per la prima volta alla ricerca non di grandi storie, ma di un eroismo silenzioso e discreto: quello della quotidiana normalità di un disabile. Rossano De Luca è un po' il padre nobile e un po' il regista di questa realtà. Si tiene defilato, lascia spazio ai giovani che devono confrontarsi con i problemi di un lungo futuro. «Qui» mi dice «siamo nel regno del costruttore Ligresti. La casa in cui operiamo avrebbe dovuto essere una sorta di portineria del grande condominio. Ligresti ce l'ha data, generosamente, in comodato gratuito: non ci fa pagar nulla, neanche le utenze e le spese condominiali. È avvenuto quattro anni fa. E sai qual è la cosa più bella? È che lui non se n'è lavate le mani: ci viene a trovare, direi che ci vuol bene. Se si creeranno le condizioni adatte, Ligresti promette di costruire qui accanto una casa alloggio per la nostra comunità in carrozzina.» Ciascuno, nella controversa storia di Milano e dell'Italia, si porta dietro le sue vicende e i suoi peccati. Di Ligresti si è parlato per decenni nel mondo dell'imprenditoria, nei palazzi del potere, in quelli dell'affarismo politico e nelle aule dei tribunali. Ma questo Ligresti impegnato sul fronte della solidarietà - e non facendo svolazzare un facile assegno - è un confortante personaggio forse non inedito, ma nascosto. Prima o poi molti si convincono che successo, denaro, divertimenti sfumano in un senso di vuoto se non dai un sostegno morale alla tua vita. E capiscono che c'è un piacere dell'anima da scoprire. Piacere: sì, è la parola giusta. La casa bassa somiglia a uno chalet prestato a Milano da qualche generosa località di villeggiatura in montagna. Un furgone parcheggiato davanti è l'eroico sopravvissuto a una situazione di crisi. Ce n'erano quattro: uno si è spento per vecchiaia, un altro ansima, il più nuovo ha avuto un incidente. Rossano allarga le braccia: «Siamo abituati alle emergenze. Qualche santo ci aiuterà». Non è uno slogan. Quest'uomo è un credente, pieno di fede. Dalla carrozzina, cui ha dovuto rassegnarsi in età matura, vede la parte positiva del mondo e, con parole forbite, riesce a trasmettere questo suo stato d'animo ai tanti ragazzi che stanno peggio di lui: «La mia distrofia si chiama facio- -scapolo-omerale: i lineamenti della faccia pendono, le scapole sono scoperte, i muscoli attorno all'omero non funzionano, così come quelli attorno al femore. Ho avvertito il male a tredici anni, mi sono arreso alla sedia a rotelle a quarantasei. Ma ho avuto e ho una vita piena. Ho fatto il vetrinista, poi per via del male ho dovuto cambiare mestiere: sono entrato in banca da commesso e ho chiuso da capo ufficio del reparto estero. E poi, massima delle fortune, ho sposato Donata, una donna meravigliosa che, oltre a un sostegno infinito, mi ha dato una figlia, Alessandra, mamma di Irene arrivata da pochi giorni. Dimmi tu, di che cosa dovrei lamentarmi? Ho lasciato Milano e ho scelto di vivere a Bareggio, nel Magentino, lontano venticinque chilometri. Un altro mondo: siamo in pochi, non esistono barriere, né umane né architettoniche. Vengo qui nel nostro Centro una volta la settimana e quando occorre. Per me è un rapporto vitale». Gli ospiti della casa bassa affluiscono via via. Arriva Graziella, l'amministratrice, la tesoriera. Saluta, si scusa, ha molto da fare. Ha scoperto la sua distrofia a sedici anni, ma ha potuto affrontarla con onore, lavorando sino ai confini della inevitabile pensione che le dà da vivere, insieme con l'assegno d'accompagnamento cui ha diritto. «I miei genitori erano divisi. Io ho vissuto con mio padre che si portava dietro una forma di poliomielite, Come vede, ho cambiato genere.» Rossano De Luca dice di lei: «Graziella fa la modesta, ma ti assicuro: per noi è una preziosa cervellona. Dinanzi a lei, i revisori tremano. I suoi bilanci sono impeccabili. È sempre aggiornata su tutti gli aspetti fiscali, previdenziali. Fa vivere tranquilli noi dirigenti e soprattutto il presidente che, povero figlio, è stato eletto da poco e ha una grande responsabilità addosso. Adesso te lo faccio conoscere. Si chiama Marco. io sono uno dei suoi vice. Mi dispiace che oggi non ci sia l'altro, Riccardo Rutigliano, che si occupa dell'informazione e dirige Agenda, la nostra rivista regionale». Il presunto ufficio presidenziale è, naturalmente, una carrozzina abitata da una faccia giovane, luminosa, che ti conquista subito. Parlo non a caso di una faccia, o magari di una testa: perché il resto del corpo è un'intenzione mancata. Marco Rasconi conserva una parziale mobilità del braccio destro, sopravvissuto a una degenerazione progressiva che è l'incubo di ogni distrofico. Ma sembra che tutta la vita mai assaggiata dal suo corpo si sia concentrata in quella faccia e soprattutto in quegli occhi che ti fanno pensare a un fiume di idee, a una montagna di progetti, a un grattacielo di speranze. E poi, la mirabile parola. Marco ha l'eloquio incisivo di un avvocato o, forse meglio, di un titolare di cattedra universitaria quale vuol diventare: professore di matematica, la sua passione primigenia, o magari docente di economia, la materia sulla quale sta preparando la tesi di laurea. Il traguardo è vicinissimo. Mi inviti per la cerimonia?, gli chiedo. «Ci verresti davvero?» Affare fatto. Che bel presidente vi siete scelti, amici. La mia esclamazione trova silenziosi consensi. Marco dice: «Devo ringraziare una persona». E tutti sanno che questa persona è Rossano, che si è fatto da parte perché, quando si è disabili, la gioventù conta il doppio, il triplo, forse ancor più. E Marco è un giovane di alta qualità. Con lui il futuro s'allunga. «Non a caso» precisa Rossano «questo giovanotto nuovo leader milanese ha assunto l'eredità di un altro giovane, il nostro numero uno, anzi il numero uno d'Italia: Alberto Fontana che è stato eletto presidente nazionale. Siamo davvero orgogliosi di lui. È una nostra creatura. Arriverà qui prima di pranzo.» Marco Rasconi ha il racconto facile: «Sono nato a Milano, in via Ozanam. Mio padre veniva da Ferrara. Mia madre si chiama Silvia Farina, come la tennista, Sono affetto da amiotrofia spinale. In poche parole, non ho mai camminato. I miei genitori si sono accorti della mia malattia quando avevo un anno e non stavo in piedi. Forse, chissà, si sono anche disperati, ma io non me ne sono mai accorto. Organizzare per me e per loro una vita diversa, ma attiva, senza preclusioni di sorta: questo l'obiettivo che si sono posti. E ci sono riusciti. A scuola il mio rapporto con i compagni si è risolto in un dare e avere. Ero io molto spesso ad aiutare loro, soprattutto in matematica. E loro aiutavano me nelle attività più strane, magari facendomi giocare a pallone nella stessa squadra, pur essendo io in carrozzina. Sfrutto la modesta mobilità del mio braccio destro lavorando al computer, che adopero sin dalle scuole medie, disegnando fumetti, oltre che firmando le pratiche della nostra associazione. Ho preso il diploma di ragioniere con sessanta sessantesimi e mi sono iscritto all'università milanese della Bicocca che è la più attrezzata per i disabili. Ne ospita circa sessanta. C'è la traduzione di libri in braille per i ciechi e ci sono gli interpreti per i sordomuti. La facoltà di Economia e Commercio contempla quaranta esami. Li ho completati in quattro anni e mezzo con la media del ventisette ...». Io qui mi entusiasmo: scommetto in una laurea da 110, magari con la lode. E lui, realisticamente: «Punto a un 106». E cosa vuoi fare da grande? «Vorrei insegnare matematica o economia. Penso di aver l'attitudine. Ci ho già provato, dando ripetizioni ad alcuni giovani. Ma per uno nelle mie condizioni il traguardo è una sana mediazione: tra quello che vorrei e quello che posso». Squilla uno strano cellulare. Marco risponde in automatico. C'è un meccanismo che scatta direttamente nell'orecchio. «Ho imparato a adoperarlo da Massimiliano.» E qui, con questo nuovo personaggio appena citato, entra in scena la stramaledetta Duchenne, la peggiore espressione della distrofia. Massimiliano vive grazie a un apparecchio che sostituisce in pieno i suoi ormai inesistenti polmoni. Un ventilatore che lavora all'interno del suo corpo. È installato dietro alla sua carrozzina e ha come terminale un tubo infilato nella gola del giovanotto. C'è di mezzo la tracheotomia. Un grande corpo ansimante, con il miracolo di due occhi vivissimi e persino ironici. Dal suo sofferto modo di esprimersi affiora persino qualche battuta a effetto. Mi rendo conto dell'assurdità, ma la descrizione che sto facendo rischia di provocare più emozione della pur drammatica realtà. Gli occhi di Max sembrano redimere la catastrofe di un corpo fisiologicamente devastato, enorme e inesistente. La voce è lenta, gutturale, pilotata da una macchina: «Mia madre, Caterina, ha dedicato a me tutta la sua vita. Ho perso mio padre di recente: si chiamava Franco. Il computer è per me un'invenzione benemerita, anzi preziosa: mi collego e partecipo alle cose del mondo. Ho ottenuto il diploma di operatore d'ufficio. Mio fratello Riccardo mi ha arricchito la vita regalandomi due nipotine, Marta e Miriam, che sono una delizia. La ricerca, con la lettura del Dna, ha aperto gli occhi sulla nostra malattia. Lo studio delle cellule staminali può aprire nuove prospettive per adesso imprevedibili. Lavoriamo per il futuro». Max tiene addosso una coperta sulla quale è dipinto un bellissimo cane. Cos'è il futuro per lui? Fruirà di un pezzetto di progresso? Interviene il solito Rossano: «Non pensare che Max se ne stia qui a guardare. Ha le sue responsabilità. Lui coordina il servizio trasporti per tutta la settimana e si occupa del lavoro degli obiettori e dei volontari, stabilendo le priorità. E inoltre, non ci crederai, è anche portiere della nostra squadra di hockey». Hockey? Sembrerebbe il più improbabile degli sport per ragazzi in queste condizioni. E invece c'è un campionato nazionale a tredici squadre e ci sono delle inequivocabili foto attaccate al muro, straripanti di sorrisi e con ospiti d'onore: Bruno Pizzul, Dino Meneghin, Gerry Scotti. «Abbiamo vinto tre volte lo scudetto, nel 96, nel 98 e nel 2004. Marco Brusati, uno dei nostri, è stato capocannoniere. Abbiamo dato alcuni giocatori alla nazionale che si è piazzata terza agli Europei.» Ascolto, guardo i miei amici e rifletto: la vita è un miracolo che può fiorire dovunque, anche dove sembra che la luce del giorno non sia mai arrivata. Penso alle tante infelicità ammantate di vuota bellezza fisica, di finto benessere, di falso fervore e di spaventoso buio morale. Questi ragazzi, abbandonati dalle loro fibre muscolari, e magari da qualche altro organo, vivono ogni momento con intensità generosa. Qui la depressione non entra: resta fuori dalla porta. Io, a contatto con loro, sento addosso l'imbarazzo doloroso che deriva dalla visione vistosa, quasi teatrale, di un'ingiustizia della natura. Ma non c'è tristezza in questa sala, lo giuro. Anzi avverto una ventata d'allegria che viene anche da un buon odore di ragù. Siamo vicini all'ora di pranzo. In cucina si adopera un detenuto, arrivato in permesso da San Vittore. È ormai di casa e, se potesse, viaggerebbe con un'insegna: «Maledetta cocaina». Non so cosa sia successo. L'hanno condannato a tre anni. Ha imparato a fare il cuoco in carcere. Il ragù è ottimo. Con noi a tavola se lo gusta anche il presidente nazionale, arrivato puntuale. Alberto Fontana ha trentadue anni ed è l'uomo nuovo dell'Uildm. Milano lo ha regalato all'Italia tutta. L'hanno eletto con il 60 per cento dei voti, distribuiti equamente tra Nord, Centro e Sud. Un uomo solido, che ispira fiducia, pieno di un fascino che, con il crescere della conoscenza, diventa la vetrina di una ricchezza interiore. Liquida con pochi cenni il suo caso personale: «Quando da adolescente smetti di camminare, quello è un giorno che non dimentichi mai: la vita perde i suoi profumi. Poi cominci a reagire, a costruirti una filosofia, a sostenere una sfida che sintetizzo con queste parole: non cedere alla malattia la qualità della tua vita. Noi abbiamo un ruolo, un impegno, magari una piccola vetrina: io penso a quelli che vivono in silenzio il loro stato. Eroici nella loro pudica dignità. Sono nato a Milano, ma le origini sono emiliane. Mio padre faceva il boscaiolo, poi quando ci trasferimmo trovò posto alla OM-Fiat di Milano. Ho una sorella, in perfetta efficienza fisica, che fa l'avvocato penalista. È il nostro legale. Sai qual è il problema per uno nel mio stato? Ti abitui a un movimento e poi t'accorgi che, piano piano, ti viene a mancare. E allora devi ricominciare da capo. Ma guardiamo avanti: in giugno mi sono sposato con Anna ...». Io lo interrompo per disegnare una processione di donne piangenti lungo il suo corteo nuziale. È un genere, quello delle donne, che non lo trova indifferente, ma tira dritto: «Abbiamo trovato casa vicino ai miei genitori. Anna lavora in un consorzio sociale all'interno di un carcere». Feeling di sentimenti, di cultura, di solidarietà. Che la vita vi sorrida, ragazzi. Attorno alla tavola armeggia Dario, volontario un po' matto e interista. Altri ruotano a turno nella sede, secondo le necessità: Giorgio, Ughetta, Chiara, Stefano, Silvia, Agostino. Ci sono anche due preziosi obiettori: Riccardo ed Emilio che ha coinvolto in questa sua avventura anche la fidanzata Cecilia, ragazza energica e simpatica che ha l'aria di dominarlo con il suo affetto. Tutti l'hanno adottata: «Puoi anche andartene,» dicono scherzosamente a Emilio «lasciaci lei ...». Il presidente Fontana trova in Emilio lo spunto per denunciare il problema più spinoso: «Con la fine del servizio di leva, non ci saranno più neanche gli obiettori. Per noi è un buco drammatico. Non so come faremo. Bisognerà rafforzare le sinergie con il volontariato. Sai che stiamo ricorrendo anche alle bancarelle nelle piazze per reclutare volontari? Un'altra fonte di salvezza potrebbe essere il carcere. Penso a tanti detenuti giovani che languono nelle celle, fanno cattivi incontri e pessimi pensieri. Qui potrebbero trovare fiducia». È un tema, questo, che mi è particolarmente caro. I lavori socialmente utili per i detenuti non dovrebbero essere un'eccezione buona solo per certe parate politiche, bensì una consuetudine: ecco una prospettiva intelligente e positiva per la disastrosa situazione ambientale delle carceri. Ma chi se ne occupa? Parliamo di programmi, signor presidente. Alberto Fontana ha il dono della sintesi. «Prima di tutto un Centro clinico in Lombardia. Formigoni si è impegnato. Assistenza e sviluppo scientifico, anche di ricerca. Poi una giornata nazionale della distrofia muscolare che ci consenta di mettere in luce tutti i problemi, medici e sociali, della nostra condizione. Incrementare il nostro rapporto con la scuola, dalle elementari all'università. I ragazzi ci accettano con la massima disinvoltura e si confrontano con noi alla pari. La diversità come ricchezza, non solo come problema sociale: ecco la cultura dell'oggi e del domani. E ancora: portare il Sud più vicino agli standard di assistenza del Nord. Un traguardo su tutti: il lavoro. È una battaglia che occupa buona parte della storia d'Italia. Noi disabili siamo un popolo di due milioni e mezzo di persone: le sezioni italiane sono settantadue. Nel campo delle distrofie muscolari la scienza avanza, anche grazie a Telethon, ma pure la nostra vita scorre in fretta.» C'è un personaggio che sinora se n'è stato da parte sulla sua carrozzina. Si chiama Enzo Lucà, origini calabresi, di Rosarno, cittadino di Milano da quando aveva sette anni. Ora ne ha quaranta. Nel 1984 faceva il militare a Civitavecchia: bersagliere. In un giorno di libertà andò sulla spiaggia a fare il bagno. Sabbia, arenile da bambini, acqua bassissima. Un tuffo fu la sua sventura: si lanciò non da una rupe, ma da un anfratto misterioso della vita. Puoi romperti il collo tuffandoti di corsa nel mare alto meno di 50 centimetri? A Enzo è successo: fratturata la quinta vertebra cervicale, leso il midollo spinale. Paralizzato nel corpo, cancellate alcune funzioni fisiologiche. Sedia a rotelle. «Sono» dice «come Frank Williams.» E io immagino che da questa casetta nella periferia di Milano lui sogni i circuiti di Formula 1 dove il grande costruttore di macchine espone la sua disgrazia, la sua passione e la sua fede. Ma Enzo Lucà forse ha smesso di sognare: «Ho un lavoro qui e una famiglia che mi aiuta». E dal fondo della sua paradossale sfortuna ha tutta l'aria di rivolgere un grazie al Cielo. Sesto - L'orchestra One, two, three, four ... L'uomo che dà il via all'orchestra è alto forse un metro, centimetro più, centimetro meno. Non un nano, ma un omino in miniatura, con i capelli da poeta e un volto da «chissenefrega» sbattuto in faccia al mondo. Si chiama Fabiano Lioi, suona una parte della batteria, ma si considera il jolly della singolarissima orchestra «rock e pop» che sono andato a conoscere al Portonaccio, un quartiere popolare di Roma. Il nome dice tutto: «Ladri di Carrozzelle». Evocando il capolavoro neorealistico di De Sica (Ladri di biciclette), un gruppo di ragazzi danno a se stessi e al prossimo una straordinaria lezione di vita, attraverso l'arte di far musica di eccellente qualità, con guizzi di ironia pungente sul loro stato di disagio e sull'ignoranza della società. Io sono sbarcato a Roma per godermela pienamente, questa lezione, in una sera d'inverno, mentre fuori c'è qualche spruzzata di neve e le strade sono quasi vuote. Il locale si chiama La Palma, la sala è una specie di tempietto del jazz, l'ideale per musica dal vivo. Vi sono entrato alle 18,30, quando si svolgevano le prove, e sono uscito a notte inoltrata, dopo il concerto, le chiacchiere, i complimenti, i saluti e i baci: un po' stordito, ma arricchito di un'esperienza da centellinare, come quei sapori, quei profumi, quegli sguardi che si decifrano con il tempo, ma che senti già tuoi. Fabiano si destreggia come un acrobata con due ministampelle. Non si ferma un attimo, regala affettuose provocazioni a chiunque si presenti a tiro, racconta la sua storia come se appartenesse a un altro o a un personaggio immaginario. Si definisce anarchico costituzionale, zingaro, giramondo, uomo d'avventura. Mi chiede se sono stato in Cile e quando gli parlo di Santiago lui scuote la testa: «Io sono nato in quel Paese, ma nel deserto del Nord, a Iquique. Mio padre è cileno, mia madre italiana. Hanno avuto quattro figli. Tre sono alti almeno un metro e ottanta. Io sono tutto qui, come mi vedi. La malattia si chiama osteogenesi imperfetta: le ossa non si sviluppano, restano piccole e fragili. Ho la stessa patologia di Anna Di Stefano, la nostra cantante, anche se si è manifestata in modo un po' diverso. Lei vive sulla sedia a rotelle, io faccio il matto con queste stampelline». Ho già conosciuto Anna e la sua voce straordinaria, possessiva, avvincente, un dono di Dio: è Il pezzo forte del complesso. È arrivata dalla Puglia, e a Roma, dopo quattro anni, ha incontrato i «Ladri» come s'incontra una grazia del Cielo. Ora, in attesa dello spettacolo, è rincantucciata nel suo abitacolo in una posa tenerissima: sta baciando un ragazzo che si chiama Enrico, conosciuto nella casa-famiglia dove la ragazza abita. La parte superiore del corpo di Anna si è sviluppata quasi regolarmente. Il busto è ben tornito, le gambe quasi non esistono. Al di sopra di tutto, oltre alla splendida voce, un carattere ferreo, una vivacità esplosiva. Ha due sorelle nelle stesse condizioni. La madre è portatrice sana. Di Enrico, che è un bel ragazzo sardo - fa Pinna di cognome -, dice: «Ci siamo incontrati due anni fa e lui si è perdutamente innamorato di me». A parte l'ironia, che è il suo forte, si scorge nella sala semibuia un riscontro appassionato alle sue parole. Enrico sembra squagliarsi davanti a lei. E Anna accoglie tutto con dolce voracità. Nulla di cui meravigliarsi: due ragazzi che si amano. «Mi coccola come fossi un cane» dice lui. E io lo incoraggio: «Quando avevo la tua età, Franca mi amava come un lupo». Ma riecco Fabiano e la sua storia. «A diciannove anni mi sono detto: io in Cile non ci resto. E sono partito per l'Italia. È successo nel 99. Avevo qualche lira in tasca e una zia dalle parti di Potenza, ma non mi andava di chiedere subito aiuto. Ho dormito per alcune notti in aeroporto, in una stazione ferroviaria come uno zingaro. Poi ho contattato i miei parenti. Lo zio mi ha detto che potevo aiutarlo nella gestione di un locale. Voleva darmi una mano, ma io la pensavo diversamente, la mia anarchia è venuta fuori. Ciao cari zii. E sono sbarcato a Roma. Stessa storia: ho dormito all'Eur, alla stazione e una volta persino al Colosseo. Avevo soldi per affittare una casa, ma appena mi vedevano i proprietari si tiravano indietro. A una signora avevo dato telefonicamente tutte le notizie, anche il numero di un piccolo conto corrente. Va bene, accetto, okay, sin quando non mi ha incontrato. Il contratto era già pronto, ma è rimasto senza firme. Penso che quella donna considerasse degradante accogliere uno nel mio stato. Vedi com'è la vita, c'è gente che va in chiesa, prega, si batte la mano sul petto e poi si comporta in modo vergognoso. Io non mi sono mai arrabbiato. Ho semplicemente detto: peggio per loro. Poi un bel giorno ho incontrato i «Ladri», questa mia famiglia di musicisti e di persone vere. È stato grazie a una sorella di Anna, che si chiama Giovanna. Anche lei vive in carrozzina per la stessa malattia, ha sposato un ingegnere elettronico che si chiama Carlo e sai cosa hanno fatto? Hanno adottato un bambino cambogiano: Pich, uno splendore. L'incontro con la sorella di Anna mi ha cambiato la vita. Sono stato accolto, non ho ancora una casa, ma sono ospite di Luca, un nostro chitarrista sempre allegro e ho un lavoro: suono, ho un piccolo stipendio, faccio parte del quartetto della batteria e mi arrangio anche con la chitarra. Resto un anarchico, ma qui mi trovo bene.» La sala del club La Palma pullula di carrozzine e di varia umanità. In questo scenario il mio interesse s'allarga al di là dell'incontro che ho programmato. Questi Ladri di Carrozzelle non sono soltanto un'orchestra di disabili che, con l'aiuto dell'elettronica, riescono a fare cose strabilianti: sono l'epicentro di un mondo, apparentemente esterno, solidale e allegro, sofferente, coraggioso ed entusiasta che ho già scoperto altrove ed è strettamente legato ai valori e ai sentimenti della cosiddetta disabilità. Personaggi non gregari, ma protagonisti anche loro, con un grande coraggio nell'affrontare la vita cui si sono legati, ma anche con il gusto di farle uno sberleffò. Questo mondo collaterale esercita su di me un'attrazione irresistibile. Attorno all'handicap, ci sono genitori meravigliosi, amici impagabili, volontari che si scoprono felici, c'è anche voglia di far casino come in questa serata di musica che trova un preludio nella lunga e rustica tavolata di una trattoria, sulla quale dominano sovrani piatti di rigatoni al pomodoro e si raccolgono euro per il Grande Cocomero, un'associazione di volontari che si occupa dei bambini con disagio mentale e sta aprendo per loro una sala di musica nel quartiere di San Lorenzo. La serata, compreso l'incasso del concerto, è dedicata a questa iniziativa. Solidarietà che viene dalle carrozzine. L'handicap che non chiede, ma dà a chi ha più bisogno. Cosa ne sa la gente di questa Italia? Cosa ne sapevo io prima di entrare in questo mondo che sto raccontando? Compare una brunona, simpatica e molto espansiva: è una volontaria della prima ora. Fa il giro della lunga tavolata e distribuisce abbracci prolungati, come quelli degli emigrati che tornano dall'America dopo trent'anni. Non manca un bersaglio, non fallisce un colpo, tutti devono volerle un gran bene. Quando arriva nei pressi dei miei rigatoni, io dico: «Mi scusi, non la conosco, non c'entro, ma se crede ...». E lei si lancia in un abbraccio, come se fossi un suo cugino ritrovato. Ma è tempo che si presenti l'orchestra, così come la vedo schierata. Non c'è nessuno in grado di suonare la batteria per intero. E allora se la sono divisa in quattro. Massimo Cavallaro si trascina dietro il ventilatore, o respiratore, cui è legata la sua vita. Ha la Duchenne, come già detto la peggiore delle distrofie. Ha subìto una tracheotomia. Il padre lo assiste con una dedizione totale, ma anche con una destrezza ammirevole. Si diventa bravissimi in tutto quando c'è da aiutare un figlio in quelle condizioni. Massimo contribuisce con una percussione morbida su piccoli strumenti adatti alle forze che gli rimangono. Al resto ci pensa il computer con il suo expander. Accanto a lui c'è un bel ragazzo dai capelli lunghi e nerissimi, dal colorito bruno, sembra un cavaliere arabo. È di origine siciliana: Mario Contarino. Distrofia classica. Purtroppo non è il solo in famiglia: in sala c'è il fratello Rosario, con i genitori che sono sanissimi. La madre, Annamaria, ha vissuto a New York prima di cedere al richiamo della terra madre. E a Giarre, in Sicilia, ha sposato Leonardo. Li osservo con discrezione nella sala: hanno l'atteggiamento classico - ansia, orgoglio, ambizione - di gran parte dei genitori che seguono un figlio artista o sportivo. Il terzo della batteria è Daniele Placidi, anche lui distrofico. Attento, partecipe e anche paziente. Non deve passarsela molto bene, accanto a quel diavoletto di Fabiano che si agita sul suo tamburo a piene braccia (lui solo può farlo), lancia battute salaci e strali terribili a destra e a manca. La batteria conta su un quinto componente, Massimiliano Sciacqua, ma stasera non c'è: troppo freddo, non se l'è sentita di uscire. Alla tastiera siede nientemeno che il presidente in persona: Domenico Aldorasi. È il primo dei «Ladri» che ho conosciuto, insieme con il papà: un simpaticone dalla faccia rotonda, arguto ma anche saggio. Ha trentanove anni, un diploma di ragioniere e vive a Castelnuovo di Porto, hinterland romano. «Sai qual è stata la prima motivazione, direi meglio la spinta, che ci ha portato alla costituzione del gruppo? Te lo dico io: trainare ragazze nei villaggi turistici.» Gli faccio notare che la ragione non è priva di nobiltà, anzi ... E lui mi racconta che ormai il tempo del traino è finito, perché un giorno a Misano ha incontrato Alma, una ragazza pugliese perfettamente sana e i due vivono insieme da due anni. Alma è entrata nel giro dei «Ladri»: si occupa della vendita dei dischi, notevole fonte di finanziamento. «Ho studiato musica privatamente. La mia tastiera è collegata al computer. Io tocco pochi tasti, la musica l'hai sentita: che meraviglia.» Ma il più grande prodigio musicale dell'amico computer arriva dal basso, davanti al quale siede il corpulento Roberto Pucci in occhiali neri. Anche lui è stato colpito dalla maledetta Duchenne e respira grazie al ventilatore installato dietro la carrozzina. Con una penna in mano tocca su una tavoletta di plastica i tasti di uno strumento virtuale, ma sono i segnali musicali giusti perché il computer liberi la campionatura che è stata scelta. La mia meraviglia è pari alla mia ignoranza su questo fronte tecnologico. Azzardo la domanda: senza la tecnologia questa orchestra potrebbe esistere? La risposta è uno scuoter di capo. Certo non potrebbero far parte del complesso le stesse persone che mi trovo davanti nelle condizioni che ho descritto. Al centro della scena, nella loro integra verità artistica, lontane da ogni computer, ci sono le due cantanti. Una l'ho già presentata. È Anna Di Stefano, con la sua grinta e quella voce benedetta, che fa vibrare i cuori e i vetri delle finestre. L'altra è del tutto diversa. Si chiama Manuela Gasbarri, ha ventinove anni, vive a Monteflavio, vicino Tivoli. Una ragazza alta, dai capelli chiari, occhi grandi, lineamenti classici. Un bel monumento femminile, se potesse mostrarsi per intero sollevandosi dalla sedia a rotelle. «Distrofia di Cingoli» dice con il tono di chi conosce bene la materia. «Ho studiato musica, sono diplomata in ragioneria e ho un fidanzato che si chiama Luca e attualmente lavora a Novara. Sono in questo gruppo da nove anni.» Il papà si chiama Bruno e la segue con passione, ma Manuela viaggia con la mamma che commenta: «Ormai faccio l'autista di mestiere». Due voci diverse animano lo spettacolo. Quella di Anna ha un'espansione che sembra infinita. In Manuela c'è un'espressività naturale e tenerissima. Il terzo cantante si chiama Alessandro Tordeschi: a casa, con l'influenza. Ma tiriamo un po' il fiato. In scena ci sono anche due super abili con chitarra: il primo è Luca Bassani, il temerario che ospita Fabiano, un ragazzo che ride sempre e riderebbe, scommetto, anche a un funerale; e l'altro è Paolo Falessi, il fondatore, il manager, il capo spirituale, l'anima di questi «Ladri di Carrozzelle», che hanno stravolto la sua vita di professore di liceo. «Insegnavo italiano, storia e geografia. Ora mi sono tenuta solo qualche ora di religione. Il resto è tutto qui: siamo una cooperativa di lavoro, ci autofinanziamo, presentiamo progetti agli enti pubblici, alle Fondazioni, alle Casse di Risparmio, non chiediamo assistenza, vendiamo dischi, ci esibiamo nelle scuole perché i ragazzi capiscano i valori della diversità, abbiamo il nostro modesto stipendio, il bilancio è in ordine, oltre agli artisti lavorano con noi due fonici e due amministrativi. Quando capita, come stasera, facciamo anche beneficenza. Il tutto con un giro di quattrocentomila euro l'anno. Cosa posso dirti? Questa avventura mi ha conquistato. Naturalmente ogni cosa ha il suo prezzo: ho superato i quarant'anni, non mi sono costruito una famiglia, sono rimasto scapolo come quando da giovanotto facevo l'animatore nei villaggi turistici e a Diamante, in Calabria, conobbi i primi ragazzacci che poi sarebbero diventati i «Ladri di Carrozzelle». Alcuni di loro, purtroppo, non ci sono più.» Velo di tristezza. Vite corte da riempire in ogni loro momento, speranze in una scienza che avanza, aiuta, ma non arriva mai. Eppure tutt'intorno c'è allegria. Solo i rigatoni piangono abbandonati nel piatto, ma Paolo Falessi non si ferma: «Sai qual è la mia più grande soddisfazione artistica? A fine concerto, viene ogni volta gente del mestiere a dirci: non ce lo aspettavamo. Oppure immaginano che abbiamo suonato in playback. Noi ringraziamo la tecnologia, ma la nostra è sempre musica dal vivo. E poi ti racconto alcuni aneddoti gustosi. Un signore mi disse una volta: «Lei è l'ammaestratore, vero?». Come fossimo in un circo. Non ricordo in quale città, una donna si avvicinò ad Anna, la cantante, si inchinò e si fece il segno della croce. E Anna si diede all'esultanza: «Evviva, sono la madonna». Un tale andò oltre: «Posso toccarti? Mi porti fortuna». Anna gli rifilò un solenne vaffanculo. Come vedi, nonostante i grandi passi che si sono fatti, culturalmente siamo ancora lontani da una vera convivenza civile. In Sicilia fecero scomparire un ragazzo disabile. Alla gente dicevano che era emigrato all'estero. In realtà era chiuso in casa. Questi sono i delitti dell'ignoranza. In Umbria, grazie a un obiettore che faceva servizio civile, scoprimmo un altro caso analogo: un ragazzo disabile non aveva mai visto la luce del sole. I familiari provavano vergogna a farlo uscire di casa. E adesso capirai meglio il valore di questo nostro gruppo che gira l'Italia e la bellezza di una serata come questa». Capisco, capisco. Paolo Falessi, oltre a tutte le mansioni che ho esposto, ricopre anche quella di presentatore dello spettacolo, con la chitarra appesa al collo. «Signori e signore, osservando la consueta puntualità diamo inizio al concerto.» Era per le nove e mezzo, sono le dieci e cinque minuti. Nessuno ci fa caso. La sala si è riempita. Il gioco delle luci funziona, l'impianto sonoro è perfetto, la tecnologia fa miracoli, la musica ti travolge come in un qualsiasi concerto, anche se sul palco c'è un presepe di carrozzine che, nonostante lo spirito ribelle che le anima, ti dà un senso di dolore nascosto. Il repertorio spazia da I will survive di Gloria Gaynor (e qui Anna Di Stefano è di immensa bravura), a Hot Stuff di Donna Summer, sino a Non è tempo per noi di Ligabue. E ancora: capolavori di Vasco Rossi, Anastacia, Village People. Ma c'è anche una «produzione propria» che ci porta il sapore acro di una crudele e benedetta ironia. I «Ladri di Carrozzelle» hanno addirittura un inno. S'intitola Distrofichetto, paradossale diminutivo di distrofico: il demonio che si aggira nella sala. Lo ha composto l'onnipresente Paolo Falessi. «Ma non da solo» si affretta a precisare. A leggerlo non so, ma in musica ha una forza d'urto poderosa. Anna e Manuela lo cantano insieme. Chi va in carrozzina disturba anche te ... digli di smettere! Sei malato 'un te se pò guardà perciò a casa devi restà ... Distrofichetto Dimmi dove te metto brutto impedito ma perché sei uscito Sei malato mi dispiace ahimè se eri sano e bello era mejo pe' te Distrofichetto È la vita ma che ce voi fà a qualcuno doveva toccà Sei sfigato non è colpa tua ma non rovinare anche la vita mia Levate dai piedi non te fà vede che divento triste quanno guardo a te Distrofichetto Non puoi entrare nei locali tu i gradini non li sali C'hai una buona pensioncina resta a casa in carrozzina Forse un giorno l'architetto penserà al ... Distrofichetto Ieri sera, m'hanno detto in piazza c'hai provato con una ragazza Ma sei scemo ma te sei impazzito non toccarla manco con un dito Non te lo ripeterò mai più devi esse bello come a Beautiful Distrofichetto Chi non conosce questa malattia be' si chiama distrofia prende i muscoli pian piano però il resto è tutto sano alla gente dev'esse detto che je funziona al ... Distrofichetto. Un'altra canzone dei «Ladri», meno polemica e crudele ma più triste, s'intitola Diversi da chi. Pochi versi per capire: Forse diversi da chi Ha, perso tempo inutilmente, chi Si piange addosso come un fesso E non sa gridare quanto è bella questa vita Affascinante, entusiasmante vita. Forse diversi ma sì, felici di distinguerci così Da chi non spera mai in un buon futuro E si dipinge un mondo in nero, Ma senza il gusto del caffè, forse diversi da te. Paolo Falessi è molto legato al testo di Sparta. Anche questa canzone è nata in casa. Ritardi, indifferenze, discriminazioni, riserve mentali: ma siamo davvero ai tempi di Sparta? Poco è cambiato Meno di niente Cambiano i temi Non cambia la gente La civiltà, le false promesse Le cose importanti sono le stesse Gira, la ruota brucia la carta Poco è cambiato dai tempi di Sparta Gira la ruota resta l'idea Solo non c'è la rupe Tarpea Siam tutti belli, siam tutti sani Forse se cambia, se cambia domani Siam tutti felini, forse un po' fessi A tenere i fili, son sempre gli stessi. Ma a un certo punto della serata entra nella sala, con tutta la sua ruvida umanità, un poeta. A chi pensava - mi chiedo - Vasco Rossi quando ha scritto Vivere, se non a queste creature che vivono controvento? Manuela ci mette la voce e il cuore nel cantarla. Io ne raccolgo qualche verso. Vivere! è passato tanto tempo Vivere! è un ricordo senza tempo Vivere! è un po' come perder tempo vivere ... e sorridere dei guai Così come non hai fatto mai E poi pensare che domani sarà sempre meglio Oggi non ho tempo oggi voglio stare spento! Vivere! e sperare di star meglio vivere e non essere mai contento Vivere come stare sempre al vento vivere ... come ridere!!! Vivere! anche se sei morto dentro vivere! e devi essere sempre contento Vivere! è come un comandamento vivere ... o sopravvivere Senza perdersi d'animo mai E combattere e lottare contro tutto contro! Oggi non ho tempo oggi voglio stare spento Vivere e sperare di star meglio Vivere vivere e non essere mai contento Vivere vivere e restare sempre al vento a vivere ... e sorridere dei guai Proprio così come non hai fatto mai E pensare che domani sarà sempre meglio!!! La serata scivola verso la mezzanotte. Anna ha cantato da leonessa, ma Manuela con Vivere raccoglie l'applauso più commosso. Io non riesco a staccare gli occhi da quella ragazza immobile, non per sua scelta, sulla carrozzina. Un ciuffetto di capelli è scivolato sui suoi grandi occhi. Immagino che lei provi fastidio, magari un po' di prurito sul volto. Non può provvedere da sé perché le braccia non rispondono, restano mute, sono prive di forza. Anna, che le siede a fianco, c'è abituata: le prende la mano, la solleva piano piano e l'accompagna con dolcezza verso il luogo del piccolo misfatto. Il problema è risolto, Manuela accenna a un sorriso. E io vorrei salire sul palco per abbracciarle. Settimo - Lo scienziato «Era il 19 gennaio, anno 66, un mercoledì. Vivevamo a Carbonia, in Sardegna, dove mio marito Carmelo era impiegato in una fabbrica di salumi. Io avevo già due figlie, partorite in casa, una di undici e l'altra di nove anni. Parti regolari, fisiologici, crescita perfetta. Splendide ragazze e oggi mamme. Ma per il terzo figlio decisi di andare in ospedale. Il parto si presentava difficile per il ritardo delle doglie, ma tutto venne ancor più complicato per una serie di errori che danneggiarono il bambino e lo posero in posizione podalica. Un taglio cesareo avrebbe risolto ogni problema, ma a quei tempi molti medici non erano favorevoli. E hanno provocato disastri. Per farla breve, le cose precipitarono a tal punto che rischiavamo la vita in due: io e il mio bambino. I medici dissero che bisognava quanto meno salvare la madre. Per lui non c'erano speranze. Quando Fulvio mise fuori il primo piedino, decisero di battezzarlo, tanto sarebbe morto da lì a qualche ora. Il bimbo nacque e, dopo tre giorni, gli diedero l'estrema unzione. Io ero ancora tra la vita e la morte. Ma l'immagine del prete me la ricordo, sbiadita, sfuggente, come un fantasma.» Signora Lucia, estrema unzione a un bambino di tre giorni? A un angioletto? «Cosa posso dirle? Così è stato.» Lucia Frisone, che mi sta davanti, è una delle donne più straordinarie che io abbia mai conosciuto. Madre da combattimento e anche nonna di quattro nipoti. Da quel 19 gennaio del 1966 è in guerra con il mondo e in una dialettica fortemente aggressiva con Cristo. Affronta istituzioni, potenti della politica, burocrati di pietra e li piega alla sua causa. Promuove leggi, viaggia in ogni parte della Terra con quel bambino che doveva morire dopo pochi giorni e che oggi, a trentanove anni, è uno dei teorici della fisica più ricercati del mondo. Prestigiose accademie di scienza lo invitano, dalla Russia agli Stati Uniti, al Giappone, alla Cina. Le sue pubblicazioni sono testi internazionali e c'è una Fondazione intitolata al suo nome, merito della Regione siciliana. La fusione fredda che cambierebbe la faccia al mondo e i legami della fisica con la medicina per correggere in partenza vizi genetici e debellare mali indomabili, ma non inguaribili: per questo e altro Fulvio Frisone studia ogni giorno, davanti a un computer, nella sua stanza di «ricercatore confermato» presso la facoltà di Fisica dell'Università di Catania. Per raggiungere i tasti adopera, con sforzi strazianti, una sorta di casco dal quale pende un sottile braccio metallico. Questo insigne scienziato, che vive stabilmente in Sicilia, è quel che ci arriva da quel parto lontano e infelice: un drammatico, struggente, terribile e meraviglioso tesoro. Tetraparesi spastica con distonie. Sapete cos'è un uomo afflitto da questa catena patologica? Non ha gambe, non ha parola al di là di faticosissimi suoni da decifrare, ha rimasugli di braccia, inutili e incontrollabili, ma Fulvio ha un busto e una testa da bronzo di Riace, due occhi avvincenti che sorridono, implorano, ironizzano, ti lanciano addosso irresistibili sentimenti primordiali. È un'intelligenza sovrumana, volta agli enigmi affascinanti della scienza prossima ventura e in particolare della fisica. Ho vissuto con lui per due giorni, all'università e nella sua casa di Acicatena da dove si gode un panorama a 180 gradi che va dalle sponde calabresi sino a Siracusa, città natale della madre. E alle spalle c'è l'Etna innevato. Ci siamo voluti bene, lui e io. Mi ha chiesto di ritornare: gliel'ho promesso e ho mantenuto. La casa è piena di quadri con scenari infuocati ed esplosioni di luce, ispirati alla Sicilia e, immagino, anche alla vita di un tetraplegico- -spastico-distonico: li ha dipinti Fulvio, con un pennello legato alla testa, scienziato e artista. La madre ha messo in tavola spaghetti al ragù di carne e, all'indomani, saraghi pescati nella mattinata e polpi della riviera. Lei mangiava prima di noi, perché Fulvio va imboccato come un bambino di pochi mesi. «Se mi metto a tavola anch'io e mi devo alzare e sedere di continuo, a lui ci fa vilenu.» Come dire: il pasto di Fulvio è sacro come tutto il resto della sua vita grama, dolorosa e splendida cui la signora Lucia si è interamente dedicata, giorno e notte, senza un attimo di sosta, da quel gennaio del 66. E allora, Lucia, stavamo parlando di quella nascita senza domani. «Appena uscimmo dall'ospedale, ebbi la sensazione che quel bambino filiforme, che rimetteva tutto quel poco che ingoiava, si preparasse a morire. Intuivo qualcosa di grave, interpellavo il pediatra e lui mi diceva: non si preoccupi, lo stomaco ruba. Tutti mi consideravano la solita mamma apprensiva ed esagerata. Mi convinsi di una cosa terribile: ero sola e la battaglia per salvare quel bambino dovevo affrontarla da sola. Io e lui. Osservavo Fulvio e mi sembrava che lui si stesse dolcemente allontanando dalla vita. L'ho implorato mentalmente di resistere. Poi sono andata in cucina e ho escogitato la storia delle tre bottiglie. Le riempivo di latte. Prima bottiglia: lui rimetteva tutto. Seconda bottiglia: idem. Terza bottiglia: quasi un miracolo, lui ha cominciato a mangiare e poi ha girato la testina in braccio a me e si è messo a dormire. Addirittura russava. L'ho adagiato nella culla e ho vigilato che non rimettesse il latte. Dopo tre ore, mi arriva un piccolo segno: voleva mangiare. Ho preparato di nuovo le tre bottiglie. Evviva. Prova e riprova, il sistema funzionava. Il bambino cresceva bene, era un fiore. Quando Fulvio aveva sei mesi era un bambolotto. Sembrava che la sua vita sorridesse. Una notte sognai mio padre, morto nel 45. Io gli mostravo Fulvio e mentalmente gli trasmettevo la gioia di vederlo fiorire. Ma la sua risposta fu scoraggiante. Lui scosse il capo in un gesto inequivocabile: sventura. Mi svegliai con le lacrime agli occhi. Sentivo di credere a quel triste presagio.» Nella mia vita non ho mai usato il registratore quando incontro una persona, perché temo che distragga la mia mente e il mio cuore, disposti ad accogliere qualcosa di più importante delle semplici parole. Ma stavolta rimpiango di non averne uno, come «elemento in più», perché Lucia ha una capacità di raccontare suggestiva, profonda, colorita, senza pudori. Ed è peccato sprecarne il minimo particolare. Sventura, ha detto suo padre durante quel sogno. Ma lei, signora, che affronta le asprezze di una vita di frontiera, ci crede davvero a queste cose? «Mio padre non poteva ingannarmi. L'indomani portai Fulvio alla divisione pediatrica dell'ospedale di Cagliari. Ricordo tutto, come fosse ieri. Il professor Willy Tangherone fu categorico: suo figlio è spastico. Spastico?, replicai. E che significa? Io sono ignorantissima, ho la quinta elementare. E lui mi spiegò che c'era un cortocircuito nel cervelletto e che i danni molto gravi sarebbero emersi in seguito. E poi concluse che se Fulvio avesse camminato a tre anni, avrei toccato il cielo con un dito. Parole secche, chiarissime, brutali. Il pugno di un peso massimo non mi avrebbe fatto più male. Ma io non mi faccio mettere kappaò. Corsi in libreria a comprare dei libri sul sistema nervoso. Dovevamo studiare il problema di Fulvio, esserne consapevoli perché ci attendeva una vita di lotte infernali. Girai per due mesi con il mio bambino interpellando i migliori pediatri italiani e stranieri. L'ultimo fu un professore giapponese a Roma. Mi prese le mani e disse: - Mamma, basta; mamma, basta -. Dovevo porre fine a quel tormento, dovevo rassegnarmi. Non dormii per tutta la notte. E l'indomani ...» Intanto è arrivato Fulvio Frisone dopo la prima mezza giornata di lavoro all'università. I ragazzi che lo assistono si stanno dando il cambio. Alessandro passa le consegne ad Adriano. Poi arriveranno Vincenzo, Luciano e Nicola. Lavorano per la Cooperativa Progetto Vita. Sono di casa, amici ormai fraterni, abilissimi in tutte le manovre. È una squadra di cinque baldi giovanotti, più un furgoncino attrezzato. Ogni tanto uno di loro presta le mani al dottore per l'uso del computer, quando per esempio c'è da scrivere una lettera. Fulvio dispone anche di un tutor scientifico, che lavora con lui e viaggia anche per il mondo con un vincolo assoluto: la segretezza. Lucia dirige le operazioni. È sovrana anche in questo. Saluta con enfasi il figlio («Sei tornato, amore mio»), ma non perde il filo del racconto. Ha settantasei anni, ma la sua energia e la sua lucidità sono stupefacenti. Si dichiara felice quando le propongo di darci del tu: l'ho liberata di un peso. E torna a lanciarsi nel racconto. «L'indomani di quel terribile verdetto, sai cosa feci? Andai in una chiesa di Carbonia, carica di fede e di rabbia: ad affrontare Lui. Sì, Lui, Cristo in persona. Lo presi di petto, lo aggredii: - Siamo tu e io, faccia a faccia - gli dissi. - Ora, grandissimo cornuto, mi devi spiegare: perché a me, questa disgrazia? Se pensi che la accetto paziente, devota e rassegnata, ti sbagli -. Oh, quante gliene ho dette. - Tu sai bene, Cristo, che non mi rassegnerò mai. Tu mi hai fottuto, tu adesso devi aprirmi la via per aiutare Fulvio. Io devo dare a lui una vita normale, capisci?, normale, uguale a quella degli altri. - Ti ho fatto una sintesi del mio sfogo. Gli ho lanciato minacce terribili, povero Cristo, ero disperata. Poi sono crollata in chiesa, davanti a Lui. Non so per quanto tempo ho dormito. Al risveglio, sono andata via più serena.» Cara Lucia, a parte le minacce e le parolacce, visto quello che è diventato Fulvio, Cristo sembra averti ascoltata. E qui la piccola guerriera si scioglie: «Fulvio è oggi una benedizione di Dio. È il mio amore, è l'unico scopo della mia vita. È andato avanti, ha fatto una grande strada nel mondo, altra ne farà. E io ho progredito con lui. Mi sono messa a studiare, ho preso tre diplomi: insegnante elementare, operatrice sociale, assistente sociale. Quante cose ho imparato girando da un continente all'altro, in America, in Giappone, in Russia, Svezia, Francia, Canada, Cina. La mia fede è immensa, ma il mio rapporto con Cristo resta sempre aggressivo. Ora metto giù gli spaghetti, poi ti racconto quello che mi ha fatto vedere quel figlio di buttana di Fulvio per tirarlo fuori dal suo mutismo, insegnargli a esprimersi, a dire qualche parola. Non voleva saperne. Ho fatto una guerra anche con lui. E l'ho vinta, perché sia chiaro: a me non mi fotte nessuno». Gli impegni di Lucia in cucina mi consentono di prendere fiato. Fulvio è stato accompagnato in bagno e così ho tempo di dare uno sguardo a tutti i diplomi e i riconoscimenti internazionali che sono esposti lungo sale e corridoi. Una sorta di Vittoriale dannunziano. Mi sono procurato anche una scheda biografico-scientifica per capitoli. La scorro con il rischio di perdermi. Laurea nel 1989 in soli tre anni e mezzo: Fisica nucleare sperimentale, naturalmente. Tesi: «Reazioni di fusione D-D in palladio deuterato». Voto: 108 su 110, condizionato dalle enormi difficoltà operative legate al suo stato e all'impossibilità di adoperare le mani in laboratorio. L'incarico ufficiale di ricercatore all'Università di Catania è del 95, alle dipendenze del Centro siciliano di Fisica nucleare e struttura della materia. Dopo anni di lavoro e di pubblicazioni, Fulvio si affaccia alla grande ribalta internazionale nel 1997 quando al prestigioso Workshop di Asti presenta un contributo scientifico dal titolo: «Ipotesi teoriche sul fenomeno della fusione nucleare fredda». Lo studio entra negli atti del convegno e viene pubblicato da due delle massime riviste scientifiche del settore: «Infinite Energy» e «New Energy News». Nell'aprile dell'anno successivo il dottor Frisone viene invitato a Vancouver, in Canada, dove si svolge il Congresso mondiale sulla fusione fredda. Presenta un lavoro in cui la teoria iniziale avanza e si evolve in ipotesi più precise. E nel 1999 a Pavia, durante il Congresso nazionale della Società italiana di Fisica, Frisone può offrire un confronto tra due modelli teorici sulla interazione di deuteroni in reticoli cristallini. Per cinque anni consecutivi è presente a Soci, sul Mar Nero, al Congresso mondiale su «Fusione fredda e trasmutazione nucleare», organizzato dall'Accademia russa delle Scienze e da otto altre istituzioni collegate. Nel 2002 Fulvio è a Pechino e ad Albuquerque nel New Mexico. Nel 2003 è in Spagna, a Cordoba, e negli Stati Uniti, a Cambridge e Boston. Nel 2004 a Göteborg e a Marsiglia. A questi viaggi si aggiungono gli appuntamenti scientifici italiani: a Lerici, Asti, Palermo, Catania. Tutte le sue relazioni trovano spazio in riviste scientifiche di ogni parte del mondo. A Seul, nel giugno del 2005, l'hanno chiamato a presiedere una commissione del Congresso sulla «Ingegneria nucleare», tema per lui inconsueto. Mamma Lucia era naturalmente con lui. E racconta che, nel pomeriggio, la polizia bloccò la città, a sirene spiegate, per il transito dei venti pullman con i congressisti. «Come mai» chiese «questa mobilitazione?» Le risposero: «Passa la Scienza». Commento salace di Lucia: «In Italia queste cose le avevo viste solo per il passaggio dei politici ... Il mio Fulvio era sul primo pullman. Tutti mi facevano i complimenti per il suo intervento fortemente innovativo». In un garbuglio di pensieri penso a Stephen Hawking, lo scienziato afflitto da gravissima distrofia muscolare che esplorò l'universo da una carrozzina, inventando la teoria del Big Bang e dei buchi neri. Uno strazio fisico illuminato da idee folgoranti come questo Fulvio massiccio e contorto, che è qui davanti a me, con la carrozzina, i suoi movimenti distonici e uno sguardo pieno di meraviglia perché lui una visita del genere non se l'aspettava. È felice di riconoscermi, ha letto parecchi miei articoli su Internet e ricorda che un giorno mi ha visto arrabbiatissimo in televisione. La cosa mi inquieta un po', vista certa spazzatura circolante sugli schermi, ma lui con faticosissimi monosillabi mi rassicura: «Ti battevi per una causa giusta e io ero dalla tua parte». La signora Lucia, naturalmente, si avvicina perché sa che il primo approccio con suo figlio non è facile: lei capisce al volo e traduce. Ma dopo mezz'ora, possiamo fare a meno di lei. Il filo di comunicazione con Fulvio, per precario che sia, diventa autonomo. E io ne sono felice, perché questa persona che ho davanti m'interessa molto come scienziato, ma mi sta rapidamente conquistando come uomo. È allegro, spiritoso, divertente, ti fa rimbalzare addosso la palla della curiosità e dell'interesse sullo sfondo di un «sapere» che ti disarma e ti abbaglia. E trovo avvincente questa metamorfosi alternata tra il bambinone che ti guarda con gli occhi dolci invitandoti a tutte le coccole e l'uomo che, entrato nel regno della sua scienza, ti sovrasta. Fulvio, ci credi proprio in questa fusione fredda che può ripulire e rivoluzionare il mondo? La risposta è lapidaria: «Scientificamente ci siamo vicinissimi, e non da oggi. C'era già uno studio negli anni Trenta, prima della Seconda guerra mondiale. Poi si diresse altrove: verso la fissione dell'atomo. E ci fu una corsa tra Stati Uniti e Germania. Il problema è politico. Ci sono state troppe forze contrarie per ragioni facilmente intuibili. Tutto è difficile ancora oggi, ma la scienza non si è mai fermata». Ma quando irrompe la padrona di casa, ogni argomento cade: bisogna farle spazio. Dove eravamo rimasti, signora Lucia? «Ti dovevo raccontare la storia di quel figlio di buttana di mio figlio che rifiutava ogni tentativo di parlare, proprio non voleva saperne. E sai perché? Per colpa nostra. Lui guardava la credenza e noi gli davamo qualcosa da mangiare. Lui puntava gli occhi sul bagno e noi capivamo subito che aveva bisogno di andarci. Servito e riverito, sempre: bastava un cenno. E Fulvio ne approfittava, direi che ci dominava. Pensa, a tre anni sapeva leggere. Come lo so? Ti spiego: mettevo davanti a lui l'oggetto e di fianco la relativa parola. L'ho allenato così. E quando ho eliminato la figura, per esempio del pane, lui leggeva la parola e mi indicava il posto dove si trovava il pane. Sapeva leggere, certo, ma di parlare niente: neanche una sillaba. Tentai con la logoterapia: nulla. A quattro anni ebbi il timore che Fulvio, al di là delle sue carenze di natura, sarebbe rimasto anche muto, come capita a tanti nel suo stato. Fu durante una di quelle notti in cui non riuscivo a dormire che mi venne l'idea. E dichiarai guerra a mio figlio ...» Guerra, Lucia, a tuo figlio? Sei proprio una combattente senza confini. «Giocavo una carta disperata. Dovevo abbattere un muro. Decisi che Fulvio sarebbe rimasto prigioniero di se stesso, fuori da ogni aiuto, se non avesse smozzicato qualche sillaba per indicare bisogni e desideri. Il piano è scattato alle otto del mattino. Niente mangiare, niente bere, niente giocattoli, pipì o altri bisogni. E totale indifferenza da parte nostra, anche se puoi immaginare il mio tormento interiore. Coinvolsi tutta la famiglia. Buttai fuori di casa mio marito e le due figlie femmine perché nessuno potesse frenare quella mia missione. Anche gli inquilini del palazzo sapevano di questo tentativo. Qualcuno intervenne e chiese a mio marito: ma che cosa sta succedendo? Che volete, mia moglie si è messa in testa di far parlare Fulvio. E poi dall'esterno i vicini di casa gridavano: Lucia, resisti. Un casino. Il ragazzo piangeva, si disperava, si faceva la pipì addosso, ma io ero fermissima: bisognava snidare quel figlio di buttana. Fulvio era sicuro di piegarmi. Io gli ho opposto una intransigenza totale. Alle quattro del pomeriggio avvenne il prodigio. Sentii un suono che ho ancora nelle orecchie: Idia. Mescolando mamma e Lucia, Fulvio mi chiamava. Idia: fu la mia vittoria. Poi venne la volta delle sorelle: Alla per Palmira, Ella per Pinella. E il papà divenne Apua. Un trionfo. Non avessi agito in quel modo brutale, Fulvio oggi sarebbe muto e non avrebbe potuto sviluppare la straordinaria intelligenza che in lui si è rivelata.» Cosa puoi dire a una donna di questa tempra? Onore al merito. Ti inchini e le daresti anche una medaglia. Sono certissimo che Fulvio, a trentanove anni, abbia scolpito in mente il valore della mamma e il ruolo drammaticamente decisivo che lei ha avuto nel recupero della sua vita, nella sua scienza, nel suo modo di essere uomo, anche nel senso della sessualità che in lui, per un mirabile e sconvolgente paradosso, è presente in modo vivace, anzi prepotente. Non so cosa sarebbe stato, Fulvio, nessuno può dirlo: so che oggi è un uomo importante sulle frontiere del nuovo mondo dove sta per nascere l'energia alternativa del undicesimo secolo. Pulita, economica, infinita. Cosa puoi dire a una mamma che, dopo averti illustrato la sua prima, grande vittoria, mette in tavola piatti di una colorita sicilianità senza tramonto, che rievocano i profumi della mia fanciullezza? Tra un piatto e l'altro, la rivelazione: «Lo sai, da ragazza cantavo da soprano. Il dvd sulla carriera di Fulvio si apre con la mia voce. Canto l'Ave Maria di Schubert. Ma, capirai, mio figlio si è preso tutto della mia vita, anche il sogno di cantare. Non ho alcun rimpianto, lo giuro. Come ti ho già detto, oggi vedo Fulvio come una grazia di Dio». Guerra e pace, come vedete, anche nei rapporti con il Cielo, insulti e ringraziamenti, rabbia e devozione. Sono, ai miei occhi, gli estremi di quella virtù eterea che si chiama fede. Lucia ne è satura. Mi trasferisco con Fulvio nella sua stanza di lavoro casalinga (l'altra è all'Università di Catania). Anche qui quadri con la sua firma, diplomi, riconoscimenti e foto, tante foto, scattate in ogni parte del mondo, con personaggi che vanno dal Papa a Ciampi, da scienziati di ogni continente a compagni di scuola. Il primo incontro con Giovanni Paolo secondo avvenne nel 1986, dopo la maturità scientifica. C'è una foto in cui il Papa si rivolge a Fulvio. «Sai cosa mi sta dicendo? Ti aspetto dopo la laurea.» Il seguito è coerente. Laurea nel 1990, udienza in Vaticano, il Papa si china sulla sedia a rotelle e abbraccia quel ragazzo che affronta già gli enigmi della scienza del futuro. Ormai, come si suol dire, mi sono acclimatato in casa Frisone. Ciò non toglie che quelle due foto, una accanto all'altra, con un Papa ancora lontano dalle sue sofferenze, coinvolto in una storia di umanità e di scienza, dolorosa e fantastica, provocano in me una forte emozione. Stacco gli occhi da quelle immagini, guardo Fulvio e sento che il feeling e già diventato affetto. Cerca di spiegare, gli dico, a un normale cittadino del mondo cos'è questa fusione fredda. E lui si cimenta piano piano, con gli sforzi verbali e le contorsioni del suo stato, in una descrizione elementare, didascalica di reazioni nucleari nei solidi con l'uso di energie molto più basse di quelle ritenute necessarie. È stata sviluppata una teoria secondo la quale si evita di adoperare la forza bruta per portare i nuclei a distanza di interazione. E qui Fulvio ricorre a uno schizzo. Picchi altissimi da cancellare e al loro posto una striscia quasi piatta: la continuità. È come domare una belva - azzardo - e trovarsi davanti a un gruppo infinito di animali domestici. Sto esponendo in modo rozzo e forse blasfemo il concetto. Ma Fulvio non si mostra scandalizzato: «Questa teoria fu sviluppata originariamente a Milano dal professor Giuliano Preparata. Serve a capire qual è l'ambiente nuclearmente attivo nel quale certe reazioni a bassa energia possono svilupparsi. Oggi le domande sono queste. Ci troviamo dinanzi a un fenomeno ripetibile? Possiamo arrivare a uno standard di continuità? Io sono in possesso di elementi per dare una risposta affermativa. Ripetibilità conclamata». L'immagine finale è quella di un sogno che plana in Italia e diventa realtà. Siamo vicini a un progetto italiano per la fusione fredda, con Fulvio Frisone alla guida di uno staff internazionale. Il dossier è in mano al ministero delle Attività produttive. Ma c'è anche una faccia diversa del sogno: un volo di Frisone in America dove lo accoglierebbero a braccia aperte. E lui cosa dice? «Non c'è tanto tempo per riflettere, non c'è spazio per i riti della burocrazia. Io sono italiano e vorrei esserlo sino in fondo.» E poi si lancia in una visione della vita che sembrerebbe pura filosofia, ma è scientificamente reale: «Vi chiedete quale sarà il mondo dei vostri figli o dei vostri nipoti se non si trova un'energia pulita? Un mondo dove non si respira, dove i tumori alla gola e ai polmoni si moltiplicheranno e le piaghe della povertà diventeranno ancora più gravi, addirittura terrificanti. Bisogna uscire da questo incubo». Queste e altre argomentazioni Fulvio ha portato su tavoli ufficiali. Il ministero ha spedito a Catania una commissione chiamata a valutare il progetto dal punto di vista scientifico ed economico. Sono stato ammesso all'incontro. Rivolto al professor Valerio Tarabusi dell'Università di Bologna, Frisone ha detto: «L'idea me la diedero gli americani nel 1989. Da quel giorno lavoro per sviluppare una teoria di energia alternativa. Altri si sono cimentati. Io oggi sento di esserci arrivato. Non ho fatto miracoli, ho seguito un filo coerente». «Solo teoria?» osserva il fisico bolognese. «No, anche pratica. Se partiamo, entro sei mesi arriveremo al traguardo. Si potrebbe cominciare con la produzione di cellette per energia domestica: termica ed elettrica. Siamo dinanzi a una potenzialità energetica impressionante. Ha presente il sole? Non è radioattivo, non è pericoloso, è pulito.» Annoto e riferisco, suggestionato dalla razionalità per me quasi magica di un uomo ferocemente colpito dalla natura, ma dotato di una mente grande e illuminata. Lo vedo navigare sereno e sicuro nell'immensità della sua visione futura, che molto probabilmente non apparterrà alla mia vita. Signora Lucia, avevi finito di farmi la cronaca della prima battaglia vinta contro Fulvio: quella della parola. E poi? «Quando mio figlio aveva un anno e mezzo, decidemmo di lasciare Carbonia e di trasferirci a Siracusa, la mia città, dove c'era un Centro Spastici, indispensabile per le cure del mio bambino. Fulvio superò brillantemente le scuole elementari e poi, quando fu l'ora di iscriverlo alle medie, trovai una barriera. Cinque istituti me lo rifiutarono, cinque. Io facevo la richiesta. Nessun problema, signora, ce lo porti. Poi quando gli esponevo lo stato del ragazzo, ecco un sacco di scuse puerili, mortificanti, direi anche incivili. Un preside mi chiese: «Lei dove abita signora?». «In viale Zecchino numero 13.» «La strada sarebbe in regola, ma noi accettiamo solo i numeri pari.» Mi rivolsi a un istituto privato: le Orsoline. Solita storia: venga signora. Poi quando seppero di Fulvio, non mi fecero neanche entrare. Ero disperata, vuota di energie, per la prima volta sentii che non potevo farcela, che stavo conducendo una battaglia molto più grande di me, più grande di questo mondaccio sbagliato e ingiusto, una battaglia impossibile per un bene primario: dare a mio figlio tetraplegico-spastico-distonico il diritto a una vita normale, alla migliore vita possibile.» Nel rievocare quei giorni delle porte sbattute in faccia a lei, alla civiltà, alla carità, alla giustizia, Lucia si commuove. E mi sembra che la sua straordinaria carica espressiva da «teatro della vita» scivoli via in un senso di dolore mai sopito. Per quanta forza abbia addosso questa donna, è impossibile nasconderlo, quel dolore, perché è entrato nel circolo sanguigno di una durissima verità quotidiana. Ma pur nell'abitudine al dolore, i lontani giorni del diniego, della discriminazione figurano nella storia di Fulvio e della sua mamma come un barbaro monumento, come un lager della coscienza civile. «Ero proprio kappaò» ricorda Lucia «e fui sul punto di commettere la più grande minchiata della mia vita.» Sento che la crisi è passata e la commozione sta cedendo il passo ai sapori aspri e coloriti del racconto: «Conosci la Scala Greca di Siracusa? Ti ricordi dello strapiombo che si apre da quella rocca? Io presi la mia 500 e decisi: mi butto da lassù, ho perso la mia battaglia, la faccio finita». E qui nella rievocazione dell'episodio estremo entra quel tocco di trascendente che fa parte della vita di Lucia, anzi entra nella cronaca come un fatto vero, accertato, inconfutabile. «Ero sulle soglie del burrone con la mia macchina e venni richiamata da un suono, un'eco presente nella mia memoria: Idia. Le prime sillabe uscite dalla bocca di mio figlio quando aveva quattro anni. Lui mi chiamava, lui aveva bisogno di me. Io faccio marcia indietro, torno a casa e all'indomani come per un prodigio il panorama cambia. Grazie all'interessamento di una mia vecchia insegnante, Carmela Pace, Fulvio viene ammesso alla Scuola media Nino Martoglio di Siracusa. E inventano, per lui una bravissima insegnante di sostegno, Rita Figliolei, figlia di Piero, famoso avvocato siracusano. E gli anni delle medie volano felicemente, Fulvio può iscriversi al Liceo scientifico Corbino e Rita lo segue sino a quando i nuovi professori le dicono con orgoglio: signora, vorremmo occuparcene noi. E lui è al centro dell'interesse, comincia anche a dipingere, fa le prime mostre, vende tanti quadri nell'àmbito scolastico e diventa l'idolo dell'istituto. Pensa un po' all'enorme minchiata che stavo facendo buttandomi dalla Scala Greca ...» Adesso il racconto si anima, scorre rapido, come rapida è la rivelazione di un ragazzo che doveva morire appena nato e invece, con la sua sedia a rotelle, corre più veloce del futuro. Lucia dà il meglio di sé nel ricordare quei giorni cruciali: «Dopo il primo anno di liceo, Fulvio è chiamato a scegliere l'indirizzo dei suoi studi. Il primo istinto porta verso la medicina. Ma te lo immagini un medico che non ha l'uso delle mani? Ha fortissime attitudini matematiche e va per quella strada. Ma io non ho tempo per rilassarmi, le battaglie non finiscono mai, ho un figlio troppo impegnativo. La matematica che gli insegnano a scuola non lo soddisfa, lui dice di perdere tempo con cose che, chissà come, già intuisce o addirittura conosce. Mi indicano un docente di grande valore, il professor Francesco Comei. E io busso alla sua porta. Solita storia: venga signora, mi porti suo figlio. Quando vide Fulvio ci cascau 'na balata 'na vuccalamma. Capisci il siciliano, spero: gli è caduta una balata, un masso, qui, nella bocca dell'anima». In un altro contesto si direbbe che quel professore ha ricevuto un pugno nello stomaco. L'espressione integrale mi sembra non solo intraducibile, ma anche preziosa. Per quel che mi ricordo di quelle espressioni siciliane, l'anima ha una sua bocca nella parte alta dello stomaco, dove indica Lucia. È là che il matematico professor Comei è stato colpito dalla «balata» alla vista di Fulvio. Gradevole intermezzo: ho recuperato in pieno la mia straordinaria attrice da «teatro della vita». E le restituisco la parola: «Quella volta non mi arresi. Mi rivolsi al professore guardandolo fisso negli occhi e gli dissi: «Io le lascio Fulvio, lei lo provi, se non va bene me lo ridarà indietro». Sai com'è finita? Dopo qualche settimana, incontro il professore e lui mi dice: «Suo figlio ha una mente scientifica». Ah, quante ne ho viste, caro amico mio. Fulvio prende la maturità scientifica e già lavora autonomamente ai suoi progetti. Si iscrive all'Università di Catania, in Fisica. La famiglia si divide: lui e il papà a Catania, una parte della famiglia a Siracusa, io pendolare. Dopo la laurea, tutti a Catania: per lui, scopo massimo della nostra vita. Questa casa di Acicatena è il nostro approdo finale. Fulvio è felice, hai visto il suo studio, hai visto quanti riconoscimenti, hai visto che panorama?». Ho visto, ho ascoltato, ho raccolto. Ora mi sento ubriaco. Chiedo una tregua. Ma Lucia mette le mani avanti: «Non penserai di evitarti una parte importantissima della nostra storia, di cui vado fiera?». Quale sarebbe, Lucia? «Quella del sesso: Fulvio fa all'amore tre volte alla settimana, regolarmente.» E la regista, naturalmente, è lei. Godo di una pausa. Ha finito di piovere, si riaffaccia il sole e viene voglia di aprire il balcone, anche se l'aria è sin troppo fresca. S'intravede la rocca di Taormina sulla sinistra, mentre proprio davanti a noi ci sono i faraglioni di Acitrezza, con a fianco l'isola Lachea. Penso alle mie lunghe nuotate giovanili in questo mare, quando non imperversavano i motoscafi e i famigerati acquascooter sui quali l'uomo ha trasferito la sua nevrosi quotidiana di cui non riesce più a fare a meno. Smettemmo di compiere la traversata a nuoto sino all'isola Lachea quando avvenne la tragedia: un mio amico, preside di liceo, venne falciato da un grande motoscafo. L'elica lo tagliò a fette. Si chiamava Arturo Mannino. In quella tragica giornata si spense per noi nuotatori di Acitrezza il bene della libertà. Quel mare non era più lo stesso. Ma, ora che lo rivedo, mi sembra ancora una meraviglia. Ad allontanarmi dai sogni, ecco sulla destra i fumi delle raffinerie che hanno devastato la costa da Augusta a Siracusa. «Dalle latomie alle ciminiere» proclamavano i fautori dell'ingannevole industrializzazione, appoggiata dalla solita politica arraffona. E da quella retorica di falso progresso, noi siciliani sprovveduti, avidi di benessere e di novità dopo la guerra, finimmo con l'essere colonizzati, ancora una volta. Le raffinerie distrussero un vasto territorio e contribuirono a spopolare le campagne. Ci restano spettrali monumenti: nel Siracusano, a Gela, a Milazzo, fette di Sicilia perduta. Ma la sosta è finita. Irrompe Lucia a parlare di sesso, perché sempre in Sicilia siamo e Fulvio, scienziato insigne, ha il sangue bollente di un siculo. Racconta, Lucia, racconta ... «Tutto cominciò quando mio figlio aveva sedici anni. Stava facendo la pipì con il pappagallo a letto. Nella stanza c'era il televisore acceso. Un uomo e una donna si baciavano. Mi accorsi che Fulvio ansimava. Lo guardai in faccia e capii che cosa gli stava frullando addosso. Era diventato un uomo e reclamava i suoi diritti. Un altro grosso problema per me. I casi erano due: o chiudere gli occhi e sbarrare la strada alle esigenze naturali di quel ragazzo, dandogli una nuova sofferenza, oppure provvedere. Ma come? Scelsi naturalmente la seconda strada.Ve la immaginate una mamma come me alla ricerca di qualche donna disposta ad andare con suo figlio tetraplegico? Chiamai un mio amico commissario di polizia a Siracusa. Lui mi diede degli indirizzi. Mi presentai, prospettai la situazione. Nulla da fare. Trovai un giro di ragazze, ma non c'era spazio neanche per una trattativa. Anche la semplice idea di incontrare Fulvio veniva respinta. Provai a Catania. Neanche a parlarne. Quando ero al culmine della disperazione, saltò fuori un indirizzo segreto. Si riferiva al capo dei capi di tutti i protettori di un giro di prostitute. Sudavo freddo al pensiero di incontrare un losco personaggio del genere, ma naturalmente ci andai. Era un uomo pieno di tatuaggi, con una grossa catena d'oro al collo dalla quale pendeva un crocifisso. Gli dissi che ero con le spalle al muro, che non potevo far impazzire mio figlio. Lui mi guardò in faccia, cinicamente: «Se la donna non vuole, nulla da fare». E stava congedandomi. Io ero seduta dall'altra parte del tavolo. Dopo pochi secondi di silenzio, venni colta da un raptus: mi sporsi e lo presi per il collo, scuotendolo con tutte le mie forze. «Tu non mi puoi cacciare, tu devi provvedere.» Avevo gli occhi fuori dalle orbite. Lui rimase scosso dalla mia disperata reazione. Quasi commosso. Cambiò subito tono: «Mamma, non fare così, calmati, aggiusteremo tutto: porta qui il tuo picciriddu». Non credevo ai miei occhi: una metamorfosi totale. Avvenne il primo incontro e la situazione si sbloccò totalmente, grazie al Cielo. Senza sesso, Fulvio avrebbe prima perso la ragione e poi sarebbe morto. Ne sono certissima.» Sulla frontiera estrema lungo la quale si batte la signora Lucia non c'è spazio per alcun pudore, né per considerazioni sulla donna che, per necessità, si presta a diventare quasi una terapia. La guerra è guerra. E di questa svolta di libero sesso programmato e retribuito Lucia Frisone mi regala un disegno idilliaco, sereno, quasi familiare: «Oggi Fulvio dispone di un giro di venti ragazze, italiane o straniere. Fissano i turni tra loro con il telefonino. Tre per ogni settimana. Arrivano qui in casa, puntuali e sorridenti. Io le bacio. Loro mi chiamano mamma. Le vedo andar via contente. Per me ormai è come se fossero figlie. Quasi tutto lo stipendio di Fulvio finisce in questo crogiuolo. Ma sono soldi bene spesi, non c'era altra via, non potevo farlo morire. Se hai piacere di conoscere una di queste ragazze, fermati sino a domani sera. Per me, ripeto, sono come figlie ...». Lancio uno sguardo severo a Lucia molto più eloquente di una risposta. Nel suo studio Fulvio sta lavorando, ma non è un momento importante: preferisce stare con me e insiste sulla promessa di un mio ritorno. L'indomani mattina salgo con lui sul furgone attrezzato e attraversiamo Catania sino alla Città Universitaria che si trova al di là della circonvallazione in una zona lievemente collinare e panoramica. È uno splendido complesso. La facoltà di Fisica, situata in un edificio moderno e imponente, è un vanto per l'Italia. Fulvio è conosciuto da tutti sia per le strade, sia nel complesso universitario. Il suo studio è una stanza spaziosa e ordinatissima che la mamma, naturalmente, ha provveduto ad arredare. Grande protagonista il computer: la cassaforte del tesoro. Restiamo soli, Fulvio e io. Mentre lui lavora, fingo di leggere un giornale, ma in realtà m'accorgo di lavorare con lui e soprattutto di soffrire con lui. Sono immerso in ogni suo gesto. Il casco di metallo con quell'asticella davanti è sicuramente un mediatore prodigioso tra Fulvio e il suo strumento elettronico di studio e di ricerca, ma io umanamente lo vedo come un crudele aggeggio di tortura. Fulvio si abbassa sulla tastiera, si contorce per raggiungere i tasti con l'asticella e li comanda ansimando in uno sforzo commovente. Sembra stremato, ma non si ferma. E l'idea che, torcendo il collo a destra e sinistra, gemendo di sofferenza, possa pilotare il computer verso nuove formule di scienza è un fatto al di sopra della realtà e della capacità intellettiva di noi poveri «normali». Come tutta la sua vita, dal momento in cui si affacciò al mondo con un piedino e i medici dissero al prete di battezzarlo perché stava morendo. Ottavo - Rita Hayworth Walter Veltroni, vecchio amico e sindaco di Roma, ascolta i miei affascinanti racconti di viaggio nel mondo della cosiddetta disabilità, sorride al mio nuovo innamoramento, che convive con quello del carcere, e poi mi indica un percorso romano: «Devi assolutamente incontrare Ileana». Ileana chi? «È la nostra consigliera delegata all'handicap. Ha tutto in mano lei. Vedrai che donna straordinaria. Segnati il nome: Ileana Argentin.» Passa un po' di tempo e io, sbarcando a Roma, compongo il numero telefonico: bersaglio centrato al primo colpo. Risponde lei. Mi presento, espongo le ragioni della chiamata, ma la signora Argentin taglia corto: «La conosco, so qualcosa del suo progetto. Quando ci vediamo? Come prima cosa potrei raccontarle la mia storia ...». La sua storia? Perché, anche lei è ... Oddio, in questi casi è sempre difficile trovare le parole. «Sì, ha capito bene, non abbia timori di esprimersi: sono una disabile, anche abbastanza grave, e, se le interessa, sono felicissima di essere al mondo.» Così, con questo piccolo choc emotivo, realizzo la realtà: una signora di quarantadue anni, affetta da amiotrofia spinale, ha in mano la gestione di tutti i problemi - politici, economici, sociali, medici - connessi alla disabilità nell'area della capitale. «Ileana,» propongo «le do il numero del mio cellulare: mi comunichi quando è disponibile per un appuntamento.» Altra risposta secca: «Intanto non posso scrivere il suo numero, perché non ho l'uso delle mani. Abbia pazienza, arriva qualcuno in aiuto ... E poi, se lei ha tempo, venga oggi stesso. La nostra sede è in viale Manzoni 16, nei pressi di via Merulana». Viaggio in taxi nel tardo pomeriggio, chiacchierando con l'autista sui ricordi di via Merulana. Il nome di questa strada evoca qualcosa. Prima penso al famoso gruppo di fisici nucleari che concepirono la fissione atomica. Ma quella era via Panisperna. Poi, ecco la chiave: Carlo Emilio Gadda, il suo famoso Pasticciaccio brutto de via Merulana. Il taxista collabora a questa ricerca in modo così incisivo da farmi sospettare che sia uno di quei laureati delusi che si inventano un mestiere. Vorrei chiederglielo, ma siamo già arrivati. L'insegna ci aiuta: «Comune di Roma - Consigliere delegato handicap». Siamo fuori orario, alcuni impiegati escono, la maggior parte degli uffici sono vuoti, ma la signora è ancora occupata con gli ultimi due appuntamenti della giornata. Mi guardo intorno, aspetto, osservo con curiosità l'ambiente molto dignitoso. Poi, a un tratto, irrompe nella sala d'attesa l'ospite meno prevedibile: un delizioso cagnolino, cucciolo di golden retriever, allegro come un bambino. Viene a offrirmi generose leccate, si prende una bella dose di carezze, si beffa dei rimproveri di un uomo che lo segue, deve essere di casa e lo insegue con finta severità paterna. «Ha due mesi,» si scusa «non è ancora educato, si chiama Rocco.» E Rocco alza una zampa, deposita una chiazzetta di pipì e poi s'addormenta. Scoprirò più tardi che Ileana Argentin mi ha mandato in avanscoperta i due personaggi che le hanno cambiato la vita: Sandro, il suo amatissimo uomo, e Rocco, il suo adorato cagnolino. «Pensa un po',» mi dirà «io con i cani avevo un pessimo rapporto, anche per via del mio stato. Rocco mi ha proprio stregata. Provo con lui una gioia infinita.» Nessun problema, signora: conosco questa patologia ... Ma chiudiamo qui la parentesi canina. Arriva il mio turno. La signora mi riceve, è dietro la scrivania. O meglio, c'è soltanto un volto d'attrice che ricorda vagamente quello di Rita Hayworth, mito degli anni Cinquanta. Una cornice di capelli color rame, occhi luminosi, labbra spesse e ben disegnate, trucco vistoso, unghie lunghissime e laccate di rosso che mi ricordano quelle di Florence Griffith, la velocista americana non più in vita che nel 1988 realizzò due inavvicinabili record mondiali nei 100 e 200 metri. «Rita Hayworth hai detto? Ma guarda un po' che coincidenza: anche mia madre una volta ha fatto questo nome. Forse immaginavi di trovare una derelitta solo perché sono disabile e mi occupo di disabili? E no, caro mio: amo la bellezza, sono una cultrice della bellezza, cerco la bellezza nella vita.» Per la verità io non immaginavo nulla di sgradevole, ma non faccio obiezioni. Guardo con grande curiosità quel volto d'attrice sospeso su un corpo di cui si intuisce l'inesistenza formale. Emergono due sottili appendici: «Queste» precisa Ileana «una volta erano le mie braccia. E per parecchi anni hanno funzionato. Poi si sono allineate al resto del corpo. La mia malattia avanza, la funzionalità regredisce. L'amiotrofia spinale è una forma grave di distrofia. Spero adesso di essere lasciata in pace. Tutti sanissimi nella mia famiglia, abbiamo fatto anche una ricerca. Mio padre Giorgio era architetto, mia madre Anna Maria faceva la pianista, sino a quando sono nata io e lei ha dovuto dedicarsi a me completamente. Ho una sorella che si chiama Patrizia: integra. Io mi porto dietro un mistero che non ha agganci genetici». E qui, quando il dramma mostra le sue venature, arriva il guizzo sdrammatizzante: «In ogni caso, due braccia le ho. Sono questi due ragazzi che mi stanno a fianco». Eh già, il volto sospeso d'attrice è scortato da Delia e Alessandro, due studenti universitari che rappresentano ai miei occhi il più illuminante spot al volontariato. Belli, generosi, educati, felici di prestare alla signora Argentin tutto ciò di cui ha bisogno. Sono un tramite fisico per l'uso del computer, per consultare le pratiche, la raccolta degli appunti, per il desiderio di fumare una sigaretta. Ileana la chiede, Delia gliela mette in bocca, l'accende, fa un viavai tra le labbra della signora e il portacenere, poi raccoglie l'ultimo brandello. Desiderio estinto. Schema collaudato per ogni necessità. Alessandro studia Scienze della formazione. Delia Scienze infermieristiche. Non esagero: incantevoli. E qui le allegre battute iniziali si distendono in un racconto: «Sono nata in una famiglia agiata. Ma sai qual è stata la vera ricchezza? Il cuore dei miei genitori. A diciotto mesi si sono accorti che avevo un piede storto e lo appoggiavo male. Solite cure, mi fecero calzare scarpe ortopediche, andavo al Bambin Gesù per i controlli. Fino a sette anni venni curata come affetta da una forma di poliomielite. Poi la rivelazione: amiotrofia spinale, degenerazione progressiva, a ventiquattro anni persi l'uso delle mani. Ma, credimi, ho acquistato presto una filosofia di vita volta al positivo: ogni giorno è una conquista. Sole, pioggia, vento, buone e cattive notizie: l'importante è esserci». Dentro la testa d'attrice, sospesa su una vaga idea di corpo, si è sviluppato un grande cervello. Ileana mi ripropone una contrapposizione che ben conosco. Non so se è la natura a pagare un debito, oppure se, per un magico automatismo, si crea una poderosa forza mentale nelle persone che vivono il disagio fisico. Grandi intelligenze, misteriose forme di sensibilità in corpi indecifrabili o immersi nel buio della cecità. Il racconto riprende: «Sono stata una studentessa modello. Medie, liceo: tutta una volata. All'università ho scelto Scienze Politiche: laurea in due anni e mezzo. Voto 105. Poi cominciai a lavorare all'Ansa, nell'archivio dell'agenzia giornalistica nazionale, e per gioco mi iscrissi a Giurisprudenza. Seconda laurea, voto 110. Entrai all'Uildm, l'associazione che raccoglie i distrofici, e là cominciai a scoprire la mia vocazione. Aiutavo gli altri nelle pratiche legali, nella richiesta di certificati, di pensioni, di indennizzi, di accompagnatori. In pratica divenni, quando ancora stavo studiando Giurisprudenza, la responsabile legale. Da lì alla presidenza, un bel salto: ho tenuto la carica per due mandati, sei anni. Ormai nel mondo dell'associazionismo tutti mi conoscevano. Da questa spinta nacque la candidatura alle elezioni comunali del 97, nelle liste Ds. Eletta e rieletta, addirittura tra i primi sei. Rutelli mi nominò delegata all'handicap. Poi venne Veltroni e andò oltre: la mia delega attuale si estende a tutti gli assessorati coinvolti nei nostri problemi: dai Lavori pubblici, alla Sanità, all'Assistenza sociale. Per i casi specifici, vado anche in giunta ...». E io, in realtà la vedo come un'assessora a pieno titolo, sin dal primo momento, con il senso pratico, la comunicativa e lo spirito della sua città, doti che ogni assessore dovrebbe avere. «Sai cosa mi disse Walter Veltroni quando mi affidò l'incarico? - Ti do questa responsabilità perché sei una professionista del settore. - Nessun accenno alla mia disabilità: questo è basilare. Walter mi ha ricordato le parole di mia madre: - Non pensare di essere trattata diversamente da tua sorella perché sei su una sedia a rotelle -. Parole esemplari di una nuova cultura. Noi abbiamo il diritto di giocare da pari a pari: sempre. Una sola cosa chiediamo: metteteci in condizioni di farlo. La mia giornata di lavoro dura almeno dodici ore. Ricevo il pubblico due giorni la settimana, il resto è attività amministrativa: progetti, pratiche, sedute di consiglio, ricerca di finanziamenti, soluzione di casi particolari. Tu che hai lavorato in carcere e hai scritto un libro su San Vittore sai bene quali sono le angosce del carcere povero, quello dei detenuti che non hanno i soldi per un francobollo. Pensa adesso all'handicap povero, a chi non ha un attrezzo, a chi non ha una mamma come la mia. Di questo e altro noi dobbiamo occuparci. Veltroni ha triplicato la cifra in bilancio per i disabili. Nell'area romana ce n'è uno ogni quaranta cittadini: siamo un popolo. Circa l'attività del mio ufficio, ti do tre dati: facciamo assistenza domiciliare per 3626 persone, ci occupiamo di 39 case-famiglia, provvediamo al trasporto di 3500 disabili ogni giorno. Sono stata chiamata a far parte anche delle commissioni Lavori pubblici e Bilancio, dove si decidono aspetti importanti della nostra vita.» E qui, nel pieno fervore del racconto, leggo nella mia Rita Hayworth un senso di orgoglio venato di romanità: «Abbiamo fatto grandi passi avanti, ma l'assistenza non è tutto: deve progredire la cultura, anche nelle scuole, persino all'università. Quando dovevo dare un esame, notavo spesso l'imbarazzo di certi docenti. Qualcuno sfuggiva e mi affidava all'assistente, qualche altro s'inchinava a compatire il mio disagio e, magari, a tradurlo in una forma di buonismo che diventava offensivo. Ricordo che a uno di questi professori replicai in maniera secca: - Lei mi deve fare una domanda. Io sono uno studente come gli altri, non uno studente handicappato -. Ma se ci voltiamo indietro, possiamo misurare i metri, i chilometri del progresso. Tanti davvero». Riecco davanti a me la donna «felice di stare al mondo» che raccoglie il meglio della vita, anche se deve fare ancora una volta un gesto a Delia, suo braccio sinistro, per accendere la quarta o quinta sigaretta della serata. E io le propino un severo rimprovero: «Rita Hayworth, stai attenta, ti vengono le rughe ...». La cura del volto, dei capelli e delle inutili mani sono in Ileana lo specchio di una donna che ha grande capacità di amare e di tuffarsi nell'amore. Ho sempre un certo imbarazzo a proporre un tema così intimo a una persona nel suo stato. Lei procede a valanga. «Dai diciotto ai ventotto anni sono stata con un giovane alto, bello, moro, sanissimo che chiamerò Matteo per non metterlo in imbarazzo. Poi, quando ci siamo lasciati, è subentrato un avvocato: diamogli il nome di Giulio. Eravamo insieme da due anni, quando è arrivata la svolta del destino. Cercavo un uomo da impiegare nel nostro ufficio per assistenze comunali. - Potrei provare con mio fratello - suggerì un impiegato che mi stava vicino. E io gli dissi di presentarmelo. Avevo visto settantaquattro candidati: nessuno mi convinceva. Poi arrivò lui e nella mia vita si accese di colpo una grande luce. Aveva trentasei anni come me. In quel momento capii che il colpo di fulmine esiste. In quel caso, lo provammo in due, con sintonia perfetta: io e lui. C'era un solo problema: dovevo lasciare il fidanzato in carica, povero Giulio. Il mio amore si chiama Sandro, siamo uniti da cinque anni e ho una gran voglia di fartelo conoscere.» Non c'era bisogno di dirlo, cara Ileana: me n'ero accorto. Ed ecco entrare sorridente nell'ufficio della Signora Consigliera un personaggio che già conosco. Bruno, pelle olivastra, occhi nerissimi, paciosa simpatia naturale: è l'uomo del cagnolino nella sala d'aspetto, quello che si era prodigato a ripulire il pavimento dalla chiazzetta di pipì che quel cucciolo aveva depositato. E io l'affronto subito: «Dove hai lasciato Rocco?». Lui mi rassicura: «È di là, sta ancora dormendo». E qui, nella centrale romana dei disabili, si canta all'improvviso una storia d'amore, a due voci. Lui: «Mi innamorai di Ileana appena la vidi. Un amore pieno, senza dubbi, senza spiragli». Lei: «Ebbi subito una certezza: è arrivato l'uomo della mia vita». Lui: «Io avevo un'officina. Mi occupavo anche di macchine da corsa. Lasciai tutto e venni a lavorare qui, accanto a Ileana». Lei: «Dopo quattro giorni eravamo insieme. Gli chiesi tre cose: 1. Farmi trovare una scritta sui muri della nostra casa di via Cortina d'Ampezzo, donatami dal papà; 2. Borghesizzarsi per festeggiare san Valentino; 3. Istituire il complemese. Un giorno speciale, tutto nostro, per ogni mese vissuto insieme». Lui: «Sai com'è finita? Il complemese è diventato complesettimana. Una rosa per Ileana non manca mai». Lei: «Ho dovuto vincere la gelosia di mio padre. Parlava con Sandro, lo ammoniva, gli poneva delle condizioni. Il suo è stato sempre un affetto possessivo». Lui: «Avevo vissuto diciassette anni con un'altra donna. Ileana mi ha restituito alla passione focosa della gioventù». Lei: «Raccontagli del nostro primo viaggio insieme, a San Gimignano». Lui: «Avevo prenotato una stanza matrimoniale, precisando che c'era bisogno dei servizi per una disabile. Mi fecero trovare due letti separati. E quando mi ribellai, il direttore dell'albergo si difese: - Sa, con una disabile ...- -. Per poco non gli ho spaccato la faccia». L'indomani della mia visita ricorre il compleanno di Ileana. «Sai cosa mi hanno regalato Delia e Alessandro? Un robot da cucina.» E io resto immerso nel dubbio: cosa farà mai un robot da cucina? Lava i piatti? Lucida il pavimento? Prepara il caffè? Rocco si è svegliato e riprende le sue scorribande: una leccata, due carezze. Poi tutti insieme - compreso il cucciolo felice e i due ragazzi - salgono su un furgoncino e mi salutano a larghi gesti. E io mando baci alla mia Rita Hayworth in carrozzina e alla sua bella famiglia allargata. Dalla portineria, l'immancabile tifoso dell'Inter mi ha chiamato un taxi: «Ancona 24, dottò, sei minuti, ma arriva prima». Nono - L'africano «Ci sarebbe da raccontare la storia di Cesare, il professore. Ma lui è in Kenya e chissà quando torna...» Sono all'Istituto dei Ciechi di Milano. Lo conoscevo solo per fama e per prestigio, ma non potevo mai immaginare di metter piede in una sorta di Louvre nel cuore della metropoli. Il palazzo è sontuoso, in puro stile fine Ottocento. Davanti a me c'è Rodolfo Masto, l'uomo che sta sul ponte di comando, uno dei milanesi che contano e danno peso sociale e politico all'ente che rappresentano. Un visitatore sprovveduto come me, abbagliato da questi ambienti, potrebbe immaginare il gesto di un grande benefattore, magari di un principe, che ha regalato ai ciechi il suo palazzo avito. Ma si troverebbe nettamente fuori strada: «Questo patrimonio architettonico» racconta Masto «è stato concepito e costruito come Istituto dei Ciechi. L'istituzione risale al 1840 e fuori Hartig, rappresentante del governo austriaco a Milano a spingere Michele Barozzi a fare questo passo. La prestigiosa sede in cui ci troviamo è stata inaugurata nel 1892. Era così, come la vedi adesso, con queste splendide sale, questi corridoi, questi luoghi di studio e di lavoro, questi affreschi, questi quadri. Noi la facciamo vivere, epoca dopo epoca, nella piena attualità e vi abbiamo aggiunto, nel tempo, gli impianti tecnici che attraversano un secolo, dall'inizio del Novecento all'era del computer. Dalla carità alla scienza: questo può essere un ottimo slogan». Io ascolto e rifletto sul livello di civiltà della Milano dei bisnonni. E avverto la lezione sontuosa di un impegno sociale, bello e concreto, che arriva da lontano, mentre procedo, da un piano all'altro, nella visita di un palazzo così grande, luminoso, attrezzato, comodo, ben tenuto: tutto per i ciechi. Esiste ancora, mi chiedo, questa straordinaria Milano capace di dare un senso anche morale e sociale alla sua fabbrica di danée? O, come sostiene don Rigoldi, il suo cuore si è raffreddato? Rodolfo Masto è un ipovedente, capta le ombre e si muove con grande disinvoltura. Come tutti i milanesi che si rispettano, esibisce le sue origini migratorie: mamma di Lentini, centro agricolo tra Catania e Siracusa, padre di Reggio Calabria. Ma di questo Sud profondo lui non mostra tracce: è chiarissimo di occhi e di capelli, quasi albino. «Pur nella condizione di ipovedente, mi sono sempre sentito un uguale, nella vita e nel lavoro. I trent'anni di impegno professionale all'Agip mi hanno consentito di collaudare una chiave di rapporti con le pubbliche amministrazioni. Sono sposato, mia moglie ci vede benissimo, nell'ottantadue sono entrato nel consiglio di amministrazione dell'Istituto dei Ciechi, di cui adesso sono commissario dal 1994.» Confesso la mia ignoranza dinanzi al termine «tiflopedagogia», ma Masto mi incoraggia: cultura globale per i ciechi. «Sin da bambini, aiutarli a vivere nel miglior modo possibile, farli approdare alla tecnologia che oggi consente livelli di informazione impensabili sino a poco tempo fa. Noi svolgiamo assistenza diretta su duecentocinquanta ragazzi. In senso completo: famiglia, scuola, e organismi socio-assistenziali del territorio. E poi la nostra attività spazia al di là dei confini provinciali milanesi: Como, Varese, Lodi, Cremona per spingersi fino a Piacenza, Alessandria e Novara. Portiamo il nostro metodo in molte realtà italiane attraverso l'organizzazione di corsi di aggiornamento per docenti. E siamo orgogliosamente presenti in tutte le università milanesi, sia per seguire gli studenti ciechi, sia come docenti nei corsi di laurea in Scienze della formazione. C'è una scienza di cui prendere atto: l'educazione all'handicap. Oggi, grazie al Cielo, tanti tabù sono crollati, non tutti e non dovunque, ma i progressi sono enormi: un cieco non è un emarginato, o una disgrazia familiare da nascondere, bensì un cittadino a pieno titolo. Siamo quasi mezzo milione in Italia» precisa Masto. Nessuna meraviglia, dunque, che attorno al commissario dell'Istituto dei Ciechi ci sia uno staff di tipo aziendale: il direttore scientifico, Giancarlo Abba; il segretario generale Antonio Picheca; l'economo Marco Villa; il responsabile del settore informatico, Franco Lisi; la tiflologa, Paola Bonanomi, e altri collaboratori. Ma, incantato da questo ultracentenario Louvre milanese, nato per i ciechi, monumento di civiltà, ho perso l'aggancio iniziale. Cos'è questa storia del professor Cesare Casnedi, che merita di essere raccontata? Giancarlo Abba me la tratteggia. E io socchiudo gli occhi non per assaggiare la cecità e fare onore al palazzo in cui mi trovo, ma semplicemente per tradurre il racconto in una sequenza di immagini: una bella famiglia lombarda, un ragazzino felice, un residuato di guerra su un campo, un tragico gioco, un'esplosione, la cecità improvvisa, il riscatto, gli studi, la laurea, l'insegnamento e poi l'Africa come missione di vita: l'Africa povera, ammaliante e tragica, dove ciechi si diventa anche per mancanza di una banale pomata, dove gli occhiali sono un lusso, dove handicap e miseria insieme oscurano il mondo. E là Cesare Casnedi, cieco per un bieco agguato, scoria di quello schifo chiamato guerra, dirige la sua vita e quella della sua famiglia. Il suo handicap e la sua cultura in soccorso dell'handicap povero, accettato dalla gente come una delle tante tragiche fatalità dell'Africa. Sembra un film. Poi riapro gli occhi e da quel momento penso a Cesare Casnedi come a uno degli eroi di questo mio racconto. E dopo tre mesi, in un giorno di primavera, lui torna. E Giancarlo Abba, che è stato suo allievo e gli vuole un gran bene, mi telefona: «Gli ho parlato del tuo progetto, Cesare ti conosce, puoi telefonargli». Lo chiamo subito, salto i preliminari e scendo da un taxi in via Zurigo 65, alla periferia di Milano, dove fatico a trovare l'insegna del Mac, che sarebbe il Movimento Apostolico Ciechi, al quale è legato, operoso e dinamico, il settantenne Cesare Casnedi. E quando suono il primo campanello che capita, mi apre direttamente lui. Con la magia dei ciechi, mi riconosce subito. Come, non lo saprò mai. Ma ormai sono abituato a questi misteri. Accanto a Cesare, c'è una di quelle signore che fingono di essere gregarie, ma hanno l'arte di rendersi indispensabili. Si chiama Giulia, anima di questo avamposto africano, luogo modesto, senza la minima pretesa estetica, ma pieno di quella bellezza che viene dalla generosità semplice. La prima stanza è detta il «salone delle scatole». Vi si raccoglie la merce in partenza: vasetti di medicinali, di cui sono pieni gli scaffali, e montagne di occhiali restaurati. Casnedi ci scherza su: «Questa è la nostra boutique». Poi si fa serio: «È difficile, vivendo in Europa, rendersi conto di quanto importanti siano le piccole cose in un villaggio africano. Se capita un'infezione, qui te la curi con un collirio o una pomata: là non hai nulla, l'infezione si aggrava, lo stupido malanno peggiora sino alle estreme conseguenze. Se sapessi quanti ragazzi sono diventati ciechi per mancanza di uno di quei disinfettanti magari abbandonati negli armadietti di casa nostra. Tante volte gli aiuti ai Paesi poveri arrivano in modo generico e magari diventano inutili. Hanno mandato materiale elettrico in villaggi dove non c'è la luce. Bisogna avere un quadro chiaro delle necessità. E compiere delle azioni mirate e incisive». Ma come entra l'Africa, in modo così intenso, nella vita di un uomo nato e cresciuto in una famiglia della borghesia lombarda? Girando e chiacchierando, capisco subito che la mia curiosità si adagia su un formidabile raccontatore. L'unico problema che devo affrontare è quello di arginarlo. Breccia è un paese in provincia di Como. Nomi ebraici in una famiglia cristiana: il padre Giosuè aveva un'industria di casalinghi, la mamma Lelia ha preso il nome di una santa irlandese. Una sorella, Marialia, due fratelli professori, Raffaele e Giuseppe. Ma Cesare ama parlarmi anche di un Domenico, che aveva fatto il volontario in Africa, poi il partigiano in Jugoslavia e, catturato dai tedeschi, era finito nell'inferno di Mauthausen, il famigerato campo di sterminio nazista. «Ne è uscito miracolosamente vivo. Io l'ho incontrato a Breccia e non mi ha più abbandonato. È uno di famiglia, come Maria che ha novantacinque anni e ci ha visti nascere...» Il senso dell'adozione è connaturato in quest'uomo che, sviluppando il concetto, un bel giorno ha deciso di fare le cose in grande: ha adottato l'Africa. Ma la strada del racconto è ancora lunga... «Avevo nove anni e frequentavo la quinta elementare. Un normale pomeriggio di gioco in campagna, con un cuginetto. Lui vede un oggetto metallico. Lo raccoglie e tutti e due siamo curiosi di sapere cos'è. Io lo prendo in mano e quell'aggeggio esplode. Era una bomba a mano, dispersa, che mi aspettava per una svolta del destino. Venni ricoverato e rimasi per due mesi in ospedale. Un occhio andò subito perduto, ma il vero martirio veniva dalle schegge che mi avevano lacerato braccia e gambe. Me le dovevano estrarre un po' al giorno ed erano dolori terribili. Quando stava per arrivare l'infermiere e io sentivo il rumore del carrello, ero terrorizzato. Cieco da un occhio, acquistai via via coraggio, perché l'altro occhio si cicatrizzò e mi concesse un po' di vista. A scuola incontrai una maestra meravigliosa, Luisa Massacesi, e portai avanti i miei studi. Dovevo sottopormi a controlli continui, perché ci vedevo poco e sempre meno. Un giorno l'oculista Clerici si rivolge a mia madre: «Signora, io perderò un cliente, ma è bene parlare chiaro: porti suo figlio all'Istituto dei Ciechi, perché il residuo di vista se ne sta andando, senza possibilità di recupero». Immagina che colpo, povera mamma. Ci fu una mobilitazione generale nella mia famiglia, senza la quale non sarei qui dove sono. E io capii subito che dovevo dare una trama alla mia vita, accettando la mia cecità. Ora so bene che questa straordinaria forza che mi sentivo addosso accomuna tutti coloro che all'improvviso si trovano a dover ingaggiare una lotta in condizioni di disagio: condurla a poco a poco diventa un piacere, se hai accanto gente che ti aiuta e soprattutto ti dà fiducia. Io non finirò mai di ringraziare la mia famiglia e tutti i miei amici.» Scuole medie in volata, poi Bologna, città evoluta dove Paolo Bentivoglio, un pioniere della causa, aveva creato presso l'Istituto Cavazza un pensionato per ciechi che, grazie alla legge Giovanni Gentile del 1923, potevano inserirsi sin dalla quarta elementare in una scuola normale. Quindi: una scuola attrezzata e ospitale, poi una signora che accoglie in casa il ragazzo cieco ed entra nella sua vita: Carmelina Sgroi. «Scelsi il magistrale per riguadagnare un anno perduto, poi mi iscrissi alla Cattolica di Milano dove mi laureai in Scienze pedagogiche. Dopo la laurea, l'incontro della mia vita: Carla, donna meravigliosa. La incontrai a una festa di capodanno, in casa di amici. Io avevo la passione del ballo e attiravo gli sguardi. Ci sposammo dopo un anno e mezzo e partimmo per Ravenna, dove avevo ottenuto per concorso la prima cattedra. Nacque Raffaele e dopo un anno Lelia, che mi hanno dato oggi un totale di cinque nipoti. Da Ravenna a Pavia, poi a Milano, dove insegnai all'Istituto Europa Unita.» Ma quando arriva l'invasione africana nella vita di Cesare Casnedi? Calma, quasi ci siamo. Il raccontatore non si scompone. «Io ero già socio del Mac, il posto in cui ci troviamo: apostolato, ciechi che aiutano ciechi poveri. Avevo comunque mantenuto il mio rapporto con l'Istituto dei Ciechi di Milano dove un giorno ci venne a far visita una suora africana, Ignazia Pia Murai, missionaria della Consolata e direttrice di una scuola per ciechi in Kenya, nel distretto di Meru, duecento chilometri a nord di Nairobi. Donna eccezionale: ha settantacinque anni e continua a lavorare. Una santa. Lei ci ringraziò per tutto ciò che avevamo mandato e io le dissi che non vedevo l'ora di raggiungerla. L'Africa mi attirava, sentivo che il nostro impegno e le nostre idee avrebbero trovato spazi immensi. Per farla breve, nel 75 ci imbarchiamo: io, mia moglie Carla, i due bambini che avevano nove e otto anni e Nada, il cane guida. Non una gita, ma un soggiorno di due anni. E tutti dissero che eravamo una famiglia di matti. Noi, invece, eravamo semplicemente felici. La zona in cui ci sistemammo era molto salubre, cominciammo a lavorare alla Scuola Santa Lucia. I nostri bambini stavano bene, studiavano lo swahili e l'inglese con i coetanei africani e mia moglie e io davamo loro lezioni supplementari, mentre Nada incuteva rispetto e destava grande curiosità. - Nella scuola c'erano centocinquanta alunni ciechi o semiciechi. Un'esperienza entusiasmante. Insegnavamo il braille e li guidavamo verso una vita il più possibile normale. Ci rendemmo conto che non tutti potevano continuare con gli studi e allora organizzammo corsi di artigianato: panetteria, maglieria, lavori manuali, tecniche di agricoltura. Io mi prendevo cura dei ragazzi più difficili. Ricordo Gedo. Veniva da una tribù somala del Nord. Cieco e allergico a ogni forma di inserimento. Non riuscivamo a motivarlo. Io scoprii, però, che aveva una grande inclinazione per la musica. Non solo, ma la amava sulla base di una cultura spontanea. E allora gli spiegai che non poteva tenere in mente tutta la musica alla quale si sarebbe avvicinato: le note musicali non erano che lettere dell'alfabeto braille. Si convinse e imparò il braille, rapidamente. Poi riuscimmo a farlo entrare in un conservatorio a Nairobi. Oggi Gedo insegna musica in Kenya. Non ti sembra una storia meravigliosa? Ma è una delle tante. Capire gli africani, avere un quadro chiaro dei loro bisogni: da questa base di conoscenza bisogna partire per aiutarli. Oggi il nostro movimento, che ha sede a Roma, rifornisce circa trecento dispensari dove si curano gli occhi o si assistono i ciechi: in Africa, soprattutto, ma anche in America Latina e in alcune regioni asiatiche.» Il raccontatore mi ha ormai conquistato, ma provo anche una certa mortificazione come giornalista, perché di questa Italia solidale, efficiente, nascosta in patria e diffusa nel mondo, si sa poco, quasi nulla. Viviamo in un Paese un po' masochista, innamorato delle cattive notizie. Ma metto da parte i cattivi pensieri. Sono incuriosito dal «dopo- -Kenya», soprattutto dal rientro a Milano di quei bambini gioiosamente africanizzati. Cosa ne è stato di loro? Cesare mi tranquillizza: «Reinserimento perfetto dopo i due anni di Kenya. Sono andati alle medie e sai dove? Nella scuola intitolata a Matteo Ricci, un grande missionario. Tanto per restare nel tema. Da quel 75 in poi, si sviluppa la mia Africa. Trent'anni senza saltarne uno solo. Non solo Kenya, ma Uganda, Tanzania, Zaire - oggi Congo -, Etiopia, Burkina Faso, Zambia e Togo dove c'è un nostro amico, Fabio Gilli di Trento, missionario comboniano, cieco anche lui, oggi molto anziano: anziché finire in una casa di riposo fonda una scuola per ciechi a Togoville e ora insegna nel seminario di Lomé. Trent'anni d'Africa sono trascorsi per me con il piacere di aiutare i ciechi di quel continente che, se supportato con un po' di cultura, può sviluppare enormi potenzialità. E dall'Africa sono appena tornato, insieme con mia moglie e con la voglia di tornarci. Pensa quanta fantasia c'è nella vita. Ogni tanto rifletto: senza quella malefica bomba a mano dimenticata che mi ha reso cieco, sarei un professore milanese in pensione, senza troppe cose da raccontare. Oppure un imprenditore in lite con governo e sindacati. Vedi quale immensa avventura esistenziale mi ha regalato una disgrazia. Sono riflessioni che alimentano la fede. Ringrazio Dio per avermi indicato la via dell'Africa. Ho un ricordo incancellabile del primo incontro con Papa Giovanni Paolo secondo. Ero con un gruppo di suore africane cieche. Ci accompagnava il nostro cappellano don Brusoni. Il Pontefice ci accolse davanti alla sua cappella privata e ci raccontò delle sue frequentazioni all'Istituto Laski di Varsavia, dove studiano molti ciechi, e a quello di Cracovia, la sua città. Scoprimmo, con commozione, che lui, straordinario poliglotta, conosceva anche il braille, perché cercava un rapporto diretto con ogni suo interlocutore, anche con i ciechi. In seguito Giovanni Paolo venne a trovarci in Kenya. E non c'era scorta in grado di sottrarlo all'amore della folla: lui si lasciava assediare, era uno di loro. Oh, quale straordinario uomo abbiamo incrociato nella nostra vita. Ora ho raggiunto i settant'anni, ma i desideri non si appannano: sto perseguendo un altro traguardo...». Cesare Casnedi dà una controllatina all'orologio da polso: che è un braille, naturalmente. «Tu hai tempo?» mi chiede. Ed è un modo per ricordare a se stesso che a casa una tribù di figli, generi, nuore, nipoti e aggregati vari lo attendono con una tavola apparecchiata. «Ti racconto l'ultima, poi dico a mia moglie di aggiungere un posto. Due gnocchetti, ti vanno bene?» E l'Africa ricompare con un progetto che non sarà mai l'ultimo: «Un mese fa ero in Kenya, con moglie, figli e tre dei miei cinque nipotini...». Faccio appena in tempo a notare che il mal d'Africa della famiglia è entrato nella terza generazione, quella dei nipoti. Cesare continua: «Decisi di costruire un piccolo edificio e di legarlo al progetto di un dispensario oftalmico tutto nostro, dove medici europei e africani si alterneranno nella cura di malattie specifiche. Quella è una zona di tribù Masai che vivono di pastorizia. C'è scarsità di acqua e le infezioni sono frequenti. È anche una zona dove l'Aids è molto diffuso, ma pensando a questa peste maledetta ci si scorda di altre malattie, quelle oftalmiche in particolare. Io da cieco mi concentro su questo problema che rende molto più difficoltosa la vita già dura e sofferta di molti africani e taglia fuori tanti giovani da ogni possibilità di lavoro. Il dispensario è già avviato, c'è il consenso delle autorità governative, aspetto con ansia l'approvazione della diocesi di Ngong, perché io desidero che tutti siano d'accordo. Spero arrivi prestissimo...». E qui il tono di Cesare diventa meno enfatico. Avverto una ventata di ansia. Il sospetto che un dispensario dove medici volontari europei e colleghi africani insegnino la prevenzione e curino le malattie degli occhi possa trovare inciampi burocratici in una diocesi keniota emerge in modo sottile. Ma Cesare ha il coraggio incorporato: «Quando il dispensario sarà pronto, ti invito per l'inaugurazione. Se sapessi quant'è bello il posto. Mi ricorda lo stupendo film ispirato ai ricordi di Karen Blixen La mia Africa. Io parlo da innamorato, ma molti mi hanno preceduto in questo impulso intimo che si è tradotto in solidarietà. Hai sentito parlare del dottor Prandoni? Partì da Castellanza oltre quarant'anni fa e ha aperto un centro oculistico famoso nel Nord del Kenya. Si chiama «Amici di Wamba». Vi si praticano persino trapianti di cornea. Qualcosa di buono la facciamo nel mondo, noi italiani. La verità è che dell'Africa ci si innamora. Te ne racconto un'altra: la scalata del Monte Kenya. Partimmo alle quattro del mattino dall'ultimo rifugio: sei ragazzi ciechi, io e la guida che si chiamava Steven. Cinque ore di marcia, dal ghiaione al nevaio. I rangers che ci seguivano volevano che mi fermassi a metà strada, ma protestai con tutte le mie forze. E implorai Steven di tenermi con sé. La vetta è a 5200 metri. C'erano 14 gradi sotto zero. Poi si alza il sole e di botto si passa dal freezer al forno. Questa è la nostra Africa. Ti regala sensazioni meravigliose e occasioni facili per condividerne i problemi e i dolori. Un tempo là i ciechi facevano parte del paesaggio e gli anziani privi della vista venivano abbandonati al loro destino. Ci vuol poco ad aiutarli: a volte bastano un paio di caprette, il restauro della capanna...». Oddio, che ore sono? Poveri gnocchi in attesa. Cesare si agita il minimo indispensabile: «Ora andiamo a prendere l'autobus. Una ventina di fermate e ci porta proprio sotto casa». Lo guido reggendogli un braccio, ma lui mi ricorda che si fa al contrario: è lui che deve appoggiarsi. In realtà non ce ne sarebbe bisogno. La fermata è vicina e lui ci arriva abitualmente da solo. «Stai attento» mi dice «che sia il 58.» Arriva un ciclista mascherato: è Marco Pastonesi, collega della «Gazzetta». «Cosa ci fai qui?» «Ho un invito a pranzo.» Lui mi lancia uno sguardo in tralice e si rimette in sella. Si ferma una signora a parlare di calcio e, per non interrompere il suo sfoggio di competenza, sale sul nostro autobus e scende alla fermata successiva. Cesare si mostra molto divertito. A un tratto mi dice: «Preparati, alla terza fermata tocca a noi». Quando scendiamo in piazza Vesuvio, c'è da attraversare una strada senza semaforo. «Come fai, quando sei da solo?» «Mi aiuta l'edicolante che sta sul marciapiede di fronte a noi. Sintonia perfetta.» La signora Carla è una delizia. Da ragazza era incantata da Gioventù Studentesca: fascino di don Giussani. Il suo sogno era il Brasile: voleva impostarvi la sua vita. Poi l'incontro con il ballerino cieco l'ha dirottata. «Quando lo incontrai per la prima volta, vedendo che si dava delle arie, dissi a un'amica: - Ma chi si crede di essere quel Cesare? - » Attorno a questa signora colta, gentile e decisa, arbitra suprema del pianeta familiare, c'è un'atmosfera da happening. Nonne, nipoti, cognate, nuore, parentado vario e aggregati. Chi deve fare i compiti, chi è atteso dal dentista, chi fa i capricci, chi è incuriosito dall'ospite, chi sonnecchia su una poltrona. Trent'anni d'Africa fanno da pacifico sfondo sulle pareti: non trofei, ma ricordi di vita. La tavola mostra i segni dell'entusiasmante traffico familiare, ma Cesare c'è abituato, gli gnocchi sono ancora buonissimi e tutti gli occhi sono rivolti a noi che li divoriamo. Poi il turbinio si placa. Carla, Cesare e io ci mettiamo a parlare di Africa. È un pomeriggio tiepido, Milano allenta un po' il respiro. E io immagino che nel lento crepuscolo di un villaggio keniota ci accompagni il suono di uno strumento povero, forse il flauto di Gedo, il ragazzino cieco che imparò il braille, scavò nel suo talento e ora insegna musica ai ragazzi africani che hanno due occhi sani e leggono le note che lui non ha mai visto. Decimo - Il presidente «Ero felice, non stavo nella pelle, guardavo il mio passaporto come un visto per il paradiso: convocato per la nazionale juniores a diciassette anni. Si andava in Austria, nell'incantevole Vienna, e io entravo in un viale dei sogni in fondo al quale c'era il sogno massimo per uno sportivo: l'Olimpiade.» Luca Pancalli si commuove ancora quando rievoca quel giorno di giugno del 1981. E una sorta di gioia irriverente e paradossale si sovrappone ancora alla trama di quella che diventò la cronaca di una sventura. Lui aveva lo sport nel sangue e nell'istinto: cominciò con il nuoto, vinceva delle gare, ma il nuoto non gli bastava. Alla ricerca di altri sfoghi e di altre sfide, puntò sul massimo: il pentathlon moderno. Cinque gare diverse e distanti con una sola classifica: scherma, equitazione, nuoto, tiro con la pistola e corsa. Specialità olimpica, ma per pochi eletti. Tra questi s'inserì Luca, già da ragazzino. Aveva dell'agonismo una visione epica, con il tricolore sullo sfondo. Allenamenti pazzeschi affrontati con gioia. Romano di nascita e di discendenza, trovava spazio nel Centro Coni dell'Acquacetosa, dove si era forgiato un campione olimpico come Masala. «Sei una promessa» gli dicevano. E per Luca era musica. A sedici anni, campione italiano di categoria; a diciassette, l'approdo in nazionale. E il Wiener Neustadt all'orizzonte per un debutto nobile, in grande stile. Il viaggio, il battesimo del passaporto, l'ansia di rappresentare l'Italia per la prima volta... Ma qui il racconto assume una piega oscura. «Come sapete, nel concorso di equitazione del pentathlon i cavalli vengono sorteggiati. Io pescai quello che dava più problemi: si chiamava Condor e aveva già dato forti segnali di nervosismo, con rifiuti imprevedibili. Ma quando si entra in gara non c'è tempo per pensare a queste cose. Mi presentai in campo con il rituale saluto, poi ecco il primo ostacolo: rifiuto secco. Rimetto il cavallo in linea e lui sembra aver trovato il ritmo e la saggezza. Percorso netto sino alla gabbia. Qui il cavallo improvvisamente si blocca in maniera brusca: io perdo l'assetto e una staffa. Cosa faccio? La squadra ha bisogno di punti, anche se ormai il risultato è compromesso. O perdo altro tempo per recuperare la staffa, oppure mi libero anche dell'altra e riprendo l'equilibrio. Scelgo la seconda soluzione, rimetto in linea il cavallo e mi lancio sulla gabbia. Il cavallo scatta, ma solo per rendere drammatico il nuovo rifiuto. Al suo stop, io volo oltre le barriere. Lui s'impenna, salta malissimo, picchia con la testa e si rovescia addosso a me. Il capo fa una sorta di leva, il mio collo si schiaccia, tre vertebre si spezzano: quinta, sesta e settima...» Luca Pancalli è adesso il presidente di quella che era sino a qualche anno fa la Federazione italiana sport disabili. Oggi si chiama Cip: Comitato italiano paralimpico, cioè gemello del Coni, interamente dedicato alla crescente gestione sportiva dell'handicap. Ha superato i quarant'anni, due terzi della sua vita trascorsi in carrozzina, ma con una intensità e una fantasia entusiasmanti. Si è laureato, ha moglie e due figli. Il suo racconto di quel giorno è dettagliato e minuzioso. Lui prova a tracciare anche un piccolo grafico per spiegare meglio l'incidente che ha stravolto la sua vita e poi chiede un modesto caffè erogato dalla macchinetta installata nella sede federale. Io ne approfitto per fuggire con la mente dallo stadio maledetto: non certo in sella a quel cavallo bizzarro. Parentesi brevissima, il tempo di un caffè. «Pensa un po',» riflette «il 1981 era l'anno dedicato all'handicap. Ricordo che all'Acquacetosa, dove ci allenavamo noi, c'era stato un raduno di disabili. Noi li guardavamo imbarazzati. Vederli uscire dalla piscina, per esempio, a noi faceva senso. Bei corpi senza gambe. Si rivestivano da soli con un gioco di destrezza che destava meraviglia. Confesso che non riuscivo a capire come facessero. Una volta, quando mancava pochissimo alla partenza per Vienna, provai invano a imitarli sulla moquette di casa. Ebbene, tre giorni dopo sono caduto da cavallo: ero in prospettiva uno come loro. Regalai tre vertebre alla celebrazione dell'anno dedicato all'handicap. La disperazione fu straziante quando mi accorsi che non avevo più le gambe: le guardavo come se dovessi chieder loro una spiegazione. Anche le mie braccia, per fortuna solo temporaneamente, erano paralizzate. Volevo morire.» Pausa quasi musicale. Dal Verdi della Messa da Requiem si passa a un ricamo di Mozart. «Non scandalizzarti se oggi ti dico che quel 1981, apparentemente funesto, fu l'anno più bello, perché arricchì la mia vita di molte conquiste e di inimmaginabili valori. Non solo l'amore tangibile della famiglia, una moglie fantastica, i due figli, ma anche una laurea, una carriera, una riconquista dello sport e soprattutto del sogno olimpico. Sono salito tante volte sul podio dei miei sogni: non sulle mie gambe, ma in carrozzina. Tu ne saprai certo qualcosa, ma ti racconto, ti racconto tutto...» Nuovo stacco. Si torna indietro. La scena della sventura è ancora là, dove l'abbiamo lasciata, al Wiener Neustadt. Luca Pancalli viene operato una prima volta a Vienna, poi c'è il trasferimento in un centro specializzato: Bad Häring, nel suo genere un paradiso. «Mio padre, che era un funzionario dell'Inail, mi raggiungeva in treno. Mia madre sacrificava la scuola, dove, pensa la coincidenza, si era da tempo dedicata ad assistere gli alunni disabili. E qui la disperazione lascia spazio ai valori della vita che riemergono, preziosi, in una graduatoria di modeste conquiste. L'ambizione sportiva scivola su quote più basse: diventa quella di poter muovere qualche passo. Con me in ospedale c'erano due ragazzi, un austriaco e un americano, che potevano muovere solo la testa. Li guardavo e pensavo: come faccio a lamentarmi io? Un giorno riuscii a spostare un filo: esplose la gioia, avevo ritrovato una mano. Ogni piccola conquista era un tesoro, un bene prezioso. C'erano però anche i giorni dello scoramento. Quando mi vidi per la prima volta allo specchio sulla sedia a rotelle, per esempio. Pensai con sgomento che era quella ormai l'immagine stabile della mia esistenza. Oggi non riesco a immaginarmi staccato da questo trabiccolo che in famiglia è diventato un mezzo popolare. Quando mia figlia Maria Giulia si ruppe una gamba, assaggiò contenta la sedia a rotelle. Il fratellino Alessandro ne fu geloso: «La voglio anch'io e quando sarò grande voglio vivere come te, sulla sedia a rotelle». Rimasi quasi per un anno al centro specializzato di Bad Häring, sino all'aprile dell'ottantadue. Poi il passo più impegnativo: affrontare la vita normale, riprendere il cammino, riacquistare una forza propria, un'autonomia esistenziale. Quando mia madre mi riaprì la porta di casa, il suo benvenuto fu eloquente: «Non pensare di essere diverso dai tuoi fratelli». La psicologia di un disabile ha bisogno di questo coraggio ambientale: devi confrontarti alla pari. E la società ha il dovere di metterti in condizione di farlo.» La casa, la nuova gestione della vita, gli amori. Il racconto s'allarga. «Avevo una ragazza, ma decise di lasciarmi. Forse lo avrebbe fatto in ogni caso. Anche qui, confronto alla pari. Nel 93 conobbi Roberta. Sai, le persone in carrozzina sono come i padroni dei cani. Si creano giri di amicizie imprevedibili. E io grazie a questi nuovi rapporti pescai, bella e integra sulle sue gambe, la donna della mia vita. Vivemmo la mia disabilità come una fonte di esaltazione. Il nostro rapporto fu subito splendido: io sentivo di essere lei e viceversa. Sensazioni meravigliose e anche solide. Ci sposammo dopo un anno. Maria Giulia nacque nel 97, Alessandro nel 99. Mia moglie faceva la commercialista, io mi ero laureato in Giurisprudenza. Divenni avvocato e mi dedicai alla legislazione legata ai disabili, al moltissimo che c'era da fare, alle cose che bisognava conoscere, ai diritti da esercitare. Una strada che non ho mai abbandonato.» In questa vita diversa e ritrovata di Pancalli, era già ricomparso lo sport, con tutta la sua poderosa forza d'attrazione. Bisogna capirlo: lo sport è una cultura, un'abitudine vitale, un catechismo fisiologico che ti conquista e non ti lascia, anche se, come Luca, vieni sbattuto a terra da un cavallo bizzarro e ti ritrovi su una sedia a rotelle. Io provo disgusto e dolore quando vedo lo sport mortificato, brutalizzato, offeso dall'inganno, dall'immoralità, dal doping, dal professionismo arraffone e disonesto, dalla violenza bieca come quella che sta inducendo molta gente ad abbandonare gli stadi del calcio e a rinunciare al piacere di una partita. Provo dolore perché so quali valori possa esprimere lo sport, quanto bene possa fare a un giovane, non solo con la pratica, ma anche con un tuffo in quel serbatoio infinito di sogni che può schiudersi all'improvviso. Ricordo quello che rappresentarono per noi ragazzini, svuotati dalla guerra, magri e affamati di pane e di futuro, campioni come Bartali, Coppi, Consolini, i calciatori immortali del grande Torino, i pallanotisti che vinsero l'oro nell'Olimpiade eroica del 48, a Londra. Non mi stancherò mai di ringraziarli, perché loro ci restituirono un grande bene perduto: la capacità di sognare. Ricordo anche il mio approdo nel mondo affascinante dell'atletica, le prime gare sui cinque e dieci chilometri, quel correre come metafora di desideri repressi, di ambizioni, di libertà. E allora capisco come il mio amico Luca Pancalli, dal disperato «voglio morire» sia passato a un «voglio tornare» che riapriva gli orizzonti sportivi della sua vita. «Due anni dopo l'incidente,» racconta «mi ritrovai nella stessa piscina dove avevo iniziato la mia attività da ragazzino. C'era un ospite in più ai bordi della vasca: la sedia a rotelle. Ripresi a nuotare. Quello sport che non mi bastava da ragazzino divenne uno sbocco importante della mia nuova esistenza. Feci le prime gare, persi il campionato italiano, ma ritrovai via via intatte le mie sensazioni agonistiche. Ero di nuovo un atleta e, tra una competizione e l'altra, mi rendevo conto di essere tra i più bravi, e non solo in Italia. Nel 1984 arrivò l'ora del grande traguardo: convocato per Los Angeles, dove i Giochi aprirono le porte anche ai disabili. Fu la prima edizione delle Paralimpiadi, un evento di civiltà tenuto a battesimo in America. E io vinsi due medaglie d'oro nei 25 stile libero e farfalla, e tre argenti nello stile libero, nei misti e nella rana. C'è una scena che non dimenticherò mai: io e il podio dei miei sogni verso il quale mi avvio con la carrozzina. L'inno di Mameli, la bandiera, le lacrime.» Capisco, capisco, caro Luca. Anch'io sono facile alla commozione. Ho seguito dal vivo dieci Olimpiadi e ho pianto per gli altri: lacrime belle, saporose, gocce di ricchezza che escono dagli occhi e rientrano nel cuore. Penso alla tua siepe maledetta, al cavallo matto, alle tre vertebre in frantumi: ma, come vedi, caro Luca, la vita vince sempre, la vita è una campionessa imbattibile. Pancalli è ormai lanciatissimo, su tutti i fronti. «Dopo l'Olimpiade di Los Angeles, il presidente Pertini volle al Quirinale gli italiani che avevano ottenuto una medaglia. Nessuno gli ricordò che c'eravamo anche noi. Il presidente rimediò subito. Da allora, i campioni delle Paralimpiadi sono onorati alla stessa maniera. Siamo stati ricevuti da Cossiga, Scalfaro, Ciampi. Io vivevo in carrozzina, ma da campione. Da Seul nel 1988 portai a casa tre ori e un argento. Terza mia Olimpiade a Barcellona, nel 1992: non vinsi nessuna gara. Capita, non c'è nulla di facile nello sport e nella vita. Ma mi rifeci a Malta dove si svolsero i Mondiali: sei ori, il mio record. Quarta Olimpiade ad Atlanta nel 96: chiusi in bellezza, con due ori e tre argenti, come dodici anni prima a Los Angeles.» E qui abbiamo la sensazione che, con questa straordinaria conta di medaglie, il tema si stia un po' banalizzando. Luca avverte il pericolo: «Io sono uno che ce l'ha fatta, ma ho molto pudore a parlare di imprese. L'impresa per molti disabili è vivere con lo spirito giusto, valorizzando quel che è rimasto della vita: la normalità, la quotidianità. Non c'è un'impresa particolare, ma qualcosa di collettivo che ci lega. Penso poi al coraggio dei disabili gravi: loro conquistano medaglie ogni giorno. Certo, i progressi dal punto di vista sociale sono stati tanti. I disabili sono usciti dal sottoscala, hanno conquistato spazi, diritti, voce, anche la loro legittima fetta di potere. Ma, al di là delle facili oleografie del progresso, restano pesanti problemi personali. Che ne sa la gente di uno sfintere paralizzato che ti fa sprofondare nell'inquietudine di fartela addosso? O dei problemi della sessualità? Di certe persistenti barriere mentali? Del modo in cui comincia e si svolge la giornata di un cieco? Ogni tanto io, guardando dove sono, pensando alla mia famiglia, al lavoro, allo sport, all'organizzazione che presiedo, ho la sensazione di aver accompagnato la mia sedia a rotelle a vivere in un'isola felice dove è arrivata, come una favola di Natale, anche la mia chiamata alla vicepresidenza del Coni. Questo riconoscimento è un gigantesco passo di civiltà. Un onore per me, un atto di giustizia per tutti i disabili d'Italia. Sai qual è il mio esercizio quotidiano, la mia preghiera del mattino? Ricordarmi da dove sono partito. Idealmente mi sono rimesso in piedi, ho costruito una famiglia, ho raggiunto traguardi impensabili, ho conosciuto il mondo, lo sport mi ha regalato gioie e medaglie, il piacere di stare insieme. Ora da dirigente ho il dovere e il compito di aiutare gli altri». Alfredo Di Stefano, il mitico numero 9 del Real Madrid, uno dei più grandi calciatori della storia, alla fine della sua carriera costruì nella sua villa un monumento al pallone, con una scritta: «Grazie». Mi viene il sospetto che Luca Pancalli possa fare analogo gesto per la carrozzina che ha arricchito la sua vita. Nella mia mente si agita questo folle pensiero, mentre lasciamo la sede federale alla periferia di Roma per raggiungere una tavola calda, dove non ci sono gradini nemici. E io rifletto che magari non un monumento, ma un «grazie» lo meriterebbe questo trabiccolo con il mio amico a bordo, che sto orgogliosamente spingendo verso l'onesto traguardo meridiano di un buon tramezzino. Undicesimo - Sull'oceano «La mia Itaca è in Florida, dall'altra parte dell'oceano. Si chiama Fort Lauderdale, dove un giorno andai eccitatissimo per prolungare la festa di laurea e darle una spruzzata di americanismo da manager prossimo venturo. Vi trovai, invece, un inspiegabile agguato, colpi di pistola che misero a rischio la mia vita, poi un tunnel spettrale, dentro il quale venni proiettato con i germogli, le speranze, gli amori di un ragazzo che diventava uomo e ne assumeva la responsabilità. Ora, sospinto da vele generose e vulnerabili, sto navigando verso questa Itaca ideale, con Lara, la donna della mia vita, alcuni amici valorosi, un paio di campioni rinomati e la compagna che mi scorterà finché vivo: una sedia a rotelle. Non è la sola a bordo. Nelle mie stesse condizioni di paraplegico sulla barca c'è Omar e prima di lui ci sono stati Angelo e Sandra, poi anche Paolo, un chirurgo, tutti legati da una brutta espressione: disabili. «Io sono l'armatore di questa barca un po' speciale, dove uno in carrozzina può muoversi con agilità e andare in bagno da solo. L'ha fatta fabbricare mio padre, dando un risvolto costruttivo alla mia storia. Io lavoro come gli altri, ho appena finito il mio turno al timone, dopo aver gustato un ottimo risotto arricchito da una lampuga abboccata all'amo che segue la nostra rotta. La gestisce Alfredo, il nostro capitano. Nell'atto di battesimo di questo catamarano, che rappresenta un fatto nuovo nel mondo dell'handicap, il mio cognome si è mescolato con il carattere romantico della traversata che stiamo compiendo: Lo Spirito di Stella. Andrea Stella sono io, vicentino di nascita e di famiglia. «Viviamo in mare da un mese e mezzo. Siamo partiti da Genova a metà ottobre e oggi è cominciato dicembre. Faccio fatica a ricordare il giorno della settimana, ma un numero è scolpito nella mia mente: 1232. Sono le miglia che mancano all'approdo, da questa notte nel cuore dell'Atlantico.» Li ho incontrati per la prima volta nell'estate del 2004 sulla foce del Sile, alla periferia di Jesolo. La barca era là, avvolta in un pomeriggio stagnante di calura. C'era un gran silenzio e, insieme, una stupenda allegria, leggera e soave, di quelle allegrie che non hanno bisogno di suoni e di rumori, perché sono annidate nel cuore delle persone. L'allegria elevata a spirito: Lo Spirito di Stella, molto di più del nome della barca dove stavo salendo. Si faceva avanti, ad accogliermi, un ragazzo bruno, di nome Andrea, con un bel cerchio di capelli ricci e con la sua struggente storia addosso, sospinta anch'essa da una sedia a rotelle, ormai compagna fissa del suo vivere. C'era un dramma alle spalle, ma in quel pomeriggio non si avvertiva, ormai era lontano, trasformato addirittura nello spunto per un capolavoro di coraggio. «Back to Usa», ecco il progetto: non una affascinante e perigliosa traversata atlantica, ma un'avventura omerica verso il teatro di un tradimento, di un agguato all'esistenza di un ragazzo di successo. Un cerchio da chiudere. Là era cambiata la vita di Andrea Stella e là lui decideva di tornare con la sua ciurma per porre un frego sulla disgrazia e lanciare una sorta di proclama al mondo: l'handicap è nelle nostre teste, l'handicap è nella nostra incultura, nel nostro pietismo, nei nostri ritardi, nel nostro egoismo. L'handicap in sé non esiste. E io, sempre avido di esperienze, prestai gli occhi e il cuore a quel disegno sublime, ma non immaginavo di immergermi, attraverso un incontro quasi casuale, in una delle vicende umane più belle della mia lunga vita professionale. Capii subito, comunque, che ne sarei uscito più ricco. Nel feeling c'è una sorta di magia. Ero appena arrivato e subito mi sentii amico di quella gente fervorosa che, sul ponte di una bella barca, costruiva un sogno: con i piedi a terra, anzi con le ruote delle carrozzine ben piantate sul pozzetto. Scrissi quasi di slancio un articolo sulla «Gazzetta dello Sport» ed ero così preso da quella storia che descrissi Lara, moglie di Andrea Stella, orgogliosa e bruna reginetta di quella barca, come una bionda. Lei non è bionda, ma di una bellezza che prescinde dai colori. Ora mi sento in pace con la coscienza. Andrea, da dove cominciamo? «Trento, la mia università. È il 18 di luglio del 2000, il giorno della mia laurea. Io, Andrea Stella, diventerò avvocato, manager, dirigente di azienda. Lo so, la stagione spensierata della vita tramonta, il lavoro mi massacrerà, ma sono felice. Ho sempre vissuto l'università come un impegno giocoso, un transito che mi avrebbe fatto entrare nel mondo dei grandi. Confesso di essermi divertito: periodi di studio in prossimità dell'esame, studio matto e disperatissimo, e periodi di assoluto rilassamento. Quattro anni, nessuno sbaglio, Erasmus in Spagna appena concluso... eh sì, mi meritavo una grande festa, un'ubriacatura esagerata assieme a tanti amici. «Ecco il mio turno, discussione veloce, tesi breve, tutto okay. Foto di gruppo ed ecco lo sfrenato cerimoniale goliardico di cui io e la mia banda di amici andavamo fieri. Finii fuori da Giurisprudenza in mutande appeso a una croce di legno, costruita per l'occasione, fino al Bar Duomo dove era stato installato un banchetto esterno con spina di birra, prosecco e sangria a volontà. Il papiro era forte di espressioni, troppo forte per la mamma che, lontana, faceva finta di ascoltare, divertente per il papà che si vantava di qualche mia bravata. Sorvolo sul resto: follie sino a notte fonda. «La settimana dopo si laurea Giulio, il mio migliore amico, e noi realizziamo un vero capolavoro, una festa magnifica per seicento persone in una villa veneta. Abiti informali, «vestiti di allegria» era scritto nell'invito. Tante belle ragazze. Più donne che uomini, scelta non casuale visto che fino al mercoledì ci eravamo preoccupati di invitare solo ragazze, raccomandando loro di portare altre amiche, naturalmente carine. Ecco il segreto di una superfesta: più donne che uomini. Volevamo dare una testimonianza visibile di quella statistica mai assaggiata secondo la quale in questo mondo ogni uomo ha a disposizione sette donne! «Lara aveva le treccine, era la più bella. «Io guardavo al di là delle nostre baldorie. Avevo in testa l'America come premio: la Florida, Fort Lauderdale di cui avevo tanto sentito parlare. E mi preparai a quel viaggio.» Mentre Andrea Stella era ancora al prologo festoso della sua drammatica storia, la luce declinava e il giorno cominciava a riposarsi. Sul Sile, piatto come fosse d'olio, compariva una sorta di piroga gialla, che io immaginai fosse un parto postumo di fantasia sull'onda di quella festa di laurea popolata di belle ragazze che Andrea mi aveva appena descritto: tutte donne ai remi, colpite da un handicap che su quella strana imbarcazione si rendeva invisibile. Nella loro scia, una canoa a due posti, pilotata da un mio amico olimpionico, valoroso e matto, Daniele Scarpa, che vinse l'oro ai Giochi di Atlanta nel 1996, in tandem con Antonio Rossi. Lui e la sua coraggiosa donna, Sandra Truccolo, che vive su una sedia a rotelle, ma pratica tutti gli sport possibili: dalla canoa alla vela, sino al tiro con l'arco che l'ha vista trionfare alle Paralimpiadi. E prima ancora che ci spingessimo con Andrea Stella verso il racconto della «fatal Florida», parlammo di quanta fantasia ci sia nel mondo dell'handicap e quanto coraggio. Lo Spirito di Stella, la barca sulla quale ci trovavamo, era reduce da un giro d'Italia che aveva toccato anche la Sicilia, prima di approdare in questa foce friulana. E a ogni porto, uno stage per disabili, una spiegazione pratica di come sia possibile governare una barca anche da una sedia a rotelle e quanto sia bello e rigenerante far da testimoni, o da pronubi, all'incontro d'amore del vento con le vele. Ho giocato un po' con le sensazioni di quel primo incontro perché per me restano le più belle, le più vere. Poi il racconto di Andrea Stella è ripreso, spiccando il volo verso la Florida. «Fort Lauderdale, è il 29 agosto del 2000. Al mattino lezione di inglese, poi pranzo in biblioteca. Esco, vado in spiaggia attratto dalle acrobazie del kitesurf. Entusiasmante. Era la prima volta che vedevo una tavola da surf sollevarsi in cielo tirata da un aquilone. «Con me c'erano Luca di Napoli, un ragazzo di Milano di cui non ricordo il nome e una sua amica. Ci eravamo conosciuti alla scuola di inglese. Programma per la sera: un salto a Miami per bere una birra e ballare l'hip hop in Ocean Drive. Al pomeriggio, dopo lo spettacolo sulla spiaggia, ho accompagnato Luca a casa, un'abitazione assegnatagli dalla scuola di inglese, in Isle of Venice, una zona molto tranquilla. Che bel posto, avevo pensato. E già stavo progettando di trasferirmi lì. Mi dava sicurezza. «Rientro nella mia casa americana, faccio due chiacchiere con la mia «famigliola», nulla di particolare: due persone che ospitavano gli studenti più per soldi che per passione. Mi riposo un po' e tergiverso... Sono stanco, non ho tanta voglia di uscire. Ma dài sono in vacanza, ho dato parola agli altri ragazzi, non saprei neanche come avvertirli. Okay, mi convinco, esco naturalmente già in ritardo sulla tabella di marcia. Ero l'unico con la macchina e da bravo taxista mi ero offerto di passare a prendere gli altri ragazzi uno alla volta. «Avevo una Mustang cabriolet nera, ideale per la Florida, una bella macchina parecchio diffusa. «Non trovo subito la casa della ragazza e, quando finalmente ci arrivo, suono e una signora mi dice che la girl è già andata a letto. Sono le 22,30 e io avevo più di mezz'ora di ritardo. Simpatica, però, la ragazza, sbrigativa. E io che mi ero fatto tanti problemi. Riparto in direzione Isle of Venice. La strada la conosco bene, è una perpendicolare a Las Olas Boulevard, dove c'è la scuola di inglese e dove si concentrano tutti i ristoranti e le caffetterie di Fort Lauderdale, città residenziale veramente tranquilla, un po' noiosa a dire il vero, ben lontana da stravaganze e pazzie tipiche di Miami. «Imbocco il piccolo ponticello, vado piano, c'è un'auto della polizia dentro questa tranquilla strada chiusa. La macchina è vuota, saprò dopo che non è un'auto della polizia ma di una guardia privata che dovrebbe vigilare. Ho saputo molto dopo, sulla mia pelle, che questi servizi sono veramente inaffidabili. Arrivo in fondo alla strada, parcheggio, lascio la capote abbassata, vado deciso verso l'appartamento di Luca. Un'ora di ritardo. Suono a lungo. Non c'è, inutile aspettare, si sarà spostato negli altri appartamenti della scuola, dove ha alcuni amici. Duecento metri prima, sempre in Isle of Venice, c'è una safety vigilance area come è scritto nel cartello all'ingresso. È lunga 480 metri senza uscita. Io ero in fondo. «Torno all'auto in fretta, è a venti metri dalla casa, dietro l'angolo. Tre, quattro persone con un passamontagna di lana nero armeggiano attorno alla vettura. È chiaro che stanno cercando di rubarla. Mi fermo, uno di loro mi punta contro una pistola e spara. Scena irreale, io non avevo fatto una mossa, non può essere vero. Avverto un dolore fortissimo, mi sembra di essere in un fumetto, di vivere un incubo, mi manca il fiato, cado a terra e vedo la mia Lara. Mi faccio forza con le braccia, sopraggiunge una signora che mi chiede cosa è successo, scappa. Mi tiro avanti alla meglio, apro la portiera con la forza delle braccia e arrivo al clacson. Lo sto ancora suonando quando arrivano i soccorsi. Le gambe, le gambe, non sento più le gambe, glielo dico e loro continuano a chiedermi chi è stato, chi è stato, ma cosa ne so, avevano la maschera, non può essere vero, è un incubo. Un uomo con la barba mi ripete le stesse domande, lo mando a quel paese: è il chirurgo che mi salverà la vita.» Sono risalito sullo Spirito di Stella alla vigilia della partenza per l'America. Ho fatto un giro nel golfo di Liguria e il pensiero che quel piccolo viaggio sottocosta si sarebbe proiettato nell'immensità silente dell'Atlantico mi metteva addosso uno strano turbamento. Ma i miei amici erano sereni, non vedevano l'ora. Il seguito è diventato impresa. L'ho seguita da lontano, con una certa ansia, in tappe avventurose, tra tempeste di vento, onde malvagie, soste forzate e rare bonacce. L'alternarsi delle carrozzine nei diversi porti si mescolava con quello dei campioni chiamati a supporto e felici di manovrare le vele del catamarano in missione speciale. E in quella mescolanza di nomi, di carriere, di destrezze, di speranze, la simbologia della traversata s'impennava: il capitano Alfredo Guerrieri, Giovanni Soldini, Paolo Bassani e i due Pelaschier, Mauro e Margherita, erano pari ad Andrea, Omar, Paolo, Sandra, Daniele, Antonio, Roberto, Rachele. Avanti insieme, senza barriere, senza preconcetti nel nome della vita. Ma prima che questo viaggio nell'oceano venisse concepito, Andrea Stella aveva compiuto un altro ben triste percorso: verso il fondo del suo dramma, ai confini della vita. «E le gambe, dove sono le mie gambe?» «Quelle stupide e tragiche pallottole avevano colpito il fegato, un polmone e il midollo spinale. Sono stato operato d'urgenza. Il fegato, come sapete, è un organo essenziale per la fisiologia di una persona. Si può dire che ero più morto che vivo. La lesione al midollo spinale inizialmente era stata lasciata da parte perché i chirurghi dovevano prima di tutto salvarmi la vita. Per trentacinque giorni mi hanno riempito di ogni tipo di farmaco e solo dopo questa eternità sono stato dichiarato fuori pericolo. Pian piano mi hanno abbassato la dose dei farmaci e mi hanno riportato a uno stato di coscienza. Fegato e polmone sarebbero guariti recuperando la loro funzionalità, ma la lesione al midollo spinale era irreversibile e segnava una diagnosi pesantissima: paraplegia. Non avrei più potuto camminare. «Una volta calata la dose della morfina che mi veniva somministrata, cominciavo a riprendere coscienza, facevo molta fatica a parlare e scrivevo malissimo. Ho cominciato a chiedere spiegazioni, volevo sapere delle mie gambe, Lara e mia madre tergiversavano, dicevano che il medico doveva pronunciarsi l'indomani. Ma l'indomani non arrivava, ero pieno di dolore e facevo discorsi sconnessi. Ho chiesto le ciabatte, volevo fare una doccia. Il famigerato «domani» è finalmente arrivato. Mi hanno spiegato quello che era successo, quanto avevo rischiato, quanto ero stato vicino alla morte, ma purtroppo una di quelle due pallottole mi aveva leso il midollo spinale. Sono tornato indietro con la mente, ricostruendo l'episodio di quella notte, senza circoscrivere il momento preciso in cui ho preso coscienza di ciò che era successo. Gli spari, lo smarrimento, il fitto dolore sono rimasti in una dimensione onirica. Non ho più sentito le gambe, forse lì ho cominciato a capire. Ma la sequenza del dramma resta avvolta nell'incubo. Un vuoto, un mistero. Poi, quando all'ospedale hanno limitato le dosi dei farmaci e la mia coscienza ha cominciato a risvegliarsi, la realtà si è delineata. Ma a essa si accavallavano i terribili sogni fatti durante quei trentacinque giorni sospesi tra la vita e la morte. «Rientrato in Italia, i quattro mesi di ricovero in riabilitazione a Vicenza mi hanno permesso di realizzare e mettere a fuoco in modo stabile e definitivo il nuovo status della mia vita. E qui i miei ricordi sono chiari. So bene cosa ho provato: una depressione fortissima, un precipizio e un desiderio unico: il suicidio.» Il viaggio dello Spirito di Stella è durato due mesi e cinque giorni. C'è un ricco diario di bordo. Lo hanno redatto Angelo Toniolo, nella prima fase, poi Omar Papait e soprattutto Margherita Pelaschier, splendida ragazza, figlia d'arte, campionessa in tutto. Trenta di ottobre, Margherita tra le colonne d'Ercole: Gibilterra è un passaggio molto delicato. Traffico enorme. Alfredo sulla murata sinistra, io a destra a controllare le navi di passaggio, mentre Angelo fa avanti e indietro, con lo sguardo fisso sul radar a inquadrare i possibili incroci. Grandi navi e pescherecci ci passano a meno di 250 metri, sollevando alti baffi a prua e facendo rollare sulla loro scia il nostro catamarano. Il passaggio è durato circa quattro ore. Il vento ci ha graziato nello Stretto, ma appena usciti, discendendo lungo la costa del Marocco, ci troviamo dinanzi a nuvole nere gonfie di pioggia. Un forte vento ci investe per tutta la notte, scuotendo la barca con violenza. Sfiniti dalla concentrazione, non ci resta che iniziare i turni. Io faccio il primo. Non è piacevole stare in pozzetto con il vento che quasi ti acceca e la coperta che ondeggia vertiginosamente. In questi momenti capisco il timore degli antichi. Dopo Gibilterra, il nulla, una lunga cascata che scende nel «nonsodove», paure ancestrali che talvolta tornano a galla. Ma il catamarano corre veloce, l'onda si gonfia e comincia a prendere la tipica forma collinosa: è il respiro dell'oceano. Stanotte lottiamo, domani speriamo in un caldo sole. Rotta per Lanzarote. Ancora Margherita, 2 novembre: Dopo i pesci che hanno abboccato in questi giorni, ad arricchire il magro pasto del marinaio è la volta degli uccellini. Alfredo e Alfonso, tra un turno e l'altro, hanno incontrato ospiti pennuti nei loro letti. I poverini, stremati da tanto volare, hanno trovato calda accoglienza nella nostra barca per riprendere le forze. Oggi, mentre pranzavamo fuori, incoraggiati dalla temperatura mite, un altro uccello ci ha fatto visita: dopo aver scorrazzato sulla coperta, si è sistemato in un cantuccio a dormire. Prima con un occhio solo. Poi, visto che poteva fidarsi, è sprofondato in un sonno profondo. Con quegli uccelli a bordo, ci sentivamo come sull'arca di Noè. Nel pomeriggio, Alfredo si avvicina all'uccellino per dargli da bere. Non potete immaginare la sua delusione quando si accorge che non dorme: è morto. Siamo tutti addolorati. L'uccello finisce in mare come i marinai di lontane leggende. Alfonso ci sprona: «Ohi, ragazzi, non piangerete mica?». La fine di quell'uccello ha una sua coerenza: nell'immensità dell'oceano, in mezzo a questa natura selvaggia, si realizza quotidianamente il confronto tra la vita e la morte. Sempre Margherita, 22 novembre: Stamattina alle sette, all'inizio del mio turno, una triste notizia: si è spento Gino durante la notte. È il nono membro dell'equipaggio. Instancabile, lavorava giorno e notte. Poi ha cominciato a tossire, a sbuffare, denunciando il suo male: si era bruciato il motorino di alimentazione. Gino era il nostro pilota automatico. All'inizio ci siamo rimasti male. Poi abbiamo convenuto che era meglio così: timonando direttamente la barca, la senti più tua, è un prolungamento della tua persona. Timonare è un piacere, se il vento ti è amico. Alle 8,02 ho realizzato il record di velocità della mia storia velica: al timone con un vento di 21 nodi, in planata ho fatto 17,1 nodi di velocità, 33 chilometri all'ora, nulla per un'auto, una gran bella velocità per una barca. Omar Papait è un ragazzo simpatico, orientaleggiante, costretto sulla sedia a rotelle da un incidente d'auto. Si lancia allegramente in tutte le avventure della vita. Ha studiato da cuoco sfoggiando talento e fantasia. Ora ha aperto un bel ristorante a Mirano, un quarto d'ora di auto da Venezia. È diventato amico di Andrea Stella in ospedale. Inseparabili. È sulla barca nell'oceano, anche lui. Queste pagine del diario di bordo gli appartengono. È il 23 di novembre. Ero felice per una grande lezione di vela che Mauro Pelaschier mi aveva impartito sul campo, ma purtroppo un'altra disavventura ci è piombata addosso. Poco prima della cena abbiamo sentito un gran botto che veniva dal gennaker. La grande vela, strapazzata dal vento, sembrava fosse impazzita. Avrebbe dovuto spingerci, con la sua forza poderosa, sino a Miami. Adesso era squarciata alla base. Abbiamo issato il fiocco, una vela molto meno imponente che ci farà perdere cinque nodi di velocità. L'indomani è bonaccia. Tutti impegnati nel taglio e cucito per salvare il salvabile del gennaker. Poi tuffo in mare, bagno in pieno oceano, una meraviglia, provare per credere. Aspettiamo da giorni gli alisei. Ma dove si saranno andati a cacciare? Andrea Stella, a mille miglia dal traguardo, passa in rassegna questa sua strana ciurma e descrive, uno per uno, gli stremati protagonisti, partendo da Mauro Pelaschier il «professore operaio», passando per l'indomita Margherita, per Marco che da tre giorni sa dire solo due parole «cazza» e «lasca», per arrivare ad Alfredo che, imbalsamato al timone, per ricordarsi di essere vivo tira fuori un libro rigenerante, Eravamo giovani in Vietnam. Gli uomini sulla sedia a rotelle hanno lavorato come gli altri. La barca era predisposta anche per loro. Confronto alla pari: questa è la regola. Caro oceano, ti abbiamo conquistato: ecco il senso dell'emozionante approdo ad Antigua. Poi lo slalom verso Miami, scoprendo che i pericoli non sono finiti. E intanto, nella parte finale della sua avventura, Andrea fa alla sua donna un omaggio da cavaliere antico. «Finalmente, caro Candido, un bel discorso. «Lara è stata il mio primo amore. Ci siamo conosciuti sui banchi di scuola, prima liceo scientifico. L'ultimo giorno ci siamo baciati. Poi l'invidia di qualche compagno di classe ha messo fine a un rapporto ancora da cominciare. Le hanno detto che l'avevo baciata per scommessa. Falso. Ho sofferto molto. L'anno dopo ancora in classe insieme, lei era cresciuta, era più donna ma non mi pareva più la stessa. Probabilmente avrà pensato lo stesso di me. Due estranei. Lei è stata rimandata e non ha superato gli esami di riparazione. Non eravamo più in classe insieme. Ci siamo persi completamente di vista anche se frequentavamo lo stesso liceo. Dicembre 1998, avevo ventidue anni. Marco, un mio amico, ex compagno del liceo, mi dice che ha organizzato una cena con altri ragazzi della prima liceo. C'era anche Lara. Ci sono andato. È stata una illuminazione, ci siamo rivisti e ci siamo completamente isolati dal gruppo. Un bacio. Ci siamo sentiti qualche giorno dopo, io avevo interrotto la mia relazione, di quattro anni, lei mi ha detto che aveva interrotto la sua, sei anni. Le ho detto che mi sentivo libero, ero felice, volevo frequentarla, ma non mi sarei più impegnato, almeno per un bel po'. È stato impossibile. Devo dire che ho fatto di tutto per scoraggiarla e tener duro i primi mesi, ma con lei stavo troppo bene, inutile negarlo, e così la mia finta vita da single non è mai cominciata. Sono partito per la Spagna, avevo vinto una borsa di studio con l'Erasmus: Salamanca, una cittadina universitaria, l'università più antica di Spagna, 60000 studenti su 200000 abitanti, non male. Ho studiato poco, mi sono divertito tanto, ma ogni sera al ritorno dalla discoteca il mio pensiero era per lei, e la chiamavo. Era indipendente, viveva da sola, faceva due lavori per mantenersi e si faceva svegliare in piena notte dal suo folle innamorato. Mi sentivo libero ma legato: bellissimo. La nostra vita sembrava scorrere però su due binari differenti: lei alle prese con un quotidiano difficile, io in preda alle mie euforie da studente e da futuro businessman rampante. Non mi faceva pesare nulla, aveva mille attenzioni per me, io però non mi accorgevo della sua stanchezza. Sono partito per l'America. Ero convinto che quello sarebbe stato il mio ultimo viaggio spensierato. Sapevo che al ritorno mi sarei immerso completamente nel lavoro. Avevo già fatto tre colloqui, in tre studi legali, e proprio il direttore di uno di questi, Studio Pavia e Ansaldo, mi aveva consigliato Miami, un viaggio stupendo dove potevo anche ripassare l'inglese e lo spagnolo. Detta oggi, sembra banale. Lara mi ha restituito alla vita, dopo l'agguato. Lara sulla barca è stata la regina del mio oceano. Straordinaria in tutto. Lei è il mio vero approdo.» Tra Lo Spirito di Stella e la Florida ci sono ancora 550 miglia e, purtroppo, anche una tempesta tropicale che diventa la prova estrema. Una notte e un giorno da stracci. «La barca» racconta Rachele Vitello, giornalista salita ad Antigua «ora è come una lavatrice con la centrifuga in funzione. Andrea ordina che tutti, compresi quelli in carrozzina, indossino il giubbotto salvagente. Qual è l'isola più vicina per tirarci fuori da questo inferno? Dopo un consulto delle carte, si punta su Great Inagua, a nord di Cuba, 120 miglia di distanza da dove ci troviamo, tempo stimato di navigazione dodici ore. A bordo si mangiano patate e si cerca di dormire su materassini ormai disfatti dall'umidità e mobili che scricchiolano. Ma finalmente il vento cala, il cielo s'illumina, Great Inagua è l'anticamera del paradiso. Si stendono panni e materassi sulla rete di prua perché si asciughino al sole. Ad alcune decine di metri dalla riva, Lara, Margherita e Marco decidono di andare a fare la spesa. E si tuffano in mare, mentre gli altri mettono un po' di ordine sulla barca ferita.» Quando la barca è arrivata in Florida non c'è stata una rievocazione del giorno dell'agguato in cui una banda di balordi decise che un ragazzo di tempra sportiva, atleta praticante, fresco di laurea, legato a una bella ragazza, avrebbe trascorso il resto della sua vita su una sedia a rotelle. No, il giorno dello stupido agguato non esisteva più. Il coronamento di «Back to Usa» meritava una festa. E festa è stata, perché in America la cultura dell'handicap è andata molto avanti e Andrea non era un relitto trasportato dall'Atlantico o il protagonista patetico di un pellegrinaggio, ma un piccolo eroe che, in tutta allegria, con l'aiuto di compagni di carrozzina e di amici campioni, aveva dato una lezione ai tanti scettici e ignoranti del mondo. «È la notte del 20 dicembre o meglio la primissima mattina del 21. Ecco le luci, ecco i grattacieli, ecco Miami. È notte fonda, impossibile fare qualsiasi ripresa. Ad accoglierci c'è Otello, con Ale suo figlio, Fabi la moglie, l'altro Ale mio fratello, Mambrino, Pippo, poi Ale Brasile il fotografo, la giornalista della «Gazzetta» Federica Cocchi. Oddio, siamo proprio arrivati. Ci sono anche Peppe e Jackie, una apparizione. Peppe è un ragazzo siciliano che si è preso cura dei miei genitori, li ha scorrazzati a destra e a sinistra e ha risolto ogni tipo di problema durante quel doloroso soggiorno prolungato, quei famosi cinquanta giorni da incubo. Ci sono anche mia mamma e mio papà, li vedrò l'indomani. «Siamo solo noi...»: la musica di Vasco inonda la barca. Natale è vicino, fuori il panettone. Lo ha portato Peppe. Fuori anche lo spumante. «L'indomani mille incontri, tanta stanchezza e tanta felicità per essere arrivati. Non siamo più in barca, ma in albergo, in una camera bellissima a due passi da Ocean Drive. La barca è finalmente vuota, un po' di riposo anche per lei. E poi Miami, che bella, tutta accessibile, altro che barriere architettoniche! Grande cena da Michele, un ragazzo di Bassano che ha qui un albergo, il Pellican. «Arriva il 22 dicembre, il giorno della conferenza. Otello che è a Miami da quasi due settimane ha dato il meglio di sé, giornalisti e televisioni dappertutto. Qui la mia storia interessa, perché da qui è cominciata. È arrivato anche il dottor Guarneri, il chirurgo che mi ha salvato la vita. Insieme con lui quindici ragazze che indossano una polo blu: sono le infermiere del reparto di rianimazione. Le ricordo quasi tutte. Sono commosse, qualcuna piange, sono concordi nel dire che è stato un miracolo. Sono tornato qui per dire grazie. Miami è la mia Itaca. La notte di Fort Lauderdale appartiene a un'altra vita. Il cerchio si è chiuso. Ora ho una vita nuova e mi godo questo bellissimo momento. Lara e io non ci fermeremo. Lo Spirito di Stella non finirà mai di navigare.» Di tanto in tanto, Andrea Stella mi telefona. O sono io a cercarlo. Un convegno sull'handicap, un'iniziativa comunale da sostenere, una protesta contro talune inestinguibili barriere, qualche consiglio, una prefazione da scrivere, un semplice saluto o un invito. «Omar inaugura il suo ristorante: non puoi mancare.» E io mi metto in treno e ci vado. Seppur vissute da lontano, certe amicizie sono irreversibili. La barca, che è inserita nel Progetto Italia della Tim, non sta mai ferma, gira per porti a far scuola agli aspiranti velisti in carrozzina e a portare il suo messaggio universale. Andrea si è fatto un nome anche in Europa, non solo negli Stati Uniti. L'hanno voluto a Valencia nel giugno scorso, in occasione delle regate che anticipano la Coppa America. E la barca è partita. In quel porto affollato di mondo ricco Lo Spirito di Stella - che unisce il catamarano al cuore dei suoi protagonisti - ha avuto un approdo regale. È venuto Juan Carlos a dir grazie e a stringere la mano al mio amato capitano. Il re, ottimo velista, era arrivato con il suo Bribon per partecipare alla «Copa de la Reina». Nel chiacchierare con Andrea, si è ricordato della sua sorella cieca e dei tanti problemi che si incontrano ancora in Spagna lungo la vita di un disabile. Visitando la barca e ammirando i piccoli ascensori e le altre attrezzature inventate per le carrozzine, Juan Carlos ha commentato amaramente, come un cittadino qualunque, le tante forme di incultura che ancora resistono. La disarmonia di certi marciapiedi madrileni, per esempio: da un lato uno scivolo, dall'altro una barriera inaccessibile a un disabile. Dall'incontro di Valencia è nata una collaborazione tra Lo Spirito di Stella e alcuni gruppi spagnoli. E Andrea ne va orgogliosissimo. Il titolo del programma dice tutto: «Un mar sin barreras». E io mi sbilancio: «Un mondo senza barriere». L'ultima volta che l'ho chiamato a Vicenza, Andrea era in macchina. «Vado all'Unità spinale, dove sono stato in cura per tanti mesi. Mi hanno chiamato per dare sostegno psicologico a Salvatore, un ragazzo arrivato da Lampedusa: ha avuto un grave incidente con il suo motorino. Sta attraversando un momento delicatissimo, io ne so qualcosa...» Lo conosci, questo Salvatore? «No, ma cosa importa?» La vita, ahimè, inventa sempre nuovi dolori. Dodicesimo - Notte da cieco «Maria, vorrei invitarti a cena, domani sera: una cena particolare...» «Dove, perché, come mai?» «Ho bisogno di una guida. E tu, per l'occasione, sei l'ideale.» «Avrei diritto a una spiegazione, non ti sembra? Tu vuoi una cieca come guida. Il mondo alla rovescia...» «Esattamente: per una sera il disabile, l'handicappato, il minorato, chiamalo come vuoi, sarò io.» La signora cui ho rivolto questa proposta, in apparenza molto strana, si chiama Maria Aiello, ha quarantaquattro anni, è di origine calabrese, vive in totale autonomia in un piccolo appartamento nel centro di Milano, nei pressi di via Carducci. Non c'è custode. Al di là del portoncino, una scala dritta e ripida. Maria è cieca da quand'era bambina. Si accorse alla fine delle elementari che non poteva più leggere e scrivere. Distrofia retinica: la retina di entrambi gli occhi stava morendo. La sua era una famiglia normale, serena, religiosa. Tre figlie femmine: le due sorelle ci vedono benissimo. Il dramma di Maria si compì in fretta, ma con altrettanta celerità venne affrontato. La madre le disse: «Non penserai di non lavare più i piatti perché sei cieca...». E poi, il padre: «Intelligente, creativo, fantasioso, sostenitore della mia libertà. Lui ha creduto nel mio percorso culturale: «Dovunque vuoi andare, devi arrivarci da sola, con i tuoi piedi». È stato ed è per me una fonte di fiducia e di coraggio». Di primo acchito, può sembrare che in questa vigorosa reazione corale ci sia un po' di cinismo familiare. E invece nasce un proclama di vita e di salvezza: autonomia, responsabilità, libertà, la vita è tua, cercheremo di offrirti tutte le possibilità. E Maria, nel suo nuovo status di cieca, le ha avute: girando per l'Italia, da Crotone a Napoli, da Città di Castello a Milano, ha imparato il braille, ha studiato materie classiche, si è tuffata nella cultura storica, ha appreso il latino e il greco, ha praticato la ginnastica artistica, ha frequentato lezioni di musica, ha fondato anche un Torball Club, dove si pratica uno sport per non vedenti, si è battuta sulle materassine dello judo, si è cibata di sapere nelle biblioteche milanesi di Palazzo Sormani e della Università Cattolica dove si è laureata, a ventinove anni, con una tesi in Diritto tributario. Guarda avanti, sogna nuovi traguardi e incrocia le dita... Quando l'ho conosciuta - e spiegherò come -, mi ha colpito questa sua frase: «La cultura è un'arma con la quale si abbatte qualsiasi barriera». In quel momento, nel mio studio, non avevo davanti una colta signora cieca, ma una gentile e implacabile guerriera della vita. Tra lei e me, sul tavolo, c'era il tramite del nostro incontro: un libro che, al primo approccio, aveva tutta l'aria di essere straordinario: Viaggio nello sport attraverso i secoli. Editore, Le Monnier. Autrice, lei: Maria Aiello, l'amica che ho invitato a cena perché mi facesse da guida in una serata particolare. Il viaggio storico di Maria è senza confini, si collega a una enorme bibliografia internazionale, dai francesi Hulmann, Bailly e Depagniat, agli inglesi Barber e Grayson, all'italiano Patrucco, passando per ricercatori tedeschi, spagnoli, americani, polacchi. Il tour parte dal classicismo ma non segue la rotta tradizionale, devia verso mete nascoste o meno battute, crea collegamenti culturali inediti: la Grecia, l'Etruria, Bisanzio, Roma, l'Islam, i cimenti dell'antichità, le giostre del Medioevo (periodo per cui nutre una grande passione) sino all'olimpismo moderno con tutto il suo fascino, i suoi vizi, il suo business e, purtroppo, anche il suo doping. E poi, le donne, i disabili, la geografia sportiva del mondo che cambia, l'avvento ai vertici dei campioni africani, il sogno sublime dell'uguaglianza, dell'unione planetaria. Alta qualità scientifica e arte di divulgazione. Maria, come hai fatto a scrivere questo libro? Mi arriva una risposta semplice: «Ho lavorato per cinque anni e mezzo». Osservo che l'arco temporale non è sufficiente a spiegare il piccolo prodigio di ricerca e di sintesi che ho in mano. Lei si mantiene serena: «Lo so, pensi alla mia condizione di cieca. Ma c'è la tecnologia, c'è la gente che ti aiuta. Io ho una vita intensa e tantissimi amici. Ne cito uno per tutti: Gianmarco Gotta, intelligente, poliglotta, fantasioso, generosissimo, capace di trasmetterci la gioia per la cultura. Per me, un tesoro». Da quel giorno Maria Aiello ha un amico in più: il vecchio cronista che la sta invitando a cena in un bel ristorante di Pavia, che non vedremo; con alcune decine di ospiti, che non vedremo; serviti a tavola da giovani camerieri volontari, che non vedremo, né loro ci vedranno. Il menu è ricco, ma sepolto nell'oscurità: del cibo e dei vini conosceremo solo il sapore. Non vedremo neanche gli euro con i quali si dovrà pagare il conto: dovremo fidarci di chi, incassandoli, li riconosce al tatto. Una cena nel buio assoluto. Mi appresto, insomma, a vivere una serata da cieco, cieco totale, senza spiragli, e l'invito che ho rivolto a Maria, amicizia a parte, è fortemente interessato. Un probabile cieco imbranato e indifeso, come io prevedo di essere, chiede soccorso a un'accademica della cecità quotidiana. Lei sarà la mia guida, il mio pronto soccorso. Lei psicologicamente mi dà sicurezza. A lei mi appoggerò lungo le quasi tre ore di questa singolare esperienza, dalla quale ricavo una sorta di parabola evangelica: «Assaggia la realtà di un cieco. Lui per tutta la vita è costretto a fidarsi di te. Tu per una sera ti fiderai di lui». O di lei, nel mio caso. O di loro, considerati i ragazzi ciechi che servono a tavola. Maria, naturalmente, accetta l'invito: immagino per amicizia, per curiosità, per un pizzico di allegra solidarietà e forse anche per gustarsi quel rapporto capovolto tra un vedente e una cieca. Per tre ore, il timone sarà nelle sue mani. Ma, al di là di questa curiosa scenografia, avverto che in me sopravvive l'egoismo: l'esperienza più importante la faccio io. Non avrò gli occhi, ma collauderò i confini degli altri sensi che il «non vedere» alimenta e dilata in modo impressionante. L'appuntamento è a Pavia, alla Locanda del Carmine che prende il nome dalla deliziosa piazza romanica, sottratta per fortuna a ogni tentazione di traffico. È un locale di prestigio, ma spero di scoprirlo in un'altra occasione. Stasera, immerso nel buio, potrò solo immaginare: pareti, colonne, disposizione dei tavoli, facce dei commensali che vengono introdotti a turno. «Cena al buio» è un progetto che si rifà a un'analoga iniziativa - prima e a lungo unica in Europa - vissuta al ristorante Unsicht Bar di Berlino. Camerieri non vedenti introducono gli ospiti in un locale immerso nella più completa oscurità. Titolare della locanda pavese è la signora Lorella Soldati, leader di un bel clan familiare: il marito Livio, il gigantesco fratello Lele che fa lo chef in cucina insieme con la moglie Daniela, familiari vari. Decisivo è stato l'incontro con Nicola Stilla, vivacissimo presidente regionale dell'Unione Italiana Ciechi che lavora come centralinista alla sede milanese della Banca d'Italia. «Avevamo seguito, un paio d'anni fa, gli «Incontri al buio» al Palazzo Reale di Milano. Ci siamo chiesti cosa si potesse fare di analogo. È nata così questa idea della «Cena al buio», che organizziamo una volta al mese. A Lorella è piaciuta e io da cieco l'ho trovata stupenda, per una ragione semplicissima: coinvolgiamo direttamente la gente nel nostro problema. Ecco la chiave magica della comprensione.» Mentre ascolto queste parole, ricordo quello che mi disse Felice, lo scultore cieco di Bologna: «Ci vorrebbero vigili non vedenti per capire le nostre esigenze di movimento in città». Quaranta ospiti per volta nel ristorante invisibile. La notizia si è diffusa, le prenotazioni crescono, il prezzo è di cinquanta euro a persona, ma una parte va all'Unione Ciechi. Ragazzi non vedenti in veste di camerieri: Patrizia è di Pavia, Barbara arriva da Sesto San Giovanni, Giuliano da Milano, Claudio da Lecco. Barbara, che servirà al mio tavolo, sta per laurearsi in Giurisprudenza alla Bicocca. Maria si è messa in ghingheri: una bella giacca color ocra su un pantalone nero. Si culla nel ricordo infantile dei colori e lo custodisce devota, come grande patrimonio. «In questo senso sono fortunata: pensa a quelli che non hanno mai visto il cielo, il mare, un albero, un uccello, gli occhi di un bambino.» Sono le otto e trenta. «Il vostro tavolo è il numero uno.» Mi sento come trainato nel buio da gente amica, ma senza il minimo imbarazzo. Maria mi incoraggia: «Appoggiati al mio braccio». Ha ascoltato le indicazioni, si muove come se fosse l'unica a vederci e mi conduce al posto giusto. Lei siede alla mia destra, mentre a sinistra arriva un'altra signora che si chiama Enrica. Gli ospiti stanno affluendo a piccoli gruppi. Maria si alza: «Voglio rendermi conto di com'è disposta la sala». Io sbatterei il naso da qualche parte, dopo pochi passi. Lei realizza invece un disegno mentale che si sviluppa attorno a una colonna. Non lo tiene per sé, ce lo descrive minutamente. È una guida esemplare. Me la sono scelta proprio bene. Quando siamo al completo, Nicola Stilla dà le istruzioni: «Spegnete i telefonini, consegnate eventuali orologi fosforescenti, tenete sempre le mani basse sul tavolo per non rischiare di far cadere qualche bottiglia. E adesso immaginate il quadrante di un orologio davanti a voi: alle dodici c'è il pane, all'una la bottiglia dell'acqua, alle tre le posate, alle sei i tovaglioli, alle dieci il vino bianco, alle undici quello rosso. A proposito, il bianco lo riconoscerete perché è più fresco del rosso. La bottiglia dell'acqua minerale avrà un nastrino al collo. I cibi scelti comporteranno un uso minimo del coltello». La lezione continua ma, alla fine, io ne ricordo ben poco, quasi nulla. Mi fido dell'istinto, di Maria e dei suggerimenti dei ragazzi e delle ragazze che servono a tavola. Barbara è un tesoro: ha una voce caldissima, mi chiama per nome e mi tratta come un bambino. Nonostante le prescrizioni, prima che arrivi l'antipasto si sente un rumore inequivocabile. E il mio tatto intercetta qualcosa di liquido sulla tovaglia. Una signora dalla parte opposta del tavolo confessa: «Ho rovesciato il bicchiere con il vino bianco, scusate». Fa piuttosto caldo, Maria sistema la mia giacca e, con intuito particolare, rimedia alla mia collaudata milizia di macchiatore di cravatte stringendomi al collo un rassicurante tovagliolone. Si comincia con uno sformatino di verdure. Avvio facile. L'unico problema è capire se hai svuotato il piatto. Si prosegue con un risotto arricchito da zucchine e crema zafferano. Inseguire le zucchine è più impegnativo. E ancor più lo sarà captare le chicche di pane nel «pesto di basilico e coulisse di pomodoro» o le patate che fanno da cornice all'arista immersa in salsa rustica. Per fortuna, io ho un pessimo rapporto con le patate: possono restare dove sono. Il pranzo in sé è un gioco in cui l'impaccio e i piccoli infortuni sono fattori di allegria. A un certo punto, quando arriva il risotto, chiedo: chissà che ora è... Mi sono abituato al buio con una certa disinvoltura, trovo invece più impegnativo assorbire la lentezza rituale delle operazioni. Questo mi succede a tavola anche in occasioni di laboriosi pranzi nelle sale illuminate. Ma l'oscurità in cui mi trovo va studiata, esplorata se voglio dare un senso a questa esperienza. E allora, mi lascio scivolare piano piano nel rapporto, per me inedito, tra buio e tempo. Ed è come se fossi promosso, da cieco provvisorio, a una classe superiore. Il tempo nell'oscurità totale finisce di volare, scorre al ritmo sincopato del nostro sangue in ore di relax. I pensieri, la fantasia, la sensibilità, non più soffocati, trovano spazi nuovi e libertà incondizionata. È questo, tra tanti disagi, il terreno in cui un cieco conquista, rispetto a noi, un enorme vantaggio interiore. Adesso la studiata lentezza del pranzo diventa naturale, fisiologica. Maria, comunque, mi controlla con attenzione ed è lieta di esercitare il suo ruolo di guida: «Se vuoi fare un giro nella sala, non c'è problema: ti accompagno». Non posso deluderla. Mi alzo, mi appoggio al suo braccio e lei, non so come, illustra minuziosamente cose per me inafferrabili: la numerazione e la disposizione degli otto tavoli, per esempio, l'ubicazione della cucina dove mi conduce per fare i complimenti a Lele, lo chef gigante, e alla moglie sua assistente. Maria mi indica persino la direzione della toilette se ne avessi bisogno. E poi fa tutto un discorso sulle funzioni scenografiche della colonna centrale che, nell'ignoto visivo, deve essere proprio la sua passione. «Purché» osservo «non andiamo a sbatterci la testa.» Non ce la sbattiamo, garantisce Maria mentre mi riaccompagna al tavolo. La lascio un po' in pace, svolto a sinistra. «Enrica, non ci siamo mai visti, ma ho studiato la tua voce e il tuo modo di esprimerti. Posso fare un gioco di identificazione? Una sorta di identikit orale?» Come ho già accennato, la signora Enrica è la seconda compagna della notte. Darsi del tu è una regola non scritta. Abbiamo chiacchierato piacevolmente. Lei viene dal Piacentino, abita a Caorso dove c'era una centrale nucleare, conserva un piccolo residuo di vista. Sulla base di queste notizie, procedo: «Dunque, cominciamo con l'età ...». «Non ti scervellare: sono cinquantadue appena compiuti.» La invito a non interferire sul mio lavoro: l'età avrei dovuto intuirla io. Andiamo avanti: «Signora di notevole cultura, magari professoressa». Indovinato. «Corporatura snella.» Okay. «Bruna, naturalmente.» Giusto. Mi prendo i complimenti, ma mi fermo per paura di rovinare con qualche strafalcione questa serie positiva. Enrica completa l'informazione: «Ho conservato i miei legami con Pavia dove ho anche insegnato. Ora sono in pensione e mi dedico all'Unione Italiana Ciechi. I bisogni sono tanti, l'integrazione non è solo un fatto culturale: richiede anche corsi di formazione al lavoro. Poi c'è il grande capitolo della prevenzione, del recupero visivo per gli ipovedenti». È un discorso tipico di chi è immerso nel problema con la mente, con il cuore e con quel poco che resta degli occhi, ma Enrica per pudore nasconde il fatto nuovo: è stata eletta presidente dell'Unione Ciechi della provincia di Pavia. Lo annuncerà sontuosamente Nicola Stilla, il nostro anfitrione, che le ha ceduto il posto essendo stato chiamato alla presidenza regionale. È arrivato il dessert: semifreddo al Grand Marnier con salsa di fragole. Una chiusura trionfale. Durante il pranzo, ho tirato fuori alcune pagine di taccuino rosa e ho cercato di prendere appunti da cieco. Il risultato meriterebbe un'analisi psicologica per la sconcertante difformità del mio rendimento. Il peggio sta in un foglietto che ho utilizzato due volte sulla stessa facciata, immaginando di averlo rovesciato. Il meglio sta in una inintelligibile frase di Maria: sono scarabocchi sulla sua fede, sul Cristo che le ha spianato la strada, sul suo grazie per una vita che ha premiato generosamente il suo coraggio, alimentando gioia e speranza. «Il libro che ho scritto è un pilastro della mia esistenza: ora aspetto in preghiera la buona notizia.» A occhi aperti o chiusi, i sogni si somigliano: il sogno di Maria è il nuovo lavoro che allargherà i confini del suo luminosissimo buio. La serata, tra preliminari e brindisi, è durata poco meno di tre ore. Riconquisto la luce senza il minimo imbarazzo: come se i miei occhi non aspettassero altro. La piazzetta del Carmine, sobriamente illuminata, è una cartolina pavese dell'infinito almanacco che ha come titolo «Le meraviglie d'Italia». Il privilegio di poterla ammirare mi commuove e relega a livello di un gioco quasi infantile la mia esperienza da cieco. Provo un certo imbarazzo nei confronti di chi dal buio non uscirà mai. È come vivere una giornata con un ergastolano a San Vittore, sapendo che quando vuoi te ne torni a casa mentre lui resterà rinchiuso nella sua penosa eternità terrena. Qualcosa certamente mi rimane: rifletterò. Avrei tanta voglia di parlarne a caldo, ma c'è un'auto in attesa: «Maria, s'è fatto tardi, ti riporto a casa». Tredicesimo - Il regista Al numero 5 di via Veneziano c'è un portoncino nero con, al centro, una piccola insegna: «Officina Film». Semiperiferia milanese, dove nascono botteghe di fantasia. In un piccolo e ordinatissimo appartamento abitano e lavorano Mirko e Giuditta, con la loro storia semplice e il loro approccio gentile a una vita fertile di idee e di speranze, ma non so quanto generosa: nessuno può dirlo. Lui aveva diciassette anni nel 92, quando, mentre guidava il suo motorino, si scontrò frontalmente con un'auto nei pressi di Crema. Sopravvissuto, grazie al Cielo e agli ospedali specializzati, ma tetraplegico: «Muovo il busto e la testa. Posso respirare». Lei se ne innamorò quando erano all'università. E se le chiedi quali valori interiori la abbiano attratta del suo uomo in carrozzina, con gambe e braccia inerti, Giuditta risponde: «Ti confesso che, oltre ai valori, mi è piaciuto subito anche fisicamente». Vivono insieme da sette anni. Lui è Mirko Locatelli, regista emergente. Lei Giuditta Tarantelli, sceneggiatrice, responsabile dei progetti, amministratrice della minuscola azienda e della vita comune che i due si sono costruiti. Mentre varco il portoncino nero, non cerco protagonisti clamorosi, da prima , ma cedo all'incanto della semplicità convinto che questa storia, per adesso piccola, ne rappresenti tante, animate da quel silenzioso eroismo quotidiano che, per tante migliaia di persone colpite da un handicap, si chiama normalità. E poi, nella casa-bottega c'è aria di talento, di una grazia che non conosce confini. Qualcosa mi dice che la piccola storia potrebbe diventare grande. Non è un'idea affettuosa e vaga. C'è già qualcosa di più di un indizio: c'è un film sull'adolescenza e la diversità, già prodotto, che gira per sale dove la cultura del cinema avanza senza fasto e con pochi biglietti, ma avanza e prima o poi s'impone. Il film s'intitola Come prima. Regista, naturalmente, Mirko Locatelli. Protagonista un ragazzo, Fabio Chiodini, che, disponendo di braccia e gambe, ha dovuto studiare da tetraplegico, imitando chi lo è davvero, per sostenere la parte di Andrea. Il ragazzo ha nel film un padre particolare: Giuseppe Cederna, attore prestigioso e amato, scelto da Gabriele Salvatores per Mediterraneo e Marrakech Express, da Andrea Barzini per Italia-Germania 4 a 3, da Guido Chiesa per Il partigiano Johnny e da Enzo Monteleone per El Alamein. Anche questa presenza di Cederna entra nello spirito del progetto: ha letto il copione, ha capito, ha richiamato, ha accettato. «Abbiamo girato il film in undici giorni,» racconta Mirko «la proiezione dura un'ora, Cederna è stato un amico delizioso: ci leggeva le battute al telefono, ha lavorato gratis, forse con un rimborso spese.» Per piccola che sia, non vi sembra una bella storia? Giuditta vorrebbe offrirci almeno un caffè o un bicchier d'acqua. E guarda il suo uomo con occhi che parlano, suonano, cantano. Mirko discorre sottovoce, porta gli occhiali, ha l'aria pacata di un intellettuale che non si è risparmiato sui libri. Ma se appena gli leggi nel volto, trovi concentrata tutta la vita negata al suo corpo immobile. Occhi chiari che esprimono una tenerezza che viene dall'anima e immagino si fondi su un lungo esercizio di pazienza, ormai acquisita. Certo, ha fatto fatica ad accettarsi dopo l'incidente. Anche lui è transitato per i giorni della disperazione, ma adesso è sereno: «Ciascuno deve fare il meglio, a prescindere dal suo stato. Il valore di una persona e la sua felicità non possono misurarsi sulla base dei suoi limiti». Ho già sentito più volte questa musica. Non sono parole, è quotidiana filosofia di vita. Con noi c'è un giovanotto, di nome Fabio: ha studiato all'Università di Ferrara Tecnologia della comunicazione, ha chiesto di fare uno stage nella bottega di Mirko e Giuditta. E vi è rimasto. Arriva anche una giovane signora: è la mamma di Mirko, si chiama Lidia, vive a Crema con il marito Italo, ma lavora a Milano e quindi viene a far visita al figlio. Si accuccia davanti al computer, mentre noi parliamo in cucina dove c'è un bel tavolo e tanto spazio. Mirko, ti ricordi che giorno della settimana era quello dell'incidente? Attimi di silenzio imbarazzato: «Non so rispondere. Tu, Giuditta, sai qualcosa?». Altro silenzio: Giuditta non sa o non ricorda. Voce di mamma: «Era il 15 settembre del 92. Un martedì». Dietro questo siparietto, ci sono sette mesi ormai lontani di buio e una gran voglia di rimuovere il fatale momento in cui un motorino si trova faccia a faccia con un'auto e il mondo finisce in pochi secondi. «Io non posso raccontare nulla;» dice Mirko «ricordo solo buio. Oltre alla frattura della quinta vertebra cervicale, ero un grumo di ossa. Sette mesi in rianimazione: vivevo grazie alla macchina. Poi mi hanno affidato a un respiratore. Infine ho cominciato a respirare da solo, piano piano. Da Crema sono passato al centro di riabilitazione di Rho. Allora c'era solo quello in zona, adesso c'è un'Unità spinale al Niguarda. Un calvario, ma sono qui. La carrozzina non è un rifugio: è una finestra dalla quale ti affacci su una vita che non conosci. Nulla è facile. Ho ripreso a studiare, ho conseguito la maturità scientifica, mi sono iscritto alla Statale di Milano: Lettere e Filosofia con indirizzo archeologico. Strano, no? L'archeologia era la mia passione. Ho fondato anche un'associazione culturale e un giornalino che si batteva per far conoscere e valorizzare l'archeologia del Nord Italia. Ma il più bel regalo dell'università è stato l'incontro con Giuditta. Cosa sarei senza di lei, nella vita e nel lavoro? Non riesco neanche a immaginarlo.» Giuditta conosce bene questa musica. Non è imbarazzata, fa cantare i suoi occhi. L'imbarazzato sono io, con il mio taccuino all'incrocio di una limpida storia d'amore. Mirko, cosa c'entra la tua archeologia con il cinema al quale ti stai dedicando? «Mi aspettavo questa domanda. Il cinema mi ha sempre interessato e a un certo punto mi ha anche conquistato, tanto da rappresentare una scelta della mia vita. Ho cominciato a lavorare nell'audiovisivo, ho scritto articoli per «Vivimilano on line» e altre pubblicazioni, abbiamo fondato l'associazione culturale Cinemaindipendente.it facendone un punto d'incontro per giovani film-makers: corsi di cultura cinematografica, proiezioni, progetti di produzione. Infine è nata Officina Film e qui abbiamo cominciato a produrre spot pubblicitari, documentari, cortometraggi sino al film che ci ha fatti conoscere e che ti ha indotto a venirmi a trovare, non perché io sia un regista noto, ma semplicemente perché il tema del racconto è di tuo interesse. L'adolescenza è un periodo difficile della vita, forse il più complicato in assoluto, dà inizio a una fase di transizione piena di dubbi. E inoltre il protagonista del mio film è un disabile. L'hai visto? Cosa ne pensi?» Confesso di avere soltanto il ricordo confuso di una commozione. Vorrei rivedere il film e Giuditta mi offre subito un dvd. Però, ho ben chiare alcune domande da fare. Quanto c'è di autobiografico in questo Come prima? Quell'Andrea che torna a casa dopo un anno di buio, ritrova il suo mondo ma tutto gli sembra ostile, sei tu? Quel ragazzo che si scontra con il padre rientrato in famiglia per dovere appartiene alla tua storia? La risposta di Mirko è secca, anche se non del tutto convincente: «Di autobiografico nel film c'è soltanto la mia condizione di tetraplegico. Il resto è un viaggio in una complicata stagione della vita, aggravata da una sedia a rotelle. Andrea è segnato da un trauma che lo ha ferito nel corpo e nella mente: deve accettarsi, deve prendere consapevolezza del proprio valore che prescinde dal suo stato. Il padre aveva dei rimorsi. Vuole liberarsene, occupandosi intensamente dei problemi del figlio, ma in maniera sbagliata: la sua è un'azione quasi meccanica, seppur generosa, che non tocca i bisogni e i sentimenti del ragazzo. Ci sono personaggi positivi nel film, soprattutto il fratello e gli amici più cari di Andrea, mentre la madre, la ragazza e altri si smarriscono. L'autobiografia comincia e finisce con il mio handicap. I miei rapporti con la famiglia sono normali, sereni. Aver cercato presto un'autonomia, assumendo in proprio le responsabilità della vita, mi ha aiutato: vivo una realtà che mi appartiene, evolve giorno per giorno e mi pone in un confronto diretto, alla pari, con il mondo». Caro Mirko, anche nel film c'è una Giuditta che si chiama Sara: soffre per Andrea, sopporta le sue rabbie e i suoi sconforti, ma alla fine risulta decisiva per il suo recupero. Scommetto che l'ispiratrice del personaggio è qui davanti a noi. Questo, almeno, vuoi ammetterlo? La risposta mi disarma, anzi colpisce la vaghezza dei miei ricordi sul film. «Non sono d'accordo su questo parallelo Sara-Giuditta, perché Sara nel film, dopo aver lottato, si arrende sin troppo presto. Mentre Giuditta è qui.» E basta uno sguardo di Mirko verso la sua donna a raccontare l'enorme significato di questa presenza: ormai ci sono abituato. Il film Come prima, pur nell'àmbito limitato della ricerca culturale, ha avuto già buoni riconoscimenti e incoraggianti recensioni. Il tema dell'handicap è attualissimo e, grazie al Cielo, è approdato alla luce, senza ipocrisie e pietismi. La società ha aperto finalmente gli occhi su un popolo che rappresenta una risorsa, se gli si riconosce il sacrosanto diritto di vivere alla pari e di esprimersi. Il film di Mirko Locatelli entra nell'anima delle persone, con delicata ed esemplare chiarezza. Il finale è aperto: né lieto, né triste, tutto da vivere o da interpretare. Ma qui le mie idee tornano confuse e non so se a scuotere i miei sentimenti sia il film oppure il suo autore, questo tenero intellettuale che ho davanti. Il dubbio me lo tengo caro. In attesa che tanta gente scopra il tuo film, cosa sogni Mirko? «In questo momento sto girando un documentario, dove i protagonisti sono adolescenti para e tetraplegici, a confronto con i loro coetanei in piedi. Raccontano, inventano, immaginano in un bagno di sincerità che prevale su ogni dolore. Poi sogno una produzione vera, un film con i quattrini necessari a tenere in piedi un set per il tempo che occorre, un'opera che venga distribuita nei circuiti importanti. Ho già un progetto e un appuntamento a Roma per illustrarlo.» E immagino che Mirko, nell'inseguire il suo sogno, tirerebbe fuori un bel malloppo di carta con la trama già scritta, se potesse muovere le braccia. E mi inviterebbe a leggere. Ma è meglio così: i sogni non vanno disturbati. Anche perché - lo dico sottovoce - mi risulta che stiano comportandosi bene. Giuditta insiste: «Neanche un caffè? Preferisci una bibita?». Raccolgo i miei appunti e i miei pensieri, saluto con affetto questi nuovi amici. Sulla brochure che ho in mano c'è una frase del grande regista François Truffaut: «Quando sento un adulto rimpiangere i tempi della sua infanzia, tendo a credere che abbia una pessima memoria». Al di là del portoncino nero, rileggo l'insegna: «Officina Film». E penso alle tante grandi storie del mondo partite, piccolissime, da un'officina. È un sogno per conto terzi. Quattordicesimo - Il pilota «Niccolò, sei contento? Ora papà ti porta con lui sul podio.» Il bambino, un po' imbarazzato, interroga con lo sguardo la mamma Daniela e riceve un segno di emozionata approvazione dai suoi occhi chiari. Mi trovo al centro di questo affettuoso intreccio familiare in una domenica luminosa e calda al Mugello, dove i poggi della Santa Toscana sembrano usciti da altrettanti quadri di Rosai o da quelli di un pittore fiammingo innamorato dell'Italia. E il disegno del circuito, dove corrono macchine e moto, evoca con i saliscendi del suo tracciato le avvincenti sinuosità di un corpo femminile. Un campione mi ha detto: «Qui si prova un piacere di guida prossimo all'erotismo». Ora il piccolo Niccolò si arrampica gioioso verso la torre dei vincitori, dove sono piazzate tre bandiere e tre coppe. E il padre, grondante di sudore nella sua tuta da pilota, lo segue di slancio, ma a fatica, brandendo le sue armi, che sono due grucce, nella scalata acrobatica di una decina di ripidi gradini. Le sue gambe sono rimaste nei pressi di Berlino, nel settembre del 2001, in uno degli incidenti più spaventosi della storia motoristica. Gli hanno costruito delle fantastiche protesi e lui le ha umanizzate facendo circolare in esse il sangue di una strenua, feroce, divina volontà di vita: la migliore vita possibile, comprese naturalmente le corse, piccole o grandi non importa, senza le quali la sua esistenza si svuoterebbe. Lui è Alessandro Zanardi da Castel Maggiore. Campione famoso, uomo affascinante che oggi ti conquista per la sua disponibilità verso il prossimo e per il suo modo semplice - io direi religioso - di dire grazie alla tanta vita che gli è rimasta, con qualche pezzo di carrozzeria in meno nel suo corpo. Sono andato al Mugello per vivere due giorni a fianco di Alex, nel piccolo mondo di una corsa che si snoda attorno al motorhome, presidiato dalla moglie Daniela come fosse la villa di Padova. Tutto è squisitamente familiare. Gli uomini della Bmw, che hanno visto quasi morire il loro pilota sul circuito tedesco, sono rimasti sempre dentro la sua vita e circolano come parenti in questo piccolo quartier generale. C'è il grande capo italiano che si chiama Gianfranco Tonoli, ci sono i responsabili della scuderia Aldo e Roberto, tecnici, meccanici, telemetristi, tutti della stessa tribù. Mi sono unito a un club di certo fondato sui sentimenti, ma altamente professionale, animato da grande volontà di vittoria e fornito di mezzi adeguati alla classe di un grande pilota impegnato in competizioni vere, al migliore livello possibile. Nulla di patetico attorno a un campione mutilato, ma una carriera che, dopo essersi spaventosamente interrotta, riprende nella categoria Turismo con grandi velleità in campo nazionale e mondiale. Io non l'ho confessato neanche a me stesso: ma ho preso l'aereo per Firenze e ho proseguito in auto verso il Mugello convinto di veder vincere quel ragazzo mio amico, che ha commosso il mondo e continua a commuoverlo per il suo coraggio. Sabato Zanardi non ci è riuscito e, dopo aver stretto la mano al vincitore De Lorenzi, ha rilasciato questo commento: «Abbiamo carnato». Domenica ha compiuto una partenza strepitosa, si è messo in testa e ha gestito la sua corsa con la classe di un Niki Lauda. Alla stessa ora si svolgeva il Gran Premio di Francia di Formula 1, ma tante scuse ad Alonso e a Schumi: il nostro cuore batteva al Mugello. E adesso, nella scia di Alex e del piccolo Niccolò, mi arrampico anch'io sulla torre del podio, anche perché i deliziosi amici del Mugello - Sante Ghedini e Riccardo Benvenuti - che gestiscono il circuito come un tesoro per conto della Ferrari, mi hanno regalato il privilegio della premiazione. Gli Zanardi sul gradino più alto sono due: padre e figlio. Consegno le coppe e il piccolo Niccolò, dopo aver sollevata a fatica quella del vincitore, vorrebbe restituirla. Alex gli sussurra: «No, devi tenerla, è nostra, anzi è tua». Ai piedi della torre ci saranno non più di cento persone festanti, ma in una domenica come questa, sullo sfondo delle benedette colline toscane, l'immaginazione fa miracoli: io vedo gli autodromi di Monza, Nürbungring, Magny-Cours, Imola, Montmeló messi insieme, vedo una fiumana di gente che invade la pista e migliaia di bandiere al vento, con i colori trionfanti della vita. C'è un signore di una certa età, un po' defilato, che si fa avanti. Riconosco Claudio Costa, il medico che viaggia da non so quanti decenni con il circo della moto. Tutti accorrono alla sua bottega itinerante e lui ha sanato ossa di mezzo mondo. «Quanti figli hai?» gli chiedo. Lui afferra con un attimo di ritardo il senso della domanda: i figli sono cento o forse duecento, sono i ragazzi di tutte le nazionalità che lui ha rimesso in sella e che lo amano come un padre. So che Claudio Costa ha partecipato con la sua bravura professionale e con immenso affetto alla ricostruzione di Zanardi. E ora è venuto a godersi il momento intimo e sublime di questo podio, dal quale Alex sta scendendo con l'aiuto delle sue grucce: «In discesa» dice «tutti i santi aiutano». Il dottor Costa mi prende da parte e poi sussurra al mio orecchio: «Caro Cannavò, ora posso dirlo: la sfida di Berlino è vinta». E allora, prima di goderci il dopo corsa del Mugello, nel motorhome dove Daniela ci offrirà il caffè, torniamo indietro di quattro anni, a Berlino, sul circuito del Lausitzring, dove questa storia di rigenerante umanità è cominciata, con un balzo nell'inferno. Mentre il secondo aereo s'infilava nella torre, tutti noi, impietriti davanti alla tv, ci siamo chiesti: «Cosa può esserci di peggio di questo maledetto 11 settembre?». Su quei giganti di vetro e cemento, vertiginose cittadelle verticali, sentinelle blindate del mondo ricco, ci eravamo arrampicati qualche volta da turisti, perché non aveva senso andare a New York senza conoscerne i simboli e affacciarsi sulla baia come dall'enorme oblò di un aereo. E poi raccontarlo agli amici. Adesso i giganti erano tombe in un biblico cimitero della modernità barbarica. L'aereo proiettato sulla prima torre non l'ha visto quasi nessuno. Il secondo è stato seguito in diretta da qualche miliardo di persone. «Cosa può esserci di peggio di questa tragedia spaventosa, fulminea e ultramoderna?» Se lo chiese anche Alex Zanardi, in procinto di recarsi in Germania per una corsa del Mondiale Cart sul circuito del Lausitzring. «Per mezz'ora» racconta «rimasi in piedi, paralizzato. Poi presi il mio bambino Niccolò, me lo piazzai sulle spalle e fuggii da quell'orrore verso il supermercato. Che senso ha, mi chiedevo, vivere in un mondo così? Guardavo negli occhi mio figlio inseguendo la sua innocenza come un appiglio estremo.» Quattro giorni dopo, in una feroce trasposizione simbolica, il corpo di Zanardi subisce la sorte di una torre gemella. Non è terrorismo, è soltanto terrore. Speronato a 320 all'ora dall'auto di un pilota canadese. Volano briciole di metallo e brandelli di vita attorno alla spaventosa scena che fa il giro del mondo in tv, rinchiusa in quel rettangolino dove tutto diventa spettacolo. Dentro c'è l'uomo che mi sta davanti. Vivo e sorridente. Ti vien voglia di toccarlo per verificare il trionfo dell'Inspiegabile. Cosa volete che siano due gambe perdute quando tutto sembrava finito in briciole roventi? Ma sì, viva la forza della vita, viva la fede, viva la scienza, viva la famiglia, viva tutto ciò che fa parte di questo mondo. Zanardi è un testimonial prezioso non del Miracolo, ma di questo patrimonio terreno. Quindici settembre, il mondo piange ancora sull'ecatombe delle due Torri. È come se la tragedia di New York insegua Alex sulla opposta sponda dell'oceano, realizzandone una edizione privata. Cosa ci fa quella macchina ferma trasversalmente al centro della pista? Non c'è tempo di chiedersi come sia sfuggita al controllo del pilota Zanardi. Arriva il missile terrificante e incolpevole. E Alessandro piomba nel buio degli occhi e della memoria: nel suo ignoto non può sapere di aver perso le gambe. Se ha un pizzico di coscienza, pensa di essere morto. Le arterie femorali che s'affacciano da quei monconi diventano fontane di sangue. Con pinze e laccetti improvvisati si tenta di bloccare l'emorragia che sta svuotando la vita del campione: un po' resistono, poi si sganciano. E decilitri e decilitri di sangue restano sulla pista, altri sull'elicottero che vola per cinquanta minuti, grazie a una scelta temeraria e provvidenziale, verso Berlino dove in un ospedale altamente specializzato esiste l'unica, tenue, disperata possibilità di salvezza. Anzi di miracolo. Ma bisogna arrivarci, prima che la vita scivoli via del tutto. Prima del decollo, Steve Olvey, capo dell'équipe medica, disse: «Se lo mandiamo a Dresda, lo perdiamo». Padre Phil, che cura le anime dei piloti della Formula Cart, raccolse da terra un po' d'olio della macchina distrutta e organizzò sul posto una estrema unzione. Ma la voce più bella, il presagio salvifico venne da Daniela: «Amore, resisti, ce la farai». Sono piccoli frammenti del bellissimo libro scritto da Alessandro Zanardi con Gianluca Gasparini. A rileggerlo vengono ancora i brividi. Ora Zanardi è davanti a me. Porta a spasso con disinvoltura, direi anche con un pizzico di spavalderia, le gambe di impasto metallico speciale che gli hanno costruito, vive con la moglie Daniela e il piccolo Niccolò in un paesino a pochi chilometri da Padova. Giovane patriarca a mezzo servizio, con un pensiero fisso e immutabile: le corse, la sua vita. È venuto a prendermi in auto alla stazione di Padova. Sta partendo per il Messico dove c'è una prova del Mondiale. Poi campionato italiano al Mugello: lui è il capoclassifica, ma vincere su quel circuito definito da Alex «il più bello del mondo» sarebbe stupendo. Io mi impegno ad andarlo a vedere. E dopo il Mugello, un fitto calendario di impegni agonistici, compresa una prova con la Williams di Formula 1, come se quel giorno del buio non fosse mai esistito. Per Zanardi il dramma è stato solo un break, ormai superato. Lui parlerebbe solo di auto veloci, di nuovi cambi da sperimentare, di rivali fortissimi da rispettare. Ma io lo interrompo con una brutta domanda. «Caro Alex, sono passati quasi quattro anni. Io so che non hai alcuna paura a confrontarti con la scena di quell'esplosione in cui tutto si annulla e si confonde. Anzi la studi nella sua sequenza, la esamini, cerchi forse le radici della tua nuova esistenza. Ti chiedo: non hai la sensazione di vedere e rivedere - da vivo, grazie al Cielo - la scena della tua morte, prima che essa venisse respinta e sconfitta?» Sì, è proprio una brutta domanda, specie se rivolta a un saporoso emiliano di Castel Maggiore. Mentre io evoco Pirandello immaginando una novella dal titolo «L'uomo che proiettava la sua morte», Alessandro mi smonta subito: «Eh già, quel filmato mi ha reso famoso, ha fatto il giro del mondo. Sì, ce l'ho, naturalmente, ma non so dove l'ho messo. Dev'essere da qualche parte». Non è la battuta di un uomo brillante e disordinato che sdrammatizza il terrore e sorride delle sue protesi. Zanardi vuole esprimere un concetto più preciso. Nella mappa del suo destino c'è un ponte di granito tra una vita e l'altra, una saldatura perfetta tra il prima e il dopo. «Io non sono nato due volte. Sto vivendo la stessa vita con due gambe in meno, ben sostituite da due protesi, come potete vedere.» Sul piano psicologico il gioco è affascinante: il momento del terrore e i giorni del dolore sacrificati sull'altare di un'esistenza alla quale - Alex lo giura - non manca nulla. Vedi in che bella casa abito, vedi quanto verde ho intorno, vedi che meravigliosa moglie mi trovo accanto, mio figlio Niccolò cresce sereno, ora sta giocando con i suoi amici al centro estivo e io mi accingo a partire per il Messico, per la sesta prova del Mondiale Turismo. Queste cose Zanardi non le elenca come io le ho esposte, per educazione, per pudore: ma le mostra. E tuttavia quest'uomo dalla vita rigogliosa, che mi accoglie nella sua casa, vuole venirmi incontro sull'idea pirandelliana della rappresentazione scenica della sua morte: «Capisco perfettamente» ammette «quello che vuoi dire. Tu hai visto, come milioni di persone, la scena di un'auto ferma al centro della pista che, speronata da un'altra auto, si sbriciola. Cosa può essere rimasto dell'uomo che c'è dentro? Da questa visuale, avete tutti ragione: per te, per voi sono morto e poi rinato. Appunto: nato due volte. Per molta gente che mi scrive, sono un Padre Pio del volante, un uomo toccato dalla Grazia. Sapessi quante richieste di persone in difficoltà ricevo. Come hai fatto? A quale santo ti sei rivolto? Spiegaci qualcosa. Chiedono aiuto. E io non mi tiro indietro: do coraggio. Ma per quel che mi riguarda personalmente, liquido quel terribile schianto con due prese d'atto: la prima quella di essere vivo, la seconda quella di dover continuare a vivere nel miglior modo possibile, restando me stesso. Può sembrarti una visione burocratica della mia disavventura. E invece è la realtà controllabile che ti trovi davanti». Alex Zanardi ha scelto Padova per la sua vita. Anzi Noventa Padovana, otto chilometri dalla città, un borgo di ville basse, all'americana, immerse nel verde e nel silenzio. Mi piace immaginare che questa residenza anagrafica e spirituale sia un omaggio a Daniela che è nata da queste parti. Ma certo è anche una scelta consapevole di chi è vissuto a lungo in America e a Montecarlo, ha amici dovunque, ma pensa che l'Italia, nonostante tutto, sia il più bel Paese del mondo. L'aria di casa, il fascino solido della famiglia, il figlio che cresce bene e ama poco le macchine, due cognati deliziosi e due nipoti indiavolati come vicini di casa, suocere, nonni, un bene di Dio: è il presepe di un uomo teoricamente disabile che io, in questo mio viaggio nel mondo dell'handicap, guardo come un Carl Lewis, il massimo dei campioni. Pensavo che solo una gamba, la sinistra, fosse del tutto cancellata e che la destra finisse sotto il ginocchio. «Magari» dice lui «fosse come tu dici: purtroppo non è rimasto nulla, né a destra, né a sinistra.» Ma il feeling di quel nulla che è rimasto e con le protesi che sono subentrate è ormai impeccabile e soprattutto funzionale. Zanardi tiene a portata di mano due grucce e se ne serve proprio per cautela, ma potrebbe farne a meno. Gira con la sua allegria addosso, risponde alle telefonate, s'arrampica su scale a chiocciola e ne discende saltando, a forza di braccia, quattro o cinque gradini alla volta. E poi, quella faccia da attore: espressione tenera, indifesa, due occhi tra il grigio e il verde che pungono con dolcezza profonda. Sono salito sulla sua auto davanti alla stazione di Padova e, mentre lui metteva in moto la Bmw con comandi a mano, una ragazza straniera gli ha chiesto un'informazione laboriosa e prolungata: la mia impressione è che gli si stesse squagliando davanti. Ma il suo più grande divertimento è giocare con i bambini: «Sono un giullare, mi tolgo le gambe, mi nascondo in posti impenetrabili, per esempio nel camino, e li sfido a trovarmi. Mio nipote Francesco è un terminator: implacabile. Gioca con le mie protesi. Dove hai messo i piedi? Io infilo le mani nelle protesi e poi, bum, lo spavento. Quel bambino ha progettato il suo futuro: quando è grande vuole guidare una Ferrari senza gambe e comprarsi una sedia a rotelle. Quando mi tolgo le gambe per me è un riposo. Io ho un circuito sanguigno limitato, privo di periferie estreme, dove il sangue si raffredda». Neanche questo divertimento con i bambini, pieno di spudorata innocenza, è fine a se stesso. Io vi trovo, condotto in piena spontaneità, quel «confronto alla pari» che i disabili chiedono e che nel mondo degli adulti è difficile da raggiungere. I piccoli lo realizzano subito, per i grandi è una non facile conquista di civiltà. E Alex ci guazza dentro, un po' bambino anche lui, sotto lo sguardo di Daniela, donna attraente e riservata, di cui intuisci la forte tempra, mitigata da un affetto infinito. «Se parliamo di mia moglie,» dice «io ho un solo merito: quello di essermela scelta. Pensa: lei era il mio team manager di scuderia, in pratica il mio capo.» E io non rinuncio alla battuta: «Immagino che lo sia rimasta». Alex si accuccia in questa situazione gregaria, senza perdere un soffio della sua scanzonata allegria: «Be', non esageriamo... Daniela mi dà sicurezza. E poi conosce il mio mondo e sa bene qual è per me, fuori dalla famiglia, l'interesse primario della vita: correre in auto. Io so quello che ha passato lei mentre io ero in frantumi, più di là che di qua. Ma il recupero dello Zanardi pilota lo abbiamo vissuto e costruito insieme: contava molto per la mia e la nostra vita. Lei lo sapeva benissimo». Come volete che un uomo così aperto e felice si metta a pirandelleggiare sull'essere spettatore della scena della sua morte? Non solo si rifiuta, ma mi racconta di aver incontrato più volte il pilota canadese che lo ha speronato a oltre 300 all'ora: «Il povero Tagliani, che è di origine italiana, si porta dietro un trauma e un rimorso: lui quella scena non vuol più rivederla, ma la conserva stampata nella memoria come una persecuzione. Sai cosa gli ho detto? Caro amico, hai sbagliato mestiere. Non puoi fare il pilota se non capisci che di quell'incidente non hai colpa, è figlio del caso, della sfiga, non ci sono responsabilità». Poi Zanardi rientra nel filone d'allegria: «A uno che guida l'auto in genere i parenti dicono: vai piano. Io ho fatto il massimo: ero fermo, quando mi hanno sbriciolato». Ma come si ricostruisce sul piano agonistico un pilota senza gambe? A guidare una macchina con i comandi a mano sono capaci molti disabili, passando dalla carrozzina al volante. Ma il pilota è un'altra cosa: lui deve battersi, rischiare, competere al massimo livello possibile, magari vincere. «Quando è affiorata l'idea di un mio ritorno alle corse,» racconta Alessandro «la prima cosa da chiarire fu la sopravvivenza del rapporto tra il cervello e l'azione immediata dei comandi. Ebbene, c'era. Seconda tappa: facciamo in modo che questo legame funzioni. Sta funzionando, ma non ancora al meglio. Qui, in questo collegamento di base, viste le mie condizioni, abbiamo degli ospiti: i mezzi tecnici aggiuntivi la cui mediazione è necessaria, anzi importantissima. Dobbiamo progredire loro e io. E inventiamo sempre qualcosa di nuovo. Esempio: su strada, guidando da cittadino, ho l'obbligo di usare per legge esclusivamente i comandi a mano. In corsa abbiamo aggiunto il freno a pedale: che è una specie di scarpa nella quale infilo la mia scarpetta da corsa. Il tecnico che cura la mia auto diceva: ma non puoi avere, con una protesi al posto della gamba, forza sufficiente per spingere quel pedale. Io ho preso la bilancia del bagno, l'ho fissata su un muro, mi sono messo spalle a terra e ho spinto sul piatto. Novanta chili ti bastano? E il pedale è stato promosso. Artigianato creativo.» Alex mi ha portato in un grande garage, che deve essere il suo quartier generale, pieno di gente che pare sia stata generata da un motore. Palestra di amabili e fantasiosi stregoni. Parlano un linguaggio per me esoterico, sarebbero capitecnici strapagati in una industria germanica, ma sono felici là dove si trovano, in una periferia padovana, a inventare magari un correttivo che farà guadagnare agilità di comandi all'auto di Zanardi. Mi colpisce un uomo: si chiama Roberto Trevisan. Ha costruito con le sue mani un acceleratore manuale destinato a sostituire vantaggiosamente il comando elettronico. E lo guarda come immagino Leonardo guardasse la Gioconda. Io resto ammirato nel mio status di alieno. Ma qui, nel garage padovano, Zanardi respira la sua vita. «E tu, Daniela, come vivi questo straordinario recupero di avventura? Dopo quello che è successo, un marito vivo e vitale era già tanto, ma non bastava: vedo che la grazia è andata oltre ogni immaginazione, non credi?» Io costruisco dall'esterno immagini che annegano nella semplicità delle risposte. Daniela ascolta paziente, poi spiega: «Correre per Alex è vivere. Non potevamo rinunciarci, né sono mai stata sfiorata dall'idea di oppormi. E poi, sai cosa ti dico? Quando lui partecipa alle corse, io mi sento sicura, perché è un mondo protetto, un mondo che conosco nei suoi rischi, nelle sue regole, nella professionalità che lo caratterizza. Sai quando tremo? Quando mio marito va in autostrada. Quella giungla, sì, mi fa paura». A sdrammatizzare ancor più il rapporto di Daniela con le corse ci pensa Alessandro. «Te ne racconto una proprio bella. L'anno scorso gareggiando a Imola mi sono preso una bella botta, proprio bella. Rientro al box pensando «Chissà che spavento si sarà preso mia moglie». La ritrovo nel box inchiodata davanti al televisore. Pensai che stesse rivedendo il mio incidente. E invece non si è accorta neanche del mio rientro: stava godendosi una vittoria di Valentino Rossi.» La prova messicana del Mondiale Turismo si svolge a Puebla, città dove gli azzurri del calcio giocarono ai campionati del 70 - quelli della leggendaria Italia-Germania 4/3 - una partita con l'Uruguay. Si raggiunge in superstrada, partendo da Mexico City e scavalcando le Ande. Quando Alex rientra in Italia, mi dice: «Sai a che cosa è servita questa trasferta? A farmi assaggiare la maledizione di Montezuma». In una parola poco nobile: diarrea. Capitò anche a me all'Olimpiade del 68, grazie a un cocktail di camarones. Zanardi ci scherza sopra: «A parte le corse in bagno a tutte le ore, mi sono preso due botte: una dall'inglese Andy Priaulx il sabato e l'altra da Tarquini la domenica». Ma al «Mexico lindo y querido» si perdona questo e altro. Ora siamo tornati al Mugello dove le cento persone festanti che erano sotto la torre del podio a godersi la vittoria di Alex si sono trasferite dall'altra parte del paddock. Un autografo, una foto, una maglia da firmare. E qui vedo calare dolcemente nella nostra storia quel soffio di religiosità cui ho già accennato. Zanardi non solo accontenta tutti per educazione, per gentilezza, con un sorriso, ma è artefice - ne sono certissimo - di un rito di ringraziamento. Appoggiato al motorhome, sudatissimo, con le grucce abbandonate più in là, si gode quei momenti come se fossero i primi della sua carriera, come se non avesse vinto titoli mondiali in America, come se fosse un ragazzo di sedici anni che corre nella Formula Azzurra. In quella scena, tutto ciò che c'è dentro il ventre tecnologico di una macchina potente e sofisticata, nell'agonismo e nella destrezza di un pilota, si scioglie nell'omaggio a un bene ritrovato. In due momenti di questa scorribanda al Mugello mi sono emozionato: quando Zanardi è stato rinchiuso nell'auto prima della partenza e adesso quando, dopo decine e decine di autografi, gli mettono davanti un centinaio di foto da firmare per beneficenza. E lui s'impegna sino alla novantesima, poi s'arrende stremato: «Non ce la faccio più, scusatemi, sono stanchissimo. Ci rivediamo fra mezz'ora». Daniela è già ripartita per Padova con Niccolò, la folla si scioglie, la porta del motorhome si apre, io vorrei salutare e correre a Firenze per riprendere l'aereo, ma Zanardi mi blocca: «Stiamo dieci minuti insieme». Nel salottino della casa viaggiante, Alex si rilassa: «Ti dispiace se mi tolgo le gambe?». Figurarsi. E lui smonta agilmente, con la naturalezza di chi si toglie le scarpe, quelle appendici del suo corpo che liberano i due monconi di carne, vicini all'inguine. «Non t'impressiona, vero?» Figurarsi. Poi si distende beatamente all'indietro e la carrozzina, senza il contrappeso delle gambe, si rovescia con tutto il suo ospite. Io rischio l'infarto, ma Alex sta già ridendo, mentre danza sulle sue poderose braccia, tra un tavolino, un mobiletto e la ritrovata carrozzina. «Questo scherzo» protesto «non dovevi farmelo.» Bevo un bicchiere d'acqua, saluto con due baci il busto di un gigante e corro a prendere l'aereo. Il Mugello col suo forte valore emblematico è solo un preludio alla calda estate del 2005. Nelle prove del Mondiale Turismo di Spa, in Belgio, la Bmw di Zanardi si rovescia. Ti aspetti un trauma, ma lui va per le spicce. Si dà del cretino: «Ho commesso l'errore di un principiante». L'ultima domenica di agosto le agenzie battono questa notizia: «Zanardi trionfa in Germania». E leggi sui giornali una cronaca d'altri tempi, lungo la quale i più grandi personaggi del Mondiale, compreso l'inglese Priaulx, detentore del titolo, si disperdono nella scia del mio pilota senza gambe che ha irrorato le protesi con il suo sangue da campione. È avvenuto sul circuito di Oschersleben, non lontano dal Lausitzring di infausta memoria. La Germania nel destino. Quando lo raggiungo al telefono, Alex mi racconta che i meccanici hanno sacrificato le vacanze per preparargli una macchina perfetta. E io lo rivedo nello stesso rito silente di ringraziamento che mi colpì al Mugello e fa da sottofondo alle sue giornate. La voce scivola poi in un sussurro: «È una delle più grandi vittorie della mia vita». Intende dire: «la mia unica vita», perché lui, a differenza di tanti altri che hanno patito una disgrazia, non è nato due volte. Ha saldato il «prima» e il «dopo» con la scanzonata tenacia del suo credere. E adesso garantisce che la sua vita, con Daniela, Niccolò e una macchina veloce da guidare alla vecchia maniera, con un titolo italiano già conquistato e un Mondiale all'orizzonte, è più bella e forte di quando le due Torri di New York erano in piedi e lui aveva due gambe da atleta. Quindicesimo - Il giornalista «Come tu sai, quello del giornalista è un mestiere possessivo. Quando da giovane lo assaggi, ti ci butti dentro e ti perdi. Io vivevo a Padova, collaboravo con «Il Resto del Carlino» prima di essere assunto al «Mattino», e ho fatto proprio di tutto, lavori di redazione e lavori esterni, anche la cronaca nera, compresi i delitti. Non ti stupire se mi vedi così: ero un cronista vero, sulla sedia a rotelle...» Mi trovo a Milano nella sede della RCS Broadcast e con questo approccio il collega che ho davanti mi ricorda il primo servizio giornalistico da ragazzo di bottega: una terribile alluvione. Crollò un palazzo, mal costruito, nel centro di Catania e restarono seppellite sedici persone. Trascorsi l'intera notte con un fotografo su quelle macerie che ogni tanto restituivano una vittima. Il collega incalza con il suo racconto: «Sai cosa è successo una volta, arrivato di corsa a tarda sera sulla scena di una rapina finita con un bandito ammazzato? Senza che me ne accorgessi, al buio con le ruote della carrozzina sono passato sulle tracce di sangue. E la scientifica non la prese bene... Ma ho trovato sempre grande rispetto». Sto per raccontare una storia che è approdata nella nostra famiglia editoriale. Il collega si chiama Franco Bomprezzi ed è caporedattore dell'agenzia AGR che fornisce notiziari e filmati con commenti in voce a oltre cento emittenti private radiofoniche e televisive. Nulla di strano per un uomo che ha cinquantatré anni, una solida cultura, una sobria ed elegante scrittura e una calda voce da attore. L'unica particolarità - non dico stranezza - è che Franco, per malformazione congenita delle ossa, vive sulla sedia a rotelle da quando è uscito dalla culla, con il suo busto un po' sghembo e il ventre dilatato dalla perenne sedentarietà. Ha braccia solide e una bella testa arricchita da una barba grigia, degna di un capitano di mare. Gambe virtuali, corpo martirizzato da ossa fragilissime, spirito leonino di un uomo che basta a se stesso e si considera soddisfatto della vita. Se volete passare un'ora in allegria cercatelo: vi racconterà un sacco di cose. «Sai qual è la mia vera disabilità? Questa pancia enorme con la quale ho interrotto ogni trattativa. Per il resto, me la cavo. Sono così dalla nascita, non ho mai camminato, riesco appena ad alzarmi in piedi, ma l'altezza non cambia granché. Ci si abitua a tutto. Io l'ho fatto.» Lui naviga in piena autonomia dinamica e operativa in una redazione di settanta persone, quasi tutte giovani e ben motivate. Un capo che ha fatto la gavetta: da collaboratore, cronista e poi giornalista on line, prima che venisse coinvolto nella stimolante avventura professionale di questa agenzia. Nato a Firenze, figlio di un ufficiale di Finanza che passa da un trasferimento all'altro: Chieti, Rovigo, poi Padova, tappa decisiva per lo sviluppo di una vita. Là Franco scopre l'amore, il piacere di scrivere, affronta con entusiasmo l'avvio della carriera giornalistica e trova su una carrozzina più moderna della sua la donna ideale che si legherà a lui per ventun anni, sino al giorno terribile della sua morte. A sentirlo parlare di Nadia, si passa dall'incanto alla commozione. «La mia malattia» racconta con scrupolo cronistico «si chiama osteogenesi imperfetta. Come me, ce n'è uno ogni ventunmila. In parole povere: ossa di vetro. Quando sono nato, avevo venti fratture. Mia madre racconta che in clinica le dissero: - «Signora, lo lasci qui, non sappiamo se arriverà a un mese di vita». E c'è chi si spinse oltre: se fossi sopravvissuto, sarei stato uno scemo. Mio nonno, che era medico, curava le mie piccolissime ossa con le stecche che si usavano nelle camicie. Se consideri questa partenza, la mia vita può essere considerata un capolavoro. Sicuramente è stata ed è piena, intensa. Per completare il quadro ti dico che ho un fratello di due anni più grande: perfetto. I miei genitori, Roberto e Lia, hanno superato gli ottanta, vivono a Padova e, grazie al Cielo, stanno bene. Io sono stato sorteggiato per conto della statistica. Cosa ci vuoi fare? Accetti e vai avanti, con le tue soddisfazioni, il tuo coraggio, i tuoi dolori anche. Ma del più grande dolore ti parlo dopo...» E qui Franco, da buon giornalista, fa la cronaca di quel suo corpo fragile che si sviluppa piano piano, escludendo una sola prospettiva: camminare. «Sino a dodici anni non ho fatto altro che subire fratture: una dietro l'altra. Accettai la carrozzina senza traumi, come un'appendice del mio corpo o, se vuoi, come si accetta un paio di scarpe. Che problema c'è? Vivi al meglio di te stesso: questa è la regola migliore. Io l'ho applicata presto. A poco più di vent'anni mi impegnai in politica ed entrai nel Consiglio comunale di Padova. Era il 75. Avvertivo un istinto gradevole: scrivere. Trovai un 193 piccolo spazio come collaboratore del «Carlino», edizione locale, poi il seguito, passo dopo passo. Conobbi Tino Neirotti ed ebbi l'onore di essere assunto al «Mattino» di Padova da Lamberto Sechi, il fondatore di «Panorama». Quel giornale fu per me una palestra completa: vi rimasi undici anni. Credo che, per chi parte dalla provincia, tutte le carriere giornalistiche si somiglino. La mia ha avuto di diverso la presenza di una carrozzina: ingombrante, ma amica, utile, anzi preziosa. Io ci convivo molto bene, anche se guido la macchina da trent'anni. Vi entro dalla parte posteriore, grazie a una piattaforma che si solleva. Il posto di guida si predispone ad accogliermi grazie a un telecomando che lo fa ruotare. Per il resto, tutto a mano: freno, acceleratore, cambio. Uso l'auto in piena autonomia, senza alcun bisogno di aiuto. Abito alla Bicocca che, nonostante il pesante giudizio del sindaco Albertini, è una bellissima appendice di Milano: strade larghe, marciapiedi comodissimi, niente barriere architettoniche, facoltà universitarie, il Teatro degli Arcimboldi. E dalla Bicocca arrivo ai Navigli, nella sede in cui ci troviamo, affrontando il traffico come un normalissimo cittadino milanese. Parcheggio, prendo l'ascensore e svolgo i miei turni di caporedattore. Scelgo le notizie, le controllo, organizzo i servizi, talvolta vado in onda direttamente in voce. L'agenzia va bene, la clientela si allarga. Quando un lavoro ti piace, non guardi mai l'orologio.» Bomprezzi nella foga del racconto sembra irridere al suo corpo dimezzato e fare a pezzi la sedia a rotelle. È una sensazione che molti disabili mi hanno dato: ti fanno scordare del loro stato. Ma Franco ha un grande dolore da raccontare. Se ne ricorda. E la sua voce si incrina un tantino. Non è modulazione da attore. È un buco della sua vita faticosamente recuperata dopo una 194 nascita schiava della maledetta statistica: «Due anni fa ho perso Nadia, mia moglie, alla quale mi legano, ormai nel solo ricordo, ventun anni meravigliosi vissuti insieme. Due carrozzine d'amore. Lei era nata integra, normalissima. Fu investita da un'auto quando era bambina e si spezzò la colonna vertebrale: paraplegica. Ci sposammo a Padova nell'ottantadue. Io facevo già il giornalista, lei giocava a basket in carrozzina. Aveva tre anni più di me. Cosa posso dirti? Bellissimo incontro. Lei aveva il senso della libertà, il culto dell'autonomia e la curiosità culturale di una viaggiatrice. E allora la nostra esistenza è cambiata. Abbiamo unito le nostre carrozzine e i nostri cuori e siamo andati incontro a tutte le avventure della vita. «Quando mi dimisi dal «Mattino» e decisi di lasciare Padova, dissi: «Nadia, scateniamoci». E ci mettemmo a viaggiare, animati dalla stessa passione, portando dovunque le nostre fedeli carrozzine. La scalata delle due Torri a New York con l'ebbrezza della scoperta. Il mare di Saint- -Malo, superbamente descritto da Simenon, dopo un viaggio in auto attraverso tutta la Francia. Era sera, i gabbiani gridavano, mentre la marea saliva. Le isole Svalbard vicine al Polo Nord al termine di una crociera piena di fascino, al di là del Circolo polare artico. I Caraibi, l'America in autobus: là si può, tutto è predisposto per i disabili. Nadia era felice. E io condividevo ogni istante della sua gioiosa forza vitale. A un certo punto, il destino che l'aveva resa paraplegica a tre anni, schiacciata da un'auto su un marciapiede, ci scatenò addosso un'altra ondata di crudeltà. Le difese immunitarie di Nadia impazzirono, minando la sua vita, togliendole quell'equilibrio che per lei era una legge interiore. La malattia si chiama lupus. Un giorno, mentre era all'estremo di una crisi, mi dissero: «Si rassegni, 195 sta morendo». Io respinsi quell'ipotesi, gridai che non era possibile e Nadia, sorprendendo tutti, uscì dall'uscio fatale in cui aveva messo i piedi. Ha continuato a lottare giorno per giorno, dando un senso alla mia vita e tanta fiducia agli altri disabili: «Abbiate rispetto di voi stessi» diceva. Poi, quando s'accorse che l'equilibrio si era infranto in modo irreparabile, si ritirò dignitosamente finendo di lottare. E io mi ritrovai vuoto, immerso in quella solitudine che nella mia età giovanile era stata una compagna, un incubo e un rifugio. Ma per fortuna, dopo aver diretto la rivista «Freely» e il portale internet «SuperAbile», sono stato catturato, grazie al direttore Sofia, da questo nuovo lavoro di agenzia che mi appassiona, mi diverte, mi fa vivere in un gruppo che per me è diventato una famiglia. Cerco comunque di dare spazio all'informazione sociale. Mi considero un privilegiato. Non posso scordarmi di lottare per chi ha meno forza, meno voce.» Franco Bomprezzi ha pubblicato un libro autobiografico intitolato Io sono così, editore Il prato. Pagine della sua vita che saltano, corrono avanti, ripiegano, s'incontrano, ciascuna con la sua dimensione autonoma, fuori da ogni ordine cronologico. Ma pagine di verità scolpita e confessata con la forza irresistibile della semplicità, alla luce di un elegante impianto letterario. Bomprezzi è uno che sa raccontare, con le parole e le figurazioni giuste. A un certo punto, ti riporta ai suoi vent'anni per coinvolgerti in quello che per ciascun ragazzo è un giorno del giudizio: la scoperta del sesso. Ed eccolo girare per Padova di notte, pieno di ansia, di dubbi e di desiderio nebbioso, alla ricerca di una prostituta che per quella sera diventerà la sua generosa regina. Sarò accettato, con questo mio corpo inespresso? Mi respingeranno? Sarò capace? 196 Rubo uno squarcio del racconto di quella notte. Devo provarci, non è così difficile. Ho messo da parte un po' di soldi. Lezioni private, quasi tutti i pomeriggi. Sono soldi miei. Non potrei mai pagare una donna con i soldi di papà e mamma. Ecco, vedo una splendida donna. Capelli neri, alta, quasi elegante, non sembra neppure una di quelle. Ma lo è, il Posto è quello, all'angolo della grande piazza, in pieno centro. Sta parlando con una sua collega, più bassa, di carnagione scura. Non è male neanche l'amica, ma io sono colpito da lei. Mi piace, mi rassicura. Faccio un primo giro, senza rallentare troppo. Il cuore batte forte. Mi decido e mi accosto, abbasso il finestrino. Lei mi guarda. Capisce. Parla con l'amica. Un rapido cenno d'intesa: insieme. Tutte e due. Oppure niente, non se ne parla. Prezzo scontato, settantamila. Non ho alternative. Ci sto. Salgono in macchina, lei accanto a me, si sistema i capelli, ha due gambe affusolate, snelle, abbronzate. Parliamo. Nello specchietto osservo l'amica, seduta dietro. Non avevo previsto una situazione del genere. Mi costerà troppo, ma ora non voglio pensarci. Arriviamo a casa, è buio, dico loro di fare in silenzio, di salire le scale mentre io prendo l'ascensore. Mi osservano scendere dalla macchina, non sembrano impressionate. Io ormai sono sereno. Vanno in bagno, nel mio, una alla volta, mentre io mi spoglio. Poi lei, Maria, osserva i libri dietro la mia scrivania, scorre i titoli con la mano, è colpita dalla mia cultura. Le piacerebbe leggere di più. Parliamo, mi rassicuro. Poi sento il suo profumo, si spoglia con naturalezza, in un attimo. Mi aiuta. La sua collega si concentra giù, in basso, inginocchiata sul letto. Io intanto mi perdo nel suo seno, scopro i capezzoli turgidi, grandi. E mi accorgo che sanno di latte. La guardo. Sì, è mamma da pochi mesi. Sorride dolce, mi sento attraversato da un'emozione forte e nuova, che dal cervello percorre la spina dorsale fino al terminale che attende istruzioni. Sono impacciato, mi irrigidisco 197 temendo di non essere pronto, di fare una pessima figura. Non so bene che cosa succede. Ma è una sensazione dolcissima. Lascio fare a loro. Le loro mani percorrono il mio corpo con tenerezza professionale, capiscono che cosa sto provando, non hanno problemi davanti alla mia gamba corta, al mio petto un po' storto, al mio fisico strano e diverso. Finisce presto, secondo me. E invece non è vero, è trascorsa più di un'ora. Si rivestono con calma, Maria mi guarda e dice che è pronta a tornare, anche da sola, la prossima volta. Le accompagno in macchina al loro posto di lavoro. Non le rivedrò mai più. Anzi, no. La foto di Maria mi colpirà come un pugno, una mattina, in redazione, qualche anno più tardi. La troveranno accoltellata in un'auto, morta. Un balordo ha spezzato i suoi sogni di mamma normale, che aveva comprato l'appartamento per i suoi figli, e sperava di smettere presto, di vivere da signora. Non potrò mai più dirle grazie, per quella notte che mi rese adulto, e che non mi fece più desiderare un'altra donna a pagamento. Per me c'era solo lei, Maria, e il suo sesso che profumava di pulito. I miei colleghi al giornale intuirono subito che la conoscevo. Raccontai loro questa storia, senza troppi particolari. Non la scrivemmo mai. Dalla febbrile ricerca di un incontro di iniziazione sessuale, cui un disabile aspira come un giovanotto qualunque, la fantasia della realtà ti porta, con estrema naturalezza, in uno degli inferni del nostro tempo: la povertà congenita di tanta parte del pianeta, i viaggi di un gran numero di ragazze verso approdi inesistenti, lo stato di schiavitù di molte donne seminude lungo le strade notturne del mondo ricco, i falò che si accendono come sinistri presidi di un commercio prosperoso e sepolcrale. E una ragazza arrivata nel Veneto da chissà dove unisce alla vendita del suo bel corpo il sapore della fresca maternità. E poi incontra un carnefice. 198 Cronaca pura e spietata di un giornalista vero e onesto. Ma Franco Bomprezzi ha viaggiato anche sulle nuvole, immaginando una Contea dei ruotanti dove i disabili hanno instaurato un regime inflessibile. La vita in un'unica misura: la loro. È il romanzo paradossale di un mondo capovolto, dove chi ha patito si vendica e la vittima diventa tiranno. In questo «regime dei ruotanti» si racconta di un giovane prigioniero prelevato dal famigerato mondo della normalità, che deve essere educato con mezzi drastici alla disabilità. Distruggi le tue gambe, marrano, rassegnati a vivere in carrozzina. Lo affidano a una ragazza che, attraverso tocchi maliziosi di scrittura, emerge dalle pagine come una «Miss Carrozzina» dagli occhi languidi e le cosce ben tornite, nonostante l'inerzia cui sono condannate. E lei scivola piano piano in quello che, nel codice del tiranno, è il peggiore dei peccati: s'innamora del nemico. Non vi dico come finisce questo romanzo di Bomprezzi, ma garantisco per lui: l'amore si eleva al di sopra del dritto e del rovescio del mondo. L'amore non ha mai perso. 199 Sedicesimo - Pontiggia Junior Sono entrato in una casa di Milano, piena di libri. E dalle pagine di uno di essi con la copertina gialla è emerso, con il suo corpo ferito e indomito, un uomo giovane che ho conosciuto quand'era bambino e poi ragazzo tra le righe di un racconto di nuda verità. Lui ne era il doloroso protagonista: ora ha trentacinque anni, porta gli occhiali, mi accoglie con curiosità e ha la stessa aria di intellettuale del suo autore: che era il padre, lo scrittore Giuseppe Pontiggia. Questo gioco di trasposizione dalla letteratura alla realtà può sembrare ingenuo, forse anche infantile: ma per me è puro sviluppo cronistico. A chiusura di questo viaggio, ho voluto conoscere un personaggio che mi ha preso il cuore e mi ha tenuto in ansia, tra un capitolo e l'altro, nel suo eroico tentativo di arrampicarsi alla vita, attraverso un calvario di disagi fisici, rapporti difficili, zone d'ombra da chiarire, muri da abbattere e traguardi che reclamerebbero un podio olimpico. Con una sola certezza: il sostegno di una famiglia che lui, come tanti altri cittadini disabili, o diversabili, o meno abili, definisce meravigliosa. Non è solo letteratura. La mano dello scrittore di quel libro dalla copertina gialla è guidata dai sentimenti perigliosi di un padre che ha un figlio 200 colpito al momento della nascita da un madornale errore irrimediabile. Parto distocico. Si ricorre al forcipe. Il bambino s'affaccia sul mondo scosso da tremori, con la testa oblunga e lo sguardo terrorizzato. Diagnosi: tetraparesi spastica distonica. Da quel momento il verbo «vivere» sarà sinonimo del verbo «lottare». Immagino che il lettore mi chieda di essere più chiaro. Chi non ha letto il libro Nati due volte di Giuseppe Pontiggia si affretti a rimediare. È un best seller assoluto, ma si solleva dalla banalità dei numeri e del successo: è un capolavoro di sincerità, di coraggio, di umanità che si sviluppa tra debolezze ed eroismi, piccole vigliaccherie e sublimi impulsi di generosità. L'hanno tradotto in tutto il mondo. Ho visto la copertina tedesca. È scarna come la trama che c'è dentro: due braccia che si alzano verso il cielo, da dove discende un bimbo di cui non si vede la testa. Immagino simboleggi la categoria dei «nati due volte»: la prima fisiologicamente, la seconda nel mettere insieme, uno per uno, i mattoni della vita. Giuseppe Pontiggia è il padre, Andrea è il figlio «nato due volte». A fianco, o al di sopra, l'eroina di sempre: la madre, che si chiama Lucia. Gli altri sono personaggi del coro, ben caratterizzati nel racconto, ciascuno con il proprio ruolo che non è mai quello della comparsa. Anche mamma Lucia è uscita dalle pagine del libro accogliendomi con grazia nella sua casa di Milano. Fuori fa un caldo atroce. Lei mi chiede se preferisco l'aria condizionata o un grande ventilatore che ruota piantato sul soffitto. Giuseppe Pontiggia ci ha lasciati nel pieno della vitalità letteraria, ma è una presenza impossibile da eludere. La sua ricchissima biblioteca, al di là del fascino culturale che ne emerge, garantirà ad Andrea un tranquillo 201 avvenire economico. Lucia veglia sui ricordi, sull'avanzare della vita del figlio e sulla mai facile quotidianità. Andrea, diplomato in Lingue, ha trovato un lavoro nell'archivio storico del Collegio San Carlo, fondato nel 1869 e visitato anche da don Bosco. Questa è proprio una bella notizia. È stato il rettore monsignor Aldo Geranzani a puntare sul giovane, dopo averlo collaudato in uno stage. La cultura religiosa del ragazzo, al di là della fede, è stata una chiave importante della crescita e del lavoro: si va dalla frequentazione dell'oratorio milanese di San Giovanni in Laterano, non lontano da casa, sino a una lettura quotidiana della Bibbia di cui Andrea possiede numerose edizioni. Lui è categorico nell'essere religioso. Nell'istituto tecnico che frequentava - racconta - c'era un gruppo di ragazzi dalla bestemmia facile. Erano ferite. «Andrea,» dico «il libro di Giuseppe Pontiggia, che è il tuo libro, comincia con una scudisciata. Arriva in faccia al lettore quando tu, al termine di un disastroso approccio con una scala mobile, rivolgi a tuo padre una frase di inconsapevole crudeltà: «Se ti vergogni, puoi camminare a distanza, non preoccuparti per me». La vergogna di un genitore per un figlio disabile appartiene a un medioevo della cultura e della civiltà: grazie a Dio, è stata messa al rogo. Il libro, al termine del suo tortuoso e avvincente percorso, si conclude invece con un sublime atto d'amore. Tuo padre, stanco ma mai rassegnato, seguendo da lontano il tuo ciondolante incedere, dice: «Penso a cosa sarebbe stata la mia vita senza di lui. No, non ci riesco. Possiamo immaginare tante vite, ma non rinunciare alla nostra». Qual è il rapporto tra la tua esistenza reale e questa opera letteraria di Giuseppe Pontiggia, tuo padre?» Andrea parla con lentezza, ma chiede e ottiene 202 spazio. E se la madre s'intromette, l'ammonisce dolcemente di lasciarlo continuare. Lui manifesta amore, lei adorazione. Ma le idee del giovanotto sono chiarissime pur nell'affanno espressivo: «Il libro Nati due volte si ispira alla mia storia, ma resterà pur sempre opera letteraria. Uno scrittore non rinuncia mai alla sua creatività. Anche mio padre ha tenuto fede a questo principio, senza perdere il filo della verità. Per certi versi, il libro mi ha aiutato a conoscere personaggi importanti di quella parte di vita che io non potevo ricordare: quelli dell'infanzia, mentre ricordo bene la mia maestra delle elementari che aveva consigliato ai miei genitori di far inserire un gruppo di compagni della mia stessa classe anche nelle medie. Per me questa continuità è stata un aiuto prezioso, direi la salvezza». E qui vedo comparire per la prima volta l'incubo che per un disabile diventa ancor più buio e profondo: l'abbandono, l'emarginazione, la solitudine. Nella parte della vita «fuori dalla memoria» di Andrea c'è anche il ginecologo che, per non autorizzare un taglio cesareo, provocò il dramma della sua nascita e compromise la sua vita. Nel libro è descritto in modo scarno e spietato. Verità per verità, io lancio la domanda, non so quanto opportuna: «Cosa pensi di quel medico, ora che lo hai conosciuto attraverso il racconto cronistico-letterario di tuo padre?». Andrea finge di non capire, svicola anche dinanzi a un intervento severo e chiarificatore della madre. Quel ginecologo maldestro non è letteratura, è verità. Ma è meglio lasciarlo in pace: è morto. Mentre Lucia risponde più volte al telefono, Andrea si mostra contento del clima di confidenza che si è creato e mi racconta con visibile piacere di un professore di disegno geniale ma anche pazzo che lo 203 imbragava, assicurandolo al soffitto, per lasciarlo libero nei movimenti delle braccia mentre disegnava. Era, a suo dire, un modo per alimentarne la fantasia: fu un magistero di breve durata. Lucia ricorda il giorno in cui, entrando in classe, vide il suo ragazzo oscillare in quella stravagante posizione. Andrea mi parla anche di una deliziosa fisiatra che, oltre alle cure, gli faceva ogni volta un prezioso regalo manifestandogli il piacere di assisterlo. «C'era in lei» spiega «un senso di gratitudine che risponde al principio della convivenza: io sto aiutando il tuo corpo, ma anche tu mi stai dando qualcosa di importante.» Al contrario di un fisiatra uomo con il quale non riuscì mai a entrare in sintonia. E poi amici preziosi dai quali mai si staccherà: il cugino Luca che gli dà forza da quando è morto il papà; Luigi Pagnoni e l'affiatato gruppo dell'oratorio, con il quale trascorre parte delle vacanze estive; il compagno dei tempi dell'asilo, Paolo Jannacci, che non dimentica mai di invitarlo ai concerti suoi e di suo padre Enzo. Nella rassegna c'è anche una regista tedesca che ha girato un documentario sul libro Nati due volte e lui prima ci ha litigato, poi l'ha ringraziata per averlo fatto lavorare bene, con rigore, secondo le esigenze. Andrea si sofferma su episodi minori che dimostrano quanto sia importante un gesto d'affetto per i tanti nelle sue condizioni che ne sono assetati. E quando io accenno all'importanza dell'amore, mi racconta di una relazione durata dieci anni: «Poi è finita com'era giusto che finisse». Non è tristezza emotiva, quella che avverto in lui, ma tristezza consapevole per qualcosa d'importante che manca. Andrea si rilassa e dice: «Sono stanco». La mamma spiega: «Lui s'innamora, le ragazze gli vogliono bene con senso materno». E qui entra nel salotto di casa un fantasma che si 204 chiama futuro. «Chi assisterà Andrea, quando non ci sarò più io?» Lucia, grazie al Cielo, è piena di vitalità, ma il «dopo» la insegue dovunque. E lei fa un censimento di improbabili parenti o, meglio, di persone da mettere in casa: ma dove trovarle? Non è un problema economico, è lo spauracchio di una solitudine anche affettiva e di una casa troppo grande per il figlio, quando sarà svuotata del suo amore materno: visioni inconcepibili per la vita del suo ragazzo e intollerabili per lei, al solo pensiero. Sono passate due ore da quando sono entrato in questa bella casa milanese piena di libri. Lucia si è seduta accanto al figlio e gli prende dolcemente la mano tra le sue. Andrea mi guarda e dice: «Vorrei farmi una famiglia». 205 Ringraziamenti A Giuseppe Castronovo che mi ha dato la spinta decisiva per cominciare. A Rodolfo Masto che mi ha offerto collaborazione e simpatia. All'affetto e alla disponibilità delle famiglie dei personaggi che ho incontrato. Agli amici della Rizzoli Libri che hanno subito accolto con favore l'idea di questo libro. Al direttore Paolo Zaninoni, alla responsabile editoriale Alessandra Mascaretti, al prezioso editor e amico Franco Grassi, cui si deve il titolo del libro, al talento e al rigore di Laura Cantarelli. A mia moglie Franca che ha captato l'immagine della copertina. Ai colleghi: Lucia Bellaspiga di «Avvenire», Riccardo Bonacina e Paolo Manzo di «Vita». Alle segretarie di via Solferino, Stefania e Antonella, e a tutti coloro che hanno condiviso il mio entusiasmo in otto mesi di lavoro. Ed infine un grazie di cuore a Valter Veltroni cui mi lega una piena sintonia morale e operativa su molti problemi sociali. 207 Appendice I campioni di mezzo secolo di Paralimpiadi a cura di Claudio Arrigoni 209 La storia Il Protagonista è Marlon Brando. Gioca a basket. In carrozzina. Era stato ferito in guerra. Non camminava più. Faceva riabilitazione in ospedale, un Veteran Administration Hospital. Con lo sport. Il film Men è l'immagine cinematografica della nascita dello sport praticato da persone con disabilità. L'intuizione l'ha avuta Sir Ludwig Guttman, neurologo e neurochirurgo emigrato dalla Germania alla Gran Bretagna, direttore di un nuovo centro per le malattie spinali a Stoke Mandetille. È il 1944 quando il centro apre. Qualche anno dopo migliaia di soldati tornano dalla guerra senza poter più camminare. Come quello impersonato da Marlon Brando dall'altra parte dell'oceano. Sir Ludwig introdusse in maniera strutturata la pratica sportiva come forma di riabilitazione. All'inizio si pensò a sport per coloro che erano stati colpiti da incidenti, che non potevano più camminare, che erano in carrozzina. Le persone con disabilità hanno sempre cercato di trovare giochi e forme di ricreazione. Anche in questo caso, purtroppo, è la guerra a sviluppare l'ingegno. Perché la guerra porta disabilità. Da sempre. Siamo alla fine della Prima guerra mondiale. I soldati francesi 210 rimasti ciechi inventano un gioco usando una palla con alcune campanelline al suo interno per poterla sentire. Nasce quello che diventerà il goalball, lo sport tipico dei non vedenti. Nel 1948, Guttman organizza a Stoke Mandeville i primi Giochi per atleti con disabilità. Vi sono para e tetraplegici. Lo fa in coincidenza con i Giochi Olimpici, che si svolgono in Inghilterra a partire dal 29 luglio, il giorno della cerimonia di apertura a Londra della quattordicesima Olimpiade. Quattro anni dopo, agli atleti inglesi si aggiungono quelli norvegesi. Nasce il Movimento Paralimpico. Il termine Paralympic era inizialmente un gioco di parole che combinava «paraplegic» a «olympic». Con l'inclusione di altri tipi di disabilità e la sempre più stretta unione con il Movimento Olimpico, rappresenta ora la fusione fra «parallel» (dalla preposizione greca «para») e «olympic», a mostrare quanto i due movimenti siano facce della stessa medaglia. I Giochi sono stati denominati ufficialmente Paralimpici (o Paralimpiadi) da Seul 88. L'Italia ha avuto una parte fondamentale nella nascita dello sport per disabili. A Roma nel 1960 si sono tenuti infatti quelli che sono ritenuti i primi, veri Giochi Paralimpici. Furono davvero una sorta di piccole Olimpiadi, che includevano otto sport, sei dei quali sono ancora presenti nel programma paralimpico (atletica, basket in carrozzina, nuoto, scherma, tennis tavolo e tiro con l'arco) e vi parteciparono quattrocento atleti di ventitré nazioni. I numeri di oggi non sono nemmeno paragonabili. Si svolgono anche Paralimpiadi invernali. Rispetto alla prima edizione, in Svezia nel 76, si è avuto anche in questo caso un incremento clamoroso, che raggiungerà l'apice a Torino 2006. Da Roma 60, la Paralimpiade è organizzata ogni quattro anni e dai Giochi di Seul, nell'ottantotto (e da Albertville 92 per i Giochi invernali), si svolge stabilmente negli stessi luoghi e negli stessi impianti dell'Olimpiade, unica manifestazione che le è numericamente superiore. 211 Discipline Sono diciannove le discipline praticate alla Paralimpiade estiva (atletica, basket, boccia, calcio a 5 e a 7, ciclismo, equitazione, goalball, judo, nuoto, rugby, scherma, sollevamento pesi, tennis, tennis tavolo, tiro a segno, tiro con l'arco, vela, volley) e quattro quelle dell'edizione invernale (curling, hockey su ghiaccio, sci alpino, sci nordico). Alla prossima edizione dei Giochi, quella italiana che si svolgerà a Torino, nello sci le medaglie saranno assegnate in tre classi: seduti (sitting), in piedi (standing), non vedenti (blind). Alcune discipline hanno accorgimenti particolari per essere svolte da atleti disabili, altre non hanno differenze. Non diversamente da molti sport per atleti normodotati, come la lotta o la boxe, dove i partecipanti sono divisi in categorie attraverso classi di peso, gli atleti con disabilità sono raggruppati in classi definite dalla capacità funzionale e/o dal tipo di disabilità in modo da avere una più equa competizione. All'interno del movimento Paralimpico sono a oggi stati individuati sei gruppi di disabilità: amputati, cerebrolesi, persone con menomazioni visive (ipovedenti e non vedenti), persone con infortuni e danni spinali (para e tetraplegici, ma anche individui affetti da spina bifida, poliomielitici e atleti che normalmente utilizzano, anche solo per gareggiare, la carrozzina), persone con disabilità intellettiva (ai Giochi partecipano solo con eventi e prove dimostrative) e les autres (espressione francese che significa «gli altri» e indica un gruppo che include tutti coloro che rientrano in una condizione di disturbo motorio, ma che non riescono a essere inseriti nel tradizionale sistema di classificazione). 212 Azzurri d'Italia Riportiamo qui i profili di alcuni degli atleti che hanno scritto parte della storia dello sport per disabili italiano e altri che forse continueranno a scriverla. Abbiamo dovuto fare delle scelte, escludendo, purtroppo, tanti che avrebbero meritato di esserci. Per impegno, successi, fatica, gioie e speranze. Insomma, per sport. - Dorothea Agetle - Fosse nata qualche anno prima. O, forse, qualche, anno dopo. Invece Dorothea, poliomielitica, la miglior fondista italiana di sempre, ha gareggiato negli stessi anni della norvegese Myklebust, dominatrice negli ultimi cinque lustri. Poco importa, il suo valore non è commisurato solo sulle vittorie. Dal 1988 ha partecipato a tutte le Paralimpiadi invernali, vincendo 2 argenti e 4 bronzi. Lavora come impiegata in una ditta di Sluderno. - Azzurra Ciani - È la più giovane di questo gruppo. Ha poco più di vent'anni, di Faenza, spina bifida, i genitori le fecero fare rieducazione in Svizzera. È diplomata alla scuola d'arte, appassionata di ceramica, ha regalato con Giovanni Soldini e fatto parte del Consiglio federale della Federdisabili quando ancora non aveva vent'anni. Esperta nuotatrice e praticante di sport estremi, è nazionale di tiro a segno, dove ha raggiunto un bronzo ai campionati mondiali. Una delle azzurre proiettate nel futuro. - Paolo d'Agostini - Tetraplegico dopo un tuffo nel mare di Gabicce quando aveva sedici anni, romano, a quarantanove anni è riuscito in un'impresa straordinaria: vincere una medaglia ai Giochi a vent'anni di distanza dalla prima. Successe a Sydney 2000, quando conquistò l'argento nel pentathlon in carrozzina. La sua prima medaglia a una Paralimpiade è datata 1980 ad Arnhem, oro nella scherma. Quattro anni dopo ha continuato a Stoke Mandeville-New 213 York: oro nello slalom, una specialità dell'atletica per disabili di allora. A Seul fu un bronzo ancora nell'atletica, ma specialità «club». Poi due Paralimpiadi senza vincere: magari c'erano motivi per smettere, ma non per Paolo. E il successo di Sydney lo portò a gareggiare anche ad Atene, sua sesta Paralimpiade, dove è stato portabandiera azzurro. Iniziò a fare sport nel 73, quasi cinque anni dopo l'incidente. Da allora ha vinto ben 43 medaglie fra europei, mondiali e Paralimpiadi. Un fenomeno internazionale. Oltre a Paolo, vi sono altri atleti disabili italiani che hanno stupefatto per longevità agonistica e numero di vittorie. Come Maurizio Nalin, quasi cinquant'anni, novarese, poliomielitico, recordman mondiale e oro nel pentathlon ad Atlanta 96: «Quello che faccio è disumano». Ha due figlie, Elisabetta, quasi vent'anni, ed Eleonora, che ha da poco superato i dieci. Viaggiava e gareggiava grazie a sponsor che si procurava personalmente. E ancora Carlo Durante, non vedente trevigiano, ha corso a cinquantotto anni ad Atene la sua quarta maratona paralimpica. A cinquantaquattro anni ha conquistato la sua ultima medaglia, un bronzo nella corsa che ha chiuso la Paralimpiade di Sydney. A Barcellona 92 aveva vinto l'oro, ad Atlanta 96 l'argento. Un atleta mondiale, anche grazie alle guide Vanni Fagotto e Gastone Lion. - Alvise De Vidi - Quando finisce di allenarsi ha le piaghe alle mani. È con quelle che spinge la carrozzina. Migliaia di spinte al giorno, tutti i giorni dell'anno. Ha fatto dello sport una professione e un amore. La «Gazzetta dello Sport», nel 2000, lo ha premiato come Atleta del Secolo fra i disabili. Trevigiano, tetraplegico dopo un tuffo in mare a sedici anni, per molto tempo e con tanta fatica non ha avuto rivali al mondo: ha vinto medaglie paralimpiche su ogni distanza, dai 100 metri alla maratona. Alla fine sono state 14 (7 d'oro) in cinque edizioni dei Giochi. Nell'ottantotto era già in Nazionale, ma nel nuoto. A Seul furono oro e bronzo. Poi il cambio di sport. L'atletica era più divertente, per lui. A Barcellona arrivò solo un bronzo. Roba da smettere. Non per Alvise. 214 Aumentò le ore passate in strada. Aumentarono le piaghe alle mani. Fu una pioggia di medaglie. Uno degli atleti più rappresentativi al mondo, un vanto per l'atletica azzurra. - Carlo Di Giusto - Il Meneghin del basket in carrozzina. Come lui, un monumento nazionale di questa disciplina. Poliomielitico, nato a Roma l'otto giugno 1955, ha iniziato a fare sport nel settembre del 1980 con il Santa Lucia Sport Roma, l'unica società nella quale ha militato. All'inizio della sua carriera sportiva, ha praticato contemporaneamente atletica leggera e basket in carrozzina. Le sue specialità nell'atletica erano i lanci, in particolare il lancio del disco, dove ha ottenuto anche successi internazionali. Nel basket ha iniziato a vincere molto presto. Già nel maggio del 1981, a Riva del Garda, alzava la coppa del primo scudetto per lui e per il Santa Lucia. Ora nella bacheca della società capitolina sono sistemati 14 titoli italiani, 6 Coppe Italia, 2 Coppe dei Campioni; 2 Coppe Vergauwen, una delle quali come giocatore-allenatore. Attuale allenatore del Santa Lucia Basket, Carlo Di Giusto è, dal 2002, il Commissario Tecnico della nazionale italiana di basket in carrozzina, con la quale ha conquistato due titoli europei (2003 e 2005) e un sesto posto alle Paralimpiadi di Atene 2004. Sposato, ha un figlio, Leonardo. - Paola Fantato - La più grande atleta italiana nella storia dello sport per disabili. L'accompagnava un ritornello: «Peccato, sarebbe una bella ragazza». Che noia! Perché Paola bella lo è davvero e comunque, anche se la poliomielite che l'ha colpita a otto mesi, in quegli inizi del 1960, non la fa camminare come tanti altri. Nel 1996 ad Atlanta è entrata nella storia dello sport: unica al mondo ad aver partecipato a Olimpiadi e Paralimpiadi nella stessa edizione dei Giochi. La sua immagine fece il giro del mondo. Veronese, quarantacinque anni, impiegata, arciere, compagna dell'ex nazionale di basket in carrozzina Giuseppe Dal Ben, fa parte del Consiglio nazionale del Cip. Con l'arco ha iniziato 215 tardi, a vent'anni. «Amore alla prima freccia.» E ricorda quel giorno ad Atlanta: «Faticoso, ma bellissimo. Non c'era disabilità, non c'era la carrozzina, solo il mio arco, le mie frecce, il centro del bersaglio: sulla linea di tiro l'handicap era annullato». Ha vinto 5 medaglie d'oro, una d'argento e 2 di bronzo in cinque diverse edizioni della Paralimpiade. Battibile solo da se stessa: quando sbaglia una freccia, non quando gli altri sono migliori di lei. Perché nessuno lo è. - Orazio Fagone - Lillehammer fu d'oro per lui. 1994: Olimpiadi, gare di short track, Orazio sale sul gradino più alto. Doveva essere l'inizio di una carriera in discesa. 1997: un camion contromano, lui in moto; «mi infilo sotto con la moto e mi passa sopra; letteralmente». Gamba destra amputata, sinistra totalmente rigida, ma non fine dello sport. A Torino 2006, lui olimpionico nella gara più veloce, cercherà l'oro paralimpico nella specialità più tattica e lenta, il curling. Un figlio, Aaron, da separato, una compagna conosciuta in chat, una vita dove le parole sport e ghiaccio vanno sempre insieme. Anche senza camminare. - Roberto La Barbera - Paralimpiadi di Atene. Sono le dieci della sera, gli spettatori nello stadio dell'atletica sono tutti in piedi a battere le mani, sulla pedana del lungo due atleti senza una gamba ballano sulla musica del can can. Uno è Urs Kolly, svizzero; medaglia d'oro. L'altro è Roberto La Barbera, italiano, argento. Una immagine che resterà nella memoria di chi l'ha vissuta. Lo chiamano «il Barbaro» per il fisico scolpito e la determinazione; ma è gentile, altruista, deciso. Si era nella seconda metà degli anni Ottanta; Roberto aveva diciotto anni, cadde in moto e gli venne amputata una gamba. Alcuni anni dopo, vide in tv Tony Volpentest, mitico campione nell'atletica senza la parte terminale delle gambe e le braccia, fare il record dei 100 e 200 metri: «Se ce la fa lui, posso farcela anch'io». Detto, fatto: pentathlon, 200 e 400 metri, ma soprattutto il salto in lungo lo eleggono fra i più 216 grandi. Prima dell'incidente, nel 1982, era stato campione europeo di ballo liscio e latino-americano insieme alla sorella Sabrina. Dopo, nel 1997, campione italiano di body building. Un fenomeno. Sposato dal 91 con Margherita, con la quale ha aperto una scuola di ballo, padre di tre bimbi, a trentanove anni passa la vita fra famiglia, ballo e allenamenti. Obiettivo? Pechino 2008 e un nuovo can can, ma con l'oro al collo. - Fabrizio Macchi - Gli hanno amputato una gamba a un'età in cui i ragazzi passano il tempo a giocare a calcio o a basket. «Lo sport è tutto per me: mi ha reso più forte e permesso di tornare a essere una persona che fa parte della società.» Varesino, nato nel 70, da ragazzino gli scoprono un tumore alla gamba. Dopo chemio e diciassette interventi chirurgici, gliela devono amputare quando ha appena quattordici anni. Ciclista, è l'uomo delle grandi imprese, ancor più di quello delle vittorie o delle medaglie: il record dell'ora al Vigorelli di Milano o il Giro d'Europa. Un personaggio che appare in televisione e scrive sui giornali. È fisioterapista e vive con Noemi, nazionale di ciclismo, che ha partecipato alle Olimpiadi di Atene così come lui ha partecipato alla Paralimpiade greca. Un esempio per volontà e determinazione. - Aldo Manganaro - Ipovedente di San Cataldo, in provincia di Caltanissetta, velocista, imbattuto per tre edizioni di Europei e Mondiali, oro nei 100 metri alle Paralimpiadi di Barcellona, Atlanta e Sydney, ha fatto la storia della corsa veloce per disabili in Italia e ha permesso la maturazione di atleti come Lorenzo Ricci, cieco totale doppio oro nei 100 e staffetta a Sydney. Nel suo paese era costretto ad allenarsi nella piazza antistante l'impianto di atletica, che era sempre chiuso e fu riaperto dopo i suoi successi paralimpici. Fisioterapista, è sposato e padre. - Roberto Marson - Senza di lui lo sport per disabili in Italia non sarebbe quello che è. Con lui è nata la Fisha, Federazione Italiana 217 Sport Handicappati (poi sarebbe diventata federazione del Coni), prima e la FISD poi. Quello che oggi è il CIP, Comitato Italiano Paralimpico, che presiede a tutto ciò che è sport per disabili. È stato uno dei più importanti dirigenti dello sport italiano. Prima, però, è stato un grande atleta. Grandissimo. Basta questo: alla Paralimpiade del 68, a Tel Aviv, ha vinto 10 medaglie d'oro, 2 d'argento e una di bronzo in tre sport diversi (scherma, nuoto, atletica) gareggiando anche in un quarto (il basket in carrozzina). Altri tempi, è vero, ma anche grandi campioni. In tutto ha vinto 16 ori paralimpici. È nato a Pasiano di Pordenone nel 44. A sedici anni, mentre stava lavorando per un'impresa edile, gli crollò addosso un muro. Rimasto paraplegico, andò per la riabilitazione al Centro Paraplegici di Ostia, gestito dall'Inail, e iniziò ad appassionarsi allo sport con il professor Maglio. - Bruno Oberhammer - Una parte della storia dello sci alpino in Italia. Oltre venti medaglie tra Paralimpiadi e Mondiali. Nato a Bolzano nell'ottobre del 55. Il primo a stabilire il record di partecipazione ai Giochi Paralimpici invernali, che lo hanno sempre visto salire sul podio dal 1984, anno della sua prima Paralimpiade, quando l'argento in slalom e il bronzo nella combinata sono state le prime medaglie italiane ai Giochi invernali, fino al 1998, quando si è ritirato conquistando un oro in slalom e 2 bronzi in libera e SuperG. Ha vinto complessivamente 13 medaglie ai Giochi Paralimpici ed è stato l'atleta più rappresentativo dello sci per disabili. Ipovedente, lavora al Comune di Bolzano, è sposato con Iolanda e ha due figli, Elmar ed Emily. Dal 98 è commissario tecnico dello sci alpino azzurro. Parla quattro lingue (italiano, tedesco, inglese e francese) ed è membro della Commissione tecnica dello sci alpino dell'International Blind Sport Association. - Francesca Porcellato - Il più bel sorriso dello sport per disabili italiano. Nata a Castelfranco Veneto, classe 70, paraplegica da quando aveva diciotto mesi. Un camion stava muovendosi 218 nel giardino di casa, una manovra errata o forse l'autista che aveva scambiato quella bimba per una bambola, ma il risultato non cambia. È praticamente sempre stata in carrozzina. Una delle veterane dello sport per disabili in Italia. Ha partecipato a tutte le edizioni delle Paralimpiadi da quando si svolgono negli stessi luoghi delle Olimpiadi, cioè Seul 88: cinque edizioni con 10 medaglie vinte. Copre tutte le distanze nell'atletica, dai 100 metri alla maratona. Ha partecipato a quasi cento maratone (65 vittorie) con successi a Londra (tre volte consecutive, un record), Parigi, New York, Venezia, Roma, Padova (miglior prestazione mondiale; 1 ora 38 minuti 29 secondi). Vive con l'ex tecnico della Nazionale di atletica, Dino Farinazzo. - Lorenzo Ricci - Vincere i 100 metri, la distanza che fa sognare, ai Giochi è l'obiettivo di ogni atleta. Lorenzo Ricci, non vedente di La Spezia, ci è riuscito dopo appena tre anni di allenamenti specifici. Era già un uomo, Lorenzo, quando nel 1991 perse completamente la vista a causa di un incidente d'auto. Passare dalla luce al buio: chiudete gli occhi e immaginatevi così. Per sempre. A lui è successo. Era un uomo, affrontò la vita da uomo. Grazie anche a una famiglia eccezionale e a un fratello, Michele, che ha persino scritto canzoni per aiutarlo a vincere in pista. Dopo l'incidente non fu subito atletica. Prima giocava a calcio, poi iniziò con il torball, lo sport creato appositamente per i non vedenti. Oppure si divertiva sciando e andando a cavallo. Fu un allenatore piemontese trapiantato a Carrara, Pino Pagano, ad accorgersi di lui e a portarlo a vincere due medaglie d'oro (100 metri e 4 per 100) alla Paralimpiade di Sydney. Lorenzo non si è mai pianto addosso: «Spero che le mie vittorie servano anche a mostrare ai disabili che stanno chiusi in casa che invece devono uscire, che la vita è bella anche senza vedere, è bella anche in carrozzina». - Roland Ruepp - Era uno scalatore. Poi, durante un'arrampicata, un incidente, la paraplegia. Nato a Malles, in provincia di 219 Bolzano, nel 65, risiede a Sluderno, dove vive con la moglie Rosemarie e i figli Manuel e Nathalie. Ha esordito in nazionale nel 1993, debuttando ai Giochi Paralimpici norvegesi di Lillehammer 94, dove il suo miglior piazzamento fu il settimo posto nella distanza corta della classe sitting di sci nordico. A Nagano riuscì a salire per la prima volta sul podio conquistando l'argento nella distanza media, ma è stato ai Giochi di Salt Lake City che ha compiuto una vera e propria impresa conquistando 2 ori (distanza corta e media) e il bronzo nel biathlon, riportando così all'Italia la medaglia più pregiata che nello sci nordico mancava dal 1988, da quando era stata conquistata da Paolo Lorenzini, ipovedente. Ama correre in handbike e da qualche anno gareggia anche in questa disciplina estiva partecipando a diverse gare e maratone, che lo hanno portato fino ai Giochi di Atene 2004. Nella primavera del 2005 con l'handbike ha attraversato l'Italia, partendo da Bolzano e arrivando a Trapani. - Sandra Truccolo - Non ci fosse stata Paola Fantato, sarebbe stata lei la migliore nel tiro con l'arco. Oro nell'arco a squadre con la stessa Paola e Anna Menconi a Sydney 2000, Sandra era in Australia con Daniele Scarpa, olimpionico ad Atlanta nel canottaggio, suo compagno nella vita e nello sport, grazie al quale ha scoperto l'altra sua grande passione, quella per la canoa. Paraplegica dall'ottantotto in seguito a un incidente, Sandra ha vinto titoli mondiali e medaglie paralimpiche anche ad Atlanta e Atene. In Australia, Sandra e Daniele, che hanno portato per primi la canoa polinesiana (adatta anche a persone disabili), sono soci onorari del Warringah Kayak Club. 220 Giochi Paralimpici estivi: tutti gli azzurri sul podio Primi Giochi Paralimpici Roma 1960: 29 oro, 29 argento, 25 bronzo Oro Maria Scutti: Atletica leggera - club A, club B, giavellotto A, giavellotto B, giavellotto precision A, giavellotto precision B; giavellotto precision C, peso A, peso B Enzo Santini: Atletica leggera - giavellotto C Grimaldi: Atletica leggera - giavellotto precision B Felice Lenardon: Atletica leggera - giavellotto precision C Anna Maria Toso: Scherma - fioretto Aurelio Tedone: Scherma - sciabola Giovanni Ferraris - Aurelio Tedone: Scherma - sciabola a squadra Anna Maria Toso: Nuoto - 25 metri stile libero, 25 metri rana Maria Scutti: Nuoto - 50 metri rana Antonio Iannucci: Nuoto - 25 metri stile libero, 25 metri rana Renzo Rogo: Nuoto - 25 metri stile libero, 25 metri rana Ottavio Moscone: Nuoto - 25 metri dorso Enzo Santini: Nuoto - 50 metri dorso, 50 metri stile libero Franco Rossi: Nuoto - 50 metri rana Giovanni Berghella: Tennistavolo - singolare C Giovanni Ferraris - Federico Zarilli: Tennistavolo - doppio B Franco Rossi - Aroldo Ruschioni: Tennistavolo - doppio C Argento Anna Maria Galimberti: Atletica leggera - club A, giavellotto A, peso A, peso B 221 Anna Maria Toso: Atletica leggera - giavellotto precision A, giavellotto precision B, giavellotto precision C Enzo Santini: Atletica leggera - pentathlon Carmelo Russo: Atletica leggera - club B, giavellotto B Felice Lenardon: Atletica leggera - giavellotto A, peso A, peso B Maria Scutti: Scherma - fioretto Franco Rossi: Scherma - sciabola Aroldo Ruschioni - Ottavio Moscone: Scherma - sciabola a squadra Anna Maria Toso: Nuoto - 25 metri dorso Maria Scutti: Nuoto - 50 metri dorso Girardi: Nuoto - 25 metri stile libero Fontana: Nuoto - 25 metri stile libero Grimaldi: Nuoto - 25 metri stile libero, 25 metri rana Antonio Iannucci: Nuoto - 25 metri dorso Pasquale Carfagna: Nuoto - 50 metri dorso Elvio Di Pasquo: Nuoto - 50 metri rana Anna Maria Toso - Maria Scutti: Tennistavolo - doppio classe B Domenico Cascella: Tennistavolo - singolare A Francesco Scalzo: Tennistavolo - singolare B Giovanni Ferraris - Federico Zarilli: Tennistavolo - doppio C Bronzo Anna Maria Galimberti: Atletica leggera - club B, giavellotto B Maria Scutti: Atletica leggera -club C, giavellotto C Anna Maria Toso: Atletica leggera - peso A Franco Rossi: Atletica leggera - pentathlon Domenico Avitabile: Atletica leggera - club A Felice Lenardon: Atletica leggera - giavellotto B 222 Castelli: Atletica leggera - giavellotto precision B Kohlmannhuber: Atletica leggera - giavellotto precision C Anna Maria Galimberti: Scherma - fioretto Giovanni Ferraris: Scherma - sciabola Franco Rossi - Giovanni Berghella: Scherma - sciabola a squadra Giovanni Ferraris: Biliardo - open Mazzoni: Nuoto - 25 metri dorso Ottavio Moscone: Nuoto - 25 metri stile libero, 25 metri rana Franco Rossi: Nuoto - 50 metri stile libero Pasquarelli: Nuoto - 25 metri dorso Aroldo Ruschioni: Nuoto - 50 metri dorso Fontana: Nuoto - 25 metri rana Cipriano Gasperini: Nuoto - 50 metri rana Anna Maria Toso: Tennistavolo - singolare B Federico Zarilli: Tennistavolo - singolare B e C Secondi Giochi Paralimpici Tokyo (Jpn) 1964: 14 oro, 15 argento, 14 bronzo Oro Irene Monaco: Atletica leggera - disco Anna Maria Toso: Atletica leggera - giavellotto e peso Roberto Marson: Atletica leggera - disco e giavellotto Giovanni Benincasa: Atletica leggera - peso Anna Maria Toso: Scherma - fioretto Elena Monaco - Irene Monaco - Anna Maria Toso Scherma - fioretto a squadra Franco Rossi - Roberto Marson - Renzo Rogo: Scherma - spada a squadra Anna Maria Toso: Nuoto - 25 metri dorso 223 Renzo Rogo: Nuoto - 25 metri dorso, 25 metri rana Francesco Deiana: Nuoto - 25 metri rana Giovanni Ferraris - Federico Zarilli: Tennistavolo - doppio Argento Raimondo Longhi: Tiro con l'arco - Columbia round Anna Maria Toso: Atletica leggera - club e disco Roberto Marson: Atletica leggera - slalom e club Roberto Marson: Scherma - spada, sciabola Anna Maria Toso: Nuoto - 25 metri stile libero, 25 metri rana Irene Monaco: Nuoto - 50 metri stile libero Elena Monaco: Nuoto - 50 metri rana Francesco Deiana: Nuoto - 25 metri stile libero Germano Pecchenino: Nuoto - 50 metri dorso Olver Venturi: Nuoto - 25 metri rana Silvana Martino - Anna Maria Toso: Tennistavolo - doppio Bronzo Vincenzo Borghese: Atletica leggera - club Giovanni Benincasa: Atletica leggera - disco Germano Pecchenino: Scherma - spada Pasquale Carfagna: Scherma - fioretto novizi Escapa: Nuoto - 25 metri stile libero, 25 metri rana Silvana Martino: Nuoto - 25 metri dorso Irene Monaco: Nuoto - 50 metri dorso, 50 metri rana Renzo Rogo: Nuoto - 25 metri stile libero Giovanni Pische: Nuoto - 50 metri stile libero Franco Rossi: Nuoto - 50 metri stile libero Silvio Boscu: Nuoto - 50 metri dorso Germano Pecchenino: Nuoto - 50 metri rana 224 Terzi Giochi Paralimpici Tel Aviv (Isr) 1968: 12 oro, 10 argento, 16 bronzo Oro Irene Monaco: Atletica leggera - disco Roberto Marson: Atletica leggera - club, disco, giavellotto Giovanni Benincasa: Atletica leggera - peso Roberto Marson: Scherma - spada, fioretto e sciabola Roberto Marson - Vittorio Loi - Germano Zanarotto - Franco Rossi - Giovanni Ferraris: Scherma - fioretto a squadra Roberto Marson: Nuoto - 50 metri stile libero, 50 metri dorso, 50 metri rana Argento Elena Monaco: Atletica leggera - pentathlon Silvana Martino: Atletica leggera - giavellotto Germano Pecchenino: Atletica leggera - club e giavellotto Elena Monaco: Scherma - fioretto Vittorio Loi: Scherma - spada e fioretto Roberto Marson - Vittorio Loi - Franco Rossi: Scherma - spada a squadra Roberto Marson - Giovanni Ferraris - Germano Zanarotto: Scherma - sciabola a squadra Francesco Deiana: Nuoto - 25 metri rana Bronzo Giuliano Koten: Tiro con l'arco - Columbia round individuale Francesco Deiana - Raimondo Longhi: Tiro con l'arco - freccette mixed Gabriella Monaco: Atletica leggera - club 225 Antonio Arizzi: Atletica leggera - club e disco Emilio Porto: Atletica leggera - club Roberto Marson: Atletica leggera - peso Elena Monaco - Irene Monaco - Gabriella Monaco: Scherma - fioretto a squadra Giuliano Koten: Scherma - fioretto Raimondo Longhi - Gambatesa: Bocce su prato - squadra Giovanni Ferraris - Federico Zarilli: Bocce su prato - squadra Irene Monaco - Gabriella Monaco: Tennistavolo - doppio A Irene Monaco - Rosaria La Corte: Tennistavolo - doppio C Giovanni Berghella: Tennistavolo - singolare C Giovanni Ferraris - Federico Zarilli: Tennistavolo - doppio B Aroldo Ruschioni - Giovanni Berghella: Tennistavolo - doppio C Quarti Giochi Paralimpici Heidelberg (Ger) 1972: 8 oro, 6 argento, 5 bronzo Oro Giuseppe Trieste: Atletica leggera - slalom Roberto Marson: Scherma - spada Franco Rossi - Roberto Marson - Germano Zanarotto - Vittorio Loi: Scherma - spada a squadra Vittorio Loi: Scherma - fioretto Vittorio Paradiso: Scherma - fioretto novizi Giuliano Koten - Vittorio Loi - Franco Rossi - Germano Zanarotto: Scherma - fioretto a squadra 226 Roberto Marson: Scherma - sciabola Rosa Sicari: Tennistavolo - singolare B Argento Olga Richetti: Atletica leggera - slalom e disco Franco Rossi: Scherma - fioretto Vittorio Paradiso - Ernesto Mazzolo - Antonio Arizzi - Rocco Iaculano: Scherma - fioretto novizi Roberto Marson - Giovanni Ferraris - Germano Pecchenino - Olver Venturi: Scherma - sciabola a squadra Olver Venturi - Giovanni Ferraris: Tennistavolo - doppio 3 Bronzo Giovanni Marras - Rocco Iaculano: Tiro con l'arco - St. Nicholas round a squadra Carlo Jannucci: Atletica leggera - slalom Giuliano Koten: Bocce su prato - singolare Aroldo Ruschioni: Biliardo - open Giuseppe Trieste: Tennistavolo - singolare 2 Quinti Giochi Paralimpici Toronto (Can) 1976: 2 oro, 5 argento, 11 bronzo Oro Lina Franzese: Atletica leggera - 100 metri e 1500 metri Argento Carmelo Addaris: Atletica leggera - slalom e 60 metri Carlo Jannucci: Atletica leggera - 400 metri Vittorio Loi: Scherma - fioretto Dario Bandinelli: Nuoto - 25 metri stile libero 227 Bronzo Rosa Sicari: Atletica leggera - slalom e 60 metri Carlo Jannucci: Atletica leggera - slalom e 200 metri Giuseppe Trieste: Atletica leggera - 400 metri Giuliano Koten: Scherma - spada Giuliano Koten - Vittorio Loi - Roberto Marson - Olver Venturi: Scherma - spada a squadra Giuliano Koten - Vittorio Loi - Giovanni Ferraris: Scherma - fioretto a squadra Rosa Sicari: Nuoto - 25 metri stile libero Dario Bandinelli: Nuoto - 25 metri rana Rosa Sicari: Tennistavolo - singolare B Sesti Giochi Paralimpici Arnhem (Ned) 1980: 6 oro, 5 argento, 9 bronzo Oro Gabriella Boreggio: Atletica leggera - slalom Giovanni Ciuffreda: Atletica leggera - slalom Osanna Brugnoli: Scherma - fioretto Giulio Martelli: Scherma - fioretto Paolo D'Agostini: Scherma - fioretto mixed Rosa Sicari: Scherma - fioretto mixed Argento Lina Franzese: Atletica leggera - 100 metri e 1500 metri Gabriella Boreggio: Atletica leggera - 60 metri Bruno Paganelli: Scherma - fioretto mixed Aldo Licciardi: Scherma - fioretto mixed Bronzo Rosa Sicari: Atletica leggera - slalom Annarita Serrone: Atletica leggera - 60 metri Gabriella Boreggio: Atletica leggera - disco e giavellotto 228 Mario Panico: Atletica leggera - 800 metri Giuseppe Trieste: Atletica leggera - pentathlon Vito Penna: Scherma - spada Rosa Sicari - Irene Monaco - Gabriella Boreggio: Scherma - fioretto a squadra Vittorio Loi - Germano Pecchenino - Olver Venturi - Enzo Molinari: Scherma - sciabola a squadra Settimi Giochi Paralimpici Stoke Mandeville (Gbr) - New York (Usa) 1984: 8 oro, 19 argento, 13 bronzo Oro Giovanni Loiacono: Atletica leggera - disco Giuseppe Pavan: Atletica leggera - 5000 metri Italo Sacchetto: Atletica leggera - salto in alto Paolo D'Agostini: Atletica leggera - slalom Santo Mangano: Scherma - fioretto Giulio Martelli: Scherma - spada Luca Pancalli: Nuoto - 25 metri farfalla, 25 metri stile libero Argento Rossella Inverni: Atletica leggera - 800 metri Emanuela Grigio: Atletica leggera - 800 metri Milena Balsamo: Atletica leggera - 100 metri Agnese Grigio: Atletica leggera - pentathlon Claudio Foresti: Atletica leggera - salto in alto Giovanni Loiacono: Atletica leggera - peso Mariella Bertini: Scherma - fioretto Fabio Bernagozzi: Scherma - fioretto Pierino Scarsella: Scherma - sciabola Luigi Zonchi - Giuseppe Alfieri - Giulio Martelli - Pierino Scarsella: Scherma - fioretto a squadra 229 Enzo De Benedettis - Giuseppe Alfieri - Pierino Scarsella: Scherma - sciabola a squadra Ernesto Giussani: Nuoto - 50 metri dorso e stile libero, 100 metri misti Sergio Calega: Nuoto - 50 metri e 100 metri stile libero Luca Pancalli: Nuoto - 25 metri rana, 75 metri misti, 100 metri stile libero Bronzo Pasquale De Masi: Tiro con l'arco - double short metric round Rossella Inverni: Atletica leggera - 400 metri Emanuela Grigio: Atletica leggera - 400 metri Agnese Grigio: Atletica leggera - 800 metri Sabrina Bulleri: Atletica leggera - 100 metri Sabrina Bulleri - Milena Balsamo - Cristina Ploner - Silvana Veltorello: Atletica leggera - 4 per 400 metri staffetta Giuseppe Pavan: Atletica leggera - 1500 metri Giulio Gusrneroli: Atletica leggera - 5000 metri Amedeo Cirioni: Nuoto - 25 metri dorso Sauro Nicolini: Nuoto - 100 metri dorso, 200 metri misti Ernesto Giussani: Nuoto - 50 metri rana, 50 metri farfalla Ottavi Giochi Paralimpici Seul (Kor) 1988: 17 oro, 15 argento, 27 bronzo Oro Francesca Porcellato: Atletica leggera - 100 metri Sabrina Bulleri: Atletica leggera - 100 metri, 200 metri Francesca Porcellato - Sabrina Bulleri - Milena Balsamo - Tina Narano: Atletica leggera - 4 per 100 metri staffetta Italo Sacchetto: Atletica leggera - salto in alto Laura Presutto: Scherma - fioretto 230 Luigi Zonghi: Scherma - spada Laura Presutto - Rossana Giarrizzo - Teresa Murgita: Scherma - spada a squadra Gabriele Celegato: Tiro a segno - air pistol Santo Mangano: Tiro a segno - air rifle, air rifle aid, air rifle prone Luca Pancalli: Nuoto - 50 metri e 100 metri stile libero, 50 metri rana Ernesto Giussani: Nuoto - 50 metri dorso Alvise De Vidi: Nuoto - 25 metri farfalla Argento Orazio Pizzorni - Giuseppe Gabelli - Fabio Amadi - Giuliano Koten: Tiro con l'arco - olympic round a squadra Rossella Inverni: Atletica leggera - 800 metri, 1500 metri Francesca Porcellato: Atletica leggera - 200 metri Claudio Costa: Atletica leggera - 800 metri Mariella Bertini: Scherma - spada Mariella Bertini - Laura Presutto - Doriana Giarrizzo - Deborah Taffoni: Scherma - fioretto a squadra Soriano Ceccanti: Scherma - spada Walter Monti: judo - over 95 kg Rita Pieri: Tiro a segno - air rifle Gianluca Saini: Nuoto - 100 metri stile libero, 100 metri misti Luca Pancalli: Nuoto - 25 metri dorso Stefano Giovannetti: Nuoto - 100 metri rana Ernesto Giussani: Nuoto - 100 metri misti Bronzo Paola Fantato: Tiro con l'arco - double fita round Rossella Inverni: Atletica leggera - 100 metri, 400 metri 231 Francesca Porcellato - Sabrina Bulleri - Milena Balsamo - Cinzia Pozzobon: Atletica leggera - 4 per 200 metri staffetta Francesca Porcellato - Tina Varano - Milena Balsamo - Cinzia Pozzobon: Atletica leggera - 4 per 400 metri staffetta Aldo Manganaro: Atletica leggera - 100 metri Claudio Costa: Atletica leggera - 400 metri Carmelo Addaris: Atletica leggera - 5000 metri Alvise De Vidi - Carmelo Addaris - Rodolfo Rossi - Gennaro Maisto: Atletica leggera - 4 per 100 metri staffetta Alessandro Kuris: Atletica leggera - pentathlon Renato Misturini: Atletica leggera - pentathlon Paolo D'Agostini: Atletica leggera - club Giovanni Loiacono: Atletica leggera - disco Carmelo Addaris: Atletica leggera - slalom Rossana Giarrizzo: Scherma - fioretto Ernesto Lerre - Luigi Zonghi - Carlo Loa: Scherma - spada a squadra Soriano Ceccanti - Umberto Mastrofini - Giuseppe Alfieri Scherma - fioretto a squadra Ernesto Lerre - Giuseppe Alfieri - Piero Scarsella: Scherma - sciabola a squadra Maurizio Galliano: Nuoto - 50 metri stile libero, 100 metri stile libero Stefano Giovannetti: Nuoto - 100 metri stile libero Ernesto Giussani: Nuoto - 200 metri stile libero Gianluca Saini: Nuoto - 400 metri stile libero Corrado Daolio: Nuoto - 100 metri dorso Alessandro Pisetta: Nuoto - 100 metri dorso Ernesto Giussani: Nuoto - 50 metri rana Luca Pancalli - Maurizio Galliani - Franco Scotto: Nuoto - 3 per 25 metri staffetta 232 Noni Giochi Paralimpici Barcellona (Spa) 1992: 10 oro, 7 argento, 18 bronzo Oro Paola Fantato: Tiro con l'arco - fita round Orazio Pizzorni: Tiro con l'arco - olympic round Aldo Manganaro: Atletica leggera - 100 metri Carlo Durante: Atletica leggera - maratona Mariella Bertini - Laura Presutto - Rossana Giarrizzo - Deborah Taffoni: Scherma - spada a squadra Mariella Bertini: Scherma - fioretto Natale Castellini - Roberto Gallucci - Paolo Martini - Dario Merelli - Hubert Pefler: Goalball Gianluca Saini: Nuoto - 50 metri e 100 metri stile libero Santo Mangano: Tiro a segno - air rifle 3 per 40 Argento Orazio Pizzorni - Luciano Malovini - Giuseppe Gabelli: Tiro con l'arco - olympic round a squadra Aldo Manganaro: Atletica leggera - 200 metri Alessandro Kuris: Atletica leggera - salto in alto Mariella Bertini: Scherma - spada Soriano Ceccanti: Scherma - spada Marisa Nardelli: Tennistavolo - open Eberhard Walzl - Andrea Furlan: Tennistavolo - a squadra 9 Bronzo Giampiero Mercandelli: Tiro con l'arco - fita round Francesca Porcellato: Atletica leggera - 400 metri Aldo Manganaro - Claudio Costa - Sandro Filippozzi - 233 Vincenzo Ciacio: Atletica leggera - 4 per 400 metri staffetta Alvise De Vidi: Atletica leggera - 800 metri Marco Re Calegari: Atletica leggera - 1500 metri Enzo Masiello: Atletica leggera - 5000 metri Murizio Nalin: Atletica leggera - disco Klaus Fruet - Maria Erlacher Ciclismo - tandem misto strada Laura Presutto: Scherma - spada, fioretto Soriano Ceccanti - Ernesto Lerre - Carlo Loa: Scherma - spada a squadra Davide Albertini: judo - 60 kg Matteo Ardit: judo - 78 kg Franz Gatscher: judo - over 95 kg Roberto Valori: Nuoto - 100 metri stile libero Marisa Nardelli: Tennistavolo - individuale Maria Nardelli - Cristina Ploner - Patrizia Saccà: Tennistavolo - a squadra 5 Oscar De Pellegrin: Tiro a segno - olympic match Decimi Giochi Paralimpici Atlanta (Usa) 1996: 11 oro, 20 argento, 14 bronzo Oro Alvise De Vidi: Atletica leggera - 400 metri, 800 metri Maurizio Nalin: Atletica leggera - pentathlon Aldo Manganaro: Atletica leggera - 100 metri Claudio Costa - Patrizia Spadaccini (G) Nota numero 1 Guida. Fine nota Ciclismo - chilometro da fermo, inseguimento Giancarlo Galli - Paolo Botti (G): Ciclismo - 200 metri sprint Luca Pancalli: Nuoto - 50 metri farfalla, 50 metri dorso Mariella Bertini: Scherma - spada Paola Fantato - Sandra Truccolo - Roberta Lazzaroni: Tiro con l'arco - olympic round a squadra 234 Argento Alvise De Vidi: Atletica leggera - 1500 metri Aldo Manganaro: Atletica leggera - 200 metri Maurizio Nalin: Atletica leggera - disco Carlo Durante: Atletica leggera - maratona Damiano Zanotti - Manuela Agnese (G): Ciclismo - 200 metri sprint Giancarlo Galli - Pasquale Campedelli (G): Ciclismo - corsa su strada Andrea Pellegrini - Ernesto Lerre - Soriano Ceccanti - Gerardo Mari: Scherma - spada a squadra Laura Presutto - Mariella Bertini - Rosalba Vettraino: Scherma - fioretto a squadra Soriano Ceccanti: Scherma - spada Rosalba Vettraino: Scherma - spada Andrea Pellegrini: Scherma - fioretto, spada Gerardo Mari: Scherma - sciabola Sandra Truccolo: Tiro con l'arco - olympic round Giuseppe Gabelli - Marco Mai - Luciano Malovini: Tiro con l'arco - olympic round a squadra Luca Pancalli: Nuoto - 50 metri, 100 metri, 200 metri stile libero Marina Tozzini: Nuoto - 400 metri stile libero Santo Mangano: Tiro a segno - carabina standing Bronzo Aldo Manganaro: Atletica leggera - 400 metri Maria Ligorio: Atletica leggera - 200 metri, 400 metri Samanta Meneghelli: Atletica leggera - 3000 metri Maurizio Nalin: Atletica leggera - peso Giancarlo Galli - Claudio Botti (G): Ciclismo - un chilometro Marina Tozzini: Nuoto - 100 metri farfalla Andrea Pellegrini - Alberto Serafini - Soriano Ceccanti - 235 Giuseppe Alfieri: Scherma - fioretto a squadra Marisa Nardelli: Tennis tavolo - individuale 5 Paola Fantato: Tiro con l'arco - olympic round Antonio Martella: Tiro a segno - pistola Santo Mangano: Tiro a segno - carabina 3 pos., a terra Oscar De Pellegrin: Tiro a segno - english match Undicesimi Giochi Paralimpici Sydney (Aus) 2000: 9 oro, 8 argento, 10 bronzo Oro Alvise De Vidi: Atletica leggera - 800 metri, 1500 metri, maratona Lorenzo Ricci: Atletica leggera - 100 metri Matteo Tassetti - Aldo Manganaro - Mauro Porpora - Lorenzo Ricci: Atletica leggera - 4 per 100 metri staffetta Paola Fantato: Tiro con l'arco - olympic round Paola Fantato - Sandra Truccolo - Anna Menconi: Tiro con l'arco - olympic round a squadra Giuseppe Gabelli - Oscar De Pellegrin - Salvatore Carrubba: Tiro con l'arco - olympic round a squadra Pierangelo Vignati: Ciclismo - inseguimento Argento Maurizio Nalin: Atletica leggera - peso Alvise De Vidi: Atletica leggera - 400 metri Maria Ligorio - Michele Gionfriddo (G): Atletica leggera - 200 metri Paolo D'Agostini: Atletica leggera - pentathlon Luca Mazzone: Nuoto - 50 metri stile libero, 200 metri stile libero 236 Andrea Pellegrini: Scherma - fioretto Silvana Valente - Fabrizio Di Somma (G): Ciclismo - tandem inseguimento Bronzo Francesca Porcellato: Atletica leggera - 100 metri Aldo Manganaro: Atletica leggera - 100 metri Ahise De Vidi: Atletica leggera - 200 metri Carlo Durante - Gastone Lion (G) - Vanni Favotto (G) Atletica leggera - maratona Soriano Ceccanti - Gerardo Mari - Andrea Pellegrini - Alberto Serafini: Scherma - fioretto a squadra Andrea Pellegrini: Scherma - spada Silvana Valente - Fabrizio Di Somma (G): Ciclismo - tandem chilometro da fermo Claudio Costa - Serenella Bortolotto (G): Ciclismo - tandem sprint Silvana Valente - Fabrizio Di Somma (G): Ciclismo - tandem strada Oscar De Pellegrin: Tiro con l'arco - olympic round Dodicesimi Giochi Paralimpici Atene (Gre) 2004: 4 oro, 8 argento, 7 bronzo Oro Immacolata Cerasuolo: Nuoto - 100 metri farfalla Alberto Pellegrini: Scherma - sciabola Paola Fantato: Tiro con l'arco - olympic round Alvise De Vidi: Atletica - maratona Argento Francesca Porcellato: Atletica - 100 metri, 800 metri Immacolata Cerasuolo: Nuoto - 200 metri misti Fabio Triboli: Ciclismo - combinata strada Roberto La Barbera: Atletica - salto in lungo 237 Stefano Lippi: Atletica - salto in lungo Paola Fantato - Sandra Truccolo - Anna Menconi: Tiro con l'arco - olympic round a squadra Valeria Zorzetto: Tennistavolo - individuale 4 Bronzo Carlo Piccoli: Nuoto - 200 metri stile libero Fabio Triboli: Ciclismo - inseguimento pista Fabrizio Macchi: Ciclismo - inseguimento pista Alvise De Vidi: Atletica - 200 metri Andrea Cionna: Atletica - 10000 metri, maratona Francesca Porcellato: Atletica - 400 m Da Roma 1960 ad Atene 2004 Tutte le medaglie azzurre Nella seguente tabella per ogni Paralimpiade si riporta rispettivamente il numero delle medaglie d'oro, d'argento, di bronzo e il totale. - Roma 1960: 29, 29, 25, 83 - Tokio (Jpn) 1964: 14, 15, 14, 43 - Tel Aviv (Isr) 1968: 12, 10, 16, 38 - Heidelberg (Ger) 1972: 8, 6, 5, 19 - Toronto (Can) 1976: 2, 5, 11, 18 - Arnhem (Ned) 1980: 6, 5, 9, 20 - Stoke Mandeville (Gbr) - New York 1984 (Usa): 8, 19, 13, 40 - Seul (Kor) 1988: 17, 15, 27, 59 - Barcellona (Spa) 1992: 10, 7, 18, 35 - Atlanta (Usa) 1996: 11, 20, 14, 45 - Sydney (Aus) 2000: 9, 8, 10, 27 - Atene (Gre) 2004: 4, 8, 7, 19 - Totale: 130, 147, 169, 446 238 Giochi Paralimpici invernali: tutti gli azzurri sul podio Terzi Giochi Paralimpici Innsbruck (Aut) 1984: 1 argento, 1 bronzo Argento Bruno Oberhammer: Sci alpino - slalom Bronzo Bruno Oberhammer: Sci alpino - combinata Quarti Giochi Paralimpici Innsbruck (Aut) 1988: 3 oro, 6 bronzo Oro Paolo Lorenzini: Sci nordico - distanza lunga Bruno Oberhammer: Sci alpino - gigante e discesa libera Bronzo Paolo Lorenzini: Sci nordico - distanza corta Paolo Lorenzini - Riccardo Tommasini - Hubert Tscholl - Erich Walch: Sci nordico - staffetta 4 per 2,5 chilometri Manfred Perfler: Sci alpino - gigante Ubert Perfler: Sci alpino - superG Joseph Erlacher: Sci alpino - discesa libera Antonio Marziali: Sci alpino - discesa libera Quinti Giochi Paralimpici Albertville (Fra) 1992: 1 argento, 3 bronzo Argento Bruno Oberhammer: Sci alpino - superG Bronzo Bruno Oberhammer: Sci alpino - gigante Dorothea Agetle: Sci nordico - distanza media e corta 239 Sesti Giochi Paralimpici Lillehammer (Nor) 1994: 7 argento, 6 bronzo Argento Bruno Oberhammer: Sci alpino - discesa libera, superG, gigante, slalom Helmut Wolf: Sci alpino - discesa libera, superG Dorothea Agetle: Sci nordico - 10 chilometri Bronzo Joseph Erlacher: Sci alpino - discesa libera Manfred Perfler: Sci alpino - slalom Silvia Parente: Sci alpino - slalom Dorothea Agetle: Sci nordico - distanza lunga, media Ernesto Vinante: Sci nordico - distanza media Settimi Giochi Paralimpici Nagano (Jpn) 1998: 3 oro, 4 argento, 3 bronzo Oro Angelo Zanotti: Sci alpino - superG, gigante Bruno Oberhammer: Sci alpino - slalom Argento Gian Maria Dal Maistro: Sci alpino - discesa libera, gigante Roland Ruepp: Sci nordico - distanza media Dorothea Agetle: Sci nordico - distanza lunga Bronzo Bruno Oberhammer: Sci nordico - discesa libera, superG Gian Maria Dal Maistro: Sci alpino - slalom 240 Ottavi Giochi Paralimpici Salt Lake City (Usa) 2002: 3 oro, 3 argento, 3 bronzo Oro Fabrizio Zardini: Sci alpino - superG Roland Ruepp: Sci nordico - distanza corta, media Argento Christian Lanthaler: Sci alpino - discesa libera, superG Gian Maria Dal Maistro: Sci alpino - gigante Bronzo Roland Ruepp: Sci nordico - biathlon Fabrizio Zardini: Sci alpino - discesa libera Florian Planker: Sci alpino - superG Da Innsbruck 1984 a Salt Lake City 2002 Tutte le medaglie azzurre Nella seguente tabella per ogni edizione di Giochi Paralimpici si riportano rispettivamente il numero delle medaglie d'oro, d'argento, di bronzo e il totale. - Ornskoldsvik (Sme) 1976: L'Italia non ha partecipato. - Geilo (Nor) 1980: L'Italia non ha partecipato. - Innsbruck (Aut) 1984: ::, 1, 1, 2 - Innsbruck (Aut) 1988: 3, ::, 6, 9 - Albertville (Fra) 1992: ::, 1, 3, 4 - Lillehammer (Nor) 1994: ::, 7, 6, 13 - Nagano (Jpn) 1998: 3, 4, 3, 10 - Salt Lake City 2002 (usa): 3, 3, 3, 9 - Totale, 9, 16, 22, 47 241 Storie di (non) tutti i giorni: un panorama mondiale La storia dello sport per atleti con disabilità è fatta di tanti campioni. Grandi e piccoli. Vincenti e perdenti. Con grandi e piccole storie. Di vittorie e di sconfitte. Qui vi raccontiamo le vicende umane e agonistiche dei più grandi. E di altri che grandi non erano. In entrambi i casi si parla di sport. E di vita. Born to run Born to run, nati per correre. Anche senza una gamba. O senza entrambe. All'inizio è stato Dennis, poi è arrivato Tony, poi ancora la scena è stata di Brian, ma soprattutto di Marlon. Per più di vent'anni i 100 metri sono stati affari interni degli Stati Uniti d'America. Almeno nello sport per disabili. Poi è arrivato Oscar e ora si parla sudafricano. Ma questa è un'altra storia. Dennis aspettava un contratto con una squadra professionistica di calcio, i New York Nationals. Era il 1984. Un'auto che andava troppo forte mise fine al sogno e gli spappolò una gamba. Gli States persero un calciatore, ma guadagnarono un campione. Dennis sperimentò una protesi particolare, la Flex Foot. Oggi la usano tutti. Si allenò con Carl Lewis, arrivò a correre i 100 in 11 secondi e 73. Alla Paralimpiade di Barcellona; nel 1992, voleva essere la stella. Ma non aveva fatto i conti con un ragazzino brufoloso. Si chiamava Tony e si impose al mondo come il più grande atleta disabile di sempre. Tony era nato focomelico, senza la parte terminale delle gambe e senza braccia. Dennis guardò Tony alla partenza e non lo vide più: 11 secondi e 63, che ad Atlanta, nel 1996, diventarono 11 secondi e 36. Un fenomeno. Quando nacque, suo padre Bill lo guardò e gli si fermò il cuore. «Sperai ci fossero complicazioni e morisse.» Fu un attimo. «Poi iniziai ad amarlo più dei miei altri quattro figli.» Tony non aveva i 242 piedi e al posto delle braccia vi erano due grosse escrescenze di carne, quasi due grandi dita. A ventitré anni correva i 100 metri in 11 secondi e 36 e diventava uno dei più grandi e, probabilmente, il più importante atleta disabile della storia. I suoi bisnonni giunsero negli Stati Uniti da Ripabottoni, in Basilicata. Si chiamavano Volpentesta. Poi la «a» è scomparsa, chissà perché. Da ragazzo praticava judo, giocava a basket e a football americano. Poi è diventato professionista nell'atletica. A Barcellona e Atlanta ha dominato nei 100 e 200 metri. «A Sydney correrò sotto gli 11 secondi e 00.» Aveva fatto i conti senza pensare a Brian e Marlon. È toccato a quest'ultimo scendere sotto gli 11 secondi e 00, nel 2003, a Cedar City: corse in 10 secondi e 97 agli Utah Summer Games, arrivando secondo con atleti normodotati. Risultato non omologato perché non ottenuto a Mondiali o Paralimpiadi, ma poco male: il record è sempre suo, con 11 secondi e 08. Marlon aveva tre anni quando la madre lo abbandonò per strada in mezzo alle montagne dello Utah. Viveva in orfanotrofio e scambiò la falciatrice per un cavallo. Ci montò sopra. Aveva cinque anni. Si risvegliò in un ospedale di Salt Lake City senza una gamba. Ma con la stessa voglia di giocare. Di correre. E di essere felice. Insieme a una mamma e un papà trovati a nove anni, quando fu adottato. Correva come nessuno. Oggi ancora di più. E la storia torna a Dennis e a quelle protesi provate tanti anni prima. E perfezionate da Tony. Rese oggi quasi perfette da lui. Dal 2000, da quelle sere alla Paralimpiade di Sydney in cui vinse l'oro in 100 e 200 metri, ha dovuto attendere Atene perché qualcuno lo battesse, ma solo nella distanza più lunga. Si chiama Oscar e ha entrambe le gambe amputate. Per questo Marlon ritiene non debba correre con lui. «Io ho una gamba sana, Oscar ha due protesi che danno grande spinta, specie sui 200 e 400 metri.» Ma torniamo a quelle gare di Sydney. Aveva lasciato dietro, a guardargli le spalle, Brian. Doppio argento; ma anche doppia vergogna per Brian: squalificato due anni perché trovato positivo al nandrolone. Anche lui, 243 come Marlon, senza una gamba, amputata sotto il ginocchio. Voleva arrivare al campus della sua università, North Carolina State. Mancavano cinque minuti di strada. Era in ritardo. Corse. Un treno, un incidente e la gamba scomparsa. Era il 92. Trovò Marion Jones. Si allenò con lei. Prese le buone e le cattive abitudini di qualcuno dei suoi amici. Ma divenne un super. Anche senza nandrolone. È tornato e ha corso i 100 in 11 secondi e 08. Non vuole lasciare che il suo marchio sia il doping. Lo chiamano «The sprint machine». Oscar è nato nel 1987 a Sandton in Sudafrica con una malformazione congenita. A undici mesi i medici gli amputarono le gambe appena sopra il piede. Quasi sicuramente sarà lui il primo amputato a battere atleti normodotati. Magari non a Pechino, dove vuole esserci per correre i 400 metri, forse a Londra, o forse alle prossime Olimpiadi ancora. Ma succederà. Due mesi dopo l'amputazione gli misero le prime protesi. Ha sempre camminato così. «Quando la gente mi chiede: - Cosa provi ad avere due gambe artificiali, io rispondo: non lo so, tu cosa provi ad avere due gambe normali? -.» Non è polemica, Oscar è così da sempre. «Non sono una persona disabile, sono solo una persona senza gambe.» E senza gambe ha corso i 100 metri in 11 secondi e 16 (ma in gare non omologate è andato sotto gli 11 secondi), i 200 in 21 secondi e 83, i 400 in 47 secondi e 34. Risultati ottenuti quando è appena un diciottenne con un apparecchio ai denti e problemi di brufoli. A scuola giocava a pallanuoto, cricket e tennis, ma soprattutto a rugby. Tutti lo volevano nella loro squadra. Era il più veloce. Poi, era il gennaio del 2004, si ruppe il ginocchio. Andò alla Pretoria University per la riabilitazione. Gli fecero amare la corsa. Riesce bene in tutto. Faceva fondo e mezzofondo. Correva i 10000 in 41 minuti. Poi ha diminuito la distanza cercando di aumentare la qualità. Intanto studiava. E dipingeva, l'altra sua grande passione. Come gli hamburger: «Ma ora, con le gare, devo starci un po' lontano». 244 Chissà cosa si dirà il giorno in cui dovesse battere atleti normodotati, magari a un'Olimpiade. Perché accadrà. Come tutti i grandi sprinter amputati, Oscar usa delle protesi adatte solo alla corsa, in fibra di carbonio. Le ultime che ha preso gli sono costate 210000 Rand sudafricani, circa 27000 euro. Quando le infila, prima mette la gamba in un secchio di ghiaccio. Il contrario di quello che fanno i velocisti, che scaldano i muscoli prima della gara. «Chi è disabile? Ci sono cose peggiori nella vita.» Pensa forse alla morte della madre, quando lui aveva appena quindici anni, per una reazione allergica ai farmaci. Ha un fratello maggiore, Carl, e una sorellina, Aimee. «Non mi sono mai spaventato nella vita. Mai.» Dennis Oehler, statunitense, è stato il primo amputato sotto il ginocchio a correre i 100 metri sotto i 12 secondi. Brian Frasure, statunitense, squalificato per due anni dopo Sydney 2000 per doping ha corso i 100 metri in 11 secondi e 08. Marlon Shirley, statunitense, ha vinto per due volte consecutive l'oro paralimpico nei 100 metri per amputati sotto il ginocchio. Tony Volpentest, statunitense, ha vinto 100 e 200 metri alle Paralimpiadi di Barcellona 92 e Atlanta 96. Oscar Pistorius, sudafricano, ho vinto i 200 metri alla Paralimpiade di Atene. Duri e puri Una storia da film e chissà che prima o poi qualcuno non lo faccia. È quella di Sebastian. Che si intreccia con quella di Soriano. Fra Italia e Spagna. Il filo comune è la contestazione. Violenta, per Sebastian. Civile, per Soriano. Quella di Chano, come soprannominavano Sebastian i suoi compagni, sfociò poi nella lotta armata. Quella di Soriano venne segnata da un colpo di pistola alla schiena sparato dalla polizia durante una manifestazione anarchica. Nella sua biografia alla Paralimpiade è scritto «incidente d'auto»: per questo sarebbe paraplegico. Ma non è così. «Chano» Rodriguez andò per la prima volta in carcere nel 1975 a diciannove 245 anni. Erano appena nati i Grapo, Grupos de Resistencia Antifascista Primero de Octubre. Un gruppo terroristico: 82 morti in quasi trent'anni di attività, 30 soltanto nel 79, 19 i civili. Sebastian era uno dei capi. Venne arrestato, si dichiarò prigioniero politico, fu condannato a ottantaquattro anni di carcere. Nel 90, insieme ad altri 43 reclusi, chiese che i detenuti dei Grapo fossero rinchiusi in un solo carcere. Richiesta respinta. Cominciò uno sciopero della fame che durò 432 giorni. Venne alimentato forzatamente. Il suo corpo sviluppò un'incapacità ad assimilare proteine. Rimase in carcere dodici anni. Nel 96 uscì: invalidità permanente e cronica. È tornato a Vigo e vive con un altro membro dei Grapo, Xosé Luis Fernandez, anche lui in carrozzina dopo uno scontro a fuoco con la polizia. Gioca a basket in carrozzina, tiene corsi per bimbi disabili, vende biglietti della lotteria di Spagna, aiuta un'organizzazione di appoggio ai detenuti dei Grapo, nei fine settimana vede la figlia ventenne. Soprattutto nuota. Si allena. È diventato un campione. Vince sempre. A Sydney, dopo 5 ori, saputo il suo passato, hanno pensato di togliergli le medaglie. «Fate voi, la mia storia è questa.» E snobbò il ricevimento con re Juan Carlos. Anche Soriano contestava il sistema. Ma non con una pistola in mano. Era la notte che portava al Capodanno del 69, un gruppo di studenti, lavoratori, aderenti al movimento studentesco, al Potere Operaio pisano si trovano a Focette di Marina di Pietrasanta. Lì c'è un famosissimo locale, la Bussola, e lì è organizzata una contestazione, che finisce in scontri con la polizia. C'è anche un ragazzo giovanissimo: Soriano ha appena sedici anni e frequenta la Federazione Anarchica. Rimane a terra, la schiena aperta da un colpo di pistola, le gambe mai più capaci di muoversi. Quasi vent'anni dopo partecipa nella scherma alla sua prima Paralimpiade, quella di Seul: «Sono entrato nel sogno all'inizio delle gare e mi sono svegliato alla fine». Arrivano le vittorie, anche ai campionati del mondo. Senza dimenticare l'impegno: «Se, come io credo, un altro mondo è possibile e necessario, bisogna prima di tutto trovarlo dentro noi stessi, essere concretamente diversi, culturalmente e praticamente». 246 Sebastian Rodriguez, spagnolo, nuotatore, ha partecipato a due edizioni della Paralimpiade vincendo 7 medaglie d'oro. Soriano Ceccanti, pisano, schermidore, ha partecipato a quattro Paralimpiadi vincendo 3 medaglie d'argento e 4 di bronzo. Giovani e belle Una vince e si prepara a continuare a vincere. L'altra si è qualificata per la Paralimpiade ateniese dopo pochi mesi di allenamenti perché al suo paese il binomio donna-sport non era ben visto e la vittoria era essere in Grecia. Una è bionda e pallida, l'altra è mora e olivastra. Entrambe ispirano tenerezza e dolcezza. Belle lo sono già, ma lo diventeranno ancora di più. Jessica, la bionda, vive a Baltimora e a tredici anni ha vinto 3 medaglie d'oro nel nuoto (100 stile libero, 400 stile libero e 4 per 100) ai Giochi. Mareena, la mora, a quindici anni ha lasciato per la prima volta Kabul e ad Atene è arrivata ultima nella sua batteria dei 100 metri a sei secondi dalla prima. Una magari sarà il futuro dello sport per disabili, l'altra probabilmente avrà un futuro migliore grazie allo sport. Jessica è nata a Itkutsk, nella Russia siberiana, ma è americana perché adottata a tredici mesi da una famiglia del Maryland. Mareena è nata a Kabis, sudest dell'Afghanistan, ma è vissuta a Kabul insieme a quattordici fratelli finché una bomba non ha fatto esplodere casa sua. Troppo piccola lei per scappare: «Mia madre mi ha detto che mi sono bruciati i piedi, mi ha portato all'ospedale e me li hanno amputati». Jessica viveva in un orfanotrofio russo, ora ha tre sorelle e due fratelli. È nata con una malformazione alle gambe, a diciotto mesi gliele hanno amputate sotto il ginocchio. A Mareena piace studiare, ma lo faceva di nascosto all'epoca dei talebani. Poi, un giorno di maggio, allo stadio di Kabul, fecero le selezioni per la Paralimpiade. 247 Jessica è cristiana. A scuola ha fatto la cheerleader e praticato molti sport: ginnastica, pattinaggio, ciclismo, tuffi. Naturalmente il nuoto. Ha imparato a camminare con le protesi, usa gonne corte e pantaloncini senza problemi, lasciando ben in vista i ferri, come accade sempre più spesso negli States. Nuota agonisticamente da due anni e sono suoi 11 record americani e 2 pan-americani. Mareena è andata ad allenarsi in Norvegia. Le scarpe che usa non sono proprio dell'ultima generazione. Ma l'importante era essere in Grecia. Per lei, per i disabili, per le donne afghane. Jessica Long statunitense, ha vinto 3 medaglie d'oro alla Paralimpiade di Atene. Mareena Karim, afghana, è stata eliminata nelle batterie dei 100 metri alla Paralimpiade di Atene. The ramp Questa è una storia che pochi conoscono. Qui si parla di Italo e Angie. Italo che è emigrato in Australia quando era poco più che bambino, Angie che vive a Sydney da sempre. Partiamo da uno sport che in Italia, per i disabili, non esiste: lo chiamano boccia. Proprio così, con la «ia», non con la «e» finale. Angie ha poco meno di vent'anni e abita insieme a cinque amiche. Quando si sveglia, con un dito, quello che riesce a muovere, suona un campanello per chiamare Joan. Angie indica delle lettere su una tastiera: vuole fare colazione. Joan porta la colazione e se ne torna a casa. Angie è cerebrolesa. Grave. Non parla. Inizia così la sua giornata. Si diverte ascoltando musica o guardando un film. Oppure facendo sport. Gioca a boccia. In carrozzina. È legata perché non riesce a controllare alcuni movimenti. Sue, la sua aiutante nello sport, le porta vicino al mento un piccolo scivolo leggermente inclinato. «The ramp», la rampa, lo chiamano. Angie sceglie la direzione e gliela indica con un occhio o un cenno della testa, cercando a poco a poco l'inclinazione migliore. Poi, tiene bloccata la boccia con un ferro che ha fissato sulla fronte. Quando pensa che direzione e inclinazione siano giusti, alza il 248 capo e lascia partire la boccia verso il pallino. La boccia è uno sport di precisione. Lo praticano cerebrolesi in carrozzina divisi in categorie, alcuni con l'appoggio di un aiutante, altri, quelli che riescono, usando le loro mani. Si gioca in squadra o da soli. Richiede un impegno mentale enorme, con gare che durano anche una giornata. Non ci fosse questo gioco, un cerebroleso grave non farebbe sport. Angie giocava nella Nazionale australiana. Con un allenatore speciale, che parla veneto anche se ha lasciato Spinea, il paese nel veneziano dove è nato nel 1955, a quattordici anni. Si chiama Italo e vive a Perth, dall'altra parte dell'Australia rispetto a Sydney. Sceglieva i migliori vincitori dei tornei nazionali australiani: «Angie non riesce a parlare, altri sì. Nei loro occhi leggo gioia e tristezza, rabbia quando sbagliano un tiro, felicità quando si avvicinano al pallino». Per alcuni è davvero l'unica attività della propria vita. Si allenano almeno tre volte la settimana con allenatori statali. Gli aiutanti, come Sue nel caso di Angie, sono tutti volontari oppure sono parenti. Alcuni vivono da soli. Pagano una persona che si rende disponibile quando hanno bisogno. Altri stanno in famiglia o con amici. Alcuni lavorano: «Due fra coloro che vengono a giocare a Perth sono avvocati». Questo è lo sport per disabili. Questo è lo sport. Storie famose o sconosciute. Storie straordinarie. Come quella di Italo e Angie. Angie McReynolds, australiana, ha partecipato alla Paralimpiade di Sydney con la Nazionale australiana di boccia. Italo Vigolo, italo-australiano, è stato l'allenatore della Nazionale australiana di boccia alla Paralimpiade di Sydney. Urlando verso il cielo Uno aveva tre anni. Era in Canada, nella sua fattoria. Si mise a giocare vicino a un macchinario per spostare il grano. Mise una gamba dove non doveva. Gliela amputarono all'altezza del bacino. L'altro aveva nove anni. Questa volta furono le ruote di un treno 249 a cambiargli la vita e a fargli perdere completamente una gamba. Uno non ci sarebbe se non ci fosse stato l'altro. Senza i salti di Arnie, Bin sarebbe uno sconosciuto amputato cinese. Ma andiamo con ordine. Arnoldt in Canada è un'icona dello sport. E non solo in Canada. Fu il primo a portare gli amputati completi di gamba a gareggiare ad altissimi livelli nel salto in alto. È diventato poi un pastore della Chiesa Battista. Il 1981 fu un anno fantastico per lui, poco più che ventenne. In Italia, saltò 2,04. Sara Simeoni aveva il record del mondo con 2,01. La «Gazzetta dello Sport» pubblicò la sua foto in prima . A Winnipeg, in un meeting indoor, superò l'asticella a 2,08. Record che non sono stati omologati perché non ottenuti a Mondiali e Paralimpiadi, dove ha fatto, al massimo, 1,96. Ha giocato anche a basket in carrozzina e a pallavolo. Nel 1977 lo ha chiamato la C B C, una rete televisiva, per la sceneggiatura di Crossbar, film interpretato da Brent Carver e Kim Cattral (la Samantha di Sex and the City), basato su ciò che ha fatto come saltatore in alto. Poi è arrivato Bin. Da Pechino. «Saltare è la mia vita.» Anche se nella capitale cinese fa il commesso in un negozio. Anche se gli piace cantare e fotografare. Prima fu Barcellona, un assaggio, poi Atlanta (dove ha ottenuto il suo miglior risultato saltando 1,92), Sydney e Atene. Tre ori. Imbattibile. E imbattuto. «Quando persi la gamba ero un ragazzino. Pensai fosse la fine del mondo per me. Ora so che la mia vita stava solo cominciando.» L'esperienza indimenticabile fu a Sydney, nel 2000. «I bimbi australiani mi hanno fatto sentire davvero, ma davvero, speciale.» È modesto, Bin. Perché lui speciale lo è. Realmente. Arnoldt Boldt, canadese, è stato il primo amputato a una gamba a saltare in alto più di 2 metri. Bin Hou, cinese, ha partecipato a quattro Paralimpiadi vincendo 3 medaglie d'oro nel salto in alto. 250 Ventenni terribili Patrick ed Esther forse nemmeno si conoscono. Patrick ed Esther sono nati uno all'altro capo del mondo rispetto all'altra. Patrick ed Esther fanno due sport molto differenti: uno gioca a basket, l'altra a tennis. Una cosa li unisce: una carrozzina. Anzi due: non li batte nessuno. Patrick, canadese, è da anni, e lo sarà per molti anni ancora, il miglior giocatore del mondo di basket in carrozzina. Esther, olandese, dal 2000 ha perso una partita di tennis in carrozzina. Una sola. Lei è nata nell'ottantuno, lui nel 79. Entrambi hanno già vinto due titoli paralimpici. Anzi, Esther ne ha già vinti quattro, contando anche il doppio. Due autentici fuoriclasse. Esther aveva otto anni quando fu ricoverata in ospedale. Una operazione alla spina dorsale per correggere un'anomalia alle vene che aveva dalla nascita. Un'operazione rischiosa, che le salvò la vita. Un'operazione che l'ha fatta smettere di camminare, ma non di sognare. Non aveva ancora dieci anni. L'età giusta per pensare positivo. Non si fermò: studiò, giocò, fece sport. Non si fece travolgere. Scelse il tennis. E fece bene. Leggete qui. Paralimpiadi? Quattro ori nelle ultime due edizioni. Mondiali? Quattro vittorie consecutive dal 2001. Masters? Sette vittorie consecutive dal 98. E si potrebbe continuare. Anni fatti non solo di sport, ma anche di studi in Legge ed Economia. La copertina di un numero ormai vecchio della rivista della Federazione tennistica internazionale (non quella di sport per disabili, si badi bene) era dedicata a lei. Titolo: «Esther, di nuovo regina del tennis in carrozzina». Da una regina a un re. Patrick è nato a Edmonton, abita a Fergus, nella regione dell'Ontario. Ma vive lì solo per l'anagrafe. Gira il mondo per sport. Aveva undici anni quando ha cominciato a giocare a basket in carrozzina. Ne aveva nove quando un suo amico, un compagno di scuola, forse neanche uno dei più simpatici, lo invitò a una festa. Si divertiva. Finché non arrivò il padre di quel suo amico. Uno screanzato. Ubriaco. Prese la macchina, fece marcia indietro. Aveva il 251 giardino pieno di bambini, ma l'alcol non glieli faceva vedere. Schiacciò le gambe di Patrick contro un muro. Gliele maciullò. Pat si ritrovò con un'amputazione bilaterale, a entrambe le gambe, sopra il ginocchio. Ma non ha aspettato che le cose gli accadessero. Ha fatto in modo di scegliere cosa sarebbe dovuto accadere. Continuò a studiare. E intanto fece sport. Si innamorò del basket in carrozzina. A far capire che è il migliore bastano i due allori consecutivi alle Paralimpiadi di Sydney e Atene. Sarà il caso, ma negli ultimi dieci anni, anche la Nazionale femminile canadese era un Dream Team, sconfitte tendenti allo zero. Grazie alla ormai ultra quarantenne Chantal Benoit, una specie di Michael Jordan al femminile e in carrozzina, altro fenomeno, che poteva tranquillamente giocare con gli uomini (nel basket in carrozzina è possibile) facendo la differenza. «Patrick è un grande ambasciatore dello sport» dicono alla Federazione Canadese di Basket in Carrozzina. È un modello non solo per quello che fa sul campo. Anche fuori. Mai una parola fuori posto con i compagni, mai atteggiamenti sbagliati, mai gesti da superdivo. Quasi l'emblema del campione perfetto. Esther Vergeer, olandese, ha partecipato a due Paralimpiadi vincendo 4 medaglie d'oro. Patrick Anderson, canadese, ha partecipato a due edizioni delle Paralimpiadi vincendo 2 medaglie d'oro. Ghiaccio bollente Freddo, neve, vento gelato, ghiaccio. È la loro vita. Quella di Toni e Chris. Chris ha iniziato a sciare all'età di tre anni. Il suo vero amore. Appena poteva, se ne andava in montagna. Aveva vent'anni, in quel primo giorno delle vacanze di Natale del 1988. Sci ai piedi, stava scendendo con suo fratello e alcuni amici. Si risvegliò in un letto d'ospedale. Non avrebbe più camminato. Lasciò passare un 252 anno da allora. Poi altri tre giorni. Aveva un monosci, la speciale carrozzina collegata a uno sci con la quale una persona paraplegica può sciare, regalatagli dai suoi amici all'università. Cadde cento volte. Ma, poi cominciò a volare. E a vincere: 12 medaglie paralimpiche nello sci alpino. E una medaglia d'argento ai Giochi di Sydney nei 200 metri in carrozzina. Ha fatto il modello e l'attore, nella soap opera Loving sulla A B C. Ma la sua vita è lo sci. Senza follie. «Amo la velocità, amo il vento sul viso, ma non sono pazzo: meglio avere un po' di sana paura.» Tom fa parte della storia della montagna. Voleva scalare l'Everest. «Era più di una sfida, era un sogno.» Ancor più per lui. Figlio di un ufficiale scozzese, Tom lavorava sulle navi. Un giorno capitò negli Stati Uniti. Era il Thanksgiving day del 1976, un veicolo fuori controllo si scontrò contro la sua auto. I medici prima disperarono di salvarlo. Poi dissero che gli avrebbero amputato entrambe le gambe. Ne uscì senza quella destra e con problemi al ginocchio sinistro. Ma ne uscì. E non abbandonò il suo sogno. Tutte le mattine dava un bacio alla moglie Cindy, si caricava la sua seconda figlia, Lizzie, sulle spalle e via ad allenarsi. Due tentativi falliti e poi, nel 1998, arrivò a guardare la terra dall'alto: sulla cima dell'Everest. Il primo scalatore disabile, senza una gamba, a farcela. Chris Waddell, statunitense, ha vinto 4 medaglie d'oro nello sci alpino (slalom, slalom gigante, discesa, superG) alla Paralimpiade di Lillehammer nel 1994. Tom Whittaker, anglo-statunitense, ha raggiunto la cima dell'Everest nel 1998.