Etty Hillesum. DIARIO 1941-1943. A cura di J. G. Gaarlandt. Copyright 1985 Adelphi edizioni s.p.a., Milano. Copyright 1981 De Haan-Unieboek B. V. Bussum the Netherlands. Titolo originale: "Het verstoorde leven Dagboek van Etty Hillesum 1941-1943". Traduzione di Chiara Passanti. Prima edizione: ottobre 1985. Quinta edizione: gennaio 1992. INDICE. Nota editoriale e nota biografica. Introduzione di J. G. Gaarlandt. DIARIO 1941-1943. Lettere da Westerbork. Note. Nota editoriale. All'inizio di questo Diario, Etty è una giovane donna di Amsterdam, intensa, passionale, intricata in varie storie amorose. Legge Rilke, Dostoevskij, Jung. E' ebrea, ma non osservante. I temi religiosi la attirano, e talvolta ne parla. Poi, a poco a poco, la realtà della persecuzione comincia a infiltrarsi fra le righe del diario. Etty registra le voci su amici scomparsi nei campi di concentramento, o uccisi o imprigionati. Un giorno, davanti a un gruppo sparuto di alberi, trova il cartello: «Vietato agli ebrei». Un altro giorno, certi negozi vengono proibiti agli ebrei. Un altro giorno, gli ebrei non possono più usare la bicicletta. Etty annota: «La nostra distruzione si avvicina furtivamente da ogni parte, presto il cerchio sarà chiuso intorno a noi e nessuna persona buona che vorrà darci aiuto lo potrà oltrepassare». Ma, quanto più il cerchio si stringe, tanto più Etty sembra acquistare una straordinaria forza dell'anima. Non pensa un solo momento, anche se ne avrebbe l'occasione, a salvarsi. Pensa a come potrà essere d'aiuto a quei molti altri che stanno per condividere con lei il «destino di massa» della morte amministrata dalle autorità tedesche. Confinata a Westerbork, campo di smistamento da cui un giorno sarà mandata ad Auschwitz, Etty esalta ancora in quel «pezzo di brughiera recintato da filo spinato» la sua capacità di essere un «cuore pensante». Se la tecnica nazista consisteva innanzitutto nel provocare l'avvilimento fisico e psichico delle vittime, si può dire che su Etty abbia provocato l'effetto contrario. A mano a mano che si avvicina la fine, la sua voce diventa sempre più limpida e sicura, senza incrinature. Anche nel pieno dell'orrore, riesce a respingere ogni atomo di odio, perché renderebbe il mondo ancor più «inospitale». La vita, quella protetta della sua stanza di ragazza e quella torturata della baracca in cui vive, le passa davanti agli occhi senza soluzione di continuità. La disposizione che ha Etty ad amare è invincibile. Un giorno aveva annotato: «'Temprato': distinguerlo da 'indurito'». E proprio la sua vita sta a mostrare quella differenza. Così la testimonianza di Etty rimane fra le più preziose che la persecuzione degli ebrei ci abbia lasciato. Nata nel 1914 in una famiglia della borghesia intellettuale ebraica, Etty Hillesum è morta ad Auschwitz nel novembre 1943. Questo suo diario, fortunosamente salvato e passato poi di mano in mano, è stato finalmente pubblicato nel 1981 dall'editore De Haan, con immenso successo, paragonabile a quello che accolse il Diario di Anna Frank, in Olanda e molti altri paesi. Di Etty Hillesum, Adelphi ha anche pubblicato "Lettere 1942-1943" (1990). INTRODUZIONE. Abbiamo preferito pubblicare l'Introduzione di J. G. Gaarlandt all'edizione inglese (Jonathan Cape, London, 1983) anziché quella da lui premessa all'originale edizione olandese perché, senza discostarsene nella sostanza, essa è stata opportunamente ampliata dall'autore. Traduzione di Giulia Arborio Mella [N. d. E.]. Otto quaderni fittamente ricoperti da una scrittura minuta e quasi indecifrabile - e da allora non ho mai distolto la mente da ciò che vi ho trovato: la vita di Etty Hillesum. Questi quaderni narrano la storia di una donna di Amsterdam di ventisette anni. Abbracciano tutto il 1941 e il 1942 - per l'Olanda due anni di guerra e di oppressione, ma per Etty un periodo di crescita e, paradossalmente, di liberazione individuali. Erano gli anni in cui in tutta l'Europa si rappresentava il dramma dello sterminio. Etty Hillesum era ebrea, e scrisse un contro-dramma. La vita di Etty sta tutta tra le parole che annotò giovedì 10 novembre 1941: «Paura di vivere su tutta la linea. Cedimento completo. Mancanza di fiducia in me stessa. Repulsione. Paura», e le parole di venerdì 3 luglio 1942: «Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Ora lo so. Non darò più fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se altri non capiranno cos'è in gioco per noi ebrei. Una sicurezza non sarà corrosa o indebolita dall'altra. Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato». Etty esaminò a fondo tutto ciò che accadde tra queste due date e lo annotò con grande trasparenza, franchezza e intensità - i suoi rapporti d'amicizia e d'amore, quelli con la famiglia e i colleghi, e gli stati d'animo, le sensazioni, le riflessioni sull'ebraismo, le donne, la passione, lo sfacelo sempre più evidente del mondo che la circondava. Per non perdere ogni appiglio con quel mondo sconvolto Etty si mise alla ricerca delle origini della propria esistenza, e alla sorgente trovò un atteggiamento verso la vita la cui definizione migliore è 'altruismo radicale'. Le ultime parole del suo diario sono: «Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite». Il diario inizia domenica 9 marzo 1941. Verso la fine di gennaio o i primi di febbraio di quell'anno Etty aveva conosciuto un uomo che sarebbe diventato il fulcro di tutti i suoi pensieri e di tutte le sue emozioni. Quell'uomo era Julius Spier, il fondatore della «psicochirologia», cioè lo studio e la classificazione delle linee della mano. Spier - al quale Etty si riferisce sempre con la sola iniziale, S. - era un ebreo emigrato da Berlino, nato a Francoforte il 2 aprile 1887. Era stato direttore di banca e col tempo si era scoperto una vera e propria vocazione per la lettura della mano. Fondò anche una casa editrice, studiò canto e poi si trasferì a Zurigo per fare il training analitico con Carl Gustav Jung. Fu proprio Jung a convincerlo a trasformare la «psicochirologia» in una professione a tempo pieno. Dovunque Spier andasse, attirava discepoli. Nel 1939 raggiunse la sorella nei Paesi Bassi. I suoi figli Ruth e Wolfgang, rimasero in Germania con la madre, che non era ebrea; Spier aveva divorziato da lei nel 1935. Era un uomo singolare, e molti dei suoi ammiratori, specialmente le donne, lo definirono «una personalità magica». Sembra che avesse davvero un talento fuori del comune per leggere sulla mano la vita delle persone, e per interpretare i risultati con rara capacità di introspezione psicologica. Ma questi nudi fatti non possono certo dare un'idea degli effetti vivificanti che la sua opera ebbe su molte persone. Per Etty, almeno, egli diventò un catalizzatore, e la avviò lungo quel cammino al quale lei cercò per la prima volta di dare un nome domenica 9 marzo - un'incessante ricerca dell'essenziale, del veramente umano, in aperto contrasto coll'inumanità che la circondava. Noi possiamo seguirla, e anche identificarci con lei, nella sua battaglia contro le forze dell'io e le forze della storia. Seguendo il proprio itinerario, Etty maturò una sensibilità religiosa che dà ai suoi scritti una grande dimensione spirituale. La parola «Dio» compare anche nelle prime pagine, per quanto sia qui usata come a tutti accade nel linguaggio quotidiano - quasi inconsapevolmente. Ma a poco a poco Etty va verso un dialogo molto più intenso con il divino. Quando si rivolge a Dio, lo stile dei suoi appunti cambia completamente; gli parla spesso, e senza il minimo imbarazzo. La sua religiosità è tutt'altro che convenzionale. Adesso, in Olanda, i cristiani rivendicano Etty come la quintessenza del cristianesimo, e gli ebrei come la quintessenza dell'ebraismo; è una disputa oziosa, perché Etty segue un cammino assolutamente personale. Ha un ritmo religioso tutto suo che non è dettato da chiese o sinagoghe, né da dogmi, né da nessuna teologia, liturgia o tradizione - cose che le erano tutte completamente estranee. Etty si rivolge a Dio come a se stessa. «Quando prego,» scrive «non prego mai per me stessa, prego sempre per gli altri, oppure dialogo in modo pazzo, infantile o serissimo con la parte più profonda di me, che per comodità io chiamo 'Dio'». E più tardi: «E questo probabilmente esprime meglio il mio amore per la vita: io riposo in me stessa. E quella parte di me, la parte più profonda e la più ricca in cui riposo è ciò che io chiamo 'Dio'». Certe volte Etty è così assorta nelle sue conversazioni con Dio che il suo sembra puro misticismo. Era una mistica, Etty? Forse sì, ma scriveva: «Il misticismo deve fondarsi su un'onestà cristallina: quindi prima bisogna aver ridotto le cose alla loro nuda realtà». Il suo misticismo non la condusse alla contemplazione solitaria, ma dritto nel mondo dell'azione. Era una visione del mondo che non aveva nulla a che fare con la fuga o l'illusione; si fondava anzi su una solida percezione della realtà, faticosamente conquistata. Il suo Dio può apparirci in piena consonanza con la sua capacità di vedere la verità, di sopportarla e di trovarvi consolazione. Della vita di Etty prima della guerra sappiamo, ben poco. Esther - il suo nome anagrafico - era nata il 15 gennaio 1914 a Middelburg, dove suo padre, il dottor L. Hillesum, insegnava lingue classiche. Dopo essersi trasferiti prima a Tiel e poi a Winschoten, nel 1924 gli Hillesum si stabilirono a Deventer, una cittadina dell'Olanda orientale situata lungo il corso del fiume Ijssel, in un bellissimo scenario naturale. Là Hillesum diventò vicepreside, e quattro anni dopo preside, del Ginnasio Municipale. Il padre di Etty era uno studioso di grande merito e rigore; i libri e la ricerca riempivano tutta la sua vita. Sua moglie, Rebecca Bernstein, nata in Russia, era fuggita in Olanda dopo l'ennesimo pogrom. Era una donna passionale, caotica e diversa dal marito quasi in tutto. La bella casa al 9 della Geert Grootestraat era quindi teatro di un matrimonio piuttosto tempestoso; quale influsso ciò abbia avuto sui tre figli mi è impossibile stabilire. Comunque, Etty e i suoi fratelli Mischa e Jaap erano ragazzi molto intelligenti e dotati. Negli anni di Deventer l'orientamento di Etty non era ancora ben definito. Era una ragazza brillante, intensa, che aveva la passione della lettura e degli studi di filosofia ed era molto più avanti dei suoi compagni di scuola. Mischa era un musicista di genio, che a sei anni suonava Beethoven in pubblico. Da molti era considerato uno dei più promettenti pianisti d'Europa. La vita domestica della famiglia era regolata sul suo talento di musicista. Quanto al più giovane, Jaap, a diciassette anni scoprì un nuovo tipo di vitamina e si guadagnò così l'accesso a tutti i laboratori accademici, cosa piuttosto insolita per uno studente di medicina. Più tardi divenne medico. Etty lasciò la scuola del padre nel 1932; ad Amsterdam prese la sua prima laurea, in Giurisprudenza, e poi si iscrisse alla facoltà di Lingue Slave. Quando intraprese lo studio della psicologia, la seconda guerra mondiale divampava e la sua vita cominciò ad assumere la fisionomia che scorgiamo in questi diari. Gli anni di Amsterdam sono difficili da ricostruire. Nei diari Etty parla soprattutto di due distinti gruppi di persone: uno è il cosiddetto «gruppo Spier», l'altro la 'famiglia' di cinque persone con la quale abitava. Una terza parte della sua vita trascorreva nel mondo accademico degli studenti e dei professori di russo, come il professor Van Wijk e il professor Becker, e attraverso di loro Etty entrò in contatto con la resistenza studentesca di sinistra. Becker la raccomandò come insegnante di russo e le mandò degli allievi, consentendole così di guadagnare qualche soldo. Subito prima della guerra Etty traslocò al 6 della Gabriël Metsustraat, nella zona sud di Amsterdam. Aveva una stanza al terzo piano di una grande casa, che dava sulla Museumplein, la piazza principale della città, con la sala dei concerti da un lato e il Rijksmuseum dall'altro, e in mezzo, d'inverno, una pista di pattinaggio. Il proprietario, Han Wegerif, un vedovo di sessantadue anni con un figlio di ventuno, Hans, l'aveva invitata ad andare a vivere con loro perché si occupasse dell'andamento della casa. Oltre a Han (che Etty nel diario chiama Pa Han, anche se tra loro nacque presto una relazione molto intima) e a suo figlio Hans, che studiava economia, c'era una cuoca tedesca di nome Käthe, un tranquillo 'socialdemocratico' di nome Bernard, e Maria Tuinzing, un'infermiera che diventò una delle migliori amiche di Etty. Per le loro stanze gli ultimi due pagavano una pigione. L'altro gruppo descritto da Etty è quello che si era formato intorno a Julius Spier, lo psicochirologo. Probabilmente Etty lo aveva conosciuto alla fine di gennaio 1941 a una serata musicale da Mien Kuyper, dove suonavano suo fratello Mischa e un altro pianista, Evaristos Glassner, e dove Spier era solito cantare. Adri Holm, Henny Tideman ('Tide'), Dicky de Jonge, Liesl Levie e Etty si incontravano al 27 della Courbetstraat, nella zona sud di Amsterdam, dove Spier aveva una stanza in affitto in casa della famiglia Nethe (Etty scrive: «tre strade, un canale e un ponticello mi separavano da lui»). Spier parlava di linee della mano e di psicologia e aiutava ciascuno di loro con una terapia individuale. Dopo tre o quattro sedute Etty divenne sua assistente («la mia segretaria russa»), e in seguito sua amante e compagna intellettuale. Nel diario Etty parla di alcuni amici e conoscenti chiamandoli soltanto per nome. Per la comprensione del diario non è essenziale sapere di più sul loro conto, e nella maggior parte dei casi, devo dire, mi è stato impossibile trovare ulteriori notizie. Dove mi è sembrato importante, ho messo una nota. Finora, in questa introduzione, non ho parlato della guerra quasi affatto; è stata un'omissione intenzionale, perché il diario di Etty è prima di tutto un viaggio nel suo mondo interiore. E quel suo mondo interiore non è dominato dalla minaccia della guerra - si potrebbe quasi dire che è la guerra a essere dominata da lei. Ma nel periodo in cui Etty cominciò a scrivere, l'Olanda era sempre più stretta nella morsa del Terrore tedesco. Dopo la resa del maggio 1940, i tedeschi iniziarono a poco a poco a isolare gli ebrei olandesi. Quando, nel febbraio 1941, fu indetto ad Amsterdam il primo sciopero anti-pogrom della storia europea, i nazisti inasprirono la repressione contro gli ebrei e contro ogni forma di resistenza da parte degli olandesi. Gli ebrei venivano cacciati dal lavoro, non potevano comprare nulla nei normali negozi e venivano maltrattati; furono creati i ghetti e i 'campi di lavoro'. Il 29 aprile 1942 furono costretti a portare la stella di David: quella stessa primavera iniziarono le deportazioni di massa. I nazisti stavano cercando di trasferire tutti gli ebrei a Westerbork, un campo di smistamento («"Durchgangslager"») nella zona orientale dei Paesi Bassi, non lontano dal confine con la Germania. Non era un campo di sterminio, ma di fatto era l'ultima tappa prima di Auschwitz. Naturalmente l'ombra di queste misure si riflette sul diario, e anche Etty è, via via, sempre più coinvolta nella guerra. Il 15 luglio 1942, grazie all'interessamento di alcuni amici, Etty trovò lavoro come dattilografa in una delle sezioni del Consiglio Ebraico. Questo era costituito da venti ebrei di elevata condizione sociale che avevano alle loro dipendenze diverse centinaia di funzionari. Come in altri territori occupati, questa organizzazione era nata dietro pressione dei tedeschi e faceva da cuscinetto tra i nazisti e la massa degli ebrei. I nazisti davano ordini al Consiglio e lasciavano che fosse questo a decidere a chi impartirli e in che modo. Il Consiglio, mediante qualche trattativa, si illudeva di poter salvare gli ebrei dal peggio, e in questo modo si trasformò in un'arma sottile nelle mani dei nazisti. (Proprio mentre Etty cominciava a lavorare, una ragazzina di nome Anna Frank, nascosta in una casa a poche miglia di distanza, iniziava a scrivere il suo diario). Per quattordici giorni Etty fece la spola, a piedi, tra casa sua e la sede del Consiglio (Amstel 93), di cui parla come di «un inferno». In quello stesso mese, ad Amsterdam, ebbe luogo la prima grande retata, e Etty decise di sua spontanea volontà di andare a Westerbork con gli ebrei prigionieri. Non voleva sottrarsi al destino del popolo ebraico. Era convinta che l'unico modo di rendere giustizia alla vita fosse quello di non abbandonare degli esseri in pericolo, e di usare la propria forza per portare la luce nella vita altrui. I sopravvissuti del campo hanno confermato che Etty fu fino all'ultimo una personalità «luminosa». Dall'agosto del 1942 fino al settembre 1943 Etty rimase a Westerbork e lavorò all'ospedale locale; grazie a uno speciale permesso di viaggio del Consiglio Ebraico poté però andare una dozzina di volte ad Amsterdam. Portava in città, e addirittura ai gruppi della resistenza, lettere e messaggi dei prigionieri, e raccoglieva medicinali da portare al campo. La sua salute era spesso pessima, e una volta trascorse una delle sue licenze all'ospedale di Amsterdam. L'ultima parte del diario fu scritta dopo il primo mese di prigionia nel campo di Westerbork. Il campo era una comunità che viveva nel terrore, sotto la continua minaccia del treno che ogni settimana deportava i prigionieri in Polonia. Gli amici di Amsterdam tentarono di convincere Etty a nascondersi, e una volta cercarono persino di rapirla; ma lei rifiutò. Il 7 settembre 1943 Etty, suo padre, sua madre e Mischa furono caricati sul treno dei deportati. Da un finestrino di quel treno gettò una cartolina che fu raccolta e spedita dai contadini: «Abbiamo lasciato il campo cantando». Un rapporto della Croce Rossa afferma che Etty morì ad Auschwitz il 30 novembre 1943. Vi morirono anche i suoi genitori e Mischa. Suo fratello Jaap, che era sopravvissuto, morì mentre tornava in Olanda. Trentotto anni dopo la morte di Etty, alcuni dei suoi amici di un tempo si riunirono nel Concertgebouw di Amsterdam. Era il primo ottobre 1981, e i diari di Etty dovevano essere presentati al pubblico. I manoscritti avevano affrontato un lungo viaggio. Etty, lucida come sempre, sentiva che non sarebbe ritornata, e aveva chiesto alla sua amica Maria Tuinzing di conservare i suoi diari e di darli, a guerra finita, a Klaas Smelik e a sua figlia Johanna. Klaas Smelik era l'unico scrittore che conosceva e sperava che le avrebbe trovato un editore. In qualche modo, voleva lasciare una traccia dietro di sé; sperava così di poter condividere con altri le soluzioni che aveva trovato per la propria vita. Ma per quanti tentativi facessero, gli Smelik non ottennero alcun risultato. Molti editori esaminarono i manoscritti, ma nessuno ne ebbe un'impressione favorevole. Dopo qualche anno gli Smelik si arresero, finché, nel 1980, Klaas Smelik Jr. mi chiese di dare un'occhiata ai diari. Rimasi affascinato e sconvolto fin dalle prime frasi, e da allora non le ho più dimenticate. Iniziò così il lavoro di decifrazione: la calligrafia di Etty, così difficile da leggere di primo acchito, divenne familiare alle 'traduttrici', A. Kalff, J. Smelik e E. Wefers Bettink. A poco a poco i testi svelarono i loro segreti. Alla fine mi ero convinto che quello che stavo per pubblicare era uno dei documenti più importanti del nostro tempo. Tuttavia, dovetti accingermi al doloroso compito di fare una scelta. Pubblicare un diario di quattrocento pagine scritto da una sconosciuta era un rischio troppo grosso anche per il più acceso dei sostenitori, nonché degli editori. Ho cercato di riportare il contenuto dei quaderni con la massima precisione, togliendo le ripetizioni e parecchie citazioni. Non è stata aggiunta nemmeno una parola. Ho aggiunto invece, alla fine del libro, alcune lettere scelte tra le molte messe a mia disposizione: lettere da lei scritte a Westerbork, e una scritta da un suo amico, Jopie Vleeschouwer, il giorno in cui Etty partì per Auschwitz. Nel maggio 1982 pubblicai le lettere di Etty col titolo "Il cuore pensante della baracca". Ora, mentre scrivo l'introduzione alle edizioni del diario in lingua inglese, è passato un anno e mezzo dalla pubblicazione della prima edizione olandese. Siamo arrivati alla quattordicesima ristampa, pari a 150000 copie vendute. Il libro ha colto l'Olanda di sorpresa. L'enorme risonanza che esso ha avuto e l'interesse sempre crescente del pubblico hanno portato il diario negli angoli più riposti del paese. Più tardi, quando furono pubblicate le lettere, mi scrissero centinaia di persone, dall'Olanda e da ogni parte del mondo. Erano tutti d'accordo, radio, televisione, giornali: il diario di Etty Hillesum è un documento di grandissimo valore. La sua personalità invita il lettore a seguire i suoi pensieri e i suoi sentimenti; spesso riesce a essere un balsamo per ferite antiche, e i suoi libri costituiscono un'ispirazione estremamente vitale. Chiese, università, scuole, gruppi di discussione e migliaia di lettori laici usano questo libro come un vademecum. Nel frattempo sono andato in diversi paesi per trovare altri editori cui potesse interessare il diario. Il risultato è che sarà pubblicato in Germania, in Francia, in Norvegia, in Finlandia, in Danimarca, in Svezia, in Canada, in Italia, negli Stati Uniti e, grazie alla forza trascinante di Tom Maschler della Jonathan Cape, in Inghilterra. Questo straordinario successo ha ben poco a che fare coi miei viaggi: è la reazione spontanea a una storia che ci tocca nel profondo e al vigore letterario di Etty. Haarlem, maggio 1983. J. G. GAARLANDT. DIARIO 1941 - 1943. "Domenica 9 marzo". Avanti, allora! E' un momento penoso, quasi insormontabile: devo affidare il mio animo represso a uno stupido foglio di carta a righe. I pensieri sono spesso così chiari e limpidi nella mia testa, i sentimenti così profondi, ma non riesco ancora a metterli per iscritto. Dev'essere più che altro la vergogna. Mi sento molto impacciata, non ho il coraggio di lasciarmi andare. Ma sarà pur necessario, se voglio indirizzare la mia vita verso un fine ragionevole e soddisfacente. E' come nel rapporto sessuale: alla fine, il grido liberatore rimane sempre chiuso in petto per timidezza. Da un punto di vista erotico sono piuttosto raffinata, direi quasi abbastanza esperta perché mi si consideri una buona amante: l'amore sembra perfetto allora, e invece rimane una "Spielerei" [passatempo] che gira intorno alle cose essenziali, mentre qualcosa resta bloccato nel profondo di me stessa. E così è in generale. Da un punto di vista intellettuale sono tanto fortunata da essere in grado di esprimere ogni cosa con formule chiare. Quando si tratta di problemi della vita, posso spesso apparire come una persona 'superiore': eppure, nel profondo di me stessa, io sono come prigioniera di un gomitolo aggrovigliato, e con tutta la mia chiarezza di pensiero a volte non sono altro che un povero diavolo impaurito. Vorrei fissare quel momento di stamattina, per quanto mi sia già quasi sfuggito. Per un istante, a forza di pensare, ero riuscita a impadronirmi di S. (1): i suoi occhi limpidi e puri, la grossa bocca sensuale, la statura massiccia quasi taurina, i movimenti liberi e leggeri come piuma. Il conflitto tra corpo e anima, che in quest'uomo di cinquantaquattro anni è ancora vivissimo. Sembra quasi che io stessa sia schiacciata sotto il peso di quel conflitto. Sono come seppellita sotto quella grossa personalità e non riesco a liberarmene: e intanto i miei problemi, che mi sembrano abbastanza simili, si agitano e si dibattono. S'intende che è tutto molto diverso e difficile da esprimere, forse non sono ancora abbastanza spietata con me stessa, e d'altra parte non è facile penetrare con le parole fino nel fondo delle cose. Prima impressione, dopo pochi minuti: una faccia non sensuale, non olandese, un tipo in qualche modo familiare, mi faceva pensare ad Abrasch, non del tutto simpatico. Seconda impressione: occhi grigi intelligenti, incredibilmente intelligenti, vecchissimi, che riuscivano per un po', ma non a lungo, a distogliere l'attenzione dalla grossa bocca. Molto impressionata dal suo lavoro: l'analisi dei miei conflitti profondi attraverso la lettura del mio secondo volto: le mani. A un certo punto colpita in modo molto spiacevole: non avevo fatto attenzione, pensavo stesse parlando dei miei genitori: «No, si tratta di lei: dotata filosoficamente e intuitivamente» - poi seguivano altre delizie simili - «tutto questo è lei». E lo diceva col tono di chi mette un biscottino in mano a un bimbetto: non sei contento adesso? Bene, lei possiede tutte queste belle qualità, non è contenta adesso? Allora un breve istante di repulsione - in qualche modo umiliata, forse anche semplicemente punta sul vivo nel mio senso estetico, in ogni caso lo trovavo piuttosto indisponente. Ma, più tardi, c'erano di nuovo quei meravigliosi occhi così umani, che venendo da grigie profondità erano posati su di me, indagatori. Li avrei baciati volentieri. E già che ci sono, ricordo ancora un altro momento in cui, quello stesso lunedì mattina - e sono passate ormai settimane -, mi ero seccata. Era la sua allieva, la signorina Holm (2): un anno fa, coperta di eczema dalla testa ai piedi, era venuta da lui, poi era diventata sua paziente, ora è guarita. In un modo o nell'altro lo adora, anche se non so ancora bene come. A un certo punto la mia 'ambizione' si era fatta sentire, nel senso che io insistevo nel voler risolvere i problemi miei. E la signorina Holm aveva risposto significativamente: non si è soli al mondo - e questo mi pareva gentile e convincente. Dopo di che aveva raccontato di quell'eczema che l'aveva ricoperta tutta, anche in faccia. E S. si era girato verso di lei, con un gesto che non riesco più a ricordare con precisione ma che mi era parso molto antipatico: «E che carnagione ha adesso, hmm?». Sembrava che stesse parlando di una mucca alla fiera. Non so, l'avevo trovato disgustoso, sensuale, un po' cinico, ma allo stesso tempo era anche diverso. E alla fine della nostra seduta: «Ora domandiamoci: come possiamo aiutare questa persona?». Ma può anche essere che dicesse: «Questa persona va aiutata». A quel punto, io ero già stata conquistata dalle capacità che aveva dimostrato nei miei confronti, e mi sentivo bisognosa d'aiuto. Poi c'era stata la sua conferenza. Ci ero andata unicamente per poterlo osservare da una certa distanza, prima di affidarmi a lui con l'anima e tutto quanto. Buona impressione, conferenza di prim'ordine. Un uomo incantevole. E un sorriso incantevole, malgrado tutti quei denti finti. Colpita da una sorta di libertà interiore che emanava da lui, dalla sua scioltezza e facilità, dalla grazia del tutto speciale di quel corpo pesante. Il suo viso era ancora diverso: del resto, cambia sempre. Una volta tornata a casa, non riesco a ricordarmelo. Faccio combaciare gli aspetti che conosco come se fossero i frammenti di un puzzle, ma non ottengo un insieme compiuto: rimane vago, per tutte quelle contraddizioni. In rari istanti rivedo nitidamente quel viso - poi torna a scomporsi in tanti pezzetti contraddittorii. E' un vero tormento. A quella conferenza c'erano molte donne e ragazzine graziose. Era commovente l'affetto quasi tangibile che alcune ragazze 'ariane' dimostravano per lui - per quest'ebreo emigrato da Berlino, che era venuto da lontano per metter ordine nel loro animo confuso. Nel corridoio c'era una ragazza (3) magrolina dall'aria fragile e dal faccino non proprio florido. S. aveva scambiato qualche parola con lei nell'intervallo, e quella ragazza gli aveva sorriso con una tale dedizione e intensità, e così dal profondo della sua anima, che mi aveva fatto quasi male. E mi aveva preso come una vaga scontentezza, il dubbio che una cosa del genere non fosse del tutto lecita, il pensiero che quell'uomo rubasse il sorriso di quella ragazza, che tutti i sentimenti che lei gli rivolgeva fossero sottratti a un altro - a un uomo che lei avrebbe avuto più tardi. In fondo era una cosa bassa e disonesta. E lui è un uomo pericoloso. Visita seguente: «Posso spendere 20 fiorini». «Bene, lei può venire per due mesi e anche dopo non la pianterò in asso». Ed eccomi là, con la mia «costipazione spirituale». E lui doveva metter ordine nel mio caos interiore, venire a capo delle forze contraddittorie che operano in me. Mi ha presa come per mano e mi ha detto: ecco, devi vivere così. Per tutta la mia vita ho desiderato che qualcuno mi prendesse per mano e si occupasse di me - magari sembro una persona coraggiosa che fa tutto da sé, e invece mi abbandonerei così volentieri alle cure di un altro. E ora questo sconosciuto, questo signor S. dal viso complicato, ha compiuto miracoli in una settimana: ginnastica, esercizi di respirazione, parole illuminanti e liberatrici sulle mie depressioni, sui miei rapporti con gli altri, eccetera eccetera. All'improvviso ho cominciato a vivere in modo più libero e «scorrevole», quel senso di «costipazione» è sparito, nella mia anima c'è un po' più d'ordine e un po' più di pace: adesso è ancora l'influenza della sua personalità magica a produrre quest'effetto, ma in futuro si formerà una base nella mia psiche, sarà un processo cosciente. Ma ora attenzione: «corpo e anima sono una cosa sola»: dev'essere stata questa la ragione per cui S. aveva voluto valutare le mie forze fisiche facendo la lotta con me. Evidentemente avevo ancora molte energie, è successo un fatto strano: ho buttato a terra quest'uomo grande e grosso. Tutta la tensione e la forza che avevo accumulato si sono scatenate - ed eccolo a terra, fisicamente e anche psichicamente, come mi ha raccontato più tardi. Nessuno ci era mai riuscito, non capiva come avessi fatto. Sanguinava dal labbro e ho avuto il permesso di lavarglielo con acqua di colonia, era un'operazione stranamente confidenziale. Ma lui era così 'libero', innocente, aperto, naturale nei suoi movimenti - anche quando eravamo rotolati insieme per terra, anche quando, vinta alla fine, mi ero trovata sotto di lui, tutta rigida fra le sue braccia -, anche allora S. era rimasto 'oggettivo' e puro, sebbene io avessi ceduto per un momento alla seduzione fisica che emanava da lui. Però quella lotta andava ancora bene: era soprattutto una novità e insieme una liberazione. Dopo, invece, aveva eccitato troppo la mia fantasia [...]. «Il mondo rotola melodiosamente dalla mano di Dio»: ho avuto in mente queste parole di Verwey per tutto il giorno. Anch'io vorrei rotolare melodiosamente dalla mano di Dio. E ora buona notte. "Lunedì mattina, le nove". Cara mia, o tu ti metti a lavorare, oppure la vedrai. E non tirarmi fuori che qui hai un po' di mal di testa, lì un po' di nausea e che adesso non stai bene. Sarebbe del tutto fuori luogo: devi lavorare e basta. E niente fantasie e 'altissimi' pensieri e profonde intuizioni. Svolgere un tema di traduzione e trovare le semplici parole giuste è molto più importante. Mi batterò fino in fondo, voglio levarmi quei sogni e quelle fantasticherie, voglio spazzare bene il mio animo per far posto ai miei studi, piccoli e grandi. In fondo io non ho mai lavorato bene. E' come col sesso: se un uomo mi fa una certa impressione, sono capace di abbandonarmi per giorni e notti alle mie fantasie erotiche - non mi sono mai resa conto di quante energie io abbia consumato per questo -, ma se poi si arriva a un contatto reale, è una gran delusione. La realtà non può coincidere con la mia fantasia sfrenata. Così era stato con S., quella volta: avevo già le mie idee di come sarebbe stato il nostro incontro e mi ero recata da lui in uno stato d'ebbrezza, una tuta da ginnastica sotto il mio vestito di lana. Invece S. era stato molto oggettivo e distante, io mi ero subito irrigidita a mia volta e anche la ginnastica non aveva funzionato per niente. Ero lì nella mia tuta, tutt'e due ci sentivamo imbarazzati come Adamo ed Eva dopo aver mangiato la mela; S. aveva tirato le tende e chiuso a chiave la porta, la sua scioltezza era sparita, e per parte mia avrei voluto scappar via e mettermi a piangere, tant'era odiosa quella situazione. Era disgustoso quando ci siamo rotolati per terra, io che mi stringevo a lui con sensualità e insieme con repulsione per tutto quanto, e a un certo punto neanche i suoi movimenti erano più del tutto innocenti. Certo che sarebbe stato diverso se io non avessi avuto quelle fantasie. E' stata una collisione improvvisa e fortissima tra il mio sfrenato fantasticare e la realtà deludente, ridotta a un uomo timido e sudato che alla fine si cacciava la camicia stropicciata nei calzoni [...]. "15 marzo, le nove e mezzo di mattina." [...] Ieri pomeriggio abbiamo scorso insieme le note che mi aveva dato. Quando siamo arrivati alla frase: basta che esista una sola persona degna di esser chiamata tale per poter credere negli uomini, nell'umanità, m'è venuto spontaneo di buttargli le braccia al collo. E' un problema attuale: il grande odio per i tedeschi che ci avvelena l'animo. Espressioni come: «che anneghino tutti, canaglie, che muoiano col gas», fanno ormai parte della nostra conversazione quotidiana; a volte fanno sì che uno non se la senta più di vivere, di questi tempi. Ed ecco che improvvisamente, qualche settimana fa, è spuntato il pensiero liberatore, simile a un esitante e giovanissimo stelo in un deserto d'erbacce: se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest'unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare ii proprio odio su un popolo intero. Questo non significa che uno sia indulgente nei confronti di determinate tendenze, si deve ben prendere posizione, sdegnarsi per certe cose in certi momenti, provare a capire, ma quell'odio indifferenziato è la cosa peggiore che ci sia. E' una malattia dell'anima. Odiare non è nel mio carattere. Se, in questo periodo, io arrivassi veramente a odiare, sarei ferita nella mia anima e dovrei cercare di guarire il più presto possibile. Una volta me lo spiegavo in modo un po' superficiale: quando mi sentivo lacerata tra odio e altri sentimenti, credevo che fossero i miei istinti primitivi di ebrea minacciata dalla distruzione a essere in conflitto con le concezioni razionali socialiste che avevo acquisito - e che mi avevano insegnato a guardare a un popolo non come a un insieme, ma come a una maggioranza buona ingannata da una minoranza cattiva. Dunque, un istinto primitivo contrapposto a un'abitudine razionale. Ma si tratta di un problema più profondo. Il socialismo permette all'odio per tutto ciò che non è socialista di entrare dalla porta di dietro. L'ho detto male, ma so che cosa voglio dire. Ultimamente ho sentito che era mio compito mantenere l'armonia in questa famiglia contraddittoria: una donna tedesca, (4) cristiana, di origini contadine, che è per me come una buona seconda madre; una studentessa ebrea di Amsterdam; poi Bernard, un vecchio socialdemocratico equilibrato e piccolo-borghese, una persona pulita e abbastanza intelligente, ma limitata appunto dalle sue origini piccolo-borghesi; e il giovane studente di economia, leale, buon cristiano, che ha la gentilezza e la comprensione ma anche la combattività e le maniere tipiche dei cristiani come li veniamo a conoscere in questo periodo. Era - ed è - un piccolo mondo affaccendato, che rischiava di essere distrutto dall'esterno, dalla politica. Ma mi sembra che valga la pena di tenere in piedi questa piccola comunità, per testimoniare che la vita non può essere rinchiusa in uno schema determinato. Però tutto questo costa un prezzo di dolore, di forti conflitti interiori, di reciproche offese di tanto in tanto, di nervosismo e di rimorso, eccetera eccetera. A volte, se sono improvvisamente presa dall'odio, dopo aver letto il giornale o dopo aver avuto notizie di fatti che capitano, mi metto a inveire contro i tedeschi, fuori di me. So che lo faccio apposta per ferire Käthe, per sfogare in qualche modo il mio odio anche se poi lo scarico su una persona sola - una persona di cui so che ama la sua patria d'origine, com'è più che naturale e comprensibile, del resto: ma in quel momento io non riesco ad accettare il fatto che lei non provi altrettanto odio, voglio che tutto il mio prossimo sia in sintonia con me. Eppure so che lei trova la nuova mentalità altrettanto pericolosa, che si sente altrettanto oppressa per gli eccessi compiuti dal suo popolo. E' naturale che Käthe si senta legata a quel popolo nel profondo dell'anima, capisco bene che sia così, ma in quel momento non lo sopporto, per me tutti quanti i tedeschi dovrebbero essere, e saranno, sterminati - e allora sono capace di dire con tanta cattiveria: è un popolo di canaglie. Allo stesso tempo mi vergogno a morte, e poi mi sento profondamente infelice e non riesco a trovar pace, e ho la sensazione che sia tutto sbagliato. E allora è proprio commovente come diciamo ogni tanto a Käthe, in modo così gentile e incoraggiante: sì, certo che ci sono ancora dei bravi tedeschi, in fondo anche quei soldati non possono farci niente, anche fra loro ci sono dei tipi decenti. Ma è solo teoria, che se non altro serve a mascherare ancora un po' di disgusto con qualche parola gentile. Se sentissimo davvero così, non avremmo neppure bisogno di dirlo espressamente, ci sentiremmo animati da un medesimo sentimento, la contadina tedesca come gli studenti ebrei, e allora potremmo parlare del bel tempo come della minestra di verdura, invece di tormentarci con discorsi politici che servono solo a sfogare il nostro odio. In quei discorsi, infatti, non si riflette quasi più sulle questioni politiche, non si tenta quasi più d'individuare le grandi linee e di capire cosa c'è dietro: si rimane a un livello molto basso, né fa gran piacere conversare col prossimo, di questi tempi. Perciò S. è come un'oasi in un deserto e ieri, così all'improvviso, ho dovuto buttargli le braccia al collo. Ci sarebbero ancora tante cose da dire, ma adesso devo pensare al mio lavoro - prima, però, esco a prendere un po' d'aria. "Domenica, le undici." [...] L'ordine gerarchico all'interno della mia vita è un po' cambiato. 'Una volta' preferivo cominciare a stomaco vuoto con Dostoevskij o con Hegel, e a tempo perso, quand'ero nervosa, mi capitava anche di rammendare una calza, se proprio non si poteva fare altrimenti. Ora comincio con la calza, nel senso più letterale della parola, e poi pian piano, passando attraverso le altre incombenze quotidiane, salgo verso la cima, dove ritrovo i poeti e i pensatori. Dovrò ancora sbarazzarmi faticosamente di queste espressioni patetiche se vorrò mai fare una figura decente, però credo che si tratti soprattutto di pigrizia nel cercare le parole giuste. Le dodici e mezzo, dopo la passeggiata che è già diventata una bella tradizione. Martedì mattina, studiando Lermontov, scrivevo che dietro la sua testa spuntava sempre quella di S., che avrei voluto rivolgermi a quel caro viso, parlargli e accarezzarlo, che così non riuscivo a lavorare. E' passato molto tempo da allora, è già tutto un po' diverso. Il suo volto c'è ancora, mentre lavoro, ma non mi distrae più, è diventato come un paesaggio amato e familiare che sta sullo sfondo, i suoi tratti sono sfumati, non vedo più un volto preciso - s'è dissolto in atmosfera, spirito, o altro che sia. E con ciò ho toccato un punto importante. Una volta, se mi piaceva un fiore, avrei voluto premermelo sul cuore, o addirittura mangiarmelo. La cosa era più difficile quando si trattava di un paesaggio intero, ma il sentimento era identico. Ero troppo sensuale, vorrei quasi dire troppo 'possessiva': provavo un desiderio troppo fisico per le cose che mi piacevano, le volevo avere. E' per questo che sentivo sempre quel doloroso insaziabile desiderio, quella nostalgia per un qualcosa che mi appariva irraggiungibile, nostalgia che chiamavo allora «impulso creativo». Credo che fossero queste forti emozioni a farmi pensare di esser nata per fare l'artista. Ora, d'un tratto, non è più così, anche se non so dire per quale processo interiore. Me ne sono appena resa conto stamattina, ripensando a una piccola passeggiata intorno all'Ijsclub qualche sera fa. Era il crepuscolo: tenere sfumature nel cielo, misteriose sagome delle case, gli alberi vivi col trasparente intreccio dei loro rami, in una parola era un incanto. Mi ricordo benissimo di come sentivo 'una volta': trovavo tutto talmente bello che mi faceva male al cuore. Allora la bellezza mi faceva soffrire e non sapevo che farmene di quel dolore. Allora sentivo il bisogno di scrivere o di far poesie, ma le parole non mi volevano mai venire. E mi sentivo terribilmente infelice. In fondo io mi ubriacavo di un paesaggio simile, e poi mi ritrovavo del tutto esaurita. Mi costava un'enorme quantità di energie. Ora chiamerei questo comportamento «onanismo». Ma quella sera, solo pochi giorni fa, ho reagito diversamente. Ho accettato con gioia la bellezza di questo mondo di Dio, malgrado tutto. Ho goduto altrettanto intensamente di quel paesaggio tacito e misterioso nel crepuscolo, ma in modo per così dire 'oggettivo'. Non volevo più 'possederlo'. Sono tornata a casa rinvigorita, al mio lavoro. E quel paesaggio è rimasto presente sullo sfondo come un abito che rivesta la mia anima - tanto per dirla con paroloni -, ma non m'impacciava più, non era più 'onanismo'. E così è con S., come del resto con tutti. Anche la crisi di quel pomeriggio, quand'ero rimasta seduta a fissarlo tutta rigida e incapace di aprir bocca, era probabilmente dovuta a un atteggiamento 'possessivo'. Mi aveva raccontato varie cose della sua vita personale: della moglie da cui è separato ma con cui è rimasto in corrispondenza, dell'amica con cui vuol sposarsi ma che si trova a Londra - «è sola e soffre» -, e poi ancora di un'altra amica che aveva avuto una volta, una bellissima cantante con cui pure è rimasto in corrispondenza. Più tardi, mentre facevamo di nuovo la lotta, io avevo sentito la suggestione del suo grosso corpo attraente. E poi, quando mi ero seduta di nuovo di fronte a lui ed ero ammutolita, forse avevo avuto la stessa reazione di quando attraverso un paesaggio che mi tocca l'anima. Lo volevo 'possedere'. Volevo che S. fosse anche mio. Per quanto io non lo desideri come uomo - non mi ha ancora veramente colpita, sessualmente parlando, anche se sento sempre quella tensione in sottofondo -, S. mi ha toccata nel profondo del mio essere, e questo è ancora più importante. E così lo volevo avere in un modo o nell'altro, provavo odio o gelosia per tutte le donne di cui mi aveva raccontato e forse mi chiedevo, sia pur inconsciamente, se sarebbe rimasto qualcosa per me e me lo sentivo sfuggire. Erano sentimenti piuttosto meschini, non certo elevati, ma me ne rendo conto soltanto ora. In quel momento io mi sentivo infelicissima e sola, cosa che adesso capisco benissimo, avrei voluto andar via e mettermi a scrivere. Credo di capire anche questo. E' un altro modo di 'possedere', di attirare le cose a sé con parole e immagini. L'impulso che mi spingeva a scrivere dev'essere stato soprattutto il desiderio di nascondermi agli altri con tutti i tesori che avevo accumulato, - di annotare ogni cosa e di goderla tenendomela per me. E adesso, improvvisamente, questo atteggiamento che per ora chiamo «possessivo» è cessato. Mille catene sono state spezzate, respiro di nuovo liberamente, mi sento in forze e mi guardo intorno con occhi raggianti. E ora che non voglio più possedere nulla e che sono libera, ora possiedo tutto e la mia ricchezza interiore è immensa. S. è completamente mio adesso, anche se domani dovesse partire per la Cina: me lo sento intorno e vivo nella sua sfera, se lo rivedrò mercoledì mi farà piacere ma non sto più a contare nervosamente i giorni, come facevo la settimana passata. E non chiedo più a Han (5) cento volte al giorno: «Mi vuoi ancora bene?», «Mi vuoi ancora tanto bene?», «Sono proprio il tuo tesoro?». Anche questo era un modo di aggrapparsi, un aggrapparsi fisico a ciò che fisico non è. Ora vivo e respiro con la mia anima, sempre che mi sia concesso usare questo termine screditato. E ora capisco anche le parole di S. dopo la mia prima visita da lui. «Quel che c'è qui» (e indicava la testa) «deve finire qui» (e indicava il cuore). Allora io non capivo bene come questo processo potesse attuarsi nel suo lavoro, ma in ogni caso è successo anche se non saprei dire come. Ha pure assegnato il posto giusto alle cose che già facevano parte di me, come in un puzzle: tutti i pezzetti erano sparsi alla rinfusa e lui li ha ricomposti in un insieme ricco di significato, non so come ci sia riuscito ma questa è una cosa che riguarda lui, è per così dire il suo mestiere, e non per nulla si parla di lui come di una «personalità magica». "Mercoledì." [...] Mi sorprendo ad aver voglia di musica. Pare che io non sia sprovvista di senso musicale, e la musica mi tocca sempre molto se mi capita di ascoltarla: ma non ho mai avuto la pazienza di mettermici, la mia attenzione andava sempre alla letteratura e al teatro, cioè ai campi in cui io posso continuare a pensare: ed ecco che ora, in questa fase della mia vita, la musica comincia a far valere i suoi diritti, e io sono di nuovo in grado di abbandonarmi a qualcosa e di dimenticare me stessa. Sento soprattutto il desiderio dei classici puri e sereni, non di questi tormentati moderni. "Di sera, le nove." Mio Dio, stammi vicino e dammi forza, perché la battaglia si farà dura. Oggi pomeriggio la sua bocca e il suo corpo erano così vicini, non riesco più a dimenticarli. Non voglio avere una relazione con lui. Però stiamo andando in quella direzione. Ma non voglio. La sua futura moglie è a Londra e l'aspetta. E per parte mia, ho ben cari i miei legami. Ora che sto pian piano diventando più 'raccolta', mi rendo conto di essere una persona terribilmente seria che non scherza con l'amore. Voglio avere un uomo per tutta la vita e voglio costruire qualcosa con lui. In fondo, tutte le avventure e le relazioni che ho avuto mi hanno resa terribilmente infelice, mi hanno straziata. D'altra parte, la mia resistenza non era mai stata abbastanza forte e cosciente, la curiosità aveva sempre avuto il sopravvento. Ma ora che le mie forze interiori hanno potuto organizzarsi, esse hanno anche cominciato a lottare contro il mio desiderio di avventure e contro la mia curiosità erotica, che s'interessa a molti uomini. In fondo è solo una "Spielerei": un uomo lo si può capire benissimo con l'intuizione, non c'è bisogno di avere una relazione con lui. Ma, santo cielo, sta diventando proprio difficile. Oggi pomeriggio la sua bocca era così familiare, così dolce e vicina, che ho dovuto sfiorarla con le mie labbra. Abbiamo cominciato a fare la lotta con distacco e alla fine riposavamo l'uno nelle braccia dell'altro. Non mi ha baciata, anche se a un certo punto mi ha dato un bel morso sulla guancia, ma la cosa indimenticabile per me è stata quando, tornato completamente se stesso, mi ha chiesto con apprensione, e con timidezza quasi dolorosa: «E la bocca, non le è dispiaciuta la bocca?». E' quello il suo punto debole. La lotta contro la propria sensualità, localizzata in quella bocca pesante e meravigliosamente espressiva. E il timore di spaventare gli altri con quella bocca. Un tipo commovente. Ma la mia pace è perduta. E ha aggiunto: «Ma la mia bocca deve ancora diventare più piccola», e ha accennato al suo labbro inferiore, che sporge singolarmente dall'angolo destro e fa come una grossa curva - un trattino di labbro che è andato per conto suo -, «ha mai visto una stranezza simile? E' molto rara», non ricordo più le parole precise. Di nuovo ho sfiorato con le mie labbra quel capriccioso pezzetto di bocca. Ma non l'ho ancora veramente baciato. Non provo ancora una vera passione per lui, però mi è infinitamente caro, e non vorrei che questo sentimento così buono e umano venisse intorbidato da una relazione. "Venerdì 21 marzo, le otto e mezzo di mattina." Per la verità non voglio scrivere niente: mi sento così leggera e raggiante e contenta che ogni parola peserebbe come piombo, in confronto. Però stamattina mi sono proprio guadagnata questa gioia interiore, ho dovuto lottare contro l'irrequietezza del mio cuore che batteva all'impazzata. Mi sono lavata con acqua gelida dalla testa ai piedi, e sono rimasta sdraiata sul pavimento del bagno fintanto che non mi sono sentita completamente calma. Sono diventata una persona «pronta a combattere», come si dice, e provo un certo piacere sportivo, una certa eccitazione all'idea di questa «lotta» [...]. Debbo anche vincere quella paura indefinita che mi porto dentro. La vita è difficile davvero, è una lotta di minuto in minuto (non esagerare, tesoro!), ma è una lotta invitante. Una volta io m'immaginavo un futuro caotico perché mi rifiutavo di vivere l'istante più prossimo. Ero come un bambino molto viziato, volevo che tutto mi fosse regalato. A volte avevo la certezza - peraltro molto vaga - che in futuro sarei potuta diventare «qualcuno» e avrei realizzato qualcosa di «straordinario», altre volte mi ripigliava quella paura confusa che «sarei andata in malora lo stesso». Comincio a capire perché: mi rifiutavo di adempiere ai compiti che avevo sotto gli occhi, mi rifiutavo di salire verso quel futuro di gradino in gradino. E ora, ora che ogni minuto è pieno, pieno sino all'orlo di vita e di esperienza, di lotta e vittorie e cadute, ma subito dopo di nuovo lotta e talvolta pace, - ora non penso più a quel futuro, in altre parole mi è indifferente se riuscirò a produrre qualcosa di straordinario oppure no, perché sono certa che ne verrà fuori qualcosa. Una volta vivevo sempre come in una fase preparatoria, avevo la sensazione che ogni cosa che facevo non fosse ancora quella «vera», ma una preparazione a qualcosa di diverso, di grande, di vero, appunto. Ora questo sentimento è cessato. Io vivo, vivo pienamente e la vita vale la pena viverla ora, oggi, in questo momento; e se sapessi di dover morire domani direi: mi dispiace molto, ma così com'è stato, è stato un bene. In teoria ho già predicato queste cose, ricordo che era una sera d'estate e che eravamo seduti fuori da Rijnders, con Frans. Ma nelle mie parole di allora c'era soprattutto stanchezza, qualcosa come: vedi, se domani finisse tutto, non me ne farei un gran problema, tanto sappiamo come stanno le cose. La vita la conosciamo, abbiamo già vissuto tutto sia pure in spirito, non siamo più così spasmodicamente attaccati alla vita. Mi sembra che il tono dei miei discorsi fosse all'incirca questo. Eravamo proprio molto vecchi, saggi, e stanchi. Ma ora è diverso. E adesso al lavoro. "Sabato, le otto di sera." [...] Devo badare a tenermi in contatto con questo quaderno, vale a dire con me stessa: altrimenti potrebbe andar male, potrei smarrirmi a ogni momento, anche adesso mi sento un po' così, ma potrebbe essere stanchezza. "Domenica 23 marzo, le quattro". E' tutto sbagliato un'altra volta. «Io voglio qualcosa e non so che cosa». Di nuovo mi sento presa da una grandissima irrequietezza e ansia di ricerca, tutto è in tensione nella mia testa. Penso con una certa invidia alle ultime due domeniche: le giornate si stendevano dinanzi a me come grandi, aperte pianure che potevo attraversare liberamente, erano prospettive ampie e sgombre. E ora mi ritrovo in mezzo agli arbusti. Tutto è cominciato ieri sera, quando l'irrequietezza ha preso a salirmi dentro da ogni parte come i vapori da una palude. Volevo fare un po' di filosofia - ma no, meglio quel saggio su "Guerra e pace", oppure no, Alfred Adler è più adatto al mio umore. E poi ho finito per leggere quella storia d'amore indù. Ma stavo semplicemente lottando contro una naturale spossatezza a cui mi sono saggiamente arresa, alla fine. E stamattina sembrava che andasse bene per un po'. Ma mentre pedalavo per l'Apollolaan è ricominciata quella scontentezza, quel cercare irrequieto e sentire il vuoto dietro le cose, sentire che la vita non trova un suo compimento ma è un rimescolio senza costrutto. E in questo momento sono nella palude. E neppure il pensiero che anche questo passa, dopo tutto, riesce a darmi un po' di pace. "Lunedì mattina, le nove e mezzo." Un po' più tardi, una semplice notazione tra due frasi di un tema [...]. E' strano, ma in qualche modo S. rimane un estraneo per me. A volte, quando sfiora il mio viso con la sua grande e calda mano, o le mie ciglia con la punta delle dita in quel suo gesto irripetibile, mi viene poi da ribellarmi: chi ti dice che puoi, chi ti dà il diritto di toccarmi? Ora credo di capire. La prima volta che avevamo fatto la lotta era stata una cosa simpatica, sportiva, un po' inaspettata per me, ma «ci ero entrata», molto in fretta e avevo pensato: si vede che fa parte della terapia. E difatti era così, come S. aveva constatato con distacco a lotta finita: «Corpo e anima sono una cosa sola». Certo che ero stata toccata nei miei istinti erotici, ma vedendo S. così oggettivo mi ero prontamente ripresa. Più tardi, quando eravamo di nuovo seduti uno di fronte all'altro, lui aveva detto: senta un po', spero che questo non la turbi troppo, in fin dei conti io l'afferro dappertutto, e ad esempio di ciò mi sfiorava un momento il petto, le braccia e le spalle con le mani. Io avevo pensato all'incirca: sei un bel tipo, devi sapere maledettamente bene quanto io sia «eccitabile» eroticamente, visto che me l'hai raccontato tu stesso; in ogni caso, sei onesto a parlarne apertamente, e per me, io vado a posto di nuovo. S. aveva aggiunto che non dovevo innamorarmi di lui, che lo diceva sempre all'inizio di una terapia. In fondo era un comportamento responsabile, anche se non mi aveva fatto del tutto piacere. Ma la seconda volta era stato molto diverso. Anche S. era diventato 'erotico' allora, e quando a un certo punto si era trovato steso sopra di me e aveva mandato dei piccoli gemiti e gli erano venute le più antiche convulsioni del mondo, allora io avevo avuto dei pensieri proprio bassi, come i miasmi che esalano da una palude, avevo pensato all'incirca: bel modo di curare i pazienti, così tu hai pure il tuo piacere e per giunta ti pagano, anche se poco. Ma il modo con cui le sue mani mi avevano afferrata durante quella lotta, i gesti con cui mi aveva morsicato l'orecchio o preso il viso con la sua grossa mano, tutto questo mi aveva fatta impazzire, avevo in tutti quei gesti sentito il tocco di un amante esperto e affascinante. Allo stesso tempo, non mi era affatto piaciuto che approfittasse della situazione. Però alla fine quel senso di avversione era sparito, e più tardi si era creata fra noi una familiarità, un contatto personale come non si sono ripetuti ma; più. Mentre eravamo ancora coricati per terra lui aveva detto: «Non voglio avere una relazione con lei». E anche: «Devo confessarle sinceramente che lei mi piace molto». Poi aveva aggiunto qualcosa sui temperamenti simili. E un po' più tardi: «Adesso mi dia un bacetto amichevole», ma in quel momento non ero certo pronta e avevo timidamente girato la testa. Lui, invece, era di nuovo se stesso e aveva osservato con naturalezza, quasi riflettendo fra sé: «In fondo è così logico; sa, io sono stato un ragazzo abbastanza trasognato», e poi seguiva un pezzo della sua vita. Lui parlava e io ascoltavo con abbandono, ogni tanto mi prendeva molto teneramente il viso con la mano. E così me ne sono tornata a casa con l'animo pieno dei sentimenti più contraddittorii: ribellione per il suo basso comportamento, tenerezza, amicizia buona e umana, e un gran fantasticare erotico sollecitato dai suoi gesti raffinati. Per un paio di giorni non avevo potuto fare nient'altro che pensare a lui: pensare non è la parola giusta, era piuttosto una soggezione fisica. Il suo corpo grosso e agile mi minacciava da tutte le parti, era sopra di me, sotto di me, era dappertutto e minacciava di schiacciarmi, non potevo più lavorare e pensavo con orrore: Dio mio che cosa ho combinato, sono andata da lui per farmi curare psicologicamente, per trovare un po' di chiarezza in me stessa, e ora mi capita questo ed è peggio che mai. Avevo vissuto pensando al nostro prossimo incontro a casa sua e mi ero messa in testa delle grandi idee erotiche, e questa era stata la famosa volta in cui portavo i pantaloni da ginnastica sotto la gonna di lana, quando le mie sfrenate fantasie erano andate a sbattere violentemente contro il suo realismo oggettivo. Adesso capisco. S. nel frattempo si era ripreso e aveva ricuperato la sua obiettività, anche lui aveva combattuto la sua battaglia. Mi aveva chiesto: «Ha pensato a me in questa settimana?». Io ero rimasta nel vago e avevo chinato la testa, mentre lui aveva soggiunto, molto schiettamente: «A dire il vero, io ho pensato moltissimo a lei nei primi giorni di questa settimana». Bene, poi seguì un'altra lotta, ma di questo ho già scritto abbastanza, era una cosa disgustosa e io ebbi quella crisi. S. non sa ancora perché mi sia comportata in modo così rigido e strano, crede che fosse la mia eccitazione erotica. Ma anche i suoi conflitti erano venuti allo scoperto quella volta, infatti disse: «Anche lei è un 'compito' per me», e mi raccontava che era fedele alla sua amica già da due anni, malgrado il suo forte temperamento. Ma io trovavo un «compito» una cosa così neutrale e oggettiva, io volevo essere 'io' per lui; ero la bambina viziata che voleva 'avere' quell'uomo, anche se il mio cuore non era d'accordo: nella mia fantasia avevo già deciso che S. sarebbe stato il mio uomo e che lo volevo conoscere come amante, punto e basta. Non vivevo molto in alto in quel momento, ma di questo ho già scritto. E ora mi sento pari a lui, sento che la mia lotta bilancia la sua, che anche in me gli istinti impuri e quelli più nobili si danno battaglia. Ma per il fatto di essersi scoperto tutt'a un tratto come uomo, di aver gettato deliberatamente la maschera di 'psicologo' e di essere diventato persona, S. ha perso un po' della sua autorità - mi ha resa più ricca ma in qualche modo mi ha inferto un piccolo colpo, una piccola ferita che non è ancora del tutto guarita e che me lo fa sentire ancora sempre estraneo: chi sei tu, e chi ti dice che puoi immischiarti nei fatti miei? Rilke ha scritto una splendida poesia su questo stato d'animo, spero di ritrovarla una volta o l'altra. Dopo aver cercato un po', ho trovato la poesia di Rilke a cui stavo pensando. Me l'aveva letta Abrascha diversi anni fa, era una sera d'estate sullo Zuidelijke Wandelweg, per qualche oscura ragione pensava che quella poesia si adattasse a me: chissà, forse perché continuavo a sentirlo estraneo malgrado l'intimità che c'era allora fra noi. Ora comincio a vedere questa mia ambivalenza, grazie anche al mio 'attrito' con S. e alla chiarificazione che ne è seguita. Qui interessano le ultime due righe: "Und hörte fremd einen Fremden sagen: Ich bin bei dir". (6) "Martedì 25 marzo, le nove di sera." [...] Siccome sono ancora tanto giovane, e ho la volontà indistruttibile di non lasciarmi metter sotto; e siccome ho la sensazione di poter contribuire anch'io a colmare le lacune recenti, e me ne sento la forza, - per tutti questi motivi io mi rendo appena conto di quanto poveri siamo diventati noi giovani, quanto siamo rimasti soli. O è ancora una forma di stordimento? Bonger (7) è morto; Ter Braak, Du Perron, Marsman, Pos, v.d. Bergh, e molti altri sono in campo di concentramento; eccetera eccetera. Anche Bonger è indimenticabile per me (strano come tutto questo mi torni alla mente di colpo, dopo la morte di Van Wijk). Mancavano poche ore alla capitolazione. Ed ecco la figura pesante, goffa, chiaramente riconoscibile di Bonger che se ne andava lungo l'Ijsclub, occhiali azzurri su quella testa pesante e originale; guardava le nuvole che da lontano sovrastavano la città, provenienti dal porto delle petroliere dato alle fiamme. Non dimenticherò mai quella scena - quella figura goffa, con la testa di traverso, che guardava le nuvole di fumo in lontananza. In uno slancio spontaneo ero corsa fuori senza mantello, l'avevo raggiunto e gli avevo detto: buongiorno, prof. Bonger, ho pensato molto a lei in questi ultimi giorni, l'accompagno un pezzetto. E lui mi aveva guardata di traverso coi suoi occhiali azzurri e non aveva la minima idea di chi potessi essere, malgrado due esami e un anno di lezioni; ma in quei giorni c'era una familiarità così grande tra le persone, che avevo continuato a camminargli accanto. Non ricordo con precisione il nostro dialogo. Era il pomeriggio in cui tutti cercavano di fuggire in Inghilterra; gli avevo chiesto: crede che abbia senso fuggire? E lui: la gioventù deve rimanere qui. E io: crede che la democrazia finirà per vincere? E lui: vincerà di certo, ma alcune generazioni ne faranno le spese. E quel feroce Bonger era indifeso come un bambino, era quasi dolce, io avevo sentito il bisogno irresistibile di mettergli un braccio intorno alla vita e di guidarlo come un bambino - e così, col mio braccio intorno a lui, avevamo camminato lungo il Club. Sembrava affranto, era pieno di benevolenza. Tutta la sua passione e la sua virulenza si erano spente. Il cuore mi si gonfia quando penso a com'era quel giorno, il burbero delle nostre lezioni. E arrivati allo Jan Willem Brouwersplein lo avevo salutato, mi ero piantata davanti a lui e gli avevo preso una mano fra le mie, lui aveva chinato un po' il capo con tanta gentilezza, mi aveva guardata attraverso gli occhiali azzurri che gli nascondevano gli occhi e mi aveva detto, quasi con comica solennità: mi ha fatto piacere! E la prima cosa che avevo sentito la sera dopo, arrivando al corso di Becker, era stata: Bonger è morto! Io avevo replicato: non è possibile, gli ho parlato ieri sera alle sette. E Becker: allora lei è stata una delle ultime persone che gli hanno parlato. Alle otto si era sparato alla testa. E dunque una delle sue ultime parole era stata per una studentessa sconosciuta, che lui aveva guardato con benevolenza attraverso un paio di occhiali azzurri: mi ha fatto piacere! Bonger non è l'unico. E' tutto un mondo che va in pezzi. Ma il mondo continuerà ad andare avanti e per ora andrò avanti anch'io. Restiamo certo un po' impoveriti, - ma io mi sento ancora così ricca, che questo vuoto non m'è entrato veramente dentro. Però dobbiamo tenerci in contatto col mondo attuale e dobbiamo trovarci un posto in questa realtà, non si può vivere solo con le verità eterne, così rischieremmo di fare la politica degli struzzi. Vivere pienamente, verso l'esterno come verso l'interno, non sacrificare nulla della realtà esterna a beneficio di quella interna, e viceversa: considera tutto ciò come un bel compito per te stessa. E ora leggo ancora una stupida novelletta dalla rivista «Libelle» e poi a dormire. Domani si lavora di nuovo, alla scienza, alla casa, e a me stessa; non si può trascurare nulla e non si può neppure prendersi troppo sul serio, buona notte. "Venerdì 8 maggio, le tre di pomeriggio, a letto." Debbo occuparmi di me stessa, niente da fare. Non ho avuto bisogno di questo quaderno per un paio di mesi, la vita dentro di me era così limpida e serena e intensa, ero in contatto col mondo esterno come con quello interno, la mia vita si arricchiva, la mia personalità si ampliava; a Leiden c'era il contatto con gli studenti: Wil, Aimé, Jan; c'era lo studio; c'era la Bibbia, Jung, e poi di nuovo S. e sempre ancora S. Ma ora c'è un ristagno, un'irrequietezza un po' torbida; in fondo non è affatto irrequietezza, mi sento troppo giù per questo. Forse è solo la stanchezza fisica - quella che tutti sentono in questa fredda primavera - a impedire che le cose circostanti trovino risonanza in me. Ma so bene che è il mio rapporto singolare e non esplicito con S. a darmi questi problemi. Devo tener d'occhio ogni passo che faccio. "Le otto di sera." Si cerca sempre una formula liberatoria, un pensiero chiarificatore. Poco fa, durante un giretto in bicicletta, nel freddo, ho pensato improvvisamente: forse rendo tutto troppo complicato e 'interessante' e mi rifiuto di guardare ai fatti nudi e semplici. Cioè: non sono affatto innamorata di lui e non gli voglio neppure bene. Come persona mi interessa parecchio, a volte mi affascina, mi insegna infinite cose. Da quando lo conosco, sto maturando come non avrei mai creduto fosse possibile alla mia età. Non c'è veramente altro. Ma ora salta fuori questo maledetto erotismo di cui è pieno zeppo anche lui, come lo sono anch'io; e con ciò i nostri corpi sono inevitabilmente attratti l'uno verso l'altro sebbene nessuno dei due lo voglia - e ce lo siamo già detti chiaramente una volta. C'è stata per esempio quella domenica sera, credo che fosse il 21 aprile; era la prima sera che trascorrevo da lui. Parlavamo, cioè lui parlava della Bibbia, poi lesse qualcosa di Tommaso da Kempis mentre io gli ero seduta sulle ginocchia, tutto questo andava ancora bene, non c'era quasi erotismo ma tanto calore umano e amichevole. Però più tardi, all'improvviso, il suo corpo si era trovato sul mio, io ero restata a lungo fra le sue braccia e proprio allora mi ero sentita triste e sola, e ancor più sola quando lui aveva baciato le mie cosce bianche. Era bello, diceva lui - io invece ero tornata a casa col cuore di piombo, rattristata e sola. In seguito; avevo elaborato delle teorie interessantissime sulla mia solitudine, ma non potrebbe essere più semplicemente che, nel profondo di me stessa, io non sia in grado di abbandonarmi al contatto fisico con lui? Tanto non gli voglio bene, e so che il suo ideale è di rimanere fedele a un'unica donna; si dà il caso che questa donna si trovi a Londra, (8) ma è il principio che conta. Se io fossi una donna veramente adulta e grande troncherei ogni rapporto fisico con lui, visto che questo mi rende solo molto infelice. Ma non mi risolvo a rinunciare alle esperienze che potrei ancora avere con lui. Probabilmente ho anche paura di ferire il suo orgoglio virile - deve pur averlo da qualche parte. Ma la nostra amicizia si porrebbe su un piano molto più alto, io credo, e alla fin fine lui mi sarebbe riconoscente, se lo aiutassi a rimaner fedele a quell'unica donna. Io però sono una persona molto arida e meschina. Di tanto in tanto voglio tornare fra le sue braccia e poi ne vengo fuori tutta triste di nuovo. Probabilmente è anche una forma di vanità infantile, che ragiona all'incirca così: tutte quelle ragazze e quelle donne sono pazze di S.; ma io, che lo conosco da meno tempo, sono l'unica a essere così intima con lui. Se questo sentimento fosse vero, sarebbe una gran meschinità. Sto proprio rischiando di rovinare questa amicizia con l'erotismo [...]. "Sabato 14 giugno, le sette di sera." Di nuovo arresti, terrore, campi di concentramento, sequestri di padri sorelle e fratelli. Ci s'interroga sul senso della vita, ci si domanda se essa abbia ancora un senso: ma per questo bisogna vedersela esclusivamente con se stessi, e con Dio. Forse ogni vita ha il proprio senso, forse ci vuole una vita intera per riuscire a trovarlo. Comunque, io ho smarrito qualsiasi rapporto con la vita e con le cose, mi sembra che tutto avvenga per caso e che ci si debba staccare interiormente da ognuno e da ogni cosa. Tutto sembra così minaccioso e sinistro, e ci si sente anche così impotenti. "Sabato mattina, le dodici." Non siamo nient'altro che botti vuote in cui si sciacqua la storia del mondo. O tutto è casuale, o niente lo è. Se io credessi nella prima affermazione non potrei vivere, ma non sono ancora convinta della seconda [...]. Ieri, per un momento, ho pensato che non avrei potuto continuare a vivere, che avevo bisogno d'aiuto. La vita e il dolore avevano perso il loro significato, avevo la sensazione di 'sfasciarmi' sotto un peso enorme, ma anche questa volta ho combattuto una battaglia che poi all'improvviso mi ha permesso di andare avanti, con maggior forza. Ho provato a guardare in faccia il «dolore» dell'umanità, coraggiosamente e onestamente, ho affrontato questo dolore o piuttosto lo ha fatto qualcosa in me stessa, molti interrogativi disperati hanno trovato risposta, l'assurdità completa ha ceduto il posto a un po' più d'ordine e di coerenza: ora posso andare avanti di nuovo. E' stata un'altra breve ma violenta battaglia, ne sono uscita con un pezzetto di maturità in più. Ho scritto che mi sono confrontata col «dolore dell'Umanità» (questi paroloni mi fanno ancora paura), ma non è del tutto esatto. Mi sento piuttosto come un piccolo campo di battaglia su cui si combattono i problemi, o almeno alcuni problemi del nostro tempo. L'unica cosa che si può fare è offrirsi umilmente come campo di battaglia. Quei problemi devono pur trovare ospitalità da qualche parte, trovare un luogo in cui possano combattere e placarsi, e noi, poveri piccoli uomini, noi dobbiamo aprir loro il nostro spazio interiore, senza sfuggire. Forse, su questo punto, io sono davvero molto ospitale, a volte sono come un campo di battaglia insanguinato e poi lo pago con un gran sfinimento e con un forte mal di capo. Ma ora sono semplicemente me stessa: Etty Hillesum, una laboriosa studentessa in una camera ospitale con dei libri e con un vaso di margherite. Scorro di nuovo nel mio stretto alveo e il contatto con «Umanità», «Storia Universale» e «Dolore» s'è interrotto un'altra volta. Così dev'essere, del resto, altrimenti una persona impazzirebbe. Non ci si può sempre perdere nei grandi problemi, non si può essere sempre come un campo di battaglia; dobbiamo poter ricuperare i nostri stretti confini e continuare dentro di essi - scrupolosamente e coscienziosamente la nostra vita limitata, mentre quei momenti di contatto quasi 'impersonale' con tutta l'umanità ci rendono ogni volta più maturi e profondi. Forse, in futuro, saprò esprimermi meglio, o farò dire queste cose a un personaggio di una novella o di un romanzo, ma sarà solo fra molto tempo. "Martedì mattina, 17 giugno." [...] Se uno si è rovinato lo stomaco, dovrebbe cominciare una dieta ragionevole invece di prendersela con le leccornie che, secondo lui, hanno causato la sua indisposizione; invece di comportarsi come un bambino, dovrebbe preoccuparsi della propria sregolatezza. L'ho imparato oggi su me stessa, e ne sono molto contenta. Anche la continua tristezza che mi rodeva in questi ultimi giorni comincia a passare. "Mercoledì mattina, 18 giugno, le nove e mezzo." Devo ricuperare un'antica saggezza: chi riposa in se stesso non tiene conto del tempo; una vera maturazione non può tener conto del tempo. La sorgente di ogni cosa ha da essere la vita stessa, mai un'altra persona. Molti, invece - soprattutto donne - attingono le proprie forze da altri: è l'uomo la loro sorgente, non la vita. Mi sembra un atteggiamento quanto mai distorto e innaturale. "4 luglio." Sono agitata, di una bizzarra, diabolica irrequietezza che potrebbe anche essere produttiva se sapessi che farmene: è un'irrequietezza 'creativa', non fisica - neppure una dozzina di appassionate notti d'amore potrebbe placarla. E' quasi una irrequietezza 'sacra'. Mio Dio, prendimi nella tua grande mano e fammi tuo strumento, fa' che io possa scrivere! E' stato tutto per colpa di quella Leonie, coi suoi capelli rossi, e di quel filosofico Joop. S., con la sua analisi, ha aperto il loro cuore, e tuttavia mi sono resa conto che non si può spiegare l'essere umano con nessuna formula psicologica: solo l'artista è in grado di rendere ciò che resta d'irrazionale nell'uomo. Non so come andrà a finire con questo mio 'scrivere'. Tutto è ancora caotico, non ho abbastanza fiducia in me stessa o, piuttosto, non sento veramente la necessità di dire qualcosa. Aspetterò ancora, fin quando tutto verrà fuori spontaneamente e troverà una forma: prima, però, devo trovare io stessa una forma, la mia forma. A Deventer (9) le mie giornate erano come grandi pianure illuminate dal sole, ogni giornata era un tutto ininterrotto, mi sentivo in contatto con Dio e con tutti gli uomini - probabilmente, perché non vedevo quasi nessuno. C'erano campi di grano che non dimenticherò mai e dove mi sarei quasi inginocchiata, c'era l'Ijssel, coi parasoli colorati, il tetto coperto di canne, i pazienti cavalli. E poi il sole, che assorbivo da tutti i pori. Qui, invece, le giornate sono fatte di mille pezzetti, la grande pianura è sparita e così pure Dio, e se andrà avanti di questo passo io rimetterò tutto in questione: e questa non è profonda filosofia, ma un segno che non sto bene. E poi c'è quella strana irrequietezza che non so ancora come sistemare. Ma chissà che essa non possa dare buon frutto nel mio lavoro, quando saprò incanalarla. Non ci siamo proprio, mia cara, devi strappare ancora molto terreno alle onde arrabbiate, devi mettere ordine nel caos. Mi viene in mente un'osservazione recente di S.: «Lei non è affatto così caotica lei ha solo il ricordo di quando trovava che essere caotici fosse più geniale che essere più disciplinati. Trovo che lei si concentra sempre molto bene». "Lunedì 4 agosto 1941, le due e mezzo di pomeriggio." S. dice che l'amore per tutti gli uomini è superiore all'amore per un uomo solo: perché l'amore per il singolo è una forma di amore di sé. S. è un uomo maturo di 55 anni, che ha raggiunto questo stadio di amore per tutti gli uomini dopo aver amato molte persone singole, nel corso della sua lunga vita. Io sono una donnetta di 27 anni: anch'io mi porto dentro questo grande amore per tutta l'umanità, eppure mi domando se non continuerò a cercarmi il mio unico uomo. E mi domando fino a che punto questo sia un limite della donna: fino a che punto cioè si tratti di una tradizione di secoli, da cui la donna si debba affrancare, oppure di una qualità talmente essenziale che una donna farebbe violenza a se stessa se desse il proprio amore a tutta l'umanità invece che a un unico uomo (non sono ancora in grado di concepire una sintesi). Forse, la mancanza di donne importanti nel campo della scienza e dell'arte si spiega così: col fatto che la donna si cerca sempre un uomo solo, a cui trasmette poi tutta la propria conoscenza, calore, amore, capacità creativa. La donna cerca l'uomo e non l'umanità. Non è proprio così semplice, questa questione femminile. A volte, quando vedo per strada una donna bella e ben curata, assolutamente femminile e magari un po' stupida, sono capace di perdere la testa: allora il mio cervello, le mie lotte e sofferenze mi diventano un peso, li sento come qualcosa di brutto e di non femminile e vorrei essere solo bella e stupida, una specie di giocattolo desiderato da un uomo. E' tipico che io voglia essere sempre desiderata dall'uomo, che la nostra femminilità sia sempre la suprema conferma del nostro essere mentre è cosa quanto mai primitiva. I sentimenti di amicizia, stima, amore per noi donne in quanto persone sono tutte belle cose ma in fin dei conti, non vogliamo forse che l'uomo come tale ci desideri come donne? Non riesco quasi a esprimermi, è una questione infinitamente complicata ma è essenziale che ne venga a capo. Forse la vera, la sostanziale emancipazione femminile deve ancora cominciare. Non siamo ancora diventate vere persone, siamo donnicciole. Siamo legate e costrette da tradizioni secolari. Dobbiamo ancora nascere come persone, la donna ha questo grande compito davanti a sé [...]. A volte mi sento proprio come una pattumiera; sono così torbida, piena di vanità, irrisolutezza, senso d'inferiorità. Ma in me c'è anche onestà, e un desiderio appassionato, quasi elementare di chiarezza e di armonia tra esterno e interno. A volte vorrei essere nella cella di un convento, con la saggezza di secoli sublimata sugli scaffali lungo i muri, e con la vista che spazia su campi di grano - devono proprio essere campi di grano, e devono anche ondeggiare al vento. Lì vorrei sprofondarmi nei secoli, e in me stessa. E alla lunga troverei pace e chiarezza. Ma questo non è poi tanto difficile. E' qui, ora, in questo luogo e in questo mondo, che devo trovare chiarezza e pace e equilibrio. Devo buttarmi e ributtarmi nella realtà, devo confrontarmi con tutto ciò che incontro sul mio cammino, devo accogliere e nutrire il mondo esterno col mio mondo interno e viceversa, ma è tutto terribilmente difficile e proprio per questo mi sento così oppressa. Quel pomeriggio nella brughiera. Lui con la sua bella testa che guardava lontano, io che gli chiesi: «A cosa sta pensando adesso?». E lui: «Ai demoni che tormentano l'umanità» (gli avevo appena raccontato di come Klaas avesse quasi ammazzato sua figlia perché non gli aveva portato il veleno). Era seduto sotto quell'albero, coi rami che gli si allargavano sopra, io gli avevo posato la testa in grembo e poi, improvvisamente, gli avevo detto - o meglio, mi era scappato di dirgli: «Adesso vorrei tanto ricevere un bacio non demoniaco». E lui: «Allora deve venire a prenderselo». Mi ero alzata bruscamente e avrei voluto fare come se non avessi detto niente, ma eccoci invece sdraiati nella brughiera, bocca a bocca. Poi lui aveva chiesto: «E lei chiama questo non demoniaco?» [...]. "Deventer, venerdì mattina, le dieci e un quarto." [...] La prima cosa che ha detto la mamma quando sono scesa era: mi sento proprio male. E' strano: se papà manda il più piccolo sospiro quasi mi si spezza il cuore, e se la mamma dice con grande pathos: mi sento proprio male, di nuovo non ho chiuso occhio, eccetera eccetera, non mi commuove affatto. Una volta, quando mi alzavo tardi, ero completamente scoraggiata e pensavo: bene, ormai questo giorno è perso e non faccio più niente. Anche adesso provo un senso di disagio, come se ci fosse qualcosa che non potrò ricuperare mai più. Potrei scrivere un trattato di psicologia su questo tema, ma mi sono proposta di non scrivere più su argomenti «difficili», lo farò più tardi se saranno diventati più facili. Non ho nessuna idea di cosa farò oggi. In questa casa non riesco a lavorare, non ho un angolino mio e non riesco a funzionare. Credo che cercherò di riposare il più possibile. Noiosa, pettegola, non piagnucolare in questo modo, su, continua pure: così reagisco dentro di me quando la mamma mi parla. E' una persona che ti può cavare il sangue da sotto le unghie. Cerco di essere obiettiva con lei e di volerle anche un po' di bene, ma poi, nel mio cuore, le dico di nuovo: come sei pazza e ridicola. Questo mio atteggiamento è del tutto sbagliato, qui io non vivo ma mi lascio vivere, e rimando la mia vera vita a dopo che sarò partita. Mi manca ogni energia per lavorare con intelligenza, è come se in questa casa ogni forza ti venisse risucchiata. Ora sono le undici e non ho fatto nient'altro che ciondolare su questa fresca panca alla finestra, davanti a me la colazione ancora da sparecchiare, e la mamma con le sue esclamazioni patetiche a proposito di tessere per il burro, della sua salute, eccetera eccetera. Eppure non è una donna qualunque. Il tragico è questo, che qui si va sempre a sbattere contro problemi irrisolti e repentini cambiamenti di umore; è una situazione caotica e triste che si rispecchia nell'andamento disordinato della casa. E la mamma crede di essere una massaia eccellente. Invece distrugge chiunque col suo eterno sfaccendare domestico. La mia testa diventa sempre più pesante. Ma tiriamo avanti. In questa casa la vita si rovina per delle sciocchezze, si è distrutti dalle inezie e non si arriva alle cose che contano. Se io rimanessi qui a lungo cadrei in una sorta di malinconia cronica. E non si può far nulla, aiutare o intervenire. E' un insieme così squilibrato. La sera in cui avevo raccontato con gran passione di S. e del suo lavoro, avevano reagito in modo delizioso, con entusiasmo, fantasia, senso dell'umorismo. Ero andata a dormire tutta contenta, pensando fra me che erano proprio persone simpatiche. Ma il giorno dopo c'erano solo battute stupide e scetticismo: allora è come se non avessero più fiducia nell'entusiasmo della sera precedente, e così si tira avanti. Bene, Etty, e tu tirati su. Naturalmente, il mal di pancia non mi aiuta a sentirmi meglio. Credo che oggi pomeriggio andrò un po' a dormire e poi in biblioteca, a studiarmi ancora quel Dr. Pfister. Devo pur essere riconoscente per tutto il tempo che ho a disposizione: adoperalo bene in nome di Dio, stupida che sei. E ora basta con questo chiacchiericcio. "Di sera, le undici." Comincio a credere che stia diventando un'amicizia importante, un'amicizia nel senso più profondo del termine. Mi sento profondamente seria - e non è una serietà che si libra sopra la realtà, e che più tardi potrà sembrarmi esagerata e innaturale. Per lo meno, non credo. Quando ho ricevuto la sua lettera oggi pomeriggio alle sei - ero appena arrivata da Gorssel fradicia di pioggia -, non ho sentito nessun contatto con le sue parole. Ero stanca morta, fisicamente e spiritualmente, non sapevo bene che farmene. Poi mi sono raggomitolata sul mio letto e ho studiato con attenzione la ben nota calligrafia, e allora mi sono resa conto di quanto grande sarà il peso di S. sullo sviluppo ulteriore del mio spirito - purché io continui a 'confrontarmi' seriamente e onestamente con lui e con me stessa, e coi numerosi problemi che per me nasceranno sempre dal nostro rapporto. «Carico di significato»: devo avere il coraggio di vivere la vita con la «carica di significato» che essa pretende, senza per questo considerarmi pesante, o sentimentale, o innaturale. E non devo considerare S. come un fine, ma come un mezzo per continuare a crescere e a maturare. Non devo cercare di possederlo. E' vero che la donna cerca la concretezza del corpo e non l'astrattezza dello spirito. Per la donna il centro di gravità è l'uomo singolo, per l'uomo è il mondo: chissà se la donna è in grado di spostare questo centro senza violare se stessa, senza far violenza alla propria natura? Questo, e molti altri interrogativi sono stati sollevati dalla sua lettera, che era molto stimolante per me. Stare dalla parte di un altro essere umano. L'amicizia deve anche essere giusta [...]. "Mercoledì." [...] Un'oggettività flemmatica e gelida è naturalmente impossibile, col mio carattere. Ho troppo sentimento. Ma non vado più in pezzi per questo. Daan è caduto dall'aeroplano. Uno dei tanti giovani pieni di vita, e ricchi di promesse, che muoiono giorno e notte. Non so che cosa pensare. Con tutto il dolore che ho intorno, comincio a vergognarmi di prendere sul serio i miei umori. Eppure devi continuare a prenderti sul serio, devi rimanere il centro, e in qualche modo devi venire a capo dei fatti di questo mondo; in nessuna situazione puoi chiudere gli occhi, devi 'confrontarti' con questi tempi orribili, e cercare una risposta alle numerose questioni di vita e di morte che essi ti pongono. E allora forse troverai una risposta ad alcune di esse, non solo per te ma anche per gli altri. Sta di fatto che devo vivere, e che devo affrontare ogni cosa. A volte mi sento come un palo ritto in un mare infuriato, fra le onde che lo battono da ogni parte. Ma io rimango ben ferma e gli anni mi passano sopra. Voglio continuare a vivere pienamente. Voglio diventare il cronista di tanti fatti di questo tempo (al piano di sotto lamenti e urla, papà grida: vattene allora, e sbatte le porte; anche questo va digerito e d'un tratto piango, dunque non sono ancora così oggettiva; la vita è proprio impossibile in questa casa, ma coraggio, andiamo avanti); sì, un cronista, dicevo. Io noto che alla mia sofferenza personale si accompagna sempre una curiosità oggettiva, un interesse appassionato per tutto ciò che riguarda questo mondo, i suoi uomini, i moti della mia anima. A volte credo che sia questo il mio compito: chiarire nella mia testa, e col tempo descrivere, tutto ciò che accade intorno a me. Povera testa e povero cuore, quante cose vi toccherà digerire! Ricca testa e ricco cuore, avete però una bella vita! Già non piango più. Ma ho la testa che gira in modo terribile. Qui è un inferno. Per rappresentarlo, dovrei saper scrivere già molto bene. In ogni caso, io vengo da questo caos, ed è mio compito portarmi più in alto. S. lo chiama «costruire con nobile materiale», quel tesoro. A volte siamo così distratti e sconvolti da ciò che capita, che poi fatichiamo a ritrovare noi stessi. Eppure si deve. Non si può affondare, per una sorta di senso di colpa, in ciò che ci circonda. E' in te che le cose devono venir in chiaro, non sei tu che devi perderti nelle cose. Una poesia di Rilke è altrettanto reale e importante di un ragazzo che cade dall'aeroplano, ricordatelo bene. Sono tutte cose che fanno parte di questo mondo e non si può ignorarne una per favorirne un'altra. Va' a dormire. Le numerose contraddizioni della vita devono essere accettate, tu invece vorresti fonderle in unico insieme e in qualche modo semplificarle dentro di te, così ti semplificheresti pure la vita. Ma il fatto è che la vita è composta di contraddizioni, che queste vanno accettate tutte come sue parti integranti, e che non si può accentuarne una a spese di un'altra. Lascia che il tutto giri e forse diventerà ancora un unico insieme. Come ti ho già detto, dovresti andare a dormire, invece di scrivere cose che non sei ancora in grado di formulare. Di sera, le undici. Ecco un momento di pace, di bonaccia. Non ho più bisogno di pensare a nulla. Può anche dipendere dalle quattro aspirine, naturalmente. Da un dialogo fra me e papà lungo il Singel: Io: compiango ogni donna che ha a che fare con Mischa. (10) Papà: ormai quel ragazzo è in circolazione, che cosa ci puoi fare? "23 agosto 1941, sabato sera." Bisogna che registri di nuovo esattamente i miei umori, sta diventando troppo brutto. Un semplice, stupido raffreddore non può colorare di nero tutto il mio modo di vedere la vita, è esagerato. Com'è successo? Andava così bene giovedì sera, sul treno da Arnhem a qui. Dietro i finestrini dello scompartimento la notte cresceva quieta, ampia e maestosa. Il trenino era affollato di operai animati e pieni di vita. Ero seduta nel mio angolino in penombra, con l'occhio destro guardavo la natura quieta e col sinistro le teste espressive e i gesti pittoreschi delle persone. Tutto mi andava bene, la vita come gli uomini. Poi c'era stato quel lungo tratto a piedi dalla Amstelstation per la città quasi buia e come incantata. D'un tratto avevo avuto la sensazione di non essere sola ma 'in due' come se fossi composta di due persone che si stringessero affettuosamente e che stessero bene così, al caldo. Un forte contatto con me stessa e perciò un buon caldo dentro, un senso di autosufficienza. Chiacchieravo animatamente fra me e me e trotterellavo con gran piacere per tutti quei viali lungo l'Amstel, completamente immersa in me stessa. Constatavo con un certo piacere che mi facevo proprio buona compagnia, e che andavo proprio d'accordo con me stessa. E il giorno dopo sentivo allo stesso modo. E ieri pomeriggio, mentre ero alla ricerca di quel formaggio per conto di S. e attraversavo quella bella parte di Amsterdam Sud, mi sentivo come un vecchio ebreo che avanza avvolto in una nuvola. C'è di sicuro nella mitologia: un ebreo che avanza avvolto in una nuvola. Era la nuvola dei miei pensieri e sentimenti ad avvolgermi e accompagnarmi, ci stavo ben calda e protetta e sicura. E ora ho un gran raffreddore di testa e non sento altro che svogliatezza e malessere e antipatia. L'antipatia che provo in questi casi per persone a cui normalmente voglio bene è incomprensibile. E' un atteggiamento negativo, distruttivo e critico, eccetera eccetera. Strano però che tutto questo possa essere causato da un semplice naso chiuso. L'antipatia per il prossimo non è da me. Quando mi sento così poco bene dovrei subito fermare la macchina dei miei pensieri, che invece si mette a correre e a buttar per aria tutto quello che può. In ogni caso è saggio andarmene a letto, mi sento proprio un po' malata: forse è un bene che le tue azioni siano ora diverse dai tuoi pensieri. Stasera doveva ritornare Hans e questa prospettiva mi seccava moltissimo. Non appena mi prende quell'antipatia lui ne fa subito le spese, senza dubbio perché vive nelle mie immediate vicinanze: così vedevo male il suo ritorno, ruminavo sul fatto che era un gran seccatore, che era noioso e lento. Invece è tornato bello, fresco e vigoroso dal suo campeggio e barca a vela, e mi sono accorta che parlo molto volentieri e animatamente con lui, che la sua faccia abbronzata con quei fedeli, e ancora un po' vaghi occhi azzurri mi piace e m'interessa, che sono pronta ad alzarmi e a preparargli un po' di minestra, che poi chiacchiero animatamente con lui e che in fondo mi piace, come in fondo mi piacciono tutte quante le creature di Dio. Non credo che ci fosse qualcosa di forzato nel mio comportamento, credo piuttosto che fosse la mia irritazione interiore a essere innaturale: non è il mio genere, infatti. E allora devo controllarmi un pochino. Il che significa che stasera, quando non sono più in grado di lavorare o di leggere, è meglio che vada a dormire. "26 agosto, martedì sera." Dentro di me c'è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c'è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta da pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo. M'immagino che certe persone preghino con gli occhi rivolti al cielo: esse cercano Dio fuori di sé. Ce ne sono altre che chinano il capo nascondendolo fra le mani, credo che cerchino Dio dentro di sé [...]. "Venerdì mattina, le nove." Mi sento come uno che si stia rimettendo da una grave malattia. Con la testa abbastanza leggera e con le gambe ancora un po' incerte. Era proprio brutto ieri. Non vivo abbastanza semplicemente. Mi abbandono troppo a 'sfrenatezze', a baccanali dello spirito. E forse m'identifico troppo con quel che leggo e studio: Dostoevskij mi distrugge ancora, in un modo o nell'altro. Devo proprio diventare più semplice. Lasciarmi vivere un po' di più. Non pretendere di vedere già dei risultati. Ora conosco la mia cura: accoccolarmi in un angolino e ascoltare quel che ho dentro, ben raccolta in me stessa. Tanto, col pensiero non ci arriverò mai. Pensare è una bella, una superba occupazione quando studi, ma non puoi 'pensarti fuori' da uno stato d'animo penoso. Allora devi fare altro, farti passiva e ascoltare, riprender contatto con un frammento d'eternità [...]. "Martedì mattina, 9 settembre." S. è il motore di moltissime donne. Henny (11) lo chiama in una sua lettera: la mia Mercedes, la mia grande, cara, buona Mercedes. Sopra di lui abita «la piccola». S. dice che quando Rièt fa la lotta con lui è proprio come un gattone che si muove con prudenza per paura di far male. Venerdì sera le aveva telefonato e la sua voce semplicemente cantava, mentre andava incontro a quella ragazzina di diciotto anni: sì, Rieieiet. Intanto con la destra mi accarezzava il viso, e sul tavolino c'era la lettera della ragazza che vuol sposare con le parole: Jul mio caro, io continuavo a guardarle. Sono così triste, così terribilmente triste in questi ultimi giorni. Perché, poi? Non sono triste proprio tutto il tempo, ogni volta riesco a tirarmene fuori ma ogni volta ci ricasco. Non ho mai incontrato una persona così ricca di amore forza e incrollabile fiducia in se stessa, come S. Quel venerdì sera mi aveva detto all'incirca: se io riversassi tutto il mio amore e la mia forza su una persona sola, la distruggerei ("verderben"). A volte provo una sensazione simile, come se venissi sepolta sotto il suo peso. Non so. Certe volte mi sembra che dovrei correre fino all'altro estremo della terra per liberarmi di lui, allo stesso tempo so che devo risolvere le cose qui, presso di lui e con lui. Altre volte non mi dà alcun problema, va tutto così bene, allora; e invece adesso mi fa sentir malata: com'è possibile? Dopo tutto, non è una persona enigmatica o complicata. E' forse l'enorme quantità di amore che possiede e dispensa a un infinito numero di persone, e che io vorrei fosse tutto per me? Ci sono dei momenti in cui è così. In cui vorrei che tutto il suo amore si concentrasse su di me. Ma non è un desiderio troppo fisico? O troppo personale? Non so proprio come fare con quest'uomo. Proverò a ricordare quel venerdì sera: avevo avuto la sensazione di essere penetrata dentro all'enigma (o piuttosto al non-enigma) di quell'uomo, come se lui stesso mi avesse offerto la chiave della sua personalità segreta. Per qualche giorno mi ero portata S. ben dentro nel cuore, credevo che non l'avrei perso mai più. Perché sono indicibilmente triste, allora? Perché non ho più nessun contatto con lui, perché vorrei far a meno di lui? In questo momento è proprio come se S. fosse troppo per me. Com'era, quel venerdì? A volte, quando mi è seduto di fronte su quella seggiolina, quadrato e dolce, con un che di opulento e sensuale e insieme così umano e pieno di benevolenza, devo pensare a un imperatore romano nella sua vita privata. Il perché lo ignoro. Allora c'è qualcosa di voluttuoso in tutta quella figura ma insieme un calore e una bontà infiniti, troppi per una persona sola. Perché, allora, devo pensare a un romano della decadenza? Proprio non saprei. Quel mal di stomaco, quell'oppressione, quel senso di aver un nodo dentro e di venir schiacciata sotto un grosso peso, sono certamente il prezzo che debbo pagare ogni tanto per la mia avidità di conoscere tutto della vita, e di penetrare dappertutto. A volte, però, è troppo. Dal test di Taco Kuiper era venuta fuori una persona che pretendeva di vivere ogni cosa della vita, ma che sapeva poi anche assimilarla. Sarà così, sarà che gli ingorghi interiori fanno parte di questi processi: ma devono pur essere ridotti a un minimo, altrimenti la mia vita diventa impossibile. Ieri, mentre tornavo a casa in bicicletta così indicibilmente triste e col cuore di piombo e mi sentivo passare gli aeroplani sulla testa, ho provato quasi un senso di liberazione al pensiero che una bomba avrebbe potuto metter fine alla mia vita. Ultimamente mi capita spesso di trovare che non vivere è più facile di vivere. "Giovedì mattina, le nove." [...] Eh sì, noi donne, noi stupide, idiote, illogiche donne, noi cerchiamo il Paradiso e l'Assoluto. E col mio cervello, col mio eccellente cervello, io so bene che l'assoluto non esiste, che ogni cosa è relativa e infinitamente sfumata e in perpetuo movimento, e proprio per questo è così interessante e seducente ma anche così dolorosa. Noi donne vogliamo eternarci nell'uomo. Io voglio che lui mi dica: tesoro, tu sei l'unica per me e ti amerò in eterno. Ma questa è una favola. E fintanto che non me lo dice, tutto il resto non ha senso e non esiste. E il buffo è che non lo voglio affatto - non vorrei aver S. come eterno e unico uomo -, però pretendo il contrario da lui. Forse pretendo un amore assoluto proprio perché io non ne sono capace? E poi, desidero sempre lo stesso livello d'intensità mentre so bene, per mia propria esperienza, che una cosa simile non esiste: ma non appena noto in un altro una temporanea caduta, mi do alla fuga. Chiaro che in ciò entra un senso d'inferiorità, qualcosa come: se io non riesco ad attirarlo al punto da farlo continuamente spasimare per me, preferisco che non ci sia niente. E' maledettamente illogico, devo smetterla. Io stessa non saprei che fare se qualcuno spasimasse tutto il tempo per me: mi darebbe un senso di oppressione, di noia e di costrizione. Etty, Etty! Ieri sera lui aveva detto, tra l'altro: credo che per te io sia un «primo passo» verso un amore veramente grande; è strano, io sono stato un «primo passo» per molte persone [...]. "Sabato sera." [...] Suarès a proposito di Stendhal: «Ha forti accessi di tristezza, che rivela agli amici ma che cela nei libri. La sua mente è maschera delle sue passioni. Dice dei "bons mots" per essere lasciato in pace coi suoi grandi sentimenti». Ecco la tua malattia: pretendi di rinchiudere la vita nelle tue formule, di abbracciare tutti i fenomeni della vita con la tua mente, invece di lasciarti abbracciare dalla vita. Com'era già?: va bene che tu affacci la tua testa in cielo, ma non che tu cacci il cielo nella tua testa. Ogni volta vorresti rifare il mondo, invece di goderlo com'è. E' un atteggiamento alquanto dispotico. "6 ottobre, lunedì mattina, le nove." Ieri, a metà giornata, è caduta una frase che m'è rimasta impressa. Ho chiesto a Henny: Tide, allora non hai mai voluto sposarti? E la sua risposta è stata: Dio non mi ha mai mandato un uomo. Se io dovessi adattare questa risposta a me stessa, dovrei dire: per vivere in armonia con le mie sorgenti più profonde, probabilmente non dovrei sposarmi. In ogni caso non posso rompermi la testa su questo problema. Se ascolto onestamente la voce che mi porto dentro, a un certo punto saprò se un uomo mi è stato mandato da Dio oppure no. Ma non debbo pensarci troppo. Oppure transigere; o sposarmi ugualmente, per tante teorie sbagliate. Devo aver fiducia, sapere che seguo una determinata strada, non chiedermi: sarò poi molto sola, se ora non prendo marito? Sarò in grado di guadagnarmi il pane? Non diventerò una vecchia zitella? Che dirà il mondo intorno, mi compatirà per il fatto che non ho ancora un marito? Ieri sera ho chiesto a Han, a letto: credi che una persona come me dovrebbe sposarsi? Sono una vera donna, io? Il sesso non è poi così importante per me, anche se può sembrare il contrario. Lasciare che gli uomini si avvicinino attratti da quell'impressione e poi non essere in grado di soddisfarli, non è forse un inganno? Io non sono il prototipo della donna, per lo meno non sessualmente. Non sono più una vera 'femmina' e a volte ne provo un senso d'inferiorità. Quel che ho di veramente fisico è per molti versi incrinato e indebolito da un processo di spiritualizzazione. E quasi me ne vergogno, a volte. Le cose veramente primordiali in me sono i sentimenti umani, una sorta di amore e di compassione elementari che provo per le persone, per tutte le persone. Non credo di essere adatta a un uomo solo. A volte mi sembra un amore quasi un po' infantile. Non potrei neppur essergli fedele, non per via di altri uomini, ma perché io stessa sono composta di tante persone diverse. Ho ventisette anni e mi sembra di aver già amato, o di esser già stata amata abbastanza. Mi sento già molto vecchia. Probabilmente non è un caso che l'uomo con cui convivo già da cinque anni abbia una età tale da rendere impossibile un futuro in comune, e che il mio miglior amico conti di sposarsi con una ragazza che è ora a Londra. Non credo che questa sarà la mia strada, un unico uomo e un unico amore. Però ho una forte inclinazione erotica e sento un gran bisogno di carezze e di tenerezza. E queste ci sono sempre state intorno a me. Mi rendo conto che non riesco a esprimere i sentimenti che ho avuto stanotte e stamattina. «Dio non mi ha mai mandato un uomo» [...]. "Lunedì mattina, 20 ottobre." Essi mangiarono a sazietà, s'impigrirono, e s'attaccarono sempre più fortemente a questa solida terra. Il tutto in seguito a una fetta di pane imburrato con pomodoro, un'altra con sciroppo di mela, e tre tazze di tè con vero zucchero. Ho una tendenza all'ascesi, alla lotta contro fame e sete, freddo e caldo. Non so che romanticismo sia questo. Non appena incomincia a far veramente un po' freddo, vorrei solo infilarmi nel letto e non uscirne più. Ieri sera ho detto a S. che tutti quei libri erano pericolosi per me, per lo meno certe volte. Che a forza di leggere diventavo così pigra e passiva e che allora non volevo far nient'altro che leggere ancora. Della sua risposta ricordo una parola precisa: «degeneranti»'. A volte faccio così fatica a costruire l'intelaiatura della mia giornata - alzarmi, lavarmi, far ginnastica, mettermi delle calze senza buchi, apparecchiare la tavola, in breve «orientarmi», nella vita quotidiana, che non mi rimane quasi più energia per altre cose. E se allora mi alzo per tempo come un qualunque cittadino, sono fiera di aver operato chissà quale miracolo. Eppure, fintanto che la disciplina interiore non è a posto, quella esteriore rimane importantissima per me. Se io dormo un'ora di più alla mattina questo non significa che io abbia dormito bene, ma che non so affrontare la vita e che faccio sciopero. Dentro di me c'è una melodia che a volte vorrebbe tanto essere tradotta in parole sue. Ma per la mia repressione, mancanza di fiducia, pigrizia e non so che altro, rimane soffocata e nascosta. A volte mi svuota completamente. E poi mi colma di nuovo di una musica dolce e malinconica. A volte vorrei rifugiarmi con tutto quel che ho dentro in un paio di parole. Ma non esistono ancora parole che mi vogliano ospitare. E' proprio così. Io sto cercando un tetto che mi ripari ma dovrò costruirmi una casa, pietra su pietra. E così ognuno cerca una casa, un rifugio per sé. E io mi cerco sempre un paio di parole. A volte mi sembra che ogni parola che vien detta, e ogni gesto che vien fatto, accrescano il grande equivoco. Allora vorrei sprofondarmi in un gran silenzio e vorrei anche imporre questo silenzio agli altri. Sì, a volte qualunque parola accresce i malintesi su questa terra troppo loquace. Fa' ciò che la tua mano per caso si trova a fare e non pensare al poi. Quindi adesso si fa un letto, si portano le tazze in cucina e poi si vedrà. Tide riceve i girasoli di oggi, la mia ragazzina deve imparare un po' di pronuncia russa, e quello schizoide che supera le mie capacità di comprensione dev'essere studiato a fondo. Fa' ciò che la tua mano e il tuo spirito si trovano a fare, tuffati in ogni ora e non metterti subito a ruminare coi tuoi pensieri, le tue parole e le tue preoccupazioni sulle ore successive. Devi riprendere in mano la tua educazione. "21 ottobre, dopo pranzo." La nascita di un'autentica autonomia interiore è un lungo e doloroso processo: è la presa di coscienza che per te non esiste alcun aiuto o appoggio o rifugio presso gli altri, mai. Che gli altri sono altrettanto insicuri, deboli e indifesi. Che tu dovrai esser sempre la persona più forte. Non credo che tu sia il tipo da trovare queste cose in un altro. Sei sempre e da capo rimandata a te stessa. Non c'è nient'altro, il resto è finzione. Ma doverlo riconoscere, ogni volta! Soprattutto come donna. Hai pur sempre un gran desiderio di perderti in un altro. Ma anche questa è una favola, seppur bella. Due vite non possono combaciare. Per lo meno non per me. Può succedere in alcuni momenti: ma quei momenti giustificano una vita in comune, possono tenerla insieme? Però è un sentimento forte anche quello, talora felice. Sola, Dio mio. E' dura. Perché il mondo è inospitale. Ho un cuore molto appassionato, ma mai per una persona sola: per tutte le persone. E' un cuore molto ricco, io credo. Una volta pensavo sempre che lo avrei dato tutto a una persona sola: ma è impossibile. E quando, a ventisette anni, si arriva a «verità» così dure, ci si sente a volte disperati, soli e impauriti, ma anche indipendenti e orgogliosi. Sono affidata a me stessa e dovrò cavarmela da sola. L'unica norma che hai sei tu stessa, lo ripeto sempre. E l'unica responsabilità che puoi assumerti nella vita è la tua. Ma devi assumertela pienamente. E ora si telefona a S. "Venerdì mattina, le otto." Signore, dammi meno pensieri e più acqua fredda e ginnastica alla mattina presto. La vita non può esser colta in poche formule. In fondo, è quel che stai cercando di fare tutto il tempo, e che ti porta a pensare troppo: stai cercando di rinchiudere la vita in poche formule ma non è possibile, la vita è infinitamente ricca di sfumature, non può essere imprigionata né semplificata. Ma semplice potresti essere tu... "Giovedì mattina." Stupida che sei! Smettila con quel cervello! Vuoi espanderti tutta in una parola, in parole colorate e estese. Ma quelle parole non potranno contenerti. Il mondo e il cielo di Dio sono così vasti. Non sono vasti abbastanza? Questo voler ritornare al buio, al grembo materno, al "collettivo"; e d'altra parte diventar autonoma, trovare la mia forma, strapparla al caos. Sono tirata ora da un estremo, ora dall'altro. "24 ottobre." Stamattina Levi. Non dobbiamo contagiarci reciprocamente coi nostri cattivi umori. Questa sera una nuova ordinanza che colpisce gli ebrei. Mi sono concessa mezz'ora di depressione e di ansia per queste notizie. Una volta mi sarei consolata mettendomi a leggere un romanzo e lasciando perdere il mio lavoro. Ora devo elaborare l'analisi di Mischa. E' troppo importante che abbia reagito così bene al telefono. Non bisogna esser troppo ottimisti, ma merita di esser aiutato. Finché lo si può raggiungere, sia pur passando per un minuscolo forellino, bisogna approfittarne: forse questo l'aiuterà nella sua vita. Non bisogna sempre pretendere dei grandi risultati, ma bisogna credere in quelli piccoli. Sono già due giorni che lavoro senza lasciarmi andare ai miei umori. Brava ragazza! «Sono così attaccata a questa vita». Cosa vuoi dire con questa «vita». La vita comoda che fai adesso? Si vedrà con gli anni se sei veramente attaccata alla vita nuda e semplice, in qualunque forma essa si presenti. Ci sono forze sufficienti in te. C'è anche questo: «Che uno trascorra la vita ridendo o piangendo, è sempre una vita». Ma c'è anche la dinamicità occidentale, che ogni tanto si fa sentire con forza: sei sanissima, stai crescendo in direzione di te stessa, stai diventando autonoma. E ora al lavoro. Dopo una conversazione con Jaap: (12) di tanto in tanto ci gettiamo vicendevolmente dei frammenti su noi stessi, ma non credo che ci capiamo. "Giovedì mattina." Paura di vivere su tutta la linea. Cedimento completo. Mancanza di fiducia in me stessa. Repulsione. Paura [...]. "21 novembre." E': curioso che, mentre mi sono sentita piena d'istinto creativo ultimamente - scriverei pagine e pagine della novella «La ragazza che non voleva inginocchiarsi», o qualcosa di simile, e vorrei anche scrivere su quella minuta signora Levi che m'interessa non poco e su tante, tantissime cose - ecco che invece, d'un tratto, io debba notare questo: come se mi avesse morsicata una vipera, io balzo dal divano foderato di azzurro, incalzata da una domanda, «la domanda». Mentre sono piena di problemi di etica, di verità, e persino di Dio, ecco che spunta fuori un «problema di cibo». Forse qualcosa per un'analisi, dopo tutto? Una volta ogni tanto - però già meno spesso che un tempo - io mi rovino lo stomaco, semplicemente perché mangio troppo, e cioè per mancanza di controllo. So che debbo fare attenzione, e invece mi prende una sorta di avidità contro cui non c'è ragionamento che tenga. So che dovrò pagar caro quel po' di piacere, per un semplice boccone di troppo che ho mangiato, eppure non riesco a trattenermi. E d'un tratto mi viene da pensare che io abbia un «problema col cibo», e che questo problema potrebbe magari essere messo in chiaro. Dopo tutto, è un fatto simbolico. Probabilmente ho la stessa avidità nella mia vita spirituale. Questo voler incamerare un'enorme quantità di cose, che ogni tanto culmina in una pesante indigestione: potrebbe essere una spiegazione, e forse esiste una relazione tra la mia avidità e la mia cara mamma. La mamma parla sempre di cibo, per lei non esiste altro. «Su, mangia qualcosa. Non hai mangiato abbastanza. Come sei diventata magra». Mi ricordo ancora come l'avevo vista mangiare a una festa di casalinghe, anni fa. Io ero seduta sulla balconata di quella piccola sala del teatro di Deventer. La mamma era seduta in basso, a una tavolata con molte altre casalinghe. Aveva un vestito azzurro guarnito di pizzi. E mangiava, completamente assorbita dal cibo: mangiava con avidità e con abbandono. A vederla così, d'un tratto, da quella balconata, aveva qualcosa di toccante. Mi disgustava e insieme mi faceva una pena enorme. Non riuscivo a spiegarmelo. Era come se temesse che le sarebbe venuto a mancare qualcosa nella vita, era uno spettacolo terribilmente triste e bestialmente disgustoso. Così lo vedevo io. In realtà, lei era una casalinga dal vestito azzurro guarnito di pizzi che mangiava la minestra. Ma se potessi capire tutto quel che mi sentivo dentro, e come la osservavo allora, io capirei molte cose di mia madre. Con quella paura che nella vita ti sfugga qualcosa finisci per perdere tutto, per mancare la realtà [...]. "Sabato mattina." Desidero, e insieme temo, quel momento della mia vita in cui mi troverò sola con me stessa e con un pezzetto di carta, e non farò altro che scrivere. Non oso ancora, non so perché. Mercoledì, per esempio, ero al concerto con S.: quando vedo molte persone insieme vorrei scrivere un romanzo. Nell'intervallo avrei voluto avere un pezzetto di carta per annotare qualcosa, anche se non sapevo che cosa: dipanare i miei pensieri. Invece S. mi ha dettato delle note su un suo paziente. Soggetto interessantissimo, bizzarro anche - ma io dovevo di nuovo tirarmi da parte. Questo render conto di se stessi; questo sentir continuamente il bisogno di scrivere, e non osare ancora di uscire allo scoperto. Credo che anche in generale io tenda a rimuovere troppe cose da me stessa. A volte ho la sensazione di esser una personalità piuttosto forte, ma agli altri mostro sempre una gentilezza, un interessamento e una benevolenza che vanno spesso a scapito di me stessa. Allora ho questa teoria: una persona deve aver abbastanza senso sociale da non infastidire gli altri coi propri umori. Ma non si tratta affatto di umori. Reprimendo me stessa io ridivento asociale, nel senso che poi non ci sono per nessuno, per giorni interi. Da qualche parte in me ci sono una malinconia, una tenerezza e anche un po' di saggezza che cercano una forma. A volte mi passano dentro dialoghi, immagini e figure, atmosfere. Questo improvviso affiorare di qualcosa che dovrà diventare la mia verità. Questo amore per gli altri che dovrà esser conquistato - non nella politica o in un partito, ma in me stessa. C'è ancora una falsa timidezza che m'impedisce di confessarlo. La ragazza che non sapeva inginocchiarsi e che pure lo aveva imparato, sul ruvido tappeto di cocco di una disordinata camera da bagno. Ma sono faccende intime, quasi più intime di quelle del sesso. Vorrei poter rappresentare in tutte le sue sfumature questo processo interiore, la storia della ragazza che aveva imparato a inginocchiarsi [...]. Stanotte ho risposto con un sogno al mio recente «complesso del cibo». C'era un frammento molto chiaro - per lo meno, uno crede che sia così: nel momento in cui provi a descriverlo, quello ti sfugge. Parecchie persone intorno a un tavolo tra cui io, e S. a capotavola. S. chiedeva: perché non vai mai a trovare gli altri? Io: perché quel mangiare è una tal noia. Allora lui ha fatto quella sua famosa faccia - avrò bisogno di una vita intera per saperla rendere, ce l'ha quand'è irritato, e trovo che è l'espressione più forte che possa avere il suo viso -, e ci ho letto qualcosa come: dunque è così che sei, il cibo è così importante per te. Ho avuto questa sensazione: adesso mi ha vista dentro, adesso sa esattamente quanto io sia materialista. Non ho reso bene questo sogno, non è un sogno che si possa capire. Però quella coscienza improvvisa - adesso mi ha vista dentro, adesso sa come sono fatta - è stata molto forte, e così pure lo spavento che ne ho provato. Ancora m'è rimasto qualcosa della 'trasfigurata' vastità di stanotte. Pace, e nuovo spazio per tutto quanto. Un po' innamorata, e ancor più affezionata a Han. Non più in conflitto con S., neppure col suo lavoro. Andrò per la mia strada, questa piccola deviazione non è grave: perché affrettarsi? «La sua vita maturava lentamente verso il proprio compimento». A volte sento così. Se solo fosse vero! Questa vasta giornata è tutta mia: scivolerò in essa molto dolcemente, senza nervosismo e senza fretta. Riconoscenza, un'improvvisa, profonda e consapevole riconoscenza per questa stanza chiara e spaziosa col largo divano, la scrivania coi libri, l'uomo tranquillo che è vecchio e giovanissimo al tempo stesso. E sullo sfondo l'amico dalla bocca grossa e buona, che non ha segreti per me e a volte può ridiventare segretissimo. Ma soprattutto c'è ancora quella chiarezza e pace e fiducia in me stessa. Come se, trovandomi in un fitto bosco, d'un tratto io giunga a un luogo aperto, in cui possa coricarmi sulla schiena a riposare e a guardare il cielo. So bene che fra un'ora potrà essere diverso. Soprattutto in questa situazione precaria, con la parte inferiore del mio corpo in fermento. "Martedì mattina, le nove e mezzo." Qualcosa mi sta succedendo e non so se si tratti di un semplice stato d'animo o di un fatto importante. Mi sembra di reggermi di nuovo su me stessa. Sono un po' più autonoma e indipendente. Ieri sera pedalavo per la fredda e buia Larissestraat - se solo potessi ripetere tutto quel che ho borbottato allora: Mio Dio, prendimi per mano, ti seguirò da brava, non farò troppa resistenza. Non mi sottrarrò a nessuna delle cose che mi verranno addosso in questa vita, cercherò di accettare tutto e nel modo migliore. Ma concedimi di tanto in tanto un breve momento di pace. Non penserò più, nella mia ingenuità, che un simile momento debba durare in eterno, saprò anche accettare l'irrequietezza e la lotta. Il calore e la sicurezza mi piacciono, ma non mi ribellerò se mi toccherà stare al freddo purché tu mi tenga per mano. Andrò dappertutto allora, e cercherò di non aver paura. E dovunque mi troverò, io cercherò d'irraggiare un po' di quell'amore, di quel vero amore per gli uomini che mi porto dentro. Ma non devo neppure vantarmi di questo 'amore'. Non so se lo possiedo. Non voglio essere niente di così speciale, voglio solo cercare di essere quella che in me chiede di svilupparsi pienamente. A volte credo di desiderare l'isolamento di un chiostro. Ma dovrò realizzarmi tra gli uomini, e in questo mondo. E lo farò, malgrado la stanchezza e il senso di ribellione che ogni tanto mi prendono. Prometto di vivere questa vita sino in fondo, di andare avanti. Certe volte mi viene da pensare che la mia vita sia appena all'inizio e che le difficoltà debbano ancora cominciare, altre volte mi sembra di aver già lottato abbastanza. Studierò e cercherò di capire, ma credo che dovrò pur lasciarmi confondere da quel che mi capita e che apparentemente mi svia: mi lascerò sempre confondere, per arrivare forse a una sempre maggior sicurezza. Fin quando non potrò più smarrirmi, e si sarà stabilito un profondo equilibrio - un equilibrio in cui tutte le direzioni saranno sempre possibili. Non so se potrò essere un'amica per gli altri. E se non potrò esserlo perché non è nel mio carattere, bisogna che affronti anche questo. In ogni caso non devi mai illuderti. Devi aver misura. E tu sola puoi essere misura a te stessa. E' come se ogni giorno io sia scaraventata in un gran crogiolo e ogni giorno io riesca a uscirne. Certe volte mi capita di pensare: la mia vita è completamente sbagliata, c'è un errore: ma questo capita solo quando ci si fa una determinata idea della vita, rispetto a cui può apparire sbagliato come realmente viviamo. E' proprio come se la mia posizione nei confronti di S. sia improvvisamente mutata - come se d'un tratto io mi sia staccata da lui, pur credendomi già libera. Come se io abbia capito nel profondo di me stessa che la mia vita sarà del tutto indipendente dalla sua. Ricordo quando, diverse settimane fa, si parlava del fatto che tutti gli ebrei sarebbero stati spediti in un campo di concentramento in Polonia, e che S. mi aveva detto: «Allora ci sposeremo, così potremo rimanere insieme e faremo ancora un po' di bene». E per quanto io avessi capito esattamente il senso di quelle parole, per qualche giorno mi ero sentita piena di calore e di attaccamento per lui. Ora questo sentimento è scomparso. Non so cosa sia, è come se io mi fossi completamente staccata da lui e ora andassi avanti per la mia strada. Si vede che le mie forze erano ancora investite in quell'uomo. Ieri sera, mentre pedalavo nel freddo, mi sono resa improvvisamente conto di quanta intensità, quanto impegno di tutta la mia persona io abbia messo nell'assorbire S., il suo lavoro e la sua vita in quest'ultimo mezzo anno. Ora è successo. S. è diventato parte integrante di me. E così proseguo, ma da sola. Di fuori non cambia nulla, naturalmente. Continuo a essere la sua segretaria e a interessarmi per il suo lavoro, ma dentro sono più libera [...]. "Venerdì mattina, nove meno un quarto." Ieri sera sentivo quasi di dover chiedergli scusa per tutti i pensieri brutti e ribelli che avevo avuto nei suoi confronti in questi ultimi giorni. Ho capito pian piano che nei giorni in cui proviamo avversione per il prossimo, in fondo proviamo avversione per noi stessi. «Ama il prossimo tuo come te stesso». So che dipende sempre da me, mai da lui. Abbiamo un ritmo di vita molto diverso, si deve permettere a ognuno di essere com'è. Quando vogliamo plasmare un altro secondo le nostre idee andiamo sempre a sbattere contro un muro e siamo sempre delusi, non dall'altra persona, ma dalle nostre pretese insoddisfatte. E' un atteggiamento molto poco democratico, ma umano. Forse con la psicologia si può arrivare alla vera libertà, non ci si può mai ricordare abbastanza che dobbiamo renderci veramente liberi dagli altri, ma che insieme dobbiamo lasciarli liberi, evitando di farcene un'idea predeterminata nella nostra fantasia. Alla fantasia rimangono comunque dei campi abbastanza vasti, anche se non la si applica alle persone care. Ieri pomeriggio pedalavo verso casa sua in questo stato d'animo: non ho voglia, non dirò una parola di troppo, mi sento così giù. E improvvisamente, all'angolo tra Apollolaan e Michelangelostraat ho sentito il bisogno di annotare qualcosa sul mio taccuino - e così me ne stavo a scrivere al freddo, sul fatto che ci sono tanti cadaveri sparsi nella letteratura e su quanto ciò sia singolare. Tanti morti senza ragione, tra l'altro. Insomma diventava una cosa assurda - come succede spesso, se si pensa ai grandissimi pensieri che nascono nel nostro cervello e al balbettio confuso, scritto su poche righine blu all'angolo di due strade e al freddo, che ne è poi il risultato. E così arrivai da S., nelle sue camerette familiari che lo fanno apparire quasi gigantesco. C'era Gera, (13) lei e io abbiamo parlottato un po' senza che S. ci potesse sentire con le sue orecchie deboli, di nuovo stavo proprio bene. E poi, malgrado mi sentissi così fiacca, ho cominciato a buttar tutto qua e là per la stanza, disordinatamente - soprabito, cappello, guanti, borsa, taccuino - provocando lo sconcerto e insieme il divertimento di S. e di Gera, che chiedevano cos'avessi questa volta. Io risposto: non ho voglia, voglio sabotare questa seduta, ed era un miracolo che i vasi di fiori non volassero giù in pezzi dal ripiano della finestra. Il mio sfogo ha fatto visibilmente bene a Gera. Forse aveva desiderato spesso di fare altrettanto, ma davanti a S. le era mancato il coraggio. Bene bene, diceva, e forse la mia smania di ribellione le ha reso evidente quella che lei stessa avrà talvolta provato - la ribellione che di tanto in tanto si prova nei confronti di personalità molto più forti di noi. Una persona non può mai pensare in anticipo, neppure cinque minuti prima: tra poco sarò così e così e dirò questo e quello. Mi ero proposta di dirgli tante cose. «Questioni di principio». E di chiudere i conti con la chirologia, eccetera eccetera, tutto così intenso e importante. E subito prima di andar da lui il mio umore era tale che non volevo più dir nulla. Partita Gera, mi sono trovata coinvolta di punto in bianco in una specie di lotta fulminea con lui, l'ho gettato poco dopo sul divano dove quasi l'ammazzavo, e poi avremmo dovuto metterci a lavorare duramente. Invece, ecco S. seduto nella grande poltrona d'angolo, dalla bella fodera fatta da Adri, io come al solito ai suoi piedi, tutt'e due immersi in un'appassionata discussione sulla questione ebraica. Ascoltandolo, mi sembrava di bere da una fontana rinvigorente. E la sua vita, non più deformata dalla mia irritazione, mi appariva di nuovo con chiarezza nel suo fruttuoso svilupparsi giorno dopo giorno. A volte, ultimamente, mi capita di vedere una singola frase della Bibbia in una luce nuova, ricca di significato e di vita. Dio creò il mondo a sua somiglianza. Amate il prossimo vostro come voi stessi. Eccetera. Mi toccherà finalmente affrontare i rapporti tra me e mio padre, con coraggio e amore. Mischa mi ha annunciato il suo arrivo per sabato sera. Prima reazione: orribile. Minacciata nella mia libertà. Importuno. Che fare di lui? Invece di: che piacere che quel brav'uomo possa starsene lontano per qualche giorno da quella sua moglie sempre agitata, e da quella morta città di provincia. Cosa posso fare, con le mie poche forze e mezzi, per rendergli questo soggiorno il più piacevole possibile? Io, delinquente sciocca egoista. Oh sì, proprio così. Sempre prima pensare a te stessa. Al tuo tempo prezioso. Che è poi usato per pompare ancora un po' di sapienza libresca nella tua testa già abbastanza confusa. «E a che mi serve tutto ciò, se non ho l'amore». Una splendida teoria per sentirsi nobile e in pace, ma nella pratica ti spaventi davanti al più piccolo gesto di amore. No, non è un piccolo gesto di amore. E' una questione fondamentale, importante e difficile: nel proprio cuore voler bene ai propri genitori. Cioè perdonarli per tutte le difficoltà che ti hanno creato semplicemente con la loro esistenza: difficoltà nell'attaccamento come nella repulsione, e nel peso della loro vita complicata che s'aggiunge alla tua. Mi sembra di scrivere delle grandi sciocchezze. Poco male. E ora devo fare il letto di Pa Han e preparare la piccola lezione per l'allieva Levy, eccetera. Ma questo, in ogni caso, è il programma per il fine settimana: nel mio cuore voler bene a mio padre, e perdonargli se mi sottrae alla mia comoda tranquillità. Gli voglio in fondo molto bene, ma è - o piuttosto era - un amore complicato: ricercato, spasmodico, e così mescolato alla compassione che quasi mi aveva spezzato il cuore. Ma era una compassione masochista, un amore che aveva portato a grandi esplosioni di compassione e dolore ma non a un semplice gesto; a grande cordialità e darsi da fare ma in modo così intenso, che ogni giorno della sua permanenza qui mi era costato un intero tubetto di aspirine. Tutto questo, però, succedeva tempo fa. Ultimamente era già assai più normale. Tuttavia sempre ancora il senso di essere incalzata e per questo, probabilmente, ero risentita con lui quando veniva a trovarmi. Ora devo perdonarglielo nel mio cuore. E pensare, e veramente sentire: che bello che possa tirarsi via da là per un pochino. Ecco, questa era una buona preghiera mattutina. "Domenica mattina, dieci e mezzo." [...] Non c'è ancora abbastanza spazio in me stessa per far posto alle molte contraddizioni, mie e di questa vita. Nel momento in cui riconosco l'una, sono infedele all'altra. Venerdì sera dialogo tra S. e L.: Cristo e gli ebrei. Due filosofie di vita, ambedue nettamente delineate, brillantemente documentate, compiute e armoniose, difese con passione e aggressività. Tuttavia, trovo sempre che in ogni filosofia che si vuol difendere si insinua l'inganno; e che si finisce sempre per usar la violenza a spese della 'verità'. Eppure io devo e voglio cercare il mio pezzo di terreno cintato - prima dolorosamente conquistato, poi appassionatamente difeso. D'altra parte, la sensazione di fare così un torto alla vita. Paura, però, di sprofondare altrimenti nell'indeterminatezza e nel caos. Comunque sia, tornavo a casa dopo quella discussione sentendomi tutta animata e frizzante. Però sempre la reazione: non è veramente un'assurdità? Perché le persone si danno così ridicolmente da fare? Non si stanno forse ingannando? Nello sfondo s'intravvede sempre quest'incertezza. Poi è arrivato mio padre: pieno di amore, un amore studiato. Il giorno prima, dopo quella vigorosa preghiera mattutina, m'ero sentita liberata e felice e leggera. Quando è arrivato, il mio piccolo papà, col suo ombrello scambiato e una nuova cravatta a scacchi e molti pacchetti di panini imburrati, quasi indifeso, mi ha preso di nuovo l'imbarazzo, la paralisi delle forze, una grandissima infelicità. Avevo un atteggiamento negativo nei suoi confronti, anche per effetto di quella discussione della sera prima. E l'amore non aiutava. Non c'era, del resto. Del tutto paralizzato, molto strano. Di nuovo caos e smarrimento. Alcune ore di crisi e 'ricaduta' come nei periodi peggiori. Così potei rendermi conto un'altra volta di quanto certi periodi passati fossero stati difficili. A letto nel pomeriggio. La vita di tutti gli uomini sentita di nuovo come una gran storia di dolori, eccetera eccetera. Argomento troppo esteso per scriverne. Allora mi sono resa conto di un rapporto che c'è tra noi due. Mio padre, a un'età avanzata, ha sfumato tutte le sue insicurezze, dubbi, probabilmente anche complessi d'inferiorità puramente fisici, difficoltà irrisolte nel suo matrimonio, eccetera eccetera - ha sfumato tutto ciò grazie a un atteggiamento filosofico del tutto schietto, amabile, pieno di umorismo e molto acuto, ma con tutta la sua acutezza molto vago. Sotto questa filosofia, che giustifica tutto, che guarda solo all'aneddotico senza approfondire le cose - mentre sa che esistono le profondità, forse perché lo sa, quanto incommensurabilmente profonde siano le cose, e perciò rinuncia in partenza a trovare chiarezza - sotto la superficie di quella filosofia rassegnata che dice: oh sì, e chi lo può sapere! si apre il caos. E' lo stesso caos che minaccia anche me, quello da cui devo uscire - e in ciò devo vedere il compito della mia vita - è il caos in cui ricado ogni volta. E in fondo le più piccole espressioni di mio padre - di rassegnazione, umorismo, dubbio -, mi toccano in qualcosa che ho in comune con lui, ma da cui debbo staccarmi per evolvermi ancora. Quanto alla precisa discussione dell'altra sera, dietro alle mie reazioni c'è sempre il dubbio: non è del tutto assurdo? E questo leggero sottofondo s'è fatto più forte con l'improvvisa intrusione di mio padre nel mio mondo. E allora, naturalmente, quella resistenza nei suoi confronti, i miei blocchi e il sentirmi senza forze. In fondo, questo non ha niente a che fare con mio padre - cioè non con la sua persona, così cara, commovente, amabile -, ma si tratta di un processo interno mio. Il legame fra le generazioni. Dal caos, dal non aver preso posizione nei confronti delle cose, da ciò devo ora formare me stessa, dunque ora sì prender posizione, nota bene 'confrontarmi' con le cose, anche se ogni volta sarò presa dal dubbio: non è assurdo tutto quanto? Sì sì, bambini miei, così è la vita. Eccetera eccetera. Una volta chiarito questo rapporto, ritornavano forza e amore, e lo spavento di quelle poche ore era superato. "Mercoledì mattina, le otto, in bagno." Sveglia nel cuor della notte. Mi sono improvvisamente ricordata di quel sogno pieno di significato. Per qualche minuto ho cercato di rievocarlo con tutte le mie forze, quasi con avidità. Avevo la sensazione che anche quel sogno fosse una parte della mia personalità a cui avevo diritto, e che non potevo lasciarmi sfuggire: che dovessi conoscerlo, se volevo sentirmi finalmente una persona completa e armoniosa. Alle cinque mi sentivo di nuovo gonfia, avevo nausea e un po' di vertigine. O erano solo fantasie? Per cinque minuti ho vissuto l'angoscia di tutte quelle ragazze che s'accorgono con terrore di aspettare un figlio non desiderato. Credo di essere affatto sprovvista d'istinto materno e me lo spiego così: trovo che la vita è sostanzialmente un gran calvario e che tutti gli esseri umani sono infelici, quindi non voglio prendermi la responsabilità di aumentare il numero di quegli sventurati. Più tardi: ho acquisito qualche merito eterno nei confronti dell'umanità: non ho mai scritto un cattivo libro, e non ho il rimorso di aver aggiunto un altro infelice a quelli che già vivono su questa terra. Di nuovo m'inginocchio sul ruvido tappeto di cocco, con le mani che coprono il viso, e prego: Signore, fammi vivere di un unico, grande sentimento - fa' che io compia amorevolmente le mille piccole azioni di ogni giorno, e insieme riconduci tutte queste piccole azioni a un unico centro, a un profondo sentimento di disponibilità e di amore. Allora quel che farò, o il luogo in cui mi troverò, non avrà più molta importanza. Ma non sono ancora affatto a questo punto. Oggi inghiottirò venti pillole di chinino, non mi sento proprio tanto bene a sud del mio diaframma. "Venerdì mattina, le nove." Camminando nella nebbia ieri mattina, di nuovo questo stato d'animo: in fondo ho già toccato i limiti, è già successo tutto, ho già vissuto tutto, perché continuo a vivere? Ormai conosco tutto e non potrò più fare altri passi avanti, i confini diventano troppo stretti, e una volta che siano stati oltrepassati non mi rimarrà che il manicomio. Oppure la morte? Però non avevo ancora pensato a questa soluzione estrema. La miglior medicina è allora un po' di aridissima grammatica, o il sonno. E l'unica cosa che mi fa sentir realizzata in questa vita è perdermi in un pezzo di prosa, o in una poesia che io mi sia conquistata con fatica parola per parola. Un uomo non è la cosa più importante per me. Forse perché ho sempre avuto tanti uomini intorno? A volte mi sento proprio come se fossi sazia di amore, in senso positivo voglio dire. La vita è stata davvero molto buona con me, sempre e anche ora. A volte è come se io fossi già passata attraverso lo stadio dell''Io' e del 'Tu'. E' facile dire queste cose dopo una notte simile. E ora mettiamo nell'acqua i miei cari piedini. Persino questo traffico con un bambino non nato è una cosa impossibile per me. Ma si farà, vedrai. "Di pomeriggio, le cinque meno un quarto." E' importante che non mi lasci dominare da quel che mi sta succedendo. In un modo o nell'altro deve rimanere un fatto subordinato al resto - voglio dire: non ci si dovrebbe mai lasciar paralizzare da una cosa sola, per grave che essa sia, la gran corrente della vita deve continuare a scorrere. Mi prendo ogni volta per mano e mi dico: adesso hai da preparare quella lezione per domani e stasera devi cominciare l'Idiota di Dostoevskij - ma non come un capriccio, devi studiartelo pazientemente da cima a fondo. Come se fossi un salariato. Nel frattempo, farò i miei salti giù dalla scala e compirò quelle altre cerimonie con l'acqua. Ho anche la sensazione che dentro di me si compia un mistero di cui nessuno sa nulla. Dopo tutto, sto partecipando a un avvenimento elementare. In questa situazione indubbiamente un po' penosa, constato in me una forte volontà di non lasciarmi metter sotto. Farò in modo che tutto vada a posto. E andrà a posto. Continua a lavorare tranquilla, non sprecare le tue forze. Con S. una passeggiatina frizzante, oggi alle due. Aveva di nuovo qualcosa di raggiante, qualcosa di un ragazzo. Irradia vero amore in tutte le direzioni, anche verso di me, e io lo rifletto a mia volta. Crisantemi bianchi. «Così nuziali». Nel mio cuore gli sono fedele. Sono anche fedele a Han. Sono fedele a tutti. Per strada cammino accanto a un uomo con in mano dei fiori bianchi che paiono un mazzolino da sposa, e lo guardo in viso con occhi raggianti; e solo dodici ore fa ero fra le braccia di un altro uomo e gli volevo, e gli voglio, bene. E' mancanza di gusto? E' decadente? Per me è tutto perfettamente in ordine: forse perché ciò ch'è fisico non m'importa, non m'importa più molto. Si tratta di un altro amore, che si estende più lontano. O mi sto illudendo? Sono troppo vaga, anche nei miei rapporti con gli altri? Non credo. Come mai quest'ossessione improvvisa che sia tutto sbagliato? "Sabato mattina, le nove e mezzo." Innanzitutto mi fregherò sotto il mento, per farmi coraggio per questa giornata. Al mio risveglio stamattina presto, per un momento quell'oppressione di piombo, quell'irrequietezza nerissima senz'ombra di montatura. In fin dei conti, non è una piccolezza. Mi sembra di salvar la vita a un essere umano. No, è ridicolo dire che io salvi la vita di una persona mentre cerco di eliminarla con tutte le mie forze. Voglio risparmiarle il dolore di percorrere questa valle di lacrime. Rimarrai nella condizione protetta di chi non è ancora nato e sii riconoscente, essere in divenire. Provo quasi tenerezza per te. Ti attaccherò con acqua calda e con orribili strumenti, ti combatterò con pazienza e costanza fintanto che non ti sarai di nuovo dissolto nel nulla, e allora sentirò di aver compiuto un'azione buona e responsabile. Non ti posso certo trasmettere forze sufficienti, troppi germi di malattie ereditarie si aggirano per la mia famiglia. Ho assistito poco tempo fa alla scena di Mischa, che in uno stato di totale confusione era stato portato a forza in una casa di cura, ho giurato allora che dal mio grembo non nascerà mai un essere altrettanto infelice. Purché non duri troppo a lungo. Altrimenti mi verrà un'angoscia terribile. E' passata solo una settimana e già sono stanca e stufa di tutti quei provvedimenti. Ma ti sbarrerò l'ingresso a questa vita, e non dovrai lamentartene. "Venerdì mattina, le nove." Ci si lamenta di come fa buio al mattino. Per me, invece, è spesso l'ora migliore del giorno - quando l'alba s'affaccia grigia e silenziosa alle mie pallide finestre. In quel grigiore e silenzio c'è allora una macchia luminosa e violenta, la piccola lampada velata che rischiara il grande piano scuro della mia scrivania. La settimana scorsa è stata proprio la mia ora migliore. Ero immersa nell'"Idiota", traducevo solennemente qualche riga in un quaderno, aggiungevo una breve annotazione mia, e di colpo erano le dieci. Allora ho pensato: sì, così devi studiare, così assorta, così va bene. Stamattina una profonda tranquillità. Proprio come una tempesta che s'è calmata. Mi accorgo che questo stato d'animo si ripete ogni volta: dopo giorni di vita interiore terribilmente intensa, ricerca di chiarezza, doglie patite per sentimenti e pensieri che non sono affatto pronti per nascere, enormi pretese da parte mia, e la ricerca di una piccola forma propria che diventa di un'importanza capitale, eccetera eccetera eccetera - ecco che poi tutto quest'affanno, improvvisamente, mi cade di dosso; il mio cervello è piacevolmente stanco, c'è bonaccia di nuovo, sento quasi una sorta di dolcezza anche verso me stessa, e su di me cala un velo attraverso cui la vita filtra più mite, e spesso più ridente. Sento allora di essere tutt'uno con la vita. Inoltre: che non sono io individualmente a volere o a dovere fare questo o quello, ma che la vita è grande e buona e attraente e eterna - e se tu dai tanta importanza a te stessa, ti agiti e fai chiasso, allora ti sfugge quella grande, potente, e eterna corrente, che è appunto la vita. E' proprio in questi momenti - e quanto ne sono riconoscente - che ogni aspirazione personale mi abbandona, la mia ansia, per esempio, di conoscere e sapere si acquieta, e un piccolo pezzo d'eternità scende su di me con un largo colpo d'ala. So bene che questo stato d'animo non dura a lungo: magari è già passato dopo mezz'ora, ma nel frattempo ho potuto di nuovo attingervi forza. E che poi questo senso di gran respiro e dolcezza sia dovuto alle sei aspirine prese ieri a causa di un forte mal di testa, o alla musica suonata da Mischa, oppure al caldo corpo di Han nel quale mi sono completamente seppellita stanotte - chi lo può dire, e che importa? L'orologio ticchetta dietro le mie spalle. I rumori in casa e in strada sono come una risacca lontana. Una lampada rotonda bianca nella casa dirimpetto s'intravvede nel livore di questa mattina piovosa. Mi sento, alla mia scrivania, con la sua grande superficie scura, come su un'isola deserta. La bruna ragazza marocchina guarda fuori nella mattina grigia, coi suoi seri occhi scuri che sono animaleschi e limpidi al tempo stesso. (14) E che importa se studio una pagina di libro in più o in meno? Purché tu viva dando ascolto al ritmo che ti porti dentro - a ciò che sale dal fondo di te stessa. Gran parte del tuo comportamento è una forma d'imitazione, oppure risponde a doveri inventati, o a preconcetti errati su come una persona debba essere. L'unica sicurezza su come tu ti debba comportare ti può venire dalle sorgenti che zampillano nel profondo di te stessa. E io lo dico ora con tutta umiltà e riconoscenza e sincerità, anche se so bene che tornerò a essere suscettibile e ribelle: Dio mio, ti ringrazio perché mi hai creata così come sono. Ti ringrazio perché talvolta posso essere così colma di vastità, quella vastità che non è poi nient'altro che il mio esser ricolma di te. Ti prometto che tutta la mia vita sarà un tendere verso quella bella armonia, e anche verso quell'umiltà e vero amore di cui sento la capacità in me stessa, nei momenti migliori. E ora presto a sparecchiare la tavola della colazione e a preparare ancora un momento la lezione per Levi - e devo anche mettermi un po' di colore sulla bocca. "Domenica mattina." Ieri sera, subito prima di andare a letto, mi sono trovata improvvisamente in ginocchio nel mezzo di questa grande stanza, tra le sedie di acciaio sulla stuoia chiara. Un gesto spontaneo: spinta a terra da qualcosa che era più forte di me. Tempo fa mi ero detta: mi esercito nell'inginocchiarmi. Esitavo ancora troppo davanti a questo gesto che è così intimo come i gesti dell'amore, di cui pure non si può parlare se non si è poeti. Qualche volta ho la sensazione di avere Dio dentro di me, aveva detto un paziente a S., per esempio quando ascolto la "Matthäus-Passion". E S. aveva risposto all'incirca che «in quei momenti lui era in contatto diretto con le forze creative e cosmiche che operano in ogni persona»; e che «questo principio creativo era in definitiva una parte di Dio, si doveva avere solo il coraggio di dirlo». Queste parole mi accompagnano già da settimane: si deve avere anche il coraggio di dirlo. Avere il coraggio di pronunciare il nome di Dio. Una volta S. mi ha detto che ci aveva messo molto tempo, come se ci avesse trovato sempre qualcosa di ridicolo. «E prego anche alla sera, prego per delle persone». E io gli avevo chiesto con la mia solita faccia tosta, e con la pretesa di voler sapere tutto quanto: che cosa dice quando prega? Lui era rimasto tutto imbarazzato - e poi quest'uomo, che sa sempre rispondere in modo chiaro e trasparente alle mie domande più sottili e più intime, mi aveva risposto timidamente: questo non glielo dico. Per adesso no. Più tardi. Ogni tanto mi chiedo come mai questa guerra, con tutte le sue implicazioni, mi tocchi così poco. Forse perché è la mia seconda guerra mondiale? La prima l'ho vissuta, violentemente e intensamente, attraverso la letteratura del dopoguerra. Ribellione, avversione, passione, discussioni, giustizia sociale, lotta di classe, eccetera eccetera, tutto questo l'abbiamo già vissuto una volta. Ricominciare una seconda volta non va. Diventa un cliché. Naturalmente ogni paese prega di nuovo per la sua giusta vittoria, e sono ricomparsi tutti gli slogan; ma ora che viviamo questa situazione per la seconda volta, sarebbe troppo ridicolo e insulso se ci lasciassimo prendere dall'agitazione o dalla passione. Ieri sera, nel bel mezzo di una conversazione, ho detto a Hans che ha ventun anni: questo dipende dal fatto che la politica non è la cosa più importante per te. E lui: non c'è bisogno di parlarne tutto il giorno, è comunque la cosa più importante. Tra i suoi ventun anni e i miei ventisette ci passa già una generazione intera. Ora sono le nove e mezzo di mattina, Han russa là dietro con un suono piano e familiare, nella stanza in penombra. La mattina domenicale grigia e silenziosa sta crescendo e facendosi giorno chiaro, il giorno continuerà a crescere diventando sera, e io cresco con essi. In questi ultimi tre giorni è come se io fossi passata attraverso un processo di maturazione di anni. E ora, brava e disciplinata, di nuovo alla traduzione e alla grammatica russa. Le due di pomeriggio: catalogando i libri della biblioteca di S., ci trovo "Das Stundenbuch" di Rilke. Può sembrare paradossale, ma S. guarisce le persone insegnando loro ad accettare il dolore. "Mercoledì, di sera." Ruth (15) riceve regali dagli appassionati di teatro in una piccola città di provincia tedesca, e Hertha li riceve dalle prostitute, a un chiosco di libri di un parco londinese. La bionda stella dell'operetta ha ventidue anni e la bruna ragazza melanconica ne ha venticinque, la seconda è la futura matrigna della prima. La vera madre è 'fidanzata' con un uomo di venticinque anni, e lei ne ha già cinquanta. Il suo ex marito, il padre, e futuro sposo, abita in due piccole camere a Amsterdam, legge la Bibbia e si deve radere tutti i giorni; e i seni delle molte donne che lo circondano sono come altrettanti frutti di un ricco frutteto, verso cui lui non ha che da allungare avidamente la mano. E la «segretaria russa» cerca di farsi un'idea di tutto questo insieme. Nasce un'amicizia che mette sempre più radici nel suo cuore incostante, la «segretaria» continua ancora a dargli del «lei», ma questo serve forse a ristabilire la giusta distanza, che consente a sua volta di mantenere una visione d'insieme. Il desiderio insensato e appassionato di 'perdermi' per lui s'è già calmato da tempo, è diventato 'ragionevole'. 'Perdermi' per una persona è sparire dalla mia vita; forse mi è rimasto il desiderio di 'perdermi' per Dio, o per una poesia. Il gran cranio dell'umanità. Il suo potente cervello e il suo gran cuore. Tutti i pensieri, per quanto contraddittorii, nascono da quell'unico grande cervello: il cervello dell'umanità, di tutta l'umanità. Lo sento come un unico, grande insieme e forse è di lì che mi viene di tanto in tanto quel profondo sentimento di armonia e di pace, malgrado le numerose contraddizioni. Bisogna conoscere tutti i pensieri e sentirci passar dentro tutte le emozioni, per sapere che cosa sia stato ideato in quell'immenso cranio, e che cosa sia passato per quel gran cuore. E così la tua vita è un passare da un parto all'altro. Forse dovrò spesso cercare il mio parto, la mia liberazione in un cattivo pezzo di prosa, così come un uomo spinto dal bisogno trova la sua liberazione in quella che, detto energicamente, si chiama 'puttana' - perché a volte si grida per partorire, in ogni modo. "Lunedì pomeriggio, le cinque." Conosco i suoi gesti intimi con le donne e ora vorrei ancora conoscere i gesti che ha per Dio. Prega tutte le sere. S'inginocchia in mezzo alla cameretta? Nasconde la testa pesante dietro le sue grandi, belle mani? E s'inginocchia prima di essersi tolto la dentiera, o dopo? Quella volta a Arnhem: «Le farò vedere come sto senza denti. Ho un'aria così vecchia e così 'dotta'». «La ragazza che non poteva inginocchiarsi». Nell'alba grigia di oggi, in un moto d'irrequietezza, mi sono trovata improvvisamente per terra, in ginocchio tra il letto disfatto di Han e la sua macchina da scrivere, tutta rannicchiata e con la testa che toccava il pavimento. Forse un gesto per estorcere pace. E a Han che entrava in quel momento e sembrava un po' stupito di quella scena, ho detto che cercavo un bottone - ma non era vero. Tideman, quella robusta donna di trentacinque anni dai capelli rossi, aveva detto una sera con voce chiara e sonora: vedi, in questo sono come un bambino, se ho delle difficoltà m'inginocchio nel mezzo della mia camera e chiedo a Dio cosa debbo fare. Bacia come una ragazzina - S. me l'ha mostrato una volta -, ma i suoi gesti verso Dio sono maturi e sicuri. Molte persone sono troppo ristrette, troppo chiuse nelle loro idee e così, educando i figli, li legano a loro volta. Da noi era proprio il contrario. Mi sembra che i miei genitori siano stati sempre più sopraffatti dall'infinita complicazione di questa vita, e che non siano mai stati in grado di fare una scelta. Hanno lasciato troppa libertà di movimento ai loro figli, non potevano offrirci nessun punto d'appoggio, dato che non ne avevano mai trovato uno per sé; e non potevano contribuire alla nostra formazione perché non si erano mai trovati una forma. Capisco sempre meglio il nostro compito: è quello di permettere ai loro poveri talenti, dispersi senza forma e riposo, di crescere, di maturare, e di trovare la loro forma in noi. Per reazione alla loro mancanza di forma, assenza di vera generosità, disordine e insicurezza - cattiva amministrazione, per così dire, e forse talvolta, anche se non ultimamente, aspirazione spasmodica verso unità, inquadramento, sistema. Ma l'unica vera unità è quella che contiene tutte le contraddizioni e i momenti irrazionali: altrimenti finisce per essere di nuovo un legame spasmodico che fa violenza alla vita. "31 dicembre 1941, martedì mattina, le dieci." A Deventer mi svegliavo con questo stato d'animo: mi sentivo così bene, con gli angoli e i lati tutti al loro posto, nella mattina gelata. Ancora due parole, più che altro per il piacere di essere ospite di me stessa presso questa lampada fedele. Alcune cose terra terra. M'accorgo che alzarmi presto mi fa un gran bene. E trovo sempre che l'acqua fredda è una cosa quasi eroica. Sono fondamentalmente una persona molto sana, la cosa principale è l'equilibrio spirituale, il resto funziona allora da sé. La colazione rallegrata da una coscia di pollo. Cara mamynka che traduce tutto il suo amore in cosce di pollo e uova sode. Il treno per Deventer. Quando vedo tanti visi intorno a me, voglio scrivere un romanzo. Abelardo e Eloisa. Il paesaggio ampio, quieto e anche un po' triste, guardavo fuori dalla finestra ed era come se viaggiassi attraverso il paesaggio della mia anima. Paesaggio dell'anima. Spesso il paesaggio esterno è per me lo specchio di quello interno. Giovedì pomeriggio un pochino lungo l'Ijssel. Paesaggio ampio, sereno e pieno di luce. Anche lì la sensazione di camminare per la mia anima. Che modo stomachevole di dire le cose, sta' zitta. La mamma. Di colpo quell'ondata di amore e di compassione che cancellava tutte le piccole irritazioni. Cinque minuti dopo ero naturalmente irritata di nuovo. Ma più tardi, quel giorno o quella sera, m'è venuto di pensare: forse, quando sarai molto vecchia, io passerò un po' di tempo con te, ti spiegherò cos'hai dentro e ti libererò dalla tua irrequietezza, perché pian piano comincio a capire come sei combinata. La mamma, che a un certo punto diceva: sì, in fondo sono religiosa. 'Tante Piet' aveva usato quasi le stesse parole qualche giorno fa, era davanti al camino: in fondo sono religiosa. E' quell'«in fondo» che conta nel suo atteggiamento. Le persone si abituano a ometterlo - a non avere il coraggio di dir di sì ai loro sentimenti più profondi. Che voleva dire con «in fondo»? Sono riconoscente, non so dire ancora quanto, perché lo posso conoscere nella fase migliore della sua vita. Riconoscente non è la parola. "Le otto di sera." Lo specialista dei polmoni lo ha più o meno deriso per il suo gran torace. A ogni domanda, se avesse tosse o catarro o Dio sa cosa, S. rispondeva invariabilmente: «Purtroppo non posso servirla». E la prima cosa che ha detto tornando nella sala d'aspetto era: «Devo partire subito per Davos». Ho protestato dicendo che in quel caso tutto l'harem sarebbe partito con lui. «Certamente, la Svizzera mi ringrazierà». Per strada dovevo prenderlo in giro in continuazione. E lui minacciandomi: «Aspetta fino a venerdì, quando ci saranno le radiografie». Con gran fatica siamo riusciti a comprare tre limoni da un carretto, pagandoli dieci centesimi ciascuno invece che sette - e avevamo tanta voglia di pasticcini con la panna montata! Così ce ne siamo andati di nuovo in giro per le strade come una bizzarra coppia d'innamorati, io appesa al suo braccio in un atteggiamento un po' voluto e col cappello da cosacco di traverso sulla testa, lui col suo berretto da alpino posato sopra quell'antico paesaggio grigio. Ora sono quasi le otto e mezzo di sera: l'ultima sera di un anno che è stato per me il più ricco e fruttuoso, e insieme il più felice di tutti. E se dovessi spiegare in una parola perché quest'anno è stato così buono - a partire dal 3 febbraio, quando avevo suonato timidamente al 27 della Courbetstraat e un tipo da far paura mi aveva esaminato le mani tenendo un'antenna sulla testa -, allora dovrei dire: per la mia grande presa di coscienza. Il che significa anche poter disporre delle mie forze più profonde. E pensare che una volta appartenevo anch'io a quella categoria di persone che di tanto in tanto pensano di se stesse: sì, in fondo io sono una persona religiosa. O qualcos'altro di positivo. E ora mi capita di dovermi inginocchiare di colpo davanti al mio letto, persino in una fredda notte d'inverno. Ascoltarsi dentro. Non lasciarsi più guidare da quello che si avvicina da fuori, ma da quello che s'innalza dentro. E' solo un inizio, me ne rendo conto. Ma non è più un inizio vacillante, ha già delle basi. Ora sono le otto e mezzo, c'è un camino a gas acceso, tulipani gialli e rossi, ed ecco che spunta fuori una pasticca di cioccolato della zia Hes; ci sono anche tre pigne che vengono dalla brughiera di Laren, accanto alla ragazza marocchina, e a Puskin. Mi sento così 'normale' e così bene - senza quei pensieri terribilmente profondi e tormentosi e quei sentimenti pesanti -, proprio normalissima, però piena di vita e molto profonda, una profondità che sento pure come 'normale'. Devo ancora ricordare l'insalata di salmone, che è pronta per stasera. E ora metto su l'acqua per il tè, la zia Hes sta facendo un golfino all'uncinetto e Pa Han si trastulla con una macchina fotografica - e perché no, poi? Che sia tra questi quattro muri o tra altri quattro, che importa? Tanto, quel che conta è altrove. E stasera spero anche di andare un po' avanti con Jung. "7 gennaio 1942, mercoledì sera, le otto." Oggi pomeriggio lungo il canale bianco di neve, dopo quella scena inaspettata al Consiglio Ebraico: «Sono molto meno sicuro della mia assoluta bravura, che dell'insieme delle mie qualità umane». E più tardi, ognuno attaccato a un cordone del tram numero 24: «Era un bene che lei ci fosse, lei mi stimola sempre perché partecipa a tutto, e io sono un tipo che ha proprio bisogno di un podio». In un modo o nell'altro, io pretendo di dire sempre qualcosa che sia molto spiritoso, acuto e speciale - o altrimenti, di non dire assolutamente nulla. E così finisco per non annotare mai tanti piccoli incidenti comici, perché ho paura di essere 'insulsa' di fronte a me stessa. Adesso, però, voglio provare ad annotare l'episodio di oggi pomeriggio, solo i fatti puri e semplici: anche se proprio i 'semplici fatti' non esistono mai con S., perché l'atmosfera che emana da lui finisce sempre per influenzare le situazioni. Dunque: dovevamo trovarci alle quattro e mezzo al Consiglio Ebraico, eravamo ben poco entusiasti al pensiero di interrogazioni e domande riguardanti la proprietà, «numero di emigrazione», Gestapo, e altre amenità simili. Un giovane dietro un tavolino. Viso sensibile, dolce, intelligente. La «segretaria russa» saltella senza troppa eleganza dietro a S. come se la sua presenza fosse necessaria - apparentemente per quel suo orecchio, in realtà solo per poterci essere anche lei. E anche questa volta ne valeva la pena. Dopo quattro chiacchiere tra S. e quest'individuo dolce e veramente molto simpatico, spunta fuori un omino che tutto entusiasta si avvicina a S. «Buon giorno, signor S.». S. guarda questo tipo, che aveva una meravigliosa testa sarcastica da Mefistofele su un corpo piccolino, non lo riconosce, e gli dice sperando in bene: «Oh, lei dev'essere stato mio allievo». Questo succede in tutta Europa, immagino. Se io cammino per la strada con S., ogni tanti metri c'è qualcuno che gli viene incontro con la mano tesa, e S. dice prontamente: «Oh, lei dev'essere stato mio paziente». Quest'uomo - la cui faccia diabolica, dai tratti marcati e sarcastici, contrastava singolarmente con quella sensibile e dolce del giovane - non aveva frequentato un corso di S. ma lo conosceva attraverso i Nethe, e aveva gran voglia di essere suo paziente. Il tipo mordace dice a quello mite: «Sta' attento al signor S., quello sa tutto di te. Dalle tue mani». E il giovane mite posa immediatamente sul tavolo la sua mano destra, aperta. S., che ha un po' di tempo, acconsente. E' difficile descrivere il seguito. Anche perché quando S. dice: questo è un tavolo, e un altro dice: questo è un tavolo, i due tavoli risultano molto diversi. Le cose che dice lui, anche le più semplici, sembrano più impressionanti, significative, vorrei quasi dire più 'cariche', che se le dicesse un altro - e non perché S. si dia un'aria d'importanza, ma perché le cose in lui sgorgano da sorgenti più profonde, più vive, e anche più profondamente umane. E nel suo lavoro S. cerca l'elemento umano e non quello sensazionale - anche se finisce sempre per svegliare delle sensazioni, proprio perché scandaglia l'uomo in profondità. Dunque, il piccolo ufficio spoglio del Consiglio Ebraico. Il giovane sensibile che teneva le mani sollevate, il Mefisto tutto attento, e S. che, dopo un paio di osservazioni, riusciva a creare un contatto umano molto forte col primo. E nota bene che eravamo venuti per esser interrogati sulle nostre proprietà. Non ricordo esattamente tutte le osservazioni di S., ma una era questa: lei fa bene il suo lavoro, però va contro la sua vera natura. E di sfuggita: tanto introverso. No, è troppo difficile da rendere. Da brava allieva collaboravo valorosamente, osservando tra l'altro: ha anche qualcosa di femminile e di sensibile. E venivano fuori capacità che non potevano manifestarsi per sfiducia in se stesso. E anche: quando lei sia messo davanti a una cosa da fare, la farà bene, ma se avesse da scegliere tra cose diverse, sarà insicuro. Eccetera eccetera. In pochi minuti il giovane era per così dire messo a terra, tutto sconcertato: «Ma signor S., quel che lei mi dice in due minuti corrisponde esattamente al risultato di un test che avevo fatto». Dopo di che ha preso un appuntamento con S., e gli ha dato mille consigli per compilare quei moduli. Mi accorgo che non sono affatto tagliata per rendere il lato umoristico di quella situazione inaspettata. Più tardi, sul canale bianco di neve, ce la ridevamo come due scolaretti chiassosi, ripensando allo strano esito di quel caso burocratico: un appuntamento per un consulto e un impiegato che, per un improvviso moto di simpatia, vorrebbe violare la legge in tuo favore, se gli fosse possibile. "11 gennaio le undici e mezzo di sera." Sono contenta che domattina mi aspettino tutti quei piatti da lavare nella cucina in disordine: è una specie di penitenza. Credo di poter capire i monaci, che nelle loro ruvide vesti s'inginocchiano su freddi pavimenti di pietra. Bisogna che rifletta seriamente su queste cose. Stasera sono proprio un po' triste: ma sono stata io a volere quegli abbracci. Lui, quel tesoro, si era appena proposto di vivere in castità per parecchie settimane, pensando alla Gestapo dove dovrà presentarsi tra non molto: quasi per poter irradiare nient'altro che bontà e purezza, per attirare su di sé i buoni spiriti del cosmo. Perché poi uno non dovrebbe crederci? Ed ecco che una sfrenata ragazza chirghisa viene a confondergli quei sogni. Gli ho chiesto se stasera, ripensandoci dal suo letto, ne avrebbe provato dispiacere. No, ha risposto, «io non rimpiango mai nulla, era bello, e mi sono reso conto che esiste ancora un 'luogo terrestre' dentro di me». Invece per me un improvviso ravvicinamento fisico nasce sempre da una «vicinanza spirituale», ed è buono proprio per questo. E che cosa ne cavo, poi? Soltanto tristezza e la coscienza che con gli abbracci non riesco a esprimere quel che provo per un altro; e la sensazione che un uomo mi sfugge proprio quando è fra le mie braccia. Io provo più piacere e desiderio nel guardare la sua bocca che nel sentirla sulla mia. In rarissimi momenti questo mi procura persino una sorta di felicità, per dirla con un parolone. E stanotte mi addormenterò accanto a Han, per pura tristezza. Com'è tutto caotico. Ora lo so: S. prega dopo essersi 'tolto' i denti. Del resto è logico: si deve prima aver chiuso i conti con tutte le faccende terrene. Pare che io sia in un periodo di grande fioritura, irradio luce in tutte le direzioni, dice S., e lui ne gode insieme con me. Un anno fa ero proprio una moribonda, con le mie sieste di due ore e il mio mezzo chilo di aspirine al mese, era una situazione da far paura. Ormai è «letteratura antica», mi sembrano così lontani i problemi che avevo allora. Ho dovuto percorrere un cammino faticoso per ritrovare quel gesto intimo verso Dio, la sera alla finestra, per poter dire: ti ringrazio, Signore. Nel mio mondo interiore regnano tranquillità e pace. E' stato proprio un cammino faticoso. Ora sembra tutto così semplice e così ovvio. Questa frase mi ha perseguitata per settimane: «Bisogna osar dire che si crede». Osar pronunciare il nome di Dio. In questo momento, un po' fiacca e stanca e triste e non del tutto contenta di me stessa, non sento così, ma so che questo sentimento esiste. Stasera non dirò certo niente a Dio, anche se sento il desiderio di quelle pietre fredde, di riflettere, di prendere le cose sul serio. Le cose del corpo. Il mio temperamento va ancora troppo per la sua strada, non è in armonia con l'anima. Credo però di possedere questo desiderio di armonia, anche se dubito sempre più che lo stesso uomo possa andarmi bene, corpo e anima. Certo però che la mia tristezza è diversa da quella di un tempo. Non cado più così in basso, e nella mia tristezza è già insita una possibilità di ripresa. Una volta, quando ero triste, pensavo che avrei continuato a esserlo per tutta la vita: ora so che anche quei momenti fanno parte del mio ritmo vitale, e che è un bene che sia così. Ho di nuovo fiducia, una grandissima fiducia, anche in me stessa. Credo nella serietà del mio impegno, e so che col tempo riuscirò a amministrare bene la mia vita. Certe volte, quando sono sola, penso a lui con un amore tanto profondo e riconoscente: «Mi sei così vicino, che vorrei dividere le tue notti con te». Questi sono per me i momenti forti della mia relazione con lui. Può darsi benissimo che una notte simile si rivelerebbe un disastro. C'è qualcosa che non va? E ora buona notte, perché mi accorgo che sto dicendo delle grandi sciocchezze dal sonno che ho. Ah, quei piatti da lavare domattina! Però il suo corpo non lo voglio proprio, anche se certe volte sono pazzamente innamorata di lui: dipende dal fatto che gli voglio bene in modo così profondo, quasi 'cosmico' - un modo che col corpo non si riesce neppure a esprimere? Tide e io siamo le due persone più vicine a S., e siamo due opposti. Dobbiamo volerci molto bene anche noi. Oggi pomeriggio, quando lei ci ha accompagnati alla porta e ha dato un bacio a tutti e due, c'era per un momento una meravigliosa intimità fra noi tre. E ora andrai finalmente a letto? "19 febbraio 1942, giovedì pomeriggio, le due." Se dovessi dire che cosa mi ha fatto più impressione oggi, direi che sono state le grosse mani piene di geloni di Jan Bool. Di nuovo qualcuno è stato torturato a morte: quel dolce ragazzo della Libreria «Cultura». Ricordo che suonava il mandolino; aveva una ragazza simpatica che era poi diventata sua moglie, e c'era anche un bambino. «Quelle bestie» diceva Jan Bool nel corridoio affollato dell'Università. Lo hanno fatto a pezzi. E Jan Romein e Tielrooy e diversi altri tra i professori più vecchi e più fragili. Ora sono prigionieri in una baracca piena di correnti, in quello stesso parco di Veluwe dove, in una pensione accogliente, avevano trascorso le loro vacanze estive. Non hanno neppure il permesso di indossare il pigiama, non possono avere nulla con sé, raccontava Aleida Schot nel buffet. Vogliono abbrutirli completamente, vogliono fargli venire un sentimento d'inferiorità. Moralmente sono forti abbastanza, i nostri uomini, ma la salute dei più è davvero molto fragile. Pos si trova in un convento a Haren, e scrive un libro: così vien detto. C'era un grande sconforto stamattina a lezione. Ma una luce c'era: una breve, inaspettata conversazione con Jan Bool mentre attraversavamo il freddo e stretto Langebrugsteeg, e poi aspettando il tram. Jan chiedeva con amarezza: cosa spinge l'uomo a distruggere gli altri? E io: gli uomini, dici - ma ricordati che sei un uomo anche tu. E inaspettatamente, quel testardo, brusco Jan era pronto a darmi ragione. Il marciume che c'è negli altri c'è anche in noi, continuavo a predicare, e non vedo nessun'altra soluzione, veramente non ne vedo nessun'altra, che quella di raccoglierci in noi stessi e di strappar via il nostro marciume. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi. E' l'unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove. E Jan era pronto a essere d'accordo con me, aperto e perplesso e non più attaccato alle durissime teorie sociali di un tempo. Diceva: sono anche così a buon prezzo, i sentimenti vendicativi rivolti verso l'esterno - vivere solo in funzione di quell'unico momento di vendetta: questo non ci interessa proprio. Stavamo lì al freddo ad aspettare il tram, Jan con le sue grandi mani viola per i geloni, e col mal di denti. E non erano teorie: i nostri professori sono imprigionati, un altro amico di Jan è stato ammazzato, ma c'è ancora dell'altro - troppo per farne un elenco -, e noi ci dicevamo: sono così a buon prezzo, quei sentimenti di vendetta. Era proprio una luce, oggi. E ora un po' a dormire, e poi a far conoscenza con quell'amica di Rilke. Tutto va sempre avanti, e perché no! Dovrei scrivere un po' più spesso su queste righine blu: ma c'è troppo poco tempo. "25 febbraio, mercoledì." Sono le sette e mezzo di mattina. Mi sono tagliata le unghie dei piedi, ho bevuto un bicchiere di vero cacao van Houten e mangiato una fetta di pane imburrato con miele, il tutto con quel che si dice 'abbandono'. Ho aperto a casaccio la Bibbia ma stamattina non dava risposta. Non importa molto, del resto, non c'erano vere domande da fare, c'è solo una gran fiducia e riconoscenza che la vita sia tanto bella, e perciò questo è un momento storico: non perché tra poco io devo andare con S. alla Gestapo, ma perché trovo ugualmente bella la vita. "27 febbraio, venerdì mattina, le dieci." [...] Mi sembra presuntuoso affermare che un uomo possa determinare il proprio destino dall'interno. Quel che invece un uomo ha in mano è il proprio orientamento interiore verso il destino. I fatti esterni non bastano per capire la vita di una persona: bisogna conoscerne i sogni, il rapporto con la famiglia, gli stati d'animo, le delusioni, la malattia e la morte. [...] Mercoledì mattina presto, quando con un gruppo numeroso ci siamo trovati in quel locale della Gestapo, i fatti delle nostre vite erano tutti uguali: eravamo tutti nello stesso ambiente, gli uomini dietro la scrivania come quelli che venivano interrogati. Ciò che qualificava la vita di ciascuno era l'atteggiamento interiore verso quei fatti. Si notava subito un giovane che camminava su e giù con un'espressione palesemente scontenta, assillato e tormentato. Cercava in continuazione pretesti per urlare a quei disgraziati ebrei: «Mani fuori dalle tasche per favore...», eccetera. Per me era da compiangere più di coloro a cui stava urlando; e questi, a loro volta, facevano pena nella misura in cui erano impauriti. Quando mi sono presentata davanti alla scrivania, mi ha urlato improvvisamente: «Che ci trova di ridicolo?». Avrei risposto volentieri: «Niente, tranne lei», ma per diplomazia m'è parso meglio lasciar stare. «Lei ride tutto il tempo» continuava a urlare lui. E io in tutta innocenza: «Non me ne accorgo proprio, è la mia faccia normale». E lui: «Per favore non dica scemenze, vada fffuori», con una faccia che voleva dire: tra poco mi sentirai. Credo che questo fosse il momento psicologico in cui avrei dovuto spaventarmi a morte, ma quel trucco l'ho capito troppo in fretta. In fondo, io non ho paura. Non per una forma di temerarietà, ma perché sono cosciente del fatto che ho sempre a che fare con degli esseri umani, e che cercherò di capire ogni espressione, di chiunque sia e fin dove mi sarà possibile. E il fatto storico di quella mattina non era che un infelice ragazzo della Gestapo si mettesse a urlare contro di me, ma che francamente io non ne provassi sdegno - anzi, che mi facesse pena, tanto che avrei voluto chiedergli: hai avuto una giovinezza così triste, o sei stato tradito dalla tua ragazza? Aveva un'aria così tormentata e assillata, del resto anche molto sgradevole e molle. Avrei voluto cominciare subito a curarlo, ben sapendo che questi ragazzi sono da compiangere fintanto che non sono in grado di fare del male, ma che diventano pericolosissimi se sono lasciati liberi di avventarsi sull'umanità. E' solo il sistema che usa questo tipo di persone a essere criminale. E quando si parla di sterminare, allora che sia il male nell'uomo, non l'uomo stesso. Un'altra cosa ancora dopo quella mattina: la mia consapevolezza di non essere capace di odiare gli uomini malgrado il dolore e l'ingiustizia che ci sono al mondo, la coscienza che tutti questi orrori non sono come un pericolo misterioso e lontano al di fuori di noi, ma che si trovano vicinissimi e nascono dentro di noi. E perciò sono molto più familiari e assai meno terrificanti. Quel che fa paura è il fatto che certi sistemi possano crescere al punto da superare gli uomini e da tenerli stretti in una morsa diabolica, gli autori come le vittime: così, grandi edifici e torri, costruiti dagli uomini con le loro mani, s'innalzano sopra di noi, ci dominano, e possono crollarci addosso e seppellirci. "12 marzo 1942, giovedì sera, le undici e mezzo." Era indescrivibilmente bello, Max (16) - la nostra tazza di caffè e la cattiva sigaretta e la nostra passeggiata a braccetto per la città oscurata, e il fatto che noi due camminassimo insieme. Chi conosce la nostra storia, come si meraviglierebbe di questo strano incontro, così, senza alcun motivo - tranne che Max vuole sposarsi e desiderava avere un consiglio da me: buffo, proprio da me. E questo era appunto così bello - che uno riveda l'amico di gioventù e lo possa rispecchiare nella propria accresciuta maturità. Max diceva all'inizio della serata: non so cosa sia, ma qualcosa in te è cambiato. Sei diventata una vera donna. E alla fine: no, non sei cambiata in peggio, non voglio dire questo, i tuoi tratti, la tua mimica, tutto è ancora vivace e espressivo come una volta, ma dietro queste cose c'è ora una così grande chiarificazione, è bello stare con te, e mi puntava ancora un momento la lampadina in faccia, rideva, come riconoscendomi con un cenno del capo, e annuiva: sì, sei proprio tu. E allora le nostre guance si sono sfiorate in un modo insieme goffo e familiare, e siamo partiti in direzioni opposte. E' stato davvero indescrivibilmente bello. E per quanto possa sembrare paradossale: forse era la prima volta in cui siamo stati veramente bene insieme. Mentre camminavamo, Max ha detto d'un tratto: forse, col passar degli anni, tu e io potremo ancora diventare veri amici. E così nulla va perso. Le persone ritornano, e interiormente puoi continuare a vivere con loro finché, qualche anno più tardi, sono di nuovo unite a te. L'8 marzo scrivevo a S.: «Una volta la mia passionalità non era nient'altro che un aggrapparsi disperato a che cosa precisamente? A qualcosa a cui non ci si può affatto aggrappare col corpo». Ed era proprio al corpo di Max, dell'uomo che questa sera camminava fraternamente accanto a me, che allora mi ero aggrappata in una disperazione insopportabile. E questo appunto, in qualche modo, dava gioia: il fatto che fosse rimasto tutto ciò, il buon scambio fiducioso dei nostri pensieri, il breve reciproco indugiare nell'atmosfera dell'altro, l'evocare ricordi che non facevano più male, mentre una volta ci eravamo letteralmente distrutti a forza di vivere intensamente; e anche il constatare per un momento, con la massima tranquillità: è vero, eravamo proprio degli esaltati. Ma era proprio di nuovo Max che chiedeva: hai avuto allora un'altra relazione? E io con due dita per aria. Più tardi, quando ho accennato al fatto che avrei forse sposato un emigrato per poter stargli vicina se fosse stato mandato in un campo, ha avuto un attimo di sconcerto. Salutandomi, ha detto: mi prometti che non farai stupidaggini? Ho tanta paura che una volta o l'altra tu vada in pezzi. E io: io non mi rompo mai e in nessun posto. E volevo ancora aggiungere un'altra cosa, ma a quel punto eravamo già troppo distanti: se tu vivi interiormente, forse non c'è neanche tanta differenza tra essere dentro o fuori di un campo. Sarò capace di assumere la responsabilità di queste parole di fronte a me stessa, sarò capace di viverle? Non possiamo farci molte illusioni. La vita diventerà molto dura e saremo di nuovo separati, tutti noi che ci vogliamo bene. Credo che quel tempo non sia più molto lontano. E' sempre più necessario prepararci interiormente. Mi piacerebbe leggere le lettere che gli scrivevo a diciotto anni. Max diceva: sono sempre stato così ambizioso per te, mi aspettavo che avresti scritto dei gran libri. E io: Max, quelli verranno; hai fretta? Io so scrivere, e so che avrò pure qualcosa da dire. Ma perché non dovremmo aver pazienza? Sì, lo so che sai scrivere. Ogni tanto rileggo le tue lettere, è vero che sai scrivere. E' però consolante che queste cose possano ancora succedere in un mondo lacerato. Forse, queste possibilità sono assai più grandi di quanto non ammettiamo di fronte a noi stessi: che un amore giovanile improvvisamente ritrovi se stesso, e guardi indietro sorridendo al proprio passato - e che si sia riconciliato con questo passato. Così è successo a me; io ho dato il tono a questa sera e Max mi ha seguita, e questo era già tanto. E così, anche, tutto non è più un caso, una piccola "Spielerei" di quando in quando, un'avventura avvincente. Si ha la sensazione di aver un 'destino' in cui i fatti si innescano in una successione ricca di significato. E se penso a come noi due camminavamo insieme per la città buia, maturati e inteneriti sul nostro passato e con la sensazione che avremmo avuto ancora molto da raccontarci, lasciando però insieme nel vago quando ci saremmo rivisti - forse ci vorrà ancora qualche anno -, allora mi sento seriamente e profondamente grata che una cosa simile sia possibile in una vita. Ora è quasi mezzanotte e vado a dormire. Sì, è stato molto bello. E alla fine di ogni giornata sento il bisogno di dire: la vita è davvero bella. Davvero, mi sto facendo una mia opinione su questa vita - un'opinione che so persino difendere davanti agli altri, e questo dice non poco sulla ragazzina timida che sono sempre stata. E ci sono dei discorsi come quello di ieri sera con Jan Polak, in cui le parole diventano testimonianza. "Martedì mattina, le nove e mezzo." Ieri sera, mentre andavo da lui in bicicletta, avevo dentro un grande e dolce desiderio di primavera. E mentre pedalavo sognando sull'asfalto della Larissestraat tutta impaziente di vederlo, d'un tratto mi son sentita accarezzare da una tiepida aria di primavera e ho pensato: anche questo va bene. Perché non si potrebbe provare un grande e tenero trasporto amoroso per una primavera, per tutti gli uomini? E si può anche fare amicizia con un inverno, con una città o con una campagna. Mi ricordo il faggio rosso-vino della mia adolescenza. Avevo un rapporto speciale con quella pianta. Alla sera ero capace improvvisamente di provarne nostalgia e allora andavo a cercarla, facevo mezz'ora di bicicletta e poi le giravo intorno, presa e incantata dalla vista di quell'albero rosso-sangue. Sì, perché non si potrebbe avere un'esperienza amorosa con una primavera? E la carezza di quell'aria era così tenera e così universale che le mani di un uomo, anche le sue, mi sembravano ruvide al confronto. Così sono arrivata a casa sua. La piccola camera da letto prendeva un po' di luce dallo studio, entrandovi ho visto il suo letto pronto per la notte, e sopra il letto s'incurvava un ramo carico di orchidee profumate. E sul tavolino vicino ai suoi guanciali c'erano dei narcisi, così gialli, così straordinariamente gialli e giovani. Quel letto pronto, le orchidee e i narcisi - non c'è neppure bisogno di coricarsi insieme in un letto così, mentre sostavo un momento nella camera in penombra era proprio come se avessi trascorso un'intera notte d'amore. Lui era seduto al suo piccolo scrittoio, e di nuovo notavo che la sua testa era come un paesaggio grigio corroso dal tempo, antichissimo. Ecco, una persona deve aver pazienza. Il tuo desiderio dev'essere come una nave lenta e maestosa che naviga per oceani infiniti, e non cerca un luogo in cui gettar l'ancora. E d'un tratto, inaspettatamente, lo trova per un momento. Ieri sera ha trovato per un poco il suo porto. Eppure sono passati solo quattordici giorni da quando ero stata così sfrenata, e l'avevo attirato a me facendo in modo che mi cadesse addosso, e poi avevo pensato che sarei morta dall'infelicità. E solo una settimana fa mi son lasciata scivolare fra le sue braccia e in un modo o nell'altro ero poi infelice, perché in quella situazione c'era un che di sforzato. Ma quelle tappe devono pur essere state necessarie per arrivare a questo scivolare dolcemente l'uno verso l'altro, a questa intimità, a questo esserci reciprocamente cari e buoni. Una sera come questa conserva nel ricordo tutta la sua grandezza. E forse non si ha neppur bisogno di tante sere così, per aver ugualmente la sensazione di possedere una piena e ricca vita amorosa. "Di sera, le nove." La mia marocchina dall'aria grave guarda di nuovo nel giardino di fiori, o piuttosto, come sempre, ci passa sopra con lo sguardo dei suoi occhi scuri, che sono limpidi e animaleschi al tempo stesso. I piccoli crochi, gialli e violetti e bianchi, penzolano spossati sull'orlo della scodellina del cioccolato in polvere, rispetto a ieri sono quasi del tutto avvizziti. E quelle campanule gialle nel trasparente cristallo verde - come vi chiamate, voi? Le ha comprate S., in uno slancio di primavera. E ieri sera era già arrivato con quel mazzo di tulipani. Piccolo bocciolo rosso e ancor più piccolo bocciolo bianco, così chiusi, così inaccessibili e insieme così indicibilmente dolci, ho dovuto guardarvi tutto il tempo oggi pomeriggio, durante la musica di Hugo Wolf. C'era anche il Rijksmuseum dietro le finestre, fresco e nuovo nei suoi contorni come una provocazione, e insieme così vecchio e familiare. Ci è stato proibito di passeggiare sul Wandelweg, ogni misero gruppetto di due o tre alberi è dichiarato bosco e allora sulle piante è inchiodato un cartello con la scritta: vietato agli ebrei. Questi cartelli diventano sempre più numerosi, dappertutto. E ciò nonostante, quanto spazio in cui si può ancora stare e essere lieti e far musica e volersi bene. Glassner (17) aveva portato un sacchetto di carbone, Tide un po' di legna, S. zucchero e biscottini, io avevo del tè, e la nostra piccola artista vegetariana svizzera arrivava qui con un grosso cake. Prima S. ci ha letto qualcosa su Hugo Wolf. E mentre leggeva alcuni passaggi su quella vita tragica, il suo viso gli tremava un poco, intorno alla bocca. Anche per questo mi è tanto caro: è così vero. E ogni parola che dice, canta, o legge, la vive. Quindi se legge cose tristi, diventa veramente triste anche lui. Trovo commovente quand'è così emozionato che sembra stia quasi per piangere: allora piangerei volentieri un pochino con lui. Quel Glassner, che continua a far progressi al piano. Oggi pomeriggio gli ho detto di nascosto: ti accompagniamo nella tua crescita, silenzioso Glassner. Ci sono momenti in cui d'un tratto, quasi fisicamente, capisco come un artista creativo possa cadere nel bere, abbandonarsi agli eccessi, smarrirsi completamente, eccetera eccetera. Un artista ha veramente bisogno di un carattere molto forte per non sfasciarsi moralmente, per non cadere in abissi senza limiti. Non saprei proprio descrivere questo fenomeno. A volte mi capita con molta intensità: tutta la mia tenerezza, le mie forti emozioni, quel mare dell'anima molto mosso, lago dell'anima, oceano dell'anima o come dir si voglia, vorrei poterli riversare in un'unica piccola poesia, ma sento pure che nel caso ci riuscissi, vorrei immediatamente buttarmi a rompicollo in un abisso, vorrei ubriacarmi. Dopo un'azione creativa uno dovrebbe esser trattenuto dalla propria forza di carattere, da una morale che offra un appiglio, da non so che cosa, per non cadere Dio sa in quali profondità. E per quale oscuro impulso? Io lo sento in me, nei momenti interiori più fecondi e creativi - quando dentro di me si alzano dei demoni, e forze distruttive e autodistruttive si mettono in agguato. Non è neppure il normale desiderio che si ha dell'altro, dell'uomo, è qualcosa di più cosmico, universale, inarrestabile. Sento però che anche in quei momenti io comincio a controllarmi. Allora provo di colpo il bisogno di inginocchiarmi in un angolino tranquillo, di tenermi a freno e ben raccolta in me stessa, di vegliare a che le mie forze non si disperdano in una regione senza limiti. Alla fine di questo pomeriggio, ho trovato per un momento una barriera che mi ha fermata e contenuta: il limpido sguardo grigio chiaro di S. che mi ha completamente assorbita, e la sua cara grossa bocca. Per un momento mi sono sentita al sicuro, trattenuta da quello sguardo. Ma tutto il pomeriggio avevo errato per uno spazio illimitato dove non c'erano confini a tenermi: e allora poi un limite lo si trova di colpo, quello per cui non si sopporta più la sconfinatezza - e dalla disperazione che si prova, ci si può abbandonare agli eccessi. Quell'intreccio di rami scuri nella luce chiara e trasparente della primavera! Stamattina, al mio risveglio, trovavo le cime degli alberi dietro la mia finestra. E oggi pomeriggio, un piano più in basso, dietro le larghe finestre trovavo i tronchi. Il bocciolo rosso di tulipano e quello bianco, inclinati l'uno verso l'altro, il nobile pianoforte a coda nero e misterioso e complicato, un essere a sé, e dietro le finestre i rami scuri contro il cielo chiaro e più in là ancora il Rijksmuseum. E S., un momento estraneo, eppure familiare, molto lontano e insieme molto vicino, d'un tratto un brutto antichissimo gnomo, poi di nuovo uno zio benevolo un po' appesantito e ghiotto di biscotti, poi ancora lo "charmeur" dalla voce calda - sempre diverso, il mio amico ma insieme lontano. "26 aprile 1942." Ecco un piccolo anemone rosso, un po' sbattuto per aver festeggiato troppo! Ma fra un po' di anni lo ritroverò tra queste pagine - sarò diventata una matrona, allora, prenderò in mano questo fiore disseccato e dirò con nostalgia: ecco, questo anemone l'avevo tra i capelli per il cinquantacinquesimo compleanno del grande, indimenticabile amico della mia giovinezza. Era il terzo anno della seconda guerra mondiale, mangiavamo clandestinamente maccheroni e bevevamo caffè vero - con cui Liesl «era diventata brilla» -, eravamo tutti così allegri e ci chiedevamo a che punto sarebbe stata la guerra al prossimo compleanno; io avevo fra i capelli questo anemone rosso e qualcuno diceva: sei proprio un miscuglio di russo e spagnolo, e un tale, quello svizzero biondo dalle grosse sopracciglia, diceva: una Carmen russa, dopo di che gli ho chiesto di recitarci una poesia su Guglielmo Tell col suo buffo erre svizzero. Poi siamo tornati a piedi passando per quelle vie familiari di Amsterdam Sud e siamo prima saliti sul suo terrazzino fiorito. Intanto Liesl ci aveva preceduti a casa sua e si era infilata un vestito di lucente seta nera, ben stretto sul corpo magrolino e con larghe maniche trasparenti azzurre, lo stesso azzurro sui piccoli seni bianchi. E pensare che è madre di due bambini - così magra e fragile. Allo stesso tempo, ha come una forza primordiale. E Han aveva un'aria così disinvolta e intraprendente e sul suo cartoncino a tavola c'era scritto: amante eternamente giovane, padre di eroine, una definizione che lui accettava protestando. Più tardi Liesl mi ha detto: «Potrei innamorarmi di quest'uomo». Ma ciò che ha dato spicco alla serata, per lo meno per me, è stato questo: erano circa le undici e mezzo, nell'altra stanza Liesl era seduta al pianoforte, S. su una sedia davanti a lei, io appoggiata a lui; Liesl ha chiesto qualcosa, di colpo ci siamo trovati immersi nella psicologia, e S., con la sua faccia intensa e espressiva, ha cominciato a spiegarglielo - chiaro, vivace e disponibile come sempre. E pensare che aveva dietro di sé una giornata di lettere e fiori e persone e traffico, di organizzazione di un pranzo e essere capotavola, e più tardi vino e ancora vino - cosa che lui non sopporta tanto bene - e dev'essere stato ben stanco, ma quando gli capita qualcuno con una qualunque domanda sui grossi problemi di questa vita, subito s'impegna, 'c'è'. In quel momento, S. avrebbe potuto parlare da una cattedra a un pubblico attento - e a Liesl è venuto di colpo un faccino commosso sopra tutto quell'azzurro trasparente, e guardandolo con occhi spalancati ha balbettato in quel suo modo commovente: «Trovo toccante che lei sia così». Io mi sono appoggiata ancor di più a S., ho accarezzato la sua testa così buona e espressiva e ho detto a Liesl: è vero, ciò che più colpisce in S. è proprio la sua prontezza e disponibilità, il suo aver sempre una risposta per te - e così le ore passate insieme acquistano un significato profondo, non si perde mai tempo. E S. ha fatto una faccia meravigliata, quasi un po' infantile, con un'espressione che non riesco ancora affatto a descrivere, è da un anno che cerco le parole, e ha detto: «Ma non è così con tutti?». Ha baciato la piccola Liesl sulle guance e sulla fronte e mi ha attirata più vicino al suo ginocchio, e io ho dovuto di colpo pensare a Liesl, un paio di settimane fa, sul suo tetto al sole: «Mi piacerebbe passare qualche giorno con S. e con te...». S. diceva: non bisogna mai toccare i limiti, bisogna che rimanga sempre qualcosa per la fantasia. "18 maggio 1942." [...] Le minacce e il terrore crescono di giorno in giorno. M'innalzo intorno la preghiera come un muro oscuro che offra riparo, mi ritiro nella preghiera come nella cella di un convento, ne esco fuori più 'raccolta', concentrata e forte. Questo ritirarmi nella chiusa cella della preghiera diventa per me una realtà sempre più grande, e anche un fatto sempre più oggettivo. La concentrazione interna costruisce alti muri fra cui ritrovo me stessa e la mia unità, lontana da tutte le distrazioni. E potrei immaginarmi un tempo in cui starò inginocchiata per giorni e giorni - sin quando non sentirò di avere intorno questi muri, che m'impediranno di sfasciarmi, perdermi e rovinarmi. "26 maggio, martedì mattina, le nove e mezzo." Ho camminato lungo la riva, in un vento tiepido e rinfrescante al tempo stesso. Siamo passati davanti a lillà, roselline e soldati tedeschi che montavano la guardia. Abbiamo parlato del nostro futuro e del fatto che preferiremmo rimanere insieme. Non posso assolutamente descrivere com'era, ieri. Tornando a casa nella notte tiepida, così pigra e leggera dopo il Chianti bianco, ho ritrovato improvvisamente quella certezza che ora, con un portapenne in mano, è di nuovo sparita: un giorno scriverò. Le lunghe notti che passerò seduta a scrivere saranno le mie notti migliori. E allora verrà fuori tutto quel che accumulo dentro, scorrerà pian piano come una corrente senza fine. "Di sera, dopo cena." [...] Oggi ancora: Michelangelo e Leonardo. Anche loro sono nella mia vita, e la riempiono. Dostoevskij e Rilke e sant'Agostino. E gli Evangelisti. Frequento un'ottima società! E non c'entra più il «bello spirito da letterato» di un tempo: ognuno di loro ha qualcosa di vero da raccontarmi, e molto da vicino. Certe cose di Michelangelo mi hanno presa inaspettatamente alla gola, è stato un incontro di grande immediatezza. «Ci si abbandonava smodatamente alle proprie tristezze, sino all'autodistruzione»: è diventata una frase leggendaria. Ora non succede più. Anche nei giorni di grande stanchezza e tristezza non mi lascio più cadere così in basso. La vita rimane una corrente ininterrotta, forse in questi giorni un po' più lenta e ostacolata, ma continua tuttavia a scorrere. Non dico più: sono così infelice, non so più che fare, questo non m'importa più niente. Una volta, avevo ogni tanto la pretesa di essere la persona più infelice di questa terra. Dio, certe volte non si riesce a capire e ad accettare ciò che i tuoi simili su questa terra si fanno l'un l'altro, in questi tempi scatenati. Ma non per questo io mi rinchiudo nella mia stanza, Dio: continuo a guardare le cose in faccia e non voglio fuggire dinanzi a nulla, cerco di comprendere i delitti più gravi, cerco ogni volta di rintracciare il nudo, piccolo essere umano che spesso è diventato irriconoscibile. In mezzo alle rovine delle sue azioni insensate. Io non me ne sto qui, in una stanza tranquilla ornata di fiori, a godermi Poeti e Pensatori glorificando Iddio, questo non sarebbe proprio tanto difficile, né credo di esser così estranea al mondo come dicono inteneriti i miei buoni amici. Ogni persona ha la sua realtà, lo so, ma io non sono un sognatore visionario, una «bell'anima» ancora un po' adolescente (Werner diceva del mio 'romanzo': «Da una bell'anima a una grande anima»). Io guardo il tuo mondo in faccia, Dio, e non sfuggo alla realtà per rifugiarmi nei sogni - voglio dire che anche accanto alla realtà più atroce c'è posto per i bei sogni -, e continuo a lodare la tua creazione, malgrado tutto! Tra poco, quando lui mi telefonerà e mi chiederà col suo tono inquisitorio: «E allora, come sta?», potrò rispondere sinceramente: «Sopra molto bene, sotto molto male!». Spesso, nel momento in cui vengono toccati, i problemi sono già quasi risolti. Per lo meno in psicologia è così, nella vita forse è molto diverso. D'un tratto mi sono resa conto che collego troppo le mie malattie con S., e l'ho notato in una goffa frasetta: e così, con una piccola improvvisa cesura, mi sono staccata di un altro trattino da lui, e tra poco lo incontrerò dopo essermi guadagnata un altro pezzetto di libertà. Il processo di reciproco avvicinamento è dunque parallelo a quello della reciproca liberazione. In giorni di gran debolezza forse, senza accorgermene, io m'aggrappo alla sua forza come alla mia salvezza. Allo stesso tempo, quella forza sovrabbondante mi scoraggia, perché mi sento impari, temo di non tenerle dietro. Né l'una né l'altra sono la reazione giusta. La mia guarigione e rigenerazione devono venire dalle mie forze, non dalle sue. E in periodi come questo la sua dirompente forza vitale può anche irritarmi o spaventarmi, ma forse questo capita spesso a una persona malata nei riguardi di una sanissima, perché si sente come diseredata. "Sabato mattina, le sette e mezzo." [...] I rami nudi che si arrampicano lungo la mia finestra si sono coperti di giovani foglioline verdi. Un vello di riccioli sui loro nudi e duri corpi di asceti. Già - com'era ieri, nella mia cameretta? Ero andata a dormire presto, dal mio letto guardavo fuori attraverso la grande finestra aperta. Ed era come se la vita con tutti i suoi segreti mi fosse nuovamente accanto, come se la potessi toccare. Avevo la sensazione di riposare sul suo petto nudo, di sentire il battito regolare e leggero del suo cuore. Ero fra le nude braccia della vita e ci stavo così sicura e protetta. Pensavo: com'è strano. C'è la guerra. Ci sono campi di concentramento. Piccole barbarie si accumulano di giorno in giorno. Camminando per le strade, io so che in quella casa c'è un figlio in prigione, in quell'altra un padre preso in ostaggio, o un figlio diciottenne condannato a morte. E questo capita a due passi da casa mia. So quanto la gente è agitata, conosco il grande dolore umano che si accumula e si accumula, la persecuzione e l'oppressione, l'odio impotente e il sadismo: so che tutte queste cose esistono, e continuo a guardar bene in faccia ogni pezzetto di realtà nemica. Eppure, in un momento di abbandono, io mi ritrovo sul petto nudo della vita e le sue braccia mi circondano così dolci e protettive, e il battito del suo cuore non so ancora descriverlo: così lento e regolare e così dolce, quasi smorzato, ma così fedele, come se non dovesse arrestarsi mai, e anche così buono e misericordioso. Io sento la vita in questo modo, né credo che una guerra, o altre insensate barbarie umane, potranno cambiarvi qualcosa. "Giovedì mattina, le nove e mezzo." In un giorno d'estate come oggi ti senti cullata da mille dolci braccia. Diventi pigra e indolente, ma dentro di te c'è un mondo che lievita verso un destino sconosciuto. E volevo ancora dire questo: quando, tempo fa, lui ha cantato il "Lindenbaum" (18) (mi era piaciuto così tanto, che gli avevo chiesto di cantare un intero bosco di tigli), le pieghe e i lineamenti del suo viso sembravano vecchi, vecchissimi sentieri attraverso un paesaggio antico quanto la creazione stessa. Tempo fa, al tavolino d'angolo da Geiger, il viso giovane e fine di Münsterbergen ha fatto capolino tra quello di S. e il mio; d'un tratto mi sono resa conto, quasi con sconcerto, di quanto sia vecchia la sua faccia, proprio come se le siano passate sopra molte vite invece che una sola. Ho avuto un piccolo contraccolpo, e come in una fotografia istantanea, ho sentito che non avrei voluto legare per sempre la mia vita alla sua, che sarebbe stata una cosa impossibile. Ma in fondo era una reazione meschina, basata com'era sull'idea convenzionale del matrimonio. La mia vita è comunque legata alla sua, o piuttosto, è collegata alla sua. E non tanto le nostre vite, quanto le nostre anime - mi rendo conto che questo possa suonare piuttosto enfatico, la mattina presto, ma dipende probabilmente dal fatto che non posseggo ancora del tutto la parola 'anima', che non è ancora 'di mia competenza'. E' straordinariamente banale e meschino che nei momenti in cui il suo viso mi piace, io desideri sposarlo, mentre quando mi appare così, così vecchio soprattutto se ha accanto un viso giovane e fresco io pensi allora: no, meglio di no. Sono criteri e reazioni che dovrei cancellare dalla mia vita - che ostacolano un sentimento d'unione veramente grande, oltre i confini di convenzione e matrimonio - o meglio: dell'idea che ce ne facciamo [...]. "Venerdì sera, le sette e mezzo." Oggi pomeriggio ho guardato alcune stampe giapponesi con Glassner. Mi sono resa conto che è così che voglio scrivere: con altrettanto spazio intorno a poche parole. Troppe parole mi danno fastidio. Vorrei scrivere parole che siano organicamente inserite in un gran silenzio, e non parole che esistono solo per coprirlo e disperderlo: dovrebbero accentuarlo, piuttosto. Come in quell'illustrazione con un ramo fiorito nell'angolo in basso: poche, tenere pennellate - ma che resa dei minimi dettagli - e il grande spazio tutt'intorno, non un vuoto, ma uno spazio che si potrebbe piuttosto definire ricco d'anima. Io detesto gli accumuli di parole. In fondo, ce ne vogliono così poche per dir quelle quattro cose che veramente contano nella vita. Se mai scriverò - e chissà poi che cosa? -, mi piacerebbe dipinger poche parole su uno sfondo muto. E sarà più difficile rappresentare e dare un'anima a quella quiete e a quel silenzio che trovare le parole stesse, e la cosa più importante sarà stabilire il giusto rapporto tra parole e silenzio - il silenzio in cui succedono più cose che in tutte le parole affastellate insieme. E in ogni novella, o altro che sia, lo sfondo muto dovrà avere un suo colore e un suo contenuto, come capita appunto in quelle stampe giapponesi. Non sarà un silenzio vago e inafferrabile, ma avrà i suoi contorni i suoi angoli la sua forma: e dunque le parole dovranno servire soltanto a dare al silenzio la sua forma e i suoi contorni, e ciascuna di loro sarà come una piccola pietra miliare, o come un piccolo rilievo, lungo strade piane e senza fine o ai margini di vaste pianure. E' buffo: potrei riempire dei volumi su come vorrei scrivere, ma può darsi benissimo che a parte le ricette io non scriverò mai nulla. Però le stampe giapponesi mi hanno fatto capire a che cosa io aspiri, e mi piacerebbe camminare una volta attraverso paesaggi giapponesi, per capirlo ancor meglio. Del resto credo che un viaggio in Oriente lo farò, in futuro - per trovare in quei luoghi, vissute ogni giorno, quelle cose in cui qui ci si sente soli, in dissonanza. "9 giugno, martedì sera, le dieci e mezzo." Stamattina alla prima colazione notizie più o meno circonstanziate dal ghetto. Otto persone in una cameretta, con la comodità che si può immaginare. Non si capisce, non si riesce a concepire che tutto questo succeda a poche strade da qui, che possa diventare il tuo proprio destino. Stasera, tornando dall'amico vegetariano svizzero verso casa sua - dove il geranio continua a proliferare - gli ho chiesto d'un tratto: dimmi una buona volta, che debbo fare dei miei sensi di colpa quando vengo a sapere che otto persone sono costrette a vivere in una cameretta, mentre io ho quella gran stanza piena di sole, tutta per me? Lui mi ha guardata di traverso con un'espressione piuttosto diabolica e ha risposto: o tu lasci quella stanza (e ha fatto una faccia ironico-interrogativa, come se dicesse: ti ci vedo proprio!), o tu cerchi di capire cosa c'è dietro quei sensi di colpa; forse pensi di non lavorare abbastanza? A quel punto ci ho visto chiaro: è vero, ho detto, il mio lavoro mi permette di rimanere sempre nei mondi elevati dello spirito; e quando vengo a sapere di situazioni come questa, mi domando inconsciamente, o - come ora - consciamente: riuscirei a mandare avanti il mio lavoro con la stessa convinzione e dedizione se abitassi insieme con altre sette persone affamate in una camera sudicia? Per me, questo lavoro spirituale, questa intensa vita interiore hanno valore soltanto a condizione che possano essere proseguiti in qualsiasi circostanza: e se non è possibile nella pratica, almeno nel pensiero. Altrimenti, tutte le cose che faccio ora sono solo 'belle lettere'. Forse quel che mi paralizza un po' è proprio il timore di non poter rimanere me stessa in quelle condizioni, è l'insicurezza di non poter superare quella prova (una volta sarei potuta restare bloccata per settimane, ma probabilmente non credevo ancora nella necessità del mio lavoro). Dovrò ancora dimostrare la validità di quel modo di Essere, se continuerò a vivere come faccio ora: io non so fare l'operaia socialista o la rivoluzionaria politica, questo posso togliermelo dalla testa, anche se i miei sensi di colpa potrebbero ugualmente spingermi in quella direzione. Chiaro che non gli ho detto tutte queste cose durante la nostra breve passeggiata - gli ho detto solo: forse è la mia paura di non superare la prova. E lui, molto serio e 'calmo' insieme: quella prova verrà per tutti noi. Dopo di che ha comprato cinque piccoli boccioli di rosa e me li ha messi in mano dicendo: «Lei non si aspetta mai nulla dal mondo esterno e così finisce sempre per ricevere qualcosa». "Mercoledì mattina, le sette e mezzo." E' così trascinante e ardente, il mio Agostino-a-stomaco-vuoto. Un raffreddore di testa ora non mi fa più perdere completamente l'equilibrio, però non è un piacere. Buon giorno, scrivania disordinata! Lo straccio da spolverare è buttato con negligenza intorno ai miei cinque giovanissimi boccioli di rosa, e "Über Gott" di Rilke è mezzo schiacciato sotto il "Russo per commercianti". L'anarchico Kropotkin se ne sta spiegazzato in un angolo, non è più del tutto di casa, qui. L'ho tirato giù dallo scaffale polveroso di camera mia, volevo rileggere la descrizione di come aveva reagito alla cella del carcere in cui doveva trascorrere qualche anno di prigionia. E se si traspone quella descrizione su un piano interiore, la si può usare come immagine di come dobbiamo reagire di fronte alle norme che sempre più restringono lo spazio in cui possiamo muoverci: si deve valutare subito le possibilità di quello spazio, per angusto che sia, e tradurle in piccole realtà. Mi sono detta: prima di tutto devo badare a rimaner forte, non voglio ammalarmi. Supponiamo che, durante una spedizione al Polo Nord, io sia costretta a trascorrer alcuni anni in quelle regioni: mi terrò in movimento il più possibile, farò esercizi di ginnastica e non mi lascerò logorare dall'ambiente che mi circonda. Dieci passi da un capo all'altro della mia cella sono già qualcosa; moltiplicati per 150, sono una versta. Mi sono proposta di camminare ogni giorno sette verste, circa cinque miglia: due verste al mattino, due prima di pranzo, due dopo pranzo, e una prima di andare a dormire. Quest'ora prima della colazione è per me come una piattaforma per salire sulla mia giornata. C'è una gran tranquillità, anche se i vicini hanno la radio accesa, e anche se Han - seppure "pianissimo" (19) - sta russando dietro di me. Non c'è proprio nessuna pressione intorno. A volte, quando pedalo per le strade, molto lentamente e tutta assorta in quel che avviene dentro di me, mi sembra di potermi esprimere con tale forza e sicurezza che, poi, mi stupisco quando ogni frase che scrivo si regge così male e appare così sgraziata. Certe volte parole e frasi corrono dentro di me così sicure e persuasive, che dovrebbero uscirmi fuori quasi da sole, e proseguire naturalmente il loro corso su un qualsiasi pezzo di carta. Ma non siamo ancora affatto a questo punto. Mi domando solo se non lascio troppo gioco alla mia fantasia, se non le vengo troppo poco incontro dall'esterno, non la sforzo abbastanza ad assumere delle forme. Ma non c'è soltanto una fantasia indisciplinata e vagabonda: ci sono effettivamente delle cose che stanno prendendo una forma sempre più circoscritta concentrata e tangibile - e tuttavia non c'è ancora nulla di concreto, com'è possibile? A volte mi sento proprio come una grande officina in cui si lavora duramente, si picchia col martello, e sa Dio che cosa. E altre volte mi sento come se dentro fossi di granito, un pezzo di roccia battuto senza posa da forti correnti - una roccia di granito che diventa sempre più scavata, e in cui contorni e forme s'intagliano col passar del tempo. Forse verrà un giorno in cui quelle forme saranno belle e pronte, ben nette nei loro contorni, e allora mi toccherà semplicemente registrarle così come le ho trovate in me stessa. Sto semplificando troppo? Ho troppa fiducia in un lavoro che in questo momento viene fatto per me? Voglio metterci tutto il mio impegno e la mia attenzione, e questi, a loro volta, assisteranno al 'lavoro' a nome mio: saranno i miei delegati in quell'officina, ma assisteranno semplicemente, senza fornire alcun aiuto effettivo. "Venerdì." [...] E ora sembra che gli ebrei non potranno più entrare nei negozi di frutta e verdura, che dovranno consegnare le loro biciclette, che non potranno più salire sui tram né uscir di casa dopo le otto di sera. Se mi sento depressa per queste disposizioni - come stamattina, quando per un momento le ho avvertite come una minaccia plumbea che cercava di soffocarmi - non è, però, per le disposizioni in sé. Mi sento semplicemente molto triste, e allora questa tristezza cerca conferme. Così, una lezione poco piacevole che devo dare m'ispira altrettanta paura e angoscia che le più pesanti misure adottate dalle forze di occupazione. Non sono mai le circostanze esteriori, è sempre il sentimento interiore - depressione, insicurezza, o altro - che dà a queste circostanze un'apparenza triste o minacciosa. Nel mio caso funziona sempre dall'interno verso l'esterno, mai viceversa. Di solito le disposizioni più minacciose - e ce ne sono parecchie, attualmente - vanno a schiantarsi contro la mia sicurezza e fiducia interiori, e una volta risolte dentro di me, perdono molto della loro carica paurosa. Bisogna pure che sistemi questo raffreddore e questo malessere: consumano la mia energia e la mia voglia di lavorare. Devo togliermi questa idea: che solo perché patisco tanto il freddo e il raffreddore e mi sento la testa chiusa, io abbia il diritto di lasciarmi un po' andare, di lavorar meno bene; dovrebbe quasi essere il contrario, oserei dire, anche se gli atteggiamenti forzati non vanno mai bene, neppure in questo caso. Il continuo aggravarsi della situazione alimentare abbasserà la nostra resistenza al freddo e ai raffreddori: per lo meno, così sta già succedendo a me. E l'inverno deve ancora venire. E si deve pur continuare ad andare avanti, a essere produttivi. Devo prepararmi a un futuro in cui gli impedimenti fisici faranno parte della mia vita, se voglio evitare che essi si presentino ogni volta come ostacoli inaspettati e paralizzanti: devo per così dire acclimatarli alla mia condizione quotidiana, a tutta la mia piccola persona. Allora essi non saranno più un elemento frenante, che dovrò affrontare ripetutamente con gran dispendio di tempo e energia; saranno invece un elemento che avrò risolto in me stessa, una volta per tutte. Magari mi sono espressa malissimo, ma so perfettamente che cosa voglio dire. "Sabato mattina." Stanca scoraggiata e frusta come una zitella. Assonnata come la pioggerella fredda che cade fuori. Così senza forze! Ma allora non devi startene a leggere in bagno fino all'una di notte, con gli occhi che ti si chiudono per il sonno! Chiaro che la ragione è un'altra. Una crescente svogliatezza e stanchezza: forse un fatto puramente fisico, dopo tutto? Tante piccole schegge del proprio io, che tagliano la strada a spazi più ampi. Questo io tanto ristretto, coi suoi desideri che cercano solo la loro limitata soddisfazione, va strappato via, va spento. Più mi sento stanca e debole, più mi sconcertano la sua forza e il suo amore, che rimangono sempre a disposizione di tutti. Sono semplicemente sbalordita che gli avanzino tante energie, in giorni simili. In ogni momento possiamo esser spediti in una baracca nel Drenthe, e nei negozi di frutta e verdura sono appesi cartelli che vietano l'ingresso agli ebrei. Una persona normale ne ha abbastanza, oggi. Lui invece riceve sei pazienti, e passa ore intense con ciascuno di loro; li apre e ne tira via il pus, apre le sorgenti in cui Dio si nasconde a molti uomini, continua a lavorare con loro finché le acque scorrono nelle loro anime prosciugate; le confessioni si ammucchiano sui suoi tavolini, quasi tutte finiscono con: «Aiutami ti prego»; e lui c'è per ognuno, e aiuta. Ieri sera, in bagno, ho letto di un prete: «Era un intermediario tra Dio e gli uomini. Le cose ordinarie non l'avevano potuto toccare. E proprio per questo capiva così bene la pena di tutti gli esseri in divenire». Ci sono dei giorni in cui non riesco a tenergli dietro, per stanchezza o per altro. Allora vorrei che la sua attenzione e il suo amore fossero soltanto miei, e di me non resta che quell'io limitato, e gli spazi cosmici che ho dentro si chiudono. Naturalmente, allora, perdo il contatto con lui. E vorrei che anche lui fosse soltanto un 'io' limitato, e tutto per me. Un desiderio femminile molto comprensibile. Ma mi sono già allontanata parecchio da questo mio 'io', e continuerò per questa strada. E i cedimenti fanno parte di questo percorso. In passato mi capitava di scrivere: gli voglio così bene, così infinitamente bene. Ora quel sentimento è scomparso. Forse è per questo che mi sento così oppressa triste e logora. E in questi ultimi giorni non riesco neanche a pregare. Non voglio neppure bene a me stessa. Tre cose che sono probabilmente connesse tra loro. Divento di colpo ombrosa come un mulo che trovandosi su un sentiero roccioso non vuol più fare un passo avanti. E quando mi sento spenta nei suoi confronti e non ho più spazio e forza per 'viverlo' interiormente, mi domando di punto in bianco: forse mi ha lasciata un po' andare anche lui? Forse le sue energie sono così consumate dalle tante persone che quotidianamente ne hanno bisogno, che per un po' deve prendere le distanze da me? Etty, mi disgusti: così egocentrica e così meschina. Invece di stargli accanto col tuo amore e con la tua partecipazione, ti domandi come una bambina piagnucolosa se lui ti dedichi - per carità! - abbastanza attenzione. Sei la classica donna piccina, che pretende tutto l'interessamento, tutto l'amore per sé. Or ora una breve conversazione telefonica con lui, oggettiva e scolorita. Credo che ci sia anche questo: un 'volermi gonfiare' in una specie di sentimento tragico. E non solo un sentirmi sempre triste, ma un volermi sentire sempre più triste. Un portare agli estremi le situazioni drammatiche, per poi soffrirne di gusto. E' un resto del mio masochismo? Serve poco fare dei saggi ragionamenti da adulti, nel nostro 'strato superiore', quando in quello inferiore pullulano piante velenose che devono essere sradicate. Probabilmente lui riderebbe non poco se conoscesse tutte le mie fantasie sui 'sentimenti morti' nei suoi confronti, e direbbe con tono molto obiettivo, tranquillizzante e serio: in ogni relazione capitano dei momenti bassi, bisogna lasciare che passino, poi tutto va a posto di nuovo. Ecco che io assolutizzo un'altra volta questi momenti. E' anche così stupido, in tempi che consumano ogni energia, sentirti infelice perché la tensione fra te e un uomo si è allentata un pochino. Tu che non hai da fare la coda per ore. Ogni giorno trovi il cibo in tavola, è Käthe ad occuparsene. E la scrivania coi libri ti offre ospitalità ogni mattina. E l'uomo più importante nella tua vita abita a poche strade da qui e non è stato ancora portato via. Dormi invece abbastanza, finalmente. E vergognati ben bene. E veditela con te stessa, non trattare un altro mettendo tutto sul piano della suscettibilità. Non farti prendere da un'atmosfera, da un momento, per di più d'indolenza, ma tieni presente le grandi linee e le grandi direzioni. E sii pure triste, semplicemente e sinceramente triste, ma non costruirci sopra dei drammi. Una persona dev'essere semplice anche nella sua tristezza, altrimenti la sua è soltanto isteria. Dovresti rinchiuderti in una cella spoglia, e startene sola con te stessa finché tu non sia nuovamente in chiaro, e tutte le isterie non ti siano passate. "19 giugno, venerdì mattina, le nove e mezzo." Sai cosa mi dà la nausea, mia cara? La tua mezza franchezza, e la tua mezza enfasi. Ieri sera volevo ancora scrivere qualcosa, ma in fondo erano sciocchezze senza capo né coda. Certe volte ho paura di chiamare le cose per nome: forse perché non rimarrebbe più niente, allora? Le cose devono poter essere chiamate per nome, e se non reggono a questa prova non hanno il diritto di esistere. Spesso si cerca di salvarle con una sorta di vago misticismo. Il misticismo deve fondarsi su un'onestà cristallina: quindi prima bisogna aver ridotto le cose alla loro nuda realtà. Spesso, quando torno a casa alla sera, trovo che ho vissuto delle esperienze straordinarie durante il giorno, e allora vorrei subito scriverci su qualcosa di immortale, addirittura. Non penso a registrare le mie esperienze con parole semplici e magari sgraziate dopo tutto scrivo solo un diario -, ma pretendo subito di estrarre aforismi e verità eterne dalle esperienze più banali. Immagino che meno di così io non possa fare. E lì cominciano già le incertezze e le generalizzazioni. Trovo certo che parlare della mia pancia è ben al di sotto della mia dignità spirituale (strano che questa importantissima parte del corpo abbia un nome così goffo). Se io volessi scriver qualcosa sui miei umori di ieri sera, dovrei innanzitutto notare con molta schiettezza e obbiettività: era un giorno prima delle mestruazioni, e allora sono responsabile a metà. E se Han non mi avesse spedita a letto a mezzanotte e mezzo, sarei ancora seduta alla mia scrivania. Non credo che si tratti di momenti veramente creativi, è così solo in apparenza. Tutto è allora in disordine e sommovimento dentro di me, io divento agitata e come sconnessa, qualche volta anche sconsiderata: ed è tutto dovuto a quel fenomeno femminile che si verifica - per me purtroppo ogni tre settimane - a sud del mio diaframma. E così si spiegano anche diverse mie reazioni di ieri sera. Tra poco avremo macchie d'unto sui libri e macchie d'inchiostro sul pane imburrato, dice Pa Han. La famiglia pranza ancora, io ho messo da parte il mio piatto e sono lì che copio Rilke, tra le fragole eccezionali e quello strano coniglio... Ora la stanza si è vuotata e sono seduta con le briciole sulla tovaglia, un ravanello solitario e i tovaglioli sporchi. Käthe sta già lavando i piatti in cucina. E' l'una e mezzo. Ora vado a dormire per un'ora, fin quando il peggio del mio mal di pancia è passato. Alle cinque viene un tale mandato da Becker, che suppongo voglia prendere lezione di russo. Stasera devo leggere ancora Puskin per un'oretta. Non ho da fare le code e non ho quasi da preoccuparmi per l'andamento della casa. Non credo che in Olanda ci sia un'altra persona che viva in condizioni altrettanto buone, o così mi sembra per lo meno. Devo far buon uso di tutto il tempo che ho a disposizione e che non è consumato dalle preoccupazioni quotidiane, devo sfruttarlo minuto per minuto, è una responsabilità pesante. Ogni giorno trovo che non lavoro con abbastanza concentrazione e intensità. Ho davvero degli obblighi, degli obblighi morali. "Sabato sera, mezzanotte e mezzo." [...] Per umiliare qualcuno si dev'essere in due: colui che umilia, e colui che è umiliato e soprattutto: che si lascia umiliare. Se manca il secondo, e cioè se la parte passiva è immune da ogni umiliazione, questa evapora nell'aria. Restano solo delle disposizioni fastidiose che interferiscono nella vita di tutti i giorni, ma nessuna umiliazione e oppressione angosciose. Si deve insegnarlo agli ebrei. Stamattina pedalavo lungo lo Stadionkade e mi godevo l'ampio cielo ai margini della città, respiravo la fresca aria non razionata. Dappertutto c'erano cartelli che ci vietano le strade per la campagna. Ma sopra quell'unico pezzo di strada che ci rimane c'è pur sempre il cielo, tutto quanto. Non possono farci niente, non possono veramente farci niente - Possono renderci la vita un po' spiacevole, possono privarci di qualche bene materiale o di un po' di libertà di movimento, ma siamo noi stessi a privarci delle nostre forze migliori col nostro atteggiamento sbagliato: col nostro sentirci perseguitati, umiliati e oppressi, col nostro odio e con la millanteria che maschera la paura. Certo che ogni tanto si può esser tristi e abbattuti per quel che ci fanno, è umano e comprensibile che sia così. E tuttavia: siamo soprattutto noi stessi a derubarci da soli. Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e «lavorare a se stessi» non è proprio una forma d'individualismo malaticcio. Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso - se ogni uomo si sarà liberato dall'odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest'odio e l'avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo. E' l'unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto d'eternità che ci portiamo dentro può esser espresso in una parola come in dieci volumoni. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell'anno del Signore 1942, l'ennesimo anno di guerra. "Domenica mattina, le otto." [...] Ho accanto la mia colazione: un bicchiere di latticello, due fette imburrate di pane bigio con cocomero e pomodoro. Ho rinunciato al bicchiere di cioccolata che mi concedevo sempre, un po' di soppiatto, alla domenica mattina, voglio abituarmi a questa colazione più monacale che mi aiuta a raggiungere i miei 'appetiti' nei luoghi più nascosti, e a sradicarli via. E' meglio così. Dobbiamo imparare ad affrancarci sempre più dalle necessità fisiche, dobbiamo abituare il nostro corpo a chiederci solo l'indispensabile, soprattutto nel campo del cibo, perché stiamo andando verso tempi difficili: anzi, ci siamo già. Eppure trovo che stiamo ancora magnificamente bene. Ma è meglio abituarci a una certa astinenza in periodi di relativa ricchezza, che esserci poi costretti in momenti di reale bisogno: quello che otteniamo spontaneamente da noi stessi ha basi più solide e durature di quello che realizziamo per forza (ricordo il professor Becker col suo pacchetto di mozzichini di sigarette). Dobbiamo affrancarci dalle cose materiali ed esteriori a un punto tale che lo spirito possa continuare comunque il suo cammino, e il suo lavoro. E dunque: niente cioccolata, ma latticello! Quanto c'è da fare sulla mia scrivania. Il geranio che Tide mi aveva dato solo una settimana fa, dopo quell'improvviso torrente di lacrime, è sempre lì. E poi ci sono quelle pigne, mi ricordo bene di quando le avevo raccolte: era nella brughiera, dietro la casa di campagna della signora Rümke. Dev'essere stata la prima volta che passavamo insieme una giornata in aperta campagna. Avevamo parlato di demoniaco e non-demoniaco. E così non rivedremo più una brughiera per molto tempo: qualche rara volta sento questi divieti come una privazione opprimente, ma in genere so che il cielo tutt'intero si stende sopra di noi, sopra l'unica, stretta strada che ci è ancora consentito di percorrere. E le tre pigne mi accompagneranno, se necessario, fino in Polonia. Santo cielo, questa scrivania somiglia proprio al mondo nel primo giorno della creazione! A parte gli esotici gigli giapponesi, il geranio, le rose tee appassite, le pigne che sono diventate reliquie, e una ragazza marocchina dallo sguardo animalesco e limpido, ci sono in giro sant'Agostino e la Bibbia e le grammatiche russe e i dizionari e Rilke e innumerevoli piccoli taccuini, una bottiglia di surrogato di limone, carta per scrivere a macchina, carta copiativa, Rilke, cioè ancora una raccolta, e Jung. E tutto questo è solo ciò che si trova in giro al momento. "Martedì mattina, le otto e mezzo." [...] Solo pochi giorni fa avevo avuto dei pensieri quasi vendicativi e ingiusti, stamattina ero lì nel mio letto che ridevo di colpo a più non posso per la mia follia infantile. M'ero trovata di fronte al viso di Hertha che continua sempre a sorridere da sopra al cassettone, il letto di S. era già preparato per la notte, ero alla porta e volevo salutare, e intanto con un occhio guardavo quel sorriso che per me dura già da sedici mesi, con l'altro il letto, e pensavo con rabbia e tristezza e con un senso di solitudine: già, il letto colorato è per quella noiosissima signorina dal sorriso senza vita. Se lui potesse leggere questi sfoghi da donna offesa, probabilmente farebbe tremare le pareti dal ridere. Povera Hertha, come sono ingiusta nei tuoi confronti. Di colpo mi domando com'è la tua vita, lì a Londra. A volte me lo chiedo quando arrivo in bicicletta nella sua strada silenziosa, e vedo da lontano la sua figura che fa cenno con impazienza, e intanto si sporge sopra il geranio che coi suoi lunghi gambi si dissangua sul davanzale. Allora salgo di corsa i gradini di pietra fino alla porta di casa, che in genere lui ha aperto nel frattempo, ed entro senza fiato nelle sue due camerette. Certe volte è ritto in mezzo alla stanza e ha un'aria così possente e impressionante, come se fosse stato scolpito nella pietra grigia di una roccia che esisteva già il terzo giorno della creazione. E altre volte non è affatto impressionante, ma bonario e goffo come un orso impacciato, e caro, così caro come non avrei mai pensato fosse possibile a un uomo senza essere noioso o effeminato. Qualche volta un pensiero improvviso modella i suoi tratti, che si tendono come vele al vento, e lui dice: «Stia un po' a sentire... », e poi segue per lo più qualcosa d'istruttivo. E sempre ci sono le sue grandi mani, a trasmettere un calore e una tenerezza che non nascono dal corpo, ma dall'anima. Povera Hertha, lì a Londra. Sono io a prendermi la maggior parte di ciò che le nostre vite hanno in comune. In futuro potrei spiegarti tante cose di lui. Cose imparate attraverso il dolore, che mi ha anche insegnato che si deve poter condividere il proprio amore con tutta la creazione, con il cosmo intero. Ma in quel modo si ha anche accesso al cosmo. Però il prezzo di quel biglietto d'ingresso è alto e pesante, e lo si guadagna risparmiando a lungo, con sangue e lacrime. Ma nessun dolore e lacrime sono troppo cari per questo. E tu dovrai passare attraverso le stesse cose, cominciando dal principio. A quell'epoca io viaggerò freneticamente per il mondo, perché non sarò ancora integrata nel cosmo e per certi versi rimango pur sempre una donnetta limitata. E probabilmente tu dovrai percorrere una strada simile alla mia, perché quest'uomo è così impregnato d'eternità, che non potrà più cambiare molto. Penso che tu ed io abbiamo molto in comune - altrimenti, come avrebbe potuto nascere questa amicizia fra lui e me? Tu sarai un po' più timida e solitaria di quanto non lo sia io, ora, e più pesante mentre io sono più fantasiosa. E le mie privazioni cominceranno quando tu entrerai fisicamente nella nostra vita. Lui troverà sciocche queste parole, perché può dare in sovrabbondanza a più di una persona, e con lui nessuno ha mai da rinunciare a niente. Ma noi donne siamo fabbricate in modo così singolare. La mia vita s'incrocia spesso con la tua; come sarà più tardi, nella realtà? Se ci dovessimo incontrare per davvero, dobbiamo stabilire fin d'ora di essere comunque ben disposte l'una verso l'altra. Perché significherebbe che la storia ci permette di nuovo di respirare, e di vivere liberamente. E nell'esperienza comune di quel gran bene non dovrebbero più sussistere contrasti tra le singole persone. Non sei disperata qualche volta lì dove sei, dall'altra parte della Manica? Ma certo, non conosco bene tutte le tue lettere? E come fai a sopportare tutto questo da sola, una ragazzina così giovane in quella grande città bombardata? In fondo ti ammiro, e se cominciassi a provar compassione per te, non finirei più di compatirti. C'è una donna ad Amsterdam che prega tutte le sere per te, e questo è veramente grande da parte sua, perché subito dopo Dio vuol bene a lui, con un amore che è il primo e l'ultimo della sua vita. Sono contenta che ci sia qualcuno che preghi per te, in questo modo la tua vita è più protetta, né io sarei in grado di farlo, per ora. Io non sono veramente grande, tranne che forse in qualche raro momento illuminato, ma per il resto sono carica di tutti i vizi che appesantiscono il cammino dell'uomo nel suo viaggio verso il cielo. Gelosia e riluttanza meschina e così via. Per fortuna conosco le poche cose grandi che contano nella vita, e forse arriverà una sera in cui pregherò per te, libera da qualsiasi pensiero recondito e meschino, e dalla gelosia. E quella sera ti sentirai di colpo così bene e riconciliata con la vita come non lo eri stata da molto tempo, e tu stessa non capirai da dove ti venga quel sentimento. Ma io non sono ancora arrivata a quel punto. E ora al lavoro. Chissà cosa fai tu in questo momento. La tua lotta quotidiana per la sopravvivenza è tanto più difficile della mia che potrei sentirmi in colpa nei tuoi confronti, come già mi sento in colpa di fronte a coloro che debbono arrancare per procurarsi il cibo quotidiano, far lunghe code, eccetera. Tutto questo mi crea grandi doveri morali e responsabilità. Tra le mie occupazioni principali c'è lo studio della lingua russa, e del grande e amato paese in cui si parla quella lingua. Il giorno in cui tu approderai qui, andrò a occhi chiusi alla stazione, e comprerò un biglietto che mi porti dritto nel cuore di quel paese. Che ne dici di tanto romanticismo infantile alla mattina presto, e in tempi come questi? Certo che mi vergogno, ma la verità è che talvolta vedo le cose così, nella mia fantasia. Hertha, se tu sapessi quanto è minacciata la nostra esistenza. In questa mattina di sole scrivo ingenuamente di «approdare» e di «incontrarci», ma forse prima di allora ci troveremo, miseri e stenti, in un campo inospitale. Qui la nostra vita è di giorno in giorno più minacciata, come andrà a finire non lo sappiamo. "Giovedì pomeriggio." Da una lettera di mio padre, nel suo umorismo inimitabile: Oggi è cominciata l'èra delle non-biciclette. Ho consegnato personalmente quella di Mischa. Leggo sul giornale che a Amsterdam gli ebrei hanno ancora il permesso di usarle: che privilegio! Non dobbiamo più temere che le nostre biciclette vengano rubate. Per i nostri nervi è sicuramente un vantaggio. Anche nel deserto abbiamo dovuto farne a meno, per ben quarant'anni. "27 giugno, sabato mattina, le otto e mezzo." Con parecchie persone in una cella stretta. Il nostro compito non è forse allora di «mantenere ben odorosa la nostra anima», in mezzo a quelle esalazioni viziose? Durante il nostro pomeriggio musicale di ieri S. ha detto, dopo uno Schubert a quattro mani e poi Mozart: «In Schubert ho dovuto pensare ai limiti del pianoforte, in Mozart ai pregi». E Mischa, esitante nella ricerca delle parole ma preciso nell'effetto: «E' vero, in questo pezzo Schubert abusa del pianoforte per produrre della musica». Più tardi ho camminato un pochino con lui lungo il canale; di colpo sono stata sopraffatta dal presentimento di una separazione sempre più prossima e ho detto: ... forse non abbiamo più nessun avvenire... E la sua risposta è stata: sì, se intendi l'avvenire in senso materialistico, sì... Senza caffè e senza sigarette si può vivere, protestava Liesl, ma senza la natura no, la natura non la si deve poter togliere a nessuno. Io ho detto: fa' conto che siamo condannati al carcere, magari per qualche anno, e vivi con quei due alberi dirimpetto a casa tua come se fossero un bosco. E per essere in carcere, abbiamo ancora una relativa libertà di movimento. Liesl, talvolta un piccolo elfo, una specie di bagnante al chiaro di luna di calde notti estive, è anche capace di pulire gli spinaci per tre ore al giorno, e di far la coda per comprare le patate fin quasi al punto di perdere i sensi. E qualche volta manda fuori dei piccoli sospiri che vengono proprio dal profondo, e tremolano dai piedi alla testa per quel corpo magrolino. E' come rivestita di timidezza e di castità, anche se i fatti della sua vita potrebbero non sembrare così casti; e ha insieme un che di robusto, una specie di forza primordiale della natura. Quel «momento basso» nei suoi confronti era stato proprio di breve durata. E sarebbe ben stupita se sapesse quel che scrivo ora: effettivamente è l'unica amica che ho. "Lunedì mattina, le dieci." [...] Dio non è responsabile verso di noi, siamo noi a esserlo verso di lui. So quel che ci può ancora succedere. Adesso io sono separata dai miei genitori e non li posso raggiungere, anche se si trovano a due ore di viaggio da qui: ma so esattamente in che casa abitano, so che non patiscono la fame e che sono circondati da molte persone ben disposte verso di loro. E anche loro sanno dove sto io. Ma potrà venire un tempo in cui non saprò più niente, e i miei genitori saranno deportati e moriranno miseramente, chissà dove: so che può succedere. Le ultime notizie dicono che tutti gli ebrei saranno deportati dall'Olanda in Polonia, passando per il Drenthe. E secondo la radio inglese, dall'aprile scorso sono morti 700000 ebrei, in Germania e nei territori occupati. Se rimarremo vivi, queste saranno altrettante ferite che dovremo portarci dentro per sempre. Eppure non riesco a trovare assurda la vita. E Dio non è nemmeno responsabile verso di noi per le assurdità che noi stessi commettiamo: i responsabili siamo noi! Sono già morta mille volte in mille campi di concentramento. So tutto quanto e non mi preoccupo più per le notizie future: in un modo o nell'altro, so già tutto. Eppure trovo questa vita bella e ricca di significato. Ogni minuto. "1 luglio, di mattina." Il mio spirito è riuscito ad accettare tutti gli avvenimenti di questi ultimi giorni - le voci che corrono sono più distruttive dei fatti, per lo meno qui, in Polonia sembra che la strage sia al colmo. Ma il mio corpo s'è sfasciato in mille pezzi, ognuno dei quali ha un dolore diverso. E' curioso come il mio corpo debba digerire le cose in un secondo tempo. Quante volte ho pregato, neppure un anno fa: Signore, ti prego, rendimi un po' più semplice. E se quest'anno mi ha portato qualcosa, è stata proprio questa maggiore semplicità interiore. E credo che in futuro riuscirò anche a esprimere le cose difficili di questa vita con parole molto semplici. In futuro. E ora non posso più muovere né le membra del mio corpo né i pensieri del mio cervello, tanto sono a pezzi fisicamente. E' quasi l'una. Dopo il caffè cercherò di dormire un po'. E alle cinque meno un quarto da S. Certe volte la mia giornata è fatta di cento giornate diverse. Ora sono a pezzi. Stamattina alle sette ho passato un momento di un'irrequietezza e di un nervosismo infernali per tutte queste nuove ordinanze: è un bene, però, così posso rendermi un po' conto della paura degli altri, visto che quella paura m'è diventata sempre più estranea. Alle otto ero di nuovo la tranquillità in persona. Ed ero quasi fiera che, sentendomi fisicamente a pezzi, potessi ancora dar lezione di conversazione russa per un'ora e mezzo: una volta l'avrei disdetta, con la scusa della mia salute. E stasera sarà ancora un altro giorno, verrà un'altra persona con problemi, una ragazza cattolica. Il fatto di potere oggi, come ebrea, aiutare una persona non ebrea, dà una singolare sensazione di forza. Di pomeriggio, le quattro e un quarto. Sole in questa veranda, e un vento lieve che fa fremere il gelsomino. Vedi dunque, un altro giorno è appena cominciato - quanti ne sono trascorsi da stamattina alle sette? Ora rimango ancora dieci minuti presso il gelsomino; e poi, sulla bicicletta permessaci, vado dal mio amico, che è nella mia vita da sedici mesi e che mi sembra di conoscere da mille anni - anche se a volte mi appare in una luce così nuova da farmi restare senza fiato. Com'è esotico il gelsomino; in mezzo a quel grigio e a quello scuro color di melma è così radioso e così tenero. Non capisco niente del gelsomino. Del resto non c'è bisogno. Si può benissimo credere nei miracoli in questo ventesimo secolo. E io credo in Dio, anche se tra breve i pidocchi mi avranno divorata in Polonia. La sofferenza non è al di sotto della dignità umana. Cioè: si può soffrire in modo degno, o indegno dell'uomo. Voglio dire: la maggior parte degli occidentali non capisce l'arte del dolore, e così vive ossessionata da mille paure. E la vita che vive la gente adesso non è più una vera vita, fatta com'è di paura, rassegnazione, amarezza, odio, disperazione. Dio mio, tutto questo si può capire benissimo: ma se una vita simile viene tolta, viene tolto poi molto? Si deve accettare la morte, anche quella più atroce, come parte della vita. E non viviamo ogni giorno una vita intera, e ha molta importanza se viviamo qualche giorno in più, o in meno? Io sono quotidianamente in Polonia, su quelli che si possono ben chiamare dei campi di battaglia, talvolta mi opprime una visione di questi campi diventati verdi di veleno; sono accanto agli affamati, ai maltrattati e ai moribondi, ogni giorno - ma sono anche vicina al gelsomino e a quel pezzo di cielo dietro la mia finestra, in una vita c'è posto per tutto. Per una fede in Dio e per una misera fine. Si deve anche avere la forza di soffrire da soli, e di non pesare sugli altri con le proprie paure e coi propri fardelli. Lo dobbiamo ancora imparare e ci si dovrebbe reciprocamente educare a ciò, se possibile con la dolcezza e altrimenti con la severità. Quando dico: in un modo o nell'altro ho chiuso i conti con la vita, non è per rassegnazione. «Tutto quel che si dice è malinteso». Se mi capita di dire una cosa del genere, viene intesa altrimenti. Non è rassegnazione, non lo è di certo. Cosa voglio dire? Forse, che ho già vissuto questa vita mille volte, e altrettante volte sono morta, e dunque non può più succedere nulla di nuovo? E' un modo di esser "blasé"? No, è un vivere la vita mille volte minuto per minuto, e anche un lasciare spazio al dolore, spazio che non può essere piccolo, oggi. E fa poi gran differenza se in un secolo è l'Inquisizione a far soffrire gli uomini, o la guerra e i pogrom in un altro? Assurdo, come dicono loro? Il dolore ha sempre preteso il suo posto e i suoi diritti, in una forma o nell'altra. Quel che conta è il modo con cui lo si sopporta, e se si è in grado di integrarlo nella propria vita e, insieme, di accettare ugualmente la vita. Sto teorizzando dietro la mia scrivania, dove ogni libro mi circonda con la sua familiarità, e con quel gelsomino là fuori? E' solo teoria, non ancora messa alla prova da nessuna pratica? Non lo credo più. Tra poco sarò messa di fronte alle estreme conseguenze. Le nostre conversazioni sono già infarcite di frasi come: spero che egli possa ancora godere di queste fragole con noi. So che Mischa, col suo corpo delicato, sta per recarsi a piedi alla Centraal Station, penso ai visini pallidi di Mirjam e Renate, alle preoccupazioni di molti, so tutto, tutto, in ogni momento; a volte devo chinare il capo sotto il gran peso che ho sulla nuca, e allora sento il bisogno di congiungere le mani, quasi in un gesto automatico, e così potrei rimaner seduta per ore - so tutto, sono in grado di sopportare tutto, sempre meglio, e insieme sono certa che la vita è bellissima, degna di essere vissuta e ricca di significato. Malgrado tutto. Il che non vuol dire che uno sia sempre nello stato d'animo più elevato e pieno di fede. Si può esser stanchi come cani dopo aver fatto una lunga camminata o una lunga coda, ma anche questo fa parte della vita, "e dentro di te c'è qualcosa che non ti abbandonerà mai più." "3 luglio 1942, venerdì sera, le otto e mezzo." Sono sempre seduta alla medesima scrivania, ma a questo punto dovrei tirare una riga e proseguire su un tono diverso. Dobbiamo trovare posto per una nuova certezza: vogliono la nostra fine e il nostro annientamento, non possiamo più farci nessuna illusione al riguardo, dobbiamo accettare la realtà per continuare a vivere. Oggi, per la prima volta, sono stata presa da un gran scoraggiamento, mi toccherà fare i conti anche con questo, d'ora in poi. E se dobbiamo andare all'inferno, che sia con la maggior grazia possibile! Però, non avevo mai voluto parlarne in modo così esplicito: perché questo stato d'animo, proprio ora? Perché ho una vescica al piede a forza di camminare per la città così calda - perché tanti hanno i piedi distrutti da quando gli è stato proibito di prendere il tram? Per il pallido visetto di Renate che deve andare a scuola a piedi con le sue gambette corte, un'ora all'andata e un'ora al ritorno, nel caldo? Perché Liesl fa la coda e non riesce, ugualmente, a procurarsi le verdure? Per tante e tante ragioni, piccole in sé, ma tutte parti della gran campagna che è in atto per sterminarci. E tutto il resto appare semplicemente grottesco e inconcepibile, per ora - ad esempio il fatto che S. non possa più visitare questa casa, col suo pianoforte e coi suoi libri - o che io non possa più andare a casa di Tide, eccetera. Bene, io accetto questa nuova certezza: vogliono il nostro totale annientamento. Ora lo so. Non darò più fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se altri non capiranno cos'è in gioco per noi ebrei. Una sicurezza non sarà corrosa o indebolita dall'altra. Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato, anche se non ho quasi più il coraggio di dirlo quando mi trovo in compagnia. La vita e la morte, il dolore e la gioia, le vesciche ai piedi estenuati dal camminare e il gelsomino dietro la casa, le persecuzioni, le innumerevoli atrocità, tutto, tutto è in me come un unico, potente insieme, e come tale lo accetto e comincio a capirlo sempre meglio - così, per me stessa, senza riuscire ancora a spiegarlo agli altri. Mi piacerebbe vivere abbastanza a lungo per poterlo fare, e se questo non mi sarà concesso, bene, allora qualcun altro lo farà al posto mio, continuerà la mia vita dov'essa è rimasta interrotta. Ho il dovere di vivere nel modo migliore e con la massima convinzione, sino all'ultimo respiro: allora il mio successore non dovrà più ricominciare tutto da capo, e con tanta fatica. Non è anche questa un'azione per i posteri? L'amico ebreo di Bernard mi aveva fatto chiedere dopo le ultime ordinanze: se non trovavo ancora che dovessero essere ammazzati tutti e preferibilmente tagliati a pezzetti, uno per uno. "3 luglio 1942." E' vero, ci portiamo dentro proprio tutto, Dio e il cielo e l'inferno e la terra e la vita e la morte e i secoli, tanti secoli. Uno scenario, una rappresentazione mutevole delle circostanze esteriori. Ma abbiamo tutto in noi stessi e queste circostanze non possono essere mai così determinanti, perché esisteranno sempre delle circostanze - buone e cattive - che dovranno essere accettate, il che non impedisce poi che uno si dedichi a migliorare quelle cattive. Però si deve sapere per quali motivi si lotta, e si deve cominciare da noi stessi, ogni giorno da capo. Una volta mi sentivo in dovere di concepire molti pensieri geniali al giorno, ora mi sento non di rado come una terra incolta su cui non cresce assolutamente niente ma su cui si stende un cielo alto e tranquillo. Meglio così: in questo momento non mi fiderei di troppi pensieri brillanti, a volte preferisco lasciar riposare la testa, e attendere. Tante cose sono successe dentro di me, in questi ultimi giorni: ora, finalmente, qualcosa s'è cristallizzato. Ho guardato in faccia la nostra misera fine, che è già cominciata nei piccoli fatti quotidiani; e la coscienza di questa possibilità fa ormai parte del mio modo di sentire la vita, senza fiaccarlo. Non sono amareggiata o in rivolta, non sono neppure più scoraggiata o tanto meno rassegnata. Continuo indisturbata a crescere, di giorno in giorno, pur avendo quella possibilità dinanzi agli occhi. Non giocherò più con le parole che creano soltanto malintesi - per esempio: ho chiuso i conti con la vita, non può più succedermi niente, non si tratta di me e della mia distruzione ma del fatto che si distrugga. Così dico qualche volta agli altri, ma non ha molto senso, né riesco a spiegarmi - né importa, del resto. Con «aver chiuso i conti con la vita» voglio dire che la possibilità della morte si è perfettamente integrata nella mia vita; questa è come resa più ampia da quella, dall'affrontare ed accettare la fine come parte di sé. E dunque non si tratta, per così dire, di offrire un pezzetto di vita alla morte perché si teme e si rifiuta quest'ultima, la vita che ci rimarrebbe allora sarebbe ridotta a un ben misero frammento. Sembra quasi un paradosso: se si esclude la morte non si ha mai una vita completa; e se la si accetta nella propria vita, si amplia e si arricchisce quest'ultima. E' la prima volta che ho da confrontarmi con la morte. Non ho mai saputo bene come comportarmi con lei, sono vergine nei suoi confronti. Non ho mai visto una persona morta. Che strano: in questo mondo disseminato di milioni di cadaveri io, a ventotto anni, non ne ho ancora visto uno. Qualche volta mi sono chiesta quale fosse il mio atteggiamento nei confronti della morte; in realtà, non me ne sono mai preoccupata per me stessa, non era ancora il momento. E ora la morte è qui, in tutta la sua grandezza - e già è come una vecchia conoscenza che fa parte della vita e che si deve accettare. E' tutto così semplice. Non c è bisogno di fare profonde considerazioni. D'un tratto la morte - grande, semplice, e naturale - è entrata quasi tacitamente a far parte della mia vita. E adesso io so che appartiene alla vita. Ecco, ora posso dormire in pace. Sono le dieci di sera. Oggi non ho combinato molto, ma avevo da fare i conti con i miei piedi pieni di vesciche, dopo quei lunghi giri per la città tanto calda, e con altre piccole miserie simili: ogni cosa doveva essere sofferta e accettata. A un certo punto mi ha preso un gran scoraggiamento e insicurezza, e sono passata un momento da lui. Aveva mal di testa ed era preoccupato, in genere tutto funziona alla perfezione in quel corpo robusto. Sono stata un momento fra le sue braccia ed era così dolce e caro, quasi malinconico. Credo che per noi incominci una fase nuova, ancora più seria, intensa, e concentrata sulle cose essenziali. Ogni giorno ci si libera di qualche piccolezza. «Il nostro annientamento è vicino, non possiamo più illuderci». Domani notte dormirò nel letto di Dicky, (20) S. dormirà al piano di sotto e alla mattina verrà su a svegliarmi. Tutto questo è ancora possibile. E sapremo ben trovare il modo di aiutarci reciprocamente, nei tempi difficili che verranno. Un po' più tardi. E se anche non avessi avuto niente da questa giornata - neppure, da ultimo, questo positivo e aperto confrontarmi con la morte -, non dovrei dimenticare quel soldato tedesco "kasher", (21) che si trovava al chiosco col suo sacco di carote e cavolfiori. Prima, sul tram, le aveva messo in mano un biglietto, e poi c'era stata quella lettera che dovrò ben leggere una volta: gli ricordava tanto la figlia di un rabbino che lui aveva potuto ancora assistere giorno e notte, sul suo letto di morte. E stasera è andato a farle visita. E quando Liesl me l'ha raccontato, ho saputo all'istante che stasera avrei dovuto pregare anche per quel soldato tedesco. Una delle tante uniformi ha ora un volto. Ci saranno ancora altri volti su cui potremo leggere e capire qualcosa. E questo soldato soffre anche lui. Non ci sono confini tra gli uomini sofferenti, si patisce sempre da una parte e dall'altra e si deve pregare per tutti. Buona notte. Da ieri, di colpo, ho molti anni di più, so che la mia vita ha un termine. Non sono più scoraggiata, mi sento più forte. Si diventa più forti se si impara a conoscere e ad accettare le proprie forze e le proprie insufficienze. E' tutto così semplice e sempre più evidente per me, vorrei vivere abbastanza a lungo per farlo capire anche agli altri. E ora, per davvero, buona notte. "Sabato mattina, le nove." Mi sembra che in me si compiano dei grandi cambiamenti e credo che siano qualcosa di più che semplici stati d'animo. Ieri mi s'è schiusa davanti una nuova prospettiva - se prospettiva la si vuol chiamare -, stamattina ero di nuovo tranquilla e serena e sicura come non lo ero da tempo. E tutto questo è successo grazie a quella piccola vescica sotto il piede sinistro. Il mio corpo è un ricettacolo di molti dolori: sono custoditi in tutti gli angoli, e ora gli uni ora gli altri si fanno sentire. Mi sono riconciliata anche con loro e sono stupita di come riesco a lavorare e a concentrarmi. Ma la forza spirituale non basterà, se la nostra situazione dovesse aggravarsi: me l'ha insegnato quella semplice passeggiata per andare e tornare dall'Ufficio delle Imposte. Eravamo come due allegri turisti che se ne vanno a spasso per una città bella e ridente, la sua mano aveva preso la mia e stavano così bene insieme, le nostre due mani. A un certo momento mi ha preso una gran stanchezza, e mi sono resa conto con sconcerto che in questa città dalle lunghe vie non avrei potuto sedermi in un tram, o sostare per un momento in un caffè all'aperto (posso raccontargli qualcosa di molti caffè: ecco, là ero seduta due anni fa, con tanti amici, dopo il mio esame di laurea...). Allora ho pensato - o piuttosto, in qualche modo, ho 'sentito' - che gli uomini si sono stancati e si sono rotti i piedi su questa terra di Dio per secoli e secoli, nel freddo e nel caldo, che anche questo fa parte della vita. Un barlume d'eternità filtra sempre più nelle mie più piccole azioni e percezioni quotidiane. Io non sono sola nella mia stanchezza malattia tristezza o paura, ma sono insieme con milioni di persone, di tanti secoli: anche questo fa parte della vita che è pur bella e ricca di significato nella sua assurdità, se vi si fa posto per tutto e se la si sente come un'unità indivisibile. Così, in un modo o nell'altro, la vita diventa un insieme compiuto; ma si fa veramente assurda non appena se ne accetta o rifiuta una parte a piacere, proprio perché essa perde allora la sua globalità e diventa tutta quanta arbitraria. Al ritorno dal nostro lungo giro ci aspettava una camera fidata, con un divano su cui potevamo buttarci dopo esserci tolti le scarpe; trovavamo un'accoglienza generosa, e c'era anche un cesto di ciliegie, mandato da amici del Betuwe. Una volta un buon pranzo sarebbe stato del tutto naturale, ora è un regalo inaspettato; e se da un lato la vita si è fatta più dura e minacciosa, dall'altro lato si è fatta più ricca, perché non si hanno più pretese e ogni cosa buona diventa appunto un dono insperato, che riempie di riconoscenza. Per lo meno io sento così e lui pure, e certe volte ci meravigliamo ambedue di non provare nessun odio o indignazione o amarezza. In mezzo alla gente queste cose non si possono più dire: credo che finiremo per trovarci terribilmente isolati nelle nostre convinzioni. Mentre camminavo, io sapevo che alla fine avremmo trovato una casa sicura, ma sapevo pure che un giorno questa sicurezza non l'avremo più - e allora si girerà per le strade per finire in una baracca a corsie. Lo sapevo per me e per gli altri, e l'ho accettato. Ho imparato un'altra lezione da quella camminata: dopo due ore avevo già un mal di capo terribile, come se la testa mi scoppiasse in tutte le sue suture, e i miei piedi erano ridotti al punto da chiedermi come avrei mai potuto camminare di nuovo; e le molte aspirine che ho preso (pensavo fosse necessario, per non dovermi mettere subito a letto - ma non dovrei abituarmi a sopportare i miei mali senza rimedi artificiali?) mi hanno fatta sentire istupidita e avvelenata per tutto il giorno seguente. Per me stessa non era affatto grave, neanche per un istante, la mia vita non era meno bella e intensa per questo; ma dovevo pur constatare oggettivamente: cara mia, non ce la fai. Il tuo corpo e del tutto privo di difese, e se tu fossi in un campo di lavoro, dovresti arrenderti dopo tre giorni; e tutta la forza spirituale di questo mondo non ti potrà salvare se, dopo una piacevole passeggiata di neanche due ore, fatta con la prospettiva di avere alla fine tutte le comodità, reagisci già con un mal di capo così forte e tanta stanchezza. Per me, personalmente, non è grave - io mi sdraio per terra e mi arrendo e poi è finita, e con ciò loderò ancora Dio e la vita - per lo meno, in questo momento io sento così. Ma ero di nuovo triste e preoccupata all'idea di pesare sugli altri, di render la loro vita ancora più difficile. Una volta non facevo mai vedere se mi stancavo troppo per le mie forze: non volevo pesare, facevo tutto come gli altri passeggiate, festeggiamenti, le ore piccole. Forse c'era un po' di presunzione nel mio atteggiamento: la paura di perdere la simpatia e la compagnia degli altri se avessi disturbato i loro divertimenti con la mia stanchezza. Uno dei miei complessi d'inferiorità nasceva di lì. Per di più, S. aveva combinato di andare domattina al ghetto, dove forse, in qualche casa, possiamo dare una mano: e il ghetto è molto più lontano dell'Ufficio delle Imposte. Fino a ieri sera non ho osato dirgli che non potevo camminare così tanto. Sapevo infatti che sarebbe stata una distrazione per lui. Devo aver pensato che se Tide era in grado di camminare con lui per ore e ore, allora potevo farlo anch'io. Sempre quella paura infantile di perdere un po' dell'amore degli altri, se non ci si adegua! Ma comincio a liberarmi da questi condizionamenti. Bisogna saper riconoscere le proprie insufficienze, anche quelle fisiche; bisogna saper accettare di non poter essere per un altro come si vorrebbe. Riconoscere le proprie debolezze non significa lamentarsene: questa sì che sarebbe una miseria, anche per gli altri. Credo che sia stato proprio questo nuovo stato d'animo a farmi correr da lui ieri sera, poco prima delle otto: ho disdetto persino una lezione, cosa che è contraria alle mie abitudini, per poter stare un momento con lui. E mentre gli ero distesa accanto sul divano, gli ho detto di punto in bianco che mi rattristava moltissimo di essere così stanca dopo quella camminata - non per me stessa, ma perché mi ero resa conto di quante poche illusioni io mi potessi fare sulle mie reali condizioni fisiche. E lui ha subito risposto, come se fosse la cosa più naturale del mondo, che allora sarebbe stato molto meglio non fare quel giro domenica mattina, al che ho suggerito a mia volta di portare a mano la mia bicicletta per poterla avere al ritorno. Sembra una piccolezza, ma per me è importantissimo, altrimenti sarei stata capace di rovinarmi i piedi solo per fargli piacere e per evitare in tutti i modi di seccarlo. Chiaro che tutte queste supposizioni erano frutto della mia fantasia. Adesso io dico con semplicità e naturalezza ecco, le mie forze arrivano fin qui e non oltre, non ci posso far niente, devi prendermi come sono. Per me questo è un passo ulteriore verso una maturità e indipendenza a cui sembra che mi stia avvicinando di giorno in giorno. Molti di coloro che oggi s'indignano per certe ingiustizie, a ben guardare s'indignano solo perché quelle ingiustizie toccano proprio a loro: quindi non è un'indignazione veramente radicata e profonda. In un campo di lavoro so che morirei in tre giorni. Mi coricherei, morirei, eppure non troverei ingiusta la vita. "A fine mattinata." Ogni camicia pulita che puoi ancora indossare è quasi una festa; e così pure se ti lavi con un sapone profumato, in un bagno che è tutto tuo per quella mezz'ora. E' proprio come se io mi stessi già congedando da queste raffinatezze della civiltà. E se un giorno non potrò più goderne, saprò in ogni caso che esistono e che possono rendere piacevole la vita, e in quanto tali le loderò, anche se non mi saranno toccate in sorte. Quel che conta, infatti, non è che tocchino proprio a me - vero? Bisogna saper accettare tutto quel che ci tocca: anche se un individuo nei panni del tuo prossimo ti si accosta all'uscita da una farmacia dove hai comprato il dentifricio, ti punta l'indice addosso e ti chiede con aria inquisitoria: ha il permesso di comprare lì dentro? Ho risposto, timida e insieme decisa, e gentile come sempre: sì, signore, questa è una farmacia. Capito, ha detto lui laconico e diffidente, e se n'è andato. Io non so essere tagliente. So esserlo in una conversazione tra persone di spirito, ma sono del tutto indifesa di fronte alla gentaglia di strada, tanto per parlare senza mezzi termini: allora divento timida e triste e mi stupisco che tra esseri umani ci si possa comportare così, ma una risposta ben forte e tagliente - sia pur nei limiti del lecito - non mi viene. Quell'uomo non aveva il diritto d'interrogarmi. Uno di quegli idealisti che a suo tempo coopereranno a epurare la società dagli elementi ebraici. A ognuno il suo piacere in questa vita. Ma questi piccoli attriti col mondo esterno devono pur esser digeriti. Con ciò, non provo il minimo interesse a fare la figura di una persona coraggiosa di fronte a questo o quel persecutore - e dunque, non mi sforzerò mai in questo senso. Possono benissimo accorgersi che sono triste e del tutto indifesa nei loro confronti. Non ho nessun bisogno di fare una figura coraggiosa, ho la mia forza interiore e questo mi basta, il resto è irrilevante. "Le otto e mezzo di mattina." Quando è entrato in camera mia aveva un pigiama celeste e un'espressione timida in viso: gli stavano così bene. S'è seduto sul bordo del letto a parlare per un po'. Ora se n'è andato, passerà un'ora prima che sia pronto: lavarsi, far ginnastica, «leggere». «Leggere» lo posso fare insieme con lui. Quando ha detto: adesso ho ancora bisogno di un'ora, mi ha preso di colpo una gran tristezza, quasi dovessimo separarci per sempre. Oh, lasciar completamente libera una persona che si ama, lasciarla del tutto libera di fare la sua vita, è la cosa più difficile che ci sia. La sto imparando per lui. Fuori un vero tripudio di voci di uccelli; un tetto piano coperto di ghiaino e un piccione davanti alla mia finestra spalancata. Il sole già al mattino presto. Lui tossiva poco fa, e ha sempre ancora la testa che gli duole nello stesso punto. Ha avuto un pessimo sogno; l'ha chiamato un «sogno premonitore». Ero sveglia alle cinque e mezzo. Alle sette e mezzo mi sono completamente spogliata e lavata, ho fatto un po' di ginnastica e poi sono tornata sotto le coperte. Poco dopo è entrato lui, esitante e timido nel suo pigiama celeste, tossiva, ha detto: «Sono esaurito». Stamattina andiamo dal medico invece di fare quel lungo giro. E oggi voglio ritirarmi a riposare nel mio silenzio: nello spazio del mio silenzio interiore a cui chiedo ospitalità per un giorno intero. Forse riuscirò a riposarmi così. Corpo e mente sono molto stanchi e funzionano male, ma oggi non ho da lavorare, e credo che andrà bene. C'è sole su quel tetto e un tripudio di voci di uccelli, questa camera è già così raccolta intorno a me che ci potrei pregare. Abbiamo avuto entrambi una vita molto libera, lui con le donne, io con gli uomini, e ciò nonostante lui era seduto col suo pigiama celeste sul bordo del mio letto: per un momento la sua testa era abbandonata fra le mie braccia nude, abbiamo parlato un pochino, poi era via di nuovo. Trovo che è una cosa molto commovente. Né l'uno né l'altro abbiamo il cattivo gusto di abusare di una situazione troppo facile. Alle nostre spalle c'è una vita libera e sregolata di amori trascorsi in molti letti altrui, eppure siamo ancora capaci di essere timidi ogni volta. E' molto bello che sia così e me ne rallegro. Ora mi metto la mia vestaglia colorata e scendo di sotto per leggere la Bibbia insieme con lui. Passerò tutto il giorno in un angolino di quella gran sala silenziosa che ho dentro di me. Oggi non devo lavorare, non ho compiti casalinghi e non ho da far lezione. La mia colazione è pronta in un cartoccio e Adri ci porterà il nostro pranzo caldo. Così, stanca, posso restar seduta nell'angolino del mio silenzio, accoccolata come un buddha e anche col suo sorriso interiormente, s'intende. "Le dieci meno un quarto." Erano un buon nutrimento a digiuno, quei pochi Salmi che ormai fanno parte della nostra vita quotidiana. Abbiamo vissuto insieme il principio di un giorno ed è stata una cosa molto bella, una carica d'energia. E di nuovo quella stupida fitta al cuore quando ha detto che andava a far ginnastica e a vestirsi: come se, dovendo ritornare di sopra, io mi sentissi abbandonata e sola al mondo. Una volta ho scritto: vorrei poter condividere il mio spazzolino da denti con lui. Quanto bisogno di essere vicina a una persona fin nei suoi più piccoli gesti quotidiani! Però questa distanza fa bene: ci si ritrova poi sempre, e tra poco verrà su a chiamarmi per far colazione alla sua tavola rotonda, vicino al geranio che si dissangua ogni giorno di più. Oh, quegli uccelli e quel sole sul ghiaino del tetto. Ho nell'anima tanta calma e dolcezza, e un senso di appagamento che riposa in Dio. Che forza primordiale vien fuori dall'Antico Testamento e che radice 'popolare', anche. Magnifiche figure, forti e poetiche, vivono in quelle pagine. Un libro davvero avvincente, aspro e tenero, ingenuo e saggio, interessante non solo per ciò che dice, ma anche perché permette di conoscere chi lo dice. "Di sera, le dieci." Soltanto questo: ogni minuto di questa giornata è trascorso in un batter d'occhio, ma la giornata tutt'intera mi rimane dentro come un dono pieno di consolazione, un ricordo che potrà essere necessario e che ci accompagnerà come una realtà sempre presente. E ogni fase di questa giornata faceva impallidire quelle che l'avevano preceduta. Non si può puntare esclusivamente sulla conservazione o sulla distruzione: tutte e due esistono come possibilità estreme ma non ci si può fissare su nessuna delle due. Quel che conta, piuttosto, è che si affrontino le cose urgenti di ogni giorno. Ieri sera parlavamo di campi di lavoro. Io dicevo: non posso farmi nessuna illusione, il mio corpo non vale niente e sarò morta in tre giorni. Werner era d'accordo per parte sua, mentre Liesl ha detto: non so, io ho la sensazione che me la caverei. Posso capirla bene, una volta ero come lei, sentivo di possedere un'energia indistruttibile. E' un nucleo di forza che continuo a portarmi dentro, ma anche questo non va inteso in senso troppo materialistico. La questione non è se il corpo poco esercitato possa resistere, questo è relativamente secondario: la forza autentica, primaria, consiste in ciò, che se anche si soccombe miseramente, fino all'ultimo si sente che la vita è bella e ricca di significato, che si è realizzato tutto quanto in noi stessi e che la vita era buona. Non riesco tanto a esprimermi, finisco sempre per usare le stesse parole. "Lunedì mattina, le undici." Forse posso scrivere per un'ora di seguito sulle cose più importanti. Rilke scrive da qualche parte al suo amico paralizzato Ewald: «Ma ci sono anche dei giorni in cui egli invecchia, i minuti gli passano sopra come anni». Così, ieri, le molte ore del giorno sono passate sopra di noi. Quando ci siamo salutati, mi sono appoggiata per un momento a lui e gli ho detto: «Vorrei rimanere ancora a lungo con te, il più possibile». Nel suo viso, la bocca era così dolce, indifesa e malinconica quando ha risposto quasi trasognato: «Già, ognuno di noi avrà pure i suoi desideri...». E ora mi domando: non dobbiamo cominciare già adesso a congedarci da questi desideri? Se si comincia ad accettare, non si deve accettare tutto, allora? Stava contro il muro della camera di Dicky, io ero appena appoggiata a lui, dolcemente; all'apparenza non c'era nulla di diverso da tanti altri momenti simili nella mia vita, ma per me fu improvvisamente come se un cielo da tragedia greca si stendesse sopra di noi: per un momento tutto si è confuso ai miei sensi, io mi trovavo con lui nel mezzo di uno spazio infinito, carico di minacce ma anche di eternità. Forse è stato allora che s'è compiuta in noi una grande e definitiva trasformazione, ieri. E' rimasto ancora un momentino appoggiato al muro e ha chiesto con tono quasi lamentoso: «Stasera devo scrivere alla mia amica che avrà il suo compleanno tra poco: ma cosa devo scriverle, mi manca la voglia e l'ispirazione». Gli ho detto: devi cercare fin d'ora di riconciliarla con l'idea di non rivederti più, devi fornirle dei punti d'appoggio per la sua vita futura. Devi aiutarla a riconoscere che in tutti questi anni avete continuato a vivere insieme, malgrado la lontananza fisica, che lei ha il dovere di continuare a vivere nel tuo spirito e di conservarne un pezzetto per questo mondo - ecco ciò che conta. Così ci si parla, oggi, discorsi di questo genere non sembrano neppure più assurdi, siamo entrati in una nuova realtà e ogni cosa ha preso colori e accenti diversi. E tra i nostri occhi, le nostre mani e le nostre bocche scorre un flusso ininterrotto di dolcezza e di tenerezza, in cui sembra che si sia spento ogni più piccolo desiderio: ormai si tratta semplicemente di essere buoni l'uno verso l'altro, con tutta la bontà di cui siamo capaci. E ogni riunione è anche un addio. Stamattina mi ha detto al telefono, quasi trasognato: «Era bello ieri, cerchiamo di stare insieme il più possibile durante il giorno». E ieri pomeriggio - eravamo seduti al suo tavolino rotondo, e come due 'scapoli', ancora viziati, ci godevamo un pranzo abbondante che non aveva alcun rapporto con la situazione attuale - quando gli ho detto che non volevo lasciarlo, ha risposto con un tono improvvisamente severo e solenne: «Non dimentichi ciò che lei dice sempre, non può dimenticarlo». E non mi sembrava più di essere come una bambinetta in un dramma che supera la sua capacità di comprensione, come succedeva tanto spesso in passato, qui invece si trattava della mia vita e del mio destino ed ero in grado di sopportarli: e il mio destino, con tutte le minacce insicurezze fede e amore, mi andava a pennello come un vestito che fosse stato cucito appositamente per me. Gli voglio bene con tutto il disinteresse che ho scoperto di possedere e non voglio minimamente pesare su di lui con le mie esigenze e con le mie paure. Rinuncerò persino al desiderio di rimanergli accanto fino all'ultimo momento. Il mio essere si sta trasformando in un'unica, grande preghiera per lui. E perché solo per lui? Perché non anche per gli altri? Ci vanno anche ragazzine di sedici anni, nei campi di lavoro. Noi che siamo più vecchi dovremo prenderle sotto la nostra protezione, quando sarà il turno delle nostre ragazze olandesi. Ieri sera volevo dirlo a Han, che ci vanno anche ragazze di sedici anni ma sono stata zitta pensando che avrei potuto essere buona anche con lui, e che non era il caso di caricarlo di altri pesi: non posso forse risolvere queste cose da sola? Certo che ognuno di noi deve sapere - ma non si deve anche esser buoni con gli altri, non si deve evitare di caricarli tutto il tempo di pesi che possiamo benissimo portare da soli? Soltanto qualche giorno fa pensavo ancora: il peggio verrà quando non mi sarà più concesso di tenere matita e carta per chiarirmi le idee di tanto in tanto. Senza questa possibilità, che per me è di un'importanza essenziale, potrei anche scoppiare e distruggermi dentro. E ora so che se si comincia a rinunciare alle proprie pretese e ai propri desideri, si può rinunciare a tutto. L'ho imparato in questi giorni. Forse potrò rimanere qui ancora per un mese, e poi anche questa scappatoia nelle disposizioni verrà scoperta. Incomincerò a far ordine nelle mie carte e ogni giorno dirò addio. E così il vero addio sarà solo una piccola conferma esteriore di ciò che, di giorno in giorno, s'è già compiuto dentro di me. Sono in uno stato d'animo così singolare. Sono proprio io a scrivere qui, così tranquilla e matura - qualcuno mi potrebbe capire se dicessi che mi sento così stranamente felice, non in modo artificioso o altro, ma in tutta semplicità, perché mi sento crescere dentro dolcezza e fiducia, di giorno in giorno? Perché tutta la confusione le minacce e i pesi non mi portano neanche per un momento all'alienazione mentale? Perché continuo a vedere e a sentire la vita così chiara e nitida in tutti i suoi contorni. Perché nulla offusca i miei pensieri e i miei sentimenti. Perché posso sopportare e accettare tutto, e perché la coscienza del bene che c'è stato nella vita - anche nella mia vita - non è stata soppiantata da tutte queste altre cose, anzi diventa sempre più parte di me. Non oso quasi aggiungere altro, non so che cosa sia è come se mi spingessi troppo oltre nel mio distacco da tutto ciò che porta la maggior parte delle persone vicino all'alienazione mentale. Se sapessi con certezza di dover morire la prossima settimana, potrei rimanere a studiare alla mia scrivania per tutto questo tempo, nella massima tranquillità di spirito e senza che questa sia una fuga - io so, ora, che vita e morte sono significativamente legate fra loro. Sarà uno scivolare dall'una nell'altra - anche se la fine potrà essere triste o persino orribile, nella sua forma esteriore. Dovremo passare ancora per tante vicissitudini. Diventeremo poveri; poi, a lungo andare, saremo ridotti all'indigenza; ogni giorno perdiamo un po' delle nostre forze, e questo è dovuto non solo alle nostre paure e insicurezze, ma anche a piccoli e semplici fatti concreti - come quello di poter entrare in sempre meno negozi o di esser costretti a percorrere lunghi tratti a piedi, cosa che sta già logorando molte persone che conosco. La nostra distruzione si avvicina furtivamente da ogni parte, presto il cerchio sarà chiuso intorno a noi e nessuna persona buona che vorrà darci aiuto lo potrà oltrepassare. Per ora ci sono ancora tante piccole aperture, ma anche queste saranno turate tra breve. E' curioso com'è fatto l'uomo. Ora c'è un tempo freddo e piovoso - come se dall'altopiano di un'afosa notte estiva uno fosse improvvisamente scaraventato in una valle fredda e umida. Anche l'ultima notte che ho passato con Han era sul filo del confine tra caldo e freddo: era ieri sera, parlavamo davanti alla finestra aperta delle gravi questioni che sono in gioco in questo momento, il suo viso era così stravolto che ho pensato: questa notte piangeremo abbracciati. Abbracciati ci siamo, ma non abbiamo pianto. Solo nell'estasi della fine, mentre il suo corpo era steso sul mio, sono stata improvvisamente sopraffatta da un'ondata di tristezza che era profondamente umana, e poi da un sentimento di compassione per me e per tutti, e poi ancora mi pareva che tutto fosse come doveva essere. Nel buio ho potuto nascondere la mia testa fra le sue spalle nude e ho assaporato le mie lacrime da sola. E poi, di colpo, ho dovuto pensare a quella torta della signora W. oggi pomeriggio e allo strato di fragole che la ricopriva, e m'è venuto da ridere fra me e me, quasi con allegria. E ora devo occuparmi del pranzo e alle due vado da lui. Potrei aggiungere che non ho lo stomaco a posto, ma mi sono proposta di non scrivere più della mia salute, costa troppa carta e me la cavo ugualmente. Una volta ne scrivevo a lungo perché non sapevo bene come regolarmi con questi problemi, ma ora sono cose superate - per lo meno così mi sembra. Sono un po' avventata e presuntuosa? Non so. "7 luglio, martedì mattina, le nove e mezzo." Mien ha appena telefonato che ieri Mischa ha passato la visita per esser mandato nel Drenthe. L'esito non si sa ancora. La mamma è alzata, diceva, e papà legge molto; lui ha tanto dentro di sé. Le strade che si percorrono in bicicletta non sono più del tutto le stesse, i cieli al di sopra sono così bassi e minacciosi, e paiono cieli da temporale, anche col sole radioso. Si vive ora fianco a fianco con il destino o comunque lo si voglia chiamare, si trovano anche i comportamenti per convivere quotidianamente con esso, e tutto è molto diverso da quel che un tempo potevamo leggere su tutti i libri. Per me, io so questo: dobbiamo abbandonare le nostre preoccupazioni per pensare agli altri, che amiamo. Voglio dir questo: si deve tenere a disposizione di chiunque s'incontri per caso sul nostro sentiero, e che ne abbia bisogno, tutta la forza e l'amore e la fiducia in Dio che abbiamo in noi stessi, e che ultimamente stanno crescendo in modo così meraviglioso in me. S. diceva ieri: «Mi sono maledettamente abituato a lei». E Dio sa quanto «maledettamente» io mi sia «abituata» a lui. Ma devo abbandonarlo ugualmente. Voglio dir questo: dal mio amore per lui devo attingere forza e amore per chiunque ne abbia bisogno; ma questo amore e preoccupazione per lui non devono consumarmi al punto da togliermi le forze: perché anche questo sarebbe 'egoistico'. E persino dalla sofferenza si può attingere forza. E con l'amore che sento per lui posso nutrirmi una vita intera, e altri insieme con me. Bisogna essere coerenti sino alla fine. Si può dire: fin qui posso sopportare tutto, ma se gli succede qualcosa, o se devo lasciarlo, allora non posso più continuare. Anche in quel caso bisogna proseguire. O l'uno o l'altro, ora: o si pensa soltanto a se stessi e alla propria conservazione, senza riguardi, o si prendono le distanze da tutti i desideri personali, e ci si arrende. Per me, questa resa non si fonda sulla rassegnazione che è un morire, ma s'indirizza là dove Dio per avventura mi manda ad aiutare come posso - e non a macerarmi nel mio dolore e nella mia rabbia. Sono ancora in uno stato d'animo singolare. Potrei dire: è come se mi librassi invece di camminare, come se non vivessi dentro alla realtà, come se non sapessi cosa sta succedendo. Qualche giorno fa scrivevo ancora: voglio star seduta per un pochino alla mia scrivania, e studiare per me. Questo non si fa più. Cioè: succederà un giorno, ma a questa pretesa bisogna rinunciare. Bisogna rinunciare a tutto per poter fare in un giorno le migliaia di piccole cose che vanno fatte per gli altri, senza smarrirsi. Werner diceva ieri: «Noi non traslochiamo più, non ne vale la pena». E mi guardava e diceva: «Se almeno potessimo partire insieme». Il piccolo Weyl si guardava tristemente le gambette magre e diceva: «Questa settimana devo comprarmi ancora due paia di mutande lunghe, come devo fare?», e rivolto agli altri: «Se solo potessimo essere nello stesso scompartimento». La prossima settimana, partenza all'una e mezzo di notte; e il viaggio in treno sarà gratis, sì proprio gratis, e non si possono portare cose viventi - così era scritto in quell'ordinanza. Inoltre, che bisogna portarsi le scarpe da lavoro e due paia di calze e un cucchiaio, ma niente oro e argento e platino, quello no, sì invece la fede, commovente, quella si può ancora tenere. E io non mi porto nessun cappello, diceva F., ma un berretto, quello sì che andrà bene. E così, eccoci alla nostra «ora amara». Tornando a casa ieri sera per il consueto «amaro», pensavo: in nome del cielo, come posso dar lezione per un'ora, adesso - su quell'ora e mezza con W., con la sua liscia testa da ragazzo e i suoi occhi provocanti, potrei scrivere un libro intero. Spero di potermi ricordare tutto di questo periodo, di poterne più tardi raccontare qualcosa. E' tutto ben diverso da quel che si legge sui libri, molto diverso. Non posso scrivere dei mille dettagli che vivo quotidianamente, spero di ricordarmeli. Noto che la mia capacità di osservazione registra tutto così esattamente e ne provo un piacere singolare. Nella generale rovina delle cose, in tutta la mia stanchezza, sofferenza, e così via, rimane pur sempre la mia gioia, la gioia dell'artista nell'osservare le cose, e nel trasformarle nel suo spirito in un'immagine sua. Leggerò l'ultima espressione dal viso dei moribondi, con partecipazione, e la conserverò. Soffro con coloro con cui ora parlo tutte le sere, e che la prossima settimana lavoreranno in un luogo minacciato di questa terra, in una fabbrica di munizioni o Dio sa dove, sempre che possano ancora lavorare. Ma io registro in me ogni piccolo gesto, parola, espressione del loro volto, e lo faccio con una concretezza quasi fredda e oggettiva. Ho la disposizione dell'artista e credo che più tardi, quando sentirò la necessità di raccontare tutto, avrò anche abbastanza talento per farlo. "Di pomeriggio." Un amico di Bernard ha incontrato un soldato tedesco che gli ha chiesto una sigaretta. Ne è venuto fuori un dialogo, da cui risultava che il soldato era austriaco, un tempo professore a Parigi. Voglio conservare una frase del dialogo riferito da Bernard. Il soldato diceva: in Germania ci sono più soldati uccisi dalla caserma che dal nemico. Quell'uomo che lavora in Borsa diceva domenica mattina da Leo Krijn: «Dobbiamo pregare di tutto cuore che succeda qualcosa di buono, finché conserviamo la disposizione verso questo qualcosa di buono. Infatti, se il nostro odio ci fa degenerare in bestie come lo sono loro, non servirà più a nulla». I miei piedi ancora inabili mi preoccupano moltissimo. Spero che la mia vescica sarà guarita a quel punto, altrimenti sarò certamente di peso quando saremo pigiati tutti quanti insieme. E poi dovrò andare finalmente dal dentista, tutte le cose indispensabili che sono state rimandate per una vita intera devono essere sbrigate con urgenza, credo. E lascio perdere anche questo frugare nella grammatica russa, per i primi mesi ne saprò abbastanza per i miei allievi, è meglio che finisca di leggere "1'Idiota". Non faccio neppure più riassunti di libri, ci vuole troppo tempo e non potrò trascinarmi dietro tutta quella carta. Con la mente estrarrò dalle cose ciò che è essenziale, e lo terrò in serbo per i momenti di necessità. E potrò anche abituarmi meglio alla mia partenza se con diverse, piccole azioni mi renderò sempre più conto di questo distacco, di modo che 1'«ultima fine» non giunga come un colpo troppo pesante: liquidando lettere, carte e vecchie cose che stanno in giro nei cassetti della mia scrivania. Penso però che Mischa sarà giudicato inabile. Devo andare a dormire più presto, altrimenti ho sonno di giorno e questo non va. Prima che Liesl parta per il Drenthe devo vedere di metter le mani sulla lettera del nostro soldato tedesco "kasher", per conservarla come "document humain". Dopo la grandissima, schiacciante disperazione del primo momento, quella storia ha preso molte pieghe singolari. La vita è così curiosa e sorprendente e infinitamente piena di sfumature, a ogni curva del suo cammino si apre una vista del tutto diversa. La maggior parte delle persone ha nella propria testa delle idee stereotipate su questa vita, dobbiamo nel nostro intimo liberarci di tutto, di ogni idea esistente, parola d'ordine, sicurezza; dobbiamo avere il coraggio di abbandonare tutto, ogni norma e appiglio convenzionale, dobbiamo osare il gran salto nel cosmo, e allora, allora sì che la vita diventa infinitamente ricca e abbondante, anche nei suoi più profondi dolori. Vorrei poter avere letto tutto di Rilke, prima che arrivi il giorno in cui forse non potrò più leggere, per molto tempo. M'immedesimo molto intensamente nel piccolo gruppo di persone che ho conosciuto per caso da Werner e Liesl, e che la prossima settimana sarà deportato per lavorare in Germania sotto la sorveglianza della polizia. Stanotte ho sognato che dovevo preparare la valigia. Era una notte nervosa, soprattutto le scarpe mi facevano male. Come si doveva fare con la biancheria e il cibo per tre giorni e le coperte, tutto in una valigia o in uno zaino? Però rimarrà ancora posto per la Bibbia in un angolino. E se possibile per lo "Stundenbuch" [«Il libro delle ore»], e per i "Briefe an einen jungen Dichter" [«Lettere a un giovane poeta»] di Rilke. E mi piacerebbe tanto portare con me i vocabolarietti russi e "L'idiota", per non perdere l'esercizio della lingua. Questo mi può naturalmente succedere - e sarà un caso molto curioso - se io dichiaro alla nostra registrazione: insegnante di lingua russa: sarà un caso unico e le conseguenze non si possono prevedere facilmente. Dio sa per quali vani giri finirò ancora per andare in Russia, una volta che abbiano messo le mani sulla mia conoscenza delle lingue e del resto. "Le otto." Ecco, ora si mette un coperchio sul chiasso di questa giornata, e questa sera, con tutta la pace e la concentrazione che sono in me, è mia. Una rosa tea gialla sta sulla mia scrivania, tra due vasetti di viole. L'ora dell'«amaro» è passata. S. chiedeva, del tutto esausto: come resistono i Levy ogni sera, io non resisto più, mi sento a pezzi. E ora lascio dietro di me tutte le dicerie e tutte le realtà, ora si studia e si legge, per tutta una sera. E io, come sto? Nessuna delle preoccupazioni e delle minacce di questa giornata m'è rimasta attaccata, sto qui seduta alla mia scrivania così 'vergine' e appena nata, così disposta a studiare, come se nel mondo non succedesse niente. Tutto m'è completamente caduto di dosso, nulla ha lasciato una traccia, mi sento così «ricettiva» come non mai. La prossima settimana probabilmente tutti gli olandesi saranno chiamati al controllo. Di minuto in minuto desideri, necessità e legami si staccano da me, sono pronta a tutto, a ogni luogo di questa terra nel quale Dio mi manderà, sono pronta in ogni situazione e nella morte a testimoniare che questa vita è bella e piena di significato, e che non è colpa di Dio, ma nostra, se le cose sono così come sono, ora. Abbiamo ricevuto in noi tutte le possibilità per sviluppare i nostri talenti, dovremo ancora imparare a far buon uso di queste nostre possibilità. E' come se in ogni momento altri pesi mi cadano di dosso, come se tutti i confini che oggi ci sono tra persone e popoli non esistano più; in certi momenti è proprio come se la vita mi fosse divenuta trasparente e così anche il cuore umano, e io vedo e vedo e capisco sempre di più, e dentro di me sono sempre, sempre più in pace, e c'è in me una fiducia in Dio che in un primo tempo quasi mi spaventava per la sua crescita veloce, ma che sempre più diventa parte di me. E ora al lavoro. "Giovedì mattina, le nove e mezzo." E parole come Dio e Morte e Dolore e Eternità si devono dimenticare di nuovo. Si deve diventare un'altra volta così semplici e senza parole come il grano che cresce, o la pioggia che cade. Si deve semplicemente essere. E io, sono io già abbastanza avanti da poter dire sinceramente: spero di andare al campo di lavoro, per poter essere di appoggio alle ragazzine di sedici anni che ci vanno anche loro? Per rassicurare i genitori rimasti indietro: non siate inquieti, io vigilerò sui vostri figli. Quando dico che fuggire o nascondersi non ha il minimo senso, che non ci sono scappatoie e che val meglio rimaner con gli altri e cercare di essere per loro quel che ancora siamo in grado di essere, sembra che io sia molto, troppo rassegnata - sembra che il mio atteggiamento sia del tutto diverso da come l'intendo io. Ancora non ho trovato il tono giusto per spiegare questo mio sentimento intatto e gioioso, in cui sono compresi tutti i dolori e tutte le passioni. Parlo ancora con un tono filosofico e libresco, come se mi fossi inventata una teoria consolatoria per rendermi più piacevole la vita. Per il momento farei meglio a tacere, e a essere. "Venerdì mattina." Una volta è un Hitler; un'altra è Ivan il Terribile, per quanto mi riguarda; in un caso è la rassegnazione, in un altro sono le guerre, o la peste e i terremoti e la carestia. Quel che conta in definitiva è come si porta, sopporta, e risolve il dolore, e se si riesce a mantenere intatto un pezzetto della propria anima. "Più tardi." Io penso e penso, e mi rompo la testa, e provo a risolvere le preoccupazioni minacciose di ogni giorno nel minor tempo possibile - ho un groppo dentro che mi affatica il respiro, debbo fare i conti e darmi da fare e lasciar perdere lo studio per una parte della mattinata, cammino un po' su e giù per la camera, ho anche mal di pancia, eccetera - ed ecco che rispunta quella certezza: più tardi, se sarò sopravvissuta a tutto quanto, scriverò delle piccole storie su questo tempo, e saranno come rade pennellate su un ampio, muto sfondo fatto di Dio, Vita, Morte, Dolore, Eternità. Talvolta le molte preoccupazioni ci saltano addosso come parassiti. Bene, allora bisogna grattarsi un po' e si diventa anche più brutti, ma uno deve pur toglierseli di dosso. Considererò il breve tempo in cui potrò rimanere qui come un regalo, una vacanza. In questi ultimi giorni sto percorrendo la vita come se mi portassi dentro una lastra fotografica che registra esattamente tutto, fin nei minimi dettagli. Sento che ogni cosa mi entra «dentro» con grande nitidezza di contorni. Più tardi, forse molto più tardi, svilupperò e stamperò tutte quelle immagini - quando avrò trovato il tono giusto per esprimere questo nuovo modo di sentire la vita. Tutto dovrebbe tacere finché questo nuovo tono non sia stato trovato. Ma mentre si parla - il silenzio è piuttosto una scappatoia che una soluzione - si deve cominciare a cercarlo. La transizione dal vecchio al nuovo tono la si deve poter seguire in tutti i suoi passaggi. Un giorno pesante, molto pesante. Un «destino di massa» che si deve imparare a sopportare insieme con gli altri, eliminando tutti gli infantilismi personali. Chiunque si voglia salvare deve pur sapere che se non ci va lui, qualcun altro dovrà andare al suo posto. Come se importasse molto se si tratti proprio di me, o piuttosto di un altro, o di un altro ancora. E' diventato ormai un «destino di massa» e si dev'essere ben chiari su questo punto. Un giorno molto pesante. Ma ogni volta so ritrovare me stessa in una preghiera - e pregare mi sarà sempre possibile, anche nello spazio più ristretto. E, come fosse un fagottino, io mi lego sempre più strettamente sulla schiena, e porto sempre più come una cosa mia quel pezzetto di destino che sono in grado di sopportare: con questo fagottino già cammino per le strade. Dovrei impugnare questa sottile penna stilografica come se fosse un martello e le mie parole dovrebbero essere come tante martellate, per raccontare il nostro destino e un pezzo di storia com'è ora e non è mai stata in passato - non in questa forma totalitaria, organizzata per grandi masse, estesa all'Europa intera. Dovrà pur sopravvivere qualcuno che lo possa fare. Anch'io vorrei essere in futuro una piccola cronista. La sua bocca tremante quando ha detto: «Allora Adri e Dicky non potranno più portarmi da mangiare». "11 luglio 1942, sabato mattina, le undici." Si dovrebbe parlare delle questioni più gravi e importanti di questa vita solo quando le parole ci vengono semplici e naturali come l'acqua che sgorga da una sorgente. E se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio. Su tutta la superficie terrestre si sta estendendo piano piano un unico, grande campo di prigionia e non ci sarà quasi più nessuno che potrà rimanerne fuori. E' una fase che dobbiamo attraversare. Qui gli ebrei si raccontano delle belle storie: dicono che in Germania li murano vivi o li sterminano coi gas velenosi. Non è granché saggio raccontarsi storie simili, e poi, se anche questo capitasse in una forma o nell'altra, è per responsabilità nostra? Da ieri sera piove con una furia quasi infernale. Ho già vuotato un cassetto della mia scrivania. Ho ritrovato quella sua fotografia che avevo perso quasi un anno fa, ma che sapevo avrei ricuperato: ed eccola lì, in fondo a un cassetto disordinato. E' tipico per me: io so che certe cose, grandi o piccole, si aggiustano - anche, e soprattutto, se sono cose materiali. Non mi preoccupo mai per il domani, per esempio so che tra poco dovrò andarmene di qui e non ho la più pallida idea di dove andrò a finire, e poi, anche le mie entrate sono ben scarse in questo momento ma per me stessa non mi preoccupo mai, perché so che qualcosa succederà. Se si proiettano le proprie preoccupazioni sulle varie cose che devono accadere, si impedisce a queste cose di svilupparsi in modo organico. Ho una fiducia così grande: non nel senso che tutto andrà sempre bene nella mia vita esteriore, ma nel senso che anche quando le cose mi andranno male, io continuerò ad accettare questa vita come una cosa buona. Mi meraviglio di quanto io mi stia già orientando verso la prospettiva di un campo di lavoro. Ieri sera camminavo con lui lungo il canale, avevo dei comodi sandali ai piedi e d'un tratto m'è venuto da pensare: devo portarmi anche questi sandali, così potrò alternarli alle scarpe più pesanti. Che mi prende in questo momento? Una gioia così leggera, quasi scherzosa? Ieri è stato un giorno pesante, molto pesante; ho dovuto soffrire molto dentro di me, ma ho assorbito tutte le cose che mi sono precipitate addosso, e mi sento già in grado di sopportare qualcosa in più. Probabilmente è di lì che mi viene questa serenità, questa pace interiore: dalla coscienza di sapermela cavare da sola ogni volta, dalla constatazione che il mio cuore non s'inaridisce per l'amarezza, che i momenti di più profonda tristezza e persino di disperazione mi lasciano tracce positive, mi rendono più forte. Non mi faccio molte illusioni su come le cose stiano veramente e rinuncio persino alla pretesa di aiutare gli altri, partirò sempre dal principio di aiutare Dio il più possibile e se questo mi riuscirà, bene, allora vuol dire che saprò esserci anche per gli altri. Ma su questo punto non dobbiamo farci delle illusioni eroiche. Mi chiedo che cosa farei effettivamente, se mi portassi in tasca il foglio con l'ordine di partenza per la Germania, e se dovessi partire tra una settimana. Supponiamo che quel foglio mi arrivi domani: cosa farei? Comincerei col non dir niente a nessuno, mi ritirerei nel cantuccio più silenzioso della casa e mi raccoglierei in me stessa, cercando di radunare tutte le mie forze da ogni angolo di anima e corpo. Mi farei tagliare i capelli molto corti e butterei via il mio rossetto. Cercherei di finire di leggere le lettere di Rilke. Mi farei fare dei pantaloni e una giacchetta con quella stoffa che ho ancora per un mantello d'inverno. Naturalmente vorrei ancora vedere i miei genitori e racconterei loro molte cose di me, cose consolanti - e ogni minuto libero vorrei scrivere a lui, all'uomo di cui so già che mi farà morire di nostalgia. Certe volte mi sembra di morire già adesso, quando penso che dovrò lasciarlo e che non saprò più niente di lui. Tra qualche giorno andrò dal dentista per farmi otturare tutti quei denti bucati: sarebbe proprio grottesco che mi venisse mal di denti. Mi procurerò uno zaino e porterò con me lo stretto necessario, poco, ma tutto di buona qualità. Mi porterò una Bibbia e quei libretti sottili, i "Brife an einen jungen Dichter", e in qualche angolino dello zaino riuscirò a farci stare lo "Stundenbuch?" Non mi porto ritratti di persone care, ma alle ampie pareti del mio io interiore voglio appendere le immagini dei molti visi e gesti che ho raccolto, e quelle rimarranno sempre con me. Anche queste due mani vengono con me, con le loro dita espressive che sono come giovani rami robusti. Spesso saranno congiunte in una preghiera e mi proteggeranno; e staranno con me fino alla fine. E così questi occhi scuri col loro sguardo buono dolce e indagatore. E se i tratti del mio viso diventeranno brutti e sconvolti dalla sofferenza e dal lavoro eccessivi, allora tutta la vita del mio spirito potrà concentrarsi negli occhi. Eccetera, eccetera. Naturalmente si tratta di un semplice stato d'animo, uno dei tanti che si provano in queste nuove circostanze. Ma è anche un pezzo di me stessa, una possibilità che ho. Una parte di me che sta prendendo sempre più il sopravvento. Del resto: un essere umano è poi solo un essere umano. Già ora abituo il mio cuore ad andare avanti, anche quando sarò separata da coloro senza cui non credo che potrei vivere. Il mio distacco esteriore aumenta di giorno in giorno per far posto a un sentimento interiore - la volontà di continuare a vivere e a sentirsi legati per quanto lontani si possa essere uno dall'altro. Eppure quando cammino con lui, la mano nella mano, lungo il canale - che ieri sera aveva un aspetto autunnale e tempestoso - o quando, nella sua cameretta, mi scaldo ai suoi gesti buoni e sinceri, allora provo di nuovo questa speranza e questo desiderio così umani: perché non potremmo rimanere insieme? Tutto il resto non importerebbe più niente, allora, io non voglio lasciarlo. Ma altre volte penso fra me: forse è più facile pregare da lontano che veder soffrire da vicino. In questo mondo sconvolto, le comunicazioni dirette tra due persone passano ormai solo per l'anima. Esteriormente si è scaraventati lontano, e i sentieri che ci collegano rimangono sepolti sotto le macerie, cosicché in molti casi non potremo mai più ritrovarli. La prosecuzione ininterrotta di un contatto, di una vita in comune è possibile solo interiormente, e non rimane forse la speranza di ritrovarci ancora su questa terra? Naturalmente io non so come reagirò quando mi toccherà lasciarlo per davvero. In questo momento ho ancora nelle orecchie la sua voce di stamattina al telefono, e stasera ceniamo alla stessa tavola. E domattina facciamo una passeggiata, poi pranziamo insieme da Liesl e Werner e di pomeriggio si farà musica. Per ora lui è sempre qui. E forse, nel profondo del mio cuore, io non credo neppure che dovrò lasciare né lui né altre persone. Un essere umano è poi solo un essere umano. In questa nuova situazione dovremo imparare un'altra volta a conoscere noi stessi. Molte persone mi rimproverano per la mia indifferenza e passività e dicono che mi arrendo così, senza combattere. Dicono che chiunque possa sfuggire alle loro grinfie deve provare a farlo, che questo è un dovere, che devo far qualcosa per me. Ma questa somma non torna. In questo momento, ognuno si dà da fare per salvare se stesso: ma un certo numero di persone - un numero persino molto alto - non deve partire comunque? Il buffo è che non mi sento nelle loro grinfie, sia che io rimanga qui, sia che io venga deportata. Trovo tutti questi ragionamenti così convenzionali e primitivi e non li sopporto più, non mi sento nelle grinfie di nessuno, mi sento soltanto nelle braccia di Dio per dirla con enfasi; e sia che ora io mi trovi qui, a questa scrivania terribilmente cara e familiare, o fra un mese in una nuda camera del ghetto o fors'anche in un campo di lavoro sorvegliato dalle SS, nelle braccia di Dio credo che mi sentirò sempre. Forse mi potranno ridurre a pezzi fisicamente, ma di più non mi potranno fare. E forse cadrò in preda alla disperazione e soffrirò privazioni che non mi sono mai potuta immaginare, neppure nelle mie più vane fantasie. Ma anche questa è poca cosa, se paragonata a un'infinita vastità, e fede in Dio, e capacità di vivere interiormente. Può anche darsi che io sottovaluti tutto quanto. Ogni giorno vivo nell'eventualità che la dura sorte toccata a molti, a troppi, tocchi anche alla mia piccola persona, da un momento all'altro. Mi rendo conto di tutto fin nei minimi dettagli, credo che nel mio 'confrontarmi' interiore con le cose io stia saldamente piantata sulla terra più dura della realtà più dura. E la mia accettazione non è rassegnazione, o mancanza di volontà: c'è ancora spazio per l'elementare sdegno morale contro un regime che tratta così gli esseri umani. Ma le cose che ci accadono sono troppo grandi, troppo diaboliche perché si possa reagire con un rancore e con un'amarezza personali. Sarebbe una reazione così puerile, non proporzionata alla 'fatalità' di questi avvenimenti. Spesso la gente si agita quando dico: non fa poi molta differenza se tocca partire a me o a un altro, ciò che conta è che migliaia di persone debbano partire. Non è neppure che io voglia correre in braccio alla mia morte con un sorriso rassegnato. E' il senso dell'ineluttabile e la sua accettazione, la coscienza che in ultima istanza non ci possono togliere nulla. Non è che io voglia partire ad ogni costo, per una sorta di masochismo, o che desideri essere strappata via dal fondamento stesso della mia esistenza - ma dubito che mi sentirei bene se mi fosse risparmiato ciò che tanti devono invece subire. Mi si dice: una persona come te ha il dovere di mettersi in salvo, hai tanto da fare nella vita, hai ancora tanto da dare. Ma quel poco o molto che ho da dare lo posso dare comunque, che sia qui in una piccola cerchia di amici, o altrove, in un campo di concentramento. E mi sembra una curiosa sopravvalutazione di se stessi, quella di ritenersi troppo preziosi per condividere con gli altri un «destino di massa». Se Dio decide che io abbia tanto da fare, bene, allora lo farò, dopo esser passata per tutte le esperienze per cui possono passare anche gli altri. E il valore della mia persona risulterà appunto da come saprò comportarmi nella nuova situazione. E se non potrò sopravvivere, allora si vedrà chi sono da come morirò. Non si tratta più di tenersi fuori da una determinata situazione, costi quel che costi, ma di come ci si comporta e si continua a vivere in qualunque situazione. Le cose che devo ragionevolmente fare, le farò. I miei reni sono ancora infiammati e anche la mia vescica al piede non è "kasher", mi farò rilasciare un certificato medico se sarà possibile. Mi si raccomanda infatti di cercarmi ancora un posto, una specie d'impiego presso il Consiglio Ebraico. La settimana scorsa sono stati autorizzati a impiegare 180 persone e ora i disperati vi si accalcano in massa: proprio come un pezzo di legno che dopo un naufragio va alla deriva sull'oceano infinito, un relitto a cui tutti i naufraghi tentano ancora di aggrapparsi. Ma trovo assurdo e illogico di prendere delle iniziative. Né sono il tipo che sfrutta le sue buone relazioni. Del resto, sembra che vi si combinino parecchi intrighi, e il risentimento contro quel singolare organo di mediazione cresce di ora in ora. Inoltre: più tardi toccherà anche a loro. E' vero che gli inglesi a quel punto potrebbero essere sbarcati: così dicono coloro che conservano una speranza politica. Ma credo che si debba rinunciare a qualunque aspettativa che punti sul mondo esterno, che non si debba far calcoli sulla durata del tempo, eccetera eccetera. E ora apparecchio la tavola. "Preghiera della domenica mattina." Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l'oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani - ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L'unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l'unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch'esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all'ultimo la tua casa in noi. Esistono persone che all'ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d'argento - invece di salvare te, mio Dio. E altre persone, che sono ormai ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: me non mi prenderanno. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia. Comincio a sentirmi un po' più tranquilla, mio Dio, dopo questa conversazione con te. Discorrerò con te molto spesso, d'ora innanzi, e in questo modo ti impedirò di abbandonarmi. Con me vivrai anche tempi magri, mio Dio, tempi scarsamente alimentati dalla mia povera fiducia; ma credimi, io continuerò a lavorare per te e a esserti fedele e non ti caccerò via dal mio territorio. Per il dolore grande ed eroico ho abbastanza forza, mio Dio, ma sono piuttosto le mille piccole preoccupazioni quotidiane a saltarmi addosso e a mordermi come altrettanti parassiti. Be', allora mi gratto disperatamente per un po' e ripeto ogni giorno: per oggi sei a posto, le pareti protettive di una casa ospitale ti scivolano sulle spalle come un abito che hai portato spesso, e che ti è diventato familiare, anche di cibo ce n'è a sufficienza per oggi, e il tuo letto con le sue bianche lenzuola e con le sue calde coperte è ancora lì, pronto per la notte - e dunque, oggi non hai il diritto di perdere neanche un atomo della tua energia in piccole preoccupazioni materiali. Usa e impiega bene ogni minuto di questa giornata, e rendila fruttuosa; fanne un'altra salda pietra su cui possa ancora reggersi il nostro povero e angoscioso futuro. Il gelsomino dietro casa è completamente sciupato dalla pioggia e dalle tempeste di questi ultimi giorni, i suoi fiori bianchi galleggiano qua e là sulle pozzanghere scure e melmose che si sono formate sul tetto basso del garage. Ma da qualche parte dentro di me esso continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre, e spande il suo profumo tutt'intorno alla tua casa, mio Dio. Vedi come ti tratto bene. Non ti porto soltanto le mie lacrime e le mie paure, ma ti porto persino, in questa domenica mattina grigia e tempestosa, un gelsomino profumato. Ti porterò tutti i fiori che incontro sul mio cammino, e sono veramente tanti. Voglio che tu stia bene con me. E tanto per fare un esempio: se io mi trovassi rinchiusa in una cella stretta e vedessi passare una nuvola davanti alla piccola inferriata, allora ti porterei quella nuvola, mio Dio, sempre che ne abbia ancora la forza. Non posso garantirti niente a priori, ma le mie intenzioni sono ottime, lo vedi bene. E ora mi dedico a questa giornata. Mi troverò fra molta gente, le tristi voci e le minacce mi assedieranno di nuovo, come altrettanti soldati nemici assediano una fortezza imprendibile. "14 luglio, martedì sera." Ognuno deve vivere con lo stile suo. Io non so farmi avanti per garantirmi quella che può sembrare la mia salvezza, mi pare una cosa assurda e divento irrequieta e infelice. Quella lettera in cui faccio domanda al Consiglio Ebraico, scritta su insistenza di Jaap, per un po' mi ha fatto perdere l'equilibrio - lieto e insieme serissimo - che avevo oggi. Quasi fosse un'azione indegna - questo star tutti addosso a quell'unico pezzetto di legno che va alla deriva sull'oceano infinito dopo il naufragio, questo salvare il salvabile, spingersi a forza di gomiti, provocare l'annegamento altrui, tutto così indegno; e poi, questo spingere non mi piace. Io appartengo piuttosto al genere di persone che preferiscono galleggiare ancora un po' sull'oceano, stese sul dorso e con gli occhi rivolti al cielo, finché - con un gesto rassegnato e devoto - vanno a fondo per sempre. Io non posso fare diversamente. Le mie battaglie le combatto dentro di me, contro i miei propri demoni; ma combattere in mezzo a migliaia di persone impaurite, contro fanatici furiosi e gelidi che vogliono la nostra fine, no, questo non è proprio il mio genere. Non ho neppure paura, non so, mi sento così tranquilla, talvolta mi sembra di trovarmi in alto sui merli del palazzo della storia e di far correre lo sguardo su territori lontani. Mi sento in grado di sopportare il pezzo di storia che stiamo vivendo, senza soccombere. So tutto quel che capita e la mia testa rimane lucida. Talvolta è come se sul mio cuore venisse sparso uno strato di cenere. O come se sotto i miei occhi il mio viso appassisse e si dissolvesse, e nei suoi lineamenti grigi i secoli si inabissassero uno dopo l'altro, e tutto si disfacesse, e il mio cuore lasciasse andare tutto. Sono solo brevi momenti, dopo di che ritrovo ogni cosa e la mia testa ridiventa lucida, e sono di nuovo in grado di sopportare benissimo questo pezzo di storia. Una volta che si comincia a camminare con Dio, si continua semplicemente a camminare e la vita diventa un'unica, lunga passeggiata. Com'è singolare tutto ciò. Riesco a capire un pezzetto di storia e di umanità ma per ora preferisco non scrivere, avrei l'impressione che ogni parola sbiadirebbe e invecchierebbe all'istante, come se la parola nuova capace di sostituire quella vecchia abbia ancora da nascere. Se io fossi in grado di registrare molte cose che penso e che sento e che talvolta mi si chiariscono in un baleno - cose che riguardano questa vita, gli uomini, e Dio -, sono sicura che ne potrebbe venir fuori qualcosa di molto bello. Continuerò ad aver pazienza e lascerò maturare ogni cosa dentro di me. Mi sembra che si esageri nel temere per il nostro povero corpo. Lo spirito viene dimenticato, s'accartoccia e avvizzisce in qualche angolino. Viviamo in modo sbagliato, senza dignità e anche senza coscienza storica. Con un vero senso della storia si può anche soccombere. Io non odio nessuno, non sono amareggiata. Una volta che l'amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito. Se sapessero come sento e come penso, molte persone mi considererebbero una pazza che vive fuori della realtà. Invece vivo proprio nella realtà che ogni giorno porta con sé. L'uomo occidentale non accetta il 'dolore' come parte di questa vita: per questo non riesce mai a cavarne fuori delle forze positive. Bisogna che cerchi quelle due o tre frasi che avevo già trascritto da una lettera di Rathenau. Ecco cosa mi mancherà: qui basta che allunghi una mano, e subito ritrovo le parole e i frammenti di cui il mio spirito ha bisogno in un determinato momento. Bisogna invece che abbia tutto in me stessa. Si deve anche essere capaci di vivere senza libri e senza niente. Esisterà pur sempre un pezzetto di cielo da poter guardare, e abbastanza spazio dentro di me per congiungere le mani in una preghiera. Ora sono le undici e mezzo di sera. Weyl si allaccia lo zaino troppo, troppo pesante per la sua gracile schiena, e si avvia a piedi alla Centraal Station. Io l'accompagno. Stanotte non si dovrebbe poter chiudere occhio, si dovrebbe soltanto poter pregare. "Mercoledì mattina." Non devo aver pregato abbastanza bene stanotte. Quando ho letto il suo biglietto stamattina, qualcosa s'è spezzato, qualcosa m'è traboccato dentro. Stavo occupandomi della tavola per la colazione e di colpo dovetti congiungere le mani e chinare profondamente il capo e lacrime che avevo tenute dentro a lungo m'inondarono il cuore, e in me c'era così tanto amore compassione dolcezza, e anche così tanta forza, che dovrà pur servire a qualcosa. Dopo aver letto le sue parole, ho vissuto un momento di una serietà e di un'intensità estreme. Sembra forse strano, ma per me queste poche parole scarabocchiate con una matita sbiadita sono la prima lettera d'amore che ricevo. Ho valigie piene di cosiddette lettere d'amore, uomini diversi mi hanno scritto tante parole, appassionate e tenere, imploranti e piene di desiderio, parole con cui hanno cercato di riscaldare e sé e me, e spesso eran fuochi di paglia. Ma le sue parole di ieri: «Tu, ho il cuore grosso» e quelle di stamattina: «Cara, voglio continuare a pregare», sono il dono più prezioso che il mio cuore viziato abbia mai ricevuto. "Di sera." No, non credo che andrò a fondo. Oggi pomeriggio ho passato un momento di grandissima disperazione e tristezza - non per le cose che succedono ma semplicemente per me stessa, al pensiero di lasciarlo solo: non ero neppure triste per la nostalgia che sentirò di lui, ma per quella che lui sentirà di me. E solo un paio di giorni fa avevo pensato che non mi sarebbe più potuto succedere niente se avessi ricevuto l'ordine di partenza - tanto, ormai, avevo già vissuto e sofferto anticipatamente ogni cosa. Oggi, invece, mi sono resa conto che tutto mi può pesare anche più di prima. E' stato molto duro. Ti sono stata un po' infedele, mio Dio, ma soltanto un po'. Ogni tanto questi momenti di disperazione, quasi di temporanea estinzione, fanno bene: una pace ininterrotta sarebbe quasi sovrumana. Ora so di nuovo che saprò superare ogni momento di disperazione. Oggi pomeriggio non avrei potuto immaginare che stasera sarei stata seduta, così tranquilla e concentrata, a questa scrivania: tutto in me s'era spento, non sapevo più pensare coerentemente, era una profonda, terribile tristezza. E poi le mille piccole preoccupazioni, i piedi che fanno male dopo. Ora è tutto passato. So che sarò spesso a pezzi, che molte volte ancora stramazzerò, distrutta, su questa terra di Dio. Ma con la mia tenacia riuscirò sempre a rialzarmi - anche se oggi pomeriggio ho attraversato una fase di indurimento e di ottundimento spirituale, e ho visto a che cosa mi potrei ridurre dopo esser vissuta per anni in una situazione disperata. Ora però la mia testa è limpida come non mai. Domani devo parlare con lui del nostro atteggiamento verso il nostro destino - devo proprio! Mi hanno portato le lettere di Rilke, 1907-1914 e 1914-1921, spero di fare in tempo a leggerle tutte. E anche Schubert m'è arrivato. E' stata Jopie a portarmi tutto quanto. E, come un altro san Martino, s'è sfilata il suo golf di pura lana di pecora che ripara tanto bene dalla pioggia e dal freddo: così ho già qualcosa da mettermi per il viaggio. E chissà che non riesca a far stare tra le mie coperte i due volumi dell'"Idiota" e il vocabolarietto Langenscheidt? Sarei disposta a portarmi un po' meno da mangiare per farci stare quei libri. Meno coperte non è possibile, già così patisco mortalmente il freddo. Oggi pomeriggio ho trovato lo zaino di Hans in corridoio: l'ho provato di nascosto, non era del tutto pieno ma anche così era troppo pesante per me. Del resto, sono nelle mani di Dio. E lo è anche il mio corpo con tutti i suoi piccoli dolori. Quando mi ritroverò a terra distrutta e stordita, bisognerà che in un qualche angolino di me stessa io sappia che mi rialzerò un'altra volta, altrimenti sarò perduta. Vado per una strada e ho una guida per percorrerla. Ogni volta ritrovo la mia memoria e allora so, meglio che mai, come debbo comportarmi - o piuttosto, so che lo saprò, in ogni circostanza. «Cara, voglio continuare a pregare». Gli voglio così bene. E anche oggi mi chiedo se non sia più facile pregare da lontano e continuare a vivere interiormente insieme con lui, che vederlo soffrire da vicino. Sarà come sarà, il mio unico rischio è che il mio cuore si spezzi per l'amore che provo per lui. Ora voglio ancora leggere un po'. Quando prego, non prego mai per me stessa, prego sempre per gli altri, oppure dialogo in modo pazzo, infantile o serissimo con la parte più profonda di me, che per comodità io chiamo «Dio». Non so, trovo così infantile che si preghi per ottenere qualcosa per sé. Bisogna che domani gli chieda se prega mai per se stesso, e allora vuol dire che lo farò anch'io. Mi sembra infantile anche pregare perché un altro stia bene: per un altro si può solo pregare che riesca a sopportare le difficoltà della vita. E se si prega per qualcuno, gli si manda un po' della propria forza. Per tanti, la peggior sofferenza è la totale impreparazione interiore, per cui crollano miseramente già prima di aver visto un campo di lavoro. Secondo loro, la nostra catastrofe è completa e definitiva. L'Inferno di Dante è davvero un'operetta frivola al confronto. «Questo è l'inferno»: così aveva detto lui poco tempo fa, molto semplicemente e molto oggettivamente. Certe volte la mia testa si sente urlare, mugghiare, e fischiare intorno, e i cieli si stendono così bassi e minacciosi sopra di me. Eppure, di tanto in tanto, riaffiora quell'umore leggero e come danzante che non m'abbandona veramente mai e che non è umorismo macabro, per lo meno non credo. Col passare del tempo mi sono pian piano preparata a questi momenti, ora posso continuare a vivere indisturbata guardando con occhio limpido alle cose. In questi ultimi anni non mi sono solo occupata di belle lettere, alla mia scrivania. E queste cose potranno ora compensare un anno e mezzo, che è stato come un'intera vita di dolore e di distruzione: sono cresciute dentro di me e io con loro, sono diventate una perenne riserva che mi aiuterà a vivere senza stentare troppo. "Più tardi." Voglio ricordarmi una cosa per i miei momenti più difficili, voglio tenerla sempre presente Dostoevskii trascorse quattro anni di galera in Siberia avendo la Bibbia come sua unica lettura; non gli era permesso di star solo e anche l'igiene lasciava molto a desiderare. "16 luglio, le nove e mezzo di sera." Hai altri progetti per me, mio Dio? Posso accettare? Io rimango comunque pronta. Domani mi troverò nell'inferno, devo esser ben riposata per affrontare quel lavoro. Solo di oggi avrò da raccontare per un anno intero. Jaap e Loopuit, il vecchio amico, che diceva: non posso certo permettere che Etty sia trascinata nel D[renthe]. Io dicevo a Jaap, dopo che Leo de Wolf ci aveva di nuovo fatto risparmiare un'attesa di ore: più tardi dovrò far molto per gli altri, per ripagare tutto ciò. Non è lecito, non è giusto che questo capiti nella nostra società. Liesl ha detto con molto spirito: «Sei appunto la vittima del favoritismo». In quel corridoio, in quella calca e in quell'angoscia sono riuscita ancora a leggere alcune lettere di Rilke, continuo a vivere a modo mio. Quell'angoscia mortale su tutti quei volti, mio Dio, quei volti. Ora vado a dormire. Spero di essere come un centro di tranquillità in quel manicomio. Mi alzerò presto per potermi concentrare. Mio Dio, che progetti hai in serbo per me? Quell'ordine di partenza non mi era veramente entrato dentro che già, dopo un paio d'ore, non c'era più. Com'è potuto succedere così in fretta? S. aveva detto: oggi pomeriggio ho letto il tuo diario e dopo averlo letto sapevo che non ti sarebbe successo niente. Devo fare qualcosa per Liesl e per Werner, devo proprio. Non affrettatamente, ma con attenzione e concentrazione. Magari mettergli una lettera in tasca. E' successo un miracolo e anche questo deve essere accettato e sopportato. "19 luglio, domenica sera, le dieci meno dieci." Avrei tante cose da dirti, mio Dio, ma devo andare a dormire. Sono come narcotizzata, e se non vado a letto alle dieci non sarò in grado di reggere a un'altra giornata come questa. Del resto: prima dovrò aver trovato una lingua completamente nuova, per parlare di tutto ciò che ha toccato il mio cuore in questi ultimi giorni. Non ho affatto chiuso con noi due, mio Dio, né con questo mondo. Voglio vivere ancora a lungo e voglio condividere il destino riservato a tutti noi. Questi ultimi giorni, mio Dio, questi ultimi giorni! E stanotte. S. respira proprio come cammina. Ho detto, sotto le coperte: preghiamo insieme. No, non posso dire tutto quel che c'è stato in questi ultimi giorni, e stanotte. Eppure sono una dei tuoi eletti, mio Dio, perché mi concedi di prendere tanta parte a questa vita, e perché mi hai dato abbastanza forza per sopportare tutto quanto. E perché il mio cuore è anche lui in grado di sopportare sentimenti così grandi e così intensi. Stanotte alle due, quando sono finalmente salita di sopra e mi sono inginocchiata nel mezzo della camera di Dicky, quasi nuda e completamente sciolta, ho detto improvvisamente: ho certo vissuto delle cose grandi quest'oggi e questa notte, mio Dio, ti ringrazio perché sono in grado di sopportare tutto e perché tu lasci che così poche cose mi passino accanto senza toccarmi. E ora a letto. "20 luglio, lunedì sera, le nove e mezzo." Senza pietà, senza pietà. Ma tanto più misericordiosi dobbiamo esser noi nel nostro cuore, la mia preghiera di stamattina presto non voleva dire nient'altro che questo: Mio Dio, è un periodo troppo duro per persone fragili come me. So che seguirà un periodo diverso, un periodo di umanesimo. Vorrei tanto poter trasmettere ai tempi futuri tutta l'umanità che conservo in me stessa, malgrado le mie esperienze quotidiane. L'unico modo che abbiamo di preparare questi tempi nuovi è di prepararli fin d'ora in noi stessi. In qualche modo mi sento leggera, senz'alcuna amarezza e con tanta forza e amore. Vorrei tanto vivere per aiutare a preparare questi tempi nuovi: verranno di certo, non sento forse che stanno crescendo in me, ogni giorno? Stamattina ho pregato pressappoco così. M'è venuto spontaneo d'inginocchiarmi su quella dura stuoia di cocco del bagno e le lacrime mi scorrevano sul volto. E credo che quella preghiera mi abbia dato forza per tutto il giorno. Ora leggo ancora una piccola novella. Continuerò a vivere a modo mio in tutte le circostanze, anche se devo battere a macchina mille lettere al giorno, dalle dieci di mattina alle sette di sera, e se torno a casa alle otto coi piedi rotti dal camminare e devo ancora cenare. Riuscirò sempre a trovare un'ora. Rimarrò completamente fedele a me stessa e non mi rassegnerò né mi piegherò. Potrei forse reggere a questo lavoro, se non attingessi ogni giorno a quella gran pace e chiarezza che sono in me? Sì, mio Dio, ti sono molto fedele, in ogni circostanza, non andrò a fondo e continuo a credere nel senso profondo di questa vita; so come devo continuare a vivere e ci sono in me, e in lui, delle certezze così grandi, ti sembrerà incomprensibile ma trovo la vita così bella e mi sento così felice. Non è meraviglioso? Non oserei dirlo a nessuno con così tante parole. "21 luglio, martedì sera, le sette." Oggi pomeriggio, durante quella lunga camminata per tornare a casa, quando le preoccupazioni volevano assalirmi un'altra volta e sembrava che non mi dessero più pace, mi sono detta d'un tratto: Se tu affermi di credere in Dio devi anche essere coerente, devi abbandonarti completamente e devi aver fiducia. E non devi neppure preoccuparti per l'indomani. Poi, mentre facevamo quattro passi lungo il canale - e ti ringrazio mio Dio che questo sia ancora possibile, mi varrebbe la pena di sgobbare tutto il giorno per stare cinque minuti con lui -, S. ha detto: «Oh quelle preoccupazioni che abbiamo tutti». Allora ho ripetuto: dobbiamo essere coerenti, se abbiamo fiducia dobbiamo averla fino in fondo. Mi sembra di custodire un prezioso pezzo di vita, con tutta la responsabilità che me ne viene. Mi sento responsabile per quel grande e bel sentimento della vita che mi porto dentro, devo cercare di mantenerlo intatto in questo tempo per poterlo trasmettere a un tempo migliore. E' l'unica cosa che conta e ne sono pienamente cosciente. Ci sono dei momenti in cui penso che dovrei rassegnarmi e soccombere, ma ogni volta ritrovo quel senso di responsabilità nei confronti della vita che in me va veramente tenuto vivo. Ora leggo ancora alcune lettere di Rilke e poi molto presto a letto. Fino ad oggi la mia vita personale è stata infinitamente buona. In mezzo alle petizioni urgenti che ho battuto a macchina, in quell'ambiente che sta a metà tra l'inferno e un manicomio, ho ancora letto un po' di Rilke e mi ha dato di nuovo così tanto, come se l'avessi letto nel ritiro della mia camera silenziosa. Ma almeno ho scoperto in me stessa il gesto con cui si accosta il grande al grande, non per sbarazzarci del suo peso che è grande in tutto ciò ch'è grande, e infinito in tutto ciò ch'è incomprensibile: ma per poterlo ritrovare sempre in quel luogo elevato, dove la sua vita continua a svolgersi indipendentemente dal nostro dolore e dal nostro smarrimento, che sono così limitati al confronto. E volevo ancora dire questo: credo di essere arrivata pian piano a quella semplicità che ho sempre desiderato. "22 luglio, le otto di mattina." Mio Dio, dammi forza, non solo spirituale ma anche fisica. In un momento di debolezza ti voglio confessare sinceramente che se devo lasciare questa casa, non so proprio che fare. Però non voglio preoccuparmi in anticipo. E dunque, toglimi il peso di queste preoccupazioni: se dovessi portare anche quello, oltre a tutto il resto, dubito che sarei in grado di vivere. Sono tanto stanca oggi, in tutto il corpo, non ho molto coraggio per affrontare il lavoro di questa giornata. Non credo molto in questo lavoro, se dovesse continuare a lungo credo che diventerei completamente fiacca e rassegnata. Eppure ti sono grata perché non mi hai permesso di rimaner seduta a questa tranquilla scrivania, ma mi hai portato in mezzo al dolore e alle preoccupazioni di questo tempo. Un idillio con te in una stanza da studio ben protetta non sarebbe proprio tanto difficile, ora invece è importante che io ti porti con me, intatto attraverso tutte queste vicissitudini, e che ti rimanga fedele così come ti ho sempre promesso. Camminando per le strade ho da riflettere molto sul tuo mondo; «riflettere» non è la parola giusta, è piuttosto un cercare di approfondire le cose con un nuovo organo o senso. Spesso ho la sensazione di vedere questo tempo in prospettiva, come una fase della storia di cui conosco già l inizio e la fine e che posso inquadrare nel tutto. Sono riconoscente di non provare nessun odio o amarezza, ma di avere una così gran calma che non è rassegnazione - e anche una sorta di comprensione per questo tempo, per quanto strano ciò possa sembrare! Si deve poter capire questo tempo se si capiscono gli uomini, è infatti opera nostra. Il presente è quello che è e come tale lo si deve poter capire, malgrado lo sconcerto che si prova ogni tanto. In qualche modo io seguo la mia via interiore, che diventa sempre più semplice ed è lastricata di benevolenza e di fiducia. "23 luglio, giovedì sera, le nove." Le mie rose rosse e gialle si sono completamente schiuse. Mentre ero là, in quell'inferno, hanno continuato silenziosamente a fiorire. Molti mi dicono: come puoi pensare ancora ai fiori, di questi tempi. Ieri sera, dopo quella lunga camminata nella pioggia, e con quella vescica sotto il piede, sono ancora andata a cercare un carretto che vendesse fiori e così sono arrivata a casa con un gran mazzo di rose. Ed eccole lì, reali quanto tutta la miseria vissuta in un intero giorno. Nella mia vita c'è posto per tante cose. E ho così tanto posto, mio Dio. Oggi, mentre passavo per quei corridoi così affollati, ho sentito improvvisamente un gran desiderio d'inginocchiarmi sul pavimento di pietra, in mezzo a tutta quella gente. L'unico atto degno di un uomo che ci sia rimasto di questi tempi è quello d'inginocchiarci davanti a Dio. Ogni giorno imparo qualcosa sugli uomini e mi rendo sempre più conto che non si può trovare aiuto negli altri, che dobbiamo sempre più contare sulle nostre forze interiori. Il senso della vita non è soltanto la vita stessa, aveva affermato S. una volta in cui dicevamo che era importante non smarrire questo significato. Spesso mi viene da dire: c'è un gran marciume in quel posto. Ma oggi, d'un tratto, ho pensato: se dico sempre quella parola, marciume, esso finisce per propagarsi nell'atmosfera e non la rende certo migliore. La cosa più deprimente è sapere che quasi mai, nelle persone con cui lavoro, l'orizzonte interiore si amplia per queste esperienze. Non soffrono neppure in profondità. Odiano, e sono ciecamente ottimisti se si tratta della loro piccola persona, e sono ancora ambiziosi per il loro piccolo impiego; è una gran porcheria e ci sono dei momenti in cui mi perdo completamente di coraggio e vorrei abbandonare la testa sulla mia macchina da scrivere e dire: non posso più andare avanti così. Ma poi vado avanti, e imparo sempre qualcosa sugli uomini. Ora sono le dieci. Dovrei andare a dormire, ma vorrei tanto leggere qualcosa. Sto ancora divinamente bene. Liesl, la piccola coraggiosa Liesl sta su fino alle tre di notte e confeziona borsette per una fabbrica. E Werner non si è tolto i vestiti per sessanta ore di seguito, sono successe molte cose strane nella nostra vita, mio Dio, da' forza a tutti noi. E soprattutto, fa' che lui stia di nuovo bene e non portarmelo via. Oggi, di colpo, la paura che lui mi venga improvvisamente a mancare. Mio Dio, ho promesso che avrei confidato in te e ho di nuovo scacciato il mio timore e le mie preoccupazioni per lui. Sabato notte saremo insieme. Non posso essere abbastanza riconoscente che questo sia ancora possibile. Oggi è stata di nuovo una giornata molto pesante eppure sono riuscita a sopportarla, ora vorrei tanto dire qualcosa di molto bello, non so perché, qualcosa sulle rose o sul mio amore per lui. Leggerò due poesie di Rilke e poi a dormire. Sabato mi prendo un giorno libero. Lo strano è che non ho problemi fisici: niente mal di testa, mal di stomaco, eccetera. A volte c'è qualche piccola avvisaglia in questo senso, ma allora mi ritiro nella mia pace interiore fintanto che il sangue non mi scorre di nuovo regolarmente nelle vene. I miei malanni dovevano avere una radice psicologica. Non è neppure una calma forzata, come molti credono, o un inizio di affaticamento. Se le stesse cose mi fossero capitate un anno fa, sarei crollata dopo tre giorni o mi sarei suicidata o avrei preso degli atteggiamenti forzatamente vivaci. Ora invece c'è un tale equilibrio e pazienza e pace e senso di prospettiva e anche una qualche intuizione sui rapporti tra le cose, non so cosa sia, ma malgrado tutto: sto molto bene, mio Dio. Sono troppo stanca per leggere adesso, domattina mi alzerò presto e me ne starò un pochino a questa scrivania. Oggi, mentre dicevamo che avremmo voluto rimanere insieme, ho di nuovo pensato: ti vedo già adesso così malandato, ti voglio tanto bene ma la cosa peggiore sarà vederti soffrire e stentare accanto a me, preferirei pregare per te da lontano. Accetterò tutto come verrà, mio Dio. Non credo molto in un aiuto dall'esterno, né ci conto - su inglesi o americani o una rivoluzione o Dio sa cosa. Non ci si può attaccare a queste cose. Quel che viene è bene. Buona notte. "24 luglio, venerdì mattina, le sette e mezzo." Voglio studiare intensamente per un'ora prima che cominci questa giornata, ne sento un gran bisogno e ho anche la concentrazione necessaria. Stamattina presto, quando le preoccupazioni mi hanno assalita un'altra volta, mi sono alzata. Mio Dio, allontanale da me. Non so che farò se gli toccherà di partire per un campo, non so che strade percorrerò per lui. Una cosa è certa: dobbiamo accettare tutto dentro di noi, dobbiamo essere pronti a tutto e sapere che le «cose ultime» non possono esserci sottratte; allora, con quella pace interiore, sapremo ben compiere i passi necessari. Non dobbiamo romperci la testa e avere timore, ma pensare con calma e chiarezza. Nel momento in cui dovrò decidere, saprò che cosa fare. Ecco, le mie rose sono sempre lì. Porterò a Jaap quella mezza libbra di burro. Sono molto stanca. Sono in grado di sopportare questo tempo presente, lo capisco persino un poco. Se sopravviverò a questo tempo e se allora dirò: la vita è bella e ricca di significato, bisognerà pur credermi. Se tutto questo dolore non allarga i nostri orizzonti e non ci rende più umani, liberandoci dalle piccolezze e dalle cose superflue di questa vita, è stato inutile. Stasera usciamo insieme e ceniamo al Café de Paris, sembra quasi grottesco; Liesl diceva: «E' certo una grazia che ci sia concesso di sopportare tutto questo». Liesl è una gran donna, è veramente una gran donna, più tardi mi piacerebbe descriverla. Sì, ce la caveremo. "25 luglio, sabato mattina, le nove." Ho cominciato la giornata in modo stupido: parlando della «situazione». Come se esistessero parole adatte. Questo dono prezioso, questo giorno libero che ho, devo impiegarlo bene - e non mettermi a parlare, e a turbare le persone intorno a me. Stamattina voglio nutrire un pochino il mio spirito recalcitrante, ho sempre più bisogno che mi digerisca le cose. Quest'ultima settimana è stata proprio una grande conferma di me stessa. In quel manicomio io ascolto la mia voce interiore, e tiro dritto per la mia strada. Circa cento persone discutono in un piccolo ambiente, le macchine da scrivere ticchettano, ma io sono seduta in un angolino e leggo Rilke. Ieri abbiamo improvvisamente traslocato a metà mattinata, tavoli e sedie ci venivano portati via, altra gente aspettava e sognava di entrare, tutti davano ordini e contrordini, anche per la sedia più insignificante, ma Etty era seduta in un angolo su quello sporco pavimento, tra la sua macchina da scrivere e il suo pacchetto di panini, e leggeva Rilke. In quel luogo io mi do le mie norme di comportamento e vado e vengo a parer mio. In mezzo a quel caos e a quella miseria vivo talmente con un ritmo mio che a ogni istante, mentre batto a macchina quelle lettere, posso rituffarmi nelle cose che trovo importanti. Non è un isolarmi dal dolore che ho intorno, non è neppure una forma di apatia. Sopporto e custodisco tutto dentro di me, ma tiro dritto per la mia strada. Ieri è stato un giorno pazzo, un giorno in cui il mio umorismo quasi diabolico è tornato a galla, in cui improvvisamente mi sono sentita di nuovo come un bambino birichino. Dio, fa' solo che io non finisca nello stesso campo con i miei colleghi. Più tardi scriverò cento satire su di loro. E poi, in questa vita restano tante possibilità curiose: ieri sera abbiamo mangiato un pesce passera fritto, una cosa indimenticabile sia per il prezzo che per la qualità. E oggi pomeriggio alle cinque mi trasferisco a casa sua e ci rimango fino a domattina. Leggeremo e scriveremo un po' e staremo insieme per una sera, una notte e una colazione. Sì, una cosa del genere è ancora possibile. Da ieri mi sento di nuovo così forte e lieta e così senza timore, neppure per lui. Libera da ogni preoccupazione. Mi stanno venendo dei gran muscoli alle gambe a forza di camminare. Forse finirò per attraversare davvero la Russia, una volta o l'altra? S. dice: è il momento di mettere in pratica il detto: ama i tuoi nemici. E se lo diciamo noi, bisognerà pur credere che sia possibile... Voglio ancora copiare una cosa di Rilke che ieri mi aveva colpita: riguarda anche me, come tante cose sue. In me c'è un silenzio sempre più profondo. Lo lambiscono tante parole, che stancano perché non riescono a esprimere nulla. Bisogna sempre più risparmiare le parole inutili per poter trovare quelle poche che ci sono necessarie. E questa nuova forma d'espressione deve maturare nel silenzio. Ora sono le nove e mezzo. Rimarrò a questa scrivania fino a mezzogiorno; petali di rosa sono sparsi fra i miei libri. Una rosa gialla s'è schiusa al massimo e mi fissa, grande e spalancata. Queste due ore e mezzo che ho davanti mi sembrano quasi un anno d'isolamento. Sono così riconoscente per queste poche ore e anche per la concentrazione che mi sta crescendo dentro. "27 luglio 1942." Bisogna essere sempre disposti a rivedere la propria vita, a ricominciare tutto da capo in un luogo diverso. Sono viziata e indisciplinata. Forse voglio ancora godermi troppo la vita, in tutte le esperienze che faccio. Nello stato d'animo in cui mi trovo da ieri sera, non posso che dire a me stessa: in fondo sei molto ingrata. Ci sono state tante cose buone in questo fine settimana. Tante cose che potrebbero nutrirmi per settimane, anche se non dovessero toccarmi altro che disgrazie. Ho uno spirito ben poco collegiale verso quelle signorine dattilografe. Trovo che il nostro lavoro è stupido e assurdo e cerco di schivarlo il più possibile. Sono così scontenta e triste e irrequieta stamattina presto come non lo ero da tempo e non si tratta in questo caso del «grande dolore», ma di piccole scontentezze personali e del mio disadattamento. E sono tanto triste che tutte le cose buone e preziose di questo fine settimana siano morte e sepolte per colpa di una piccolezza: perché una dattilografa un tantino volgare che vuol fare da padrona mi dice alle cinque di pomeriggio, quando cerco di andarmene alla chetichella: eh no, non puoi andar via adesso, c'è ancora da battere a macchina quel prontuario, è molto poco riguardoso da parte tua. E siccome con la mia macchina si possono battere solo cinque copie alla volta e ce ne volevano dieci, ho dovuto battere tutto due volte. Ma tu vuoi tanto andare dai tuoi amici e hai male alla schiena e ogni cellula del tuo corpo si ribella. Hai un atteggiamento sbagliato. Devi pensare che è proprio grazie a quel lavoro che puoi rimanere ad Amsterdam, vicino a coloro che ti sono cari. E te la passi già abbastanza bene. Ieri pomeriggio mi sono resa conto di quanto quell'insieme sia tetro, sconfortante, indegno e senza sbocchi: «Chiedo cortesemente di essere esonerato dal servizio di lavoro in Germania, perché lavoro già qui con impegno per la Wehrmacht e sono insostituibile». E' sconfortante. Eppure io sostengo che se noi non opponiamo a tutto ciò un'alternativa forte e luminosa con cui si possa ricominciar da capo in un luogo del tutto diverso, allora siamo perduti, definitivamente e per sempre. Saprò ben riscoprire l'accesso a questa nuova, radiosa sorgente. Sono stanca e depressa. Ho ancora una mezz'oretta e potrei scrivere per giorni, fintanto che non mi sia liberata da tutto ciò che all'improvviso mi angoscia. Ma ora devo andare: dovrò percorrere molte gallerie sotterranee strette e buie, per ritrovarmi d'un tratto in un luogo aperto e luminoso. Ieri pomeriggio mi trovavo in un corridoio stretto e affollato, dove per un'ora e mezzo ho aspettato Werner: ero seduta su uno sgabello contro il muro, la gente mi veniva addosso da tutte le parti, tenevo il libro di Rilke sulle ginocchia e leggevo. Leggevo per davvero, con la massima concentrazione, ci ho trovato delle cose che avrebbero potuto bastarmi per parecchi giorni e le ho subito copiate. Più tardi, nel piccolo spiazzo dietro il nostro ufficio, ho trovato un bidone della spazzatura al sole, mi sono seduta là e ho letto Rilke. E sabato sera: 1'anello della nostra relazione si è chiuso, così semplicemente e così naturalmente. Come se di notte non mi avesse mai ricoperta altro che una coperta a fiori. E poi ci sono sempre i canali lungo cui cammino, e che imprimo sempre più in me stessa in modo da averli sempre con me. E può una semplice ora di lavoro in più - sia pure di lavoro stupido e insopportabile - privarti di tutto ciò e annullare ogni cosa? Le mie paure sono più profonde e credo che potrei anche rintracciarle, ma ora non ho tempo. Tra poco camminerò di nuovo lungo tutti quei canali, cercherò di tacere, di dare ascolto a ciò che è realmente capitato dentro di me. Dovrà trasformarmi ancora molto, oggi. Ancora una cosa: credo proprio di avere come un regolatore interno. Un malumore mi avverte ogni volta che ho preso la strada sbagliata, e se continuo a essere onesta e aperta, se conservo la mia volontà di diventare quella che dovrò essere e di fare ciò che la mia coscienza mi prescrive di fare, di questi tempi, allora andrà tutto a posto. Credo che la vita pretenda molto da me e che mi riservi anche molto, ma devo saper ascoltare la mia voce interiore, devo rimanere onesta e aperta, e non sfuggire a quel sentimento. "28 luglio, martedì mattina, le sette e mezzo." Lascerò che la catena di questa giornata si svolga anello dopo anello, io stessa non ci metterò mano ma avrò fiducia. Lascerò a te le tue decisioni, mio Dio. Stamattina ho trovato uno stampato nella cassetta per le lettere e in quella busta ho intravvisto un foglio bianco. Ero molto tranquilla, ho pensato: il mio ordine di partenza, peccato, ora non ho neanche più il tempo di preparare il mio zaino. Dopo un po' mi sono resa conto che le mie ginocchia tremavano. Era un modulo per il personale del Consiglio Ebraico. Per ora non ho neanche un numero d'identificazione. Farò quei pochi passi che ritengo di dover fare, magari dovrò aspettare a lungo, mi porterò Jung e Rilke, spero di poter lavorare molto, oggi. E se, in futuro, non sarò più in grado di ricordare tante immagini, mi rimarranno sempre questi ultimi due anni, e risplenderanno all'orizzonte della mia memoria come un bellissimo paese, che una volta era la mia patria e che è sempre ancora mio. La giornata di ieri mi ha dato tanto coraggio, ho capito che Dio rinnova sempre le mie forze. Mille fili mi legano ancora qui. Dovrò strapparli a uno a uno e caricare tutto a bordo, così non lascerò indietro niente quando dovrò partire, porterò tutto dentro di me. Ci sono dei momenti in cui mi sento come un uccellino nascosto in una grande mano protettiva. Ieri il mio cuore era come un uccello preso in trappola, ora è di nuovo libero e vola indisturbato dappertutto. Oggi c'è il sole. Preparo i miei panini e mi metto in cammino. Più tardi sarò il cronista delle nostre vicissitudini. Le comporrò in una lingua nuova e le conserverò in me stessa, se non avrò la possibilità di scriverle. Diventerò apatica e rivivrò, cadrò a terra e mi rialzerò, e forse, molto più tardi, mi capiterà di avere intorno uno spazio tranquillo che sarà tutto mio, e allora ci rimarrò anche un anno se sarà necessario fintanto che la vita tornerà a zampillare, e mi verranno le parole giuste per testimoniare ciò che dovrà essere testimoniato. Le quattro di pomeriggio: è diventata una giornata molto diversa da come me l'ero immaginata. "Le otto e mezzo di sera." A parte l'aspetto 'storico', tanto per dirla freddamente, è stato un giorno di bizzarria, di dimenticanza del dovere, e di sole. Ho camminato lungo i canali come se avessi marinato la scuola, e sono stata accoccolata in un angolo della sua camera di fronte al suo letto. Ora ci sono di nuovo cinque rose tee nel vasetto di stagno. C'è differenza fra «temprato» e «indurito». Spesso non se ne tiene conto, oggi. Credo di diventare ogni giorno più temprata, a parte quell'indisciplinata vescica, ma indurita non lo sarò mai. Tante cose cominciano a chiarirsi: per esempio, che non vorrei diventare sua moglie. Voglio darne atto molto spassionatamente e obiettivamente: la differenza d'età è troppo grande. In pochi anni ho già visto trasformarsi un uomo. Ora sta cambiando anche lui. E' un uomo vecchio a cui voglio bene, infinitamente bene, e con cui mi sentirò sempre legata. Ma «sposarlo», come direbbe un bravo borghese, francamente non lo vorrei. E proprio il fatto di dover percorrere la mia strada da sola mi fa sentire così forte. Nutrita di ora in ora dell'amore che provo per lui, e per gli altri. Infinite coppie si formano all'ultimo momento, per disperazione. Preferisco esser sola e per tutti. Naturalmente, non si potrà mai più riparare al fatto che alcuni ebrei collaborino a far deportare tutti gli altri. Più tardi la storia dovrà pronunciarsi su questo punto. Rimane sempre il fatto che la vita è così 'interessante', in ogni circostanza. Provo un bisogno quasi diabolico di osservare ciò che capita. Di vedere, sentire e esserci anch'io, di rubare alla vita tutti i suoi segreti. di osservare freddamente le espressioni degli uomini nelle loro ultime convulsioni. E poi, mi ritrovo improvvisamente di fronte a me stessa e posso imparare molto dallo spettacolo offerto dalla mia anima, di questi tempi. E poi - più tardi - dovrò trovare le parole adatte per descrivere tutto quanto. Leggerò ancora i miei vecchi diari. Non credo più che li straccerò. Forse, più tardi, mi aiuteranno a riprendere contatto con me stessa. Abbiamo avuto tempo a sufficienza per prepararci agli avvenimenti catastrofici di oggi: due anni interi. E proprio l'ultimo è stato l'anno decisivo, l'anno più bello della mia vita. Sono certa che ci sarà continuità tra questa vita e quella che ora verrà. Perché è una vita che si svolge interiormente e lo scenario esteriore ha sempre meno importanza. «Temprato»: distinguerlo da «indurito». "29 luglio, mercoledì mattina, le otto." Domenica mattina ero accoccolata per terra in un angolo della sua stanza, avevo addosso la mia vestaglia a righe vivaci e rammendavo delle calze. A volte l'acqua è così limpida che si distingue ogni cosa sul fondo. Potresti dirlo in modo ancor più stomachevole, se la domanda è lecita? Volevo dir questo: era proprio come se la vita mi apparisse altrettanto chiara e trasparente nei suoi mille dettagli, nelle sue svolte e nei suoi movimenti. Come se avessi davanti un oceano e ne potessi distinguere il fondo, guardando attraverso l'acqua trasparente come cristallo. Chissà se riuscirò a scrivere per davvero, una volta o l'altra? Non sembra che lo creda molto - o mi sbaglio? Forse passerà molto tempo prima che io sia capace di descrivere un momento simile, un «momento alto» nella mia vita. Sei seduta per terra, in un angolino della stanza dell'uomo amato, rammendi delle calze e allo stesso tempo sei seduta sulla riva di un mare immenso, e questo mare è così limpido e trasparente che puoi distinguerne il fondo. A un certo momento tu senti la vita così ed è una cosa indimenticabile. Ma ora credo proprio che mi stia venendo l'influenza o qualcosa del genere: non deve succedere, è proibito per principio! Anche le mie gambette poco allenate sono molto stanche, dopo le lunghe marce di ieri. Oggi devo procurarmi i documenti d'identità per Werner. Mi pianterò in quella stanzetta al piano di sopra con la stessa cortese fermezza che ho mostrato ieri per me stessa. E' anche ora di andare dal dentista. Ci sarà molto lavoro oggi? Ora vado. Non si sa mai cosa ci possa portare un giorno; del resto non importa, non si deve dipendere da queste cose, neppure di questi tempi. Esagero forse? E se domani arrivasse il foglio bianco con l'ordine di partenza per me? Pare che le deportazioni da Amsterdam siano sospese. Ora si comincia a Rotterdam. Assistili, mio Dio, assisti gli ebrei di Rotterdam. (23) "15 settembre 1942, martedì mattina, le dieci e mezzo." Forse è stato tutto un po' troppo, mio Dio. Sono costretta a ricordarmi che un essere umano ha anche un corpo. Avevo creduto che il mio spirito e il mio cuore potessero sopportare tutto da soli. Ma il mio corpo si fa sentire e dice: alt. Ora mi rendo conto di quanto tu mi abbia dato da portare, mio Dio. Tante cose belle e tante cose difficili. E quelle difficili si sono trasformate in belle ogni volta che ero disposta a sopportarle. E certe volte è stato più difficile sopportare le cose belle e grandi che quelle dolorose, perché ne ero come sopraffatta. Pensare che un piccolo cuore umano possa provare così tanto, mio Dio, possa soffrire e amare a tal punto. Ti sono così riconoscente perché hai scelto proprio il mio cuore, di questi tempi, per fargli sopportare tutto quanto. Forse è un bene che mi sia ammalata, non ho ancora accettato questo fatto e mi sento un po' intontita e smarrita e abbandonata; ma sto anche cercando in tutti i modi d i metter insieme un po' di pazienza, sento bene che per una situazione così nuova ci vorrà una pazienza del tutto nuova. Riprenderò la vecchia, collaudata abitudine e di tanto in tanto discorrerò un pochino con me stessa su queste righine blu. Parlerò con te, mio Dio. Posso? Col passare delle persone, non mi resta altro che il desiderio di parlare con te. Amo così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di te, mio Dio. Ti cerco in tutti gli uomini e spesso trovo in loro qualcosa di te. E cerco di disseppellirti dal loro cuore, mio Dio. Ma ora avrò bisogno di molta pazienza e riflessione e sarà molto difficile. E dovrò far tutto da sola. La parte migliore e più nobile del mio amico, dell'uomo che ti ha risvegliato in me, è già presso di te. E' solo più rimasto un vecchio consunto e infantile in quelle due camerette, là dove ho vissuto le gioie più grandi e più profonde della mia vita. Ho sostato accanto al suo letto e mi sono trovata davanti ai tuoi massimi enigmi, mio Dio. Dammi ancora una vita intera per poter capire tutto quanto. Mentre scrivo queste cose sento che è un bene che io debba rimaner qui. D'un tratto mi rendo conto di aver vissuto così intensamente, in due mesi ho consumato le riserve di una vita intera. Forse ho esagerato a forza di vivere interiormente? Non ho esagerato se ora ascolto il tuo avvertimento. "Di pomeriggio, le tre". Ecco, 1'albero è sempre lì, l'albero che potrebbe scrivere la mia biografia. Però non è più lo stesso albero - o forse sono io che non sono più la stessa persona? E a un metro dal mio letto c'è la sua libreria, basta che allunghi il braccio sinistro e ho in mano Dostoevskij o Shakespeare o Kierkegaard. Ma non lo farò, ho un gran capogiro. Mi metti davanti ai tuoi massimi enigmi, mio Dio. Ti sono riconoscente per questo, ho anche la forza di affrontarli, di sapere che non c'è risposta. Bisogna saper sopportare i tuoi misteri. Dovrei proprio dormire, per giorni e giorni, dovrei lasciar andare tutto quanto. Il medico diceva ieri che ho una vita interiore troppo intensa, che vivo troppo poco sulla terra, anzi, che vivo quasi ai confini col cielo, che il mio fisico non può reggere a tutto ciò. Forse ha ragione. Quest'ultimo anno e mezzo, mio Dio! E questi ultimi due mesi, che da soli sono stati come una vita intera. E non ho forse avuto delle ore di cui ho detto: se dovessi morire tra poco, quest'ora mi è valsa una vita? Ho avuto spesso delle ore simili. E perché poi non dovrei vivere in cielo? Il cielo esiste, perché non ci si potrebbe vivere? O piuttosto: il cielo vive dentro di me. Devo pensare a un'espressione di una poesia di Rilke: «spazio interno del mondo». Ora devo dormire, e lasciar andare tutto. Mi gira tanto la testa. Non c'è niente che funzioni nel mio corpo. Vorrei guarire presto, ma dalle tue mani accetto tutto come viene, mio Dio. So che è sempre un bene. Ho imparato che un peso può esser convertito in bene se lo si sa sopportare. Vedi, ho ancora sempre lo stesso problema, non so decidermi a smettere di scrivere: all'ultimo momento vorrei ancora trovare la formula liberatoria, la parola che esprima il mio ricco, sovrabbondante sentimento della vita. Perché non mi hai fatta poeta, mio Dio? Ma sì, mi hai fatta poeta, aspetterò pazientemente che maturino le parole della mia doverosa testimonianza: cioè che vivere nel tuo mondo è una cosa bella e buona, malgrado tutto quel che ci facciamo reciprocamente noi uomini. "Il cuore pensante della baracca". "Martedì notte, l'una." Una volta ho scritto che volevo leggere la tua vita fino all'ultima pagina. Ora l'ho fatto. Provo una gioia così singolare, per tutto quanto, per com'è stato e perché è stato certamente un bene - altrimenti non potrei sentirmi così forte, lieta e sicura. Ecco, ora riposi nelle tue due camerette, tu caro, grande, buono. Una volta ti ho scritto: il mio cuore volerà sempre e da ogni luogo di questa terra verso di te, come un uccello, e sempre ti troverà. E un'altra volta ho scritto nel diario di Tide: sei diventato talmente parte del cielo che s'incurva sopra di me, che mi basta alzare gli occhi per esserti accanto. E se anche mi trovassi in una cella sotterranea, quel pezzo di cielo si stenderebbe dentro di me e il mio cuore volerebbe a lui come un uccello, ed è per questo che tutto è così semplice, sai, straordinariamente semplice e bello e ricco di significato. Avrei ancora mille cose da chiederti e da imparare da te, ora mi toccherà far tutto da sola. Sai, mi sento così forte e sono certa che me la caverò. Sei tu che hai liberato le mie forze, tu che mi hai insegnato a pronunciare con naturalezza il nome di Dio. Sei stato l'intermediario tra Dio e me, e ora che te ne sei andato la mia strada porta direttamente a Dio e sento che è un bene. Ora sarò io l'intermediaria per tutti quelli che potrò raggiungere. Sono seduta alla mia scrivania, vicino alla mia piccola lampada. Ti ho scritto così spesso da qui, e anche ho scritto così spesso di te. Devo confessarti una cosa strana: non ho mai visto una persona morta. In questo mondo, in cui migliaia di uomini muoiono ogni giorno, io non ho mai visto un cadavere. Tide dice: è solo un «piccolo soprabito». Lo so. Eppure mi sembra altamente significativo che proprio tu sia il primo morto che vedrò. Oggi si pasticcia e si scherza con le cose grandi, con le cose ultime di questa vita. Molti si rendono malati, o continuano a esserlo, per paura di essere portati via. Molti addirittura si ammazzano. Sono riconoscente che la tua vita sia finita naturalmente, che anche a te sia toccato un po' di dolore da portare. Tide dice: questo dolore gli è stato assegnato da Dio, e così gli è stato risparmiato quello che gli avrebbero inflitto gli uomini. Tu, caro uomo viziato, probabilmente non saresti stato in grado di sopportarlo? Io sì che ne sono capace, e in questo modo continuerò la tua vita e ti trasmetterò ad altri. Quando si è arrivati al punto di sentire la vita come una cosa bella e ricca di significato, anche di questi tempi, proprio di questi tempi, allora è come se tutto ciò che avviene debba avvenir così e non altrimenti. Essere di nuovo seduta alla mia scrivania! E domani non posso tornare a Westerbork e così sarò ancora una volta con tutti gli amici, quando sotterreremo insieme i tuoi poveri resti mortali. Sai com'è, queste cose devono pur succedere, è una consuetudine igienica degli uomini. Ma saremo tutti quanti insieme e il tuo spirito sarà in mezzo a noi e Tide canterà per te, se sapessi quanto sono felice di poter esserci anch'io. Sono ritornata proprio in tempo, ho baciato ancora la tua bocca avvizzita e morente, tu hai preso ancora una volta la mia mano e 1'hai portata alle tue labbra. Una volta hai detto quando sono entrata in camera tua: «La ragazza viaggiatrice». Un'altra volta hai detto: «Ho dei sogni così strani, ho sognato di essere battezzato da Cristo». Ho sostato con Tide accanto al tuo letto, per un momento abbiamo creduto che tu stessi morendo e che i tuoi occhi si spegnessero. Tide mi ha abbracciata, io ho baciato la sua cara, pura bocca e lei ha detto molto piano: ci siamo trovate. Eravamo accanto al tuo letto, come saresti stato felice se ci avessi viste in quel momento, proprio noi due. Magari ci hai viste, anche se sembrava che in quell'istante tu stessi morendo. Sono pure così riconoscente che le tue ultime parole siano state: «Hertha, io spero...». Quanto hai dovuto lottare per rimaner fedele, ma la tua fedeltà ha vinto su tutto il resto. Proprio io te l'ho resa così difficile a volte, lo so; ma è da te che ho anche imparato cosa siano la fedeltà, la lotta e la debolezza. In te c'erano tutto il male e tutto il bene che possono esserci in un uomo. I demoni, le passioni, la bontà e l'amore per gli uomini, tutto era in te, che sapevi tanto capire, che sapevi cercare e trovare Dio. Hai cercato Dio dappertutto, in ogni cuore umano che ti si è aperto - quanti ce ne sono stati -, e dappertutto hai trovato un pezzetto di lui. Non hai mai rinunciato a questo, potevi essere così impaziente nelle cose piccole, ma in quelle grandi eri così paziente, così infinitamente paziente. E' stata proprio Tide a venire a dirmelo stasera, Tide, col suo viso luminoso e caro. Ci siamo sedute un momento in cucina. Di là c'era Joop, il mio compagno d'armi a Westerbork. E più tardi c'era Pa Han nell'altra stanza. E Tide ha messo le mani sul tuo pianoforte e ha cantato un breve canto: «In alto, in alto mio cuore, con gioia». Ora sono le due di notte e la casa è così silenziosa. Devo raccontarti una cosa strana, credo che capirai. Alla parete è appeso un tuo ritratto: vorrei farlo a pezzi e gettarlo via, e così facendo avrei la sensazione di esserti più vicina. Tu e io non ci siamo mai chiamati per nome. Per molto tempo ci siamo dati del «lei», e solo più tardi, molto più tardi, mi hai dato del «tu». E il tuo «tu» è stato per me una delle parole più carezzevoli che mi siano mai state dette da un uomo - e sai bene che ero abituata a sentirne tante. Firmavi sempre le tue lettere con un punto interrogativo, e così facevo anch'io. Cominciavi sempre le tue lettere con: «"Hören Sie mal...!"», il tuo caratteristico «Stia un po' a sentire», la tua ultima lettera cominciava con «Carissima». Ma per me sei senza nome, così senza nome come lo è il cielo. E vorrei metter via tutti i tuoi ritratti e non guardarli mai più, è sempre ancora troppa, troppa materia. Voglio continuare a portarti in me senza nome e ti trasmetterò ad altri in un semplice, tenero gesto che una volta non conoscevo. "Mercoledì mattina, le nove (aspettando dal dottore)." Spesso, a Westerbork, quando andavo in giro con quei chiassosi, litigiosi, e fin troppo attivi membri del Consiglio Ebraico, mi veniva da pensare: su, lasciatemi essere un pezzetto della vostra anima. Lasciatemi essere la baracca in cui si raccoglie la parte migliore, che esiste sicuramente in ognuno di voi. Io non ho bisogno di far così tanto, io voglio solo esserci. Lasciatemi essere l'anima in questo corpo. E prima o poi trovavo in ognuno di loro un gesto o uno sguardo più nobile, di cui credo fossero appena coscienti. E me ne sentivo il custode. "16 settembre, mercoledì, le tre di pomeriggio." Tornerò ancora una volta in quella strada. Tre strade, un canale e un ponticello mi separavano da lui. E' morto alle sette e un quarto di ieri, proprio il giorno in cui scadeva il mio permesso. Ora vado ancora una volta da lui. Poco fa ero in bagno, ho pensato: adesso vado dal mio primo morto, e la cosa, in fondo, non mi diceva nulla. Ho pensato: devo fare qualcosa di solenne, di straordinario, e mi sono inginocchiata sulla stuoia di cocco del piccolo bagno. Ma poi ho pensato: è convenzionale. Quanto siamo pieni di convenzioni, di preconcetti sui comportamenti da tenere in determinate situazioni. A volte, inaspettatamente, qualcuno s'inginocchia in un angolino di me stessa: quando cammino per la strada o sto parlando con una persona. E quel qualcuno che s'inginocchia sono io. Ora, su quel letto così familiare, è distesa una salma. Quella coperta di cretonne! In fondo non ho nessun bisogno di tornare là. Tutto si compie da qualche parte in me stessa, tutto, in me ci sono vasti altipiani senza tempo né confini, tutto si compie lì. Ora percorrerò di nuovo quelle poche strade. Quante volte le ho percorse, anche con lui, sempre immersi in dialoghi interessanti e fruttuosi. E quante volte le percorrerò ancora, ovunque mi troverò, su quegli altipiani interiori della mia vita più profonda. Dovrei forse fare una faccia triste o solenne? Sono forse triste? Vorrei congiungere le mani e dire: ragazzi, sono così felice e riconoscente e trovo la vita così bella e ricca di significato. Proprio così, e lo dico mentre sto accanto al letto del mio amico morto prematuramente, e mentre io stessa posso essere deportata a ogni momento in una terra sconosciuta. Mio Dio, ti sono così riconoscente per tutto quanto. Continuerò a vivere con quella parte dell'uomo morto che vive in eterno e risveglierò alla vita ciò ch'è morto nei vivi e così non ci sarà nient'altro che vita, un'unica grande vita, mio Dio. Tide canterà ancora una volta per lui, penso con gioia al momento in cui ascolterò la testimonianza luminosa della sua voce. Joop, (24) compagno d'armi, sono in viaggio con te. O piuttosto, ti parlo di tanto in tanto e sei molto nei miei pensieri, e sono così riconoscente di poterti trasmettere un poco di ciò che non posso fare a meno di trasmettere. E' così significativo che tu sia entrato nella mia vita, non avrebbe potuto essere diversamente. Ciao. "17 settembre, giovedì mattina, le otto." Il sentimento che ho della vita è così intenso e grande, sereno e riconoscente, che non voglio neppur provare a esprimerlo in una parola sola. In me c'è una felicità così perfetta e piena, mio Dio. Probabilmente la definizione migliore sarebbe di nuovo la sua: «riposare in se stessi», e forse sarebbe anche la definizione più completa di come io sento la vita: io riposo in me stessa. E questo «me stessa», la parte più profonda e ricca di me in cui riposo, io la chiamo «Dio». Nel diario di Tide ho trovato spesso questa frase: Padre, prendilo dolcemente fra le tue braccia. E' così che mi sento, sempre e ininterrottamente: come se stessi fra le tue braccia, mio Dio, così protetta e sicura e impregnata d'eternità. Come se ogni mio respiro fosse eterno, e la più piccola azione o parola avesse un vasto sfondo e un profondo significato. S. mi aveva scritto in una delle sue prime lettere: «E se posso trasmettere qualcosa di questa forza sovrabbondante, sono contento». Mio Dio, è un bene che tu abbia fatto fermare il mio corpo. Devo guarire completamente per fare ciò che devo. Ma forse, anche questa è un'idea convenzionale. Lo spirito non dovrebbe forse continuare a lavorare e a essere creativo anche quando il corpo è malato? E amare e "hineinhorchen" [«ascoltare dentro»] se stessi, gli altri, il contesto di questa vita, e te. "Hineinhorchen", vorrei trovare una buona traduzione olandese di questa parola. In fondo, la mia vita è un ininterrotto ascoltar dentro me stessa, gli altri, Dio. E quando dico che ascolto dentro, in realtà è Dio che ascolta dentro di me. La parte più essenziale e profonda di me che ascolta la parte più essenziale e profonda dell'altro. Dio a Dio. Quanto sono grandi le necessità delle tue creature terrestri, mio Dio. Ti ringrazio perché lasci che tante persone vengano a me con le loro pene: parlano tranquille e senza sospetti, e d'un tratto viene fuori tutta la loro pena, e si scopre una povera creatura disperata che non sa come vivere. E a quel punto cominciano i miei problemi. Non basta predicarti, mio Dio, non basta disseppellirti dai cuori altrui. Bisogna aprirti la via, mio Dio, e per far questo bisogna essere un gran conoscitore dell'animo umano, un esperto psicologo: rapporti con padre e madre, ricordi giovanili, sogni, sensi di colpa, complessi d'inferiorità, insomma tutto quanto. In ogni persona che viene da me io mi metto a esplorare, con cautela. I miei strumenti per aprirti la strada negli altri sono ancora ben limitati. Ma esistono già, in qualche misura: li migliorerò pian piano e con molta pazienza. E ti ringrazio per questo dono di poter leggere negli altri. A volte le persone sono per me come case con la porta aperta. Io entro e giro per corridoi e stanze, ogni casa è arredata in modo un po' diverso ma in fondo è uguale alle altre, di ognuna si dovrebbe fare una dimora consacrata a te, mio Dio. Ti prometto, ti prometto che cercherò sempre di trovarti una casa e un ricovero. In fondo è una buffa immagine: io mi metto in cammino e cerco un tetto per te. Ci sono così tante case vuote, te le offro come all'ospite più importante. Perdonami questa metafora non troppo sottile. "Di sera, le dieci e mezzo." Mio Dio, dammi pace e fammi superare ogni cosa. C'è talmente tanto. Devo mettermi una buona volta a scrivere. Ma prima devo cominciare a vivere in modo disciplinato. Ora si spegne la luce nella baracca degli uomini. Ma se non hanno neppure la luce? Dove sei stato stasera, piccolo compagno d'armi? Certe volte mi prende una gran tristezza: ora non posso più uscire dalla mia baracca e trovarmi davanti alla grande brughiera. Passeggio un pochino per il campo e non passa molto tempo che da una parte o dall'altra spunta fuori il mio compagno d'armi, con la sua faccia abbronzata e quella piega diritta e indagatrice tra gli occhi. Quando comincia a imbrunire sento da lontano le prime note della Quinta di Beethoven. Vorrei poter dominare tutto con le parole - questi due mesi tra il filo spinato che sono stati i mesi più intensi e più ricchi della mia vita e una tale conferma dei valori più importanti e più alti per me. Mi sono così affezionata a quel Westerbork e ne ho nostalgia. E là, quando mi addormentavo nella mia stretta cuccetta, avevo nostalgia della scrivania a cui sono seduta qui. Ti sono così riconoscente, mio Dio, perché in ogni luogo mi rendi la vita così bella che ne ho nostalgia quando ne sono lontana. Però, questo mi rende anche la vita pesante e difficile. Ecco, ora sono le dieci e mezzo passate, nella baracca si spegne la luce, devo andare a dormire. «La paziente deve fare vita tranquilla», così è scritto in quel certificato piuttosto impressionante. Devo anche mangiare riso e miele e altre delizie simili. Mi viene in mente quella donna dai capelli bianchi come la neve e dal nobile viso ovale, che aveva un pacchetto di pane tostato nel suo tascapane. Era l'unica provvista che si portava nel suo viaggio in Polonia, doveva seguire una dieta molto stretta. Era infinitamente cara e calma e aveva una statura alta, da ragazza. Un pomeriggio ero seduta al sole con lei, davanti alle baracche di transito. Le avevo dato un libro della biblioteca di Spier, "Die Liebe" di Johanna Müller, e le aveva fatto molto piacere. Più tardi aveva detto ad alcune ragazzine che si erano unite a noi: ricordatevi bene che domattina presto, quando partiremo, ognuna di noi potrà piangere soltanto tre volte. E una ragazzina aveva risposto: non ho ancora ricevuto il mio tagliando per piangere. Sono circa le undici. Com'è trascorsa in fretta questa giornata, sarà meglio che vada a dormire. Domani Tide si metterà il suo tailleur grigio chiaro e canterà: «"In alto, in alto mio cuore, con gioia"» nella sala del cimitero. Per la prima volta siederò in una vettura con le tendine nere. Avrei ancora tanto da scrivere, per giorni e giorni. Concedimi pazienza, mio Dio, concedimi una pazienza del tutto nuova. Questa scrivania mi è ridiventata familiare e l'albero dietro la mia finestra non sembra che giri più. Avrai i tuoi progetti a permettermi di stare di nuovo seduta qui, farò del mio meglio. E ora, per davvero, buona notte. Jopie, ho tanta paura che tu abbia la vita difficile e vorrei tanto aiutarti, là dove sei. E ti aiuterò Ciao!. "Domenica sera." Mettere in parole, suoni, immagini. Molti uomini sono ancora geroglifici per me, ma pian piano imparo a decifrarli. E' la cosa più bella che conosca: leggere la vita dagli uomini. A Westerbork era come se mi trovassi davanti al nudo steccato della vita. Davanti alla sua ossatura, libera da qualsiasi costruzione esterna. Mio Dio, ti ringrazio perché m'insegni a leggere sempre meglio. So che prima o poi dovrò scegliere, e sarà molto difficile. Se voglio veramente scrivere, se voglio provare a registrare tutto ciò che in me chiede sempre più di esser messo in parole, allora dovrò appartarmi dagli altri ben più di quanto non faccia ora. Dovrò chiudere finalmente la mia porta e mettermi a lottare contro una materia non facilmente controllabile, e sarà una battaglia dura e felice al tempo stesso. Dovrò ritirarmi da una piccola società per rivolgermi a una società più grande. Forse non si tratta neppure di questo, forse è il puro istinto poetico, il desiderio di materializzare qualcosa della propria ricchezza d'immagini, è un fatto talmente elementare che non c'è neppure bisogno di spiegarlo. A volte mi domando se io non viva troppo intensamente: io vivo, godo e consumo la vita al punto che non ne rimane più niente. Forse è necessario che un qualche resto rimanga, perché si produca la tensione che induce a creare? Io parlo molto con le persone, soprattutto ultimamente. Parlo sempre ancora in modo più espressivo e lucido di quanto non sappia scrivere. A volte penso che non dovrei sprecare le mie energie a parlare, che dovrei tirarmi indietro e proseguire la mia ricerca silenziosa sulla carta. Una parte di me lo vorrebbe, un'altra non riesce ancora a decidersi e si disperde in parole con gli altri. Max, hai visto quella donna sordomuta all'ottavo mese di gravidanza col marito epilettico? Max, quante donne russe al loro nono mese sono cacciate in questo momento dalle loro case, e afferrano ancora il fucile? Il mio cuore è una chiusa che ogni volta arresta un flusso ininterrotto di dolore. Jopie nella brughiera, seduto sotto il gran cielo stellato, mentre parlavamo della nostalgia: io non ho nostalgia, io mi sento a casa. Ho imparato tanto da quel discorso. Si è «a casa». Si è a casa sotto il cielo. Si è a casa dovunque su questa terra, se si porta tutto in noi stessi. Spesso mi sono sentita, e ancora mi sento, come una nave che ha preso a bordo un carico prezioso: le funi vengono recise e ora la nave va, libera di navigare dappertutto. Dobbiamo essere la nostra propria patria. Ci ho messo due sere per potergli confidare questa cosa così intima, la cosa più intima che ci sia. E volevo tanto dirgliela, quasi per fargli un regalo. E allora, allora mi sono inginocchiata in quella gran brughiera e gli ho detto di Dio. Il dottore ha naturalmente torto. Una volta una cosa simile avrebbe potuto rendermi insicura, ora ho imparato a guardare attraverso le persone e le parole con la mia intelligenza. «Lei vive troppo con lo spirito. Lei non si lascia andare abbastanza. Lei non vive le cose elementari della vita». Avrei quasi voluto chiedergli: «Dovrei forse coricarmi con lei su questo divano?». Non sarebbe sembrata un'osservazione molto sottile, ma il suo monologo andava in quella direzione. E ancora: «Lei non vive abbastanza nella realtà». Più tardi avevo pensato: è un ragionamento sbagliato. La realtà, appunto. La realtà è che in molti luoghi di questa terra ci sono uomini e donne che non possono stare insieme. Gli uomini sono al fronte. I campi. Le prigioni. Le separazioni. Questa è la realtà che si deve affrontare. E ci si dovrebbe allora rinchiudere nei desideri inutili, e commettere il peccato di Onan? Perché non si potrebbe trasformare quell'amore che non si può scaricare sull'uno o sull'altro sesso in una forza che torni a profitto della comunità degli uomini, e che forse si potrebbe anche chiamare amore? E se ci si adopera in questo senso, non si poggia proprio sul terreno della realtà? Una realtà meno tangibile di un uomo e una donna in un letto: ma non esistono forse altri tipi di realtà? C'è qualcosa d'infantile, quasi di sottosviluppato in un ometto attempato che di questi tempi, mio Dio, proprio di questi tempi, si mette a parlare di «lasciarsi andare». Mi piacerebbe tanto sapere a che cosa pensasse veramente. «Dopo la guerra, due correnti attraverseranno il mondo: una corrente di umanesimo e un'altra di odio». Allora ho saputo di nuovo che avrei preso posizione contro quell'odio. "22 settembre." Bisogna vivere con se stessi come con un popolo intero: allora si conoscono tutte le qualità degli uomini, buone e cattive. E se vogliamo perdonare agli altri, dobbiamo prima perdonare a noi stessi i nostri difetti. E' forse la cosa più difficile, come constato così spesso negli altri e un tempo anche in me, ora non più: sapersi perdonare per i propri difetti e per i propri errori. Il che significa anzitutto saperli generosamente accettare. Vorrei proprio vivere come i gigli del campo. Se sapessimo capire il tempo presente lo impareremmo da lui: a vivere come un giglio del campo. Una volta ho scritto in uno dei miei diari: vorrei poter tastare i contorni di questo tempo con la punta delle dita. Ero seduta alla mia scrivania, allora, e non sapevo bene come accostarmi alla vita perché non l'avevo ancora toccata dentro di me. Ho imparato a farlo mentre ero seduta qui. Poi, d'un tratto, sono stata scaraventata in un centro di dolore umano - su uno dei tanti, piccoli fronti di cui è disseminata l'Europa. E là - sui volti delle persone, su migliaia di gesti, piccole espressioni, vite raccontate - su tutto ciò ho improvvisamente cominciato a leggere questo tempo come un insieme compiuto, e non solo questo tempo. Avevo imparato a leggere in me stessa e così ero in grado di leggere anche negli altri. Era proprio come se le mie dita sensibili sfiorassero i contorni di questo tempo, e di questa vita. Com'è possibile che quel pezzetto di brughiera recintato dal filo spinato, dove si riversava e scorreva tanto dolore umano, sia diventato un ricordo quasi dolce? Che il mio spirito non sia diventato più tetro in quel luogo, ma più luminoso e sereno? A Westerbork ho letto un tratto del nostro tempo che non mi sembra privo di significato. Ho amato tanto la vita quand'ero seduta a questa scrivania ed ero circondata dai miei scrittori, dai miei poeti e dai miei fiori. E là, tra le baracche popolate da uomini scacciati e perseguitati, ho trovato la conferma di questo amore. La vita in quelle baracche piene di correnti d'aria non contrastava affatto con la vita in questa camera protetta e tranquilla. Non sono mai stata tagliata fuori da una vita per così dire 'passata', per me esisteva solo una grande, significativa continuità. Come potrò descrivere tutto ciò? E far sentire quanto la vita sia bella e degna di esser vissuta e giusta, sì, proprio giusta? Forse Dio mi concederà quelle poche, semplici parole? Parole che siano anche colorite, appassionate e serie, ma soprattutto semplici? Come posso rappresentarlo con poche, tenere, leggere e robuste pennellate, il piccolo villaggio di baracche tra cielo e brughiera? Come posso far sì che anche altri leggano dentro a tutte quelle persone - persone che devono esser decifrate come geroglifici, tratto dopo tratto, finché non ci si trova davanti a un unico, grande e comprensibile insieme, incorniciato da cielo e brughiera? Una cosa è certa: non potrò mai scrivere le cose come la vita le ha scritte per me, in caratteri viventi. Ho letto tutto, con i miei occhi e con tutti i miei sensi, ma non saprò mai raccontarlo allo stesso modo. Potrei anche disperarmi per questo, se non avessi imparato che dobbiamo accettare le nostre forze insufficienti, però con queste forze dobbiamo veramente lavorare. Cammino accanto agli uomini come se fossero piantagioni e osservo quant'è cresciuta la pianta dell'umanità. Sento che questa casa comincia a scivolarmi giù dalle spalle ed è un bene che sia così: il distacco si compie definitivamente, e con molta cautela e malinconia, ma anche con la certezza che è un bene e che non può essere diversamente, lascio che tutto scivoli, giorno dopo giorno. E con una camicia indosso e una nello zaino - com'era già quella fiaba di Kormann sull'uomo senza camicia? Un re cercava per tutto il reame la camicia del suo suddito più felice, e quando ebbe finalmente trovato quell'uomo, si scoprì che non aveva camicie - e con quella minuscola Bibbia, forse posso portarmi anche i vocabolari russi e i racconti popolari di Tolstoj, e forse forse ci sarà anche posto per un volumetto di lettere di Rilke. C'è anche quel maglione di pura lana di pecora, lavorato a mano da un'amica - quante cose possiedo ancora, Dio mio: e una persona come me vuol essere un giglio del campo? Dunque, con quell'unica camicia nello zaino me ne vado incontro a un «avvenire sconosciuto». Così si dice. Ma sotto i miei piedi girovaghi non c'è forse dappertutto la stessa terra; e lo stesso cielo ora con la luna, ora col sole, per non parlare di tutte le stelle - non si stende forse sopra i miei occhi rapiti? Perché si dovrebbe parlare di un «avvenire sconosciuto»? "25 settembre." Klaas, (25) non si combina niente con l'odio, la realtà è ben diversa da come ce la costruiamo noi. Prendi quel nostro assistente. Lo vedo spesso nei miei pensieri. La cosa che più colpisce in lui è il suo collo diritto e rigido. Odia i suoi persecutori con un odio che suppongo sia giustificato. Ma anche lui è un uomo crudele. Sarebbe un perfetto capo di un campo di concentramento. L'osservavo spesso mentre stava all'ingresso, quasi fosse là per acchiappare i suoi compagni ebrei scacciati, non era mai uno spettacolo molto consolante. Mi ricordo ancora il modo con cui aveva dato a un bambino di tre anni che piangeva due sporchi pezzetti di liquirizia: glieli aveva buttati sulla tavola di legno dicendogli paternamente: sta' attento a non sporcarti il muso. Ripensandoci, credo si trattasse di goffaggine e di timidezza piuttosto che di malagrazia: semplicemente, non riusciva a trovare il tono giusto. Ma era anche uno dei giuristi più brillanti in Olanda e i suoi articoli così intelligenti erano formulati alla perfezione (l'uomo che si era impiccato all'ospedale: ricordarsi di cancellarlo dallo schedario). Ogni volta che lo vedevo girare tra la gente, con quel collo diritto, lo sguardo dispotico e la sua eterna pipetta, mi veniva da pensare: gli manca solo una frusta in mano, gli starebbe magnificamente bene. Ma non ero risentita con lui, m'interessava troppo. In certi momenti mi faceva una pena terribile. Aveva una bocca così insoddisfatta, o meglio, così infelice: era la bocca di un bambino di tre anni che non è riuscito a imporsi a sua madre. Nel frattempo lui aveva passato la trentina, era diventato un bell'uomo, noto giurista e padre di due figli: ma quella bocca da bambino insoddisfatto di tre anni gli era rimasta tale e quale, anche se naturalmente era diventata un po' più grossa col passar del tempo. A guardarlo bene, non era affatto attraente. Vedi, Klaas: quell'uomo era pieno di odio per quelli che potremmo chiamare i nostri carnefici, ma anche lui avrebbe potuto essere un perfetto carnefice e persecutore di uomini indifesi. Eppure mi faceva tanta pena. Riesci a capirci qualcosa? Non aveva mai contatti amichevoli coi suoi compagni, e se questo succedeva agli altri lui li guardava di sottecchi con un'espressione così affamata (potevo vederlo e osservarlo in continuazione, in quel luogo si viveva senza muri). Più tardi, un collega che lo conosceva da anni mi aveva raccontato alcuni particolari della sua vita. Nei primi giorni della guerra si era buttato in strada dal terzo piano ma non era riuscito ad ammazzarsi, come doveva pur essere sua intenzione. In seguito ci aveva riprovato, questa volta sotto una macchina, ma anche questo tentativo era fallito. Poi aveva trascorso qualche mese in un istituto per malattie mentali. Era paura, tutta paura. Era un giurista così brillante e acuto e nelle discussioni accademiche aveva sempre l'ultima e decisiva parola. Ma nel momento decisivo era saltato giù dalla finestra. Sua moglie doveva camminare per casa in punta di piedi e lui faceva delle scenate ai figli atterriti. Mi faceva tanta, tanta pena. Che vita è mai questa? Klaas, volevo solo dire questo: abbiamo ancora così tanto da fare con noi stessi, che non dovremmo neppure arrivare al punto di odiare i nostri cosiddetti nemici. Siamo ancora abbastanza nemici fra noi. E non ho neppure finito quando dico che anche fra noi esistono carnefici e persone malvagie. In fondo io non credo affatto nelle cosiddette «persone malvagie». Vorrei poter raggiungere le paure di quell'uomo e scoprirne la causa, vorrei ricacciarlo nei suoi territori interiori, Klaas, è l'unica cosa che possiamo fare di questi tempi. Allora Klaas ha fatto un gesto stanco e scoraggiato e ha detto: ma quel che vuoi tu richiede tanto tempo, e ce l'abbiamo forse? Ho risposto: ma a quel che vuoi tu si lavora da duemila anni della nostra èra cristiana, senza contare le molte migliaia di anni in cui esisteva già un'umanità - e che cosa pensi del risultato, se la domanda è lecita? E con la solita passione, anche se cominciavo a trovarmi noiosa perché finisco sempre per ripetere le stesse cose, ho detto: è proprio l'unica possibilità che abbiamo, Klaas, non vedo altre alternative, ognuno di noi deve raccogliersi e distruggere in se stesso ciò per cui ritiene di dover distruggere gli altri. E convinciamoci che ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancor più inospitale. E Klaas, vecchio e arrabbiato militante di classe, ha replicato sorpreso e sconcertato insieme: sì, ma ma questo sarebbe di nuovo cristianesimo! E io, divertita da tanto smarrimento, ho risposto con molta flemma: certo, cristianesimo - e perché poi no? Che io possa rimanere sana e forte! Quella baracca talvolta al chiaro di luna, fatta d'argento e d'eternità: come un giocattolino sfuggito alla mano distratta di Dio. "24 settembre." «Almeno abbiamo una consolazione,» diceva Max col suo sogghigno un po' aspro e goffo a laggiù la neve è talmente alta d'inverno che copre le finestrine delle baracche, così farà buio anche di giorno». Si trovava persino spiritoso: «Ma almeno avremo un buon calduccio, non andrà mai sotto zero. E nell'officina ci hanno messo due stufe» continuava con entusiasmo. «Quelli che ce le hanno portate raccontavano che si accendono così bene che scoppiano dopo la prima volta». Potremo condividere tante cose quest'inverno: se sapremo aiutarci reciprocamente a sopportare il freddo, il buio, la fame. E se capiremo che ci toccherà sopportare tutto ciò insieme con l'umanità intera, anche coi nostri cosiddetti nemici; e se ci sentiremo inseriti in un tutto e sapremo di essere uno dei tanti fronti sparsi per tutta la terra. Avremo una baracca di legno sotto il cielo, con letti che provengono dalla linea Maginot, tre cuccette una sull'altra e niente luce, perché da Parigi continuano a non mandare quel cavo. E quand'anche ci fosse la luce, manca comunque la carta per oscurare le finestre. Ho interrotto tutto nel bel mezzo ed è di nuovo sera. Oggi il mio corpo si è comportato in modo odioso. Sotto la mia lampada d'acciaio c'è un ciclamino rosso-rosa. Stasera sono stata molto con S. Ho sentito improvvisamente un principio di tristezza, anche questo fa parte della vita. Eppure ti sono così riconoscente, mio Dio, sono persino quasi fiera che tu non mi nasconda i tuoi ultimi, i tuoi massimi enigmi. Potrò pensarci una vita intera. Ma stasera avevo di colpo tante cose da chiedergli, anche su di lui, tante cose che non mi erano chiare. Ora dovrò trovare le risposte da sola. E' una grande responsabilità, ma devo dire che mi sento capace di assumerla. Strano che quando trillerà il telefono non sarà mai più la sua voce con quel mezzo imperioso, mezzo tenero: «Stia un po' a sentire...». Sarà ben difficile, di tanto in tanto. Da quanto tempo non ho più visto Tide. Il mio arricchimento di questi ultimi giorni: gli uccelli del cielo e i gigli del campo e "Matteo", 6, 33: ma cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in sovrappiù. Domani un appuntamento con Ru Cohen al Café de Paris; sull'Adama v. Scheltemaplein c'erano cinque persone in camicia da notte e pantofole, e comincia a fare così freddo; hanno anche portato via una persona ammalata di cancro all'ultimo stadio, e ieri sera hanno ucciso un ebreo nella Van Baerlestraat cioè appena girato l'angolo da qui, perché voleva fuggire. Tanti uomini vengono uccisi dappertutto, mentre io sto scrivendo vicino al mio ciclamino rosso-rosa, e alla lampada d'acciaio della mia scrivania. Intanto il mio braccio sinistro riposa sulla piccola Bibbia aperta, ho mal di testa e mal di pancia, e in fondo al mio cuore ci sono quei soleggiati giorni estivi nella brughiera, e quel campo giallo di lupini che arrivava fino alla baracca di disinfestazione. Non è passato neppure un mese, era il 27 agosto, da quando Joop mi aveva scritto: «Eccomi di nuovo seduto con le gambe che penzolano fuori dalla finestra, ad ascoltare l'immenso silenzio. Il campo di lupini, ora senza i suoi colori esultanti, è immerso nella luce confortante della luna. Tutto è di una solennità e di una pace che mi rendono muto e serio. Salto giù dalla finestra, faccio pochi passi sulla sabbia soffice e guardo la luna». E poi finisce quella lettera notturna, scritta con la sua calligrafia compatta e fitta su una brutta carta: «Capisco che si possa dire: qui si può solo fare un gesto: inginocchiarsi. No, non l'ho fatto, non lo trovo necessario, mi sono inginocchiato stando seduto sulla finestra e poi sono andato a dormire». E' così singolare che quell'uomo sia improvvisamente, quasi silenziosamente comparso nella mia vita, vivo e vivificante, mentre il grande amico, l'ostetrico della mia anima, soffriva nei suo letto e ridiventava bambino. In un momento difficile come questo mi chiedo che intenzioni hai nei miei confronti, mio Dio. Forse dipende dalle mie intenzioni verso di te? Improvvisamente, tutte le pene notturne e le solitudini di un'umanità sofferente attraversano il mio piccolo cuore e lo fanno dolorare. Quante pene voglio prendere su di me quest'inverno? Più tardi viaggerò per i paesi del tuo mondo, mio Dio, io lo sento in me, questo istinto che passa i confini, che sa scoprire un fondo comune nelle varie creature in lotta fra loro su tutta la terra. E vorrei parlare di questo fondo comune, con voce sommessa e dolcissima e insieme persuasiva e ininterrotta. Dammi le parole e dammi la forza. Ma prima voglio trovarmi al fronte, tra gli uomini sofferenti - e poi avrò bene il diritto di parlare? Ogni volta è come una piccola ondata di calore, anche dopo i momenti più difficili: la vita è davvero bella. E' un sentimento inspiegabile, che non può fondarsi sulla realtà in cui viviamo. Ma non esistono forse altre realtà, oltre a quella che si trova sui giornali e nei discorsi vuoti e infiammati di uomini intimoriti? Esiste anche la realtà del ciclamino rosso-rosa e del grande orizzonte, che si può sempre scoprire dietro il chiasso e la confusione di questo tempo. Dammi un piccolo verso al giorno, mio Dio, e se non potrò sempre scriverlo perché non ci sarà più carta e perché mancherà la luce, allora lo dirò piano, alla sera, al tuo gran cielo. Ma dammi un piccolo verso di tanto in tanto. "25 settembre le undici di sera." Tide mi ha raccontato di un'amica, che dopo la morte del marito le aveva detto: «Dio mi ha messo in una classe superiore, i banchi sono ancora un po' troppo grandi». E quando abbiamo parlato del fatto che lui non c'era più e che tutt'e due, stranamente, non sentivamo nessun vuoto, anzi una tale pienezza, Tide si è stretta un momento nelle spalle e ha detto con un sorrisino coraggioso: sì, i banchi sono ancora un po' troppo grandi, ogni tanto è un po' difficile. "Matteo", 5, 23: Se tu dunque stai presentando la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24: lascia la tua offerta davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con tuo fratello; poi, torna a presentare la tua offerta. E' già successo che galeoni carichi di tesori naufragassero nell'oceano. L'umanità ha sempre provato a ripescare questi tesori sommersi. Nel mio cuore sono già naufragati tanti galeoni e per tutta la vita cercherò di riportare alla superficie una parte dei tesori che ora giacciono sul fondo. Non possiedo ancora gli strumenti adatti. Dovrò fabbricarli dal nulla. Trotterellavo accanto a Ru, e dopo una lunga conversazione che toccava di nuovo tutte le «questioni ultime», mi sono improvvisamente fermata nel mezzo di quella stretta e banale Govert Flinckstraat e gli ho detto: e poi, Ru, io ho una qualità così infantile, che ogni volta mi fa trovare bella la vita e che forse mi aiuta a sopportare tutto così bene. Ru mi ha guardata pieno di aspettativa e io ho detto come se fosse la cosa più naturale del mondo - e non è forse così? - sì, vedi, io credo in Dio. Sembrava un po' sconcertato, mi ha guardata in viso come se cercasse qualcosa di misterioso, ma poi credo che fosse molto contento per me. Forse è per questo che mi sono sentita così raggiante e forte per il resto della giornata? Perché ho detto così di getto, così semplicemente, in mezzo a quel grigio quartiere popolare: sì, vedi, io credo in Dio. E' un bene che io sia rimasta qui per qualche settimana. Tornerò laggiù rinnovata e rinvigorita. Non ho avuto un vero senso comunitario, ho fatto troppo i miei comodi. Certo che avrei potuto andare a trovare quei vecchi Bodenheimer, invece di sbrigarmela col pretesto che tanto non potevo fare niente per loro. E così ci sono altre cose in cui ho mancato. Ho cercato troppo il mio piacere. C'erano due occhi in cui guardavo troppo volentieri, alla sera, nella brughiera. Era molto bello ma ho mancato in tanti modi. Anche verso le ragazze della mia camerata. Di tanto in tanto buttavo loro qualche briciola di me stessa e poi scappavo di nuovo via. Non era ben fatto. Però sono riconoscente che sia stato così e sono anche riconoscente di poter riparare al mal fatto. Credo che ritornerò laggiù più seria e concentrata e meno alla ricerca del mio piacere. Se si vuole influire moralmente sugli altri, bisogna cominciare a prender sul serio la propria morale. Io saltello qua e là con Dio come se fosse una cosa da nulla, ma dovrei vivere conformemente. Non ci siamo ancora, non ci siamo proprio ancora, a volte mi comporto come se fosse già tutto risolto. Sono frivola e faccio i miei comodi, spesso vivo le cose più da artista che da persona seria, ho anche un lato bizzarro e capriccioso e avventuroso. Ma mentre me ne sto seduta a questa scrivania, alla sera tardi, sento che in me c'è anche una grande, crescente serietà, una forza che spinge e indirizza, una tacita voce che mi dice cosa devo fare e che mi fa scrivere molto schiettamente: ho mancato in tanti modi, il mio vero lavoro deve ancora cominciare. Finora è stata soprattutto "Spielerei". "26 settembre, le nove e mezzo." Mio Dio, ti ringrazio perché ho potuto conoscere così pienamente una del le tue creature, anima e corpo. Mio Dio, devo lasciarti più fare. E non devo neppure metterti delle condizioni: purché io stia bene... Anche se non sto bene, la vita non continua forse ad andare avanti, e nel modo migliore? Non posso certo avere delle pretese, e non le avrò. Ed ecco che, nel momento in cui ci ho rinunciato, anche il mio mal di stomaco è migliorato parecchio. Stamattina presto ho sfogliato i miei diari. Mille ricordi mi sono venuti incontro. E' stato un anno immensamente ricco. Inoltre: ogni giorno porta una nuova ricchezza. E ti ringrazio perché mi hai concesso tanto spazio da poterla accogliere tutta. Mi rendo conto sempre di più che Rilke è stato uno dei miei grandi educatori in quest'ultimo anno. "27 settembre." Che si possa essere un fuoco così sfavillante! Tutte le parole ed espressioni adoperate sinora mi sembrano grigie, pallide e scolorite, se paragonate all'intensa gioia di vivere, all'amore e alla forza che si sprigionano ora da me. Il mio fratellino pianista ventunenne mi scrive da un manicomio nell'ennesimo anno di guerra: Henny, anch'io credo, so che esiste un'altra vita. Credo persino che certe persone siano in grado di vederla e di viverla anticipatamente. Quello è un mondo in cui gli eterni sussurri mistici si sono fatti viva realtà, e in cui gli oggetti e le parole comuni hanno acquistato un significato più alto. E' probabile che a guerra finita gli uomini saranno più ricettivi a quella realtà, che l'umanità intera sarà compenetrata di un ordine superiore. E se anche io distribuissi tutti i miei beni a sostentamento dei poveri... e non avessi l'amore, tutto questo non mi servirebbe a niente. Tu non hai più da soffrire, uomo viziato, io invece posso resistere bene a quel po' di freddo e di filo spinato e continuo a farti vivere. Faccio vivere la parte immortale di te. E' curioso come una persona si ritrovi poi sempre con qualcosa di materiale: Tide mi ha dato il suo pettinino rosa. In fondo non voglio neppure avere delle fotografie sue e forse non pronuncerò mai più il suo nome, ma quel brutto pettinino rosa rotto, con cui l'ho visto pettinare i suoi radi capelli per un anno e mezzo, è ora nel mio portafoglio tra i miei documenti più importanti, e sarei disperata se dovessi mai perderlo. Una persona è proprio uno strano essere. "28 settembre." «Audi et alteram partem» [ascolta anche l'altra parte]. Il bandito dal nome falso coi gas venefici e i mughetti e l'infermiera corrotta. Mi aveva proprio fatto impressione sentirmi dire da quell'internista galante dagli occhi malinconici: lei ha una vita spirituale troppo intensa, le fa male alla salute, è troppo per la sua costituzione. Jopie aveva assentito pensieroso quando gliel'avevo raccontato. Ho ruminato a lungo su queste parole e sono sempre più convinta del contrario. E' vero che vivo intensamente, a volte mi sembra di vivere con un'intensità demoniaca ed estatica, ma ogni giorno mi rinnovo alla sorgente originaria, alla vita stessa, e di tanto in tanto mi riposo in una preghiera. E chi mi dice che vivo troppo intensamente non sa che ci si può ritirare in una preghiera come nella cella di un convento, e che poi si prosegue con rinnovata pace ed energia. Credo che sia soprattutto la paura di sprecarsi a sottrarre alle persone le loro forze migliori. Se, dopo un laborioso processo che è andato avanti giorno dopo giorno, riusciamo ad aprirci un varco fino alle sorgenti originarie che abbiamo dentro di noi, e che io chiamerò «Dio», e se poi facciamo in modo che questo varco rimanga sempre libero, «lavorando a noi stessi», allora ci rinnoveremo in continuazione e non avremo più da preoccuparci di dar fondo alle nostre forze. Non credo nelle determinazioni oggettive. Infinito intrecciarsi di reciproche influenze umane. Dicono che sei morto troppo presto. Bene, allora ci sarà un libro di psicologia in meno ma è entrato un po' più d'amore in questo mondo. "29 settembre." Spesso dicevi: «Questo è un peccato contro lo spirito, e si vendicherà. Ogni peccato contro lo spirito si vendica». Credo anche che ogni «peccato» contro l'amore per gli altri si vendichi, nella persona stessa come nel mondo circostante. Voglio ricopiare ancora una volta "Matteo", 6, 34: Non siate dunque inquieti per il domani, perché il domani avrà le sue inquietudini; a ciascun giorno basta la sua pena. Bisogna combatterle come pulci, le tante piccole preoccupazioni per il futuro che divorano le nostre migliori forze creative. Ci organizziamo l'indomani nei nostri pensieri ma poi va tutto in modo diverso, molto diverso. A ciascun giorno basta la sua pena. Si devono fare le cose che vanno fatte e per il resto non ci si deve lasciar contagiare dalle innumerevoli paure e preoccupazioni meschine, che sono altrettante mozioni di sfiducia nei confronti di Dio. Andrà tutto a posto con quel permesso di soggiorno e con quelle tessere, è inutile che io ci rumini su, è molto meglio che faccia un tema di russo. In fondo, il nostro unico dovere morale è quello di dissodare in noi stessi vaste aree di tranquillità, di sempre maggior tranquillità, fintanto che si sia in grado d'irraggiarla anche sugli altri. E più pace c'è nelle persone, più pace ci sarà in questo mondo agitato. Poco fa una piccola conversazione telefonica con Toos. Jopie scrive di non mandare più pacchi. Sta succedendo di tutto, laggiù. Haanen ha scritto una lettera a sua moglie: troppo poco per capirci qualcosa e troppo per non preoccuparsene. Fa paura. E poi, anche dentro di me c'è qualcosa che non funziona più bene. Bisogna reagire, bisogna sapersi isolare da quel chiasso sterile che si diffonde come una malattia contagiosa. Ma così posso di nuovo rendermi un po' conto di come stia tutta quella gente. Povere e aride vite. E così si arriva a dire, come ho sentito spesso: non riesco più a leggere un libro, non riesco più a concentrarmi. Oppure: una volta avevo sempre la casa piena di fiori, ma ora no, ora non ne ho più voglia. Sono vite impoverite, sono vite povere. Adesso so di nuovo che posizione prendere. Se solo si potesse far capire alla gente che si può 'lavorare' alla propria pace interiore, e continuare a essere produttivi e fiduciosi dentro di noi malgrado le paure e le voci che circolano. Che possiamo costringerci a inginocchiarci nell'angolo più remoto e tranquillo del nostro essere, e rimanerci fintanto che su di noi non si stenda nient'altro che un purissimo cielo. Da ieri sera ho potuto di nuovo sperimentare su me stessa quanto la gente soffra, è un bene doverselo ricordare e dover reagire ogni volta. E poi, continuare indisturbati a percorrere i vasti e sgombri paesaggi del proprio cuore. Ma non sono ancora a questo punto. Prima si va dal dentista, e oggi pomeriggio sul Keizersgracht. "30 settembre." Essere fedeli a tutto ciò che si è cominciato spontaneamente, a volte fin troppo spontaneamente. Essere fedeli a ogni sentimento, a ogni pensiero che ha cominciato a germogliare. Essere fedeli nel senso più largo del termine, fedeli a se stessi, a Dio, ai propri momenti migliori. E dovunque si è, esserci «al cento per cento». Il mio «fare» consisterà nell'«essere»! Soprattutto, devo essere più fedele a quel che vorrei chiamare il mio talento creativo, per modesto che sia. Ad ogni modo: Ci sono tante cose che vorrebbero esser dette e scritte da me, e dovrei finalmente mettermici. Invece cerco in tutti i modi di scappare, e in questo manco. D'altra parte, so che devo aspettare con pazienza che le mie parole crescano. Ma devo anche aiutarle. E' sempre così: si vorrebbe scrivere subito qualcosa di straordinario e di geniale, ci si vergogna delle proprie sciocchezze. Ma se io ho un dovere nella vita, in questo tempo, in questo stadio della mia vita, è proprio quello di scrivere, annotare, conservare. Le cose, nel frattempo, le digerirò comunque. Io leggo la vita come un tutto coerente, so che sono in grado di leggerla, e nella mia presunzione e pigrizia giovanili penso che tanto mi ricorderò ogni cosa, e che più tardi saprò anche raccontarla. Ma dovrò pur crearmi dei piccoli punti di partenza. Io vivo la vita sino in fondo, ma sento sempre più che ho delle responsabilità verso quelli che vorrei chiamare i miei talenti. Ma dove cominciare, mio Dio. Ci sono così tante cose. Non devi neppur pretendere di scrivere le cose così come le hai appena vissute con tanta intensità: sarebbe un errore. Non si tratta di questo. Non so ancora come farò a dominare tutta questa materia. So soltanto che dovrò fare tutto da sola, e che ho abbastanza forza e pazienza per riuscirci. Devo anche essere fedele, non posso più disperdermi come sabbia al vento. Io mi divido tra gli affetti, le impressioni, le persone e le emozioni che mi toccano: devo rimaner fedele a tutti ma devo anche essere fedele al mio talento. «Vivere» tutto quanto non è più sufficiente, ci vuole qualcosa in più. Credo di vedere sempre meglio gli abissi che inghiottono le forze creative e la gioia di vivere dell'uomo. Sono buche che ingoiano tutto e queste buche sono nella nostra stessa anima. A ciascun giorno basta la sua pena. Inoltre: l'uomo soffre soprattutto per la paura del dolore. Ed è la materia, è sempre la materia che attira tutto lo spirito a sé e non viceversa. «Vivi troppo con lo spirito». E perché no? Perché non ho abbandonato immediatamente il mio corpo alle tue mani desiderose? L'uomo è una strana creatura. Quanto vorrei scrivere. Da qualche parte in me c'è un'officina in cui dei titani riforgiano il mondo. Una volta avevo scritto disperata: è proprio nella mia testolina, nel mio cranio che dev'essere spiegato il mondo. Ora lo penso ancora di tanto in tanto, con una presunzione quasi diabolica. Riesco sempre più ad affrancare la mia forza creativa dalle necessità materiali, dal pensiero della fame, del freddo e dei pericoli. E' pur sempre un'idea, non una realtà. La realtà è qualcosa che bisogna prendere su di sé, con tutto il suo dolore e con tutte le sue difficoltà, e intanto che la si sopporta, la nostra pazienza aumenta. Ma l'idea del dolore - non il dolore 'vero' che è fruttuoso e può render la vita preziosa -, quella va distrutta. E se si distruggono i preconcetti che imprigionano la vita come inferriate, allora si libera la vera vita e la vera forza che sono in noi, e allora si avrà anche la forza di sopportare il dolore reale nella nostra vita e in quella dell'umanità. "Venerdì mattina, a letto." «Correrò questo rischio»: non sono del tutto onesta con me stessa. Dovrò ancora imparare questa lezione e sarà la lezione più difficile, mio Dio: prendere su di me il dolore che m'imponi tu e non quello che mi sono scelta io. In questi giorni io spendo tante parole per convincere me stessa e gli altri che devo tornare laggiù, e che il mio stomaco non è poi così importante: forse non lo è per davvero, ma quando si ha bisogno di tante argomentazioni c'è qualcosa che non va. Infatti è così. E ora posso ricominciare da capo a dir forte a me stessa: ma sì, certo, di questi tempi capita a tutti di sentirsi fiacchi e con la testa che gira per qualche giorno, ma quando passa, passa, e allora si continua come se niente fosse. Mi sembra di aver solo bisogno di stendere la mano per tenere in pugno tutta l'Europa, Russia compresa. Così piccolo, chiaro, familiare m'è diventato il tutto - e così vicino, anche in questo letto! Ricordatelo bene: anche in questo letto. Anche se fossi costretta a rimanerci, quieta e immobile, per settimane intere. Ti prometto di vivere pienamente dovunque tu decida di farmi fermare. Ma vorrei tanto partire mercoledì, anche se fosse solo per due settimane. Sì, lo so che ci sono dei rischi: ci sono sempre più SS nel campo e sempre più filo spinato tutt'intorno, le restrizioni aumentano e forse, tra due settimane, non potremo neppure più venir via, anche questo è possibile. Ti senti di correre questo rischio? Il mio dottore mi ha forse ordinato di stare a letto? Era stupito, invece, che non fossi ancora ripartita per Westerbork. Ma che cosa c'entra il dottore? Se anche cento dottori mi dichiarassero in perfetta salute ma una voce interiore mi dicesse di non andarci, bene, allora non ci dovrei andare. Aspetterò ancora un tuo cenno, mio Dio, nel frattempo mi dispongo a partire. Tratterò con te - vuoi? Posso partire mercoledì prossimo, posso rimanere in quella brughiera per due settimane? E se non dovessi star bene, rimarrò qui a curarmi - accetteresti una transazione simile? Non credo. Eppure vorrei proprio partire mercoledì, per tanti buoni motivi. Adesso sarà bene che dorma un po', anche se non ho affatto finito di parlare con te. Ma so bene che la mia pazienza più vera e più profonda mi ha abbandonata. So anche che la ritroverò quando sarà necessario. E la mia onestà rimarrà sempre con me. Ma ora è tutto molto difficile. Aspetterò fino a domenica, e se non si tratterà di un semplice capogiro passeggero dovrò essere ragionevole, e rimarrò qui. Mi prendo ancora tre giorni. Ma allora devo anche stare tranquilla. Ragazza mia, non fare stupidaggini! Non consumare una vita intera in un paio di settimane. Le persone che vuoi raggiungere le raggiungerai comunque. Non sono quelle due settimane che contano, non scherzare con la tua vita preziosa. Non provocare a bella posta gli dèi, che ti hanno organizzato meravigliosamente ogni cosa, non distruggere il loro lavoro. Mi prendo ancora tre giorni. Più tardi. Ho la sensazione che la mia vita laggiù non sia ancora conclusa, che non sia ancora diventata un insieme compiuto: come un libro - e quale libro! - in cui io sia rimasta a metà. Vorrei tanto continuare a leggere. A volte, quand'ero laggiù, mi pareva che tutta la mia vita antecedente fosse stata una preparazione alla mia vita in quella comunità - eppure, non avevo vissuto piuttosto appartata, fino allora? Più tardi. Fiorire e dar frutti in qualunque terreno si sia piantati - non potrebbe essere questa l'idea? E non dobbiamo forse collaborare alla sua realizzazione? Credo che imparerò. Si dovrebbe prendere le distanze da tutti quei nomi, che vanno bene per gli specialisti. Non è necessario sapere che si chiama emorragia dello stomaco, o ulcera dello stomaco, o anemia, per sapere cos'è. Probabilmente dovrò starmene coricata per un po' ma non voglio accettarlo, e m'invento dei bellissimi ragionamenti per dimostrare che non è una cosa grave e che posso partire mercoledì. Farò così: mi prenderò ancora tre giorni, e se poi mi sentirò sempre ancora prigioniera di questa corazza di debolezza, rinuncerò ai miei progetti presuntuosi. E se lunedì mi sentissi bene? In quel caso andrò da Neuberg e gli dirò nel mio modo più accattivante - già mi vedo, con un sorriso in cui compare un nuovo dente di porcellana bordato d'oro: dottore, vengo a parlarle come a un amico. Ecco, le cose stanno così ma vorrei tanto partire, crede che potrei? E so già che mi risponderà di sì perché sarò così persuasiva da farglielo dire. Gli farò rispondere quel che mi fa piacere di sentire. E' dunque così che vivono gli uomini: usano gli altri per farsi convincere di qualcosa in cui in fondo non credono; cercano negli altri uno strumento per coprire la propria voce interiore. Se ascoltassimo solo un po' di più questa voce, se provassimo solo a farne risuonare una dentro di noi, quanto meno caos ci sarebbe. Imparerò ad accettare la mia parte, qualunque essa sia. Quante cose ho già imparato stando a letto stamattina. Sono sempre piuttosto soddisfatta quando un progetto umano ragionevole si rivela pura vanità. Avremmo dovuto sposarci, eravamo sicuri che in due saremmo riusciti a sopportare le miserie di questo tempo. Ora, nel più remoto angolino di quel gran cimitero fiorito di Zorgvlied, c'è un corpo consunto sotto una pietra (mi piacerebbe vederla); e io sono prigioniera della mia debolezza e devo starmene coricata in questa stanzetta, che è mia già da quasi sei anni. Vanità delle vanità - ma non era vano scoprire in me stessa che ero in grado di aprirmi completamente con qualcuno, di legarmi e di condividere con lui le necessità del momento. Questa non era vanità. E per il resto? Non mi ha forse sgombrato la strada che conduce direttamente a Dio, dopo avermela aperta con le sue imperfette mani umane? No, mia cara, non mi piace affatto come il tuo corpo si comporta sotto quelle coperte. Non essere mobili è proprio brutto. E quanto ero mobile, mio Dio, quanto. Ero persino stupita e incantata per come percorrevo le tue strade sconosciute, con uno zaino sulle mie spalle poco esercitate. Era un tale miracolo. All'improvviso mi si erano aperte delle porticine sul 'mondo', delle porticine che avevo sempre creduto sbarrate. E quanto si erano aperte. Ma ora sono malata, sono proprio malata. Ti concedo ancora due giorni e mezzo. In futuro voglio visitarli tutti, uno per uno, gli uomini che a migliaia sono finiti in quel pezzo di brughiera, passando per le mie mani. E se non li troverò, troverò le loro tombe. Non potrò più rimanere tranquillamente seduta alla mia scrivania. Voglio andare per il mondo, vedere coi miei occhi e sentire coi miei orecchi com'è andata a tutti coloro che abbiamo fatto partire. "A fine pomeriggio." Ho camminato un po' per la casa. Chissà, forse andrà meglio del previsto, forse è solo un po' di anemia che potrò sistemare anche laggiù, con qualche flaconcino di medicine. Del resto: una persona non dev'essere miope e non deve puntare su scadenze troppo ravvicinate. E così pare che il mio caso sia bloccato. Ho chiesto al notaio dalla gamba corta: ora dovrei fare i salti dalla gioia, vero? Ma io non voglio affatto avere quei foglietti per cui gli ebrei si fanno reciprocamente a pezzi: perché devono toccare proprio a me? Vorrei trovarmi in tutti i campi che sono sparsi per tutta l'Europa, vorrei essere su tutti i fronti; io non voglio per così dire «stare al sicuro», voglio esserci, voglio che ci sia un po' di fratellanza tra tutti questi cosiddetti 'nemici' dovunque io mi trovi, voglio capire quel che capita; e vorrei che tutti coloro che riuscirò a raggiungere - so che sono in grado di raggiungerli, fammi guarire, mio Dio - possano capire questi grandi avvenimenti come li capisco io. "Sabato mattina, le sei e mezzo, in bagno." Comincio a soffrire d'insonnia e questo non va. Stamattina all'alba sono saltata giù dal letto e mi sono inginocchiata alla finestra. L'albero era immobile nell'alba grigia e silenziosa. Ho pregato: mio Dio, concedimi la pace grande e potente della tua natura. Se vuoi farmi soffrire, dammi il dolore grande e pieno, non le mille, piccole preoccupazioni che consumano completamente. Dammi pace e fiducia. Fa' che ogni mia giornata sia qualcosa di più che le mille preoccupazioni per la sopravvivenza quotidiana. E tutte le nostre preoccupazioni per il cibo, i vestiti, il freddo, la salute, non sono forse altrettante mozioni di sfiducia nei tuoi confronti, mio Dio? E non ci castighi forse prontamente - con l'insonnia, e con una vita che non è più una vita? Sono disposta a rimanere tranquillamente coricata per qualche giorno, ma allora voglio essere un'unica, grande preghiera. Un'unica, grande pace. Devo portare nuovamente la mia pace con me. «La paziente deve fare vita tranquilla». Pensa tu alla mia pace, mio Dio, dovunque mi troverò. Potrebbe essere che non la sento più perché sto per compiere dei passi sbagliati? Forse - non so. Sono una persona così socievole, mio Dio, non ho mai saputo quanto. Voglio stare fra gli uomini, fra le loro paure, voglio vedere tutto da me e capirlo e raccontarlo più tardi. Ma vorrei tanto star bene. In questi giorni mi preoccupo troppo per la mia salute e questo è naturalmente sbagliato. Fa' che in me ci sia la stessa, grande immobilità che c'era nella tua alba grigia. Fa' che la mia giornata sia qualcosa di più che le semplici preoccupazioni per il corpo. Alla fine, io ricorro sempre allo stesso rimedio: salto giù dal letto e m'inginocchio in un angolino nascosto della mia camera. Non voglio neppure forzarti la mano, mio Dio: «Fammi guarire in due giorni». So che tutto deve crescere, che è un lento processo. Ora sono circa le sei e mezzo. Mi laverò dalla testa ai piedi con acqua fredda e poi me ne starò coricata nel mio letto, starò immobile e non scriverò niente in questo quaderno, cercherò di stare semplicemente distesa e di essere tutta una preghiera. Già altre volte sono stata così male da credere che ci avrei messo delle settimane per uscirne fuori - e invece, dopo pochi giorni, era tutto passato. Ma in questo momento vivo male e ho un atteggiamento forzato. Se fosse possibile, in qualche modo, mi piacerebbe partire mercoledì. So bene che ora non posso dare molto a una comunità di persone, vorrei tanto stare un po' meglio. Ma non devo volere le cose, devo lasciare che le cose si compiano in me ed è proprio ciò che non sto facendo. Che sia fatta non la mia, ma la tua volontà. "Un po' più tardi." Certo, è il nostro totale annientamento! Ma sopportiamolo con grazia. In me non c'è un poeta, in me c'è un pezzetto di Dio che potrebbe farsi poesia. In un campo deve pur esserci un poeta, che da poeta viva anche quella vita e la sappia cantare. Di notte, mentre ero coricata nella mia cuccetta, circondata da donne e ragazze che russavano piano, o sognavano ad alta voce, o piangevano silenziosamente, o si giravano e rigiravano - donne e ragazze che dicevano così spesso durante il giorno: «non vogliamo pensare», «non vogliamo sentire, altrimenti diventiamo pazze» -, a volte provavo un'infinita tenerezza, me ne stavo sveglia e lasciavo che mi passassero davanti gli avvenimenti, le fin troppe impressioni di un giorno fin troppo lungo, e pensavo: «Su, lasciatemi essere il cuore pensante di questa baracca». Ora voglio esserlo un'altra volta. Vorrei essere il cuore pensante di un intero campo di concentramento. Sono coricata qui con tanta pazienza e di nuovo calma e già mi sento assai meglio; leggo le lettere di Rilke "Über Gott" e ogni sua parola è carica di significato per me, avrei potuto scriverle io stessa, se le avessi scritte io le avrei scritte così e non diversamente. Mi sento anche la forza di partire, non penso più a far progetti e a correre rischi, andrà come andrà e sarà per il meglio. "Sabato pomeriggio, le quattro." Ora mi arrendo completamente. Già mi vedo partire mercoledì, su queste gambette vacillanti: una cosa proprio triste. Sono così riconoscente di poter stare coricata qui, di poter essere tranquillamente malata e che mi si voglia curare. Prima devo guarire bene, altrimenti sarò solo un peso per una compagnia. Credo proprio di essere un po' malata, dalla testa ai piedi, stretta in una corazza di debolezza e vertigine. Non devo proprio essere infantile o impaziente. Che fretta ho di condividere tutte le miserie degli altri dietro quel filo spinato? E che cosa sono sei settimane in una vita intera? Il mio cranio è stretto in un cerchio di ferro e sul mio capo pesa un'intera città di rovine. Non voglio essere una foglia malata e avvizzita che si stacca dal tronco della comunità. "3 ottobre, sabato sera, le nove." Se vuoi proprio guarire devi vivere diversamente: devi tacere per giorni interi e rinchiuderti in camera tua e non lasciar entrare nessuno, è l'unico modo. Non va bene come ti comporti adesso. Forse diventerai ancora ragionevole. Si dovrebbe pregare giorno e notte per quelle migliaia. Non si dovrebbe stare neanche un minuto senza preghiera. So che un giorno avrò il dono dell'eloquenza. "4 ottobre, domenica sera." Stamattina Tide. Oggi pomeriggio il professor Becker. Più tardi Jopie Smelik (26). Pranzato con Han. Capogiro e debolezza. Mio Dio, mi dai dei tesori da custodire, fa' che li custodisca e li amministri bene. Tutto questo parlare con gli amici mi fa male ora, mi logora completamente. Non sono abbastanza forte per tirarmi indietro, per trovare il giusto equilibrio tra il lato introverso e il lato estroverso di me stessa: sarà un grosso compito. I due lati sono egualmente forti in me. Mi piace aver contatto con le persone. Mi sembra che la mia intensa partecipazione porti alla luce la loro parte migliore e più profonda, le persone si aprono davanti a me, ognuna è come una storia, raccontatami dalla vita stessa. E i miei occhi incantati non hanno che da leggere. La vita mi confida così tante storie, dovrei raccontarle a mia volta, renderle evidenti a coloro che non sono in grado di leggerle direttamente. Mio Dio, mi hai concesso il dono di poter leggere, mi concederesti anche quello di poter scrivere? Una volta tanto, nel cuor della notte. Siamo rimasti solo Dio e io. Non c'è più nessun altro che mi possa aiutare. Ho delle responsabilità, ma non me le prendo veramente: scherzo ancora troppo e sono indisciplinata. Non mi sento affatto impoverita, ma ricca e in pace. Siamo rimasti solo Dio e io. "8 ottobre, giovedì pomeriggio." Sono ammalata, non ci posso far niente. Più tardi raccoglierò tutte le lacrime e le paure, laggiù. In fondo lo faccio già in questo letto. Forse è per questo che ho la febbre e il capogiro? Non voglio essere il cronista di orrori. E neanche di fatti sensazionali. Ancora stamattina ho detto a Jopie: eppure arrivo sempre alla stessa conclusione: la vita è bella. E credo in Dio. E voglio stare proprio in mezzo ai cosiddetti 'orrori' e dire ugualmente che la vita è bella. E ora eccomi coricata in un angolino con febbre e capogiro, e non posso far nulla. Poco fa mi sono svegliata con la gola secca, ho afferrato il mio bicchiere ed ero così riconoscente per quel sorso d'acqua, ho pensato: se solo potessi andare in giro fra quelle migliaia di uomini ammassati laggiù e potessi offrire un sorso d'acqua ad alcuni di loro. Ogni volta mi dico: su, non è poi così grave, sta' tranquilla, non è così grave, sta' tranquilla. Quando capitava che una donna o un bambino affamato si mettessero a piangere dietro uno dei nostri tavoli di registrazione, mi mettevo dietro di loro, quasi a proteggerli, le mie braccia incrociate sul petto, sorridevo un pochino e dentro di me dicevo a quell'esserino rannicchiato e smarrito: tutte queste cose non sono poi così gravi, non sono proprio così gravi. Rimanevo lì e c'ero, si poteva far altro? A volte mi sedevo vicino a qualcuno, passavo un braccio intorno a una spalla, non dicevo molto e guardavo le persone in faccia. Nulla mi era nuovo, non una di quelle espressioni di dolore umano. Tutto mi pareva così familiare, come se sapessi e avessi già vissuto ogni cosa. Certi mi dicono: hai dei nervi d'acciaio a resistere. Non credo di avere dei nervi d'acciaio, credo anzi di avere dei nervi piuttosto sensibili, però sono in grado di «resistere». Ho il coraggio di guardare in faccia ogni dolore. E alla fine di ogni giornata mi dicevo sempre: voglio tanto bene agli uomini. Non provavo mai amarezza per quel che veniva fatto loro, sempre invece amore per come degli uomini fossero capaci di sopportare il dolore, ne fossero capaci per impreparati che fossero, dentro di sé. Mi viene in mente quel biondo Max dalla testa rasata su cui i capelli ricominciavano a crescere, e dagli occhi azzurri dolci e sognanti: era stato così maltrattato a Amersfoort che non aveva più potuto essere 'deportato' ed era rimasto indietro in un ospedale. Una sera ci aveva raccontato per filo e per segno i maltrattamenti subiti. In futuro ci sarà chi pubblicherà tutti questi dettagli, e probabilmente sarà necessario per tramandare la storia di questo tempo nella sua compiutezza. Io non ne sento il bisogno. "L'indomani." A quel punto è improvvisamente comparso papà e c'è stata grande agitazione. «Mia soave monachina» e «donchisciottismo» e «Signore, rendimi più desiderosa di capire che di esser capita». Ora sono le undici di mattina. Jopie dovrebbe essere arrivato a Westerbork. Mi sembra di esserci anch'io. Stamattina devo di nuovo lottare contro tanta impazienza e scoraggiamento, sono preoccupata per il mal di schiena e per quel senso di pesantezza alle gambe, che vorrebbero tanto viaggiare per il mondo ma non ne sono ancora in grado. Anche questo si farà. Non si dev'essere così materialisti. E mentre me ne sto coricata qui, non viaggio forse per il mondo? In me scorrono i larghi fiumi e s'innalzano le grandi montagne. Dietro gli arbusti della mia irrequietezza e dei miei smarrimenti si stendono le vaste pianure della mia calma, e del mio abbandono. Tutti i paesaggi sono in me, ho tanto posto ora, in me c'è la terra e c'è anche il cielo. Capisco benissimo che gli uomini abbiano potuto inventare qualcosa come l'inferno. Il mio inferno non lo vivrò mai più - l'ho già sperimentato una volta ed è bastato per una vita intera -, ma posso vivere molto intensamente quello degli altri. Così dev'essere, del resto, altrimenti potrei diventare troppo autosufficiente. E per quanto possa sembrare paradossale: quando si punta troppo sull'unione fisica, quando s'investono tutte le proprie energie nel desiderio della persona amata, in fondo le si fa torto: perché allora non rimangono più forze per essere veramente con lei. Rileggerò sant'Agostino. E' così austero e così ardente. E così appassionato, si abbandona così completamente nelle sue lettere d'amore a Dio. In fondo, quelle a Dio sono le uniche lettere d'amore che si dovrebbero scrivere. Sono presuntuosa a dire che possiedo troppo amore per darlo a una persona sola? L'idea che per tutta la vita si debba amare sempre e soltanto una persona mi sembra così infantile. Può impoverire e inaridire parecchio. Chissà se la gente imparerà che l'amore per la persona reca assai più felicità e buoni frutti che l'amore per il sesso, e che questo priva di linfe vitali la comunità degli uomini? Congiungo le mani in un gesto che mi è divenuto caro e attraverso il buio ti dico cose sciocche e serie, e imploro una benedizione sulla tua bella testa sincera - in una parola sola si direbbe che «prego». Buona notte, mio caro! "Sabato sera." Credo di poter sopportare e accettare ogni cosa di questa vita e di questo tempo. E quando la burrasca sarà troppo forte e non saprò più come uscirne, mi rimarranno sempre due mani giunte e un ginocchio piegato. E' un gesto che a noi ebrei non è stato tramandato di generazione in generazione. Ho dovuto impararlo a fatica. E' l'eredità più preziosa che io abbia ricevuto dall'uomo di cui ho già quasi dimenticato il nome, ma la cui parte migliore continua a vivere in me. Com'è strana la mia storia - la storia della ragazza che non sapeva inginocchiarsi. O con una variante: della ragazza che aveva imparato a pregare. E' il mio gesto più intimo, ancor più intimo dei gesti che ho per un uomo. Non si può certo riversare tutto il proprio amore su una persona sola [...]. "12-10-42." Le mie impressioni sono sparse come stelle sfavillanti sullo scuro velluto della mia memoria. L'età dell'anima è diversa da quella registrata all'anagrafe. Credo che l'anima abbia una determinata età fin dalla nascita, e che questa età non cambi più. Si può nascere con un'anima che ha dodici anni. Si può anche nascere con un'anima che ne ha mille, esistono ragazzini dodicenni in cui si sente un'anima simile. Credo che l'anima sia la parte più inconscia dell'uomo, soprattutto in Occidente penso che un orientale 'viva' la propria anima molto di più. L'occidentale non sa bene che farsene e se ne vergogna come di una cosa immorale. L'anima è diversa da ciò che noi chiamiamo «sentimento». Ci sono persone che hanno molto «sentimento» ma poca anima. Ieri ho chiesto a Maria a proposito di una persona: è intelligente? Sì, ha risposto lei, ma solo col cervello. S. diceva sempre di Tide: ha «l'intelligenza dell'anima». Quando ci capitava di parlare della nostra grande differenza d'età, S. diceva sempre: «Chi mi dice che la sua anima non sia più vecchia della mia». A volte torno ad accendermi completamente quando, come ora, l'amicizia e le persone che ci sono state in quest'ultimo anno risorgono in tutta la loro grandezza e mi colmano di riconoscenza. Ora sono quel che si dice malata e anemica e più o meno obbligata a stare a letto, eppure ogni minuto è pieno di ricchezza - cosa succederà quando starò di nuovo bene? Devo ogni volta esultare e acclamarti, mio Dio: ti sono così riconoscente perché mi hai concesso una vita simile. Un'anima è fatta di fuoco e di cristalli di rocca. E' una cosa molto severa e dura in senso vetero-testamentario, ma è anche dolce come il gesto delicato con cui la punta delle sue dita sfiorava le mie ciglia. "Di sera." E poi ci sono momenti in cui la vita è dura e così scoraggiante. Allora sono agitata, irrequieta e stanca al tempo stesso. Oggi pomeriggio ho avuto momenti molto creativi. E ora una spossatezza come se avessi sparso il mio seme. Non potrò far altro che starmene immobile sotto le coperte e aspettare con pazienza che questo scoraggiamento, questo senso di dispersione in tante direzioni, mi passino. Una volta facevo pazzie in situazioni simili: mi mettevo a bere con gli amici o pensavo al suicidio o leggevo tutta la notte in cento libri diversi. Bisogna anche accettare i momenti «non creativi»; più li si accetta onestamente, più essi passano in fretta. Si deve avere il coraggio di fermarsi, di essere talvolta vuoti e scoraggiati. Buona notte, caro spino delle dune. "L'indomani mattina presto." Faccio roteare una matitina come se fosse una falce, ma non riesco a falciare le molte escrescenze del mio spirito. Ci sono persone che mi porto dentro come boccioli e che lascio sbocciare. Ce ne sono altre che mi porto dentro come ulcere, finché si aprono e suppurano (Frans Bierenbach). "Vorwegnehmen" [anticipare]: non conosco una buona traduzione olandese di questa parola. Sono distesa qui da ieri sera, e intanto comincio ad assorbire una piccola parte del gran dolore che dev'essere assorbito su tutta la terra. Comincio a mettere al coperto un po' del dolore che patiremo quest'inverno. Non si può farlo in una volta sola. Oggi sarà una giornata molto pesante. Rimarrò a letto, con calma, e «anticiperò» una piccola parte dei duri giorni che verranno. Quando soffro per gli uomini indifesi, non soffro forse per il lato indifeso di me stessa? Ho spezzato il mio corpo come se fosse pane e l'ho distribuito agli uomini. Perché no? Erano così affamati, e da tanto tempo. Finisco sempre per tornare a Rilke. E' così strano, Rilke era un uomo fragile e ha scritto gran parte della sua opera fra le mura di castelli ospitali, e magari sarebbe stato distrutto dalle circostanze in cui ci troviamo a vivere noi. Ma non è proprio questo un segno di buona economia - il fatto che, in circostanze tranquille e favorevoli, artisti sensibili possano cercare indisturbati la forma più giusta e più bella per le loro intuizioni più profonde; e che poi, in tempi più agitati e debilitanti, queste stesse forme possano offrire appoggio e protezione agli uomini smarriti? Ai turbamenti e ai problemi che non trovano forma o soluzione, perché ogni energia è consumata dalle necessità quotidiane? In tempi difficili si tende a disprezzare le acquisizioni spirituali di artisti vissuti in epoche cosiddette più facili (ma essere artista non è di per sé abbastanza difficile?), e si dice: tanto, cosa ce ne facciamo? E' un atteggiamento comprensibile, ma miope. E rende infinitamente poveri. Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite. LETTERE DA WESTERBORK. "3 luglio '43, Westerbork." Jopie, Klaas, miei cari amici, dalla mia cuccetta, che è la terza in alto, voglio ancora presto scatenare una vera orgia di lettere, tra pochi giorni verrà messo un limite a tutto il nostro scrivere, io diventerò ufficialmente «residente nel campo» e potrò spedire solo una lettera ogni due settimane e dovrò consegnarla aperta. E ci sono ancora alcune coserelle di cui voglio parlare con voi. Ho davvero scritto una lettera così scoraggiata? Quasi non riesco a crederci. E' vero che ci sono dei momenti in cui uno crede di non poter proprio andare avanti. Ma si va poi sempre avanti, anche questo s'impara col tempo - però il paesaggio che abbiamo intorno appare improvvisamente mutato, il cielo diventa basso e nero, il nostro modo di sentire la vita subisce dei grandi mutamenti e il nostro cuore diventa completamente grigio e millenario. Ma non è sempre così. Un essere umano è una cosa ben singolare. La miseria che regna qui è davvero indescrivibile. Nelle grandi baracche si vive come topi in una fogna. Si vedono languire molti bambini. Ma si vedono anche molti bambini sani. Una notte della settimana scorsa è transitato qui un convoglio di prigionieri. Visi trasparenti e pallidi come la cera. Non ho mai visto tanta stanchezza e sfinimento su un volto. A Westerbork dovevano passare per così dire «attraverso la chiusa»: registrazione e ancora una volta registrazione, perquisizione da parte di allampanati N.S.B., (27) quarantena, una piccola via crucis di ore e ore. Alla mattina presto sono stati ammassati in vagoni merci vuoti. Il loro treno è stato ancora sigillato con tavole di legno qui in Olanda: altro ritardo. Poi tre giorni di viaggio a Est. Materassi di carta per terra, per i malati. Per gli altri, vagoni completamente spogli con un barile nel mezzo e circa settanta persone in un vagone chiuso. Ci si può portare solo un tascapane. Mi chiedo quanti di loro arriveranno vivi. E i miei genitori si preparano a un viaggio simile, a meno che Barneveld (28) non diventi inaspettatamente una possibilità concreta. Poco tempo fa ho passeggiato un po' con papà nel deserto sabbioso e polveroso, è infinitamente caro e ha una bella rassegnazione. Diceva con molta grazia e con molta calma, quasi di sfuggita: «In fondo vorrei andare in Polonia il più presto possibile, così avrò finito prima e sarò morto in tre giorni, non ha più senso continuare quest'esistenza disumana. E perché poi quel che tocca a migliaia di altri uomini non potrebbe toccare pure a me?». Più tardi abbiamo riso sul paesaggio intonato alla nostra situazione: a volte è proprio come un deserto, malgrado i fiori violetti di lupini e di coronarie, e certi uccelli graziosi che somigliano a gabbiani. «Gli ebrei nel deserto: è un paesaggio che conosciamo bene». E così, un piccolo papà tanto amabile può pesare parecchio e si perde la speranza. Ma sono solo stati d'animo. Può essere anche diverso e allora ridiamo insieme e ci meravigliamo di tante cose. Incontriamo molti parenti che non abbiamo visto da anni - giuristi, un bibliotecario, eccetera, che spingono carriole piene di sabbia e indossano tute goffe e malconce -, ci guardiamo un momento e non diciamo molto. Un giovane e triste ufficiale della gendarmeria mi ha detto una notte in cui doveva partire uno di quei convogli: in una notte simile io perdo due chili e mezzo e non devo far altro che sentire, vedere e tacere. Per lo stesso motivo non scrivo molto neanch'io. Ma ho perso il filo. Volevo solo dire questo: la miseria che c'è qui è veramente terribile - eppure, alla sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore s'innalza sempre una voce non ci posso far niente, è così, è di una forza elementare -, e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere. E se sopravviveremo intatti a questo tempo, corpo e anima ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita. Forse io sono una donna ambiziosa: vorrei dire anch'io una piccola parolina. Parli di suicidio e di madri e figli. Certo che posso capire queste cose, ma trovo che è un argomento malsano. C'è un limite a tutte le sofferenze, forse a un essere umano non tocca sopportare più di quanto non possa - oltrepassato quel limite, muore da sé. Ogni tanto qui muore qualcuno perché il suo spirito è a pezzi e non riesce più a capire, in genere sono persone giovani. Le persone anziane sono piantate in un terreno più solido e accettano il loro destino con dignità e rassegnazione. Sì, qui si vede una gran varietà di persone e si osserva il loro atteggiamento verso le questioni più ardue, le questioni ultime... Proverò a descrivervi come mi sento, ma non so se questa metafora è giusta. Quando un ragno tesse la sua tela, non lancia forse i fili principali davanti a sé e ci si arrampica poi sopra? La strada principale della mia vita è tracciata per un lungo tratto davanti a me e arriva già in un altro mondo. E' proprio come se tutte le cose che succedono e che succederanno qui siano già, in qualche modo, date per scontate dentro di me, le ho già vissute e assorbite e già partecipo alla costruzione di una società futura. La vita qui non consuma troppo le mie forze più profonde - fisicamente si va forse un po' giù e spesso si è immensamente tristi, ma il nostro nucleo interiore diventa sempre più forte. Vorrei che fosse così anche per voi e per tutti i miei amici, è necessario, dobbiamo ancora condividere molte esperienze e molto lavoro tutti insieme. Perciò vi raccomando: rimanete al vostro posto di guardia se ne avete già uno dentro di voi, e per favore non rattristatevi né disperatevi per me, non c'è motivo. I Levi hanno delle difficoltà, ma appartengono anche loro a quel genere di persone che se la cavano, e che hanno molte riserve interiori malgrado la loro debole costituzione. I bambini sono a volte molto sporchi, l'igiene è il problema più grave qui. Un'altra volta vi scriverò di loro. Vi accludo due righe che avevo cominciato per papà e mamma ma che non ho più avuto bisogno di spedire, forse ci troverete qualcosa che v'interessa. Avrei ancora un desiderio se non sono indiscreta: un cuscino, per esempio un vecchio cuscino di un divano, quella paglia è proprio un po' dura alla lunga. Ma dalla provincia si possono solo spedire dei pacchetti formato lettera di non più di due chili, forse un cuscino pesa di più? Forse, se passate da Pa Han a Amsterdam - siategli molto vicini vi prego, e portategli anche questa lettera - potreste spedirlo da là? Per il resto, il mio unico desiderio è che stiate bene e che siate lieti, scrivetemi ogni tanto due righe innocenti. Con molto, molto affetto Etty. "10 1uglio '43". Maria, ciao, già diecimila sono partiti da questo luogo, vestiti e svestiti, vecchi e giovani, malati e sani - e io sono ancora in grado di vivere e lavorare e essere lieta. Ora anche i miei genitori dovranno partire, se non questa settimana per virtù di un qualche miracolo, certamente la prossima - e io devo imparare a accettare anche questo. Mischa vuol partire con loro e mi sembra che debba farlo, perderà la testa se li vedrà partire. Io non lo farò, non posso. E' più facile pregare per qualcuno da lontano che vederlo soffrire da vicino. E dunque, anche questa è viltà. La gente non vuol riconoscere che a un certo punto non si può più "fare", ma soltanto essere e accettare. Ho cominciato a accettare già da molto tempo, ma accettare si può solo per se stessi e non per gli altri, ed è per questo che sto passando un momento terribilmente difficile qui. La mamma e Mischa vogliono sempre fare ancora qualcosa e mettere il mondo sottosopra e io sono del tutto impotente di fronte al loro atteggiamento. Io non posso fare nulla, non l'ho mai potuto, io posso solo prendere le cose su di me e soffrire. In questo sta la mia forza ed è una grande forza - ma per me stessa, non per gli altri. Papà e mamma sono stati respinti a Barneveld, l'abbiamo saputo ieri. Devono tenersi pronti per partire col convoglio di martedì. Mischa vuole andare dal comandante e dirgli che è un assassino, dovremo tenerlo d'occhio in questi giorni. Papà è apparentemente molto tranquillo. Ma sarebbe stato distrutto in pochi giorni se fosse rimasto nella grande baracca e se non gli avessi trovato un posto all'ospedale, dove la vita sta pure diventando più o meno invivibile per lui. E' completamente indifeso e non è in grado di cavarsela. Anche le mie preghiere non sono come dovrebbero. So bene che si deve pregare per gli altri nel senso che trovino la forza di sopportare ogni cosa. Invece io dico sempre: Signore, fa' che duri il meno possibile. E così sono paralizzata in tutte le mie azioni. Da un lato vorrei preparare i loro bagagli nel modo migliore, dall'altro so che tanto glieli porteranno via - ne siamo sempre più sicuri - e dunque, perché darsi ancora tutta questa pena? Qui a Westerbork ho un buon amico. (29) Avrebbero dovuto deportarlo la settimana scorsa. Quando sono andata da lui era diritto come una candela, il viso calmo, lo zaino pronto accanto al suo letto, non abbiamo parlato della sua partenza, mi ha letto diverse cose che aveva scritto e abbiamo ancora filosofato per un po'. Non ci siamo resi le cose difficili col nostro dolore per l'imminente distacco, abbiamo riso e ci siamo detti che ci saremmo rivisti. Eravamo ambedue in grado di sopportare il nostro destino. Ed è proprio questa la cosa che fa disperare, qui: la maggior parte delle persone non è in grado di sopportare il proprio destino e lo scarica sulle spalle altrui. E sotto quel peso, non sotto il proprio, si potrebbe anche soccombere. Io mi sento all'altezza del mio destino, ma non mi sento in grado di sopportare quello dei miei genitori. Questa è l'ultima lettera che posso scrivere, per ora. Oggi pomeriggio dobbiamo consegnare i nostri documenti d'identità e diventiamo ufficialmente «residenti nel campo». Perciò dovrai avere un po' di pazienza con le mie notizie. Forse riuscirò a contrabbandare una lettera prima o poi. Le tue due lettere sono arrivate. Ciao Maria - amichetta mia, Etty. [...] Ma so bene che non posso parlare così a quelle giovani donne coi loro piccini, che probabilmente andranno diritto all'inferno su uno di quei nudi treni merci. E naturalmente mi risponderebbero: «Hai un bel dire tu che non hai figli», ma questo non c'entra proprio per niente. C'è una frase della Bibbia che mi dà sempre forza. Credo che sia all'incirca così: «Se tu mi ami, devi abbandonare i tuoi genitori». Ieri sera, mentre dovevo di nuovo lottare duramente per non essere paralizzata dalla compassione per i miei genitori, ho visto anche questo: non bisogna lasciarsi consumare dal dolore e dalle preoccupazioni per la famiglia al punto da non provare più interesse e amore per il prossimo. Sono sempre più convinta che l'amore per il prossimo, per qualsiasi creatura a somiglianza di Dio, debba stare più in alto dell'amore per i parenti. Non fraintendetemi, vi prego. Si dice che sia contro natura - e mi rendo conto che fatico ancora troppo a scrivere di queste cose, mentre sono così semplici nella vita. Stasera vado con Mechanicus a trovare Anne-Marie e il suo ospite di sempre, il capo delle baracche che ha una cameretta tutta per sé. Ce ne staremo seduti in quella che per Westerbork è una grossa stanza, con una bassa e grande finestra aperta, e dietro quella finestra la brughiera così vasta e ondeggiante come il mare - l'anno scorso vi scrivevo sempre da quel posto. Anne-Marie ci farà certamente del caffè e il nostro ospite ci racconterà come si viveva una volta nel campo (è qui già da cinque anni), e più tardi Philip ne ricaverà delle piccole storie. Io frugherò nei miei barattolini per vedere se trovo qualcosetta da mangiare con il caffè, e chissà, forse Anne-Marie avrà fatto di nuovo un budino - l'altra volta c'era quel tuo indimenticabile budino di mandorle, Ietje! Oggi ha fatto caldo, sarà una bella sera estiva davanti a quella finestra aperta e a quella brughiera. Più tardi Philip e io andremo a cercare Jopie, e come un pacifico terzetto passeggeremo intorno alla grande tenda beduina grigia che s'innalza su un largo spiazzo sabbioso; una volta quella tenda serviva per la disinfestazione dai pidocchi, ora ospita suppellettili rubate alle case degli ebrei, che finiranno come «offerte» in Germania o andranno a arricchire la casa del comandante. Dietro quella tenda il sole dà spettacolo ogni sera con un tramonto diverso. Quanti paesaggi ospita questo campo nella brughiera del Drenthe. Credo che il mondo sia bello dappertutto, anche nei luoghi che nei libretti di geografia sono descritti come desolati e aridi e monotoni. Del resto, la maggior parte dei libri non vale nulla e dovremo riscriverli. La mia lettera quindicinale l'ho scritta a Tide ma mi è stato permesso di scriverla da una parte sola del foglio. Cari miei, come avete fatto a procurarvi quella mezza libbra di burro - era una cosa principesca, mi sono spaventata tanto era enorme! Perdonatemi questa fine materialista. Ora sono le sei e mezzo, e devo andare a prendere la piccola razione di cibo per la famiglia. Vi saluto tutti con molto, molto affetto. Etty. "11 agosto 1943". In futuro, quando la mia casa non sarà più un giaciglio di ferro in un luogo circondato dal filo spinato, voglio avere una lampadina sopra il mio letto, così di notte ci sarà luce ogni volta che lo vorrò. Spesso, nel mio dormiveglia, turbinano pensieri e piccoli racconti, vuoti e trasparenti come bolle di sapone, vorrei poterli catturare su un pezzo di carta. Quando mi sveglio alla mattina mi sento come dentro un bozzolo - è un ricco risveglio, sai! Ma poi comincia a volte una piccola Passione, pensieri e immagini si agitano intorno a me, sono così tangibili e vogliono esser messi sulla carta, ma non c'è nessun posto in cui si possa star seduti con calma, certe volte passo delle ore a cercarlo. Una volta, nel cuore della notte, una gatta randagia è entrata nella nostra baracca, le abbiamo messo una cappelliera sul gabinetto e là ha avuto i suoi piccoli. Certe volte mi sento come un gatto randagio senza cappelliera. [...] Stanotte è nato il figlio di Jopie. Si chiama Benjamin e dorme nel cassetto di un armadio. Vicino a mio padre hanno messo un malato di mente. Sai, se qui tu non hai una grande forza interiore, se non guardi alle apparenze come a pittoreschi accessori che non intaccano il grande splendore (non mi viene in mente un'altra parola) che può essere una parte inalienabile della tua anima, - allora è proprio una situazione disperata. E' così, così triste vedere tutte quelle persone abbandonate a se stesse, che perdono il loro ultimo asciugamano, che si arrabattano con scatoline, scodelle di cibo, bicchieri, pane muffito e biancheria sporca sopra, sotto e di fianco alle loro cuccette, che sono infelici perché altre persone sono spesso sgarbate o urlano loro, ma che a loro volta urlano con gli altri e non se ne rendono conto; bambinetti lasciati soli dai genitori deportati, e trascurati dalle madri degli altri bambini: già sono in pena per i propri pulcini, che hanno la diarrea e ogni sorta di malattie grandi e piccole, mentre prima erano sempre stati bene. Dovresti vedere la disperazione apatica e folle di quelle povere madri, sedute accanto al giaciglio dei loro figlioletti che piangono e che non vogliono crescere. Ho messo insieme questa paginetta in dieci posti diversi - dietro il tavolino del telegrafo nella baracca dove noi lavoriamo, su una carriola vicino a dove lavora Anne-Marie (al caldo per ore in mezzo a ragazzini del popolo che urlano «senza riguardo» e che in questo momento lei non sopporta più), ieri le ho asciugato non poche lacrime ma non farle capire che ve l'ho scritto - questi scarabocchi per te sono anche per Swiep -, poi durante la conferenza di un professore di sociologia piuttosto logorroico, poi - stamattina - su un pezzettino di duna ventosa sotto il cielo - ogni volta ci aggiungo una parola -, e ora mi trovo nella sala mensa a tramezzi di cartone dell'ospedale: l'ho scoperta poco fa, forse potrò ritirarmi qui di tanto in tanto. Domattina Jopie va a Amsterdam, per la prima volta in questi mesi provo una stretta al cuore ben disciplinato, perché la barriera rimane sempre ancora chiusa per me. Ma a ognuno il suo momento. Quasi tutte le persone che sono qui sono molto più povere del necessario, perché registrano la loro nostalgia degli amici e della famiglia come una perdita nel libro dei conti della vita - mentre il fatto stesso che un cuore sia in grado di desiderare e di amare così tanto dovrebbe essere contato fra i beni più preziosi. Santo Iddio, credevo di aver trovato un posticino tranquillo ed ecco che si sta riempiendo di gente col camice, che porta dentro sbatacchianti pentoloni di vari cibi mescolati insieme, e personale dell'ospedale che si siede ai tavoli di legno per mangiare - è solo mezzogiorno, andrò a cercarmi un altro posticino. Un piccolo tentativo filosofico a sera inoltrata, con gli occhi che mi si chiudono per il sonno: certe volte si sente dire: «Tu volgi proprio tutto in bene». Trovo che è un'espressione così priva di coraggio. Le cose sono dappertutto completamente buone - e, al tempo stesso, completamente cattive. Così si bilanciano, dappertutto e sempre. Io non ho mai la sensazione che devo volgere qualcosa in bene, tutto è sempre e completamente un bene così com'è. Ogni situazione, per quanto penosa, è qualcosa di assoluto, e contiene in sé il bene come il male. Volevo solo dire questo: l'espressione «volgere qualcosa in bene» in fondo mi disgusta, e così pure l'espressione «tirare fuori il meglio da ogni situazione», mi piacerebbe poterti spiegare bene perché. Se tu sapessi che sonno ho! Potrei proprio dormire per due settimane di fila. Ora porterò questa lettera a Jopie; domattina lo accompagnerò al piccolo edificio della gendarmeria, poi lui andrà a Amsterdam e io tornerò fra le baracche. Vi saluto, miei cari! Etty. "Westerbork, 18 agosto". Tideke, questa volta non volevo quasi scrivere perché mi sentivo terribilmente stanca, e perché credevo di non aver niente da dire. Ma certo che ho molto da dire. Però preferisco che i miei pensieri fluiscano liberamente verso di voi, tanto so che li captate. Oggi pomeriggio, mentre riposavo nella mia cuccetta, m'è venuto da scrivere queste cose nel mio diario, ora le mando a te: Mi hai resa così ricca, mio Dio, lasciami anche dispensare agli altri a piene mani. La mia vita è diventata un colloquio ininterrotto con te, mio Dio, un unico grande colloquio. A volte, quando me ne sto in un angolino del campo, i miei piedi piantati sulla tua terra, i miei occhi rivolti al cielo, le lacrime mi scorrono sulla faccia, lacrime che sgorgano da una profonda emozione e riconoscenza. Anche di sera, quando sono coricata nel mio letto e riposo in te, mio Dio, lacrime di riconoscenza mi scorrono sulla faccia e questa è la mia preghiera. Sono molto, molto stanca, già da diversi giorni, ma anche questo passerà, tutto avviene secondo un ritmo più profondo che si dovrebbe insegnare ad ascoltare, è la cosa più importante che si può imparare in questa vita. Io non combatto contro di te, mio Dio, tutta la mia vita è un grande colloquio con te. Forse non diventerò mai una grande artista come in fondo vorrei, ma mi sento già fin troppo al sicuro in te, mio Dio. A volte vorrei incidere delle piccole massime e storie appassionate, ma mi ritrovo prontamente con una parola sola: Dio, e questa parola contiene tutto e allora non ho più bisogno di dire quelle altre cose. E la mia forza creativa si traduce in colloqui interiori con te, e le ondate del mio cuore sono diventate qui più lunghe, mosse e insieme tranquille, e mi sembra che la mia ricchezza interiore cresca ancora. Da qualche tempo Jul (30) si libra nel cielo di questa brughiera, è una cosa inesplicabile è un nutrimento quotidiano. Accadono proprio dei miracoli in una vita umana, la mia è una catena di miracoli interiori, fa bene poterlo di nuovo dire a qualcuno. La tua fotografia si trova nello "Stundenbuch" di Rilke insieme a quella di Jul, tutt'e due stanno sotto il mio guanciale insieme con la mia piccola Bibbia. Anche la tua lettera con le citazioni è arrivata, sì, scrivi ancora. Sta' bene, cara. Etty. "Domenica mattina 21-8-1943". Nel reparto maternità c'è un bebè di nove mesi, una piccola bambina. Qualcosa di molto bello e dolce e con gli occhi celesti. E' arrivata qui diversi mesi fa come "S-Fall" (caso penale), la polizia l'aveva scovata in una clinica. Nessuno sa chi o dove siano i suoi genitori. Per ora la tengono nel reparto maternità, le infermiere si sono affezionate a quel giocattolino. Ma volevo dire questo: nei primi tempi quella neonata non poteva essere portata fuori, tutti gli altri bebè stavano all'aria aperta nelle loro carrozzelle ma lei doveva rimanere dentro, era pur sempre un «"SFall"»! L'ho chiesto a tre infermiere diverse, qui io vado sempre a sbattere contro dei fatti che mi paiono inverosimili ma che ogni volta mi vengono confermati. Nella mia baracca-ospedale ho incontrato una ragazzina gracile e denutrita di dodici anni. Nello stesso modo simpatico e ingenuo in cui un altro bambino ti racconta delle tabelline che impara a scuola, mi ha detto: sì, io vengo dalla baracca di punizione, io sono un caso penale. Un bimbetto di tre anni e mezzo aveva rotto un vetro con un bastone, e quando suo padre gli aveva fatto una terribile sfuriata era scoppiato in un pianto dirotto e aveva detto: «Ooooh, adesso mi mettono nella n. 51 (la prigione) e devo partire da solo sul treno dei prigionieri». E' sconcertante come i bambini parlano tra loro, ho sentito un ragazzino dire a un altro: no, sai, il marchio da 120000 non è proprio il migliore, ma se tu sei per metà ariano e per metà portoghese, allora sì che va bene. Anne-Marie ha sentito una madre dire al suo bambino, nella brughiera: «E se adesso non finisci da bravo il tuo budino, partirai senza la mamma!». Stamattina, la donna che ha la cuccetta sopra quella della mamma ha fatto cadere una bottiglia d'acqua e le ha inondato il letto. Una cosa del genere diventa qui una calamità naturale di cui vi potete difficilmente immaginare la portata. Fuori di qui la si potrebbe paragonare a una casa devastata da una inondazione. Comincio ad amare questa mensa d'ospedale. E' proprio come una capanna indiana. Una bassa baracca di legno grezzo, tavoli e panche idem, piccole finestre che sbattono e per il resto niente. Fuori si vede un'arida striscia di sabbia con erba incolta, limitata da una specie di diga sabbiosa tirata su dal canale. Davanti a questa diga serpeggia un binario abbandonato, durante la settimana uomini seminudi e abbronzati vi si divertono su dei vagoncini. Di qui non si vede la brughiera, che invece si vede da ogni altro angolo di questo paesino sperduto. Dietro il filo spinato c'è una pianura ondulata di bassi arbusti, sembrano piccoli abeti. Questo tratto di paesaggio spietatamente arido - la rozza capanna di tronchi, i mucchi di sabbia, il piccolo canale maleodorante - fanno un po' pensare a un terreno da cercatori d'oro, al Klondike. Di fronte a me, seduto al rozzo tavolo di legno, Mechanicus mordicchia la sua penna stilografica. Di tanto in tanto alziamo lo sguardo dai nostri foglietti scarabocchiati e ci guardiamo in faccia. Lui registra fedelmente, con una precisione quasi burocratica, tutto quel che capita qui. «E' troppo» dice a un tratto. «Io so scrivere un pochino, ma qui mi trovo davanti a un abisso - o davanti a una montagna, è troppo». Comincia a venire gente, e 'borghesi' con logori abiti confezionati e marchiati si siedono a mangiare cavoli-rapa da scodelle smaltate. "6-7/9 '43". Cari signor Wegerif, Hans, Maria, Tide, e tutti voi che conosco un po' meno bene, non sarà facile darvi queste notizie. E' successo così improvvisamente, così inaspettatamente. Strano che sia stata "ancora" una sorpresa, dal momento che eravamo tutti pronti da tempo. E così è stato, lei era pronta. E ahimè, è anche partita. Da l'Aia si era saputo solo nella tarda giornata di lunedì che la richiesta d'esonero di Mischa era stata respinta, e che anche lui sarebbe dovuto partire con il convoglio del 7 settembre, "insieme" con la sua famiglia. Perché? Già, questo non si sa quasi mai. In un primo tempo avevamo sperato e creduto che le cose sarebbero andate per un altro verso, e che l'ordine di partenza avrebbe comunque essere revocato per Etty; e poi, proprio oggi avevamo ottenuto che gli ex impiegati del Consiglio Ebraico - sessanta persone in tutto - non sarebbero dovuti partire per il momento. Ben presto si era visto che per Mischa e per i genitori c'era poco da fare, mentre tutte le possibilità rimanevano aperte per Etty. Così ci siamo innanzitutto preoccupati di preparare velocemente i bagagli di tre persone. Sì l'avevamo presa bene, si sapeva già da tempo che prima o poi questo doveva succedere, e la settimana prossima "tutti" i genitori di quelli che hanno il marchio rosso sarebbero comunque dovuti partire, senza eccezioni. Mischa aveva già deciso di partire con i suoi genitori e per loro era pronto a sacrificare tutti i suoi privilegi personali. Ora tutto questo succedeva con una settimana di anticipo, un po' bruscamente è vero, ma in fondo si trattava solo di una differenza di tempo. Ma per Etty era un colpo, dal momento che non voleva viaggiare con i suoi genitori e che preferiva abbandonarsi a questa nuova esperienza libera dal peso di legami familiari. Per lei è stato come un colpo in testa, che per un momento l'ha messa letteralmente a terra. Un'ora dopo però si era già ripresa, e si era adattata con ammirevole rapidità alla nuova situazione. Ci siamo recati insieme alla baracca n. 62 e per ore abbiamo scelto, impaccato, tirato fuori e ripartito ogni sorta di abiti e di viveri. Il padre di Etty tradiva il proprio nervosismo con battute umoristiche, che ogni volta mandavano in bestia Mischa perché trovava che non prendeva le cose abbastanza sul serio. Mischa non riusciva a capire perché il rinvio che pareva sicuro fosse stato improvvisamente annullato, e voleva mandarmi in continuazione da «conoscenze» più o meno importanti. Non capiva che un ordine della "Haus" non può essere contraddetto qui, e che in casi di questo genere è inutile darsi da fare. Però era tranquillo, e prendeva le cose in modo ragionevole. Certo che gli pesava parecchio dover lasciare qui tutta la sua musica. Sono riuscito ancora a infilare quattro spartiti arrotolati nel suo zaino, il resto (anche il pacco di provviste che è appena arrivato) riempie ora una valigia che sarà rispedita a Amsterdam alla prima occasione. Mamma A., attiva come sempre, badava a ogni cosa e mostrava una calma ammirevole. Spesso, nelle notti in cui doveva partire un convoglio, tutta la famiglia era rimasta sveglia per il trambusto che quei preparativi creano in una grande baracca. Questa volta invece dormivano pacificamente quando, alle tre, Etty e io siamo passati a vedere se si poteva continuare a preparare i bagagli. Così siamo tornati a informarci sulle possibilità di un rinvio per Etty e solo allora, con nostro grande stupore, abbiamo capito che queste possibilità erano minime. Nel frattempo, intanto che Etty si occupava dei suoi genitori e di suo fratello, le amiche della sua baracca le avevano fatto i bagagli alla perfezione, fin nei minimi dettagli. Dopo che la direzione del Consiglio Ebraico aveva dichiarato che non si poteva far niente per Etty, abbiamo ancora provato a scrivere al primo Ufficiale di Servizio chiedendogli d'intervenire. Forse, dunque, si potrà ottenere qualcosa al treno. Ma allora tutto dev'essere pronto per la partenza - e i suoi genitori e Mischa si sono avviati al treno per primi. Poi ho portato al treno, su una carriola, uno zaino ricolmo e un cestino da viaggio a cui erano appesi una scodella e un bicchiere. Ed ecco Etty sulla banchina che aveva descritto nel suo modo indimenticabile solo quattordici giorni fa. Parlando allegramente, ridendo, una parola gentile per tutti quelli che incontrava, piena di umorismo scintillante anche se forse un pochino malinconico, proprio la nostra Etty come tutti voi la conoscete. «Ho con me i miei diari, la mia piccola Bibbia, la mia grammatica russa e Tolstoj e non so quante altre cose». Uno dei nostri capi è andato ancora un momento a salutarla e a dirle di avere fatto il possibile, ma tutto era stato inutile. Etty lo ha ringraziato «di aver fatto comunque tutto il possibile». E mi ha pregato di raccontarvi ogni cosa e che lei e i suoi erano partiti così bene. Ed eccomi qua, certo un po' triste per qualcosa che si è perduto eppure no, perché un'amicizia come la sua non è mai perduta, c'è e rimane. E' quanto ho scritto su un pezzetto di carta che le ho messo in mano all'ultimo momento. L'ho persa di vista e ho girato per un po' nelle vicinanze. Ho cercato di trovare ancora qualcuno che potesse intervenire, è stato tutto inutile. Vedo la mamma, papà H. e Mischa salire nel vagone n. 1. Etty finisce nel vagone n. 12, dopo essere passata a salutare una sua buona conoscenza nel vagone n. 14, che all'ultimo momento viene fatta scendere. Il treno parte, un fischio acuto, e i mille «abilitati alla deportazione» si mettono in moto. Ancora una visione fuggevole di Mischa che... saluta con la mano da una fessura del vagone merci n. 1, poi un allegro ciaaao di Etty dal vagone n. 12, e sono partiti. E' partita: ci sentiamo derubati, ma non restiamo a mani vuote. E ci rivedremo presto. E' stato un giorno pesante per tutti. Per Kooiman, per Mech e per tutti quelli che a lungo erano stati in stretto contatto con lei. La vicinanza fisica di una persona è ben diversa dalla sua prossimità spirituale. Si sente un vuoto, all'inizio. Ma si va avanti, mentre scrivo queste cose tutto va avanti e anche lei va avanti, sempre più avanti verso l'Est dove aveva tanto desiderato di viaggiare. E credo che fosse anche un po' contenta di fare quest'esperienza, di dover vivere pienamente il destino che ci è riservato. E la rivedremo. Su questo punto tutti noi (i suoi amici più stretti a Westerbork) siamo d'accordo. Dopo la sua partenza ho ancora parlato con la sua piccola russa e con diversi altri suoi protégés - e il loro stato d'animo diceva più che abbastanza sull'amore fedele e leale che Etty ha dato a queste persone. Perdonate questo povero resoconto - voi, che siete stati così viziati da racconti migliori e tanto ben scritti. So che diversi interrogativi rimarranno aperti e soprattutto questo: si poteva evitare? Ma posso escluderlo. Evidentemente doveva andare così. Cercherò di mandarvi alcuni libri di Etty non appena se ne presenterà l'occasione. Vorrei anche spedire la sua macchina da scrivere a Maria, Etty me l'aveva detto proprio questa settimana. Ma non so se sarà possibile. Di tanto in tanto vi manderò notizie. Accludo un paio di lettere che sono arrivate per Etty e che sono state aperte dalla censura. Rispeditele per favore al mittente. Fatevi coraggio. Ritorneremo tutti un giorno, persone come Etty sanno cavarsela nelle situazioni più difficili. Vi penso molto. Jopie Vleeschouwer. NOTE. Nota 1: S. è il psicochirologo tedesco Julius Spier. Nota 2: Adri Holm. Nota 3: Liesl Levie; sopravvissuta alla guerra, vive in Israele. Nota 4: Etty abitava nella casa di Han Wegerif al n. 6 della Gabriël Metsustraat, insieme con Käthe, Maria, Bernard, e Hans (figlio di Han Wegerif). Nota 5: Han Wegerif. Nota 6: «E sentì stranamente uno straniero dire: / Io sono con te» (Rilke, "Die Entführung"). Nota 7: Willem Adriaan Bonger, noto sociologo e criminologo. Nota 8: Hertha Levie, di cui Etty parlerà ancora diverse volte nel Diario. Nota 9: La cittadina olandese dove vivevano i genitori di Etty. Nota 10: Fratello di Etty e grande pianista. Nota 11: Henny Tideman, per lo più chiamata «Tide» da Etty. Nota 12: Probabilmente suo fratello Jaap. Nota 13: Gera Bongers. Nota 14: Era una statuetta sulla scrivania di Etty. Nota 15: La figlia di Spier. Nota 16: Max Geiger, di Berna. Nota 17: Evaristos Glassner, amico di Mischa; dopo la guerra, organista e insegnante di pianoforte a Amsterdam. Nota 18: "Il tiglio", titolo di un famoso Lied di Schubert. Nota 19: In italiano nel testo. Nota 20: Dicky de Jonge. Nota 21: «Ritualmente puro» (di cibo), ma nell'uso comune, detto di persona, «come si deve», «per bene». Nota 22: Il 15 luglio Etty ottiene un impiego nell'Ufficio per gli «Affari Culturali» del Consiglio Ebraico. Nota 23: Sembra che Etty non abbia tenuto un diario tra il 29 luglio e il 5 settembre. In quel periodo la sua vita subisce un drammatico mutamento: Etty riceve l'ordine di partenza per Westerbork e parte per il campo. Altrettanto decisive per la sua vita sono l'improvvisa malattia e morte di Spier. All'inizio di settembre Etty ottiene il permesso di ritornare ad Amsterdam per alcuni giorni. Ci arriva malata. In quest'ultimo quaderno rimastoci Etty scrive della morte di Spier, della propria nostalgia per Westerbork, e di persone e situazioni laggiù. Nota 24: Joop è Jopie Vleeschouwer, buon amico a Westerbork. Nota 25: Klaas Smelik senior. Nota 26: Johanna Smelik, figlia di Klaas; da non confondersi con Jopie Vleeschouwer; il nomignolo «Jopie» è usato per entrambi i sessi. Nota 27: La milizia dei collaborazionisti olandesi. Nota 28: Il castello di Barneveld era stato trasformato in un centro di detenzione per ebrei 'privilegiati'. Nota 29: Philip Mechanicus, giornalista. Nota 30: Julius Spier, «S.» nel diario.