Marco Pronello & Sergio Prelato Cronache dalla Ciecagna Elena Morea Editore di T.R.A srl Via Brugnone 12 10126 Torino tel 011 650 41 87 – 011 650 62 925 www.elenamorea.it elena.morea@elenamorea.it Premessa Il mondo di Ciecagna non è un luogo fisico geograficamente definito, è piuttosto un’entità senza territorio, come l’Ordine dei Cavalieri di Malta o le comunità nomadi dei Sinti o dei Rom. I Ciecati, così si chiamano i membri di questa comunità apolide e globale, sono dei tipi strani che sembrano venuti sulla Terra da un altro mondo e fanno delle cose che esulano da qualsiasi concetto logico che sia ritenuto inconfutabile dagli abitanti dell’orbe terracqueo che li ospita. In effetti qualche difficoltà i Ciecati ce l’hanno ad ambientarsi su questo pianeta forgiato dai suoi abitanti a loro immagine e somiglianza e poco ospitale per chi viene da Ciecagna. Eppure in qualche modo una certa commistione di razze c’è stata: infatti ci sono i Ciecati puri, cioè coloro che sono caratterizzati dalla completa mancanza del senso della vista, che è quello su cui i Terrestri basano pressochè totalmente la loro vita e su cui questo mondo è stato fondato. (La Terra è un pianeta democratico fondato sulla vista.) Poi col tempo c’è stata una sorta d’integrazione tra gli autoctoni e i Ciecati e le combinazioni genetiche hanno fatto sì che si creasse una variegatissima razza intermedia, quella dei Mezzi Ciecati, che essendo ibridi, sono ancora più strani dei Ciecati veri e propri. Questi Mezzi Ciecati hanno ereditato in qualche modo un embrione di senso della vista dalla parte terrestre della loro progenie, ma non si capisce bene in che misura e fino a che punto. Infatti per certi versi hanno dei comportamenti simili ai normali Terrestri, per altri sono in tutto e per tutto uguali ai Ciecati puri. Qualcun altro poi, sempre per arcane combinazioni genetiche, nasce con tutti gli attributi della vista al loro posto come i Terrestri e in seguito, gradualmente o d’improvviso, li perde diventando un Ciecato in piena regola. Nonostante questa apparente integrazione, molti Terrestri quando vedono un Ciecato, o peggio, un gruppo di Ciecati (o Mezzi Ciecati, chi ci capisce niente!), andare in giro per il loro mondo facendo delle cose strane come se non conoscessero i comportamenti più elementari da tenersi o come se non riuscissero a distinguere un uomo da un marciapiede, sono talmente spaesati, loro, nel loro mondo, da perdere spesso il lume della ragione e da andare seriamente in crisi. Vanno in crisi più loro nel loro habitat che i Ciecati che ormai, per intercessione di chissà quale santo protettore o eroe nazionale, forse Stevie Wonder o Ray Charles, tra un incidente e l’altro, hanno trovato più o meno il modo di sopravvivere facendosi ogni volta quattro risate sui Terrestri imbarazzati e su loro stessi così maldestri. Ridere, almeno, ridono come i Terrestri! E anche parlare! Hanno anche nomi e cognomi e persino soprannomi come i Terrestri! Ad esempio uno si chiama Talpa, al secolo Alessandro Cicconato, un altro si chiama Pipistrello, al secolo Alberto Cecconi e c’è un Mezzo Ciecato che si chiama Andrea Bellavista, ma a tutti è noto come Fanale. Oh, si chiamano veramente così, ironia della sorte! Ed è di loro e delle loro temerarie scorribande che qui diremo. Talpa “Occhio che siamo finiti in un pollaio! L’ho sempre detto io che un ciecato non dovrebbe guidare la macchina.” Ma mentre si stava chiedendo cosa ci facesse un pollaio in pieno centro e come abbia fatto il suo amico Pipistrello a centrarlo così bene in retromarcia mentre cercava di parcheggiare, la macchina, il suo amico e la città iniziavano a dissolversi. Rimaneva solo quel gallo che continuava imperterrito a fare chicchirichì dal suo comodino che piano piano andava materializzandosi come tutto il resto. Si trovava a letto con Calimera che russava della grossa ed era stato ‘dolcemente’ svegliato da un sogno spensierato da quella cazzo di sveglia parlante che detestava cordialmente, ma che per deferenza doveva usare perchè gli era stata regalata dal suo venerabile suocero il compleanno passato. “Peccato – pensò Talpa – avrei volentieri tirato il collo a un pollo, sarebbe venuto fuori un bel secondo, invece di mangiare quello schifo della mensa.” Spense la sveglia che si zittì con un rintocco da Big Ben e una vocina metallica che gli ricordava che erano le sette in punto. Si alzò smadonnando e andò al cesso sbattendo il mignolino del piede sinistro contro lo stipite della porta. Con le lacrime agli occhi e le stelline che vedeva benissimo come fosse un miracolato, lui che dalla nascita non aveva mai visto un tubo, si consolò che questo non capitava solo ai ciecacci come lui, ma anche a chi vede tredici decimi, se è al buio. “Azzo che male ragazzi!” Comunque, espletate le sue funzioni corporee facendo suonare il wc come un basso tuba, cosa che amava fare il mattino presto per sentirsi vivo nonostante tutto, fece colazione in fretta, si vestì e andò sul balcone a dare un’occhiata alla sua voliera. Mentalmente si disse proprio così: “Vado a dare un’occhiata alla voliera.” E si ricordò che da piccolo, per una mania di precisione linguistica che non era propria di quelli della sua età, diceva ‘dò una manata al libro’ invece di ‘dò un’occhiata al libro’, visto che tecnicamente un’occhiata non poteva darla, ma se mai, appunto, una manata, o forse meglio una ditata, considerato che il libro era in braille e il braille, è risaputo, si legge con i polpastrelli. Rise tra sé di questa pedanteria infantile e si dette del cretino vergognandosi anche un po’ davanti a se stesso, poi iniziò a degnare di attenzione la sua voliera. Gliel’aveva regalata Calimera per il loro primo mensiversario di matrimonio, però con il giuramento che se ne sarebbe occupato solo lui e non l’avrebbe delegata a lei neanche una volta, ché a lei gli uccelli davano fastidio. Infatti non le piaceva neanche quel nomignolo che le aveva affibbiato: Calimera, ma in questo caso il pulcino piccolo e nero c’entrava fino a un certo punto. Era nato quando erano in viaggio di nozze a Cipro, durante un’escursione a Nicosia. Erano partiti presto quella mattina e sul pullman Calimera, vestita tutta di nero nonostante i quaranta gradi di quel giugno, ronfava beatamente sulla sua spalla. a un tratto la guida prese il microfono per incominciare a rendere edotti i turisti sulla storia della capitale cipriota e salutò, dicendo: “Buongiorno! Cali mera!” Lei si riscosse, si risentì, cacciò il sonno dalla faccia imbambolata e disse: “Ma come si permette di prendersi questa confidenza, impudente!” “Perché? – fece l’uomo sorpreso – Io ho solo salutato!” “No, ha osato prendermi in giro per il mio abbigliamento!” “Non mi permetterei mai!” “E allora perché mi ha chiamata Calimera?” “Ma cali mera vuol dire buongiorno in greco!” Tutto il pullman esplose in una sonora risata, compresa la guida che avendo vissuto a lungo in Italia conosceva il personaggio di Calimero e quindi non se la prese per questa sfuriata. Lei comunque si profuse in scuse per tutto il resto della giornata. E da qui il nomignolo, ormai noto a tutti perché quel bastardone di Talpa non aveva perso occasione di raccontare l’aneddoto a qualunque cosa animata o inanimata che avesse due orecchie. Lo aveva raccontato anche al cane di Pipistrello che dal ridere aveva pisciato sullo zerbino di casa. Comunque, tornando alla voliera, era abbastanza grossa e variegata: aveva alcuni cardellini, alcuni canarini e qualche uccello esotico tra cui un merlo indiano che quando lo vide lo salutò con un tonante: “Ciao Talpaccia!” E quando tentò di prenderlo per pulirgli la gabbia gli mollò una tremenda cagata dritta sul palmo della mano. Che amori gli uccelli: gli erano sempre piaciuti! Dopo aver tirato qualche parolaccia all’indirizzo del povero pennuto che, a ogni buon conto, qualche giorno dopo gliel’avrebbe puntualmente ripetuta a mo’ di benvenuto, si pulì e completò il lavoro sulle gabbie, facendo mente locale sulle ultime perdite di vite aviarie e pensò che per compensarle avrebbe dovuto comprare cinque cardellini. Magari sarebbe andato quella stessa sera uscendo dal lavoro. Era già in ritardo, come sempre. Compose il numero della centrale dei taxi. Risposero quasi subito e lui ordinò al suo indirizzo una macchina che prendesse i buoni che il comune dà ai disabili per gli spostamenti da e per il lavoro. Dalla centrale lo misero in attesa e mentre quello spezzone di trenta secondi della Primavera di Vivaldi gli massacrava i timpani e anche qualcos’altro mandava maledizioni a quei fetentoni dei taxisti che quando sentono la chiamata di una corsa convenzionata per non vedente non la prendono perché non hanno il contante subito sull’unghia e ti fanno rimanere sul marciapiede come un balengo ad aspettare. “Tre minuti, signor Cicconato.” “Eh…? Ah, sì, grazie!” posò il telefono, prese il sacchetto della spazzatura da buttare e uscì. Attraversò di gran carriera la strada in direzione dei bidoni dell’immondizia che erano proprio di fronte al suo cancello. Ci arrivò prima del previsto, cioè praticamente ci andò a sbattere contro in pieno con quella sua bella panza cicciona e dall’urto rimbalzò indietro di due metri come un pallone. “Ma perchè li hanno spostati in mezzo alla strada? Ma sono scemi?” si chiese senza fiato per il contraccolpo. Comunque, quando la sua ciccia stile gommapiuma finì di farlo rimbalzare come una molla, prese il sacchetto, lo buttò in quello che sembrava il bidone e tornò indietro verso il suo cancello per aspettare il taxi. Fatti due o tre passi realizzò che in effetti per essere il solito bidone a cui era abituato tanto da chiamarlo amico e da parlargli ogni tanto quando era in vena, era un po’ strano: era più basso e non aveva dovuto alzare il coperchio perché era già aperto ed era vuoto, a quanto sembrava. Preso da un improvviso senso civico tornò indietro e ritrovò l’insolito bidone, mise una mano dentro e trovò il suo sacchetto bello umidiccio e putrescente a pochi centimetri dal bordo che in effetti era troppo basso e inoltre lì, vicino al suo sacchetto, trovò una fila interminabile di bottiglie di acqua minerale: aveva buttato l’immondizia nel cassone del camion che ogni mattina andava a portare le bottiglie al deposito di acqua minerale in quell’isolato e a riprenderne i vuoti. “Be’ – pensò mentre da persona civile rimuoveva il suo sacchetto, faceva il giro del lunghissimo camion per raggiungere il bidone, quello vero, questa volta – potevo fregarmi almeno una bottiglia da bere in ufficio. E se lo sarebbero anche meritato perché non si parcheggia davanti ai bidoni!” Ma mentre completava il giro dietro al cassone arrivò il taxi. L’autista, vedendolo in una complicatissima operazione, inchiodò di colpo, aprì di scatto la portiera sbattendola contro una macchina parcheggiata e producendo un bollazzo da minimo cinquecento euro, si catapultò fuori e si mise a correre verso Talpa gridando, che lo sentirono dal quinto piano delle due case ai lati della strada: “Aspetti! Aspetti! C’è il camion!” “Ma va? – pensò Talpa – Non me n’ero accorto, guarda un po’!” Era un uomo che non tollerava queste manifestazioni esagerate di sollecitudine che mascheravano un tremendo imbarazzo e un’agitazione esasperata di chi vuole a tutti i costi intervenire quando non ce n’è bisogno (e quando ci sarebbe bisogno magari non alza un dito) e finisce col fare più danno che bene. E poi con quegli urlacci che potevano svegliare due interi condomini! Comunque il taxista lo raggiunse d’un balzo, gli strappò di mano il sacchetto chiedendo: “È da buttare?” “No, guardi, me lo porto in ufficio. Mi piace portarmi dietro le mie schifezze puzzolenti in avanzato stato di decomposizione. Sa, è una forma lieve di necrofilia. Mi è stata diagnosticata da piccolo.” Così con il sacchetto in mano il buon taxista raggiunse il bidone, alzò il coperchio e ce lo buttò dentro, poi, avvicinandosi lentamente alla portiera posteriore destra, si pulì sui pantaloni borbottando schifato e con la faccia contorta dalla nausea le mani piene di morchia. “Ma chi ti ha chiesto di buttare l’immondizia, dico io!” Ripresosi dal ribrezzo, il taxista volle fare conversazione. “Sa, conosco bene un suo… collega.” “Ah sì? Come si chiama?” Il taxista disse un nome che Talpa conosceva. “Ma non lavora da me – disse. – Lavora in ospedale, fa il massaggiatore.” “Be’, però è un suo collega; è non vedente anche lui!” Ma da quando, si chiese Talpa, la ciecagna è una professione? Uno chiede: “Che lavoro fai?” “Il ciecato, e tu?” “L’impiegato di banca.” “E quanto guadagni?” “Millecinquecento euro al mese, e tu?” “Circa seicento euro, ma da noi si chiama assegno di accompagnamento. Infatti facciamo tutti un secondo lavoro per arrotondare, visto che il mestiere del ciecato non ha vincoli di orario e si fa da casa, come il telelavoro.” “Se è un lavoro, – pensava Talpa – quasi quasi vado a battere cassa e chiedo anche la mutua e le ferie. Magari al mare non sono più un ciecato e posso rifarmi gli occhi… ci siamo capiti no? E sai che figata quando vado in pensione!” Fanale “Che bello,sto guidando una Ferrari a tutta velocità. Mi sembra di essere Ray Charles nella pubblicità di non so più quale macchina, ma con trent’anni e quaranta milioni di dollari di meno. Mi giro guardando il passeggero. Cavolo! È un sogno! Quindi ho diritto a una bionda come da catalogo Ferrari! Invece cosa vedo? porca vacca! il controllore dell’azienda dei trasporti che mi chiede l’abbonamento. Mi guardo nello specchietto retrovisore accennando, per darmi un contegno, a farmi la barba e quello che vedo stride con tutta la situazione pregressa. Poi faccio un ragionamento molto semplice in un centesimo di secondo mentre con la coda dell’occhio vedo la riga di mezzeria sempre più vicina e un tir all’orizzonte che arriva in senso opposto. È logico: Ray Charles è completamente ciecato, io solo mezzo, quindi posso essere al massimo Annalisa Minetti ed ecco perché ho il controllore vicino che tra l’altro, a ben guardare, a questo punto è anche un gran pezzo di figo. Ma una cosa mi sfugge: se sono mezzo ciecato, com’è che guido una Ferrari… Oooohhh cazzooo…!” (stridore di gomme sull’asfalto). “Fanale! Piantala di parlare da solo come un cretino e di saltare sul materasso come un forsennato, che hai già fatto partire una molla! Alzati e non far casino!” “Grazie amore, mi hai salvato da una morte certa! Scusami se ti ho svegliata! Adesso mi alzo.” “Ma non dire fregnacce, muoviti che è tardi!” Che amore la sua Luce! Soprattutto quando gli faceva il mazzo perché al mattino accendeva la luce della camera da letto per vederci un briciolino di più e non andare a sbattere contro qualsiasi moscerino incontrasse, svegliandola dal suo beato sonno. Per questo ormai da anni la chiamava Luce. Rincuorato e stordito Fanale si alzò e si ricompose, poi cercò di interpretare la sveglia, avvicinandosela all’occhio per distinguere la posizione delle lancette fluorescenti, ma non riuscì a vedere un accidenti, perché si ostinava, per un neanche tanto dissimulato rifiuto della sua situazione visiva che andava sempre più deteriorandosi e che lo avrebbe portato alla cecità assoluta, a non dotarsi di una sveglia orboaccessibile. Sbattè contro la porta del bagno con un boato da onda sismica, perché si era dimenticato che era chiusa. Si preparò di corsa la colazione, mise la tovaglia al contrario (quante volte aveva detto alla consorte di comprare tovaglie con colori apprezzabili da un occhio di falco come lui), riuscendo con non poche titubanze a mangiare uno yogurt senza confondersi con il mascarpone o il pesto siciliano. Poi uscì e si trasportò alla pensilina del bus: naturalmente a quell’ora era buio pesto. Dopo un po’ arrivò il bus. Fanale attese che si aprisse la porta non vedendo che questa era stata già aperta dieci metri prima e ora era spalancata davanti a lui come una voragine. Passò una manciata di secondi durante i quali la marea di gente che improvvisamente gli si era accalcata dietro e che doveva prendere lo stesso pullman incominciò a dare segni d’impazienza. In breve si alzarono boati e fischi da stadio contro quel rimbambito che era lì impalato proprio davanti alla porta spalancata ostruendo il passaggio e che non accennava minimamente a salire. Mentre l’autista spazientito stava decidendo se chiudere le porte e partire o se scendere e prendere parte al linciaggio che ormai era in atto, la massa ruppe il tappo e si riversò nel torpedone come un’orda barbarica trascinando dentro sotto quintalate di carne umana anche Fanale stravolto. Intervenne il controllore, quello del sogno sulla Ferrari, a sedare la rivolta e multò Fanale per interruzione di servizio pubblico e per istigazione alla sommossa, dopodichè questi poté cercare di individuare un posto libero, non riuscendo bene a distinguere se il sedile fosse occupato e se sì, se da un umano o da uno zaino. Finalmente si sedette. “Oh – pensò – finalmente hanno messo i cuscini su ’sti sedili!” “Ehi bello! Alza quel fottutissimo culo dal mio zaino!”lo apostrofò uno studente che era seduto di fianco. Fanale decise che una volta tanto bisogna essere diplomatici e non rispondere alle provocazioni, quindi si alzò, tolse lo zaino dal sedile, lo porse allo studente sbuffante, che lo buttò per terra in mezzo al corridoio. Intanto il mezzo ciecato si era seduto, dando una poderosa gomitata involontariamente volontaria nelle costole a quel vicino indisponente. Tentò di mettersi le cuffiette per non ascoltare le vaccate che dicevano i ragazzini su interrogazioni, esami e quel gran pezzo di gnocca della profia di italiano e quelle che dicevano i vecchi sui giovani che non hanno più valori, su una volta che si aveva meno ma si stava meglio mentre adesso i giovani hanno tutto e sono straviziati, su tutto che con l’euro è raddoppiato e c’era il solito scemo del villaggio che se la prendeva con le ferrovie dello stato non sapendo che si trovava su un bus delle linee metropolitane. Tuttavia sfiga volle che gli sfuggisse di mano la radio che rotolò per terra spargendo le batterie a destra e a manca. Cominciò a ravanare a caso, finchè il pavimento del pullman risultò più pulito che se lo avesse lavato un’impresa delle pulizie. Ne trovò una, di batteria, per puro fondello, l’altra era finita chissà dove e nessuno accennava un aiuto, così, con un pensiero gentile per tutto il genere umano menefreghista e individualista, dovette rassegnarsi a sentire le tavanate qualunquiste degli astanti. Nel frattempo era giunta la fermata giusta: Fanale si preparò a scendere, cominciando a praticare yoga e training prefermata, perché sapeva già che su quei bus suburbani (o subumani) il tasto per prenotare la fermata si trovava in posti impensabili sempre diversi l’uno dall’altro, di solito sotto il radiatore o vicino all’ascella fragrante di un passeggero che non si lavava dai tempi di Carosello. L’autista si fermò davanti a un albero, né un centimetro in più né un centimetro in meno. Fanale calciò lo zaino dello studente che finì in mezzo alle porte, così per scendere fu costretto a calpestarlo ben bene. Driblò l’albero finendo addosso a uno stordito ubriaco già al mattino presto che stava pisciando. “Ecco cos’è quel caldino che sento filtrare dalla scarpa sinistra!” Così rinfrancato si avviò verso il lavoro pronto a prendere a testate tutti i cantieri spuntati nella notte come funghi. Attraversò impavido il cavalcavia alle 7 in punto del mattino (d’inverno era l’ora in cui la benemerita amministrazione comunale spegneva le luci dei lampioni) e così si trovò costretto a mettere in funzione il p.e.s.s. (percezioni extrasensoriali satellitari) per non finire di sotto magari mentre passava l’unico treno merci della giornata, che era anche l’unico convoglio per cui quella ferrovia sembrava essere stata costruita nel diciannovesimo secolo. Prima di entrare in ufficio passò da Denis a prendere un caffè. Il barista, che ormai lo conosceva e con il quale si era creata col tempo una sorta di complicità goliardica, si sporse quando lo vide superare come al solito la porta del bar col fare da imbambolato e gli urlò: “Oh! Se vuoi un caffè sono qui, se vuoi le pompe funebri prosegui pure!” Pipistrello Pipistrello scrutò incredulo il quadrante del suo superorologio da polso satellitare: le sette e ventisette! “Caspita – pensò – non capisco come possa essere così in anticipo.” Solitamente, infatti, a quell’ora era ancora seduto sul cesso a cercare di connettere tutti i suoi neuroni grattandosi convulsamente il capoccione. Però, che mattina insolita! Spalancò le finestre del suo studio e poté distintamente constatare che era una giornata uggiosa. Che strano: c’era qualcosa che non quadrava, ma non riusciva a capire cosa. Si infilò il giaccone di piuma d’oca e, senza incidenti, infilò anche l’uscio di casa, quindi le due solite rampe di scale e infine imboccò l’androne. Si guardò intorno e pensò che ‘sto imbecille di amministratore avrebbe dovuto darsi una mossa a ripulire le pareti. Chiazze di sporco lasciate dal tempo campeggiavano qua e là sui muri e sul soffitto dell’androne di casa. “Ma che cavolo! Come faccio a vederle così bene?” Ricontrollò l’ora: le sette e quaranta.“Però non è da me essere così in anticipo! – si disse – Mah!” Sempre con decisione spalancò il portone e di fronte a lui era già parcheggiata l’auto che lo avrebbe portato in ufficio. L’autista, un omino pelato con occhialini da intellettuale da quattro soldi, lo attendeva al posto di guida. Lo guardò bene. “Ma quel volto da scemo… cavolo: il mio amico Fanale! E che cazzo ci fa alla guida della macchina di Nonna Papera?” Fanale volse lo sguardo verso il portone e appena lo vide gli squillò un colpo di clacson, ma non era il solito clacson bitonale o a tromba unica; aveva il suono simile alle melodie dei giochi per bambini, o… cristo, no!!! era simile al suono della sua sveglia polifonica! Non aveva finito di formulare quest’ultimo pensiero che fece un passo, un solo fottutissimo passo in avanti e precipitò in una botola che probabilmente avevano aperto proprio davanti al portone in suo onore. E di Fanale, della vettura, del suo orologio satellitare nemmeno l’ombra. Solo la melodia della sveglia polifonica che gli annunciava che era ora di muovere le chiappe e affrontare la nuova giornata. “Ma dove sono?” Col braccio cercò invano la sveglia, ma non solo non la trovava, non trovava nemmeno il comodino. ”Ma dove cacchio sono!” Con fare da zombi cercò imperterrito la sveglia che nel frattempo aveva destato tutti nel raggio di trecento metri. Finalmente la trovò riposta sul pavimento e a quel punto si rese conto di dove si trovasse: aveva passato buona parte della notte sul divano poiché la sera prima era stato sfrattato da sua figlia che con l’innocenza propria della sua tenera età lo aveva scambiato per un permaflex. Si sedette sul divano non ancora perfettamente connesso col mondo e lo stesso mondo si rivelò in dolby stereo surround diffondendo a pieno volume una differita di un incontro di wrestling commentato da Dan Peterson (mmmh mmmh, per mei niumerou unou!). Aveva scambiato i telecomandi che aveva riposto svogliatamente sul pavimento, per un paio di ciabatte. Si affrettò a spegnere il televisore e, nel compiere questa operazione, prese una sonora capocciata contro lo spigolo del mobiletto accanto al divano. Si alzò imprecando contro tutti i santi in ordine alfabetico e si diresse di corsa verso il bagno. Durante il breve percorso ebbe un incontro ravvicinato con la 500 rossa a pedali che sua figlia aveva lasciato nel bel mezzo dell’ingresso. Una sola botta e la 500 rossa andò a sbattere di gran carriera contro il portaombrelli facendolo rotolare rumorosamente sul pavimento di graniglia. A quel punto completò ‘l’elenco dei santi’ e, accompagnato dalle imprecazioni emesse dalla squillante vocina della Pipi, la sua dolce consorte, si infilò in bagno ove finalmente poté soddisfare le sue funzioni fisiche e completare le abluzioni mattutine. Dopo aver svegliato la piccola che non voleva saperne, riuscì in qualche modo a consumare la sua frugale colazione. Spalancò la portafinestra della cucina e uscì sul balcone ove lo attendeva un’altra ardua impresa: svegliare Dharma, il cane guida. Dopo sei anni la musica non era cambiata, il pastore tedesco aveva preso le abitudini italiane e non aveva nessuna intenzione di saltar giù dal letto e iniziare a lavorare, quindi Pipistrello si vide costretto a ribaltare la brandina su cui la bestia giaceva beatamente. Questa, trovatasi spiaccicata sul pavimento, si levò svogliatamente sulle zampe, gli sbadigliò in faccia sparandogli dritto nelle froge un’alitazzo alla diossina e disse:“E vafammocca a chi te stramuort!” E con flemma costante, pensando seriamente di chiedere che le fosse riconosciuta l’infermità mentale per avere la pensione anticipata e un indennizzo, si avviò verso la porta dove la bimba già tutta vestita li attendeva. Squillò il telefono. Già sapeva di chi si trattava e infatti: “Era la centrale taxi – gli confermò la Pipi, – non trovano la macchina.” Come volevasi dimostrare. “A che cazzo serve prenotare il taxi la sera prima se poi tanto non riescono a mandartelo lo stesso!” pensò Pipistrello e ricominciò a elencare i santi e a stramaledire i taxisti che, schizzinosi, non volevano i peli di Dharma. Tuttavia dopo svariati tentativi la centrale riuscì a mandargli l’ultima delle bagnarole ancora in circolazione. Allungò la mano verso la maniglia della portiera che si aprì producendo un fracasso infernale degno delle vecchie ferraglie dell’anteguerra. Salirono tutti e tre a bordo e lui comunicò la destinazione al conducente che sembrava non essersi lavato dai tempi delle guerre puniche, dopodichè cominciò a pregare di sopravvivere. Persino Dharma premeva il naso contro le zampe per non morire asfissiata e ogni tanto ripeteva come un mantra:“Azz! Che puzza! Maronna mia!” Finalmente giunsero in vista dell’asilo della bimba e, prima di imboccare il piazzale che conduceva, attraverso una rampa d’accesso, al cortile della scuola, percorsero avanti e indietro per almeno una decina di volte il tratto di via antistante l’edificio. “Andiamo bene! Mi hanno mandato un taxista degno del mio amico Talpa!” Imprecando, dietro segnalazioni di Pipistrello non molto prese in considerazione dal conducente, (cosa poteva saperne un ciecato di dove si doveva andare?) riuscirono per miracolo a imboccare la rampa d’accesso e varcare la soglia dell’asilo mentre il taxista, rimbambito più che mai, lasciava il cortile con la sua bagnarola rimasta integra per volontà divina. Affidata la piccola alle maestre, Pipistrello si avviò con Dharma al primo tram che lo avrebbe condotto in ufficio. “Cacchio Dharma, che cavolo hai fatto?” Dal sottosuolo provenne un rosario accompagnato da tonanti imprecazioni verso tutto il genere canino. “Minchia Dharma, scappiamo via prima che ci lincino!” La dolce bestiola aveva appena scaricato i suoi bisogni fisiologici liquidi giù per una griglia, sulla testa di un operaio che portava avanti il suo faticoso lavoro negli scantinati.Nella corsa alla cieca, è proprio il caso di dirlo, per sfuggire alle ire del malcapitato che minacciava di salire in superficie, Pipistrello si stampò in pieno contro la fermata e mezzo rintronato salì sul tram che nel frattempo era sopraggiunto e che partì subito dopo.“Che culo!” pensò sperando di non dover passare di lì per almeno i prossimi dieci anni. Una volta sul tram le narici della povera cagna furono nuovamente investite da odori che non avevano niente di umano né di canino e il suo manto invernale era troppo pesante per il calore che emanava dalla ressa mattutina o dal riscaldamento, non si capiva. Per fortuna trovò un po’ di refrigerio e ristoro mettendo il muso nella fessura tra le porte e distendendosi in tutta la sua lunghezza sul pavimento zozzo. A una fermata si creò immediatamente un assembramento di gente tra i gradini del tram e la pensilina a causa del cane che aveva ostruito l’angusto accesso al mezzo impedendo il transito nel corridoio tra il vetro della cabina dell’autista e la prima fila di sedili e non accennava minimamente a spostarsi. Uno che stava sulla pensilina, ma nelle retrovie e non poteva vedere la causa dell’ingorgo, urlò: “Sah, andiamo avanti qui?” Qualcuno scavalcava il cane, rischiando di flambarsi per terra, mentre altri protestavano a mezza voce, ma non sufficientemente piano da non essere uditi da Pipistrello, che nel frattempo aveva lasciato l’arco della guida e si era accomodato su un sedile della prima fila. In realtà Pipistrello non capiva bene cosa stava succedendo perché non si era accorto della posizione strategica di Dharma, ma intuì, da dietro lo schermo dei suoi auricolari, che in qualche modo Dharma era la causa di quel mormorio circospetto. Abbassò il volume del walkman per meglio essere testimone dell’idiozia della gente che non osa parlarti e fare rimostranze nei tuoi confronti perché sei cieco e, dato che già si era svegliato male e aveva dormito ancora peggio, e che questo comportamento lo faceva sempre notevolmente incazzare, da quel gran bastardone che era, fece volutamente il finto tonto fingendo di assorbirsi nella musica. Udì due madame dietro di lui che sussurravano all’indirizzo di chi protestava: “Ssst! È un cane guida!” E poi giù a sproloquiare lacrimosamente sui poteri sovrumani dei cani guida, esseri eletti dal Signore per essere gli unici amici e compagni di quei poveri ciechi che altrimenti vivrebbero una vita di solitudine e sofferenze. I casi erano due: o mandarli tutti quanti a farsi un giro per i meandri del deretano o continuare a fare la faccia da cieco ritardato e far finta di non capire. Pipistrello era propenso per la seconda soluzione, al mattino presto quella migliore, finchè un signore seduto nei pressi e con un po’ più di sale in zucca gli comunicò: “Guardi che forse deve far spostare il cane.” Allora Pipistrello disse ad alta voce in modo da essere udito da chi doveva udire: “Quando me lo chiederanno come si fa con le persone normali io lo sposterò. Finora nessuno mi ha detto niente. Io non ci vedo e non so com’è messo il cane, ma sono una persona responsabile e soprattutto capace di intendere e di volere. Quindi se lor signori vogliono degnarsi di rivolgermi direttamente la parola io sarò onorato di servirli a dovere!” Allora una delle due madame gli disse, con tono di profonda pietà, avendo però l’accortezza di posargli una mano più che materna sulla spalla. “Hai ragione gioia, ma sai, la gente è idiota. Ma dimmi: tu come fai a vestirti così bene? Te li sceglie il cane i vestiti?” “Ecco – pensò Pipistrello – di bene in meglio. La dannata abitudine della gente ignorante di rivolgersi a un disabile come fosse un bambino o un demente.” agguantò il cane che guardava a denti scoperti uno che lo stava scavalcando rischiando di schiacciargli la cassa toracica. “Guardi, signora, – fece Pipistrello dopo aver sistemato Dharma davanti ai suoi piedi e dopo aver respirato dieci volte per permettere alla sua parte ironica di vincere la guerra fratricida contro l’altra parte del suo io che gli suggeriva di prendere quella decerebrata e fiondarla giù dal tram in corsa – le confido un segreto.” “Sì, dimmi gioia, dimmi.” “Di solito vado in giro con il sacco di iuta, ma oggi l’ho lasciato in tintoria e allora mi sono vestito così. Molto trendy, vero?” Caffè e giustizia sociale Il tragitto fu coperto senza vicissitudini particolari, a parte un frontale sventato al pelo dal taxista con un carro funebre e la rituale toccatina che ci sta sempre bene. Sceso dal taxi, l’autista si offrì di accompagnarlo fino al portone: “Ho dovuto parcheggiare sull’angolo – diceva – perché qua è tutto pieno. Neanche il posto dei disabili hanno lasciato libero.” Intanto dietro al taxi si era già formata una discreta coda che si palesava con un concerto per clacson, urla e tubi di scappamento che avrebbe potuto essere stato scritto da Stockhausen ubriaco e strafatto di acido, ma nessuno dei due si scompose più di tanto. Arrivati al portone del palazzo, il taxista tornò indietro con uno scatto da centometrista investito dai cori ormai da stadio degli occupanti l’incrocio, mentre Talpa si avvicinava alla bollatrice. Aveva smussato un angolo del cartellino magnetico per riconoscere al tatto la posizione giusta in cui inserirlo nella fessura, visto che non aveva di suo altri segni di riconoscimento utili. Nonostante questo accorgimento, quella mattina come tutte le altre, si dovette disputare un tiro alla fune tra Talpa da una parte e altri due o tre volenterosi colleghi che volevano a tutti i costi prendergli il cartellino di mano per timbrarglielo. “Molto gentile da parte loro – pensava Talpa – ma non è il caso di metterla su un piano prettamente fisico! Una volta me l’hanno spaccato a metà e ho dovuto farmelo sostituire!” Comunque, terminato il tiro alla fune, si avviarono tutti verso gli ascensori. Ora, piccola parentesi: per essere a norma di legge, gli ascensori devono avere i numeri in braille e al loro arrivo al piano devono emettere un segnale acustico di avvertimento e su questo punto di vista l’azienda non aveva sgarrato, anzi, forse aveva esagerato, perché il ‘dlindlon’ di quando l’ascensore si fermava al quinto piano si sentiva forte e chiaro fin dal pianterreno e quando il suddetto ‘dlindlon’ è al pianterreno e tu sei lì a due centimetri che aspetti poi hai i timpani storditi per due giorni. Questa tempesta di decibel a Talpa sembrava francamente esagerata, cioè, la buona volontà è sicuramente apprezzabile ancorchè dovuta, ma a tutto c’è un limite. Però dovette rendersi conto che forse non bastava, perché quella mattina, immancabilmente come quasi tutte le mattine, durante il ‘dlindlon’ un collega gli disse: “Guarda che è arrivato quello alla tua sinistra.” “Ma è possibile che sia sordo?”si chiese Talpa, poi disse: “Sì, grazie, lo so.” “Come fai a saperlo? Caspita! È proprio vero che voi ciechi avete delle percezioni extrasensoriali!” “Ma no! – ribattè Talpa trattenendosi a fatica dal ridere e percependo con i suoi superpoteri da cieco che stava arrivando con l’eurostar delle otto e cinquanta un ‘vaffa’ omaggio per il collega – Non hai sentito che casino che fa?” “Ah, già, è vero! Voi ciechi avete l’udito molto più sviluppato.” Talpa pensò che ‘lu dito’ più sviluppato che aveva era il medio, ma capì che conveniva lasciar perdere. “Poverino! – pensò – La vista lo ha proprio rovinato! È completamente rincoglionito!” Intanto i colleghi schiacciavano ognuno il tasto corrispondente al proprio piano. “Io scendo al primo – fece un collega che aveva l’ufficio allo stesso piano del Talpa, cioè al secondo. – Tu sei capace a scendere?” “Sì, sì, ma lo aiuto io, stai tranquillo.”intervenne un altro che doveva scendere al terzo. Come se scendere da un’ascensore equivalesse a calarsi in cordata dalla parete nord del Monte Bianco! Talpa non disse motto e non fece mossa, a costo di passare per ebete, ma non gliene fregava niente, avrebbe dovuto affrontare per otto ore la sua collega d’ufficio e gli ci sarebbe voluta tanta energia che non poteva sprecarne neanche un po’ per spiegare a quei rimbambiti che sul pianeta di Ciecagna la forza di gravità era uguale a quella terrestre e quindi non aveva nessun problema a muovere gli arti e a sostenersi in piedi. Si limitò solo a uscire dall’ascensore come avrebbe fatto chiunque, sbadigliando e fischiettando con nonchalance, lasciando basiti gli astanti mentre sgusciava, come fosse fatto di burro, da quelle tre o quattro paia di mani da piovra che tentavano di afferrarlo nello sforzo sovrumano di prenderlo di peso e farlo scendere. Arrivò in ufficio lanciato in una corsa liberatrice fermata da un enorme scatolone piazzato chissà da chi davanti alla porta e sul quale stramazzò come un cencio facendo un casino dell’accidenti al quale, per fortuna, non accorse nessuno e ad accoglierlo in ufficio c’era la sua collega, la babbiona. Non che fosse vecchia, aveva poi solo cinquantasei anni, ma era totalmente rincoglionita. Sbadigliava di continuo rumorosamente, cantava come una cretina e faceva dei versi da handicappata mentale mentre parlava da sola come i matti, e tutto questo con la porta dell’ufficio spalancata, cosicchè chiunque, compreso il Consiglio d’Amministrazione al completo che aveva gli uffici sullo stesso piano, poteva sentirla perfettamente. All’ingresso del Talpa, la babbiona non interruppe minimamente i suoi gorgheggi da rospo per salutarlo. Lui si accomodò alla sua scrivania che era quella più vicina alla porta e accese il computer. Solo allora la babbiona sembrò notarlo e, nonostante che lo conoscesse ormai da sei anni e passa e che sapesse che lui non ci vedeva una mazza, gli chiese con quel suo accento barotto falso e cortese che sembra sempre che ti pigli per il culo: “Ti dà fastidio se accendo la luce?” “No no, figurati.” rispose Talpa che non voleva fare polemica. Fu allora che entrò trafelata una collega, superò d’un balzo la scrivania di Talpa e raggiunse la babbiona. “Di’ a Cicconato che ha perso il badge per terra.” urlò, forse pensando che la babbiona conoscesse la lingua di Ciecagna e potesse fare da interprete. Però questa volta Talpa si scazzò e disse: “Puoi parlare direttamente con me eh! Sono ciecato, non sordo!” “Ah, sì, scusa, comunque l’ho dato alla tua collega, adesso te lo dà. Senti – fece poi rivolta alla babbiona e abbassando il tono della voce – Mi fai questo numero?” Talpa, un po’ pentito di quel tono brusco di poco prima, volle tentare di recuperare con un gesto di cortesia. “Vuoi che te lo faccia io?” “Ma tu come fai?” “Be’, uso le connessioni neuronali che permettono al mio cervello ipersviluppato di mandare un messaggio sottoforma di scarica elettrica a basso voltaggio alle mie dita che, muovendosi come dotate di vita propria, schiacciano i tasti corrispondenti alle cifre di cui si compone il numero che in precedenza i padiglioni auricolari hanno raccolto dalla tua voce flautata e hanno convogliato sottoforma di onde acustiche prodotte nell’aere leggiadro dalle tue corde vocali di miele ai timpani i quali vibrando lo hanno trasmesso tramite quel superconduttore che è il nervo acustico, direttamente al cervello. Press’a poco funziona così.” Fece di rimando Talpa tutto serio, come se stesse rivelando un segreto scottante. Ma come! Non lo sapeva quella svampita che da che mondo è mondo tutti i ciecati (be’, quasi tutti) fanno i centralinisti, tanto che si può dire che i veri inventori delle telecomunicazioni siano stati quelli di Ciecagna? “Ciecagna è un pianeta democratico fondato sul centralino!” fece tra sé sorridendo amaramente Talpa e si apprestò il più serenamente possibile a tempestare di pugni e maledizioni il pc che si era crashato. ”Fanculo! ’Sta cazzo di sintesi vocale che ha comprato l’azienda fa cagare! Tutte le robe scadenti le rifilano a me! Adesso tocca spegnere e riaccendere!” Spense, riaccese e aprì il file corrispondente a un saggio su Schopenhauer che voleva leggere. Ci mise mezz’ora a leggere due righe e non ci capì un cazzo perché ogni cinque secondi c’era qualche stracciapalle che telefonava: “E passami Tizio, e passami Caio, ma perché non risponde nessuno...:” A questo punto fu preso da quella forma mista di rabbia e sconforto che spesso si impadronisce dei ciecati e che lui chiamava il ‘fanculo’ universale. Ma lui che cazzo ne sapeva di chi c’era e chi non c’era in ufficio, aveva da fare: doveva leggere, scrivere, istruirsi, studiare, era un intellettuale di sinistra, lui! Era un giurista progressista col vizio della filosofia, non poteva mica perdere tempo a rispondere al telefono! Così decise che per le successive due ore avrebbe chiuso il suo posto operatore per dedicarsi al vizio della filosofia. Se la babbiona lavorava tanto meglio, se no che si fottessero lei e l’azienda. Mentre la babbiona era immersa in un sonno profondo e privo di sogni, da essere decerebrato qual era, il filosofo Talpa sentì bussare alla porta. “Ohu, cazzo fai? Sono due ore che chiamo! Pazienza quella sottospecie di ameba lì, ma tu!” Quella sottospecie di ameba si riscosse, trasalì e cacciò un urlo che lo sentirono fin sotto sul marciapiede allorchè il collega iniziò a parlare rivolto al Talpa. “Sì, hai ragione, ma oggi ho le balle in giostra, abbi pazienza! – rispose Talpa. – È che a volte penso che nessuno se ne accorga di me e del mio lavoro qui, ho l’impressione che sia perfettamente inutile. E quindi ogni tanto mi viene da chiudere tutto, non è la prima volta che lo faccio. Probabilmente lo sanno tutti, ma fingono di non saperlo per indulgenza verso un povero ciecato che non sa quello che fa. E comunque all’azienda non frega niente di me e tanto meno a me dell’azienda. Sono stato assunto per carità e per obbligo di legge, non per usare il cervello, ma per rispondere al telefono come un automa e basta.” “Ok, andiamo a prenderci un caffè va’!” propose comprensivo il collega . Si appropinquarono alle macchinette e Talpa, ormai lanciato in uno sfogo quasi isterico, proseguì le paturnie: “Che effettivamente io risponda al telefono, in realtà non ha importanza, capisci? Di fatto basta che io stia lì otto ore al giorno senza fare grosse cazzate e senza rompere i coglioni e poi tutto va per il meglio; l’azienda butta poco più di un migliaio di euro al mese per mantenere uno che per forza di cose diventa un fancazzista perché non è stimolato in alcun modo. Se a loro sta bene così, a me ancora meglio. E sai quante altre belle menti, acute, intelligenti, dotate, sono mandate all’ammasso attaccate a un telefono, senza che si tenga conto delle loro inclinazioni e capacità personali? Si omologa tutto: sei della Ciecagna? Vai al centralino e chiuso. Voi tanto siete tutti uguali, come clonati.” “Guarda – replicò il collega – non è così solo per voi. Per voi di più, perché siete ulteriormente svantaggiati, ma è così per la maggior parte di noi. Io stesso sono sottooccupato, come moltissimi di noi, perché anche a chi vede capita di non poter esprimere a pieno le sue capacità. Che all’azienda non frega niente di te è vero, ma non gliene frega niente di nessuno in quanto persona. Che nessuno si accorge se non rispondi non è vero perché io prima avevo bisogno e tu non hai risposto rallentandomi il lavoro (prendilo come un cazziatone da amico) e poi hai provato ad andare dal capo e fargli presente che tu sei laureato, sai le lingue e potresti essere utile in qualcosa di più qualificante?” “Ormai mi sono rotto le palle di andarci! Ci ho provato trentamila volte in questi anni!” “E allora fai come facciamo tutti: fatti le tue otto ore per portare a casa lo stipendio e cerca soddisfazioni altrove e già che ci sei cerca anche di non scassarci più i maroni con le tue pippe mentali! Poi guarda, sei anche fortunato sai?” “In che senso?” “Conoscevo un avvocato cieco!” “Ah sì? E allora?” Incalzò Talpa mentre il collega si era interrotto per sorseggiare il caffè. “Sì, si chiamava Baratti. Era di Milano. Era un penalista, ma bravo, sai? Preparatissimo! Uno dei migliori!” “Ma perché ‘era’ scusa?” “Eh perché poi è stato ammazzato da un cliente che aveva perso la causa. Pensa, lo ha aspettato sotto casa e gli ha sparato a bruciapelo. Tu almeno non corri questi rischi!” “Caspita! – pensò Talpa mentre suo malgrado si stava piegando in due dal ridere versandosi tutto il caffè bollente sulla maglia e ustionandosi tutti i pelazzi che aveva sul petto – Ed era bravo! Figuriamoci se era una mezza sega!” Poi, sempre suo malgrado, provò come un senso di ammirazione, quasi di gratitudine per quell’omicida. Almeno lui, pur nella sua efferatezza, aveva il senso perfetto dell’uguaglianza. Se uno meritava di essere ammazzato, lo meritava anche se era cieco, non come molta gente che rinuncia magari a litigare o a far rimostranze perché la controparte non ci vede. Basta con questo buonismo ipocrita e di maniera: meriti di morire? Io ti ammazzo senza riguardi alla tua cecità e non voglio poi che si dica che sono stato un vigliacco perché ho sparato a uno che non poteva difendersi. Tanto ti avrei ammazzato anche se tu ci avessi visto benissimo, dato che non eri armato e che l’effetto sorpresa è pressochè infallibile e non conosce i problemi visivi. Questa è la giustizia sociale! Dharma e i ciecati Finalmente al lavoro, si fa per dire, Fanale ci arrivò abbastanza intero; entrando in ufficio grugnì un saluto a Pipistrello. “Allegro come al solito! – rispose questi. – Va be’. Visto che il mio Fanalino è arrivato sano e salvo adesso posso andare tranquillo in bagno.” “Che amico! Non va neanche a pisciare finchè non arriva il suo Fanalino! Oh, stai attento che in corridoio ci sono dei lavori in corso.” “Sì, sì, lascia stare che se devo pisciare in base alle barriere architettoniche dell’azienda finisco in dialisi!” “Va’ che roba! Senza bastone ’sto scoppiato! – disse tra sé Fanale ghignando mentre Pipistrello usciva con sicumera dall’ufficio senza imbracciare il suo fedele bastone bianco ‘Susanna, tutta canna.’ – Ecco, guarda che lo prende in pieno... Cinque, quattro, tre, due, uno...” Dal corridoio giunse un’esclamazione terrorizzata, un “stai atten…” e un tonfo accompagnato da un’inprecazione in dialetto patois, il tutto seguito da scuse borbottate fra una risata incontenibile e un singhiozzo di dolore. Fanale si affacciò nel corridoio e muovendo a mo’ di mitragliatrice la testa per esplorare la scena con il suo campo visivo ridotto, notò Pipistrello che cercava di tirare su da terra una scala con incastrato dentro un elettricista che esclamava incazzato: “Pipistrello! Che tu non ci veda una fava si sa, ma ho detto a quel deficiente di Fanale di avvertirti, quindi sei anche scemo! Sparisci, prima che mi venga voglia di metterti nella plafoniera al posto del neon!” Nel frattempo Dharma aprì un occhio e si guardò intorno. “Porco cane! Sono già in ufficio!” pensò. Come cavolo aveva fatto a trasportarsi fin lì? Non si ricordava neanche di essersi svegliata. Aprì l’altro occhio: non era un sogno, era proprio un cane guida e glielo confermava inesorabilmente l’inquietante e imbambolata presenza di quel palo della luce del suo padrone. Rotolò dalla brandina e si sgrullò di dosso il sonno. Neanche un caffè aveva avuto il tempo di prendersi. Certe volte quando il padrone non aveva molte premure per lei, come al mattino appunto, gli augurava di passare la vecchiaia in un canile e non in un manicomio per ciecati. Continuando a guardarsi intorno rassegnata al suo destino pensò: “Ci sono tutti e sei stamane ‘sti scioperati… incredibile!” Si stiracchiò e sbadigliò, emise un sonoro rutto (quello schifo di crocchette che le rifilavano spacciandole per caviale le provocavano sempre un sacco di problemi) e incominciò il giro dei bipedi. Andò a salutare Pinuz, sniffandogli i testicoli, un vero uomo che amava i cani, un duro che aveva girato il mondo. Dall’odore dei suoi bassifondi si poteva capire dov’era stato: il testicolo sinistro sapeva di America; alla lupa sembrò di avere davanti al naso una cartina olfattiva dettagliatissima del Caribe, della East Coast, del Middle West, della California, e più giù fino alla Terra del Fuoco. Quanti tanghi, quante milonghe, quanti samba vorticanti giungevano ai suoi recettori olfattivi! Ecco, più a destra, sentiva l’odore di New Orleans, sembrava quello del padrone di Jazz, quel molosso che a lei piaceva tanto nella sua vita precedente quando era una cagna di mare, sempre in giro per l’Oceano col suo padrone capitano di navi da crociera. “Che nostalgia!” sospirò, pensando a quando era stata desiderabile e desiderata, non come in questa vita da schifo, che era stata sterilizzata da quei nazisti di umani e ridotta a essere una vecchiaccia frigida. Tra i due testicoli sapeva troppo di Europa industrializzata, non valeva la pena soffermarsi, ma fu il testicolo destro che la sconvolse: le ricordò l’odore di quel cuoco in quel ristorante in Cina che l’aveva cucinata quand’era un barboncino. Meglio cambiare soggetto. Passò in rassegna gli ammennicoli di Muratore: anche lui era uno tosto e adorava gli animali, peccato fosse un bipede, altrimenti gli avrebbe presentato alcune sue amichette… Anzi no, ci avrebbe provato lei stessa, con quell’odore di calce, mattoni e cantieri edili che lo facevano così maschio! Iniziò a sognare di essere una principessa e che lui, il principe azzurro ancora tutto sporco di malta, la conducesse nel castello che aveva costruito per lei. Ma quanto ci metteva a finirlo ’sto castello? Superato Muratore aggirò quel pirla del suo padrone che era tornato con volto estatico dal bagno e che stava sdraiato a fare ’na mazza con le cuffiette in testa e gli mollò una loffia sotto il naso giusto per simpatia, visto che ogni volta s’incazzava per la puzza. D’altronde lei in bus doveva sempre subire i fuochi d’artificio dei passeggeri, essendo il suo muso ad altezza culo, e così ogni tanto si prendeva qualche rivincita. Andò quindi a salutare Mary la tenebrosa dalla ‘r’ moscia, una brava cuoca, soprattutto brava a fare i dolci. Sapeva solo questo di lei, doveva ancora inquadrarla bene; era un tipo sfuggente. Passò sotto la gonna di Nadia, anche lei sempre piena di attenzioni e soprattutto prodiga di cose buone da sgranocchiare. Last but not least fu Fanale, bravo vicepadrone, ma un po’ tardo: per fargli capire che voleva uscire doveva piantargli il muso sulla tastiera mandandogli in crash il pc o sdraiarsi sulla scrivania. Quella mattina decise di usare un altro metodo: si avvicinò a un pc in disuso, lo accese, aprì la posta elettronica e gli spedì una mail chiedendogli di darsi una mossa, che aveva urgenza. Accompagnando quello scoppiato di Pipistrello ai corsi di informatica aveva imparato parecchio. Fanale, che non credeva possibile che un cane sapesse usare il pc, coprì di miserie Pipistrello consigliandogli caldamente di non fare il cazzone, poi si alzò con determinazione da uomo vissuto, deciso una buona volta a risolvere la situazione, prese il guinzaglio e uscì con Dharma. Mentre quest’ultima galoppava per sgranchirsi le zampe nei lunghi corridoi aziendali fece a Fanale lo scherzo che gli faceva spesso, quello di giocare a nascondino sparendo in un ufficio e facendogli girare le balle perché non riusciva più a beccarla, testa di ipovedente che era. Uscirono in giardino dove incontrò come d’abitudine un sacco di cani bonsai. “maledizione! Mai un bel mastino da sbattermi su una panchina, oppure un molosso che mi faccia un po' divertire, mi sembra di essere una suora a quattro zampe, solo lavoro, lavoro…” Per convincere Fanale a lasciarla libera senza guinzaglio aveva dovuto fare una ricerca su Internet e mandargli sotto mentite spoglie un falso studio sulla possibilità che un cane guida potesse sviluppare sintomi di pazzia e sindromi maniacodepressive se non veniva lasciato senza guinzaglio almeno per cinque minuti al giorno. Ma quella mattina Fanale intravide un centinaio di piccioni che razzolavano indisturbati come polli e, reso edotto da Pipistrello dell’odio atavico di Dharma nei confronti di quella specie di volatili, decise senza meno di lasciarla libera di sfogarsi. La lupa famelica, libera una buona volta dal giogo schiavista della guida e incitata da quel concitato razzolare piccionico, volle tentare di far piazza pulita. Così si lanciò ringhiando verso le prede, ma purtroppo il visus di Fanale lo portava ad avere una visuale approssimativa di circa mezzo metro, oltre era immaginazione, ipotesi, teoria e l’immaginazione non poteva arrivare a concepire che al centro della piccionata ormai dispersa si trovasse una vecchietta munita di un sacchetto del pane con le zampe della bestia sulle spalle ad abbracciarla amorevolmente. Meno male, si disse Fanale mentre recuperava il cane scusandosi con la vecchia e rimettendole in fretta il guinzaglio, che tutto sommato Dharma le era risultata simpatica e che non era morta d’infarto, se no chi glielo spiegava ai carabinieri che cos’era un ipovedente? Caffè e cioccolata canina Quella mattina il tempo scorreva in modo flemmatico. Fanale e Pipistrello sedevano come al solito, uno di fronte all’altro. Di lavoro non ce n’era, non c’erano rompimaroni che telefonavano e quindi il centralino era muto e ognuno poteva occuparsi delle proprie faccende. Il silenzio veniva rotto dai cigolii regolari del carrello del videoingranditore di Fanale che stava leggendo un libro di storia antica e dal ticchettio della tastiera del pc di Pipistrello che stava elaborando un programma diabolico per convertire le onde sonore dei rutti in onde elettromagnetiche, sperando di poter fare a meno un giorno dell’Enel e alimentare gli elettrodomestici di casa con le sue aerofagie. “Che sgretolamento di palle! – pensò Pipistrello quando si rese conto che il voltaggio che poteva produrre il suo stomaco non avrebbe fatto neanche accendere la più piccola lampadina in commercio – Dovrei fare un esperimento con Talpa. Quello col suo stomaco vulcanico illuminerebbe a giorno il polo nord in pieno inverno!” e per rompere quel momento di piatta stagnante lanciò una penna che centrò in pieno il cocomero liscio e pelato del povero Fanale. “Pipistraccio!!! – urlò Fanale – ma che cazzo di cieco sei! Giuro che un giorno o l’altro ti faccio levare l’assegno di accompagnamento!” “Dài, Fanalino! Lascia l’antica Roma e ritorna tra i vivi che mi sto rompendo! Andiamo a prenderci un caffè!” “Ma guarda ’sto cieco di merda! – pensò stizzita Dharma. – A me mi caga solo quando deve farsi i suoi comodi. Prima o poi mi vendico.” “Andiamo! – replicò Fanale all’amico che intanto si era messo a calcolare il volume della panza di Talpa in rapporto ai metri cubi di casa sua – Alza le chiappe e non farmi aspettare come al solito.” Si recarono alla macchinetta del caffè, che avevano debitamente tappezzato con scritte braille adesive per districarsi con le varie opzioni delle bevande. Avviandosi verso la macchinetta incontrarono nei corridoi quel migliaio di colleghi dotati di supporto cartaceo per giustificare il loro esodo da un’ala del palazzo all’altra. ”Ecco dove sono finiti sti stronzoloni, invece di rispondere al telefono!” Naturalmente alcuni degli stronzoloni in giacca e cravatta, dopo vent’anni che avevano a che fare con Pipistrello e Fanale, al loro passaggio si appiattirono contro il muro, altri si lanciarono in qualche rientranza per evitarli: in primis per non prendersi mazzate al loro passaggio alla garibaldina, in secundis per evitare le solite richieste di supporto visivo, che, dato il loro spirito umanitario, prestavano sempre molto volentieri. Giunti finalmente alla meta trovarono, dove prima era posizionata la macchinetta, un muro e un operaio che lo stava stuccando. Fanale chiese: “Ehi, Mastro Geppetto! Che cavolo è successo alla nostra macchinetta?” “State tranquilli, è in buone mani. Da ora in poi questo piano appartiene a un’altra società e voi non ci potrete più accedere. A proposito: non vi provate a chiedere di spostare da questa parte del muro la macchinetta che pesa due quintali per le vostre scritte braille delle balle, perchè quel lavoro lo farebbero fare a me e visto che so dove state vi aspetto e vi stucco qualche orifizio indispensabile per vivere, quindi aria e camminare!” “Pipistrello, lasciamo perdere! – esclamò Fanale trattenendolo da una delle sue solite filippiche sui diritti delle razze inferiori. – Andiamocene al bar qui sotto alla faccia del cugino di Riina che abbiamo qui davanti.” Uscirono sotto braccio come due vecchie checche e, passando davanti alla porta del loro ufficio, non si curarono punto di Dharma che li guardava in cagnesco e meditava la sua vendetta. Giunti ai tornelli il buon Fanale si accorse di aver lasciato il badge in ufficio, quindi dovettero saltarli agilmente. Entrati nel bar di sotto, Fanale cercò di scorgere dietro il bancone il maledetto barista che come al solito quando entravano loro, questi strani esseri rappresentanti di Ciecagna, aveva un attacco di mutismo e di paralisi, come se gli avessero lanciato addosso dei raggi cosmici al curaro. Finalmente individuò un tizio con il papillon e gli ordinò, giusto per fargli un po’ girare i maroni: “Due caffè né troppo lunghi né troppo stretti.” Questi rispose: “Hei belli! Io non sono il barista, sono un cliente!” Fanale replicò:“Allora che cavolo ci fai dietro il bancone?” L’altro sottolineò: “Infatti io non sono dietro il bancone. Il bancone del bar è sulla vostra sinistra, ma toglietemi una curiosità: siete così storditi perchè vi cannate, oppure vi viene naturale?” Pipistrello non poté che ribattere: “Io a uno che indossa il papillon non rispondo.” I due ordinarono i caffè al barista che nel frattempo si era palesato e Pipistrello prese posto davanti al bancone cercando affannosamente con la sua manina spielberghiana lo zucchero. “Ma che cazzo! – una dolce imprecazione proveniva da destra – Quella mano sai dove te la devi ficcare?” ”Mi scusi!” Pipistrello aveva puciato la mano dentro una tazza di cappuccino fumante!. “Non mi fotte una beata mazza che sei cieco ora co’ ‘sto cappuccino che ci faccio?” “Fatti un bel bidè!” concluse Pipistrello. L’avventore uscì adirato dal bar accompagnato dalle sommesse risate del barista e dai commenti dei clienti: “Che cafone! Trattare così un povero cieco! Chissà dove vive, chissà chi lo cura, poveraccio!” Fanale, che intanto aveva assistito allo spettacolo, si precipitò verso Pipistrello per dissuaderlo dal compiere una strage e lo trascinò fuori. “Minchia, Fanale! Se fossi intervenuto solo un secondo dopo gli avrei dato fuoco alle loro ventiquattrore, ai loro papillon e alle loro pellicce!” ruggì Pipistrello che non sopportava queste manifestazioni di pietismo ipocrita e ignorante. “Stai calmo – ribattè Fanale – che un giorno o l’altro dovrò venire a trovarti in galera...” Cazzarola il badge!” “Già, il badge!” Ed entrambi saltarono incautamente i tornelli per sgattaiolare in ufficio, convinti di non essere stati notati. Ma un istante dopo la porta si aprì e si materializzò la figura del capo che, tra una shampata e l’altra, ricordò loro che l’azienda non era un ippodromo e che il badge era stato inventato e forse era il caso di usarlo. “Vi stà bene bastardi! – pensò Dharma spiaccicata sulla brandina. – Così la prossima volta vi date ‘na svegliata!… Cacchio, che mal di pancia! Saranno quelle schifose crocchette che quel pirla mi propina da sei anni a questa parte… Non ne posso più, ma come fanno a non accorgersi? È da due ore che non faccio altro che elargire le mie flatulenze! Ahi ahi ahi! Non ce la faccio! Provo a uscire? Ah no! Gliela faccio qui! l’ora della vendetta è giunta!” E, balzando sulle zampe, la cagna scaricò la sua vendetta sul pavimento dell’ufficio mentre Fanale e Pipistrello venivano avvolti da un delicato profumo di fiori di campo. “Cazzo, ha cagato!” eruppe Pipistrello, mentre Fanale agonizzante tentò di raggiungere la porta per recuperare secchi e stracci e compiere le operazioni di pulizia. Poco dopo entrò in ufficio, si tolse la camicia, si battè i pugni sul petto e, accompagnato dalle imprecazioni di Pipistrello miste a risate di sfottimento nei suoi confronti, cominciò l’ardua impresa. Nel frattempo Dharma si nascose terrorizzata dall’eventualità di ritorsioni in uno degli ascensori e lì pensò di impreziosire l’ambiente con una bella pisciata sulla moquette della cabina. Fanale, intanto, faceva staffetta, sempre con la sua super canottiera firmata Dottor Gibaud, tra l’ufficio e il bagno e nel bel mezzo del corridoio venne intercettato da un caposervizio che gli comunicava l’operato di Dharma in ascensore! Se avesse avuto i capelli, il povero Fanale, gli sarebbero venuti dritti, ma nel suo caso la reazione si limitò a una serie di pustole multicolore sulla pelata. Ripresosi dalla notizia appena comunicata e ancora asfissiato dalla puzza della vendetta, Fanale fu interpellato dall’ultimo dei colleghi furbi: “Cosa stai facendo in canottiera, hai lasciato il maglione a casa?” “Eh sì – rispose prontamente Fanale – anche se siamo in dicembre e fa ‘meno due’ ho pensato di venire vestito così, sai, per sport, tonifica i muscoli.” Tre ciecati on the road Ore diciassette: Fanale e Pipistrello stavano per finire la loro stressantissima giornata di lavoro “Calma piatta oggi!” fece Pipistrello e Fanale replicò: “Per forza, tu ti sei beccato al telefono le colleghe in calore, io i clienti incazzati!” Pipistrello ripropose il suo gioco di prestigio da falso ciecato assistenzialista: gli lanciò la seconda penna della giornata che lo beccò in piena zucca pelata e di rimbalzo gli scivolò nel taschino della giacca. Fanale lo ringraziò del regalo, riproponendosi di aggiungerlo alla vasta collezione che aveva a casa di penne tirategli da Pipistrello e si soffermò a pensare che quel fenomeno meritasse uno studio statistico probabilistico. Come cavolo facesse un ciecato ad avere una mira simile a quattro metri di distanza era un mistero. “Senti un po’ Fan: accompagnami alla fermata che stasera ho fretta.” “Non ho un cacchio voglia, Pip. Quando usciamo insieme sembriamo due gay che non ci vedono un ca… anzi meglio dire niente.” Pipistrello allora: “I gay hanno il loro bel perché, quindi non fare il bigotto, alza le chiappe e andiamo. E metti la guida al cane intanto che io vado al cesso, ma mettigliela bene, chè non vorrei che quell’infido mi portasse a muzzo.” Fanale, ubbidiente, imbracò il cane e, dopo i venti minuti accademici che Pipistrello passava ogni sera all’ora di uscita in quel luogo ameno a fare chissà quali pratiche occulte, uscirono. Si incamminarono verso il cavalcavia della ferrovia. A una svolta a sinistra, Pipistrello diede i comandi relativi al cane, con una lieve pressione del guinzaglio della guida in modo che il cane avvertisse la direzione, ma Dharma non rispose ai comandi e si infilò dritta in un negozio di scarpe, trascinandoci di brutto anche Pipistrello. Fanale, osservando divertito la scena, disse: “Ammazza che senso innato degli affari che ha il tuo cane: ti ha sbattuto contro un cartello di un’offerta speciale del tre per due sulle ciabatte. Prendi due paghi tre!” “Ma no, pirla! – fece Pipistrello – Prendi due ciabatte e la terza è in omaggio! Per la terza gamba no?” “Dai, tira fuori il cane di lì!” Fece Fanale, ma con tutti gli sforzi che faceva, Pipistrello non riusciva a smuovere Dharma da un paio di mocassini. “Vuole omaggiarti di un paio di mocassini sbavati!” lo canzonò Fanale, ma Pipistrello aveva già voglia di spaccarglieli su quel muso da cane impestato, quei mocassini. Infine controllò il guinzaglio e si accorse che quello stordito di Fanale aveva allentato le placche che davano la direzione al cane, quindi il cane non percepiva né sinistra, né destra, né dietrofront, ma solo avanti tutta. Mentre Fanale camminava a pancia sotto dal ridere e Pipistrello lo insultava in tutte le lingue, si riavviarono, ma all’inizio del cavalcavia un ciclista li sfiorò delicatamente, facendo cadere per terra il marsupio di Pipistrello e spargendo tutti gli oggetti ivi contenuti sul selciato. “Ma sei coglione?” domandò Pipistrello credendo che il ciclista se la fosse data alla grande e fosse già oltre l’orizzonte. Ma Fanale: “Guarda che ce l’hai davanti, non è scappato, testa di rata vuloira!” Pipistrello si schiarì la voce e tentò un tardivo salvataggio in corner:“Non volevo insultarla, mi scusi! Però poteva stare più attento.” Al che il ciclista contrito: “Ma non sembravate persone con problemi di vista, cioè, ho visto il cane, ho visto lei con gli occhiali e sottobraccio il suo amico che ciondolava e sembravate normali… ne ho visti di peggio!” Fanale, conciliante: “Be’, in effetti non diamo l’impressione di essere ciecati. Comunque l’importante che nessuno si sia fatto male. Ci aiuti almeno a raccogliere la roba sparsa per terra perché qui Occhio Di Falco e Fondo Di Bottiglia non ce la fanno!” Il ciclista non accennò minimamente a dare una mano e continuò a blaterare: “Scusate ancora, voi non sapete cosa faccio nella vita, sono un volontario della croce rossa, salvo le persone, porto i disabili, quindi figuriamoci io non essere attento alle persone con handicap.” “Sì, ma ci dia una mano a raccogliere la roba per favore.” “Non pensavo, scusate, sembravate normali. Fanale allora si spazientì: “Intanto si dice normodotati e poi, visto che non ci vuole aiutare, si tolga almeno dalla corsia dei pullman, se no, quant’è vero Stevie wonder, il pullman che sta arrivando adesso la prende in pieno e allora noi saremmo più ‘normali’ di lei!” Il ciclista, non accennando a spostarsi: ”Non è questo il problema...” E Fanale ormai più che mai alterato: “No, è questo il problema, venga via!” “Ok, mi sposto, ma volevo dirvi...” Fanale, finendo di raccogliere tutta la merce sparsa di Pipistrello: “A Pantani! Accettiamo le scuse, dormi tranquillo ‘sta notte. Dài, Pipistrello, controlla se hai tutto e andiamo.” Lasciarono il ciclista affranto e proseguirono intrepidi, ma fu al termine di quel cavalcavia fantozziano che Pipistrello si fermò di botto trovando resistenza nella marcia e, nella brusca frenata, strattonò Fanale e Dharma per farli fermare. A questo punto Fanale, che stava per finire col muso spalmato sul marciapiede, cercò di guardare che caspita era successo, e si accorse con imbarazzo che erano finiti addosso a uno sulla sedia a rotelle che tentava di svicolare da loro evidentemente spaventato dalla calata degli Unni in città. Adesso toccò a loro sperticarsi in scuse e il malcapitato, che credette di essersi salvato per miracolo da un cappottamento in mezzo ai binari del tram, non proferì motto, evidentemente era ancora sotto choc. Arrivarono in qualche modo alla fermata e subito dopo arrivò il tram sferragliante. Fanale disse a Pipistrello, nel caso non se ne fosse accorto: “Sali, è arrivato il tram.” Lo fece entrare con un calcio in culo e si dileguò per la sua strada. Talpa era tutto intrippato perché doveva andare a comprare i cardellini per la sua voliera. Visto che non aveva abbastanza buoni taxi, decise che avrebbe raggiunto il negozio con i mezzi pubblici. Telefonò al numero verde dell’azienda municipale dei trasporti per sapere se sul percorso del tram numero 15 che doveva prendere c’era qualche variazione, che so, una frana sui binari, uno smottamento, le linee tagliate o chissà quali altri casini. Era tutto regolare e allora fischiettando e ticchettando col suo bastone bianco nuovo di pacca (perché quello vecchio gli era finito sotto il camion dell’immondizia ed era diventato storto come un manico d’ombrello) uscì dall’ufficio. Il primo incrocio che doveva superare era uno di quelli bastardi in cui c’era un semaforo, ma le cinquantamila macchine al minuto che passavano se ne fottevano allegramente, il corso da attraversare era larghissimo e obliquo rispetto alla via che percorreva Talpa, insomma era un incrocio in cui Talpa immaginava il classico mazzo di fiori sul selciato a forma di ciecato col bastone. Anche perché, visto che i semafori sonori non esistono, per uno che proviene dalla Ciecagna è un casino capire quando è rosso o è verde se le macchine non rispettano il semaforo. Talpa, come probabilmente la maggior parte dei ciecati totali, utilizzava la tattica di ascoltare da quale direzione provenivano le macchine: se la direzione era perpendicolare alla sua, voleva ovviamente dire che il semaforo era rosso per lui, se la direzione era la sua o quella opposta, voleva dire che era verde. Ora, se le macchine non rispettano il semaforo, questa tattica va totalmente a puttane e Talpa non ci faceva più di tanto affidamento, così si affidava volentieri all’aiuto di qualche passante. Fortunatamente, fermi all’incrocio c’erano tanti passanti e uno di loro si offrì subito. “Deve attraversare?” “Sì, grazie. Devo attraversare il corso.” “Ok. Venga!” Finito l’attraversamento, Talpa ringraziò e proseguì tenendosi il muro sulla sinistra come doveva fare, ma presto si rese conto di essere sulla strada sbagliata. “Scusi – chiese a una donna che udì passare sul suo stesso marciapiede. – Dove siamo?” “Siamo su corso Matteotti.” Talpa capì che quello sciroccato di prima lo aveva fatto attraversare in diagonale e nonostante lui gli avesse detto che doveva proseguire per via dell’Arsenale sullo stesso lato dove si trovava, lo aveva piazzato sul corso in tutt’altra direzione. Ebbe un attimo di smarrimento e dovette tornare indietro tra un cristo e l’altro tirati contro i semafori, la gente che non capisce un tubo, le macchine, il Comune e via andare. La gente soprattutto gli faceva specie. Ma come si poteva essere così irragionevoli e assurdi a volte! Spesso vieni scambiato per un pacco senza volontà e direzione: le persone ti vedono vagolare per strada e ti portano dove vogliono loro, senza pensare che magari hai un posto preciso dove andare, una commissione da fare e così via. Ne discuteva con Fanale di quanto fosse assurda la gente proprio il giorno precedente, quando si erano incontrati, o meglio, scontrati per caso nella pausa pranzo. Fanale gli aveva detto: “A volte sono un po’ stanco, bisogna guadagnarsi ogni centimetro di strada andando in giro, poi non parliamo della gente! Gli fai una domanda e invece di risponderti fanno mille storie per darti un’informazione che non costa niente, neanche un po’ di fatica! Stamani ho chiesto all’autista prima di salire sul tram, che numero fosse, lui mi ha risposto che c’era scritto davanti! Ti rendi conto Talpa, io gli ho risposto che gli avevo chiesto una cosa semplice mica 100 euro! Così si è innescato un diverbio infinito. Non era più semplice rispondermi e basta, quando uno mi domanda l’ora mica gli rispondo ‘vatti a comprare un orologio!’ Insomma tutti i giorni è una faticaccia, ci vuole una pazienza infinita, ma la pazienza a volte non basta, che pensi Talpa: sono rognoso?” Talpa aveva replicato: “No, non sei rognoso, hai ragione. Però guarda: io ho capito una cosa: che lamentarsi non serve a niente, meglio risparmiare le energie per il prossimo smaronamento! Sai, noi siamo un enigma per i vedenti, la chiave per risolvere questo enigma gliela dobbiamo dare noi, con semplicità, senza troppe seghe mentali! Se la gente ci vede come bestie rare, la colpa è anche un po’ nostra perché ci nascondiamo, ci chiudiamo nel nostro guscio di sottogruppo e sappiamo solo rivendicare, non comunicare in modo assertivo.” Fanale aveva obiettato: “Ma anche quando cerchiamo di farci conoscere spesso la gente non recepisce perché non gli interessa, ha fretta e non ascolta o perché semplicemente non ha l’intelligenza sufficiente.” Talpa ora sorrideva pensando a come questo dialogo era lo specchio di un soliloquio che sovente gli si svolgeva nella mente; in poche frazioni di secondo passava da una parte all’altra di quell’invisibile barricata tra rivendicazione di un proprio posto nella società contro la stoltezza della gente e la necessità di un dialogo costruttivo, molto spesso sospendeva il giudizio, ma, altrettanto spesso, si rendeva conto che la rivendicazione è solo il prodotto della rabbia e della frustrazione. Sorrise tra sé pensando alla fine di quel breve incontro, quando Fanale, mentre stavano per separarsi, lo strattonò per fargli evitare di prendere in pieno un palo, non accorgendosi di avere appena pestato una merda di cane talmente grossa che doveva essere di un san bernardo. Se ne sarebbero accorti i suoi suoceri più tardi a cena. Col cuore alquanto sollevato da queste ultime riflessioni escrementizie, raggiunse la fermata del 15 e salì rocambolescamente sul tram affrontandone i tre gradini sorretto da dietro da un vecchietto che era un terzo di lui e che sudava per l’agitazione e per lo sforzo, più simulato che altro visto che Talpa si reggeva tranquillamente sulle sue gambe, e che gli diceva ansante: “Stia tranquillo! Non abbia paura! La sorreggo io!” Vai a spiegargli che era ciecato, non storpio! E Talpa non provò neanche a spiegarglielo, tanto non ci sentiva da quell’orecchio e neanche dall’altro, infatti aveva dovuto urlargli tre volte il numero del tram che doveva prendere prima che il vecchietto capisse che era lo stesso suo tram. Pure un mezzo sordo gli doveva capitare! Comunque non provò neanche a spiegarglielo, semplicemente prese l’iniziativa di alzare autonomamente le gambe per affrontare l’ultimo gradino di quel tram sgangherato, ma la massiccia stretta del macilento vegliardo che rimaneva impalato sul gradino di sotto con un mezzo infarto in corso gli destabilizzò il baricentro e cadde all’indietro giù dal tram, trascinando con il suo abbondante quintaluccio anche il povero nonnino che fece in tempo, tra una scatarrata e l’altra, a lasciare la presa prima che le conseguenze fossero funeste. Dopo aver bestemmiato in turco per la lorda tremenda che aveva preso sugli stinchi contro i gradini del tram e la mezza distorsione alla caviglia sinistra, salì d’un balzo appena prima che si chiudessero le porte e si sistemò dietro l’autista. “Buona sera – gli fece – può indicarmi la fermata di fronte a Palazzo Nuovo?” “Certo! Quando ci arriviamo glielo dico.” “Grazie. ” “Ciccione! Cazzo ci fai qui?” Si sentì apostrofare da dietro con una poderosa manata sulle chiappe, mentre un pastore tedesco incominciò a creare il casino totale nel tram piangendo straziatamente, saltando, mettendogli il muso sulle parti intime, buttandosi per terra davanti ai suoi piedi e aggrovigliando il guinzaglio attorno a sé stesso, a Talpa e al suo padrone che cercava inutilmente di domarlo a forza di urlacci. Riconobbe, ovviamente, Pipistrello e Dharma. “Sto andando a comprare dei cardellini per la mia voliera. E tu?” “E io stò andando a casa.” “Ma scusa – fece Talpa iniziando già a piegarsi in due dalle ghignate – Non dovresti prendere l’1 per andare a casa?” “E infatti, non è l’1 questo? Guarda che sei tu che hai sbagliato: questo non può andare a Palazzo Nuovo.” “No, testina – gli fece Talpa ormai ridendo sguaiatamente – Guarda che siamo sul 15 e stiamo andando verso il Po, quindi esattamente nella direzione opposta a casa tua.” “Miiiinchiaaa! Quel testa di caramella ciucciata di Fanale!” Dopo aver pianto per mezz’ora dal ridere baciando il vetro divisorio tra la cabina e l’autista, Talpa riuscì a dire tra gli ultimi singulti: “Belin, ma anche te però! Lo sai che quello ha un campo visivo talmente ristretto che per leggere un 5 deve svitarsi l’osso del collo a forza di girare quell’angurione a destra e a sinistra!” “Ma mi scusi se mi permetto – intervenne uno seduto nella prima fila che aveva assistito alla scena e che stava per volare dall’altra parte del mezzo per colpa del guinzaglio che gli si era attorcigliato a una gamba – Ma è un cane guida no? E non le legge i numeri del tram?” Pipistrello lo mandò a cagare senza tante cerimonie e telefonò imbestialito a Fanale. Fu Talpa che, mosso a compassione dalla sollecitudine di quell’uomo, incominciò a spiegargli: “Guardi: una volta quel cane era mio e mi leggeva sempre i numeri dei mezzi. Quando arrivava l’1 abbaiava una volta, quando arrivava il 4 abbaiava quattro volte e così via. Il problema era quando arrivava il 63: ora che finiva le sessantatrè abbaiate il pullman era già partito, per non parlare delle volte che perdeva il conto e doveva ricominciare da capo! Allora ho deciso di sbarazzarmene e visto che non volevo sopprimerlo l’ho dato a lui con la consegna che non provasse mai più a leggere i numeri dei mezzi.” L’altro, sentitosi preso per i fondelli, si ritirò in buon ordine in se stesso e non aprì più bocca. Dopo aver mollato Pipistrello sul tram, Fanale si avviò fischiettando all’appuntamento che aveva con Luce per andare a imboscarsi insieme in un negozio di vestiario, ma a un certo punto non si sentì più il terreno sotto i piedi. Istintivamente lasciò cadere gli oggetti che aveva in mano e tese le braccia in avanti a mo’ di zombi appena in tempo per non cadere tutto intero in un tombino aperto, ma per caderci solo a metà. Tirandosi fuori a furia di fatica e sacramenti, si guardò intorno per trovare una qualche segnalazione dei lavori in corso: niente. Si rese conto di non essere preda di un’allucinazione da trip all’acido quando vide accorrere due operai che lo apostrofarono: “Ma non vede la transenna?” “No – rispose – il tombino ha quattro lati e io ho un campo visivo largo come una moneta da un euro, perciò, visto che non vi scusate neanche, chiamo i vigili.” I vigili arrivarono dopo un tempo di misura biblica con una flemma britannica che strideva con l’incazzatura da iena di Fanale, il quale raccontò, con linguaggio colorito e dovizia di particolari, l’accaduto. Costoro, invece di fare un verbale alla ditta, assodando che Fanale si era fatto solo un paio di graffi alla mano, che non smetteva di sanguinare e aveva già riempito mezzo tombino, chiusero la faccenda con uno scazzo da manuale, consigliando a Fanale di rifarsi gli occhiali. Mentre Fanale stava ancora imprecando contro il menefreghismo delle istituzioni e la loro poca sensibilità verso i disabili visivi, gli squillò il cellulare. “Ma chi cazzo è adesso, porca troia! – schiacciò il tasto di risposta. – Pronto!” “Ciao Fanale! Sono la Pipi! Sai mica dov’è andato a finire quello scoppiato di mio marito?” Non c’era ansia o preoccupazione nel suo tono, bensì un misto di scazzo e stizza. Sembrava il vigile di poco prima. “No Pipi, l’ho caricato sul tram e non mi ha detto che ti voleva lasciare, comunque indago.” Conclusa la telefonata, subito gli risquillò il cellulare. All’altro capo sentì: “Sei proprio una testa di fanale cortocircuitato! Dove cacchio mi hai fatto salire? Mi hai fiondato sul 15, non sull’1!” Fanale fu un po’ sorpreso dall’ira dell’amico che gli parve eccessiva, in fondo era solo in ritardo di mezz’ora, più un’altra oretta per tornare a casa, gli rimanevano ancora parecchie ore per dormire. Poi, va be’, non era il caso di sottilizzare: l’uno c’era, se poi dopo c’era anche un cinque che differenza poteva mai fare. Staccò il telefono dall’orecchio e intrasentì Pipistrello fare dichiarazioni spontanee sulla sua conoscenza dei numeri arabi e di come sarebbero stati bene in alcune sue parti anatomiche. Pipistrello continuò il suo monologo concludendo: “Adesso tu telefoni alla Pipi e mi contratti un rientro senza conseguenze, prendendoti tutte le responsabilità del caso.” “Strano – pensò Fanale – pur essendo dall’altra parte della città il segnale si riceve benissimo.” e disse: “Non ti preoccupare, Pip, ci penso io!” “Sì, siamo a posto!” guaì Pipistrello. Fanale, chiamando la Pipi, cominciò a inventarsi una megaballa a doppia mandata con triplo alibi. “Ciao Pipi, sono Fanale. Volevo tranquillizzarti: tuo marito ha avuto un attacco di colite e quindi è dovuto scendere alla prima fermata, purtroppo non ha raggiunto in tempo il bar più vicino, s’è dovuto calare le brache vicino a un albero. Dharma, anche lei, per non sentirsi da meno, ha cominciato a scagazzare insieme al suo padrone per segnare il territorio in pericolo. Purtroppo tutto questo è avvenuto di fianco a una macchina dei vigili che lo hanno trattenuto per accertamenti e atti osceni davanti a un cane guida. Adesso Dharma ha chiesto l’affidamento a un altro padrone, possibilmente stitico.” La Pipi gli rispose in maniera pacata e tollerante: “Non me ne frega niente, siete due deficienti!” E lo bandì da casa sua per sei mesi senza la condizionale e le attenuanti generiche, riservandosi di scuoiarlo vivo e poi spennare le ali di Pipistrello una per una. Alla prima fermata utile Pipistrello salutò Talpa dandogli appuntamento per la sera dopo e scese con Dharma dal tram. Dopo due fermate scese anche Talpa, avvertito dall’autista che gli fece i complimenti per la sua simpatia. Raggiunse il negozio di animali dove ormai era cliente abituale e chiese cinque cardellini. Il negoziante gli spiegò che gli avrebbe dato degli incroci tra i cardellini e i canarini che avevano la peculiarità di cantare molto meglio delle due specie da cui derivavano. Talpa ringraziò, pagò e usci con la gabbietta in una mano e il bastone nell’altra. Mentre aspettava il taxi sul marciapiede gli si avvicinò una donna trafelata che gli chiese: “Ma lei è Andrea Bocelli?” “No, signora, magari! Non sarei qua in questo momento! Soprattutto con in mano una gabbia con cinque volatili spennacchiati che se le danno di santa ragione!” “No, sa: perché gli assomiglia tanto.” “Me lo dicono tutti. Ma se vuole l’autografo glielo faccio lo stesso!” La donna rise, lo salutò e si allontanò. Adesso, com’era possibile, si chiedeva Talpa, che uno solo perché non ci vede debba per forza assomigliare a Bocelli. Poi pazienza lui che alto com’era e con la barba poteva anche vagamente assomigliargli, anche se era un po’ più grosso e una decina di anni più giovane, ma Pipistrello, molto più magro e senza barba non poteva per niente essere scambiato con Bocelli, eppure anche a lui sovente gliel’avevano detto. Spesso, rifletteva Talpa, la gente ti omologa: per loro i ciecati sono tutti uguali come i cinesi. Di te si ricordano solo che vieni dalla Ciecagna e basta. Una volta lo avevano scambiato per un suo amico che era alto trenta centimetri meno di lui e aveva i capelli ricci, mentre lui li aveva lisci! Arrivò il taxi. Era un taxista che conosceva, appassionato anche lui di volatili. Così durante tutto il tragitto chiacchierarono sulle straordinarie capacità canore di quell’incrocio, sui colori vivi delle piume e sulla migliore capacità di adattamento all’ambiente. Gli raccontò che disegnava insetti al microscopio per il Museo delle Scienze Naturali e lo invitò ad andare una volta a casa sua a fargli vedere la sua collezione di locuste imbalsamate. Talpa accettò con entusiasmo e intanto era arrivato a casa. Mentre apriva il portone, notò che vi era affisso un foglietto con lo scotch, ma non se ne curò, visto che non poteva sapere cosa c’era scritto e non c’era nessuno a cui chiedere, così aprì ed entrò. “Sarà una delle solite comunicazioni volanti dell’amministratore.” si disse. Giunto all’ascensore andò a sbattere contro due sacchi di cemento piazzati proprio davanti alla porta probabilmente dagli operai della manutenzione. Incazzato nero con quelli che lasciano ostacoli di ogni sorta contro cui ci si poteva far male seriamente, posò a terra la gabbietta e con una forza da energumeno sollevò i sacchi uno per uno e li buttò da una parte. Poi, sempre imprecando come uno scaricatore di porto, aprì con uno strattone netto la porta dell’ascensore che aveva opposto un’insolita resistenza, riprese la gabbietta, avanzò impavido e, dato che la cabina non era al piano, finì giù per la tromba delle scale cadendo come un sacco di patate nel ciarpame che c’era circa un metro e mezzo sotto il livello del pianterreno, finendo di rovinarsi la caviglia sinistra. Per il contraccolpo, la gabbietta si aprì e i cinque uccelli ne uscirono svolazzando allegramente per la tromba delle scale e cinguettando increduli di essere liberi. Richiamato dal casino accorse un operaio. “Ma scusi, non l’ha letto il cartello?” “Eh no che non l’ho letto, Cristo! Non vede che non ci vedo?” “Be’ però i sacchi li ha ben visti!” “Per forza! Ci sono andato a sbattere contro!” “E non poteva pensare che c’erano dei lavori in corso? Scusi, non per offenderla, ma lei oltre che cieco è anche rincoglionito allora!” Talpa non si offese perché in effetti il ragionamento non faceva una piega. Si scusò con l’operaio il quale, comprensivo e preso da un certo senso di colpa, lo aiutò a uscire dal buco, si accertò che non si fosse fatto troppo male e gli diede una mano a recuperare gli allegri e cinguettanti volatili. Regali di Natale Il commesso stava mettendo in colonna una pila di libri in offerta in mezzo al corridoio. D’altro canto era logico che a quell’ora fosse rimasto quasi da solo in quel grande magazzino, perché quegli altri sciammannati dei suoi colleghi se ne andavano tutti a pranzo a frotte e lasciavano lui e qualcun altro sfigato, neoassunto come lui, a fare i lavori più ingrati e ad affrontare le orde barbariche di clienti che uscivano dagli uffici e, invece di andarsi a fare un’endovena di panini assortiti al bar, andavano a incasinare il negozio per questo fottutissimo Natale. Eppure gli toccava e doveva fare del suo meglio, sebbene non sapesse se dopo la buriana di queste feste lui sarebbe potuto rimanere o se, con la morta dei primi mesi dell’anno, sarebbe stato vittima di quell’abuso del capitale nei confronti della forza lavoro che si chiama licenziamento per esubero di personale. Perciò la sua coscienza gli diceva di sbattersi all’inverosimile: chissà che quei bastardi della direzione ne tenessero conto, anche se avrebbe avuto voglia di sbattersene allegramente e di fare lo stretto indispensabile, perché non è così che si incentiva un lavoratore a dare il meglio di sé. E poi lui non era mai stato più di tanto attaccato al lavoro: sì, era appassionato di telecamere e di macchine fotografiche digitali, ma in fondo lavorava per lo stipendio e basta, tanto le sue competenze non erano tenute più di tanto in considerazione, gli sembrava. Comunque aveva appena finito di impilare i libri quando percepì una strana presenza. I clienti strani li percepiva a pelle, lui. Alzò la testa e vide tre organismi avvicinarsi velocemente verso di lui e la pila di libri appena completata. Il primo aminoacido a partire da sinistra era un tipo dinoccolato: sembrava dondolante tipo pendolino, il secondo barbuto teneva sottobraccio il dinoccolato. La cosa strana era che il primo sembrava cieco, ma il cane guida a destra lo portava il barbuto che pareva vederci. Si capiva che era un cane guida perché aveva la croce rossa sul guinzaglio e pareva la vittima sacrificale, difatti aveva un’aria rassegnata alla sfiga perpetua. Per un attimo provò un senso di grande solidarietà e comprensione per quel cane. Gli rivolse un pensiero: “Fatti forza vecchio mio, che un giorno ci sarà giustizia anche per noi!” I tre guadagnarono terreno verso di lui e piombarono addosso alla pila di best sellers appena posizionata Il barbuto imprecò incespicando sui libri, il pendolino scattando con la mano davanti a sé prese al volo il cartellone dei prezzi, mentre il cane si metteva a cuccia in disparte godendosi la scena e sghignazzando. Il commesso scandagliò il corso di formazione appena fatto su come comportarsi con i clienti rompipiledilibri, cercando di non incazzarsi e comportarsi in maniera professionale e distaccata. Si schiarì la voce ed esordì: “Scusate, avete bisogno di qualche cosa?” I due risposero: “Be’... In effetti non cercavamo dei libri. Pensavamo di essere da Saturn.” “Infatti ci siete arrivati! Eccome se ci siete arrivati!” “Senta – attaccò pendolino – avrei bisogno di vedere una telecamera da regalare.” Il commesso passò in rassegna le varie risposte: primo mandarli a cagare per i libri, facendoglieli raccogliere con la lingua, ci aveva messo mezz’ora a fare la pila a stomaco vuoto, per giunta; secondo urlargli dietro che, anche se era Natale ed erano due accecati, non gliene fregava un cacchio; terzo applicare l’articolo tre del corso sulla qualità e accoglienza dei clienti anche in caso di gravi disguidi per il dipendente. “Certo, abbiamo un’ampia scelta di prodotti, venite con me...! anzi no, rimanete qui vi porto io le telecamere da vedere..” Meglio evitare che deambulassero combinando ancora casini in giro per il negozio. Fanale disse: “Finalmente uno gentile!” Mentre il commesso rifletteva che, porca miseria, tutti a lui capitavano ‘sti cilindrati, mai che capitassero al suo collega volontario al Cottolengo che andava sempre all’oratorio. Tornò poco dopo con un paio di telecamere. Pendolino ne prese una in mano e guardandola in maniera critica fece tutta una serie di domande tecniche, tipo regista di video. “Scommetto che lei si sta chiedendo perché un cieco vuole saperne tante sul prodotto, eh?” Il commesso rispose: “No, no, per carità! Anche un cieco ha diritto a riprendere il mondo con una telecamera e poi goderne la visione!” Non ci pensava neanche a domandarglielo: gli avrebbero fatto una testa così sulle pari opportunità dei disabili, con una conferenza fiume sulle tecnologie alternative, ‘sti ciechi pedanti. Gli era già successo una volta e memore dell’orchite che gli era venuta per colpa di quel ciecaccio così polemico e rivendicativo, lui e i suoi ‘vedenti stronzi, come diceva’ che non danno ai ciechi le attenzioni dovute e li trattano come deficienti disadattati, aveva deciso di non permettersi mai più di obiettare qualcosa a uno che avesse un bastone che dava appena sul chiaro o un cane di una delle razze dei cani guida. Finito di esaminare i prodotti il pendolino chiese di comprare dei dvd da masterizzare e si informò sulla definizione digitale delle immagini lcd. Il commesso, sull’orlo di una crisi isterica, ormai pensava che quei due imbecilli facessero parte delle ‘Iene’, però sembravano veramente interessati alla telecamera. Alla fine si allontanarono minacciando di tornare per decidere in maniera definitiva l’acquisto del prodotto. Li osservò avviarsi spediti e appena davanti all’uscita presero in pieno la vetrata del negozio facendo vibrare tutto l’edificio come un gong e le scosse telluriche si estesero agli scaffali antistanti la vetrata creando interferenze sub atomiche nei pc. Li vide ridere e piangere dal dolore e all’improvviso li vide smaterializzarsi come se fossero venuti con un vascello intergalattico, prima che la prima crepa comiciasse a incidere la vetrata. Accorse la sicurezza pensando a una bomba, ma il commesso li tranquillizzò, spiegando che era stato lui accidentalmente con uno scatolone. Pur di non rivederli più quei due avrebbe pagato la vetrata a rate. Talpa aveva captato con l’antenna a raggi gamma propria degli abitanti di Ciecagna un fioraio nella zona del suo ufficio che faceva l’orario continuato per andare a comprare una pianta da regalare alla signora che andava a dare una mano, a lui e Calimera, a fare le pulizie in casa. Così, appena scattato l’inizio della pausa pranzo, vi si diresse dribblando a panzate i colleghi ai tornelli, sperando di fare a tempo ad andare a mangiarsi tre o quattro piattazzi di carbonara, visto che aveva lo stomaco sull’orlo di un’insurrezione. Raggiunse il negozio che erano passati una decina di minuti dal mezzogiorno e, alla vista della coda che gli stava davanti, lo stomaco gli mandò in gola una diffida formale sotto forma di rutto di cui si fece latrice una delegazione di succhi gastrici in ammutinamento. Si aprì una serrata trattativa tra gli insorti e l’io raziocinante, tesa a evitare lo scontro e a trovare una soluzione che fosse un valido compromesso tra le parti, ma vi fu un elemento di disturbo che rischiò seriamente di far saltare il tavolo del confronto, portando inevitabilmente le confederazioni sindacali dello stomaco e del duodeno allo sciopero generale. Una cliente era entrata nel negozio subito dietro a Talpa e tentò immediatamente di passargli davanti con non–chalance confidando sul fatto che quel poverino tanto non se ne sarebbe accorto. Ma la fioraia la sgamò subito e, bontà sua e con somma ed eterna gratitudine da parte di Talpa, la fermò dicendo: “C’era prima lui.” “Ah, sì, mi scusi!” Fece la cliente rivolta non a Talpa, ma alla fioraia, poi continuò a parlare a macchinetta, come chi è stato preso in castagna e se ne vergogni come una ladra: “Freddo oggi neh? Hai freddo gioia? Ma poverino! Ma tu sei nato già così?” A questo punto i sindacati confederali firmarono all’istante un patto di unità nazionale con l’io raziocinante e sospesero ogni protesta. Bisognava unire tutte le forze in campo per evitare di mandarla subito affanculo col primo volo supersonico, dato che Talpa non aveva punto voglia di litigare e rovinarsi la giornata. Così fece finta di scervellarsi per capire cosa intendesse per ‘così’. Così come? Così alto, così grasso, così simpatico… se almeno la gente idiota che non si fa gli stracazzi propri e che si prende delle confidenze indebite con qualcuno solo perché è un disabile e quindi è ritenuto un essere dotato di minore intelletto, se almeno questa gente, pensava Talpa, avesse il fottutissimo coraggio delle proprie azioni e le chiamasse per nome le cose, ci sarebbe meno ipocrisia a ’sto mondo. Comunque, sfogata dentro di sé questa rabbia, decise di sputtanarla in un altro modo, molto più fine, più efficace e senza passare per un cafonazzo. Così disse: “Sì, infatti i miei genitori sono due elefanti thailandesi geneticamente modificati per partorire uomini giganti. Solo che sono stati mescolati male i cromosomi e allora sono venuto fuori borgno.” Ci fu un’esplosione di riso generale tra la fioraia e gli altri clienti e tutti si complimentarono con Talpa che l’aveva messa a posto quella lì. E quella lì infatti non banfò più, anzi, dalla vergogna uscì addirittura dal negozio. Talpa comprò, pagò e si diresse verso il bar. Arrivato a un incrocio grosso, quando gli parve di poter attraversare, prese delicatamente il braccio di uno che era fermo anche lui in attesa e attraversò con la sua guida. Quando misero il piede sul marciapiede, Talpa avvertì il suo accompagnatore incocciare contro qualcosa di cedevole, afflosciarsi in avanti e udì un pianto disperato alla sua destra. Capì di aver schivato per un pelo quel pericolo pubblico e credette per un attimo che il suo accompagnatore, con quello spirito di sacrificio che hanno solo i baldi soldati difensori della patria, sprezzanti del pericolo e della loro stessa vita, glielo avesse fatto evitare per un pelo e si fosse fatto male per salvarlo. Ma fu l’impressione di un attimo: “Ma stia attento cazzo!” sentì Pipistrello gridare al suo indirizzo. “Oh, rintronato! Ma potevi dirlo che eri tu no? – fece Talpa iniziando a spanciarsi – credevo che fosse uno che mi faceva attraversare!” “E tu, parlare no, eh? – rispose Talpa – Anch’io credevo che fosse uno che mi faceva attraversare. Pensa te: un ciecato che accompagna l’altro. Ancora un po’ finivamo tutti e due spetasciati sotto il tram in mezzo all’incrocio! Vatti a fidare dei ciecati!” “Ti sei fatto male?” domandò Talpa piegato in due. Pipistrello era mezzo sdraiato con in mano un cavalletto alla cui sommità c’era una telecamera che puntava verso una chiesa antica. A destra di quelle due teste di nero di seppia c’era presumibilmente la proprietaria dell’apparecchio seduta sul muretto che si asciugava la fronte e che, mentre Pipistrello prenotava telepaticamente un posto in business class per Talpa sul primo mezzo pubblico che si recasse dalle parti del deretano, stava dicendo: “Sono quasi morta dallo spavento! Quella telecamera costa 10000 euro e chi glielo diceva al capo che non era colpa mia! Ma come ha fatto ad acchiapparla al volo prima che si fracassasse?” A pochi metri di distanza Dharma, che si era separata da Pipistrello assieme a Fanale per andare a fare i bisogni di rito, osservava la scena e faceva la telecronaca in tempo reale al vicepadrone e i due se la ghignavano alla grande. Fanale disse: “Dharma, che ne dici di attivare una falsa polizza assicurativa a nome del tuo padrone per danni contro terzi? Noi ci intaschiamo il premio annuale e lui si becca le cause per danni, così scappiamo insieme my darling!” Dharma rispose: “Ci sto, baby! Faccio io il modulo falso scaricando qualche logo da internet!” Fanale si stiracchiò, mentre Pipistrello blaterava qualche cosa sulla serata che avrebbero dovuto passare assieme e sul nuovo programma per simulare le scorregge in ogni loro variante possibile, sia sonora che aulente, programma che aveva scaricato da internet e che avrebbe fatto vedere a lui e a Talpa quella stessa sera. Come faceva spesso, Fanale si mise la giacca per uscire dal lavoro senza avvertire l’amico della sua partenza e abbandonò l’ufficio lasciandolo lì come un pirla a parlare da solo. Una volta in strada gli squillò il cellulare. La voce di Pipistrello risuonò come sempre gentile: “Sei sempre il solito dissociato visivo, quante volte ti ho detto che mi devi avvertire quando esci?” “Dimenticavo: sono già uscito. Ci vediamo stasera, ciao neh?” e chiuse la comunicazione. Il maledetto inverno come al solito picchiava duro, infatti a quell’ora non si vedeva una supernova neanche se ti fosse esplosa sopra la testa, i lampioni erano talmente alti che gli unici che usufruivano della loro luce erano i condor. Fanale prima o poi avrebbe dovuto decidersi a tirare fuori il bastone bianco per darsi una mano al buio. Ma quando lo aveva fatto, usandolo su quel maledetto cavalcavia di fine percorso aveva infilzato a mo’ di spiedino nell’ordine: tre lattine di birra, una ruota di passeggino, una vecchietta di ottant’anni con cagnolino, passeggino e borsa della spesa e cinque rami di betulla. Quindi aveva optato, per illuminare il suo percorso, a favore di un casco da minatore con torcia annessa. Il problema fu che aveva dovuto rinunciare subito all’idea, perchè tutti quelli del quartiere lo fermavano in continuazione scambiandolo per un capo cantiere, insultandolo per gli eterni lavori in corso. Addirittura uno aveva tentato di impiccarlo al primo albero perché davanti al suo portone c’era un transennamento da circa quattro anni. Dopo aver sbattuto in faccia il telefono a Pipistrello intrasentendo un qualcosa come un vaffa o roba del genere, proseguì impavido e fischiettante nel percorso che lo avrebbe portato verso il luogo dove aveva appuntamento con Luce. Prima di raggiungere la gentil consorte però, doveva fare alcune commissioni. Aveva deciso di regalare una moneta antica a sua nipote che stava iniziando a farne la collezione e ne aveva giusto una che aveva ereditato da un suo antenato morto nella Grande Guerra (probabilmente perché non vedeva un accidenti di niente di giorno, figuriamoci in mezzo alla battaglia). Ma prima di regalarla voleva andare da un numismatico a farsela valutare e ad accertarsi che non fosse una ‘sòla’, ma che fosse effettivamente una moneta antica di un certo valore. Aveva chiesto informazioni a un amico che gli aveva indicato con molta cura il negozio da consultare, con talmente tanta cura che Fanale era straconvinto di non toppare. Invece toppò clamorosamente. Infatti entrò e mostrò la moneta a colui che stava dietro al bancone, l’uomo imperturbabile lo informò che quello era un negozio di moda inglese e per rendere più veritiera l’affermazione, ostentò una perfetta flemma britannica, sebbene si stesse chiedendo se aveva a che fare con un burlone o con un alzheimer e non sapesse se ridere o cacciarlo fuori a pedate. Fanale si guardò attorno basito e vide scaffali desolatamente vuoti con qualche maglia qua e la, e uscì depresso chiedendosi se la moda inglese era così essenziale o se erano messi proprio male tanto da essere scambiati per un negozio di numismatica. Rinunciò a far valutare la moneta del suo avo il quale si ricevette un insulto gratuito dall’ingrato discendente. Non poteva lasciargli una casa? E quanto a sua nipote, non era ancora così accorta: le avrebbe raccontato qualcosa inventata lì per lì, tanto l’aria antica quella moneta ce l’aveva. Proseguì verso il centro, concedendosi una passeggiata a ritmo più lento sotto i portici, tanto, quella sera, era stranamente in anticipo. A un certo punto, però, colpì in pieno con il piede una scatola di metallo, spazzando un pallonetto da far invidia agli specialisti delle punizioni da fuori area. Si guardò intorno perplesso e vide che un barbone stava raccogliendo stizzito tutte le monete sparse sul marciapiede. Capì di aver dato un calcio alla ciotola delle elemosine e, mortificato, mise mano al portafoglio, ma poi ci ripensò. Era sicuro, dai rilevamenti che aveva fatto, di essere al centro del portico largo almeno 6 metri: non poteva piazzarsi vicino al muro quell’altro lì con la sua ciotola, invece di rompergli le palle mettendosi in mezzo al passaggio? Niente scuse, niente elemosina, ma disse tra il faceto e l’incazzato: “Ma non la sai la regola dell’accattonaggio? Ogni barbone è tenuto a custodire la ciotola a trenta centimetri dal proprio fagotto per non creare barriere architettoniche a chi non vede un cazzo. E scommetto che non sei neanche iscritto alla camera di commercio dei ‘clochards’.” E ora veniva la parte più incasinata. Si ostinava sempre a redarguire la consorte sul fatto che quando si davano un appuntamento con lei in auto e lui che sopraggiungeva a piedi, gli dovesse dare qualche indizio o riferimento sicuro per evitare la banale gaffe di salire in auto altrui. Purtroppo come tutte le mogli, Luce se ne strafregava di ciò che diceva il consorte e perciò quella sera gli aveva dato appuntamento davanti alla stazione di fianco a un cartellone pubblicitario. Man mano che si avvicinava, Fanale rifletteva sul fatto che questi pochi indizi non erano sufficienti per un mezzo ciecato come lui. Infatti: macchina blu, cartellone, lampeggianti, ora giusta. “Forse ci siamo! Tutto quadra!” pensò. Quindi aprì la portiera anteriore destra e si accinse a salire, quando dall’interno una voce bassa e cavernosa che non poteva essere quella di Luce gli esclamò: ”Posso fare qualche cosa per lei? Sono della finanza.” “Caspita! – pensò allarmato Fanale – Adesso questo mi becca che non pago il canone Rai, che frodo il fisco, che ho la casa piena di cd taroccati, è meglio che me la do!” “Be’, cercavo mia moglie, ma evidentemente…” “O ha fatto il condono fiscale o è scomparsa perché evidentemente io non sono sua moglie.” “Mi scusi, ho sbagliato macchina.” “Ho un appostamento: se si dilegua mi fa un favore, che non abbiamo tempo da perdere.” Chiuse la porta con cautela, se no quello s’incazzava di brutto, e si volatilizzò peggio di un rapinatore, pensando dolcemente all’amore coniugale e stramaledicendo i regali di Natale. Luce era lì a pochi metri che si godeva la scena e ridacchiava tra sé, poi, vedendo che Fanale si dileguava dalla parte opposta, lo chiamò con gran schiamazzo, ma con profondo amore e rispetto:“Sono qua, deficiente!” E i due finalmente si trovarono. La missione, accettata con libera coazione da Fanale, era di andare a comprare un paio di scarpe. Raggiunsero felici come due colombelle il negozio, dove lei avrebbe provato un centinaio di scarpe mentre lui si sarebbe messo a bighellonare qua e là per ammazzare il tempo e per vedere se c’era qualche spunto per quei classici regali di Natale fatti per dovere e che sai benissimo che saranno buttati nella pattumiera, o, nel migliore dei casi, riciclati dal ricevente come regalo dell’anno dopo, sperando che non ti ritornino sulle croste belli e impacchettati come mamma li ha fatti. Luce, sapendo che Fanale era pericoloso a briglia sciolta e soprattutto era annoiato, gli lanciava ogni 30 secondi un segnale sonar per fare il punto posizione. Lui dal canto suo esplorava i meandri del negozio, quando a un certo punto, non ci poteva credere, vide una cosa che gli piaceva un casino: un impermeabile bellissimo. Esclamò: ”Guarda amore che bel soprabito! Sembra quello del tenente Colombo!” Così dicendo afferrò la manica per sondare il tessuto. Chiese a Luce se poteva provarlo, bisogna sempre chiedere il permesso alle donne, ma lei attonita gli rispose: “Cretino! Quello non è un manichino, è un cliente! Lascia stare e vieni via!” Fanale esterrefatto osservò meglio il manichino. Accidenti, sembrava morto, biondo, pallido, immobile, fra due scaffalature. Si allontanò velocemente, ma purtroppo il mondo è piccolo e la cassa era unica e il fato volle che se lo ritrovarono dietro; a questo punto prese il coraggio a quattro mani e, vincendo il gusto amaro dell’onta, si girò e si scusò, cercando di spiegargli il problema di vista. La moglie, in stato interessante, cominciò ad avere le convulsioni per le risate, tanto che la cassiera aveva paura che glielo facesse lì, seduta stante. La donna, sdraiata per terra per evitare di farsi la pipì addosso, spiegò al povero Fanale e a Luce che suo marito non si era mai spaventato così. Pipistrello era tremendamente in ritardo perché aveva perso dieci minuti preziosi per finire il suo soliloquio, per capire che l’ufficio era deserto, per telefonare a Fanale e fargli il culo a tarallo, e infine per prepararsi a uscire per raggiungere Talpa e andare insieme per regali. Si avvalse del suo bastone di un colore bianco fluorescente che, a detta degli autoctoni, sarebbe comandato da un migliaio di satelliti in orbita geostazionaria. Qualcuno dei non appartenenti alla specie di Ciecagna gli aveva suggerito di equipaggiare la sua supercanna con fari alogeni a duemila watt e magari un belllo specchietto retrovisore. Mentre stava attraversando la strada introdusse accidentalmente il mitico bastone all’interno di una vettura ferma sulla sua traiettoria col finestrino abbassato per far uscire il fumo della sigaretta del conducente, il quale, vistosi minacciato da quella punta ormai corrosa tentò di nascondersi sotto lo sterzo, ma troppo tardi! Dovette subire una minuziosa detartrasi con successiva rimozione forzata di due ponti; in più gli cadde la sigaretta che gli bruciò i pantaloni proprio in corrispondenza degli zebedei. Pipistrello, accompagnato dagl’insulti del malcapitato, sfilò con decisione la canna, aggirò il veicolo e proseguì verso la fermata del pullman. Scese alla fermata giusta, che già era una gran cosa, e si piazzò stile palo della luce davanti al portone. Dopo un buon quarto d’ora, quando ormai si era già rotto le palle, arrivò Talpa trafelato. “Scusa! Ho avuto un attacco fulminante di squaraus!” si giustificò Talpa. “Per forza – fece Pipistrello – sei un ciccionazzo! Chissà che porcate ti mangi a pranzo! Muoviti che è tardi e sono congelato come una lastra di permafrost!” “E il cane?” chiese Talpa mentre si avviavano con i loro bastoncelli ticchettanti in fila indiana, Pipistrello davanti e Talpa dietro. “È a casa in mutua, ha l’influenza. Oggi pomeriggio ha vomitato tutti i santi dell’empireo sulla moquette dell’ufficio e allora gli ho chiamato un taxi e l’ho spedita a casa.” Mentre parlava, Pipistrello urtò col bastone qualcosa che sembravano gambe umane e sentì da una vocina poco più che infantile: “Mettitelo nel culo quel bastone!” “Scusami, non ti ho visto!” fece Pipistrello col tono più flemmatico di cui era capace.Di solito tra i due era Pipistrello quello che si scaldava di più e Talpa fu sorpreso di vederlo mantenere il fairplay con apparente facilità. Invece fu proprio Talpa a scattare allorchè la vocina strafottente replicò alle scuse dell’amico: “No, mettitelo nel culo quel bastone!” “Brutto stronzetto di gagno impestato! Non vedi che questo è un bastone bianco per ciechi? Imbecille!” “Innanzitutto – fece l’adolescente – non sono un maschio, sono una femmina, e poi metteteveli nel culo quei bastoni!” Pipistrello, che stranamente riuscì ancora una volta a mantenersi calmo, tentò di spiegare la dinamica dei fatti a quella mocciosetta. Le prese la mano per simulare il movimento ad arco del bastone e tentò di spiegare: “Vedi, il bastone si muove così, non si muove con forza, quindi non posso averti fatto male, poi ti ho chiesto scusa...” “Lasciami! Sono minorenne! Ci sono i carabinieri qua di fronte, adesso ti denuncio!” e si avviò dall’altra parte della strada verso una pattuglia ferma sul marciapiede mentre Pipistrello e Talpa la seguivano, con il secondo che sacramentava come un pazzo contro la cretineria dei truzzetti da periferie degradate e l’ignoranza che li anima. “Ehi, giù le mani eh?” ordinò uno dei carabinieri con un inconfondibile accento di Courmajeur, nota località balneare vicino a Posillipo. “No, mi scusi, ma io devo salvaguardare la mia reputazione.” affermò Pipistrello, al che Talpa smise di cristonare ed esplose in una sincera risata. “Le ho solo preso la mano così – continuava intanto Pipistrello riprendendo la mano della ragazzina che si irrigidì per istinto – per farle vedere il bastone bianco.” “Va buo’, va buo’ – fece il carabiniere che aveva capito l’antifona – però stateve accuort eh?” Si allontanarono, i due ciecati da una parte e la mocciosetta dall’altra. “Però in fondo mi fa un po’ pena. – disse dopo qualche minuto Talpa, quando si fu calmato – Per reagire così, chissà quante lorde dev’essersi presa nella sua vita, poveraccia!” Pipistrello annuì pensieroso, ma intanto erano giunti al supermercato al calduccio. Chiesero informazioni su dove potessero trovare gli articoli che interessavano e furono accompagnati da un commesso al reparto giusto. Mentre si smaltiva una piccola coda davanti a loro, il commesso volle fare conversazione con i due avventori. “Ma voi – esordì – dove abitate? In una comunità, un centro per handicappati?” Mentre Talpa voleva suonargli un a solo di trash metal col bastone su quella bella testa di cazzo che si ritrovava, Pipistrello, oltremodo flemmatico quel giorno, disse con naturalezza: “Viviamo con le nostre mogli, ognuno a casa sua.” “Ah, ma siete sposati? Ma perché, voi potete sposarvi? Ma le vostre mogli sono non vedenti anche loro, sì?” “Mia moglie è non vedente, – spiegò Pipistrello – la sua ci vede.” “Sua moglie ci vede? Incredibile!” concluse allora il commesso rivolto al Talpa, con la bocca spalancata dallo stupore a mostrare i suoi quarantacinque denti. Forse stava pensando che se quelli della Ciecagna si mischiavano con gli autoctoni sarebbe nata presto una razza di mutanti dal comportamento imprevedibile, dio ne scampi! Talpa pensò che, visto che era arrivato il loro turno, se quell’allampanato non si muoveva a dargli una mano invece di starsene lì a bocca aperta come se avesse visto la madonna con la minigonna e il chiodo, com’è vero Stevie Wonder, gli avrebbe fatto saltare a bastonate tutti i denti e si sarebbe fatto una dentiera da Dracula per carnevale. Tuttavia quello continuò imperterrito: “Ma sua moglie lavora o la assiste?” “Lavoriamo tutti e due.” fece Talpa spaccando in due con un morso il bastone di Pipistrello. “Ah, ma lei lavora! Al limite pensavo che la mantenesse sua moglie! E cosa fa sua moglie?” “L’infermiera!” Rispose Talpa ingoiando uno dei due segmenti del bastone di Pipistrello come se fosse di cioccolato. “Ma che brava! Certo, lei ha bisogno di un’infermiera che l’assista!” Talpa ingoiò anche l’altra parte del bastone a fari alogeni, sputò la punta dritto in fronte al commesso poi, duro come un panotto, completò con l’amico gli acquisti e pagarono alla cassa ringraziando sant’Orbo, protettore dei ciechi valdostani, di non aver trovato un cassiere che chiedeva come facevano a pagare se erano ciecati e guadagnarono l’uscita. “Secondo me – disse Talpa quando furono in strada – quello lì credeva che noi fossimo asessuati. Sembrava stralunato all’idea che anche noi possiamo avere delle donne e non per forza ciecate.” “Guarda, – fece Pipistrello – ti racconto cosa mi è successo quando sono andato a comprare quella saponetta a forma di bernarda che ti ho regalato per l’addio al celibato.” Era tre anni addietro. Pipistrello e un altro amico comune avevano avuto l’idea di regalare a Talpa qualcosa che gli si confacesse e Pipistrello aveva trovato sulle pagine gialle un sexy shop vicino al lavoro. Ci era andato a piedi uscito dall’ufficio e aveva chiesto a due vecchietti incontrati per strada che gli indicassero esattamente dov’era quella via e quel numero civico. I due vecchietti che si reggevano in piedi per grazia ricevuta si offrirono di accompagnarlo. “Benedetto figliolo – gli dicevano durante il tragitto – devi pregare Dio, chissà che un giorno non faccia il miracolo e ti ridia la vista. Guarda, qui c’è una chiesa: vuoi entrare per pregare?” “Abbia pazienza, ma ho fretta!” “Va bene figliolo, però prega neh? Prega il Signore. Ecco, siamo arrivati, Qua c’è un portone.” “No, ma io devo andare in un negozio. C’è un negozio qui?” “Sì... c’è un negozio... ma... questa... è tutta roba strana... non è roba per te...” balbettarono i due vecchietti sull’orlo di una sincope. Pipistrello fece: “Perché? Credete che noi non facciamo sesso, non ci masturbiamo e non possiamo essere anche un po’ feticisti? Mica siamo dei monaci, tutti casa e chiesa aspettando il miracolo!” “Ma benedetto figliolo! Lo sai che l’onanismo fa diventare ciechi? Non mi dire…” “Esatto! Come credete che io sia diventato cieco? Sono un segaiolo io, un dannatissimo segaiolo, me misero! Ma ormai sono un’anima dannata, andrò all’inferno per il mio peccato di mano e l’inferno lo stò già vivendo qui ed è la mia cecità, la giusta punizione. Non tentate di redimermi, tanto ormai non c’è più niente da fare! Lasciatemi cadere nel baratro, sprofondare nel vizio immondo, o voi anime pure! Non insozzatevi con me! Che io serva da monito a tutti i popoli eiaculatori manuali!” sbottò Pipistrello con un pathos degno di una tragedia greca e del quale non si credeva capace. “Uh signur (nel nome del padre, figlio e spirito santo)…” fecero i due poverini e stramazzarono all’unisono sul marciapiede. L’appuntamento con l’altro mezzo ciecato era nel solito bar. Quando vi giunsero Fanale non era ancora arrivato, così si sedettero e attesero, mentre quel fenomeno del barista attaccò una nenia lagnosa: “Ah, sapete, anche mia nonna era cieca! Però pensate: mi diceva l’ora contando i rintocchi delle campane, poi ascoltava sempre la radio e mi raccontava tutte le notizie! Incredibile!” “Caspita! Una nonna svicia neh?” lo sfottè Talpa, ma il barista non colse l’ironia nella sua voce. Meglio così, se no avrebbe potuto sputazzare nel crodino che nel frattempo, dopo l’arrivo di Fanale a completare l’allegra brigata, Talpa aveva ordinato. Fanale salutò: “Ciao storditi!”e si lanciò nell’ordinare un aperitivo della casa, puntò gli stuzzichini sul bancone e allungò la manaccia per prendere un salatino. Purtroppo infilò le altre tre dita in due budini a fianco dei salatini lasciandovi le sue impronte di ‘Homo Aperitivus’. A quel punto il barista, quello della nonna, che non aveva evidentemente capito che Fanale era mezzo ciecato, si trasformò in men che non si dica in uno sceriffo federale alla vista della sua merce preziosa così indecentemente rovinata: “Senti un po’ spiritosone, hai due possibilità: o ti mangi tutti e due i budini improntati, paghi e ti togli dai piedi, oppure se sei diabetico paghi, non li mangi e ti dilegui in quanto i giocherelloni non sono graditi.” Fanale replicò:“Vedo che sei gentile e comprensivo come un pitone!” Pagarono tutti e tre e si smaterializzarono. Primavera Il Natale era passato portandosi dietro il suo carico di feste, bagordi e regali. Il giorno di Natale Talpa aveva fatto con grande gioia un regalino a un simpaticone che aveva parcheggiato la sua bella cabrio nuova e fiammante davanti al suo caro amico bidone dell’immondizia e contro la quale si era quasi sfracellato le ginocchia attraversando la strada lanciato come una palla di cannone: gli aveva versato sul tettuccio tutto il contenuto del sacchetto della spazzatura, costituita dalle frattaglie del pesce e di altri animali consumati durante il pranzo, più qualche altra schifezza puzzolente. E il simpaticone in questione doveva anche ringraziare che non aveva il tettuccio aperto, se no senza tanti problemi glielo avrebbe versato tutto dentro. Questa considerazione Talpa gliela scrisse anche sul bigliettino che compilò col suo nome, cognome e indirizzo, tornato di corsa in casa incazzato come una iena, e che gli lasciò sul parabrezza, sotto il tergicristallo come una multa. Andasse a dirgli qualcosa adesso! A parte questo, Talpa aveva ricevuto anche qualche bel regalo, tra cui una batteria, una di quelle da suonare, non di pentole, e l’aveva montata in soffitta che presto si trasformò in una sala prove a tutti gli effetti: assieme a Pipistrello alla tastiera, a Calimera alla voce e a un chitarrista e un bassista loro amici, aveva messo su una band che aveva installato tutta la sua strumentazione in pianta stabile in quella soffitta, per la gioia dei vicini di casa. La prima sessione di prove poté svolgersi solo i primi giorni del nuovo anno per questioni organizzative e logistiche: c’era da montare la batteria e da capire esattamente come e dove doveva essere sistemata tutta la strumentazione: amplificatori, mixer e così via. Pipistrello era tutto eccitato: lui, formazione classica con contaminazioni jazz e rhythm ’n blues, con un discreto passato di sessionman quasi per nulla retribuito e di rampante musicista di pianobar, per la prima volta entrava nel rock puro, sebbene come dilettante. Quel giorno si era portato la tastiera in ufficio perché i tempi erano strettissimi e non poteva più passare da casa, ma doveva essere subito da Talpa. Arrivò in ufficio completamente flippato e Fanale decise subito che, se non voleva che all’amico pigliasse un colpo apoplettico seduta stante, doveva fare assolutamente qualcosa. Con la scusa di portare fuori Dharma, andò immediatamente a comprare delle basi musicali scatenate per farlo sfogare nella pausa pranzo e anche prima, se la situazione diventava insostenibile e già che c’era comprò un microfono da collegare direttamente alla tastiera per fare karaoke. Pipistrello, elettrizzato, si esibì per gran parte della giornata in perfette performances, da quell’animale da night che era e fece cantare anche gli altri dell’ufficio, soprattutto Pinuz, che essendo stato per lungo tempo a New Orleans, dalle jazz band di strada aveva imparato molto. Poi, all’ora canonica, uscì di corsa con Dharma che da qualche ora gli stava facendo notare una curiosa somiglianza tra l’ululato di una lupa sull’orlo di un esaurimento nervoso e il suo leggiadro modo di cantare. Centrò miracolosamente le porte aperte dell’ascensore, entrò deciso e spiaccicò contro la parete una povera collega che rimase attonita a osservare il baldanzoso ingresso dei due. Imbarazzato Pipistrello chiese scusa e di lì a poco uscì dirigendosi verso i famigerati tornelli. Come era solito fare passò frettolosamente il badge nell’apposita fessura (onde evitare prodigiosi servigi di colleghi samaritani) e finalmente uscì. “Dharma! – chiamò una volta. – DHARMAAA! – Urlò col suo vocione reso rauco da quella giornata intensa, che lo faceva sembrare Louis Armstrong con la bronchite. – Qui, pezzo di un cane ritardato!” “Specie di cieco sottosviluppato – pensò la bestiola che intanto era rimasta appesa con il guinzaglio alle sbarre dei tornelli – non ti rendi conto che non posso andare avanti, testina di anguria?” Pipistrello si chinò cercando affannosamente il cane e finalmente, dopo aver spostato un’ingente quantità di metri cubi di aria, lo trovò quasi cianotico. “Oh cavolo! Scusa piccola!” “Eh, scusa un belino! – ringhiò la bestia appena ebbe fiato. – Non solo mi fai mangiare da schifo, a momenti mi spedisci dritta al creatore sempre che quest’ultimo abbia l’infinita bontà di accogliere anche i quadrupedi. E fammi almeno la respirazione muso a bocca!” Pochi minuti dopo erano sul taxi. “Gente con i vostri problemi dovrebbe rimanere chiusa tra le mura di casa propria!” Sentì dire all’improvviso dal taxista. Non poteva credere alle sue trombe di eustachio che ormai avevano subito ogni tipo di trattamento. “Prego?”replicò. “Stò sognando!” si disse. “Sì, siete solo parassiti della società! Un peso e basta!” ribattè l’incauto taxista “Parassiti?” Pipistrello ormai vedeva rosso, il sangue cominciò a circolargli vorticosamente in corpo: “Cosa faccio, – si chiese – lo ammazzo, lo mando a cagare o...?” “Dovrebbero togliervi i buoni e destinare i soldi ad altri servizi più redditizi.” “Però – replicò Pipistrello – a te non ti fanno schifo i buoni degli handicappati vero, pezzo di stronzo malcagato? Ferma ‘sta cazzo di macchina di merda che ti spacco il culo, figlio di puttana!” “Ahaha magari! – ridacchiò sadicamente Dharma dal baule sognando botte da orbi con capitolazione finale e definitiva di quell’orbaccio del suo padrone – Pensa che bello togliermi ‘sto schifo di maniglione e limitarmi a portare le ciabatte al mio padrone in salotto! Ma no – i pensieri nel testolino del pastore tedesco si accavallavano entrando in contrasto l’uno con l’altro – come potrei vivere una vita di ozio? Pensa quante ghignate in meno! No no, stò bene così col mio destino di cane guida. Sono l’unica a poter viaggiare in prima classe in eurostar a entrare negli alberghi di categoria di lusso… Beh, posso entrare anche dove non mi vogliono! Che culoo! a taxista! ma vaffanculo va’!” Intanto, il furioso battibecco tra Pipistrello e il taxista continuava. Quest’ultimo non aveva fermato la macchina perché si era cagato in mano vedendo che Pipistrello, alto almeno trenta centimetri più di lui e spesso il doppio, era seriamente intenzionato a spaccargli la faccia, cioè quella cosa informe che usava per sedersi sul sedile, ma da buon truzzetto sbruffone continuava a insultarlo del tipo: “Ci vorrebbe Hitler per gente come voi!” e via andare. Pipistrello, dal canto suo, era fermamente convinto che agli insulti senza costrutto bisognasse rispondere solo con gli insulti, oltre che con le legnate, ma non aveva intenzione di rischiare la vita solo perché quel bastardo non fermava la macchina e allora continuò a distruggerlo a furia di improperi a lui, a sua madre e ai suoi morti. D’altronde era l’unico modo per farsi capire da gente di quella risma. In men che non si dica arrivarono alla meta. “Comunque ti denuncio, pezzo di merda!” urlò Pipistrello al taxista che nel frattempo aveva chiuso la portiera certo di poterla far franca: come poteva individuarlo un povero vermiciattolo cieco? Evidentemente il tapino aveva fatto i conti senza l’oste e se ne rese ben presto conto quando si vide arrivare una sanzione disciplinare dalla cooperativa di cui faceva parte, così come grosso modo era capitato molti anni prima al padrone di casa di Pipistrello che, credendo che i ciechi fossero anche malati di mente, pensò bene di dargli il benservito battendosene allegramente di ogni norma sui contratti di locazione, ma la festicciola gliela preparò Pipistrello che gli fece tappezzare la buca delle lettere con una serie di avvisi di garanzia. “Chi è?” la voce di Talpa risuonò limpida dall’altoparlante del citofono. “Le pompe funebri! E chi cazzo vuoi che sia? Sono Pipistrello, no? Apri dài!” Intanto i compagni di gruppo, complice anche Calimera, pensarono di approfittare dell’assenza momentanea di Talpa e cambiargli la disposizione dei pezzi della batteria per fargli uno scherzetto. “Ma come cacchio suoni oggi Talpa! Che te sei fumato!” “Bastardiii! Adesso mi rimettete a posto la batteria e me la lucidate anche!” A notte fonda, dopo almeno un centocinquanta telefonate della Pipi, una decina di birre e una gara di rutto libero al microfono, le prove ebbero fine. Si svolse anche un rito tribale per l’ingresso di Pipistrello nel mondo dei rocchettari. Questo rito consistette in un «a solo» massiccio di Talpa, durante il quale l’asta sulla quale stava un piatto, quello più grosso, cadde in avanti e Pipistrello, che si era piazzato malauguratamente proprio a ridosso di quel piatto, se lo ricevette di taglio sulla schiena. Però fu coraggioso, non emise neanche un urlo strozzato, superò la prova e fu accettato tra i rocchettari. Il fatto poi che stramazzò col muso in avanti spaccandosi il naso contro il muro e che avrebbe dovuto essere portato via con il 118 se Calimera, da infermiera provetta qual’era, non gli avesse ridotto la frattura a mani nude con una mossa secca e repentina, in effetti non ebbe molta importanza. I componenti del gruppo, dopo la centocinquantunesima telefonata della Pipi che reclamava il marito per fare la lista della spesa, decisero di andare in birreria a farsi l’ultimo goccetto ad alta gradazione alcolica. Si portarono sul marciapiede antistante l’abitazione del Talpa. A Pipistrello sopraggiunse come un ciclone, l’impellente necessità di liberare un poderoso starnuto e, avendo le mani occupate dalla strumentazione, voltò la testa di centottanta gradi e scaricò il suo tsunami sulla faccia di una povera ragazza tirata al massimo del suo splendore che disgrazia sua si trovava a passare di lì proprio in quel momento. Si seppe, successivamente, che la malcapitata dovette rifarsi il lifting e si trovò costretta a girare con un’ombrello a portata di borsetta. In quei primi mesi dell’anno Fanale non fu da meno quanto a iperattività. Decise innanzitutto di darsi allo sport, ma non all’ippica come molti, prima fra tutti Luce, gli avevano suggerito. Si iscrisse a una piscina comoda da raggiungere deciso a portare fino in fondo l’impresa. La prima uscita andò abbastanza bene, partì dalla prima corsia e arrivò in fondo in quarta praticando il nuoto diagonale.Terminate le sue circa due vasche e mezzo, stremato dallo sforzo di un bagaglio di qualche chiletto messo sulla panza che sembrava quasi quella di Talpa nonchè dall’altro sforzo non minore di evitare di ammazzare qualche nuotatore, uscì dall’acqua e si infilò l’accappatoio pensando che non era andata poi tanto male, cioè non si era fatto figure di merda. Santa ingenuità! Dal fondo della vasca un tizio gli urlò: “Ehi tu! Molla subito il mio accappatoio!” “E te pareva che non combinavo qualche casino! Iniziamo bene l’anno! Ma mi domando come cavolo facciano questi vedenti a riconoscere il loro accappatoio da cinquanta metri!” Non pago delle due ore settimanali di nuoto, si iscrisse anche in palestra. Però non era mica facile essere mezzi ciecati in una palestra. I primi tempi soprattutto bisognava spiegare a tutti che non li stavi prendendo per i fondelli se non li salutavi, perché eri troppo impegnato a evitare di finire nello spogliatoio delle donne (solo per decenza, sia chiaro) e non potevi fare tutte e due le cose contemporaneamente. Poi c’erano le aquile che dopo averti visto salutare e parlare con una pianta scambiata per l’istruttrice ti chiedevano: “Hei ma tu ce l’hai la patente?” Risposta:“Ma vattela a prendere nel bilanciere!” In poco tempo Fanale divenne di casa (e anche di cassa) in quella palestra, ma qualche casino succedeva sempre. Una sera come tante si cambiò per eseguire le sue fanalfatiche ed entrò nella sala attrezzi salutando Grazia, la sua istruttrice. Ogni volta che la vedeva gli si accendevano gli anabbaglianti. “Ciao Gra’. Sono entrato in sala pesi?” “Si, perché me lo domandi?” “Perché ieri sono entrato per sbaglio nella sala a fianco dove praticano kickboxing, e visto che sono pelato mi hanno scambiato per un maestro tibetano e mi hanno gonfiato come un pallone sonda!” Completati gli esercizi recuperò le chiavi dell’armadietto depositate nel suo posto solito per non confonderle con le altre. Avviatosi nello spogliatoio, constatò che era impossibile aprire l’armadietto. Quindi chiese lumi al capo Mastrolindo. Anche lui concluse che la serratura era ciccata e scattò subito un consulto su come far saltare in aria il suddetto armadietto. Fanale intanto aveva notato gli stessi movimenti su un altro armadietto di fianco al suo. Tutti quanti ebbero un colpo di neuroni vinti alla lotteria, e conclusero che si trattava di uno scambio di chiavi provocato dalla sbadataggine di Fanale che aveva prelevato un’altra chiave. Ritardo provocato per il consulto: trenta minuti. Persone coinvolte: otto più spettatori fancazzisti. Tutti si voltarono verso Fanale e gli proposero di diventare, per la mezz’ora successiva, per espiare il casino fatto, il nastro del tapis–roulant. “Mannaia quanto siete nervosi, meno male che venite qui per scaricarvi!” Concluso l’incidente e ridotto a una sogliola con quattro arti umani, Fanale si fece la doccia, cercando di non confondere il lavandino con gli urinatoi e uscì. In quella primavera che ormai sbocciava, la novità più grossa era che Fanale aveva comprato casa, piantandola lì, dopo anni, di stare in affitto e di buttar via paccate di soldi a uffa. Non potendosi permettere i servigi di un professionista, visto che avevano dato fondo a tutte le loro risorse economiche avevano pensato bene di fare tutto da sé. Così, in precario equilibrio, Fanale, insieme a Luce, stava cercando di dare il bianco al soffitto. Da un po’ di tempo la gentil consorte gli faceva ‘na capa tanta con Pipistrello che era in gambissima, faceva tutto, aveva rifatto l’impianto elettrico a casa dei suoi suoceri, aveva montato l’autoradio a tre suoi amici, eccetera eccetera. “Invece tu – gli diceva – non sai fare un tubo di niente!” Quando si dice l’omologazione! Fanale aveva provato a farle capire che i ciecati non erano tutti uguali, ma, come per tutti, c’era chi era più portato per i lavori manuali e chi per quelli teorici. Non c’era stato verso e così, con ‘sta mania che anche i ciecati possono fare tutto, gli toccò fare il fenomeno da circo sulla scala: più che dare vernice al soffitto, gli sembrava di essere l’uomo Ragno versione handicap. Luce, che intanto teneva la scala per impedirgli di cadere rispose alle sue lamentele con un soave: “Zitto e vernicia!” Tra una mazzata e l’altra sul soffitto Fanale a un certo punto ebbe l’impressione di cadere dalla scala, dato che non se la trovò più sotto i piedi. Altro che impressione stava planando sulla gradinata del mansardato che stavano verniciando. L’impatto fu inevitabile data la gravità terrestre. Sbattè la testa due volte rimbalzando sugli spigoli dei gradini come una palla da bowling e atterrò definitivamente sul pianerottolo, tutto ricoperto di sangue. “Mazza, è proprio vero che i calabrotti hanno la testa dura!” pensò. Luce spaventata chiamò subito il 118, spiegando l’accaduto. Intanto Fanale era incazzato nero, rimanerci secco dopo appena sei mesi che aveva comprato la casa... e poi che cacchio, di solito nei film quando stai per tirare gli ultimi, primo svieni, secondo ti passa tutta la vita davanti Invece niente: rimase cosciente tutto il tempo, sorbendosi un male bestia alla capoccia, in più, come ciliegina sulla torta, sentì la conversazione tra Luce e il 118: “Sì, è caduto e ha sbattuto... Sì sì! È maggiorenne... Il suo gruppo preferito sono...” Fanale reagì rabbiosamente urlando all’indirizzo della centralinista: “Senti un po’ pezzo di ER dei miei stivali! Se vuoi sapere la mia biografia te la scrivo dopo che mi avrai mandato un’ambulanza, chiaro?” La centralinista disse a Luce: “Ok, era quello che volevo sentire, stia tranquilla, è reattivo, quindi niente di grave!” Luce corse a prendere del ghiaccio da mettergli in testa, naturalmente non ce n’era neanche un cubetto. Allora prese dei bastoncini di pesce surgelati e glieli schiaffò sulla pelata. Per quanto riguarda il film della sua vita invece, più che scorrere i fatti salienti, cadendo vide scorrere nell’ordine: il quadro d’argento con una foto di Torino che si frantumò al suo passaggio, la ringhiera della scala scheggiata dalle sue scarpe e infine vide esplodere la plafoniera di vetro di Murano appena comprata e piazzata, ecco il film che aveva visto, maremma imbianchina! Dopo circa 7 minuti arrivarono i ragazzi del 118. “Che velocità ragazzi! E poi dicono che la sanità non funziona!” Lo imbracarono e lo caricarono sull’ambulanza e, con il pesce che gli si stava scongelando in testa, appestò l’abitacolo durante il tragitto che era tutto un salto e gli faceva rimbombare come un gong la materia che c’era dentro a quello che rimaneva della sua scatola cranica. “Ragazzi, ma da dove cacchio state passando? Sembra di essere a Bagdad dopo i bombardamenti intelligenti!” Arivarono a tempo di record in pronto soccorso. Lo ricucirono con dieci punti: un Fanale rotto praticamente ricucito. Il doc guardandolo gli disse: “Ti è andata bene, la prossima volta lascia fare ai professionisti, c’è giusto mio cognato che è un imbianchino provetto. Non ti preoccupare: ho la stecca solo del venti per cento sulle commissioni che gli trovo. Ah, dimenticavo: prima di uscire tua moglie mi ha dato una maglietta pulita, cambiati ’sto schifo che sembri un vampiro sbrodolato!” Fanale si mise la maglia pulita e si alzò faticosamente avviandosi all’uscita. Ma a un certo punto fu circondato da un sacco di camici bianchi che lo fissavano ridendo. Fanale li guardò con aria interrogativa, troppo intontito per chiedere. Gli altri gli dissero: “Bella magliettina ti ha portato la tua mogliettina!” Un altro disse: “Sì, ma per un po’ stai calmo... dopo questa botta!” Fanale abbassò lo sguardo sulla sua maglietta e si rese conto che era quella con tutti gli angioletti e i diavoletti in posizioni varie da kamasutra. Cercando di darsi un contegno salutò i sanitari e uscì. Fuori l’aspettava Luce che lo prese sottobraccio e si avviarono all’auto, ma un tizio gli corse dietro dicendogli: “Ehi amico! Questo casco da moto è tuo? Visto che hai la testa rotta magari sei un motociclista!” Fanale si girò ma non rispose perché una fitta gli impedì di proferire pensiero... ci mancava anche di diventare lo smemorato di Collegno! Canottaggio Fanale allungò la mano verso il telefono per ascoltare la segreteria della polisportiva, un’associazione a delinquere di stampo sportivo che si occupava di attivare convenzioni varie per invogliare i disabili allo sport. “Incredibile... ma senti che razza di sport propongono per un ciecato!” Nell’ordine: un corso di tiro con l’arco, un corso di golf, ping pong per ipovedenti e un corso di guida veloce sui go-kart per ciechi totali. “Ma porca vacca, qualche cosa di normale no, eh?” Mentre stava per sbattere giù il telefono riservandosi di prendere per il culo vita natural durante il suo caro amico presidente della polisportiva, sentì una cosa interessante, un corso di avvicinamento al canottaggio. “Mmmh! Bello!” Però da solo sarebbe stato una palla, quindi chiamò Talpa e dopo una serie di convenevoli da maschi maiali, affrontò l’argomento: “Ueh Talpo! Saltamo le stronzate e passiamo al dunque. Avresti voglia di fare un corso di canottaggio?” “Perché no? Al massimo vi faccio da scialuppa di salvataggio!” rispose questi che in quanto ad autoironia non aveva niente da invidiare a nessuno, quando era in forma. Toccò a Pipistrello che rispose: “Pur di sfangare i lavori domestici farei anche parapendio senza paracadute!” Il corso era minimo per quattro persone e Fanale rivoltò come sassi i suoi neuroni finchè gli venne in mente un suo amico non di Ciecagna (non tutti sono perfetti) col quale però si era creata una buona complicità. “Cià Mousse – salutò Fanale sentendo la vocina di quella gnocca della moglie del suo amico. – Volevo parlare con Molecola.” Lo chiamava così perchè spacciava farmaci ed era leader nel vendere le sue molecole diaboliche ai medici di base. Mousse, così detta perchè faceva dei dolci meravigliosi, ascoltò la proposta che Fanale voleva fare al marito che non era in casa. “Fanale, caschi proprio come una tassa sul sette e trenta! Iscrivilo pure, hai la mia approvazione. Gli volevo fare un regalo strano, sai che a lui piace sudare e fare sport, te lo mando e fagli la sorpresa dicendoglielo all’ultimo!” Il giorno del debutto Fanale con la borsa della tuta raggiunse nel parcheggio Molecola che un po’ imbambolato gli disse: “Fanale, che cacchio è ‘sta storia? Mousse mi ha spedito qui con una tuta!” Fanale rispose: “Sta’ tranquillo che ti divertirai! Fidati del tuo vecchio amico Fanalino!” Si unirono agli altri due improbabili Abbagnale e si avviarono verso il circolo canottieri. Entrando nel circolo Molecola, invece di dare qualche dritta a quei tre per non finire nel fiume, li lasciò caracollare da soli perché lui era affaccendato a vagare con lo sguardo sui davanzali e i fondoschiena ambulanti che avevano intorno. “Forse ho capito di che corso si tratta. È un corso di canottaggio, giusto?”concluse Molecola con aria perspicace guardando due ragazzini mettere una barca in acqua. “Ammazzalo che aquila, forse tua moglie avrebbe fatto meglio a regalarti un corso di intuito istintivo!” commentò Fanale. Entrarono in palestra e furono accolti da una dolce creatura, la loro istruttrice, che li guardò perplessa con l’aria di chi dispera di poter inculcare qualche cosa a quelle teste bacate che sembravano essere quei suoi neo allievi. Li mise subito a loro agio sbattendoli senza preamboli sul vogatore. A sentire le urla sovrumane di Molecola che era l’unico che aveva potuto vedere bene quello strumento di tortura, Talpa si prese una strizza mondiale e si dichiarò prigioniero politico rifiutando di salirci, ma la ragazza, con forza energumena, ce lo frullò sopra senza tanti convenevoli, grattugiandolo come un pezzo di parmigiano con due mani ruvide all’inverosimile e cotte dall’acqua e dai remi. Da qui le derivò il nomignolo che con massima deferenza e timor sacro Talpa, e con lui tutto l’equipaggio, le affibbiò: Glicerina. Davanti ai quattro che non osavano più proferire motto, Glicerina cominciò la tiritera sullo sport del remo. Disse qualche cosa del tipo: “il canottaggio è uno sport faticoso pieno di impegno e sofferenza, costanza e abnegazione” tanto per vedere se quei quattro sfigati poteva scrollarseli di dosso spaventandoli a morte. E questo sogno parve realizzarsi quando Fanale, dopo dieci minuti di vogatore, ebbe problemi con l’audio perchè il sudore gli aveva formato una barriera anti rumore. Inoltre i suoi organi vitali avevano cominciato a mandargli messaggi minacciosi. Il cuore gli mandò un telegramma in cui lo intimava di rallentare pena lo sciopero del miocardio, il fegato incazzato nero gli chiese se fosse alle olimpiadi o se fosse diventato tutto pazzo, la milza gli ringhiò dietro come un mastino napoletano. Grazie alla mediazione dei reni i suoi organi cercarono di arrancare verso la compensazione dello sforzo come un’orchestra che non suona da secoli. In un momento di pausa Fanale interrogò Molecola. “Di’ un po’ Molecola, ’bona l’istruttrice?” “Sì, non male!” fu la risposta di Molecola con sguardo spermatozoico. All’istante Fanale tirò fuori un modulo di comportamento da sottoscrivere in toto dai tre di fianco a lui. ”Ragazzi, firmate le regole di comportamento verso l’istruttrice. Visto che non è un cesso, dovete evitare di ruttare, emettere flatulenze non autorizzate, niente termini letterari impropri, raccogliete periodicamente la bava verde dalla bocca e anche il mocio del naso, quest’ultimo con la lingua perché non è fine soffiarselo producendo quei rumori da maschi grezzi, niente ravanate nei paesi bassi e via dicendo.” Gli altri tre scettici firmarono riservandosi di ricorrere al tar del Lazio e, così, cominciò la scandalosa carriera dei canottieri e una sequela infinita di figure di sterco. Ci si aspetterebbe che la prima figura escrementizia se la fosse fatta qualcuno di Ciecagna, invece non fu così, per il sottile godimento dei suddetti ciecati. Fu Molecola a farsela e non da solo. Un pomeriggio giunse al circolo con Talpa anche Silvano, suo padre, che da giovane aveva praticato il canottaggio a livello amatoriale e quando aveva saputo che suo figlio aveva intenzione di cimentarsi, aveva deciso di rinverdire le sue competenze in quel campo. Così erano in sei: i nostri tre prodi, Molecola, Silvano e un altro mezzo ciecato che si era unito al gruppo la seconda settimana di sfiancamento al vogatore per completare un armo che Glicerina voleva tutto di ciecati. Lo chiamavano Salvagente perchè non sapeva nuotare e, visto che gli avevano detto che in caso di carambola in acqua era pressochè indispensabile sapersi muovere nell’elemento liquido per evitare di finire nei suoi gorghi, si era iscritto a un corso di nuoto per fare l’ultimo estremo tentativo di imparare almeno a stare a galla. Quel pomeriggio, a scanso di rischi, si era portato dietro un giubbottino salvagente e una tavoletta di polistirolo, da cui quell’appellativo, immediatamente affibbiatogli dagli altri tre bastardoni. Al buono Salvagente fece un’ultimo disperato tentativo di restare a terra, ma Glicerina fu irremovibile e decise che l’armo doveva essere completato proprio da lui, tanto per dargli una scossa e allora Silvano e Molecola rimasero appiedati. Molecola disse: “Ehi coach, non ho voglia di guardare Dharma tutto ’sto tempo!” Silvano sottoscrisse in pieno, anche perché aveva notato che il bassotto del circolo le stava facendo una corte serrata e, data la differenza di stazza, non voleva essere testimone di un episodio di cannibalismo, magari rischiando di andarci di mezzo moralmente e pecuniariamente. Così Glicerina indicò ai due un doppio olimpico di coppia, strettissimo, largo quanto i fianchi dei rematori, e leggerissimo. I due, perplessi sulla possibilità di quella barca di stare dritta sul suo scafo, la presero e la misero in acqua, quindi vi salirono e lasciarono il pontile, subito dopo la iole di punta, molto più larga e stabile, dei nostri quattro con Glicerina al timone. Mentre i due tentavano di guadagnare incerti e traballanti il centro del fiume, Molecola si lasciò incantare dalla meravigliosa vista che si poteva godere. Era una magnifica giornata di sole e dal fiume si vedeva distintamente tutto il Valentino da una parte con i viali alberati, corso Vittorio e il ponte che passava dall’altra parte dove spiccava meravigliosa tutta la collina. Rapito in questa estasi, a un tratto gli parve che tutto il panorama cambiasse prospettiva improvvisamente, come se ci fosse un salto logico tra due fotogrammi di un film o come se, su un proiettore, si fosse passati da una diapositiva a un’altra girata di centottanta gradi. Poi l’immagine si frazionò e a Molecola ne apparve solo una parte sfocata, mentre il resto si sostituiva con la fiancata della barca che lo dominava dall’alto con quattro piedi che si agitavano. In una frazione di secondo percepì il suo corpo completamente immerso in un brodo primordiale gelato e circondato da ogni sorta di schifezze che fluttuavano come le paperelle di gomma nella vasca da bagno di un bambino e constatò che quei quattro piedi che erano rimasti in barca erano i suoi e quelli di Silvano. Il contatto con il liquido freddo lo riportò immediatamente in sé strappandolo all’estasi sognante e con un guizzo da nuotatore provetto riuscì a sfilare i piedi dalle scarpette della barca, mentre Silvano era ancora lì che provava, cristonando e boccheggiando per evitare di prendere una golata di quelle paperette puzzolenti. “Cazzo è successo?” chiese Molecola aggrappandosi alla barca. “Siamo finiti in acqua, porco giuda!” gli rispose Silvano sputacchiando. “Ma va? E come abbiamo fatto?” “Ma... Avevo i mutandoni che mi entravano nel sedere e mi davano fastidio, non potevo remare in quelle condizioni, così ho cercato di metterli a posto con un colpo di reni!” “E ce l’hai fatta?” “No, si vede che sono più pesanti della barca!” Glicerina, poco distante, aveva visto tutto e aveva informato i quattro che decisero di tornare indietro a vedere se avevano bisogno di aiuto, sbellicandosi dalle risate e rischiando a loro volta di dare il giro per i contorcimenti da pazzi che facevano. Sopraggiunsero contemporaneamente al motoscafo di un altro circolo prontamente intervenuto per trarre in salvo i naufraghi e sentirono Molecola raccontare: “Ma, non so, stavo guardando il panorama e poi all’improvviso, come per magia, splash!” E fu così che da allora Silvano fu chiamato il mago Silvan, poi, per ragioni di praticità e di copyright, semplicemente il mago. Tratti a riva con la minaccia che se non avessero offerto da bere a tutti li avrebbero lasciati a sguazzare nella morchia finchè non si fossero ridotti a miglior partito, Molecola e il mago andarono negli spogliatoi a farsi una doccia e a cambiarsi. Il mago aveva una collezione di mutandoni che si portava sempre dietro per ogni evenienza, ma Molecola era sprovvisto di un paio di ricambio. Siccome era orgoglioso, rifiutò l’offerta del mago di uno dei suoi e si infilò nella doccia in mutande per lavarsi assieme a esse. Poi ne uscì, si asciugò e si tolse le mutande per asciugarle con il phon, dopodichè le riindossò fiero e orgoglioso. Una settimana dopo Pipistrello e Fanale stavano percorrendo i corridoi dell’azienda in maniera garibaldosa come al solito. Quella sera inoltre si prospettava la seconda uscita in barca del loro equipaggio e il debutto nel circolo di altri quattro personaggi sinistri che ambivano a formarne un secondo. Come tutte le settimane, da un mese, Fanale e Salvagente avevano appuntamento a una certa ora davanti all’ufficio di quest’ultimo e Fanale, mentre lo aspettava, ne approfittava sempre per far fare un giretto a Dharma nel giardinetto prospicente, mentre Pipistrello si recava direttamente al circolo a cambiarsi. Ma quella sera Pipistrello aveva un’impellenza, non fisiologica, come potrebbe far intendere il significato del termine invalso nel linguaggio colloquiale moderno, ma di carattere pecuniario: doveva prelevare contante al bancomat per pagare la rata di iscrizione al circolo che ammontava a centocinquanta euro e decise di chiedere la collaborazione del suo collega e compagno di armo. “Me l’hai fatta a fette con ’sta storia di voler prelevare al bancomat da solo! E poi proprio a me devi chiedere, porca zozza!” “Zitto e collabora! – esplose Pipistrello – quel po’ di vista che hai te la strizzo fuori come uno straccio bagnato!” Raggiunsero il bancomat e come al solito il collega davanti cedette loro pietosamente il posto. Pipistrello stava per cominciare la solita filippica sulle pari opportunità delle file, ma l’amico gli fece gentilmente notare che le questioni di principio devono andare a farsi benedire quando c’è un tornaconto e perciò non gli rompesse i cocomeri, chè aveva fretta. Pipistrello si piazzò davanti al bancomat, sicuro come se avesse una vista a raggi x che gli permettesse di contare quanti soldi c’erano dentro quell’apparecchio infernale, infilò il tesserino, e attese lumi. “Che c’è scritto Fanale?” “Ma che cacchio ne so! ’sto bancomat sembra lo sputnik e lo schermo sembra un banco di nebbia a Caselle!” Poi infilò la testa nel monitor, fece digitare il codice segreto a Pipistrello e selezionò la finestrella dove immettere l’importo da prelevare. Pipistrello domandò incalzante: “E adesso?” “Adesso fai due flessioni e la piroetta! Digita l’importo, no? pirillo!” Finita l’operazione, a Pipistrello qualcosa non quadrava: “O sono tutti da 5 euro o qui non ci siamo!” Questa volta fu Fanale a chiedere lumi, a un collega che era in coda. Consultarono insieme la ricevuta e constatarono che Pipistrello aveva appena prelevato ottocento euro, invece dei centocinquanta che gli servivano. A quel punto Fanale decise di defilarsi lasciando al suo destino Pipistrello che gli diceva i morti, e si avviò di corsa all’appuntamento, ormai era già in ritardo. Fece fare un giro mignon a Dharma perché aveva intravisto Salvagente davanti al portone che stava decollando come un elicottero da quanto gli giravano. Dopo il giretto flash nel giardinetto, l’uomo e il cane raggiunsero l’altro uomo e s’incamminarono. Dovettero aggirare una pozzanghera enorme provocata dalla pioggia della sera prima a causa di una crisi di panico di Salvagente che aveva paura di annegare. Camminando attraverso il Valentino Fanale stava dicendo: “Stasera ci siamo quasi tutti, anche quelli che sono riuscito a convincere a iscriversi con noi, quindi siamo in otto, direi.” Ma si interruppe perché passando sotto un ponte andò a sbattere la faccia contro un cordone che vi pendeva. Alzò la testa e vide un deretano penzolare dalla corda in alto sopra di loro. “Porca di quella maremma forcaiola, Salvagente! Un’impiccato!” Ciò detto prese l’estremità della corda e la fece dondolare per saggiare il poveraccio appeso in alto. Ma dall’alto l’impiccato urlò: “Ehi, voi due, mollate la corda!!! Avete voglia di giocare?” E contemporaneamente i due avvertirono un leggero odorino di escrementi che giudicarono provenire dal deretano che dondolava per forza d’inerzia proprio davanti al loro naso. Evidentemente era un operaio che stava lavorando sotto il ponte; ‘sto pirla gli aveva fatto prendere un coccolone, ma se l’era preso anche lui e bello grosso a giudicare dai pantaloni che dietro stavano aumentando di volume. Superando il Borgo Medioevale i due ipociecati quasi al buio, data l’ora serale, intravidero davanti a loro una luce che si avvicinava velocemente. “Che diavolo è quella luce Salvagente? Gli ufo?” Ma l’interpellato lo stava già afferrando e lo spinse di lato appena in tempo per evitare la retromarcia di un grosso camion per movimento terra. “Mi pare una lucciola a venti ruote!” dichiarò Fanale sforzandosi di non svenire. Poi si ricordò di avere al seguito anche Dharma che evidentemente stava scioperando per vendetta contro la decurtazione forzata di pisciatina alla quale era stata costretta per colpa di quel ciecaccio del suo padrone. Si limitò a tirarle qualche cristo in un dialetto homocanino che avevano inventato per le relazioni interspecie finalizzate a inchiappettare Pipistrello, in ogni modo previsto dalla Convenzione di Ginevra sui diritti del cane guida. Quasi tentati di farsi un grappino per lo scampato pericolo, approdarono al circolo. Sul pontile li attendevano tutti quelli del gruppo. A partire dal basso a destra si intravedeva Skipper, un ciecato in gamba con l’hobby della vela, in seconda battuta il Vecio che arrivava da Cuneo, ultrasessantenne che aveva un fisico di un toro da monta che cercava di sbaciucchiarsi Glicerina, ma non vedendoci una mazza si stava limonando Pacco, un altro accolito chiamato così per la sua fama di essere assiduo per le cose serie, ma ai bagordi postfatica, tipo cene sociali, serate in birreria o serate maiale con birrozza e partita alla tv, si defilava sempre perché aveva una strizza sacra della moglie. L’ultimo a sinistra era Kebab, con il suo cane guida Billy, soprannominato così perché prediligeva la roba leggera tipo piatti esotici come il kebab, appunto, e poi si lamentava che aveva bruciore di stomaco. Fanale li guardò quasi commosso, chissà quante figure di sterco si sarebbero fatti tutti assieme appassionatamente. A proposito di figure di sterco, c’erano anche Molecola e il mago che dopo la carambola della settimana prima avevano giurato che avrebbero abdicato. “Cosa ci fate qua voi due?” chiese Fanale. “Avevamo un conto in sospeso. Dobbiamo offrirvi da bere, poi qua non ci facciamo più vedere.” risposero i due e subito dopo il mago sibilò all’orecchio di Talpa con il quale era arrivato: “Figlio degenere! Non mi avevi detto che c’erano quei quattro nuovi lì!” “Dai pa’, non fare il ragno e sgancia!” Casualmente, al bar del circolo c’erano anche i salvatori del motoscafo avvertiti da una telefonata di Fanale e, altrettanto casualmente, altri soci che erano accorsi in gran numero per bere a sbaffo e per ghignare un po’ ai racconti sarcastici dei soccorritori, di Glicerina e dei quattro che, non avendo visto un cazzo, colorarono molto gli avvenimenti rendendoli ancora più divertenti e, sia detto per amore di giustizia, meno verosimili. Si unirono i tavoli e si fece una grande tavolata con Fanale alla sinistra di Pipistrello, Dharma accoccolata ai piedi del padrone, Salvagente di fronte a loro, Talpa a capotavola con Glicerina, il resto dell’orda barbarica in mezzo e a capotavola dalla parte opposta i due eroi festeggiati e osannati. Tutti si mantennero sobri ordinando chi un caffè, chi un cappuccino. Gli unici che svaccarono furono Fanale e Pipistrello che ordinarono un caffè corretto Sambuca. Furono portati i beveraggi e tutti vi si fiondarono mentre i due del Sambuca rimasero interdetti davanti alle loro tazzine: né agli occhi di falco di Fanale, né al naso da tartufo di Pipistrello e né al gusto avido di entrambi risultò traccia del Sambuca. Iniziarono a spazzare il tavolo con mani delicate da canottieri e diedero il giro al contenitore dei tovagliolini e alla zuccheriera che fece una scia bianca per terra, prontamente ripulita da Dharma, con la gratitudine eterna dei camerieri. Vistili in difficoltà, il barista li informò che la correzione era separata dal caffè e mise davanti ai musi dei due i bicchierini del Sambuca. Fanale corresse il suo caffè, almeno questa era la sua intenzione perché in realtà corresse la sua maglia nuova di pacca, poi, non contento, volle essere altruista e tentare di correggere il caffè di Pipistrello. Ma fece ancora peggio, poiché il campo visivo non gli permetteva di vedere la tazzina, così versò la sostanza alcolica direttamente per terra, tutta, senza tralasciarne neanche una goccia. Anche in questo frangente lo salvò l’intervento provvidenziale di Dharma, che, vedendo le prime gocce del liquido raggiungere la latitudine del suo muso, aprì golosamente e avidamente la bocca slinguazzandosi tutto quel nettare degli dei. Finito di bere il Sambuca, all’istante intonò una canzoncina beffarda sui due naufraghi che entrò subito nel repertorio goliardico dei canottieri e ora è conosciuta in varie versioni in tutti i circoli d’Italia e del canton Ticino. È in corso ancora adesso una causa per i diritti d’autore, perché la S.I.A.E. non vuole riconoscere a un cane i diritti su una canzone. La motivazione ufficiale è che non perché è un cane, ma perché era completamente ubriaco e non in grado di intendere e di volere e quindi non giuridicamente capace di agire, ma Dharma ha giurato a se stessa che se vincerà la causa, con tutti i soldi che prenderà si licenzierà da cane guida e metterà su un’agenzia canina per cuori solitari. Due gare rocambolesche “Sei sicura coach?” chiese Fanale a Glicerina. “State tranquilli ragazzi! Prima o poi dovevo svezzarvi. Pensate a fare la gara con tutto quello che vi ho insegnato!” Fanale, Pipistrello, Talpa e Salvagente si trovavano in mezzo al lago prossimi alla partenza di una gara ufficiale, la loro prima gara a due mesi scarsi dal debutto sul vogatore in palestra. Fanale poco convinto rispose: ”Sì, sì, però, cacchio, ci fai gareggiare con dei campionazzi che hanno già fatto un mondiale! Non potevi farci gareggiare con Decubertin o Matusalemme? Almeno avevamo qualche chance!” Come al solito Glicerina li sorprese e urlò: “Attenti ragazzi!!! Pronti…via!” I quattro colti impreparati e completamente schioppi perché avevano già dato tutto nel riscaldamento, stavano ancora pensando che dopo la fase preparatoria sarebbe stata carina una pausa caffè. Partirono come quattro storioni controcorrente. La gara si svolgeva su 1000 metri. Dopo i primi 500 Fanale fece una domanda che non avrebbe mai dovuto fare a Glicerina che intanto al timone, con mirabile destrezza, tentava di non farli affondare. “Ehi coach, quanto sono distanti i nostri avversari?” Pipistrello disse tra uno schizzo d’acqua e l’altro: “Solo un’alga lobotomizzata poteva fare una domanda del genere!!!” La risposta secca di Glicerina:“Duecentocinquanta metri.” L’equipaggio prese la notizia sportivamente. Si sentì una sequela di improperi che avrebbe vinto la palma d’oro al campionato mondiale di bestemmie, se esistesse. La pagella in questi casi è d’obbligo: in prima posizione Pipistrello che si comportò abbastanza bene per le prime quattro remate, in seconda Fanale che fece altrettanto ma a remate alterne. Talpa che era reduce da un raid in tandem remò come Pantani, scambiando la barca per un pedalò a remi, cercando in continuazione i cambi della bici, non capendo che non erano in salita ma impennati. Salvagente si adeguò allo standard del gruppo, raccomandandosi l’anima a Dio. A ridosso dell’arrivo si intravide una folla che li attendeva. I quattro temettero un linciaggio per la penosa performance, ma grazie alla mediazione della loro istruttrice, si contrattò un rientro festoso, con la promessa di non ripresentarsi tanto presto a un'altra gara. Rientrarono sul pontile sbagliato e dovettero attraversare mezzo lago a piedi nudi per recuperare le scarpe lasciate alla partenza. In compenso, durante la traversata, con i remi scandagliarono sott’acqua pescando tre lucci che si cucinarono alla griglia sulla spiaggetta. Consapevoli di doversi migliorare, erano titubanti se ritirarsi per sempre oppure proporre al Coni una mozione per cambiare le regole del canottaggio. Glicerina scartò quest’ultima ipotesi. “Siete solo scarsi e anche in sovrappeso. Da come tranfiavate quella barca sembrava una locomotiva a vapore! Dovete fare fiato, andare a correre, sudare! Ed ecco infatti su una pista di atletica Fanale e Molecola. Gli altri non c’erano perché Talpa aveva deciso di proporre all’Unesco di dichiarare la sua panza patrimonio mondiale dell’umanità e quindi doveva preservarla e Pipistrello era stato diffidato dalla Pipi a uscire di casa più di una volta alla settimana per affari non familiari. Salvagente aveva già il suo da fare a concentrarsi per non annegare in piscina e tutte le sue forze psicofisiche lo abbandonavano inesorabilmente lasciandolo ogni volta stremato. Perciò rimanevano solo Molecola e Fanale, sbuffanti e sudati, a correre intorno all’anello di tartan in mezzo ad atleti seri che si allenavano in ogni specialità dell’atletica leggera. Quale scuola migliore per questi due dilettanti, osservare questi sportivi di caratura nazionale allenarsi! Così la pensava Molecola che osservava attentamente in particolar modo una categoria specifica di atleti. “Che belvedere, ragazzi! Ci sono dei glutei da inseguire nei 100 metri a ostacoli! Guarda che costumini attillati!” Fanale replicò: “Che ingiustizia, io riesco a vedere solo la punta delle mie scarpe e il tappeto rosso della pista!” Ma Molecola era in estasi e non lo sentiva. Gli era tornato anche il fiato e stava dicendo: “Guarda questo culetto sui blocchi di partenza dei cento metri! Non si può evitare di guardarlo!” A un certo punto Fanale finì contro alcuni cavalletti sulla pista che quel pirla di maniaco sessuale del suo amico avrebbe dovuto fargli evitare; per fortuna, prima di fare un triplo salto mortale e atterrare sugli spalti, fu afferrato da Molecola che era rapidamente tornato in sé trasalendo e rimesso in direzione della corsa. “Mazza, con te non ci si può distrarre un momento! Appena guardo un culo tu cerchi di ammazzarti e mi fai sentire in colpa!” Fanale disse: “È un’ora che stai scannerizzando la pista, guarda dove vado piuttosto!” Al decimo giro i due passando vicino alla cinta esterna sentirono dei ragazzini apostrofarli: “Ehi ciecati! Dove correte se non ci vedete, verso il buio? Non correte con il cane guida per paura che vi morda il sedere? Il bastone dove lo avete lasciato, all’ospizio?” e così discorrendo. Molecola si sentì vittima di un equivoco e si affrettò a chiarire: “Ehi mocciosetti! Io ci vedo benissimo, prendetevela col mio amico! Il ciecato è lui!” Fanale incazzandosi come un corridore sudato marcio su una pista da corsa afferrò la pompa dell’acqua che serviva per innaffiare il campo da calcio e puntò il getto verso la cinta, guidato a voce da Molecola: “Ore due, tre gradi a sinistra! Fuoco!” Beccarono in pieno dei passanti oltre la cinta che non centravano nulla e li lavarono dalla testa ai piedi, mancando di netto i due che corsero via ridendo e motteggiando. A questo punto Fanale aveva due motivi di vendetta personale nei confronti di Molecola: il fatto che aveva preso le distanze dagli sfottimenti di quei tamarri lasciandolo solo nell’onta e il fatto che gli aveva fatto sbagliare mira, così, già che aveva in mano l’arma del delitto, scaricò qualche litrozzo addosso all’accaldato Molecola che si fece quindici giorni a casa con una megabronchite catarrosa, strappandogli la promessa di aiutarlo a massacrare di botte quei truzzetti prima o poi e usarli come carta igienica. Arrivò di corsa il custode leggermente inalberato e gli fece un predicozzo sull’acqua della struttura, multandoli per appropriazione indebita di H2O e uso improprio della stessa. “Vacca boia che cesso di furgone, manco in Afghanistan!” Esclamò Fanale facendo un giro intorno allo scassone e vedendo le scritte a caratteri cubitali della loro associazione: li avrebbero riconosciuti anche dallo spazio. Glicerina, Talpa, Fanale e Luce salirono sul furgone dopo aver assunto uno scassinatore per aprire il portellone. Un altro problema era il fatto che avevano dovuto fare un consulto con tre esperti internazionali di ergonomia per trovare la posizione migliore per Talpa all’interno del mezzo, di fatto pesava un numero imprecisato di quintalucci. Alla fine riuscirono a calibrare il tutto facendo sedere Talpa in braccio a Fanale che venne dotato di tre chili di cerotti da mettere sulla bocca per non gridare e di una megaflebo di morfina a infusione continua procurata da Calimera. Poi raggiunsero l’abitazione di Pipistrello per raccattare anche lui e salparono verso la destinazione prevista: una località marittima dove partecipare a una regata fra barche di vario tipo. Arrivati presso l’abitazione di Pipistrello gli citofonarono e lui scese trafelato dopo circa tre ore, con in mano una protesta ufficiale della moglie che lo accusava di abbandono del tetto coniugale e abbandono di minore, per niente contenta della gita fuori programma che interferiva con incombenze di vario tipo. Partirono a razzo già in ritardo di due ore sulla tabella di marcia. Fanale tirò fuori una cartellina con l’itinerario, cercò di comunicare le informazioni a Glicerina che era al volante, ma il furgone faceva un rumore tipo boig 747 depressurizzato in fase di decollo, quindi rinunciò a dare indicazioni precise e disse semplicemente a Glicerina di andare verso sud tenendosi il mare a destra, anche perché nel frattempo a Talpa gli era preso sonno e si era svaccato tutto indietro sulla sua cassa toracica, cosicchè il povero Fanale respirava come se lo avessero tolto da un polmone d’acciaio. Imboccarono l’autostrada e notarono subito che all’interno del furgone si era creata una tromba d’aria. Glicerina e Luce chiusero tutti i finestrini ma la situazione non cambiò. Allora Luce vide un foglietto appiccicato sul parabrezza, in cui si spiegava che mancava la guarnizione del portellone principale da dove entrava il vento della Siberia, sebbene si fosse in primavera inoltrata. Questo era uno dei motivi per cui la polisportiva gli aveva sganciato senza tante storie il furgone per due giorni. Il biglietto concludeva informando che nel serbatoio non c’era gasolio. In effetti dopo pochi metri la macchina si fermò sussultando. Fecero la conta per decidere chi avrebbe dovuto spingere il mezzo fino al benzinaio a 50 metri davanti a loro. Pipistrello fu escluso perché la Pipi dopo 20 minuti di viaggio lo aveva chiamato già diciotto vòlte al cellulare, Fanale era preda di un principio di anossia, le donne neanche a parlarne. Non rimase altro che sbattere fuori Talpa e costringerlo a spingere a colpi di panza. Nonostante tutto arrivarono indenni all’albergo dove avrebbero pernottato. Quando erano in dirittura d’arrivo però, Luce che aveva sostituito Glicerina alla guida fece il giro di una rotonda 26 volte prima di prendere la direzione dell’albergo, finchè Fanale non vide l’insegna prima di perdere i sensi. Si cambiarono e uscirono per andare a cena presso il circolo di vela locale che organizzava il tutto. Appena nel capannone della cena, furono accolti da un tipo con un elenco dei nomi, il quale, titubante, li guardò chiedendo: “Voi siete i partecipanti alla traversata?” “No! Ci siamo fatti 800 chilometri per venire qui a mangiare sotto un tendone da zingari perché non sapevamo che cazzo fare stasera!” Rilasciarono le loro generalità ed entrarono nell’ambiente. Cinque tavolate erano pronte per l’uso. Si posizionarono sulla più vicina. Dopo un secondo un maciste con quaranta vele sulla giacca chiese loro se gentilmente potevano spostarsi per fare posto a una comitiva. I nostri, stranamente, acconsentirono senza storie. Nella transumanza sbatterono in ordine di arto partendo dall’alto, braccia stinchi e alluce. Sistematisi a un altro tavolo, furono avvicinati da un secondo velifero, ma, prima che potesse aprire bocca, Luce si erse in tutta l’imponenza del suo metro e mezzo di statura e gli disse: “Ehi ciccio! Sparisci! Ci siamo rotti i maroni di fare i pellegrini in viaggio per una minestra!” La sala si riempì di gente partecipante all’evento e si cominciò a magnare. Talpa chiese ai vicini informazioni sulla manifestazione. “Voi siete dei nostri, domani?” Il tizio con accento locale li guardò come se fosse estremamente certo che quei quattro o cinque sfigati lì non sarebbero andati troppo lontano, il giorno dopo, prima di cappottarsi in acqua, così rispose: “No, no! Io sono della barca d’appoggio, in caso di problemi, vi raccattiamo e vi riportiamo a riva!” Pipistrello disse: “Cavolo! Proprio le persone giuste abbiamo di fianco, di’ un po’: guardandoci a occhio e croce pensi che avrai parecchio lavoro domani?” Risero tutti e proseguirono la serata allegramente parlando di mare tanto che Fanale ormai ubriaco raccontò delle sue avventure nel mar dei Sargassi al comando di una baleniera norvegese con Gulliver come medico di bordo. L’indomani si presentarono in spiaggia per la gara. Talpa rabbrividendo chiese che tipo di barca avrebbero usato. Glicerina balbettò spiegazioni tecniche, al che Fanale la zittì e le disse: “Si, va be’, domani dobbiamo andare a lavorare, quindi facciamo una cosa veloce!” Scesero in mare tenendo la barca per non farla sballottare e Pipistrello disse: “Ma come diavolo facciamo a salire su ‘sta zattera?” La risposta gliela diede il mare che con un’ondazza gelata li avvolse fino all’ombelico e all’unisono tutti e cinque saltarono come dei canguri al loro posto e contemporaneamente remarono a tutto spiano per scaldarsi. Al timone c’era Luce che non aveva mai visto una barca di tal fatta prima di allora e non aveva la minima idea di che cosa fare. In prima c’era Pipistrello,al due Talpa, al tre Fanale e al quattro Glicerina che voleva controllare la situazione da dietro. Partirono per i tre giri di boa all’interno del golfo. L’arbitro li salutò e diede loro il via con la faccia di chi dispera di vederli rientrare in nessun modo, dovendo poi riempire un sacco di verbali ai carabinieri per cinque scoppiati dispersi in mare. Partiti remarono abbastanza dignitosamente, anche perché il mare era agitato e non si capiva se fossero loro o le onde a sballottare la barca. A un certo punto dopo cinque chilometri stavano quasi superando una canoa polinesiana, quando un’ondatazza fece perdere il remo a Pipistrello, il quale remo passò inspiegabilmente a Talpa mentre Fanale si trovò due remi in mano. Glicerina si avvide del caos e con un colpo di culo riportò i remi a posto, mentre, essendo troppo bassa per tenere testa al suo remo impazzito, remava in piedi dando alla barca l’aspetto di una gondola veneziana. Dopo dieci chilometri arrivarono a destinazione tra lo sguardo stupefatto degli arbitri che non potevano credere che ce l’avessero fatta. Chiesero solo spiegazioni sul fatto che Luce era stata imbavagliata. Il gruppo spiegò che la timoniera, presa dall’esaltazione di dare il ritmo, era tornata indietro a una sua vita precedente e aveva incominciato a insultarli in latino credendoli degli schiavi cartaginesi. Stremati si buttarono sulla spiaggia cercando di riprendersi dalla fatica. In quel frangente una tv locale li voleva intervistare, ma vedendoli sbracati sul bagnasciuga li scambiò per dei bagnanti tedeschi e passò oltre non cagandoli minimamente, anzi, con una certa sufficienza. Dopo essersi avvinghiati su panini e vino offerti per pranzo, venne loro data in regalo una maglietta di cotone che i quattro erano quasi decisi a usare per i bisogni impellenti che li assillavano da un po’. “Tutta ’sta fatica per una maglietta, a Porta Palazzo sono più belle, tirchi, ragni che non sono altro!” imprecò Fanale. Durante la premiazione squillò per la ottocentesima volta il cellulare di Pipistrello. “Eh che palle! – esclamò Fanale. – Non se ne può più! Dammi il telefono che se è la Pipi stavolta la mando a stendere io.” E strappò il cellulare di mano a Pipistrello che protestò debolmente, presago di quello che gli sarebbe successo al suo ritorno se Fanale si fosse permesso di fare una roba del genere. “Pronto Pipi – fece Fanale. – Senti un po’: la devi finire...” “Oh ciao, Fanale! – sentì dall’altra parte. – Allora, come state, com’è andata la gara? Tu sicuramente avrai fatto il tuo bel figurone, non come mio marito che ha la panzetta, è tozzo e goffo. No, tu avrai remato veramente da dio! Avrei voluto esserci per vedere la differenza!” E via così con i salamelecchi. Per una volta Fanale usciva vincitore dal paragone con Pipistrello e alla grande anche, e questo non poteva lasciarlo indifferente, anzi, era tutto gongolante. La Pipi continuava a parlare a macchinetta e Fanale gongolava tutto, finchè, in fondo a quel fiume di parole che non ascoltava più perché mai mente umana riusciva a decifrare la Pipi quando parlava a ruota libera, sentì: “Cos’è che devo finire, scusa?” “No... niente... – si confuse Fanale – Dicevo: la devi finire quella maglia di lana che stai facendo per Pipistrello. Qui ce ne hanno data una che fa proprio schifo, invece tu lavori con maestria, la tua sarà sicuramente più bella! Mi fa male al cuore sapere che Pipistrello andrà in giro con questa maglia schifosa. E mi raccomando: falla bella larga, così gli nasconde la panzetta! Se hai bisogno di più lana te la procuro io! Me la faccio mandare su da mio cugino che ha un gregge in Sardegna! Comunque grazie, Pipi! Telefona quando vuoi! Se vuoi mi arrampico sul tetto del furgone, prendo un binocolo e ti descrivo il paesaggio! Ciao neh, Pipi! Ciao! Bacio bacio!” E chiuse il telefono. “Ma quanto sei stronzo! – ridacchiò Pipistrello, avvezzo alle sviolinate incommensurabili dell’amico. – Hai pure la bava alla bocca!” In quel tardo pomeriggio, dopo i cazzeggi di fine gara, i bagordi e gli abbiocchi postprandiali, con Talpa che si era riempito talmente tanto che dovette andare di corsa a vomitare, ma non ce la fece ad arrivare al cesso e rifece l’intonaco ai muri e al soffitto della sala da pranzo del circolo velistico, fu finalmente ora di risalire sul furgone e ritornare a casa e per par condicio si decise che Talpa doveva sedersi questa volta in braccio a Pipistrello. Sull’autostrada, nel crepuscolo, la scritta sulla fiancata sinistra ‘Associazione Polisportiva Ciechi’ pareva fare miglior mostra di sé del giorno prima all’andata, perché tutti, anche le 500 d’epoca, quando li sorpassavano, rimanevano interi minuti affiancati sulla corsia di sorpasso a guardare con curiosità quasi magnetica la scritta e gli occupanti e pensavano:“Mah, che strano! Sembrano persone normali! Sono fatti come noi!” Oppure ancora: “Ma è possibile che un cieco guidi una carretta del genere?” Comunque in poco tempo si era formata una coda di 10 chilometri che andava ai cinquanta all’ora, velocità massima permessa dal furgone, e che occupava tutte le corsie dell’autostrada in quel senso di marcia. Perfino le informazioni sul traffico per radio dicevano: “È segnalata una coda di 10 chilometri sulla A12 in direzione Genova tra l’innesto con la A11 Firenze-Mare e Massa a causa di una manifestazione circense ambulante.” All’interno del furgone si cercava una soluzione al problema. Pipistrello scattò una foto con l’autoscatto a tutti gli occupanti del mezzo con la sua fotocamera digitale e ne stampò qualche migliaio di copie con la sua stampante portatile integrata, poi Talpa fu praticamente fiondato fuori dal furgone che si era fermato in una piazzuola e distribuì una copia per ogni macchina. Nel frattempo Fanale preparava un grosso cartello con la scritta ‘Superdotati’, poi scese dal furgone e lo attaccò sopra la scritta ‘ciechi’, cosicchè la dicitura ora risultava essere ‘associazione polisportiva Superdotati’. Poi risalirono tutti sul furgone mentre la coda cominciava a defluire. Solo una macchina di suorine di Modena che sopraggiungeva dal fondo della fila, superando il furgone, rimase affiancata alla scritta per qualche minuto. Pipistrello ebbe l’idea di fotografare i papagni di ognuno, ma non fece a tempo perché le quattro suorine tirarono giù i finestrini e con mosse lascive esposero un cartello con l’indirizzo del loro convento e l’invito a venire quando volessero. Avrebbero potuto così dimostrare le loro performances sul campo, senza far troppo gli sboroni. La fiera della tecnologia L’estate era ormai alle porte e bussava, accidenti se bussava. Stava incominciando a fare un caldo boia e tutti ne risentivano. Pipistrello russava svaccato sul condizionatore dell’ufficio perché la notte non era riuscito a dormire per gli ululati di Dharma in calore, tanto che aveva deciso di chiuderla nel frigorifero, Fanale sfogliava tutti i cataloghi possibili e immaginabili di vacanze in Islanda e di crociere nei fiordi e Talpa poteva godere della vista della babbiona nuda. Pensò di essere un miracolato, ma se era così doveva incazzarsi seriamente col Padreterno che come prima visione gli aveva offerto quello spettacolo penoso. Per fortuna sua era solo un’allucinazione. Chissà come, mentre guardava su internet delle foto della Groenlandia, Fanale capitò quel mattino su un sito che presentava a Bologna una fiera dell’alta tecnologia per disabili, in cui c’era un vasto assortimento di prodotti informatici per non vedenti. Svegliò Pipistrello con una gomitata nelle costole e gli disse: “Lazzarone, alza il culo e cammina! Guarda un po’ qui, ti interessa?” Pipistrello sbadigliò rumorosamente, si stiracchiò e tirò un’alitata fetida da sonno interrotto dritto sotto il naso di Fanale, così imparava quel bastardo a svegliarlo dai suoi dolci sogni di bambino. “Sì, mi interessa. Voglio regalare una bilancia parlante a Talpa per il suo compleanno!” Decisero in men che non si dica di andare a vedere, perché era sempre utile tenersi aggiornati sulle nuove tecnologie (questa ovviamente era la scusa ufficiale per mogli e datore di lavoro). Telefonarono al Talpa che stava spogliando a coltellate un pandoro del Natale precedente ormai mezzo rancido, per vincere la disperazione di stare ‘vis à vis’ con quello scherzo della natura che era la babbiona. Si misero d’accordo sulla data (che fosse tassativamente un giorno feriale per tagliare alla grande dal lavoro) e spedirono Fanale alla stazione per fare i biglietti, con largo anticipo a causa dell’estate che stava per imporre i suoi dettami di partenze obbligatorie e di riempimento forzato dei treni. Si sarebbero sentiti come tre adolescenti che tagliavano da scuola e in più l’atmosfera del treno avrebbe ricordato le scolaresche in gita; i primi amori, le prime pomiciate, le canne e le prime ciulate consumate sui sedili posteriori del pulman stracolmo con i profi a tre metri che non vedevano... e, strano, non sentivano neanche l’odore del fumello! Magari in cuor loro avrebbero desiderato ardentemente partecipare. Questi erano i pensieri di Fanale mentre era in coda alla biglietteria. Era contento di fare la fila; a volte si dava del cretino perché probabilmente era l’unico a prediligere le file, ma questo era il solo sistema per essere sicuro innanzitutto di trovarsi davanti a uno sportello, e poi, possibilmente aperto. Inoltre al 50 per cento era davanti alla fila giusta e poteva chiedere conferma a qualcuno che lo cagasse. Sentiva montargli la nostalgia per il bel tempo che non torna più e allora si riscosse e, per cacciare i pensieri e non fare la figura patetica di quello che si mette a piangere lì in coda davanti a una biglietteria, cominciò a fare le pulizie di fine stagione nelle tasche, raccogliendo un paio di chili di fazzolettini e cartaccia varia. Individuò davanti a sé un qualcosa di nero che sembrava un cestino e vi lanciò a mo’ di Michael Jordan la poltiglia che aveva fatto, realizzando un perfetto canestro da tre punti. Stava per esultare, quando vide il tipo che gli era davanti voltarsi stizzito nella sua direzione e togliere la paccottiglia da una valigetta nera aperta che alla vista bacata di Fanale, nonostante l’evidenza dei fatti, continuava imperterrita a sembrare un cestino. Decise di fare l’indifferente, fischiettò, si guardò intorno e stramaledisse la mente che ha ’sto viziaccio di interpretare tutto e di ingannare il proprio padrone sostituendosi ai suoi sensi imperfetti. Le biglietterie delle FF.SS. erano di un colore indecifrabile a specchio, quindi a Fanale pareva di parlare con quello dietro di lui. Avanzò verso lo sportello dietro al quale sembrava ci fosse un umano, ma, fermatovisi, udì una voce di fianco allo sportello che diceva “Sono qui, non lì!” A quel punto Fanale scocciato si spostò allo sportello di fianco dove aveva intrasentito la voce. Purtroppo la sua esitazione aveva convinto il bigliettaio a spostarsi a sua volta. Ricambiando la cortesia e non vedendo nessuna ombra oltre il vetro Fanale tornò allo sportello originale. A un certo punto il bigliettaio che a sua volta si era rispostato nel tentativo di fargli questi maledetti biglietti gridò: “Sta’ fermo! Siamo mica a ‘Scherzi a parte’!” Eccoli alla partenza i tre ciecati, già incazzati al mattino presto perché quel rincoglionito dell’assistenza disabili che, a giudicare dalla puzza di vino stantio che emanava e dal fatto che parlava come se avesse una teglia di pasta al forno in bocca era appena uscito da una sbornia colossale non ancora del tutto smaltita data l’ora mattutina, li aveva piazzati sull’interregionale per Bardonecchia–Modane che partiva dal binario 1 invece che sulla freccia dell’Adriatico in partenza dal binario 20. Se n’erano accorti quando il controllore, cinque minuti prima della partenza, era passato e aveva detto: “Ma qui voi non risultate!” “Come no? – aveva detto Talpa. – Controlliamo un attimo se siamo giusti: a che ora dovremmo arrivare a Bologna?” Il controllore, prima di far loro un foglio di via per la neuro, tentò la via della persuasione e della cortesia. “Ma guardate che voi siete sul treno per Bardonecchia!” Allo sbigottimento dei tre, che evidentemente erano sani di mente, questi s’informò sulla partenza del treno per Bologna e chiamò uno della Polfer per accompagnarli di corsa all’estremo opposto della stazione. Presero il treno per un pelo e il treno urlò dal dolore, anzi non era il treno, era Fanale che gli si era pinzato l’unico capello che aveva in testa in mezzo alla porta della carrozza e si era irrimediabilmente strappato. Così era finalmente entrato a pieno titolo nel novero dei calvi. Raggiunsero Bologna in orario, cosa che li preoccupò alquanto perché lo presero come un segno di cattivi presagi, ma presto se ne scordarono quando furono immersi nel bel mezzo del marasma fieristico, con tutta una serie di prodotti traboccanti elettronica da tutti i pori e di computer sempre più piccoli e innovativi che se ci metti l’acqua fanno anche il caffè e tagliano pure le unghie. Non si poteva dire che gli mancava solo la parola perché quella ce l’avevano, sotto forma di sintetizzatori vocali con suadenti voci plastificate. Pipistrello era sovraeccitato: trovò subito la bilancia parlante da regalare al Talpa, ma quando questi la provò, la bilancia emise un gemito fantozziano e si accartocciò su se stessa passando a miglior vita. Poi, sempre Pipistrello, riuscì a scovare un telefonino–lavatrice con barra braille incorporata da portarsi sempre dietro per quando gli capitava di colorare leggermente le mutande a causa di un peto grasso e ancora un corno portafortuna con un microchip che ti faceva l’oroscopo in napoletano, e tante altre demenzialità del genere. Fin qui tutto ok; nessuno si ricordava più della maledizione del treno puntuale, ma questa dovette palesarsi quando i tre si accingevano a prendere la via del ritorno sotto forma di una serie di tampe incommensurabili, come da copione. Presi dalla tirchieria dopo aver speso quaranta euro a testa di paninazzi al bar dello stand dei ciecati, decisero per tornare alla stazione di prendere un bus ad hoc che partiva dallo spiazzo davanti all’ingresso e che faceva da navetta, gratis, dalla fiera alla stazione. Sul pullman incontrarono una signora che accompagnava sua figlia, anche lei ciecata. “Anche voi siete andate alla fiera?” fece Pipistrello per attaccare bottone. È una tattica dei ciecati ben educati quella di attaccare bottone con i vicini in situazioni difficili come un treno, una sala d’aspetto o comunque qualsiasi luogo ignoto, per ottenere due dritte o un aiuto concreto per uscirne al momento e nel modo opportuno senza dover espressamente chiedere assistenza. I tre sapevano benissimo, da uomini di mondo che erano, che se ti rendi simpatico e piacevole poi la gente non ti aiuta perché è obbligata da un senso di carità ovviamente fuori luogo, ma lo fa perché gli fa piacere farlo, per restare ancora due minuti a scambiare quattro piacevoli chiacchiere con te. Tanto più che sapevano di andare sul sicuro con quella signora, visto che su certe cose era più sensibile di un altro a causa della figlia. “Sì, – rispose lei – è un pullman solo per la fiera questo. Sapete, anche mia figlia ha problemi di vista.” “Quanti anni ha?” chiese Pipistrello. “Diciotto.” “Quant’è alta?” chiese Talpa per fare il verso a quel marpione dell’amico. “Che c’entra questo con la cecità?” lo rimbrottò Fanale dandogli una gomitata nelle costole. “C’entra, c’entra! Lascia fare!” Ma intanto la signora aveva iniziato a parlare a briglia sciolta e in cinque minuti raccontò la storia della propria famiglia, compresi albero genealogico e pretese discendenze nobili, pare direttamente dalla famiglia degli Este. “È facile arrivare alla stazione?” la interruppe Pipistrello allorchè il pullman stava raggiungendo il capolinea. “Sì, salite la gradinata e entrate.” Per tutto il tragitto, mentre la madre parlava, Fanale osservava attentamente la figlia e la trovava molto carina. “Ci dà il numero di telefono di sua figlia?” tentò con la sua solita faccia da culo. La madre, che lo aveva sgamato, rifiutò cortesemente ma fermamente, dandogli poi del maiale depravato appena fu fuori dalla portata uditiva. “Minchia Fanale, sei sempre il solito! Ti fai sempre conoscere! Vergogna!” lo apostrofò Pipistrello. “Ma no, era perché se per caso visto che ci siamo incontrati alla fiera, se qualcuno di noi aveva delle notizie di qualcosa di nuovo... Oh, poi era carina! L’aveste vista!” “A Fanà! – intervenne Talpa – Ma che ne sai? Non vedi neanche dove metti i piedi! Cos’è, sei miracolato? Non hai più la retinite?” “In questo momento no, ragazzi! Ci vedo benissimo! La bernarda mi apre gli occhi! Seguitemi!” E si avviò sicuro e baldanzoso verso l’entrata della stazione che era dritta davanti a sé con la scalinata di cui già sapevano. Ma quasi in punta alla scalinata si accorse che i gradini che stavano salendo li avrebbero portati direttamente dentro una fontana. “Cosa succede?” gli chiesero le altre due volpi cieche che aveva sottobraccio, uno a destra e l’altro a sinistra. ”Niente. Vi siete lavati stamattina?” “Sì.” fecero i due. “Allora meglio cambiare gradinata!” concluse senza null’altro aggiungere. Una volta sul treno, la Freccia del Nord, che arrivava da Lecce con un’ora e mezza di ritardo, Talpa avvertì le conseguenze dei quaranta euro a testa dei paninazzi e chiese a Fanale di accompagnarlo al cesso. “Mi è tornata la retinite. Ce la fai a tenere, che dobbiamo girare tutto il treno adesso?” “Al limite mi presterai le tue mutande.” fece Talpa sudando freddo. Trovarono abbastanza presto il gabinetto, ma non riuscivano ad aprire la porta. Sia Talpa che Fanale armeggiavano per cercare una maniglia, un pulsante, qualcosa di tangibile, insomma. Talpa aveva già le convulsioni e sudava freddo. Fortunatamente passava il capotreno proprio in quel momento e chiesero lumi per aprire quella porta che era peggio di una cassaforte. Manco un gabinetto di Trenitalia fosse d’oro! “Sì, guardi, è quel quadratino rosso. Basta toccarlo.” Fece il capotreno. Fanale lo toccò e come per magia si aprì un varco nella porta e apparve uno splendido, maestoso cesso minuscolo e sporco da fare schifo, tanto che Talpa fu seriamente tentato di mollargliela lì per terra a testimonianza imperitura del suo passaggio. Terminato lo sdoganamento delle scorie si trattava di tirare l’acqua: solito problema di cui sopra. C’era un wc, un lavandino, un phon per asciugare le mani, ma nessuna leva o maniglia, niente. Talpa stava per vomitare a forza di raccogliere lerciume con le mani e allora chiamò Fanale, la sua ancora di salvezza, che entrò in quel cesso come chi doveva votare per la Democrazia Cristiana, cioè tappandosi il naso, e cominciò a grattare anche lui le pareti circostanti, finchè trovò una striscetta rossa. Provò a premerla in un punto e fu investito da un getto d’acqua direttamente dal lavandino che lo annaffiò dalla testa ai piedi. Evidentemente non era il punto giusto. Provò un po’ più in là e il bagno si riempì completamente di sapone liquido inondando i due esseri fantozziani fin dentro le scarpe. Provò un terzo punto e finalmente tirò l’acqua. Uscirono dal cesso e, tutti insaponati com’erano, incontrarono il capotreno che andava a vedere cos’era quell’odore di pulito così inconsueto, minacciando a mezza voce di serie sanzioni chi aveva osato lavare il bagno: “Cos’è successo? Siete rimasti chiusi in lavatrice?” Fanale spiegò la situazione e lui: “Ma non ha visto i simbolini sulla striscia? Erano chiaramente visibili!” “Sì, ma non per un mezzo ciecato e tanto meno per un ciecato completo! Alla faccia della tecnologia accessibile!” pensarono entrambi e sorrisero. Quando tornarono nello scompartimento, fradici e insaponati, ma piegati in due dalle risate, stavano già sognando di fare una vacanza insieme. Lo dissero a Pipistrello e sognarono in tre. Chissà come si sarebbero divertiti insieme! In campeggio E infatti eccoli tutti e tre con relative mogliere, cane e figlia on the road, con due macchine, le tende canadesi sui portabagagli, il budget limitato a cinquecento euro a famiglia e la stradale che aveva fermato Luce e Fanale per un sorpasso nei pressi di un restringimento di corsia dove c’era già la banda che indicava l’inizio dei lavori in corso. Multazza di duecento euro! E vai! Fortuna che una caparra al campeggio l’avevano già mollata e che per il saldo al limite c’era la carta di credito. Decisero di pagare subito in contanti per togliersela dalle balle senza casini di verbali, uffici postali e menate del genere; quindi rimanevano solo trecento euro cash, con la consegna di usare il meno possibile la carta di credito se no venivano protestati da tutte le banche d’Italia. Comunque erano quasi arrivati in campeggio, tutti contenti per l’ottimo inizio. Montate le tende, circa tre ore dopo il loro arrivo, più che il piazzale di una comitiva di amici il loro sembrava un campo profughi. Poi spiegare a Talpa il concetto di entrata della tenda canadese e il fatto che non fosse un appartamento con frigo bar era stata dura, l’aveva sgrumata tre volte prima di piantarne le fondamenta a 10 metri di profondità. Fanale si diresse solo soletto verso il bagno; di solito Luce esplorava insieme a lui i punti strategici, ma il bisogno impellente lo fece avventurare da solo verso i servizi. Arrivato finalmente nel tanto sospirato loco si infilò in quella che gli parve una turca e fece il suo dovere, poi cercando lo sciacquone trovò la manopola della doccia ed ebbe un’illuminazione: era finito nel reparto docce. Meno male che il danno era stato tutto sommato limitato. Uscì con l’aria di chi aveva fatto la doccia e non pisciatoci dentro e una volta fuori si rese conto che ormai era buio pesto. Si guardò intorno e dei cinque viali che intravedeva decise di prendere il più probabile e si incamminò verso il campo tenda. Dopo alcune giravolte, svolte e incursioni in altre piazzole dove parlavano tedesco, inglese e romanesco, si rese conto di essersi perso. Sempre più complicato vivere in campeggio, sembrava una città di nomadi talmente era grande. Intanto, dopo un’ora che non lo vedeva tornare, Luce cominciò a preoccuparsi mentre Talpa e Pipistrello si sbaffarono il suo piatto di pasta per cena e ruttarono alla sua salute ringraziandolo di cuore di aver fatto perdere le sue tracce. Luce organizzò una battuta di caccia, esplorò tutti i dodici bagni facendo sfondare le porte chiuse dove gli stitici storici del campeggio la riempirono di insulti. Gli annunci del proprietario all’altoparlante furono inutili. Dicevano: “È stato smarrito un mezzo ciecato, maschio, razza bianca, età apparente circa quarant’anni che risponde al nome di Fanale. Chi lo avesse trovato è pregato di consegnarlo alla legittima consorte al viale numero tre piazzuola cinquantuno.” Ma niente da fare. A quel punto decisero di chiamare un cane da caccia di un vicino di tenda, gli fecero annusare le mutande di Fanale, che purtroppo erano quelle di Salvagente prese da Fanale per sbaglio durante l’ultima uscita in barca. Quindi il cane andò in confusione, partì per Torino imboccando l’autostrada e mandando una nota stratosferica a copertura delle spese di trasferta. Alla fine, dopo ore di ricerche in cui erano stati allertati polizia, carabinieri, guardia forestale e Interpol con la foto di Fanale diffusa in tutta la regione con volantini attaccati nei supermercati e nei commissariati, Luce ritrovò Fanale appoggiato a un palo che ronfava in attesa che qualcuno lo recuperasse. A suon di bastonate lo ritirò dai viali e lo spedì a letto senza cena per lo spavento che le aveva fatto prendere. Nel frattempo Talpa e Pipistrello con Calimera e la Pipi erano andati in spiaggia a piazzare gli ombrelloni in pole position sul bagnasciuga, che se arrivava una mareggiata se li mangiava come niente e Luce era andata a pregarli in lacrime di piazzare anche il suo, visto che quell’inetto di suo marito aveva pensato bene di perdersi invece di attendere ai doveri familiari. Dharma, che faceva da apripista sulla passerella della spiaggia, vistasi circondata da tutto quel ben di dio di sabbia finissima, iniziò incredula e gioiosa a scavare proprio dove la sabbia cominciava a bagnarsi dell’acqua salmastra e, scava, scava, raggiunse le fondamenta di quella passerella che il padrone del campeggio aveva messo con somma cura come passaggio tra due file di ombrelloni e la divelse di netto, riempiendola di sabbia e lasciò al suo posto, con il regal coccige alzato, il segno inequivocabile del suo passaggio. I quattro presero ciò come un segno del destino, decisero di mettere gli ombrelloni laddove Dharma aveva iniziato a scavare, ringraziando il santo protettore dei campeggiatori avvinazzati della Romagna, San Giovese, che, essendo già notte, il padrone del campeggio non aveva visto l’opera del cane, se no gli faceva un mazzo tanto. Il mattino dopo, quando tutti e sei di buonora arrivarono in spiaggia, videro l’ombrellone di Fanale e Luce occupato da due tedesche, madre e figlia, due bei pezzi di gnocca tra l’altro, che avevano un cagnolino grosso la metà della testa di Dharma e videro il bagnino imbufalito che sventolava sotto il naso delle due sventurate il regalino lasciato la sera prima da Dharma, dando il merito di quel regalino a quel toporagno di cane posseduto dalle due donne. In un linguaggio misto di tedesco, italiano e gesti, le due cercavano di fargli capire che non era possibile che quel cagnolino santo avesse potuto fare una roba simile e gli indicavano Dharma che intanto sopraggiungeva, volendo intendere che quella sì aveva la stazza per fare tutto quel casino. I sei capirono l’antifona e decisero di attendere che la bagarre fosse finita, per rivendicare la proprietà dell’ombrellone, mentre venivano assaliti da orde di animatori famelici che facevano a botte per proporre i loro servigi di insegnanti di sub, di tiro con l’arco, di tennis, eccetera. A Fanale proposero un corso di guida sportiva sui motoscafi d’altura, al che lui li mandò tutti quanti a cagare, minacciando di aizzare Dharma che intanto si stava infarinando tutta nella sabbia assumendo un’aria veramente feroce da cane insabbiato. Quella sera la temperatura era mite dopo il caldo torrido della giornata. Talpa, Fanale e Pipistrello volevano andare a fare il bagno di mezzanotte e tentarono di coinvolgere anche le donne, più che altro perché in spiaggia ci sarebbero arrivati anche da soli, ma poi a tornare indietro è lì che ti voglio. Ma le donne, da brave donne posate e responsabili che erano, rifiutarono e i tre, imperterriti, decisero di andarci comunque con l’accortezza di prendere il radiolone di Talpa, ficcarci dentro le pile, e tenerlo acceso mentre loro andavano a fare il bagno, in modo da avere un punto di riferimento uditivo per raggiungere, all’uscita dall’acqua, il punto esatto da cui erano partiti, cioè i loro ombrelloni. Ahimè mai mossa fu più malaccorta. Accesero la radio a un volume sufficiente per essere udito dal bagnasciuga ed entrarono in acqua, un’acqua calda, un brodo liquido e la luna piena splendeva in cielo. C’erano un po’ di ondine, quelle bastarde che sono basse ma arrivano un po’ trasversalmente e ti spingono di qua e di là facendoti perdere la tramontana, che poi non sai più dove sei, soprattutto se non ci vedi un piffero. Fanale, per quello che riusciva, cercava di tenere d’occhio gli ombrelloni, ma, anche al chiaro di luna, tutto gli appariva soffuso e poco intelleggibile. Dopo un po’ i bagnanti decisero di uscire dall’acqua, ma arrivati sul bagnasciuga, nei pressi di quello che poteva essere il loro ombrellone, non sentirono più la musica e non trovarono il radiolone: “Cazzo, vuoi vedere che ce l’hanno ciulato? O abbiamo sbagliato ombrellone?” Costeggiarono la battigia in qua e in là allargando sempre più il loro raggio di esplorazione, ma la spiaggia era tutta uguale: ovunque file di ombrelloni identici, passerelle uguali a quella del loro campeggio che tra l’altro era stata rimessa a posto dal bagnino, quindi non potevano neanche prendere come riferimento lo scempio di Dharma; nessuna traccia da nessuna parte del radiolone e nessuno a cui chiedere, perché la spiaggia era completamente deserta. Frattanto Talpa piagnucolava per la perdita del radiolone. “Me l’aveva regalato mio cugino! Era bello! Aveva anche il subwufer e l’rds! Bisogna far denuncia di smarrimento!” “E aveva anche un accidente che ti piglia! Ce le hai già sciroppate! Cerca piuttosto di capire dove cazzo siamo finiti!” risposero gli altri un tantino nervosetti. Soprattutto Pipistrello era nervosetto perché si rendeva conto che per la prima volta in presenza di Fanale non poteva contare sulla sua lungimirante vista. Erano sparite anche le ciabatte, perché, dopo due ore di ricerca infruttuosa, i tre erano risaliti lungo le file di ombrelloni fino alla fine della spiaggia e all’inizio dei campeggi per cercare almeno quelle, ma niente, erano sparite. Affranti, decisero di desistere. Tanto non credevano di essere molto distanti dal loro campeggio e le donne, non vedendoli rientrare, li avrebbero cercati, speravano, prima dell’alba. Si sedettero sul bagnasciuga a godersi il rumore delle onde e la brezzolina fresca che alle due di notte cominciava già a essere un po’ troppo frizzante. “Ma ragazzi, ma che cazzo ce ne frega! – Disse Talpa in un impeto di euforia. – Chi sta meglio di noi! Entriamo nello spirito dei poeti beat, ragazzi! Senza una meta, senza orari, senza le donne che ci rompono i coglioni, sempre in giro! Siamo senza ciabatte, solo in costume, ma abbiamo tutta la spiaggia a nostra disposizione! Potremmo metterci a dormire qui, sulla nuda sabbia e poi ci svegliamo quando sorge l’aureo astro! Ci manca solo un falò, qualche canna, i bonghi e le chitarre, la sangria dentro l’anguria e poi siamo a posto. C’è pure la luna piena. Se mi fossi calato un acido riuscirei persino a vederla!” “Sei già flippato così, non hai bisogno dell’acido!” disse Pipistrello. “Ragazzi! – fece Fanale ispirato. – Sentite che poesia mi è venuta in mente sulla luna!” E, alzatosi in piedi di fronte agli altri due, cominciò a declamare: “Luna, regina della notte, sovrana del cielo notturno, luna che doni pace, al centro del vuoto blu, e quando su di te, sono arrivati gli uomini d'argento, tu li hai accolti tacendo.” Lo sciacquio del mare rispose alla lirica fanalesca, come per dare solennità a quelle parole. Dopo un attimo di silenzio commosso, Pipistrello si alzò e si pose alla sinistra di Fanale che era rimasto in piedi, ristette un attimo e allungò delicatamente una mano verso l’amico. “A Fanà, ma vaffanculo va’!” disse afferrandolo per un fianco. Si alzò anche Talpa e lo afferrò dall’altra parte, lo sollevarono e lo trascinarono verso l’acqua sfottendolo. “Anvedi er poeta. Ma da quando scrivi poesie? Magari non è neanche tua!” “Ma no… È di una mia amica…” “Sì, una che volevi farti!” “Ma no... era una bambina... si chiama Stefania… aveva dieci anni quando l’ha scritta...” “Ah, pure pedofilo!” “No ragazzi… è fredda… no, caz…” Ma non poté dire altro, perché i due amici, con l’acqua alla cintola, se lo caricarono sulle spalle e lo lanciarono in avanti con tutta la forza delle loro reni da canottieri e le ultime parole si persero in bolle e boccheggi. “Bastardi! – disse soffiando e sputacchiando quando riemerse mentre gli arieti gli avevano già voltato le spalle e correvano verso la riva. – Col cavolo che ci tornate in campeggio senza di me!” “Sì, stiamo freschi se aspettiamo te!” sghignazzarono i due, ma Fanale era già alle loro calcagna e prendeva manate d’acqua cercando di spruzzarli. “Ma dove volete andare gadani!” sentirono una voce provenire dalla spiaggia davanti a loro e riconobbero quella di Calimera con le altre due in sottofondo che si sbellicavano dalle risate. “Gli uomini beat senza donne tra le palle! Guardali lì che si perdono in un bicchiere d’acqua e neanche il campeggio riescono a trovare! Va’ là, va’, che siete finiti tre campeggi oltre! Sono due ore che vi osserviamo!” “Ma sarete delle stronzone anche voi eh? Ci hanno fregato la radio e le ciabatte, non avevamo più riferimenti!” “Ve le abbiamo fregate noi, rimba che non siete altro! Dài, venite che ci facciamo una megaspaghettata aglio olio e peperoncino, così magari diventate più furbi!” “No, meglio una carbonara!” fece Talpa. “Vada per la carbonara! Tre teglie, ok?” rispose Calimera. Tutti approvarono con un boato che risuonò come in uno stadio rompendo il silenzio della notte e corsero festanti e improvvisamente affamati verso le tende. Ringraziamenti Un grande ringraziamento per il suo contributo alla realizzazione di questo libro va a Sergio Polin, che ha scritto a sei mani con noi tre capitoli e che, con quella faccia da gadano che si ritrova, ha ispirato il personaggio di Pipistrello. Grazie anche a sua moglie, Elisabetta Grande, per essere stata la Pipi e non possiamo esimerci dal ringraziare Dharma, cane di Pipistrello nel libro e nella vita. Siamo grati anche alla amica Irene e a suo marito che hanno pazientemente corretto le bozze scalcagnate che abbiamo loro rifilato. Un grandissimo grazie va a Veronica Sanino che ci ha regalato la copertina e le vignette e gratitudine anche a Claudia Schembari che ha collaborato nella stesura di queste ultime nonché a chi ha avuto la pazienza di leggere e ascoltarci nel procedere della scrittura: le nostre consorti, Palma (Luce) e Patrizia, che, oltre a essere stata Calimera, ha riveduto e corretto le vignette, fornendoci anche una rappresentazione grafica delle consorti sfigate dei tre protagonisti. Un saluto a tutti gli amici, che non possiamo citare per intero perché sono veramente tanti, che ci hanno incoraggiato e che hanno riso con noi; un abbraccio a tutti loro: Debora, Giorgio, Rita, Luca, Mirella, Nadia e non ce ne voglia chi non è stato ricordato. Grazie a tutti voi. E grazie anche agli amici che hanno ispirato i personaggi comprimari: Cristina che è stata Glicerina, Paolo Salvagente, Silvano padre di Talpa nel libro come nella vita, Roberto detto Pacco, Stefano detto Molecola, Giovanni il Vecio, Alberto detto Skipper e tutti gli altri che non abbiamo citato, ma che sono stati molto importanti. Infine grazie a noi stessi per essere Talpa (Marco) e Fanale (Sergio). Non è finzione: siamo demenziali e fantozziani così anche nella vita reale, ma siamo grandi per questo. Glossario Armo: l'insieme di imbarcazione ed equipaggio per una regata (o meglio, accozzaglia di esseri simili a individui alla deriva in una vasca da bagno a remi). Balengo: v. gadano Barotto: persona di etnia piemontese, preferibilmente di estrazione rurale, con marcato accento dialettale. Barra braille: hardware che permette la lettura in braille di testi elettronici (se non sapete cos’è un hardware arrangiatevi! lo sa persino Fanale!) Duro come un panotto: espressione piemontese che significa, non alla lettera, rigido come un palo. Flippato: rintronato, come uno che si è calato un acido. Gadano: impotente mentale (per i non capenti, pirla) Ipovedente: mezzo ciecato. Ragno: in questo caso tirchio; modo di dire piemontese. Rata vuloira: termine dialettale piemontese che significa pipistrello (inteso come ratto volante) Ravanare: termine dialettale piemontese che significa frugare… Sintesi vocale: dispositivo software che vocalizza testi in formato elettronico. Sola: in romanesco pacco, bufala (non l’animale da cui si produce la famosa mozzarella). Spetasciati: termine milanese che significa spappolati per terra. Squaraus: dissenteria (non è latino, come invece credeva Fanale). Sveglia orboaccessibile: sveglia ravanabile (tattile, gadani!) Svicia: termine dialettale piemontese che significa acuta, perspicace Tamarro: v. truzzetto. Tavanate: dichiarazioni fallaci… diciamo così! Truzzetto: giovane proveniente da un quartiere degradato. Videoingranditore: schermo che consente la lettura ti testi ingrandendone i caratteri a seconda del grado di orbaggine. Un autore Marco Pronello, alias Talpa, è nato a Torino il 28 aprile 1972 all’ora di pranzo.Il suo primo vagito è stato “Buttate la pasta che sto arrivando!”: Il destino di panzone e mangiatore indefesso era già segnato.Nel giro di pochi mesi si palesò anche il destino di musicista da strapazzo: imparò a fischiare prima che a parlare e la sua prima batteria, verso i due anni, fu la lavatrice (se ne dovettero cambiare tre in sei mesi a causa delle sue performances da metallaro). Frequentò il liceo linguistico ove studiò inglese, francese e spagnolo. Poi per i cavoli suoi studiò il tedesco, l’ungherese, l’olandese, il gaelico e il romeno. Fanale, invidioso per questa sua capacità innata di apprendere le lingue, lo sfidò a studiare il cimbro: ora si è messo in contatto con il dipartimento di lingua e letteratura cimbra dell’università di Sangano alla ricerca di alcune pergamene che fungano da libri di testo. La posta in palio è una megacena a base di carboidrati offerta da Fanale per cui ha già acceso un mutuo. Per occupare il tempo scrive improbabili romanzi fantasy e sogna di diventare il batterista di Paul McCartney e di girare il mondo. Ha la speranza che suo figlio, quando nascerà, sia scemo come lui; ne sarebbe orgoglioso. L’altro autore Prelato Sergio, alias Fanale, è nato a Torino il 25 ottobre 1965 nei pressi del Lingotto, alle 13.30. Stava già sulle scatole ai sanitari, che per farlo nascere, rinunciarono al pranzo. Immediatamente battezzato per l’alta mortalità infantile dell’epoca, notarono subito che l’infante faceva loro le corna. Dopo aver compiuto gli studi obbligatori in un collegio per minorati della vista (restano ancora i segni delle sue testate in via Nizza 151) frequentò con successo il corso biennale per centralinisti e successivamente il triennio per diventare massofisioterapista. Sposato con Palma, alias Luce lavora in banca. Appassionato di storia, politica e fantascienza, possiede più di 2000 Urania, alcuni sono veri pezzi da collezione. qualcuno si è azzardato a chiedergli come fa un ipovedente a collezionare libri che ha difficoltà a leggere, la sua risposta è stata: “… miei.”