Jona Oberski. ANNI D'INFANZIA Un bambino nei lager. Giuntina, Firenze 1996. Traduzione di Amina Pandolfi. Titolo originale: "Kinderjaren" - Uitgeverij BZZTH, Den Haag 1978. Copyright 1978 Jona Oberski, Amsterdam. Copyright 1996 Editrice La Giuntina, Via Ricasoli 26, Firenze. Jona Oberski è nato ad Amsterdam nel 1938 e lavora attualmente in un istituto di fisica nucleare. In questa sua prima opera, già pubblicata in numerosi paesi, descrive la sua tragica esperienza di bambino ebreo deportato insieme ai genitori in un campo di concentramento. Da questo libro è stato realizzato il film "Jona che visse nella balena" di Roberto Faenza. "Erba, infilata in una teiera azzurra, scelta fra l'erba che cresce, sfiorisce e continua a vivere". JUDITH HERZBERG. da "Beemdgras en zachte dravik" ("Erba di prato e spigolina"). 1. LO SBAGLIO. Non spaventarti, va tutto bene, ci sono io con te. La mano che si posava sulla mia guancia era quella di mia madre. Il suo volto era accanto al mio. Riuscivo appena a vederla. Lei sussurrava e mi carezzava la testa. Era buio. Le pareti erano di legno. C'era un odore sconosciuto. Dai rumori pareva che ci fossero anche altre persone. La mamma mi sollevò la testa e vi passò sotto il braccio. Mi attirò a sé. Mi baciò sulla guancia. Domandai dov'era il papà. C'è stato uno sbaglio, ma tutto si sistemerà. Siamo in viaggio per qualche giorno con tanta altra gente. Presto torneremo a casa e allora ci sarà anche papà. Ma intanto si sono sbagliati e così adesso dobbiamo restare qui un paio di giorni in visita, proprio come poco tempo fa, quando siamo stati in visita da Trude. Te ne ricordi ancora, no? Trude aveva preparato del cavolfiore. Ma quando lo hai avuto nel piatto non hai mangiato nulla, perché il cavolfiore non ti piace. Lei voleva darti a intendere che i bambini si trovano sotto i cavolfiori. Ma tu lo sai che i bambini nascono dalla pancia della mamma. Tu sei uscito dalla mia pancia, lo sai, no? Nelle fotografie che abbiamo a casa lo hai visto quando eri neonato e sei venuto fuori dalla mia pancia e io ti allattavo e ti facevo il bagnetto. Te ne ricordi? Papà ieri mattina è dovuto andare in ufficio. Poi sono venuti a prenderci, ma tu avevi tanto sonno. Ti ricordi? Abbiamo dovuto fare un lungo pezzo di strada. A casa ho lasciato un biglietto per papà, perché c'è stato uno sbaglio, noi non saremmo dovuti affatto andar via con loro. Ora daranno il biglietto a papà e fra un paio di giorni ritorniamo a casa. Qui c'è molta altra gente con dei bambini, così non ti annoierai. Non abbiamo portato molti giocattoli, perché siamo partiti tanto di premura. Non ho neppure fatto in tempo ad avvertire la nostra vicina. Per fortuna poi abbiamo incontrato molti conoscenti. Ti ricordi? Quel signor L. così gentile, che ha anche scherzato con te. Anche lui ha promesso di dirlo a papà. A quest'ora lo avrà fatto da un pezzo. Forse domani, quando si fa giorno, troviamo già una lettera di papà. Qui c'è tanta altra gente, per questo dobbiamo parlare a voce così bassa. Altrimenti gli altri si svegliano. Qui sono tutti molto stanchi. Anche tu, vero? In treno non hai fatto che dormire. Ti ricordi ancora del treno? No, vero, tesorino, avevi tanto sonno. E' proprio stupido che si siano sbagliati, ma fra un paio di giorni siamo di nuovo a casa. Qualcuno fece ssst. La mamma ora mi bisbigliava così vicino all'orecchio che mi faceva il solletico. Adesso dormi, addormentati da bravo. Io resto qui con te. Domami andiamo a dare un'occhiata al campo e fra un paio di giorni torniamo a casa, dal papà. Mi diede un bacio. L'aria nel naso era fredda. Anche sotto la coperta faceva freddo. Mi rannicchiai stretto stretto addosso alla mia mamma calda e il calore del suo respiro mi salì su per il naso. Il secondo giorno arrivò una lettera di papà e il quarto un pacchettino. Ogni giorno domandavo se potevamo tornare a casa. Ma lei diceva, ancora un paio di giorni. Una settimana dopo tornammo a casa. Con noi partirono pochi altri, la maggior parte rimase. Papà ci aspettava. Baciò la mamma e me e poi loro piansero. IL BURATTINO. Devi chiudere ben bene gli occhi disse la mamma. Tienili ben stretti. Ti porto dentro io in braccio e poi, quando te lo dico, li puoi riaprire. D'accordo? Chiusi gli occhi stringendoli bene. Attraverso le palpebre chiuse vedevo la luce accesa nella mia camera. Udii mio padre. Possiamo venire? domandò la mamma. Mi prese in braccio. Io aprii gli occhi solo un momentino, per vedere che cosa succedeva. No, tesoro, ben chiusi, lo hai promesso. E tenendomi in braccio traversò la casa. Siccome gli occhi mi si volevano aprire continuamente, ci misi sopra una mano. Mi accorsi che andavamo da papà. Adesso puoi aprirli!. E nello stesso istante il papà e la mamma cominciarono a cantare Viva, viva e lunga vita. Mi baciarono sulle guance e io ricambiai con dei bacini. Papà mi prese dalle braccia della mamma nelle sue. La mamma mi guardò. Nei suoi occhi scuri vedevo riflessa la luce della lampada. Sulla mia guancia sentivo quella ruvida di mio padre e i suoi capelli che mi facevano il solletico. Papà aveva i capelli neri. Quelli della mamma erano rossi. Eravamo tutti in vestaglia. Quella di papà era marrone chiaro. La mia e quella della mamma celeste. Sulla tavola c'erano tanti oggetti di tutti i colori. Non vuoi aprire i tuoi regali?. Io guardai il papà. I colori sulla tavola si riflettevano nei suoi occhi. Gli diedi un bacio sul naso. Lui si mise a ridere. Non vuoi guardare meglio i tuoi regali?. Voleva mettermi giù, ma io stavo tanto più comodo in braccio a lui. Gli avevo messo un braccio intorno al collo e lo tenevo stretto. Sono tutti per te. La mamma mi fece un cenno indicandomi la tavola e mi baciò. Prese un pacchetto rosso e cominciò ad aprirlo e mi domandò se non volevo aiutarla. Mentre lei teneva fermo il pacchetto, con una mano sola io cercai di togliere la carta. La carta si strappò. Non fa niente, è soltanto la carta. Papà mi rimise a terra. Con tutt'e due le mani levai tutta la carta. Venne fuori un burattino di legno, piatto, con delle cordicelle. Il corpo era marrone, rosso e giallo. La faccia rideva. La mamma afferrò una cordicella e la tenne sospesa in alto. Tira qui. Mentre con una mano mi tenevo attaccato alla vestaglia del papà, con l'altra diedi uno strattone alla cordicella. La mamma mi aiutò e il burattino allargò le braccia e le gambe e poi le lasciò ricadere, mentre io tiravo e lasciavo di nuovo andare la cordicella. Appenderemo il burattino sopra il tuo letto. Qui, tesoro, prendilo con tutt'e due le mani. Io lo presi e ero molto contento del burattino. Papà aveva messo il braccio intorno alle spalle della mamma e insieme restammo a vedere il piccolo burattino che ballava. Ogni volta che allargava le gambe io ridevo e ridevo. Anche loro ridevano. Ci sono ancora tanti altri regali. Guarda. Io guardai il burattino che tenevo in mano. Sono troppi tutti in una volta. Glieli daremo più tardi disse mio padre. Mi afferrò per la vita con le sue grandi mani, mi sollevò e io ridendo volai per aria. Poi mi mise a cavalluccio sulle sue spalle, e quando doveva passare dalle porte si piegava profondamente. Alla fine mi lasciò ricadere sul lettone dei miei genitori. Io mi rincantucciai sotto le coperte azzurre. Papà e mamma bevevano il tè a letto. Ridevamo tutti del mio burattino Più tardi ebbi anche gli altri regali. IL NEGOZIANTE. L'ingresso del negozio era alle mie spalle. La porta era aperta. Mia madre era dentro. La sentivo parlare con il proprietario. La pioggia crepitava sul mio cappuccio, ma sotto la mantellina le mani restavano asciutte. Ne infilai una nell'apertura laterale. Vidi le gocce di pioggia cadermi sulla mano. Ogni volta le gocce mi davano un colpettino freddo in un punto diverso. Tutt'intorno a me c'era sabbia. Presi un mattone giallo chiaro e lo misi in piedi, di spigolo, nella sabbia giallo scuro. Lo lasciai andare. Cadde giù. Con il mattone lisciai un po' la sabbia. Il mattone restò in piedi. La mamma venne fuori e si mise accanto a me. Ti piace stare sotto la pioggia? Vuoi il secchiello e la paletta? Vado a prenderteli. Mi guardai intorno. All'infuori di noi due non c'era nessuno. Vedevo solo il negozio: una vetrina bagnata e un buco buio. La mamma gridò verso l'interno che io restavo lì a giocare davanti alla porta. Il negoziante rispose: Va bene. Fra un minuto mi vedi su, alla finestra. E indicò la nostra finestra. La mamma corse in casa. La seguii con lo sguardo. Il negoziante si mise sulla porta. Bella pioggia, eh?. Io indicai con la mano la mamma. Ritorna subito fece lui. La mamma batté forte nel vetro dall'interno della finestra e mi fece un cenno di saluto. Io risi e le feci un cenno di rimando. Presi un altro mattone e lo misi in piedi accanto all'altro. Appena lo lasciavo andare subito cadeva giù. A un tratto la mamma mi fu vicino. Infilò la paletta nella sabbia e cominciò a riempire il secchiello. Vedi? Così disse. Ma quello io lo sapevo già. Afferrai la paletta e cominciai a spalare. Io torno di sopra disse lei e mi baciò sulla fronte bagnata. Io le diedi un bacino sul mento bagnato. Con la paletta spianai ben bene la sabbia. Ora i mattoni stavano in piedi. La mamma mi aveva portato anche una formina. Ci misi dentro della sabbia e cominciai a fare tante tortine, una accanto all'altra. I mattoni caddero giù. Vidi due piedi. Mi alzai. Un bambino mi stava guardando. Sollevò una gamba e tenne un piede sospeso sopra una tortina. Guardai le mie tortine. Paff! la più grossa era spiaccicata. Lui ora col piede le calpestava tutte. La formina scomparve. Ah! Ah! gridò lui e corse via. Mi venne da ridere. Con la paletta scavai fuori dalla sabbia la formina. Ricominciai a fare tortine di sabbia su un pezzo di terreno liscio. Riempii il secchiello di sabbia, per fare un dolce alto e grosso. Con la mano lo lisciai ben bene. Allora quei piedi mi pestarono quasi le mani. Io le ritirai in fretta e guardai il bambino. Ma lui distrusse tutte le tortine e poi guardò le impronte dei suoi piedi. Ah! Ah! e ecco! e bene! esclamava. Guardai su verso la nostra finestra. La mamma non si vedeva. La porta del negozio era chiusa. Mi sentii strappare il cappuccio dalla testa. Ah! Ah! che sporca mantellina ebrea. Una quantità di sabbia mi ricadde sulla testa. Cominciai a piangere. Il secchiello cadde per terra accanto a me. Mi alzai e corsi in casa. Salii di corsa le scale. Tempestai di pugni la porta. La mamma aprì. Mi sollevò in aria. Disse: Oh, tesoro, che cosa c'è?. Mi strinse a sé. Con un guanto di spugna mi lavò con cura la sabbia dalla faccia. Mi baciò e mi tolse la sabbia dai capelli. Io smisi di piangere. Oh, che sospirone disse lei. Mi portò con sé alla finestra. Non hai riportato su il secchiello e la paletta?. Andò lei a prenderli. Io non volli andare con lei. Restai a guardare dalla finestra. Le corsi incontro alla porta. Le domandai se aveva anche la formina. Lei tornò indietro. La formina non c'era più. Più tardi venne a casa papà. Gli raccontammo quel che era accaduto. Lui chiese se era stato il figlio del negoziante. Io feci cenno di sì. Papà uscì. Io stavo alla finestra e lo vidi entrare nel negozio. Dopo un po' ritornò. Mi prese sulle ginocchia e mi diede un bacio. Il negoziante aveva detto che non era stato certo suo figlio; che lui aveva continuato a venderci di tutto come sempre; e che questo gli aveva già procurato abbastanza fastidi; ma disse anche che la mamma mi aveva lasciato solo davanti al negozio. Il papà disse che la mamma non doveva farlo più. Il giorno dopo, a mezzogiorno, la mamma si mise a piangere. Papà la consolava. Non vuole vendermi più nulla diceva lei. Gli ho domandato perché, abbiamo sempre pagato regolarmente. Lui ha detto che è proibito. Papà disse che la mamma poteva andare a fare la spesa nel negozio di un conoscente, quello ci avrebbe aiutato certamente. La mamma trovava che era un po' troppo lontano, ma pazienza. Io mi arrampicai in grembo alla mamma. Le misi le braccia al collo. Mi strinse a sé. Papà venne accanto a noi. Adesso facciamo un cerchio con le nostre teste disse. Così possiamo darci un bacio tutti insieme, contemporaneamente. E così abbiamo fatto. L'UOMO DEI VETRI. E' arrivato l'uomo che pulisce i vetri. La mamma mi svegliò dolcemente dal mio sonnellino pomeridiano. Vuoi andare a vedere?. Mi alzai in piedi nel lettino e le cinsi il collo con le braccia. Lei mi prese in braccio e mi portò nella stanza grande. La stufa era accesa e la lampada anche. Sentivo della musica. Mi arrampicai sulla panca di fronte alla libreria. L'uomo che puliva i vetri mi fece un cenno di saluto attraverso il vetro. Io ricambiai il saluto. La mamma mi diede un bicchiere di latte caldo. Fuori era buio. L'uomo dei vetri era vestito di bianco. Con la spugna bagnava il vetro, poi tirava la spugna dall'alto in basso, da sinistra a destra e poi di nuovo a sinistra. Ogni tanto grattava via qualcosa con l'unghia. Poi ripeteva la stessa operazione con un'altra spugna, che inzuppava in un altro secchio. Premeva la spugna fin ch'era piatta contro il vetro. Rivoli d'acqua colavano giù lungo la finestra. L'uomo portava via la maggior parte dell'acqua con uno straccio nero, con ampi gesti ad arco, sinistra destra, sinistra destra. Dal secchio bianco prese la pelle di daino, la strizzò e poi la ripiegò. Sinistra, destra, esattamente come con lo straccio, ma questa volta premendo di più. La sentivo stridere contro il vetro. La mamma guardava dal tavolo da stiro. Alzò il volume della musica. Ti piace questa musica?. Io feci cenno di sì. Lei cominciò a cantare. Questa musica è di Mozart. Così si chiama il compositore, cerca di ricordartelo, Mozart. Posò il ferro da stiro sull'asse, voltato all'insù, e prese un altro capo dal mucchio della biancheria. Vuoi bagnarlo per me? mi domandò. Bevvi ancora un sorso di latte caldo. Poi andai da lei. Lei immerse la mia mano nell'acqua tiepida e spruzzò le gocce sulla stoffa di uno dei suoi vestiti. L'uomo dei vetri strinse le labbra e fece un cenno col capo. Si mise sull'orlo del davanzale, spinse avanti la scala e cominciò a bagnare l'altra finestra. La mamma arrotolò il vestito inumidito. Io immersi di nuovo la mano nell'acqua, spruzzai un altro paio di vestiti e li arrotolai. Poi mi spruzzai i capelli. Corsi nella mia camera, mi arrampicai sul letto, afferrai il mio burattino e lo feci ballare per l'uomo dei vetri. Lui batté le mani. Poi scese dalla scala. La mamma mi prese in grembo. Mi spazzolò i capelli, da una parte verso sinistra, dall'altra verso destra. Guarda un po' come sei bello, che splendidi riccioli. Si spostò un po' di lato, lei osservava me e io lei. Guarda nello specchio. Io guardai verso la finestra e vidi noi due lì seduti. La mamma teneva il viso accanto al mio. Anche la lampada e la copertura bianca dell'asse da stiro si vedevano bene nel vetro. 2. IL TRAGHETTO. La mamma mi abbottonò la mantellina e mi tirò il cappuccio sulla testa. Mi tirò fuori le mani dalle aperture laterali e mi infilò i guantini. Mi baciò e poi papà mi prese per mano. Insieme scendemmo la scala esterna di pietra, fino alla strada. Percorremmo un pezzetto di strada in mezzo alla neve, traversammo un piccolo terreno non ancora costruito e arrivammo al punto di attracco del traghetto dell'Amstel. Tirava vento e le onde sbattevano contro il legno scuro. Il traghetto era sull'altra sponda. Io tremavo. Papà allargò le braccia e se le batté contro il corpo per riscaldarsi. E intanto batteva svelto i piedi per terra. Io lo imitai. Mi diede la mano e restammo lì insieme a battere i piedi, fino a che il traghetto arrivò e noi salimmo a bordo. Allora? mi domandò l'uomo del traghetto, vuoi sempre diventare comandante di un traghetto?. Io feci cenno di sì. In tre andammo verso la cabina di comando. L'uomo salì la scaletta. Ehi mi chiamò guardando giù, vieni su da me? Dobbiamo partire. Guardai il papà. Papà disse all'uomo del traghetto che non si poteva. La cabina era troppo piccola. E se poi qualcuno se ne accorgeva? Oh, ma non c'è nessun altro a bordo. Papà mi aiutò a salire la scaletta. La porta si aprì e io entrai. Posto per il papà non ce n'era. Attraverso il vetro della porta vidi la sua testa scivolare lentamente verso il basso. Guardai l'uomo del traghetto. Lui mi sollevò e mi tenne con la faccia contro il vetro. Sotto, sulla scaletta, c'era il papà, che mi fece un cenno di saluto. Io risi. L'uomo del traghetto mi rimise giù. Stiamo partendo. Manovrò ogni sorta di leve e tirò una catena. La sirena mi spaventò. Davanti a me c'era una grande ruota con un manico. Guida tu mi disse. Se la giri in questa direzione, andiamo da questa parte, se invece la giri in senso inverso, andiamo dall'altra. C'era un tale baccano che riuscivo a stento a capire che cosa diceva. Tutto tremava e si scuoteva e anche il motore faceva un gran rumore. Il traghetto dondolò e capii che ci eravamo staccati dalla riva. L'uomo del traghetto mi prese le mani e le posò sulla ruota del timone. Mi guardai intorno. Oh, naturalmente non vedi niente esclamò. E con una mano mi sollevò. Non era piacevole esser sollevati in quel modo. Sotto c'era il papà. Lui guardava l'acqua. I capelli gli svolazzavano davanti alla faccia. Eravamo in mezzo all'acqua. Guardai le onde. Afferrai la ruota del timone e la girai. Ma guarda che cosa fai disse l'uomo del traghetto. Andiamo nella direzione sbagliata. Vidi che non ci dirigevamo più verso l'altra sponda, ma andavamo giù, lungo la corrente del fiume. Indietro, indietro, capitano esclamò lui ridendo. Io girai il timone con tutte le mie forze e riprendemmo la direzione giusta. L'uomo mi depose a terra e rise. Bel capitano sei!. Io ripresi in mano il timone e ricominciai a girarlo. Adesso lascialo, ora attracchiamo. L'uomo del traghetto girò la ruota del timone a grandissima velocità. Lo guardai, ma lui non mi risollevò più. Quando il traghetto fu fermo, scese con me dalla scaletta. Mio padre si tolse un sigaro dalla tasca interna della giacca. Dallo all'uomo del traghetto; un piccolo regalo. Perché ti ha lasciato timonare. Guardai papà. La mia mantellina svolazzava in tutte le direzioni. Sulla stoffa gialla c'erano delle macchie nere. Oh, guarda fece il papà. Be', sicuro, capita, quando si timona una nave. Diedi il sigaro all'uomo del traghetto. Grazie tante. Vieni di nuovo al ritorno?. Quando lasciammo il traghetto, l'uomo disse a mio padre: Il piccolo ha lavorato bene. Parla anche già bene l'olandese. Mio padre rispose: E' nato qui. Noi facciamo del nostro meglio per parlare olandese con lui. Siete tornati presto disse la mamma quando arrivammo a casa. Ha avuto il permesso di guidare il traghetto e non ha voluto più andare a passeggio. L'uomo del traghetto è stato contento del sigaro?. Sì, lo ha trovato molto gentile. E' una brava persona. Se soltanto fossero tutti così disse il papà. Disse anche che la mia mantellina aveva un paio di macchie di grasso e si mise a ripulirla. La mamma prese le mie mani fra le sue. Le mie erano fredde, le sue calde. Le dita mi formicolavano. IL SIGNOR DANIEL. Mio padre mi condusse con sé in ufficio. La mamma mi aveva cucito sul cappotto una stella gialla. Disse: Guarda, ora hai anche tu una stella bella come quella del papà. Io la trovavo sì bella, però avrei preferito non averla. Dovemmo camminare per un bel pezzo. Per fortuna il papà ogni tanto mi sollevava e mi portava in spalla. Quando fummo arrivati, vidi una comune porta d'ingresso, proprio come a casa nostra. Domandai se potevo suonare, ma papà disse che era meglio lo facesse lui. Premette più volte il campanello e io gli domandai perché faceva così, mentre io potevo suonare una volta sola e solo un po'. Disse che un giorno me lo avrebbe spiegato. Salimmo la scala di legno e percorremmo un lungo corridoio buio. In fondo lui bussò a una porta. Qualcuno aprì e diede il buongiorno a mio padre a bassa voce. Poi rivolto a me: Dunque, tu saresti il figlio di tuo padre, piacere di fare la tua conoscenza, caro signore e mi diede la mano. Io risi un poco e papà disse che dovevo dare il buongiorno al signor Daniel. Poi papà mi mostrò il suo posto. C'era un tavolino con sopra una macchina per scrivere. Papà disse che ora andava a cercare qualcosa in un'altra stanza, intanto io potevo girare un po' intorno e sedermi al suo posto, ma non dovevo toccare niente. E mi fece vedere in che stanza andava. Ai due lati della scrivania di mio padre, c'erano altri tavolini con delle macchine per scrivere. E accanto a questi altri ancora. E anche davanti e dietro di me. Mi alzai e corsi al posto dove sedeva il signor Daniel. Gli domandai a che cosa servivano tutte quelle macchine per scrivere. Rispose che erano per battere a macchina e mi domandò se le avevo già contate. Io cominciai a contare. Correvo su e giù fra i tavolini e arrivai fino a trenta. Era giusto. Il signor Daniel mi domandò se mi sarebbe piaciuto battere a macchina qualche cosa. Io lo guardai con occhi interrogativi, per sapere se era davvero permesso. Allora lui mi prese sulle ginocchia e infilò un nuovo foglio di carta nella sua macchina. Mi fece vedere come si faceva e intanto mi spiegava con precisione ogni cosa. Poi mi prese il dito e insieme a me batté il mio nome. Girò un po' il carrello, perché potessi vedere ciò che avevo scritto. Ti piace?. Io volevo continuare a scrivere. Lui prese un paio di cuscini, li mise uno sopra l'altro sulla sedia di papà e mi fece sedere lì sopra. Così arrivavo bene ai tasti. Cominciai a battere. Anche lui continuava a scrivere sulla sua macchina. Io cercai di scrivere il nome del papà, ma era molto difficile trovare le lettere giuste. Erano tutte mescolate ed erano diverse da quelle che avevo imparato all'asilo. Quando non riuscivo a trovare una lettera, avevo il permesso di chiedere aiuto al signor Daniel. E lui mi mostrava la lettera giusta sulla sua macchina. Allora io tornavo di corsa al mio posto, mi arrampicavo sui cuscini e la battevo sul mio foglio. Dopo un po' non ne ebbi più voglia. Anche il signor Daniel aveva smesso. Fece ancora un po' di rumore con le sue carte, ma per il resto nella stanza c'era un gran silenzio. La carta bianca mi abbagliava. I tasti della macchina per scrivere luccicavano. Mio padre tornò indietro e vide che avevo scritto a macchina. E' molto gentile da parte sua, signor Daniel disse. Ce ne andammo. Gli diedi la mano. Lui mi domandò se poteva tenerla, ma io scossi la testa. Domandai al papà se non potevamo portare a casa una macchina per scrivere. Ma papà disse che non era possibile. Ma il mio foglio sì, quello lo potevo portare a casa. A casa lo feci vedere alla mamma e le dissi della luce bianca senza paralume e di tutte le macchine per scrivere e del signor Daniel. MUIDERPOORT. Un uomo urlava. Mi svegliai. La porta venne spalancata. Qualcuno entrò a passi pesanti. Si accese la luce. Che c'è qui? gridò l'uomo. Entrò mia madre. Disse: Lì c'è il bambino; vada via, a lui ci penso io. Avanti, sbrigarsi! gridava l'uomo. La mamma si avvicinò al mio letto e mi carezzò la testa. Io tenevo gli occhi chiusi, stretti stretti. Svegliati, tesoro, dobbiamo partire. Lo sai. Te l'avevamo detto che forse avremmo dovuto fare un altro viaggio. E' venuto il momento. Fa' il bravo. Vestiti da solo, come fai di solito. Avanti, sbrigarsi! gridò ancora l'uomo. Le grida adesso venivano da un'altra stanza. Mi voltai. Tirai la cordicella e spensi la luce. Volevo dormire. La luce si riaccese subito. Allora, su! udii una voce molto vicina. Qualcuno mi afferrò per un braccio e mi tirò via la coperta. Avanti!. Io mi misi a strillare. Con la mano libera mi tirai la coperta sopra la testa. Arrivò la mamma. Disse all'uomo: Che cosa le viene in mente? Potremo almeno vestirci, no? Adesso mi ha fatto piangere il bambino. Me ne sarei occupata io. Così ci vuole solo più tempo. Avanti, sbrigarsi! ripeté ancora l'uomo. Dobbiamo andare, ho degli ordini. Si buttò il fucile sulla spalla e uscì dalla stanza. Il fucile batté contro la porta. La mamma mi domandò se potevo per favore vestirmi da solo, come facevo sempre. Lei aveva ancora tanto da fare. Mi diede un paio di calzoncini che mi dovevo infilare. Voleva trovarmi pronto, quando fosse tornata. Cominciai lentamente a vestirmi. L'uomo con il fucile si mise nel vano della porta. Sbrigati! gridava. Piangendo gli tirai addosso un calzino. Lui chiamò mio padre. Papà lo raccolse e disse che non dovevo fare così. Mi aiutò a vestirmi. La mamma entrò e domandò che cos'altro volevo portarmi via per il viaggio. Poi corse via di nuovo. Un po' più tardi l'uomo in verde fu di nuovo sulla porta. Teneva il fucile da parte, ma io lo avevo visto. Corse via di nuovo quando vide che ero vestito. Avanti gridò di nuovo, svelto, sbrigarsi!. La mamma tornò per domandarmi ancora una volta che cosa volevo portare con me, perché doveva chiudere la valigia. Non avevo nessun'idea. Lei prese la mia amata copertina e la cacciò nella valigia. Ci infilammo i cappotti. Allora mi venne in mente che volevo portare con me il mio burattino. La mamma disse che ormai era troppo tardi, la valigia era già chiusa. Mi misi a piangere. Papà disse che allora dovevo portarmelo io, il burattino. Lo staccò dal muro e me lo diede. Spente le luci e chiusa la porta, scendemmo di corsa le scale. Papà portava due valigie, la mamma due borse. Io mi dovevo tenere ben stretto al suo cappotto. Il soldato gridava Sbrigarsi! tutte le volte che il papà posava per un attimo le valigie per prender fiato. La strada era lunga, c'era molto da camminare. Cominciai a piangere. La mamma mi prese in braccio, ma così non si camminava più. Allora prese lei una delle valigie e il papà mi prese sulle spalle. Il soldato gridava Sbrigarsi. La mamma rispose che poteva portare anche lui qualche cosa, se aveva tanta premura. Lui disse che non poteva, anche se lo avrebbe fatto volentieri. Allora andiamo piano quanto vogliamo replicò la mamma. Il soldato le prese la valigia. Dopo aver camminato per un pezzo, la rimise giù. Disse: Adesso dovete portarla voi, altrimenti mi vedono. Girammo ancora un angolo e poi entrammo in una casa. Nella casa c'era molta gente. Ci dissero che non potevamo portare due valigie e due borse. Solo una valigia per il papà e una per la mamma. La mamma allora tentò di ficcare nella valigia una parte del contenuto delle borse. Tirò fuori alcune cose dalle valigie e le mise in un angolo della stanza. La gente trovava che i soldati erano prepotenti. La mamma rispose che il nostro soldato ci aveva portato una valigia, nonostante non ne avesse il permesso e che, del resto, loro facevano solo quello che gli veniva comandato. Le altre persone nella stanza imprecavano contro i soldati. La porta si aprì. Ci fu silenzio. Entrò altra gente nella stanza. La maggior parte indossava lunghi cappotti neri. Venne un camion sul quale dovemmo salire tutti. Era pieno zeppo. Io vedevo soltanto cappotti. Quando fummo scesi ci fecero entrare in una sala. Dappertutto gente e tavoli. C'era una gran confusione. Anche su una specie di balconata c'era gente. Domandai dove eravamo. Questo era un teatro, mi spiegò il papà. Prima qui si recitavano delle commedie che la gente veniva a vedere. Mi mostrò il palcoscenico e il sipario. Dovemmo stare a lungo in fila. Di tanto in tanto si andava avanti un pezzetto, in direzione dei tavoli. Mio padre conosceva molta gente, che gli diede il buongiorno. Lo guardavano solo di sfuggita. Lui guardava il tavolo. A ognuno ci mettevano dei timbri. Ci voleva sempre molto tempo. Io mi tappavo il naso. Continuava a arrivare sempre più gente. Papà mi prese in spalla. Fra i tavoli vedevo una quantità di teste. Dissi che vedevo quella di Trude. Dovemmo tornare fuori. Fin dove riuscivo a vedere, correvano uomini in lunghi cappotti neri. Noi dovevamo seguirli. E dietro a noi ne venivano altri, sempre di più. Qua e là un soldato con un fucile in mano. La gente diceva che dovevamo andare a Muiderpoort. In fondo alla strada papà disse: Guarda laggiù, ecco Muiderpoort. Era un edificio con un cancello dal quale si poteva passare. Dove erano rimasti gli altri che erano scesi in strada prima di noi? Quando svoltammo un angolo li vidi di nuovo che correvano. Noi non eravamo ancora arrivati; quello laggiù era il Muiderpoort, ma noi dovevamo andare alla stazione di Muiderpoort. Salimmo sul treno. Era pieno zeppo. La gente diceva che stavamo andando a Westerbork. Io raccontai che la mia mamma e io ci eravamo già stati. Domandarono alla mamma com'era laggiù e se gli uomini e le donne restavano insieme. La mamma spiegò che dormivano separati, ma di giorno si ritrovavano. Io domandai se saremmo tornati nella nostra baracca della prima volta. La mamma rispose che avrebbe domandato. Il treno si fermava spesso. Più tardi dovemmo di nuovo camminare per un lungo pezzo, metterci di nuovo in fila e ricevere ancora tanti timbri. Mi padre domandò se non era per caso uno sbaglio che ci trovassimo qui. Allora dovette consegnare un altro paio di documenti, ma non c'era nessuno sbaglio. Papà disse che adesso speravamo di poter emigrare presto in Palestina, era già tanto tempo che aspettavamo di partire. Per questo dovette presentare delle altre carte ancora. Forse saremmo potuti partire di lì a poco. Dal numero della baracca capii che la mamma e io non eravamo finiti in quella dell'altra volta. La mamma tolse dalla valigia le lenzuola e preparò i nostri letti. Con il burattino e la mia copertina me ne andai a dormire. Ero molto stanco, sebbene fosse ancora chiaro. La gente parlava e parlava e faceva molto rumore. LE BIANCHE DUNE. Questa volta è diverso qui al campo disse la mamma. Siamo in tre. Abbiamo almeno lo stretto necessario, come le lenzuola e un libro, per esempio. Questa volta non si tratta di uno sbaglio: domani non torniamo a casa, o restiamo qui o proseguiamo il viaggio disse. Ma anche questa volta dobbiamo aspettare. La volta scorsa dovevamo aspettare una risposta per poter tornare a casa. Questa volta una risposta per sapere se possiamo proseguire il viaggio per la Palestina. Papà disse alla mamma che aveva consegnato tutti i documenti e che dovevamo aspettare i timbri. Per intanto papà mi insegnava le lettere dell'alfabeto ebraico. Io le confondevo fra di loro, perché le aveva scritte tutte insieme, fitte fitte, su un foglietto di carta piccolissimo. Io non riuscivo proprio a distinguere dove finiva una lettera e ne cominciava un'altra. Imparai anche delle canzoncine, in una piccola classe, insieme a degli altri bambini. Gli altri le conoscevano già per la maggior parte. Avevano già avuto molto più tempo per impararle, disse la signorina. Un bel giorno la signorina non poté più venire. Per me faceva lo stesso. Solo che da allora in poi dovetti fare il sonnellino anche al pomeriggio. Una sera la mamma disse che non dovevo andare a letto. Ci saremmo riuniti tutti in una baracca per cantare. Domandai se ci andavano tutti. Veniva anche papà? No, questo no. Questa sera toccava a quelli della nostra baracca. Le altre sere agli altri. Questo mi piaceva. Ma mi devi promettere disse la mamma, che per strada non parlerai e che là non ti metterai a piangere. Risposi che non avrei pianto di certo, io piangevo solo la sera, a letto, quando non vedevo la mamma. Ma lì ci sarebbe stata anche lei, insieme saremmo andati e insieme saremmo rimasti lì. Domandai perché non dovevo parlare per strada, perché di solito la mamma mi diceva che dovevo sempre chiedere quel che volevo sapere. Mi disse che per la verità quello che volevamo fare era proibito e che per questo dovevamo andare via quatti quatti perché nessuno se ne accorgesse. Io dissi che allora preferivo andare a letto, ma lei mi spiegò che in tal caso sarei rimasto solo nella baracca, perché tutti gli altri ci andavano. E nessuno sarebbe andato a chiamarla, se io avessi pianto. Allora cominciai a piangere. Lei disse che stava a me decidere. Lei in ogni modo quella sera sarebbe andata a cantare. E se ci andavano anche gli altri non poteva poi essere tanto pericoloso. Così la sera scivolammo via nel buio strisciando lungo le scure pareti di legno delle baracche. Pioveva e faceva freddo. Con una mano mi tenevo stretto a quella della mamma, l'altra mano me la tenevo davanti alla bocca, perché non mi uscisse per sbaglio qualche parola. L'aria fredda su per il naso mi faceva male. La mamma bussò alla porta di una baracca. La porta si aprì, entrammo in fretta e subito la porta si richiuse alle nostre spalle. Lì era raccolta una quantità di gente. Erano tutti piccoli, perché stavano seduti su delle panche basse oppure accoccolati per terra. La maggior parte aveva pesanti cappotti neri. In un angolo ardeva una candela. La mamma e io ci sedemmo su una panca, vicino ad altre persone. Erano tutte bagnate. L'aria era umida. Non faceva così freddo come fuori, ma neanche caldo. Arrivò ancora altra gente. Dovevamo stringerci continuamente per far posto. Io non riuscivo più a muovere le braccia. Vedevo soltanto cappotti. E non potevo nemmeno sedermi in grembo alla mamma, perché la gente davanti a noi ci stava troppo vicina. Però potevo stare in piedi. Ci furono dei bisbigli e poi silenzio. Da un angolo si alzò una signora che aveva un gran petto. Cominciò a cantare. Man mano altri si univano al canto, sempre più numerosi. Alla fine il coro diventò molto forte. Io guardavo la mamma, ma lei si era messa a cantare con gli altri. Io mi misi le mani sulle orecchie. Bussarono alla porta. La cantante smise e si mise un dito sulle labbra. Si fece silenzio. Entrò una donna che domandò furiosa se eravamo diventati tutti matti. Dovevamo stare ben zitti fino a quando fosse passata la sentinella. Poi avremmo potuto anche continuare, ma solo a voce molto bassa, non così forte che ci avrebbero potuto sentire fino a Amsterdam. La donna se ne andò. Qualcuno spense la candela. Ora era buio, l'aria soffocante. Ci si respirava tutti addosso. Io cominciai a respirare a bocca aperta per fare meno rumore. La mamma mi mise un braccio intorno alle spalle e strinse a sé la mia testa. Piano piano i passi fuori si fecero più distinti. A passo lento qualcuno passò davanti alla baracca. Poi i passi si affievolirono. Io ripresi a respirare dal naso. Qualcuno sospirò e altri sospirarono con lui. La candela venne riaccesa. La signora con il gran petto si alzò e disse: Adesso, ma piano, molto piano. Qualcuno domandò se non era meglio aspettare ancora un po', ma lei disse di no, anche le altre sere era sempre così e fuori c'era uno di guardia per avvertire in tempo. Cantò diverse canzoni e poi intonò: Là dove le bianche dune scintillano nel sole del mattino. La maggior parte dei presenti si unì al canto, a voce molto bassa. Ma più che cantare, piangevano. Domandai alla mamma che cos'erano le dune, ma anche lei si era messa a piangere. Le domandai perché piangeva e mi rispose: Per via della canzone. Quando fu finito, tutti si diedero con la mano dei colpetti sui cappotti. E qualcuno pregò la signora di cantare ancora. E un'altra volta ancora. Ma questa volta lei cantò solo le ultime due strofe. Ora anch'io ero già capace di unirmi al coro. La mamma piangeva così forte che quasi faceva piangere anche me. La mamma mi aiutò a spogliarmi. Nella nostra baracca c'era una gran confusione, perché adesso tutti quanti andavano a dormire. La mamma mi mise a letto e poi anche lei cominciò a spogliarsi, per andare a dormire. Mi risvegliai. Dovevo tirarmi in disparte per farle posto. Le domandai se le dispiaceva che fossimo andati là. Perché aveva pianto tanto per quella canzone. Lei disse che ero troppo stanco; me lo avrebbe spiegato un'altra volta. Mi baciò sulla guancia e mi diede la buonanotte. POSTO DI RACCOLTA. Mi svegliai di soprassalto al suono della sirena. L'ultima volta che si era sentita, eravamo dovuti andare a nasconderci sotto i letti. Eravamo stati molto stretti. Un aeroplano passò sopra di noi con un cupo brontolio. Anche il mio pancino brontolava. Era come se il rumore venisse dal tetto della baracca. Poi diminuì. Udimmo un colpo. Andammo a vedere. La gente indicava qualcosa, ma io non vedevo niente. La mamma mi aiutò, dovevo guardare in direzione del suo dito. C'era qualcosa che bruciava. La mamma disse che l'aeroplano aveva gettato una bomba su una fattoria. Si vedevano fiamme gialle e fumo nero. La gente diceva che l'aeroplano era precipitato. Domandai se un aeroplano poteva precipitare sulla nostra baracca. La mamma rispose che gli aeroplani non gettavano bombe sulle baracche. Più tardi non si vide più neanche il fuoco giallo. Soltanto nuvole di fumo nero. Domandai se dovevo andare di nuovo a nascondermi sotto il letto. La mamma mi diede invece i miei vestiti e mi disse che dovevo vestirmi in fretta. Lei era già quasi pronta. Quando fu pronta del tutto, venne a aiutarmi. Non dovevo neppure lavarmi. Molta gente correva fuori. La baracca era già quasi vuota. Era ancora buio. Incontrammo papà. Da tutte le parti arrivava gente che si radunava sul grande spiazzo al centro del campo. Lo spiazzo era illuminato dai fari. Guardando attentamente si vedeva che erano fissati a dei pali molto alti. Noi ci appiattimmo contro la parete di legno di una baracca. La luce dei fari non cadeva più su di noi. Di fianco e davanti a noi era pieno di gente. Dove stavamo noi non tirava tanto vento. Io vedevo solo cappotti e neve controluce. Papà mi prese in spalla. Nella luce la neve bianca brillava sulle teste scure. Un pochino più avanti, in uno spazio vuoto, c'era un uomo. Faceva freddo. Papà mi rimise a terra. Mamma sussurrò che lì in basso tirava meno vento. Io mi rincantucciai sotto il cappotto di papà. Lì faceva un bel caldino, ma era tutto buio. Avevo le gambe e i piedi gelati. Tornai fuori di sotto il cappotto di papà. Cominciai a battere piano i piedi per terra, per scaldarli. In lontananza qualcuno gridò: Silenzio. Poi chiamarono un nome. La gente si guardava in giro. Di nuovo un altro nome. Qualcuno sussurrò: Ah, quello. Di nuovo un nome. Un paio di persone ci passarono accanto di corsa. Si allontanarono dallo spiazzo. Con un bisbiglio domandai se anche noi potevamo andar via. Papà disse che dovevo stare bene attento ad ascoltare. Se avessi sentito il nostro nome, allora anche noi saremmo andati via. Io cercavo di afferrare i nomi, ma era troppo difficile. Venivano anche chiamati dei numeri, e questo rendeva la cosa ancor più difficile. Durò un pezzo. Sono arrivati alla M disse la mamma, adesso fai bene attenzione. Papà e mamma si tenevano per mano. Io non riuscivo a capire niente. D'un tratto il papà si voltò. Baciò la mamma e lei baciò lui. Si abbracciarono stretti stretti. Hai sentito? mi domandò la mamma. Hanno chiamato il nostro nome. Risposi che avevo sentito qualcosa del genere, ma che non ero sicuro. Papà disse anche lui che avevano chiamato il nostro nome. Mi baciarono. Adesso andiamo via. Adesso andiamo in Palestina. Io dissi che secondo me avevano detto un altro nome. Quando lasciammo lo spiazzo, la gente ci dava la mano o metteva una mano sulla spalla di papà. Dicevano: Buona fortuna e mi facevano una carezza sulla testa. Papà e mamma dicevano: Già, già. Domandai al papà perché non guardava in faccia la gente quando parlava con loro. Lui mi faceva sempre guardare in faccia le persone che parlavano con me. La mamma disse che me lo avrebbe spiegato più tardi; adesso dovevamo andar via di gran premura. Molta gente correva verso la propria baracca. Alcuni piangevano. Nella baracca la mamma stese un lenzuolo sul letto e dentro ci mise le nostre cose, perché la valigia non la potevamo portare. Di tanto in tanto provava a fare il nodo, per vedere se riusciva ancora a chiudere il fagotto. Molte delle nostre cose non ci stavano. Allora dobbiamo lasciare qui anche questo libro disse la mamma. Per me andava bene. Il libro lo sapevo tutto a memoria. Quando uscimmo dalla baracca, il nostro letto era pieno di cose. Ma che importa fece il papà, una volta che siamo in Palestina. Anche il papà si portava appresso un fagotto fatto con un lenzuolo. Corremmo attraverso lo spiazzo tutto pieno di gente. La chiamata dei nomi era finita. La gente ci guardava. Ma noi continuavamo a correre. Arrivammo a un vagone ferroviario. Era un vagone merci. Le porte erano aperte. La gente si affaticava per arrampicarsi su. Noi dovemmo aspettare. Poi ci trovammo in prima fila. Papà aveva già buttato su il suo fagotto. La gente dentro gridava che era già pieno, non c'era più posto per noi. Ma anche noi abbiamo il permesso di salire gridò la mamma. Quelli che stavano dietro di noi corsero verso un altro vagone. Pieno anche quello. Papà corse verso un terzo vagone e domandò se c'era ancora posto per noi tre. La mamma mi teneva ben stretto per mano e anche lei guardò dentro. Abbiamo un bambino con noi esclamò. Ci lasciarono salire. Per primo il fagotto della mamma, poi la mamma. Papà mi sollevò e mi mise sul treno. Era molto buio. C'era paglia dappertutto. E sopra la paglia la gente, seduta o in piedi. Si strinsero per far posto a me e alla mamma. La mamma posò il suo fagotto e ci si sedette sopra. Anch'io mi ci potei sedere. Papà se n'era andato. Domandai alla mamma dove era andato. Mi disse che era andato a riprendere il suo fagotto. Dopo un po' lui ritornò. Non era riuscito a ritrovarlo. Non sapeva più con precisione in quale vagone l'aveva lasciato. Nel vagone che gli pareva di ricordare, la gente aveva detto che non c'era nessun fagotto in più. La mamma disse che in quel vagone aveva visto la famiglia B. Papà voleva tornare là a vedere. Ma la mamma disse che stavamo per partire. Il cielo si andava già schiarendo. Papà restò via a lungo. Una delle porte scorrevoli del vagone venne chiusa. La mamma si alzò e inciampando si affacciò all'apertura. Si chinò fuori e gridò il nome di papà. Gridò che dovevano lasciare ancora la porta aperta. Indicò qualcosa in lontananza, gridando: Eccolo che viene. Tirò dentro il papà e anche gli altri l'aiutarono. Caddero uno sull'altro. L'altra porta fu richiusa. Ora era buio. Domandai se venivano da me. Mamma disse: Per prima cosa dobbiamo abituarci un po' al buio, poi veniamo subito. Dalle fessure un po' di luce filtrava dentro il vagone. Qualcuno cercò di tirare le porte scorrevoli, ma non riuscì ad aprirle. Mamma si sedette di nuovo sul suo fagotto e papà si mise accanto a noi. Non era riuscito a trovare il suo fagotto, ma lo avrebbe ritrovato più tardi. La mamma tirò fuori qualcosa dal nostro e mi disse: E' tutta la notte che sei sveglio. Adesso devi dormire, altrimenti ti ammali. Ti do una pillola per dormire. Risposi che avrei dormito anche senza pillola. Non era una pillola intera, ma soltanto un pezzettino. Non c'era niente da bere. Feci un po' di saliva in bocca e con fatica buttai giù anche la pillola. Aveva un sapore molto cattivo e mi scricchiolava fra i denti. Mi distesi lì vicino, perché da seduto non sarei mai riuscito a addormentarmi. Mi svegliai quando udii un fischio. Stavamo andando avanti e indietro, avanti e indietro. Il treno si muoveva facendo un gran fracasso. La mamma picchiò la testa contro la parete. Papà disse che era il momento della partenza e per questo il treno faceva tanto rumore. Infine il fracasso diminuì. Qualcuno cominciò a cantare. Era una canzone che conoscevo. Mi misi a cantare anch'io. Era il Canto della Speranza. Poi mi rimisi giù e la mamma mi posò una mano sul viso. Anche il papà si era sdraiato. Io avevo sonno. In lontananza si sentiva ansimare la locomotiva. Il treno sferragliava e batteva con suono ritmico sulle rotaie. Il canto continuava. 3. LA CUCINA. Nel nuovo campo non incontrammo mai il papà. Appena arrivati lo avevano mandato da un'altra parte. Ma del nostro arrivo mi ricordavo a malapena, perché la pillola mi aveva lasciato tutto insonnolito. La mamma e io dormivamo insieme nel letto più in alto, appena sotto il tetto inclinato della baracca. Qui i letti erano molto più vicini gli uni agli altri e molto più stretti che a Westerbork. Ed erano quattro, uno sopra l'altro. Non avevamo lenzuola, perché la mamma aveva dato le nostre al papà. Disse: Perché non ha ritrovato il suo fagotto e perché le lenzuola sono più necessarie a lui che a noi. Il mio burattino era andato perduto, e anche la mia copertina non c'era più. Ma una signora aveva un po' di filo e la mamma mi fece l'orlo a una nuova pezzuola triangolare. Era molto brutto non poter mai parlare con il papà, perché aspettavamo di sapere come lui riusciva a mandare avanti le pratiche per il nostro viaggio in Palestina. La sera la gente ne parlava, parlavano tutti insieme e dicevano che non si andava affatto in Palestina. Ma qualcuno disse: Silenzio, ci sono dei bambini. Io feci finta di non aver sentito. Dopo un po' non sentii più niente davvero. In questo campo mangiavo pochissimo. La mamma diceva che dovevo mangiare di più, altrimenti mi sarei ammalato. Ma io non avevo fame. Un giorno, dopo il pranzo, la mamma mi portò nel posto dove stavano i pentoloni del cibo. Erano grossi pentoloni di ferro. C'erano molti bambini lì. La mamma disse che dovevo aiutarli a riportare le pentole in cucina. Le domandai se sarebbe venuta anche lei, ma lei rispose che non si poteva. Dovevo semplicemente afferrare uno dei pentoloni da un lato e aiutare a portarlo; gli altri lo reggevano dall'altra parte. Poi saremmo tornati indietro tutti insieme e lei sarebbe stata lì ad aspettarmi. Io non avevo nessuna voglia di farlo, perché bisognava traversare il recinto e fare tutta quella strada. E lì era pieno di soldati con i fucili. Forse non ci avrebbero più lasciati tornare indietro. Ma la mamma disse che lo dovevo fare, tutti i bambini dovevano a turno dare una mano a riportare i pentoloni e siccome io non lo avevo mai fatto finora, adesso toccava a me aiutare, per una volta. Cominciai a piangere e a dire che davvero non volevo. Ma la mamma mi carezzò la testa e disse che dovevo farlo per amor suo. Altrimenti gli altri si sarebbero arrabbiati con lei, se io non volevo aiutare. Dissi che l'avrei fatto il giorno dopo. Ma non si poteva. Dovevo farlo subito. Il manico era troppo alto per me. I ragazzini più grandi portavano la pentola. Io non dovevo far altro che metterci sopra una mano. Dissi che in questo caso non c'era nessuna necessità che andassi con loro, ma la mamma disse che dovevo dimostrare che facevo del mio meglio. La mamma mi fece un cenno di saluto e rise. Al cancello del recinto dovemmo aspettare un bel po'. Poi aprirono. I soldati sollevavano il coperchio di ogni pentola e ci guardavano dentro. La nostra non aveva coperchio così potemmo passare subito. Dovevamo percorrere un pezzo di strada. Poi si arrivava alla baracca delle cucine. Lì faceva un caldo terribile. Sulla porta c'era un uomo che aveva addosso solo un paio di calzoni. Ci mostrò dove dovevamo deporre il pentolone. Disse anche che dovevamo far subito ben bene la pulizia delle pentole. Ci fu un gran baccano. I bambini facevano rumore con i coperchi. L'uomo domandò se c'erano altri bambini. Poi richiuse la porta. Alzò una mano e contò fino a tre. D'improvviso ci fu un gran silenzio. Tutti i bambini si chinarono sull'orlo dei pentoloni. Alcuni non toccavano più per terra con i piedi. Si vedevano solo le loro schiene curve e le gambe. Teste e braccia erano scomparse. Io avrei volentieri dato una mano a pulire, ma non sapevo che cosa fare. E l'uomo aveva molta premura. Mi misi accanto al nostro pentolone e cercai di guardare oltre l'orlo. I bambini che lo avevano portato se n'erano già andati. Ora stavano ripulendone un altro. L'uomo mi venne vicino. Aveva la barba nera e i baffi. Guardò nella pentola e poi guardò me. Aveva visto che io non avevo aiutato a pulire. Mi domandò se andava bene. Io feci cenno di sì, ma lui disse che io non arrivavo all'orlo. Mise una pentola più piccola rovesciata accanto al pentolone. Mettiti lì sopra. Guardai oltre l'orlo. Sulla parete interna del pentolone c'erano ancora molti avanzi gialli di patate. Dopo un po' l'uomo disse che dovevamo andarcene. Quando tutti i bambini furono sulla porta domandò: Era buono?. Tutti gridarono: Siii. Io avevo tenuto per molto tempo la testa china dentro il pentolone e non mi ero accorto che lui avesse distribuito qualcosa di buono. Tornammo indietro verso il recinto. I soldati ci indicavano con il dito teso. Per contarci, dissero i bambini. Lo fecero almeno cinque volte. Poi potemmo entrare. Io cercai con gli occhi la mamma, ma lei non c'era. Mi misi a piangere. Una ragazza grande mi portò da lei nella nostra baracca. La mamma domandò come era andata e io glielo raccontai. Le dissi che avevo sperato che quel signore non si sarebbe accorto che io non avevo pulito. Ma davvero dentro non ci arrivavo e lui non mi aveva dato niente per poter ripulire l'interno della pentola. E che agli altri bambini lui doveva aver dato qualcosa di buono, ma a me no. Voleva dire che si era accorto che non avevo fatto bene il mio lavoro. Allora la mamma si mise a sgridarmi: Ma come, non hai mangiato gli avanzi che c'erano dentro, non hai mangiato niente?. Risposi che il signore non aveva detto che dovevamo mangiare quello che era rimasto dentro, aveva solo detto che dovevamo ripulire. E che anche lei non mi aveva spiegato niente. Era molto arrabbiata. Per prima cosa con me e poi anche con il signore. Mi portò con sé dagli altri e io dovetti raccontare di nuovo tutto da principio e lei si mostrò molto arrabbiata con quelle persone. Una signora disse che dovevo aspettare una settimana, poi avrei potuto aiutare un'altra volta a portare il pentolone. Mi domandò se mi era piaciuto e io dissi di sì. Ogni volta che dopo il pasto i pentoloni erano stati portati via, si udiva, dopo un po' e fin dall'altra parte, un fortissimo siii proveniente dalla baracca delle cucine. Io stavo con gli altri bambini alla barriera di filo spinato, in ascolto. Quel suono lo avevo sentito già altre volte prima, ma non avevo mai saputo da dove venisse. Una settimana dopo potei di nuovo andare con gli altri. Quando arrivai dentro, l'uomo mi guardò. Vengo subito da te e ti aiuto mi disse. Sei già stato qui una volta, non è vero?. Quando la porta fu chiusa, venne da me. Mi sollevò in alto per mettermi dentro il pentolone. Domandai se però dopo veniva anche a tirarmi di nuovo fuori. Sì, naturalmente. A quella pentola non c'erano altri bambini. Comincia a mangiare alla svelta mi disse. Con cosa? domandai. Lui raspò il cibo con le dita, lo raccolse nella mano e se lo mise in bocca. Io dissi che la mia mamma non mi permetteva di leccarmi le dita. Ma io sì fece lui e se ne andò. Io non sapevo che cosa fare. Gli altri bambini si leccavano le dita. Volevo cominciare anch'io a ripulire il pentolone con le dita, quando l'uomo tornò e mi portò un bel cucchiaio luccicante che pareva d'argento. Il pentolone non era ancora completamente vuoto quando l'uomo tornò e disse che dovevamo andarcene. Io continuai a mangiare in gran fretta, ma lui mi sollevò e mi depose fuori dal pentolone, sul pavimento. Il cucchiaio lo potevo tenere, mi disse, ma dovevo fare attenzione a nasconderlo ben bene sotto i vestiti. Questa volta trovai da solo la strada per tornare alla nostra baracca. La mamma fu molto contenta. Dissi che il signore della cucina doveva essere un "mof" (1) di quelli buoni, come quello di Amsterdam che l'aveva aiutata a portare la valigia. Lei rise e disse che quello non era affatto un "mof", ma il signor L., che conoscevo anch'io, il papà di Marion, la figlia della signora L. La signora L. e Marion le conoscevo, ma che quello fosse il signor L.... Non gli somigliava affatto. LA TORTA. La mamma mi svegliò. Si teneva un dito davanti alle labbra. Nella baracca c'era un gran silenzio. Lei bisbigliava appena. Dovevo vestirmi in fretta. Mi disse che aveva una bella sorpresa per me. Che mi mettessi il cappotto e i guantini di lana. In punta di piedi corremmo fuori. Era già giorno. Davanti alla porta ci arrestammo un attimo, in ascolto. L'unica cosa che sentivo era il vento fra gli alberi dall'altra parte della strada. Ma gli alberi non li potevo vedere. La mamma si guardò intorno. Mi prese per mano. Io volevo dire qualcosa, ma lei mi fece ssst. E mi tirò con sé. Faceva freddo. Sotto braccio la mamma portava un pacchettino. Non disse che cosa c'era dentro. Non mi disse neppure che cosa voleva fare. Correva molto in fretta. Arrivammo alla porta di una baracca e lei bussò leggermente. Dall'interno qualcuno domandò qualcosa e la mamma rispose con un sussurro attraverso la porta. La porta si aprì e noi entrammo nel buio. Per strada non avevamo incontrato nessuno. L'uomo che ci aveva fatto entrare disse qualcosa che io non capii e allungò la mano. Io mi tenevo stretto alla mamma. Lei gli diede qualcosa e lui se lo tenne davanti alla faccia. Non eravamo d'accordo così disse. Il resto glielo do dopo replicò la mamma, a cosa fatta. Neanche da parlarne fece lui, o tutto subito o non se ne fa nulla. Questo era l'accordo. Io non vado incontro a rischi. E se la cosa non funziona? domandò la mamma. Lei non è mica la prima. Non si fida di me?. La mamma gli diede ancora qualcosa. Lui aprì una porta e ci fece entrare. Dentro c'era un po' più di luce. Tenemmo il cappotto, perché faceva molto freddo. Sull'assito scuro del pavimento c'erano un tavolo di legno scuro e una panca dipinta di verde. Ad ogni parete in alto, una finestrella. La mamma depose il pacchettino sulla panca e disse che mi potevo sedere. Lei camminava avanti e indietro. Di fronte alla porta dalla quale eravamo entrati ce n'era un'altra. Lei ci andò a origliare e poi ricominciò a camminare su e giù. Quanto tempo ci vuole esclamò. Poi andò alla porta dalla quale eravamo entrati, l'aprì e chiamò l'uomo. Lui arrivò e disse che dovevamo star quieti. Era tutto a posto, ma dovevamo aver pazienza. Eravamo arrivati troppo presto e anche questo era già abbastanza pericoloso. La mamma doveva mettersi seduta tranquilla, non chiamare più in nessun caso e smetterla di andare su e giù. Che si mettesse a contare con calma fino a mille e solo dopo avrebbe potuto chiamarlo, nel caso fosse stato ancora necessario. Richiuse la porta. La mamma tornò alla porta di fronte e si mise nuovamente a origliare. Io cominciai a contare adagio fino a mille, ma mi sbagliavo continuamente. D'improvviso l'altra porta si aprì. La mamma rimase immobile. Qualcuno era entrato e si era fermato sulla porta. Io lo conoscevo, ma lui stava fermo al buio. Corsi dalla mamma. Lei era in piedi vicino al tavolo e lo fissava. Anche lui la guardava. Vidi che era spaventata. L'afferrai per il cappotto. Zitta disse lui, non dire niente, non voglio sapere niente. Anche la voce la conoscevo. Lui venne verso di noi. Loro due si abbracciarono. Io stavo dietro la mamma. Lei piangeva. Poi si asciugò le lacrime. Mi disse: Lo vedi, no, che è il papà. E lui mi disse: Certo, sono molto cambiato, con la barba lunga e la testa rasata, mi conosci ancora?. Mi prese dolcemente in braccio. Dalla mano che mi teneva potevo riconoscere che era il mio papà. Mi carezzò. Fra noi due, però, c'era tanta stoffa e tanta barba. Mamma disse che gli avevamo portato un pacchettino e glielo diede. E a me disse che dovevamo cantare, perché oggi era il suo compleanno. Risposi che l'uomo non ci permetteva di fare rumore. Feci gli auguri a papà e gli ripetei tutto quello che la mamma mi diceva di dire. Per questa volta niente poesia fece il papà, ma la prossima volta voglio una canzoncina lunga, molto lunga. E mi strinse a sé. Poi aprì il pacchetto. Ne venne fuori una tortina rotonda, proprio una torta vera. Lui domandò alla mamma come aveva fatto a prepararla. Lei tirò fuori un cucchiaio dal cappotto. E io spiegai che il cucchiaio lo avevo avuto io dal signore che stava in cucina. Naturalmente lui lo poteva adoperare. Prese un boccone. Vidi che non era una torta vera. Era un impasto di patate e di pezzetti di pane. Negli ultimi giorni la mamma non aveva più tanto insistito perché finissi sempre tutto quello che avevo nel piatto, anzi, era stata molto gentile a non sforzarmi, aveva soltanto domandato se non ne volevo più, e poi aveva portato via in fretta il piatto con quello che ci era rimasto. Non dovevi farlo disse il papà, sei stata sicuramente una settimana senza mangiare per farmi questa torta. E' di noi due disse la mamma, tu ne hai molto più bisogno di noi. Papà cominciò a mangiare. Mi domandò se ne volevo un po' anch'io, ma io non volevo. Mi domandò anche se facevo il bravo e mi occupavo della mamma. A questo non seppi che cosa rispondere. Rispose la mamma, dicendo che facevo molto per lei, anche se piangevo spesso e mangiavo poco. Papà disse che dovevo mangiare perché altrimenti mi sarei ammalato e questo lui non lo voleva. Gli domandai se mi prendeva a cavalcioni sulle spalle come una volta. Lui disse di sì e si alzò in piedi. Ma non riuscì a sollevarmi. La mamma disse che ero troppo pesante. E lui replicò: Proviamo. Mi aiutò ad arrampicarmi sulla panca. Per questa volta mi permisero persino di salire in piedi sul tavolo con le scarpe. Lui si sedette e io mi arrampicai sulle sue spalle. Lui mi lasciò giocare a cavalluccio e corse per la stanza. Poi la mamma mi aiutò a ridiscendere. Papà doveva continuare a mangiare, perché avevamo poco tempo. Stavamo a guardarlo mentre mangiava. Quando ebbe finito, loro due si guardarono. Papà disse che doveva essere ora. La mamma disse che l'uomo ci avrebbe avvertiti cinque minuti prima. Loro camminavano per la stanza chiacchierando fra di loro. Mamma gli sussurrò qualcosa e lo abbracciò. Lui disse: Oh no, non si può. Ma sì fece lei, lo so che lo faresti volentieri, si può, si può. E il bambino? domandò papà. Non si accorge di nulla disse la mamma. Ma lui rispose che non era giusto. Allora deve aspettare fuori. La mamma venne da me e mi disse che dovevo salutare il papà e aspettare un momentino in corridoio, lei sarebbe venuta subito. Io non volevo. Papà disse: Lascialo stare, non è proprio necessario. Su da bravo, adesso vai insisté la mamma e mi condusse fuori. Domandò all'uomo se non potevo restare lì un momento con lui e tornò dentro. Mi sedetti per terra, al buio, accanto alla porta. L'uomo sedeva su una panca. Nell'oscurità quasi non riuscivo a vederlo. Nella stanza sentivo il papà e la mamma. Domandai all'uomo se potevo bere un po' d'acqua, ma lui rispose di no. Io non riuscivo a capire che cosa si dicevano il papà e la mamma. Ma pareva che stessero litigando. Il brontolio del papà e i gemiti della mamma diventavano sempre più forti. Mi alzai. Volevo andar dentro. Ma l'uomo disse: No, ora no, mettiti a sedere. Io cominciai a piangere. L'uomo disse: Zitto ora, sta' zitto, la mamma viene subito. Mi diede un po' d'acqua, ma io continuavo a piangere. Mi trascinò via dalla porta. Se non la smetti subito, ti butto fuori, hai capito?. Io gridai che non volevo. Lui si arrabbiò, andò alla porta e bussò. Dall'interno la mamma gridò che non poteva essere già ora. Lui replicò che dovevano lasciarmi entrare, altrimenti con i miei pianti avrei tradito tutti quanti. La mamma venne fuori e mi disse che dovevo stare zitto. Il papà gridò che mi riportasse dentro. Lei disse: Allora puoi stare qui con noi, però ti metti seduto là, davanti alla porta, senza voltarti e stai bene attento se bussa qualcuno. Non ti devi voltare, capito?. Promisi di sì. Lei corse di nuovo da papà. Bisbigliarono tra di loro. Poi udii il respiro della mamma farsi sempre più forte. La testa mi si voltava continuamente verso di loro. Papà guardava di sopra la spalla della mamma e con le braccia le cingeva la schiena. Si muovevano. Guarda la porta mi disse il papà. Ma io continuavo a tenere la testa voltata. Così non si può esclamò papà. E adesso è comunque ora di andare. Davvero, non si può così in fretta. Bussarono. L'uomo avvertì che mancavano cinque minuti. La mamma si voltò e si abbottonò il cappotto. Venne verso di me, mi prese per mano, mi trascinò verso la porta e disse all'uomo di tenermi fuori. E non doveva più lasciarmi rientrare, che piangessi o no. E rivolta a me disse: Vengo subito. Tu aspetti fuori e non ricominci a piangere, altrimenti non ti voglio più rivedere. Mi piantò lì e tornò nella stanza. L'uomo guardò fuori attraverso uno spioncino, poi aprì la porta e mi fece uscire. Restai seduto sulla scaletta di legno ad aspettare. Poco dopo arrivò la mamma. Camminava in fretta e io dovetti mettermi a correre per starle al passo, perché lei non voleva aspettare. Adesso c'era già parecchia gente in giro. Il giorno dopo era il mio compleanno. Domandai se avrei avuto anch'io una torta, ma la mamma rispose che aveva consumato tutto l'occorrente per quella del papà. Questa volta per me non c'era niente, ma la prossima volta avrei avuto tutto quello che volevo. Mi domandò che cosa desideravo. Io avrei voluto un burattino nuovo e un carretto a leva, un olandese. E poi avrei voluto stare ancora al timone del traghetto. MARAMEO. Ero andato di nuovo con gli altri a portar via le pentole. Adesso eravamo tornati al campo, ma io non andai subito dalla mamma, restai fuori con un gruppo di bambini. Camminavamo lentamente lungo il filo spinato, in direzione delle baracche. C'era il sole e io avevo caldo. Un paio di ragazzi più grandicelli camminavano davanti a me e bisbigliavano fra di loro. A un tratto si fermarono. Domandai che cosa c'era. Dissero che non dovevo guardare, ma sulla nostra strada stava arrivando un pezzo grosso. Io guardai e vidi soltanto un soldato in divisa verde passare con un grosso cane scuro. Il cane assomigliava al lupo di Cappuccetto Rosso, ma il "mof" lo teneva ben stretto alla catena. I bambini dissero che non dovevo guardare. In fretta voltammo tutti la schiena al sentiero, così che non potei vedere più niente. Una ragazza più grande domandò: Hai la lingua?. Un paio di bambini scapparono via. Io feci cenno di sì. Disse: Non ci credo. Io guardai gli altri. Un ragazzino mi si avvicinò e mi afferrò stretto: Fa' un po' vedere. Aprii la bocca e tirai fuori la lingua. Di nuovo alcuni bambini scapparono via. Uno più grandicello, che mi stava davanti, fece un passo in disparte. Richiusi la bocca. Un paio di bambini gridarono buu. Una ragazza mi disse: Però non avresti il coraggio di mostrare la lingua a un "mof". La guardai e misi fuori un palmo di lingua. No fece lei, non a noi, ma a lui, in modo che ti possa vedere bene. E devi anche fargli marameo. Dissi che non sapevo che cosa volesse dire marameo e un paio di bambini si misero a ridere. Il bambino che stava accanto a me tese le dita, toccando con un pollice la punta del naso e con l'altro il mignolo dell'altra mano. Dissi che lo sapevo fare da un pezzo, soltanto non sapevo che si chiamasse marameo. La ragazza mi domandò se mi sarei arrischiato a fare marameo al "mof". Io feci cenno di sì. I bambini corsero via. Andai al recinto. Il filo spinato scuro, arrugginito, era avvolto molto stretto e a stento riuscivo a vedere dall'altra parte. Non potevo neppure farci passare una mano. Mi tirai indietro di un passo. Dall'altra parte del recinto c'era dell'erbaccia verde. Lì dietro passava il sentiero grigio. Dall'altra parte camminava il soldato con il cane lupo. Io allargai le dita, poggiai il pollice di una mano al mignolo dell'altra e alzai entrambe le mani davanti al naso. Era difficile tenerle così diritte. Poi tirai fuori la lingua e gridai aahuu! come facevano sempre i bambini. Qualcuno mi prese per il braccio e mi trascinò via. Era una ragazza. Disse che ero matto e che la dovevo smettere immediatamente. Gli altri bambini se ne stavano in disparte, tutti intenti a guardare. La ragazza mi tolse le mani dal naso e mi voltò verso di sé. Io rigirai la testa e tirai fuori ancora una volta la lingua, quanto più potevo. Lei mi diede uno schiaffetto e mi trascinò via con sé, lontano dal filo spinato. Quando ci videro avvicinarci, gli altri bambini scapparono via. Io mi lasciavo trascinare da lei e a ogni persona che incontravamo tiravo fuori la lingua e con la mano libera facevo un mezzo marameo. In pochi minuti fummo davanti alla nostra baracca. La ragazza mi portò dentro, dalla mamma. Le raccontò quello che avevo fatto. Cosa? gridò la mamma e mi diede uno schiaffo molto secco. Sentii un gran bruciore ma non piansi. Le raccontai del "mof" e del cane lupo e le dissi che gli altri bambini non si erano arrischiati a tirar fuori la lingua e credevano che neppure io avrei avuto il coraggio di farlo. E che c'era stata lì la ragazza, mentre i bambini mi dicevano che cosa dovevo fare. E loro mi avevano promesso che se lo avessi fatto, avrei potuto poi giocare con i bambini più grandi. La mamma domandò alla ragazza se ciò che raccontavo era vero e lei disse di sì, era andata proprio così. Poi la mamma disse alla ragazza che anche lei avrebbe sentito la sua da sua madre, e che comunque, era contenta che mi avesse fatto smettere in tempo e mi avesse riportato indietro. La ragazza andò via. La mamma cominciò a piangere. Disse: Ma lo sai che cosa hai fatto? Vuoi che ci uccidano tutti? Perché fai delle cose simili? Prometti che non lo farai mai più?. Risposi che non lo sapevo ancora perché il "mof" non aveva visto niente, era già passato quando lo avevo fatto e non si era voltato a guardare. Mia madre si mise a gridare che dovevo essere diventato pazzo e che per fortuna il soldato non si era girato a guardare. Altrimenti avrebbe certamente aizzato il cane contro di me e avrebbe fatto fucilare lei. E tutto questo poteva ancora accadere, in qualsiasi momento, perché poteva darsi che qualche altro soldato mi avesse visto. Risposi che lì intorno non c'erano altri "moffen". E le sentinelle? gridò lei. Io non capivo di che sentinelle parlava. Allora lei si alzò e mi portò fuori con sé. Lì davanti c'era un gruppo numeroso di mamme. Adesso devi stare ben bene a sentirmi disse la mamma. Ti farò vedere qualcosa, senza neppure alzare un dito. E neanche tu devi fare alcun cenno, hai capito? Non devi neppure guardare troppo a lungo in quella direzione. Devi fare esattamente quello che ti dico io. Guarda dietro le mie spalle. Vedi la torre di guardia?. Io vedevo solo le baracche e dietro la barriera di filo spinato un paio di pali molto alti. Glielo dissi. I pali fece ancora lei, e che cosa c'è sopra i pali?. Alzai lo sguardo un po' più in alto e risposi: Una specie di capanna. La capanna è la torre di guardia. Ci sono torrette di guardia su ogni lato. Non lo sapevi?. Dissi che non lo sapevo e che i pali, del resto, erano tutti fuori del recinto e quindi non facevano parte del nostro campo. La mamma disse: E ora ti volti insieme a me. E vedrai un'altra torre di guardia. E dentro vedrai che c'è un soldato. Sta di sentinella e vede tutto quello che succede. Ma non devi guardarlo troppo a lungo, perciò ti devi girare piano piano, senza fermarti. Feci come lei mi diceva e vidi un'altra torre con un altro soldato che camminava avanti e indietro lassù. Lo hai visto? domandò la mamma. Assentii col capo. Lui ti vede dappertutto. E quando non ti vede lui, ce n'è certamente un altro più in là che ti può vedere. Speriamo soltanto che non si siano accorti che tiravi fuori la lingua. La mamma mi lasciò lì e andò dalle altre mamme. Davanti alla nostra baracca adesso c'era una quantità di bambini. Le mamme litigavano tra loro per decidere quali bambini dovevano avere la punizione più grave. La cosa riguardava anche me. Ma la mia mamma disse che io lo avevo fatto soltanto perché i più grandi mi ci avevano spinto. Io stavo lì e guardavo la torre di guardia più vicina. A un tratto vidi un soldato anche lì dentro. Imbracciava un fucile, che teneva poggiato di spigolo. Andava su e giù e si voltò verso di me. Il fucile girò insieme a lui, fino a quando la canna fu puntata proprio verso di me. Si fermò in quella posizione e mi fissò. Udii uno sparo. Le donne e i bambini si misero a strillare. La mamma venne da me, mi afferrò per una mano e mi portò con sé nella baracca. Io piansi. La mamma cercò di consolarmi. Disse che la sentinella aveva sparato solo perché c'era un assembramento, troppa gente tutta insieme, e quello era proibito. Non sparano subito sulle persone, prima sparano in aria, per avvertimento. Il giorno seguente incontrai i ragazzi più grandi. Ma non mi permisero di stare con loro. Perché dissero, sei andato a raccontare a tua madre che ti ci abbiamo spinto noi. Dissi che non avevo raccontato niente. Ma la ragazza alla quale avrebbero potuto domandare non era presente. Dissero che era malata o che so io. OMBRE. Nella nostra baracca quasi tutti dormivano ancora, ma la mamma era di servizio e per questo eravamo già pronti e vestiti di buon'ora. Entrò Trude. Disse che mio padre si trovava di nuovo nella baracca dell'infermeria e che la mamma doveva portargli l'occorrente per lavarsi e andare a ritirare i suoi vestiti. Trude aveva poco tempo e andò via subito. La mamma era seccata di essere di servizio e di non poter andare da papà. Mi diede le cose da portare e mi disse che dovevo camminare in fretta e dire al papà che lei sarebbe venuta più tardi, non appena finito il lavoro. La strada la sapevo, perché nella baracca dell'infermeria papà c'era già stato anche la settimana precedente. Eravamo andati a trovarlo ogni giorno. La prima volta non lo avevo riconosciuto, perché si era di nuovo tagliato la barba. E da sveglio aveva degli occhi enormi. Ma nella baracca dell'infermeria aveva anche dormito molto. Quando ne era uscito la mamma aveva detto che non stava ancora bene. Non andrà avanti un pezzo aveva detto. A me dispiaceva, perché dopo non potevamo più parlare insieme. L'altra volta lui era stato sì malato, ma per lo meno avevamo potuto vederlo tutti i giorni. Lui aveva sorriso, quando se n'era andato. Non glien'era importato molto. Il dottore non ne ha nessuna colpa neppure lui aveva detto, non può lasciarmi qui disteso in eterno. Io non capivo perché la mamma era così spaventata. Se lo era pure aspettato. Io ero contento di poterlo rivedere. Bussai alla porta dell'infermeria. Qualcuno aprì e io dissi che ero venuto per vedere mio padre e che la mamma sarebbe venuta più tardi, quando avesse finito il servizio. Come ti chiami?. Dissi il mio nome. Corri in fretta dalla mamma e dille che deve venire immediatamente, altrimenti è troppo tardi. Io domandai se stava già di nuovo meglio. Sta per andarsene, tua madre deve venire subito. Dissi che allora non avevo bisogno di riportar via i suoi vestiti. Invece mi misero in mano le sue scarpe e mi mandarono via. Davanti alla baracca dell'infermeria c'era un pezzetto di prato. Le baracche dei dormitori cominciavano solo un tratto più avanti. Era già giorno e il sole brillava sull'erba verde. Mi misi a correre sul prato; era bagnato e le gocce di rugiada scintillavano sui fili d'erba. Mi fermai e cominciai a scrollarli con il piede. Le gocce più grosse cadevano giù, ma l'erba restava bagnata lo stesso. Infilai le mani nelle scarpe di papà e mi misi a camminare nell'erba a quattro zampe. Viste così da vicino le gocce scintillavano ancora di più. La luce nella goccia non stava ferma, ma si muoveva continuamente. Non riuscivo a soffiar via le gocce dai fili d'erba. Arrivato alla fine del prato, dove cominciava il sentiero di sabbia scura che portava alle baracche dei dormitori, mi rimisi in piedi. Ma tenni lo stesso le mani infilate nelle scarpe di papà. Il sole brillava sulla parete marrone di una baracca fin quasi sotto la sporgenza del tetto. Il sentiero e la parete dell'altra baracca, in ombra, erano scuri, quasi neri. Correvo lungo la parete nera, per non entrare nel raggio di sole. All'estremità della baracca dovetti farmi piccolo piccolo per correre strisciando lungo il fianco fin sotto la sporgenza del tetto. Altrimenti mi sarei trovato in piena luce. Così ero arrivato in fondo al lato più stretto e ora dovevo correre fino alla prossima baracca, dalla parte opposta. Mi piegai sulle ginocchia per restare fuori dal raggio di sole fin che arrivai dall'altra parte. Lì restai di nuovo nell'ombra del lato più lungo della baracca e d'un tratto mi ritrovai di nuovo all'infermeria. Rifeci un'altra volta la strada per la quale ero venuto fino al punto in cui avevo attraversato e ora camminavo quasi correndo, sempre sul lato più breve. Ogni volta mi piegavo per evitare il sole fino alla prossima baracca. Alla fine del sentiero arrivai di nuovo nell'ombra del lato lungo di un'altra baracca. E lì ricominciai a correre, sempre tenendomi nell'ombra delle baracche. Dopo un po' mi trovai di nuovo allo scoperto, non potevo più strisciare restando nell'ombra, perché ormai il sole era alto e illuminava tutto il sentiero. Era pieno giorno. Saltai attraverso la luce. Il sole mi accecava. Udii un grido e mi voltai. Queste baracche non le conoscevo e anche i numeri non erano quelli giusti. Passò una donna e le chiesi di indicarmi la nostra baracca. Lei mi insegnò la strada, ma dovetti chiedere ancora ad altre cinque persone prima di trovarla. Entrai. La mamma era tornata dal servizio. In quel momento stava rifacendo i nostri letti. Mi domandò se avevo raccontato tutto per bene. Feci cenno di sì e le diedi le scarpe. Lei le guardò e poi le mise sotto il letto. Io andai fuori e corsi dagli altri bambini che stavano davanti alla nostra baracca. Quando arrivai da loro, per un momento rimasero in silenzio, ma poi ripresero a parlare. Arrivò Trude. Domandò dov'era la mamma e le risposi che era dentro, nella baracca. Lei entrò di corsa. Di lì a poco corse fuori di nuovo. Mi domandò se non avevo detto alla mamma che doveva correre di gran premura all'infermeria. Dissi che me ne ero dimenticato. La mamma uscì e mi domandò perché non le avevo fatto l'ambasciata. Risposi che lei era di servizio quando ero tornato e che poi avevo perduto la strada e infine me ne ero dimenticato. Lei disse che ora andava via subito e che io dovevo aspettarla alla baracca. Non poteva dire quando sarebbe ritornata. Io volevo andare con lei, ma lei disse che non era possibile, forse papà sarebbe morto e quelle non erano cose per bambini piccoli. Replicai che non ero un bambino piccolo e che si trattava di mio padre e che dopotutto avevo ben diritto di esserci anch'io e che tutti i bambini che conoscevo erano stati presenti quando i loro papà erano morti. La mamma mi domandò: Ma chi?. E io le indicai un bambino, ma quello disse che suo padre era vivo e stava benissimo. Per fortuna un altro disse che lui aveva potuto essere presente e anche una bambina ripeté la stessa cosa. Erano fratello e sorella, ma questo io alla mamma non lo dissi. Allora lei fece: Va bene, allora, ma soltanto fino a quel momento, poi te ne devi andare. Glielo promisi. Corremmo insieme fino all'infermeria. Io andai avanti e le mostrai la strada più breve, ma lei volle andare per l'altro sentiero, quello che conosceva, per non perdersi. Il dottore ci aprì la porta. Disse: Finalmente! Per fortuna è arrivata ancora in tempo. Io dissi che come poteva ben vedere lei stessa il papà era ancora lì. Il dottore indicò un letto in fondo alla stanza e andò da un'altra parte. La mamma corse al letto di papà. Lui dormiva. Lei gli posò una mano sulla fronte e lo chiamò a bassa voce per nome, proprio accanto all'orecchio. Ma lui continuava a dormire. Il dottore si avvicinò. La mamma piangeva e diceva: Se soltanto fossi arrivata prima, se fossi stata qui, avrei almeno potuto parlare ancora con lui. Il dottore domandò perché era venuta così tardi e lei gli raccontò che io non le avevo detto niente. Il dottore disse di aver avvertito Trude fin dalla mattina presto, ma che comunque non avrebbe fatto molta differenza, perché papà era già stato portato lì in quello stato e per tutto il tempo aveva dormito e non era riuscito a parlare. In ogni modo era contento che la mamma fosse arrivata in tempo. Fece un cenno verso di me e le domandò: E lui lo sa...?. La mamma rispose che sapevo che mio padre forse sarebbe morto e che volevo essere presente perché era il mio papà e perché avevo sentito dagli altri bambini che anche loro erano potuti essere presenti quando i loro papà erano morti. Io dissi che non era vero niente, io volevo semplicemente stare vicino al mio papà e alla mia mamma, perché il papà mi aveva raccomandato di aver cura di lei. Restammo in piedi a fianco del letto. Dopo un po' la mamma andò fuori per un momento. Quando lei se ne fu andata, il papà sospirò. Corsi fuori per chiamarla, ma quando tornammo dentro lui aveva ripreso a dormire tranquillo. La mamma gli sentì il polso e intanto contava. Papà si voltò su un fianco. La mamma lo chiamò per nome sussurrandogli all'orecchio e gli disse che eravamo noi. Le dissi che lui non sentiva niente, ma lei disse: Sì, invece. Il dottore tornò indietro e la mamma andò da lui. Restarono ai piedi del letto e cominciarono a parlare. La mamma voleva che lui facesse un'iniezione a papà, perché si sentisse meglio. Ma lui disse che non sarebbe servito a nulla e lui comunque non aveva medicinali. La mamma disse: Lo so che lei ne ha ancora e darei qualunque cosa perché gli facesse un'iniezione. Ma il dottore trovava che fare al papà una sola iniezione non sarebbe servito a nulla. Perché servisse a qualcosa, ce ne sarebbe voluta una quantità. E lui non ne aveva abbastanza. Inoltre in tal caso il papà avrebbe dovuto lasciare l'infermeria di lì a un paio di giorni e andare a lavorare. E due giorni più tardi sarebbe finito di nuovo lì. Sempre che fosse ritornato. Almeno adesso riposava e se ne sarebbe andato senza accorgersi di nulla. C'erano così pochi medicinali. E quelli il dottore li doveva tenere per i pazienti che non dormivano così bene, ma che avevano dolori e che ci avrebbero messo tanto a morire. E continuavano a parlare e parlare. Io stavo accanto al letto del papà. La testa sbucava dalle coperte. Stava voltato su un fianco, la faccia rivolta verso di me. La barba gli era di nuovo cresciuta un pochino. I nostri volti erano molto vicini. Io tenevo la testa piegata per poterlo guardare bene in viso. Era davvero il mio papà. Riconoscevo le sue palpebre abbassate, il naso, la bocca, le orecchie. Le guance erano incavate, ma erano però sempre le guance del mio papà, così come le conoscevo da quando stavamo a letto insieme la mattina; o quando lui mi teneva sulle ginocchia e mi faceva saltare, giocando a cavallo cavallino. Ma non mi arrischiavo ad avvicinarmi troppo al suo viso, perché era malato. Stavo a sentire se potevo udire il suo respiro. Respirava così piano e la mamma e il dottore facevano un tale baccano che non riuscivo a sentire nulla. Vedevo soltanto la coperta che si muoveva leggermente. A un tratto si voltò sulla schiena. Deglutì. Sospirò profondamente e aprì gli occhi. Uno sguardo stupito, ma il dottore lo aveva detto che lo avevano portato lì mentre dormiva. Ora non capiva dov'era. Ma poi accadde una cosa strana: non riuscì più a chiudere la bocca. Pareva che volesse dire qualche cosa, ma non ci riusciva. Si udiva il suo respiro, ma non venne alcuna parola. Io mi voltai e corsi ai piedi del letto. Il dottore stava davanti a me, voltandomi le spalle. Udii la voce della mamma dietro di lui, ma non la potevo vedere. Lo spinsi in disparte e tirai la mamma per i vestiti, perché non mi voleva ascoltare. Gridai che il papà voleva dire qualche cosa ma non riusciva perché non poteva più chiudere la bocca e che lei doveva aiutarlo. Il dottore si volse e disse: E' finita. La mamma si mise a piangere e corse dal papà, gli posò le mani sulle guance e gli diede un bacio sulla fronte. Le dissi che era pericoloso, ma lei rispose che io adesso dovevo andar via, perché era tutto finito e le avevo promesso di andarmene. Il dottore si avvicinò e passò una mano sul viso di papà. Chiesi alla mamma perché faceva così e lei rispose che era per chiudergli gli occhi. Io guardai gli occhi di papà. Adesso erano chiusi. Vai fuori ora, me lo avevi promesso disse la mamma. Io assentii col capo e feci per allontanarmi dalla sponda del letto. Nel girarsi il papà aveva spostato il lenzuolo bianco e posato la mano lì accanto. Ora la mamma e il dottore stavano vicino alla sua testa. Lentamente strisciai lungo il letto e sollevai una mano. La feci scivolare sul lenzuolo bianco, su per la manica del pigiama di papà fino a raggiungere la sua. Era fredda. Posai la mia mano sopra la sua. Il dottore e la mamma mi voltavano le spalle. Gli diedi in fretta un bacio sulla mano. Poi corsi fuori. Quando fui all'aperto mi ripulii svelto le labbra con la manica. Mi sedetti sui gradini davanti alla porta e aspettai. Avevo già aspettato un bel po'. Avevo freddo. Arrivò Trude e domandò perché me ne stavo fuori, così, al freddo. Le raccontai che avevo avuto il permesso di essere presente quando il papà moriva, ma che avevo dovuto promettere di andarmene via subito dopo e per questo ora stavo lì fuori a aspettare. Lei mi portò dentro e disse a mia madre di avermi trovato fuori al freddo e che mi sarei anche potuto ammalare. Domandò alla mamma se era diventata pazza. La mamma rispose che io sarei dovuto tornare alla baracca. Io ribattei che lei non mi aveva detto niente di simile. Papà giaceva sotto il lenzuolo. Volevo mostrarlo a Trude, ma non me lo permisero. Poi dovetti aspettare a lungo dall'altra parte della baracca e non potevo neanche vedere che cosa facevano là dentro. Tornammo alla nostra baracca. Era buio e la maggior parte della gente dormiva già. Alcune persone sussurrarono qualcosa alla mamma e anche lei rispondeva con un sussurro. A letto cominciai a piangere. La mamma mi domandò se piangevo perché era morto il papà. Io dissi di sì, per questo, ma anche perché avevo una gran paura di dover morire anch'io. Lei rispose che io non avevo alcun motivo per morire e che Trude mi aveva solo fatto paura con le sue chiacchiere sul pericolo di ammalarsi. Le dissi che non si trattava di questo, ma che avevo baciato la mano del papà e ora certamente sarei dovuto morire e che anche la mamma sarebbe dovuta morire perché aveva baciato papà sulla fronte, che era ancora peggio. La mamma mi strinse a sé, mi baciò e mi disse che per il bacio sulla mano del papà certamente non sarei morto e nemmeno mi sarei ammalato e che questo valeva anche per lei. Io dissi che era stata lei a dirmi che al campo non dovevo dare un bacio a nessuno, perché era pericoloso. Lei mi baciò ancora e disse: Ma anche noi ci diamo spesso un bacio. Non c'è niente di male, perché siamo una famiglia. Ma non devi farlo mai con degli estranei e neppure devi lasciarti baciare da estranei. E ancor più devi badare a non baciare nessuno sulla bocca, perché questo sì è veramente pericoloso. Ma per un bacio sulla mano o sulla fronte del papà, per questo certamente non ci ammaliamo. Ero molto stanco. Mi rifugiai sotto le coperte e la mamma rimase con me. OSSERVATORIO. Il giorno seguente mi fu consentito di andare con i ragazzi più grandi, perché mio padre era morto e io ero stato presente. Ora non ero più un bambino piccolo. Però dovetti promettere di non fare la spia e di sostenere una prova. Non sapevano ancora quale. Correvamo sul terreno del campo. Incontrammo dei bambini più piccoli che mi domandarono se non volevo restare con loro. Ma io dissi che avevo premura e poi ormai non ero più un bambino piccolo e se non sapevano che mio padre era morto. Proseguimmo la corsa. Due ragazzi più grandi si fermarono accanto a me, uno per parte. E davanti e dietro ne arrivarono degli altri, anche un paio di bambine. Io ero certo il più piccolo, ma questo dipendeva dal fatto che la mia mamma era piuttosto piccola di statura e anche mio padre non era stato molto alto. Arrivammo all'osservatorio. Uno dei ragazzi più grandi mi domandò se me la sentivo di entrare. Mi disse che per la verità era una cosa proibita e anche pericolosa. Domandai perché, ma quello non me lo seppe dire. Un altro ragazzo disse che avevo promesso di sostenere una prova e che la prova era appunto questa. Dovevo entrare lì dentro e restarci fino a quando non mi richiamavano fuori. Dissi che ero disposto a farlo, ma che non sapevo che cosa c'era dentro, nell'osservatorio. Domandai se anche loro c'erano già stati una volta, e quelli risposero: Sì, naturalmente. Dissi che ci sarei stato se veniva anche qualcun altro. E se non l'avessi trovata una cosa così paurosa sarei stato anche disposto a fermarmi e ci sarei rimasto anche da solo, fino a quando loro mi avessero richiamato. Ma nessuno di loro voleva venire. Io allora replicai che se lo conoscevano già non avevano alcun bisogno di avere ancora paura. Un paio di ragazzi bisbigliarono qualcosa fra loro. Mi era venuto freddo, perché eravamo fermi lì già da un bel po'. Avevo i piedi gelati per esser stato nella neve e adesso il freddo mi saliva su per tutto il corpo. Allargai le braccia e me le battei intorno al corpo per scaldarmi. E intanto battevo i piedi per terra. Uno dei ragazzi più grandi mi imitò. Poi disse: E va bene, vado dentro anch'io con lui. Gli altri bambini si allontanarono un po', il ragazzino abbassò cauto la maniglia. Era una porta grigia di ferro, molto pesante da aprire. Dentro era buio. Il ragazzo si strinse il naso con l'indice e il pollice e mi fece cenno di seguirlo. La soglia aveva un gradino molto alto. Lo scavalcai. Dentro non si vedeva nulla, era tutto nero; il ragazzino accostò la porta e si mise a correre davanti a me seguendo la parete con una mano. Aprì una porta di legno e mi disse di entrare. Aveva una voce molto buffa, con il naso stretto fra le dita. Non riuscivo a vedere un gran che. Per terra e ammucchiati contro la parete scura c'erano degli oggetti bianchi. Anche nel mezzo della stanza ce n'era un mucchio e da tutte le parti sbucava fuori qualcosa. Altri bambini ci avevano seguito. La maggior parte si teneva il naso chiuso. Una bambina mi disse: Guarda, là c'è il tuo papà, non ha neppure un lenzuolo. Allora vidi i morti. Erano fagotti fatti di lenzuola. Da alcuni sporgevano gambe e braccia. Certi corpi erano nudi. Altri avevano ancora i calzoni. Giacevano lì, gettati disordinatamente uno sopra l'altro, per verso e per traverso. Uno stava rovesciato all'indietro in cima al mucchio, la testa gli penzolava giù. Lo guardai in faccia. Aveva grandi occhi scuri. Le braccia penzoloni, molto magro. Un altro giaceva con la testa posata su un braccio teso. L'altro braccio non c'era. Sparsi intorno c'erano anche pezzi staccati, braccia, gambe. Udii un clic alle mie spalle. Mi voltai e vidi che i bambini se n'erano andati o si erano nascosti. La porta esterna era chiusa. Mi volsi di nuovo verso i corpi e cercai di scoprire qual era mio padre. Piegai la testa in tutte le possibili direzioni, di lato, mi misi a testa in giù per poter guardare tutti quei volti che stavano sbiechi o rovesciati. Ma erano tutti terribilmente uguali. E c'era anche troppa poca luce. Proprio davanti a me c'era, in cima al mucchio, un fagotto di lenzuola. Dalla forma si vedeva benissimo che c'era dentro un corpo. Che fosse mio padre? Vicinissimo, davanti a me c'era un corpo sul pavimento, nudo, voltato a pancia in giù. La testa era voltata di lato. Che fosse quello mio padre? La testa rasata l'avevano tutti. No, mio padre non c'era. Doveva essere ancora nella baracca dell'infermeria. E poi lo avrebbero sepolto. Guardai ancora tutti i corpi attentamente, a uno a uno. Erano grigi. Le lenzuola sporche spiccavano bianche contro quel grigiore. Corsi indietro e richiusi dietro di me la porta divisoria di legno. Arrivai alla porta esterna. Non c'era maniglia per aprire. Cominciai a battere pugni nella porta, ma non serviva a niente. Udivo i bambini che stavano fuori. Tornai verso l'altra porta, l'aprii di nuovo. Entrai e scavalcai i corpi che mi stavano davanti. Mi arrampicai sul mucchio e gettai un'occhiata nel fagotto più in alto. Vidi soltanto un braccio. Cominciai a svolgere il lenzuolo. Fuori udii che gridavano. Tirai fuori il braccio. La mano somigliava a quella di mio padre. Tirai ancora il lenzuolo fino a che riuscii a vedere la testa. Il volto era nero di barba. Scesi giù dal mucchio e guardai il corpo di lato. La luce ci arrivava sopra appena. Cercai di vederlo in volto. Gli occhi erano neri. Le guance incavate. La barba corta come quella del mio papà. Anche il naso somigliava al suo. Guardai ancora le mani. Assomigliavano molto a quelle del papà. Ma il corpo non gli somigliava affatto. Qualcuno mi afferrò e mi trascinò via. Sei diventato matto? Vuoi morire? E' molto pericoloso. Vieni fuori. Sono ore che ti chiamiamo, che ti diciamo di venir fuori. Risposi che cercavo mio padre e che non ero riuscito a riaprire la porta. Tuo padre non è qui disse il ragazzo. E mi trascinò con sé, richiuse la porta di colpo e disse che dovevamo correre via. Più avanti incontrammo gli altri. Una delle bambine disse: Tuo padre non ha neanche un lenzuolo. Io dissi che lo aveva sì, il lenzuolo addosso, e che lo avevo visto con i miei occhi. Lei disse che lo aveva visto anche lei e che non era vero. Il ragazzo che mi aveva portato fuori con sé disse che mio padre non era lì, ma quando gli altri gridarono uh-uh e dissero che lui aveva avuto paura, lui rispose che aveva detto così solo perché io ero ancora piccolo. Ribattei che ero grande e che sapevo benissimo che mio padre era lì e che lo avevo visto in un lenzuolo e che potevo mostrarlo a chiunque lo volesse vedere. Ma nessuno volle. La bambina replicò: Ma se tu sai tutto così bene, allora, di', che cosa ne fanno dei cadaveri?. Dissi che lo sapevo benissimo, ma che non lo avrei raccontato, perché avevo fatto quello che dovevo e adesso la prova era finita. E se lei lo voleva proprio sapere, glielo avrei raccontato, soltanto però se lei veniva dentro con me. Ma lei non lo voleva e tutti gli altri bambini si misero a gridarle dietro uhuh. Poi corremmo via e io ora potevo restare con quelli più grandi. La sera la mamma mi domandò che cosa avevo fatto durante il giorno. Le raccontai che ero stato insieme ai ragazzi più grandi. Mi domandò se mi prendevano così senz'altro con loro e io le spiegai che ora sì, mi prendevano con loro, perché avevo superato la prova. Ero stato all'osservatorio. Lei mi domandò che cos'era, un osservatorio. Risposi che lo sapeva benissimo, che lì c'erano i cadaveri e che sapeva anche benissimo che mio padre era stato gettato sopra gli altri cadaveri e che non aveva neppure un lenzuolo e io avevo detto ai bambini che ne aveva sì uno, mentre avevo visto benissimo che non ne aveva. Mi misi a strillare che lei era matta a lasciare che lo buttassero così sugli altri cadaveri senza lenzuolo e che non mi aveva neppure raccontato che era stato portato via dalla baracca dell'infermeria e che io volevo andare almeno a salutarlo un'ultima volta e che lei era stata cattiva e che era colpa sua se era lì così nudo sopra i cadaveri. La mamma diceva soltanto: no, non è vero, ma io non l'ascoltavo e non la smettevo e le dicevo che non aveva bisogno di mentire con me, perché tanto avevo visto tutto con i miei occhi. Alla fine scoppiai in un pianto dirotto, terribile. La mamma disse che non si chiamava osservatorio, ma obitorio. Ma a me non me ne importava niente. Lei disse che i corpi dei morti venivano portati lì perché all'infermeria avevano bisogno dei letti per gli altri ammalati. E ogni giorno venivano degli uomini che portavano via i corpi e li trasportavano in un posto appartato nel bosco, dove venivano seppelliti. Ma quel giorno per combinazione non erano venuti. E disse anche che il papà era avvolto in un lenzuolo, ma che non potevo averlo visto, perché i fagotti erano tutti uguali e dopo di lui ne erano morti tanti altri che erano tutti nel mucchio. E lui era rimasto nel mucchio, sotto gli altri. La mamma mi strinse a sé, mi carezzò e mi baciò. Poi cominciò anche lei a piangere e disse che anche per lei non era bello affatto. Più tardi mi domandò chi mi aveva detto che dovevo andare a guardare nell'obitorio e io le raccontai che era stato uno dei ragazzi più grandi a venire poi a tirarmi fuori e mi aveva anche detto che era pericoloso. La mamma mi domandò se avevo toccato qualcosa e io le raccontai di come avevo cercato papà. Allora lei mi portò con sé, versò un disinfettante in una bacinella d'acqua e mi lavò bene bene da capo a piedi. Puzzava. Mi disse che non dovevo fare mai più una cosa simile. Mi domandò chi mi aveva mandato all'obitorio. Le dissi che adesso non ero più un bambino piccolo e avevo promesso di non fare più la spia e perciò non le avrei raccontato niente. Poi la mamma mi domandò chi era il ragazzo che mi aveva tirato fuori di lì. Io sapevo soltanto che si chiamava Jaap. Lei mi prese con sé. Da Jaap venne a sapere chi erano stati gli altri. La mamma raccontò ad altre mamme quello che era accaduto. Loro domandarono se mi aveva disinfettato bene. Andarono subito tutte a cercare i loro figli e li disinfettarono. Erano molto arrabbiate che la porta dell'obitorio fosse così facile da aprire. Dissero che era una vergogna e che bisognava che ci venisse subito messa una serratura. Il giorno dopo tutti i bambini puzzavano di disinfettante. Uno di loro propose di andare ancora all'osservatorio. Io dissi che non si chiamava osservatorio, ma obitorio, e che ora era chiuso e comunque nel frattempo i corpi erano stati portati via. Corremmo laggiù. Alla porta non c'era più la maniglia. 4. LA ZUPPA. La mamma mi svegliò. Era buio. Se volevamo andare anche noi in Palestina, fra due minuti dovevamo essere pronti al recinto, per andare sul treno. La gente correva fuori dalle baracche. Dovetti infilarmi le scarpe e mettermi il cappotto sopra il pigiamino. La mamma mise i nostri vestiti insieme alle cose che teneva sempre pronte in un mucchio, stese su un lenzuolo. Annodò il lenzuolo solo a metà e finì di stringere il nodo mentre già stavamo correndo. Nella baracca c'era ancora della gente mentre noi andavamo fuori, ma era così buio che non potevo vedere se era molta. Il cancello del recinto era aperto e vedemmo la gente che ci precedeva di corsa. Noi dietro. Faceva freddo. Nel treno c'era molta gente ed era buio. Alcuni ci aiutarono a salire. In questo treno c'erano delle panche per sedersi. Domandai alla mamma perché questo treno non faceva tutto quel fracasso quando si metteva in moto. Disse che non lo sapeva neppure lei. Che mi mettessi a dormire. Mi svegliai e sentii la gente che parlava, ma per il resto c'era silenzio. Era giorno. Aprii gli occhi e guardai le nuvole fuori del finestrino. Spiccavano bianche contro l'azzurro del cielo. Mi misi a sedere. Fuori l'erba era ferma. Dissi alla mamma che il treno era fermo. Lei replicò: Ah, ma allora hai dormito fino adesso?. Mi raccontò che il treno era fermo da più di una giornata. Non ti sei accorto di nulla? mi domandò. Scossi la testa e guardai la gente seduta sulle panche accanto e di fronte a me. Alcuni dormivano seduti. La mamma disse: Di' grazie alla signora P., che ti è accanto. E' stata così gentile, si è tenuta in grembo le tue gambe per tutto il tempo. Io guardai la signora che la mamma indicava. A bassa voce dissi: Grazie tante. Lei rispose: Ma hai davvero dormito sodo. La tua mamma aveva il braccio completamente intorpidito. Adesso per lo meno possiamo di nuovo alzarci. Io sedevo in grembo alla mamma. Scivolai un po' giù per scostarmi dalla signora P., perché potesse alzarsi. Ma lei rimase seduta. La mamma domandò se poteva alzarsi un momento. Mi mise in piedi sul pavimento, ma mi tenne ben stretto. Quando si fu alzata, mi fece sedere al suo posto. Si spinse verso il corridoio, scavalcando molte gambe. Lì si fermò, tenendosi appoggiata. Di tanto in tanto faceva un paio di passi o muoveva le braccia avanti e indietro. Le domandai se aveva freddo. Disse: Ho le gambe un po' fredde, ma soprattutto sono intorpidite per esser stata ferma tanto a lungo. Guardai fuori, l'erba, le nuvole e il cielo. Poi tornai con lo sguardo alla mamma. Le domandai se con quel treno ci voleva ancora tanto tempo per arrivare in Palestina. La gente di fronte a noi guardò me e poi la mamma e lei disse: Non lo so; non sappiamo dove siamo. Stavo per domandare se anche il papà non lo sapeva, quando d'improvviso mi venne in mente che era morto. Cambiai la domanda, perché lei non si accorgesse che me ne ero dimenticato e domandai perché il treno stava fermo. La mamma disse che non lo sapeva neppure lei. Una signora disse che forse dovevamo tornare indietro. Domandai alla mamma se eravamo già molto lontano da Bergen-Belsen. Lei disse: Credo di sì, molto lontano, ma di preciso non sappiamo nulla, perché il treno ha continuato a viaggiare in direzioni sempre diverse, per un giorno intero verso est, poi è rimasto di nuovo fermo per ore e ore, e poi di nuovo per giorni interi verso nord. La guardai e dissi che sul treno eravamo saliti solo la sera prima. La mamma venne da me. Dovetti alzarmi per lasciarle di nuovo il posto e lei mi riprese in braccio. Mi sedetti con la faccia voltata verso di lei. Lei mi posò le braccia intorno alle spalle, tenendomi stretto. Io le guardavo la bocca. Ma lo sai, no, che siamo su questo treno da quasi due settimane? Che il treno continuava a fermarsi e che poi ripartiva, talvolta per andare avanti e talvolta invece per tornare indietro? Te ne ricordi di sicuro, perché di tanto in tanto ti sei anche svegliato. Hai anche fatto pipì nel vasino, non ti ricordi? E hai detto che avevi tanta fame. Questo te lo ricorderai, no? E che io ti ho aiutato a toglierti il cappotto perché in treno faceva così caldo, quando siamo stati per un giorno intero fermi sotto il sole. E che poi hai avuto di nuovo tanto freddo, non ti ricordi, quando ti sei voluto mettere il cappotto sopra il pigiamino? Te ne ricordi, no?. Io l'ascoltavo parlare e capivo che sarebbe stato un guaio se non mi fossi più ricordato di nulla. Le carezzai le guance e le dissi che tutte queste cose doveva essersele sognate, ma che non faceva niente, perché adesso eravamo lì insieme sullo stesso treno. La signora che si era tenuta i miei piedi in grembo mentre dormivo si sollevò a sedere un poco più diritta e fece per dire qualcosa. La mamma mi lasciò andare e la sfiorò leggermente con una mano e allora l'altra stette zitta e tornò ad appoggiarsi allo schienale. La mamma mi strinse ancora più forte a sé e mi carezzò la testa. I capelli cominciano a ricrescerti in fretta disse. La rapata è stata salutare, ora non hai più pidocchi. E tornò a ripetere daccapo tutto quello che aveva sognato. Io mi accorsi di come tutto questo le era fastidioso. La maggior parte di quelle cose l'aveva già ripetuta parecchie volte. Ma poi disse ancora: Ti ricordi di sicuro che una volta volevo lasciarti solo un momento perché dovevo andare al gabinetto, e tu non volevi lasciarmi andare e ti sei messo a piangere?. Lei prima non me ne aveva parlato. Per questo risposi che sì, ora d'un tratto me ne ricordavo. E che avevi fame?. Io risposi esitante che ora cominciavo a ricordarmi anche di questo, ma che avevo dormito così profondamente che non sapevo più niente con precisione. La mamma disse che questo lo poteva ben capire. Vedi dunque che te ne ricordi ancora bene? esclamò e mi strinse di nuovo a sé. Dopo potei alzarmi e andare nel corridoio. Ma muoversi e camminare bene lì non si poteva, perché era pieno di gente, seduta o sdraiata sul pavimento. Guardai fuori dal finestrino dalla parte opposta. Eravamo vicini a degli alberi. Qualcuno si arrampicava lentamente su per il pendio a fianco della strada ferrata, allontanandosi dal treno. Io indicai col dito là fuori e mi volsi verso la mamma. Anche lei guardava quell'uomo. La gente diceva: Scappa, Possiamo uscire, Quell'uomo là fuori è sicuramente impazzito, Gli spareranno. Ora erano sempre più numerosi quelli che si arrampicavano sul pendio e di fuori si udivano voci chiamare e sportelli sbattere. Qualcuno esclamò: Lo sportello è aperto. La gente si era alzata e io non riuscivo più a vedere niente. La mamma mi chiamò. La udii venirmi vicino. Venni spinto verso di lei, che mi afferrò per un braccio e mi trascinò al nostro posto. Tornò a sedere e io potei mettermi sulla panca accanto a lei. Un paio di persone erano rimaste sedute, ma la maggior parte era andata fuori. Domandai se non potevamo provare anche noi a andare fuori, ma la mamma disse di no. Replicai che mi sarebbe tanto piaciuto e che lo facevano tutti. La mamma restò un momento seduta a occhi chiusi, con la testa appoggiata alla parete. Poi si alzò lentamente e disse che dovevo star seduto lì da bravo fino a che lei non tornava. Andò allo sportello e la udii parlare con la gente che stava là fuori. Poco dopo tornò. Mi disse che potevo andar fuori con Trude, ma che dovevo fare esattamente tutto ciò che lei mi diceva. Promisi e Trude mi aiutò a scendere dal predellino. Mi tenne ben stretto e dall'ultimo gradino mi fece fare un gran salto fin sulla ghiaia della strada ferrata. La mamma tornò dentro. Noi ci arrampicammo per un po' su per il bosco. Io facevo segni di saluto alla mamma. Dietro tutti i finestrini c'erano persone ancora sedute, ma la maggior parte ormai era fuori. Trude mi prese per mano e disse che dovevo camminare un po' più svelto. Le domandai che cosa avremmo fatto. Disse: Passeggiare un po' e prendere qualche cosa. Le domandai se non doveva venire anche la mamma. E lei rispose: Lasciala tranquilla in treno, portiamo noi qualcosa anche per lei. Ci mettemmo a correre lungo i vagoni. Fuori, accanto alle vetture, la gente stava seduta o distesa. Alcuni erano andati nel bosco e di là guardavano in lontananza. Trude e io strisciammo fra due vagoni sotto i respingenti e traversammo i binari. Le domandai se non era pericoloso, nel caso che il treno si fosse messo in moto, ma Trude disse che il treno sarebbe rimasto fermo fintanto che non attaccavano una locomotiva. Io mi guardai in giro e notai che a nessuna delle due estremità del treno c'era una locomotiva. Corremmo su un prato. Da questa parte del treno c'era meno gente. Dopo un po' Trude disse che eravamo vicini all'acqua. Vidi altra gente che arrivava con la faccia e le mani bagnate, ma l'acqua non la vedevo. Trude si accucciò per terra accanto a me, la sua testa accosto alla mia, puntò il dito e disse: Guarda laggiù, fra le ortiche, là c'è l'acqua. La vidi. C'era un sentiero su cui la gente camminava in fila indiana per andare fino all'acqua. Ma Trude calpestò le ortiche e le tirò in disparte, facendo un sentiero apposta per noi. Da un fazzoletto che aveva con sé tirò fuori una bottiglia vuota, la riempì d'acqua e poi la depose nell'erba. Poi si lavò la faccia e le mani e disse che dovevo fare lo stesso anch'io. Io mi bagnai sì le mani, ma non la faccia. Trude bagnò un angolo del suo fazzoletto e mi lavò le guance e la fronte. Poi cominciò a cogliere le ortiche. Disse: Aiutami, così facciamo più in fretta. Ma pizzicavano. Trude mi fece vedere come si devono prendere dal basso per non bruciarsi. Io non ci riuscivo. Allora lei mi avvolse il suo fazzoletto intorno alle mani e poi facemmo a chi ne coglieva di più. Io vinsi, perché avevo il fazzoletto. Poi Trude ci avvolse le ortiche e si mise il fascio sotto braccio. Io portavo la bottiglia, facendo molta attenzione. Strisciammo di nuovo sotto il treno e la gente cominciò a domandarci di dove venivano l'acqua e le ortiche. Trude disse: Le abbiamo colte, un poco più in là. Tornammo di corsa verso il vagone dove stava la mamma. La mamma era contenta che fossimo di ritorno. Trude domandò se avevamo una pentola, ma naturalmente di pentole non ce n'erano. Allora lei corse verso un altro vagone, dove qualcuno accanto ai binari aveva acceso un piccolo fuoco. Domandò se poteva cuocere qualcosa. Le dissero di sì. Lì accanto c'era una specie di pentolino. Trude domandò ancora se poteva adoperarlo e di nuovo le dissero di sì. Domandò che cosa c'era stato dentro. L'uomo lì vicino rispose: Lo stesso. Trude versò l'acqua nel pentolino e lo tenne il più possibile vicino al fuoco. Quando cominciò a scottare, lo prese nell'altra mano. Dopo un po' l'acqua prese a bollire. Trude depose per terra il pentolino e vi mise dentro le ortiche. Poi lasciò che continuasse a bollire. Di tanto in tanto aggiungeva altre ortiche. Infine portammo la zuppa alla mamma. Lei l'assaggiò e disse che avevamo preparato una squisita zuppa di verdura. Anch'io ne mangiai un po', ma le ortiche non mi piacevano. Trude e la mamma finirono la zuppa. Il resto delle ortiche Trude lo mise insieme al suo fazzoletto sulla reticella posta sopra il posto della mamma. La bottiglia con l'acqua gliela posò accanto per terra. Riportammo indietro il pentolino e restammo ancora un po' a sedere intorno al fuoco. Trude disse: Qui si sta meglio che il quel treno puzzolente. A un tratto sentii sparare. La gente si mise a gridare e arrivarono tutti di corsa dal bosco verso il treno. Dissi a Trude che anche noi dovevamo risalire, ma lei rispose: Sta' tranquillo, andiamo dentro subito, non c'è fretta. Guardai lungo il treno. C'erano ancora molte persone sedute fuori, ma la maggior parte era già risalita nei vagoni. Guardai nell'altra direzione, sempre lungo il treno. Là non c'era più nessuno. Davanti agli sportelli del nostro vagone s'era raccolta molta gente in attesa, alcuni già col piede sul predellino. Poco dopo salì anche l'ultimo. Un momento dopo vidi un soldato. Teneva il fucile sotto braccio e sparava nel terreno. E intanto avanzava, lentamente. Dietro di lui non restava più nessuno. Veniva sempre più vicino. Io afferrai la mano di Trude e cominciai a tirarla. Le dissi che dovevamo salire sul treno, altrimenti il soldato ci avrebbe sparato. Lei si alzò con calma, mi prese per mano e si avviò lentamente con me verso lo sportello del vagone dove stava la mamma. Trude disse che non c'era nessuna premura, ma che io naturalmente potevo salire quando volevo, se avevo paura. Davanti allo sportello ci arrestammo. Trude fissava il soldato. Adesso era proprio vicinissimo. Io la tiravo per la mano, perché il predellino era troppo alto per me e bisognava che mi aiutasse. Il soldato si fermò accanto a noi. Trude lo guardò fisso e lui guardò lei. Io guardavo nel buco della canna del fucile. Udii Trude ripetere ancora che non c'era premura. Lui disse: Salire. Trude osservò che non ci voleva nessuna bravura a far paura alla gente quando si aveva un fucile in mano. Che guardasse un po' me. E gli domandò che senso poteva avere salire quando non c'era neppure la locomotiva. Lui disse: Fa' in modo di essere salita quando ritorno. Questa notte gli sportelli verranno chiusi a chiave. Proseguì la sua strada. Il fucile roteò intorno a noi. Udii uno sparo. Tentai di salire sul predellino, ma ricaddi giù. Lo trovi magari divertente, eh, vigliacco? gridò Trude. Il soldato rise. Davanti a lui la gente si affollava per salire nei vagoni. Il soldato si guardò un po' intorno, poi sollevò il fucile in direzione del bosco e sparò. Rise ancora. Quell'idiota fece Trude. Chiamò la mamma per dirle che tutto era a posto e che saremmo rimasti fuori ancora un poco. Mi aiutò a rimettermi in piedi. Ci sedemmo accanto a un albero e guardammo oltre il treno e oltre il prato. Il cielo era pieno di colori, perché il sole stava tramontando. Il soldato tornò e si fermò davanti a noi. Portava il fucile a spalla e teneva il pollice infilato sotto la cinghia. Disse: Adesso dovete salire. Noi ci alzammo e ci avviammo verso lo sportello. Lì Trude si arrestò. Lo guardò in viso e gli domandò: Dove siamo? Che cosa succederà, ora?. Lui la guardò e rispose: Dove siete non lo posso dire; ma è finita. La mano mi faceva male tanto Trude la stringeva forte. Alzai gli occhi a guardarla in viso. Lei mi sollevò di peso e mi depose dentro il treno. Poi salì. Prima di richiudere lo sportello, si volse verso il soldato e disse: Sporco bugiardo. Lui chiuse a chiave lo sportello e proseguì lentamente. Trude mi disse che non dovevo raccontare nulla di quel dialogo. La mamma voleva sapere che cosa era accaduto, ma Trude rispose che il soldato voleva soltanto impaurire la gente. Del loro litigio non disse nulla. Quando si fece buio mi misero a dormire. La mamma disse che non potevo starle di nuovo in grembo tutto il tempo, perché lei doveva continuamente alzarsi per andare al gabinetto. Dovevo invece stendermi sulla rete portabagagli sopra un'altra panca. Ma arrivare lassù era difficile. Quando ci fui ebbi paura di cadere giù, se mi rigiravo nel sonno. La mamma si mise d'accordo con gli altri perché potessi mettermi a dormire su una panca. Ciascuno doveva dormirci a turno. Lei avrebbe ceduto la sua parte a me. Io non riuscivo a addormentarmi e mi fu permesso di alzarmi nuovamente. Era buio. Di tanto in tanto degli aerei passavano sopra di noi. In lontananza si sentivano degli spari. Per il resto non udivo altro che il respiro di gente che dormiva. Quando fu di nuovo il mio turno di prendere possesso della panca, non riuscii a addormentarmi. Ma al prossimo turno avevo molto sonno. E nel buio non c'era niente da vedere. Perciò mi allungai e mi misi a dormire. SOLDATI. Mi avevano lasciato sulla panca, ci restai fino a quando mi svegliai da solo. Era di nuovo giorno. Il treno era ancora allo stesso posto, fra il bosco e il prato. Dal finestrino vidi il punto dove avevamo fatto la zuppa. Corsi dalla mamma e volevo domandarle se adesso era mattina, la mattina dopo quella sera in cui mi ero addormentato. La mamma dormiva. Trude le era seduta accanto e disse che la mamma era molto stanca e che non dovevo svegliarla. Mi sedetti sulla panca. Di posto ce n'era abbastanza. Adesso nel nostro vagone c'era molta meno gente. Domandai a Trude dov'erano tutti gli altri. Lei mi rispose che alcuni camminavano su e giù per il treno e altri erano andati nel vagone dell'infermeria. Mi misi al finestrino e guardai verso il prato. Si udiva un passo cadenzato di marcia, passi pesanti sul pietrisco della ferrovia. Ma non si vedeva nulla. Il rumore si avvicinava. Premetti il naso contro il finestrino per vedere meglio. Da destra venivano dei soldati che marciavano allineati, dietro a loro ne venivano altri, di più, sempre di più. Gridai a Trude che venivano dei soldati. Rispose che lo sapeva già. Le gridai che poteva essere pericoloso, perché erano molti, moltissimi. Lei si alzò e guardò fuori dal finestrino. No disse. No disse ancora. Le gridai che lo poteva ben vedere anche lei. Dagli altri vagoni venivano delle grida. Trude afferrò la mamma e la scosse con forza. Adesso anche altra gente guardava fuori dai finestrini. Passarono i soldati della prima fila. Tenevano gli occhi fissi davanti a sé. Portavano il fucile a spall'armi. Marciavano a gambe rigide. La mamma voltò la testa verso la parete e disse: Lasciami in pace. Trude cominciò a piangere. Li vedi? esclamò. Li vedi? Quelli sono i russi, siamo liberi, è finita. E mi strinse forte a sé. Ora anche altra gente si metteva a gridare che erano i russi, che eravamo stati liberati. Anch'io cominciai a piangere. Dissi a Trude che non poteva essere vero, e che dovevano essere dei comuni soldati, dei "moffen" come quelli che c'erano stati al campo e come il "mof" che ci aveva ricacciato sul treno il giorno prima. Sono i russi, siamo liberi ripeté Trude. E di nuovo scosse la mamma. La mamma la guardò. Poi guardò fuori dal finestrino e mi strinse a sé. Mi premette forte fra le sue braccia e disse: Dio sia lodato. E disse anche che si sentiva molto male e che doveva andare subito all'infermeria, altrimenti ci saremmo ammalati anche noi. E che io dovevo restare con Trude, si sarebbe occupata lei di me. Trude rispose che lo avrebbe fatto, ma che per la mamma sarebbe stato meglio restare con noi nel vagone fino a quando non fossimo potuti uscire dal treno, perché non era bello andare all'infermeria e non era neppure necessario. Io dissi ancora che erano soldati come tutti gli altri e che erano diventati tutti matti. Trude mi spiegò la differenza fra un "mof" e un russo. La si poteva vedere dal berretto, dalle facce e anche dagli stivali, ma io non ne vedevo nessuna. Un po' più tardi passò un altro plotone. Trude mi fece vedere che erano senza fucile e non avevano l'elmetto in testa. Accanto a loro camminavano altri soldati con fucili e berretto. Quelli erano i russi. Gli altri erano i "moffen" fatti prigionieri. Io allungai il collo per vedere meglio fuori. Di tanto in tanto chiamavo Trude e le domandavo se il soldato che indicavo in quel momento era un russo e l'altro un "mof" prigioniero. Alla fine cominciai a distinguerli anch'io. I russi portarono via tutti i "moffen". Dappertutto lungo i binari camminavano i "moffen" prigionieri. Domandai a Trude se i russi li avrebbero uccisi. Lei rispose che non lo credeva, anche se, per quel che la riguardava, avrebbero potuto farlo benissimo. Un altro bambino mi si mise accanto al finestrino. Il ragazzino aveva preso un ramo da un albero e fingeva che fosse un fucile. Sparava ai "moffen". Domandai se potevo sparare anch'io. Lui non voleva, ma Trude spezzò il ramo in due e così tutti e due ci mettemmo a sparare sui "moffen" prigionieri. Ogni tanto per sbaglio colpivamo un pochino anche un russo. Nel treno ora c'era un gran baccano. Tutti gridavano e piangevano e i bambini sparavano. Trude domandò perché io non volevo più sparare. Risposi che non potevo lo stesso ucciderli davvero. Poi mi sedetti vicino alla mia mamma e le carezzai la mano. Lei dormiva. Da dove ero seduto riuscivo a vedere le teste dei soldati che passavano. Adesso vedevo chiaramente la differenza fra i russi e i "moffen". Nel treno c'era ancora un gran baccano. E cominciò anche a fare molto caldo. Il sole ci batteva sopra già da tutta la mattinata. I finestrini non si potevano abbassare e gli sportelli erano ancora sprangati. Ma ora i soldati non passavano più così spesso. Ed erano quasi soltanto russi. Si udì il fischio di una locomotiva e di lì a poco ci fu uno scossone; il treno si mise in moto. La gente era pazza di gioia. Ci fermammo in una stazioncina. Trude mi domandò se ero capace di leggere il nome. Lessi la parola Trobitz. Mi disse che me la dovevo imprimere ben bene nella mente. Scendemmo. La mamma venne portata all'ospedale con un carrettino. Io andai con Trude. Per un po' dovemmo stare in coda, ma non per molto. Poi andammo con altra gente, e con un paio di soldati russi proseguimmo fra le case di Trobitz. Arrivammo a un grande caseggiato bianco. I russi fecero aprire le porte. Poi quelli che vi abitavano dovettero uscire e noi fummo fatti entrare. Trude, io e un'altra donna, Eva, dovemmo andare in soffitta, perché eravamo quelli che potevano meglio salire le scale. Là c'era un lettone in cui c'era posto abbastanza per noi tre. Eva andò via per un po' e ritornò poi con lenzuola, asciugamani e sapone. Trude lavò bene bene da capo a piedi con acqua e sapone prima me e poi anche se stessa. Poi dovetti andare a dormire. Era già di nuovo buio. Trude disse che sarebbe rimasta con me fino a che mi fossi addormentato. Poi sarebbe andata via un po', da basso e forse anche fuori. Ma allora di sotto sarebbe rimasta Eva. Le lenzuola erano lisce, bianche e ben tirate. E sopra c'era una bella coperta azzurra. Il letto era grande, non c'era pericolo di cadere giù. Ed era morbido e caldo. La testa affondava nel cuscino. Trude tirò le tende. Potevo tenere accesa una piccolissima luce. Di sotto udivo la gente correre e ridere. Trude venne da me e si sedette sulla sponda del letto. Le domandai se voleva posarmi una mano sulla testa. La mamma lo faceva sempre, perché mi addormentassi più rapidamente. Lei mi posò leggermente la mamo sul capo e disse piano: E' la nostra prima notte di libertà. Adesso dormi bene. PATATE. Alcuni giorni dopo il nostro arrivo a Trobitz, Trude e io passavamo per le strade grige, fra le case grige. Le case avevano finestre piccole, molto diverse da quelle di casa nostra. E imposte. Per la strada c'era poca gente. Era ora di pranzo. C'era il sole. Avevo caldo. Arrivammo al cancello di uno steccato che dava su un prato. Trude aprì il cancello - disse che aveva il permesso di farlo; disse che ora potevamo fare tutto quello che volevamo - e poi richiuse il cancello dietro di noi. Per andare all'ospedale questa strada è molto più breve disse. Camminammo in mezzo all'erba. Io dovevo stare attento per non finire coi piedi nello sterco delle vacche. Arrivammo a una fattoria. La stalla era stata attrezzata come ospedale. Lì c'era molto più posto che nell'infermeria dove era stato mio padre. Qui c'era un pavimento di pietra grigia. Passammo davanti ai letti per cercare la mamma, senza però trovarla. Tornammo indietro e Trude domandò a una donna che sedeva ritta nel suo letto se sapeva per caso dov'era mia madre. Quella? Oh, quella dorme fu la risposta. Ma dov'è? domandò ancora Trude. Volevamo portarle un paio di patate e questo è suo figlio. La donna fece cenno di lato col capo. Ci voltammo. Nel letto accanto c'era qualcuno che si era tirato la coperta sopra la testa. Si vedeva spuntar fuori solo un ciuffo di capelli. Erano rossi. Con molti riccioli. Come i capelli della mamma. Trude corse verso di lei e sollevò un poco la coperta. A bassa voce disse alla mamma che eravamo noi, che volevamo parlare un momento con lei e che le avevamo portato qualche cosa. Anch'io mi avvicinai al letto, ma la mamma si tirò di nuovo la coperta sulla testa e restò distesa. Non disse nulla. Trude si volse alla donna che ci aveva dato l'informazione e le domandò come stava la mamma. Male rispose la donna, non vuol mangiare ed è molto debole. E quando mangia qualche cosa, subito le viene la diarrea. Oppure vomita. Ma non vuol prendere nessuna medicina, per quanto il dottore insista. Le patate fate meglio a riportarvele via. Trude guardò la mamma e tornò a dire che eravamo lì e che le avevamo portato le patate. Venne da me e mi allontanò un po' dal letto, dalla parte dei piedi. Disse che non dovevo avvicinarmi troppo, perché la mamma era molto malata e alla fine avrei potuto ammalarmi anch'io. Poi prese la borsa con le patate e andò dall'altra donna. La udii che diceva: Allora le prenda lei. Sarebbe peccato riportarle via, noi ne abbiamo più che abbastanza. E se lei non le mangia, che almeno servano a qualcuno. La coperta della mamma si sollevò. Di dietro la coperta tenuta alzata comparvero i lunghi riccioli rossi. Dietro la coperta cominciarono gli strilli. Non farlo, questo non devi farlo. Quella carogna non dà mai via niente e allora non deve neppure avere niente. Da' qua le patate. Sono mie. Dammele. Trude corse al letto della mamma e disse che ormai le patate le aveva date via. La donna nascose la borsa sotto il suo letto. Gli strilli continuavano. Perché porti qui il bambino? Vuoi che si ammali anche lui? Qui devono morire tutti, lo sai bene anche tu. Trude le disse che doveva fare quello che diceva il dottore, che prendesse piuttosto le pillole, invece di mettersi a strillare in quel modo. Andò via e ritornò con un bicchiere d'acqua. Questa non è acqua potabile. Vuoi farmi morire, eh? urlava la voce dal letto. Trude ne bevve lei stessa un sorso e posò il bicchiere accanto al letto. Disse che adesso bisognava mandar giù le pillole. La coperta fu ributtata indietro sul letto. I capelli scendevano ancora da tutte le parti. Le coprivano anche il viso. Se muoio è colpa vostra strillava la voce dietro i capelli. Le pillole scomparvero nella bocca che non potevo neanche vedere e il bicchiere fu vuotato fino in fondo. Sono le mie patate. Devo riaverle gridava la voce. Trude corse dalla donna e le parlò un momento, cercando di convincerla. Le promise che gliene avrebbe portate delle altre. La donna alzò le spalle e disse: E' matta. Io gridai a Trude che la borsa con le patate era sotto il letto. Lei la prese e la posò su quello della mamma. Una mano afferrò la borsa e una testa vi guardò dentro. Poi una mano affondò nella borsa. Ne venne fuori con una patata, la portò davanti agli occhi, e infine la borsa fu vuotata sul letto. La mano con la patata si levò in alto, verso il muro. La donna che ci aveva aiutato gridò Attenzione! e afferrò il suo cuscino. La patata la colpì in pieno viso. Trude si mise a gridare: Ma sei impazzita?. La donna levò il suo cuscino contro il lancio di patate e cominciò a piangere. Le patate volavano a destra e a sinistra. Una colpì Trude, che mi gridò di abbassarmi e di correr via. A ogni patata che volava la voce gridava: Volete uccidermi, Ve la farò vedere io, Quella carogna, è lei che è matta. Due uomini arrivarono di corsa. Portarono via le patate rimaste e costrinsero la mamma a stendersi sul letto. Uno dei due le fece un'iniezione. La tennero ferma ancora per un po'. Poi le sistemarono la coperta e riportarono il cuscino all'altro letto. Ci mandarono via. Trude mi prese per mano e mi portò verso il letto. La mamma stava adagiata su un fianco, voltando le spalle all'altra donna. Andammo dal lato del letto dov'era il viso. Gli infermieri le avevano ravviato i capelli. E adesso riconobbi la faccia della mamma. Lei sorrise appena e disse che era contenta di vedermi; che avevo un buon aspetto. E che dovevo stare attento a non ammalarmi. Cominciò a piangere. Trude le aggiustò la coperta sulle spalle e disse che avrebbe avuto lei cura di me. Devi fare quello che dice il dottore, così tornerai presto con noi le disse. La mamma cadde nel sonno. Noi andammo via. Un paio di giorni più tardi andammo a passeggio fuori dal paese e cogliemmo dei fiori per la nostra stanza. Erano bianchi e gialli. Trude disse che erano pratoline. Dovevo coglierle molto in basso, proprio vicino a terra, altrimenti il gambo sarebbe stato troppo corto e non si sarebbero potute mettere nel bicchiere. Eravamo soli. Udivo solo di tanto in tanto una mucca o un uccello e il vento che mi soffiava nelle orecchie. Mi sentivo bel caldino. Domandai a Trude se non avremmo potuto andare di nuovo a trovare la mamma. Lei rispose: Non si può. La strada è sbarrata. Dissi che anche l'ultima volta lei aveva semplicemente aperto il cancello. Lei rispose: Ora non si può più. Io dissi che c'era anche un'altra strada che portava all'ospedale passando dal villaggio e non dal prato. Anche se la strada era più lunga, potevamo prenderla lo stesso. Lei cominciò a piangere e disse: Te l'ho già detto che la strada è chiusa. Tutte le strade sono chiuse. Anche quella. Domandai come potevano essere chiuse tutte le strade, dal momento che avevamo appena traversato il paese. Disse: Insomma, è così. Aveva smesso di piangere. Te lo spiegherò un giorno il perché. Domandai se avrei potuto tornare a trovare la mia mamma quando la strada non fosse più stata sbarrata. Lei disse: Un'altra volta. Cogliamo ancora un po' di fiori? domandò Trude. Riuscimmo a fare un bel mazzo per la nostra stanza. MACELLO. Trude era andata di sopra per sistemare i fiori. Nel giardino dietro casa nostra degli uomini rincorrevano un maiale. Cercavano di acchiapparlo, ma lui sfuggiva continuamente. Loro si davano la voce e battevano le mani per spaventare l'animale e ricacciarlo indietro. La bestia urlava. Alcune donne gridavano dalla finestra. Io stavo sulla porta. Due uomini riuscirono infine a afferrare il maiale. Uno lo teneva con entrambe le mani per le orecchie e l'altro per la coda. La bestia urlava e squittiva. Gli altri si avvicinarono. Uno di loro aveva in mano un coltello. Gli uomini tiravano il maiale per i piedi. La bestia cadde per terra. L'uomo col coltello alzò il braccio e gridò agli altri di tirarsi in disparte. Poi colpì l'animale con un colpo fortissimo. Il sangue sprizzò da tutte le parti. Un paio di uomini voltarono la testa. Le grida della bestia si fecero più deboli. L'uomo colpì ancora e ancora. Poi arrivò di corsa una donna. Anche lei aveva un coltello in mano. Corse verso il maiale e cominciò a tagliarne via un pezzo. Le donne alla finestra esultavano. Qualcuna di loro arrivò, anche lei armata di coltello, e tutte tagliarono via dei pezzi di carne. Poi li portarono in casa. C'era sangue dappertutto. Qualcuno disse che era proibito mangiare carne di maiale. Eva venne fuori e domandò il perché di tanto baccano. Guardò il maiale e gli uomini che ne tagliavano via i pezzi. Mi prese per mano e mi riportò in casa. Dov'è Trude? Che cosa fai qui da solo con quei matti? domandò. Le raccontai che eravamo andati a cogliere fiori e che Trude era andata a portarli di sopra nella nostra stanza. Eva mi portò nel corridoio, aprì la porta davanti e mi portò fuori. Davanti alla casa c'era molto più silenzio, sebbene si potessero udire ancora le grida che venivano dal giardino sul retro. Accanto alla porta c'era una panchina appoggiata al muro. Ci sedemmo lì. Dev'essere terribile per te, quello che è successo disse Eva. Risposi che ce l'avrei fatta, perché non ero più un bambino piccolo. Lei disse: Ma dev'essere molto, molto triste per te, vero?. Risposi che sì, quelle grida le trovavo orribili. E le raccontai che gli uomini avevano dovuto fare molta fatica e che si erano spruzzati di sangue, e che il sangue del maiale aveva sporcato dappertutto. Eva domandò: Questo ti sembra più grave?. Io davo calci alla ghiaia e seguivo con gli occhi le pietruzze che volavano per aria. Lei domandò: Ma non sai niente della tua mamma?. Presi a calci ancora un paio di sassolini e dissi che sapevo benissimo che la strada era stata sbarrata. Lei disse: Già. Le guardai la bocca. E tu lo trovi certo molto triste, vero?. Risposi di sì, certo lo trovavo spiacevole, ma dalla mamma ci sarei potuto andare un'altra volta. Un'altra volta? Che cosa intendi dire, un'altra volta?. Le raccontai che Trude aveva detto che la strada ora era sbarrata, ma che sarei potuto tornare dalla mamma un'altra volta. E che adesso non lo potevo ancora capire, ma Trude un giorno me lo avrebbe spiegato. Eva si alzò e mi prese per mano. Mi portò con sé in casa e su per la scala. E intanto continuava a ripetere: Qui sembra che siano diventati tutti matti; un'altra volta, un'altra volta. Arrivammo di sopra e Eva spalancò la porta della nostra stanza, senza bussare. Trude si sarebbe certamente arrabbiata. Trude era alla finestra e guardava fuori. Nella stanza le pratoline erano state suddivise in tre bicchieri su dei centrini bianchi. I letti erano rifatti e i risvolti ben tirati delle lenzuola bianche ricoprivano in parte i cuscini candidi. Attraverso le tendine bianche entrava una luce gialla. Eva aggredì Trude gridando: Ma ora sei diventata completamente pazza anche tu? Il bambino non sa neppure quel che è accaduto di sua madre. Crede che un giorno potrà di nuovo andare da lei. Ma che follia è mai questa?. Trude rispose: Non gridare in quel modo. Lo sa, lo sa. Lo sa benissimo. Gliel'ho detto chiaramente. Eva si rivolse a me: Ma che cosa ti ha raccontato? Di una strada sbarrata?. Assentii. Trude fece: Ecco, vedi. Eva mi disse: E anche che un giorno potrai andare di nuovo da tua madre?. Annuii. Lei guardò Trude. E quella replicò a bassa voce: Oh, quello verrà col tempo. Eva mi teneva stretto. Si mise davanti a me. Poi si piegò sulle ginocchia, seduta sui calcagni. Disse: Senti, tesoro, devo dirti una cosa terribile. Io mi volsi verso Trude, ma lei guardava fuori dalla finestra. Fissai la bocca di Eva. E' terribile, capisci, è proprio terribile. Parlava molto lentamente, come se io non capissi l'olandese, e parlava a voce alta e chiara. Non puoi più andare dalla tua mamma. Mai più. La tua mamma è morta. Io dissi che era una sciocchezza, Trude aveva detto che c'era soltanto la strada sbarrata e che sarei potuto tornare da lei un'altra volta. Guardai Trude. Eva disse: E' morta. Tu sai che cosa significa, vero? Morta, proprio come il tuo papà. Anche da lui non puoi più andare. Lo comprendi questo?. Ripetei che Trude aveva detto che un giorno sarei potuto tornare da lei. Eva disse: Adesso domandalo a Trude. Trude, è morta la sua mamma?. Fece lei la domanda per me. Trude volse leggermente la testa verso di noi e poi tornò a guardar fuori. A voce bassissima rispose: Sì. E lui potrà tornare un giorno dalla sua mamma? domandò ancora Eva. Mi aveva posato una mano sulla nuca e mi girava la testa verso Trude. Ah, io intendevo in un'altra maniera disse Trude. Potrà mai tornare da lei? gridò Eva. Trude guardò lei e guardò me. Si voltò e lasciò andare la tendina. La tendina ricadde giù diritta davanti alla finestra. No disse, non è più possibile. La tua mamma è morta. Eva si alzò. Disse: E' una cosa terribile per te, ma lo devi pur sapere. Assentii col capo. Davanti a me c'era un tavolo. E sulla tovaglietta c'era un bicchiere con i fiori. Afferrai il bicchiere e lo scagliai per terra. Calpestai i fiori e strappai la tovaglietta dal tavolo. Con quella colpii il bicchiere. Rovesciai il tavolo e cominciai a prenderlo a calci. Mi misi a urlare a Trude che era una donna cattiva e che non ero più un bambino piccolo. Tremavo tutto e cominciai a piangere. Dissi che quei fiori erano schifosi e Trude l'aveva di sicuro sbarrata lei la strada e aveva dato via le patate della mamma e le aveva dato invece delle pillole e dell'acqua cattiva e era solo colpa sua se la mamma adesso era morta e era colpa sua se io adesso non potevo più andare da lei. Avevo un gran caldo. Cercai di dire ancora di più, ma non riuscivo. Caddi per terra. Mi accorsi che Eva mi sollevava. Insieme a Trude mi depose sul letto. Trude doveva andarsene, gridavo, doveva lasciarmi in pace, lei mi aveva detto le bugie e non le avrei più potuto credere una parola. Trude si tirò un po' in disparte, ma restò nella stanza. Io ora non riuscivo più nemmeno a parlare. Eva mi spogliò e mi mise a letto. Mi diede un bacio sulla fronte. La pelle mi bruciava, ma non riuscivo a scostarmi di dosso la coperta. Ha la febbre. Dobbiamo chiamare il dottore disse ancora Eva. MALATTIA. Trude, vieni, è caduto dal letto. Mi sollevarono e mi rimisero a letto. Sentii una mano sulla fronte. E' diminuita. Aprii gli occhi. C'era tanta luce che li richiusi subito. Mi chiamarono per nome. Io cercai di aprire gli occhi. Volevo tenermi una mano davanti per proteggermi dalla luce. Ma non potevo muoverla. Volevo dire che c'era troppa luce e volevo domandare perché non mi avevano svegliato prima, ma non riuscivo. Dice qualcosa, riesci a capire?. Tornarono a chiamarmi per nome. Io feci un cenno con la testa. Ha capito. Oh, Trude, ha capito. Dio sia lodato, allora il peggio è passato. Mi svegliai. Trude sedeva accanto a me su una sedia. Eva stava ritta ai piedi del letto e mi guardava. Fuori imbruniva. Nella stanza c'era una candela accesa. Ma che dormita hai fatto. Mi guardarono e risero. Io dissi che non avevo dormito bene. Perché avevi la febbre tanto alta. Mi dissero che avevo gridato e buttato via le coperte e mi ero agitato come un matto e alla fine ero caduto dal letto. E che loro avevano continuato a farmi impacchi freddi sulla fronte. E che era stato lì il dottore. Te ne ricordi?. Dissi che mi ricordavo solo che loro mi avevano messo a letto e che la luce della lampada era tanto forte e che avevo fatto dei sogni. Mi domandarono che cosa avevo sognato. Dissi che era qualcosa con della neve e del fuoco e di più non ricordavo. Domandai se potevo alzarmi o se era ancora troppo presto e perché loro erano già vestite. Mi dissero che era sera e non mattina e che dovevo restare a letto fino a quando fossi stato meglio. Dissi che non ero affatto malato, avevo solo fatto dei brutti sogni. Trude disse che presto sarebbe arrivato il dottore e che io ero davvero molto malato e avevo la febbre e dovevo restare a letto. Domandai come poteva essere ancora sera, perché era già sera quando ero andato a letto. Trude rispose: Ma tu sei malato già da cinque giorni e hai avuto un febbrone terribile. Guardai Eva e dissi che non poteva essere vero, perché ero andato a letto la sera prima e se davvero fossi stato a letto cinque giorni me ne sarei accorto. Eva disse che Trude aveva ragione e che avevano avuto tanta paura che io potessi morire, ma ora era tutto passato. Ora devi mangiare di buon appetito per riprendere in fretta le forze. Sentivo di avere la febbre. Ma alla storia dei cinque giorni non ci credevo. C'era un buco nero nel tempo. 5. MOKUM. (2) Eravamo seduti in alto su un camion scoperto. La parte anteriore era piena di roba: valigie, sacchi, coperte. Trude era riuscita a scovare un sacco da marinaio. Io ci sedevo sopra e guardavo dietro di me, oltre le teste della gente che sedeva sul fondo del camion. Sui lati del camion c'erano delle panche. Su una sedeva Trude. Mi gridò che dovevo tener ben chiuso il cappotto. Intorno a me lei aveva ammassato dei morbidi fagotti, per proteggermi dal vento. Qualcuno gridò: Ancora cento chilometri. Una donna strisciò verso la cabina di guida e batté il pugno sul tetto. Una testa comparve dietro l'angolo. Un canadese si arrampicò fino a noi, sulla piattaforma. Tenne l'orecchio accanto alla bocca della donna e le posò un braccio sulla spalla. I due annuivano e scuotevano la testa. Dicevano: fast e slow e okay. Il canadese distribuì sigarette e cioccolata, poi si arrampicò di nuovo lungo la fiancata del camion e tornò nella cabina. Io non volevo la cioccolata. Il motore urlava ancora più forte. La donna batté ancora contro la cabina. Gli alberi scivolavano via ancora più in fretta. Ancora sessanta chilometri. Avevo bisogno di fare pipì. Gridai a Trude che dovevo, mi scappava. Gridai e tornai a gridare. Lei mi strisciò accanto. Mi domandò se volevo farla di sopra la ribalta del camion. Dissi di no, così non volevo. Lei rispose che allora dovevo tenerla. Io dissi che non ce la facevo più. Lei replicò che in tal caso dovevo farmela nei calzoni. Mi misi a piangere e dissi che la mia mamma non me lo avrebbe mai permesso. Lei disse che adesso sì, per questa volta potevo e che certamente anche la mamma lo avrebbe permesso. Non le credetti. Lei disse che allora dovevo proprio farla di sopra la sponda del camion. La pregai di togliermi il pesante fagotto che avevo in grembo. Lei cominciò a smuoverlo, ma io dissi che ormai era troppo tardi. Così lo lasciò dov'era. Lentamente i calzoncini si facevano caldi e bagnati. Sospirai e rabbrividii, ma lasciai correre la pipì. Per un momento ci fu un gran silenzio. Il vento non c'era più, il fracasso del motore non c'era più, le grida della gente non c'erano più. Io guardai giù sul fagotto molle che avevo in grembo. Sentivo le gambe e la pancia farsi caldi e bagnati. Desideravo che tutto il mio corpo fosse caldo e bagnato. Ancora quaranta chilometri. Avevo freddo. Alcuni cominciarono a cantare. Da entrambe le parti la gente si piegava quanto più poteva fuori dalle sponde del camion. Gridavano: Ecco, eccone un altro, e un altro ancora, riesci a leggerlo?. Ancora solo sedici chilometri, siamo quasi arrivati. Molti si misero a piangere e tutti cominciarono a abbracciarsi fra di loro. Adesso non ci può più succedere nulla. Siamo arrivati. Non esultiamo troppo presto ammonì un uomo. Quattordici, solo quattordici chilometri. Dagli altri camion venivano grida di gioia e applausi. Prima dai camion che precedevano il nostro. Poi dai camion che ci seguivano. Ora il camion andava più piano. Amsterdam, sei chilometri. Vedo le case. Anch'io. D'improvviso tutti ricaddero giù. Il camion aveva ripreso a correre più veloce. Il canadese guardò oltre l'angolo della cabina. Okay?. Rideva. Con facce ridenti o arrabbiate quelli che erano caduti giù risposero okay. Rimasero seduti dov'erano. Ci siamo, siamo a casa. Siamo arrivati. Evviva Mokum!. La gente si abbracciava e si faceva gli auguri. Anche a me. Strisciavano sul pavimento del veicolo che sobbalzava, cadevano giù, si rialzavano. Prima che il camion si fermasse, della gente era già saltata giù. Si lasciavano cadere per terra e baciavano le pietre del selciato. Piangevano. Trude mi portò con sé in un edificio. In una sala grande c'erano stesi per terra dei pagliericci con sopra delle coperte. Trude mi lavò dalla testa ai piedi con acqua e sapone e mi diedero degli altri vestiti. Poi facemmo festa. Io non dovetti andare a dormire subito. Più tardi Trude mi portò a letto. Disse che lei sarebbe tornata ancora alla festa. Mi pareva una bella cosa. Dormi felice. La tua prima notte di nuovo a Mokum. Mi baciò e andò via. Dalla porta mi salutò ancora con la mano e sorrise. Nel dormitorio c'era un gran silenzio. Dalla sala dove facevano festa udivo musica e canti e, più smorzate, anche le grida gioiose della gente. ZIA LISA. Trude era venuta a sapere che il signor Daniel aveva dichiarato di volersi prendere cura di me. Andammo a trovare lui e sua moglie un paio di volte. La moglie del signor Daniel disse che potevo chiamarla zia Lisa invece di signora G. Non era affatto mia zia. Trude disse che doveva partire per un viaggio e che potevo rimanere dalla signora G. Dissi che avrei preferito di no. Ma lei mi ci portò lo stesso. Trude ritornò dal suo viaggio. Venne a prendere il tè. La signora G. domandò: E allora, come va?. Va, va. La signora G. raccontò che adesso andavo di nuovo a scuola; che adesso la chiamavo zia Lisa; che mangiavo così poco. Trude e la signora G. erano in salotto. Sedevano in silenzio sulle loro seggiole, ciascuna con la sua tazza in mano. Io ero in piedi sul pavimento di legno scuro del corridoio. La porta che dava in salotto era aperta, le altre erano chiuse. Il corridoio era buio e freddo. Trude e la signora G. guardavano fuori. Non si muovevano. Io tenevo il fiato per riuscire a udire se loro respiravano. Trude disse che non era poi così grave se mangiavo poco, col tempo anche questo sarebbe andato meglio. Anche al campo avevo sempre mangiato poco. La signora G. disse: Se non si metterà a mangiare di buon appetito, finirà per morire. Deve mangiar bene. Trude disse che lei non poteva farci niente. Doveva andar via. Mi misi a piangere. A cena quella sera non mangiai nulla. Dovetti andarmene in camera con il mio piatto. Dopo un po' arrivò la zia Lisa. Voleva imboccarmi. Domandò perché non volevo mangiare. Dissi che non avevo fame e che per me era troppo. Lei disse che dovevo mangiarlo tutto. Hai quasi otto anni, non sei più un bambino piccolo. Io presi un boccone, ma mi venne quasi da vomitare. Dissi che in camera faceva tanto caldo. Zia Lisa mi tirò a sé con dolcezza e domandò perché a mezzogiorno avevo pianto tanto. Mi portò un cucchiaio pieno di cibo alla bocca. Voltai la testa dall'altra parte. Lei posò il cucchiaio, mi prese con tenerezza la testa fra le mani e disse, annuendo col capo: Ma devi mangiare qualcosa. Altrimenti morirai. E noi vorremmo tanto tenerti con noi. Strinse a sé la mia testa e mi diede un bacio sulla bocca. Cominciai a dibattermi. Con entrambe le mani afferrai il piatto e lo scaraventai per terra. Ci andai sopra coi piedi, piansi e gridai. Mi hai baciato sulla bocca. Adesso dovrò morire. Me lo ha detto la mamma. Un fiotto di vomito mi riempì la bocca. Mi pareva quasi di soffocare. Poi il vomito sprizzò fuori e schizzò sul pavimento. Anche sulle sue gambe. Lei disse: Adesso guarda che cosa hai fatto. Ripulisci tutto. Non sei più un bambino piccolo. Mi diede uno straccio. Io cominciai a ripulire. "Per i miei genitori adottivi, che con me hanno dovuto patire non poco." Amsterdam, 19 novembre 1977, ore 19.00. NOTE. NOTA 1: "Mof" (plurale: "moffen"): forma spregiativa usata dagli olandesi per i tedeschi, specialmente in tempo di guerra, ma poi rimasta nel linguaggio colloquiale. Equivale al "boche" dei francesi e al "kraut" degli americani. (N.d.T.) NOTA 2: Mokum sta per Amsterdam. I molti ebrei olandesi hanno sempre chiamato così la città, a significare centro della vita. Mokum nasce dal vocabolo ebraico "Makom" che significa luogo ma ha anche un secondo significato, Dio o luogo santo. (N.d.T.)